Neaw deal e fascismo: due facce della stessa medaglia

Neaw deal e fascismo: due facce della stessa medaglia

Con l’approssimarsi delle elezioni europee assistiamo al consueto spettacolo della sinistra opportunista che cerca di accattivarsi le simpatie delle masse popolari promuovendo politiche riformiste.

Le forze riformiste (da Varoufakis a Sanders, da Linke a Syriza, dal Front de Gauche a Potere al Popolo!) propagandano una visione deformata della realtà, per cui saremmo di fronte non alla crisi del sistema capitalista, ma a politiche errate perché neoliberiste, non alla dimostrazione lampante della natura di classe dello Stato capitalista, ma alla mancanza del suo intervento come fautore del compromesso tra le classi e ordinatore del mercato.

Le socialdemocrazie storiche praticano da tempo politiche neoliberali. Ne consegue che i riformisti “progressisti” tentano di appropriarsi delle tradizionali posizioni socialdemocratiche, da propagandare come soluzione di tutti i problemi sociali.

In particolare, il new deal rooseveltiano viene sbandierato come un vero e proprio programma politico per cui battersi, quasi che rappresentasse il faro per orientarsi alla ricerca dell’alternativa sociale.

Abbiamo più volte precisato come queste politiche, in una fase di crisi acuta del sistema capitalistico, siano fuori dalla storia e rappresentino l’ennesimo inganno per le masse impoverite e private di un futuro dignitoso dal sistema capitalista.

In quest’articolo – e nella documentazione che poniamo all’attenzione dei nostri lettori – affrontiamo sotto il profilo storico ed economico la profonda contiguità tra la politica economica fascista e quella del new deal, espressione di un comune punto di vista corporativo che avvicinava notevolmente i sistemi socio-economici dei paesi fascisti alle democrazie occidentali.

Il quadro degli anni ’30 vedeva una situazione di profonda crisi economica che riguardava tutti i paesi capitalistici, con un crollo della produzione e del sistema creditizio, milioni di disoccupati, una crescente attenzione con cui la maggioranza della popolazione guardava all’Unione Sovietica. Fu proprio il rischio di un innesco della rivoluzione bolscevica negli Stati Uniti a spingere Keynes a consigliare Roosevelt di fare alcune concessioni sociali al proletariato statunitense ridotto allo stremo.

I governi dei paesi capitalisti, al di là delle differenze formali che li caratterizzavano, erano accomunati dai medesimi interessi di classe e dalle medesima esigenza di rimettere in moto il meccanismo dell’accumulazione, bruscamente interrotto dalla crisi. Per tentare di mantenere la “pace sociale” si aprì la strada all’intervento pubblico in economia, utilizzando l’espansione della spesa come strumento di incentivo della domanda. Soprattutto nel periodo compreso tra il 1933 e il 1937, negli apparati di governo di Italia e Stati Uniti erano numerosi i segnali di affinità e convergenza tra la politica economica dell’amministrazione Roosevelt e quella dello Stato corporativo fascista. Fu lo stesso Keynes a dire, offrendo la sua teoria economica ai nazisti, che la sua teoria generale “si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario”.

Soltanto dopo l’aggressione italiana all’Etiopia e l’inizio della seconda guerra mondiale cominciò a manifestarsi, nella propaganda borghese la tesi, poi divenuta senso comune, dell’incompatibilità tra i sistemi politici e sociali del fascismo e del New Deal.

La crisi degli anni ’30 aveva sgretolato il mito, tipico dell’ideologia liberista, del lasseiz faire. La libera iniziativa del capitalista aveva portato al collasso il sistema. In questo quadro, l’esperienza dell’economia fascista appariva come l’unica che potesse contrastare l’imponenza della crisi e potesse ridare fiducia e vigore a un’economia in crisi drammatica. L’opinione pubblica americana stimava la politica economica italiana e Mussolini come colui che era riuscito a scuotere l’economia italiana.

Gli uomini d’affari statunitensi, colpiti duramente dal tracollo produttivo e dalla miseria diffusa nella società, trovarono nella politica economica fascista il punto di riferimento da imitare. Il numero speciale di Fortune, uscito nel 1934 e dedicato allo Stato Corporativo, è assai indicativo, al riguardo.

Così, già nella fase iniziale dell’amministrazione Roosevelt, con la National Recovery Administration, e l’Agricultural Adjustement Act, emergeva una grande attenzione da parte del governo statunitense verso il corporativismo italiano. Intervenendo nel 1934, davanti all’American Economic Association, l’economista Hoover osservò che la politica rooseveltiana della cooperazione tra governo e mondo finanziario riproponeva fedelmente gli schemi del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco. Welk, uno studioso che si era occupato dell’economia fascista, riteneva che gli articoli della National Recovery Administration del New Deal fossero caratterizzati dai medesimi principi ispiratori di quelli che caratterizzavano i rapporti tra lavoratori italiani e le associazioni dei datori di lavoro durante il fascismo. Lo stesso Welk affermò esplicitamente che: “L’Italia ci dimostra che questa autorità può essere essa stessa un’emanazione della struttura sindacale esistente, un’élite liberamente scelta che, ispirandosi ai nuovi ideali di diritti sociali e di giustizia sociale, abbia la possibilità e la volontà di limitare, attraverso le organizzazioni che ne dipendono, la libertà del singolo a favore degli interessi della collettività”. Lo stesso presidente Roosevelt affermò che Mussolini “è veramente interessato alla nostra opera e a mia volta presto attenzione e sono molto colpito dalle sue realizzazioni e dal suo proposito evidentemente sincero di riportare l’Italia in condizioni di salute e di prevenire una generale crisi europea”.

Figure di rilievo, all’interno dell’amministrazione Roosevelt, come quella di Tugwell, esprimevano apertamente la loro ammirazione per il sistema corporativo fascista in quanto capace di coordinare i bisogni dei diversi settori industriali e di diversi strati sociali. Tugwell, durante un viaggio in Italia affermò: “Trovo che l’Italia stia facendo molte delle cose che mi sembrano necessarie. Anche qui le “persone perbene” si preoccupano del bilancio, ecc. Anche Mussolini incontra opposizione dallo stesso tipo di gente che avversa Roosevelt; egli tuttavia controlla la stampa che non può sbraitargli addosso menzogne quotidiane, e ha una nazione compatta e disciplinata, anche se carente di risorse”. Un altro

economista del tempo, Wright, affermava che “i principi fascisti sono molto simili a quelli che si sono venuti ad instaurare in America e questo conferisce loro un particolare interesse”. Questi autori pensavano che gli aspetti di pianificazione del corporativismo e il suo tentativo di attuare un collaborazionismo di classe potessero rivelarsi importanti per la National Recovery Administration. Il New Deal, secondo questa impostazione, obbediva alla stessa tendenza. Anche l’incremento del potere esecutivo era visto come un elemento indispensabile per poter attuare le nuove politiche interventiste, proposte come inevitabili per poter tentare di uscire dalla crisi.

Nel 1935 Mussolini intervenne a sua volta a sostegno della tesi dell’affinità tra il New Deal e la politica economica fascista in quanto entrambe erano animate da uno stesso spirito corporativo. Lo stesso Bottai, che fu Ministro delle Corporazioni, scrisse su Foreign Affair nel 1935 un dettagliato articolo sui parallelismi e le differenze tra corporazioni fasciste e la National Recovery Administration.

Più chiaro di così….

In ogni caso, ai tardivi ammiratori del New Deal ricordiamo quanto scrisse nel 1940 Keynes: “Sembra politicamente impossibile che una democrazia capitalistica organizzi la spesa sulla scala necessaria per realizzare il grande esperimento delle mie tesi, salvo che si verifichi una guerra”.

Fu la guerra imperialista, con il suo carico immane di morti e distruzioni, a risollevare le sorti del capitalismo, non certo il New Deal. Una lezione che è bene non dimenticare.

**Per approfondire con i testi “Lo stato corporativo” articolo redazionale pubblicato su Fortune, X, luglio 1934 e “Roosevelt e il sistema” Articolo scritto da Benito Mussolini per United States Universal Service e pubblicato dal Popolo d’Italia, 7 luglio 1933 clicca QUI**

vedi : http://www.redmilitant.eu/neaw-deal-e-fascismo-due-facce-della-stessa-medaglia/?fbclid=IwAR0MC-soJx7N7mEheIpdCb7Kv8Rj42Fa4wnNn2txajSinza4w3JmVfNP02Q

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Una lettera inedita di Stalin a Togliatti -Teoria e Prassi n°30 -Ottobre 2018

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Why Does the Pseudo-Left Hate Grover Furr?

The Red Phoenix

Grover Furr is an American professor and author. He has taught at Montclair State University in New Jersey for over four decades, and has written essays, articles and books on Soviet history in both Russian and English. Though his body of work covers a wide variety of topics, his most famous writings study the period of Soviet history under Joseph Stalin, particularly regarding controversies around the Moscow Trials, the Katyn “massacre,” the events in Poland in 1939, the murder of Sergei Kirov, the Ukrainian famine and Khrushchev’s “secret speech.” Furr’s research on the history of communism, Soviet history and the historical falsifications told against socialism is some of the most remarkable, ground-breaking and enlightening in the world. He uses a very precise and admirable document-based approach to research that is exceedingly valuable and hard to find elsewhere.

This approach, unsurprisingly, has won him more than a fair share of enemies…

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Appello per un Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista★

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Nella attuale fase, i comunisti debbono mobilitarsi per combattere la frammentazione, la divisione e mettere al centro l’esigenza di realizzare l’unità programmatica e organizzativa, indispensabile per adempiere efficacemente al proprio ruolo di militanti rivoluzionari. Per realizzare quest’obiettivo è necessario agire con forte desiderio di unità e la consapevolezza che la lotta è lo strumento per un’unità superiore e l’unità è l’obiettivo della nostra lotta. “Ricostruzione” perché riconosciamo il ruolo rivoluzionario del Partito comunista d’Italia che è stato fondato da A. Gramsci e che ha combattuto il nazifascismo nella Resistenza e nella lotta di Liberazione.
Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista, nel quadro dell’obiettivo dell’unità dei comunisti, ritiene fondamentale elevare la coscienza, l’attività e la capacità di analizzare la realtà dei militanti comunisti per diventare punto di riferimento delle avanguardie di lotta e consentire l’aggregazione e l’accumulazione di forze oggi disperse.
L’appello all’unità ideologica, politica e organizzativa è rivolto a militanti e realtà che hanno forte tensione verso il Partito, che ne comprendono fino in fondo la necessità, ma che oggi ne sono sprovvisti e che vivono in modo fortemente critico il proliferare di non pochi partitini costituitisi nel corso degli anni.
Oggi, i comunisti hanno il compito ed il dovere di lottare per la ricostruzione del Partito della classe operaia d’avanguardia e del proletariato. Partito di quadri secondo una concezione leninista. Per un simile obiettivo è necessaria l’Organizzazione (fase di transizione) capace di educare e sviluppare la formazione di quadri e militanti, oltre al radicamento nella classe.
Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista ritiene che il Partito comunista non possa nascere né da una scissione, né da una confluenza, bensì da un processo di fusione delle migliori energie che sorgono e sorgeranno nel vivo della lotta di classe.

1) Nel percorso-processo di aggregazione per la ricostruzione del Partito Comunista i compagni, singoli o localmente organizzati, che vogliono aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista accettano, tenuto conto della necessità di rendere attuale l’analisi della composizione di classe, di condividere il metodo del centralismo democratico (“libertà e disciplina responsabile”) in capo agli organismi che si andranno dinamicamente determinando, fase per fase: dalla Direzione alle Commissioni, dall’Assemblea generale alle Strutture di base (cellule, nuclei e collettivi). Condividiamo pienamente i principi ispiratori previsti dai 21 punti dell’Internazionale comunista di Lenin che rappresentano un imprescindibile riferimento teorico, storico e pratico per l’azione dei rivoluzionari nel XXI secolo.

2) Ogni realtà aderente al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista deve contrastare concezioni riformiste e revisioniste, senza cedimenti a posizioni estranee alla storia e alla prospettiva del movimento comunista. il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista deve denunciare e combattere dirigenti opportunisti e sedicenti comunisti, che pretendono di rappresentare il movimento comunista in sede internazionale, perché sono causa di arretramento nel processo di sviluppo dell’Internazionalismo proletario.

3) In Europa e in America assistiamo ad un processo di fascistizzazione che potrebbe sfociare, come già sta accadendo in alcuni casi, in una fase di guerra civile o di dittature della borghesia in forma più violenta e repressiva. In questa situazione i comunisti non possono assolutamente contare sulla legalità borghese che ha dimostrato di essere uno strumento al servizio della classe dominante, contro ogni prospettiva di cambiamento sociale radicale della società. La storia del movimento comunista internazionale e nazionale, ha mostrato che, dove non è stato possibile operare legalmente, i comunisti hanno saputo svolgere adeguatamente il proprio dovere rivoluzionario. Gli aderenti al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista riconoscono apertamente il diritto-dovere dei comunisti che militano in tutti quei Paesi, in cui non è possibile operare legalmente, di affiancare al lavoro legale quello clandestino.

4) La divulgazione delle idee comuniste implica la necessità di condurre un’attività di denuncia sistematica e permanente del ruolo repressivo dello Stato e delle forze militari, spesso impegnate in attività contro movimenti e lotte sociali, rivoluzionari e comunisti. La debolezza delle lotte e l’avvento della crisi generale che ha colpito il sistema capitalista ha determinato un più efficace apparato repressivo dello Stato, assecondando l’interesse borghese. L’apparato repressivo dello Stato è stato rafforzato a causa della crisi generale che ha colpito il sistema capitalista ed ha abbandonato il ricorso ai tradizionali strumenti riformistici che hanno caratterizzato le politiche socialdemocratiche nella seconda metà del secolo scorso, sostituendoli con mezzi e strumenti più raffinati ed efficaci di controllo sociale e repressione.

5) Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista ritiene necessaria l’opera di un’agitazione programmata in ogni luogo di lavoro sino alle campagne e ai cantieri, per un processo d’integrazione nelle lotte e nell’Organizzazione comunista del nuovo proletariato immigrato. E’ di fondamentale importanza, per costruire una prospettiva di emancipazione sociale degli sfruttati, intervenire in modo incisivo e militante tra i braccianti agricoli e i lavoratori dell’edilizia, schiavi e vittime del moderno caporalato, sottoposti a ritmi di lavoro che riproducono condizioni di servitù.

6) Ogni compagno, singolo o organizzato, che voglia aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista è tenuto a smascherare sia la falsità e l’ipocrisia delle forze socialdemocratiche, sia quelle tradizionali, sia quelle che, pur mascherandosi dietro un’apparente “radicalità”, sono parte integrante del sistema capitalistico e sono funzionali alla difesa dei suoi interessi, sul piano interno come su quello internazionale. Altrettanto importante, per i comunisti è denunciare e contrastare apertamente le posizioni “rosso”-brune e sovraniste “di sinistra”, collaterali alle organizzazioni di ultra-destra e con evidenti o occulti rapporti con le forze imperialiste.

7) Ogni compagno, singolo o organizzato, che voglia aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista è tenuto a riconoscere la necessità di una frattura completa ed assoluta con il riformismo, in tutte le sue forme e manifestazioni. Senza di ciò non è possibile nessuna linea politica coerentemente comunista. Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista non può accettare che noti dirigenti, sedicenti comunisti, dichiaratamente opportunisti, rappresentino i comunisti d’Italia in sede internazionale, perché questi sono causa di arretramento nel processo di ricostruzione e fortificazione dell’internazionalismo proletario.

8 ) E’ essenziale una posizione chiara sulla questione dei paesi sottoposti al dominio imperialistico e dei popoli oppressi. Ogni compagno, singolo o organizzato, che voglia aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista è tenuto a smascherare gli inganni degli imperialisti, sin dalle emanazioni del ‘nostro’ capitalismo. Deve appoggiare concretamente ogni movimento di liberazione, battersi affinché gli imperialisti nostrani siano cacciati dai paesi dove persiste una loro presenza, propagandare tra lavoratori del proprio paese un atteggiamento di autentica fratellanza nei confronti dei lavoratori di paesi e popoli oppressi, svolgere azioni ed attività contro le moderne forme di oppressione, barattate per “intervento umanitario” o “difesa della pace”.
Parte integrante della battaglia antimperialista è quella per la difesa dell’ambiente, sempre più devastato, e dei territori saccheggiati in nome del massimo profitto.

9) Ogni compagno, singolo o organizzato, che voglia aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista deve sviluppare un’attività sistematica nei sindacati, nei luoghi di lavoro, nei coordinamenti di lotta di lavoratori e lavoratrici. Bisogna tendenzialmente costituire all’interno di tali organizzazioni delle cellule comuniste in grado di conquistare alla causa del comunismo lavoratori e lavoratrici. Nel corso dell’attività quotidiana, le cellule debbono favorire il conflitto e la lotta sindacale, reclutare all’Organizzazione, smascherare i collaborazionisti, apparentemente schierati a difesa dei lavoratori, in realtà a difesa degli interessi e degli apparati di potere della classe dominante.

10) A partire dalla presa d’atto del tradimento del sindacalismo neo-corporativo, collaborazionista e concertativo e della fine della fase propulsiva del sindacalismo di base, il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista si impegna, in questa fase, ad incentivare, nelle situazioni di lotta che lo rendono necessario, la costruzione di forme di auto-organizzazione, per la resistenza e la difesa economica dei lavoratori. Il Fronte ritiene di fondamentale importanza per la classe lavoratrice il processo di costruzione del Sindacato di Classe. In questo quadro deve propagandare con il massimo vigore tra i sindacalisti la necessità di lotta inesorabile contro le organizzazioni internazionali dei sindacati gialli (CES e CSI) e appoggiare incondizionatamente la WFTU (World Federation of trade Union ovvero la Federazione sindacale mondiale).

11) Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista critica fermamente posizioni ed atteggiamenti di fiducia nelle istituzioni borghesi e nelle sue rappresentanze elettorali. Nell’ipotesi in cui si verificassero condizioni tali per la partecipazione alla competizione elettorale, e nel caso in cui per ragioni tattiche si decidesse di partecipare alle elezioni, è chiaro che ogni singolo rappresentante “istituzionale” comunista deve subordinare la sua attività agli interessi della propaganda e dell’agitazione rivoluzionarie.

12) Un vero Partito comunista, la cui costruzione rappresenta l’obiettivo fondamentale del Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista, potrà assolvere al proprio compito soltanto se la sua organizzazione sarà il più possibile centralizzata e caratterizzata da una disciplina rigorosa.

13) Ogni singolo militante o realtà aderente al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista deve intraprendere un’attenta opera di vigilanza per evitare che nelle strutture possano confluire elementi influenzati dall’ideologia borghese, dal carrierismo, e dall’individualismo. Al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito Comunista dovranno essere estranei elementi affetti da quelle logiche di setta che hanno contribuito in modo determinante a impedire il lavoro di organizzazione dei comunisti in Italia.

14) Ogni compagno, singolo o organizzato, che voglia aderire è tenuto ad appoggiare partiti e organizzazioni che, in campo internazionale, si richiamano ed applicano concretamente e coerentemente i principi rivoluzionari del marxismo-leninismo.

15) Ogni realtà che voglia aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista deve convergere sul programma elaborato e definito dal gruppo dirigente secondo le regole del centralismo democratico, con la partecipazione e il coinvolgimento attivo di tutti i compagni e le compagne. Ogni compagno/a deve avere responsabilità individuali e collettive.

16) Le decisioni del Direttivo nazionale sono vincolanti per militanti e aderenti al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista che, pur conservando una struttura necessariamente centralizzata deve tener conto in tutte le proprie attività della diversità di situazioni in cui si trovano a lottare ed operare le singole realtà aderenti. Decisioni vincolanti per tutti sono prese unicamente quando possibili.

17) Le realtà aderenti, in questa fase, oltre alla dizione del proprio nome integrano “aderente al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista”. Questo aspetto, non formale, è una questione politica. Il Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista denuncia i cosiddetti “partiti comunisti” che hanno tradito classe operaia e proletariato creando la frantumazione del movimento comunista nel nostro paese.

18) Ogni singolo o realtà aderente al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista ne condivide la linea politica, la concezione della lotta e dell’unità, partecipa attivamente alla vita del fronte, agisce con senso di responsabilità individuale e collettiva e contribuisce al sostegno economico dell’intera attività. Gli organi di stampa e i profili social delle realtà aderenti sono tenuti a pubblicare e diffondere documenti ufficiali del Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista. Lo stesso principio vale per i profili social dei singoli aderenti, salvo eccezioni valutabili specificamente dall’istanza di base cui appartiene il militante.

19) Ogni organizzazione che voglia aderire e quelle che hanno fatto domanda d’ammissione ad essa sono tenute ad approvare esplicitamente tutte queste condizioni d’ammissione.

20) Le organizzazioni che vogliono ora aderire al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista prima di dare la propria adesione devono provvedere acché i propri organismi dirigenti siano composti per non meno dei due terzi da compagni che già hanno assunto pubblicamente e inequivocabilmente la loro volontà d’adesione. Si possono fare delle eccezioni con il consenso del Direttivo Nazionale.

21) Ogni realtà e/o militante aderente al Fronte Militante per la ricostruzione del Partito comunista, che non si attiene alle condizioni e alle regole definite collettivamente, decade dall’adesione in quanto sono venuti meno i requisiti indispensabili a farne parte e, conseguentemente, deve essere espulso.

Coordinamento comunista campano proletario (m-l)
Red Militant

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L’egemonia della destra: il caso di un circuito bifronte neobombacciano

L’egemonia della destra: il caso di un circuito bifronte neobombacciano

La propaganda politica reazionaria in veste rivoluzionaria avvelena i pozzi.

Nella società capitalistica le classi dominanti esercitano il controllo su quelle subalterne non solo mediante la repressione, ma anche, e in regime di “democrazia” borghese soprattutto, attraverso il controllo ideologico, utilizzando ogni canale, ogni mezzo di comunicazione e di indottrinamento disponibili. Ieri attraverso l’influenza della Chiesa, i giornali umoristici, di cui fruivano anche gli illetterati, i giornali a maggior contenuto scritto, la radio, poi la televisione ed oggi sempre più attraverso il Web, che veicola quantità di informazione e disinformazione impossibili prima del suo avvento. Ieri come oggi chi dispone del potere economico, nella società capitalistica, dispone di spazi di informazione proporziali a tale potere, ma la rete oggi permette a chi possiede siti e pagine sui social network aventi un’adeguata diffusione, resa possibile da adeguati investimenti, di amplificare e rendere epidemica, virale, un’idea, una credenza, una posizione politica che si ha la convenienza di rendere tale.

Senza la massiccia operazione propagandistica che ha attuato attraverso la televisione, specie sulle reti dello storico alleato di Arcore, per mezzo di programmi finalizzati a deviare la frustrazione sociale contro gli immigrati, e attraverso la rete, soprattutto grazie ai social, i suoi mezzi più congeniali, la resurrezione della Lega Nord travolta dagli scandali sarebbe stata impossibile e impossibili sarebbero i successi riscossi a livello continentale dalla destra radicale e neofascista. La costruzione di un nemico immaginario, di un capro espiatorio come i proletari di colore o provenienza diversi, sui quali far riversare i risentimenti del proletario italiano oriundo, e più in generale di quello dei paesi imperialisti a capitalismo avanzato, a sua volta vittima di macellerie sociali ad opera di destre sia reazionarie sia liberali, trova nella rete, e in particolare nei social network, ideali per trasmettere messaggi brevi e semplicistici, il proprio strumento ideale.

L’egemonia culturale che il possesso di questi nuovi mezzi di comunicazione permette di conquistare a quella parte della borghesia rappresentata dalla destra populista e sciovinista, con la sua propaganda che non richiede basi teoriche o ragionamenti complessi da parte del ricettore, è enorme, potenzialmente illimitata, e raggiunge pure molte persone che magari avremmo creduti ben vaccinati ed immuni. Prima o poi, se avete un profilo su qualche social network, vi imbatterete in un vecchio amico ritrovato che ha sempre professato idee comuniste, magari pur votando fino a tempi recenti PD, o in un amico dei propri amici che, nonostante il linguaggio e il gusto per una certa estetica superficialmente di sinistra o comunista, identifica come nemici altri proletari: i migranti.

Tipicamente non li dirà tali esplicitamente, come d’altronde non fanno neanche i leader della Lega e neanche quelli dell’estrema destra più dichiaratamente tale, ma lancerà anatemi contro ogni timida proposta di corridoi umanitari anche solo per i profughi di guerra, sosterrà che bisogna contrastare le organizzazioni presenti nel Mediterraneo nei soccorsi ai naufraghi dei barconi, in modo che approdi in Italia il minor numero possibile di migranti vivi, in quanto potenziali reclute dell’esercito industriale di riserva, mentre curiosamente non sosterrà invece la necessità di contrastare l’assistenza medica ai membri italiani dell’esercito industriale di riserva dei disoccupati, e osteggerà ogni misura volta a ridurre il numero di migranti morti. Che per lui “non sono nemici, ma”.

Altrettanto tipicamente citerà Diego Fusaro o condividerà massicciamente strani post da strane pagine infarcite di analisi geopolitiche anche condivisibili da sinistra, come attacchi al ruolo dell’imperialismo americano nel Donbass e in Siria, eventuali richiami a un immaginario sovietico, a un immaginato socialismo muscolare più vicino alla demonizzazione che ne fanno i liberali che a quella che è stata davvero l’esperienza del socialismo reale nell’Europa orientale, ma anche attacchi indiscriminati a qualunque cosa stia a sinistra di Forza Italia ed una dose massiccia di propaganda contro diritti civili e immigrati; che rivelano quanto fasullo sia questo dichiarato antimperialismo, non potendo esistere antimperialismo senza solidarietà verso le vittime dell’imperialismo, non potendo esistere antimperialismo che non odi i muri, fisici o giuridici, dietro ai quali l’occidente imperialista si barrica.

Questo genere di propaganda politica reazionaria sotto vesti rivoluzionarie ha precedenti “illustri” nel fascismo sansepolcrista e “sociale”, nel cosiddetto nazionalsocialismo e, in particolare, nella sua corrente “nazionalbolscevica”, quella del Fronte Nero di Otto Strasser, per arrivare oggi alla “quarta teoria politica” eurasiatista di Aleksandr Dugin, autoproclamato “fascista rosso”, e, proprio in ragione del suo carattere ibrido e falsificatorio, è spesso definita “rossobruna”. Per inciso, bisogna precisare che il termine rossobruno è da riservarsi alle tendenze ibride fatte di presunto socialismo a beneficio “dei nostri” e a null’altro; fatto da sottolineare perché da condannare è la dannosissima tendenza di taluni ad etichettare come “rossobruni” per esempio i compagni giustamente solidali con i partiti comunisti del Fronte Nazionale Progressista siriano, accomunando il pericolosissimo socialsciovinismo dei veri rossobruni a posizioni che hanno piena cittadinanza a sinistra nel mondo.

Tra le strane testate ambigue che dalla rete inoculano il virus dell’ostilità contro il proletariato migrante in un pubblico che si ritiene di sinistra si potrebbero annoverare quelle appartenenti ad un circuito che ha avuto inizio con pagine Facebook come La Via Culturale, precedentemente chiamata La via Culturale al Socialismo. Si tratta di una pagina che, tra un simbolo della Repubblica Democratica Tedesca e un post satirico contro un presunto, ma purtroppo inesistente, pensiero unico di sinistra, riversa litri di inchiostro virtuale addosso ai migranti, contrapposti all’italico oriundo proletariato. Un’attenzione verso l’italico proletario quanto mai sospetto, se si considera che il creatore di questa pagina, come egli stesso rivela in un’intervista rilasciata al sito di destra Qelsi in cui dichiara altresì di aver sempre avuto in simpatia la Lega, è un giovane businessman di nome Alessandro Catto, presidente di Adesso Food e di Politica è Comunicazione, avventure imprenditoriali facenti capo alla CattoBergomi Srls. Il sito di Politica è Comunicazione ci spiega come essa sia nata dall’incontro tra Fabio Bergomi ed Alessandro Catto. Protagonista delle principali campagne pubblicitarie ed elettorali dell’ultimo ventennio il primo [le cui attività politiche ci accenna questo articolo], blogger de Il Giornale, influencer e social media manager il secondo.

Nessuno meglio di loro stessi ci rivela quali interessi politici stanno dietro gli accenti pseudo-socialisti di questo genere di propaganda. Adesso Food, invece, ci spiega il suo sito, è mossa dalla grande volontà di rivoluzionare il mercato del cibo salutistico e commercializza dei dolcetti adatti anche ai vegetariani. Particolare non essenziale per la descrizione della strategia propagandistica, ma esilarante se si pensa che il follower tipo de La Via Culturale non esiterebbe probabilmente ad insultare a colpi di radical chic ogni potenziale acquirente di tali prodotti. Il blog tenuto da Catto sul sito de Il Giornale si chiama anch’esso La Via Culturale ed è una collezione di post contro i migranti, pro Trump e simili, ma sotto un banner con l’immagine de… Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che evidentemente, una volta snaturato e deprivato del suo contenuto di classe e conseguentemente internazionalista, non fa più paura ai padroni mangiacomunisti de Il Giornale.

La devozione alla causa di questo giovane uomo d’affari si palesa con la fondazione di un’altra pagina, Azione Culturale, sito dell’omonima associazione formata, come spiegato dal suo stesso sito, daun gruppo di ragazzi “interessati alla valorizzazione di temi sociali e patriottici, nonché alla rielaborazione storica delle grandi ideologie del Novecento” – di quali ideologie si tratti è chiaro, ma tant’è c’è chi ci casca credendoli compagni… – e nata “dall’esperienza redazionale e politica de La via Culturale al Socialismo e Giano Bifronte”. Quest’ultima è la pagina del MEI, Movimento Eurasiatista Italiano, visivamente contraddistinto dall’uso della bandiera del Partito Eurasia di Dugin, il fascista rosso, nera con la doppia croce frecciata gialla, e dall’effigie di Giano, il dio bifronte, che guarda all’estrema sinistra e… all’estrema destra, effigie nera in campo giallo.

Attualmente Azione Culturale come tale non esiste più, ma sua erede naturale – scrive la pagina Facebook Il Mondo Nuovo – è Oltre la Linea e se lo dicono loro ci si può presumibilmente fidare, visto che il sito di Oltre la Linea è indicato come proprio contatto sia dalla pagina Facebook de Il Mondo Nuovo sia da quella di Giano Bifronte, la quale, come abbiamo visto, aveva contribuito con la sua “esperienza redazionale e politica” alla nascita di Azione Culturale stessa, di cui anche la grafica è riproposta pari pari nell’immagine di profilo della pagina di Oltre la Linea: l’effigie di Giano, come quella di Giano Bifronte, ma questa volta bianca in campo blu, esattamente come per Azione Culturale.

Così come la grafica, anche buona parte dell’équipe di Oltre la Linea rimane la stessa di Azione Culturale, a cominciare per esempio dal direttore di Oltre la Linea, Stelio Fergola, responsabile di linea editoriale ed ideologica, valutazione del personale, proposte di articolo, a suo tempo direttore responsabile anche di Azione Culturale, o dal segretario di Oltre la Linea Fabio Sapettini, il quale faceva già attivamente parte del think tank geopolitico Giano Bifronte e del progetto culturale e giornalistico Azione Culturale, come ci spiega il sito leghista Il Populista. In quanto all’impostazione redazionale e politica, come già facevano Azione Culturale – in un articolo pubblicato dalla quale si definiva Nicola Bombacci “un fiero esempio di avanguardia politica e ideale” – e Il Mondo Nuovo, anche Oltre la Linea pubblica elogi del fascista ex comunista, chiamato“appassionato difensore della più pura anima del socialismo” in un articolo da essa pubblicato.

Emergono quindi un progetto politico ben preciso – dominato da una linea “bifronte” come l’effigie del dio Giano utilizzata come avatar da Azione Culturale, Giano Bifronte e Oltre la Linea, omonima del saggio di Ernst Jünger contro la modernità – e un circuito di pagine e siti collegati da link, condivisioni di articoli e membri dei rispettivi think tank in comune, sulla collocazione politica ed estrazione di classe dei quali vale la pena spendere qualche altra parola.

Il segretario di Oltre la Linea, Fabio Sapettini, come abbiamo visto già parte di Giano Bifronte ed Azione Culturale, è autore del libro Da Pontida a Moscasui rapporti tra il Carroccio e Russia Unita, fondatore del Donald Trump Italian Fan Club, come dice in un’intervista a Il Populista, nonché, proprio frequentatore delle feste della Lega in quel di Pontida. Altre credenziali “anticapitaliste”? Egli stesso ci dice di essere un consulente finanziario.

Per Oltre la Linea scrive tale Simone Nasazzi, che si dichiara intenzionato a votare Lega. Per avere un’idea delle credenziali “antimperialiste” del personaggio si può notare, dalle informazioni che da di sé sul proprio profilo Facebook, che egli gira Primo e Terzo Mondo per… Covatek, un’azienda, come dice il nome che sta per Consulting Oil & Valve Technologies, collaterale al settore estrattivo.

Non bisogna tuttavia essere indotti a credere che i collaboratori che scrivono per queste pagine siano compattamente leghisti. Pietro Ciapponi, che dice di scrivere per Oltre [la Linea] “da quando ancora c’era Azione Culturale”, e, insieme, tra gli altri, al direttore responsabile Stelio Fergola e al caporedattore Roberto Vivaldelli, amministra il gruppo Facebook dedicato al dibattito di Oltre la Linea (www.facebook.com/groups/redazioneazione),sembra essere di Casa Pound, e più precisamente referente per la provincia di Sondrio di Casa Pound Italia. Egualmente di Casa Pound sono lo striscione davanti al quale si scatta un selfie un altro collaboratore di Oltre la Linea, Marco Terranova, e le bandiere che appaiono in varie altre foto del suo profilo Instagram, insieme a foto di libri di autori di estrema destra come il nazista belga Léon Degrelle.

Altro collaboratore di Oltre la Linea, presente insieme ai precedentemente citati Fergola, Sapettini, Vivaldelli, Nasazzi, e Terranova al raduno di giugno 2018 di questo “bel” gruppetto, è Davide Ragnolini, autore anche presso la Rivista Eurasia diretta da Claudio Mutti, noto esponente dell’estrema destra italiana che figurerebbe nell’elenco dei militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari che secondo un articolo pubblicato su Leonardo.it furono arrestati per la strage di Bologna, poi rilasciati, e a suo tempo militante della Jeune Europe dell’ex SS belga Jean-François Thiriart. Una collaborazione di Ragnolini per Oltre la Linea è appunto un’intervista a Claudio Mutti sull’eurasiatismo.

Al pari di Alessio Pizzichini della redazione de L’intellettuale dissidente, altra pagina che pubblica elogi del traditore fascista del comunismo Nicola Bombacci, Davide Ragnolini compare tra gli amministratori del gruppo di contributi e dibattito di Fronte del Popolo/Fronte dei Popoli, pagina che unisce accenti e una certa estetica pseudosocialisti ad attacchi ai soccorritori dei migranti dei quali il Mediterraneo è stato trasformato in una tomba dalle frontiere chiuse della “civile” Europa unite al saccheggio e all’invasione economica, quando non militare, dei loro paesi di origine. Salita alla ribalta insieme ad un altro collaboratore di Oltre la Linea almeno fino al maggio 2017 – tale Luigi Ciancio, per una bufala su Samora Machel contro i migranti smontata dal collettivo Nicoletta BourbakiFronte dei Popoli è amministrata da Dario Giovetti, già collaboratore di quella che egli definisce la compianta Azione Culturale ed autore di un articolo contro l’antifascismo “di sistema” pubblicato da La Via Culturale.

Tra i “mi piace” della pagina di Fronte dei Popoli si trovano pagine sia di sinistra, sia di destra radicale, da quella del Partito Socialista Unito del Venezuela a Giano Bifronte e Il Mondo Nuovo, da quella del Partito dei Lavoratori brasiliano alla ben conosciuta da Giovetti Via Culturale di Catto, dalla pagina di Chávez a Palaestina Felix di Paolo Marcenaro, già militante del dissolto movimento di estrema destra Socialismo Patriottico-Stato e Potenza e membro piuttosto attivo del gruppo di contributi e dibattito di Fronte dei Popoli. Per venire all’estrazione di classe di questo Giovetti, basti constatare che si dichiara interessato ad investire capitale.

Ma qual è l’entità del danno che queste pagine fanno? L’eco dato alla bufala su Samora Machel anche da un autore accreditato a sinistra, come si legge nell’articolo del collettivo Nicoletta Bourbaki, è inquietante, ma quantifichiamo. Ad ottobre 2018 Fronte dei Popoli ha più di 7.000 “mi piace”, Giano Bifronte più di 8.000, Il Mondo Nuovo ne ha più di 11.000, mentre Oltre la Linea arriva a 19.000 “mi piace” e La Via Culturale addirittura a più di 29.000.

Un danno che non conviene sottovalutare.

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3 NOVEMBRE 1918 – INIZIA LA RIVOLUZIONE TEDESCA STRONCATA DALLA SOCIALDEMOCRAZIA

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Karl Marx, Il Capitale, Volume Primo, Capitolo XXIV “La cosiddetta accumulazione originaria”, pagg. 817-820, Editori Riuniti

) “Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico[1].

Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.
Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche astrazion fatta dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.
Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694).

La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa[2].

Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.

Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia un aumento delle imposte in seguito. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e… sovraccarico di lavoro. Tuttavia qui l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione dell’operaio salariato, qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costitutivi della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sè. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. E la efficacia espropriatrice del sistema è ancor rafforzata dal sistema protezionistico che è una delle parti integranti di esso.

La grande parte che il debito pubblico e il sistema fiscale ad esso corrispondente hanno nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, come il Cobbett, il Doubleday e altri a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni.
Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. Gli Stati europei si sono contesi la patente di quest’invenzione e, una volta entrati al servizio dei facitori di plusvalore, non solo hanno a questo scopo imposto taglie al proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con premi sull’esportazione, ecc., ma nei paesi da essi dipendenti hanno estirpato con la forza ogni industria; come per esempio la manifattura laniera irlandese è stata estirpata dall’Inghilterra. Sul continente europeo il processo è stato molto semplificato, sull’esempio del Colbert. Quivi il capitale originario dell’industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato. “Perché”, esclama il Mirabeau, “andar a cercar così lontano la causa dello splendore manifatturiero della Sassonia prima della guerra dei Sette anni? Centottanta milioni di debito pubblico!”.
Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d’infanzia della grande industria” (…)

[Da Karl Marx, Il Capitale, Volume Primo, Capitolo XXIV “La cosiddetta accumulazione originaria”, pagg. 817-820, Editori Riuniti]

[1] William Cobbett osserva che in Inghilterra tutti gli istituti pubblici vengono designati come “regi”, ma che in compenso c’era invece il debito “nazionale” (national debt).

[2] “Se oggi i tartari inondassero l’Europa, sarebbe difficile render loro comprensibile che cosa sia, presso di noi, un finanziere”. Montesquieu, Esprit des Lois, vol. IV, p.33, edizione di Londra, 1769

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