Lo storico cecoslovacco Eve Hahnovà ha scritto un articolo riguardo agli stereotipi contro l’URSS della propaganda di Goebbels: in esso si dice che i Media occidentali contemporanei assomigliano molto alla propaganda nazista della Germania hitleriana.

Luisa Dellavalle/(alias Giovanni Apostolou )

L’Armata Rossa e IL “Ratto di Germania” fatti  inventati da Goebbels

The Red Army “Rape of Germany” was Invented by Goebbels

Lo storico cecoslovacco Eve Hahnovà ha scritto un articolo riguardo agli stereotipi contro l’URSS della propaganda di Goebbels: in esso si dice che i Media occidentali contemporanei assomigliano molto alla propaganda nazista della Germania hitleriana.
Offrendo il suo commento ai DIARI di Goebbels, Eve Hahnovà ci riferisce che l’Occidente usa un’immagine creata artificialmente dalla propaganda nazista fino alla fine della Seconda Guerra mondiale.
La “minaccia che arriva da Est” e “la minaccia russa” fanno rivivere gli stereotipi della propaganda di Hitler: la conclusione è ovvia.
All’inizio della guerra, la propaganda nazista affermava che Hitler doveva necessariamente condurre un’offensiva verso Est per prevenire un attacco sovietico: la macchina della propaganda nazista finì per diffondere una enorme bugia.
Goebbels fu il primo a fare circolare voci riguardo al fatto che migliaia di donne tedesche fossero state stuprate dai soldati sovietici.
Nel Marzo del 1945 scrisse nel suo DIARIO che “soldati sovietici si comportarono come feccia.
(…) .
Terribili storie arrivarono dalla Slesia del Nord: hanno violentato donne tra i 10 e i 70 anni” .
Goebbels disse che la Germania avrebbe lanciato un’ampia campagna sia a casa che all’estero affinchè divenisse di pubblico dominio: e lo fece.
Werner Naumann, il sostituto Ministro della Propaganda di Goebbels, sapeva che gli sforzi della propaganda erano produttivi: in accordo con lui, “i cittadini di Berlino avevano paura di morire.
Le storie dell’orrore mozzafiato iniziavano a divagare all’interno della città.
I russi venivano dipinti come uomini che avevano gli occhi a mandorla come i mongoli e che uccidevano i bambini e le donne senza esitazioni.
Dissero che usavano lanciafiamme per bruciare vivi i monaci.
Le monache venivano stuprate e fatte correre in mezzo alla strada senza vestiti.
La propaganda diceva che le donne venivano fatte lavorare come prostitute che accompagnavano le Unità Militari” .
La paura paranoica prima dell’arrivo delle “orde dell’Est” divenne un’ossessione.
Come le Forze sovietiche raggiungevano le Campagne della Capitale, ci fu un’ondata di suicidi.
Osmar White, un giornalista australiano, Corrispondente di Guerra e scrittore, fu assegnato alla Terza Armata del Generale George Patton.
Lo seguì dentro alla Germania durante gli ultimi giorni della guerra in Europa: in accordo con lui, più di 40 mila cittadini di Berlino si suicidarono.
La popolazione seppe che le truppe di Hitler avevano commesso orribili crimini nei territori occupati.
Molti tedeschi persero ogni speranza di ottenere pietà da parte dei vincitori.
Elena Sinyavskaya, una storica russa, riprese le parole di un soldato tedesco: ” “se perdiamo e i russi, i polacchi, i francesi, i cechi ci faranno anche solo l’1 % di quello che noi abbiamo fatto a loro durante 6 anni, allora nessun tedesco rimarrebbe in vita in poche settimane” .
Io fui li per 6 anni: so di cosa sto parlando” .
I soldati sovietici assisterono alle atrocità di massa commesse dagli occupanti nazisti ai danni dei loro compatrioti.
Milioni di uomini di Servizio nell’Armata Rossa, persero i loro parenti e i compagni in armi: molti furono amareggiati, ma è un fatto certo che l’odio nei confronti del nazismo non rese ciechi i soldati sovietici e non si diffuse contro i civili in Germania e negli Stati alleati.
Il 19 Gennaio 1945 Stalin, il Comandante Supremo, ordinò:
“Ufficiali e membri dell’Armata Rossa !
Stiamo entrando nel paese del nemico, il resto della popolazione nelle aree liberate senza riguardo se essi siano tedeschi, cechi o polacchi, non dovrà essere soggetta a violenze.
Gli autori di violenze saranno puniti in accordo con le LEGGI DELLA GUERRA.
Nei territori liberati non sono ammesse relazioni sessuali con le donne e gli autori di violenze e stupri saranno giustiziati” : ciò non significa che tutto fosse amore e pace nelle relazioni tra soldati sovietici e civili tedeschi: il Procuratore Militare del 1° Fronte Maggiore Bielorusso, il Generale L. Yachenin, riportò al Consiglio del Fronte militare che casi di sparatorie, saccheggi e stupri ingiustificati sono stati ridotti: ma anche dopo che le DIRETTIVE corrisposte del Comando Supremo e dai Tribunali Militari furono ordinate, qualche caso avvenne lo stesso.
Non era di certo facile per i sovietici in servizio, i quali sono passati attraverso la tragedia della perdita di parenti e di chi gli stava vicino, elevarsi al di sopra del sentimento di odio e dolore per superare il desiderio di ottenere vendetta.
Elena Sinyavskaya ha analizzato il materiale disposto dai Tribunali Militari e ha trovato che questi casi non eccedevano il 2 % di tutti i casi criminali.
I residenti del Distretto di Teptow a Berlino fecero una PETIZIONE da mandare al sindaco della città con la richiesta di rivolgersi all’Alto Comando per chiedergli di cambiare i suoi piani lasciando che il loro territorio rimanesse sotto il controllo sovietico anziché essere inseriti nella zona di occupazione degli USA.
Chi li spaventava maggiormente ? : i soldati dell’Armata Rossa o gli anglo-sassoni ?
Il cammino della propaganda di Hitler è largamente utilizzato dall’Occidente nella loro politica estera.
Nell’Aprile del 2005, Ria Novosti ordinò uno studio di 86 Radio straniere e di Compagnie Televisive: venne fuori che “i RAPPORTI dei giornalisti furono basati su visioni soggettive, esperienze personali di ex veterani e di stratagemmi della propaganda di Goebbels per fare in modo che venisse fuori il punto centrale dei casi che riguardano odio, vendetta e violenza” .
Durante questi 15 – 20 anni i RAPPORTI hanno riguardato stupri di massa in Germania commessi dai soldati sovietici, e sono stati esposti (questi stupri) dalla pagina della cronaca gialla fino ai giornali più rispettabili o esposti da libri che dichiaravano di essere scientifici: i libri scritti da Antony James Beevor (incluso quello intitolato BERLINO. LA CADUTA. 1945) o quello scritto da Joachim Hoffmann (LA GUERRA DI STERMINIO DI STALIN NEL TRAGICO 1941 – 1945) sono richiesti, e Hofman è passato attraverso la stampa di numerose Edizioni solo in Germania.
Un uomo medio crede a ciò che legge, ma alcuni sono immuni al lavaggio del cervello.
QUANDO ARRIVARONO I SOLDATI. STUPRI POST GUERRA, è un libro scritto da Miriam Gebhardt, uno storico rinomato in Germania, che ha rintracciato diverse vittime per intervistarle riguardo il loro calvario nelle mani dei soldati britannici e statunitensi, che ha portato definitivamente alla luce la prova del trattamento riservato alle donne (dopo la sconfitta Germania nazista) che rimasero in silenzio per decenni a causa di vergogna e di umiliazione.
Inoltre Miriam analizzò le informazioni provenienti dai monaci della Baviera.
In accordo con lei, i soldati americani stuprarono all’incirca 190 mila donne tedesche: la testimonianza riportata dai monaci fu declassificata solo nel 2014: perché la Germania l’ha tenuto totalmente segreta (questa testimonianza) se questo non avrebbe avuto alcuna implicazione negativa per il proprio popolo ? : la risposta è: non lo fecero perché non vollero diffamare gli alleati della NATO.
Goebbels sarebbe soddisfatto: l’esperienza del lavaggio del cervello del Terzo Reich è richiesta oggi per favorire un nuovo Reich:

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Saturazione dei tempi e plusvalore relativo in Fca

Saturazione dei tempi e plusvalore relativo in Fca

| piattaformacomunista.com

Come il capitale intensifica lo sfruttamento degli operai

Una recente inchiesta condotta dalla FIOM in 54 stabilimenti italiani della Fca, ha evidenziato che la stragrande maggioranza dei circa 9.600 operai (iscritti e non iscritti ai sindacati) che hanno compilato il questionario considera peggiorate le condizioni di lavoro negli ultimi anni.

I fattori di questo sensibile peggioramento, che si registra in tutti gli stabilimenti e viene sofferto soprattutto dagli operai addetti alle linee e alla conduzione impianti, sono da imputarsi all’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, alla saturazione dei tempi di lavoro, all’insufficienza delle pause, ai turni di lavoro e all’aumento dell’orario settimanale, ai bassi salari e al sotto-inquadramento professionale; in una parola il peggioramento dipende dall’intensificazione dello sfruttamento capitalistico della forza-lavoro operaia, concetto totalmente assente nell’inchiesta FIOM.

In questo articolo concentreremo la nostra attenzione su un aspetto specifico del peggioramento delle condizioni di lavoro che gli operai Fca hanno denunciato tramite il questionario, quello relativo all’aumento della saturazione dei tempi di lavoro. E’ da sottolineare che i due terzi (65,2%) degli operai Fca che hanno risposto al questionario hanno dichiarato che la saturazione dei tempi di lavoro è aumentata, giudicando insostenibili i tempi di lavoro, a prescindere dalla loro conoscenza dei tempiciclo o dalla presenza/assenza di tempi-ciclo associati alla propria postazione di lavoro. La saturazione dei tempi di lavoro sulle linee è la quantità massima di lavoro assegnabile a ogni operaio in rapporto ai tempi di cadenza delle linee di montaggio. In Fiat questo concetto è stato introdotto con l’accordo del 5.8.1971, frutto delle lotte dell’autunno caldo.

Con questo accordo i tempi di lavorazione venivano stabiliti sulla base della produzione che occupava il tempo maggiore. Venivano fissati quattro indici di saturazione massima individuale nell’arco delle 8 ore (dall’84% all’88%) , con dei fattori di maggiorazione per compensare almeno in parte i disagi e la fatica dovuti alle cadenze delle linee , ai carichi di lavoro, alle posture disagevoli, alla monotonia e ripetitività, alla carente ergonomia delle postazioni di lavoro, etc.

Ciò comportava che una volta assegnata la quantità massima di lavoro, essa non poteva essere aumentata nel corso del turno di lavoro da parte di ciascun operaio. L’accordo del 1971, con tutti i suoi limiti, costringeva la Fiat a rispettare il sistema dei tempi, che l’azienda cercava di violare sistematicamente e aumentava le pause individuali. L’applicazione dell’accordo e il controllo delle saturazioni individuali diveniva un elemento centrale dell’azione di lotta di lavoratori e delegati sulle linee di montaggio. Nel primo decennio del duemila Fca ha introdotto un nuovo modello di organizzazione del lavoro, il World Class Manufacturing (Wcm), che si propone di allacciare la produzione alle richieste del mercato e di ridurre al minimo le scorte di magazzino per evitare la sovrapproduzione.

Fra i pilastri del Wcm – che integra le logiche toyotiste per ridurre i costi e aumentare efficienza produttiva e qualità dei prodotti – vi è il Cost Deployment, un metodo di analisi dei costi di una unità produttiva che mira all’analisi e alla eliminazione degli sprechi. Tra di essi figurano una serie di attività che non danno valore aggiunto per il capitalista, come movimentare, muoversi, spostarsi, trasportare, camminare, aspettare, chiacchierare, preparare, organizzarsi, cercare attrezzi, ruotare, passare di mano, mettere a posto, contare, sostituire, ordinare, misurare, scegliere, etc. La eliminazione di tali attività, effettuata senza compromettere la produzione nelle postazioni di lavoro, ha come conseguenza un evidente aumento dei ritmi di lavoro.

Il modello Wcm in Fca prevede l’utilizzo di una metrica collegata a una lista di controllo per l’analisi dei fattori di rischio (Ergo-Uas), Ergo-Uas riduce drasticamente i fattori di maggiorazione che permettevano agli operai di respirare. Questa metodologia non considera la fatica degli operai e riduce i fattori di riposo (ad es. 5 secondi in un minuto), aumentando in modo netto le saturazioni dei tempi (che oggi sfiorano il massimo teorico del 100%), intensificando ritmi e aggravando i carichi di lavoro rispetto al sistema precedente.

Con il Wcm e Ergo-Uas il monopolio Fca ha eliminato le regole contenute nell’accordo del 1971. La combinazione di Wcm e Ergo-Uas fa sì che l’intera organizzazione del lavoro nelle fabbriche Fca è caratterizzata da una forte compressione dei tempi destinati alle diverse operazioni che fanno parte del processo produttivo.

Ora sono i volumi produttivi (a prescindere delle loro caratteristiche), che impostano i tempi e determinano la quantità massima di lavoro assegnabile per il singolo operaio, che non ha più nessuno strumento per difendersi.
Ciò comporta una tensione inaudita delle forza lavoro tramite l’incremento della velocità di esecuzione delle operazioni e della loro intensità (ritmi), l’ampliamento del campo di lavoro degli operai (simultaneità di operazioni).

Tutti i movimenti dell’operaio, persino i suoi bisogni fisiologici, sono programmati e subordinati ai movimenti e ai tempi delle macchine, in modo da ridurre drasticamente quella che Marx chiama “porosità del lavoro”. Soffermiamoci su quest’ultimo aspetto. Il lavoro di fabbrica presenta degli interstizi, dei tempi non operativi, delle attese, dei movimenti, delle piccole pause fisiologiche (anche uno starnuto crea una porosità…). In quanto vampiri affamati di plusvalore i capitalisti devono succhiare lavoro vivo in ogni decimo di secondo, e per farlo devono ridurre al massimo l’impiego del lavoro non produttivo di valore, intensificando e accrescendo la saturazione dei tempi, rendendo più produttivo di valore il tempo di lavoro per mezzo delle nuove forme di organizzazione del lavoro e dei moderni mezzi di produzione.

Un obiettivo fondamentale del Wcm è proprio quello di individuare e ridurre al massimo tutte le porosità del lavoro. Una volta identificate, si riorganizza il processo produttivo per estorcere una quantità maggiore di lavoro nel medesimo tempo.
Ad es. si modifica il sistema di rifornimento delle linee portando i materiali “just in time” vicino alla postazione di lavoro (ad es. con dei carrellini collegati alle scocche dei veicoli), per evitare che l’operaio perda tempo a prelevare i pezzi necessari dai cassoni e si sposti il meno possibile.

Si cambia anche la logistica della postazione di lavoro, rendendola più angusta, per far in modo che l’operaio abbia tutto a portata di mano e non debba spendere tempo per spostarsi, prendere un utensile, un ricambio, etc.
Viene aumentato il numero delle mansioni da svolgere, come ad es. alcune funzioni di manutenzione e la pulizia, non conteggiate nel tempo tecnico di produzione, con la conseguenza che gli operai sono costretti ad accelerare i ritmi per non rallentare la produzione.

Si aumenta la cadenza delle linee e si moltiplica la tipologia dei pezzi in lavorazione (diversi tipi di autovetture che comportano un diverso impegno da parte dell’operaio), in modo che è impossibile determinare un tempo medio della prestazione lavorativa. Si evita ogni strozzatura delle linee, per renderle più fluide e veloci possibile. La lotta del capitale allo “spreco di tempo” e di movimenti che non lo valorizzano non si limita a questo.

I manager, gli esperti e i capi studiano il lavoro operaio per carpire i margini di tempo che gli operai con la loro professionalità, esperienza e astuzia si sono ritagliati (a volte anche lavorando “in anticipo” per poter guadagnare tempo utile a fronte di maggiori carichi di lavoro, o velocizzando il lavoro per avere tempo a fine turno) così da azzerarli e raggiungere la massima condensazione della giornata lavorativa. L’obiettivo è l’eliminazione arbitraria di ogni porosità del lavoro con la saturazione dei tempi di lavorazione, dunque la totale coincidenza fra tempo di lavoro e tempo di valorizzazione del capitale.

Marx, alla fine del IV capitolo del Capitale, definisce l’operaio come “qualcuno che abbia portato al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la conciatura”. E oggi l’operaio della “fabbrica integrata”, col mostruoso controllo dei suoi tempi di lavorazione da parte del capitale, non può aspettarsi altro che la propria torchiatura. Spinto dalla concorrenza internazionale e dalla ricerca del massimo profitto, il capitale monopolistico spreme infatti l’operaio per comprimere una massa maggiore di lavoro entro un dato periodo di tempo.

Dal punto di vista marxista, in che modo l’aumento della saturazione dei tempi determina l’aumento del grado di sfruttamento degli operai? Nel capitalismo i mutamenti nel processo lavorativo che impongono all’operaio un maggiore dispendio di lavoro in un tempo invariato, una tensione più alta della forzalavoro, un più fitto riempimento dei pori del tempo di lavoro, cioè una condensazione del lavoro a un grado più elevato, non mirano ovviamente ad accorciare la giornata lavorativa, ma ad accorciare il tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una data quantità di oggetti di consumo, in questo caso autovetture.

Attraverso il riempimento di tutti i pori della giornata lavorativa, annullando cioè tutti i tempi di lavoro non produttivi di valore, il medesimo tempo di lavoro fornisce al capitalista una massa di valore maggiore di prima.
In questo modo si riduce il tempo di lavoro necessario a creare un valore pari a quello della forza lavoro dell’operaio.
Tale accorciamento del tempo di lavoro necessario prolunga il plusvalore relativo, che è il mezzo usato dai capitalisti per incrementare il grado di sfruttamento dell’operaio senza modificare la durata della giornata di lavoro.

Ricordiamo che per Marx il plusvalore relativo è «il plusvalore che deriva dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa» (Il Capitale, Libro I).

Con l’attuale livello di sviluppo delle forze produttive se all’operaio prima occorrevano due ore per la riproduzione del valore della forza lavorativa (tale valore espresso in denaro è il salario), adesso con un maggiore dispendio di lavoro ne occorre solo una, prolungando la parte della giornata lavorativa in cui l’operaio lavora gratis per conto del capitalista. Si modifica dunque il rapporto fra il tempo di lavoro necessario e il tempo di lavoro superfluo, in cui il lavoro impiegato è pluslavoro: il primo si accorcia, il secondo si prolunga.

Di conseguenza aumenta il tasso del plusvalore, che esprime l’elevazione del grado di sfruttamento del proletariato da parte del capitale.
Risultato: “Il bilancio non è mai stato così positivo, con ebit (leggi profitti) record e niente debito” (Mike Manley, Ceo di Fca, 5.3.2019).
Assieme ai profitti aumentano chiaramente anche la miseria operaia, il logorio psicofisico, i danni muscolo-scheletrici, lo stress, gli infortuni, etc.

Ma al capitalista non importa nulla del sacrificio degli operai e delle operaie, e di fronte al calo delle immatricolazioni di auto aumenta la mostruosa pressione su di loro. I fatti sono testardi: gli interessi della classe operaia e quelli della borghesia sono oggettivamente inconciliabili.

La contraddizione fra proletariato e borghesia costituisce la principale contraddizione di classe nella società capitalistica, che può essere risolta solo dalla rivoluzione socialista. E’ dentro questa prospettiva che il lavoro può e deve difendersi dal capitale con il conflitto, la lotta collettiva e organizzata.

Con Wcm e Ergo Uas i margini di trattativa e di negoziato sono azzerati. La parola è ai rapporti di forza che gli operai riescono a costruire con gli scioperi, le fermate, i blocchi della produzione e della circolazione delle merci.

Dobbiamo imporre al padrone con il fronte unico di lotta operaia rivendicazioni immediate e urgenti che unifichino e mobilitino la massa degli operai per migliorare le condizioni di lavoro, che si scontrino frontalmente con il dispotismo del capitale; dobbiamo approfittare della lotta per la soddisfazione di queste rivendicazioni come leva per mettere a nudo le cause reali delle condizioni di lavoro della classe operaia, educare politicamente gli operai e indicare la lotta rivoluzionaria per il potere politico, per una società senza sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano, quale unica via per l’emancipazione dei lavoratori!

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A Discussion on Aspects of the Economic Relations of People’s China-Una discussione sugli aspetti delle relazioni economiche nella Cina Popolare -Una discusión sobre los aspectos de las relaciones económicas de la China Popular

A Discussion on Aspects of the Economic Relations of People’s China-Una discussione sugli aspetti delle relazioni economiche nella Cina Popolare -Una discusión sobre los aspectos de las relaciones económicas de la China Popular

settembre 6, 2014

01

Una discussione sugli aspetti delle relazioni economiche nella Cina popolare Questo scambio ha avuto luogo di recente sulla pagina Facebook ‘In difesa di Stalin’. Si è evoluto poi in una serie di questioni che riguardano la politica economica della Cina popolare che non sono stati trattati altrove.

B.R: L’URSS sotto Stalin aveva davvero anticipato economicamente il socialismo avanzato con molta lungimiranza. Tuttavia, in termini politici, il socialismo cinese era più sviluppato. Alla fine degli anni ’60 era stato avviato il processo di espropriazione e di retrocessione capitalisti dei posti dirigenziali. E stata già avviata la collettivizzazione e costruzione di comuni. Per la prima volta nella storia, le masse si sollevarono per la lotta di classe all’interno di una società socialista e identificarono gli arrivisti capitalisti all’interno del partito. In definitiva la rivoluzione fu sconfitta, ma il decennio prima di ciò, segna il più alto sviluppo politico in qualsiasi regime socialista della storia.
V.S: devo dissentire. Stalin creò il socialismo che fu qualitativamente superiore di quello che era lì in Unione Sovietica dopo la morte di Lenin.
Sottolineo che l’Unione Sovietica sotto Stalin è stato l’unico grande paese che effettivamente costruito il socialismo.
Il socialismo richiede la dittatura del proletariato e la socializzazione di tutti i mezzi di produzione. È stato questo fatto della Repubblica popolare cinese? Come è noto la RPC era una democrazia popolare nel 1949. Ha correttamente stabilito uno stato anti-imperialista e anti-feudale e correttamente si alleò con la media borghesia, che era parte integrante della struttura statale.

Stalin, a quanto pare, ha convinto il PCC ad avere questo approccio. La RPC tra il 1949 e il 1952 ha effettuato la rivoluzione anti-imperialista e anti-feudale e ha cominciato a intraprendere un programma socialista. Ciò avrebbe richiesto la creazione di uno stato che effettuasse le funzioni della dittatura del proletariato, il che implica che la borghesia nazionale doveva essere rimossa dal Congresso Nazionale del Popolo. Questo non è mai stato fatto.
La struttura statale resta congelato al livello della rivoluzione democratica.
Dopo il 1949 il PCC ha avviato collettivizzazione nel nord della Cina sul modello di Marx ed Engels. Fattorie collettive  composte da contadini poveri e medi, per le stazioni di macchine trattori fu stabilito che avrebbero posseduto i mezzi di produzione in agricoltura. Ma dopo il 1953 si ebbe un  cambiamento radicale .

I ricchi contadini erano ora inclusi nelle fattorie collettive. E dopo il 1958 le stazioni di trattori macchina sono stati sciolti e consegnati ai comuni popolari. Questo è stato un rifiuto dei principi di Marx ed Engels. Ora, va detto che le comuni non furono mai costruite in Cina, era “gente delle comuni” che comprendeva in città e in campagna, la borghesia nazionale, gli ex proprietari terrieri, i kulak ,i lavoratori agricoli,la classe operaia,  i contadini poveri e medi. I mezzi di produzione sono mai stati completamente socializzati nella Repubblica popolare cinese, come era stato fatto in URSS? No.

La grande industria è stata in qualche misura nazionalizzata nel 1949. Ma la borghesia nazionale non è mai stata espropriata. Sotto quello che fu chiamato ‘socialismo’, le restrizioni sono state poste sulla borghesia nazionale attraverso la creazione di imprese statali e private congiunte. Nella rivoluzione culturale i pagamenti di interessi corrisposti garantiti per la borghesia nazionale furono congelati, e ripresi alle sua chiusura. La proprietà dei mezzi di produzione delle comuni popolari, non solo possedeva i mezzi agrari di produzione, ma anche l’industria creata nelle comuni popolari (acciaierie, imprese nave a vapore, ecc). Ciò significava che i mezzi di produzione non erano del tutto socializzati come era avvenuto in Unione Sovietica.

Il settore della produzione di merci nella Cina popolare è stato proporzionalmente maggiore rispetto all’Unione Sovietica. Sotto il PCC dell’economia dopo grandi progressi è rimasta ferma ai livelli di un’economia democratica, molto avanzata, ma che non ha mai realmente ha completato la transizione al socialismo. Va detto senza mezzi termini che, mentre l’Unione Sovietica sotto Stalin era un paese socialista, non era il caso della Cina popolare. Nonostante tutte le restrizioni alla borghesia nazionale della Repubblica popolare cinese, non può dire che: “Alla fine degli anni ’60, il processo di espropriazione e di retrocessione capitalisti di posti dirigenziali fu iniziato.” Queste classi permangono ad oggi. Nonostante grandi lotte nella RPC in assenza dello svolgimento dello Stato delle funzioni della dittatura del proletariato e il completamento della costruzione del socialismo, è inesatto sostenere che la RPC fu uno stato socialista. Necessariamente non si può dire che ci fosse un ‘alto livello di sviluppo politico’ in una ‘società socialista’ in assenza della dittatura del proletariato o di socialismo completo. Nessuna sezione del PCC ha mai posto la questione prima delle masse lavoratrici della conversione della dittatura democratica popolare nella dittatura del proletariato o della completa socializzazione dei mezzi di produzione nella Repubblica popolare cinese. Le vedute non marxiste del PCC su tali questioni sono diventate una fonte di ispirazione nella Repubblica democratica tedesca, il Vietnam e la Corea democratica Democratico.

BR: Penso che stai sbagliando su alcuni punti. Molte fabbriche sono state espropriate dalla borghesia nazionale, e tenute sotto il controllo statale. Sono stati pagati gli interessi, ma questi interessi sono stati bloccati alla fine degli anni ’60. Ciò equivale a un esproprio. Inoltre, nel 1958 i collettivi associati con le comuni (e anche quelli non associati alle comuni) praticavano collettivizzazione invece di proprietà privata della terra. Questo significa che qualsiasi contadino ricco che avesse voluto farvi parte, avrebbe dovuto dare le sue terre alla collettività. Questo significa che non sono rimasti contadini ricchi, almeno fin quando riguarda la proprietà fondiaria è stata interessata. Infatti, una delle prime cose che fece Deng, fu quella di far terminare i collettivi e ripristinare la proprietà privata della terra.

VS .: Nessuna fabbricata è stata presa alla borghesia nazionale (vedi il libro di Kuan Ta Tung). La borghesia nazionale ha istituito con lo stato democratico le imprese statali/private con un interesse garantito l’interesse del 5 per cento. La borghesia nazionale ha continuato ad avere la gestione delle fabbriche Questa nuova struttura economica corrisponde alla struttura statale dove non c’era la dittatura del proletariato, riguardo ad una situazione in cui la RPC è stata dichiarato uno stato socialista. Sì, come già detto, l’interesse è stato sospeso durante la rivoluzione culturale. Ciò non equivale a esproprio anche se potrebbe essere un passo verso l’espropriazione. Il PCC è tornato al suo impegno di nazionalizzare il capitale nazionale sotto il socialismo. Naturalmente i contadini ricchi proprietari terrieri hanno ceduto la loro terra prima di entrare nelle fattorie collettive o comuni della gente, ma poi queste istituzioni hanno avuto una base di classe diversa da quella delle fattorie collettive sovietiche che furono costruiti in stretta aderenza alle opinioni di Marx ed Engels.

Vorrebbe dire che dal punto di vista del PCC fu sbagliato espellere l’ultima classe capitalista (e proprietari terrieri) dalle fattorie collettive in Unione Sovietica e che Marx ed Engels avevano torto nel dire che la base della classe delle comuni sono stati (solo ) i contadini poveri e medi.
Sarebbe anche dire che Marx, Engels, Lenin e Stalin hanno sbagliato nel dire che le fattorie collettive / comuni non devono possedere i mezzi di produzione. Sì, dal 1958 le comuni popolari, come venivano chiamati dal PCC praticarono la proprietà ‘collettiva’ dei terreni. Prego di notare il carattere multi-classista delle comuni urbane e dei “collettivi rurali”. Ma le comuni popolari hanno anche posseduto i mezzi di produzione in agricoltura, organizzanvano le industrie , le comuni rappresentavano in pratica la produzione massiccia di merci rispetto all’ URSS.

Dovete decidere se siete con Marx, Engels, Lenin e Stalin in economia politica o con il PCC. Qualunque cosa si decida, il fatto rimane che i mezzi di produzione non sono mai stati socializzati in ampi settori dell’economia della Repubblica popolare cinese e così non sono mai stati in grado di andare al di là da un’economia democratica ad un’economia socialista.
Naturalmente tutti i comunisti devono difendere le conquiste democratiche della Repubblica popolare cinese così come devono difendere le conquiste socialiste dell’Unione Sovietica sotto Lenin e Stalin.

Dopo l’avvento al potere di Deng ci fu una seconda fase di espansione delle relazioni merce-denaro della Repubblica popolare cinese che è stato contestato dai ‘Quattro’. Ma tutti i principali gruppi della PCC, a quanto pare, hanno dato il loro sostegno all’introduzione di pratiche economiche Titoiste-kruscioviane nell’espansione delle relazioni merce-denaro nel periodo tra il 1953 e il 1958.

Traduzione di Ines Cosentino

http://www.revolutionarydemocracy.org/rdv20n1/china.htm

A Discussion on Aspects of the Economic Relations of People’s China

This exchange took place recently on the Facebook ‘In Defense of Stalin’. It is reproduced here as a number of questions which relate to the political economy of People’s China have not been discussed elsewhere.

B.R.: The USSR under Stalin had indeed economically advanced socialism the farthest. However, in terms of politics, Chinese socialism was more developed. In the late 60s, the process of expropriating and demoting capitalists from managerial posts had been started. Collectivisation and building of communes too had been initiated. For the first time in history, the masses rose up in class struggle inside a socialist society and identified capitalist roaders inside the party. Ultimately the revolution was defeated, but the decade before defeat marks the highest political development in any socialist regime in history.

VS: I must disagree. Stalin created socialism which was *qualitatively higher* than what was there in the Soviet Union at the death of Lenin. I stress that the Soviet Union under Stalin was the only major country which actually built socialism. Socialism requires the dictatorship of the proletariat and the socialisation of all the means of production. Was this done in the PRC? As is known the PRC was a people’s democratic state in 1949. It correctly established an anti-imperialist and anti-feudal state and correctly formed an alliance with the middle bourgeoisie which was part and parcel of the state structure. Stalin, it seems, convinced the CPC of this approach. The PRC between 1949 and 1952 carried out the anti-imperialist and anti-feudal revolution and began to embark upon a programme of socialism. This would have required the establishment of a state which carried out the functions of the dictatorship of the proletariat, implying that the national bourgeoisie required to be removed from the National People’s Congress. This was never done. The state structure remains frozen at the level of the democratic revolution. After 1949 the CPC initiated collectivisation in northern China on the model of Marx and Engels. Collective farms were formed of the poor and middle peasantry and Machine Tractor Stations were established which owned the means of production in agriculture.

But after 1953 a radical change took place. The rich peasantry was now included in the collective farms. And after 1958 the Machine Tractor Stations were dissolved and handed over to the people’s communes. This was a rejection of the principles of Marx and Engels. Now it must be said that communes were *never* constructed in China they were ‘people’s communes’ which included in town and country the national bourgeoisie, the former landlords, the kulaks and from the working people the working class, and the poor and middle peasantry. Were the means of production ever completely socialised in the PRC as had been done in the USSR? No. Big industry was to some extent nationalised in 1949. But the national bourgeoisie was never expropriated. Under what was called ‘socialism’, restrictions were placed on the national bourgeoisie through the establishment of joint state-private enterprises. In the cultural revolution the guaranteed interest payments paid to the national bourgeoisie were frozen, and resumed at its closure. The people’s communes owned the means of production, not just the agrarian means of production, but also the industry created in the people’s communes (steel works, steamship companies etc). It meant that the means of production were not entirely socialised as had been the case in the Soviet Union. The sector under commodity production in People’s China was proportionally greater than in the Soviet Union.

Under the CPC the economy after great advances remained frozen at the level of a very advanced democratic economy but which never actually completed the transition to socialism. It must be bluntly said that while the Soviet Union under Stalin was a socialist country in the main this was not the case in People’s China. Despite all restrictions on the national bourgeoisie in the PRC it cannot be said that: ‘In the late 60s, the process of expropriating and demoting capitalists from managerial posts had been started.’ These classes remain to this day. Despite great struggles in the PRC in the absence of the state carrying out the functions of the dictatorship of the proletariat and completing the construction of socialism it is incorrect to claim that the PRC ever was a socialist state. Necessarily it cannot be said that there was a ‘highest level of political development’ in a ‘socialist society’ in the absence of the dictatorship of the proletariat or a completed socialism. No section of the CPC it appears ever posed the question before the working masses of the conversion of the people’s democratic dictatorship into the dictatorship of the proletariat or the complete socialisation of the means of production in the PRC. The CPC’s non-Marxist views on these questions became a source of inspiration in the German Democratic Republic, Democratic Vietnam and Democratic Korea.

B.R.: I think you are going wrong on some points. Many factories were taken from the national bourgeoisie, and kept under state control. They were paid interest, but these interests were stopped in the late 60s. This amounts to expropriation. Also, in 1958 the collectives associated with the communes (and also those not associated with communes) practiced collective instead of private ownership of land. This means any rich peasant joining those would have to surrender his lands to the collective. This means they didn’t remain rich peasants at least as far as land ownership was concerned.

In fact, one of the first things that Deng did was to functionally break the collectives and restore private ownership of land.

VS.: No factories were taken from the national bourgeoisie (see the book by Kuan Ta Tung). The national bourgeoisie established with the democratic state the joint state private enterprises where 5 percent interest was guaranteed. The national bourgeoisie continued to run factory management. This new economic structure corresponded to the state structure where there was no dictatorship of the proletariat under a situation in which the PRC was declared to be a socialist state. Yes, as already said the interest was suspended in the cultural revolution. This does not amount to expropriation though it could be step towards expropriation. The CPC went back on its commitment to nationalise national capital under socialism. Of course the rich peasants or landlords surrendered their land before entering the collective farms or people’s communes but then these institutions had a different class basis than the Soviet collective farms which were constructed in strict adherence to the views of Marx and Engels. It would mean that from the CPC point of view it was wrong to eject the last capitalist class (and the landlords ) from the collective farms in the Soviet Union and that Marx and Engels were wrong in saying that the class basis of communes were (only) the poor and middle peasantry. It would also mean that Marx, Engels, Lenin and Stalin were wrong to say that the collective farms/communes should not own the means of production.

Yes from 1958 the people’s communes as they were called by the CPC (*not,* repeat *not* communes as you say) practised ‘collective’ ownership of land. Please note the multi-class character of the ‘collective’ urban and rural communes. But the people’s communes were also owning the means of production in agriculture, running industries on these people’s communes which represented a massive practicing of commodity production compared to the USSR. You have to decide whether you are with Marx, Engels, Lenin and Stalin on political economy or with the CPC. Whatever you decide the fact will remain that means of production were never socialised in large sections of the economy of the PRC and so they never were able to go beyond a democratic economy to a socialist economy. Of course all communists must defend the democratic achievements of the PRC just as they must defend the socialist achievement of the Soviet Union under Lenin and Stalin. After the coming to power of Deng there was a second stage of the expansion of commodity-money relations in the PRC which was contested by the ‘Four’. But all the major groups of the CPC, it appears, gave their support to the introduction of Titoite-Khrushchevite economic practices in expanding commodity-money relations in the period between 1953 and 1958.

Una discusión sobre los aspectos de las relaciones económicas de la China Popular

Este intercambio se llevó a cabo recientemente en el Facebook En defensa de Stalin‘. Se reproduce aquí como una serie de preguntas que se relacionan con la economía política de la China Popular no se han discutido en otra parte.

BR: la URSS bajo Stalin tenía el socialismo de hecho económicamente avanzado más lejos. Sin embargo, en términos de política, el socialismo chino era más desarrollada. A finales de los años 60, se había iniciado el proceso de expropiación de los capitalistas y degradar de los puestos directivos. La colectivización y la creación de comunas también se habían iniciado. Por primera vez en la historia, las masas se levantaron en la lucha de clases dentro de una sociedad socialista e identificaron seguidores del camino capitalista dentro del partido. En última instancia, la revolución fue derrotada, pero la década anterior a la derrota marca el más alto desarrollo político en todo régimen socialista de la historia.

V S: Debo estar en desacuerdo. Stalin creó el socialismo que fue * cualitativamente superior * de lo que había en la Unión Soviética a la muerte de Lenin. Hago hincapié en que la Unión Soviética bajo Stalin era el único país importante que en realidad construye el socialismo. El socialismo requiere la dictadura del proletariado y la socialización de todos los medios de producción. Se hizo esto en la República Popular China? Como es sabido el PRC era Estado democrático de un pueblo en 1949 Estableció correctamente un estado anti-imperialista y anti-feudal y correctamente formado una alianza con la burguesía media que era parte integrante de la estructura del Estado. Stalin, al parecer, convenció a la CPC de este enfoque. La República Popular China entre 1949 y 1952 llevó a cabo la revolución anti-imperialista y anti-feudal y comenzó a embarcarse en un programa de socialismo. Esto habría requerido el establecimiento de un estado que lleva a cabo las funciones de la dictadura del proletariado, lo que implica que la burguesía nacional se requiere para ser removido de la Asamblea Popular Nacional. Esto nunca se hizo. La estructura del Estado permanece congelado en el nivel de la revolución democrática. Después de 1949, el PCCh inició la colectivización en el norte de China en el modelo de Marx y Engels. Las granjas colectivas se formaron de los pobres y medianos campesinos y las estaciones de máquinas de tractores se establecieron que era propietaria de los medios de producción en la agricultura.

Pero después de 1953, un cambio radical se produjo. El campesinado rico ahora se incluye en las granjas colectivas. Y después de 1958 las estaciones de tractores Máquina se disolvieron y entregados a las comunas populares. Este fue un rechazo de los principios de Marx y Engels. Ahora hay que decir que las comunas eran * nunca * construyen en China eran “de la gente comunas que incluyeron en la ciudad y país de la burguesía nacional, los antiguos terratenientes, los kulaks y de las personas que trabajan a la clase obrera y los pobres y medios campesinado. ¿Los medios de producción cada vez completamente socializados en la República Popular China como se había hecho en la URSS? No. La gran industria fue nacionalizada en cierta medida en 1949, pero la burguesía nacional nunca fue expropiada. Bajo lo que se llamó el “socialismo”, se impusieron restricciones a la burguesía nacional a través de la creación de empresas mixtas estatal-privadas. En la revolución cultural de los pagos de intereses garantizados pagados a la burguesía nacional se congelaron, y se reanuda a su cierre. Las comunas populares poseían los medios de producción, no sólo el medio agrarias de producción, sino también la industria creada en las comunas populares (acerías, empresas navieras, etc). Significaba que los medios de producción no eran del todo socializado como había sido el caso en la Unión Soviética. El sector en la producción de mercancías en China Popular fue proporcionalmente mayor que en la Unión Soviética.

En virtud de la CPC de la economía después de los grandes avances se mantuvo congelado a nivel de una economía democrática muy avanzada, pero que en realidad nunca completó la transición al socialismo. Debe sin rodeos dijo que si bien la Unión Soviética bajo Stalin era un país socialista en el principal no era el caso en la China Popular. A pesar de todas las restricciones a la burguesía nacional en la República Popular China no se puede decir que: A finales de los años 60, se había iniciado el proceso de expropiación de los capitalistas y degradar de los puestos directivos. Estas clases se mantienen hasta nuestros días. A pesar de grandes luchas en la República Popular China en la ausencia del Estado llevar a cabo las funciones de la dictadura del proletariado y de completar la construcción del socialismo no es correcto afirmar que la República Popular China nunca fue un Estado socialista. Necesariamente no se puede decir que hubo un “nivel más alto de desarrollo políticoen una “sociedad socialista” en ausencia de la dictadura del proletariado o un socialismo completado. Ningún sector de la CPC que aparece nunca planteó la cuestión ante las masas trabajadoras de la conversión de la dictadura democrática del pueblo a la dictadura del proletariado o la completa socialización de los medios de producción en la República Popular China. Puntos de vista no marxistas del CPC sobre estas preguntas se convirtieron en una fuente de inspiración en la República Democrática Alemana, Vietnam y Corea Democrática Democrática.

B.R .: creo que va mal en algunos puntos. Muchas fábricas fueron tomadas de la burguesía nacional, y se mantienen bajo control estatal. Se les pagaba intereses, pero estos intereses fueron detenidos a finales de los años 60. Esto equivale a una expropiación. Además, en 1958 los colectivos asociados a las comunas (y también los no asociados con las comunas) practicaron colectiva en lugar de la propiedad privada de la tierra. Esto significa cualquier campesino rico unirse a los tendría que entregar sus tierras a lo colectivo. Esto significa que no quedan campesinos ricos al menos en lo que se refiere a la propiedad de tierras.

De hecho, una de las primeras cosas que Deng hizo fue romper funcionalmente los colectivos y restaurar la propiedad privada de la tierra.

V S .: No hay fábricas fueron tomadas de la burguesía nacional (ver el libro de Ta Tung Kuan). La burguesía nacional establecido con el Estado democrático las empresas privadas estatales conjunta donde estaba garantizado de interés del 5 por ciento. La burguesía nacional continuó funcionando dirección de la fábrica. Esta nueva estructura económica correspondió a la estructura del Estado, donde no había dictadura del proletariado en una situación en la que la República Popular China fue declarado un estado socialista. , como ya se dijo que el interés fue suspendido en la revolución cultural. Esto no equivale a una expropiación, aunque podría ser un paso hacia la expropiación. El CPC se retractó de su compromiso de nacionalizar el capital nacional en el socialismo. Por supuesto, los campesinos o terratenientes ricos entregado sus tierras antes de entrar en las granjas colectivas o comunas populares, pero luego estas instituciones tenían una base de clase diferente a las granjas colectivas soviéticas que fueron construidos en el estricto cumplimiento de los puntos de vista de Marx y Engels. Eso significaría que desde el punto de vista del PCCh que estaba mal para expulsar la última clase capitalista (y los terratenientes) de las granjas colectivas en la Unión Soviética y que Marx y Engels se equivocaron al decir que la base de clase de las comunas eran (sólo ) los pobres y medianos campesinos. También significaría que Marx, Engels, Lenin y Stalin se equivocaron al decir que las granjas colectivas / comunas no deben poseer los medios de producción.

a partir de 1958 las comunas populares como eran llamados por el CPC (* no *, repetir de * a * comunas no como usted dice) practicaron la propiedad “colectiva” de la tierra. Por favor, tenga en cuenta el carácter multi-clase de las comunas urbanas y rurales “colectivos”. Pero las comunas populares también fueron dueñas de los medios de producción en la agricultura, corriendo industrias en las comunas de estas personas lo que representó una práctica masiva de la producción de mercancías en comparación con la URSS. Usted tiene que decidir si está con Marx, Engels, Lenin y Stalin sobre la economía política o con la CPC. Decida lo que decida el hecho seguirá siendo que los medios de producción nunca fueron socializados en grandes sectores de la economía de la República Popular China y por lo que nunca fueron capaces de ir más allá de una economía democrática a una economía socialista. Por supuesto todos los comunistas deben defender los logros democráticos de la República Popular China así como también deben defender el logro socialista de la Unión Soviética bajo Lenin y Stalin. Después de la llegada al poder de Deng había una segunda fase de la expansión de las relaciones monetario-mercantiles en la República Popular China, que fue impugnado por el Cuatro. Pero todos los grupos principales de la CPC, al parecer, dieron su apoyo a la introducción de las prácticas económicas titistajruschovistas en la expansión de las relaciones monetario-mercantiles en el período entre 1953 y 1958.

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“Cari pastori”,un ipotetica lettera ai pastori sardi da parte di Antonio Gramsci

http://www.pesasardignablog.info/2019/02/23/lettera-di-antonio-gramsci-ai-pastori-sardi-di-oggi/?fbclid=IwAR1W2ABS44KYioTuNKt3pR25KPEc2bBHg9GZWhOQDxk8HIEWo5vQER3wurM

Stamattina nei pressi di alcuni ovili compresi nella zona di Sorradile, Ardauli, Aidomaggiore, Sedilo e Ghilarza sono state trovate copie di questa lettera che riproduciamo:

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Cari pastori,

vi ho seguito da lontano con attenzione e costanza. Ho sempre saputo che la Sardegna facesse eccezione alla “grande disgregazione sociale” in cui consiste il meridione e voi con la vostra lotta l’avete ampiamente dimostrato. Avete posto la quistione del prezzo del latte come una grande quistione nazionale, anzi internazionale, visto che in poco tempo la solidarietà è giunta dai quattro angoli d’Europa. Avete anche spazzato via con gran facilità tutti i luoghi razzisti sui pastori e sull’intero popolo sardo che vogliono dipingere gli abitanti dell’isola e in particolare i pastori e chi vive di agricoltura come incapaci di organizzarsi, incivili, razzialmente inferiori. Ai miei tempi lo scrivevano in libri pseudoscientifici Sergi, Niceforo e Lombroso, oggi lo ribadiscono con argomentazioni analoghe alte cariche dello Stato come il procuratore generale della Repubblica Roberto Saieva quando ha parlato in sede ufficiale di “mentalità predatoria tipica barbaricina”.

Vi accusavano di essere antimoderni, incapaci di lanciare vertenze organiche, isolati, ostaggio di una cultura primitiva e legata ad un individualismo esasperato. Invece avete versato il latte sull’asfalto, dalle autobotti, dai cavalcavia e rimbalzato sui dispositivi sociali moderni (che chiamate se non sbaglio social), le centinaia di blocchi stradali, blocchi ai caseifici, gli assalti ai camion con la merce proveniente dall’estero, guasta o contraffatta. Soprattutto avete avuto la capacità di condurre trattative da pari a pari con gli industriali e con la classe politica ad essa subalterna e di rilanciare controproposte alle prime timide concessioni, una capacità che ha colto di sorpresa tutti e scavalcato organizzazioni ben strutturate e riccamente remunerate come la Coldiretti che si è trovata a dover inseguire gli eventi per cercare di cavalcare la cosa.

Siete stati capaci di creare un vasto blocco nazional-popolare che sostenesse le vostre giuste richieste economiche e che le estendesse ad una universale vertenza di giustizia per il Popolo Sardo che la borghesia settentrionale ha storicamente soggiogato insieme al meridione riducendo la Sardegna a colonia di sfruttamento.

Avete saputo usare e adattare perfettamente ai tempi moderni le tecniche storiche del movimento operaio e contadino facendole rivivere di nuova energia creativa.

Avete organizzato la vostra lotta in forme originali di democrazia del lavoro pur mantenendo una geometrica efficacia nella regia delle azioni di blocco della produzione e di boicottaggio della circolazione della merce che ha sprofondato la classe industriale nella paura ribaltando, nel corso di dieci giorni di scioperi e blocchi, il rapporto di potere che sembrava a tutti gli effetti tendere naturalmente verso il blocco industriali – politici subalterni.

È sinceramente disarmante vedere come nulla è cambiato dai miei tempi. Noi lottavamo contro il prezzo di 36 lire al quintale fissato per il grano perché lo ritenevamo rovinoso per la Sardegna. Era l’Italia protezionista, ma a quanto pare l’Italia del libero mercato non fa eccezione e quando si tratta di mungere l’anello debole della filiera produttiva non desiste ancora dal farlo. La Sardegna in duecento anni di storia è stata messa a sacco e la storia di questi ultimi due secoli può essere definita senza ripensamenti una grande e lunga rapina da parte dei signori continentali e dei loro appoggi isolani. In un tempo storico che difficilmente capisco dove i ricchi e i signori riescono a signoreggiare senza contrasto alcuno e a fare i loro comodi facendo combattere i poveri con i più poveri, voi avete fatto fare inversione di rotta a tale indirizzo e avete riportato la realtà sui piedi attaccando gli industriali, i consorzi di tutela, la follia del cosiddetto “libero mercato” privo di controlli e truffaldino, la grande distribuzione organizzata e la classe politica complice con questo malaffare.

E nulla è cambiato anche nell’atteggiamento di quelli che al mio tempo erano i socialisti. Ho visto la cosiddetta “sinistra” (ho faticato a capire chi o cosa lo fosse, perché al mio tempo la sinistra stava al fianco del proletariato e non degli industriali) attraverso gli editoriali dei principali loro giornali assumere atteggiamenti fastidiosamente paternalistici. Tutto ciò che ha entusiasmato me ha irritato loro: conflittualità, democrazia creativa, capacità di rilancio sulle principali quistioni, non controllabilità da parte degli opportunisti. Si tratta del carattere gattopardesco della vita politica italiana, tutto è cambiato, ma in effetti nulla lo è, certo non lo è quella che viene definita “sinistra” e che al mio tempo erano i socialisti.

Domani ci saranno le elezioni e a quanto si può constatare domina il clima tipico del cretinismo parlamentare. Il tema fondamentale di ogni dibattito dovrebbe essere quello agitato da voi, vale a dire lo scontro, produttori – speculatori, centro – periferia, città – campagna. Dopo il Congresso di Lione del 1926 scrivevo che “politicamente tutta la zona meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte all’Italia del nord, che funziona come una immensa città”. Mi sembra irreale vedere che la situazione non solo è ancora così, ma è addirittura peggiorata.

Il prezzo del latte in effetti altro non è che quello che è stato per il movimento operaio la quistione delle 8 ore lavorative su cui poi si è costruito tutto un mondo di speranze e progettualità. Invece prevalentemente gli esponenti degli schieramenti maggiormente quotati discettano di barconi, immigrazione, competitività aziendale, fondi europei e altre quistioni che non mi sembra possano realmente incidere sulla vita delle larghe masse di Sardegna. E le forze minori cosa fanno per diventare egemoni? Dopo che gli industriali hanno disertato il tavolo per valutare la vostra proposta sugli 80 centesimi, rifiutandosi quindi di trovare una soluzione alla crisi del settore, ci si sarebbe aspettata la convocazione di una mobilitazione popolare ai almeno una di quelle che si dichiarano liste di alternativa. Noto che il cretinismo parlamentare dilaga anche in ambienti a me potenzialmente amici, cioè in quegli ambienti che dovrebbero essere in grado di alimentare lo spirito di scissione.

Non so se bloccherete i seggi. Non saprei bene neppure valutare l’operazione in termini strategici. Quello che mi chiedo non è tanto il mezzo in sé – che dai temi del fiorentino si sa essere sempre anche una questione di fini – ma è la visione, l’orizzonte che si ha.

Che la vostra lotta non sia ormai solo vostra mi sembra chiaro, anche se in molte interviste che avete rilasciato ripetete ciò come un mantra. sicuramente avete a cuore l’obiettivo che volete e dovete raggiungere ad ogni costo e che non volete rendere soggetto a strumentalizzazioni. Ciò è comprensibile. Ma è un fatto storicamente accertato che ogni lotta se stagna nella dimensione economico-corporativa (cioè se in qualche modo non esce fuori da se stessa andando ad intaccare tutta una serie di rapporti, di privilegi, di ingiustizie andando a costruire una visione generale e non particolare; nel caso in quistione non più solo prezzo del latte o temi agrari ma anche difesa della Sardegna orrendamente sfruttata fin dai tempi della legge delle chiudende, dell’abolizione degli ademprivi ed usi civici di terreni e boschi), alla fine si spegne come una fiammella senza più ossigeno. É successo anche a noi dopo il biennio rosso e con l’avvento del fascismo, eppure controllavamo le fabbriche di tutto il nord. Eppure eravamo  talmente forti che alla fine per disperazione la direzione della Fiat fece la proposta agli operai di assumere la gestione dell’azienda in forma di cooperativa, i quali rifiutarono perché ciò che volevano era la gestione del potere politico, non di una fabbrica che sarebbe comunque rimasta non loro.

Lo so che ci avete già provato e che siete rimasti scottati perché hanno provato ad usarvi. Ci sono sempre delle figure animalesche a intorbidare le acque e non si tratta quasi mai della volpe e del lione di cui parlava Machiavelli, ma più spesso di piccoli sciacalli in cerca d’autore. Ma la storia non si può fermare ai primi fallimenti. Abbiamo bisogno di uomini che non si entusiasmino alla prima fragile vittoria e che non arretrino di fronte ai peggiori errori. Siate in grado di diventare il punto di riferimento stabile del riscatto della mia isola, di tutta la mia isola, anche di chi non vi ha capito e di chi vi guarda ancora con sospetto. Cercate alleanze con la parte viva, con i giovani, con gli intellettuali non al libro paga del blocco che vi opprime, con chi coraggiosamente combatte per liberare la Sardegna.

Un caro saluto,

vostro

Nino Gramsci

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Spie fasciste in URSS

Il libro dal titolo ROMA A MOSCA è un libro di storia dello spionaggio e insieme un giallo politico (scritto nel 1991).
Tutto fondato su documenti specifici (l’autore del libro (che nel Settembre 1991 aveva, su “QUADERNI DI STORIA”, steso un saggio sulle polizie politiche fasciste) aveva attinto a una larga messe di documenti originali, che d’altra parte già dal 1988 erano a disposizione degli studiosi.
In particolare l’autore aveva consultato per questo libro i documenti conservati nell’Archivio del Ministero degli Esteri (ASDMAE) e poi quelli dell’Archivio Centrale dello Stato (ACS): vale a dire, alle carte di polizia dove sono anche compresi i fascicoli intestati ai due fratelli torinesi Guarnaschelli, nel Casellario Politico Centrale (CPC) e nell’Archivio della Divisione di Polizia Politica, e inoltre all’Archivio del PCI (APC), al Fondo Tasca e a quello Masutti conservato nel Centro Studi Piero Gobetti.
Lo sfondo è l’attività spionistica del fascismo in URSS, con i nomi e le azioni degli agenti, la descrizione dell’attività provocatoria dell’ambasciata a Mosca, soprattutto contro l’emigrazione Italiana.
Dati, nomi, fatti vengono ricostruiti attraverso la documentazione proveniente dagli archivi della polizia italiana e del Ministero degli Esteri.
Dal libro emerge la difficoltà in cui si trovarono i capi comunisti italiani in URSS a causa di quello spionaggio: il “roccioso” PCd’I anche a Mosca si rivelò debole e infiltrato.
Lo stesso Togliatti dovette condurre gli interrogatori di alcuni “ravveduti” passati al fascismo.
Inoltre, diversi degli esuli italiani arrestati dagli organi rivoluzionari del paese dei Soviet furono in realtà spie dell’ambasciata o con essa ebbero contatti molto sospetti: è quanto emerge da una lunga ricerca durata vari anni negli archivi dell’ex URSS i cui risultati sono disponibili on line sul sito Internet www.gulag-italia.it.
I profili biografici degli italiani imprigionati sono stati pubblicati anche nella seconda parte del volume REFLECTIONS ON THE GULAG. WITH A DOCUMENTARY APPENDIX ON THE ITALIAN VICTIMS OF REPRESSION IN THE USSR, a cura di E. Dundovich – F. Gori – E. Guercetti, in “ANNALI DELLA FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI”, anno XXXVII, 2001, Feltrinelli, Milano, 2003.
Fu davvero un difficile tornante, che può anche spiegare le cautele con cui il PCI ha sempre raccontato i fatti dell’URSS.
Parte del libro è poi dedicato a Emilio Guarnaschelli, uno dei “ravveduti” che ebbero rapporti con l’ambasciata, fu arrestato e finì per morire in URSS di morte naturale: accusato di spionaggio fascista (accusa fondata come mostra l’attuale documentazione sul suo caso), fu arrestato il 2 Gennaio 1935.
Processato, venne condannato a tre anni di Confino per propaganda controrivoluzionaria in base al COMMA 10 dell’ARTICOLO 58 del Codice Penale della Repubblica Sovietica: articolo 58-10: “propaganda controrivoluzionaria o agitazione: ovvero propaganda o agitazione con incitamento a sovvertire, minare, indebolire lo stato o a compiere le attività controrivoluzionarie indicate negli altri articoli o distribuzione o preparazione di scritti che contengono tali incitamenti: almeno 6 mesi di prigione.
In caso di guerra, stato d’emergenza o con sfruttamento di pregiudizi religiosi o nazionalisti: fino alla Pena di Morte con confisca dei Beni”.
Guarnaschelli fu inviato nell’Estremo Nord della Russia europea, prima ad Arcangelo e successivamente a Pinega, ove venne raggiunto da Nella Masutti, figlia di un informatore fascista, con la quale si sposò.
Nel 1936 gli venne applicata una seconda condanna a cinque anni nel GULAG della Kolyma e due anni dopo, nel 1938 (v’è qualche incertezza sulla data di morte: secondo la RASSEGNA DEGLI ARCHIVI DI STATO “fu fucilato il 7 Aprile 1938” ma si scoprì nel 1993 che morì di morte naturale), a soli ventisette anni, ci fu la condanna definitiva alla fucilazione comminata dalla Direzione Centrale della NKVD ma non fu comminata per decisione del Direttivo Centrale dei GULAG e morì di morte naturale.
Nel 1957, all’epoca di Chruscev, dopo il XX Congresso del PCUS con l’inizio del processo di destalinizzazione, venne riconosciuto innocente e riabilitato.
Di lui molto si parlò nel 1991, dopo un famoso libro di lettere uscite nel 1979 (da quando cioè Nella Masutti, la moglie di Emilio, pubblicò in Francia, presso l’editore Maspero, un libro che raccoglieva la gran parte delle lettere che il marito aveva inviato dall’URSS a Torino, a Mario, e che quest’ultimo le aveva, dopo tanti anni, consegnato).
La vedova, Nella Masutti, nel 1991 aveva sollevato un grande polverone, chiedendo al PCI la riabilitazione del marito: era accaduto prima e durante il Congresso della Bolognina.
Il libro in questione sfata il mito storiografico dei “comunisti italiani perseguitati da Stalin”, e dimostra che questa leggenda non solo documentariamente è destituita di fondamento, ma è, soprattutto, un’arma propagandistica al servizio dei più abietti interessi politici: il fascismo, il liberalismo conservatore, il democraticismo borghese.
Il materiale archivistico contenuto nel libro in questione è stato semplicemente rimosso da sedicenti “storici” che leggono le vicende storiche a pagine alterne e magari si sdegnano per le Camere a Gas e gli orrori delle SS, ma al tempo stesso precostituiscono le loro amnesie storiografiche sull’attività criminosa delle spie del Duce e sulle conseguenze bestiali del loro infame operato che provocò carcere, tortura e morte nelle file dell’antifascismo ed in particolare in quelle comuniste.

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L’Italietta imperialista ieri e oggi, il mito degli italiani brava gente … fandonie da storiucoli della RAI

I crimini (anche razzisti) dei soldati italiani nei Balcani e in Africa

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani nel passato

Soldati italiani e combattenti cetnici

Soldati italiani e combattenti cetnici

di Giovanni Giovannetti

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani.
Maggio 1941. Germania, Italia e Ungheria occupano la Slovenia, e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d’Italia. Ma temendo la resistenza sociale ben più di quella armata, il comandante supremo della Seconda armata d’occupazione generale Mario Roatta il 1° marzo 1942 emana la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena.
Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (come Roatta è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).
I non umani
E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio, come quello che oggi provoca una tutto sommato modesta indignazione per la morte di 200 esseri umani che annegano nel Mediterraneo.
Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 2,6 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.
Sul fronte economico si registra la depredazione delle risorse slovene pianificato dall’Iri, l’Istituto italiano per la ricostruzione industriale sorto nel 1933.
Criminali in divisa
Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Taddeo Orlando, affiancati da collaborazionisti slavi, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 33mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).
Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese.
«Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo Reggimento Granatieri di Sardegna.
Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra): coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani il questore, l’ispettore e i loro tirapiedi interrogano i prigionieri e li torturano flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).
Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani). Macis non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.
L’inquisitore diventa partigiano
Passata la guerra, a Macis verrà conferita la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…
Sempre a Lubiana, negli anni di Ettore Messana e di Emilio Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.
Sì, perché dopo la liberazione, ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, ma l’uno dopo l’altro a occuparsi di antimafia alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.
La pulizia etnica
Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero fare pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.
In totale, 109.437 jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia. Ad Arbe, Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
Numerosi internati ad Arbe verranno poi trasferiti in Italia. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».
Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi ustascia croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione». Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio.
L’Italia si auto assolve
Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime). Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola. Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si auto assolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

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La falsificazione della storia

La falsificazione della storia da parte della reazione internazionale ha ormai raggiunto ritmi talmente frenetici che non passa praticamente giorno senza che ci venga ammannita qualche “sensazionale” rivelazione su nuove prove degli infiniti “crimini” attribuiti al comunismo, spesso con risvolti anche ridicoli e grotteschi: è il caso delle “rivelazioni” del settimanale tedesco DER SPIEGEL sui presunti finanziamenti segreti del Kaiser Guglielmo II a Lenin e ai bolscevichi per favorire lo scoppio della rivoluzione d’Ottobre e far cadere la monarchia zarista.
La grande stampa borghese tedesca è particolarmente incline alle scoperte “senzazionali” e agli scoop (si veda il caso dei presunti DIARI SEGRETI di Hitler “ritrovati” nel 1983 e rivelatisi poi una clamorosa bufala).
Nel caso presente il settimanale del più grande Gruppo Editoriale d’Europa non si è limitato soltanto a ritirare fuori dalla pattumiera della storia la vecchia infamante provocazione su Lenin al soldo dei tedeschi, ma avrebbe addirittura “scoperto” le prove dei finanziamenti segreti del Kaiser al grande capo bolscevico e fino in pratica a sostenere che Lenin e i bolscevichi erano solo marionette manovrate dai servizi segreti prussiani e che la rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai avvenuta senza questo intervento occulto della potenza germanica: in sostanza, come recitava il titolo della copertina dello SPIEGEL, quella fu una “rivoluzione comprata” e Lenin non era altro che “il rivoluzionario di Sua Maestà”.
Quella che Lenin sarebbe stato pagato dalla Germania per far capitolare la Russia, tanto da essere stato inviato in Russia in un Vagone Piombato, è una calunnia che fu sparsa dalla polizia segreta zarista e dai menscevichi subito dopo il ritorno del capo dei bolscevichi in patria nell’Aprile 1917, dopo la rivoluzione di Febbraio, tanto che dopo l’insurrezione del Luglio (repressa nel sangue dal Governo Provvisorio borghese) Lenin fu colpito, sulla base di prove palesemente pre-fabbricate e false, da un ORDINE DI ARRESTO per tradimento e dovette rientrare in clandestinità: tale calunnia mirava ad addebitare al “disfattismo prezzolato” dei bolscevichi le disfatte militari che l’esercito russo stava subendo al Fronte e a creare una frattura tra la popolazione e il partito di Lenin (che stava rapidamente prendendo la testa delle masse e dei soldati in rivolta).
La storia della gloriosa rivoluzione d’Ottobre ha già fatto ampiamente giustizia di tali falsità e calunnie:
Lenin chiarì con un RAPPORTO all’Esecutivo dei Soviet ogni particolare del suo rientro: alla notizia della rivoluzione di Febbraio egli, che si trovava in esilio a Zurigo, cercò in tutti i modi ma invano una strada per tornare in Russia, compresa una richiesta di PERMESSO alle potenze alleate del governo russo, che però non vollero saperne e alla fine si adattò ad accettare una proposta del governo tedesco ai fuorusciti russi, raggiunta attraverso la mediazione di un socialista internazionalista svizzero, di poter attraversare la Germania su un treno dotato di diritto di extraterritorialità (sorvegliato ma non piombato (come fu detto) ) : in cambio i russi si impegnavano, al loro ritorno in patria, ad adoperarsi per la liberazione di un uguale numero di internati civili (tedeschi e austriaci).
L’ACCORDO con l’Ambasciata Tedesca fu messo per iscritto: prima della partenza, quale prova di trasparenza politica, fu firmato un PROTOCOLLO da socialisti internazionalisti di vari paesi in cui si riconosceva il diritto-dovere degli esuli russi di sfruttare tutte le possibilità di rientrare in patria: su quel treno viaggiarono 32 esuli (tra cui Lenin) : solo 19 erano bolscevichi, il resto erano del Bund (socialdemocratici ebrei) e di altre correnti del socialismo russo.
Alla vigilia della partenza, Lenin scrisse una lettera d’addio agli operai svizzeri, che terminava con queste parole:
“Viva la rivoluzione proletaria che è cominciata in Europa”.
Il treno li portò sulle Rive del Baltico, dove si imbarcarono per la Svezia e di lì, attraverso la Finlandia, Lenin potè rientrare a Pietrogrado.
Ora il settimanale tedesco riesuma la canagliesca menzogna propalata allora dagli zaristi, dai controrivoluzionari russi e dagli imperialisti dell’Intesa e dice di averne trovate le prove documentali (RICEVUTE DI PAGAMENTO e altre misteriose CARTE del genere) frugando negli archivi di mezza Europa: premesso che queste CARTE non esistono in nessun archivio (com’era stato dimostrato nel 1997 dopo la consultazione di 150 Archivi del Kaiser e 30 FONDI SEGRETI del Kaiser), non deve essere poi tanto difficile trovare tracce di TRANSAZIONI SEGRETE e complotti avvenuti in tempo di guerra, quando abbondavano spie, infiltrati e provocatori da entrambe le parti: a che si deve tanta solerzia ? : evidentemente si vuol dimostrare che la rivoluzione d’Ottobre non fu una grande insurrezione proletaria e di massa, pensata, organizzata e diretta da Lenin applicando e sviluppando gli insegnamenti di Marx ed Engels alla situazione russa ed europea del suo tempo, bensì un Colpo di Stato attuato da un pugno di avventurieri al soldo di una potenza straniera ! : una “anomalia” storica che impedì lo sviluppo “democratico” della Russia e senza la quale, sostiene SPIEGEL, “il comunismo non si sarebbe imposto come sistema mondiale, e forse non ci sarebbero stati i GULAG con i suoi milioni di morti” : questa è precisamente la tesi (falsa) oggi più usata dai borghesi, dai neo-fascisti e dai rinnegati per proclamare il fallimento del marxismo, negare la necessità storica della rivoluzione socialista e soffocare l’aspirazione degli sfruttati e degli oppressi a una società senza più sfruttamento e oppressione.
Non stupisce quindi che a dare corpo a una così sporca e grottesca operazione sia sceso in campo DER SPIEGEL, espressione dei grandi gruppi finanziari e industriali tedeschi ed europei, e nemmeno stupisce, per le stesse ragioni, che a rilanciarla nel nostro paese siano stati “L’UNITA” e “LA REPUBBLICA” : ossia i due principali megafoni del Partito Democratico, un partito di democristiani e di rinnegati.

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