Quali caratteristiche avrà il socialismo nel XXI secolo?

https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtkb25-022394.htm?fbclid=IwAR3Zi_EEBlA-5MB3rcPZrC5ilzhXKlU1pZWL833NPL5s4ma5KGgN6N72TKs

Quali caratteristiche avrà il socialismo nel XXI secolo?

17/02/2020

A nome del Comitato Centrale del KKE, desidero ringraziarvi [TKP, Partito Comunista di Turchia, ndt.] per il cortese invito e congratularmi per il tema da voi scelto per la conferenza – un tema che dimostra il costante sforzo del vostro Partito di svolgere il proprio ruolo di avanguardia rivoluzionaria.

Allo scopo di esaminare i tratti caratteristici del socialismo nel XXI secolo è necessario, sulla base dei principi teorici del marxismo-leninismo, analizzare da un lato l’esperienza storica del Novecento e, dall’altro, le nuove opportunità oggettive e i nuovi problemi derivanti dal progresso scientifico e tecnologico, nelle nuove circostanze dell’economia digitale e della cosiddetta «quarta rivoluzione industriale».

In particolare, è necessario esaminare, sulla base dei principi del materialismo dialettico e storico e del metodo logico-storico, le contraddizioni che determinano lo sviluppo della società socialista. Occorre esaminare il processo dell’evoluzione storica della costruzione del socialismo nel corso del Novecento. Occorre studiare gli sforzi e il livello di applicazione consapevole da parte del potere sovietico della legge economica di base del socialismo, cioè il coordinamento di tutti gli obiettivi di produzione in funzione della completa soddisfazione dei bisogni sociali. Esaminare cioè in quale misura tale legge fondamentale abbia funzionato come forza motrice della risoluzione della contraddizione tra il livello di sviluppo della produzione e la continua e ininterrotta espansione dei bisogni della società. Esaminare in quale misura l’organizzazione pianificata e programmata della produzione sociale sia stata sviluppata allo scopo di garantire il benessere e il libero sviluppo di tutti i membri della società.

In seguito agli sviluppi della controrivoluzione, il KKE ha avviato nei primi anni Novanta – e prosegue tuttora – uno sforzo determinato mirante a contribuire allo studio di questo tema complesso e difficile.

Nel breve intervento di oggi ci concentreremo su alcuni punti-chiave.

La vittoria della Rivoluzione Socialista dell’Ottobre 1917 in Russia dimostrò il carattere liberatore dei rapporti di produzione socialisti per lo sviluppo delle forze produttive. L’ottobre 1917 evidenziò la superiorità della pianificazione scientifica centralizzata per lo sviluppo delle forze produttive, poggiante sulle solide basi del potere della classe operaia, della proprietà sociale dei mezzi di produzione. L’eliminazione della disoccupazione e dell’analfabetismo, l’istruzione diffusa, obbligatoria e gratuita, la giornata lavorativa di otto ore, la reale uguaglianza tra uomini e donne nel lavoro e nella vita, la liberazione dai pregiudizi razziali, l’epica conversione dell’industria del tempo di pace in industria di guerra prima e durante la seconda guerra mondiale – sono questi alcuni esempi caratteristici offerti dai primi decenni del potere sovietico, così come in seguito il balzo verso l’esplorazione dello spazio.

Durante questo particolare periodo storico fu evidenziata la capacità della direzione mirata e pianificata in modo centralizzato della produzione sociale di assumere un carattere sempre più scientifico, e di migliorare l’organizzazione e il coordinamento degli sforzi collettivi di milioni di lavoratori sovietici. Trovarono conferma la necessità – per l’implementazione del piano statale unificato – del principio del centralismo democratico e dell’utilizzazione dello spirito di emulazione socialista come metodo direttivo, con l’obiettivo di accrescere l’efficienza della pianificazione centralizzata dell’economia.

Per comprendere l’importanza di questi risultati nell’Unione Sovietica occorre tenere conto delle circostanze storiche in cui essi furono conseguiti. Le conquiste del potere sovietico furono realizzate in una situazione di invasione imperialista, di accerchiamento imperialista, di costanti minacce internazionali e di sabotaggio della produzione dall’interno. Furono realizzate in una situazione di grave carenza di risorse materiali e di esperti scientifici specializzati, e nell’ambito di una corsa contro il tempo in cui era necessario far progredire lo sviluppo dei settori di importanza strategica in un contesto di competizione tra l’URSS e il sistema imperialista internazionale. Per di più, il potere sovietico recuperò rapidamente il forte ritardo che divideva la Russia zarista pre-rivoluzionaria dagli Stati capitalisti più forti, quali Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania.

Il balzo in avanti realizzato dall’Unione Sovietica nei suoi primi decenni di esistenza dimostra che, grazie all’espansione della proprietà sociale dei mezzi di produzione e alla pianificazione scientifica centralizzata dell’economia, la produttività del lavoro e l’applicazione di tecnologie innovative in campo economico aumentarono in misura decisiva. Le finalità e il ritmo dello sviluppo delle forze produttive mutarono. Il lavoratore, principale forza produttiva, fu liberato dalle sue catene, poiché non doveva più cercarsi un padrone a cui vendere la sua forza-lavoro nella giungla del mercato capitalista. Fu creato un nuovo esercito di scienziati tra i figli della classe operaia e della classe contadina povera.

Il potere della classe operaia sovietica fu edificato negli anni Venti sulle solide basi dei soviet, i consigli generali dei lavoratori presenti in ogni luogo di lavoro, che eleggevano rappresentanti inviati ai livelli superiori di potere in ogni settore – rappresentanti che potevano essere revocati dai loro elettori. Questo fu un passo importante per l’esercizio effettivo del potere della classe operaia.

Fu evidenziata la superiorità della pianificazione centrale nell’ambito del potere della classe operaia rispetto al mercato capitalista, in cui i gruppi monopolistici pianificano e competono tra loro per assicurarsi una percentuale più elevata di profitti, una quota maggiore.

L’esperienza storica sovietica ha altresì dimostrato che, oggettivamente, il processo della costruzione del socialismo non è una passeggiata; esso non procede in modo agevole e lineare. Una serie di problemi reali che si manifestarono – come i ritardi nella modernizzazione tecnologica dell’industria, che ebbe conseguenze negative sulla qualità e sull’adeguatezza dei prodotti – furono interpretati erroneamente come debolezze insite nei rapporti di produzione socialisti. Secondo stime sovietiche, il volume della produzione industriale dell’URSS nei primi anni Cinquanta ammontava a meno di un terzo della corrispondente produzione USA – per non parlare del ruolo-guida degli USA in campo militare, nello sviluppo degli armamenti nucleari.

Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica dovette migliorare la sua produzione e i suoi servizi in funzione di un livello nuovo e più elevato di bisogni sociali. E dovette risolvere questo problema in un contesto segnato da terrificanti perdite umane durante il conflitto, concentrate nelle fasce di età più produttive.

Si trattava di un problema particolarmente complesso, che investiva la capacità di garantire uno sviluppo proporzionale di tutti i settori della produzione, il miglioramento qualitativo dei prodotti di consumo, la priorità della produzione di mezzi di produzione, l’ampliamento dell’automazione in numerosi settori dell’economia e le misure necessarie a prevenire un inasprimento della contraddizione tra lavoro direttivo ed esecutivo.

Più in generale, il problema riguardava la capacità di garantire la priorità dello sviluppo di moderni mezzi di produzione rispetto ai mezzi di consumo, il mantenimento dei livelli proporzionali di base di tutte le componenti e gli elementi dell’economia, il miglioramento della qualità e dell’efficienza della produzione, la rapida applicazione dei nuovi sviluppi scientifici e tecnici e l’innalzamento della coscienza socialista e dell’iniziativa creativa dei lavoratori.

In questo cruciale frangente storico era necessario trovare una soluzione guardando avanti, attraverso l’espansione pianificata dei rapporti di produzione comunisti.

A giudicare dai risultati, negli anni Cinquanta divenne chiaro che non esisteva un potenziale teorico collettivamente conseguito in grado di risolvere in modo efficace questi problemi.

Durante la vicenda storica dell’Unione Sovietica ebbero luogo seri dibattiti e controversie teoriche nel campo della filosofia e dell’economia politica. Particolare importanza assunsero i dibattiti teorici del periodo 1927-1929 sulla relazione dialettica e l’interazione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Il dibattito evidenziò il ruolo attivo dei rapporti di produzione socialisti per lo sviluppo delle forze produttive. Il ruolo attivo dei rapporti di produzione si consegue attraverso gli sforzi del potere operaio atti a eliminare i residui di proprietà privata e a orientare lo sviluppo delle forze produttive in direzione della piena soddisfazione dei bisogni sociali.

Purtroppo, tuttavia, il contenuto del dibattito teorico si concentrò soprattutto sulla necessità di definire il tema scientifico dell’economia politica nell’ambito più generale del materialismo dialettico e storico, e non indirizzò la ricerca teorica in direzione di una più profonda comprensione della questione cruciale dell’interazione tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive.

Nello stesso periodo (1924-1929), il dibattito filosofico tra «dialettici» e «meccanicisti» fu importante per la comprensione del concetto di contraddizione dialettica e del suo ruolo nello sviluppo dei fenomeni naturali e sociali. Nei primi anni Trenta si era ormai sviluppato il concetto teorico di «contraddizioni non antagonistiche».

Il filosofo sovietico Ilenkov avrebbe successivamente evidenziato l’impatto di questo approccio filosofico sulla discussione dei problemi dell’economia politica del socialismo, sulla necessità di definire con chiarezza i rapporti merce-denaro come elemento estraneo alla pianificazione centralizzata. In luogo di una lotta decisiva per l’abolizione dell’economia di mercato e delle merci, avrebbe progressivamente prevalso la percezione di una possibilità di diffusione, limitata integrazione e utilizzo delle funzioni del mercato da parte della pianificazione centralizzata del potere operaio.

Negli anni Cinquanta Stalin avrebbe sintetizzato questa controversia nella sua opera «Problemi economici del socialismo nell’URSS». In conclusione, vi fu un dibattito teorico all’interno del Partito bolscevico, in cui le forze rivoluzionarie si contrapposero ai sostenitori del mercato. Ma le misure intese a favorire lo sviluppo dell’economia politica marxista del socialismo furono insufficienti a fare fronte ai problemi legati all’assegnazione della priorità ai bisogni sociali e a una pianificazione efficiente mirante alla loro soddisfazione. Furono insufficienti a consentire la fissazione di obiettivi, metodi e indici chiari per il calcolo e la valutazione dello sviluppo e delle prestazioni dell’industria e della produzione agricola socialiste, in un contesto di espansione dei bisogni sociali e di nuove esigenze della produzione socializzata.

Naturalmente, alla radice della difficoltà di porre rimedio ai limiti teorici, così come del conflitto ideologico in seno al PCUS e agli altri partiti comunisti, vi era l’esistenza di forze sociali diverse e di interessi materiali diversi nell’ambito dei Paesi socialisti.

In molti Paesi socialisti la proprietà privata dei mezzi di produzione agricoli non era ancora stata abolita. E nemmeno il diritto di assumere manodopera a pagamento era stato del tutto eliminato. Nella stessa Unione Sovietica, in aggiunta al mantenimento della proprietà collettiva nei kolchoz nel settore agricolo, si verificarono un indebolimento della partecipazione e del controllo da parte dei lavoratori, nonché un mantenimento delle differenze salariali. La contraddizione tra lavoro direttivo ed esecutivo si intensificò.

Nel dopoguerra, e in particolare dopo il XX Congresso del PCUS del 1956, si aprì la strada verso la controrivoluzione e l’arretramento del progresso storico. I dibattiti economici del 1960 furono dominati dalla concezione opportunistica del «socialismo di mercato», il cui esito fu la riforma economica di Kosygin del 1965.

Nello stesso periodo, la concezione marxista-leninista dello stato operaio fu modificata. Il XXII Congresso del PCUS (1961) definì l’Unione Sovietica uno «Stato di tutto il popolo» e il PCUS un «Partito di tutto il popolo».

Invece di andare alla ricerca di soluzioni guardando avanti, in direzione di un’espansione e di un rafforzamento dei rapporti di produzione socialisti, si optò per soluzioni che guardavano indietro, ricorrendo agli strumenti e ai rapporti di produzione del capitalismo. La gestione centralizzata dell’economia pianificata si indebolì. Ogni unità di produzione fissava i propri obiettivi di efficienza in modo indipendente, il che determinò sostanzialmente una frammentazione degli obiettivi generali della produzione sociale. Il mercato e la produzione di merci ripresero vigore; le diseguaglianze salariali aumentarono, e la proprietà individuale e di gruppo si rafforzò, soprattutto nel settore agricolo.

La controrivoluzione non avrebbe trionfato se fosse stata presente per tempo una preparazione collettiva teorica e politica atta a rispondere ai complessi problemi posti dal nuovo livello di sviluppo della produzione sociale.

Le esperienze storiche del Novecento all’indomani della Rivoluzione Socialista dell’Ottobre 1917, tanto nei loro aspetti positivi quanto in quelli negativi, dimostrano il carattere liberatorio dei rapporti di produzione socialisti nello sviluppo delle forze produttive, con l’obiettivo di soddisfare i bisogni della società.

La vicenda storica che va dalla Rivoluzione Socialista dell’Ottobre 1917 alla vittoria della controrivoluzione e ai rovesci dei primi anni Novanta evidenzia e sottolinea l’importanza dell’applicazione creativa dei principi leninisti della costruzione socialista.

Si tratta di un’esperienza storica preziosa che fa luce, da un lato, sugli effetti benefici che possono essere conseguiti quando l’avanguardia rivoluzionaria conosce e applica adeguatamente le leggi della costruzione socialista, e dall’altro sulle conseguenze negative devastanti che si hanno quando ciò non avviene, a causa di inadeguatezze collettive di ordine teorico e politico e del prevalere di concezioni opportuniste nell’ambito del Partito comunista, sotto la pressione di una correlazione negativa di forze e delle principali difficoltà che possono sopraggiungere.

Essa evidenzia inoltre i limiti e le difficoltà oggettive che ostacolano gli sforzi di una direzione pianificata dell’economia, in funzione del livello di sviluppo delle forze produttive, del progresso tecnico e della produttività del lavoro in ciascuna fase.

In breve: che cosa ci ha insegnato l’esperienza del Novecento?

In generale, ha confermato che la costruzione del socialismo non è un percorso facile, lineare e ininterrotto, e implica il rischio di arretramenti. Ha confermato una serie di elementi e precondizioni essenziali, tra loro interconnessi, che determinano l’esito di questo difficile compito. Più in particolare:

1. Ha confermato l’importanza di un orientamento coerente e solido del Partito comunista e del potere della classe operaia in direzione dell’espansione e del prevalere assoluto della proprietà sociale, dei rapporti di produzione socialisti e dell’eliminazione di tutte le forme di produzione individuale e di gruppo. Ha evidenziato il fallimento storico del «socialismo di mercato» come transizione tra la fase immatura e quella matura del comunismo.

Per mantenere un orientamento rivoluzionario nella costruzione del socialismo è necessaria la comprensione teorica del fatto che la legge del valore non è una legge dell’economia socialista, che essa non può regolarne i rapporti proporzionali. È necessaria la comprensione teorica del fatto che sino a quando vengono mantenuti i rapporti merce-denaro, sussiste il rischio di un rafforzamento delle forze sociali controrivoluzionarie. Gli effetti della legge del valore sulla vita economica sono in contraddizione con la pianificazione centralizzata e devono essere eliminati in modo decisivo attraverso la trasformazione pianificata di tutta la produzione in produzione sociale diretta.

La limitazione dell’impatto della legge del valore mediante determinate misure intraprese dallo stato socialista, quali le limitazioni dei prezzi e dei piani di produzione, non costituisce una soluzione radicale e definitiva che consenta di controllare a lungo termine il rischio di un indebolimento del potere della classe operaia.

2. Questa esperienza ha inoltre evidenziato la cruciale importanza dello sforzo di pianificazione centralizzata per il progresso scientifico e il costante adattamento creativo della pianificazione centralizzata alle nuove esigenze imposte dai nuovi livelli di sviluppo della produzione sociale.

La pianificazione centralizzata è una relazione sociale, determinata dalla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Essa esprime una modalità radicalmente diversa di unione dei lavoratori con i mezzi di produzione, senza l’intermediazione del mercato. Permette il controllo dei lavoratori su quanto viene prodotto, sulla sua modalità di produzione e sulla sua modalità di distribuzione nei vari settori produttivi.

Essa deve fronteggiare limiti oggettivi, dal momento che il livello di sviluppo delle forze produttive in ogni dato momento non permette di accedere in modo uniforme all’intera produzione sociale sulla base del principio dei bisogni, né consente di eliminare direttamente la contraddizione tra lavoro direttivo ed esecutivo, e in generale la contraddizione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale.

Di fronte alla pressione esercitata dalle difficoltà oggettive, dalla diversità di interessi materiali sociali e dalle inadeguatezze teoriche e scientifiche, è sempre presente il rischio di commettere gravi errori soggettivi nell’elaborazione del piano, in relazione agli obiettivi di produzione, alle priorità di uno sviluppo proporzionale dei settori della produzione, alla formazione e alla specializzazione della forza lavoro e al tentativo di eliminare la differenziazione di classe.

3. L’esperienza storica del Novecento ha evidenziato il ruolo insostituibile della dittatura del proletariato nella costruzione del socialismo, nonché il fallimento storico della concezione opportunista dello «Stato di tutto il popolo».

L’esperienza sovietica, sia nel suo sviluppo ascendente sia nel suo declino, ha dimostrato che la dittatura del proletariato può svolgere la sua missione soltanto quando si fonda sulla mobilitazione dei lavoratori, in modo tale che direzioni e obiettivi siano fatti propri in modo attivo e militante dalle masse popolari nel loro complesso.

Per questo è fondamentale che i suoi organi, dal livello più basso sino agli organi centrali del potere, operino in modo sostanziale e non formale. Che l’assemblea generale in ogni luogo di lavoro operi in modo efficiente, cioè sulla base dei principi del controllo, della responsabilità e della revoca dei rappresentanti eletti ai livelli decisionali più elevati. In tal modo è possibile dare vita a diritti elettivi sostanziali, contrapposti ai diritti elettivi formali, all’eguaglianza formale della democrazia borghese e della dittatura del capitale.

Questa funzione può mettere al riparo il cammino della costruzione del socialismo dagli errori e dalle deviazioni soggettive nell’elaborazione e nell’implementazione del piano in ogni momento, nel contesto della pianificazione centralizzata.

Questo rischio evidenzia il ruolo che il potere rivoluzionario della classe operaia, la dittatura del proletariato, deve svolgere. Il rafforzamento dei rapporti di produzione comunisti presuppone l’azione consapevole dei lavoratori. È necessaria una forma più alta di democrazia, con la partecipazione attiva dei lavoratori all’elaborazione, all’attuazione e al controllo delle decisioni. La trasformazione del luogo di lavoro in nucleo organizzativo del potere operaio costituisce un elemento centrale di questa forma più alta di democrazia. Ma la vittoria della rivoluzione non implica di per sé il consolidamento della coscienza socialista all’interno del popolo. Per questo la funzione di avanguardia del Partito comunista svolge un ruolo decisivo.

Il Partito comunista rappresenta il nucleo direttivo del potere rivoluzionario operaio, poiché è la sola forza in grado di agire in modo consapevole secondo le leggi di sviluppo della società socialista-comunista. Per questo esso deve essere in grado, in ogni circostanza, di guidare la classe operaia nello svolgimento della sua missione storica.

Lo Stato socialista, in quanto strumento della lotta di classe che prosegue in forme nuove e in condizioni nuove, deve svolgere sia la sua funzione difensiva-repressiva, sia la sua funzione creativa economica e culturale.

Lo Stato dei lavoratori, in quanto meccanismo di dominio politico, è necessario sino alla trasformazione di tutti i rapporti sociali in rapporti comunisti, sino alla formazione della coscienza comunista all’interno della grande maggioranza dei lavoratori, e sino al prevalere dei rapporti di produzione socialisti nella maggior parte del mondo.

4. L’esperienza sovietica ha dimostrato che, perché siano soddisfatte le suddette condizioni, il Partito comunista deve mantenere la capacità di formulare la sua politica in modo scientifico e di classe. In altre parole, il Partito comunista deve costantemente riaffermare il proprio ruolo di vettore dell’unità dialettica tra teoria e prassi rivoluzionaria. Deve contribuire allo sviluppo creativo della visione marxista-leninista del mondo, nel momento stesso in cui l’oggetto di studio di questa teoria – la vita in tutte le sue forme – si sviluppa. Non deve cioè considerare la teoria alla stregua di una raccolta di dogmi e posizioni di carattere religioso, separate dal tempo della storia. Lo sviluppo creativo è necessario per prevenire la revisione opportunista dei principi teorici e delle leggi messi in luce dalla visione marxista del mondo. Non dimentichiamo che il revisionismo teorico viene perlopiù avanzato con il falso pretesto di fare fronte a nuovi problemi e fenomeni complessi.

Lo sviluppo creativo della teoria è senz’altro un compito complesso. La ricerca teorica sulle leggi e sull’evoluzione delle strutture dell’economia del socialismo presenta particolari difficoltà oggettive, rispetto alla formulazione teorica marxista dell’economia politica del capitalismo.

Teniamo presente che quando Marx studiava le leggi e il funzionamento dell’economia capitalista, erano trascorsi secoli dall’emergere della produzione capitalista dal grembo della società feudale. I rapporti capitalistici fecero la loro prima comparsa già nel XVI secolo. Al termine del XVI secolo era ormai sorto il primo Stato capitalista nei Paesi Bassi, e nel XVII secolo ebbe luogo la rivoluzione borghese in Inghilterra. Alla fine del XVIII secolo, il modo di produzione capitalista prese il sopravvento nell’Europa occidentale con la vittoria della Rivoluzione francese.

Marx ed Engels analizzarono il sistema capitalista come tema di studio in un periodo in cui esso aveva raggiunto uno stadio relativamente maturo e avanzato, e in cui era possibile definire scientificamente tutte le condizioni realmente necessarie per l’emergere e lo sviluppo del capitalismo, i processi interni fondamentali per il suo sviluppo, differenziandoli dagli eventi storici occasionali e dalle forme storiche specifiche da esso assunte. Marx ed Engels discussero, utilizzarono e rovesciarono gli studi teorici borghesi di Smith e Ricardo che li avevano preceduti.

Il tentativo di Lenin di formulare l’economia politica marxista del socialismo esordì con risorse limitate: l’economia politica marxista del capitalismo, i principi teorici e il metodo del materialismo dialettico e storico.

Lenin dovette misurarsi con un rilevante problema oggettivo, successivamente evidenziato dalle analisi condotte sul tema dal pensiero filosofico sovietico (Ilenkov, Vazjulin ecc.). Ebbe modo di studiare soltanto sul piano concreto gli esordi dei rapporti di produzione socialisti che fecero seguito alla rivoluzione socialista in Russia. Poté studiare soltanto le basi del nuovo modo di produzione, il socialismo. Al tempo stesso, dovette scoprire le sue leggi e tentare di prevedere i problemi-chiave che il tentativo di costruzione del socialismo avrebbe dovuto fronteggiare nel futuro, in un contesto internazionale in cui il ruolo dei rapporti di produzione capitalisti rimanevano potenti e determinanti.

In altre parole, la ricerca scientifica poté concentrarsi specificamente soltanto sullo stadio immaturo del nuovo modo di produzione, mentre l’economia politica marxista del capitalismo si occupava del suo stadio di maturità, in cui i rapporti di produzione capitalisti erano già dominanti e svolgevano un ruolo decisivo nei processi di sviluppo mondiali.

La maggiore difficoltà dell’indagine teorica sullo sviluppo della costruzione del socialismo, rispetto allo studio del modo di produzione capitalista, ha un carattere oggettivo, dal momento che – diversamente dalla rivoluzione borghese, che trova già pronte le forme di rapporto capitaliste – il potere operaio non eredita rapporti di produzione precostituiti. I rapporti socialisti-comunisti di proprietà sociale emergono soltanto come esito delle azioni politiche rivoluzionarie del potere della classe operaia. La ricerca teorica che deve supportare in ogni fase la prassi rivoluzionaria – allo scopo di plasmare, espandere e approfondire i nuovi rapporti di produzione sociali – ha come principale oggetto di studio qualcosa che sta appena nascendo. In assenza di vigilanza teorica e determinazione collettiva, questa difficoltà oggettiva può favorire il prevalere dell’empirismo, il metodo positivista basato su «tentativi ed errori».

Oggi, tuttavia, noi comunisti abbiamo di fronte maggiori opportunità e responsabilità, poiché possiamo studiare l’esperienza storica del Novecento. Siamo in grado di studiare e analizzare i problemi dell’economia politica del socialismo esaminando decenni di sviluppi storici.

Al tempo stesso, possiamo trarre vantaggio, per la costruzione del socialismo, delle nuove e grandi possibilità oggettive create dalla moderna era dell’economia digitale e della «quarta rivoluzione industriale».

Vale la pena di evidenziare come molti dei limiti tecnici e scientifici che nella Russia del 1917 e nell’Unione Sovietica degli anni Cinquanta si opponevano al successo della pianificazione centralizzata e del consolidamento dei rapporti di produzione socialisti oggi non esistano più.

Pensiamo alle opportunità che l’attuale aumento della produttività del lavoro offre all’aumento del tempo libero e del contenuto creativo del lavoro per i lavoratori, che costituiscono in ogni epoca la principale forza produttiva. Dobbiamo inoltre tenere presente l’esercito di scienziati salariati che fanno oggettivamente parte della classe operaia o sono prossimi a essa – un esercito che nell’ottobre del 1917 non esisteva.

Pensiamo alle nuove possibilità di pianificazione scientifica, alla possibilità di prendere decisioni rapide e ottimali su problemi complessi, utilizzando i moderni strumenti per la raccolta rapida e l’elaborazione intensiva di vaste moli di dati e informazioni relative alla totalità dei bisogni sociali. Pensiamo alle nuove possibilità tecnologiche e scientifiche di garantire non soltanto l’adeguatezza dei prodotti, ma anche il miglioramento della loro qualità; alle nuove possibilità di migliorare e controllare rapidamente la produzione, di prevenire e fronteggiare gli incidenti industriali «gravi» che rappresentano un rischio per migliaia di persone.

Un altro aspetto riguarda le nuove possibilità di ricerca interdisciplinare, che sarà liberata dalle catene della competizione di mercato e dall’obiettivo di salvaguardare il profitto capitalista. La ricerca interdisciplinare ha la capacità di prevedere in modo tempestivo e accurato le future esigenze della società e di individuare le priorità per l’economia.

Consideriamo inoltre, nel contesto della costruzione del socialismo, l’impulso che lo sviluppo creativo del marxismo può imprimere alla moderna ricerca e, più in generale, ai processi di conoscenza.

Il progresso della ricerca scientifica marxista in tutti i settori della scienza e la collaborazione interdisciplinare contribuiranno al miglioramento della documentazione scientifica relativa agli specifici piani quinquennali nell’ambito dello sviluppo pianificato dell’economia socialista. Sarà possibile superare gli ostacoli di natura epistemologica che pregiudicano una piena corrispondenza della pianificazione alle esigenze delle leggi della costruzione del socialismo.

Il progresso scientifico contribuirà a determinare con maggiore precisione i rapporti quantitativi necessari a mantenere una crescita equilibrata tra i settori-chiave dell’economia e tra le diverse regioni di un Paese, nonché le questioni della divisione del lavoro tra gli Stati, qualora sia un gruppo di Paesi a imboccare nuovamente il cammino della costruzione del socialismo.

Naturalmente, accanto all’emergere di nuove opportunità, si stanno già presentando nuovi problemi determinati da questi mutamenti intervenuti nella produzione, nel contenuto di molte attività di lavoro specifiche e, naturalmente, nei relativi contenuti educativi.

Di fronte ai nuovi grandi problemi creati dalla nuova era della quarta rivoluzione industriale, la necessità e l’inevitabilità storica del socialismo appaiono ulteriormente confermate, poiché soltanto il potere della classe operaia può fornire risposte coerenti a questi problemi nella prospettiva del benessere della società.

Il socialismo è in grado di rispondere ai necessari mutamenti nel contenuto del lavoro, al necessario passaggio dei lavoratori a nuovi compiti e obiettivi di lavoro e a nuovi settori, senza che i lavoratori corrano rischi e debbano vivere nel timore di rimanere privi di lavoro, assicurazione e assistenza, come avviene nel regime capitalista.

In un contesto di proprietà sociale, la pianificazione centralizzata, diversamente dalla giungla del mercato, è in grado di determinare e modificare, in modo scientifico e programmato, la distribuzione del lavoro, delle risorse scientifiche e dei mezzi di produzione in tutto il Paese, in ciascuna regione e in ciascun settore.

Il socialismo può garantire la necessaria continua specializzazione e formazione, il potenziamento delle conoscenze e delle capacità dei lavoratori. È in grado di sbloccare e mettere a frutto le loro capacità creative, poiché li pone collettivamente all’avanguardia dello sviluppo storico finalizzato alla liberazione sociale. È in grado di sfruttare la potenza dello sforzo collettivo, l’impulso dell’emulazione socialista.

Tutto ciò evidenzia l’importanza dello studio e della ricerca per lo sviluppo creativo del marxismo-leninismo che dobbiamo compiere per poter agire efficacemente come avanguardia rivoluzionaria nel XXI secolo. I nostri partiti, il KKE e il Partito Comunista di Turchia, cooperano in modo decisivo e creativo in tale direzione. La capacità della classe operaia di comprendere e cambiare il mondo, la sua capacità di svolgere il suo compito storico e di guidare la lotta rivoluzionaria per il socialismo-comunismo, è destinata a essere riaffermata.

*) Makis Papadopoulos, KKE, Partito Comunista di Grecia, Membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale

 

Pubblicato in documentazione teorica

Il patto di non aggressione

Politica

URL abbreviato
123011
Seguici su

Cade il segreto sul Patto Molotov-Ribbentrop. Pubblicati per la prima volta gli originali sovietici del Patto di Non Aggressione tra URSS e Germania Nazista e del protocollo segreto aggiuntivo.

Una notizia attesa da tutti gli storici, che prima avevano accesso soltanto agli originali in lingua tedesca del patto, ed un’occasione per ripercorrere i momenti cruciali che hanno portato allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il patto di non aggressione fu per Mosca un passo necessario, reso tale dall’impasse dimostrata da Francia e Gran Bretagna nei negoziati per creare una coalizione antihitleriana. In questo modo l’URSS ebbe due anni di tempo per prepararsi all’inevitabile aggressione nazista, sancita il 22 giugno 1941 dall’inizio dell’Operazione Barbarossa.

Sputnik intervista Sergey Ivanov, figura di spicco della politica russa degli ultimi 20 anni. Ministro della Difesa e Capo dell’Amministrazione Presidenziale, ma prima ancora, ufficiale del temuto KGB, quella di Ivanov è una lettura lucida e pragmatica dei negoziati di 80 anni fa, tutt’ora al centro di discussioni tra gli storici e periodicamente tirati in ballo dai politici di alcuni paesi.

Dopo l’arrivo al potere di Hitler i rapporti tra URSS e Germania subirono un brusco raffreddamento. Quando, perché e su iniziativa di chi cominciarono a mutare?

Negli anni ’30 l’URSS aveva una rigida posizione antinazista, ovverosia antitedesca. I rapporti con la Germania cominciarono a cambiare solamente in seguito all’Accordo di Monaco. Dunque, l’iniziativa fu di Berlino che inizialmente voleva sondare le posizioni dell’URSS. Tuttavia, i dirigenti sovietici, intenzionati a creare una coalizione con Gran Bretagna e Francia, si dimostrarono cauti e non si affrettarono ad accettare le proposte tedesche.

Come riconoscono storici autorevoli anche occidentali, fino a metà agosto del 1939, ovvero fino al fallimento dei negoziati trilaterali, Stalin mirava alla creazione di una coalizione antihitleriana formata da URSS, Francia e Gran Bretagna. L’Unione Sovietica capiva bene che la politica estera del Terzo Reich era strettamente legata con i deliri nazisti dello “spazio vitale” da trovare non da qualche parte in Africa, ma ad Est, o, come diceva Hitler, in terra slava. Per questo, il nostro nemico principale era Berlino.

Ma cosa dovette fare Stalin visto il fallimento dei negoziati con inglesi e francesi e alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia? Data la situazione e considerato anche la battaglia di Khalkhin Gol ancora in corso, dovette per prima cosa pensare alla sicurezza del Paese. Fu necessario ritardare l’inizio della guerra con la Germania. E perché l’URSS avrebbe dovuto entrare per prima in guerra con la Germania di Hitler nonostante la Polonia avesse dichiarato che avrebbe inviato a morte i propri soldati per salvare il proprio Paese mentre Gran Bretagna e Francia non volevano combattere?

Perché fallirono i negoziati tra Gran Bretagna, Francia e URSS a Mosca nell’estate del 1939? Non di rado di sente dire che i dirigenti sovietici mandarono intenzionalmente all’aria la firma dell’accordo con Gran Bretagna e Francia e che non fecero altro che simulare il processo negoziale per spingere Hitler ad accordarsi con l’URSS.

Tali accuse si sono sentite in passato e continuano a riecheggiare molto spesso anche oggi. Ma vale la pena conoscere più nel dettaglio come andarono questi negoziati perché diventi chiara la fallacità di queste accuse. Proviamo a spiegare: il 18 marzo il governo britannico chiese all’Unione Sovietica e altri Paesi quali fossero le loro posizioni nel caso in cui la Germania avesse attaccato la Romania. In risposta Mosca propose di indire una conferenza internazionale con la partecipazione dei Paesi dell’Europa orientale poiché non riteneva possibile discutere con la Gran Bretagna del destino di Romania o Polonia senza la presenza di rappresentanti di nazioni ben più interessate. Londra propose di firmare una dichiarazione congiunta, ma la Polonia si rifiutò! Ora, come si può firmare una dichiarazione a difesa della Polonia senza la Polonia? In quel momento nessuno poteva garantire che la Polonia non avrebbe ceduto alla pressione di Hitler e avrebbe accettato le richieste della Germania senza opporsi militarmente. In seguito a un tale sviluppo degli eventi la Polonia sarebbe diventata una sorta di vassallo, di partner minore della Germania. Allora la probabilità di un attacco congiunto all’URSS da parte degli eserti nazista e polacco sarebbe stata molto elevata.

Va ricordato che, nel gennaio 1939 durante le trattative con Ribbentrop, Beck, il ministro tedesco degli Esteri, propose alla Germania in sostanza proprio questo. L’intelligence sovietica, come sappiamo oggi, informò il Cremlino del contenuto di queste trattative. Ma questa non è la cosa più importante. Il 31 marzo la Gran Bretagna propose alla Polonia garanzie unilaterali di indipendenza. Nuovamente senza consultarsi con l’URSS, ovvero alle sue spalle.

Tuttavia, Mosca il 17 aprile propose a Londra e Parigi di concludere un accordo trilaterale di aiuto reciproco. Ma l’ostacolo in fase di negoziati rimasero le posizioni del governo polacco e dei governi dei Paesi baltici. L’URSS non aveva con la Germania confini comuni. Come poteva l’URSS entrare in guerra con Hitler se sia la Polonia sia i Baltici dichiararono più volte in quel periodo che “non avrebbero permesso ad alcun soldato della Russia sovietica di entrare nei loro territori” se i sovietici si fossero rifiutati di discutere di eventuali garanzie circa la loro indipendenza e integrità territoriale. Le posizioni poco costruttive di queste nazioni e l’irrazionale antisovietismo dell’élite polacca resero privi di senso i negoziati e l’eventuale sottoscrizione di una convenzione militare volta alla creazione di una nuova Alleanza su modello di quella costituita durante la Prima guerra mondiale da URSS, Francia e Gran Bretagna. Tuttavia, il Cremlino provò fino alla fine a fare qualcosa: sappiamo che le missioni britannica e francese si recarono comunque a Mosca nell’agosto del 1939. E solamente quando durante i negoziati moscoviti si appurò che non sarebbe stato possibile firmare nient’altro se non una “dichiarazione di intenti” né ottenere il consenso polacco agli aiuti sovietici, il Cremlino scelse di prendere contatti con Berlino.

Si discusse nell’entourage di Stalin della strategia dell’URSS nei confronti della Germania? I dirigenti sovietici erano concordi circa la necessità di firmare un trattato di non aggressione?

Al tempo tali questioni erano affrontate da un ristretto gruppo di dirigenti. Oltre a Stalin di esso facevano parte Vyacheslav Molotov, Andrey Zhdanov, Georgy Malenkov e pochi altri. Tra i militari va citato innanzitutto Kliment Voroshilov, commissario del popolo per la Difesa. L’analisi della situazione politica delle democrazie occidentali e del corso dei negoziati trilaterali non lasciava alcun dubbio: i britannici e i francesi stavano cercando di canalizzare l’aggressione tedesca verso Est. Per questo, vi era consenso tra i massimi dirigenti sovietici circa la sottoscrizione di un patto di non aggressione con la Germania.

Quando durante i negoziati trilaterali fu definitivamente chiaro che non si sarebbe riusciti a concludere una convenzione militare con Gran Bretagna e Francia, l’URSS il 19 agosto firmò con la Germania un accordo commerciale e il 23 agosto il patto di non aggressione e un protocollo segreto ad esso allegato.

A Suo avviso, avrebbe potuto la Polonia aspettarsi gli aiuti di Francia e Gran Bretagna qualora l’Armata Rossa il 17 settembre non avesse oltrepassato il suo confine orientale?

La Polonia venne condannata dall’arroganza dei propri dirigenti che respinsero l’iniziativa sovietica di creare un sistema di difesa collettivo in Europa e dal mancato desiderio dei francesi di “salvarla”. Verso il 17 settembre le principali forze dell’esercito polacco furono sconfitte o si trovarono agonizzanti; Varsavia, il centro militare e politico del Paese, fu isolata dalle truppe naziste, il governo fu spedito in esilio e si preparava a superare la frontiera; gran parte della piccola flotta polacca sin dall’inizio delle operazioni militari si era unita a quella britannica rinunciando persino a difendere le proprie coste.Già dal 9 settembre il governo polacco avviò i negoziati con la Francia perché venisse concesso asilo al governo. Dunque, già in quei giorni tutti avevano capito e deciso di scappare. Da Varsavia il presidente polacco se ne andò il giorno stesso in cui cominciò la guerra, ovvero il primo settembre. Il 4 settembre cominciò l’evacuazione degli edifici del governo, il 5 settembre se ne andò il governo e nella notte del 7 settembre il comandante generale dell’esercito polacco Edward Rydz-Śmigły.

Se Gran Bretagna e Francia avessero voluto aiutare davvero la Polonia, avrebbero facilmente frenato la debole barriera tedesca alla frontiera franco-tedesca dove la loro superiorità era indiscussa, ma non lo fecero. Non a caso in Occidente questa parte della guerra viene chiamata drole de guerre: il 21 novembre il governo francese creò in seno all’esercito il “servizio di intrattenimento”, in Parlamento si discusse la concessione ai soldati di ulteriori bevande alcoliche, furono abolite le tasse sulle carte da gioco per l’esercito in servizio e vennero acquistate 10.000 palle da gioco.

Probabilmente, se non ci fosse stata l’esperienza polacca, l’Armata Rossa avrebbe fatto meno fatica a difendersi dai tedeschi sulla già pronta Linea Stalin?

Nessuna delle linee difensive costruite alla vigilia della Seconda guerra mondiale nei vari Paesi europei era giustificata. Tutti coloro che subirono un’aggressione furono sconfitti o si arresero. In questa guerra di movimento le distanze furono più decisive dei confini. E se la Germania avesse preparato un attacco al confine occidentale sovietico in stile 16 settembre 1939, le possibilità di tenere Leningrado sarebbero state minime. Minsk e Kiev sarebbero cadute molto prima. Ma la cosa più importante è che ci sarebbero state ancora meno possibilità di evacuare le aziende del genio militare. In questo caso saremmo durati forse fino al 1941, ma già nel 1942 non avremmo avuto più niente con cui combattere.

Se non fosse stato per il patto, nel 1941 le truppe tedesche non avrebbero dovuto combattere per attraversare le centinaia di chilometri in Bielorussia e Ucraina. Avrebbero cominciato l’attacco da posizioni ben più favorevoli e sarebbero arrivate sino a Mosca e Leningrado molto prima di quanto è realmente accaduto. Avrebbe resistito Mosca in quel caso? Nell’estate del ’41 sacrificando territorio per guadagnare tempo, i comandanti sovietici riuscirono a mobilizzare e armare diverse decine di divisioni, che di fatto riuscirono a stabilizzare il fronte e infine respingere i tedeschi alle porte di Mosca.

Quale influenza esercitò sulla società sovietica il mutamento di rapporti con la Germania? In che misura il rifiuto di una feroce critica dei nazisti disorientò la società e l’élite al potere all’inizio degli anni ’40?

I comunisti di diversi Paesi espressero il loro malcontento circa l’interruzione delle critiche contro la Germania nazista in seguito alla conclusione del patto di non aggressione. Ma pubblicamente nessuno si espresse contro questa scelta. All’interno del Paese anche il popolo si chiedeva lo stesso. Sebbene la stragrande maggioranza della popolazione capisse che il patto con la Germania fosse stato una scelta obbligata. Poiché la Germania rimaneva una nazione nazista con un’ideologia misantropica e piani aggressivi, era chiaro che un patto con questa nazione sarebbe stato una soluzione temporanea. Meglio di tutti questo lo capivano i militari.

Come reagì il Giappone al patto tra Germania e URSS?

Per i giapponesi fu uno shock. La Germania, non interessandosi dell’opinione del suo alleato, sottoscrisse un patto di non aggressione con l’URSS nel momento in cui i giapponesi combattevano contro le truppe sovietiche e mongole sul Khalkhin Gol. Il governo giapponese si dimise per via del patto concluso dal suo alleato! Penso che la sconfitta di Khalkhin Gol e il patto di non aggressione divennero un pretesto perché la fiducia di Tokyo nei confronti del Fuehrer si incrinasse.

Com’è noto il Protocollo segreto allegato al patto di non aggressione fu condannato da una sentenza del Congresso dei deputati del popolo dell’URSS del 24 dicembre 1989. Alla luce della situazione attuale non varrebbe la pena di rivedere il caso e annullare la sentenza?

La Federazione Russa, come Paese successore legale dell’URSS, può chiaramente farlo. Il fatto è che abbiamo già sopportato le conseguenze negative di questa sentenza che è servita come pretesto del nostro disarmo diplomatico, ideologico e letterale di fronte all’Occidente durante la perestroyka e negli anni ’90. Oggi non vale la pena affrettarsi a risolvere la questione. Gli storici e i giuristi possono studiare la questione prendendo tutto il tempo loro necessario per pronunciare un verdetto. Sulla base di questo la nostra società in maniera autonoma o tramite una legittima rappresentanza deciderà in che modo rapportarsi al protocollo segreto e se valga la pena di annullare la sentenza del Congresso dei deputati del popolo.


 

Sergey Ivanov, capo di Amministrazione del Presidente della Russia
© Sputnik . Iliya Pitalev
Sergey Ivanov, capo di Amministrazione del Presidente della Russia

Sergey Ivanov, classe 1953, ex generale del KGB. Ha ricoperto la carica di segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa dal 1999 al 2001 e di ministro della difesa della Federazione Russa 2001 al 2007. Successivamente è stato Capo dell’Amministrazione Presidenziale della Federazione Russa, dal 2011 al 2016. Attualmente è rappresentante speciale del presidente della Federazione Russa per la salvaguardia dell’ambiente, l’ecologia ed i trasporti.

 

 

Pubblicato in documentazione storica, Il "Patto Ribbentrop-Molotov

Il bombardamento alleato su Dresda… contro l’Armata Rossa

“Ho detto ai miei figli che non devono, in nessuna circostanza, partecipare a un massacro, e che le notizie di massacri compiuti tra i nemici non devono riempirli di soddisfazione o di gioia”, scriveva Kurt Vonnegut in una delle prime pagine del suo Mattatoio 5.

Men che mai, quando a esser massacrata è la popolazione civile di un paese, per la volontà di impartire lezioni a un terzo paese. Vonnegut ci era stato davvero a Dresda ed era uscito vivo dal macello perché, durante i bombardamenti anglo-americani dal 13 al 15 febbraio 1945, era rinchiuso, insieme agli altri prigionieri yankee, proprio dentro un macello – il mattatoio n.5 di Dresda – appunto, abbastanza fuori mano rispetto al centro della città, incenerito dalle bombe incendiarie.

Un massacro difficilmente classificabile come dettato da “esigenze di guerra”, quando la Germania era pressoché disfatta, ma che doveva servire ad avvisare l’Esercito Rosso, ormai quasi sull’Elba, che Londra e Washington dovevano avere la propria parte di vittoria, nonostante avessero messo piede sul suolo europeo da poco più di sei mesi.

Come dicevano i soldati sovietici: “l’ultimo che entra nella lotta, è quello che si porta via la parte più grossa del bottino”. A scanso di equivoci, USA e Gran Bretagna volevano ribadire quella massima, al prezzo di trentamila morti, in larghissima maggioranza civili. Nei decenni postbellici si era arrivati a parlare anche di 120.000 vittime; Vonnegut parlava di 135.000. Poi, non estranee “esigenze politiche”, le cifre sono state via via ridimensionate. I neonazisti di AfD e NPD arrivano oggi a parlare di 275.000 e anche 500.000 morti. Un po’ come per le foibe qui da noi…

La storia è nota. Era il martedì di carnevale, quel 13 febbraio di settantacinque anni fa; le strade erano piene di bambini mascherati; la città, considerata relativamente sicura, priva di fabbriche d’armamenti (anche se alcune riconvertite), non considerata un serio obiettivo militare, era stracolma di profughi; d’altronde, in tutta la guerra, gli alleati l’avevano colpita solo due volte – il 7 ottobre 1944 e il 16 gennaio 1945 – e solo come obiettivo di riserva, una volta mancato quello principale. Circolavano voci che, a guerra finita, Dresda potesse diventare la nuova capitale tedesca.

Secondo la metodica inglese dei “bombardamenti di area”, la prima ondata di aerei sganciò bombe dirompenti; fu poi la volta delle bombe incendiarie; quindi, di nuovo bombe ad alto potenziale, per impedire il lavoro ai vigili del fuoco e alle ambulanze.

La prima ondata di “Lancaster” britannici bombardò alle 22; ma il colpo principale sarebbe arrivato tra l’1 e le 2 della notte tra il 13 e il 14 febbraio, con 515 bombardieri inglesi. Solo nella prima notte, furono sganciate 1.500 tonnellate di bombe ad alto potenziale e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Al mattino, seguirono 311 “B-17” americani, che sganciarono 500 tonnellate di bombe esplosive e 300 tonnellate di incendiarie, mentre i “Mustang”, di scorta ai bombardieri, presero a mitragliare coloro che scappavano dalla città. Il 15 febbraio, ancora 465 tonnellate di bombe USA.

L’area di Dresda completamente rasa al suolo superava di quattro volte l’area completamente distrutta di Nagasaki. Oltre 12.000 edifici del centro storico, uno dei barocchi più belli del mondo, furono completamente distrutti.

Su Dresda gli anglo-americani realizzarono il cosiddetto “tornado di fuoco”, che si verifica allorché più focolai si combinano in un gigantesco falò. L’aria al di sopra si riscalda, la sua densità diminuisce e la fa salire; il tornado che si verifica al suolo, con temperature di 1.500 gradi, trascina tutto e tutti al centro dell’incendio. Le vittime, nelle strade, si liquefacevano insieme all’asfalto. Moltissimi furono anche i morti coi polmoni bruciati per il calore. Le fiamme si vedevano a 200 km di distanza.

Londra e Washington motivarono il bombardamento di Dresda col fatto che fosse un importante nodo ferroviario, anche se a Jalta (tra l’altro, la conferenza si era conclusa due giorni prima e non pochi storici osservano che il bombardamento costituisse la risposta “alleata” a Stalin) si era parlato di colpire i collegamenti di Berlino e Lipsia, ma non di Dresda.

In effetti, Dresda era il terzo snodo ferroviario più grande del Reich, da cui passavano le linee per Berlino, Praga, Breslavia, Varsavia, Lipsia e Norimberga. Però obiettivi strategici come l’aeroporto, le fabbriche e le caserme a nord della città, non furono affatto colpiti come il centro storico.

I bersagli indicati agli aviatori – e riportati negli archivi della RAF – indicavano proprio il centro storico di Dresda. Il rapporto letto ai piloti britannici prima del decollo parlava chiaro: “Dresda è la settima città più grande della Germania … nota per la sua produzione di porcellana, si è trasformata in un grande centro industriale … scopo dell’attacco è colpire il nemico dove si sente più forte, alle spalle del fronte parzialmente crollato … e allo stesso tempo mostrare ai russi, quando arriveranno in città, di cosa sia capace il Bomber Command della RAF”.

In seguito, lo stesso Winston Churchill parlò di “puro atto di terrore“; la distruzione di Dresda apre “seri interrogativi sulla politica di bombardamento alleata. Penso che sia necessario concentrarci maggiormente sugli obiettivi militari”, invece di “puri atti di terrore e distruzione intenzionale“.

Tali parole, scriveva ieri Stern, sollevano il sospetto che non si mirasse a distruggere obiettivi militari, ma a terrorizzare la popolazione. Gli storici stanno tutt’oggi discutendo se il raid su Dresda costituisca un crimine di guerra.

Certo che, quanto a bombardamenti terroristici, la Germania poteva ben “vantare” imprese di distruzione completa, come Guernica, durante la guerra civile in Spagna, e poi Coventry, Varsavia, Londra, Mosca, Stalingrado; nei quasi 900 giorni di assedio della sola Leningrado, da parte delle truppe tedesche, italiane e finlandesi, erano morte tante persone quante quelle di Dresda, Amburgo, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki prese insieme. Quindi, di cosa si parla?

Neues Deutschland osservava nei giorni scorsi che il 13 febbraio, a Dresda, si rinnovano le commemorazioni per il 75° anniversario del bombardamento. Le “autorità cittadine e il governo del Land di Sassonia, con una catena umana e cerimonie di ‘commemorazione silenziosa’, ricordano le vittime della Seconda guerra mondiale, in generale, e la distruzione della città sull’Elba, in particolare. Ogni volta, la data attira anche ‘fossili del passato’ e neonazisti che, insieme agli storici reazionari, parlano di ‘olocausto di bombe’, schernendo così le vittime dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Essi ignorano deliberatamente gli antefatti: i milioni di vittime e inconcepibili sofferenze portate dalla Germania hitleriana in Europa”.

E, però, non si può ignorare anche un altro aspetto.

Nel febbraio del ’45, ricordava ieri topwar.ru, l’obiettivo di sconfiggere la Germania era praticamente già realizzato e gli alleati guardavano piuttosto ai rapporti postbellici con Mosca. “Prima della guerra, l’URSS era un ‘paese emarginato’: non era stata invitata a Monaco, allorché fu decisa la sorte della Cecoslovacchia e, di fatto, dell’intera Europa; non era stata invitata alle conferenze di Londra e Washington. L’Italia era riconosciuta grande potenza; l’URSS no”.

Ma nel 1945 pochi dubitavano “della potenza dell’Unione Sovietica. E sebbene l’URSS non disponesse di una forte flotta o di un’aviazione strategica, nessuno dubitava delle capacità offensive delle sue armate corazzate, che avrebbero potuto raggiungere La Manica senza esser fermate”.

Infatti già a inizio febbraio, il saliente nord dell’offensiva sovietica era attestato a meno di 50 km da Berlino e il 6 febbraio l’Armata Rossa passava l’Oder; anche se, più a sud, il fronte era a oltre cento km da Dresda. Il 13 febbraio veniva liberata Budapest. Ma, a ovest, gli anglo-americani erano ancora a un centinaio di km da Bonn e da Düsseldorf e a una settantina di km da Colonia: in pratica, erano bloccati sulla “Linea Sigfrido”; per loro, Berlino era ancora lontana. Bisognava far qualcosa per cercare di “riequlibrare” i rapporti di forza con gli “alleati” sovietici. E fu Dresda.

La guerra fredda non era cominciata nel 1946 a Fulton; non era iniziata nemmeno nel 1941, allorché, ad esempio, il re Gustav V Adolf di Svezia – paese “neutrale”, che per tutta la guerra rifornì la Germania dei pregiatissimi minerali ferrosi svedesi e degli speciali cuscinetti a sfera della SKF! – augurava al “caro Cancelliere del Reich ulteriori successi nella lotta contro il bolscevismo“.

Era cominciata subito dopo la disfatta, nel 1920, dei 14 paesi che avevano tentato di soffocare la giovane Russia sovietica; e non era mai cessata.

http://contropiano.org/news/cultura-news/2020/02/14/il-bombardamento-alleato-su-dresda-contro-larmata-rossa-0124065?fbclid=IwAR1sLXP1G4bMEPPCHUdWCkDQ9uNf5cSo3qHq2qQuCSjk5q7z4LJZ6DyJVzM

Pubblicato in documentazione storica

Ladri di storia

13133230_1113651015323182_34349985689767018_n

https://www.resistenze.org/sito/te/pe/ed/peedkb03-022311.htm

Ladri di storia

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

31/01/2020

Con l’affievolirsi della memoria storica, gli anziani «guerrieri freddi» stanno cogliendo l’occasione per dipingere il socialismo del Novecento come un totale fallimento, come una tragedia umana di enormi proporzioni. Mentre sono sempre meno numerosi gli individui ancora in vita tra i milioni che si sacrificarono per realizzare il socialismo, i suoi nemici possono contare su una tabula rasa su cui ricostruire la storia dell’Unione Sovietica a loro piacere. E stanno approfittando attivamente di questa opportunità. Purtroppo, gli storici accademici che conoscono – o dovrebbero conoscere – la realtà storica rimangono in silenzio.

Lo scorso anno ha offerto un’occasione tutta particolare per denigrare il retaggio del comunismo del Novecento e dell’Unione Sovietica – l’ottantesimo anniversario del patto di non aggressione tedesco-sovietico. Le assurdità hanno travalicato i limiti del passato con la risoluzione dell’Unione Europea secondo cui tale patto «spianò la strada allo scoppio della seconda guerra mondiale». Già in diverse occasioni l’Unione Europea ha tentato di equiparare il comunismo al fascismo o al «totalitarismo», e ha giustificato la messa fuori legge del comunismo in diversi Paesi membri; ma il 23 agosto 1939 è servito da pretesto per una risoluzione UE ancor più oltraggiosa.

Qualunque analisi seria e obiettiva dei fattori che condussero allo scoppio della seconda guerra mondiale inizierebbe verosimilmente dal Trattato di Versailles, con il quale i vincitori del primo conflitto mondiale imposero agli sconfitti condizioni insostenibili. Le banche anglo-americane si ingozzarono con i prestiti usurari necessari alla Germania per pagare le riparazioni di guerra, pregiudicando lo sviluppo economico tedesco.

Inoltre, la responsabilità dell’ascesa del nazismo ricade nettamente sull’estremismo nazionalista e sul rabbioso revanscismo alimentati dalla borghesia tedesca. Anche sui parlamentari socialdemocratici ricade la colpa di aver tollerato il nazismo e di aver sguinzagliato proditoriamente le bande fasciste armate (Freikorps, Stahlhelm) contro gli esponenti della vera sinistra e contro i lavoratori.

E naturalmente, il collasso del capitalismo globale iniziato nel 1929 fornì alimento al populismo di destra, con il suo contorno di sciovinismo, demagogia e aggressione – condizioni essenziali per lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Isolata ma immune dai mali del capitalismo, l’Unione Sovietica rimase in gran parte intatta dalla Grande Depressione. Allarmati dalla presa del potere statale da parte dei nazisti nel 1933, i dirigenti sovietici vararono immediatamente un’offensiva di pace.

Già il 14 dicembre 1933 (Hitler era divenuto cancelliere tedesco il 30 gennaio 1933), i sovietici proposero una dichiarazione congiunta polacco-sovietica che esprimesse la determinazione a difendere la pace nell’Europa orientale in caso di minacce di guerra. Il 26 gennaio seguente, la Polonia sottoscrisse un trattato di amicizia e non aggressione con la Germania. Il 3 febbraio il governo polacco rifiutò la proposta sovietica.

Un mese dopo, l’Unione Sovietica propose un protocollo da sottoscrivere congiuntamente con la Germania che escludesse ogni iniziativa rivolta direttamente o indirettamente contro gli Stati baltici. La Germania nazista respinse la proposta.

In maggio, il ministro degli Esteri sovietico Litvinov si rivolse alla Conferenza Internazionale sul Disarmo suggerendo di rafforzare la pace attraverso l’imposizione di sanzioni e favorendo la firma di ulteriori patti di non aggressione (i sovietici ne avevano sottoscritto uno con la Francia nel 1932). Propose la stipula di accordi paneuropei e regionali di mutua assistenza contro eventuali aggressioni. L’opposizione britannica e l’indifferenza degli Stati Uniti fecero di fatto naufragare questa iniziativa.

Tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934, il ministro degli Esteri francese Barthou, insieme ai sovietici, propugnò con entusiasmo un ampio patto di sicurezza collettiva (Patto Orientale) esteso a numerosi Paesi europei e rivolto contro eventuali aggressioni tedesche. Ma diversi governi, in particolare quello britannico, insistettero affinché vi venisse inclusa anche la Germania! Francia e Unione Sovietica acconsentirono a questa condizione, ma la Germania e la Polonia rifiutarono di sottoscrivere il patto. A causa del mutato orientamento della diplomazia francese all’indomani dell’assassinio di Barthou e dell’intransigenza britannica, successivamente il patto naufragò. Molti collocano in questo momento la nascita della politica di «appeasement» franco-britannica. È evidente che i governi di destra al potere in Polonia, in Finlandia e nei Paesi baltici erano più anti-sovietici che timorosi di un’aggressione nazista.

Quando il fascismo italiano prese di mira l’Etiopia nel 1935, i diplomatici francesi e britannici fecero capire che non avrebbero agito contro l’aggressione. In settembre, Litvinov biasimò la Lega delle Nazioni per la sua inazione, richiedendo che essa non risparmiasse «alcuno sforzo né alcun mezzo allo scopo di prevenire conflitti armati tra due Stati membri…». In un successivo telegramma, Litvinov dichiarava: «La risoluta applicazione di sanzioni da parte della Lega contro l’Italia costituirà un severo monito anche nei confronti della Germania». Le «democrazie» occidentali si opposero all’imposizione di sanzioni, a un intervento militare o a un embargo allo scopo di bloccare l’aggressione. Al contrario, premiarono l’invasione svendendo l’Etiopia con l’oneroso accordo Hoare-Laval. Gli Stati Uniti ribadirono la loro passività nei riguardi dell’aggressione fascista approvando il Neutrality Act.

L’Unione Sovietica proseguì la sua offensiva di pace per tutto il 1935 e il 1936, opponendosi strenuamente all’inazione di fronte all’occupazione tedesca della Renania in marzo e al riarmo della Germania.

Ma la vera misura dell’impegno antifascista e antinazista si ebbe nelle reazioni all’aggressione fascista contro la Repubblica spagnola del 17 luglio 1936. Quando il traditore Franco, aiutato dalle forze militari italiane e tedesche, insorse contro il governo eletto, le «democrazie» occidentali scelsero vergognosamente di abbandonare una repubblica sorella, permettendo al nazismo e al fascismo di agire indisturbati. Soltanto l’Unione Sovietica (e in misura minore il Messico) offrirono assistenza materiale, umana, diplomatica e politica alla Repubblica spagnola sotto assedio.

Per contro, i governi britannico e francese promulgarono un embargo sugli armamenti e chiusero i confini, ostacolando i movimenti dei veri antifascisti che accorrevano in difesa della Repubblica.

Gli USA estesero alla Spagna il loro Neutrality Act – una neutralità che si rivelò assai permeabile, dal momento che le corporation americane trovarono vari modi per aiutare i ribelli. I governi degli USA e dell’Europa occidentale adottarono così un’assurda politica di non intervento contro l’intervento nazista! Per intere generazioni, buona parte della sinistra internazionale ha considerato la guerra di Spagna come il primo energico sforzo di resistenza contro l’aggressione fascista. Oggi, questa prospettiva sembra essere stata cancellata dalla memoria collettiva del XXI secolo.

Va osservato che la politica estera sovietica fu sistematicamente improntata alla solidarietà contro le aggressioni. Quando il Giappone attaccò la Cina nel luglio 1937, l’Unione Sovietica fu l’unica grande potenza a fornire assistenza materiale alla Cina.

Chamberlain e il governo britannico premiarono i fascisti italiani per il loro intervento in Spagna con un trattato di amicizia e cooperazione sottoscritto il 16 aprile 1938.

I diplomatici sovietici ricevettero chiari segnali del fatto che i governi britannico e francese erano decisi a escludere l’URSS da qualsiasi patto, ed erano altrettanto determinati a deviare l’aggressività tedesca verso est, contro l’Unione Sovietica. In alcune conversazioni private, il britannico Lloyd George e lo statunitense Sumner Welles lo lasciarono intendere chiaramente. Le potenze occidentali ritenevano di poter a un tempo contenere la Germania (a spese dei piccoli Stati e dell’URSS) e conservare i propri imperi.

Quando i tedeschi entrarono in Austria nel marzo 1938, soltanto l’Unione Sovietica si oppose fermamente. La Pravda descrisse come un funesto presagio l’indifferenza occidentale all’Aschluss: «È una politica che avrà inevitabilmente conseguenze fatali. E coloro i quali la perseguono devono essere ritenuti responsabili di aggravare la minaccia di una guerra in Europa [grassetto mio]». Secondo i sovietici, era la complicità occidentale a «spianare la strada» alla guerra in Europa – una considerazione che sembra sfuggire ai burocrati dell’Unione Europa, oggi tanto ansiosi di gettare sui sovietici la colpa della seconda guerra mondiale.

L’Anschluss imbaldanzì gli ambienti di destra in tutta Europa. Nel marzo 1938, il governo militare e cripto-fascista al potere in Polonia, agendo in tacito accordo con la Germania, mise in atto una provocazione mirante all’occupazione di una parte della Lituania. L’Unione Sovietica si oppose con forza.

Durante tutto il 1938, i sovietici proposero piani di sicurezza collettiva, prevedendo l’aggressione tedesca contro la Cecoslovacchia. In settembre le loro iniziative furono accolte con favore da Winston Churchill, che allora non faceva parte del governo. Ignorando sia le iniziative sovietiche sia i desideri del governo cecoslovacco, Gran Bretagna e Francia regalarono ai tedeschi i Sudeti (con l’infame Accordo di Monaco). In seguito, Hitler si vantò del fatto che la Cecoslovacchia gli era stata «offerta su un piatto d’argento dai suoi stessi amici».

Mentre le potenze occidentali facevano a pezzi la Cecoslovacchia, anche la Polonia pretese la cessione della regione di Teschen.

Nel marzo successivo (1939), la Germania occupò il resto della Cecoslovacchia. Il 18 marzo il governo sovietico propose una conferenza di URSS, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Romania e Turchia per discutere la minaccia di guerra. Chamberlain e Halifax rifiutarono la proposta senza mezzi termini; il governo francese non si prese nemmeno il disturbo di rispondere. In aprile, un’ulteriore offerta sovietica di sottoscrizione di un trattato di mutua assistenza con Gran Bretagna e Francia fu lasciata cadere in modo sprezzante.

Dopo anni di iniziative di pace, offerte di accordi di sicurezza collettiva e reciproca difesa e appelli a opporre un fronte comune al fascismo, il governo sovietico si rese conto che le potenze europee erano decise a soddisfare Hitler allo scopo di deviare la sua attenzione verso est. Nel maggio 1939 l’architetto della politica sovietica di sicurezza collettiva, Maksim Litvinov, fu sostituito da V. Molotov.

L’aggressione giapponese contro un’Unione Sovietica isolata nel maggio 1939 non fece che intensificare per i sovietici l’urgenza di concludere accordi atti a preservare la pace (i sovietici, sconfiggendo i giapponesi a Khalkhin Gol in settembre, scongiurarono il rischio immediato di una guerra su due fronti).

Malgrado il cambiamento avvenuto al vertice della politica estera sovietica, in giugno il governo sovietico propose alla Gran Bretagna e alla Francia una bozza di trattato di mutua assistenza in caso di attacco contro una delle tre parti. La bozza proponeva inoltre di prestare assistenza a Belgio, Grecia, Turchia, Romania, Polonia e Stati baltici in caso di aggressione. Le due potenze inviarono a Mosca emissari di secondo piano a discutere la bozza. Dal momento che gli inviati non avevano alcun mandato per negoziare, ma si limitavano a opporre un’obiezione dopo l’altra, i sovietici giunsero alla conclusione che non intendessero fare sul serio. Le trattative si trascinarono sino ad agosto e con ogni probabilità si sarebbero protratte sino almeno a ottobre.

Contemporaneamente, i britannici discutevano con la Germania ulteriori concessioni, offrendo una revisione delle clausole del Trattato di Versailles relative ai mandati e alle colonie in cambio della sicurezza del loro impero.

Malgrado in almeno tre occasioni l’URSS avesse respinto le avance tedesche per un accordo reciproco, il 23 agosto 1939 il governo sovietico, frustrato, accettò di sottoscrivere un patto di non aggressione e assistenza reciproca con la Germania.

Ai critici occidentali del cosiddetto Patto Molotov-Ribbentrop occorrerebbe ricordare le parole di Stalin al XVIII Congresso del PCUS del marzo 1939: «1. Siamo a favore della pace e del rafforzamento delle relazioni economiche con tutti i Paesi… 2. Siamo a favore di relazioni pacifiche, strette e amichevoli con tutti i Paesi confinanti… 3. Siamo a favore del sostegno alle nazioni che sono vittime di aggressione e combattono per la propria indipendenza». Stalin aggiunse che l’URSS doveva «essere cauta e non… consentire che il nostro Paese venga attirato in un conflitto dai guerrafondai abituati a farsi togliere le castagne dal fuoco da altri».

Naturalmente vi furono molte altre iniziative e proposte di pace avanzate dai sovietici oltre a quelle qui menzionate. Questo non è che un breve riassunto. Ma i fatti sono incontrovertibili.

Per di più, si tratta di fatti ben noti a qualunque storico serio del periodo. Questi fatti tracciano il quadro di un’Unione Sovietica isolata, attivamente impegnata a perseguire una politica di pace contro l’indifferenza e perfino l’incoraggiamento della marcia verso la guerra.

In nessuna occasione, nel periodo successivo alla presa del potere da parte dei nazisti, le cosiddette «democrazie» occidentali più importanti si opposero energicamente all’aggressione (e non soltanto nel caso di Chamberlain a Monaco). In tutte le occasioni furono i sovietici a dare l’allarme e, nel caso della Spagna, a fronteggiare il fascismo sul campo di battaglia.

Forse i sovietici furono responsabili di errori di calcolo e valutazioni sbagliate nel preparare le loro iniziative di pace, ma esse costituirono una reazione razionale alla minaccia di una guerra destinata ad avere una portata letale senza precedenti. Inoltre, queste iniziative mirarono sempre, dai primi tentativi sino al patto di non aggressione tedesco-sovietico, a garantire la pace e la sicurezza dell’Unione Sovietica.

È quindi inaccettabile che gli storici di professione rimangano in silenzio di fronte alle ridicole risoluzioni architettate dai ciarlatani politici senza scrupoli al servizio del capitalismo dell’Unione Europea.

Ma forse questa vigliaccheria intellettuale non dovrebbe sorprendere, in un’epoca popolata da intellettuali in vendita al miglior offerente, comodamente sistemati in think tank provvisti di sostanziosi finanziamenti e del tutto allergici all’obiettività e allo studio accademico rigoroso.

Forse è una reazione prevedibile da parte di questi accademici privi di spina dorsale.

Questi sono i tempi in cui viviamo…

 

Pubblicato in documentazione storica, Uncategorized

L’assalto alla casa di Leon Trotsky

https://www.revolutionarydemocracy.org/rdv6n1/trotsky.htm?fbclid=IwAR0BZ9FyGZLNa5SJszke0MYNuX43KDCKUrWRZ7dPEl4AtBBYS5m6QBXvmhI

https://paginerosse.wordpress.com/2013/12/10/the-assault-on-the-house-of-leon-trotsky-david-alfaro-siqueiros/

 

L’assalto alla casa di Leon Trotsky

di David Alfaro Siqueiros

David Siqueiros è noto come maestro dell’arte murale rivoluzionaria messicana e combattente per la difesa della Repubblica democratica spagnola dal fascismo. Il suo ruolo nell’assalto alla casa di Leon Trotsky nel maggio 1940 è rimasto poco noto. La deposizione di Siqueiros in tribunale, pubblicata qui per la prima volta e tratta dagli archivi della Fondazione Siqueiros in Messico, fa luce sui motivi politici dell’artista in quella strana vicenda. Siqueiros si sentì spinto a questo dopo aver vissuto direttamente il ruolo negativo del POUM trotzkista nella guerra antifascista in Spagna; voleva vendicare l’onore della democrazia messicana che era stata infangata dalla presenza di Trotsky in Messico. Con l’esercito di Hitler pronto a colpire ad Est, Siqueiros ritenne necessaria un’azione di protesta per impedire a Trotsky di usare il Messico come base per i suoi attacchi contro l’Unione Sovietica. L’operazione si proponeva di raccogliere, senza spargimento di sangue, prove documentali sul denaro che Trotsky riceveva dall’editore dei giornali reazionari Hearst e far scoppiare uno scandalo che avrebbe costretto il governo di Cárdenas a chiudere il quartier generale di Trotsky in Messico. L’attacco armato si concluse con un fallimento. Trotsky si nascose sotto il letto, protetto dalla moglie; nella confusione i documenti che Siqueiros sperava di trovare non saltarono fuori e Trotsky rimase saldamente sistemato in Messico. Il Partito Comunista del Messico dichiarò che non aveva assolutamente nulla a che fare con l’operazione. Trotsky fu poi ucciso tre mesi dopo, in un attacco non correlato alle attività di Siqueiros,. Per Siqueiros la protesta significò mesi di clandestinità, carcere e anni di esilio. Altri particolari si troveranno nella biografia di Siqueiros scritta da Phil Stein e pubblicata da International Publishers, NY,1994.

La deposizione di Siqueiros in tribunale offre un ampio quadro dei problemi affrontati dal movimento comunista e democratico a causa del trotskismo negli anni ’30 in Spagna e altrove. A quel tempo Siqueiros non sapeva che Trotsky stava fornendo informazioni all’FBI sul movimento comunista internazionale attraverso il consolato americano in Messico. In seguito al XX Congresso del PCUS nel 1956, la critica al trotskismo gradualmente si ridusse. Ciò non sorprenderà, perché, come sottolinea Kaganovich nelle sue memorie, Krusciov era stato un sostenitore di Trotsky nel 1923-24 e il suo “rapporto segreto” rappresentò un ritorno alle sue radici politiche.

_________________________________________________________________

L’assalto alla casa di Leon Trotsky

I motivi della mia partecipazione. Le ragioni politiche che l’hanno reso possibile e inevitabile. Il processo psicologico-politico in cui è nato.

All’opinione pubblica in generale.

In particolare al proletariato messicano.

Al giudice del Tribunale di primo grado di Coyoacán.

Quando i combattenti messicani arrivarono in Spagna ai primi di gennaio del 1937 per combattere per la Repubblica nelle file dell’Esercito Popolare, trovarono una feroce contraddizione: da una parte il presidente Cárdenas forniva armi al popolo spagnolo, al fine di combattere per la Rivoluzione, ma al contempo forniva armi a Leon Trotsky affinché dal Messico rivoluzionario potesse lottare contro la Rivoluzione, e tutto ciò, purtroppo avveniva nella totale passività del movimento operaio messicano.’

Noi messicani ci siamo sforzati invano di cancellare un macchia così grave. Alle nostre argomentazioni in difesa della “ospitalità politica tradizionale messicana”, ci veniva risposto con la logica del “certamente, ospitalità politica per i rivoluzionari, come Marti, Julio Antonio Mella, la madre di Prestes; e mai nessuna accoglienza o protezione per le centrali della controrivoluzione internazionale”.

Anche tra i militanti d base delle unità spagnole e internazionali, abbiamo constatato la stessa ferma condanna. Combattenti di tutti i paesi ci hanno chiesto di chiarire “l’incomprensibile paradosso cardenista”. E alle nostre scarse spiegazioni, tutti concludevano riaffermando che: – era un grave disonore del movimento operaio rivoluzionario del Messico. La nostra replica, che il presidente Cárdenas aveva operato contro l’opinione della maggioranza degli operai organizzati, non faceva che aumentare la riprovazione contro il governo messicano e per l’azione debole e insufficiente delle masse organizzate del nostro paese.

Non era solo una politica sbagliata, per tutti loro era incomprensibile;. una forma precisa di attività controrivoluzionaria, doppiamente grave da parte di un movimento progressista.

Leon Trotsky, nel frattempo, aveva preso possesso di una tribuna efficace, concessagli nella stessa capitale messicana, contro ogni prassi legittima per i rifugiati politici, e per giunta da Cárdenas, il presidente più progressista del Messico. Da quella tribuna eccezionale, protetto in permanenza dalla polizia, l’impostore, mascherato da caudillo eroico della estrema sinistra comunista, portava attacchi deliranti contro il movimento rivoluzionario messicano e internazionale, proprio mentre era più intensa l’offensiva reazionaria in ogni paese.

I settori più arretrati della borghesia messicana e la borghesia di tutti i paesi, continuano a considerare con ostilità il Trotsky del periodo iniziale della rivoluzione russa, Trotsky membro del partito di Lenin e Stalin; ma porgono una mano amichevole a Trotsky l’anti-stalinista, “il più grande nemico del tuo maggior nemico”, colui che sostiene la lotta controrivoluzionaria locale e mondiale, con l’uso senza precedenti di una gran quantità di sofismi. A questo scopo, il suo primo passo fu aprire completamente le porte alla propaganda.

Non fu subito chiaro che questo errore sarebbe stato in grado di piantare radici. “Il Movimento Operaio Messicano (si disse) era forte, il più grande dell’America Latina. L’influenza del Partito Comunista Messicano e dei suoi simpatizzanti all’interno dei sindacati era notevole. Altrettanto vasto era il prestigio tra i membri del Partido de la Revolución Mexicana, e anche se non s’era ancora formato un fronte popolare, c’erano tutte la basi di un vero Fronte popolare –“ nel quale si sarebbero uniti operai, contadini, soldati, artigiani, intellettuali e un settore apertamente progressista della nuova borghesia nazionale”. L’uomo più innovatore della rivoluzione messicana, il presidente Cárdenas, non poteva negare senza contraddire la natura stessa del suo governo, ciò che con tanto fervore gli veniva chiesto e che tutto il movimento rivoluzionario, le masse di lavoratori e contadini reclamavano e per il quale l’avevano portato al potere lottando attivamente contro la “maximatura”[1] di Calles.

Dal Messico giungevano purtroppo notizie pessimistiche. C’era qualche opposizione alle decisioni di Cárdenas, ma in una forma che sembrava più simile al lamento di un cerbiatto che ad una richiesta e a una combattiva determinazione delle masse popolari proletarie e rivoluzionarie verso colui che era la rappresentazione democratica formale di queste masse. Il presidente Cárdenas rimase inamovibile nella sua posizione di caudillo patriarcale. Giungevano poi le lettere addolorate di coloro che si supponeva fossero i coraggiosi capi della rivoluzione messicana. Erano critiche esitanti , sussurrate del ” Maderismo [2] suicida del presidente Cárdenas”, della sua “strana miscela di capo romantico e popolare”. ” Il miglior presidente che la Rivoluzione messicana ci ha dato somiglia molto al vostro Azaña nei suoi metodi di governo liberali”, affermavano con grande inquietudine.

Ma con l’illusione di trovare qualche eccezione nella realtà politica messicana in cui eravamo già immersi, insistevamo per chiedere di più. “Il Partito Comunista messicano aveva fatto del Fronte popolare uno dei punti fondamentali della sua tattica e sosteneva la piattaforma politica di Cárdenas e delle sue riforme popolari.” “Il Partito Comunista stabilì quindi che qualsiasi cosa potesse mettere in pericolo o rompere l’unità del gruppo di forze progressiste del Cardenismo, era contraria alla linea.” ” Certo,” rispondevamo, “ma la solidarietà proletaria, la solidarietà comunista, con il gruppo dei progressisti di Cárdenas, non significa subordinazione (o tacere, che in politica è la stessa cosa) della classe proletaria e della sua avanguardia a ogni sua decisione”. “No” (sostenevamo), “solo l’immensa suscettibilità individuale del presidente Cárdenas può produrre una rottura fatale che inevitabilmente danneggerebbe l’unità rivoluzionaria del Messico”. Ciò che non può essere rimosso dalla nostra mente è la convinzione che la critica – leale, reciproca, anche vigorosa, non solo non dividerà, ma porterebbe a una maggiore unità.

Sul questo punto non abbiamo dubbio alcuno: si tratta di un primo atto di capitolazione del movimento operaio del Messico alla nuova borghesia progressista che governa il paese. Un danno grave per il metodo democratico che avrebbe dovuto normalizzare i rapporti tra un governo di spinta popolare e le masse popolari che lo avevano portato al potere. Fu così che cominciò ad aggravarsi l’embrionale caudillismo patriarcale del presidente Cárdenas, il punto di partenza della progressiva perdita dell’indipendenza politica del movimento proletario rivoluzionario del Messico, e l’inizio del disastro”successivo”. Per la reazione, fu in pratical’inizio di una serie di vittorie sulle forze proletarie e popolari organizzate nel nostro Paese, indipendentemente dal programma in corso delle avanzate riforme cardeniste. Ma soprattutto era la strada opposta a quella del Fronte popolare, passi indietro della rivoluzione messicana nel suo aspetto originale, la prospettiva politica delle sue organizzazioni di massa.

Le condizioni in cui si svolgeva la guerra civile in Spagna, e noi eravamo tra i protagonisti, non compensavano certo il danno morale causato dalle notizie dal Messico. Mentre in Spagna era in corso la guerra civile, si governava, stranamente, con le procedure legali di stato di allerta. I governi repubblicani, che non erano stati in grado di fermare la guerra civile in tempo di pace, sembravano impotenti ad organizzarsi come governi di guerra civile. Un anno dopo l’inizio della lotta militare, non c’era ancora nessun decreto sullo stato di guerra. E non c’erano segnali che sarebbe stato decretato in un tempo più o meno breve. Non c’era la legge marziale, indispensabile sia nelle retrovie che al fronte. Ad eccezione del Partito comunista spagnolo, i partiti politici repubblicani, in misura maggiore o minore, non mostravano segno di intendere in tutta la sua gravità, l’enorme errore che comportava quel metodo insensato di governo, adottare cioè procedure liberali mentre la guerra civile infuriava.

Così erano sorti e si erano sviluppati senza alcun ostacolo lo spionaggio, il sabotaggio, il tradimento e la provocazione del trotskismo ( il nucleo più efficace per la demagogia della Quinta Colonna franchista nella zona lealista), nelle stesse viscere della politica, del sindacato, delle organizzazioni agricole e militari con la precisa conoscenza economica dello stato repubblicano, all’ombra dei governi del Fronte popolare. In effetti anche se sembra inconcepibile, le autorità repubblicane ci misero un anno (dal 18 luglio 1936 al 16 giugno 1937) per scoprire che il partito politico trotskista in Spagna era al servizio dello spionaggio, del sabotaggio e della provocazione, al servizio diretto del quartier generale del cosiddetto Esercito Nazionalista. E sarebbe bastato leggere sui giornali e sulle riviste di quegli agenti di spionaggio nemico, parole d’ordine come: “Madrid, tomba del fascismo! Catalogna, tomba del governo!’ Cioè tomba del Fronte popolare, sconfitta dell’unità del proletariato e del popolo spagnoli in lotta contro l’assalto armato della reazione.

Naturalmente questa pianta cominciò a dare i suoi frutti: il 3 maggio 1937, cioè due mesi e mezzo dopo aver scoperto la vera fisionomia politica delle cosiddette ortodossie “marxiste-leniniste” del P.O.U.M.[3], due mesi e mezzo dopo la più assurda libertà di propaganda per i loro organi La Batalla, Alerta, ecc. ecc. (tacendo su molti aspetti!): scoppiò nella città di Barcellona, estrema retroguardia del fronte repubblicano, una rivolta armata diretta DA LORO, con la complicità di quelli nascosti nell’ombra, della marmaglia anarchica travestita, di quei piagnoni che chiedevano la capitolazione, della borghesia che voleva la pace a qualsiasi costo, usando per il loro tradimento l’inganno della “trasformazione della guerra civile in rivoluzione proletaria“, contro la linea di conciliazione del Fronte popolare “. Una rivolta che costò agli spagnoli 850 morti e 2.600 feriti. Il capolavoro, infine, del nostro rifugiato di Coyoacán; “il povero politico perseguitato”, isolato romanticamente in Messico dal presidente Cárdenas, per il torpore della volontà combattiva delle masse organizzate.

Ma in Messico le cose non andavano meglio. “Il presidente Cárdenas (secondo le ultime informazioni) tende sempre più al concetto di governo neutrale nella lotta quotidiana contro gli assalti sempre più violenti della reazione, con l’appoggio della demagogia trotzkista. Sembra così soddisfare in parte ciò che sollecitano le forze controrivoluzionarie del paese. Come Azaña, (nella sanguinosa esperienza della Repubblica spagnola), egli crede che l’esercito, a garanzia della rivoluzione messicana, debba essere un’entità politicamente neutrale. Secondo lui, i suoi capi, ufficiali, sottufficiali e truppe, potrebbero aderire ai partiti controrivoluzionari, stare nelle file dei partiti politici contrari alla rivoluzione messicana. Come Azaña (nello scempio della Repubblica spagnola tradita), il presidente Cárdenas ritiene che la creazione di una polizia politica, di un servizio informazioni di tipo politico, costituirebbe una macchia sul governo. Come Azaña (per l’amara esperienza della Repubblica spagnola), il presidente Cárdenas ritiene che il servizio diplomatico e consolare sia esterno a considerazioni politiche e sia soggetto solo a regole tecniche. Ma la cosa più grave è che il presidente Cárdenas procede così mentre parallelamente mette in atto le sue riforme più radicali, come quella della liquidazione dei latifondi nello Yucatán, l’intervento nei latifondi prima intoccabili degli Yankee o delle personalità principali della politica messicana, e così via. È ovvio quindi che più consistenti sono le riforme popolari, maggiore la violenza offensiva dalla reazione e dall’imperialismo. Questo atteggiamento si diffonde sempre più nel nostro Paese nei settori dei nostri nemici economicamente potenti. Un panorama molto simile a quello della Repubblica spagnola negli anni precedenti il colpo di mano della reazione.

Le notizie hanno completato il quadro drammatico. Di fronte a fatti così seri, il movimento rivoluzionario del Messico ha dato solo una piccola risposta. Nulla di abbastanza rilevante per fermare la marcia verso la sconfitta della guerra civile o la non impossibile resa, pur con l’esperienza recente del liberalismo che ha reso possibile la “presa del potere” di Franco. Una delle agitazioni più caratteristiche fu la: “Campagna contro il ministro degli esteri, l’ingegnere Eduardo Lay, per aver dimostrato la sua connivenza con il fascismo internazionale”. Una lotta, insomma, che il presidente Cárdenas concluse in modo paterno, come in altri casi molto gravi della politica messicana.

Si trova forse qui, in questa neutralità “democratica”, nella debolezza infantile del movimento operaio messicano, la spiegazione della tolleranza del governo di Cárdenas alle continue attività politiche di Leon Trotsky in Messico. Ma il fatto oggettivo è che il maggior liquidatore della Rivoluzione, il vero capo dello spionaggio “poumista” (del POUM) nella Spagna repubblicana, riuscì in breve tempo a trasformare la tribuna che il presidente Cárdenas gli aveva dato, nella sede principale della politica controrivoluzionaria nazionale e internazionale, protetto giorno e notte, all’esterno dalle armi di dieci poliziotti messicani, e all’interno da dieci stranieri armati. Un vero e proprio centro politico, con segretarie, macchine da scrivere, collegamenti giornalieri dal loro covo verso la città e da lì verso l’estero e il libero transito per gli Stati Uniti. Tutto ciò, naturalmente, secondo il punto di vista e con l’approvazione del Segretario di Governo del Messico, cioè con il consenso illegale del governo messicano, poiché impossibile era il consenso legale. Vale a dire, sotto la protezione illegale del governo più legalista che il Messico abbia mai avuto. È non si può fingere che le autorità messicane fossero all’oscuro.

Bisogna però aggiungere un’altra verità: se da una parte il presidente Cárdenas diede a Trotsky gli strumenti per combattere dal Messico rivoluzionario contro la rivoluzione messicana e la rivoluzione internazionale, i suoi seguaci volevano che queste armi avessero la massima efficacia.

Era evidente, anche a distanza, che la Rivoluzione in Messico era fatta dall’alto. Il suo destino dipendeva principalmente dalla volontà di un buon patriarca, ma niente di più. Riforme popolari molto avanzate sono state realizzate dal Presidente, ma le riforme sono state gravemente minate dalla mancanza di una vera forza sociale alla base. Per noi era molto chiaro che il percorso potesse essere difficile. Questa la realtà tangibile emersa dal movimento politico e sindacale messicano. Le deboli forze rivoluzionarie del nostro paese non sembrano aver fatto progressi rilevanti nei tre anni e mezzo (fino ad allora) della situazione più favorevole. non c’era ancora una coscienza politica di massa per affermare che si era su posizioni arretrate: in politica, star fermi significa andare indietro . Il Fronte Popolare, l’unica possibilità reale di Rivoluzione Democratica nel Messico di oggi, continua a essere una possibilità in prospettiva , nient’altro. Il Partito della Rivoluzione Messicana di nuova formazione, è affetto da tutti i mali del suo predecessore, il vecchio Partito Rivoluzionario Nazionale (il partito dei nuovi ricchi reazionari di Calles), solo più loquace in proposizioni più avanzate e meglio formulate. In sostanza ha continuato a essere il portavoce di un settore politico nelle mani effettive (non conta il nome) dei sub-caudillos della classe dei neo-ricchi, e non sempre di settori progressisti.

La direzione fatale che la situazione prese in Spagna e le notizie allarmanti che giungevano dal Messico, mi spinsero a fare un rapido viaggio nella capitale del mio paese. Pensavo che la presentazione in modo chiaro e documentato delle cause che hanno fatto precipitare la svolta fascista in Spagna, poteva servire al presidente Cárdenas da esperienza supplementare per cambiare i processi liberali suicidi che sembrava voler adottare di fronte allo sviluppo della reazione. Credevo soprattutto che questa esperienza dovesse essere pienamente conosciuta dal movimento operaio rivoluzionario messicano, che sembrava interessarsi solo agli aspetti eroici ma non ai grandi errori della guerra in Spagna. Questa idea, pensavo, darà sostegno al suo prestigio, eliminando le carenze e il compiacimento che in Spagna stanno accelerando il percorso verso la sconfitta.

Ero al comando della 46ª Brigata Mista schierata in Estremadura e chiesi e ottenni dal Ministro della Difesa Indalecio Prieto, un congedo di due mesi a questo scopo; il 10 novembre 1937 partii per gli Stati Uniti e il Messico, con l’incarico anche di acquistare attrezzature militari.

Volevo parlar chiaro al presidente Cárdenas, dimostrargli con tutti i particolari della sanguinosa esperienza spagnola, le conseguenze fatali di un accordo politico falsamente democratico con i nemici della democrazia mentre la reazione era pronta a prendere il potere. Volevo sottolineare l’errore fatale di dare rifugio a Trotsky in Messico, esibendo le prove di ciò che questo rinnegato aveva causato in Spagna. Volevo dimostrare che quegli errori, a volte apparentemente banali, nella guerra civile fossero amplificati dalla gravità delle circostanze militari, si traducevano in mancanza di disciplina, inattività o iniziative di routine o creative, cedendo lentamente al nemico interno, per le ulteriori finalità criminali di tutto il nemico.

A questo scopo, chiesi fiducioso una riunione speciale dell’Ufficio politico del Partito Comunista del Messico. Ma l’Ufficio politico del CPM, pur approvando il mio intervento, disapprovò la “forma” della proposta. Non voleva urtare la nota suscettibilità del Presidente, non voleva ferire il suo senso di indipendenza, nascosto ma assai vivo. Quell’inutile strategia di ossequio, la prova drammatica della debolezza politica, fu per me la dolorosa previsione di ciò che sarebbe seguìto! Avevo già sentito in Spagna che i rivoluzionari in Messico non vogliono sfiorare il presidente Cárdenas, “nemmeno con il petalo di una rosa”. avevo già sentito parlare in Spagna di questa diplomazia proletaria sui generis.

Ero in presenza del caudillismo patriarcale del presidente Cárdenas e nello stesso tempo, della parziale resa del movimento operaio messicano di fronte a questo caudillismo patriarcale. Ero di fronte al fallimento dell’indipendenza del Movimento Operaio Messicano e del motivo centrale della mancanza di combattività. La prova provata della mancanza di un Fronte Popolare Democratico nel Paese. Il motivo centrale dell’impotenza dei rivoluzionari messicani nella “vicenda Trotsky” che colpiva così brutalmente i combattenti spagnoli e internazionali nella Guerra Civile Spagnola.

Ho dovuto quindi percorrere vie traverse, invece di farlo normalmente attraverso la porta. Dovetti produrre un collage di documenti, un resoconto sulla Spagna che potesse trasmettere indirettamente e simbolicamente al presidente Cárdenas, i pericoli della realtà messicana. Un bilancio che sovrapponeva i due fenomeni e che indirettamente chiariva le mia intenzione, e scrissi un rapporto di 40 pagine, che gli diedi personalmente e illustrai in una conversazione privata di varie ore, in cui ripetizioni e evasioni mi hanno seccato la gola e hanno certo infastidito il Presidente. Naturalmente toccai la questione Trotsky con tutta la necessaria “delicatezza”, perché sembrava essere il nerbo scoperto della sua sensibilità.

Dopo aver trascorso tre giorni nella capitale del mio Paese, tornai in Spagna pieno di speranza, poiché tale era la mia mal riposta fiducia nel potere dell’eloquenza obiettivamente dimostrata. Tornai al comando della mia Brigata, la 46a Brigata Mista, che si trovava nel settore della Sierra Herrera e attesi con fiducia che in un tempo più o meno lungo, le notizie dal Messico sarebbero cambiate e che i metodi di governo sarebbero stati trasformati nella nostro grande lotta. Ciò che avevo fatto era molto poco, insignificante, ma lo sviluppo degli eventi poteva portare forse al limite necessario per la soluzione. Dopo un lungo periodo di assoluta assenza di notizie, ebbe inizio la guerra tra Messico e Spagna. Passarono sette mesi. Quale sarebbe stato (o era già?) l’effetto del mio sforzo rapido e distante? Quei lunghi mesi di attività militare dopo il mio ritorno dal Messico furono per me lunghi mesi di silenzio per ciò che riguardava il mio Paese e un periodo di inevitabile angoscia per lo sviluppo spietato degli eventi militari in Spagna.

Erano già passati venti mesi di conflitto militare, ma nella Spagna repubblicana il solo stato di allarme continuava a essere la cornice legale della guerra. Venti mesi di guerra, ma non apparve nessun segnale di legge marziale, nonostante il grande sviluppo della Quinta Colonna, costituito da agguati falangisti, da trotzkisti e falsi anarchici che organizzarono l’accelerazione del rovesciamento della Repubblica.

Prima della guerra civile spagnola, come si è visto, il trotskismo per me era una forma chiara di tradimento politico e una continua provocazione nel campo della rivoluzione. Ma fu nel corso della guerra, quando fu appena da dimostrare che il trotskismo aveva i mezzi per qualificarsi come il braccio demagogico più mostruoso della controrivoluzione in ogni paese. Ho visto e verificato negli stessi ranghi delle unità militari che comandavo (l’82a e la 46a brigata ben oganizzate, e l’87a, l’88a, 109 a e 62a, oltre alla 29a divisione, più precaria), la collaborazione quotidiana e ipocrita con spie, sabotatori, provocatori, disertori e disfattisti della Quinta Colonna di Franco nelle file dei repubblicani. Il loro mostruoso tradimento di maggio a Barcellona era abbastanza vicino a me che non c’era bisogno di vederli in faccia per capire chi fossero i veri autori!

Di conseguenza, non potevo concordare con la politica del Messico, il mio Paese, che sotto il più progressivo dei suoi regimi, con al governo il presidente Cárdenas, aveva dato tante prove di solidarietà morale e materiale alla causa degli spagnoli; il Messico delle grandi riforme in corso e in continuo progresso, potesse ospitare nel suo territorio, nientemeno che il quartier generale che concepisce, organizza ed esegue queste iniquità, sotto la falsa copertura tartufesca di una presunta ortodossia marxista. Mi son reso conto, e l’ho categoricamente chiarito, che il principale bersaglio dell’attacco di questi traditori è stato il Partito Comunista Spagnolo, l’unica forza che davvero ha fatto la guerra con abnegazione, l’unica forza che combatteva davvero per la vittoria, l’unica forza determinata a unire, contro il nemico comune e con un governo trasformato in un vero governo di guerra tutte le unità proletarie, popolari e progressiste della Spagna; il settore repubblicano attaccato ferocemente dalla Francia, dai suoi alleati fascisti e dalla reazione internazionale.

A questo punto arrivò, per tutti gli stranieri che avevano combattuto nelle file dell’esercito popolare, l’ordine doloroso di lasciare la Spagna. In questo modo la Seconda Repubblica pensava ingenuamente che sarebbe stata in grado di espellere gli eserciti invasori italiani e tedeschi. Poco dopo le operazioni delle bande italo-tedesche si abbatterono sul nord-ovest della Spagna, con la perdita di Barcellona e la catastrofe per gli eroici combattenti. L’epilogo naturale è il tradimento da parte delle “grandi democrazie”, e il risultato conseguente della già citata catena di errori ininterrotti e assurde indifferenze con gli inganni di tutte le norme politiche e dei cosiddetti marxisti-leninisti dalla banda internazionale di provocatori diretta da Leon Trotsky dal suo quartier generale di Coyoacán, in Messico.

Andammo via dalla Spagna con la convinzione che la nostra sconfitta non fosse solo il risultato della vigliaccheria delle grandi “democrazie”, come qualcuno sosteneva. Né fu il risultato esclusivo del fallimento della solidarietà rivoluzionaria internazionale, come molti affermano, o conseguenza dell’impotenza dei partiti politici di sinistra di costruire un’unità di tutto il popolo. E non fu neppure dovuta all'”anarchia delle masse” come ipotizzavano Prieto e i suoi seguaci. Per noi la causa iniziale della sconfitta, il punto di partenza, va trovata nella enorme debolezza dei governi repubblicani, in un suicidio legale, che non sapeva fare la guerra (civile e militare) con metodi di guerra e tanto meno una guerra civile con il metodo della guerra civile.

In Messico, lo diciamo chiaramente, è iniziata la stessa cosa, per le stesse e forse più sciocche ragioni. Sarebbe possibile fermare il corso mortale verso lo stesso abisso con la sola eloquenza polemica e l’energia tenace? Volevamo provarci, ma se non si riusciva, gli ostacoli avrebbero dovuto essere abbattuti con mezzi opportuni. In tal modo l’amara esperienza della Spagna sarebbe stata rilevante per noi! Nel febbraio 1939 tornammo in Messico e trovammo un panorama politico molto scoraggiante. Le notizie pessimistiche ricevuto dall’Europa non avevano rilievo, forse a causa della situazione prevalente nella Spagna repubblicana negli ultimi anni prima della presa di potere da parte di Franco.

I ribelli messicani al potere (!? si fa per dire…) per circa quattro anni, erano sulla difensiva, contrastati dai loro audaci concorrenti della destra; Il governo sordo e muto, per il caudillismo e il liberalismo neutrale. Questo è un paradosso difficile da spiegare, poiché il presidente Cárdenas, ha continuato ininterrottamente con le sue riforme popolari e antimperialiste! il Partito Comunista del Messico, per l’opportunismo dei suoi vertici di allora, era in letargo; il movimento operaio e contadino quasi inerte, a causa dei suoi residui di Moronisti [4] e per la politica paternalista, seguiva senza fuoco rivoluzionario il Partito della rivoluzione messicana, che come abbiamo visto, affondava nella più oscura e impersonale burocrazia nelle mani dei satrapi sub-caudillo della nuova classe dirigente.

In cambio, la controrivoluzione, il porfirioismo, l’euralismo, il callismo, l’almantismo in via di sviluppo, e i loro amici imperialisti e fascisti, si muovono arroganti all’interno di tutto l’apparato ufficiale e dovunque. La Falange spagnola, nella terra di un governo solidale con la Repubblica, si muove con assoluta libertà, esibendo nei caffè le uniformi ed emblemi fascisti con ostentazione e impunità; le “camicie d’oro”, sconfitte nel 1935 dal popolo antifascista, sono state resuscitate; nuove organizzazioni faziose sono apparse nella vita politica; il ” Partito Sinarquista “, il “Partito Rivoluzionario Anti-Comunista” e molti altri su scala nazionale o regionale, che sviluppano visibilmente i mezzi dell’aggressione quotidiana contro il Partito comunista messicano, i sindacati, le comunità agrarie – con un demagogia violenta di tipo hitleriano; il Callismo, cioè il più seguito dai nuovi ricchi”rivoluzionari”, nato dalla speculazione che ha conservato intatto il potere economico nonostante il collasso la mancata affermazione del loro caudillo, ha sfidato in modo provocatorio il leader nel campo della politica militante, e dall’interno stesso del Partito Rivoluzionario messicano. Era evidente una corrente a favore della liquidazione della Rivoluzione in Messico, che cresceva impetuosamente in tutti i settori dirigenti e arretrati della popolazione con l’aperto sostegno del fascismo e dei gruppi ultra-reazionari della borghesia nordamericana. Nel loro progetto costoro usavano tutto l’ipocrita inganno dell’anti-comunismo selettivo, l’anti-stalinismo, ma il loro vero obiettivo era far fuori nello stesso tempo il Cárdenismo e la Rivoluzione in generale.

E, naturalmente, Leon Trotsky, capo e maestro della cosiddetta Quarta internazionale, occupava il suo posto, svolgendo il suo compito speciale ed eccezionale, nei ranghi di questa grande concentrazione reazionaria e imperialista. “Il marxista-leninista ortodosso”, sosteneva la sua offensiva anti-stalinista con il comune fronte antistalinista reazionario e nel contempo si rivolgeva con la brillante demagogia delle sue calunnie a quei partiti, organizzazioni sindacali e leader che sostenevano il Cárdenismo e la Rivoluzione in Messico.

Trotsky affermava sempre che non stava attaccando Cárdenas (che assurdità!). Trotsky attaccava solo i Cardenisti, i partiti, i leader, i membri del movimenti politici agricoli e sindacali che sostenevano Cárdenas. Trotsky attaccava solo ciò che Cárdenas aveva fatto per la difesa e lo sviluppo della sua politica. I suoi colpi non erano contro il vertice, contro le colonne. Trotsky non era contro Cárdenas, contro la persona del presidente Cárdenas, contro il Primo Magistrato della Repubblica come individuo assoluto, ma sì, certo, contro i privilegi politici del raggruppamento progressista proletario – popolare e borghese – che costituiva il Cárdenismo, che formava la struttura politica del Cárdenismo, articolando continuamente con teorie alte e di basso profilo – contro la tattica del Fronte popolare e della coalizione politica che sostiene la piattaforma politica di Cárdenas, che altro non è che un Fronte popolare – Fronte popolare che mentre prende corpo, Trotsky e la borghesia tutta combattono con tutte le loro forze. Trotsky, quindi, non è contro la persona del presidente Cárdenas, ma certamente, contro il sostegno della classe proletaria, contro la rivoluzione proletaria, contro la politica progressista del presidente Cárdenas, come lo era stato, vergognosamente nel caso della Seconda Repubblica spagnola.

In sostanza, nella dinamica della politica rivoluzionaria nazionale del Messico, Trotsky era in realtà contro il Cárdenismo in quanto piattaforma politica, pratica politica della Rivoluzione nazionale in Messico, tattica della Rivoluzione nell’attuale fase storica del Messico. E ciò, nella attuale situazione politica messicana, significa essere assolutamente con la reazione e contro la rivoluzione; perciò, la teoria trotskista, la infame semplicistica teoria trotskista della rivoluzione proletaria a tutti i costi, nel Messico di oggi, come nella Spagna repubblicana – più che una stupidità, è una precisa manifestazione demagogica reazionaria. Trotsky stupido? Trotsky senza dubbio un cretino? No, questa è l’opera molto intelligente di un provocatore controrivoluzionario.

Trotsky affermava che non sarebbe intervenuto nella politica interna del paese, rispettando la sua posizione legale di rifugiato. Sosteneva che gli obiettivi dei suoi attacchi erano solo gli agenti della GPU (la polizia segreta dell’URSS), e quindi su un piano di politica esclusivamente internazionale. Ma Trotsky teneva a precisare che gli “agenti della GPU” erano gli unici precisi supporti politici, come si è già detto, della politica governativa del presidente Cárdenas, della rivoluzione democratico-borghese in Messico, e quindi di conseguenza, gli unici obiettivi di tutti i diversi settori che formano l’unità politica della contro-rivoluzione oggi.

Per Trotsky, per il rinnegato Trotsky, i suoi attacchi provenivano da una sorta di politica alta nella stratosfera della rivoluzione e non sul piano politico ordinaria degli altri. In virtù di ciò, la costante sincronizzazione della diffusione anti-stalinista controrivoluzionaria nazionale e internazionale, rispondeva solo ai colpi che egli infliggeva, alle pugnalate di Trotsky; inoltre, perché avessero qualche rilievo, le dialettiche trotzkiste colpivano in realtà quella stessa carne obiettivo della comune e unanime aggressione reazionaria. Per Trotsky politico non significava nulla la simultaneità dell’attacco, la personalità politica della vittima, nulla la politica della banda degli aggressori o il motivo dell’attacco. Il suo coltello era rosso e questo bastava … quindi, che altro potevano darti tutti gli altri che erano bersagli da pugnalare?

Quando le attività del Comitato Dies contro il Messico divennero visibili e si accentuò il volume di fuoco reazionario contro lo stalinismo, contro il Cardenismo (“il Cardenismo stalinizzante”, come lo etichettarono gli imperialisti), contro la parcellizzazione della terra, contro il diritto di sciopero, contro l’espropriazione delle imprese petrolifere, Trotsky, il Trotsky che non sarebbe intervenuto nella politica nazionale messicana, il Trotsky della rivoluzione olimpica, si fece avanti il più possibile, per dimostrare che quanto ad anti-stalinismo, egli era il campione invincibile anche rispetto ai più vigorosi gladiatori anti-stalinisti borghesi di ogni paese. E chi può negare che Stalin sia dovunque la causa dell’odio più grande per la borghesia? Ora, l’intelligente Trotsky non poteva nascondere il fatto che l’anti-stalinismo di Dies non era altro che un attacco diretto al Cardenismo, cioè la rivoluzione messicana, e quindi alla rivoluzione in generale. Si preoccupò solo, come è noto, di non far apparire il suo iscariotismo. Residui di modestia? Sofisma di un traditore! A questo scopo ha usato la voce generosa di Diego Rivera – la risposta politica in scala messicana – con l’intenzione di render note immaginarie imboscate staliniste nell’apparato governativo messicano, che Ultimas Noticias pubblicava con titoli sensazionali. Così ha cercato di adempiere a due compiti: colpire ancora una volta lo stalinismo e far sapere a Dies che il Cardenismo era l’incubatrice e il sostegno degli stalinisti … questo ha detto al fine di una successiva maggiore pressione imperialista contro il Messico e in favore della reazione. Tuttavia il fariseo assicurò che non aveva assolutamente nulla a che fare con il linciaggio del rappresentante del Texas; e la grande ‘aquila americana’ richiedeva prove documentali dei suoi rapporti con quel grande nemico della nostra nazione e del suo popolo. (?) In questo caso la sua auto-giustificazione mentale, sotto il suo obiettivo traditore, doveva essere stata attaccare solo i burocrati stalinisti e i loro alleati stalinizzati. È di scarso rilievo che i suoi attacchi coincida con quelli di Dies, il più perfetto esempio degli ambienti ultra-reazionari degli Stati Uniti. ‘La sua piattaforma, la piattaforma di Trotsky, era diversa.’ Peggio per i suoi unici nemici , che volevano fare così male al mondo intero; lo stesso per la controrivoluzione globale e per le migliori e lineari rivoluzioni marxiste-leniniste!

Trotsky ripeté in Messico le sequenze del crimine che il suo POUM aveva consumato in Spagna. La sua tattica era qui solo più ipocrita in ragione del suo status di rifugiato politico; lì è stato in grado di farlo abbastanza a viso scoperto. In Spagna, in nome della rivoluzione proletaria a tutti i costi – una dottrina stupida e farisaica, la politica di opposizione al Fronte popolare – egli teneva ferme le braccia della coalizione repubblicana affinché il franchismo e il fascismo internazionale potessero sparargli alle spalle. In Messico, combattendo indirettamente le forze unite della sinistra che erano raggruppate attorno al programma Cardenista della rivoluzione messicana, ripeté la sua impresa.

Trotsky è morto e non può difendersi? Anche Elizondo, Picaluga, Santa Anna, Victoriano Huerta, Guajardo, sono morti, ma questo non significa tacere la necessaria esecrazione del loro tradimento. Trotsky è sicuramente morto, ma la putrefazione della sua politica, della sua perversa follia vive ancora. Vivono i suoi proseliti, i suoi discepoli, gli eredi della capacità miracolosa del maestro che riusciva a farsi acclamare dalla borghesia del Messico e del mondo intero, quando parlava della “vera rivoluzione e del vero marxismo-leninismo, “cioè, di ciò che più minaccia la controrivoluzione. Leon Trotsky, quindi, marxista-leninista perfettamente sincronizzato con i diffusori controrivoluzionari dell’interno e dell’estero, eco “rossa” di tutte le calunnie contro il Movimento comunista internazionale, fecondo creatore di continue e nuove calunnie sul mercato reazionario internazionale, il “rivoluzionario” anti-stalinista della costante simultaneità con l’anti-stalinismo controrivoluzionario internazionale, l’ipocrita che dimostrava gratitudine a Cárdenas mentre attaccava gli unici sostenitori politici di Cárdenas, in armonioso parallelo con la reazione messicana e l’anti-cárdenismo straniero, l’oratore della rivoluzione proletaria applaudito dei pro-Porfiristi, dei pro-Huertistas , degli Almazanisti, dei fascisti del Messico … si ritrova sempre più confortevolmente trincerato nella sua fortezza a Coyoacán, protetto gratuitamente dalla polizia del progressivo Stato messicano.

Quindi, solo un rivoluzionario minorato potrebbe auto-sabotare l’inevitabile dovere di lottare contro questa realtà inconcepibile, ma come farlo? Come realizzare ciò che le organizzazioni sindacali del Messico non erano state in grado di fare in tre anni?

Il movimento operaio messicano considerava un fatto compiuto il soggiorno e le attività politiche di Trotsky nel suo quartier generale in Messico. La centrale sindacale CTM (Confederación de Trabajadores Mexicanos) aveva completamente limitato la propria lotta in virtù della seguente dichiarazione (volantino del CTM intitolato: “The CTM and Trotsky”, febbraio 1938, pagina 17): ” Nel caso concreto di Trotsky, il CTM attribuisce la responsabilità del suo soggiorno in Messico al governo del Messico, che ha concesso il permesso che corrisponde all’esercizio e all’applicazione dei diritti politici che sono affari esclusivi dello Stato ». Si è mai vista una disapprovazione più approvazione di questa? Si è mai vista una forma diplomatica così ineffabile per lavarsene le mani? In ogni caso, si tratta di una “tattica” che non ha nulla a che fare con la combattività del movimento operaio. Il Partito Comunista Messicano, l’unica possibile avanguardia del movimento rivoluzionario proletario del Messico, l’unica possibile avanguardia della rivoluzione messicana, tuttavia, a causa dell’opportunismo del suo gruppo dirigente in quel momento, era solo un po’ più energico, ma insufficiente a far credere che avesse, almeno in parte, adempiuto al proprio dovere.

Era possibile porre fine alla paralisi politica che tale realtà implicava? Era possibile scuotere il CTM dal torpore politico? Era possibile strappare il Partito Comunista dalla semi-inerzia di cui sembrava soffrire? Il nostro dovere era di provarlo, anche se l’obiettivo sembrava molto difficile. Il nostro dovere era fare ogni possibile tentativo di richiamo alla disciplina morale. Potevamo così combattere parallelamente contro il marasma che immobilizzava il movimento operaio messicano, contro il suo ufficialismo (così eloquentemente manifestato nella dichiarazione prima citata), contro la sua dipendenza politica, contro le sue amicizie “strategiche”, contro tutte quelle cicatrici ereditate dal Moronismo, che ancora bloccano i militanti politici e il movimento sindacale messicano, nonostante i progressi compiuti nel campo dell’organizzazione corporativa e nella terminologia oratoria.

Fu allora che vissi il drammatico scontro di cui ho parlato nella mia dichiarazione investigativa davanti alla Prima Corte di giustizia di Coyoacán. Partecipai dieci, venti, trenta volte alle riunioni del Partito Comunista Messicano, per cercare di organizzare la mobilitazione di masse popolari di lavoratori e contadini contro l’occupazione da parte di Trotsky del suo quartier generale controrivoluzionario in Messico; dieci, venti, trenta insuccessi. Come poteva il Partito Comunista Messicano almeno appoggiare la pubblica disapprovazione di una delle risoluzioni più persistenti del Presidente Cárdenas, quando la Direzione nazionale del Partito Comunista Messicano danneggiava la sua indipendenza e combattività rivoluzionaria sostenendo una stretta solidarietà politica ufficiale? Di Lombardo Toledano e del suo gruppo,non si deve parlare. Le debolezze e gli errori del presidente Cárdenas meritano solo confidenze molto intime e segrete, o al massimo umili consultazioni o richieste. Le attività di Trotsky erano cattive e detestabili per loro, ma la soffocante stretta dei rapporti con il Presidente della Repubblica era peggiore. Le numerose e diffuse polemiche anti-trotskiste, sembravano loro inopportune per ragioni di “strategia”.

Il vecchio concetto moronista, fatale per l’educazione delle masse proletarie. E la Federazione Nazionale Contadina? E il resto dei principali sindacati del Messico? E gli altri sindacati professionali e industriali del paese? E in breve, tutto il resto delle organizzazioni popolari lavoratrici, contadine del Paese? Impossibile!

L’unica soluzione era un’azione isolata, assolutamente indipendente da ogni organizzazione politica o sindacale, completamente autonoma. Un’azione isolata possibile solo da parte di battitori liberi. Una decisione grave, ma indispensabile e inevitabile.

È andata così , ma il quartier generale di Trotsky doveva essere smascherato. Lo richiedevano gli interessi fondamentali del popolo messicano e della nazione messicana. Di conseguenza non ho avuto esitazione a partecipare a questo compito. Al contrario, considerai che come rivoluzionario messicano sarebbe stato solo un grande onore aver contribuito a un atto che tendeva a denunciare il tradimento di un centro politico di spionaggio e provocazione che si opponeva all’indipendenza nazionale del Messico e alla Rivoluzione messicana – che mi ha visto tra i suoi soldati e militanti a partire dal 1911 – e nella lotta internazionale per la causa del socialismo.

La mia verità, quindi, la verità che apparirà nelle mie conclusioni davanti a questo tribunale, sarà esposta in modo completo e definitivo contemporaneamente alla pubblicazione di questo preambolo.

Tradotto dallo spagnolo da Philip Stein(e dall’inglese da FR)

NOTE

[1] Maximatura si riferisce al presidente generale Plutarco Elias Calles che è stato definito massimo leader, il leader supremo. Ha gestito il paese da dietro le quinte quando non era più al potere.

[2] Maderismo era il termine usato da Siqueiros per criticare Cárdenas. Francisco I. Madero era l’acclamato leader della rivoluzione messicana che aveva incessantemente attaccato l’imperialismo degli Stati Uniti e fu assassinato dal generale Victoriano Huerta con la connivenza dell’ambasciatore statunitense Henry Lane Wilson. Negli anni successivi Siqueiros usò la parola Maderismo per indicare i ” populisti romantici” quale egli considerava Madero e lo stesso Cárdenas.

[3] Il Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM) dei trotzkisti. chiaramente inaffidabile nella guerra civile spagnola sia nel contribuire alla lotta contro i fascisti, sia nel sostenere il Fronte popolare.

[4] Moronista. Da Luis N. Morones, leader laburista corrotto del CROM, Confederación Regiónal Obrera Mexicana. Anche segretario del lavoro.

Pubblicato in documentazione storica, Uncategorized

Lo storico cecoslovacco Eve Hahnovà ha scritto un articolo riguardo agli stereotipi contro l’URSS della propaganda di Goebbels: in esso si dice che i Media occidentali contemporanei assomigliano molto alla propaganda nazista della Germania hitleriana.

Luisa Dellavalle/(alias Giovanni Apostolou )

L’Armata Rossa e IL “Ratto di Germania” fatti  inventati da Goebbels

The Red Army “Rape of Germany” was Invented by Goebbels

Lo storico cecoslovacco Eve Hahnovà ha scritto un articolo riguardo agli stereotipi contro l’URSS della propaganda di Goebbels: in esso si dice che i Media occidentali contemporanei assomigliano molto alla propaganda nazista della Germania hitleriana.
Offrendo il suo commento ai DIARI di Goebbels, Eve Hahnovà ci riferisce che l’Occidente usa un’immagine creata artificialmente dalla propaganda nazista fino alla fine della Seconda Guerra mondiale.
La “minaccia che arriva da Est” e “la minaccia russa” fanno rivivere gli stereotipi della propaganda di Hitler: la conclusione è ovvia.
All’inizio della guerra, la propaganda nazista affermava che Hitler doveva necessariamente condurre un’offensiva verso Est per prevenire un attacco sovietico: la macchina della propaganda nazista finì per diffondere una enorme bugia.
Goebbels fu il primo a fare circolare voci riguardo al fatto che migliaia di donne tedesche fossero state stuprate dai soldati sovietici.
Nel Marzo del 1945 scrisse nel suo DIARIO che “soldati sovietici si comportarono come feccia.
(…) .
Terribili storie arrivarono dalla Slesia del Nord: hanno violentato donne tra i 10 e i 70 anni” .
Goebbels disse che la Germania avrebbe lanciato un’ampia campagna sia a casa che all’estero affinchè divenisse di pubblico dominio: e lo fece.
Werner Naumann, il sostituto Ministro della Propaganda di Goebbels, sapeva che gli sforzi della propaganda erano produttivi: in accordo con lui, “i cittadini di Berlino avevano paura di morire.
Le storie dell’orrore mozzafiato iniziavano a divagare all’interno della città.
I russi venivano dipinti come uomini che avevano gli occhi a mandorla come i mongoli e che uccidevano i bambini e le donne senza esitazioni.
Dissero che usavano lanciafiamme per bruciare vivi i monaci.
Le monache venivano stuprate e fatte correre in mezzo alla strada senza vestiti.
La propaganda diceva che le donne venivano fatte lavorare come prostitute che accompagnavano le Unità Militari” .
La paura paranoica prima dell’arrivo delle “orde dell’Est” divenne un’ossessione.
Come le Forze sovietiche raggiungevano le Campagne della Capitale, ci fu un’ondata di suicidi.
Osmar White, un giornalista australiano, Corrispondente di Guerra e scrittore, fu assegnato alla Terza Armata del Generale George Patton.
Lo seguì dentro alla Germania durante gli ultimi giorni della guerra in Europa: in accordo con lui, più di 40 mila cittadini di Berlino si suicidarono.
La popolazione seppe che le truppe di Hitler avevano commesso orribili crimini nei territori occupati.
Molti tedeschi persero ogni speranza di ottenere pietà da parte dei vincitori.
Elena Sinyavskaya, una storica russa, riprese le parole di un soldato tedesco: ” “se perdiamo e i russi, i polacchi, i francesi, i cechi ci faranno anche solo l’1 % di quello che noi abbiamo fatto a loro durante 6 anni, allora nessun tedesco rimarrebbe in vita in poche settimane” .
Io fui li per 6 anni: so di cosa sto parlando” .
I soldati sovietici assisterono alle atrocità di massa commesse dagli occupanti nazisti ai danni dei loro compatrioti.
Milioni di uomini di Servizio nell’Armata Rossa, persero i loro parenti e i compagni in armi: molti furono amareggiati, ma è un fatto certo che l’odio nei confronti del nazismo non rese ciechi i soldati sovietici e non si diffuse contro i civili in Germania e negli Stati alleati.
Il 19 Gennaio 1945 Stalin, il Comandante Supremo, ordinò:
“Ufficiali e membri dell’Armata Rossa !
Stiamo entrando nel paese del nemico, il resto della popolazione nelle aree liberate senza riguardo se essi siano tedeschi, cechi o polacchi, non dovrà essere soggetta a violenze.
Gli autori di violenze saranno puniti in accordo con le LEGGI DELLA GUERRA.
Nei territori liberati non sono ammesse relazioni sessuali con le donne e gli autori di violenze e stupri saranno giustiziati” : ciò non significa che tutto fosse amore e pace nelle relazioni tra soldati sovietici e civili tedeschi: il Procuratore Militare del 1° Fronte Maggiore Bielorusso, il Generale L. Yachenin, riportò al Consiglio del Fronte militare che casi di sparatorie, saccheggi e stupri ingiustificati sono stati ridotti: ma anche dopo che le DIRETTIVE corrisposte del Comando Supremo e dai Tribunali Militari furono ordinate, qualche caso avvenne lo stesso.
Non era di certo facile per i sovietici in servizio, i quali sono passati attraverso la tragedia della perdita di parenti e di chi gli stava vicino, elevarsi al di sopra del sentimento di odio e dolore per superare il desiderio di ottenere vendetta.
Elena Sinyavskaya ha analizzato il materiale disposto dai Tribunali Militari e ha trovato che questi casi non eccedevano il 2 % di tutti i casi criminali.
I residenti del Distretto di Teptow a Berlino fecero una PETIZIONE da mandare al sindaco della città con la richiesta di rivolgersi all’Alto Comando per chiedergli di cambiare i suoi piani lasciando che il loro territorio rimanesse sotto il controllo sovietico anziché essere inseriti nella zona di occupazione degli USA.
Chi li spaventava maggiormente ? : i soldati dell’Armata Rossa o gli anglo-sassoni ?
Il cammino della propaganda di Hitler è largamente utilizzato dall’Occidente nella loro politica estera.
Nell’Aprile del 2005, Ria Novosti ordinò uno studio di 86 Radio straniere e di Compagnie Televisive: venne fuori che “i RAPPORTI dei giornalisti furono basati su visioni soggettive, esperienze personali di ex veterani e di stratagemmi della propaganda di Goebbels per fare in modo che venisse fuori il punto centrale dei casi che riguardano odio, vendetta e violenza” .
Durante questi 15 – 20 anni i RAPPORTI hanno riguardato stupri di massa in Germania commessi dai soldati sovietici, e sono stati esposti (questi stupri) dalla pagina della cronaca gialla fino ai giornali più rispettabili o esposti da libri che dichiaravano di essere scientifici: i libri scritti da Antony James Beevor (incluso quello intitolato BERLINO. LA CADUTA. 1945) o quello scritto da Joachim Hoffmann (LA GUERRA DI STERMINIO DI STALIN NEL TRAGICO 1941 – 1945) sono richiesti, e Hofman è passato attraverso la stampa di numerose Edizioni solo in Germania.
Un uomo medio crede a ciò che legge, ma alcuni sono immuni al lavaggio del cervello.
QUANDO ARRIVARONO I SOLDATI. STUPRI POST GUERRA, è un libro scritto da Miriam Gebhardt, uno storico rinomato in Germania, che ha rintracciato diverse vittime per intervistarle riguardo il loro calvario nelle mani dei soldati britannici e statunitensi, che ha portato definitivamente alla luce la prova del trattamento riservato alle donne (dopo la sconfitta Germania nazista) che rimasero in silenzio per decenni a causa di vergogna e di umiliazione.
Inoltre Miriam analizzò le informazioni provenienti dai monaci della Baviera.
In accordo con lei, i soldati americani stuprarono all’incirca 190 mila donne tedesche: la testimonianza riportata dai monaci fu declassificata solo nel 2014: perché la Germania l’ha tenuto totalmente segreta (questa testimonianza) se questo non avrebbe avuto alcuna implicazione negativa per il proprio popolo ? : la risposta è: non lo fecero perché non vollero diffamare gli alleati della NATO.
Goebbels sarebbe soddisfatto: l’esperienza del lavaggio del cervello del Terzo Reich è richiesta oggi per favorire un nuovo Reich:

Pubblicato in documentazione storica

Saturazione dei tempi e plusvalore relativo in Fca

Saturazione dei tempi e plusvalore relativo in Fca

| piattaformacomunista.com

Come il capitale intensifica lo sfruttamento degli operai

Una recente inchiesta condotta dalla FIOM in 54 stabilimenti italiani della Fca, ha evidenziato che la stragrande maggioranza dei circa 9.600 operai (iscritti e non iscritti ai sindacati) che hanno compilato il questionario considera peggiorate le condizioni di lavoro negli ultimi anni.

I fattori di questo sensibile peggioramento, che si registra in tutti gli stabilimenti e viene sofferto soprattutto dagli operai addetti alle linee e alla conduzione impianti, sono da imputarsi all’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, alla saturazione dei tempi di lavoro, all’insufficienza delle pause, ai turni di lavoro e all’aumento dell’orario settimanale, ai bassi salari e al sotto-inquadramento professionale; in una parola il peggioramento dipende dall’intensificazione dello sfruttamento capitalistico della forza-lavoro operaia, concetto totalmente assente nell’inchiesta FIOM.

In questo articolo concentreremo la nostra attenzione su un aspetto specifico del peggioramento delle condizioni di lavoro che gli operai Fca hanno denunciato tramite il questionario, quello relativo all’aumento della saturazione dei tempi di lavoro. E’ da sottolineare che i due terzi (65,2%) degli operai Fca che hanno risposto al questionario hanno dichiarato che la saturazione dei tempi di lavoro è aumentata, giudicando insostenibili i tempi di lavoro, a prescindere dalla loro conoscenza dei tempiciclo o dalla presenza/assenza di tempi-ciclo associati alla propria postazione di lavoro. La saturazione dei tempi di lavoro sulle linee è la quantità massima di lavoro assegnabile a ogni operaio in rapporto ai tempi di cadenza delle linee di montaggio. In Fiat questo concetto è stato introdotto con l’accordo del 5.8.1971, frutto delle lotte dell’autunno caldo.

Con questo accordo i tempi di lavorazione venivano stabiliti sulla base della produzione che occupava il tempo maggiore. Venivano fissati quattro indici di saturazione massima individuale nell’arco delle 8 ore (dall’84% all’88%) , con dei fattori di maggiorazione per compensare almeno in parte i disagi e la fatica dovuti alle cadenze delle linee , ai carichi di lavoro, alle posture disagevoli, alla monotonia e ripetitività, alla carente ergonomia delle postazioni di lavoro, etc.

Ciò comportava che una volta assegnata la quantità massima di lavoro, essa non poteva essere aumentata nel corso del turno di lavoro da parte di ciascun operaio. L’accordo del 1971, con tutti i suoi limiti, costringeva la Fiat a rispettare il sistema dei tempi, che l’azienda cercava di violare sistematicamente e aumentava le pause individuali. L’applicazione dell’accordo e il controllo delle saturazioni individuali diveniva un elemento centrale dell’azione di lotta di lavoratori e delegati sulle linee di montaggio. Nel primo decennio del duemila Fca ha introdotto un nuovo modello di organizzazione del lavoro, il World Class Manufacturing (Wcm), che si propone di allacciare la produzione alle richieste del mercato e di ridurre al minimo le scorte di magazzino per evitare la sovrapproduzione.

Fra i pilastri del Wcm – che integra le logiche toyotiste per ridurre i costi e aumentare efficienza produttiva e qualità dei prodotti – vi è il Cost Deployment, un metodo di analisi dei costi di una unità produttiva che mira all’analisi e alla eliminazione degli sprechi. Tra di essi figurano una serie di attività che non danno valore aggiunto per il capitalista, come movimentare, muoversi, spostarsi, trasportare, camminare, aspettare, chiacchierare, preparare, organizzarsi, cercare attrezzi, ruotare, passare di mano, mettere a posto, contare, sostituire, ordinare, misurare, scegliere, etc. La eliminazione di tali attività, effettuata senza compromettere la produzione nelle postazioni di lavoro, ha come conseguenza un evidente aumento dei ritmi di lavoro.

Il modello Wcm in Fca prevede l’utilizzo di una metrica collegata a una lista di controllo per l’analisi dei fattori di rischio (Ergo-Uas), Ergo-Uas riduce drasticamente i fattori di maggiorazione che permettevano agli operai di respirare. Questa metodologia non considera la fatica degli operai e riduce i fattori di riposo (ad es. 5 secondi in un minuto), aumentando in modo netto le saturazioni dei tempi (che oggi sfiorano il massimo teorico del 100%), intensificando ritmi e aggravando i carichi di lavoro rispetto al sistema precedente.

Con il Wcm e Ergo-Uas il monopolio Fca ha eliminato le regole contenute nell’accordo del 1971. La combinazione di Wcm e Ergo-Uas fa sì che l’intera organizzazione del lavoro nelle fabbriche Fca è caratterizzata da una forte compressione dei tempi destinati alle diverse operazioni che fanno parte del processo produttivo.

Ora sono i volumi produttivi (a prescindere delle loro caratteristiche), che impostano i tempi e determinano la quantità massima di lavoro assegnabile per il singolo operaio, che non ha più nessuno strumento per difendersi.
Ciò comporta una tensione inaudita delle forza lavoro tramite l’incremento della velocità di esecuzione delle operazioni e della loro intensità (ritmi), l’ampliamento del campo di lavoro degli operai (simultaneità di operazioni).

Tutti i movimenti dell’operaio, persino i suoi bisogni fisiologici, sono programmati e subordinati ai movimenti e ai tempi delle macchine, in modo da ridurre drasticamente quella che Marx chiama “porosità del lavoro”. Soffermiamoci su quest’ultimo aspetto. Il lavoro di fabbrica presenta degli interstizi, dei tempi non operativi, delle attese, dei movimenti, delle piccole pause fisiologiche (anche uno starnuto crea una porosità…). In quanto vampiri affamati di plusvalore i capitalisti devono succhiare lavoro vivo in ogni decimo di secondo, e per farlo devono ridurre al massimo l’impiego del lavoro non produttivo di valore, intensificando e accrescendo la saturazione dei tempi, rendendo più produttivo di valore il tempo di lavoro per mezzo delle nuove forme di organizzazione del lavoro e dei moderni mezzi di produzione.

Un obiettivo fondamentale del Wcm è proprio quello di individuare e ridurre al massimo tutte le porosità del lavoro. Una volta identificate, si riorganizza il processo produttivo per estorcere una quantità maggiore di lavoro nel medesimo tempo.
Ad es. si modifica il sistema di rifornimento delle linee portando i materiali “just in time” vicino alla postazione di lavoro (ad es. con dei carrellini collegati alle scocche dei veicoli), per evitare che l’operaio perda tempo a prelevare i pezzi necessari dai cassoni e si sposti il meno possibile.

Si cambia anche la logistica della postazione di lavoro, rendendola più angusta, per far in modo che l’operaio abbia tutto a portata di mano e non debba spendere tempo per spostarsi, prendere un utensile, un ricambio, etc.
Viene aumentato il numero delle mansioni da svolgere, come ad es. alcune funzioni di manutenzione e la pulizia, non conteggiate nel tempo tecnico di produzione, con la conseguenza che gli operai sono costretti ad accelerare i ritmi per non rallentare la produzione.

Si aumenta la cadenza delle linee e si moltiplica la tipologia dei pezzi in lavorazione (diversi tipi di autovetture che comportano un diverso impegno da parte dell’operaio), in modo che è impossibile determinare un tempo medio della prestazione lavorativa. Si evita ogni strozzatura delle linee, per renderle più fluide e veloci possibile. La lotta del capitale allo “spreco di tempo” e di movimenti che non lo valorizzano non si limita a questo.

I manager, gli esperti e i capi studiano il lavoro operaio per carpire i margini di tempo che gli operai con la loro professionalità, esperienza e astuzia si sono ritagliati (a volte anche lavorando “in anticipo” per poter guadagnare tempo utile a fronte di maggiori carichi di lavoro, o velocizzando il lavoro per avere tempo a fine turno) così da azzerarli e raggiungere la massima condensazione della giornata lavorativa. L’obiettivo è l’eliminazione arbitraria di ogni porosità del lavoro con la saturazione dei tempi di lavorazione, dunque la totale coincidenza fra tempo di lavoro e tempo di valorizzazione del capitale.

Marx, alla fine del IV capitolo del Capitale, definisce l’operaio come “qualcuno che abbia portato al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la conciatura”. E oggi l’operaio della “fabbrica integrata”, col mostruoso controllo dei suoi tempi di lavorazione da parte del capitale, non può aspettarsi altro che la propria torchiatura. Spinto dalla concorrenza internazionale e dalla ricerca del massimo profitto, il capitale monopolistico spreme infatti l’operaio per comprimere una massa maggiore di lavoro entro un dato periodo di tempo.

Dal punto di vista marxista, in che modo l’aumento della saturazione dei tempi determina l’aumento del grado di sfruttamento degli operai? Nel capitalismo i mutamenti nel processo lavorativo che impongono all’operaio un maggiore dispendio di lavoro in un tempo invariato, una tensione più alta della forzalavoro, un più fitto riempimento dei pori del tempo di lavoro, cioè una condensazione del lavoro a un grado più elevato, non mirano ovviamente ad accorciare la giornata lavorativa, ma ad accorciare il tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una data quantità di oggetti di consumo, in questo caso autovetture.

Attraverso il riempimento di tutti i pori della giornata lavorativa, annullando cioè tutti i tempi di lavoro non produttivi di valore, il medesimo tempo di lavoro fornisce al capitalista una massa di valore maggiore di prima.
In questo modo si riduce il tempo di lavoro necessario a creare un valore pari a quello della forza lavoro dell’operaio.
Tale accorciamento del tempo di lavoro necessario prolunga il plusvalore relativo, che è il mezzo usato dai capitalisti per incrementare il grado di sfruttamento dell’operaio senza modificare la durata della giornata di lavoro.

Ricordiamo che per Marx il plusvalore relativo è «il plusvalore che deriva dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa» (Il Capitale, Libro I).

Con l’attuale livello di sviluppo delle forze produttive se all’operaio prima occorrevano due ore per la riproduzione del valore della forza lavorativa (tale valore espresso in denaro è il salario), adesso con un maggiore dispendio di lavoro ne occorre solo una, prolungando la parte della giornata lavorativa in cui l’operaio lavora gratis per conto del capitalista. Si modifica dunque il rapporto fra il tempo di lavoro necessario e il tempo di lavoro superfluo, in cui il lavoro impiegato è pluslavoro: il primo si accorcia, il secondo si prolunga.

Di conseguenza aumenta il tasso del plusvalore, che esprime l’elevazione del grado di sfruttamento del proletariato da parte del capitale.
Risultato: “Il bilancio non è mai stato così positivo, con ebit (leggi profitti) record e niente debito” (Mike Manley, Ceo di Fca, 5.3.2019).
Assieme ai profitti aumentano chiaramente anche la miseria operaia, il logorio psicofisico, i danni muscolo-scheletrici, lo stress, gli infortuni, etc.

Ma al capitalista non importa nulla del sacrificio degli operai e delle operaie, e di fronte al calo delle immatricolazioni di auto aumenta la mostruosa pressione su di loro. I fatti sono testardi: gli interessi della classe operaia e quelli della borghesia sono oggettivamente inconciliabili.

La contraddizione fra proletariato e borghesia costituisce la principale contraddizione di classe nella società capitalistica, che può essere risolta solo dalla rivoluzione socialista. E’ dentro questa prospettiva che il lavoro può e deve difendersi dal capitale con il conflitto, la lotta collettiva e organizzata.

Con Wcm e Ergo Uas i margini di trattativa e di negoziato sono azzerati. La parola è ai rapporti di forza che gli operai riescono a costruire con gli scioperi, le fermate, i blocchi della produzione e della circolazione delle merci.

Dobbiamo imporre al padrone con il fronte unico di lotta operaia rivendicazioni immediate e urgenti che unifichino e mobilitino la massa degli operai per migliorare le condizioni di lavoro, che si scontrino frontalmente con il dispotismo del capitale; dobbiamo approfittare della lotta per la soddisfazione di queste rivendicazioni come leva per mettere a nudo le cause reali delle condizioni di lavoro della classe operaia, educare politicamente gli operai e indicare la lotta rivoluzionaria per il potere politico, per una società senza sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano, quale unica via per l’emancipazione dei lavoratori!

12508686_655970454544871_2764679901721256530_n

 

Pubblicato in documentazione teorica, Uncategorized