KOMINFORM- LA SVOLTA OPPORTUNISTA DEL PCI .. II° Parte

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Tutti i delegati hanno dedicato ampia parte dei loro interventi all’esame dettagliato e critico degli errori dei Partiti Comunisti Francese ed Italiano.

La critica, che ha assunto un carattere approfondito e intransigente, rifletteva anche l’auspicio di tutti i compagni che i comunisti italiani e francesi potessero correggere i loro errori nel più breve tempo possibile.

L’analisi di questi errori è stata condotta su un livello estremamente articolato e penetrante.

A conclusione della relazione e del dibattito, dalla conferenza è emersa una posizione di condanna politica delle posizioni assunte dai partiti italiano e francese e una pressante richiesta alle due delegazioni per un cambiamento di linea politica”(25).

Di fronte alle assicurazioni di un cambiamento di rotta da parte di Longo, un editoriale apparso sulla rivista del KOMINFORM affermava che i dirigenti del PCI “hanno onestamente riconosciuto i loro errori dopo la Conferenza d’Informazione dei Partiti Comunisti che ha avuto luogo alla fine del Settembre 1947 in Polonia, e hanno accettato da marxisti la severa critica dei loro errori”(26).

Gli esiti della prima conferenza del KOMINFORM sembravano segnare una svolta, risoluta e irrinunciabile, nella strategia dei comunisti italiani; non era certo casuale che, proprio in quei giorni, il Dipartimento di Stato allarmato dalle notizie che provenivano dalla conferenza del KOMINFORM, ritenendo probabile un’azione militare coordinata tra comunisti yugoslavi e italiani, varò in tutta fretta un memorandum nel tentativo di contrastare  un’insurrezione comunista nell’Italia settentrionale (27).

La riunione della direzione del PCI del 7-10 Ottobre sembrava risvegliare la combattività dei comunisti italiani, imbrigliata per oltre un triennio dalla linea di Salerno: “non mancano e non mancarono le autocritiche (…) “ (scriveva Cortesi, NDA) “dopo gli attacchi che al PCI vennero mossi da vari Partiti Comunisti, per ispirazione dei sovietici alla prima riunione del KOMINFORM”(28).

Longo, nella sua relazione, enunciava le durissime critiche alla linea del PCI che mettevano al centro, come rilevava Zdanov, un “difetto di parlamentarismo e di legalitarismo con una conseguente sopravvalutazione delle forze avversarie”(29).

Longo proseguiva approfondendo le critiche dei dirigenti del movimento comunista internazionale alla linea togliattiana che era stata definita “un tentativo di revisionare il leninismo”(30).

Gli attacchi dei delegati alla prima conferenza del KOMINFORM era rivolti, precisava Longo, contro “la tendenza ad una politica strettamente legalitaristica e con essa l’illusione di uno sviluppo pacifico  verso la democrazia progressiva ed il socialismo.

(…)

L’unità nazionale come essa è stata intesa in varie occasioni dal partito italiano, è un feticismo pericoloso.

La prospettiva greca di sviluppo non deve essere considerata come un pericolo da evitare assolutamente, ma deve essere apprezzata nei risultati rivoluzionari che essa, senza dubbio, contiene”(31).

Lo stesso Longo, nelle conclusioni della sua relazione, prendeva le distanze dal percorso riformista intrapreso da Togliatti nel 1944.

La “prospettiva greca”, vilipesa ed esorcizzata, da Togliatti e dai suoi seguaci, ritornava ad avere una validità nel contesto italiano:

“Dobbiamo ad ogni costo mantenerci sul terreno democratico?

Certo” (precisava Longo, NDA) “dobbiamo abbandonare il solo terreno parlamentare, senza spaventarci se vi saranno urti armati”(32).

Secondo uno schema già visto all’epoca della svolta di Salerno nel corso del dibattito emergeva un improvviso ribaltamento della linea precedente che, in qualche caso, veniva addirittura negata; Scoccimarro arrivava a sostenere che “già da tempo noi non usiamo più la formula unità nazionale.

(…)

Noi non abbiamo mai pensato alla possibilità di uno sviluppo pacifico verso la democrazia progressiva e il socialismo”(33).

Più criticamente Colombi affermava che in mancanza di una correzione della linea politica “corriamo il pericolo di abdicare alla nostra qualità di militanti bolscevichi che riconoscono nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica il partito dirigente della classe operaia mondiale (…).

Noi non abbiamo finora reagito con sufficiente forza ai pericoli di una posizione che scivolasse verso destra; il nostro partito, nel suo complesso, ha avuto finora una posizione capitolarda”(34).

La deriva elettoralistica che aveva paralizzato il PCI in quegli anni veniva messa per la prima volta in discussione all’interno dello stesso gruppo dirigente: “esiste effettivamente” (si chiedeva Colombi, NDA) “la possibilità di una conquista parlamentare della maggioranza?

Io ho i miei grandi dubbi finchè la borghesia terrà nelle sue mani, come le ha oggi, tutte le leve del commando.

Ci rimane, allora, soltanto di aspettare altri cinque anni, alle prossime elezioni?

Mi pare invece che dobbiamo orientare la nostra azione su un’altra prospettiva: dobbiamo, con tutte le nostre forze impedire che l’Italia diventi una base di partenza per l’imperialismo americano ed a questo scopo occorre portare le masse sul terreno dei grandi scioperi, senza sacrificare alle fortune elettorali la necessità della lotta e del combattimento; occorre cioè vedere se non riusciamo noi a fare ai reazionari ciò che essi vorrebbero fare contro di noi”(35).

In numerosi interventi emergeva l’esigenza di superare le posizioni errate del passato; Togliatti, vedendo vacillare i capisaldi della sua linea politica, preferì prendere tempo e non intervenire nel dibattito.

Qualche giorno dopo dovette prendere posizione e lo fece in stridente contrasto con quanto affermato dal momento del suo ritorno in Italia, sostenendo addirittura che il PCI voleva “creare in Italia una società socialista”(36).

Nel giro di poche settimane il segretario del Partito Comunista ridimensionava il dogma delle elezioni come asse centrale della lotta politica:

“Sarebbe un errore che potremmo pagare molto caro” (dirà Togliatti, NDA) “se orientassimo, in questo momento, il movimento democratico italiano soltanto verso una battaglia parlamentare, una battaglia parlamentare, una battaglia da svolgersi sul terreno della democrazia classica; le elezioni, la maggioranza, il governo se abbiamo la maggioranza, l’opposizione  fino alle nuove elezioni, se saremo minoranza e cosi

via” (37).

“Con la conferenza del KOMINFORM” (scrisse Adriano Guerra, NDA) “venivano messe in discussione una serie di posizioni politiche e teoriche del 1944-1947” che avevano spianato la strada ad una sconfitta storica per il movimento operaio del nostro paese.

Nell’immediato scomparivano i riferimenti al “partito nuovo”; non a caso nel 1951, in occasione della pubblicazione del Quaderno di “Rinascita” dedicato ai trent’anni del PCI l’unico accenno al “partito nuovo” era rintracciabile soltanto nella cronologia finale.

“Di vie nazionali al socialismo”(commentava amaramente Spriano, NDA)”non si parlerà più, neppure da parte del PCI sino al 1956”(38).

Qualche anno dopo Togliatti, pur guardandosi dall’operare una seria autocritica, ammetterà che:

“I comunisti avrebbero dovuto con più forza (…) avanzare le loro rivendicazioni e lottare per esse.

Li frenò il timore di accelerare una rottura che si sentiva inevitabile e l’attaccamento eccessivo, in qualche caso, alla politica unitaria”(39).

Alcuni punti cardine del patrimonio teorico dell’Internazionale Comunista, frettolosamente accantonati con la svolta di Salerno, cominciarono a riemergere, in modo particolare per quanto riguarda l’analisi del “processo di fascistizzazione dello Stato” e della “contiguità strutturale tra l’Italia fascista e l’Italia degli anni Cinquanta in tutti i piani (economico, politico ed istituzionale)” fino ad affermare che il “marciume cadaverico dell’anticomunismo fascista si fece cemento ideale del nuovo regime”(40).

Tuttavia, non si è ami delineato un processo di radicale inversione di tendenza rispetto alla linea di Salerno.

Le tentazioni compromissorie del togliattismo offuscavano a più riprese gli orizzonti di classe che sembravano schiudersi al partito sotto l’impulso del KOMINFORM; la prematura scomparsa di Zdanov, e il quasi contemporaneo voltafaccia di Tito nel 1948 freneranno il rinnovamento rivoluzionario della linea del partito.

Le posizioni espresse dal PCI, dalla fine del 1947 fino all’VII congresso del 1956, divenivano convulse, attraversate da continue contraddizioni; il riaffiorare di posizioni di classe  veniva stemperato nella speranza mai sopita di una ricucitura con la DC che proseguirà anche durante la campagna elettorale del 1948 (41).

Secchia nelle sue memorie annotò al riguardo:

“Riconosco che nella seconda metà del 1947 ho avuto seri dubbi non soltanto su alcune questioni, ma sulla linea politica nel suo complesso.

(…)

Abbiamo rinunciato allora a fare il salto e scelta l’altra linea.

Non c’era e non c’è che da continuare”(42).

Nella base la conferenza polacca suscito comprensibili speranze di liberazione dalle strettoie di una linea politica mai pienamente condivisa.

Montagnana, riferendo le reazioni dei militanti torinesi annotava:

“Le cose dette a Varsavia sono state accolte bene ed hanno suscitato un vero entusiasmo ed in questo entusiasmo ci sarà forse una conclusione di queste genere:

Vedete, avevamo ragione noi quando sostenevamo che era necessario che il partito ridiventasse un partito rivoluzionario!(43).

Analoga era la situazione a Milano.

Pajetta, ricordando quei giorni, descriveva il suo entusiasmo per la costituzione del KOMINFORM, che rispecchiava un orientamento largamente diffuso nella base: “nei giorni in cui fu dato l’annuncio della costituzione dell’Ufficio di Informazioni, Togliatti venne a Milano.

A quel tempo ero segretario di quella federazione.

Quando conclusi la riunione, svoltasi alla sua presenza, dando quella notizia e gridando viva lInternazionale Comunista!, capii dalla faccia di Togliatti che egli non condivideva quell’entusiasmo né quell’evviva(44).

Il III congresso della federazione di Biella rappresentava in modo estremamente chiaro lo stato d’animo dei delegati che si sentivano incoraggiati nella critica a Togliatti, dalle posizioni espresse dal KOMINFORM:

“Compagni fate sentire che voi avete capito le decisioni di Varsavia, che avete sentito il tono nuovo.

(…)

Criticate la federazione, la linea del partito”(45).

Nello Poma, riassumeva così le posizioni diffuse tra i militanti:

“Si dice che il partito ha sbagliato il 25 Aprile a frenare le masse e si dice che è inutile chiamarle adesso ad una lotta più decisa: era allora che si dovevano chiamare.

Oggi le masse non rispondono più”(46).

Il delegato De Biasio criticava duramente l’immobilismo del passato e le conseguenze nefaste della politica affermando senza mezzi termini dalla tribuna congressuale:

“Bisognava muoversi allora, quando i partigiani l’avevano vinta.

(…)

Non bastano gli scioperi, non pagano più.

Santus” (dirigente della federazione di Biella, NDA) ” diceva al congresso che la massa, la base non ha reagito abbastanza quando sono stati espulsi i comunisti dal governo, perché ci hanno fatto fare un po’ da pompieri a noi partigiani e a noi comunisti.

E’ evidente perciò che se si fa il pompiere fino ad oggi non si può dare fuoco alla paglia bagnata domani.

Cari compagni, cosi non va bene (…) colle elezioni che si faranno non si risolverà niente (…) per questo dobbiamo prepararci ad un’altra lotta e penso che siate pronti a questa lotta quando la situazione sarà

propizio”(47 ).

Altrettanto deciso era l’intervento di uno dei più prestigiosi comandanti partigiani, Franco Moranino:

“I problemi delle lotte sono quelli della riorganizzazione delle forze partigiane che ieri non abbiamo saputo utilizzare (…).

Avevamo delle parti di potere nelle nostre mani, ci sono state strappate.

(…)

I compagni che erano affetti da una mania legalitaria (con la costituzione) sono soddisfatti”; un altro delegato sosteneva che “quelle forze che nel 1944 hanno saputo strappare il mitra dalle mani dei fascisti e dei tedeschi, lo sapranno strappare oggi dalle mani della polizia di Scelba.

(…)

Se qualcuno di voi avesse paura di mettersi un pò troppo in vista, ricordiamoci bene che la sorte ci ha riservato di dare il nostro contributo di sangue durante il periodo passato, noi abbiamo 540 compagni caduti nel biellese che chiedono a noi vivi di difendere il loro ideale per il quale sono morti”( 48).

Vivaci critiche erano presenti anche in altre federazioni, come quella di Genova: il segretario di federazione, biasimando le convinzioni parlamentariste, imposte in modo acritico e dogmatico a tutto il corpo del partito, affermava: “tra i compagni si è creata una convinzione errata e cioè che la lotta per la democrazia possa essere condotta solamente sul piano parlamentare ed elettorale.

Questo può essere uno dei terreni di lotta e nemmeno quello fondamentale, occorre anche un’azione extraparlamentare, occorre uno spirito di mobilitazione ed attacco e non lasciarci conquistare dal feticismo della legalità.

La nostra lotta non vuol dire lotta pacifica, ma può anche dire lotta violenta, lotta armata”(49).

La politica improntata ad un pragmatismo interclassista veniva sottoposta a critiche impietose; per i quadri intermedi occorreva innanzitutto ripartire dal patrimonio teorico del movimento comunista internazionale: “al congresso di Roma” (affermava in tal senso un membro del Comitato Federale, NDA) “noi avevamo messo l’ideologia in soffitta ed oggi vedo che viene ripresa la giusta via”; la determinazione dei militanti, tesa a recuperare il tempo perduto ed invertire il disastroso corso della politica passare era evidente: “i compagni che hanno sempre parlato di mitra saranno i primi ad andare in cantina a riprendere le armi qualora la situazione dovesse diventare maggiormente tesa”(50).

I toni morbidi e conciliatori del triennio precedente venivano energicamente criticati dai quadri intermedi:

“Per quello che mi riguarda” (affermava tra i consensi generali una dirigente locale del partito, NDA) “nelle donne dovremo sviluppare l’azione in modo deciso (…) ed io mi spingo anche più in là, non solo è necessario per me far paura agli avversari ma anche farne pulizia in modo concreto e attivo”(51).

La situazione non era differente nel novarese: l’intervento di Negarville, inviato a placare gli animi dei militanti di quella provincia, testimoniava lo stato di confusione in cui si trovavano gli stessi collaboratori di Togliatti sotto l’incalzare delle critiche del KOMINFORM e della base, quanto mai delusa ed amareggiata; da un lato si tentava una difesa d’ufficio della vecchia linea compromissoria, dall’altro si riconosceva, per la prima volta, che la linea del PCI di quegli anni non era stata immune da errori e si prospettavano soluzioni di “forza” ed anche “armate”.

“Nei compagni” (sosteneva Negarville, NDA) “c’è la conoscenza che qualche debolezza vi sia stata nella politica del partito o meglio nell’azione politica del partito.

(…)

Due critiche possono essere accettate e sottolineate.

La prima critica concerne la nostra scarsa combattività dimostrata in un momento in cui De Gasperi ci ha cacciato dal governo (…) la seconda critica riguarda la scarsa agilità del partito per trasportare l’azione dal piano politico al piano extraparlamentare.

(…)

Badate compagni che si trattava di creare in Italia una situazione simile a quelle greca.

E’ questo pericolo che ci ha fatto giungere a dei compromessi”.

Di fronte al nodo centrale ribadito con insistenza dai militanti, che chiedevano il passaggio all’insurrezione rivoluzionaria, Negarville affermava:

“Sbagliano quei compagni che ritengono che il problema sia semplificato al punto da fare questo.

Badate compagni che prima di arrivare a questo ci possono essere movimenti  di forza, anche armata, ma non ancora tali da potere definire la situazione italiana come una reazione di guerra civile già in atto”(52).

Le durissime critiche rivolte al KOMINFORM alla linea del partito costringevano Togliatti all’autocritica, in occasione del VI congresso:

“La classe possidente egoistica reazionaria, i privilegiati di sempre hanno potuto rialzare la testa, perché noi non li avevamo colpiti nelle radici stesse della loro forza.

Essi avevano trovato un terreno favorevole al loro sviluppo perché noi non avevamo condotto una battaglia, la quale avesse dei risultati decisivi nel senso di troncare tutte le radici di un possibile movimento reazionario e fascista”(53).

Togliatti non poteva nascondere il fallimento della propria linea politica:

“Noi non possiamo dimenticare, anzi dobbiamo dire sin dal primo momento, che uno degli obiettivi fondamentali che ci proponevamo alla classe operaia e al popolo, il rinnovamento economico e sociale del nostro paese, è ancora molto lontano dall’essere raggiunto.

Per questa strada, anzi, nessun passo in avanti di carattere decisivo sinora è stato fatto; (…) le nostre organizzazioni operaie e di lavoratori non sono ancora riuscite a compiere nessun passo di degno di nota in avanti sulla via della trasformazione democratica delle strutture economiche del paese”(54).

L’autocritica non portò ad un’effettiva revisione della linea politica tracciata a Salerno e di conseguenza a nessuna iniziativa di lotta radicale contro la DC; anzi, in prossimità delle elezioni del 18 Aprile si diffondevano nella stampa del PCI e negli interventi dei dirigenti gli atteggiamenti di passività già consolidati nel triennio 1944-1947.

La dialettica tra posizioni compromissorie ed esigenze rivoluzionarie, sollecitata dalle critiche della conferenza del KOMINFORM, sembrava arrestarsi di fronte alla preoccupazione di perdere la possibilità di ricostituire la coalizione con la DC dopo le elezioni del 18 Aprile.

La critica alla DC riguardava non tanto il legame organico di classe con la borghesia e l’oscurantismo ideologico che la caratterizzava, quanto il fatto che questo partito “ha operato nel Giugno 1947 una svolta radicale nella politica italiana: tradendo apertamente gli ideali democratici.

(…)

Il nostro partito, dopo avere collaborato al governo, fedele alla sua politica di unità, dopo avere richiamato la Democrazia Cristiana all’osservanza degli impegni presi nel periodo elettorale, richiedendo la realizzazione del suo stesso programma, è stato escluso dal governo”(55).

I dirigenti nazionali dispensavano ancora illusioni sulla possibilità di conquistare la maggioranza alle urne; ad esempio, nella relazione di Damo al Comitato Federale di Venezia, si affermava:

“Togliatti ha risposto all’interrogativo se non chiaramente esposto ma pensato da molti: ci prepariamo all’insurrezione?

Non ci prepariamo.

(…)

Oggi siamo nella fase della conquista del popolo italiano sotto l’aspetto elettorale.

Vogliamo le elezioni e in quel modo in cui sono state preparate per creare la condizione giuridica per conquistare la maggioranza del popolo italiano”(56).

Alle critiche del KOMINFORM si associavano le richieste dei militanti che ritenevano necessario “sostituire alla lotta per una democrazia progressiva la lotta per la dittatura del proletariato” e lo facevano archiviando la fase dell’autocritica, forzatamente operata a seguito delle dure critiche messe in atto dal KOMINFORM.

A tali richieste Felice Platone rispondeva riesumando la vecchia linea politica:

“Il carattere e l’obiettivo fondamentale della nostra lotta rimane sempre lo stesso.

La lotta per la democrazia, per le riforme democratiche della struttura economica; (…) come vedi essa è sempre lotta per una democrazia progressiva, non per la dittatura del proletariato.

La dittatura del proletariato è la instaurazione del potere rivoluzionario della sola classe operaia.

Anche se il proletariato nell’esercizio di questo potere si appoggia sull’alleanza con latri strati di lavoratori e particolarmente con i contadini poveri, il partito del proletariato rimane il solo dirigente del nuovo Stato che ha per scopo immediato l’instaurazione e il consolidamento definitivo del socialismo.

Se tieni presente questa caratteristica della dittatura del proletariato non avrai difficoltà a rispondere tu stesso alla tua domanda: il Partito Comunista continua a lottare per una democrazia progressiva”(57).

La critica alla borghesia e alla Democrazia Cristiana si accompagnava alla speranza di dare una soluzione elettorale alla crisi di identità del partito.

Ricominciava, sulle colonne de “L’Unità”, la propaganda della ricostituzione della coalizione di unità nazionale:

“Il compagno Togliatti ha detto in un recente discorso che il fronte democratico si guarderà bene dal commettere l’errore di dare ostracismo alla Democrazia Cristiana.

Non saremo noi a respingere la politica della mano tesa per collaborare per un migliore avvenire del popolo italiano, a creare ostacoli alla concordia e alla unità del nostro popolo”(58).

Aspre critiche venivano riservate alla “esagerata” combattività dei partigiani in occasione dell’estromissione del prefetto Troilo, uno degli ultimi funzionari dello Stato espressi dalla resistenza che ancora ricopriva la sua funzione.

Le manifestazioni di partigiani in armi per le vie di Milano scossero i dirigenti del PCI che, dopo aver cercato di controllarli e di ridimensionare la protesta, ne criticarono l’operato, incompatibile con la strategia elettorale di Togliatti:

“A Milano per qualche giorno le forze armate partigiane hanno esercitato un vero e proprio controllo sulla città.

In questo si è esagerato.

(…)

Altrettanto è successo per Roma.

E’ stata una magnifica dimostrazione, anche perché per la prima volta Roma ha scioperato quasi unanimemente, ma lo sbaglio è stato fatto in partenza nel fare uno sciopero ad oltranza, fino alla concessione completa delle rivendicazioni per i disoccupati.

Bisogna lasciare una via libera per poterci fermare in tempo.

Togliatti ha detto che d’ora in poi in qualsiasi campo di lotta economica e sindacale dobbiamo pensare in funzione elettorale”(59).

Il 18 Aprile, nel giorno della morte della svolta di Salerno, Togliatti, vittima del suo dogmatismo, scriveva:

“La necessità, dopo il 18 Aprile di una politica democratica unitaria di largo respiro e di ampie

prospettive” (proclamava Togliatti, NDA) “non discende dunque da considerazioni di partito, di gruppo, di classe (…) non ha senso di uomo di Stato e nemmeno di uomo di governo, non ha senso nazionale colui il quale non percepisce, oggi, questa necessità.

Di qui noi abbiamo derivato l’impostazione politica unitaria del Fronte Democratico Popolare, e in tutta la campagna per le elezioni, pure battendoci con decisione, e anche con asprezza quando ciò era inevitabile, abbiamo avuto cura che questa impostazione unitaria non si perdesse.

(…)

Parli ora il popolo sovrano, ma i cittadini assennati, cui degradanti propagande di odio non hanno fatto perdere la visione dell’interesse nazionale, diano il voto loro a quella formazione politica che per l’origine sua stessa e per la sua struttura è unitaria e che, avendo la direzione politica del paese, non lo scinderà, la lavorerà per tenerlo unito”(60).

Dopo quel 18 Aprile le lotte operaie assunsero contorni sempre più difensivi, trasformandosi in una guerra di trincea fondata sulla volontà di non cedere ulteriormente posizioni: tre anni di paralisi avevano impedito al movimento operaio di affermare la sua funzione dirigente, lo avevano relegato nell’incertezza degli obiettivi, ne avevano amputato il respiro politico.

La sconfitta elettorale favoriva il diffondersi in numerose federazioni di critiche alla strategia del gruppo dirigente.

La critica ai limiti di classe della democrazia borghese era una costante.

Ad esempio a Venezia, in occasione di una riunione dedicata al commento dei risultati elettorali, si affermava:

“Abbiamo sperimentato noi stessi i limiti della democrazia borghese; (…) la democrazia borghese ha dei limiti al di là dei quali non si può andare senza rompere qualche cosa.

Le riforme profonde di struttura (…) non bastano, bisogna spezzare certi limiti della legalità borghese perché come essa è venuta svolgendosi ci ha chiaramente dimostrato il suo significato”(61).

I militanti di base esprimevano le loro riserve sulla politica di costante contenimento delle lotte delle masse popolari, operata dal gruppo dirigente del PCI in cambio di contropartite politiche dissolte già nel Maggio 1947: “(…) la democrazia borghese è un’inceppo tale per cui al popolo è impossibile arrivare al potere, è evidente che la soluzione logica esca da quella che è una normale linea politica che è una direttiva entro la legalità e che non deve uscire dalla legalità, tanto più che non vedo la possibilità di alleanza con i ceti medi sotto questo punto di vista” (62).

Un altro dirigente locale sintetizzava la critica al ruolo di moderazione sociale assunto dal PCI:

“Il nostro errore dalla liberazione in poi è stato proprio quello di frenare lo spirito di lotta delle masse che in tutti i ceti in quell’epoca era molto vivo”(63).

La cocente sconfitta elettorale contribuiva ad incrinare la fiducia nel segretario; Togliatti era stato oggetto di critiche dirette:

“I nostri dirigenti hanno commesso un sacco di errori, io penso che come Togliatti si dimostra leggero in certi articoli di fondo dell’Unità cosi può sbagliare su questioni molto più grosse; (…) dal 1943, da quando avevamo virtualmente repubblica e riforme sociali in mano, il predominio del proletariato, da quel giorno stesso siamo andati lentamente indietro, oggi abbiamo una repubblica monarchica e clericale, una costituzione liberale, i CLN spariti, noi estromessi al governo”(64).

Venivano messe nuovamente in discussione scelte imposte alla base come quella dell’approvazione, da parte del PCI, dell’arti. 7 della costituzione: “bisogna mettere i dirigenti della periferia del partito nella condizione di poter esaminare le decisioni su argomenti di grande importanza, cosa che finora non è stata fatta essendoci noi trovati sempre di fronte a decisioni già prese, come per esempio il fatto dell’articolo 7”(65).

Il 14 Luglio un evento tanto imprevedibile quanto grave e provocatorio come l’attentato a Togliatti sembrò riaprire prospettive che erano state frettolosamente archiviate; una situazione ingessata, caratterizzata dalla rassegnazione alla sconfitta pareva rovesciarsi nel suo opposto; ancora una volta le masse popolari ed in particolar modo i militanti comunisti sentivano di poter riprendere in mano il proprio futuro, confortati dalle indicazioni che provenivano da Radio Mosca.

All’indomani dell’attentato a Togliatti, Radio Mosca in lingua italiana dava apertamente ai propri ascoltatori l’indicazione di trasformare lo sciopero in insurrezione aperta.

Le posizioni sovietiche, opposte a quelle del partito, vennero deformate o nascoste, per quanto possibile, ai militanti; tuttavia, nelle regioni italiane dove arrivavano le trasmissioni di Radio Mosca, i meccanismi di controllo della base da parte dell’apparato togliattiano divenivano improvvisamente traballanti.

La gravita della situazione veniva sottolineata, in una riunione del Comitato Regionale piemontese del partito, dalle parole del segretario regionale che affermava:

“Radio Mosca ci ha dato un orientamento molto avanzato che creava una situazione insurrezionale o quasi tra i compagni”(66).

I dirigenti togliattiani invece di intercettare la volontà politica della base si assunsero in questa situazione il compito di sterilizzarla e sostennero che “una certa leggerezza è stata aver interpretato la trasmissione di Radio Mosca come una specie di direttiva.

Una simile direttiva non poteva che giungere dal Comitato Centrale del nostro partito”(67).

Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario provinciale della federazione di Asti criticava i comunisti sovietici e minacciava, con un linguaggio rancoroso, la base partigiana alla quale non era mai stato perdonato il ritorno sui monti del 1946:

“Si è fatto al partito anche un’altra critica, ben più grave.

Si è pensato e si è anche detto che si sarebbe dovuto lanciare la parola d’ordine dell’insurrezione e (…) che tale era l’orientamento venutoci da Radio Mosca.

Il PCB” ( Partito Comunista (Bolscevico) dell’URSS, NDA) “non può dare un ordine a noi, dimenticando che il nostro partito ha un suo Comitato Centrale e una sua direzione e che sono questi gli organi che guidano la nostra azione in qualsiasi momento”.

Nella prosecuzione del suo intervento Villa criticava “i compagni responsabili che hanno avuto il torto di pubblicare sul Bollettino della Camera del Lavoro di Torino la famosa trasmissione di Radio Mosca” e concludeva sentenziando che “il problema dei partigiani va risolto una volta per sempre.

I partigiani devono ricordare che la guida è una: il partito”(68).

Il tentativo di neutralizzare  possibili sviluppi insurrezionali della base non convinceva per nulla i quadri intermedi del partito; un dirigente della federazione di Asti, per nulla irretito dai tentativi del vertice del partito di minimizzare le posizioni sovietiche “circa la trasmissione di Radio Mosca fa rilevare che il testo è stato trasmesso anche in russo e in polacco, cosa per cui non si può sottovalutare, come si è fatto, la serietà della trasmissione”(69).

In un’infuocata riunione del Comitato Regionale del Piemonte, Leone, una figura di notevole prestigio nel partito in quella regione, dopo aver sottolineato che gli intenti rivoluzionari della base erano “confortati dalle comunicazioni di Radio Mosca”, affermava che la preoccupazione dei dirigenti del partito “è stata piuttosto preoccupazione di restare sul terreno legalitario.

Questa preoccupazione legalitaria, che un tempo abbiamo sempre giustificato, è stata condannata dall’Ufficio d’Informazione.

Tutti i rimproveri dicono questo.

Ancora una volta siamo stati chiamati a giustificarci di fronte alle masse non per aver fatto troppo, ma per non aver fatto.

Tutti i rimproveri dicono questo.

E questo significa diminuzione del prestigio del partito.

Non è giusto dire che usciamo rafforzati da questi avvenimenti.

Il rimprovero viene perché non abbiamo lottato”(70).

Se da un lato il gruppo dirigente del PCI si impegnò per neutralizzare gli effetti delle indicazioni dei comunisti sovietici, dall’altro subì lo sciopero seguito all’attentato a Togliatti.

Si trattava di una mobilitazione nata all’interno delle cellule delle fabbriche, tra le masse deluse dall’essere state inglobate in una repubblica che riaffermava i contenuti di classe sui quali aveva prosperato il fascismo:

“Nella storia del movimento operaio italiano non c’è mai stato uno sciopero generale, così spontaneo, così compatto, così esteso come quello del 14-16 Luglio.

(…)

Occorre soprattutto tener conto che lo sciopero generale del 14-16 Luglio non fu preparato, non fu preceduto da alcun lavoro di organizzazione”(71).

In questo quadro i dirigenti del PCI, cercarono di ridurre lo sciopero di Luglio ad una pacata dimostrazione del fatto che “la maggioranzacarpita dalla Democrazia Cristiana il 18 Aprile non rispecchia la volontà del paese”(72).

In realtà non possono esservi dubbi sul fatto che il movimento di lotta ebbe tutti gli aspetti propri di una vera e propria insurrezione: dalle modalità di svolgimento (blocchi stradali, attacchi a prefetture, questure, caserme, telefoni, blocchi stradali, presidio in armi delle fabbriche) alla determinazione con cui non solo la base, ma anche i quadri intermedi del PCI, in gran parte composti da operai ed ex partigiani, si mobilitarono in quei giorni.

In quelle lotte, oltre lo sdegno per l’attentato al segretario del PCI, c’era la rabbia per un triennio di sconfitte ed umiliazioni ed insieme la volontà di invertire il corso reazionario della storia degli anni del dopoguerra; in quei giorni rivoluzione e socialismo sembravano diventare realtà e la liberazione pareva riacquistare un significato di emancipazione che era stato troppo presto accantonato.

E’ paradigmatico dello stato d’animo della classe operaia in quei giorni quanto ha scritto Salvatore Vento a proposito della coscienza di classe dei lavoratori comunisti a Milano:

“Gli operai di Milano che scesero in piazza senza finire neanche di mangiare, che misero in fuga le autoblinde della polizia alla Motta e alla Bezzi, che bruciarono i giornali clericali, “ Il Popolo” e

“L’Italia” (perché furono gli unici giornali che uscirono durante lo sciopero), che si diressero con rabbia alla CdL per imporre ai dirigenti di continuare lo sciopero, erano certamente convinti che bisognava farla finita con le provocazioni fasciste, con la repressione poliziesca di Scelba, con i tentativi padronali dei licenziamenti, insomma erano convinti che il 14,15 e il 16 Luglio si stava iniziando a lottare per cambiare qualcosa”(73).

“Fin dai primi momenti del movimento” (scriveva Novella, segretario regionale della Lombardia, NDA) “è apparsa chiara una cosa: le masse lavoratrici aderendo allo sciopero non consideravano l’astensione dal lavoro, sia pure totale e generale, un mezzo sufficiente per dare forza alla loro protesta e per ottenere il raggiungimento di certi obiettivi.

Così non sono apparsi sufficienti neppure i comizi e le altre abituali manifestazioni di piazza.

(…)

Questo orientamento era penetrato largamente anche in quella parte di masse e compagni che davano allo sciopero una erronea interpretazione oltranzista ed insurrezionalista.

(…)

Abbiamo avuto così un po’ ovunque delle irruzioni nelle sedi dei partiti governativi reazionari e fascisti.

(…)

Abbiamo avuto inoltre la quasi generale occupazione delle fabbriche (…) alla Motta e alla Bezzi di

Milano; (…) gli operai di queste fabbriche, aiutati da operai di altre fabbriche, hanno disarmato una ventina di agenti della forza pubblica”(74).

Un pò ovunque la mobilitazione delle masse assunse caratteristiche insurrezionali, uscendo ampiamente dagli schemi delineati dalla direziona nazionale.

La protesta misurata e controllata venne sostituita con l’intensificazione della lotta di classe e la manifestazione di forme di giustizia partigiana.

A Busto, nei dintorni di Varese, “i dimostranti si recarono davanti al carcere mandamentale e chiesero la scarcerazione di alcuni partigiani, già condannati per detenzione di armi; la richiesta si tramutò ben presto in assalto al carcere.

Quando l’assalto era in atto, l’autorità locale decise di scarcerare due partigiani già arrestati o condannati.

Un nuovo tentativo di assalto al carcere si ebbe all’indomani ad opera di partigiani e manifestanti di paesi vicini a Busto, i quali reclamavano il rilascio di altri tre detenuti non liberati il giorno prima.

Questo secondo assalto assunse un carattere più violento del giorno prima.

Alcune guardie di finanza e alcuni soldati di guardia al carcere vennero disarmati e i dimostranti, servendosi delle armi strappate presero a sparare contro il carcere; dalle mura si rispose.

Vi furono tre soldati feriti.

A conclusione, l’autorità locale scarcerò anche gli altri tre detenuti.

Queste agitazioni e azioni di forza non furono dirette o controllate dal partito; però elementi di quadro, di loro iniziativa, di fatto ne assunsero il commando”(75).

A Udine, in una relazione della federazione si scriveva che erano “numerosi gli operai, i braccianti ed i compagni di partito che pensano all’insurrezione.

Nella Bassa Friulana ci segnalano che vengono approntati dalle masse parecchi blocchi stradali e dobbiamo intervenire immediatamente perché in alcuni centri i partigiani tendevano a portare non solo il fazzoletto ma anche la divisa con tutti gli accessori”(76).

A Como traspariva tutta la delusione per la conclusione dello sciopero:

“I compagni (…) dicono che le masse volevano risolvere e dato che lo sciopero è terminato senza una vera soluzione di fatto, benché abbia in sé una grande vittoria politica, sia stato un cedimento, un elemento di debolezza, che ha scoraggiato i compagni e come tale ne imputano la responsabilità alla direzione del

Partito (77).

Atteggiamenti analoghi emergevano a Padova: le aspettative della base erano  rivoluzionarie “invece giunse l’ordine di cessazione dello sciopero, accolto con malumore da tutti i compagni, da alcuni addirittura con indignazione”(78).

A Mantova si esprimeva in tutta la sua drammaticità la contrapposizione radicale, all’interno della base, tra insurrezione e rassegnazione: “vi sono dei nostri compagni che dicono: o si fa l’insurrezione o non c’è più nulla da fare”(79).

Nelle sezioni di Milano la linea del partito  veniva criticata perché minimalista ed inadeguata rispetto alle potenzialità do lotta espresse dalla classe operaia:

“Nelle officine si sono rivelati dei lavoratori più audaci e più capaci dei nostri compagni stessi (…) la parola d’ordine di difendere le fabbriche viene criticata perché non è una parola d’ordine insurrezionale (…) in alcune sezione sono fatte accuse violente a membri delle federazione e anche della direzione del partito” (80).

Le masse erano deluse ed irritate per la fine improvvisa e rapida dello sciopero; la speranza della base comunista, degli ex partigiani e delle avanguardie operaie di riprendere in mano il proprio destino si era dissolta in poche ore, tra il pomeriggio del 14 Luglio e la mattinata del 16.

Mario Montagnana, invitato dal Comitato Centrale alla federazione di Torino, doveva ammettere “l’esistenza ancor oggi in seno al partito di uno strato (…) di compagni i quali continuano a criticare non solo alcuni aspetti marginali della direzione del movimento (…) ma la linea stessa di questa direzione alla quale essi contrappongono una loro linea estremista, in contrasto con la situazione obiettiva.

Si tratta (a parte pochissimi elementi che cercano di fare opera di disgregazione) di elementi onesti e combattivi, i quali però si illudono che barricate e mitra possano risolvere da soli, e in qualsiasi momento, tutti i problemi delle masse lavoratrici”(81).

Al di là dei consueti luoghi comuni sull’estremismo, i dirigenti del PCI facevano ricorso alla formula delle “condizioni oggettive” che rappresentava l’immagine verbale della staticità della linea politica partito; la sua apparente concretezza diventava la base teorica per giustificare la sostanziale accettazione del sistema capitalistico da parte del gruppo dirigente togliattiano.

Le relazioni inviate dalle sezioni torinesi alla Commissione di Organizzazione della federazione, rispecchiavano il malessere e la sfiducia diffusi tra la base.

Nella V sezione “la chiusura dello sciopero è stata per la maggior parte dei compagni una mazzata sulla testa”(82).

Nella XIV sezione si rilevava che la cessazione dello sciopero era “poco compresa dai compagni, specie dai giovani, che numerosi erano stati in permanenza nei locali della sezione, convinti (anche dalle parole di qualche dirigente) che lo sciopero dovesse protrarsi o sfociare: o nelle commissioni del governo o in un moto insurrezionale”(83).

Ed ancora: “l’annuncio della cessazione dello sciopero” (annottava la relazione della XVIII sezione, NDA) “è giunto come un fulmine a ciel sereno (per i compagni e quella parte della popolazione sul nostro terreno).

Vi fu anche fra di noi una violenta ostilità a questa decisione (…) e non fu facile portarli sul ragionamento politico.

Dicevano questi compagni che (…) non ci si doveva limitare ad una dimostrazione di protesta, anche energica, ma limitata nel tempo e negli obiettivi.

In sostanza non creare l’illusione che si era creata per ritrovarci in una situazione di insoddisfazione e di demoralizzazione”(84).

A Genova, dove le provocazioni poliziesche avevano causato tre morti e sei feriti, le masse reagirono con blocchi stradali e con il sequestro di diverse autoblinde della polizia; di fronte alla determinazione dei militanti il segretario Pessi doveva ammettere, nella sua relazione, che l’atteggiamento passivo dei dirigenti nazionali non era pienamente condiviso dalla base: “qualche compagno (…) nel corso dello sciopero e anche dopo ha dichiarato che forse esistevano le condizioni per fare l’insurrezione”.

Poi, riproponendo la consueta argomentazione dell’assenza delle “condizioni oggettive” per un’insurrezione, aggiungeva:

“Voi sapete che se vi fossero state, il partito non avrebbe esitato”(85).

La linea dei dirigenti nazionali che auspicava una “manifestazione senza sconfinamenti” non trovava adesioni neanche a Bologna: “compagni che ricoprono funzioni di responsabilità” (rilevava Colombi, NDA) “impartivano direttive non sempre coerenti con la linea politica del partito.

(…)

Bisogna che tutti i compagni specialmente quelli che occupano posti di responsabilità, si rendano conto che l’iniziativa politica personale ha dei limiti che sono posti dalla linea politica del partito e che nessuno ha il diritto di compromettere questa linea, creando situazioni nuove.

(…)

La cessazione dello sciopero senza aver ottenuto le dimissioni del governo costituiva secondo loro una capitolazione.

Essi affermavano che le masse non avrebbero capito e che in ogni caso vi sarebbero state manifestazioni di malcontento con conseguente sfiducia e demoralizzazione”(86).

L’opposizione interna veniva liquidata attraverso il massiccio ricorso all’espulsione dal partito dei dissidenti: in questo senso è significativa la documentazione pubblicata nel “Bollettino settimanale di direttive per le sezioni ” dei militanti espulsi dal partito.

Tutti i numeri del secondo semestre del 1948 del Bollettino interno contengono l’elencazione minuziosa dei numerosi quadri intermedi e militanti di base espulsi perché in netto dissenso con la passività della linea del vertice del partito.

Non mancavano i militanti che abbandonavano spontaneamente il partito: nella federazione di Varese “non sono pochi i compagni delusi che, essendosi atteso di marciare molto avanti, accusano la sensazione di dover ripiegare o addirittura di dover capitolare.

In una sezione dodici compagni avrebbero restituito la tessera, in qualche altra parte si segnalano manifestazioni di scontento”(87).

Estremamente indicative dell’orientamento del partito erano le critiche rivolte ai dirigenti locali che non avevano accettato il ruolo di esecutori passivi delle direttive moderate del partito:

“Era indispensabile mettere a tacere i provocatori e le teste calde; (…) i compagni dirigenti non hanno ripreso energicamente, nel corso e dopo il movimento, le posizioni settarie dei compagni (…)

Non si è fatto nulla (…) per rassicurare coloro che avevano paura e gli amanti del quieto vivereche non avevano nulla da temere.

(…)

Non si è fatto nulla o quasi per fraternizzare con i carabinieri e con le forze di polizia”(88).

Gli umori della borghesia e la fratellanza con i pretoriani di Scelba che sparavano sui dimostranti e li travolgevano con i loro automezzi erano le maggiori preoccupazioni dell’apparato togliattiano

Ben altri erano gli obiettivi per cui le masse popolari scesero in piazza nelle giornate del Luglio 1948; la radicalità rivoluzionaria profondamente diffusa nella mobilitazione popolare seguita all’attentato a Togliatti

cozzava con la stridente sordità di un PCI che subiva un movimento di lotta che non aveva promosso, ma che voleva controllare ed incanalare nell’alveo delle rituali ed innocue sfilate “in difesa della democrazia e della pace”(89).

La conclusione dello sciopero del Luglio 1948 segnò il definitivo declino della tensione rivoluzionaria della base del partito, spiazzata per l’ennesima volta dall’immobilismo del gruppo dirigente.

La sfiducia e la demoralizzazione, che si diffondevano tra i militanti più coscienti, facilitavano il loro progressivo scivolamento verso forme di “praticismo” e di definitivo svuotamento dell’essenza rivoluzionaria.

La scelta dei dirigenti del PCI di contenere entro limiti “legali” la mobilitazione seguita all’attentato a Togliatti non produsse soltanto riflessi interni al partito ma segnò l’inizio di decenni di rassegnazione e di sconfitta per le masse popolari.

Alla conclusione dello sciopero seguirono i licenziamenti delle avanguardie operaie, la repressione

poliziesca (90) e, dulcis in fundo, la fine della stagione dell’unità sindacale, iniziata con il “patto di Roma” e conclusa con la nascita del sindacato cattolico; la passività del PCI sul piano sindacale, aveva potuto rinviare di qualche mese, ma non certo impedire la rottura sindacale.

“Noi rivendichiamo al pluralità sindacale” (scriveva la “Civiltà Cattolica”, NDA) “il pericolo sarebbe grave per gli operai cattolici di essere uniti con i socialisti e i comunisti; (…) in questo periodico noi ci intrattenemmo sul problema che sollevava questo avvenimento (unità sindacale) e dopo aver fatto le nostre riserve sull’organizzazione unitaria, formatasi soprattutto per opera dell’on. Grandi e del Buozzi, ci dichiarammo per la prova dell’unità sindacale.

Poiché (scrivemmo allora) la pace metterà innanzi i formidabili problemi della smobilitazione

industriale (…) si potrebbe tollerare provvisoriamente un’unità di lavoratori in un solo organismo, con le relative clausole del rispetto ai principi sociali e religiosi”(91).

L’amarezza per il corso reazionario della storia del nostro paese, inscritto nella scelta rinunciataria della direzione del partito, traspariva dalle parole di un dirigente locale che, sul finire del 1948, avrà modo di affermare: “nel 1945 esisteva in Italia una situazione pre-rivoluzionaria, mentre oggi qui è clericale”(92).

Dall’affermazione di quest’epoca di glaciazione conservatrice, costruita lungo l’asse Vaticano-padronato-imperialismo americano, la direzione togliattiana porta sulle proprie spalle un’enorme, indelebile, responsabilità.

E’ la storia di una sconfitta drammatica che ha condizionato irrimediabilmente il destino delle classi sfruttate e che ci accompagna fino ai nostri giorni.

 

NOTE

24 – Il 2 Luglio, Radio Grecia Libera assumeva una posizione di dura critica verso Tito, affermando che l’atteggiamento nei confronti dell’Ufficio di Informazione:

“Mira a rompere l’equilibrio balcanico e a far scatenare condannabili iniziative o false interpretazioni.

Il governo libero democratico greco col suo capo Markos, approvano incondizionatamente la risoluzione degli otto Partiti Comunisti”(il testo del messaggio radiofonico è stato pubblicato in “Propaganda”, numero straordinario del 15/7/1948, p. 16) 

 

25 – Il telegramma a Stalin, datato 26 Settembre è contenuto in G. Procacci (a cura di), Op. cit., pp. 448-449.

 

 26 – Cfr. L’autocritica, arma possente dei Partiti Comunisti e operai, pubblicato in “L’Unità”, 23/6/1948, p. 3.

 

 27 – Cfr. A. G. Ricci (a cura di), Introduzione a Op. cit., vol. IX, 1, p. XXXVI.

 

 28 – Cfr. L. Cortesi, Per una storia dei “Quaderni” di Gramsci e sulla “svolta di Salerno”, in “Belfagor”, n. 4, 1975,

p.  478.

 

 29 – L’intervento di Longo è contenuto in R. Martinelli – M. L. Righi (a cura di), La politica del Partito Comunista Italiano nel periodo costituente, Editori Riuniti, Roma, 1992, p. 497.

 

 30 – Ibidem, p. 498.

 

 31 – Ibidem.

 

 32 – Ibidem, p. 523.

 

 33 – Ibidem, p. 504.

 

 34 – Ibidem, p. 505.

 

 35 – Ibidem, p. 506.

 

36 – Cosi P. Togliatti nell’intervento all’Assemblea Costituente del 4 Ottobre 1947, in P. Togliatti, Discorsi parlamentari (1946-1951), Grafica Editrice Romana, Roma, 1991, p. 209.

 

 37 – Cfr. Verbali del Comitato Centrale, 11-13 Novembre 1947, pp. 21-22, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista.

Togliatti in quell’occasione sfruttò abilmente una boutade di Terracini, che in un’intervista all’agenzia di stampa “International News Service”, affermò, con l’estemporanea ingenuità che gli era consueta, che “se la guerra dovesse scoppiare, si può essere certi che questo paese di quarantacinque milioni di individui si schiererà contro l’aggressore, quale che esso sia”.

Quest’affermazione venne severamente criticata dal gruppo dirigente del PCI, in quanto ipotizzava indirettamente che l’Unione Sovietica potesse anche essere l’aggressore dell’Italia, e Togliatti la utilizzò ad arte per non farsi carico del contenuto delle critiche ricevute nel corso della prima conferenza del KOMINFORM; non a caso dedicò ben cinque pagine della sua relazione al “caso Terracini”.

38 – A. Guerra, Le peculiarità del PCI nel panorama dei Partiti Comunisti, in “Critica Marxista”, n. 3/4, 1988, p. 242.

Si veda anche P. Spriano, I comunisti europei e Stalin, Einaudi, 1983, Roma, p. 290.

 

 39 – P. Togliatti, Appunti e schemi per una storia del Partito Comunista Italiano, in Quaderni di “Rinascita”, II, 1951, p. 160.

 

40 – Cfr. P. Togliatti, Momenti della storia d’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1963, pp. 90-91 e 162.

 41 – Nella riunione della direzione del 10 Novembre Togliatti frenava l’impulso venuto dalla conferenza del KOMINFORM: “non azzarderei prospettive insurrezionali”, affermava il segretario del PCI ponendo la centralità della conquista del “50% per una nuova coalizione democratica che ci consenta di andare avanti” (in R. Martinelli – M. L. Righi (a cura di), Op. cit., p. 554).

 

 42 – Cfr. Archivio Pietro Secchia 1945-1973, Annali della Fondazione Feltrinelli, Milano, 1978, p. 117.

 

 43 – Verbali del Comitato Centrale, 11-13 Novembre 1947, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, p. 140.

 

 44 – G. Pajetta, La lunga marcia dell’internazionalismo, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 115.

 

 45 – Intervento del deputato Francesco Leone al III congresso della federazione biellese, 20-21/12/1947, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte, 1947.

 

46 – Ibidem, intervento di Nello Poma.

 

 47 – Ibidem, intervento di Matteo De Biasio, delegato di Coggiola.

 

 48 – Ibidem, interventi di Franco Moranino e di Adriano Massanza.

 

49  – Cfr. riunione del Comitato Federale di Genova del 17/10/1947, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Liguria, 1947, rapporto di Pessi, p. 3.

 

50 – Ibidem, intervento di Bugliani.

 

51  – Ibidem, intervento della dirigente Fioravanti.

 

52 – Cfr. l’intervento di Negarville al congresso della federazione di Novara del 20-21 Novembre 1947 in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte, 1947.

 

53 – Cfr. il resoconto dell’intervento di Togliatti in “L’Unità”, 5/1/1948, il neretto è mio.

 

54 – Relazione introduttiva di P. Togliatti al V congresso del PCI, in S. Bertolissi – L. Sestan (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano, vol. II, 1944-1955, Edizioni del Calendario, Milano, 1985, p. 297.

55 – Cfr. Il 18 Aprile, in “Quaderno dell’Attivista”, Febbraio 1948, p. 3.

 

56 – Relazione di Damo al Comitato Federale di Venezia del 17/1/1948 sul congresso nazionale, p. 2, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Veneto 1948.

 

57 – Ibidem.

 

58 – Cfr. F. Platone, Una stretta di mano, in “L’Unità”, 5 Marzo 1948, p. 1.

 

59 – Si veda la relazione di Damo, cit., p. 3.

 

60 – Cfr. Appello all’unità, in “L’Unità”, 18 Aprile 1948, p. 1.

 

61 – Si veda il Verbale della Riunione del Comitato Federale Allargato di Venezia del 13/5/1948, relazione di Pellegrini, p. 3, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Veneto 1948.

 

62 – Ibidem, intervento di Bertelli, p. 2.

 

63 – Ibidem, intervento di Gastaldi, p. 1.

 

64 – Verbale della Riunione del Comitato Federale di Verona tenutasi il 18/6/1948, pp. 1-10, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Veneto 1948.

 

65 – Cfr. il Verbale della Riunione del Comitato Federale Allargato di Venezia del 13/5/1948, intervento di Daissè, p. 1, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Veneto 1948.

 

66 – Riunione del Comitato Regionale piemontese del 17/7/1948, intervento di Grassi, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 

67 – Intervento di Negarville alla riunione del Comitato Regionale piemontese del 28 Luglio, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 68 – Intervento del segretario di provincia Villa alla riunione del Comitato Federale di Asti del 2/8/1948, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 

69 – Ibidem, intervento di Bausano.

 

70 – Ibidem, intervento di Leone.

 

71 – P. Secchia, Esperienze di un grande sciopero, in “Quaderno dell’attivista”, Agosto 1948, p. 3.

72 – Ibidem.

73 – F. Levi – P. Rugafiori – S. Vento, Il triangolo industriale, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 206.

 74 – Cfr. A. Novella, Come si è svolto lo sciopero, in “Quaderno dell’attivista”, Agosto 1948, p. 7.

 75 – Relazione sullo sciopero generale dei gg. 14/16 Luglio 1948, Federazione di Varese, significativamente intitolata Aspetti violenti dello sciopero, p. 2, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Lombardia 1948.

 76 – Relazione sullo sciopero generale del 14-15-16-17, Federazione di Udine, p. 4, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Friuli, 1948.

 77 – Verbale della Riunione del Comitato Federale di Como del 17/7/1948, intervento di Mazza, p. 5, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Lombardia 1948.

 78 – Si veda la relazione alla direzione del PCI della segreteria della federazione di Padova, a firma del segretario provinciale, Giuseppe Gaddi, pp. 3-4, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Veneto 1948.

 79 – Verbale della Riunione del Comitato Federale di Mantova del 13 Ottobre 1948, p. 2, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Lombardia 1948.

 80 – Verbale della Riunione del Comitato Federale di Milano del 21/7/1948, intervento di Vergani, p. 7, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Lombardia 1948.

 81 – Cfr. M. Montagnana, Come si è svolto lo sciopero, in “Quaderno dell’attivista”, Agosto 1948, p. 12.

 82 – Relazione sullo sciopero generale, indirizzata dalla V sezione alla Commissione di Organizzazione, datata 9/8/1948, p. 2, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 83 – Relazione sullo sciopero generale, redatta dalla XIV sezione, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 84 – Relazione sullo sciopero generale, scritta a cura dalla XVIII sezione, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Piemonte 1948.

 85 – Relazione del segretario della federazione di Genova, Pessi, al Comitato Federale del 30/7/1948, p. 5, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Liguria 1948.

Un’ampia documentazione degli orientamenti rivoluzionari della base del partito genovese è contenuta in F. Levi – P. Rugafiori – S. Vento, Op. cit., pp. 94-98.

 86 – Relazione del segretario della federazione di Genova, Pessi, al Comitato Federale del 30/7/1948, p. 5, in cit.

 87 – Relazione sullo sciopero generale della federazione di Varese, p. 5, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Liguria 1948.

 88 – Cfr. F. Cavatassi, Come si è svolto lo sciopero, in “Quaderno dell’attivista”, Agosto 1948, pp. 12-13.

 89 – Si veda P. Secchia, Esperienze di un grande sciopero, in cit. .

 90 – Al riguardo Candeloro ha scritto che: “più di 92.000 lavoratori, di cui 73.000 comunisti, furono arrestati e rinviati a giudizio: di essi 19.306, tra i quali 15.429 comunisti, furono condannati a pene varie.

Inoltre tra l’Estate del 1948 e la prima metà del 1950 ben 62 lavoratori, di cui 48 comunisti, furono uccisi dalla forza pubblica oppure da squadre di agrari o di fascisti; i feriti furono 3.126, dei quali 2.367 comunisti”(G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna. La fondazione della repubblica e la ricostruzione. Considerazioni finali (1945-1950), Feltrinelli, Milano, 1986, vol. XI, p. 192).

Sullo stesso argomento di vedano Delitti dell’anticomunismo. La repressione dopo il 14 Luglio (articolo redazionale), in “Rinascita “, n. 8-9, Agosto-Settembre 1954, pp. 540-44 e R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, Ed. Savelli, Roma, 1975, vol. IV, p. 212.

 91 – Si veda sull’argomento l’articolo Azione Cattolica e ACLI lunga mano della scissione, in “Bollettino del Lavoro”, 24/8/1948, che cita il brano della “Civiltà Cattolica” riportato nel testo.

 92 – Verbale della riunione del Comitato Federale di Trento del 4/12/1948, p. 4, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, Trentino 1948.

a cura di Giovanni  Apostolou

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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