Pietro Secchia, prima e dopo la morte di Stalin.

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Premessa

Nel quadro della documentazione su Stalin ci sembra particolarmente interessante fare un confronto tra due posizioni di Pietro Secchia, prima e dopo la morte di Stalin.

Già vicesegretario del partito e responsabile dell’organizzazione, Secchia è stato sempre definito un critico di sinistra della linea togliattiana e come tale è stato accreditato da quei settori comunisti che hanno fatto di lui una sorta di simbolo di quello che il PCI avrebbe dovuto essere.

Certamente Secchia nella dialettica all’interno del gruppo dirigente del Partito comunista italiano ha rappresentato una tendenza che cercava di porre un argine alla deriva istituzionale e alla illusione di una via italiana al socialismo. Secchia in sostanza proponeva una strategia di lotta più avanzata, senza peraltro definire in quale prospettiva questa strategia andava collocata. Anche per questo negli incontri tenuti a Mosca con i dirigenti del PCUS alla fine del 1947 fu evidente che da parte sovietica non si aveva intenzione di modificare l’appoggio alla linea togliattiana. I sovietici diffidavano della spregiudicatezza di Togliatti, ma condividevano l’asse su cui egli si muoveva. La vicenda di Seniga, segretario particolare di Secchia, che fuggì col malloppo dei fondi segreti del partito e il cui ruolo effettivo non è stato mai chiarito (durante la Resistenza andava e veniva dalla Svizzera), determinò il crollo politico di Secchia che fu ripagato da Togliatti con la sua emarginazione totale.

Ma ciò che ci interessa della vicenda Secchia è la sua posizione su Stalin.

Nel primo testo che pubblichiamo, una prefazione del 1953 a una raccolta di scritti di Stalin sulle questioni della pace e sulla situazione internazionale, c’è un elogio sperticato al grande dirigente comunista. Una posizione che viene ribaltata da Secchia nel suo intervento al CC del PCI che si tenne dopo il XXII congresso del PCUS. In quel congresso, allo scopo di creare una reazione emotiva che coprisse la svolta kruscioviana e la rottura con la tradizione leninista, era stato esplicitato quello che era scritto nel ‘rapporto segreto’ del 1956.

Nel CC del PCI che si tenne il 10 e l’11 novembre del 1961, al ritorno da Mosca della delegazione italiana che aveva partecipato al XXII congresso del PCUS, le tesi kruscioviane furono riprese in pieno e servirono di pretesto anche a un attacco in piena regola a Palmiro Togliatti, al quale fu mossa l’accusa che ‘non poteva non sapere’ quello che succedeva in URSS dal momento che, come dirigente dell’Internazionale comunista proprio a Mosca risiedeva.

Nell’intervento che Pietro Secchia pronuncia al CC con molta sorpresa scopriamo che egli si unisce al coro degli antistalinisti e denuncia gli errori e gli orrori della ‘degenerazione’ del sistema sovietico di cui lo stesso Stalin è ritenuto responsabile.

E’ credibile che dallo scritto del 1953 alla situazione determinatasi dopo il XX congresso si sia potuta fare una conversione a 360 gradi? I dirigenti del PCI non potevano addurre l’alibi di non sapere che cosa fosse l’URSS in cui Stalin aveva diretto il partito e lo stato sovietico. Questo vale ovviamente anche per Secchia e la posizione che egli prende nel 1961 svela dunque anche la natura della sua opposizione nel partito, che non esce in realtà dal solco delle vie nazionali al socialismo.

Pietro Secchia – 5 aprile 1953

Prefazione alla raccolta di scritti di Stalin
“Problemi della Pace”, Edizioni di Cultura Sociale, 1953 [1]

Nell’accettare di presentare con poche parole, certamente inadeguate, questi imperituri documenti del grande scomparso non facciamo che indulgere ad una insistente richiesta della Casa editrice, giustificata solo dalla consuetudine. Gli scritti di Stalin non hanno bisogno di prefazione. Coloro che hanno avvicinato Stalin, che l’hanno inteso non fosse che Una volta sola conservano in sè per sempre vivente l’immagine della sua forza incomparabile. Per gli altri, ogni scritto, ogni suo discorso anche presi separatamente sono sufficienti a rivelare i tratti possenti e geniali del gigante del pensiero e dell’azione del grande costruttore della pace e del socialismo.

Il nome di Stalin resterà per sempre legato all’idea della pace e del socialismo. Tutta la sua vita sino all’ultimo istante Stalin ha consacrato alla lotta per salvare la pace del mondo.

« Compagni, la grande guerra in difesa della patria è terminata con la nostra piena vittoria. Il periodo della guerra in Europa è finito. Comincia il periodo dello sviluppo pacifico ».

Così Stalin annuncia la fine della guerra nel messaggio al popolo sovietico pubblicato nelle prime pagine di questo volume. Per la seconda volta nel corso di trent’anni gli uomini dell’Unione Sovietica dopo essere stati proditoriamente aggrediti e dopo aver conquistato una vittoria piena, completa, deponevano le armi lanciando il fatidico grido di: « Viva la pace » ed annunciando al mondo che era cominciato il periodo dello sviluppo pacifico.

Tutti gli atti di Stalin sino all’ultimo minuto della sua vita sono stati degli atti tesi ad assicurare al mondo una pace stabile, un effettivo periodo di sviluppo pacifico. Stalin è stato la guida, la stella orientatrice per tutti gli uomini che consacrano le loro energie, il loro tempo, le loro preoccupazioni a questo bene immenso, inestimabile: la pace e l’amicizia tra i popoli.

Se oggi la pace è salva, se oggi le forze della pace sono assai più potenti di ieri , se i guerrafondai sono costretti a marcare il passo, se le luci di speranza appaiono all’orizzonte questo lo dobbiamo a Stalin. È a Stalin che dobbiamo la grandiosa, affascinante idea che è possibile salvare la pace purché i popoli prendano nelle loro mani la causa della pace. Quest’idea è un appello permanente all’azione contro la guerra, è la forza che mobilita, che organizza centinaia di milioni di uomini a lottare per la pace. Stalin dimostra, negli scritti qui raccolti, che le contraddizioni della società capitalista permangono, anzi si sono ulteriormente aggravate con la fine della seconda guerra mondiale, con la disgregazione dell’unico mercato mondiale, ma dimostra nello stesso tempo che la guerra non è fatale. Egli ha smentito le false teorie reazionarie della borghesia sull’umanità che ha sempre fatto e farà sempre la guerra, ha smentito le menzognere affermazioni degli ideologhi dell’imperialismo secondo le quali la biologia e la sociologia starebbero a testimoniare che il mondo non può esistere senza la guerra.

Nel suo discorso agli elettori di Mosca nel 9 febbraio 1946 [2] Stalin afferma che la seconda guerra mondiale, come la prima, non è scoppiata casualmente, ma come « risultato inevitabile dello sviluppo delle forze economiche e politiche mondiali sulla base dell’odierno capitalismo monopolista ».

Queste forze continuano ad esistere e ad agire: da ciò deriva che l’inevitabilità delle guerre tra i paesi capitalistici continua a sussistere. Però il possente sviluppo del movimento della pace, la lotta che centinaia di milioni di uomini conducono per non essere trascinati ad una nuova carneficina, può avere successo può « riuscire a scongiurare una guerra determinata, a rinviarla per un certo tempo, a mantenere per un certo tempo una pace determinata, a costringere alle dimissioni un governo guerrafondaio, sostituendolo con un altro governo disposto a salvaguardare per un certo tempo la pace ».

L’obbiettivo fondamentale che noi ci proponiamo nella campagna elettorale in corso è appunto quello di dare all’Italia un governo di pace, un governo che assicuri al nostro paese la libertà e l’indipendenza, la possibilità di vivere in pace e in amicizia con tutti i popoli. Naturalmente Stalin ci avverte pure che la lotta per quanto efficace e possente del movimento mondiale dei partigiani della pace, per quanto possa avere un temporaneo successo, da sola « non basta per eliminare le inevitabilità delle guerre tra i paesi capitalistici. Non basta perché nonostante tutti i successi del movimento per la difesa della pace, l’imperialismo continua a sussistere, conserva le sue forze e per conseguenza continua a sussistere l’inevitabilità delle guerre». Ma Stalin ha indicato anche la via per eliminare l’inevitabilità delle guerre. Non è vero che la guerra sia connaturata con la società umana. La guerra è insita nella società capitalistica, è l’imperialismo che genera inevitabilmente le guerre, ma questa inevitabilità delle guerre può essere anch’essa eliminata distruggendo l’imperialismo.

La profonda analisi scientifica fatta da Stalin sulle leggi che regolano l’imperialismo nell’epoca della crisi generale del capitalismo, sulla disgregazione del mercato unico e universale (circostanza che ha determinato l’ulteriore approfondimento della crisi generale del capitalismo), sulle cause che generano le guerre, lo smascheramento fatto da Stalin dei provocatori di guerra, tutta l’attività dello Stato sovietico nel campo internazionale durante i 35 anni della sua esistenza, hanno contribuito ad aprire gli occhi a milioni di lavoratori, a larghi strati delle masse popolari sulle cause delle guerre, sui loro fautori e sulla lotta che i lavoratori devono condurre se vogliono non soltanto impedire temporaneamente la guerra, ma eliminare l’inevitabilità delle guerre.

Grazie a Stalin tutti gli uomini in buona fede sono oggi armati per condurre con successo la lotta per la pace.

Quanto ai rapporti tra il mondo del socialismo e quello capitalista, Stalin nelle interviste a Gilmore, ad Alexander Werth, ad Elliot Roosevelt, ad Harold Stassen, alla Pravda, nelle risposte a Henry Wallace ed a Kingsbury Smith. ed in altri scritti qui pubblicati non solo ha affermato, ma ha dimostrato che è possibile la coesistenza dei due sistemi, ed ha respinto l’assurdità della guerra inevitabile tra di essi.

L ‘Unione Sovietica ha sempre posto alla base della sua politica questo principio. Esso costituisce la dottrina ufficiale dello Stato sovietico. Stalin ha dimostrato non solo la possibilità della coesistenza, ma della collaborazione tra i due sistemi facendo rilevare che « se c’è desiderio di collaborare, la collaborazione è assolutamente possibile tra sistemi economici differenti; se invece non c’è desiderio di collaborare allora anche se i sistemi economici sono gli stessi, gli Stati e i popoli possono dilaniarsi reciprocamente ».

Stassen non era il solo che aveva creduto di cogliere Stalin in contraddizione con quanto si diceva avesse altre volte (prima della seconda guerra mondiale) affermato circa l’impossibilità della collaborazione tra i due sistemi. Stalin ha risposto e dimostrato che «in nessun caso egli ha potuto dire che due sistemi differenti non possono collaborare». Ha ricordato che Lenin è stato il primo ad esprimere l’idea della collaborazione tra i due sistemi differenti e che non c’è nessun motivo perché tale prezioso insegnamento debba essere riveduto od accantonato. Tale principio rimane valido anche nella nuova situazione creatasi dopo la seconda guerra mondiale, anche nella situazione in cui è stato da Stalin ribadito.

«Noi non ci siamo mai allontanati e non ci allontaneremo mai dagli insegnamenti di Lenin» ha detto Stalin. Senz’altro ha ammesso come possibile che egli, Stalin, abbia detto che « uno dei sistemi, per esempio il sistema capitalistico, non voleva collaborare, ma ciò si riferiva ai desideri e non alle possibilità di collaborare ». In politica si deve sempre distinguere tra i desideri e le possibilità. Tra due sistemi, ha detto Stalin, vi è sempre la possibilità di collaborare, ma non sempre ve n’è il desiderio.

Particolarmente importante per noi italiani è il richiamo che Stalin fa a tenere presente che, prima di attaccare, i guerrafondai dei principali Stati fascisti, la Germania, l’Italia, il Giappone avevano distrutto nei loro paesi gli ultimi resti delle libertà democratico-borghesi. Si è conclusa da noi in questi giorni la prima fase della battaglia contro la legge elettorale truffa che giustamente è stata definita una legge di guerra dettata dallo straniero e dai suoi interessi. Così è stata definita perché tale legge mira a limitare ed a sopprimere le libertà democratiche allo scopo di preparare il paese alla guerra, perché mira a creare un Parlamento fantoccio pronto ad approvare qualsiasi avventura, qualsiasi esigenza imposta dall’im perialismo americano.

La crociata contro le Costituzioni democratico-borghesi, condotta in tutti i paesi aderenti al blocco atlantico, ha uno scopo ben preciso: assicurare ai circoli governativi reazionari di questi Stati ogni libertà d’azione per una guerra di aggressione agli ordini degli imperialisti americani. Gli scritti qui raccolti hanno come argomento fondamentale la pace, la possibilità di condurre con successo la lotta per salvare la pace, ma essi da soli sono sufficienti a rivelare lo spirito enciclopedico di Stalin, la sua grande forza come uomo di scienza.

Stalin ha costruito il socialismo in una sesta parte del mondo. Quest’opera gigantesca che non ha nulla a che fare con le costruzioni immaginarie e romanzesche dei sociologi del secolo scorso si è realizzata con il concorso di milioni di uomini. Alla realizzazione di quest’opera hanno confluito tutte le attività degli uomini che hanno trasformato la steppa, deviato il corso dei fiumi, costruito l’industria pesante, meccanizzata l’agricoltura, elettrificato il paese, applicata la chimica, utilizzata l’energia atomica, organizzati i migliori cittadini nel partito comunista, insegnata la storia del Partito comunista bolscevico. Si tratta di attività diverse e complesse: le une hanno oggetto la natura, le altre hanno per oggetto gli uomini. Stalin che ha diretto questo gigantesco movimento ha dovuto presiedere ed occuparsi di queste attività che presuppongono la conoscenza dell’economia, della storia, delle scienze naturali.

L ‘economia, la storia, le scienze naturali costituiscono nella società socialista gli elementi di una scienza fondamentale: la scienza dell’edificazione del socialismo, la scienza definita da Stalin « della vittoria del comunismo ».

Il rigore scientifico staliniano è un rigore completamente e coscientemente obbiettivo che rimane sempre fedele allo scopo che la realtà pone e che solo mette in moto l’azione trasformatrice della classe operaia e dei lavoratori. Qui sta il segreto dell’efficacia della politica staliniana, qui sta il segreto delle grandi vittorie conseguite da Stalin e dal Partito comunista dell’Unione Sovietica, qui sta l’origine e la spiegazione dell’immenso contributo portato da Stalin allo sviluppo della dottrina marxista in ogni campo e allo sviluppo della stessa scienza militare. Tra gli scritti qui raccolti ve ne sono alcuni di sommo interesse per quanto riguarda lo studio delle cose militari. Nella lettera in risposta al colonnello Razin Stalin critica con grande maestria la dottrina militare di Clausewitz considerata prima d’allora nel campo borghese l’espressione più alta della scienza militare.

« Non si può progredire – scrive Stalin – e fare progredire la scienza senza sottoporre ad un esame critico le tesi e le opinioni invecchiate delle autorità famose. Ciò vale non soltanto per le autorità nell’arte militare, ma anche per i classici del marxismo ».

Secondo Stalin, il Clausewitz era propriamente il rappresentante del periodo manifatturiero della guerra, mentre ora abbiamo il periodo meccanizzato della guerra. Sarebbe ridicolo, afferma Stalin, prendere ora lezioni da Clausewitz. È comprensibile come per molto tempo gli scrittori militari borghesi si siano richiamati e si richiamino tutt’ora spesso a Clausewitz per giustificare la loro strategia e la condotta delle loro guerre. Enumerando gli elementi che caratterizzano la guerra, Clausewitz pone tra i più importanti « l’ignoto e la casualità », trattando dei fattori che decidono dell’esito di una guerra; Clausewitz oltre a richiamarsi all’ignoto e alla casualità vi aggiunge la fortuna e la sfortuna.

Queste tesi antiscientifiche e reazionarie servono a spiegare la strategia megalomane e avventuriera di Hitler e di Mussolini che si basano sulla completa ignoranza di qualsiasi legge obbiettiva. I fascisti pensavano di poter fare tutto ciò che volevano: nella loro sfrenata ambizione pensavano di poter soggiogare il mondo. Tali concezioni, anche se appoggiate sulle teorie di Clausewitz, non potevano che portare i generali hitleriani alla sconfitta.

Nel discorso agli elettori di Mosca ed in alcuni proclami all’Esercito rosso pubblicati in questo volume, Stalin traccia un bilancio della guerra vinta dall’Unione Sovietica con un’analisi approfondita che non si limita ad alcune considerazioni generali sui risultati principali, ma va concretamente al fondo delle cose mettendo in luce tutti gli elementi atti a spiegare ed a far comprendere i motivi, il significato della grande vittoria sovietica e la sua portata storica. In questa analisi vi è la dimostrazione che una simile vittoria sarebbe stata impossibile senza il regime sociale sovietico che ha provato così la sua forza e la sua superiorità sul regime capitalista; la vittoria sarebbe stata impossibile senza il partito comunista, non sarebbe stata possibile senza una lunga, preliminare preparazione di tutto il paese alla difesa attiva.

L’attaccamento del popolo sovietico alla patria socialista, il coraggio e l’eroismo da soli non sarebbero bastati, sarebbero stati insufficienti a conquistare la vittoria. L’Unione Sovietica alla vigilia della guerra disponeva già del minimo indispensabile di risorse materiali occorrenti per sostenere l’urto dell’aggressore, per batterlo e sconfiggerlo in pieno. E questo grazie soprattutto alla genialità, alla preveggenza di Stalin ed alla sua impostazione di quei piani quinquennali che crearono le condizioni per la difesa, la controffensiva e la vittoria del grande paese del socialismo.

In base a quei piani uno dei più arretrati paesi agricoli fu trasformato nel corso di tredici anni in un grande paese industriale, nel paese economicamente e socialmente più sviluppato del mondo.

Stalin dimostra come il metodo sovietico di industrializzazione si differenzia completamente dal metodo di industrializzazione capitalista. A differenza dei paesi capitalisti, Stalin e il Partito comunista dell’Unione Sovietica cominciarono ad industrializzare la nazione, sviluppando prima, malgrado le grandi difficoltà, l’industria pesante.

In quest’opera grandiosa Stalin e il partito comunista incontrarono l’opposizione non solo « degli uomini arretrati che rifuggono sempre da tutto ciò che è nuovo », ma anche di molti comunisti in vista del partito che, spaventati dalle difficoltà, privi di sufficiente fiducia nelle proprie forze, nelle capacità creative e di lotta del popolo arretrarono e cercarono di trarre sistematicamente indietro il partito. Stalin ed il Partito comunista dell’Unione Sovietica « non cedettero né alle minacce degli uni, né ai lamenti degli altri e nonostante tutto andarono avanti sicuri ».

Grande lezione questa per i comunisti di tutti i paesi, grande lezione sulla necessità assoluta per ogni partito comunista di non sottovalutare mai le proprie forze, di non lasciarsi superare dalla situazione, intimidire dal nemico, di non mettersi mai al rimorchio degli elementi arretrati, di non temere di andare se necessario contro corrente, di mantenere sempre in ogni situazione la posizione di avanguardia, di forza dirigente.

In questi, come in tutti gli altri scritti di Stalin, rifulge la sua immensa fiducia nelle capacità creatrici della classe operaia. Nelle grandi come nelle piccole occasioni, si tratti di un brindisi in occasione di una festa, oppure di un rapporto ad un congresso, di una direttiva o di un appello al paese, il suo pensiero è sempre rivolto al popolo ed alla parte più umile del popolo « agli uomini semplici, ordinari e modesti, alle viti della nostra immensa macchina statale, in tutti i campi della scienza, della economia e della guerra. Essi sono numerosi, il loro nome è legione, sono decine di milioni. Sono uomini modesti, di cui nessuno scrive, non hanno grandi incarichi o gradi elevati, ma sono essi che ci sostengono come le fondamenta sostengono l’edificio ».

Rifulge in questi scritti l’immensa fiducia di Stalin nella vittoria del comunismo, la fedeltà ai principi, la forza schiacciante della sua logica, l’entusiasmo e l’ardore del combattente, del creatore, la volontà inflessibile che fa sormontare tutte le difficoltà, la fermezza dell’acciaio che le prove più dure non possono intaccare; in questi scritti emergono la sua calma, la sua energia, la sua umanità, il talento dell’organizzatore che sa unire il pensiero all’azione e trarre vantaggio da ogni possibilità, la vigilanza rivoluzionaria, la lotta implacabile da lui condotta contro tutti i nemici del popolo, soprattutto emerge il suo genio rivoluzionario. Le grandi epoche storiche creano i loro geni. Noi non possiamo concepire il movimento operaio senza Marx ed Engels, non possiamo pensare alla Rivoluzione d’Ottobre, alla costruzione del socialismo, senza Lenin e Stalin.

La teoria marxista è la grande forza dei comunisti: essa porta alla conoscenza delle leggi dello sviluppo della società, ma non è di tutti – sulla base di tale conoscenza – comprendere giustamente la complessità dei fenomeni della vita sociale, gli intricati legami e i rapporti tra questi fenomeni, non è dato a tutti saper prevedere scientificamente lo sviluppo degli avvenimenti non solo del momento presente, ma soprattutto del futuro.

Stalin ha detto di Lenin: « Nel momento delle svolte brusche indovinava il movimento delle classi, i tratti essenziali della rivoluzione come se li leggesse sul palmo della mano ».

La stessa cosa può dirsi di Stalin. Egli, come Lenin, ci ha dato degli esempi insuperabili di applicazione della dialettica marxista, di geniale previsione. La sua vita è un susseguirsi di previsioni scientifiche, di epiche lotte, di grandi vittorie.

Nel luglio 1926, al VI Congresso del partito bolscevico vi era chi affermava, richiamandosi al marxismo, che solo dopo la conquista del potere nei paesi occidentali la Russia avrebbe potuto marciare sulla grande strada del socialismo. Stalin combattè decisamente tale tesi: «Non è escluso, egli disse, che sia invece la Russia ad aprire la strada al socialismo. Bisogna respingere la vecchia idea che solo l’Europa può indicarci la strada. Esiste un marxismo dogmatico e un marxismo creatore. Io mi schiero sul terreno di quest’ultimo» .

In questa affermazione si rivela tutta la forza del compagno Stalin che al fuoco delle grandi battaglie dei lavoratori dell’Unione Sovietica e di tutti i paesi ha sviluppato ed arricchito la dottrina del marxismo-leninismo.

Nell’ottobre del 1917 Stalin fu con Lenin decisamente per l’insurrezione. Altri sostenevano che la situazione non era matura, che le masse non volevano la lotta, che in quelle condizioni sarebbe stato grave errore porre il problema della conquista del potere da parte del proletariato, ecc. ecc.

La decisione e la fermezza di Lenin e di Stalin in quell’occasione ebbero un peso inestimabile sullo sviluppo della storia e sull’avvenire del socialismo. La pace di Brest-Litovsk, firmata dai bolscevichi dopo una lotta accanita di Lenin e di Stalin contro coloro che non la volevano firmare, salvò l’Unione Sovietica in pericolo. Il prevalere del punto di vista degli oppositori avrebbe significato la sconfitta della repubblica dei Soviet.

Nel 1925, nel momento in cui altri capitolavano di fronte alle difficoltà e sostenevano l’impossibilità di costruire il socialismo nell’Unione Sovietica, Stalin seppe indicare con chiarezza la via da seguire, « È impossibile costruire, disse egli allora, senza sapere ciò che si costruisce. Non si può avanzare di un passo senza conoscere il senso degli avvenimenti. La questione della prospettiva è il problema più importante del nostro partito. Costruiamo noi il socialismo oppure lavoriamo a caso, alla cieca? Non si può costruire senza dare una risposta chiara a questa questione ».

Stalin diede una risposta chiara e positiva: l’economia socialista poteva e doveva essere edificata nell’Unione Sovietica. Ancora una volta Stalin ebbe ragione: la vittoria del socialismo in un solo paese è oggi un fatto compiuto. Grazie alla preveggenza di Stalin l’Unione Sovietica marcia a grandi passi verso la realizzazione della società comunista.

Nel 1927, nel momento in cui le grandi teste dell’economia borghese esaltavano la stabilità del capitalismo, parlavano anzi di una nuova fase di fioritura del capitalismo, Stalin metteva invece in luce le contraddizioni della stabilizzazione, ne sottolineava il carattere relativo, parziale, vacillante e annunciava l’imminenza di una grave crisi.

« …dalla stabilizzazione stessa, dal fatto che la produzione cresce, dal fatto che il progresso tecnico e le possibilità produttive si sviluppano mentre il mercato mondiale, i suoi limiti e le sfere d’influenza dei singoli gruppi imperialisti rimangono più o meno stabili, da questo fatto per l’appunto si sviluppa la più profonda e acuta crisi del capitalismo mondiale, crisi gravida di nuove guerre e minacciante l’esistenza di qualsiasi stabilizzazione ».

Due anni dopo la previsione di Stalin era confermata in pieno. Nel 1929 scoppiava la grave crisi economica e politica del 1929-1934 che, sviluppatasi sul terreno della crisi generale del capitalismo, scosse le fondamenta di tutto il sistema capitalista.

Infine Stalin seppe prevedere la guerra e preparare l’Unione Sovietica a fare fronte all’attacco del nemico ed a sconfiggere il fascismo. Nessun altro uomo di Stato, nessuno dei luminari dei paesi cosiddetti democratici seppe, neppure lontanamente, fare qualcosa di simile. Al contrario, con la politica di Monaco, portarono i loro paesi al disastro militare ed alla rovina. Mentre il 30 settembre del 1938 Chamberlain tornando da Monaco proclamava trionfalmente: « Io vi porto la pace e credo sia la pace per la nostra epoca », Stalin affermava invece ( XVIII Congresso del P.C. dell’Unione Sovietica): « La nuova guerra imperialista è diventata un fatto. La guerra è inesorabile, non c’è velo che possa nasconderla ». Mettendo in rilievo tutta la perfidia e la criminalità della politica di Monaco, Stalin ammoniva i sostenitori di tale politica che « il loro pericoloso giuoco poteva terminare con un loro grave fallimento». E così fu; anche questa volta Stalin previde giusto.

Nel suo discorso del 3 luglio 1941, quando gli eserciti fascisti di Hitler avevano invaso l’Unione Sovietica, occupata la Lituania, una parte della Lettonia e dell’Ucraina, quando molti dubitavano, Stalin previde in maniera geniale l’andamento della guerra, enunciò le condizioni della resistenza, impartì le direttive che servirono a mobilitare tutte le forze e a schiacciare il nemico.

Di fronte alla confusione ed allo smarrimento dei partiti borghesi e dei loro capi che marciano a tentoni, senza prospettive, incapaci di prevedere un qualsiasi avvenimento, Stalin ha sbalordito il mondo con le sue geniali previsioni, con le grandi vittorie del socialismo nell’Unione Sovietica e negli altri paesi.

Stalin ha conquistato la fiducia, l’affetto di centinaia di milioni di uomini che vedranno sempre in lui l’immortale gigante della costruzione del socialismo, il difensore intrepido della pace, la guida sicura dei lavoratori.

Egli ha arricchito notevolmente il marxismo in estensione ed in profondità perchè seguendo la celebre indicazione data da Lenin non ha mai considerato la « teoria di Marx come una cosa compiuta ed intangibile »: era convinto al contrario che « essa ha solo posto le pietre angolari di quella scienza che i socialisti devono spingere avanti in tutte le direzioni se non vogliono lasciarsi distanziare dalla vita ».

Stalin ha sviluppato il marxismo-leninismo nel periodo dell’imperialismo morente, nel periodo della costruzione del socialismo e del comunismo. Ha risolto dei problemi economici, politici, militari, giuridici di fronte ai quali nessun dirigente della classe operaia si era mai trovato. Ha allargato il campo della dottrina marxista perchè ha dovuto affrontare e saputo risolvere problemi nuovi quali, ad esempio, la teoria dello Stato e della società socialista, la teoria della collettivizzazione delle terre, la teoria della pianificazione, la teoria della strategia e della tattica politica e militare, la teoria dei rapporti internazionali e della nuova diplomazia, ecc. ecc.

Nei documenti qui pubblicati, come in tutti gli scritti di Stalin non manca mai la critica e l’autocritica: l’arma fondamentale per lo sviluppo del partito ed il rafforzamento del movimento democratico.

« Il nostro governo ha commesso non pochi errori – afferma nel brindisi al popolo russo, – 24 maggio 1949 – vi sono stati momenti nel 1941-42 in cui la situazione era disperata, in cui il nostro esercito ritirandosi abbandonava villaggi e città… ».

E nel suo discorso agli elettori di Mosca del 9 febbraio 1946 egli invita i cittadini sovietici a giudicare in quale misura il partito ha lavorato e lavora bene, egli batte in breccia l’errata tesi di coloro che sostengono che i vincitori non bisogna giudicarli, « I vincitori, egli afferma, si possono e si devono giudicare, si possono e si devono criticare e controllare. »

Questo volume si chiude con il discorso entusiasmante tenuto da Stalin al XIX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica.

Alla luce della teoria rivoluzionaria, nello spirito dell’interna zionalismo, Stalin in questo discorso ha indicato a tutti i comunisti l’unità grandiosa degli obiettivi nazionali ed internazionali dei partiti comunisti ed operai di tutti i paesi, ha dimostrato che l’appoggio dato dai partiti comunisti degli altri paesi alle aspirazioni pacifiche del Partito comunista dell’Unione Sovietica è nello stesso tempo un appoggio dato ai loro rispettivi popoli nella lotta per il mantenimento della pace. Stalin ha chiarito per tutti i partiti comunisti, la via da seguire per conquistare la vittoria, per diventare la forza dirigente delle loro nazioni. Rivolgendo ai partiti comunisti un saluto che era nello stesso tempo un appello e monito il compagno Stalin ha detto:

« La bandiera delle libertà democratico-borghesi, la borghesia l’ha buttata a mare; io penso che tocca a voi, rappresentanti dei partiti comunisti e democratici, di risollevarla e portarla avanti, se volete riunire attorno a voi la maggioranza del popolo. Non vi è nessun altro che la possa levare in alto… ».

Questa preziosissima indicazione lasciataci da Stalin, quasi a testamento, alcuni mesi prima della sua morte è diventata per noi un impegno solenne. In ogni momento Stalin ha saputo indicare l’anello principale della catena al quale aggrapparci ed il modo per trascinare tutta la catena.

Sappiamo che la nostra lotta non è facile, sarà ancora lunga e dura perchè il grande capitale è deciso a tradire la patria ed a commettere tutti i delitti pur di salvare i suoi privilegi; ma sappiamo pure che la strada indicataci da Stalin è quella giusta e che per questa strada sapremo conquistare la vittoria.

I comunisti italiani alla testa della classe operaia e del popolo sapranno mantenere l’impegno assunto nel giorno dei funerali di Stalin, lotteranno con tutte le loro energie, unitamente a tutte le forze democratiche per la difesa delle libertà, per spezzare l’offensiva reazionaria, per dare all’Italia un governo di pace, un governo che assicuri al paese l’indipendenza ed un migliore avvenire. Stalin è morto ma la sua opera vive immortale. Il suo insegnamento guiderà sempre, quale bandiera invincibile, i comunisti di tutto il mondo. Ovunque vive un partito comunista, Stalin vive.

[1] Il volume è reperibile all’indirizzo: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=49121135

[2] Ripreso anche in L’URSS e la seconda guerra mondiale. Perchè ha vinto l’Armata Rossa, Associazione Stalin, Strumenti n.2

 

 

Pietro Secchia – 10-11 novembre 1961

Riunione del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo del PCI

[Da “Il PCI e lo stalinismo. Un dibattito del 1961” a cura di Maria Luisa Righi, Editori Riuniti, Roma, ottobre 2007, pp. 239-249]

Al punto cui è giunta la discussione, le cose che dovevano essere det te, che stavano nell’animo di tutti o di molti di noi, sono già state det te nel rapporto del compagno Togliatti, e, molto ampiamente, da tutti i compagni intervenuti. Anzi, a questo punto mi sembra che non si tratti più tanto di dire, quanto di trarre alcune conclusioni (non sarò certo io a trarle) se non definitive, quanto meno indicative di come procedere, di come andare avanti nell’affrontare i molti problemi che sono stati posti, e di peso non indifferente. Anche se non partiamo dall’anno zero e neppure siamo alla vigilia del giudizio universale.

In questo momento io non mi preoccuperei, non ho il timore espo sto dal compagno Amendola, che si crei il «fronte unico». Intanto: il «fronte unico» di chi? Qui non siamo nella sezione di Rocca Priora o di Acilia.

Sarebbe forse un male che compagni che in questi anni, negli anni passati, hanno avuto, su determinati problemi, posizioni diverse, di vergenti ora si trovino per intanto d’accordo sulla necessità di ricerca re e stabilire nuove forme di collaborazione e di rapporti con gli altri partiti comunisti, basati sull’internazionalismo proletario e su principi (perché senza principi non ci può essere né movimento, né lotta, né unità di alcun genere) ma non più su un’unità e unanimità fittizia? Che ci sarebbe di sbagliato se ci fosse per intanto l’accordo sulla necessità di rinnovare decisamente, [di] democratizzare la vita interna del nostro partito? Perché, senza rinchiuderci nel provincialismo, è soprattutto nel nostro partito, è in Italia che possiamo e dobbiamo pertanto operare.

Verrebbe per intanto da dire che i fatti, gli avvenimenti, i dibattiti di questi anni non sono passati invano; verrebbe da dire che vi è stato un processo che ha agito su tutti noi, su tutti i comunisti italiani: ecco la grande forza del XX e del XXII Congresso. Ecco la forza della vita, della realtà che ancora una volta è stata più verde e più possente di ogni teoria.

Che male c’è, se tutti oggi desiderano gustare il vino nuovo, ine briante, della libertà, che ieri c’è stato qui cantato e non soltanto dal compagno Amendola? Quando si trova una unità reale tra comunisti e su problemi im portanti, non credo si debba subito avere il timore di non poter più ti rare pugni e calci. I problemi da dibattere, i motivi del contendere non mancheranno certo perché sorgono dalla vita e dalla lotta che ogni giorno dobbiamo condurre contro gli avversari, contro i nemici nostri per riuscire ad andare avanti.

Per intanto è stato utile, positivo, che in questo Ce più che a pen sare a rispondere alla campagna scandalistica degli avversari, ai quali nessuno di noi ha difficoltà a rispondere, pensassimo a non eludere le questioni e a dare risposte chiare agli operai, ai contadini, agli intellet tuali, ai milioni di lavoratori italiani, agli uomini semplici che hanno creduto, che credono in noi, che hanno fiducia nel nostro partito. Dobbiamo pensare al loro travaglio, alle loro amarezze, alle loro sof ferenze che furono le nostre di sette o otto anni fa, quando abbiamo saputo, quando alcuni anni prima del XX avevamo saputo alcune rive lazioni che erano state sufficienti a farci intuire tutto il resto che stava dietro.

Allo stesso modo, noi comprendiamo come il compagno Chruscév abbia ritenuto necessario, utile dire apertamente a tutto il popolo so vietico l’amara verità, chiara e nuda; perché gli aggiustamenti, le dissi mulazioni, le intese particolari tra consorterie servono soltanto (la pra tica lo ha dimostrato) a creare confusione e non aiutano a correggere, a superare, ad andare avanti. Così però anche i compagni sovietici de vono comprendere che noi non possiamo limitarci a dire, a ripetere ciò che essi hanno detto o a fare ciò che essi hanno fatto.

Sappiamo che, senza dubbio, i congressi di partito non sono dei consessi storici e che si propongono di raggiungere determinati obiet tivi politici; e ciò ha portato i compagni sovietici a porre in luce, assie me al programma ventennale, gli errori, le brutture, il male del passa to, tutta quella parte che dev’essere condannata senza esitazione.

Ma noi, pure, abbiamo delle esigenze politiche e morali, noi abbia mo a che fare con milioni di giovani che non conoscono il passato, la storia dell’Unione Sovietica, dell’Internazionale comunista e del no stro partito; e noi abbiamo il diritto e il dovere di dire che non è stata affatto solo una storia di errori e di delitti. Non possiamo cioè mettere in luce soltanto quegli aspetti.

E se per gli obbiettivi che il compagno Chruscév si proponeva, ha ritenuto di dover sottolineare in particolar modo errori e delitti, la sciando in ombra quanto di positivo e di grande in passato è stato co struito – e ciò per non attenuare la denuncia, la gravità di quegli erro ri -, noi però, nella nostra situazione, quando parliamo di quegli erro ri e di quei delitti non possiamo mai limitarci soltanto a quella parte, ma dobbiamo sempre mettere in rilievo e non lasciare in ombra o sot tintesa la parte positiva.

Ha fatto bene perciò il compagno Togliatti, nel suo rapporto, a sot tolineare quanto di grande è stato costruito nell’Unione Sovietica dal la Rivoluzione d’Ottobre. Ed ha fatto bene a richiamare quanto aveva scritto su Nuovi Argomenti. Certo, oggi non possiamo limitarci a ri confermare le posizioni contenute nell’intervista di Nuovi Argomenti. Sono passati cinque anni, siamo andati avanti nel mondo, la vita non si è fermata e mentre salutiamo lo slancio che ci viene dal XXII Con gresso e approviamo senza riserve le sue decisioni fondamentali, ab biamo anche il dovere di dire ai compagni sovietici, fraternamente, ciò che pensiamo non soltanto del mutamento di nome di una città, ma anche del modo come determinati problemi sono stati posti, dei limiti che ci appaiono, della necessità che si vada più a fondo e non tanto o non soltanto per spiegarci storicamente il passato, ma per estendere la democrazia nel presente, per fare funzionare veramente tutti gli or ganismi strutturali della società sovietica e, se necessario, crearne di nuovi. Ciò che conta è andare avanti.

Noi tutti vogliamo andare avanti, ma è proprio perché gli errori gravi e i metodi del passato devono essere superati, è proprio perché quegli errori non devono ripetersi mai più che non possiamo limitarci ad accogliere ogni cosa senza porci i problemi che giustamente sono stati posti in una parte del rapporto del compagno Togliatti e molto ampiamente negli interventi che si sono susseguiti.

Nel giugno 1956 discutendo di questi problemi, riconoscemmo apertamente (rapporto Togliatti al Ce) la nostra corresponsabilità nel-l’aver accettato senza critiche determinate teorie, e di avere introdotto nella nostra propaganda il culto della personalità di Stalin. La nostra corresponsabilità è più ampia e consiste, ad esempio, nel costume che da quel culto era derivato di non avanzare mai alcuna riserva, di non esprimere apertamente la nostra opinione su determinate questioni (sulle quali magari riserve c’erano) che avevano la loro importanza per l’avvenire del movimento comunista e operaio internazionale.

Quando si trattò ad esempio di condannare il Partito comunista ju goslavo, ci dichiarammo pienamente d’accordo. In seguito, quando i compagni sovietici riconobbero che quello era stato uno dei più gravi errori commessi da Stalin, anche noi concordammo pienamente con tale riconoscimento. Il che deve insegnarci che se vogliamo portare un contributo serio al movimento operaio internazionale, non dobbiamo esitare in certi momenti a esprimere apertamente, anche ai dirigenti del Pcus, il nostro pensiero sulle questioni che ci preoccupano o sui problemi sui quali la nostra opinione non coincide con la loro.

Il nostro internazionalismo proletario, il nostro attaccamento all’U nione Sovietica e il pieno riconoscimento della funzione cui assolve nel mondo, sono tali che possiamo esprimere, quand’è necessario, chia ramente il nostro pensiero perché questo non implica affatto un’atte nuazione dei nostri rapporti o il venir meno di una fiducia che è basa ta non tanto sugli uomini (di ieri e di oggi) che passano, ma è basata su di una scelta storica che abbiamo fatto quando siamo diventati co munisti e quando sulla scena del mondo sorse il primo stato socialista.

Né può stupirci che pur avendo il XXII del Pcus per obbiettivo prin cipale la discussione di quel grandioso programma per la costruzione del comunismo, l’attenzione non soltanto degli avversari, ma anche dei comunisti e di tutto il movimento operaio, almeno da noi in Occi dente, sia stata attratta da problemi che potevano sembrare secondari, ma non lo sono se il XXII Congresso ha ritenuto necessario, indispen sabile ritornare, e in modo clamoroso, sulle rivelazioni di quella lunga serie di ingiustizie, di errori e di delitti commessi nell’Unione Sovieti ca da un uomo e da gruppi di uomini nel periodo cosiddetto del culto della personalità.

Ma ciò che ha colpito e sorpreso è che vi si sia ritornati con lo stes so metodo, nello stesso modo di cinque anni fa. Non erano mancate osservazioni, rilievi critici, avanzati dai partiti comunisti di diversi pae si, avanzati dal Partito comunista italiano e in modo particolare dal compagno Togliatti. In quale conto se n’è tenuto?

Giustamente al XX Congresso il compagno Chruscév aveva messo in rilievo come i fautori del culto della personalità «ignorassero la fun zione del pensiero collettivo e la funzione dei partiti fratelli nello svi luppo della teoria rivoluzionaria, la funzione dell’esperienza collettiva delle masse. C’era soltanto la creazione di un singolo o di alcuni. Il so lo compito degli altri mortali – aggiungeva Chruscév – era quello di assimilare e polarizzare le creazioni di questi singoli».

Noi concordavamo e concordiamo pienamente con queste osserva zioni, ma proprio per questo siamo sorpresi che ancora una volta la denuncia non sia stata accompagnata da una indagine storica che por ti a una spiegazione marxista del modo come a quel sistema si giunse, che porti a metterne in luce le cause. La ricerca delle cause degli errori, dei delitti, dei fenomeni di dege nerazione deve andare da ciò che è fondamentale della società, al par ticolare, a ciò che è prodotto dalle circostanze, dal sistema agli organi smi e alle persone che agirono e agiscono in quel sistema, che vi furo no alla testa con tutte le loro passioni, senza mai dimenticare come ci ha insegnato il Labriola che occorre:

“comprendere l’intreccio e il complesso nella sua intima connessio ne. Si tratta di vedere quei determinati uomini mossi da certi inte ressi, spinti da certe passioni, premuti in certe circostanze, con tali disegni, con tali propositi che operano con tale aspettazione, per tale illusione propria o per tale inganno altrui, che martiri di sé o degli altri vengono in aspra collisione e si elidono a vicenda: ecco la storia effettuale della Rivoluzione francese”. [Antonio Labriola, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare del 1896 ora in Id., Scritti filosofici e politici, a cura di Franco Sbarberi, vol. II, Torino, Einaudi, 1973, p. 625] .

Ciò di cui sentiamo la mancanza o l’insufficienza è il tentativo di af frontare, come diceva nel 1956 il compagno Togliatti, «i problemi veri che sono del modo e del perché la società sovietica potè giungere a certe forme di allontanamento dalla via democratica e dalle legalità e persino di degenerazione».

Dal quadro che il compagno Chruscév ci ha fatto, segretamente, al XX Congresso e apertamente, spalancando le finestre al XXII, una cosa risulta chiara: che il partito bolscevico è stato decimato e soprattutto nei suoi quadri superiori e anziani, più ancora che decimato è stato sterminato. A quale scopo era necessario operare quel rinnovamento cosi cruento? Quali ne furono le cause? Noi respingiamo la tesi che tutto quanto avvenuto fosse necessario per creare il regime socialista. Perciò condividiamo la critica ai gravi errori commessi e la condanna dei delitti denunciati, avvenuti nel periodo in cui trionfava il culto del la personalità.

Che la rivoluzione proletaria dovesse spezzare, stritolare la macchi na, la struttura del vecchio stato, era sempre stata opinione di tutti i comunisti, ma com’è potuto accadere che assieme alla vecchia macchi na statale siano stati stritolati anche molti, troppi comunisti? La sola denuncia non è sufficiente a spiegare né i delitti di ieri, né le requisito rie di oggi.

Non è possibile comprendere ciò che oggi esiste nell’Unione Sovie tica, il grado di sviluppo raggiunto dalla società sovietica senza aver chiaro com’è sorto, attraverso quali difficoltà e quali contraddizioni, ciò che oggi esiste. Non possiamo abbandonarci a spiegazioni psicolo giche, moraliste, individuali senza scivolare nel misticismo e restare ancora invischiati sul terreno del culto della personalità.

Il metodo marxista ci obbliga a partire dai fatti concreti, dagli av venimenti senza dubbio complicati e complessi, dalle condizioni na zionali e internazionali in cui operarono le forze proletarie per conqui stare il potere in Russia e dalla lotta che si svolse dopo, tra forze socia li contrapposte per arrivare a costruire il socialismo in un solo paese, in una Russia accerchiata, circondata, minacciata, aggredita dagli im perialisti come lo fu, e non una sola volta e nel 1941 da forze tali che si ponevano l’obbiettivo di distruggere il regime sovietico.

Certo, dal XX Congresso ad oggi dei passi in avanti sono stati fatti e nel Pcus e in altri partiti comunisti nella direzione del ritorno a una vita democratica normale. Ma questi passi non ci sembrano ancora sufficienti e certe volte si ha l’impressione che vecchi errori persistano e ricompaiano in forme nuove. Agli errori, alle ingiustizie più gravi, alle fucilazioni degli opposito ri nell’Unione Sovietica non si arrivò di colpo, fu un processo abba stanza lungo. Le fucilazioni, le false accuse, la liquidazione anche fisi ca di chi non condivideva la linea politica del partito fu il punto d’ar rivo, non fu il punto di partenza. Orbene, se si vuole, dopo averlo chi rurgicamente strappato, perché il cancro non rinasca, non ci si può li mitare a condannare le fucilazioni e a non fucilare più coloro che han no opinioni politiche diverse da quelle della maggioranza: occorre ri salire alle radici, alle cause del male, occorre che i partiti comunisti facciano altri passi decisivi nella restaurazione piena del costume di vi ta democratico.

Il male nell’Urss non cominciò negli anni 1936-38, ma assai prima, forse dieci anni prima, quando divenne difficile, poi impossibile alle minoranze sostenere apertamente le loro opinioni nel partito e negli organi dirigenti di cui facevano parte, quando venne introdotto nel Pcus il costume della unanimità, quando coloro che restavano mino ranza, anche se disciplinati e attivi nell’applicare la linea politica, veni vano tolti da tutti gli organismi dirigenti. Poi l’eliminazione dagli orga nismi dirigenti non bastò più, cominciarono ad applicare le misure amministrative e via via arrivarono alle deportazioni, agli arresti, alle fucilazioni eccetera. Naturalmente sappiamo che non tutto fu delitti e ingiustizie, sap piamo che non si trattò di un fenomeno complicato dove l’azione del nemico si intrecciava e spesso si confondeva con l’azione di chi, pur essendo oppositore a una politica in un certo momento prevalente, tuttavia non era un avversario, un nemico del partito, ma un comuni sta sincero e onesto anche se con posizioni politiche errate.

Lo sappiamo bene che a certi metodi si arrivò non soltanto per cat tiveria, malvagità e ignoranza di singoli, ma perché premevano e agi vano situazioni interne ed esterne, nemici interni e nemici esterni, per ché spesso le opposizioni ricorsero a mezzi di lotta inammissibili, e an che perché in certi casi vi furono errori di scelte nel risolvere determi nati problemi.

Ricordiamo tutti il periodo in cui lo stesso Stalin si opponeva vigorosamente all’introduzione nel partito dei metodi che egli chiamava della ghigliottina (vedi rapporto Stalin al XIV Congresso del Pcus, 18 dicembre 1925).

Il male cominciò quando nell’Unione Sovietica e nel Pcus venne a mancare, sia pure per cause diverse – specie negli organismi dirigenti superiori – la possibilità di una dialettica interna, non vi era più la pos sibilità di alternativa, di un ricambio normale del gruppo dirigente.

Né a creare la possibilità dell’alternarsi dei gruppi dirigenti sono sufficienti determinate norme statutarie e organizzative. E’ necessario ricreare un costume nuovo, una mentalità nuova; la coscienza democratica deve esprimersi nelle norme statutarie di partito, ma la dobbia mo soprattutto portare dentro di noi. E occorre, a parer mio, ritornare anche a una rivalorizzazione dei principi della teoria marxista-leninista. Se ciò che conta sono soltanto le posizioni contingenti, se i principi non contano o hanno scarsa im portanza, allora inevitabilmente l’alternativa democratica normale, fondata su di una base sana non ci sarà, ma sarà ancora possibile nei partiti comunisti, com’è avvenuto in passato, che certi gruppi diri genti di certi partiti lottino per restare sempre e comunque alla testa, per realizzare qualunque politica, magari quella del contraddittore battuto.

Noi abbiamo sempre concepito il partito come l’organizzazione po litica d’avanguardia della classe operaia e di tutti i lavoratori, come una organizzazione che presuppone degli uomini e degli organismi di rigenti, ma che non si identifica mai né con un uomo, né con un orga nismo dirigente e neppure con una linea politica che per quanto giu sta è sempre contingente.

Occorre abbandonare nella vita interna dei partiti comunisti certi sistemi artificiali che anziché rinforzare l’unità, la coesione del partito acutizzano e consolidano i dissensi, sterilizzano la circolazione delle idee, l’iniziativa dei compagni, la vitalità piena del partito e di tutti i suoi organismi dirigenti.

Un anno fa di questi giorni, quando discutemmo della risoluzione degli 81 partiti comunisti, sottolineando la forza del movimento co munista internazionale, mettemmo l’accento soprattutto sulle nostre preoccupazioni per l’unità del movimento comunista e operaio inter nazionale, e insistemmo sulla assoluta necessità di mantenere l’unità del movimento comunista e operaio internazionale.

«Quest’unità – è detto nella risoluzione – è la condizione impre scindibile per la vittoria: nella lotta per l’indipendenza nazionale, per la democrazia, la pace, nella lotta per il socialismo. La violazione di questi principi condurrebbe all’indebolimento delle forze del comunismo».

Ora, in che misura dal XX Congresso ad oggi e dalle due conferen ze internazionali dei partiti comunisti, quella del novembre 1957 e del dicembre 1960, si è lavorato da parte di tutti i partiti comunisti per rafforzare quest’unità? Nessuno di noi ha dei dubbi, credo, sugli erro ri di certe tesi sostenute da partiti comunisti di altri paesi, sulla neces sità della critica a quelle tesi sbagliate. Il nostro partito ha assunto in proposito posizioni chiare e precise che sono sancite da documenti e risoluzioni votate dal nostro Comitato centrale.

Siamo pure concordi, ritengo, nel condannare certi metodi ripro vevoli e inammissibili che vengono impiegati in Albania, come a suo tempo sono stati anche impiegati in Jugoslavia e in altri paesi. Questi sistemi devono essere condannati in qualunque paese socialista venga no applicati. Ma non basta deplorare e condannare i sistemi inammis sibili, sino a quando ci limitiamo a questo, noi non andiamo al di là delle denunce che possono soltanto turbare le coscienze dei comunisti onesti, ma non poniamo mano ad alcun rimedio.

Il rimedio era stato trovato, o si credeva di averlo trovato nella de cisione presa a suo tempo e cioè che, «nelle loro relazioni reciproche i paesi socialisti si uniformano ai principi di piena eguaglianza, di ri spetto dell’integrità territoriale, dell’indipendenza e sovranità statale, nel non intervento negli affari interni», ecc. ecc.

La pratica ha dimostrato che la soluzione non è ancora stata trova ta e concordo con il compagno Pajetta quando dice che è una illusio ne quella di certi compagni che pensano sia sufficiente incontrarsi, se dere attorno a un tavolo e discutere fraternamente, perché l’accordo sia facilmente trovato. Ma mentre si cercano forme nuove di contatti e di collaborazione tra i partiti comunisti e operai, è necessario intanto che ci si renda con to da parte di tutti i partiti comunisti della necessità di essere uniti in tanto su tutte le questioni sulle quali l’accordo c’è.

Noi tutti riconosciamo, lo abbiamo sottolineato mille volte, la fun zione cui assolve l’Unione Sovietica nel movimento comunista e ope raio internazionale e proprio per questo al Pcus competono responsa bilità di primo piano non soltanto di fronte al popolo sovietico, ma di fronte al movimento comunista e operaio di tutto il mondo.

I compagni cinesi e di altri partiti possono avere posizioni errate, che noi non condividiamo, ma la responsabilità dell’unione del movi mento comunista internazionale ricade su tutti e tutti i partiti comuni sti e specialmente il Pcus debbono operare per mantenerla e rafforzar la. Ma poiché noi non possiamo pretendere di essere il centro dell’uni verso, ritengo che è compito nostro intanto pensare al nostro partito.

Intanto dobbiamo fare conoscere ai più, a quei milioni di lavorato ri italiani che attendono la nostra parola, che cos’è il Partito comuni sta italiano, com’è sorto, come si è sviluppato, attraverso quali discus sioni, quali lotte e quali esperienze.

La critica degli errori deve sempre essere accompagnata con l’e sposizione delle lotte positive condotte dal Pci. Perché molti giovani, molti lavoratori di oggi non conoscono il nostro passato. Su questo punto concordo con il compagni Vidali quando afferma che oggi mol ti giovani guardano ai vecchi compagni come a dei responsabili, a dei complici di crimini e di delitti. Guardano all’attività passata come a un’attività piena soprattutto di errori e perciò da condannare. Ora, si deve sapere che il nostro partito ha un passato positivo di cui possia mo giustamente andare orgogliosi. Senza quel passato, senza quelle lotte combattute durante quarantanni, senza l’attività di ieri il nostro partito non sarebbe quello che è oggi, non saremmo neppure qui a parlare, non avrebbe il peso che ha nella vita italiana e nel movimento operaio internazionale.

Noi respingiamo sdegnosamente l’affermazione di Nenni che cerca di coinvolgere nella condanna tutti i quarant’anni di vita dei partiti co munisti, parlando di «degenerazioni che accompagnarono 40 anni or sono il passaggio dal leninismo allo stalinismo». Non a caso parla di quarant’anni, perché questa data corrisponde agli anni di vita del nostro partito di cui egli cerca cosi di negare le ragioni storiche del suo sorgere, per cui tutto sarebbe stato sbagliato, il nostro partito avrebbe sbagliato sempre, avrebbe cominciato a sbagliare sin dal momento in cui è sorto.

Dobbiamo far conoscere il Pci e si deve sapere che per molti anni dalla sua fondazione in poi, e direi per quasi tutti gli anni della clande stinità, il Pci in Italia, nelle isole e nell’emigrazione, ha avuto al suo in terno una vita democratica, al punto che si esigeva che chi si trovava in disaccordo, chi si trovava all’opposizione accettasse di fare parte degli organismi dirigenti del partito e ciò non soltanto al congresso di Lione, ma anche dopo.

Naturalmente le influenze estranee si fecero sentire e a poco a po co pesarono anche sul nostro partito e presero il sopravvento.

Già un’altra volta ho avuto occasione di scrivere (durante la discus sione precongressuale dell’VIII Congresso) che per vent’anni e più il Pcus ha applicato determinati metodi di direzione, introdotti poi nel l’Internazionale comunista e negli altri partiti comunisti, metodi non tutti errati evidentemente, ma che tuttavia sono stati alterati ed esa sperati da gravi errori.

Quei metodi di direzione hanno avuto senza dubbio influenze, an che nel nostro partito, su di noi e nella formazione dei quadri e dei militanti, metodi di direzione che favorirono lo svilupparsi di una men talità fideistica, dogmatica, schematica.

Ma sarebbe un errore se tacessimo che i comunisti italiani non era no affatto inclini al conformismo. Alle volte mi viene da sorridere quan do vedo che certi giovani compagni, in visita in Unione Sovietica, cre dono di compiere chissà quale atto di coraggio nel criticare un monu mento o l’architettura di un palazzo e guardano a noi con una certa aria di superiorità, come se noi fossimo dei conformisti, incapaci di una qualsiasi critica.

Si deve sapere che noi ci siamo formati attraverso discussioni poli tiche, lotte di opinioni che si scontrarono e più di una volta, ma abbia mo saputo restare uniti. Guardiamoci negli occhi, i compagni anziani che siamo qui, quante volte nel corso della vita di partito ci è accadu to di essere minoranza? Quanti dibattiti vivaci, appassionati, talvolta anche aspri, ma che solo in alcuni casi portarono alla rottura.

Il gruppo dirigente del Pci non si è dilaniato, non ha divorato se stesso. Quanti sono i partiti comunisti che hanno nelle loro file e nel loro Ce un gruppo cosi numeroso di compagni che sono nel partito dalla fondazione? Questo è anche il risultato di un metodo di direzio ne, di un costume, di una «tolleranza» verso le opinioni divergenti.

La destalinizzazione per noi deve significare il ritorno alla pienezza della vita democratica, quando parlo di ritorno non intendo affatto di re che dobbiamo ritornare al 1921. No, la pienezza della vita demo cratica deve comprendere tutto ciò che di positivo il partito ha acqui sito dal 1921 in poi nei suoi metodi e criteri di organizzazione e di di rezione. Non si tratta di ritornare alle frazioni, a una situazione in cui la posizione politica di minoranza si cristallizzi; ritorno alla pienezza di vita democratica significa ritornare alla possibilità della contrappo sizione dialettica, della discussione franca dei problemi in modo che si possono misurare anche due posizioni contrastanti, come è già avve nuto anche recentemente. Alla fine della discussione la maggioranza decide e tutto è finito e magari su un altro problema, in altra occasio ne, noi vedremo che non saranno più gli stessi uomini, gli stessi com pagni a trovarsi nella maggioranza o nella minoranza. Ritorno alla pienezza della vita democratica deve significare ritorno alla contrapposizione dialettica, alla critica franca anche vivace, ma sempre su di un piano politico di unità, di collaborazione, di lealtà, di stima e di partecipazione attiva al lavoro (tutti i compagni che voglio no lavorare devono essere utilizzati, devono poter partecipare in pieno all’attività del partito) e con quel grado di tolleranza – scriveva il com pagno Togliatti nel 1956 – degli errori che è indispensabile per scopri re la verità, che è indispensabile alla piena indipendenza di giudizio e alla formazione del carattere.

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V.I.Lenin -Opere Complete – dal Vol. 41 al 45

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol dal 30 a 40

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Obyknovennyy fashizm – El Fascismo cotidiano (subtitulado)

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Liberatori d’Oltremare. Gli Africani che combatterono il nazifascismo in provincia di #Macerata

[Questa storia verrà raccontata da Wu Ming 2 e Matteo Petracci il 16 febbraio al Vag61 di Bologna, h.21 (evento Facebook qui), e da Wu Ming 2 il 24 febbraio alla Biblioteca Saffi di Forlì, h.17:30.]

Settantaquattro anni fa, alle pendici del Monte San Vicino, in provincia di Macerata, combatteva il nazifascismo una delle prime formazioni partigiane d’Italia: la banda “Mario” di San Severino Marche.

Il comandante, Mario Depangher, era nato a Capodistria nel 1897 e già a quattordici anni si era iscritto al Movimento Giovanile Socialista. Dopo vent’anni passati tra scioperi, arresti, espatri e clandestinità, si ritrovò nel ’32 al confino di Ponza, con Sandro Pertini, poi a Ventotene, e infine internato a San Severino. Qui, poco dopo la caduta di Mussolini, cominciò a organizzare un gruppo di antifascisti armati. Già il 14 settembre, sei giorni dopo l’Armistizio, attaccavano un deposito di munizioni, prelevando bombe a mano, caricatori e granate per mortai da 45.

Ogni brigata o compagnia partigiana ha le sue caratteristiche, spesso legate al territorio quanto il sapore di un vino, oppure all’indole di alcuni individui di particolare carisma. Quello che diventerà il battaglione “Mario” si distingue, nella storia della Resistenza italiana, per la provenienza dei suoi “patrioti stranieri”, come vennero indicati in alcuni documenti ufficiali, con un ossimoro molto significativo: erano britannici, francesi, polacchi, boemi, jugoslavi, sovietici, etiopi, somali ed eritrei. «A very mixed bunch» li definì John Cowtan, un soldato inglese che fece parte del gruppo.

Matteo Petracci, che da diversi anni insegue le tracce dei partigiani africani di San Severino, ha fatto notare che la foto in apertura e quella qui sotto, dimostrano che il battaglione “Mario” era ben consapevole della propria singolarità e intendeva conservarne la memoria, come si fa con una testimonianza importante.


Entrambe le foto sembrano studiate apposta per immortalare il «very mixed bunch», mettendo assieme, in un’unica immagine, il medico ebreo Mosé Di Segni, il cappellano Don Lino, il russo Ivan Dovgopolyj, l’ucraino Stepan Ponomarenko, il croato Frane Trlaja, il serbo Rajko Djurić, l’etiope Carletto Abbamagal… Quest’ultimo, nella seconda foto, compare appena, dietro la fila in piedi, oltre le spalle di Trlaja – in giacca e cravatta – e di don Lino. È facile immaginare che questo scatto sia in realtà il primo della serie, dopo il quale “Carletto” viene fatto accomodare al centro dell’inquadratura, come elemento imprescindibile di quella banda meticcia.

Per arrivare all’immagine “giusta”, insomma, il fotografo deve scattare due volte, consumare preziosa pellicola, e il risultato deve poi essere custodito e tramandato, con i rischi che questo comporta. Una fotografia del genere, oltre a incastrare chi la porta, può diventare molto pericolosa anche per quanti vengono ritratti.

Un discorso simile si potrebbe fare per altre due immagini, anche queste legate al medesimo evento fotografico, con i preparativi e poi l’esecuzione dello scatto ufficiale. Si tratta sempre del battaglione “Mario”, ma di un altro gruppo, quello che faceva capo all’ex-abbazia di Roti (Matelica).


Nella prima foto – dove anche il parroco punta la pistola verso l’obiettivo – i tre partigiani africani sono proprio dietro di lui, tutti insieme, ai margini dell’inquadratura. Nella seconda, si distribuiscono qua e là, in tre posizioni diverse, quasi a voler produrre, consapevolmente, un effetto visivo di maggiore mescolanza.


Non è un caso, quindi, se una delle due fotografie finali è stata utilizzata per illustrare una maglietta, corredata dalla scritta «Antirazzisti per costituzione». Forse i partigiani ritratti non pensavano di finire proprio su una T-shirt, ma in senso più largo è proprio a quello scopo che si misero in posa, davanti a una cascina del maceratese, più di settant’anni or sono.

Di certo non avrebbero immaginato che nel 2018, nel capoluogo di quella stessa provincia, un fascista avrebbe sparato a sei ragazzi africani, come se l’orologio della storia avesse girato a vuoto per decenni.

Il 24 febbraio alle h.17:30, a Forlì, per il ciclo “Pratiche Meticce” organizzato dal Centro “Diego Fabbri”, Wu Ming 2 racconterà la storia dei partigiani d’Oltremare del battaglione Mario, arricchita da tutte le più recenti scoperte d’archivio che Matteo Petracci ha messo a segno negli ultimi anni. Da dove arrivavano quei ragazzi africani? Come mai si unirono alla Resistenza? E che fine hanno fatto, dopo la Liberazione?

In seguito alla tentata strage di Macerata, e con un legame ideale alla manifestazione antirazzista del 10 febbraio, abbiamo pensato di dedicare a quel racconto anche una serata di Resistenze in Cirenaica, che riprende così le sue attività nel nuovo anno, come sempre al Centro sociale VAG 61, venerdì 16 febbraio, alle ore 21.

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I diavoli rossi

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Collettivo Stella Rossa – Nordest

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#CSRantifascismo
7 Febbraio 1945.
Nel buio della sera invernale, uno scalcinato autocarro funzionante a gasogeno (prelevato dai Partigiani pochi giorni prima ai Mulini sul Ledra di Cussignacco) discende dalla zona del Bosco Romagno lungo lo Judrio verso Udine.
Il camioncino è stipato di Partigiani armati fino ai denti, alcuni vestono la divisa tedesca sottratta al nemico. Sono 22 per l’esattezza. Sono i temibili “Diavoli Rossi” del Comandante “Romano il Mancino”, così chiamato perché privo dell’uso di un braccio. Il battaglione gappista “Diavoli Rossi” era un gruppo di guerriglieri d’elite, selezionati per coraggio e fede nell’ideale, la “legione straniera” del Mancino” comprendeva Antifascisti italiani ma anche molti partigiani internazionalisti, ex prigionieri sovietici e jugoslavi e persino un rumeno. Dotati delle armi maggiormente efficienti operavano nelle condizioni più difficili, muovendosi nella pianura occupata dai nazisti, controllata dai fascisti e dai cosacchi.
Il Friuli era stato annesso al Terzo Reich, controllato da un gauleiter nazista divenendo una provincia tedesca denominata “Adriatisches Kustenland”. Una parte, la Carnia, era stata “regalata” alle truppe collaborazioniste cosacche del generale traditore Vlassov, e vi si erano insediate portandosi dietro le loro famiglie dopo che le truppe del terzo reich e i loro alleati erano stati costretti alla ritirata dopo essere stati sconfitti a Stalingrado. Per questi traditori non c’era più posto né perdono in Unione Sovietica, per questo motivo non appena si insediarono in questa terra promessa loro dal führer si dettero alla vessazione della popolazione residente, sentendosi i legittimi nuovi padroni di quelle terre, il “Kazakenlanden”.
I fascisti della Decima Mas, delle Brigate Nere e della GNR, ben consci di tutti questi progetti già in attuazione, ben sapendo che nei piani hitleriani quella terra non era più italiana, tantomeno della ridicola RSI, continuavano imperterriti, da bravi cani quali erano, a servire il loro padrone tedesco, affiancandolo sempre, anche nelle stragi di civili italiani e slavi, nella distruzione di interi paesi, nella vessazione della popolazione civile friulana e nella caccia ai Partigiani e ai patrioti loro fiancheggiatori. La risposta Partigiana non poteva che essere durissima e supportata dal popolo. Quel camioncino carico di Eroi folli che penetrava nel capoluogo totalmente controllato dal nemico equivaleva ad una punta di lancia nel cuore marcio del drago nemico.
L’ obbiettivo era assaltare il carcere di Via Spalato e liberare i Compagni detenuti e condannati a morte o alla deportazione verso i lager.
Lo stratagemma escogitato era questo: alcuni russi, biondi, in divisa nazista, fingendosi tedeschi si sarebbero presentati al corpo di guardia portando due prigionieri super ricercati e su cui pendevano taglie altissime: il Comandante Mancino e “Ape” Jurich. Appena penetrati all’interno eliminarono l’intero corpo di guardia che non appena ebbe compreso quanto stava accadendo, tentò di opporre resistenza. Impossessatisi delle chiavi delle celle liberarono oltre 80 Partigiani, molti dei quali in condizioni pietose per le atroci torture subite. Uno di questi “Ferruccio” Partigiano quasi settantenne di Latisana, venne trovato crocifisso con le baionette nell’infermeria, il “Mancino” se lo caricò il spalla (sebbene fosse privo di un braccio era dotato di una forza erculea) e lo portò in salvo. Vennero distribuite armi ai prigionieri liberati fisicamente in grado di combattere che divennero immediatamente operativi, tuttavia fu impossibile liberare le Compagne detenute perché le suore nascosero le chiavi delle celle del reparto di detenzione femminile. Molte di queste sfortunate Compagne finirono nei lager tedeschi. Per alcune la sola colpa era quella di essere mogli, fidanzate, sorelle o madri di Partigiani. Le forze nemiche allertate dalla sparatoria confluirono verso le carceri e i Partigiani dovettero abbandonare la zona ritornando verso i monti con il camioncino, cantando provocatoriamente “Bandiera Rossa” nella città occupata, eliminando ogni posto di blocco fascista, nazista e cosacco che trovarono davanti a serrargli il passo, all’alba erano sulle loro posizioni in montagna sopra la Judrio, con i liberati pronti a riprendere la loro vita da guerriglieri. Nel dopoguerra vennero tutti perseguitati dalla reazione borghese restauratasi al potere, nella sua cieca e fanatica caccia al Comunista. Molti, tra cui il Mancino si trasferirono all’estero per sempre.
Nessuna medaglia o onorificenza venne conferita loro, solo persecuzione politica.
Onore e Gloria Eterna al Compagno Comandante Romano il Mancino e a tutti i Compagni Partigiani del Battaglione GAP Diavoli Rossi!

 

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol dal 19 a 29

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