L’INTERVENTO MILITARE AMERICANO NELLA RUSSIA BOLSCEVICA

L’INTERVENTO MILITARE AMERICANO NELLA RUSSIA BOLSCEVICA

I – II
I
L’opinione pubblica degli Stati Uniti, il cui documento costituzionale principale: la Declaration of Independence prevede il diritto di tutti i popoli a compiere le loro rivoluzioni, condannò vivacemente l’invio di truppe americane in Russia per combattere la Rivoluzione d’Ottobre.

Lo stesso presidente Wilson, inviando un telegramma, qualche mese dopo la vittoria dei bolscevichi, al IV Congresso straordinario dei Soviet, sosteneva esplicitamente che il popolo americano era solidale con la lotta del popolo russo contro l’autocrazia. Gli statisti americani confermarono questa posizione anche quando l’intervento dell’Intesa agiva già a pieno ritmo nel nord della Russia, non lasciando dubbi sulle reali intenzioni del governo americano.

Uno dei promotori dell’intervento, R. Lansing, segretario di Stato americano dal 1915 al 1920, quattro mesi dopo l’inizio delle ostilità antisovietiche spedì un memorandum agli ambasciatori degli Stati alleati, col quale chiedeva di assicurare ufficialmente e solennemente al popolo russo che nessuno dei governi impegnati nelle operazioni militari in Siberia e nel nord della Russia aveva intenzione di violare la sovranità politica e l’integrità territoriale dei russi o d’interferire nei loro affari interni, sia nel presente che in futuro. Come questa dichiarazione potesse non risultare contraddittoria con la posizione presa a favore dell’intervento, gli storici americani se lo chiedono ancora oggi.

D’altra parte nessun ambasciatore accreditato a Mosca (inglese, francese, americano, italiano…) accettò mai d’intavolare trattative di pace col governo sovietico, fermamente intenzionato a uscire dalla prima guerra mondiale.

Da alleati della Russia contro la Germania, gli Usa si trasformarono, dopo la vittoria del socialismo, in nemici giurati, operando di concerto con Inghilterra e Francia. L’Inghilterra voleva impadronirsi del Caucaso e la Francia della Crimea, mentre gli Usa e il Giappone manifestavano un certo interesse per la Siberia.

Il loro ambasciatore in Russia, D. Francis, fece tutto ciò che era in suo potere per realizzare un golpe utilizzando i controrivoluzionari russi, rifornendoli generosamente di armi e mezzi finanziari.

Lo stesso Lansing presentò in gran segreto un memorandum al presidente americano, proponendo di dare tutti gli aiuti possibili al generale Kalidin, che stava raccogliendo forze nel sud della Russia per una marcia su Mosca.

Il presidente Wilson approvò il memorandum e incaricò il colonnello House di negoziare su questo argomento con Londra e Parigi. La questione dell’intervento militare congiunto fu discussa nel dicembre 1917 a Parigi, durante una conferenza straordinaria dei rappresentanti dell’Intesa. All’ordine del giorno era la ripartizione e la colonizzazione di tutta la Russia. Il 3 gennaio 1918, D. Francis, convinto che il punto 4 dei Fourteen points del democratico Wìlson poteva essere interpretato in modo favorevole all’intervento armato, inviò a Washington un dispaccio per chiedere istruzioni in merito.

Sei giorni dopo ricevette la risposta: “Ieri il presidente ha pronunciato un discorso al Congresso, parlando degli obiettivi della guerra e della posizione degli Usa nei confronti della Russia”. Francis, che non era uno sprovveduto, reagì immediatamente a questa risposta, generica solo in apparenza, raccomandando, con un messaggio in codice spedito il 21 febbraio, di occupare senza indugi Vladivostok, la base più importante per la conquista della Siberia, e di cedere agli inglesi e ai francesi Murmansk e Arcangelo (Archangelsk), da dove poi l’intervento si sarebbe esteso in direzione di Pietrogrado e Mosca.

Da esperto diplomatico qual era, Francis conosceva bene il valore degli impegni che Wilson aveva preso riguardo alle esigenze di autodeterminazione politica dei russi. In effetti, facendo passare la tutela dell’integrità territoriale della Russia per un problema della politica ufficiale di Washington, Wilson ne incoraggiava di fatto lo smembramento.

Lo dimostra inoltre l’approvazione ch’egli manifestò per il commento semiufficiale sui Quattordici punti che il colonnello E. House, uno dei suoi consiglieri più fidati, fece alla fine del 1918. In esso, in pratica, si affermava che nell’immediato futuro il problema della Russia si sarebbe risolto col riconoscimento dei governi provvisori (si noti il plurale “governi”) e con l’appoggio concesso a questi governi.

Nel marzo 1918 le truppe anglo-francesi invasero alcune regioni del nord. Il 5 aprile diverse navi da guerra giapponesi, comandate dall’ammiraglio Kato, sbarcarono truppe nella baia di Vladivostok.

Dopo un paio di giorni l’ambasciatore americano cercò di assicurare il governo sovietico che il suo paese non era coinvolto in queste manovre, le quali – a suo giudizio – non avevano alcun contenuto politico, trattandosi di pure e semplici “misure precauzionali” prese dallo stesso ammiraglio nipponico, sotto la sua diretta responsabilità, per proteggere la vita e i beni dei propri connazionali a Vladivostok contro i tedeschi.

La decisione definitiva sull’intervento venne presa il 6 luglio 1918, in una riunione segreta della Casa Bianca. Stranamente in quello stesso giorno a Mosca veniva assassinato l’ambasciatore tedesco Mirbach, cui seguì una mezza rivolta dei socialisti rivoluzionari di sinistra. E’ possibile che sia stata una mera coincidenza, ma perché la decisione sull’intervento non venne resa pubblica né il 7 né l’8 luglio? Forse si sperava che tutto si risolvesse da sé, che il governo sovietico venisse abbattuto e che si rendesse superfluo ogni intervento esterno.

Nella dichiarazione ufficiale del governo statunitense, in data 3 agosto 1918, veniva detto a chiare lettere che a Vladivostok, come a Murmansk e Arcangelo, le unità americane non sarebbero state utilizzate che allo scopo di difendere gli arsenali di cui le truppe russe (s’intende della guardia bianca) avrebbero potuto in seguito aver bisogno. Ma si parlò anche della necessità di proteggere la ferrovia transiberiana.

Le 9.000 unità americane, incorporate alle truppe dell’Intesa, comandate dal generale Graves, col pretesto di proteggere un corpo cecoslovacco (1) composto di quasi 70.000 ex prigionieri di guerra, peraltro ben armato, e certi misteriosi arsenali, penetrarono in Russia, occupando Arcangelo tra il 16 agosto e il primo settembre 1918. I legionari cechi avrebbero dovuto – secondo la versione americana – essere trasferiti sulla transiberiana verso Vladivostok (in realtà essi volevano dirigersi verso ovest e non verso il mare). La fretta era determinata anche dal fatto che si temeva l’occupazione da parte giapponese dei territori con le migliori risorse naturali.

Contemporaneamente l’ammiraglio Night, comandante dell’incrociatore Brooklyn, che, sin dal novembre 1917, per precauzione aveva gettato l’ancora nella baia di Vladivostok, comincerà, puntando sulla città i mortai delle sue torrette, a installare un governo controrivoluzionario in Siberia.

Da notare che il Congresso Usa non dichiarò guerra alla Russia sovietica; l’amministrazione di Wilson non fece alcuna dichiarazione circa la rottura dei rapporti diplomatici con la Russia, e Washington non ricevette alcuna richiesta di aiuti militari da parte del governo sovietico.

Passato un mese l’Intesa farà sbarcare 100.000 uomini a Vladivostok: operazione, questa, che sarà seguita dall’occupazione della Transbaikal e dei territori dell’Amur. Questo per venire incontro a Graves e a molti ufficiali del suo stato maggiore, che avevano capito, vedendo la resistenza delle popolazioni siberiane, che l’intervento si stava rivelando più difficoltoso del previsto e che gli americani si stavano compromettendo eccessivamente con le stragi compiute nella Siberia orientale dagli atamani Semionov e Kalmykov e nella Siberia occidentale dagli atamani Rosanov e Annenkov.

Qualche mese dopo il senatore californiano Johnson avrebbe rilevato che la politica di Washington nei confronti della Russia era stata molto poco seria. “La Washington ufficiale – disse il senatore – dopo solenni promesse di non ingerenza, plaudendo alla profonda simpatia degli americani per i russi, ha deciso lo stesso d’intervenire: dietro il pretesto di salvaguardare dei beni militari che si sarebbero senz’altro potuti recuperare senza lasciare il paese, i nostri interventisti sono andati a uccidere dei contadini russi”.

Partendo da Arcangelo le truppe americane avanzarono verso l’interno, onde potersi ricongiungere col governo controrivoluzionario dell’ammiraglio Kolchak, governatore di Omsk, e chiudere così l’anello di ferro dell’hinterland russo, portando alla fame la popolazione locale.

La responsabilità del golpe militare che mandò l’ammiraglio Kolciak al potere appartiene completamente al generale Knox, capo della missione inglese. A causa di una disparità di vedute con Knox, il commissario supremo britannico O’Reilly e il colonnello Grogan (ex capo della missione britannica sul luogo), furono esonerati dalle loro mansioni e ricevettero l’ordine di lasciare quanto prima la Siberia.

Infatti il governo Kolciak, cui appartenevano ufficiali di orientamento filomonarchico, filonipponico e filogermanico, nonché un gruppo di comandanti cosacchi, si distingueva per la sua ferocia e intransigenza ideologica. Considerava “bolscevichi” tutti gli oppositori, eliminandoli senza scrupoli e reclutando con forza i contadini nel suo esercito. In pratica erano proprio i metodi di Kolciak che indirettamente favorivano la diffusione del comunismo tra le campagne.

Americani e anglo-francesi crearono una rete di carceri e campi di concentramento, compivano violenze dì massa contro la popolazione, torturavano e seviziavano, fucilavano i partigiani (per stanare quest’ultimi gli americani preferivano servirsi dell’operato dei giapponesi), infine distruggevano interi villaggi. Nell’intero paese dominava la fame e l’inflazione: non c’era né carbone né elettricità e le aziende spesso erano costrette a chiudere.

Educati nello spirito del razzismo e dello sciovinismo nazionalistico – al pari dei giapponesi – i soldati americani disprezzavano profondamente i russi, trattandoli come indigeni di una colonia appena conquistata.

Molti soldati e ufficiali. esperti nel business, trafficavano coi cercatori d’oro, coi cacciatori della taiga, acquistando le merci a un prezzo tre volte inferiore al loro valore, oppure scambiandole con gli alcolici. Solo per le forniture d’armi e materiale bellico alle truppe di Kolchak intascarono 2.118 puds d’oro.

Centinaia di istruttori, di osservatori, di membri di missioni americane, inglesi, francesi si recarono a sud, a nord, a est della Russia; banche di Washington, di Londra, di Parigi aprirono pingui conti correnti ai generali Kadelin, Kornilov, Krasnov.

Nell’arco di soli tre mesi, nel 1919, le forze dell’Intesa si erano impossessate di più di 3 milioni di capi di pellicce pregiate siberiane. In un anno esportarono 14 milioni di puds di aringhe dall’Estremo Oriente. I danni provocati all’economia nazionale di questa regione ammontarono alla fine del conflitto all’astronomica cifra di 542.360.000 rubli oro.

I governi degli Stati imperialisti, persino quelli ch’erano stati alleati della Russia, volevano assolutamente la fine della Repubblica sovietica, o comunque il suo coinvolgimento nella guerra mondiale, per indebolirla e successivamente suddividerla in varie colonie. I britannici erano già penetrati ad Arcangelo e a Murmansk, e nell’agosto 1918 occuparono Baku; i nipponici entrarono a Vladivostok nell’aprile dello stesso anno; in novembre reparti francesi e greci sotto la protezione della marina anglo-francese scarcarono a Odessa. Alla fine i paesi che cercarono d’invadere la Russia furono ben 14. Nell’estate del 1918, praticamente 3/4 del territorio russo era nelle mani degli interventisti stranieri e dei controrivoluzionari interni e nella primavera del 1919 queste forze disponevano di circa un milione di soldati e ufficiali.

Le organizzazioni dei lavoratori protestarono energicamente contro questo comportamento e in sostanza chiedevano una pace senza annessioni né riparazioni. Ma fu solo il blocco austro-tedesco a rispondere all’appello di Lenin, per cui iniziarono presto i negoziati a Brest-Litovsk. Come noto i tedeschi accettarono, ma a condizione di annettersi un territorio di circa 150.000 kmq, compreso tra Ucraina, Bielorussia e Regioni Baltiche, territorio che poi aumentò di molto.

Una volta che le passioni furono sopite, il generale W. Graves poté scrivere nelle sue memorie che chiunque allora si fosse trovato in Siberia e ne conoscesse tutti i penosi retroscena, non poteva non giungere a questa conclusione politica: l’obiettivo principale dell’intervento era stato tenuto segretamente nascosto all’opinione pubblica. A suo parere l’atteggiamento dei rappresentanti alleati e quello del console generale americano non lasciavano dubbi sul fatto che gli alleati pensavano di bloccare con la forza delle armi l’espansione dei comunismo.

Tuttavia l’ostilità di classe verso il sistema socialista sovietico non fu il solo motivo dell’intervento americano. Quindici mesi prima che scoppiasse la rivoluzione d’Ottobre, il segretario di Stato Lansing ricevette un messaggio dall’ambasciatore Francis, col quale lo si informava che i giornali e le riviste europee descrivevano con molti particolari la magnificenza dell’impero russo, le sue favolose ricchezze ancora vergini, le sue colossali potenzialità.

Finita la guerra, aggiungeva Francis, il mercato russo diverrà oggetto d’una forte concorrenza. Gli stessi imprenditori americani già bramavano di poter mettere le mani sui giacimenti minerari, sulle immense fonti d’energia idraulica, già pensavano alle possibilità che questo paese offriva per la costruzione di una rete ferroviaria.

Infatti, assai presto le forze d’intervento in Estremo Oriente s’impadronirono delle miniere di carbone, delle foreste, dei vivai ittici. Nelle città occupate si aprirono filiali bancarie, uffici, si crearono imprese commerciali, industriali e società per azioni.

Mentre gli interventisti americani muovevano verso l’interno delle terre estremo-orientali, a Washington, dietro le quinte, si discuteva sulla fondazione di una speciale corporation finanziata dallo Stato in vista del mega-sfruttamento delle risorse siberiane.

Nel gennaio 1919, J. Good, membro della Camera dei rappresentanti per l’Iowa, fece sapere, dall’alto della tribuna del Congresso, che stava per essere creato un Russian Bureau presso il Consiglio militare commerciale degli Stati Uniti. Fra i progetti di questa corporazione vi erano la prospezione del sottosuolo e l’estrazione di metalli e minerali, la monopolizzazione delle terre agricole, dei boschi, delle pietre preziose, l’edificazione di hotels e ristoranti, la costruzione di ferrovie, varie operazioni creditizie e bancarie. Il controllo americano sulle risorse naturali e sui settori principali dell’economia russa sarebbe stato pressoché totale.

La presidenza della corporazione venne assegnata a uno dei magnati del business world dell’epoca, allo stesso presidente del Consiglio militare-commerciale degli Usa, Vance McCormick. Al posto di segretario-tesoriere, il futuro cavaliere della guerra fredda, John Foster Dulles, allora giovane avvocato consigliere alla commissione per le riparazioni dei danni di guerra presso la Conferenza di pace di Parigi.

Con viva soddisfazione il congressista J. Good dichiarò che McCormick aveva progettato il più grande trust che si fosse mai visto al mondo. Esso sarebbe stato finanziato con un fondo di 100 milioni di dollari per le necessità della sicurezza e della difesa nazionale.

Nel momento in cui W. Bullitt, agendo su disposizione del governo americano e delle potenze alleate, negoziava la pace a Mosca, nella cassaforte del Dipartimento di Stato americano era già stata depositata una cartina geografica della Russia sovietica, nella quale il territorio di quest’ultima era stato circoscritto all’Altopiano centrale russo. Nella nota esplicativa allegata alla cartina si suggeriva di dividere il paese in grandi aree naturali, economicamente indipendenti, ma non fino al punto da potersi costituire in Stati.

Nel febbraio 1919 la cartina fu per un certo tempo relegata nel fondo della cassaforte. Washington, Londra e Parigi avevano chiaramente sopravvalutato le possibilità delle guardie bianche di rovesciare il potere dei Soviet. Stava inoltre diventando troppo forte l’opposizione delle masse popolari dei paesi dell’Intesa all’invio di vasti contingenti nella Russia sovietica. Per non parlare del fatto che la propaganda rivoluzionaria condotta nei luoghi di battaglia e i successi dell’Armata Rossa provocavano il rifiuto da parte dei soldati dell’Intesa a proseguire le ostilità. Molti marinai della flotta francese nell’aprile 1919 si ribellarono espressamente ai loro comandanti.

Secondo il generale Graves l’appoggio manu militari del suo paese al governo monarchico controrivoluzionario era costato l’odio del 90% della popolazione siberiana. Il 9 gennaio 1920 il governo Usa dichiarò ufficialmente che le truppe americane sarebbero state ritirate in pochi mesi. L’ultimo gruppo di interventisti americani che lasciò la terra sovietica fu nel novembre 1922.

Ancora oggi gli statisti americani vedono di buon occhio uno smembramento della CSI (ex-Urss) in tante repubbliche federate, al fine d’impedire che la Russia eserciti un’influenza su territori troppo vasti e possa costituire un pericolo eccessivo per gli interessi americani.

Nel 1997 il consigliere Brzezinski parlava esplicitamente di “European Russia, Siberian Republic, Far Eastern Republic”.

Da notare che già la rivista americana “National Defence”, poco prima del crollo del muro di Berlino, presentò l’ultimo progetto per conquistare la Siberia! “Lo scopo Politico dell’offensiva contro la Siberia orientale – scrivono senza ritegno gli autori W. Kennedy e M. Gyurky – sarà quello d’annettersi i possedimenti sovietici a est degli Urali e di fondare la Repubblica di Siberia, liberando i popoli che si trovano sotto l’egemonia russa ( … ) La possibilità di svolgere vaste operazioni militari nelle latitudini settentrionali è stata già provata nel 1918-19, quando il corpo di spedizione alleato, cui era incorporata la 339a divisione di fanteria americana, combatté nelle foreste a nord di Arcangelo”. Naturalmente non una parola viene detta sul fatto che questo intervento si risolse in un fiasco totale.

D’altra parte di questa invasione non si parla né nei manuali scolastici americani, né nelle pubblicazioni divulgative destinate al grande pubblico.

II
Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Italia e Giappone, alleate della Russia nella I guerra mondiale, sin dall’inizio del conflitto cercarono di far portare ai russi il maggior peso delle operazioni belliche contro la Germania. In questo furono aiutate dallo stesso governo zarista, fino al 1917, poi dal governo provvisorio di Kerenski, tra il febbraio e l’ottobre 1917.

Tuttavia i bolscevichi, quando andarono al potere, dovendo ricostruire un’economia disastrata dalla guerra, che aveva portato la popolazione alla fame e temendo di non resistere alla controrivoluzione con una guerra in atto, il cui scopo era soltanto una nuova spartizione dei territori mondiali, proposero immediatamente alla Germania di concludere un trattato di pace.

L’Intesa non poteva accettare una soluzione del genere, non solo perché veniva a perdere un prezioso alleato contro i tedeschi e per lo sviluppo del capitalismo in Russia, ma anche perché attraverso la guerra potevano sperare di intervenire nel territorio russo per dare man forte ai controrivoluzionari.

Il governo inglese pensava inoltre di formare un nuovo fronte antigermanico con le divisioni cosacche del Don e del Kuban, nonché con quelle dei nazionalisti ucraini e dell’esercito rumeno. Ma questo era più che altro un pretesto per penetrare nell’area meridionale dell’ex impero zarista.

Sin dal 2 novembre 1917 (secondo il nuovo calendario) i capi delle armate cosacche del Don, del Kuban, del Terek e di Astrakhan, con altre popolazioni caucasiche del nord e della steppa, avevano fondato a Vladikaukas (Ordzonikidze) l’Unione del Sud-Est, il cui governo era presieduto dal cadetto Kharlamov (2).

All’istituzione dell’Unione avevano partecipato, a vario titolo, i rappresentanti dei consolati e delle missioni militari degli alleati in Russia, il cui personale contemplava moltissimi agenti del controspionaggio.

Una delegazione dell’Unione fu ricevuta a Pietrogrado dall’ambasciatore britannico Buchanan, i cui contatti coi reazionari russi, al pari del suo addetto militare, Knox, si andavano facendo sempre più regolari.

Il 22 novembre infatti il Ministero inglese della Guerra esaminò la possibilità di contattare l’ataman dei cosacchi del Don, Kaledin, intenzionato a continuare la guerra contro i tedeschi. E infatti il giorno dopo, attraverso la mediazione dell’ambasciatore del Siam, si riuscì a incontrare l’emissario segreto di Kaledin, un banchiere appartenente ai cadetti, il principe Chakhovskoi.

Scopo dell’incontro era quello di verificare la possibilità di organizzare una dittatura militare guidata da Kaledin, con l’appoggio del generale Alexeev, anziano capo di stato maggiore dell’esercito imperiale russo, di Rodzianko, presidente della Duma (consiglio di stato), e dell’ex comandante in capo Kornilov.

Per sostenere l’impresa occorrevano armi e denaro. A tale proposito si era pensato di fondare una banca cosacca con un grande capitale garantito dalle ricchezze minerarie del sud della Russia. Una banca del genere avrebbe facilmente attirato i depositi provenienti da Mosca e Pietrogrado. Knox avrebbe tenuto i contatti con gli emissari del Don e il primo degli inviati segreti, che incontrò Kaledin, fu il capitano inglese Noel.

Egli riferì in un dispaccio che i cosacchi del Don non riuscivano più a sopportare la guerra e che difficilmente si sarebbero impegnati in una nuova campagna militare, anche perché vi erano ingenti truppe dell’Armata rossa a Rostov e a Novocherkassk, per cui Kaledin non era ancora pronto a diventare dittatore e l’Unione del Sud-Est restava tutto sommato abbastanza divisa al suo interno.

Di ritorno da Tiflis, Noel fece un rapporto sulla situazione del Don al suo superiore, il generale Shore, che comandava la missione militare inglese presso il quartier generale dell’esercito russo del Caucaso. A suo parere Kaledin, federalista convinto, si sentiva responsabile solo nei confronti dell’Unione del Sud-Est e preferiva una politica difensiva, rinunciando a misure antibolsceviche al di fuori del territorio cosacco, anche se aveva intenzione in un prossimo futuro di far cessare le forniture di carbone, petrolio e grano.

Il 30 novembre l’ambasciatore Buchanan comunicava a Londra che senza appoggio finanziario Kaledin non si sarebbe mai mosso. Il Ministro della Guerra inglese fece pressioni sul capo dell’ambasciata russa Nabokov, che aveva rifiutato di riconoscere il potere dei soviet e stava parteggiando per le forze reazionarie.

Il 3 dicembre 1917 lo stesso ministro ordinò a Buchanan d’impedire coi mezzi ritenuti opportuni che la Russia giungesse a una pace separata con la Germania, ormai prossima alla conclusione (la pace di Brest-Litovsk verrà stipulata il 3 marzo 1918).

Le direttive erano precise: contattare Kaledin, Alexeev e i loro seguaci, fornire ai cosacchi e agli ucraini tutti i fondi ritenuti necessari, creare un blocco di potere tra caucasici, cosacchi, ucraini e rumeni, insediare un governo sufficientemente stabile, nella certezza che chi controllava il carbone, il petrolio e il grano della regione avrebbe poi controllato tutta la Russia.

Erano dichiarazioni impegnative, che andavano giustificate di fronte ai parlamentari inglesi e l’escamotage fu trovato, al solito, nella formula dell’impegno antigermanico.

Il 5 dicembre 1917 Buchanan e Knox in un loro dispaccio sostengono di non essere convinti che Kaledin e Alexeev abbiano forze necessarie per opporsi ai bolscevichi. Non solo, ma si lamentano che le continue visite dei loro emissari all’ambasciata inglese di Pietrogrado rischiano di compromettere tutta l’operazione e di far arrestare gli stessi diplomatici inglesi. Chiedono pertanto che gli incontri vengano fatti nelle regioni interessate, tramite la mediazione di Noel e di Williams (impiegato presso l’ambasciata).

Quanto agli aiuti finanziari (10 milioni di sterline), essi andavano gestiti dall’intermediario della missione inglese in Romania.

I consigli furono parzialmente accettati. Il colonnello Jack, poi il generale de Canddles e il capitano Noel s’incontrarono precipitosamente a Novocherkassk col colonnello francese Guchet e il console americano Pull, per vedere insieme come aiutare militarmente Kaledin e Alexeev.

Grazie ai fondi e ai consiglieri militari, Kaledin, inzialmente, riportò qualche successo nei pressi del Don, occupando Rostov il 15 dicembre. Tuttavia l’Armata rossa stava circondando l’intera Ucraina e anche le regioni centrali.

Fu allora che gli statisti anglo-francesi convocarono rapidamente a Parigi una conferenza per discutere l’atteggiamento da tenere verso la “questione russa”.

Il 23 dicembre fu redatto il trattato sulle zone d’influenza delle due potenze: l’azione diretta della Francia (che sborsò 100 milioni di franchi) doveva svilupparsi a nord del mar Nero (Bessarabia, Ucraina e Crimea); quella inglese invece a sud-est nello stesso mare, contro i turchi, impegnandosi nei territori cosacchi e caucasici, ma anche in Armenia, Georgia e Kurdistan.

In particolare gli inglesi erano convinti che la Transcaucasia e le vaste regioni confinanti potevano costituire una testa di ponte per un successivo intervento armato contro la Russia bolscevica. Altre aree strategiche venivano considerate quella nord della Russia europea e i paesi Baltici.

Questo piano annessionista fu approvato anche dal governo statunitense.

Il 12 gennaio 1918 il console generale inglese telefonava da Odessa dicendo che i bolscevichi stavano facendo grandi progressi in Ucraina. Un mese dopo Kaledin si uccideva. Nel telegramma del 2 febbraio il console concludeva amareggiato che il movimento del Don era alle corde.

Tuttavia un nuovo fatto andava imponendosi all’attenzione degli osservatori anglo-francesi: l’occupazione tedesca dell’Ucraina, in seguito alla pace coi russi, e il trasferimento del grosso dell’Armata rossa verso il fronte est, aveva fatto sì che quest’ultimo diventasse il principale teatro delle operazioni belliche.

In Transcaucasia il potere restava nelle mani dei separatisti borghesi e la cosiddetta “Armata volontaria” che s’era ritirata nel Kuban, poteva riprendere le proprie forze.

Il 4 agosto 1918 il corpo inglese del generale Dunsterville entrava a Baku, chiamato dai partiti borghesi nazionalisti, sotto il pretesto di difendere la città contro i turchi. Sarebbe stato impossibile per gli inglesi dominare il Caspio senza occupare Baku.

Senonché, preoccupandosi più di sfruttare le risorse petrolifere della regione che di difendere la città, questa cadde in mano turca il 15 settembre.

Il 30 novembre lo stato maggiore del comando alleato sosteneva che l’azione britannica nel Caucaso doveva proseguire ad ogni costo, con le forze che gli inglesi disponevano nella Turchia asiatica. In Ucraina esse avrebbero potuto intervenire simultaneamente sia dal lato della Romania che dalla costa del mar Nero, raggiungendo le regioni di Kiev e Kharkov.

Intanto, approfittando dell’apertura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la missione militare del tenente-colonnello Blackwood era in grado di ricongiungersi con le truppe bianche di Denikin, passando attraverso Novorossisk. Tale missione fu seguita da quella del generale Pool.

Nel dicembre 1918 la Transcaucasia fu occupata dalla 27a divisione britannica di Tessalonica e dalla 39a brigata proveniente dal nord-ovest dell’Iran, col pretesto di veder assicurate, da parte dei turchi, le condizioni dell’armistizio.

Gli inglesi comunque ebbero il loro da fare, sul piano politico, a conciliare il progetto antibolscevico del generale Denikin, che voleva una Russia “una e indivisibile”, con le aspirazioni indipendentiste degli strati più agiati della popolazione caucasica (Georgia, Armenia, Azerbajgian e Daghestan), che in maggioranza era non russa.

Il funzionario del Foreign Office, Eyre A. Crowe, proponeva di condurre il doppio gioco e di aspettare il corso degli eventi. Grazie agli alleati inglesi e francesi, gli Stati caucasici avrebbero potuto conservare una certa indipendenza nell’ambito dei rapporti federali con la Russia; altrimenti, in caso di destabilizzazione dei poteri russi, potevano aspirare a una completa e definitiva separazione. In fondo agli inglesi premeva anzitutto dividere l’immenso territorio ex-zarista, occupandone le aree economiche più vantaggiose (in primis i pozzi petroliferi di Baku), in nome di un protettorato politico.

Crowe propendeva per assegnare alla Francia il mandato sull’Armenia e sui territori del Caucaso del sud.

Nella misura in cui i colpi inferti dall’Armata rossa alle guardie bianche e agli interventisti stranieri si facevano più forti, i circoli imperialisti cominciarono a ridimensionare le pretese di abbattere il governo sovietico e, a partire dalla primavera del 1919, si concentrarono sull’idea di creare un cordone sanitario con gli Stati di confine, onde impedire la diffusione delle idee socialiste in occidente, organizzando cioè un embargo economico ai danni del giovane Stato bolscevico e installando alle sue frontiere delle postazioni militari in vista di successive avventure eversive. La Transcaucasia doveva giocare un ruolo centrale.

Questo piano fu discusso alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919. Chiunque sapeva che il Caucaso godeva di un’importanza strategica, più importante della Mesopotamia e del mar Caspio, e chi l’avesse dominato avrebbe prima o poi occupato l’intera Russia.

Gli stessi americani era alquanto interessati alla spartizione dell’ex impero zarista e non avrebbero mai permesso a inglesi e nipponici (i francesi si erano già ritirati) di entrare in quei territori senza che fossero chiarite prima le rispettive zone d’influenza. A loro infatti interessavano le ricchezze del Turkestan e della Cina occidentale (mentre sulla parte orientale volevano metterci le mani i giapponesi), e la conquista della Siberia era il primo passo da fare.

Nel Regno Unito la posizione bellicista del capitale finanziario era sostenuta soprattutto da Churchill e da lord Curzon; viceversa il primo ministro Lloyd George stava diventando sempre più propenso a ritirare le truppe inglesi, anche perché l’influenza dei bolscevichi sulla popolazione di Baku cresceva di continuo.

Il 26 luglio 1919 il generale di brigata Bridges affermava in un suo dispaccio che bisognava lasciare almeno due divisioni inglesi in Transcaucasia, in quanto Armenia, Georgia e Azerbajgian non erano – secondo lui – in grado di esistere autonomamente nei confronti del potere di Mosca, se non sotto il protettorato di una potenza straniera.

Nell’agosto 1919 gli inglesi ritirano le loro truppe dalla Transcaucasia, lasciando solo, per circa un anno, una base navale a Batumi. Nel contempo avevano definitivamente rinunciato a sostenere la politica federalista degli ex-generali zaristi, preferendo invece riconoscere le repubbliche transcaucasiche come Stati autonomi, emanazione della volontà dei nazionalisti borghesi.

In particolare gli ultimi tentativi d’ingerenza politico-militare furono fatti mediante il colonnello Stocks, in qualità di addetto militare nella repubblica d’Azerbajgian (Baku), il capitano Gracey nella repubblica d’Armenia (Erivan) e il capitano Hulls quale ufficiale di collegamento a Tiflis.

Il maggiore Teague Jones, ex-agente della polizia indiana, arrivò presto a Tiflis in qualità di ufficiale del servizio informativo inglese. Fu lui che il 20 settembre 1918, con l’aiuto dei socialisti rivoluzionari, aveva fatto fucilare i 26 commissari di Baku.

Quando, nell’estate 1918, Armenia, Georgia e Azerbajgian si proclamarono repubbliche indipendenti, furono riconosciute subito dal governo inglese, che si preoccupò d’inviare a Tiflis O. Wardrap in qualità di commissario britannico principale in Transcaucasia.

L’idea era quella di creare uno Stato federale accorpando quelle tre regioni, ovviamente sotto un protettorato inglese, che in seguito avrebbe potuto estendersi ad altre regioni, p.es. quelle governate dai cosacchi del Don, del Terek, del Kuban, nonché dell’Ucraina. Un’idea quindi non sono antisovietica ma anche antirussa, poiché si voleva sia la fine del comunismo che lo smembramento della Russia in tante regioni da colonizzare.

Tutti questi piani fallirono miseramente.

Bibliografia

British Documents on Foreign Affairs: Reports and Papers from the Foreign Office Confidential Print. Part VI, Series A, The Soviet Union 1917-39, vol. I, ed. Cameron Watt. Frederick (Maryland) 1984

Lord Milner Papers, Oxford Carton D-2

(1) Questi cecoslovacchi si trovavano in Russia perché avevano combattuto in precedenza contro la Russia zarista per conto dell’esercito austro-ungarico e volontariamente avevano poi accettato la prigionia russa. Seimila di loro, anch’essi ex prigionieri, passarono all’Armata rossa dalle cosiddette legioni cecoslovacche, che lottarono sul fronte a fianco della Russia zarista e che, dopo la vittoria dell’Ottobre rosso, furono costretti a combattere contro i sovietici.

(2) I cadetti erano i membri del partito democratico costituzionale fondato nell’ottobre 1905 dalla borghesia liberale monarchica. Uno dei loro fondatori fu Vladimir Nabokov, capo del servizio amministrativo del governo provvisorio, poi ambasciatore a Londra. Nemico giurato dei sovietici, nel 1919 fu ministro della Giustizia nel governo bianco di Crimea. Fu ucciso da un centonero nel 1922 a Berlino, ove era emigrato. Dopo l’ottobre 1917 tutti i cadetti passarono dalla parte dei bianchi contro i bolscevichi.

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol da 16 a 18

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V.I.Lenin -Opere Complete -Vol da 11 a 15

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V.I.Lenin – Opere complete -vol.da 1 -10

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Il Pentagono ha addestrato i “ribelli” di Al Qaeda in Siria all’uso di armi chimiche

Il Pentagono ha addestrato i “ribelli” di Al Qaeda in Siria all’uso di armi chimiche

http://www.resistenze.org/sito/te/po/si/posihd09-019090.htm
Michel Chossudovsky | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

07/04/2017

I media occidentali confutano le loro stesse bugie

Non solo confermano che il Pentagono ha sinora addestrato i terroristi nell’uso di armi chimiche, ma riconoscono anche l’esistenza di un neppure così segreto piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche in Siria e addebitarlo al regime di Assad.

Il London Daily Mail in un articolo del 2013 confemava l’esistenza di un progetto anglo-americano, appoggiato dalla Casa Bianca (con il sostegno del Qatar) per lanciare un attacco con armi chimiche sulla Siria ed addossare la colpa su Bashar al-Assad.

Aggiornamento; 8 aprile 2017. La decisione di Trump di bombardare la base aerea siriana come rappresaglia all’asserito uso di armi chimiche da parte di Assad sul suo stesso popolo conferma che lo scenario d’operazione sotto falsa bandiera dell’attacco con armi chimiche è ancora “sul tavolo”.

La nostra analisi (che include una grande mole di pezzi investigativi di Global research) conferma inequivocabilmente che Trump sta mentendo, i media occidentali stanno mentendo e molti degli alleati americani stanno mentendo.

Il seguente articolo del Mail Online è stato pubblicato e successivamente rimosso. Notate il discorso contraddittorio:

“Obama ha inviato un avvertimento al Presidente siriano Bashar al-Assad, La Casa Bianca ha dato luce verde all’attacco con armi chimiche”.

Questo pezzo del Mail Online, pubblicato nel gennaio 2013 è stato successivamente rimosso da Mail Online. Per ulteriori dettagli vai a questo link.

L’addestramento dei “ribelli” (alias i terroristi di Al Qaeda) da parte del Pentagono nell’uso delle armi chimiche. 

La CNN accusa Bashar al-Assad di uccidere il suo stesso popolo mentre riconosce anche che i “ribelli” non solo sono in possesso di armi chimiche, ma che questi “terroristi moderati” affiliati ad Al Nusra sono addestrati nell’uso delle armi chimiche da esperti sotto contratto del Pentagono.

In una logica contorta, il mandato del Pentagono era quello di assicurare che i ribelli allineati con Al Qaeda non acquisissero od usassero armi di distruzione di massa, addestrandoli attualmente all’uso di armi chimiche (suona contraddittorio):

“L’addestramento [nell’uso di armi chimiche] che ha luogo in Giordania e Turchia, riguarda il modo di monitorare e mettere in sicurezza scorte nonché maneggiare armi, siti e materiali, secondo le fonti. Alcuni dei contractors sono sul terreno siriano che lavorano con i ribelli per monitorare alcuni siti, secondo uno dei funzionari. La nazionalità degli addestratori non è stata rivelata, sebbene gli ufficiali si guardavano dal dare per scontato che fossero tutti americani.(CNN, 9 dicembre 2012)

L’articolo qui sopra della giornalista Elise Labott (relegata alla status di blog CNN), vincitrice del Premio CNN confuta le numerose accuse della CNN dirette contro Bashar al-Assad.

Chi sta portando avanti l’addestramento dei terroristi nell’uso delle armi chimiche? Direttamente dalla fonte: la CNN

Fonti: l’aiuto coperto degli USA nell’addestramento dei ribelli nel mettere in sicurezza le armi chimiche.

E questi sono gli stessi terroristi (addestrati dal Pentagono) che sono l’asserito bersaglio della campagna di bombardamenti finalizzati al controterrorismo di Washington iniziata da Obama nell’Agosto 2014:

“Lo schema del Pentagono stabilito nel 2012 consiste nell’equipaggiare ed addestrare ribelli di Al Qaeda nell’uso di armi chimiche, col supporto di contractors militari ingaggiati dal Pentagono, e quindi nel ritenere il governo siriano responsabile per l’uso di armi di distruzione di massa contro il popolo siriano.

Quello che si sta rivelando è uno scenario diabolico – che è parte integrale della pianificazione militare – vale a dire una situazione dove i terroristi dell’opposizione supportati dai contractors occidentali della difesa sono attualmente in possesso di armi chimiche.

Questo non è un addestramento dei ribelli nella non proliferazione. Mentre il Presidente Obama dice che “sarete ritenuti responsabili”, se userete (intendendo il governo siriano) armi chimiche, ciò che è contemplato come parte dell’operazione coperta è il possesso di armi chimiche da parte dei terroristi supportati da USA e NATO, vale a dire “dai nostri” operativi affiliati di Al Qaeda, incluso il Fronte di Al Nusra che costituisce il più attivo gruppo di combattimento finanziato ed addestrato dall’Occidente, largamente integrato da mercenari stranieri. In un amaro risvolto, Jabat al Nusra, una risorsa dell’intelligence, supportato dagli USA, è stato recentemente messo sull’elenco delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato.

L’Occidente afferma che viene in soccorso del popolo siriano, le cui vite sono presumibilmente minacciate da Bashar al-Assad.

La verità della questione sta nel fatto che l’alleanza militare occidentale non solo sta supportando i terroristi, incluso il fronte di Al Nusra, ma sta anche rendendo disponibili armi chimiche alle sue vicine forze ribelli “di opposizione”.

La fase successiva di questo diabolico scenario è che le armi chimiche nelle mani degli operativi di Al Qaeda saranno usate sui civili, il che potrebbe portare un’intera nazione dentro un disastro umanitario. La questione ulteriore è: chi è una minaccia per il popolo siriano? Il governo siriano di Bashar al-Assad o l’alleanza militare tra USA, NATO e Israele che sta reclutando forze terroristiche “di opposizione” che vengono attualmente addestrate nell’uso di armi chimiche?” (Michel Chossudovsky, 8 maggio 2013, minor edit)

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I 150.000 ebrei di Hitler

I 150.000 ebrei di Hitler

Si tratta di una storia poco conosciuta, ma oltre 150.000 uomini di origine ebraica prestarono servizio militare nella Wehrmacht, cioè nell’esercito nazista in Germania, durante il regime di Hitler. Addirittura molti di questi ebrei furono ufficiali e si macchiarono di crimini contro gli stessi ebrei nei campi di concentramento.
La condizione di persone che combatterono per un regime che non riconobbe i loro diritti umani non è nuova. Per tutto il periodo della guerra civile americana, migliaia di neri liberi e schiavi, così come moltissimi mulatti (metà neri e metà bianchi), combatterono per gli stati confederali d’America. Alcuni di questi afroamericani erano padroni di schiavi disposti a combattere per difendere la loro proprietà. Questi uomini combatterono per preservare un ordine sociale volto a mantenere in schiavitù la maggior parte degli afroamericani del Sud.
Il Giappone arruolò dei soldati coreani nel proprio esercito durante la seconda guerra mondiale.
Alcuni nipponici americani prestarono servizio nelle forze armate americane durante l‘ultimo conflitto mondiale contro il Giappone.

Gli esempi potrebbero continuare, ma nonostante le evidenti similitudini, la storia degli ebrei che prestarono servizio militare nella Germania nazista è alquanto diversa. Innanzitutto gli ebrei, a differenza degli afroamericani avevano goduto per anni degli stessi diritti dei tedeschi.
Nel 1933 la maggior parte di loro non si sentiva ebrea (moltissimi non sapevano nemmeno di esserlo), di conseguenza non si sentivano minacciati dall’antisemitismo. Fu solo con le leggi razziali di Norimberga del 1935 che alcuni di loro cominciarono a sentirsi legati agli ebrei.
Tuttavia rimasero fedeli alla Germania, servendola con obbedienza. Questi ebrei combatterono per un governo che non solo aveva sottratto loro i diritti umani, ma che aveva assassinato molti dei loro parenti. Diventando a loro volta dei criminali…

Definizione di ebreo
Il termine “ebreo” deriva dalla denominazione della tribù di Giuda, che prende il nome di uno dei dodici figli di Israele (Giacobbe). Gli ebrei discendono da tribù nomadi aramaiche che sotto la guida di Abramo attraversarono l’Eufrate nel territorio del Canaan intorno al 1850 a.C.
Essi erano chiamati Ivrim (Ebrei).
In epoche bibliche un bambino “ereditava” la sua ebraicità dal padre, secondo invece la legge rabbinica attuale (Halachà), l’ebreo è una persona nata da madre ebrea o una persona che si converte al guidaismo.
Gli ebrei non sono una razza: non esistono caratteristiche genetiche comuni a tutti gli ebrei e soltanto dagli ebrei.

Ebrei occidentali e orientali
Prima dell’ascesa del nazismo, molti ebrei tedeschi avevano discriminato gli Ostjuden, gli ebrei orientali.
Molti pensavamo che gli Ostjuden, poveri, culturalmente arretrati e sporchi, nuocessero alla reputazione degli Jeckes, ebrei tedeschi, istruiti e colti.
Per gli stessi ebrei tedeschi, questi “ebrei da ghetto” provenienti dall’Est, soprattutto dalla Polonia, seguivano la religione irrazionale e superstiziosa dei mistici ebrei.
La situazione in Austria non era diversa da quella tedesca e infatti molti ebrei mostravano disprezzo nei confronti delle “persone con la barba che indossavano il caffettano”.
L’idea comune tra gli ebrei tedeschi e i Mishlinge (“mezzi ebrei” o “ebrei per un quarto”) era che Hitler basasse le sue invettive antisemite esclusivamente sugli Ostjuden emigrati dalla terra del bolscevismo.
Per esempio il dottor Max Naumann, ebreo e maggiore dell’esercito in congedo, reduce della prima guerra mondiale, scrisse una lettera a Hitler il 20 marzo 1935, affermando che lui e i suoi seguaci avevano combattuto per tenere gli Ostjuden al di fuori della Germania.
Neumann voleva che Hitler cacciasse con la violenza gli Ostjuden.
Molti ebrei vedevano gli Ostjuden come un serio pericolo per la propria condizione sociale e consideravano la loro eventuale permanenza in Germania come causa dell’intensificarsi del sentimento antisemita. Gli stessi ebrei liberali definirono gli Ostjuden “inferiori”.

Le Leggi di Norimberga
Con la parola Mischling, s’intende “meticcio, incrocio, ibrido”.
Il governo di Hitler stabilì ufficialmente nel 1935 che ebreo era da definirsi chiunque fosse “ebreo più che al 50 per cento”, affermando però che un padre ebreo poteva trasmettere l’ebraicità allo stesso modo di una madre ebrea.
Con le Leggi di Norimberga vennero create due nuove categorie razziali: i mezzi ebrei (Mischling ebrei di primo grado) e gli ebrei per un quarto (Mischling ebrei di secondo grado).
Un “mezzo ebreo” aveva due nonni ebrei; un “ebreo per un quarto” ne aveva solo uno.
Mentre chiunque avesse meno del 25 per cento di “sangue” ebreo sarebbe stato considerato tedesco!

Nonostante tali definizioni i nazisti avevano le idee molto confuse riguardo i Mischlinge, poiché questi erano sia tedeschi, sia ebrei.
Frustrato probabilmente da tutta la confusione che tali definizioni portarono, Hermann Goering, capo della Luftwaffe e numero due dopo Hitler, pare abbia affermano: “Sarò io a decidere chi è ebreo” (We Jude ist, bestimme ich).
Per i nazisti gli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo rimanevano ebrei, ma la maggior parte dei cristiani che si era convertita al giudaismo era considerata ebrea al 100 per cento.

La presa di coscienza dei Mischlinge
Dopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga iniziarono assidue ricerche per stanare gli ebrei.
Quando i Mischlinge furono costretti a prendere atto delle proprie origini ebraiche, alcuni di loro ignorandole completamente, attraversarono una profonda fase di rifiuto.
Quando i nazisti misero di fronte alla realtà del loro passato le famiglie che non sapevano le proprie origini, molti reagirono con incredulità, rabbia e disperazione.
Sebbene gli ebrei e i Mischlinge non fossero considerati tedeschi al 100 per cento dalle leggi naziste, la maggior parte di essi si consideravano ancora di nazionalità tedesca.
Subito alcuni cercarono di cambiare la propria condizione razziale, rinnegando i parenti ebrei. Veniva negata l’esistenza di parenti ebrei per liberare i propri figli dalle leggi. Alcuni ariani non avevano il coraggio di restare accanto al proprio coniuge durante questo periodo. Diversi genitori ariani abbandonarono i propri figli mezzi ebrei e ancor più sorprendentemente alcuni nonni ebrei respinsero i propri nipoti mezzi ebrei.

Non sorprende il fatto che alcuni ebrei ortodossi accolsero con favore le Leggi di Norimberga poiché impedivano i matrimoni misti!
Il risultato fu che i Mischlinge si sentivano presi in mezzo a due fuochi: per i nazisti erano il frutto di peccati sessuali e per gli ebrei praticanti uno dei loro genitori aveva infranto il patto sacro di non sposarsi al di fuori della comunità ebraica (con un goym, subumano, inferiore o animale).
Molti Mischlinge, soprattutto per via dei tempi che correvano, cercarono in tutti i modi di essere considerati ariani e reputati normali dalla società nazista.
Per un periodo, la Wehrmacht offrì a molti Mischlinge e ad alcuni ebrei un modo per dimostrare il loro patriottismo e per evitare la discriminazione, quindi molti accettarono il dovere militare senza riserve. Il conflitto interiore non era da poco: sa una parte si sentivano sicuri nell’esercito, dall’altra però sentivano di tradire la propria famiglia ebrea.

Questo è il motivo per cui dopo la guerra, gli alleati e gli stessi ebrei trovarono molta difficoltà nel comprendere il concetto di Mischling o il fatto che alcuni ebrei tedeschi avessero prestato servizio nella Wehrmacht.
Alcuni Mischlinge ed ebrei che avevano prestato servizio nell’esercito si recarono in Israele dopo il 1945 per combattere nella guerra d’indipendenza di Israele e nei conflitti successivi.

Assimilazione ebraica
L’assimilazione degli ebrei tedeschi alla società tedesca ebbe così grande successo che, secondo alcuni storici, divennero più tedeschi che ebrei fino al 1933. Un rapporto della Gestapo afferma, nel 1935, che gli ebrei della fazione non sionista, specialmente gli ebrei assimilati, erano “più tedeschi dei tedeschi”.
Fra il 1800 e il 1900 circa 70.000 ebrei si convertirono al cristianesimo in Germania e nell’Impero Austro-Ungarico.
Alcuni ebrei si convertirono per ottenere più stima, avere la possibilità di sposare chi volevano, una condizione migliore e migliori posti di lavoro.
Pochi si convertirono perché sedotti dal messaggio cristico. Quasi tutti lo fecero solo per essere assimilati.
La via più breve per un ebreo di entrare a far parte della società dominante tedesca era quella di sposare un non ebreo.
La conseguenza di tutto ciò fu che i bambini nati in Austria e In Germania erano parzialmente ebrei (Mischling).

L’esercito tedesco di Hitler
Nel 1939 gli ebrei rimasti in Germania erano 328.176 rispetto ai 600.000 del 1933.
Dal momento che furono circa 17 milioni i soldati che prestarono servizio nella Wehrmacht, una valutazione prudente del possibile numero di soldati ebrei che combatterono per Hitler raggiunge la folle cifra di 150.000 persone.
Alcuni storici affermarono erroneamente che gli ebrei non potevano diventare ufficiali in Germania. In realtà lo fecero in molti, ma molto spesso dovettero convertirsi prima di diventarlo.
Alcune persone di origine ebraica parteciparono direttamente all’Olocausto come carnefici, principalmente a causa del loro grado e delle loro responsabilità
Il famoso medico di Dachau, dottor Hans Eppinger, un ebreo per un quarto o forse per metà, effettuò degli orribili esperimenti sui pazienti.
Stella Goldschlag, un’ebrea, aiutò la Gestapo a dare la caccia agli ebrei nascosti a Berlino per la loro deportazione. Era una bellissima donna, con gli occhi blu e i capelli biondi. La Gestapo comunicò che avevano intenzione di dichiararla ariana! Soprannominata il “veleno biondo”, fu responsabile della morte di decine, se non centinaia di persone.
Alcuni ebrei dirigevano addirittura dei campi di concentramento.
L’Obersturmfuhrer delle SS Fritz Scherwitz (nome vero Eleke Sirewiz) un ebreo e membro del Partito, controllava il campo di Lenta, poco distante da Riga e si macchi di efferati crimini.

I più famosi

Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia).
L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn.
L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone.
Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck.
Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler.
Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort.
Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista.
Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler.
Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler.
Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer.
Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler.
Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi.
Il capitano Helmut Schmoeckel.
Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann.

Tratto dal libro: “I soldati ebrei di Hitler: la storia mai raccontata delle leggi razziali naziste e degli uomini di origine ebraica dell’esercito tedesco

 

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“CONTESTARE LA PRESENZA DELLA BRIGATA EBRAICA NELLA FESTA DELLA LIBERAZIONE NON E’ UN DIRITTO, E’ UN DOVERE !

Riccardo Sotgia Qua lo scritto redatto l’anno passato, citato dall’avv. Giannangeli.
“CONTESTARE LA PRESENZA DELLA BRIGATA EBRAICA NELLA FESTA DELLA LIBERAZIONE NON E’ UN DIRITTO, E’ UN DOVERE !
Le insegne della Brigata ebraica sfilano per la prima volta nel corteo del 25 Aprile 2004. Le motivazioni di questa decisione sono dichiarate ed esplicite. Nel sito degli Amici di Israele si legge che sono costoro a decidere di sfilare sotto le insegne della Brigata ebraica perché “stanchi di partecipare circondati da bandiere palestinesi……e per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti antiamericani o antiisraeliani”. La stessa associazione dichiara che la decisione di sfilare con la Brigata ebraica è solo un passaggio di un percorso che deve portare a “ lo sdoganamento del sionismo” ( testuale). Si legge: “ Crediamo, infatti, importante spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile e giusto”.
E’ quindi espressamente dichiarato che la sfilata della Brigata ebraica è un’operazione di propaganda del sionismo ed è organizzata dalla associazione “Amici di Israele”.
Il sionismo ha portato alla creazione dello Stato di Israele attraverso la Nakba, cioè la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di oltre 750.000 Palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Israele prosegue ininterrottamente da allora nella sua politica espansionistica, occupando e colonizzando ulteriori territori palestinesi, destinati dall’ ONU a quello che sarebbe dovuto essere lo Stato di Palestina. Israele, che si compiace di presentarsi come l’unica democrazia del Medio Oriente, uccide, imprigiona, tortura, ruba risorse, pratica un sistema di apartheid, assedia e bombarda Gaza, porta avanti una vera e propria pulizia etnica.
Israele si sta configurando sempre più come stato etnocratico, teocratico, razzista.
La totale impunità di cui gode per i suoi crimini ( ampiamente documentati da Commissioni ONU (1), Human Rights Watch (2), Amnesty International per citare fonti internazionali ma non mancano fonti interne israeliane come B’Tselem e Breaking the silence) ha fatto perdere al diritto internazionale e all’ONU ruolo ed autorevolezza.
Per tentare di mascherare questa realtà è necessaria una capillare opera di propaganda. Chi non ha avuto remore a creare attorno alla tragedia della Shoah una vera e propria industria propagandistica (3), non si è certo fermato dinanzi alla speculazione su una quarantina di morti (tanti sono stati i caduti della Brigata).
Anche perché la Brigata già nasce, alla fine della guerra, come operazione di propaganda. Gli ebrei già combattevano contro i nazifascisti dall’Agosto 1942 inquadrati nel Palestine Regiment insieme ai Palestinesi. Altri ebrei già combattevano nelle formazioni partigiane, soprattutto “ Giustizia e Libertà” e “Garibaldi”. Oltre 1000 ebrei ebbero il certificato di “ partigiano combattente”, oltre 100 furono i caduti.
A tutti questi ebrei combattenti per la libertà va il nostro plauso e la nostra gratitudine !!
Ben diversa la realtà della Brigata ebraica. Churchill ne annuncia la creazione nel Settembre 1944. Inquadrata nella 8° Armata britannica, la Brigata attende due mesi prima di sbarcare a Taranto ed attende altri quattro mesi prima di partecipare ad alcuni scontri nella zona di Ravenna. Siamo ormai a ridosso della Liberazione: marzo/aprile 1945. A Maggio inizia la smobilitazione e i reduci si dedicano in gran parte a sostenere l’immigrazione in Palestina.
Non si può dire che il ruolo della Brigata nella lotta di Liberazione sia stato rilevante. Eppure c’è chi è giunto a scrivere che “ la Brigata ebraica è stata in prima fila nella liberazione d’Europa” (4) !!
Noi siamo contro l’uso della Festa del 25 Aprile per bieche operazioni propagandistiche a favore di uno Stato i cui principi fondanti sono antitetici ai valori dell’ANPI e della Resistenza.
L’art. 2 dello Statuto dell’ANPI prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. Questi oggi sono i Palestinesi. Lo dice Marek Edelman, vice comandante della rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia (5); lo dice Stephane Hessel, ebreo partigiano coautore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (6) ; lo dice Chavka Fulman Raban, superstite del Ghetto di Varsavia, che scrive: “ E’ vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo”(7). Lo dicono gli ebrei della Rete ECO, quelli di Not in my name, quelli che, vergognandosi delle politiche di Israele, chiedono di cancellare il nome dei loro congiunti dallo Yad Vashem.
Come scrive l’israeliano Michael Warschawsky. “ Noi non siamo “ un’altra voce ebrea”, ma invece l’unica voce ebrea capace di parlare a nome dei martiri torturati del popolo ebreo. La vostra voce è nient’altro che i vecchi clamori bestiali degli assassini dei nostri antenati”. La lettera è indirizzata ai governanti israeliani ed equipara Gaza al Ghetto di Varsavia (8).
E come non ricordare che dentro la Brigata ebraica operava una struttura parallela al comando dell’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina in Palestina, corresponsabile, tra l’altro, insieme alle truppe inglesi, della repressione della rivolta araba del 1936/39?
Queste formazioni, insieme alle altre bande terroristiche Irgun e Stern, confluiranno in Zahal, l’esercito di Israele, responsabile, insieme a poliziotti e coloni, della pulizia etnica in corso.
E chi oggi ricorda il tributo di sangue dei Palestinesi nella lotta contro il nazismo? I morti palestinesi non fanno notizia, ora ed allora. Eppure 12.446 sono i Palestinesi arruolati dal 1939 al 1945 nell’esercito inglese e 701 furono i caduti (9).
*************
Per questi motivi, e per tanti altri che non possono trovare qui spazio, diciamo NO alla presenza della Brigata ebraica che contamina i valori della Resistenza : pace, libertà, uguaglianza, giustizia.
Come diceva Nelson Mandela: NON C’E’ LIBERTA’ SENZA LA LIBERTA’ DELLA PALESTINA.
W LA LOTTA DI LIBERAZIONE DI TUTTI I POPOLI !!
W LA LOTTA DI LIBERAZIONE DEI PALESTINESI !!

25 Aprile 2016 Ugo Giannangeli

Note.
1) Rapporto Goldstone per il Consiglio per i diritti umani dell’ONU, edizioni Zambon,2011
2) L’apartheid in Palestina,il rapporto Human Rights Watch sui territori arabi occupati da Israele, Mimesis edizioni, 2012
3) Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, 2002
4) Maria Grazia Meriggi, Il Manifesto, 22 Aprile 2015
5) Lettera alle organizzazioni combattenti palestinesi del 10 Agosto 2002
6) Stephane Hessel, Indignatevi!, Indigene editions, 2010
7) Chavka Fulman-Raban, in “frammentivocalimo.blogspot.it/2013/04
8) Michael Warschawsky, Alternative Information Center, 24/1/2009
9) Colonial Office Archive, Document nr. 537/1819 ( 1946)
I dati sulla Brigata ebraica sono tratti da “ La brigata ebraica”, Soldiershop publishing, 2012, di Samuel Rocca e Luca S. Cristini”

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