Il carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

 

Il  carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

Sputnik 10.09.2017Il giornalista militare Aleksandr Khrolenko ritorna sull’incredibile storia di come un solitario carro armato medio sovietico T-28 condusse un audace scontro nella Minsk occupata dai nazisti nelle prime settimane della Grande Guerra Patriottica. Il 10 settembre la Russia festeggia la giornata dei carristi, la festa ufficiale degli equipaggi dei carri armati fondata nel 1946 in onore della vittoria delle forze meccanizzate nella Grande Guerra Patriottica. Alla luce della celebrazione, l’autore di RIA Novosti Aleksandr Khrolenko ha scritto un pezzo su uno degli episodi più sorprendenti sull’eroismo dei carristi durante la guerra: il caso incredibile dell’equipaggio di un carro armato sovietico T-28 a Minsk, nel luglio 1941.

12.mo giorno di guerra
All’inizio di luglio 1941, il carro armato medio T-28 comandato dal Sergente-Maggiore Dmitrij Malko fu colpito dalla Luftwaffe mentre si ritirava con una colonna meccanizzata sovietica nei pressi di Berezino, 90 km ad est di Minsk occupata dai nazisti subito dopo l’inizio della guerra. Il motore del carro armato fu danneggiato. Malko, un esperto meccanico, riuscì a ripararlo ma perse i contatti col resto della colonna. Piuttosto che cercare di raggiungerla, il sottufficiale e il suo equipaggio decisero di dirigersi verso ovest e visitare i tedeschi a Minsk. Recuperando le munizioni da un deposito abbandonato, il T-28 si diresse verso la capitale bielorussa. Le forze armate del feldmaresciallo Hans Guderian erano già avanzate verso est, e il solitario T-28 sovietico che viaggiava lungo le strade non attirò l’attenzione dei tedeschi, abituati a vedere i blindati nemici catturati.Scontro feroce
Dirigendosi verso ovest, i carristi di Malko incontrarono una colonna di motociclisti tedeschi a 40 km da Minsk, sul ponte sul fiume Svislach. Khrolenko scrive: “Il T-28 piombò sulla colonna, sparando alle forze nemiche con il cannone e le quattro mitragliatrici. Dopo di che, l’equipaggio distrusse due camion, un blindato Hanomag e decine di soldati tedeschi di fronte a una distilleria. Recandosi in città, il T-28 correva sparando alle truppe naziste nelle strade e nel parco Gorkij (che ospitava un campo militare)“. “Nel corso dell’attacco a Minsk, i sei carristi sovietici distrussero 10 carri armati e blindati, 14 camion e 3 batterie di artiglieria nemici. Le truppe tedesche subirono perdite per circa 360 soldati e ufficiali”. Il coraggioso equipaggio del T-28 attraversò Minsk, sparando finché non finirono le munizioni, prima che il comando tedesco avesse finalmente capito cosa succedesse. Un cannone anticarro della Wehrmacht sparò sul carro armato sovietico, ma la corazzatura frontale assorbì il colpo, dopo di che il Sergente-Maggiore Vasechkin rispose al fuoco, distruggendo il cannone. Khrolenko scrive che dopo aver completato la missione, “il T-28 uscì dalla città, ma alla periferia, nell’area del cimitero Kalvarijskoe, fu colpito dal tiro di un pezzo d’artiglieria nemico e prese fuoco”. I soldati dell’Armata Rossa riuscirono ad abbandonare il carro armato.Il destino dell’equipaggio
L’equipaggio del carro armato subì diverse sorti. Il Sergente-Maggiore Vasechkin lasciò il carro armato dal portello del comandante, sparando con la pistola TT prima di essere ucciso dai nazisti. I cadetti Aleksandr Rachitskij e Sergej (cognome sconosciuto) caddero anche nella battaglia. Il cadetto Nikolaj Pedan fu preso prigioniero e detenuto per quattro anni in un campo di concentramento nazista. Fu infine liberato, reintegrato nell’esercito e smobilitato nel 1946. Il cadetto Fjodor Naumov si nascose e aderì al potente movimento partigiano della Bielorussia. Fu ferito gravemente nel 1943 ed evacuato verso est. Il Sergente-Maggiore Malko riuscì a scappare verso est, incontrando le truppe sovietiche. Khrolenko scrive: “Combatté nelle truppe corazzate per il resto della guerra, il suo carro armato fu colpito sedici volte… vide il Giorno della Vittoria nella Prussia orientale, promosso al momento vicecomandante di una compagnia di carri armati. Esattamente tre anni dopo il raid del 1941, nel luglio 1944, il Tenente-Maggiore Malko si trovò nella Minsk liberata e vide lo scafo bruciato del suo T-28“. “Più tardi, nella primavera del 1945, la controintelligence statunitense interrogò il maggiore tedesco Rudolf Hale, prigioniero nella Ruhr. Durante l’interrogazione, il maggiore disse agli statunitensi che nell’estate del 1941 la sua compagnia fu quasi completamente distrutta dall’apparizione inaspettata di un T-28 sovietico a Minsk; il comando statunitense consegnò questa testimonianza agli organi appropriati delle controparti sovietiche, ma nessuno credette alla storia del carrista Dmitrij Malko e del maggiore Rudolf Hale. Nikolaj Pedan la confermò, per cui fu assegnato a Malko l’Ordine della Guerra Patriottica di Prima Classe“.
Ombreggiato dal cugino più giovane, il leggendario T-34, il T-28 era uno dei carri armati medi più formidabili del mondo durante il periodo pre-bellico. Il mostro d’acciaio aveva una corazzatura frontale spessa 80 mm e una laterale e posteriore di 40 mm. L’insolita configurazione multi-torretta del carro armato comprendeva un cannone da 76 mm e quattro mitragliatrici da 7,62 mm. Il cannone del carro armato poteva penetrare corazze spesse 50 mm alla distanza di 1000 metri. Il suo motore da 500cv gli permetteva di muoversi a velocità superiori ai 40 km/h e di attraversare fossati, scarpate e altri ostacoli. La stazione radio a bordo permetteva di comunicare fino a 60 km. Il carro armato aveva un equipaggio standard di sei elementi. Nel giugno 1941, l’Armata Rossa aveva in servizio circa 250 T-28. L’ultimo impiego in combattimento del T-28 avvenne nel 1944.

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CHE COS’È IL REALISMO SOCIALISTA (ZDANOV)

Domenico Savio

 

 

“Il compagno Stalin ha chiamato i nostri scrittori gli «ingegneri delle anime». Che cosa significa ciò? Che obbligo vi impone questo titolo? Ciò vuol dire, da subito, conoscere la vita del popolo per poterla rappresentare verosimilmente nelle opere d’arte, rappresentarla niente affatto in modo scolastico, morto, non semplicemente come la «realtà oggettiva», ma rappresentare la realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. E qui la verità e il carattere storico concreto della rappresentazione artistica devono unirsi al compito di trasformazione ideologica e di educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo.

Questo metodo della letteratura e della critica è quello che noi chiamiamo il metodo del realismo socialista. La nostra letteratura sovietica non teme l’accusa di essere tendenziosa. Sì, la letteratura sovietica è tendenziosa perchè, nell’epoca della lotta di classe, non può esistere alcuna letteratura che non sia di classe, tendenziosa, o che sia apolitica. Penso che ogni letterato sovietico possa dire a qualunque ottuso borghese, a qualunque filisteo, a qualunque scrittore borghese che parli della tendenziosità della nostra letteratura: «Sì, la nostra letteratura sovietica è tendenziosa, e noi siamo orgogliosi della sua tendenziosità, perchè essa consiste nel liberare i lavoratori e tutta l’umanità dal giogo dello schiavismo capitalistico».

Essere ingegnere delle anime vuol dire avere i due piedi sul suolo della vita reale. Questo significa, a sua volta, rompere con il romanticismo alla vecchia maniera, con il romanticismo che rappresentava una vita inesistente e degli eroi inesistenti, che faceva evadere il lettore dalle contraddizioni e dall’oppressione della vita reale in un mondo chimerico, in un mondo di utopia. Alla nostra letteratura, che ha i piedi posti su solide fondamenta materialiste, il romanticismo non può essere estraneo, ma è un romanticismo di tipo nuovo, il romanticismo rivoluzionario. Diciamo che il realismo socialista è il metodo fondamentale della letteratura e della critica letteraria sovietica, ma ciò presuppone che il romanticismo rivoluzionario deve entrare nella creazione letteraria come una delle sue parti costitutive, perchè tutta la vita del nostro Partito, tutta la vita della classe operaia e le sue lotte uniscono il lavoro pratico più severo, più ragionato, a un eroismo e a delle prospettive grandiose.

Il nostro Partito è sempre stato forte perchè univa e unisce lo spirito pratico più rigoroso con le prospettive più vaste, con il cammino continuo verso l’avvenire, con la lotta per la costruzione della società comunista. La letteratura sovietica deve saper rappresentare i nostri eroi, deve saper guardare verso il nostro domani. E ciò non è prova di utopia, perchè il nostro domani si prepara già oggi con un lavoro cosciente e pianificato.” (Andrej Zdanov, Discorso al Primo Congresso degli Scrittori Sovietici, 17 agosto 1934)

[fonte dove poter leggere il discorso integrale: http://zdanov.blogfree.net/?t=4149237]

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L’INTERVENTO MILITARE AMERICANO NELLA RUSSIA BOLSCEVICA

L’INTERVENTO MILITARE AMERICANO NELLA RUSSIA BOLSCEVICA

I – II
I
L’opinione pubblica degli Stati Uniti, il cui documento costituzionale principale: la Declaration of Independence prevede il diritto di tutti i popoli a compiere le loro rivoluzioni, condannò vivacemente l’invio di truppe americane in Russia per combattere la Rivoluzione d’Ottobre.

Lo stesso presidente Wilson, inviando un telegramma, qualche mese dopo la vittoria dei bolscevichi, al IV Congresso straordinario dei Soviet, sosteneva esplicitamente che il popolo americano era solidale con la lotta del popolo russo contro l’autocrazia. Gli statisti americani confermarono questa posizione anche quando l’intervento dell’Intesa agiva già a pieno ritmo nel nord della Russia, non lasciando dubbi sulle reali intenzioni del governo americano.

Uno dei promotori dell’intervento, R. Lansing, segretario di Stato americano dal 1915 al 1920, quattro mesi dopo l’inizio delle ostilità antisovietiche spedì un memorandum agli ambasciatori degli Stati alleati, col quale chiedeva di assicurare ufficialmente e solennemente al popolo russo che nessuno dei governi impegnati nelle operazioni militari in Siberia e nel nord della Russia aveva intenzione di violare la sovranità politica e l’integrità territoriale dei russi o d’interferire nei loro affari interni, sia nel presente che in futuro. Come questa dichiarazione potesse non risultare contraddittoria con la posizione presa a favore dell’intervento, gli storici americani se lo chiedono ancora oggi.

D’altra parte nessun ambasciatore accreditato a Mosca (inglese, francese, americano, italiano…) accettò mai d’intavolare trattative di pace col governo sovietico, fermamente intenzionato a uscire dalla prima guerra mondiale.

Da alleati della Russia contro la Germania, gli Usa si trasformarono, dopo la vittoria del socialismo, in nemici giurati, operando di concerto con Inghilterra e Francia. L’Inghilterra voleva impadronirsi del Caucaso e la Francia della Crimea, mentre gli Usa e il Giappone manifestavano un certo interesse per la Siberia.

Il loro ambasciatore in Russia, D. Francis, fece tutto ciò che era in suo potere per realizzare un golpe utilizzando i controrivoluzionari russi, rifornendoli generosamente di armi e mezzi finanziari.

Lo stesso Lansing presentò in gran segreto un memorandum al presidente americano, proponendo di dare tutti gli aiuti possibili al generale Kalidin, che stava raccogliendo forze nel sud della Russia per una marcia su Mosca.

Il presidente Wilson approvò il memorandum e incaricò il colonnello House di negoziare su questo argomento con Londra e Parigi. La questione dell’intervento militare congiunto fu discussa nel dicembre 1917 a Parigi, durante una conferenza straordinaria dei rappresentanti dell’Intesa. All’ordine del giorno era la ripartizione e la colonizzazione di tutta la Russia. Il 3 gennaio 1918, D. Francis, convinto che il punto 4 dei Fourteen points del democratico Wìlson poteva essere interpretato in modo favorevole all’intervento armato, inviò a Washington un dispaccio per chiedere istruzioni in merito.

Sei giorni dopo ricevette la risposta: “Ieri il presidente ha pronunciato un discorso al Congresso, parlando degli obiettivi della guerra e della posizione degli Usa nei confronti della Russia”. Francis, che non era uno sprovveduto, reagì immediatamente a questa risposta, generica solo in apparenza, raccomandando, con un messaggio in codice spedito il 21 febbraio, di occupare senza indugi Vladivostok, la base più importante per la conquista della Siberia, e di cedere agli inglesi e ai francesi Murmansk e Arcangelo (Archangelsk), da dove poi l’intervento si sarebbe esteso in direzione di Pietrogrado e Mosca.

Da esperto diplomatico qual era, Francis conosceva bene il valore degli impegni che Wilson aveva preso riguardo alle esigenze di autodeterminazione politica dei russi. In effetti, facendo passare la tutela dell’integrità territoriale della Russia per un problema della politica ufficiale di Washington, Wilson ne incoraggiava di fatto lo smembramento.

Lo dimostra inoltre l’approvazione ch’egli manifestò per il commento semiufficiale sui Quattordici punti che il colonnello E. House, uno dei suoi consiglieri più fidati, fece alla fine del 1918. In esso, in pratica, si affermava che nell’immediato futuro il problema della Russia si sarebbe risolto col riconoscimento dei governi provvisori (si noti il plurale “governi”) e con l’appoggio concesso a questi governi.

Nel marzo 1918 le truppe anglo-francesi invasero alcune regioni del nord. Il 5 aprile diverse navi da guerra giapponesi, comandate dall’ammiraglio Kato, sbarcarono truppe nella baia di Vladivostok.

Dopo un paio di giorni l’ambasciatore americano cercò di assicurare il governo sovietico che il suo paese non era coinvolto in queste manovre, le quali – a suo giudizio – non avevano alcun contenuto politico, trattandosi di pure e semplici “misure precauzionali” prese dallo stesso ammiraglio nipponico, sotto la sua diretta responsabilità, per proteggere la vita e i beni dei propri connazionali a Vladivostok contro i tedeschi.

La decisione definitiva sull’intervento venne presa il 6 luglio 1918, in una riunione segreta della Casa Bianca. Stranamente in quello stesso giorno a Mosca veniva assassinato l’ambasciatore tedesco Mirbach, cui seguì una mezza rivolta dei socialisti rivoluzionari di sinistra. E’ possibile che sia stata una mera coincidenza, ma perché la decisione sull’intervento non venne resa pubblica né il 7 né l’8 luglio? Forse si sperava che tutto si risolvesse da sé, che il governo sovietico venisse abbattuto e che si rendesse superfluo ogni intervento esterno.

Nella dichiarazione ufficiale del governo statunitense, in data 3 agosto 1918, veniva detto a chiare lettere che a Vladivostok, come a Murmansk e Arcangelo, le unità americane non sarebbero state utilizzate che allo scopo di difendere gli arsenali di cui le truppe russe (s’intende della guardia bianca) avrebbero potuto in seguito aver bisogno. Ma si parlò anche della necessità di proteggere la ferrovia transiberiana.

Le 9.000 unità americane, incorporate alle truppe dell’Intesa, comandate dal generale Graves, col pretesto di proteggere un corpo cecoslovacco (1) composto di quasi 70.000 ex prigionieri di guerra, peraltro ben armato, e certi misteriosi arsenali, penetrarono in Russia, occupando Arcangelo tra il 16 agosto e il primo settembre 1918. I legionari cechi avrebbero dovuto – secondo la versione americana – essere trasferiti sulla transiberiana verso Vladivostok (in realtà essi volevano dirigersi verso ovest e non verso il mare). La fretta era determinata anche dal fatto che si temeva l’occupazione da parte giapponese dei territori con le migliori risorse naturali.

Contemporaneamente l’ammiraglio Night, comandante dell’incrociatore Brooklyn, che, sin dal novembre 1917, per precauzione aveva gettato l’ancora nella baia di Vladivostok, comincerà, puntando sulla città i mortai delle sue torrette, a installare un governo controrivoluzionario in Siberia.

Da notare che il Congresso Usa non dichiarò guerra alla Russia sovietica; l’amministrazione di Wilson non fece alcuna dichiarazione circa la rottura dei rapporti diplomatici con la Russia, e Washington non ricevette alcuna richiesta di aiuti militari da parte del governo sovietico.

Passato un mese l’Intesa farà sbarcare 100.000 uomini a Vladivostok: operazione, questa, che sarà seguita dall’occupazione della Transbaikal e dei territori dell’Amur. Questo per venire incontro a Graves e a molti ufficiali del suo stato maggiore, che avevano capito, vedendo la resistenza delle popolazioni siberiane, che l’intervento si stava rivelando più difficoltoso del previsto e che gli americani si stavano compromettendo eccessivamente con le stragi compiute nella Siberia orientale dagli atamani Semionov e Kalmykov e nella Siberia occidentale dagli atamani Rosanov e Annenkov.

Qualche mese dopo il senatore californiano Johnson avrebbe rilevato che la politica di Washington nei confronti della Russia era stata molto poco seria. “La Washington ufficiale – disse il senatore – dopo solenni promesse di non ingerenza, plaudendo alla profonda simpatia degli americani per i russi, ha deciso lo stesso d’intervenire: dietro il pretesto di salvaguardare dei beni militari che si sarebbero senz’altro potuti recuperare senza lasciare il paese, i nostri interventisti sono andati a uccidere dei contadini russi”.

Partendo da Arcangelo le truppe americane avanzarono verso l’interno, onde potersi ricongiungere col governo controrivoluzionario dell’ammiraglio Kolchak, governatore di Omsk, e chiudere così l’anello di ferro dell’hinterland russo, portando alla fame la popolazione locale.

La responsabilità del golpe militare che mandò l’ammiraglio Kolciak al potere appartiene completamente al generale Knox, capo della missione inglese. A causa di una disparità di vedute con Knox, il commissario supremo britannico O’Reilly e il colonnello Grogan (ex capo della missione britannica sul luogo), furono esonerati dalle loro mansioni e ricevettero l’ordine di lasciare quanto prima la Siberia.

Infatti il governo Kolciak, cui appartenevano ufficiali di orientamento filomonarchico, filonipponico e filogermanico, nonché un gruppo di comandanti cosacchi, si distingueva per la sua ferocia e intransigenza ideologica. Considerava “bolscevichi” tutti gli oppositori, eliminandoli senza scrupoli e reclutando con forza i contadini nel suo esercito. In pratica erano proprio i metodi di Kolciak che indirettamente favorivano la diffusione del comunismo tra le campagne.

Americani e anglo-francesi crearono una rete di carceri e campi di concentramento, compivano violenze dì massa contro la popolazione, torturavano e seviziavano, fucilavano i partigiani (per stanare quest’ultimi gli americani preferivano servirsi dell’operato dei giapponesi), infine distruggevano interi villaggi. Nell’intero paese dominava la fame e l’inflazione: non c’era né carbone né elettricità e le aziende spesso erano costrette a chiudere.

Educati nello spirito del razzismo e dello sciovinismo nazionalistico – al pari dei giapponesi – i soldati americani disprezzavano profondamente i russi, trattandoli come indigeni di una colonia appena conquistata.

Molti soldati e ufficiali. esperti nel business, trafficavano coi cercatori d’oro, coi cacciatori della taiga, acquistando le merci a un prezzo tre volte inferiore al loro valore, oppure scambiandole con gli alcolici. Solo per le forniture d’armi e materiale bellico alle truppe di Kolchak intascarono 2.118 puds d’oro.

Centinaia di istruttori, di osservatori, di membri di missioni americane, inglesi, francesi si recarono a sud, a nord, a est della Russia; banche di Washington, di Londra, di Parigi aprirono pingui conti correnti ai generali Kadelin, Kornilov, Krasnov.

Nell’arco di soli tre mesi, nel 1919, le forze dell’Intesa si erano impossessate di più di 3 milioni di capi di pellicce pregiate siberiane. In un anno esportarono 14 milioni di puds di aringhe dall’Estremo Oriente. I danni provocati all’economia nazionale di questa regione ammontarono alla fine del conflitto all’astronomica cifra di 542.360.000 rubli oro.

I governi degli Stati imperialisti, persino quelli ch’erano stati alleati della Russia, volevano assolutamente la fine della Repubblica sovietica, o comunque il suo coinvolgimento nella guerra mondiale, per indebolirla e successivamente suddividerla in varie colonie. I britannici erano già penetrati ad Arcangelo e a Murmansk, e nell’agosto 1918 occuparono Baku; i nipponici entrarono a Vladivostok nell’aprile dello stesso anno; in novembre reparti francesi e greci sotto la protezione della marina anglo-francese scarcarono a Odessa. Alla fine i paesi che cercarono d’invadere la Russia furono ben 14. Nell’estate del 1918, praticamente 3/4 del territorio russo era nelle mani degli interventisti stranieri e dei controrivoluzionari interni e nella primavera del 1919 queste forze disponevano di circa un milione di soldati e ufficiali.

Le organizzazioni dei lavoratori protestarono energicamente contro questo comportamento e in sostanza chiedevano una pace senza annessioni né riparazioni. Ma fu solo il blocco austro-tedesco a rispondere all’appello di Lenin, per cui iniziarono presto i negoziati a Brest-Litovsk. Come noto i tedeschi accettarono, ma a condizione di annettersi un territorio di circa 150.000 kmq, compreso tra Ucraina, Bielorussia e Regioni Baltiche, territorio che poi aumentò di molto.

Una volta che le passioni furono sopite, il generale W. Graves poté scrivere nelle sue memorie che chiunque allora si fosse trovato in Siberia e ne conoscesse tutti i penosi retroscena, non poteva non giungere a questa conclusione politica: l’obiettivo principale dell’intervento era stato tenuto segretamente nascosto all’opinione pubblica. A suo parere l’atteggiamento dei rappresentanti alleati e quello del console generale americano non lasciavano dubbi sul fatto che gli alleati pensavano di bloccare con la forza delle armi l’espansione dei comunismo.

Tuttavia l’ostilità di classe verso il sistema socialista sovietico non fu il solo motivo dell’intervento americano. Quindici mesi prima che scoppiasse la rivoluzione d’Ottobre, il segretario di Stato Lansing ricevette un messaggio dall’ambasciatore Francis, col quale lo si informava che i giornali e le riviste europee descrivevano con molti particolari la magnificenza dell’impero russo, le sue favolose ricchezze ancora vergini, le sue colossali potenzialità.

Finita la guerra, aggiungeva Francis, il mercato russo diverrà oggetto d’una forte concorrenza. Gli stessi imprenditori americani già bramavano di poter mettere le mani sui giacimenti minerari, sulle immense fonti d’energia idraulica, già pensavano alle possibilità che questo paese offriva per la costruzione di una rete ferroviaria.

Infatti, assai presto le forze d’intervento in Estremo Oriente s’impadronirono delle miniere di carbone, delle foreste, dei vivai ittici. Nelle città occupate si aprirono filiali bancarie, uffici, si crearono imprese commerciali, industriali e società per azioni.

Mentre gli interventisti americani muovevano verso l’interno delle terre estremo-orientali, a Washington, dietro le quinte, si discuteva sulla fondazione di una speciale corporation finanziata dallo Stato in vista del mega-sfruttamento delle risorse siberiane.

Nel gennaio 1919, J. Good, membro della Camera dei rappresentanti per l’Iowa, fece sapere, dall’alto della tribuna del Congresso, che stava per essere creato un Russian Bureau presso il Consiglio militare commerciale degli Stati Uniti. Fra i progetti di questa corporazione vi erano la prospezione del sottosuolo e l’estrazione di metalli e minerali, la monopolizzazione delle terre agricole, dei boschi, delle pietre preziose, l’edificazione di hotels e ristoranti, la costruzione di ferrovie, varie operazioni creditizie e bancarie. Il controllo americano sulle risorse naturali e sui settori principali dell’economia russa sarebbe stato pressoché totale.

La presidenza della corporazione venne assegnata a uno dei magnati del business world dell’epoca, allo stesso presidente del Consiglio militare-commerciale degli Usa, Vance McCormick. Al posto di segretario-tesoriere, il futuro cavaliere della guerra fredda, John Foster Dulles, allora giovane avvocato consigliere alla commissione per le riparazioni dei danni di guerra presso la Conferenza di pace di Parigi.

Con viva soddisfazione il congressista J. Good dichiarò che McCormick aveva progettato il più grande trust che si fosse mai visto al mondo. Esso sarebbe stato finanziato con un fondo di 100 milioni di dollari per le necessità della sicurezza e della difesa nazionale.

Nel momento in cui W. Bullitt, agendo su disposizione del governo americano e delle potenze alleate, negoziava la pace a Mosca, nella cassaforte del Dipartimento di Stato americano era già stata depositata una cartina geografica della Russia sovietica, nella quale il territorio di quest’ultima era stato circoscritto all’Altopiano centrale russo. Nella nota esplicativa allegata alla cartina si suggeriva di dividere il paese in grandi aree naturali, economicamente indipendenti, ma non fino al punto da potersi costituire in Stati.

Nel febbraio 1919 la cartina fu per un certo tempo relegata nel fondo della cassaforte. Washington, Londra e Parigi avevano chiaramente sopravvalutato le possibilità delle guardie bianche di rovesciare il potere dei Soviet. Stava inoltre diventando troppo forte l’opposizione delle masse popolari dei paesi dell’Intesa all’invio di vasti contingenti nella Russia sovietica. Per non parlare del fatto che la propaganda rivoluzionaria condotta nei luoghi di battaglia e i successi dell’Armata Rossa provocavano il rifiuto da parte dei soldati dell’Intesa a proseguire le ostilità. Molti marinai della flotta francese nell’aprile 1919 si ribellarono espressamente ai loro comandanti.

Secondo il generale Graves l’appoggio manu militari del suo paese al governo monarchico controrivoluzionario era costato l’odio del 90% della popolazione siberiana. Il 9 gennaio 1920 il governo Usa dichiarò ufficialmente che le truppe americane sarebbero state ritirate in pochi mesi. L’ultimo gruppo di interventisti americani che lasciò la terra sovietica fu nel novembre 1922.

Ancora oggi gli statisti americani vedono di buon occhio uno smembramento della CSI (ex-Urss) in tante repubbliche federate, al fine d’impedire che la Russia eserciti un’influenza su territori troppo vasti e possa costituire un pericolo eccessivo per gli interessi americani.

Nel 1997 il consigliere Brzezinski parlava esplicitamente di “European Russia, Siberian Republic, Far Eastern Republic”.

Da notare che già la rivista americana “National Defence”, poco prima del crollo del muro di Berlino, presentò l’ultimo progetto per conquistare la Siberia! “Lo scopo Politico dell’offensiva contro la Siberia orientale – scrivono senza ritegno gli autori W. Kennedy e M. Gyurky – sarà quello d’annettersi i possedimenti sovietici a est degli Urali e di fondare la Repubblica di Siberia, liberando i popoli che si trovano sotto l’egemonia russa ( … ) La possibilità di svolgere vaste operazioni militari nelle latitudini settentrionali è stata già provata nel 1918-19, quando il corpo di spedizione alleato, cui era incorporata la 339a divisione di fanteria americana, combatté nelle foreste a nord di Arcangelo”. Naturalmente non una parola viene detta sul fatto che questo intervento si risolse in un fiasco totale.

D’altra parte di questa invasione non si parla né nei manuali scolastici americani, né nelle pubblicazioni divulgative destinate al grande pubblico.

II
Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Italia e Giappone, alleate della Russia nella I guerra mondiale, sin dall’inizio del conflitto cercarono di far portare ai russi il maggior peso delle operazioni belliche contro la Germania. In questo furono aiutate dallo stesso governo zarista, fino al 1917, poi dal governo provvisorio di Kerenski, tra il febbraio e l’ottobre 1917.

Tuttavia i bolscevichi, quando andarono al potere, dovendo ricostruire un’economia disastrata dalla guerra, che aveva portato la popolazione alla fame e temendo di non resistere alla controrivoluzione con una guerra in atto, il cui scopo era soltanto una nuova spartizione dei territori mondiali, proposero immediatamente alla Germania di concludere un trattato di pace.

L’Intesa non poteva accettare una soluzione del genere, non solo perché veniva a perdere un prezioso alleato contro i tedeschi e per lo sviluppo del capitalismo in Russia, ma anche perché attraverso la guerra potevano sperare di intervenire nel territorio russo per dare man forte ai controrivoluzionari.

Il governo inglese pensava inoltre di formare un nuovo fronte antigermanico con le divisioni cosacche del Don e del Kuban, nonché con quelle dei nazionalisti ucraini e dell’esercito rumeno. Ma questo era più che altro un pretesto per penetrare nell’area meridionale dell’ex impero zarista.

Sin dal 2 novembre 1917 (secondo il nuovo calendario) i capi delle armate cosacche del Don, del Kuban, del Terek e di Astrakhan, con altre popolazioni caucasiche del nord e della steppa, avevano fondato a Vladikaukas (Ordzonikidze) l’Unione del Sud-Est, il cui governo era presieduto dal cadetto Kharlamov (2).

All’istituzione dell’Unione avevano partecipato, a vario titolo, i rappresentanti dei consolati e delle missioni militari degli alleati in Russia, il cui personale contemplava moltissimi agenti del controspionaggio.

Una delegazione dell’Unione fu ricevuta a Pietrogrado dall’ambasciatore britannico Buchanan, i cui contatti coi reazionari russi, al pari del suo addetto militare, Knox, si andavano facendo sempre più regolari.

Il 22 novembre infatti il Ministero inglese della Guerra esaminò la possibilità di contattare l’ataman dei cosacchi del Don, Kaledin, intenzionato a continuare la guerra contro i tedeschi. E infatti il giorno dopo, attraverso la mediazione dell’ambasciatore del Siam, si riuscì a incontrare l’emissario segreto di Kaledin, un banchiere appartenente ai cadetti, il principe Chakhovskoi.

Scopo dell’incontro era quello di verificare la possibilità di organizzare una dittatura militare guidata da Kaledin, con l’appoggio del generale Alexeev, anziano capo di stato maggiore dell’esercito imperiale russo, di Rodzianko, presidente della Duma (consiglio di stato), e dell’ex comandante in capo Kornilov.

Per sostenere l’impresa occorrevano armi e denaro. A tale proposito si era pensato di fondare una banca cosacca con un grande capitale garantito dalle ricchezze minerarie del sud della Russia. Una banca del genere avrebbe facilmente attirato i depositi provenienti da Mosca e Pietrogrado. Knox avrebbe tenuto i contatti con gli emissari del Don e il primo degli inviati segreti, che incontrò Kaledin, fu il capitano inglese Noel.

Egli riferì in un dispaccio che i cosacchi del Don non riuscivano più a sopportare la guerra e che difficilmente si sarebbero impegnati in una nuova campagna militare, anche perché vi erano ingenti truppe dell’Armata rossa a Rostov e a Novocherkassk, per cui Kaledin non era ancora pronto a diventare dittatore e l’Unione del Sud-Est restava tutto sommato abbastanza divisa al suo interno.

Di ritorno da Tiflis, Noel fece un rapporto sulla situazione del Don al suo superiore, il generale Shore, che comandava la missione militare inglese presso il quartier generale dell’esercito russo del Caucaso. A suo parere Kaledin, federalista convinto, si sentiva responsabile solo nei confronti dell’Unione del Sud-Est e preferiva una politica difensiva, rinunciando a misure antibolsceviche al di fuori del territorio cosacco, anche se aveva intenzione in un prossimo futuro di far cessare le forniture di carbone, petrolio e grano.

Il 30 novembre l’ambasciatore Buchanan comunicava a Londra che senza appoggio finanziario Kaledin non si sarebbe mai mosso. Il Ministro della Guerra inglese fece pressioni sul capo dell’ambasciata russa Nabokov, che aveva rifiutato di riconoscere il potere dei soviet e stava parteggiando per le forze reazionarie.

Il 3 dicembre 1917 lo stesso ministro ordinò a Buchanan d’impedire coi mezzi ritenuti opportuni che la Russia giungesse a una pace separata con la Germania, ormai prossima alla conclusione (la pace di Brest-Litovsk verrà stipulata il 3 marzo 1918).

Le direttive erano precise: contattare Kaledin, Alexeev e i loro seguaci, fornire ai cosacchi e agli ucraini tutti i fondi ritenuti necessari, creare un blocco di potere tra caucasici, cosacchi, ucraini e rumeni, insediare un governo sufficientemente stabile, nella certezza che chi controllava il carbone, il petrolio e il grano della regione avrebbe poi controllato tutta la Russia.

Erano dichiarazioni impegnative, che andavano giustificate di fronte ai parlamentari inglesi e l’escamotage fu trovato, al solito, nella formula dell’impegno antigermanico.

Il 5 dicembre 1917 Buchanan e Knox in un loro dispaccio sostengono di non essere convinti che Kaledin e Alexeev abbiano forze necessarie per opporsi ai bolscevichi. Non solo, ma si lamentano che le continue visite dei loro emissari all’ambasciata inglese di Pietrogrado rischiano di compromettere tutta l’operazione e di far arrestare gli stessi diplomatici inglesi. Chiedono pertanto che gli incontri vengano fatti nelle regioni interessate, tramite la mediazione di Noel e di Williams (impiegato presso l’ambasciata).

Quanto agli aiuti finanziari (10 milioni di sterline), essi andavano gestiti dall’intermediario della missione inglese in Romania.

I consigli furono parzialmente accettati. Il colonnello Jack, poi il generale de Canddles e il capitano Noel s’incontrarono precipitosamente a Novocherkassk col colonnello francese Guchet e il console americano Pull, per vedere insieme come aiutare militarmente Kaledin e Alexeev.

Grazie ai fondi e ai consiglieri militari, Kaledin, inzialmente, riportò qualche successo nei pressi del Don, occupando Rostov il 15 dicembre. Tuttavia l’Armata rossa stava circondando l’intera Ucraina e anche le regioni centrali.

Fu allora che gli statisti anglo-francesi convocarono rapidamente a Parigi una conferenza per discutere l’atteggiamento da tenere verso la “questione russa”.

Il 23 dicembre fu redatto il trattato sulle zone d’influenza delle due potenze: l’azione diretta della Francia (che sborsò 100 milioni di franchi) doveva svilupparsi a nord del mar Nero (Bessarabia, Ucraina e Crimea); quella inglese invece a sud-est nello stesso mare, contro i turchi, impegnandosi nei territori cosacchi e caucasici, ma anche in Armenia, Georgia e Kurdistan.

In particolare gli inglesi erano convinti che la Transcaucasia e le vaste regioni confinanti potevano costituire una testa di ponte per un successivo intervento armato contro la Russia bolscevica. Altre aree strategiche venivano considerate quella nord della Russia europea e i paesi Baltici.

Questo piano annessionista fu approvato anche dal governo statunitense.

Il 12 gennaio 1918 il console generale inglese telefonava da Odessa dicendo che i bolscevichi stavano facendo grandi progressi in Ucraina. Un mese dopo Kaledin si uccideva. Nel telegramma del 2 febbraio il console concludeva amareggiato che il movimento del Don era alle corde.

Tuttavia un nuovo fatto andava imponendosi all’attenzione degli osservatori anglo-francesi: l’occupazione tedesca dell’Ucraina, in seguito alla pace coi russi, e il trasferimento del grosso dell’Armata rossa verso il fronte est, aveva fatto sì che quest’ultimo diventasse il principale teatro delle operazioni belliche.

In Transcaucasia il potere restava nelle mani dei separatisti borghesi e la cosiddetta “Armata volontaria” che s’era ritirata nel Kuban, poteva riprendere le proprie forze.

Il 4 agosto 1918 il corpo inglese del generale Dunsterville entrava a Baku, chiamato dai partiti borghesi nazionalisti, sotto il pretesto di difendere la città contro i turchi. Sarebbe stato impossibile per gli inglesi dominare il Caspio senza occupare Baku.

Senonché, preoccupandosi più di sfruttare le risorse petrolifere della regione che di difendere la città, questa cadde in mano turca il 15 settembre.

Il 30 novembre lo stato maggiore del comando alleato sosteneva che l’azione britannica nel Caucaso doveva proseguire ad ogni costo, con le forze che gli inglesi disponevano nella Turchia asiatica. In Ucraina esse avrebbero potuto intervenire simultaneamente sia dal lato della Romania che dalla costa del mar Nero, raggiungendo le regioni di Kiev e Kharkov.

Intanto, approfittando dell’apertura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la missione militare del tenente-colonnello Blackwood era in grado di ricongiungersi con le truppe bianche di Denikin, passando attraverso Novorossisk. Tale missione fu seguita da quella del generale Pool.

Nel dicembre 1918 la Transcaucasia fu occupata dalla 27a divisione britannica di Tessalonica e dalla 39a brigata proveniente dal nord-ovest dell’Iran, col pretesto di veder assicurate, da parte dei turchi, le condizioni dell’armistizio.

Gli inglesi comunque ebbero il loro da fare, sul piano politico, a conciliare il progetto antibolscevico del generale Denikin, che voleva una Russia “una e indivisibile”, con le aspirazioni indipendentiste degli strati più agiati della popolazione caucasica (Georgia, Armenia, Azerbajgian e Daghestan), che in maggioranza era non russa.

Il funzionario del Foreign Office, Eyre A. Crowe, proponeva di condurre il doppio gioco e di aspettare il corso degli eventi. Grazie agli alleati inglesi e francesi, gli Stati caucasici avrebbero potuto conservare una certa indipendenza nell’ambito dei rapporti federali con la Russia; altrimenti, in caso di destabilizzazione dei poteri russi, potevano aspirare a una completa e definitiva separazione. In fondo agli inglesi premeva anzitutto dividere l’immenso territorio ex-zarista, occupandone le aree economiche più vantaggiose (in primis i pozzi petroliferi di Baku), in nome di un protettorato politico.

Crowe propendeva per assegnare alla Francia il mandato sull’Armenia e sui territori del Caucaso del sud.

Nella misura in cui i colpi inferti dall’Armata rossa alle guardie bianche e agli interventisti stranieri si facevano più forti, i circoli imperialisti cominciarono a ridimensionare le pretese di abbattere il governo sovietico e, a partire dalla primavera del 1919, si concentrarono sull’idea di creare un cordone sanitario con gli Stati di confine, onde impedire la diffusione delle idee socialiste in occidente, organizzando cioè un embargo economico ai danni del giovane Stato bolscevico e installando alle sue frontiere delle postazioni militari in vista di successive avventure eversive. La Transcaucasia doveva giocare un ruolo centrale.

Questo piano fu discusso alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919. Chiunque sapeva che il Caucaso godeva di un’importanza strategica, più importante della Mesopotamia e del mar Caspio, e chi l’avesse dominato avrebbe prima o poi occupato l’intera Russia.

Gli stessi americani era alquanto interessati alla spartizione dell’ex impero zarista e non avrebbero mai permesso a inglesi e nipponici (i francesi si erano già ritirati) di entrare in quei territori senza che fossero chiarite prima le rispettive zone d’influenza. A loro infatti interessavano le ricchezze del Turkestan e della Cina occidentale (mentre sulla parte orientale volevano metterci le mani i giapponesi), e la conquista della Siberia era il primo passo da fare.

Nel Regno Unito la posizione bellicista del capitale finanziario era sostenuta soprattutto da Churchill e da lord Curzon; viceversa il primo ministro Lloyd George stava diventando sempre più propenso a ritirare le truppe inglesi, anche perché l’influenza dei bolscevichi sulla popolazione di Baku cresceva di continuo.

Il 26 luglio 1919 il generale di brigata Bridges affermava in un suo dispaccio che bisognava lasciare almeno due divisioni inglesi in Transcaucasia, in quanto Armenia, Georgia e Azerbajgian non erano – secondo lui – in grado di esistere autonomamente nei confronti del potere di Mosca, se non sotto il protettorato di una potenza straniera.

Nell’agosto 1919 gli inglesi ritirano le loro truppe dalla Transcaucasia, lasciando solo, per circa un anno, una base navale a Batumi. Nel contempo avevano definitivamente rinunciato a sostenere la politica federalista degli ex-generali zaristi, preferendo invece riconoscere le repubbliche transcaucasiche come Stati autonomi, emanazione della volontà dei nazionalisti borghesi.

In particolare gli ultimi tentativi d’ingerenza politico-militare furono fatti mediante il colonnello Stocks, in qualità di addetto militare nella repubblica d’Azerbajgian (Baku), il capitano Gracey nella repubblica d’Armenia (Erivan) e il capitano Hulls quale ufficiale di collegamento a Tiflis.

Il maggiore Teague Jones, ex-agente della polizia indiana, arrivò presto a Tiflis in qualità di ufficiale del servizio informativo inglese. Fu lui che il 20 settembre 1918, con l’aiuto dei socialisti rivoluzionari, aveva fatto fucilare i 26 commissari di Baku.

Quando, nell’estate 1918, Armenia, Georgia e Azerbajgian si proclamarono repubbliche indipendenti, furono riconosciute subito dal governo inglese, che si preoccupò d’inviare a Tiflis O. Wardrap in qualità di commissario britannico principale in Transcaucasia.

L’idea era quella di creare uno Stato federale accorpando quelle tre regioni, ovviamente sotto un protettorato inglese, che in seguito avrebbe potuto estendersi ad altre regioni, p.es. quelle governate dai cosacchi del Don, del Terek, del Kuban, nonché dell’Ucraina. Un’idea quindi non sono antisovietica ma anche antirussa, poiché si voleva sia la fine del comunismo che lo smembramento della Russia in tante regioni da colonizzare.

Tutti questi piani fallirono miseramente.

Bibliografia

British Documents on Foreign Affairs: Reports and Papers from the Foreign Office Confidential Print. Part VI, Series A, The Soviet Union 1917-39, vol. I, ed. Cameron Watt. Frederick (Maryland) 1984

Lord Milner Papers, Oxford Carton D-2

(1) Questi cecoslovacchi si trovavano in Russia perché avevano combattuto in precedenza contro la Russia zarista per conto dell’esercito austro-ungarico e volontariamente avevano poi accettato la prigionia russa. Seimila di loro, anch’essi ex prigionieri, passarono all’Armata rossa dalle cosiddette legioni cecoslovacche, che lottarono sul fronte a fianco della Russia zarista e che, dopo la vittoria dell’Ottobre rosso, furono costretti a combattere contro i sovietici.

(2) I cadetti erano i membri del partito democratico costituzionale fondato nell’ottobre 1905 dalla borghesia liberale monarchica. Uno dei loro fondatori fu Vladimir Nabokov, capo del servizio amministrativo del governo provvisorio, poi ambasciatore a Londra. Nemico giurato dei sovietici, nel 1919 fu ministro della Giustizia nel governo bianco di Crimea. Fu ucciso da un centonero nel 1922 a Berlino, ove era emigrato. Dopo l’ottobre 1917 tutti i cadetti passarono dalla parte dei bianchi contro i bolscevichi.

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol da 16 a 18

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol da 11 a 15

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V.I.Lenin – Opere complete -vol.da 1 -10

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Il Pentagono ha addestrato i “ribelli” di Al Qaeda in Siria all’uso di armi chimiche

Il Pentagono ha addestrato i “ribelli” di Al Qaeda in Siria all’uso di armi chimiche

http://www.resistenze.org/sito/te/po/si/posihd09-019090.htm
Michel Chossudovsky | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

07/04/2017

I media occidentali confutano le loro stesse bugie

Non solo confermano che il Pentagono ha sinora addestrato i terroristi nell’uso di armi chimiche, ma riconoscono anche l’esistenza di un neppure così segreto piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche in Siria e addebitarlo al regime di Assad.

Il London Daily Mail in un articolo del 2013 confemava l’esistenza di un progetto anglo-americano, appoggiato dalla Casa Bianca (con il sostegno del Qatar) per lanciare un attacco con armi chimiche sulla Siria ed addossare la colpa su Bashar al-Assad.

Aggiornamento; 8 aprile 2017. La decisione di Trump di bombardare la base aerea siriana come rappresaglia all’asserito uso di armi chimiche da parte di Assad sul suo stesso popolo conferma che lo scenario d’operazione sotto falsa bandiera dell’attacco con armi chimiche è ancora “sul tavolo”.

La nostra analisi (che include una grande mole di pezzi investigativi di Global research) conferma inequivocabilmente che Trump sta mentendo, i media occidentali stanno mentendo e molti degli alleati americani stanno mentendo.

Il seguente articolo del Mail Online è stato pubblicato e successivamente rimosso. Notate il discorso contraddittorio:

“Obama ha inviato un avvertimento al Presidente siriano Bashar al-Assad, La Casa Bianca ha dato luce verde all’attacco con armi chimiche”.

Questo pezzo del Mail Online, pubblicato nel gennaio 2013 è stato successivamente rimosso da Mail Online. Per ulteriori dettagli vai a questo link.

L’addestramento dei “ribelli” (alias i terroristi di Al Qaeda) da parte del Pentagono nell’uso delle armi chimiche. 

La CNN accusa Bashar al-Assad di uccidere il suo stesso popolo mentre riconosce anche che i “ribelli” non solo sono in possesso di armi chimiche, ma che questi “terroristi moderati” affiliati ad Al Nusra sono addestrati nell’uso delle armi chimiche da esperti sotto contratto del Pentagono.

In una logica contorta, il mandato del Pentagono era quello di assicurare che i ribelli allineati con Al Qaeda non acquisissero od usassero armi di distruzione di massa, addestrandoli attualmente all’uso di armi chimiche (suona contraddittorio):

“L’addestramento [nell’uso di armi chimiche] che ha luogo in Giordania e Turchia, riguarda il modo di monitorare e mettere in sicurezza scorte nonché maneggiare armi, siti e materiali, secondo le fonti. Alcuni dei contractors sono sul terreno siriano che lavorano con i ribelli per monitorare alcuni siti, secondo uno dei funzionari. La nazionalità degli addestratori non è stata rivelata, sebbene gli ufficiali si guardavano dal dare per scontato che fossero tutti americani.(CNN, 9 dicembre 2012)

L’articolo qui sopra della giornalista Elise Labott (relegata alla status di blog CNN), vincitrice del Premio CNN confuta le numerose accuse della CNN dirette contro Bashar al-Assad.

Chi sta portando avanti l’addestramento dei terroristi nell’uso delle armi chimiche? Direttamente dalla fonte: la CNN

Fonti: l’aiuto coperto degli USA nell’addestramento dei ribelli nel mettere in sicurezza le armi chimiche.

E questi sono gli stessi terroristi (addestrati dal Pentagono) che sono l’asserito bersaglio della campagna di bombardamenti finalizzati al controterrorismo di Washington iniziata da Obama nell’Agosto 2014:

“Lo schema del Pentagono stabilito nel 2012 consiste nell’equipaggiare ed addestrare ribelli di Al Qaeda nell’uso di armi chimiche, col supporto di contractors militari ingaggiati dal Pentagono, e quindi nel ritenere il governo siriano responsabile per l’uso di armi di distruzione di massa contro il popolo siriano.

Quello che si sta rivelando è uno scenario diabolico – che è parte integrale della pianificazione militare – vale a dire una situazione dove i terroristi dell’opposizione supportati dai contractors occidentali della difesa sono attualmente in possesso di armi chimiche.

Questo non è un addestramento dei ribelli nella non proliferazione. Mentre il Presidente Obama dice che “sarete ritenuti responsabili”, se userete (intendendo il governo siriano) armi chimiche, ciò che è contemplato come parte dell’operazione coperta è il possesso di armi chimiche da parte dei terroristi supportati da USA e NATO, vale a dire “dai nostri” operativi affiliati di Al Qaeda, incluso il Fronte di Al Nusra che costituisce il più attivo gruppo di combattimento finanziato ed addestrato dall’Occidente, largamente integrato da mercenari stranieri. In un amaro risvolto, Jabat al Nusra, una risorsa dell’intelligence, supportato dagli USA, è stato recentemente messo sull’elenco delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato.

L’Occidente afferma che viene in soccorso del popolo siriano, le cui vite sono presumibilmente minacciate da Bashar al-Assad.

La verità della questione sta nel fatto che l’alleanza militare occidentale non solo sta supportando i terroristi, incluso il fronte di Al Nusra, ma sta anche rendendo disponibili armi chimiche alle sue vicine forze ribelli “di opposizione”.

La fase successiva di questo diabolico scenario è che le armi chimiche nelle mani degli operativi di Al Qaeda saranno usate sui civili, il che potrebbe portare un’intera nazione dentro un disastro umanitario. La questione ulteriore è: chi è una minaccia per il popolo siriano? Il governo siriano di Bashar al-Assad o l’alleanza militare tra USA, NATO e Israele che sta reclutando forze terroristiche “di opposizione” che vengono attualmente addestrate nell’uso di armi chimiche?” (Michel Chossudovsky, 8 maggio 2013, minor edit)

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