Le radici teoriche delle lotte di frazione nel PCUS (1) -Las raíces teóricas de las luchas entre facciones en el PCUS (1)

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Le radici teoriche delle lotte di frazione nel PCUS (1) -Las raíces teóricas de las luchas entre facciones en el PCUS (1)

di Hans Heinz Holz

1.

 

La fase della costruzione del socialismo in Unione Sovietica fu accompagnata e sconvolta da un micidiale dibattito interno al partito, di cui caddero vittime numerosi rivoluzionari della prima ora.

 (Holz  dimentica un dato storico essenziale, questi “vecchi rivoluzionari praticavano e istigavano il frazionismo ,varie volte stigmatizzato da Lenin. come comportamento lesivo dell’unita’ del partito, inseguito negli anni 20-30 questa posizione fu sconfitta nei congressi del PCR(B). ,Frazionismo che non smise mai di lavorare clandestinamente nel corpo del partito e che degenerò poi,  in una aperta guerra civile  interna,  anche con atti di sabotaggio e di assassini, ,Kirov, Gorchy e centiania di funzionari,operai d’avanguardia,   tipico esempio fu l’operato il “centro Trozkista e l’alleanza con i residui  gruppi come i  socialisti rivoluzionari e menchevichi  ) .In genere, queste controversie sono interpretate come espressione di una lotta di potere tra persone o, più esattamente, tra frazioni. Ma ad un’analisi più puntuale si rivelano come concezioni strategiche divergenti per la transizione al socialismo, che si concretizzarono in misure economiche e politiche della politica quotidiana. Ne furono, per esempio, toccate questioni fondamentali, quali la collettivizzazione delle campagne e i ritmi dell’industrializzazione. Però non è stato sinora preso in esame il fatto che queste differenze ben evidenti hanno la loro radice in orientamenti teorici profondi e che, dietro le decisioni di politica quotidiana, vi sono opzioni di concezione del mondo – filosofiche, metodologiche, teorico-scientifiche. Ma solo se si assume il fatto che in tal modo era sempre in gioco anche la questione fondamentale dello sviluppo e applicazione corretta del marxismo-leninismo, diviene comprensibile la lotta senza quartiere e a tutto campo per la direzione.

Ora, questo fondamento teorico, come il precipitato di una soluzione ricavato da una miscela in un esperimento di laboratorio, si presenta intorno a un punto specifico: lo scontro tra Bucharin e Stalin. Vi è una classica analisi marxista di Bucharin che, indipendentemente dai problemi di politica interna o estera dell’URSS, coglie il mero contenuto teorico delle posizioni di Bucharin: si tratta delle osservazioni critiche di Antonio Gramsci sul “Saggio popolare” nei Quaderni del carcere. Elaborate negli anni 1930-1933, non potevano affatto occuparsi, in mancanza di informazioni adeguate, delle contemporanee contraddizioni nella politica di costruzione del socialismo in Unione sovietica. Le riflessioni teoriche di Gramsci sono così ricche di insegnamenti, poiché permettono di riconoscere la struttura della lotta per la direzione in base a concezioni inconciliabili col leninismo. Nei suoi interventi al Politbjuro e alla commissione centrale di controllo del Pcus di fine gennaio 1929, Stalin aveva preso posizione sull’attività del gruppo di Bucharin:

Questo gruppo, come risulta dalla sua dichiarazione, ha una piattaforma specifica che esso contrappone alla politica del partito. Esige in primo luogo – in antitesi all’attuale politica del partito – un rallentamento del ritmo di sviluppo della nostra industria […]. Esige in secondo luogo – sempre in antitesi alla politica del partito – una restrizione della costruzione di sovchoz e kolchoz […] Esige in terzo luogo – sempre in antitesi alla politica del partito – piena libertà per il commercio privato e rinuncia dello Stato al ruolo regolatore nel campo del commercio (2).

Stalin sostenne poi che queste divergenze di opinione erano emerse già nei plenum del comitato centrale di luglio e novembre 1928, ma che successivamente potevano essere apparentemente ricomposte. Stalin caratterizzò le concezioni politiche del gruppo di Bucharin come capitolazione davanti ai kulak e agli elementi piccolo borghesi, come infiltrazione di tendenze socialdemocratiche nel partito comunista. Egli mise sempre in evidenza in diversi discorsi di questo periodo il fatto che “il metodo principale della lotta è la lotta ideologica”. Contro il gruppo di Bucharin egli insistette sul fatto che il comitato centrale non aveva chiesto neppure che uno di loro venga espulso dal Comitato centrale oppure inviato in qualche posto del Turkestan, ma si limita al tentativo di convincerli che devono rimanere al loro posto, smascherando naturalmente al tempo stesso le loro concezioni estranee al partito, delle volte addirittura antipartito (3).

 

Infatti Bucharin rimase membro del Politbjuro, fu nominato ancora nel 1934 caporedattore del giornale Izvestija e lavorò dal 1935 alla bozza di Costituzione con incarichi responsabili e influenti. In questi anni egli non modificò la sua posizione ideologica, anche se non sempre la difese nettamente. Le differenze strategiche sulla linea del partito e le concezioni tattiche passarono le une nelle altre. Egli stesso non contestò di star costruendo in quegli anni una frazione che aspirava a un cambiamento della linea del partito sulla costruzione del socialismo.

2.

 

Poiché le differenze strategiche si basavano su concezioni teoriche fondamentali che sono specificamente di classe, l’esame critico degli scritti teorici di Bucharin assume un particolare significato. Qui ci soccorrono le osservazioni di Gramsci. Egli accusa Bucharin

– di cadere in un sociologismo empirico;

– di procedere in modo non dialettico e di assumere il concetto del positivismo;

– di avere una visione della storia meccanicistica;

– di trascurare il ruolo del soggetto rivoluzionario nella costruzione del socialismo.

È chiaro che da una tale posizione derivano importanti conseguenze politiche. Gramsci si limita a rendere conoscibile il modello di pensiero teorico. Diviene quindi chiaro quale concezione del mondo sia sottostante all’azione politica. Nel § 22 del quaderno 11 Gramsci interviene su un punto cruciale:

Nel Saggio manca una trattazione qualsiasi della dialettica. La dialettica viene presupposta, molto superficialmente, non esposta […] L’assenza di una trattazione della dialettica può avere due origini; la prima può essere costituita del fatto che si suppone la filosofia della praxis scissa in due elementi: una teoria della storia e della politica concepita come sociologia, cioè da costruirsi secondo il metodo delle scienze naturali (sperimentale nel senso grettamente positivistico) e una filosofia propriamente detta, che poi sarebbe il materialismo filosofico o metafisico o meccanico (volgare) (4).

Gramsci invece espone il concetto corretto sostenuto da Marx, Engels e Lenin:

Il significato della dialettica può essere solo concepito in tutta la sua fondamentalità, solo se la filosofia della praxis è concepita come una filosofia integrale e originale che inizia una nuova fase nella storia e nello sviluppo mondiale del pensiero in quanto supera (superando ne include in sé g1i elementi vitali) sia l’idealismo che il materialismo tradizionali espressioni delle vecchie società. Se la filosofia della praxis non è pensata che subordinatamente a un’altra filosofia, non si può concepire la nuova dialettica, nella quale appunto quel superamento si effettua e si esprime (5).

Gramsci prende i pensieri alla radice. Non si tratta di questo o quell’errore, che Bucharin ha commesso in singoli casi, ma tutti gli errori hanno una sorgente comune: l’incomprensione per le forme di movimento della dialettica. La valutazione di Gramsci coincide completamente con quella di Stalin, che nel suo discorso al Plenum del CC di aprile 1929 affermò:

 

Non è possibile che tutti questi errori circa i problemi dell’Internazionale Comunista, la lotta di classe, l’inasprimento della lotta di classe, i contadini, la Nep, le nuove forme d’alleanza, non è possibile che tutti questi errori siano dovuti al caso. No, questi errori non sono fortuiti. Questi errori di Bucharin derivano dal suo orientamento generale sbagliato, dalle sue lacune teoriche. Sì, Bucharin è un teorico, ma un teorico non completamente marxista, ma un teorico che deve ancora completare la sua formazione per diventare un teorico completamente marxista.

Stalin citava poi una lettera di Lenin, in cui questi parlava di Bucharin come del “beniamino del partito” e che oggi troppo spesso viene riportata dai sostenitori di Bucharin contro Stalin con questo solo passaggio. Ma in questa lettera egli dice ancora:

 

Bucharin non è solo il teorico più stimato e più forte del partito, ma è pure considerato legittimamente come il beniamino di tutto il partito; però è molto dubbio che le sue concezioni teoriche possano essere considerate interamente marxiste, dato che in lui c’è qualcosa di scolastico, (egli non ha mai studiato e, credo, non ha mai compreso interamente la dialettica)

E Stalin ribadisce: “Dunque, teorico senza dialettica” (6) Questa è, ritengo, la chiave per le differenze nella politica. Un materialismo senza dialettica scade nell’empirismo della “certezza sensibile” della concezione dei fenomeni di superficie confusi, che esso può elaborare solo nella mentalità e con i metodi del positivismo. Il concetto di scienza di Bucharin è, quindi, dal principio falso e, come chiede Gramsci, va confutato.

Ma è il concetto stesso di “scienza”, quale risulta dal Saggio popolare, che occorre distruggere criticamente; esso è preso di sana pianta dalle scienze naturali, come se queste fossero la sola scienza, o la scienza per eccellenza, così come è stato fissato dal positivismo [QC 1404]

Bucharin assume proprio il senso aristotelico, che la società è più della somma delle singole parti.

Ma l’autore del Saggio non ha pensato che se ogni aggregato sociale è qualcosa di più (e anche di diverso) della somma dei suoi componenti, ciò significa che la legge o il principio che spiega lo svolgersi della società non può essere una legge fisica poiché nella fisica non si esce mai dalla sfera della quantità altro che per metafora. Tuttavia nella filosofia della praxis la qualità è sempre connessa alla quantità, e anzi forse in tale connessione è la sua parte più originale e feconda. [QC 1446-1447]

Della qualità delle forme di movimento dialettiche della società partecipa il soggetto che vuole, che pianifica, che agisce. Il risultato di un processo, di uno sviluppo, non è mai dedotto soltanto dai presupposti materiali, ma include sempre anche l’attività del soggetto – del soggetto quale individuo, gruppo collettivo, o in una comunità più ampia, quale classe. Chi dimentica il fattore soggettivo, si sbaglia sulla forza motrice della rivoluzione, la quale sorge dalla risposta del soggetto di classe alle contraddizioni nei rapporti di produzione (e nei rapporti di vita che da essi derivano). Da una visione meccanicistica della storia deriva la concezione deterministica dell’evento politico e un comportamento fatalistico e opportunistico.

L’appunto che si deve fare al Saggio popolare è […] di avere accolto la concezione della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica […] Oggettivo significa sempre “umanamente oggettivo”, ciò che può corrispondere esattamente a “storicamente soggettivo”, cioè oggettivo significherebbe “universale soggettivo”. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario. [QC 1415-16]

Il metodo positivistico di selezionare un settore della realtà, circoscritto per obiettivi conoscitivi di accertamento di leggi parziali isolate, è legittimo nelle scienze naturali. Ma, attraverso il principio della selezione, esso è anche mediato con gli uomini.

Senza pensare all’esistenza dell’uomo non si può pensare di “pensare”, non si può pensare in genere a nessun fatto o rapporto che esiste solo in quanto esiste l’uomo. [QC 1419]

Gramsci ha riflettuto sul rapporto della determinazione e dell’atto di volontà nel processo storico. Egli ha riconosciuto il momento volontaristico, che consiste in un’attività dell’uomo rivolta a un fine, “teleologica” [QC 1426 e 1450]. Bucharin invece propaga l’idea di una previsione scientifica nella politica e nella prassi sociale, in cui l’attività finalistica del soggetto, in particolare del soggetto rivoluzionario, non ha nessun posto. Contro tale impostazione Gramsci obietta con forza:

La metodologia storica è stata concepita “scientifica” solo se e in quanto abilita astrattamente a “prevedere” l’avvenire della società […] in realtà si può prevedere “scientificamente” solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento. […] Realmente si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato “preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva. [QC 1403-1404]

Le previsioni non sono “atti di conoscere”. Sono tentativi, anticipazioni approssimative della costituzione possibile del campo d’azione in cui ha luogo un’azione che cambia le circostanze. L’azione stessa e tutte le azioni che la preparano sono pensate come una variabile. La prognosi è un puro mito.

Il prevedere è quindi solo un atto pratico che non può in quanto non sia una futilità o un perditempo avere altra spiegazione che quella esposta. È necessario impostare esattamente il problema della prevedibilità degli accadimenti storici per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del casualismo meccanico. [QC 1404]

Come scrive Gramsci, non vi è sinora nessun ramo scientifico in cui sia praticata una futurologia positivistica. Ma egli sapeva bene che la futurologia fu sviluppata in politica e nelle scienze sociali nello spirito delle scienze naturali come antitesi riformistica ad una concezione programmatica rivoluzionaria. Ed egli riconobbe nel sociologismo di Bucharin il fatto che la sociologia è quindi diventata una tendenza a sé, è diventata la filosofia dei non filosofi, un tentativo di descrivere e classificare schematicamente fatti storici e politici, secondo criteri costruiti sul modello delle scienze naturali. La sociologia è dunque un tentativo di ricavare “sperimentalmente” le leggi di evoluzione della società umana in modo da “prevedere” l’avvenire con la stessa certezza con cui si prevede che da una ghianda si svilupperà una quercia.

L’evoluzionismo volgare è alla base della sociologia che non può conoscere il principio dialettico col passaggio della quantità alla qualità. [QC 1432] L’evoluzionismo è non solo un aspetto, una prospettiva in cui si presenta la realtà concepita in modo storico materialistico, ma il fondamento metodologico e di concezione del mondo di un’alternativa riformistica alla teoria rivoluzionaria. La rinuncia ad una filosofia integrale costitutiva di senso e la riduzione dell’orientamento dell’attività sociale ai dati empirici rilevati ha conseguenze disastrose per la prassi politica rivoluzionaria.

L’estensione della legge statistica alla scienza e al1’arte politica può avere conseguenze molto gravi in quanto si assume per costruire prospettive e programmi d’azione. […] Infatti nella politica l’assunzione della legge statistica come legge essenziale, fatalmente operante, non è solo errore scientifico, ma diventa errore pratico in atto; essa inoltre favorisce la pigrizia mentale e la superficialità programmatica. [QC 1429-30]

Gramsci, al pari di Lenin, vede che il postulato dell’unità teoria/prassi non sorge da un’addizione della teoria alla prassi. La teoria deve essere una corretta sistematizzazione storica della realtà, per dare fondamento ad una prassi politica fondata e diretta a un fine. Questo è il senso del “criterio della prassi”. Il pensiero è riflesso della realtà, da cui hanno origine anche bisogni e uomini dotati di intenzionalità. L’azione razionale orientata dalla teoria è il riflesso di questo riflesso – lo specchio retrovisore dell’immagine riflessa nella realtà (7). È cioè un duplice riflesso: il pensiero rispecchia la sostanza della realtà e delle possibilità (reali) in essa presenti; la realtà cambiata attraverso l’azione riflette le intenzioni degli uomini. In questo duplice riflesso, e cioè nell’unità di teoria e prassi, si stabilisce l’unità di soggetto e oggetto. L’unità di soggetto e oggetto; – una differenza mediata – è la vera unità di teoria e prassi.

Il sociologismo meccanicistico di Bucharin lacera questa unità. La teoria diviene caotica, una sequenza di singole constatazioni incoerenti; la prassi diviene opportunistica, poiché basata su una casistica: “Invece di una metodologia storica, di una filosofia, egli costruisce una casistica di quistioni particolari” [QC 1402]. Ma manca la coerenza della concezione, il point de vue, in base a cui i dati di fatto si ordinano in una concezione del mondo: Nel Saggio popolare la filosofia della praxis non e una filosofia autonoma e originale, ma la “socio1ogia” del materialismo metafisico. [QC 1402].

3.

Dal punto di vista teorico il giudizio di Gramsci su Bucharin è distruttivo. E coincide con le valutazioni di Lenin e di Stalin, secondo cui Bucharin non aveva afferrato il movimento del pensiero della dialettica. Ora, la dialettica non è alternativa per la scienza positiva, ma è la forma generica della logica del movimento e delle contraddizioni (Gegensätze), della quale la logica delle identità, del divieto di contraddizione (Widerspruch), è una modalità, che, sulla base della stabilità della relazione soggetto/oggetto tralascia nella sua sistematica determinate caratteristiche formali dell’estensione temporale della realtà. A questo riguardo, ogni scienza dell’esperienza che proceda positivisticamente ha un luogo determinato in una concezione del mondo costruita dialetticamente, solo se non ipostatizza la sua specifica regolazione della conoscenza per un solo fondamento di validità di una verità scientifica.

 

Ciò non vuol dire naturalmente che la ricerca delle “leggi” di uniformità non sia cosa utile e interessante e che un trattato di osservazioni immediate di arte politica non abbia la sua ragion d’essere; ma occorre dire pane al pane e presentare i trattati di tal genere per quello che sono [QC 1432-33]

Se però la filosofia sostituisce questo metodo della ricerca selettiva di parti della realtà, diventa un dogmatismo meccanicistico.

Perciò avviene anche che la filosofia della prassi tende a diventare una ideologia nel senso deteriore, cioè un sistema dogmatico di verità assolute ed eterne; specialmente quando, come nel Saggio popolare, esso e confuso col materialismo volgare, con la metafisica della “materia” che non può non essere eterna e assoluta. [QC. 1489]

Già Hegel aveva affermato che l’empirismo è il fenomeno complementare della vecchia metafisica. Il positivismo ha assunto questo erede, ed è il fratello gemello della metafisica. Engels si divertì con l'”asino dell’induzione”. Lenin sostenne l’incompatibilità scientifica del positivismo con una teoria dell’azione dialettica e rivoluzionaria e combatté l’empiriocriticismo russo. Bucharin in passato, da studente, parteggiò per Bogdanov. Sin da allora egli ricoprì, nonostante le numerose controversie sulle questioni principali, importanti funzioni di partito: dal 1917 come membro del CC, nel 1918 partecipò al VII congresso del partito con una relazione contro Lenin, che tenne la relazione principale, nel 1919 si contrappose al piano di Lenin per fondare la III Internazionale, della quale però divenne poi uno dei suoi presidenti. Dopo la morte di Lenin si schierò con Stalin contro la frazione di Zinov’ev e Kamenev, sebbene egli prima avesse trattato con Kamenev su una strategia per esautorare Stalin. Rispetto a Trockij, si trovò ora a contrapporsi, ora a collaborare. La sua linea politica non è coerente.

Questi brevi cenni biografici devono solo accennare al fatto che le oscillazioni nelle posizioni politiche di Bucharin hanno la stessa e identica origine, cioè l’imprecisione dei suoi concetti teorici. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, la sua tattica politica fu influenzata essenzialmente dalla considerazione per le classi esautorate nella rivoluzione – kulak e piccola borghesia -, poiché egli le riteneva un fattore di potere autonomo nel nuovo stato:

L’errore di Bucharin e dei suoi amici è che essi identificano l’aumento della resistenza dei capitalisti con l’aumento del loro peso specifico. Questa identificazione non ha però base alcuna. Non ha base perché, se i capitalisti oppongono resistenza, questo non vuoI dire che siano diventati più forti di noi. È vero invece il contrario. Le classi che stanno estinguendosi non oppongono resistenza perché siano diventate più forti di noi, ma perché il socialismo cresce più rapidamente di loro ed esse diventano più deboli di noi (8).

Accelerare la costruzione del socialismo contando sulle proprie forze è un conto; fare concessioni opportunistiche al nemico sopravvalutandone le forze, un altro. Chi non concepisce la dinamica dello sviluppo dialettico, accetterà in modo apparentemente realistico lo status quo e tenderà a conciliarsi col nemico.

Nel 1917 si realizzò in Russia un cambio di potere politico. Esso produsse altri rapporti di potere, ma non mutò ancora i rapporti di classe. La giovane Unione Sovietica ebbe il compito e la possibilità, nella fase della dittatura del proletariato, di togliere alle classi che ancora sopravvivevano dei contadini ricchi e della piccola borghesia la base economica della loro esistenza di classe. Ciò significava, come correttamente videro e dissero Lenin e Stalin, un periodo di accresciuta lotta di classe. Ogni concessione alle classi esautorate aveva avuto come conseguenza un indebolimento del potere della classe operaia, un indebolimento della società socialista che si stava sviluppando. È proprio in un periodo di transizione che i rapporti di potere sono precari. La controrivoluzione trova un terreno fertile.

Certamente Bucharin e gli altri rivoluzionari, che si contrapposero all’offensiva di una lotta di classe acuta promossa dal partito sotto la direzione di Stalin, non volevano indebolire l’Unione Sovietica. La contrapposizione tra Stalin e Bucharin non diviene meno fondamentale e drammatica, se ammettiamo che Bucharin, stando al suo punto di vista, volesse il meglio. La differenza non è tra onesto e disonesto, buono o cattivo, ma tra corretto e sbagliato. Si tratta però di una dicotomia, nella quale i due poli non possono essere messi “pluralisticamente” sullo stesso piano. Infatti una concezione falsa non è solo errata, ma dannosa. E Bucharin lo ha anche riconosciuto nella sua dichiarazione finale al processo del 1938.

Le basi teoriche, su cui si fondano concezioni corrette o false sono quindi un momento essenziale dell’azione politica. La lotta di classe si rispecchia non solo nella teoria, ma la teoria è essa stessa un fronte principale della lotta di classe. Lenin ha sempre visto questo, Gramsci ha impiegato nelle singole riflessioni avviate sulla linea del fronte gli strumenti e le funzioni della lotta di classe teorica; senza queste riflessioni non avremmo infatti nessun concetto politico di egemonia. È per questo che la critica di Gramsci versus Bucharin è così ricca di insegnamenti per la comprensione delle lotte di frazione nel PCUS. Essa ci mostra che qui, sul terreno della discussione politica, fu condotta una lotta per l’egemonia della classe operaia, come anche una lotta per l’esistenza della società sovietica.

Note:

1) Relazione tenuta al convegno Dalla Russia all’URSS, dall’URSS alla Russia: transizione sovietica e “globalizzazione”, organizzato dal Centro studi sui problemi della transizione socialista e dall’Associazione per i rapporti culturali italo- russi, Milano 15 ottobre 2005.

2) G. V. Stalin, La lotta di classe nel socialismo – Scritti, discorsi inediti del 1928-1929, Opere complete vol. XI, Ed. Nuova Unità, Roma, 1973, p. 218.

3) Stalin, op. cit., p. 222.

4) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p. 1424 sgg. Nelle citazioni che seguono sarà indicato con QC seguito dal numero di pagina.

5) Ivi.

6) Stalin, Opere Scelte, Ed. Movimento studentesco, Milano, 1972, pp. 652-3.

7) Cfr. H. H. Holz, Widerspiegelung, Bielefeld, 2003. H. H. Holz, Weltentwurf und Reflexion, Stuttgart und Weimat, 2005, in particolare il capitolo 6.

8) Stalin, “Della deviazione di destra…”, in Opere scelte, op. cit., p. 639.

Las raíces teóricas de las luchas entre facciones en el PCUS (1)

Hans Heinz Holz

1.

La fase de la construcción del socialismo en la Unión Soviética fue acompañada y se hizo añicos por un debate mortal dentro del partido, muchos de los cuales fueron destruidos por los revolucionarios de la primera hora.

(Holz olvidar un hecho histórico crucial, estos revolucionarios “viejos practicado y promovido el faccionalismo, denunciado reiteradamente por Lenin. Como llevar a cabo en detrimento de la unidad del partido, seguido en 20-30 años en este puesto fue derrotado en el Congreso del PC (B .), el faccionalismo, que nunca dejó de trabajar de forma ilegal en el cuerpo de la fiesta y luego degeneró en una abierta guerra civil interna, con actos de sabotaje y asesinatos, Kirov, y los funcionarios Gorchy centiania, los trabajadores avanzados, ejemplo típico fue el trabajo del centro de “trotskista y una alianza con los remanentes de los socialistas-revolucionarios). Por lo general, estos conflictos son interpretados como una expresión de una lucha de poder entre las personas o, más exactamente, entre las fracciones. Pero un examen más minucioso llegar a ser divergentes conceptos estratégicos para la transición al socialismo, que se concretó en medidas económicas y políticas de la política diaria. Fue, por ejemplo, tocar los temas clave, tales como la colectivización del campo y el ritmo de la industrialización. Pero hasta ahora no se ha considerado el hecho de que estas diferencias tienen sus raíces mucho más evidente en las orientaciones teóricas y profundas, detrás de las decisiones políticas cotidianas, hay opciones de visión del mundo – filosófica, metodológica, teórica y científica. Pero sólo si asumimos que de esta manera era siempre también sobre la cuestión fundamental del desarrollo y la correcta aplicación del marxismo-leninismo, se hace comprensible y sin cuartel lucha por la dirección.

Ahora bien, esta base teórica, ya que el precipitado de una solución hecha de una mezcla de un experimento de laboratorio, se produce en torno a un punto específico: el choque entre Bujarin y Stalin. No hay un análisis marxista clásico de Bujarin que, además de los problemas de política interna o exterior de la URSS, captura el mero contenido teórico de las posiciones de Bujarin: estos son los comentarios críticos de Antonio Gramsci sobre “lo popular” en sus Cuadernos de la cárcel. Procesado en los 1930-1933 años, no le importa en absoluto, en ausencia de información suficiente, las contradicciones de la construcción política contemporánea del socialismo en la Unión Soviética. Reflexiones teóricas de Gramsci son tan ricos en lecciones, porque se puede reconocer la estructura de la lucha por el liderazgo sobre la base de concepciones irreconciliables con el leninismo. Al hablar con el Buró Político y la Comisión de Control Central del PCUS a fines de enero de 1929, Stalin había adoptado una posición sobre la actividad del grupo de Bujarin:

Este grupo, según se desprende de su declaración, cuenta con una plataforma específica que se opone a la política del partido. Requiere, en primer lugar – en contraste con la actual política del partido – una desaceleración en el ritmo de desarrollo de nuestra industria […]. Requiere segundos – siempre en oposición a la política del partido – una restricción a la construcción de sovchoz koljós y […] la demanda en el tercer lugar-siempre en oposición a la política del partido – la plena libertad para la empresa privada y el papel regulador de la renuncia del Estado en el ámbito del comercio (2).

Stalin continuación, argumentó que estas diferencias de opinión ya habían aparecido en el pleno del Comité Central en julio y noviembre de 1928, pero que al parecer podría ser vuelto a montar después. Stalin caracterizó las ideas políticas del grupo de Bujarin como una capitulación ante el kulak y la pequeña burguesía, como la infiltración de las tendencias socialdemócratas en el Partido Comunista. Él siempre puso en evidencia en varios discursos de la época que “el principal método de lucha es la lucha ideológica.” Contra el grupo de Bujarin, insistió en que el Comité Central no le había pedido, incluso uno de ellos de ser expulsado del Comité Central o enviado a algún lugar en el Turquestán, sino simplemente para tratar de convencerlos de que deben permanecer en su lugar, dejando al descubierto curso mientras que sus puntos de vista fuera del partido, a veces incluso contra el partido (3).

De hecho Bujarin seguía siendo un miembro del Buró Político, fue nombrado de nuevo en 1934 director del diario Izvestia y trabajó desde 1935 hasta el proyecto de Constitución con puestos de responsabilidad e influencia. En estos años cambió su posición ideológica, aunque no siempre con claridad defendió. Las diferencias políticas sobre la línea del partido y las concepciones tácticas pasó a la otra. Él mismo no puso en duda la construcción de la estrella en una fracción de esos años que aspiraban a cambiar la línea del partido en la construcción del socialismo.

2.

Debido a las diferencias políticas se basaban en conceptos teóricos que son de clase fundamental en concreto, el examen crítico de los escritos teóricos de Bujarin es especialmente significativo. Aquí llegamos a la ayuda de las observaciones de Gramsci. Él acusa a Bujarin

– La caída en la sociología empírica;

– Para proceder de una manera no dialéctica y llevando el concepto del positivismo;

– Para tener una visión mecanicista de la historia;

– Pasar por alto el papel del sujeto revolucionario en la construcción del socialismo.

Está claro que tal posición son importantes consecuencias políticas. Gramsci es cognoscible sólo a hacer la teoría de modelos. A continuación, se hace evidente que el concepto subyacente de que el mundo es la acción política. En el § 22 de los portátiles de Gramsci 11 actúa sobre un punto crucial:

En el ensayo carece de una discusión de cualquiera de la dialéctica. La dialéctica es presupuesta, muy superficialmente, no expuesta […] La ausencia de un análisis de la dialéctica puede tener dos orígenes: el primero se puede hacer del hecho de que la filosofía de la praxis que se supone que se dividió en dos elementos: una teoría de la la historia y la política concebida como la sociología, que se va a construir de acuerdo con el método de las ciencias naturales (en el sentido estrictamente experimental positivista) y una filosofía propiamente dicha, que sería entonces el materialismo filosófico o metafísico o mecánico (vulgar) (4).

Gramsci lugar expone el concepto argumentado correctamente por Marx, Engels y Lenin:

La importancia de la dialéctica sólo puede concebirse en toda su fundamentalidad, sólo si la filosofía de la praxis se concibe como una filosofía integral y original que comienza una nueva etapa en la historia del mundo y el desarrollo del pensamiento que el anterior (que pasa que incluye en sí mismo g1i vitales elementos) que el materialismo y el idealismo, las expresiones tradicionales de las antiguas sociedades. Si la filosofía de la praxis no se pretende que sujeta a una filosofía diferente, no se puede concebir nueva dialéctica, que es precisamente lo que pasa y se expresa en (5).

Pensamientos de Gramsci a echar raíces. No es tal o cual error, que Bujarin se había comprometido en casos individuales, pero todos los errores tienen un origen común: la falta de comprensión de las formas de movimiento de la dialéctica. La evaluación de Gramsci coincide totalmente con la de Stalin, quien en su discurso en el pleno del CC en abril de 1929 declaró:

Es posible que todos estos errores sobre los problemas de la Internacional Comunista, la lucha de clases, la intensificación de la lucha de clases, los campesinos, la NEP, las nuevas formas de alianza, es posible que todos estos errores se deben para el caso. No, estos errores no son fortuitas. Estos errores surgen de la Bujarin sus generales equivocadas, sus deficiencias teóricas. Sí, Bujarin era un teórico, pero no el teórico marxista por completo, pero una teoría que todavía tiene que completar su formación para convertirse en un teórico marxista plenamente.

Stalin citó a Lenin y luego una carta, en la que habló de Bujarin como el “niño mimado de la fiesta”, y que hoy en día es demasiado a menudo se muestran partidarios de Bujarin en contra de Stalin con este paso. Pero en esta carta dice:

Bujarin no es sólo la parte teórico más fuerte y respetada, pero también es considerada legítimamente como el favorito de todo el partido, pero es muy dudoso que sus puntos de vista teóricos se puede considerar totalmente marxista, porque en él hay algo de la escuela (nunca estudió y, creo, nunca ha comprendido la dialéctica)

Y Stalin insiste: “Por lo tanto, en teoría, sin la dialéctica” (6) Este es, creo, la clave de las diferencias en la política. Un materialismo dialéctico no termina en el empirismo de la “certeza sensible” del concepto de los fenómenos superficiales confundidos, que sólo puede procesar en la mentalidad y los métodos del positivismo. El concepto de la ciencia Bujarin era, por lo tanto, la proposición falsa y, como Gramsci se pregunta, es refutada.

Pero es el concepto de “ciencia” tal y como aparece en el Popular, que debe ser destruido de manera crítica, que se saca de la nada por las ciencias naturales, como si fueran la única ciencia, o ciencia por excelencia, ya que se ha fijado el positivismo [CC 1404]

Bujarin tiene precisamente el sentido aristotélico, que la sociedad es más que la suma de sus partes.

Pero el autor del ensayo no pensar que si todo conjunto social es más (y diferente) que la suma de sus componentes, lo que significa que una ley o principio que explica el desarrollo de la empresa puede ser una ley física como en la física no se puede escapar de la esfera de nunca llegaría a nada más que una metáfora. Sin embargo, en la filosofía de la calidad de la praxis está siempre ligada a la cantidad, y tal vez en este sentido es su obra más original y fecundo. [CC 1446-1447]

La calidad del movimiento dialéctico forma parte de la empresa la persona que quiere, que piensa, actúa. El resultado de un proceso de desarrollo, nunca se ha planteado sólo por las condiciones materiales, pero siempre incluye la actividad del sujeto – el sujeto como un individuo, grupo, colectivo, o la comunidad en general, que la clase. Quienes olvidan el factor subjetivo, se equivoca en cuanto a la fuerza motriz de la revolución, que surge de la respuesta del sujeto de clase a las contradicciones en las relaciones de producción (y en las relaciones de la vida que surgen). Desde un punto de vista mecanicista de la historia se deriva de la concepción determinista del evento y un oportunista político y el comportamiento fatalista.

El hecho de que usted debe hacer para Sage popular es […] que ha aceptado el concepto de la realidad objetiva del mundo exterior en su más trivial y sin sentido crítico […] Objetivo significa siempre “humanamente objetivo”, que puede ser exactamente lo mismo ” históricamente subjetivo “, es decir, el objetivo sería” universal subjetivo “. El hombre sabe lo que el conocimiento es objetivamente real para todo el género humano históricamente unificado en un solo sistema cultural. [CC 1415/16]

El método positivista para seleccionar un área de la realidad, limitado por la evaluación objetiva cognitivo de los aislados de las leyes parciales, es legítimo en las ciencias naturales. Pero, a través del principio de selección, que también está mediada por los hombres.

Sin pensar en la existencia del hombre no puede pensar en el “pensamiento”, no se puede pensar en general, con cualquier hecho o relación que existe sólo en la medida en que existe el hombre. [CC 1419]

Gramsci ha examinado el informe del acto de la voluntad y la determinación en el proceso histórico. Reconoció el momento voluntaria, que consiste en una actividad humana dirigida a un fin, “teleológica” [CC 1426 y 1450]. Bujarin vez se propaga la idea de una predicción científica en la política y en la práctica social, en el que la actividad intencional del sujeto, en particular, el sujeto revolucionario, no tiene cabida. En este escenario Gramsci afirma con fuerza:

El método histórico ha sido concebido “científica” sólo en la medida en que permita el resumen de “predecir” el futuro de la empresa […] en realidad se puede predecir “científicamente” única lucha, pero no los momentos concretos de ella, no los resultados no pueden ser fuerzas antagónicas en constante movimiento. […] En realidad, se “espera” en la medida en que opera, que es objeto de un esfuerzo voluntario y así contribuir de manera efectiva para crear el resultado “esperado”. La predicción es vista así no como un acto de conocimiento científico, sino como la expresión abstracta del esfuerzo que se hace, la manera práctica de crear una voluntad colectiva. [CC 1403-1404]

Las previsiones no son “actos de conocimiento.” Son intentos, las anticipaciones de la Constitución se puede aproximar el campo en el que se lleva a cabo la acción que cambia las circunstancias. La acción en sí misma y todas las acciones que están diseñados para preparar como una variable. El pronóstico es un mito.

La disposición es sólo un hecho práctico que no puede porque no es un inútil y un desperdicio de tiempo no tienen otra explicación que no sea la exposición. Se debe establecer con exactitud el problema de la previsibilidad de los historiadores eventos para poder criticar totalmente la concepción de casualism mecánica. [CC 1404]

Al igual que Gramsci, no hay hasta ahora ninguna de las ramas de la ciencia que se practica en una prospectiva positivista. Pero él sabía que la futurología se desarrolló en la ciencia política y social en el espíritu de la ciencia natural como la antítesis de un revolucionario concepción programática reformista. Y reconoció en la sociología de Bujarin de que la sociología se ha convertido en una tendencia en sí mismo, se ha convertido en la filosofía de los no filósofos, los intentos de describir y clasificar esquemáticamente los hechos históricos y los criterios de política basado en el modelo de las ciencias naturales. Sociología es, pues, un intento de derivar “experimentalmente” las leyes de la evolución de la sociedad humana con el fin de “predecir” el futuro con la misma certeza con la que se espera que una bellota es un roble crecer.

El evolucionismo vulgar es la base de la sociología que no se puede conocer el principio dialéctico de la transición de cantidad en calidad. [CC 1432] La evolución no es sólo un aspecto, una perspectiva en la que presentar la realidad concebida en un materialista histórico, pero la base metodológica y la visión del mundo de un reformista alternativa a la teoría revolucionaria. La renuncia de una filosofía de sentido constitucional completa y la reducción de la orientación social a los datos empíricos tiene consecuencias desastrosas para la práctica de la política revolucionaria.

La extensión de la ciencia del derecho y la política de al1’arte estadística puede tener consecuencias muy graves, ya que se necesita para construir perspectivas y programas de acción. […] De hecho, en la política de contratación de la ley estadística como ley esencial, fatalmente operativo, no sólo es científicamente errónea, pero se convierte en un error práctico en el lugar, sino que también fomenta la pereza mental y la superficialidad programática. [CC 1429/30]

Gramsci, al igual que Lenin, él ve que el postulado de la teoría de la unidad / práctica no se plantea de una adición de la teoría a la práctica. La teoría debe ser una correcta sistematización de la realidad histórica, para dar la base para una práctica política fundada y dirigida hacia una meta. Este es el significado de “criterio de la práctica.” El pensamiento es un reflejo de la realidad, de los cuales se originan, y también necesita hombres de la intencionalidad. La acción racional orientada a la teoría es un reflejo de que la reflexión – la imagen del espejo se refleja en la realidad (7). ¿Es eso una reflexión doble: el pensamiento refleja la esencia de la realidad y la posibilidad (real) en el mismo, realidad que ha cambiado a través de la acción refleja las intenciones de los hombres. En esta doble reflexión, a saber, la unidad de la teoría y la práctica, se establece la unidad de sujeto y objeto. La unidad de sujeto y objeto, – una mediada por la diferencia – es la verdadera unidad de teoría y práctica.

La sociología mecanicista de Bujarin romper esta unidad. La teoría se vuelve caótico, una secuencia de cada uno de los hallazgos inconsistentes, la práctica se convierte en oportunista, ya que se basa en una serie: “En lugar de una metodología histórica, una filosofía, que construye una serie de preguntas especiales” [CC 1402]. Pero carece de la coherencia del concepto, el point de vue, según la cual los hechos se disponen en una concepción del mundo: En la filosofía popular y una filosofía de la praxis no es independiente y original, pero el “socio1ogia” del materialismo metafísica. [CC 1402].

3.

Desde el punto de vista teórico de Bujarin, el juicio de Gramsci es destructivo. Coincide con la opinión de Lenin y Stalin, Bujarin de que no había captado el movimiento dialéctico del pensamiento. Ahora bien, la dialéctica no es una alternativa a la ciencia positiva, pero es la forma genérica de la lógica y las contradicciones del movimiento (Gegensätze), de los cuales la lógica de la identidad, la prohibición de la contradicción (Widerspruch), es una forma que, en la base de la estabilidad de la relación sujeto / objeto deja fuera ciertas características en su extensión sistemática formal de tiempo realmente. En este sentido, la experiencia de que cada ciencia procede positivista tiene un lugar específico en una visión del mundo construida dialécticamente, si no su específica hypostasizes el conocimiento de control de una única base de la validez de una verdad científica.

Este curso no significa que la búsqueda de ‘leyes’ de la homogeneidad no es algo útil e interesante y que un tratado de las observaciones del arte de la política inmediata no tiene su razón de ser, sino que debe llamar a las cosas por su nombre y celebrar tratados como lo que son [CC 1432/33]

Si, sin embargo, este método sustituye a la filosofía de búsqueda selectiva de partes de la realidad, se convierte en un dogmatismo mecanicista.

Así sucede también que la filosofía de la práctica tiende a convertirse en una ideología en el sentido peyorativo, que un sistema dogmático de verdades absolutas y eternas, sobre todo cuando, como en el Popular, y confundirse con el materialismo vulgar, con la metafísica de la “materia” que no puede ser eterno y absoluto. [CC. 1489]

Hegel ya había dicho que el empirismo es el fenómeno complementario de la vieja metafísica. El positivismo ha tomado este heredero, y es el hermano gemelo de la metafísica. Engels se divirtió con la “inducción de burro”. Lenin argumentó la incompatibilidad del positivismo científico con una teoría de la dialéctica y revolucionaria y luchó contra el empiriocriticismo de Rusia. Bujarin en el pasado, un estudiante, se alineó con Bogdanov. Desde entonces él lo cubrió, a pesar de numerosas disputas sobre cuestiones importantes, las funciones importantes de la fiesta: desde 1917 como miembro del CC, al que asistieron en 1918 en el Séptimo Congreso del Partido con un informe en contra de Lenin, quien realizó el informe principal, en 1919, se enfrentó a plan de Lenin para fundar la Tercera Internacional, que, sin embargo, se convirtió en uno de sus presidentes. Después de la muerte de Lenin puso del lado de Stalin contra Zinoviev y Kamenev fracción, a pesar de haber tratado primero con una estrategia para esautorare Kámenev Stalin. En comparación con Trotsky, que se encontraba ahora a oponerse, ahora a trabajar. Su política no es consistente.

Estos detalles biográficos sólo debe mencionar el hecho de que las oscilaciones en las posiciones políticas de Bujarin y los mismos tienen el mismo origen, es decir, la imprecisión de sus conceptos teóricos. Después de la Revolución de Octubre, sus tácticas políticas se vio influenciada principalmente por la consideración de las clases en el esautorate revolución, los kulaks y la clase media – porque creía que un factor de poder autónomo en el nuevo estado:

El error de Bujarin y sus amigos es que identificar el aumento de la resistencia de los capitalistas con el aumento de su peso específico. Esta identificación no tiene ningún fundamento. No tiene ninguna base ya que si los capitalistas se resisten, eso no significa que se han convertido en más fuerte que nosotros. Lo contrario es cierto. Las clases que se están muriendo porque no tienen la resistencia se hizo más fuerte que nosotros, pero porque el socialismo está creciendo más rápido de lo que son y se vuelven más débiles que nosotros (8).

Acelerar la construcción del socialismo apoyándose en su fuerza es una cosa, oportunista hacer concesiones a las fuerzas enemigas sopravvalutandone otro. ¿Quién no entiende la dinámica del desarrollo dialéctico, en un aparentemente realista aceptar el status quo, y tienden a reconciliarse con el enemigo.

En 1917 se creó en Rusia un cambio del poder político. Se produjeron más las relaciones de poder, pero todavía no cambió las relaciones de clase. El joven Unión Soviética tenía la responsabilidad y la oportunidad, durante la dictadura del proletariado, para eliminar las clases que sobrevivieron incluso a los campesinos ricos y la pequeña burguesía de la base económica de su existencia de la clase. Esto significó, como bien ha dicho, y vio Lenin y Stalin, un período de lucha de clases. Toda concesión a las clases esautorate se había traducido en un debilitamiento del poder de clase de trabajo, un debilitamiento de la sociedad socialista que se estaba desarrollando. Se encuentra en un período de transición que las relaciones de poder son precarias. El contador es un caldo de cultivo.

Ciertamente, Bujarin y otros revolucionarios que se oponían a la ofensiva de una aguda lucha de clases promovida por el partido bajo el liderazgo de Stalin, no quería debilitar a la Unión Soviética. El contraste entre Stalin y Bujarin no se convierte en menos importante y dramático, si se admite que Bujarin, de acuerdo con su punto de vista, quería lo mejor. La diferencia no está entre las honestas y deshonestas, bueno o malo, sino entre el bien y el mal. Pero esta dicotomía una, en el que los dos polos no se pueden hacer “plural” en el mismo plano. De hecho, una falsa concepción no es sólo erróneo, sino perjudicial. Y Bujarin también ha reconocido en su declaración final en el juicio de 1938.

Los fundamentos teóricos que sustentan concepciones correctas o falsas, por lo tanto una parte esencial de la acción política. La lucha de clases se refleja no sólo en teoría, pero la teoría en sí es el principal frente de la lucha de clases. Lenin siempre vio esto, Gramsci utiliza en el pensamiento individual en la primera línea de herramientas y funciones de la teoría de la lucha de clases, sin las consideraciones de hecho no lo haría ningún concepto político de la hegemonía. Esta es la razón por la crítica de Gramsci contra Bujarin es tan rico en enseñanzas para la comprensión de las luchas del PCUS en el pueblo. Nos muestra que aquí, en el terreno del debate político, se llevó una lucha por la hegemonía de la clase obrera, así como una lucha por la existencia de la sociedad soviética.

Notas:

1) Conferencia pronunciada en la conferencia de Rusia a la Unión Soviética, la URSS a Rusia: la transición soviética y la “globalización”, organizado por los estudios sobre los problemas de la transición socialista y la Asociación para las Relaciones culturales entre Italia y Rusia, Milán 15 de octubre 2005 .

2) G. V. Stalin, la lucha de clases bajo el socialismo – Escritos, discursos inéditos de 1928-1929, Collected Works, vol. XI, Ed. Nueva Unidad, Roma, 1973, p. 218.

3) Stalin, op. cit., p. 222.

4) Antonio Gramsci, Cuadernos de la cárcel, edición crítica de Valentino Gerratana, Einaudi, Turín, 1975, p. 1424 y ss. En las citas que siguen se designará por el control de calidad seguido por el número de página.

5) Ibid.

6) Stalin, Obras Escogidas, Ed. del Movimiento Estudiantil, Milán, 1972, p. 652-3.

7) Véase H. H. Holz, Widerspiegelung, Bielefeld, 2003. H. H. Holz, Weltentwurf Reflexión und, und Weimat Stuttgart, 2005, en particular el capítulo 6.

8) Stalin, “Sobre la desviación de derecha …”, en Obras Escogidas, op. cit., p. 639.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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