Michael Sayers e Albert E. Kahn La grande congiura

Michael Sayers e Albert E. Kahn
La grande congiura
TRADUZIONE DAL TESTO in castigliano ;

EDITO NEL 1948

Prefazione 

Non mi è noto che sia stato recato un maggior contributo alla causa della pace mondiale, per mezzo di una migliore comprensione internazionale della Russia , e del suo presente in quanto sviluppo del suo passato, di quello dato da Alberi E. Kahn e da Michael Sayers col loro ottimo libro La grande congiura contro la Russia.
Se la Russia da una parte e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti dall’altra riusciranno a comprendersi, allora vi sarà una pace veramente duratura . Noi, del mondo occidentale, conosciamo il nostro passato e lo giudichiamo naturalmente alla luce della nostra esperienza.
Ma pochi fra noi conoscono veramente qual è stata l’esperienza del popolo russo; quindi per lo piu non ci rendiamo conto perché esso debba avere le opinioni che ha.
Ciò che gli autori di questo libro hanno fatto è di richiamarsi al periodo che ha inizio con la rivoluzione russa e di farci un po’ vedere il mondo attraverso l’esperienza russa. In breve, essi sono dotati di quel raro dono ambito dal poeta Burns, di farci vedere noi stessi come i Russi ci vedono alla luce della loro esperienza.
Una continuazione di quella politica disastrosa di intrigo antisovietico descritta con tanta vivezza in questo libro condurrebbe inevitabilmente a una terza guerra mondiale. Ecco perché questo libro dovrebbe essere letto e studiato da tutti coloro cui sta a cuore di vedere la pace consolidarsi durevolmente nel mondo. È un’opera che dovrebbe essere letta da ogni uomo politico americano ed inglese, e, per questa stessa ragione, da ogni cittadino di entrambi i paesi.
Senza dubbio se i popoli e le nazioni più influenti della Terra guarderanno l’uno all’altro con simpatia e sforzo sincero di comprensione, noi possiamo avere per una pace durevole una speranza più viva di quella che mai l’umanità abbia nutrito nel suo cuore.
Tutti noi siamo debitori al signor Kahn e al signor Sayers per averci narrato una storia cosi emozionante e drammatica.


CLAUDE PEPPER

Senatore americano per la Florida

Nessuno degli avvenimenti o dei dialoghi riportati ne La grande congiura è stato inventato dagli autori. Il materiale è stato tratto da varie fonti documentarie indicate nel testo.

Libro primo
Rivoluzione e Controrivoluzione

Capitolo primo
Sorge il governo sovietico

I. Missione a Pietrogrado.

Verso la metà del fatale 1917, mentre il vulcano rivoluzionario ribolliva e rumoreggiava in Russia, giungeva a Pietrogrado, con una missione segreta della massima importanza, il maggiore americano Raymond Robins. Ufficialmente giungeva con il grado di assistente capo della Croce Rossa americana. In realtà era al servizio dell’Ufficio informazioni dell’esercito americano. Aveva l’incarico di aiutare a mantenere la Russia in stato di guerra contro la Germania.
La situazione sul fronte orientale era disperata. L’esercito russo, mal guidato, miseramente equipaggiato, era stato fatto letteralmente a pezzi dai Tedeschi. Sotto l’urto violento della guerra, il vacillante regime feudale zarista , già internamente imputridito, era caduto. Il 15 marzo lo zar Nicola II era stato costretto ad abdicare e si era costituito un governo provvisorio. Il grido rivoluzionario di Pane, pace, terra!, che riassumeva i bisogni immediati e le antiche aspirazioni di milioni di Russi stanchi della guerra, affamati, espropriati, risonava in tutto il paese.
Gli alleati della Russia – l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti – paventavano l’imminente collasso dell’esercito russo. Da un momento all’altro, un milione di soldati tedeschi potevano essere ritirati improvvisamente dal fronte orientale e gettati a occidente contro le truppe alleate ormai stanche. Non meno allarmante era la prospettiva che il grano dell’Ucraina, il carbone del Donets, il petrolio del Caucaso e tutte le altre inesauribili
risorse del suolo russo cadessero nelle rapaci mani della Germania imperiale .
Gli Alleati si affannavano a mantenere la Russia in stato di guerra, almeno fino a quando i rinforzi americani avessero raggiunto il fronte occidentale. Il maggiore Robins era uno dei numerosi diplomatici militari, agenti dell’Ufficio Informazioni inviati a Pietrogrado con l’incarico di fare tutto il possibile per far si che la Russia restasse nella lotta .
Quarantatreenne, con i capelli nerissimi, i lineamenti aquilini fortemente marcati, dotato di un’energia illimitata, di un’eloquenza straordinaria e di un grande fascino personale, Raymond Robins era una personalità di primo piano, notissima al pubblico americano. Aveva rinunciato a una carriera di uomo d’affari già coronata dal successo a Chicago per dedicarsi alla filantropia e all’assistenza sociale. In politica era un « uomo di Roosevelt». Aveva svolto un’azione di primo piano nella famosa campagna elettorale del 1912, allorché il suo eroe, Theodore Roosevelt, aveva tentato di ritornare alla presidenza. Era un liberale militante, un instancabile e pittoresco crociato di ogni causa avversa alla reazione.
– Che? Raymond Robins? Quella testa calda? Quel rooseveltiano arrabbiato? Che ci sta a fare nella nostra missione? – esclamò il colonnello William Boyce Thompson, quando seppe che Robins era stato nominato suo primo assistente. Il colonnello Thompson era repubblicano e conservatore convinto . Era interessato personalmente in modo considerevole negli affari russi, nelle miniere russe di manganese e di ‘ rame. Ma era anche un osservatore realista e perspicace. Nel suo intimo aveva la convinzione che la politica conservatrice del Dipartimento di Stato americano nei riguardi della Russia in fermento, nori sarebbe approdata a nulla.
L’ambasciatore americano in Russia, David Francis, ex governatore del Missouri, banchiere di St. Louis, anziano, ostinato, accanito giocatore di poker, con i suoi capelli bianchi, il suo solino rigido e la sua giacca nera fuori moda, era una figura anacronistica nell’atmosfera arroventata della Pietrogrado rivoluzionaria.
– Il vecchio Francis – aveva detto un diplomatico britannico – non distingue un socialrivoluzionario da una patata!
Ma, quel che gli mancava in fatto di conoscenza della politica russa, l’ambasciatore Francis lo compensava con la forza delle sue opinioni. Egli le ricavava soprattutto dai sensazionali pettegolezzi dei generali e dei milionari zaristi che affluivano numerosi all’ambasciata americana di Pietrogrado.
Francis era fermamente convinto che il fermento russo altro non fosse che il risultato di un complotto tedesco e che tutti i rivoluzionari russi fossero agenti stranieri. A ogni modo – pensava – tutta la faccenda sarebbe finita prestissimo.
Il 21 aprile 1917, l’ambasciatore Francis aveva inviato al Segretario di Stato Robert Lansing, un telegramma riservato così concepito:

SOCIALISTA ESTREMISTA RIVOLUZIONARIO O ANARCHICO DI NOME LENIN
TIENE VIOLENTI DISCORSI RAFFORZANDO DI CONSEGUENZA IL GOVERNO.
DI PROPOSITO GLI VIEN LASCIATA MANO LIBERA.
SARÀ TEMPESTIVAMENTE DEPORTATO.

Ma la rivoluzione russa, anziché placarsi dopo l’abbattimento dello zar, era solo all’inizio. L’esercito russo si andava sfasciando e sembrava che in Russia nessuno più avesse il potere di arrestarne la disgregazione. Aleksander Kèrenskij, l’ambizioso capo del governo provvisorio, aveva visitato il fronte tenendo eloquenti discorsi alle truppe, assicurandole che « vittoria, democrazia e pace» erano a portata di mano. Per nulla impressionati, i soldati russi, affamati e ribelli, continuavano a disertare a decine di migliaia. In colonne interminabili, con le uniformi sudice e a brandelli, essi vagavano nelle campagne, attraverso i campi inzuppati dalla pioggia, le strade melmose, i villaggi, le città…
Nelle retrovie, i soldati incontravano gli operai e i contadini rivoluzionari. In ogni località soldati, operai e contadini costituivano spontaneamente i loro comitati rivoluzionari o « Soviet », come essi li chiamavano, ed eleggevano i loro delegati, che dovevano portare le loro esigenze di Pane, pace, terra! a Pietrogrado, al governo.
Quando il maggiore Raymond Robins giunse a Pietrogrado, masse affamate di popolo, simili a una nera marea dilagante, circolavano nel paese. La capitale brulicava di delegazioni di soldati, reduci dal fango delle trincee, i quali chiedevano che si mettesse fine alla guerra. Le agitazioni per il pane erano all’ordine del giorno. Il partito bolscevico di Lenin – l’organizzazione dei comunisti che Kèrenskij aveva ricacciato nell’illegalità – stava acquistando rapidamente autorità e prestigio.
Raymond Robins rifiutò di accettare come verità le opinioni dell’ambasciatore Francis e dei suoi amici zaristi sulla Russia. Sprecò poco tempo nei saloni di Pietrogrado, ma scese « in campo», per usare la sua espressione, per vedere le cose con i propri occhi. Robins aveva. una fiducia illimitata in quella che definiva « la mentalità aperta », quel certo che è proprio degli uomini d’affari americani: una mentalità che non si accontenta delle chiacchiere, ma è costantemente alla ricerca dei fatti. Viaggiò per il paese, frequentò riunioni sindacali, visitò fabbriche, baraccamenti militari e persino le trincee infestate dai pidocchi del fronte orientale. Per rendersi conto di quel che stava capitando in Russia Robins andò tra il popolo russo.
Tutta la Russia si presentava quell’anno come un’immensa società impegnata in tumultuosi dibattiti. Dopo secoli di silenzio forzato, la gente aveva ritrovato la lingua. Si tenevano dovunque comizi. Ognuno diceva quel che aveva da dire. Funzionari del governo, propagandisti pro-alleati, bolscevichi, anarchici socialisti rivoluzionari, menscevichi, tutti quanti parlavano. I bolscevichi erano gli oratori più popolari. Soldati, operai e contadini si ripetevano instancabilmente le loro parole.
– Ditemi: per che cosa combatto? – chiedeva un soldato russo in uno di quei burrascosi comizi di massa – Per Costantinopoli o per liberare la Russia? Per la democrazia o per i briganti capitalisti? Se potete provarmi che difendo la Rivoluzione, allora andrò a combattere anche senza la minaccia della pena capitale. Quando la terra sarà dei contadini e le fabbriche degli operai e il potere del Soviet, allora noi sapremo di avere veramente qualcosa per cui combattere e combatteremo!
In questa atmosfera Robins si trovava a suo agio. Noto comiziante egli stesso, aveva sostenuto in patria più di un dibattito con i marxisti americani; perché non avrebbe dovuto farlo con i bolscevichi russi? Robins chiedeva spesso il permesso di replicare agli oratori bolscevichi. Nelle fabbriche e nelle trincee, tra la densa folla, l’Americano dalle spalle quadrate e dagli occhi neri si alzava e parlava. Per mezzo, del suo interprete, Robins parlava ai suoi ascoltatori russi della democrazia americana e della minaccia del militarismo prussiano. Invariabilmente, applausi tumultuosi salutavano le sue parole.
Al tempo stesso Robins non trascurava il suo lavoro alla Croce Rossa. Era suo còmpito fornire di viveri le città affamate. Nella valle del Volga scoprì immensi depositi di grano che marciva nei magazzini. Mancavano i trasporti per distribuirlo. Per colpa del regime zarista, irrimediabilmente disorganizzato, il sistema dei trasporti era andato a catafascio e Kèrenskij non aveva fatto nulla per rimediare alla situazione. Robins propose di raccogliere sul Volga una flottiglia di barconi per spedire il grano. I funzionari di Kèrenskij gli risposero che non era possibile. Un contadino si presentò a Robins; gli disse che i barconi sarebbero stati a sua disposizione. La mattina seguente il grano cominciò a risalire il fiume verso Mosca e Pietrogrado.
Robins ebbe ovunque la prova della confusione e dell’inettitudine del governo di Kèrenskij in contrasto con l’organizzazione e la determinazione dei Soviet rivoluzionari. Quando il presidente di un Soviet diceva che una cosa sarebbe stata fatta, era fatta.
La prima volta che Robins giunse in un villaggio russo e chiese di vedere le autorità locali, i contadini avevano sorriso: – Sarebbe meglio che vedeste il presidente del Soviet, – gli dissero.
– Che cosa è codesto Soviet? – chiese Robins,
– I delegati degli operai, dei soldati e dei contadini.
– Ma questa è una specie di organizzazione rivoluzionaria – protestò Robins. – lo voglio l’organizzazione civile, l’autorità regolare civile.
I contadini risero: – Quella? quella non conta nulla. Fareste meglio a vedere il presidente del Soviet!
Ritornato a Pietrogrado, dopo il suo giro di ispezione, Robins fece una relazione preliminare al colonnello Thompson. – Il governo provvisorio di Kèrenskij – disse – era « una specie di castello di carte, privo di qualsiasi base nel paese e sostenuto dalle baionette a Pietrogrado, a Mosca e in alcune altre località » -.
Il vero governo del paese era esercitato dai Soviet, Però Kèrenskij era per la continuazione della guerra contro la Germania, e per questa ragione Robins credeva che dovesse essere mantenuto al potere. E, se gli Alleati volevano lmpedire che la Russia precipitasse completamente nel caos e quindi sotto la dominazione tedesca, essi dovevano far uso di tutta la loro influenza per convincere Kèrenskij a riconoscere i Soviet e ad accordarsi con essi.
Il governo degli Stati Uniti doveva essere informato della situazione prima che fosse troppo tardi.
Robins faceva una proposta audace: l’immediato lancio dì una campagna propagandistica, gigantesca, stringente, per convincere il popolo russo che la vera minaccia alla rivoluzione veniva dalla Germania.
Con gran stupore di Robins, il colonnello Thompson si dichiarò pienamente d’accordo sulla relazione e la proposta. Disse a Robins che avrebbe trasmesso telegraficamente a Washmgton un abbozzo del suo schema propagandistico e avrebbe richiesto l’autorità e i fondi necessari per effettuarlo. Frattanto, poiché il tempo era prezioso, Robins poteva mettersi all’opera.
– Ma dove prendere il ‘denaro? – chiese Robins.
Robins poteva liberamente attingere dal deposito bancario del colonnello a Pietrogrado.
– L’essenziale – disse Thompson – era di tener fermo l’esercito russo sul fronte orientale e d’impedire alla Germania di entrare in Russia.
Al tempo stesso, il colonnello era pienamente consapevole dei pericoli che correva intervenendo così attivamente e personalmente nelle faccende russe.
– Sapete quel che significa, Robins? – chiese.
– Credo che significhi l’unica possibilità di salvare la situazione, colonnello – rispose Robins.
– No, voglio dire se sapete quel che significa per voi?
– Che volete dire?
– Che se non riuscirete, sarete fucilato.
Robins scrollò le spalle. – Uomini migliori, uomini più giovani vengono uccisi ogni giorno sul fronte occidentale -. Poi aggiunse dopo una pausa: – Colonnello, se io sarò fucilato, voi sarete impiccato.
– Non mi stupirei che aveste ragione al cento per cento -, fu la risposta del colonnello Thompson.

2. Controrivoluzione.

I venti autunnali soffiavano umidi e gelidi dal Baltico, nuvole nere e minacciose gonfie d’acqua incombevano sulla città, quando a Pietrogrado gli eventi precipitarono verso il loro storico epilogo.
Pallido e nervoso, chiuso nell’uniforme marrone accuratamente abbottonata, gli occhi sporgenti, il braccio destro incurvato napoleonicamente, Alexander Kèrenskij, capo del governo provvisorio, percorreva su e giù la sua stanza nel Palazzo d’Inverno.
– Che cosa si aspettano da me? – gridava a Raymond Robins – metà del tempo devo parlare come un liberale occidentale per far piacere agli Alleati e l’altra metà come un socialista russo per mantenermi in vita.
Kèrenskij aveva ragione di essere scosso. Alle sue spalle, i suoi principali sostenitori, i milionari russi e gli stessi alleati anglo-francesi, già cospiravano per togliergli il potere.
I milionari russi minacciavano apertamente di rivolgersi ai Tedeschi, se l’Inghilterra e la Francia si fossero rifiutate di intervenire per arrestare la Rivoluzione.
– La rivoluzione è una malattia – diceva Stepan Georgevic Liazanov, il « Rockefeller russo », al corrispondente americano John Reed. – Presto o tardi le potenze straniere dovranno intervenire come si interviene per curare un bambino invalido, per insegnargli a camminare.
Un altro milionario russo, Riabushinskij, dichiarava che l’unica soluzione era « di stringere alla gola con la mano spettrale della fame, dell’estrema miseria, i falsi amici del popolo: i Soviet e i Comitati democratici!»
Sir Samuel Hoare, capo del Servizio d’informazioni diplomatico in Russia, dopo aver conferito con i milionari russi, era tornato a Londra, dove aveva dichiarato che la dittatura militare era la miglior soluzione del problema russo. Secondo Hoare, i candidati più idonei al posto di dittatore erano l’ammiraglio Kolciàk – il quale, diceva Hoare, era quel che di più prossimo al « gentleman inglese» aveva potuto trovare in Russia – e il generale Larr Kornilov, il massiccio e barbuto cosacco, comandante in capo dell’esercito russo.
I governi francese e britannico decisero di appoggiare il generale Kornilov. Sarebbe stato’ l’uomo forte che avrebbe tenuto la Russia in guerra e al tempo stesso schiacciato la rivoluzione e protetto gli interessi finanziari anglo-francesi in Russia.
Il putsch ebbe luogo la mattina dell’8 settembre 1917. Cominciò con un proclama, promulgato da Kornilov nella sua qualità di comandante in capo dell’esercito, chiedente il rovesciamento del governo provvisorio e il ritorno alla « disciplina e all’ordine ». Migliaia di opuscoli intitolati. Kornilov, l’eroe russo, comparirono d’improvviso nelle strade di Mosca e Pietrogrado. Anni dopo, Kèrenskij rivelò nel suo libro La catastrofe che « questi opuscoli erano stati stampati a spese della missione militare britannica ed erano stati inviati a Mosca dall’ambasciata britannica di Pietrogrado nella carrozza ferroviaria riservata del generale Knox, addetto militare britannico ». . Kornilov diede ordine a 20 mila soldati di .avanzare su Pietrogrado. Ufficiali francesi e britannici in uniforme russa marciavano con le truppe di Kornilov.
Kèrenskij fu atterrito dal tradimento. A Londra e a Parigi era ancora acclamato come un « gran democratico » e come « l’eroe delle masse russe». E proprio qui in Russia i rappresentanti alleati cercavano di rovesciarlo! Kèrenskij si chiedeva disperatamente che cosa fare, e non fece nulla.
Il Soviet di Pietrogrado controllato dal bolscevichi ordinò, di propria iniziativa, la mobilitazione immediata. Agli operai armati si unirono marinai rivoluzionari della flotta del Baltico e soldati provenienti dal fronte. Barricate e cavalli di frisia sorsero nelle vie della città. Pezzi d’artiglieria e mitragliatrici comparvero nei punti strategici. Pattuglie di guardie rosse – operai in berretto e giacche di cuoio, armati di fucili e di bombe a mano – percorrevano le vie fangose.
In quattro giorni -l’esercito di Kornilov si disgregò. Lo stesso generale fu arrestato dal Comitato di soldati che si era costituito segretamente nel suo stesso esercito. Una quarantina di generali del vecchio regime, coinvolti nella cospirazione di Kornilov, furono arrestati all’Hotel Astoria di Pietrogrado, dove stavano attendendo la notizia del trionfo di Kornilov. Il sottosegretario alla guerra di Kèrenskij, Boris Sàvinkov, fu cacciato dal suo ufficio a furore di popolo per aver partecipato alla congiura. Il governo provvisorio precipitò.
Il putsch aveva provocato esattamente quel che avrebbe dovuto evitare: un trionfo dei bolscevichi e una dimostrazione della forza dei Soviet.
Il potere era nelle mani dei Soviet, non di Kèrenskij.
– L’ascesa dei Soviet – disse Raymond Robins – compì I’opera senza ricorrere alla forza… ; questo fu il potere che sconfisse Kornilov.
L’ambasciatore Francis, da parte sua, telegrafava al Dipartimento di Stato americano:

FALLIMENTO DI KORNILOV IMPUTABILE A CATTIVI CONSIGLI?
ERRATE INFORMAZIONI METODI INADATTI. INOPPORTUNITÀ.
BUON SOLDATO PATRIOTA ALTRIMENTI INESPERTO.
GOVERNO SERIAMENTE SPAVENTATO IMPARERÀ DALLA ESPERIENZA.

3. Rivoluzione.

Gli avvenimenti si succedevano con rapidità vertiginosa. Da Lenin, tuttora fuorilegge, era pervenuta la nuova parola d’ordine della rivoluzione: « Tutto il potere ai Sovietl Abbasso il governo provvisorio! »
Il 7 ottobre il colonnello Thompson telegrafava allarmato a Washington:

MASSIMALISTI (BOLSCEVICHI) CERCANO ATTIVAMENTE DI CONTROLLARE
IL CONGRESSO PANRUSSO DEI DEPUTATI OPERAI E SOLDATI CHE AVRÀ
LUOGO QUESTO MESE. SE RIUSCIRANNO FORMERANNO NUOVO GOVERNO
CON RISULTATI DISASTROSI CHE CONDURRANNO PROBABILMENTE ALLA
PACE SEPARATA. STIAMO IMPIEGANDO TUTTE LE NOSTRE RISORSE MA
DOBBIAMO AVERE IMMEDIATO APPOGGIO O SARÀ TROPPO TARDI.

Il 3 novembre si tenne nell’ufficio del colonnello Thompson una riunione segreta dei capi militari alleati in Russia. Che cosa fare per fermare i bolscevichi ? Il generale Niessel, capo della Missione militare francese, denunciò rabbiosamente il governo provvisorio per la sua inettitudine e chiamò i soldati russi « cani gialli ». A questo punto uno dei generali russi, rosso di collera, abbandonò la camera.
Il generale Alfred Knox, addetto militare britannico e capo della Missione britannica a Pietrogrado, rinfacciò agli Americani di non aver sostenuto Kornilov.
– Non è mio interesse rendere più stabile la posizione di Kèrenskij e del suo governo – urlò Knox a Robins. – È incompetente e incapace, e non vale un soldo. Voi avreste dovuto essere dalla parte di Kornilov!
– Ebbene, generale, – rispose Robins, – voi eravate con Kornilov »,
Il generale britannico diventò di fuoco. – In Russia non resta altro che arrivare a una dittatura militare – disse. – È necessaria per questa gente!
– Generale! – intervenne Robins – potreste arrivare a una dittatura di tipo ben diverso.
– Volete dire questo pasticcio bolscevico Trotskij-Lenin, questo pasticcio di piazza?
– Proprio così.
– Robins – disse il generale Knox – voi non siete un militare; voi non capite nulla di cose militari. Noi militari sappiamo come comportarci in questi casi. Li mettiamo con le spalle al muro, e spariamo.
– Certo, se riuscite ad acciuffarli, lo fate – replicò Robins.
– Lo ammetto, generale, non m’intendo affatto di cose militari, ma m’intendo un po’ di uomini, ho lavorato con loro tutta la mia vita. Sono stato tra gli uomini in Russia e so che ci troviamo di fronte a una situazione creata da uomini.
Il 7 novembre 1917, quattro giorni , dopo questa conferenza , nell’ufficio del colonnello Thompson, i bolscevichi, si impadronirono del potere.
La rivoluzione bolscevica, con le sue ripercussioni mondiali, si compì in modo strano, e passò da principio quasi inosservata. Fu la rivoluzione più pacifica che la storia ricordi. Piccoli drappelli di soldati e marinai si aggiravano nella capitale. Furono sparati colpi sporadici, dispersi. Uomini e donne si raccoglievano nelle vie gelide, discutendo, gesticolando, leggendo gli ultimi proclami ed appelli. Corsero le solite voci contraddittorie. I tram andavano su e giù lungo la Neva. Le massaie entravano e uscivano dai negozi. I giornali conservatori di Pietrogrado, che uscirono come al solito, ignorarono persino la rivoluzione.
Dopo aver sopraffatto facilmente una debolissima resistenza, i bolscevichi occuparono il telefono, il telegrafo, la Banca di Stato e i ministeri. Il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio di Kèrenskij, fu accerchiato ed isolato.
Quel pomeriggio stesso Kèrenskij si diede alla fuga in una veloce auto fornita dall’Ambasciata americana. In gran fretta, al momento di partire, Kèrenskij assicurò l’ambasciatore Francis che sarebbe ritornato alla testa delle truppe combattenti e che avrebbe « liquidato la situazione in cinque giorni ».
Alle 6 pomeridiane l’ambasciatore Francis telegrafava al segretario di stato Lansing :

APPARENTEMENTE I BOLSCEVICHI HANNO PRESO IL CONTROLLO DOVUNQUE.
IMPOSSIBILE PRENDERE CONTATTO CON I MINISTRI.

In quella notte umida e fredda le strade fangose erano percorse da autocarri. Alle sentinelle che sostavano accanto ai falò venivano lanciati grandi pacchi bianchi con dentro il seguente proclama:

« Ai cittadini della Russia!
Il Governo provvisorio è deposto. Il potere dello Stato è passato nelle mani dell’organo del Soviet di Pietrogrado dei deputati operai e contadini : il Comitato rivoluzionario militare che dirige il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado.
La causa per cui si è battuto il popolo – proposta immediata di una pace democratica, abolizione dei diritti di proprietà dei proprietari fondiari sulla terra, controllo operaio della produzione, creazione di un governo sovietico – questa causa ha vinto.
Evviva la rivoluzione degli operai, dei soldati e dei contadini!
Il Comitato rivoluzionario militare del Soviet di Pietrogrado dei deputati operai ,e contadini ».

Alle 22,45 della notte del 7 novembre, il Congresso panrusso dei Soviet dei deputati operai e contadini tenne la seduta d’apertura nella sala da ballo dell’Istituto Smolnyj, già scuola elegante per le figlie dell’aristocrazia zarista. L’immenso salone, pieno di fumo, con le sue colonne di marmo, i candelabri candidi, i pavimenti intarsiati, ospitava ora i rappresentanti eletti dei soldati e degli operai russi. Sporchi, stanchi, con le barbe lunghe, i deputati dei Soviet – soldati con le uniformi incrostate di fango delle trincee, operai in berretto e giubba nera da lavoro, marinai in blusa a righe e berrettino tondo adornato di nastri – ascoltavano instancabili mentre, l’uno dopo l’altro, salivano alla tribuna i membri del Comitato esecutivo centrale.
Il congresso durò due giorni. Un grande applauso scoppiò la sera del secondo giorno, quando un uomo piccolo e robusto, che indossava un vestito logoro, si presentò alla tribuna, la testa calva rilucente, un foglio di carta in mano.
Il tumulto durò parecchi minuti. Poi, piegandosi leggermente in avanti l’oratore disse: « Ora procederemo alla costruzione dell’ordine socialista!»
L’oratore era Lenin.
Il congresso elesse il primo governo sovietico, il consiglio dei commissari del popolo, con alla testa Vladimir Ilic Lenin.

4. Non riconosciuto.

La mattina dopo, l’ambasciatore Francis telegrafava a Washington che il nuovo regime sovietico avrebbe avuto al massimo qualche giorno di vita. Consigliava il Dipartimento di Stato a non riconoscere il governo russo, finché i bolscevichi non fossero stati rovesciati e il loro posto occupato da « patrioti russi ».
Quella stessa mattina Raymond Robbins entrò nell’ufficio del colonnello Thomson nella sede della Croce Rossa americana di Pietrogrado.
– Colonnello – esclamò – dobbiamo agire d’urgenzal L’idea che Kèrenskij sta formando un esercito, che i cosacchi stanno arrivando dal Don e che le guardie bianche stanno scendendo dalla Finlandia, è inventata di sana pianta! Non arriveranno mai fin qui. Fra loro e noi ci sono i fucili di troppi contadini! No, gli uomini che ora dirigono la commedia da Smolnyj son destinati a farlo per un pezzo!
Robins chiedeva al suo capo il permesso di recarsi immediatamente a Smolnyj per avere un colloquio con Lenin. « Son per lo più persone degne di rispetto e cortesi – diceva Robins alludendo ai bolscevichi. – Noi abbiamo avuto a. che fare con i nostri politicanti: ebbene, se a Smolnyj ci sono individui più corrotti e peggiori dei nostri imbroglioni, questo vuol dire che anche qui ci sono imbroglioni!»
Per tutta risposta, il colonnello Thompson mostrò a Robins gli ordini che aveva ricevuti proprio allora da Washington. Doveva ritornare immediatamente in America per consultazioni. Personalmente, era d’accordo con Robins che i bolscevichi rappresentavano le masse del popolo russo, e non appena giunto negli Stati Uniti avrebbe cercato di convincerne anche il Dipartimento di Stato. Frattanto Robins, promosso al grado di colonnello, doveva assumere la direzione della missione americana della Croce Rossa in Russia. Il colonnello Thompson strinse la mano al suo ex aiutante e gli augurò buona fortuna.
Robins non perse tempo. Si recò all’Istituto Smolnyj e chiese di parlare con Lenin.
– Ero per Kèrenskij – dichiarò francamente – ma non sono cieco: considero il governo provvisorio come morto e sepolto. Desidero sapere come la Croce Rossa americana può essere utile al popolo russo senza ledere i nostri interessi nazionali. Sono contro il vostro programma di politica interna, ma non è affar mio quel che càpita all’interno. Se Kornilov o lo zar o chiunque altro avesse il potere, tratterei con lui!
A Lenin quell’Americano franco, dinamico piacque immediatamente. Cercò di spiegare a Robins il carattere del nuovo regime.
– Dicono che sono un dittatore – dichiarò Lenin -, per il momento sono tale. Sono un dittatore perché ho dietro di me la volontà delle masse dei contadini e degli operai . Il momento in cui cessassi di interpretare la loro volontà, mi toglierebbero il potere e sarei impotente quanto lo zar.
Riguardo al programma economico sovietico, Lenin continuò:
– Noi lanceremo una sfida al mondo con una repubblica di produttori. Non mettiamo nei Soviet chiunque possegga azioni o che sia comunque un possidente. Ci mettiamo i produttori. Il bacino carbonifero del Donets sarà rappresentato dai produttori di carbone; le ferrovie dai produttori dei trasporti; il sistema postale dai suoi produttori, e così via.
Lenin descrisse quindi a Robins un’altra fase essenziale del programma bolscevico: la soluzione del « problema nazionale ».
Sotto gli zar, i numerosi gruppi nazionali della Russia erano stati spietatamente oppressi e ridotti al grado di popoli soggetti. Tutto ciò – disse Lenin – doveva cambiare. L’antisemitismo e gli altri pregiudizi della stessa sorta sfruttati dallo zarismo per aizzare un gruppo contro l’altro sarebbero stati spazzati via. Ogni nazionalità e ogni minoranza nazionale in Russia sarebbe stata completamente emancipata, avrebbe ricevuto parità di diritti e autonomia regionale e culturale. Lenin disse a Robins che l’uomo il quale avrebbe affrontato questo problema complesso e di importanza capitale era la personalità bolscevica piti versata nella questione delle nazionalità, Josif Stalin. .
Quali le probabilità che la Russia restasse in guerra con la Germania?
Lenin rispose con estrema sincerità. La Russia era ormai uscita dalla guerra. La Russia non poteva opporsi alla Germania, finché non si fosse costituito un nuovo esercito: l’esercito rosso. Ciò esigeva tempo. L’intera struttura dell’industria e dei trasporti, marcia fino al midollo, doveva essere riorganizzata da capo a fondo.
Il governo sovietico – proseguì Lenin – desiderava il riconoscimento e l’amicizia degli Stati Uniti. Era perfettamente informato dei pregiudizi correnti contro il suo regime. Offriva a Robins un programma minimo di cooperazione pratica. In cambio dell’assistenza tecnica americana, il governo sovietico avrebbe provveduto a mettere in salvo tutto l’equipaggiamento bellico dal fronte orientale, laddove non si poteva impedire in alcun modo che cadesse nelle mani dei Tedeschi.
Robins trasmise al generale William Judson, addetto militare americano e capo della missione militare americana in Russia, la proposta di Lenin; e il generale Judson si recò all’Istituto Smolnyj per precisare i particolari dell’accordo .
Il generale Judson informò l’ambasciatore Francis che sarebbe stato nell’interesse degli Stati Uniti di riconoscere il governo sovietico.
– Il Soviet è il governo de facto, e bisogna stabilire relazioni con questo governo – disse il general Judson,
Ma l’ambasciatore americano era di tutt’altro avviso, e già l’aveva comunicato a Washington.
Pochi giorni dopo, un telegramma del Segretario di Stato Lansing comunicava all’ambasciatore Francis che i rappresentanti degli Stati Uniti dovevano « evitare ogni contatto diretto .con il governo bolscevico». Il telegramma aggiungeva: « Avvertitene Judson ».
Un secondo telegramma a brevissima distanza richiamò in patria il generale Judson.
Robins pensò di dimettersi, in segno di protesta contro la politica del Dipartimento di Stato. Con sua grande sorpresa, l’ambasciatore Francis gli consigliò di stare al suo posto e di mantenere i contatti con il governo sovietico.
– Credo che sarebbe poco saggio da parte vostra rompere le vostre relazioni in modo brutale e definitivo, vale a dire cessare di recarvi all’Istituto Smolnyj – disse. – Inoltre, desidero sapere quello che fanno e io starò tra voi ed il fuoco.
Robins non lo sapeva, ma l’ambasciatore Francis desiderava tutte le informazioni che poteva avere sul conto del governo sovietico, per ragioni sue particolari.

5. Diplomazia segreta.

Il 2 dicembre 1917, l’ambasciatore Francis inviava a Washington il suo primo rapporto confidenziale sulle attività del generale Alexis Kalèdin, ataman dei cosacchi del Don. Francis descriveva il generale come « Kalèdin, comandante in capo di 200 mila cosacchi». Il generale Kalèdin aveva organizzato un esercito bianco controrivoluzionario fra i cosacchi nella Russia meridionale, aveva proclamato « l’indipendenza del Don» e si preparava a marciare su Mosca per rovesciare il governo sovietico. Clandestinamente, a Mosca ed a Pietrogrado, gruppi di ufficiali zaristi agivano come spie antisovietiche per conto di Kalèdin e si tenevano in contatto con l’ambasciatore Francis.
Su richiesta di Francis, una relazione più particolareggiata sulle forze del generale Kalèdin fu inviata al Dipartimento di Stato alcuni giorni dopo da Maddin Summers, console generale americano a Mosca. Summers, che aveva sposato la figlia di un ricco nobile zarista, era ostile ai Soviet ancor più dello stesso ambasciatore. Secondo il rapporto Summers, Kalèdin aveva già raggruppato intorno a sé tutti gli elementi « leali » e « onesti » della Russia meridionale.
Il Segretario di Stato Lansing consigliava, in un telegramma all’ambasciata americana di Londra, di stanziare un fondo segreto per finanziare la causa di Kalèdin. Questo fondo – specificava il segretario – dovrà essere fornito tramite il governo britannico o quello francese.
« Non ho bisogno di insistere con voi – aggiungeva Lansing sulla necessità di agire rapidamente e di far capire a quelli con cui parlate l’importanza di non palesare che gli Stati Uniti simpatizzano per il movimento di Kalèdin, e tanto meno che lo aiutano finanziariamente ».
A Francis si consigliava di far uso della più grande discrezione nel trattare con gli agenti di Kalèdin a Pietrogrado in modo da non insospettire i bolscevichi.
Nonostante queste accurate precauzioni, la trama fu scoperta dal governo sovietico, il quale stava in guardia contro ogni possibilità di intervento alleato in Russia. Verso la metà di dicembre la stampa sovietica accusò l’ambasciatore americano di congiurare segretamente con Kalèdin. Francis negò blandamente di conoscere l’esistenza del capo cosacco…
« Sto facendo una dichiarazione alla stampa – telegrafò Francis al Lansing il 22 dicembre – in cui smentisco di essere in qualche modo a partecipazione .o a conoscenza dei piani di Kalèdin, dichiarando che mi attengo scrupolosamente alle vostre precise istruzioni di non intervenire negli affari interni del paese ».
Isolato dell’ostilità alleata e troppo debole per affrontare da solo la potente macchina bellica tedesca, il governo sovietico doveva proteggersi nel miglior modo possibile. La Germania costituiva la minaccia più immediata.
Per salvare la nuova Russia, per guadagnar tempo, per poter compiere un lavoro riorganizzativo efficace e creare l’esercito rosso, Lenin propose di firmare una pace immediata sul fronte orientale.
« Dovremo concludere la pace in ogni modo – disse ai suoi collaboratori, dopo aver passato in rassegna le spaventose condizioni dei trasporti, dell’industria e dell’esercito russo. – Dobbiamo diventare forti… Se i Tedeschi cominciassero ad avanzare, saremmo forzati a concludere la pace a qualsiasi condizione, e la pace sarebbe allora più dura».
Per insistenza di Lenin, una delegazione sovietica parti d’urgenza per Brest-Litòvsk, il quartier generale dell’armata tedesca meridionale, per chiedere le condizioni di pace.
Il 23 dicembre 1917, il giorno dopo la prima seduta della conferenza preliminare per la pace di Brest-Litòvsk, i rappresentanti della Gran Bretagna e della Francia si incontrarono a Parigi e concludevano un accordo segreto per smembrare la Russia sovietica. In base a quest’accordo, chiamato L’Accord français-anglais du 23 décembre I9I7, définissant les zones d’action françaises et anglaises, l’Inghilterra avrebbe ottenuto in Russia una « zona d’influenza » che le avrebbe dato il petrolio del Caucaso e il controllo delle province baltiche; dalla « zona » attribuitale la Francia avrebbe avuto il ferro e il carbone del bacino del Donets e il controllo della Crimea.
Questo trattato segreto anglo-francese non era che il punto di partenza della politica che le due nazioni avrebbero seguito nei riguardi della Russia per molti anni a venire.

Capitolo secondo
Contrappunto

1. Un agente britannico.

Verso la mezzanotte di quel gelido 18 gennaio 1918, un giovane Scozzese, dalla figura aitante, avvolto in pellicce, cercava faticosamente la strada alla luce di una lanterna attraverso il ponte semidistrutto che unisce la Finlandia alla Russia. La guerra civile infuriava in Finlandia e il traffico ferroviario attraverso il ponte era stato interrotto. Il governo rosso finlandese aveva fornito il giovane Scozzese di una scorta che doveva accompagnare lui e i suoi bagagli oltre la frontiera, dove un treno lo attendeva per portarlo a Pietrogrado. Il viaggiatore era R. H. Bruce Lockhart, agente speciale del ministero della Guerra britannico.
Esemplare perfetto del sistema privilegiato della « scuola pubblica » inglese, Bruce Lockhart era entrato nel servizio diplomatico all’età di ventun anni. Bello e intelligente, non aveva tardato a rivelarsi come uno dei giovani più capaci e promettenti del Foreign Office. A trent’anni era vice-console britannico a Mosca. Parlava russo correntemente, conosceva a fondo la politica e gli intrighi russi. Era stato chiamato a Londra proprio sei settimane prima della rivoluzione sovietica.
Ora veniva rinviato in Russia su richiesta personale del primo ministro Lloyd George, il quale era stato profondamente colpito da quello che sulla Russia aveva saputo dal colonnello Thompson. L’ex capo di Robins aveva aspramente criticato il rifiuto alleato di riconoscere il regime sovietico. In seguito al colloquio di Thompson con Lloyd George, si era deciso di inviare in Russia Lockhart per stabilire relazioni di qualche specie – in mancanza di un riconoscimento formale – con il regime sovietico.
Ma l’avvenente Scozzese era anche un agente del Servizio di spionaggio diplomatico britannico. Aveva l’incarico, non ufficiale, di sfruttare a pro degli Inglesi i movimenti, d’opposizione già manifestatisi in seno al governo sovietico.
L’opposizione a Lenin era capeggiata dall’ambizioso commissario sovietico per gli Esteri, Lev Trotskij, che si considerava l’inevitabile successore di Lenin. Per quattordici anni Trotskij aveva avversato fieramente i bolscevichi; poi, nell’agosto del ’17, pochi mesi prima della rivoluzione bolscevica, era entrato nel partito di Lenin e ne aveva accompagnato l’ascesa al potere. Entro il partito bolscevico, Trotskij stava organizzando contro Lenin l’opposizione di sinistra.
Quando al principio del 1918 Lockhart raggiunse Pietrogrado, il commissario Trotskij era a Brest-Litòvsk a capo della delegazione di pace sovietica.
Trotskij era stato inviato a Brest-Litòvsk da Lenin col preciso incanco di firmare la pace. Invece di seguire le istruzioni ricevute, Trotskij, in una seriedi appelli incendiari, incitava il proletariato europeo a sollevarsi e a rovesciare i rispettivi governi. Per nessuna ragione – egli dichiarava – il governo sovietico avrebbe concluso la pace con i regimi capitalisti. « Né pace né guerra!»; gridava Trotskij. Diceva ai Tedeschi che l’esercito russo non era più in grado di combattere, che avrebbe continuato la smobilitazione, ma che non avrebbe concluso la pace.
Lenin bollò il comportamento e le proposte di Trotskij a Brest-Litòvsk – « cessazione della guerra, rifiuto di firmare la pace, smobilitazione dell’esercito » – come « pazzia, se non peggio ».
Il Foreign Office, come Lockhart rivelò poi nelle sue memorie intitolate British Agent (Agente britannico), si interessò enormemente a questi « dissensi tra Lenin e Trotskij, dissensi da cui il nostro governo spera di ottener molto ».
Come risultato del comportamento di Trotskij, i negoziati di pace a Brest-Litòvsk fallirono. Il comando supremo tedesco non voleva in primo luogo trattare con i bolscevichi. Trotskij – secondo Lenin – si prestò al loro giuoco e « aiutò di fatto gli imperialisti tedeschi ». Nel bel mezzo di uno dei discorsi di Trotskij a Brest-Litòvsk, il generale tedesco Max Hoffmann batté il pugno sulla tavola della conferenza e invitò i delegati sovietici a tornarsene a casa.
Trotskij tornò a Pietrogrado, e alle rimostranze di Lenin ribatté: « I Tedeschi non oseranno avanzare!»
Dieci giorni dopo la rottura dei negoziati di pace, il comando tedesco sferrò una offensiva in grande stile lungo tutto il fronti: orientale, dal Baltico al Mar Nero. Nel sud le orde tedesche invasero le pianure ucraine. Nel centro l’offensiva puntò su Mosca attraverso la Polonia. Nel nord, Narva cadde e Pietrogrado fu minacciata. Dovunque, lungo il fronte i resti del vecchio esercito russo cedettero e si disgregarono.
Il disastro incombeva su tutta la Russia.
Emergendo dalle città dove erano stati mobilitati in tutta fretta dai loro capi bolscevichi, gli operai armati e le guardie rosse costituirono reggim enti per arginare l’avanzata tedesca. Le prime unità dell’esercito rosso entrarono in azione. A Pskov, il 23 febbraio, i Tedeschi furono fermati. Per qualche tempo Pietrogrado era salva.
Una seconda delegazione, questa volta senza Trotskij, si affrettò alla volta di Brest-Litòvsk, per trattare la pace.
Come prezzo della pace, i Tedeschi chiesero questa volta l’Ucraina, la Finlandia, la Polonia, il Caucaso, enormi indennità di oro, grano, petrolio, carbone e minerali.
Un’ondata di indignazione contro i « briganti imperialisti tedeschi » percorse la Russia sovietica quando furono resi pubblici questi termini della pace. Il comando supremo tedesco – dichiarò Lenin – sperava con questa « pace da briganti» di smembrare la Russia sovietica e spezzare il regime sovietico.
Era. convinzione di Bruce Lockhart che l’unica cosa ragionevole che gli Alleati potessero fare era di sostenere la Russia contro la Germania. Il governo sovietico non tentava neanche di nascondere la sua riluttanza a ratificare la pace di Brest-Litòvsk. Secondo Lockhart, i bolscevichi si chiedevano: Che cosa faranno gli alleati? Riconosceranno il governo sovietico e verranno in suo aiuto o lasceranno che i Tedeschi impongano la loro « pace da briganti » alla Russia?
Da principio, Lockhart era incline a ritenere che gli interessi britannici in Russia consigliassero di trattare con Trotskij contro Lenin. Trotskij e i suoi seguaci attaccavano Lenin, sostenendo che la sua politica di pace aveva portato a un « tradimento della Rivoluzione ». Trotskij cercava di scatenare quella che Lockhart definiva una « guerra santa » in seno al Partito bolscevico per guadagnarsi l’appoggio degli Alleati e togliere il potere a Lenin.
L’agente britannico e il commissario sovietico agli Esteri non tardarono a far lega. Lockhart chiamava Trotskij familiarmente « Lev Davidovic » e sognava – come ebbe a dire poi – di « fare un grosso colpo con Trotskij ». Ma Lockhart a malincuore dovette giungere alla conclusione che Trotskij mancava, semplicemente, del potere di prendere il posto di Lenin. Lockhart si esprime come segue in British Agent:
« Trotskij era un grande organizzatore e un uomo di immenso coraggio fisico. Ma, moralmente, era incapace di tener testa a Lenin, così come una mosca non può tener testa a un elefante. Nel consiglio dei commissari ciascuno si considerava l’eguale di Trotskij. Ma non c’era un solo commissario che non considerasse Lenin come un semidio, le cui decisioni si dovessero accettare senza discussione ».
Se qualcosa si poteva fare in Russia, doveva essere fatto attraverso Lenin. Questa conclusione era condivisa da Raymond Robins. – Personalmente Trotskij è sempre stato un problema per me: un problema quello che farà, dove sarà in certi momenti e in certi luoghi, causa il suo estremo egocentrismo e la arroganza, se così si può dire, insita nella sua personalità – diceva Robins.
Lockhart aveva incontrato Robins poco dopo il suo arrivo a Pietrogrado. Era stato subito colpito dal modo diretto con cui l’Americano affrontava il problema russo. Robins non condivideva i vari argomenti addotti dagli Alleati contro il riconoscimento. Si beffava. dell’assurda teoria, alimentata dagli agenti zaristi, che i bolscevlchi auspicassero una vittoria tedesca. Con grande eloquenza descriveva a Lockhart le condizioni spaventose della vecchia Russia e la mirabile insurrezione di milioni di oppressi sotto la guida dei bolscevichi.
Per completare il quadro, Robins condusse Lockhart all’Istituto Smolnyj per vedere in azione il nuovo regime. Mentre tornavano a Pietrogrado sotto la neve, Robins dichiarò che le ambasciate alleate, con le loro congiure segrete contro il governo sovietico, facevano « Il giuoco del Tedeschi contro la Russia », Il governo sovietico era solidamente stabilito; e quanto prima gli Alleati avrebbero riconosciuto questo fatto, tanto meglio sarebbe stato.
I due uomini diventarono ben presto amici, quasi inseparabili. Si incontravano alla pnma colazione ogni mattina e facevano insieme i loro piani d’azione per la giornata. Il loro scopo comune era di riconoscere la Russia sovietica e di impedire una vittoria tedesca sul fronte orientale.

2. Ora zero.

All’inizio della primavera del ’18 il governo sovietico si trovava nelle seguenti condizioni. La Germania era pronta a rovesciare il governo sovietico con la forza se i Russi si fossero rifiutati di ratificare la pace di Brest-Litòvsk; l’Inghilterra e la Francia appoggiavano segretamente le forze controrivoluzionarie che si ammassavano ad Arcangelo, a Murmansk e sul Don; i Giapponesi, con l’approvazione degli Alleati, si preparavano a impadronirsi di Vladivostòk e a invadere la Siberia.
In un’intervista con Lockhart, Lenin disse all’agente britannico che il governo sovietico si sarebbe trasferito a Mosca, in previsione di un attacco tedesco contro Pietrogrado. I bolscevichi avrebbero continuato a combattere, se necessario, anche se si fossero dovuti ritirare sul Volga e sugli Urali. Ma avrebbero combattuto secondo i propri piani. Non avevano intenzione di « togliere le castagne dal fuoco » per gli Alleati. Se gli Alleati lo capivano, le possibilità di cooperare erano eccellenti. La Russia sovietica aveva disperatamente bisogno di aiuto per resistere ai Tedeschi.
– Peraltro – disse risolutamente Lenin – sono convinto che il vostro governo si rifiuterà di considerare le cose sotto questa luce. È un governo reazionario. Collaborerà con i reazionari russi.
Lockhart telegrafò il nocciolo di ques.ta intervista al Foreign
Office. Alcuni giorni dopo ricevette un messaggio cifrato da Londra.
In tutta fretta lo trascrisse. Il messaggio riportava il parere di un « esperto militare » secondo cui sarebbe bastato in Russia « un piccolo ma risoluto nucleo di ufficiali britannici » per dirigere « i Russi leali » e farla finita in breve tempo col bolscevismo.
L’ambasciatore Francis, il 23 febbraio, aveva scritto in una lettera al figlio:
« Il mio piano è di restare in Russia quanto più mi sarà possibile. Se sarà conclusa una pace separata, come credo, non correrò il pericolo di essere catturato dai Tedeschi. Questa pace separata, tuttavia, sarebbe un grave colpo per gli Alleati; e se una qualche parte della Russia si rifiuterà di riconoscere al governo bolscevico l’autorità di concludere questa pace, cercherò di stabilirmi in quella parte e di incoraggiare la ribellione ».
Scritta questa lettera, l’ambasciatore Francis aveva raggiunto l’ambasciatore francese Noulens e altri diplomatici alleati nella cittadina di Vologda, tra Mosca e Arcangelo. Era chiaro che i governi alleati avevano ormai deciso di non collaborare in nessun modo con il regime sovietico.
Su urgente richiesta di Robins, Lenin accettò di inviare una nota ufficiale al governo degli Stati Uniti. Aveva scarsa speranza di ricevere una risposta favorevole, ma non si rifiutò di tentare.
La nota fu consegnata a Robins perché la trasmettesse al governo americano. Fra l’altro vi si diceva:
« Nel caso in cui (a) ,il Congresso Panrusso dei Soviet si rifiutasse di ratificare il trattato di pace con la Germania o (b) se il governo tedesco, tradendo il trattato di pace, riprendesse l’offensiva per continuare le loro scorrerie da predoni…
1) può il governo sovietico far conto sull’appoggio degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna e della Francia nella sua lotta contro la Germania?
2) quale appoggio poteva essere fornito nel prossimo futuro e a quali condizioni: equipaggiamento militare, mezzi di trasporto, rifornimenti di prima necessità?
3) quale appoggio in particolare poteva essere fornito dagli Stati Uniti? »
Il 5 marzo 1918 Lockhart inviava al Foreign Office un ultimo telegramma in cui sollecitava il pronto riconoscimento del governo sovietico. I Tedeschi hanno offerto agli Alleati un occasione senza precedenti, dallo scoppio della rivoluzione, imponendo alla Russia condizioni di pace esorbitanti… Se non è desiderio del Governo di Sua Maestà vedere la Germania installarsi in Russia, vi esorto a non lasciarvi sfuggire questa occasione ».
Da Londra non gli pervenne nessuna risposta, ma soltanto una lettera di sua moglie, che lo supplicava di esser prudente e lo avvertiva che nel Foreign Office circolava la voce che egli fosse diventato un « rosso ».
Il 14 marzo, il Congresso Panrusso sovietico si radunava a Mosca. Due giorni e due notti i delegati discussero la questione se ratificare o no il trattato di Brest-Litòvsk, L’opposizione trotskista fu esplicita e vigorosa nel tentativo di sfruttare ai propri fini l’impopolare trattato di pace, ma. lo stesso Trotskij, come scrisse Robins, « teneva il broncio a Pietrogrado, e si rifiutò di intervenire ».
Un’ora prima della mezzanotte, durante la seconda seduta notturna del Congresso, Lenin si diresse a Robins che sedeva sullo scalino posto sotto la tribuna.
– Che notizie dal vostro governo?
– Nessuna.
– Che notizie ha ricevuto Lockhart?
– Nessuna.
Lenin scrollò le spalle. – Salgo alla tribuna – disse a Robins. – Parlerò per la ratifica del trattato. Verrà ratificato.
Lenin parlò per un’ora. Non fece nessun sforzo per nascondere che il trattato rappresentava una catastrofe per la Russia.
Con paziente logica rilevò che per il governo sovietico, isolato e minacciato da ogni parte, era necessario assicurarsi ad ogni costo « un periodo di respiro». .
Il trattato di Brest-Litòvsk fu ratificato.
Un manifesto diramato dal Congresso dichiarava:
« Nelle condizioni attuali, il governo sovietico della Repubblica russa, potendo contare soltanto sulle proprie forze, non ha la possibilità di opporsi alla offensiva armata dell’imperialismo tedesco, ed è obbligato, per salvare la Russia rivoluzionaria, ad accettare le condizioni che gli son state imposte».

3. Fine della missione. 

Il 2 maggio l’ambasciatore Francis telegrafò al Dipartimento di Stato: « Robins e probabilmente Lockhart si sono sempre dichiarati favorevoli al riconoscimento del governo sovietico, ma voi e gli Alleati vi siete sempre opposti ed io, costantemente, mi sono rifiutato di proporlo, né credo di aver errato in proposito ».
Poche settimane dopo Robins riceveva un telegramma del segretario di stato Lansing: « Si ritiene assolutamente desiderabile il vostro ritorno per consultazioni».
Durante il suo viaggio attraverso la Russia sulla Transiberiana, per andare a imbarcarsi a Vladivostòk, Robins ricevette tre messaggi dal Dipartimento di Stato, ciascuno dei quali conteneva le stesse istruzioni: astenersi da dichiarazioni di ogni sorta.
Di ritorno a Washington, Robins presentò al Segretario di Stato Lansing una relazione in cui condannava energicamente ogni intervento alleato contro la Russia sovietica. Alla relazione Robins aveva aggiunto un programma particolareggiato di sviluppo delle relazioni commerciali russo-americane. Lenin aveva consegnato personalmente a Robins questo programma prima della sua partenza, perché lo trasmettesse al Presidente Woodrow Wilson.
Il programma di Lenin non pervenne mai a Wilson.
Robins stesso cercò vanamente di vedere il Presidente. Ogni volta gli fu sbarrata la strada. Cercò di far pubblicare la sua relazione nei giornali. Ma la stampa la ignorò o ne svisò il contenuto.
Robins, dovette difendersi davanti a una Commissione Senatoriale che investigava sul « bolscevismo» e sulla « propaganda tedesca ».
– Se ho detto la verità, se non ho mentito, se non ho calunniato, se non ho detto che sono agenti tedeschi, e ladri, e assassini, e criminali, allora sono un bolscevico anch’io! – dichiarò Robins. – Ma mi trovavo, tra tutti i rappresentanti alleati in Russia, nella miglior posizione per vedere quello che accadeva e ho sempre cercato di restare solidamente coi piedi in terra. Vorrei dire la verità sugli uomini e sugli avvenimenti senza passione e senza risentimento, anche se non ero d’accordo con loro… È mia convinzione che il popolo russo deve avere la forma di governo che più gli piace, anche se a me personalmente non garba, anche se non si accorda con i miei principi… Credo che sia della massima importanza sapere quanto avviene realmente in Russia e noi e il nostro paese dovremmo condurre le trattative onestamente e in buona fede, piuttosto che con accessi di rabbia o con dichiarazioni false… Non credo che le idee si possano sopprimere con le baionette… Una vita umana migliore è la sola risposta che si può dare all’ardente aspirazione a un’umanità migliore ».
Ma la voce onesta di Robins fu sommersa nella marea ascendente delle calunnie e dei pregiudizi.
Nell’estate del 1918, benché gli Stati Uniti fossero in guerra con la Germania e non con la Russia, il « New York Times» descriveva già i bolscevichi come « i nostri più accaniti nemici» e come « animali da preda». I dirigenti bolscevichi erano universalmente denunciati dalla stampa americana come agenti prezzolati dei Tedeschi.
« Squartatori », «assassini e pazzi », « criminali assetati di sangue », « feccia umana »: erano i termini tipici con cui i giornali americani indicavano Lenin ed i suoi seguaci. In Congresso erano chiamati « quelle bestie dannate ».
L’ambasciatore Francis restò in Russia fino al luglio del ’18. Sistematicamente diramava proclami e dichiarazioni in cui sollecitava il popolo russo ad abbattere il governo sovietico.
Anche Bruce Lockhart rimase in Russia. – Mi sarei dovuto dimettere e tornare a casa – dichiarò poi. Invece, rimase al suo posto come agente britannico.
– Prima ancora che me ne rendessi conto – Lockhart confessò più tardi in British Agent – mi trovai coinvolto in un movimento che, qualunque fosse il suo assunto originario, era diretto non contro la Germania, ma contro il governo de facto della Russia.

Capitolo terzo
Il grande spione

1. Compare M. Massino.

La Pietrogrado rivoluzionaria, assediata dai nemici stranieri, minacciata all’interno da complotti controrivoluzionari, era una città terribile nel 1918. Il vitto scarso, niente riscaldamento, niente trasporti. File interminabili di uomini e donne, cenciosi e tremanti, facevano la coda davanti ai fornai nelle strade lugubri, non spazzate. Le lunghe notti grige erano turbate dalle cannonate. Bande di criminali, in sfida al regime sovietico, vagavano per la città, derubando e terrorizzando la popolazione. Distaccamenti di operai armati rovistavano un edificio dopo l’altro alla ricerca dei depositi di viveri nascosti dagli speculatori, arrestavano rapinatori e terroristi …
Quella primavera comparve a Pietrogrado un certo M. Massino. Si presentava come « un mercante turco e orientale ». Era un uomo sulla quarantina, pallido, dal viso allungato, l’aspetto fosco, un’ampia fronte sfuggente, occhi neri inquieti e labbra sensuali. Camminava dritto, quasi con andatura militare, con passo rapido bizzarramente silenzioso. Sembrava assai ricco. Le donne lo giudicavano interessante. Nell’atmosfera inquieta della capitale sovietica provvisoria, M., Massino attendeva ai suoi affari con un à plomb particolare.
La sera, M. Massino era un assiduo del piccolo e affumicato Caffè Balkòv, il covo favorito degli elementi antisovietici di Pietrogrado. Il proprietario, Serghjéj Balkòv, lo salutava con deferenza. In una stanza privata nel retrobottega, M. Massino si intratteneva a voce bassa con uomini e donne misteriosi. Alcuni gli parlavano russo; altri, francese o inglese. M. Massino conosceva molte lingue.
Il giovane governo sovietico stava lottando per far ordine nel caos. I suoi còmpiti organizzativi, già di per sé smisurati, erano ulteriormente complicati dalla minaccia onnipresente della controrivoluzione. « La borghesia, i proprietari fondiari e le classi ricche stanno facendo sforzi disperati per scalzare la rivoluzione » scriveva Lenin. Fu istituita, su proposta di Lenin, una speciale organizzazione di controsabotaggio e controspionaggio, per combattere i nemici esterni ed interni. Fu chiamata Commissione Straordinaria per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio.Secondo le iniziali russe fu detta Ceka [1].
Nell’estate del ’18, quando il governo sovietico, in previsione di un attacco tedesco, si trasferì a Mosca, M. Massino lo seguì. Ma a Mosca il mellifluo e ricco mercante levantino cambiò stranamente d’ aspetto. Indossava ora una giacca di cuoio e un berretto da operaio. Egli visitò il Cremlino . Fermato ai cancelli da una delle giovani guardie comuniste lettoni, del corpo scelto che montava la guardia al governo, l’ex M. Massino presentò un documento sovietico ufficiale. In esso era qualificato come Sidney Georgevic Relinskij, agente della Divisione Criminali della Ceka di Pietrogrado.
– Entra, compagno Relinskij ! – disse la guardia lettone.
In un altro quartiere di Mosca, nel lussuoso appartamento della popolare ballerina Dagmara K., M. Massimo, alias compagno Relinskij della Ceka, era noto come Monsieur Constantine, agente
del Servizio segreto britannico.
All’Ambasciata britannica, Bruce Lockhart conosceva la sua vera identità: « Sidney Reilly, l’uomo-mistero del Servizio segreto britannico e noto come la spia per eccellenza dell’Inghilterra ».

[1] Nel 1919 la Ceka fu soppressa e sostituita con la DGPU (Direzione generale politica dello Stato), sostituita poi a sua volta nel 1934 dalla NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni).

2. Sidney Reilly.

Di tutti gli avventurieri emersi dai bassifondi della Russia zarista durante la prima guerra mondiale per condurre la grande crociata contro il bolscevismo, il più caratteristico e straordinario fu il capitano Sidney George Reilly del Servizio segreto britannico.« Un uomo di tempra napoleonica! », dichiara Bruce Lockhart, che era destinato ad essere coinvolto da Reilly in una delle imprese più pericolose e fantastiche della storia europea .
II modo come Reilly entrò nel Servizio segreto britannico rimane uno dei molti misteri che circondano quest’organizzazione spionistica misteriosa e potente. Sidney Reilly, nato nella Russia zarista, da un capitano di marina irlandese e da una russa, era cresciuto nel porto di Odessa. Avanti la prima guerra mondiale, aveva lavorato nella grande industria zarista di armamenti navali di Mandrochovic e del conte Tchubertskij di Pietroburgo. Anche allora svolgeva un’attività di carattere strettamente riservato. Faceva da agente di collegamento tra l’industria russa e certi interessi industriali e finanziari tedeschi, tra cui i famosi cantieri Bluhm e Voss di Amburgo. Proprio avanti lo scoppio della prima guerra mondiale, cominciarono ad affluire regolarmente all’Ammiragliato britannico preziosissime informazioni sui sottomarini e sul programma di costruzioni navali dei Tedeschi. Venivano da Sidney Reilly.
Nel 1914 Reilly comparve in Giappone come « rappresentante con incarichi riservati » della Banca russo-asiatica. Dal Giappone faceva frequenti viaggi negli Stati Uniti, dove conferiva con banchieri americani e fabbricanti di munizioni. Negli archivi del Servizio segreto britannico, Sidney Reilly era designato con la sigla I Esti ed era noto come un agente segreto di audacia e abilità non comuni.
Reilly – che poteva esprimersi con facilità in sette lingue fu quindi richiamato dagli Stati Uniti per affidargli importanti incarichi in Europa. Nel 1916 attraversava la frontiera svizzera ed entrava in Germania. Facendosi passare per un ufficiale della marina tedesca, entrava nella sede dell’Ammiragliato tedesco, dove si impadroniva, per spedirlo a Londra, di una copia del codice cifrato della marina tedesca. Fu questo probabilmente il maggior colpo compiuto dallo spionaggio nella prima guerra mondiale.
Al principio del 1918 il capitano Reilly fu trasferito in Russia a dirigere le operazioni del corpo di spionaggio britannico. I suoi numerosi amici personali, le sue vaste relazioni d’affari, la sua conoscenza minuziosa dei circoli più autorevoli della controrivoluzione, lo rendevano l’uomo più adatto per questo lavoro. Ma l’incarico in Russia aveva anche, per Reilly, un profondo significato personale: nutriva per i bolscevichi e per tutta quanta la rivoluzione russa un odio profondo . Né nascondeva i suoi scopi controrivoluzionari. « I Tedeschi sono degli esseri umani. Noi possiamo anche permetterci di essere sconfitti da loro. Ma qui a Mosca sta maturando l’arcinemico della razza umana. Se la civiltà non si mette in moto per schiacciare il mostro, finché è ancora tempo, il mostro finirà col sopraffare la civiltà ».
Nei suoi rapporti alla centrale londinese del Servizio Segreto britannico Reilly sollecitò ripetutamente la pace immediata con la Germania e un’alleanza con il Kaiser contro la minaccia bolscevica.
« Ad ogni costo – esclamava – la folle oscenità che s’è manifestata in Russia deve scomparire. Pace con la Germania: si, pace con la Germania, pace con chiunque! C’è un nemico solo. L’umanità deve unirsi in una Santa Alleanza contro questo tenebroso terrore! »
Dal momento del suo arrivo in Russia, Reilly si gettò nella cospirazione antisovietica. Il suo scopo dichiarato era di abbattere il governo sovietico.

3. Delitto e denaro.

In Russia, nel 1918, il partito antibolscevico più forte era il partito socialista-rivoluzionario che sosteneva un programma di socialismo agrario. Diretti da Boris Sàvinkov, ex ministro della guerra di Kèrenskij, che aveva partecipato al fallito putsch di Kornilov, i socialisti-rivoluzionari erano diventati il pernio dell’antibolscevismo. I loro sistemi e la loro propaganda estremisti avevano incontrato il favore dei molti elementi anarchici che generazioni di oppressione zarista avevano suscitato in Russia. I socialisti-rivoluzionari si erano serviti dell’arma del terrorismo contro
gli zar. Ed ora si preparavano a volgere quest’arma contro i bolscevichi.
I socialisti-rivoluzionari ricevevano aiuti finanziari dal servizio di spionaggio francese. Con i fondi forniti dall’ambasciatore francese Noulens, Boris Sàvinkov aveva ricostituito a Mosca il vecchio centro socialista-rivoluzionario sotto il nome di « Lega per la rigenerazione della Russia». Il suo scopo era di preparare l’assassinio di Lenin e di altri capi sovietici. Su proposta di Sidney Reilly, il Servizio di spionaggio britannico cominciò a finanziare Sàvinkov per armare e addestrare i suoi terroristi.
Ma non era intenzione di Reilly, fanatico zarista, affidare ai socialisti-rivoluzionari la formazione del nuovo governo russo che avrebbe rimpiazzato il regime sovietico. Eccettuato Sàvinkov, nel quale aveva completa fiducia, Reilly considerava i socialisti-rivoluzionari come una forza radicale pericolosa. Era noto che alcuni di essi avevano legami con i bolscevichi dell’opposizione trotskista. Reilly era disposto a servirsi di questa gente per i propri fini, ma era egualmente deciso a spazzar via dalla Russia ogni forma di radicalismo. Auspicava una dittatura militare come primo passo verso la restaurazione dello zarismo. Perciò, pur continuando a finanziare ed incoraggiarè i terroristi socialisti-rivoluzionari e altri gruppi radicali antisovietici, la spia britannica attendeva a creare per conto proprio un minuzioso apparato cospirativo.
Le organizzazioni di Reilly non tardarono a spuntare numerose a Mosca ed a Pietrogrado.
Stabiliti legami con l’Unione degli ufficiali zaristi, con i residui della vecchia polizia segreta zarista – la sinistra Ocrana, – con i terroristi di Sàvinkov e altri elementi controrivoluzionari, le organizzazioni di Sàvinkov si moltiplicarono in breve tempo. Un gruppo di vecchi amici di Reilly, conoscenze dei tempi zaristi, si unirono a lui e si dimostrarono di grande utilità.
Costoro e altri agenti, che riuscirono persino ad entrare nel Cremlino e nello stato maggiore dell’esercito rosso, tenevano Reilly perfettamente informato di ogni iniziativa del governo sovietico. La spia britannica si vantava che gli ordini sigillati dell’esercito rosso « erano letti a Londra prima ancora di essere aperti a Mosca».
Somme ingenti di danaro, ammontanti a milioni di rubli, per finanziare le attività di Reilly erano nascoste a Mosca nell’appartamento della ballerina Dagmara. Il denaro era raccolto da Bruce Lockhart e consegnato a Reilly tramite il capitano Hicks del Servizio segreto britannico. Lockhart, che Reilly coinvolse in quest’affare, rivelò in seguito in British Agent come veniva raccolto il denaro:
« Numerosi erano i Russi i quali avevano depositi segreti di rubli e non chiedevano di meglio che affidarceli in cambio di una cambiale esigibile a Londra… I rubli venivano consegnati al consolato generale americano e affidati a Hicks, che li faceva pervenire ai destinatari».
Finalmente, senza trascurare neppure un particolare, la spia britannica descrisse in un piano minutissimo il tipo di governo che avrebbe dovuto prendere il potere non appena il governo sovietico fosse stato rovesciato.
I primi colpi della campagna antisovietica furono vibrati dai terroristi di Sàvinkov.
Il 21 giugno 1918 il Commissario sovietico per la Stampa, Volodarskij, fu assassinato da un terrorista socialista-rivoluzionario, Serghejev, mentre usciva dalla fabbrica Obuchov, dove aveva partecipato a un comizio di operai. Due settimane dopo, il 6 luglio, l’ambasciatore tedesco a Mosca, conte Mirbach, veniva assassinato da un terrorista socialista-rivoluzionario di. nome Bljumkin. Lo scopo dei socialisti-rivoluzionari , era di gettare il terrore nelle file dei bolscevichi e simultaneamente di provocare un attacco tedesco che, a parer loro, avrebbe segnato la fine del bolscevismo.
Il giorno in cui l’ambasciatore tedesco fu ucciso, il quinto Congresso sovietico panrusso era riunito nel teatro dell’opera di Mosca. Gli osservatori alleati seguivano dai palchi dorati i discorsi dei delegati sovietici. L’atmosfera era tesa. Bruce Lockhart, che sedeva in un palco con altri agenti e diplomatici alleati, comprese che era accaduto qualcosa di grave quando vide entrare Sidney Reilly, pallido ed agitato. Con un rapido bisbiglio Rei1ly mise Lockhart a parte dell’accaduto.
Il colpo che aveva ucciso Mirbach sarebbe dovuto essere il segnale di un’insurrezione generale in tutto il paese da parte dei socialisti-rivoluzionari, appoggiati dagli elementi bolscevichi dissidenti. Socialisti-rivoluzionari armati sarebbero dovuti entrare nel teatro e arrestare i delegati sovietici. Ma qualcosa non aveva funzionato. Il teatro dell’opera era invece accerchiato dai soldati dell’esercito rosso. Si sparava nelle strade, ma era chiaro che il governo sovietico dominava saldamente la situazione.
Mentre parlava, Rei1ly frugava le sue tasche per cercarvi documenti compromettenti. Ne trovò uno, lo fece a pezzetti e lo inghiottì. Un agente segreto francese, che sedeva vicino a Lockhart, lo imitò.
Poche ore dopo, un oratore dal palcoscenico dell’opera annunciava che l’esercito rosso e la Ceka avevano rapidamente avuto ragione di un putsch antisovietico, mirante ad abbattere il governo bolscevico con la forza delle armi. La popolazione non aveva dato il minimo aiuto ai putschisti. Decine di socialisti-rivoluzionari armati di bombe, fucili e mitragliatrici erano stati fermati e arrestati. Molti erano stati uccisi. I loro capi erano o morti, o nascosti o in fuga.
Si annunciava ai rappresentanti alleati che potevano rientrare alle rispettive ambasciate senza correre nessun pericolo. La calma regnava nelle strade.
Più tardi giunse la notizia che anche a Jaroslàvl un tentativo insurrezionale, che sarebbe dovuto coincidere con il putsch di Mosca, era stato represso dall’esercito sovietico. Il capo socialista-rivoluzionario, Boris Sàvinkov, che aveva diretto personalmente il tentativo di Jaroslàvl, si era sottratto a malapena alla cattura.
Reilly era furente e deluso. I socialisti-rivoluzionari avevano agito con intempestività e stupidità tipiche! Tuttavia – egli dichiarò – non era sbagliato il loro piano di vibrare un colpo nel momento in cui molti dirigenti sovietici presenziavano un congresso o un comizio in un unico posto. Il pensiero di catturare tutti i capi bolscevichi in un solo colpo piaceva all’immaginazione napoleonica di Reilly.
Ed egli si mise seriamente al lavoro per realizzare questo piano.

4. La cospirazione lettone.

Nell’agosto 1918 i piani segreti per l’intervento alleato in Russia si rivelarono improvvisamente. Il 2 agosto le truppe britanniche sbarcarono ad Arcangelo con lo scopo dichiarato di impedire che « i rifornimenti bellici cadessero in mano dei Tedeschi». Il 4, gli Inglesi occupavano il centro petrolifero di Bakù nel Caucaso. Pochi giorni dopo, contingenti inglesi e francesi sbarcavano a Vladivostòk. Il 12 agosto li seguiva una divisione giapponese, e il 15 e il 16 due reggimenti americani ritirati poco prima dalle Filippine.
Vasti settori della Siberia erano già nelle mani delle forze antisovietiche. In Ucraina, il generale zarista Krasnòv, appoggiato dai Tedeschi, conduceva un’accanita campagna antisovietica. A Kiev il generale Skoropadskij, strumento tedesco divenuto hetman dell’Ucraina, aveva incominciato massacri in massa di ebrei e di comunisti.
Da ogni parte i nemici si preparavano a convergere sulla nuova Mosca.
I pochi rappresentanti alleati che si trovavano ancora colà cominciarono a far le valige, senza neanche informare il governo sovietico. Anni dopo, in British Agent, Bruce Lockhart, scrisse: « Era una situazione senza precedenti. Non c’era stata nessuna dichiarazione di guerra e tuttavia si combatteva lungo un fronte che si stendeva dalla Dvina al Caucaso… Ho avuto varie discussioni con Reilly, che ha deciso di restare a Mosca dopo la nostra partenza ».
Verso la fine dell’agosto 1918, un piccolo gruppo di rappresentanti alleati si raccoglieva per un colloquio di carattere riservato in una sala del Consolato generale americano a Mosca. Avevano scelto il Consolato americano, perché tutti gli altri centri alleati erano sorvegliati dai sovietici. Nonostante gli sbarchi alleati in Siberia, il governo sovietico manteneva ancora un atteggiamento amichevole verso gli Stati Uniti. In tutta Mosca erano affissi ben in vista i manifesti con i 14 punti di Wilson. Un articolo di fondo nelle «Izvestia» aveva dichiarato che « soltanto gli Americani sanno trattare i bolscevichi con dignità ». Ancora non era spenta del tutto l’eco della missione di Raymond Robins.
Al Consolato americano l’assemblea era presieduta dal console francese Grénard. Gli Inglesi erano rappresentati da Reilly e dal capitano George Hill, un ufficiale del Servizio segreto britannico, incaricato di lavorare con Reilly [2]. Inoltre erano presenti alcuni agenti dei servizi diplomatici e segreti alleati, tra cui il giornalista francese René Marchand, corrispondente a Mosca del « Figaro» di Parigi.
Sidney Reilly aveva convocato l’assemblea – come dichiarò più tardi egli stesso nelle sue memorie – per informare gli intervenuti delle sue attività antisovietiche. Informò i rappresentanti alleati di aver « comperato il colonnello Berzin, comandante la guardia del Cremlino ». Per il colonnello aveva dovuto sborsare « due milioni di rubli »; 500 mila rubli in contanti erano stati versati al colonnello Berzin da Reilly; il resto doveva essere versato in sterline inglesi, non appena Berzin avesse compiuto certi determinati servizi e avesse passato le linee inglesi ad Arcangelo.
« La nostra organizzazione è ora straordinariamente forte – dichiarò Reilly – i Lettoni sono dalla nostra parte, e il popolo sarà con noi non appena si sparerà il primo colpo! »
Reilly annunciò quindi che una riunione speciale del Comitato centrale bolscevico sarebbe stata tenuta prossimamente nel gran teatro di Mosca. Nello stesso edificio si sarebbero trovati raccolti tutti i dirigenti dello Stato sovietico. Il piano di Reilly era audace ma semplice.
Come era loro còmpito, le guardie lettoni avrebbero montato la guardia a tutte le uscite ed entrate del teatro durante lo svolgimento dei lavori. Il colonnello Berzin avrebbe scelto per l’occasione uommi « assolutamente fedeli e devoti alla nostra causa ».
A un dato segnale le guardie di Berzin avrebbero chiuso le porte e spianato i loro fucili sul pubblico. Quindi, un « distaccamento speciale », composto dello stesso Reilly e del « circolo più ristretto dei cospiratori », sarebbe salito sul palcoscenico e avrebbe arrestato il Comitato centrale del Partito bolscevico.
Lenin e gli altri dirigenti sarebbero stati fucilati. Prima della loro esecuzione, tuttavia, sarebbero stati fatti sfilare nelle vie di Mosca, « cosicché ciascuno si potesse rendere conto con i propri occhi che i tiranni della Russia erano prigionieri! »
Tolti di mezzo Lenin e i suoi compagni, il regime sovietico sarebbe crollato come un castello di carte. C’erano a Mosca « sessantarnila ufficiali – disse Reilly – pronti a entrare in azione appena dato il segnale» e a formare un esercito per colpire nell’interno della città, mentre le forze alleate avrebbero attaccato dall’esterno. L’uomo che avrebbe diretto questo esercito segreto antisovietico era il « ben noto ufficiale zarista, il generale Judènič ». Un secondo esercito, al comando del « generale » Sàvinkov, sarebbe stato costituito nel nord « e quel che ancora fosse restato dei bolscevichi sarebbe stato schiacciato tra due macine».
Tale il piano di Reilly. Aveva l’appoggio dei Servizi segreti britannico e francese. Gli Inglesi erano in costante contatto con il generale Judènič e si preparavano a fornirgli armi ed equipaggiamento. I Francesi appoggiavano Sàvinkov.
Ai rappresentanti alleati adunati nel Consolato generale americano si disse che potevano aiutare la cospirazione con lo spionaggio, con la propaganda e provvedendo a far saltare i ponti ferroviari strategici intorno a Mosca e a Pietrogrado per impedire che il governo sovietico ricevesse aiuto dall’esercito rosso da altri settori del paese.
Avvicinandosi il giorno del colpo armato, Reilly s’incontrava regolarmente con il colonnello Berzin per elaborare accuratamente ogni particolare del complotto e per tenersi pronto per ogni eventualità. Infine Reilly decise di andare a Pietrogrado per ispezionare ancora una volta i preparativi in quella città.
Munito del falso passaporto che lo identificava come Sidney Georgevic Relinskij, agente della Ceka, Reilly partì da Mosca alla volta di Pietrogrado.

[2] Al suo ritorno in Inghilterra nel 1919 il capitano George Hill fu incaricato dal servizio di spionaggio inglese di svolgere attività come ufficiale di collegamento con le truppe bianche del generale Anton Denikin durante la campagna di intervento in Russia. In seguito Hill passò al servizio, come agente particolare, di sir Henri Detering, il famoso magnate europeo del petrolio, che era ossessionato dall’idea di distruggere l’Unione sovietica e che col suo aiuto finanziario favori l’ascesa al potere di Hitler. In seguito il governo britannico si servi di G. Hill per importanti attività « diplomatiche » nell’Europa orientale. Nel 1932, in un libro pubblicato a Londra , Go spy the land , being the adventures of I.K.8 of the British Secret Service, Hill descrisse alcune delle sue avventure come spia nella Russia sovietica.
Nella primavera del 1945 il governo Churchill inviò George Hill, divenuto brigadiere dell’esercito britannico, in Polonia, come osservatore per studiare la confusa situazione polacca. Ma il governo di Varsavia si rifiutò di concedere al brigadiere Hill l’accesso in Polonia.

5. « Exit» Sidney Reilly.

A Pietrogrado, Reilly si recò subito all’ambasciata britannica e si presentò al capitano Cromie, l’addetto navale britannico. Gli descrisse rapidamente la situazione a Mosca e gli espose il piano della sollevazione. – Mosca è nelle nostre mani! – esclamò. Cromie fu entusiasta. Reilly promise di scrivere una relazione completa da spedire a Londra.
La mattina seguente Reilly si mise in contatto con i capi della macchinazione a Pietrogrado. A mezzogiorno telefonò all’ex agente dell’Ocrana, Grammatikov.
– Sono Relinskij – disse Reilly.
– Chi? – chiese Grammatikov.
Reilly ripeté il suo pseudonimo.
– C’è qui con me qualcuno che ha portato cattive notizie – disse di colpo Grammatikov. – I dottori hanno fatto l’operazione troppo presto. Le condizioni del paziente sono gravi. Venite subito se volete vedermi.
Reilly si precipitò alla casa di Grammatikov. Trovò Grammatikov che stava vuotando febbrilmente i cassetti della sua scrivania e bruciando documenti nella stufa.
– Quegli stupidi hanno cominciato troppo presto – gridò Grammatikov non appena Reilly entrò nella stanza . – Uritskij è stato assassinato nel suo ufficio stamane alle undici!
Mentre parlava, Grammatikov continuava a stracciare documenti e a bruciarli. – È terribilmente pericoloso per voi fermarvi qui. Si sospetta già di me. Se si scopre ancora qualcosa, saranno fatti il mio nome e il vostro.
Reilly decise di correre ancora una volta il rischio di presentarsi all’ambasciata britannica.
Sulla Prospettiva Vlademirovskij vide uomini e donne che correvano a rifugiarsi negli androni e nelle vie laterali. Si sentì il rombo di potenti motori. Come un razzo passò un’auto piena di soldati rossi, poi un’altra, poi un’altra ancora.
Reilly affrettò il passo. Correva quasi quando svoltò nella strada dove si trovava l’ambasciata britannica. Si fermò di colpo. Di fronte all’ambasciata giacevano parecchi cadaveri: erano funzionari sovietici morti. Quattro auto formavano una barriera di fronte all’ambasciata e dall’altro lato della strada c’era un doppio cordone di soldati rossi.
– Bene, compagno Relinskij, siete venuto ad assistere al nostro carnevale!
Reilly si voltò e vide un giovane soldato rosso che aveva incontrato parecchie volte sotto le false spoglie di compagno Relinskij della Ceka. – Che mai succede, compagno? – chiese rapidamente.
– La Ceka stava cercando un tale di nome Sidney Reilly – rispose il soldato.
Reilly seppe più tardi che cos’era accaduto. Dopo l’assassinio di Uritskij, capo della Ceka di Pietrogrado, per mano di un giovane ufficiale chiamato Kenigiessev, le autorità sovietiche di Pietrogrado avevano inviato agenti della Ceka ad accerchiare l’ambasciata britannica. All’interno dell’ambasciata gli impiegati stavano bruciando documenti sotto la direzione dell’addetto navale capitano Cromie. Il capitano Cromie si precipitò giù e sbarrò la porta in faccia agli agenti sovietici. Questi sfondarono la porta; l’agente britannico li accolse dall’ alto della scala con una Browning automatica in ciascuna mano. Cromie sparò e uccise un commissario e parecchi altri funzionari. Gli agenti della Ceka risposero.
Cromie cadde con una pallottola nella testa…
Reilly passò il resto della notte in casa di un terrorista socialista-rivoluzionario, di nome Serghjéj Dornoskij. La mattina inviò Dornoskij a esplorare il terreno. Egli ritornò con parecchie copie della « Pravda ». « Il sangue correrà per le strade – disse. – Qualcuno ha colpito Lenin a Mosca. Disgraziatamente ha fallito il colpo! » Porse a Reilly il giornale che annunciava, a caratteri cubitali, l’attentato contro Lenin.
La sera precedente, la terrorista Fanja Kaplàn aveva tirato due colpi a bruciapelo. contro Lenin nel momento in cui questi usciva dalle officine Michelson dove aveva tenuto un comizio. I proiettili erano stati dentellati e avvelenati. Uno di essi era penetrato nel polmone di Lenin sopra il cuore. L’altro nel collo presso la grande arteria. Lenin non era stato ucciso, ma la sua vita era sospesa a un filo.
La pistola che aveva colpito Lenin era stata fornita a Fanja Kaplàn dal complice di Reilly, Boris Sàvinkov. Sàvinkov rivelò questo particolare nelle sue Memorie di un terrorista.
Con una piccola pistola automatica assicurata sotto il braccio Reilly parti immediatamente per Mosca. Durante il viaggio, il giorno dopo, comprò un giornale alla stazione di Klin. Le notizie erano le peggiori che potesse immaginare. Veniva esposta in tutti i suoi particolari la congiura di Rei1ly: il piano di assassinare Lenin e altri capi sovietici, di impadronirsi di Mosca e di Pietrogado e di stabilire una dittatura militare sotto Sàvinkov e Judènič.
Rei1ly leggeva e sudava freddo. René Marchand, il giornalista francese che era stato presente alla riunione nel Consolato americano, aveva informato i bolscevichi di quanto vi era stato detto.
Ma il colpo finale doveva ancora venire.
Il colonnello Berzin, comandante delle guardie lettoni, aveva fatto il nome del capitano Sidney Rei1ly come dell’agente che gli aveva offerto due milioni di rubli per indurlo a partecipare a una congiura che aveva lo scopo di sopprimere i dirigenti sovietici. La stampa sovietica pubblicava anche una lettera che Bruce Lockhart aveva dato a Berzin perché la portasse ad Arcangelo oltre le linee britanniche.
Lockhart era stato arrestato a Mosca dalla Ceka. Altri funzionari e agenti alleati venivano fermati ed arrestati.
I muri di Mosca erano coperti di manifesti che descrivevano Reilly. Veniva dichiarato fuorilegge e venivano elencati tutti i suoi vari pseudonimi: Massino, Constantine, Relinskij. La caccia era cominciata.
Sfidando il pericolo Reilly proseguì per Mosca. Trovò la ballerina Dagmara nell’appartamento di una donna, Vera Petrovna, complice di Fanja Kaplàn, l’autrice dell’attentato contro Lenin.
Dagmara disse a Reilly che il suo appartamento era stato perquisito parecchi giorni prima dalla Ceka. Essa era riuscita a nascondere due milioni di rubli in biglietti da mille rubli l’uno, parte del prezzo della cospirazione versato a Reilly. Gli agenti della Ceka non l’avevano arrestata: essa ne ignorava il perché. Forse credevano, sulle sue piste, di rintracciare Rei1ly.
L’impresa non era facile per Reilly, con soltanto i due milioni di Dagmara a sua disposizione. Travestito ora da mercante greco, ora da ex ufficiale zarista, ora da funzionario sovietico, da operaio comunista, era continuamente in moto per eludere la Ceka.
Reilly rimase in Russia ancora parecchie settimane per raccogliere materiale, consigliare ed incoraggiare gli elementi antisovietici che ancora tenevano duro. Poi, dopo esser più volte sfuggito miracolosamente alla cattura, riuscì infine, munito di un passaporto tedesco falso, a raggiungere Bergen in Norvegia, dove si imbarcò per l’Inghilterra.
Di ritorno a Londra, il capitano Reilly si presentò ai suoi
superiori del Servizio Segreto britannico. Era pieno di rimpianti per le occasioni perdute: « Se René Marchand non fosse stato un traditore…, se a Berzin non fosse mancato il coraggio…, se il corpo di spedizione avesse fatto una rapida avanzata su Vologda…, se avesse potuto accordarsi con Sàvinkov… »
Ma di una cosa Reilly era sicuro. Il fatto che l’Inghilterra fosse ancora in guerra con la Germania costituiva un errore. Bisognava metter immediatamente fine alle ostilità sul fronte orientale e formare una coalizione contro il bolscevismo. Il grido di guerra del capitano Sidney George Reilly era: « Pace, pace ad ogni costo; e poi un fronte unico contro i veri nemici dell’umanità! »

Capitolo quarto
Avventura siberiana

1. « Aide-mémoire »

Il 2 agosto 1918, il giorno in cui le truppe britanniche sbarcavano ad Arcangelo, il generale americano William S. Graves, comandante della 8a divisione di Camp Fremont, Palo Alto, California, riceveva un messaggio cifrato dal Dipartimento di Stato di Washington. La prima frase diceva:
« Non dovete rivelare a nessun membro del vostro stato maggiore e a nessun altro il contenuto di questo messaggio».
Il messaggio ordinava quindi al generale Graves di « prendere il primo rapido in partenza da San Francisco per Kansas City, e qui di recarsi all’Hotel Baltimore dove avrebbe incontrato il Segretario di Stato». Il messaggio non dava ragione né del perché di tale urgenza, né della durata dell’assenza.
Il generale Graves, vecchio soldato provato, non era abituato a fare domande alle quali non sarebbe stato risposto. Cacciò pochi indumenti in una valigetta, e due ore dopo era sul treno Santa Fé-San Francisco.
Quando giunse a Kansas City trovò ad aspettarlo alla stazione Newton D. Baker, Segretario alla Guerra.
Il Segretario aveva fretta. Doveva prendere il treno subito, disse. In due parole spiegò a Graves la ragione del misterioso incontro. Il Dipartimento di Stato aveva deciso di affidare a Graves il comando del corpo di spedizione americano in procinto di partire per la Siberia.
Il segretario Baker porse quindi a Graves una busta sigillata : « Qui troverete le direttive della politica degli Stati Uniti in Russia a cui dovrete attenervi. Fate attenzione: camminerete su uova cariche di dinamite. Dio vi benedica e addio».
Quella notte, solo nella sua stanza d’albergo a Kansas City, il generale Graves aprì la busta sigillata. Conteneva un memorandum intitolato Aide-mémoire, non firmato e così contrassegnato in calce: Dipartimento di Stato, Washington, D. C., 17 luglio 1918.
Cominciava con alcune generalità circa « il cuore di tutto il popolo americano» impegnato a « vincere la guerra». Era necessario continuava il documento che gli Stati Uniti « collaborassero senza riserve» in ogni modo possibile, con gli Alleati contro la Germania. E infine il memorandum giungeva al nocciolo della questione :
« Il governo degli Stati Uniti ha la convinzione precisa e definitiva, maturata dopo un accuratissimo esame dell’intera situazione in Russia, che un intervento militare in questo paese non farebbe che accrescere la confusione piuttosto che diminuirla, sarebbe dannoso anziché conveniente e non favorirebbe il raggiungimento del nostro scopo principale, che è di vincere la guerra contro la Germania. Detto governo non può quindi, per principio, prendere parte a tale intervento o sanzionarlo ».
Con questa chiara e precisa dichiarazione di principi il generale Graves si trovava in pieno accordo. Ma perché mai dunque gli veniva affidato il comando delle truppe americane in territorio russo? Sconcertato il generale proseguì la lettura :
« Un’azione militare in Russia è ammissibile, dal punto di vista del governo degli Stati Uniti, unicamente per aiutare i Cecoslovacchi a consolidare le loro forze e a cooperare con successo con loro fratelli slavi »,
Cecoslovacchi? In Russia?
– Andai a letto – scrisse più tardi il generale Graves nel suo libro, American-Siberian Adventure, – ma non mi riusciva di prender sonno. Continuavo a chiedermi che cosa facevano le altre nazioni e perché non mi si dava qualche informazione su quanto accadeva in Siberia.
Se il generale Graves avesse conosciuto la risposta alle domande che lo tenevano sveglio, sarebbe stato assai più turbato di quel che già non fosse, quella notte d’estate, a Kansas City.

2 . Intrighi a Vladivostòk.

Verso l’inizio dell’estate del 1918, mentre viaggiava sulla Transiberiana, diretto verso est, Raymond Robins aveva scorto fermi sui binari di smistamento vagoni carichi di soldati cecoslovacchi. I Cèchi, obbligati contro la loro volontà a servire nell’esercito austro-ungarico, avevan disertato in largo numero ed erano passati nelle linee russe prima ancora della Rivoluzione. L’alto comando imperiale russo li aveva inquadrati in un esercito cèco che combatteva a fianco dei Russi contro le forze austro-tedesche. Caduto Kèrenskij, il governo sovietico aveva accettato la proposta alleata di trasportare le truppe ceche a Vladivostòk, dove sarebbero state imbarcate per raggiungere – dopo, un viaggio intorno al globo – le forze alleate sul fronte occidentale. Più di 50 mila soldati cèchi erano sparpagliati lungo le 5 mila miglia (8300 chilometri) ,della ferrovia Kazàn-Vladivostòk.
I soldati cèchi credevano di andare in Europa a combattere per l’indipendenza della Cecoslovacchia; ma i loro capi – i generali reazionari Gajda e Sirovy – avevano altri piani. In combutta con alcuni uomini di stato alleati, macchinavano di servirsi delle truppe cèche per rovesciare il governo sovietico.
In base agli accordi tra gli alleati e il governo sovietico, i Cèchi avrebbero dovuto consegnare le loro armi alle autorità sovietiche durante la traversata del territorio sovietico. Ma, il 4 giugno 1918, l’ambasciatore David R. Francis aveva avvertito confidenzialmente suo figlio che stava «elaborando un piano per impedire, se possibile », il disarmo dei Cèchi, L’ambasciatore americano aggiungeva:
«Non ho da Washington né istruzioni né autorità per incoraggiare questi uomini a disobbedire agli ordini del governo sovietico, a parte un’espressione di simpatia da parte del Dipartimento di Stato. Ma non è la prima volta che mi assumo delle responsabilità »,
Obbedendo agli ordini dei generali Gajda e Sirovy, i Cèchi rifiutarono di consegnare il loro equipaggiamento militare alle autorità sovietiche. Simultaneamente, lungo tutta la Transiberiana scoppiarono tumulti. Le truppe cèche, ben addestrate e abbondantemente equipaggiate, s’impadronirono di molte delle località in cui erano dislocate, rovesciando i Soviet locali e li sostituirono con amministrazioni antisovietiche.
Durante la prima settimana di luglio, con l’aiuto di controrivoluzionari russi, il generale Gajda inscenò un colpo di forza a Vladivostòk e istituì in quella città un regime antisovietico. Le strade erano coperte di manifesti firmati dall’ammiraglio Knight della marina americana, dal vice-ammiraglio Kato della marina giapponese, dal colonnello Pons della Missione francese e dal capitano Badiura dell’esercito cecoslovacco, che era diventato il comandante della città occupata. Il proclama informava la popolazione che l’intervento delle potenze alleate avveniva « in uno spirito di amicizia e simpatia per il popolo russo ».
Il 22 luglio 1918, cinque giorni dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva parafato il suo Aide-mémoire sulla necessità di inviare le truppe americane in Siberia per aiutare le truppe cèche, il console americano a Mosca, De Witt Clinton Pole, inviava al console americano ad Omsk il seguente telegramma cifrato:
« Potete informare confidenzialmente i capi cecoslovacchi che, in attesa di ulteriori notizie, sarebbe desiderio degli Alleati, dal punto di vista politico, che essi mantenes sero le loro posizioni attuali. D’altra parte, essi non debbono esitare di fronte alle esigenze militari. È desiderabile in primo luogo che essi si assicurino il controllo della Transiberiana, e quindi, se possibile, che mantengano il controllo sul territorio in loro possesso. Informate i rappresentanti francesi che il console generale francese si associa a queste istruzioni » [1].
Il pretesto addotto dalle potenze alleate per giustificare l’invasione della Siberia nell’estate del 1918 fu quello di salvare i Cèchi dagli attacchi non provocati delle truppe rosse dei prigionieri di guerra tedeschi armati dai bolscevichi. Tutta la primavera e l’inverno i giornali inglesi, francesi e americani furono pieni della sensazionale notizia che i bolscevichi stavano armando « decine di migliaia di prigionieri tedeschi e austriaci in Siberia » per combattere i Cèchi. Il « New York Times » riferì che nella sola città di Tomsk 60 mila Tedeschi erano stati equipaggiati dai Rossi.
Il capitano Hicks del Servizio di spionaggio americano, il capitano Webster della Missione americana della Croce Rossa, il maggiore Drysdale, addetto militare americano a Pechino, si recarono in Siberia, con il permesso delle autorità sovietiche, per compiere un’inchiesta . Dopo settimane di accurate indagini, i tre uomini giunsero alla stessa conclusione: che in Siberia non c’erano né prigionieri tedeschi né austriaci. Le accuse, dichiararono i tre ufficiali, erano montature propagandistiche della più bell’acqua, ispirantisi al deliberato proposito di coinvolgere gli Alleati in una guerra contro la Russia sovietica [2].
Il 3 agosto 1918 le truppe britanniche sbarcarono a Vladivostòk,
« Noi veniamo – dichiarava 1’8 agosto il governo britannico al popolo russo – per impedire il vostro smembramento e la vostra distruzione da parte della Germania… Vi assicuriamo solennemente che non occuperemo un pollice del vostro territorio. I destini della Russia sono nelle mani del popolo russo. Sta a lui, e a lui soltanto, di decidere sulla propria forma di governo e di trovare una soluzione per i propri problemi sociali ».
Il 16 agosto sbarcava il ,primo distaccamento americano:
« Un’azione militare in Russia è ammissibile ora – dichiarava Washington – soltanto per proteggere e aiutare nei limiti delle nostre possibilità i Cecoslovacchi contro i prigionieri armati tedeschi e austriaci che li attaccano, e per appoggiare ogni tentativo di autogoverno e di autodifesa per cui gli stessi Russi siano disposti ad accettare il nostro aiuto ».
I Giapponesi sbarcarono altre forze quello stesso mese.
« Nel seguire questa politica – annunciava Tokio – il governo giapponese seconda il suo desiderio di promuovere relazioni di amicizia duratura e riafferma la sua politica di rispettare l’integrità territoriale della Russia e di astenersi da ogni ingerenza nella sua politica nazionale ».
I soldati giapponesi in Siberia erano stati previdentemente provvisti dallo Stato maggiore giapponese di piccoli dizionari russi in cui la parola « Bolscevico » tradotta con Barsuk (tasso o animale selvatico), era seguita dalla nota: « da sterminarsi ».

[1] De Witt Clinton Pale divenne poi Capo della divisione per gli affari russi del Dipartimento di Stato.
[2] I risultati dell’inchiesta non furono resi pubblici. Il capitano Hicks ricevette un secco ordine di ritornare a Londra dove gli fu affidato un incarico a fianco di Sidney Reilly. Il Dipartimento di stato americano scppellì negli archivi le relazioni del capitano Webster e del maggiore Drysdale.

3. Terrore in Oriente.

Il 1 settembre 1918, il generale Graves giun geva a Vladivostòk per assumere il comando del corpo di spedizione americano in Siberia.
« Sbarcai in Siberia – scrisse più tardi il generale nel volume American Siberian Adventure – senza nessun’idea preformata di quanto si dovesse o non si dovesse fare. Non nutrivo nessun preconcetto nei confronti di nessuna delle fazioni russe ed ero sicuro che sarei riuscito a lavorare in perfetta armonia con tutti gli Alleati ».
Le istruzioni impartite al generale Graves nell’Aide-mémoire erano di proteggere la Transiberiana, di aiutare le truppe cecoslovacche a imbarcarsi a Vladivostòk e ad astenersi dall’intervenire negli affari interni della Russia.
Aveva appena preso possesso del suo quartier generale, quando ricevette una visita del generale cèco Gajda che lo mise al corrente della situazione russa. I Russi – gli disse Gajda – « non potevano essere governati con la cortesia e la persuasione, ma soltanto con la frusta o con la baionetta ». Per salvare il paese dal caos era necessario spazzar via il bolscevismo e istituire una dittatura militare. Gajda aggiunse di conoscere l’uomo adatto: l’ammiraglio Aleksander Vassilievic Kolciàk, ex comandante navale zarista, il quale era giunto allora dal Giappone per organizzare un esercito antisovietico e aveva già raccolto intorno a sé, nella Siberia, considerevoli forze. Frattanto, il generale Graves avrebbe aiutato i Cèchi e le altre truppe antisovietiche a combattere i bolscevichi.
Gajda presentò a Graves un piano di avanzata immediata sul Volga e di attacco contro Mosca dall’est. Questo piano – rivelò Gajda – era stato approvato dagli esperti francese e britannico e dai rappresentanti del Dipartimento di Stato americano.
Graves replicò riferendo gli ordini che aveva ricevuti dal suo governo e dichiarò che si sarebbe attenuto ad essi. Aggiunse che, finché il comando sarebbe stato nelle sue mani, nessun soldato americano sarebbe stato usato contro i bolscevichi o sarebbe intervenuto in altro modo negli affari interni russi.
Gajda si congedò furente . Poco dopo Graves ricevette un’altra visita importante. Si trattava questa volta del generale Knox, l’ex sostenitore di Kornilov, ora comandante delle forze britanniche in Siberia.
– Vi state facendo la riputazione di essere un amico dei poveri – ammonì Knox. – Non sapete che sono dei porci?
Il generale Graves aveva quello che Raymond Robins chiamava una mente aperta. Era un uomo cui piaceva rendersi conto delle cose con i propri occhi. Decise di informarsi direttamente di quel che stava accadendo in Siberia. I suoi ufficiali del servizio d’informazioni furono inviati in giro per il paese e ritornarono con lunghe e particolareggiate relazioni. Graves giunse ben presto alla conclusione che la parola « bolscevico», qual era usata in Siberia, designava la maggioranza del popolo russo e che servirsi delle truppe per combattere i bolscevichi o armare o equipaggiare, nutrire o pagare Russi bianchi per combatterli era assolutamente in contraddizione con la « non ingerenza negli affari interni della Russia ».
Nell’autunno 1918 c’eran già più di settemila soldati inglesi nella Siberia settentrionale. Altri settemila tecnici, ufficiali e soldati inglesi collaboravano con l’ammiraglio Kolciàk ad addestrare ed equipaggiare il suo esercito antisovietico di Russi bianchi. Millecinquecento Italiani aiutavano gli Inglesi e i Francesi. C’erano circa ottomila soldati americani al comando del generale Graves. La forza di gran lunga più numerosa in Siberia era quella dei Giapponesi (più di 70 mila uomini), i quali carezzavano l’idea di prendersi la Siberia.
In novembre l’ammiraglio Kolciàk, aiutato dagli Inglesi e dai Francesi, si proclamò dittatore della Siberia. L’ammiraglio, un ometto eccitabile descritto da uno dei suoi colleghi come « un bambino ammalato… indubbiamente nevrastenico…, sempre sotto l’influenza altrui », stabilì il suo quartier generale a Omsk e si conferì il titolo di « comandante supremo della Russia ». Salutando Kolciàk come il « Washington russo », l’ex ministro zarista Sazonov si affrettò ad autonominarsi suo rappresentante ufficiale a Parigi. Londra e Parigi risonavano di inni elogiativi a Kolciàk. Sir Samuel Hoare ripeteva che Kolciàk era « un gentleman ». Winston Churchill lo descriveva come « onesto », « incorruttibile », « intelligente » e « patriota ». Il « New York Times » vedeva in lui « un uomo forte ed onesto » con « un governo stabile e pressoché rappresentativo».
Il regime di Kolciàk era generosamente rifornito dagli Alleati, particolarmente dagli Inglesi, di munizioni, armi e denari. « Abbiamo inviato in Siberia – annunciava con orgoglio Knox – centinaia di migliaia di fucili, centinaia di milioni di cartucce, centinaia di migliaia di uniformi e di giberne, ecc. Ogni pallottola sparata contro i bolscevichi dai soldati russi nel corso di quell’anno era stata fabbricata in Inghilterra da operai britannici con materiale britannico e spedito a Vladivostòk in stive britanniche ».
Un’aria popolare russa dell’epoca diceva:

Uniformi inglesi,
Spalline francesi,
Tabacco giapponese,
Kolciàk dirige il ballo!

Il generale Graves non condivideva l’entusiasmo degli Alleati per Kolciàk e il suo governo. Ogni giorno i suoi informatori gli portavano nuove notizie del regno del terrore instaurato da Kolciàk. L’esercito dell’ammiraglio contava 100 mila uomini e altre migliaia dovevano arruolarsi, sotto pena la fucilazione. Le prigioni e i campi di concentramento erano strabocchevolmente pieni. Centinaia di Russi, che avevano avuto la temerità di opporsi al nuovo dittatore, pendevano dai pali del telegrafo e dagli alberi lungo la Transiberiana. Molti altri dormivano l’eterno sonno nelle fosse comuni che avevano dovuto scavare colle proprie mani prima che le mitragliatrici dei boia di Kolciàk li abbattessero. Violenze, assassinî, rapine erano all’ordine del giorno.
Insieme alle truppe di Kolciàk, bande di terroristi, finanziate dai Giapponesi, saccheggiavano le campagne. I loro principali capi erano gli atamany Semjonov e Kalmykòv.
Il colonnello Morrow, comandante delle truppe americane nel settore transbaicalico, riferì che in un villaggio occupato dalle truppe di Semjonov, erano stati assassinati tutti gli abitanti: uomini, donne, bambini. La maggioranza degli abitanti – riferiva il colonnello – erano stati abbattuti « come conigli» mentre fuggivano dalle loro case. Venivan bruciati vivi gli uomini.
« I soldati di Semjonov e di Kalmykòv, – riferiva il generale Graves, – sotto la protezione delle truppe giapponesi, vagavano per la campagna come bestie da preda, uccidendo e derubando la gente … Se si chiedeva loro ragione di questi brutali assassinî, veniva risposto che gli uccisi erano bolscevichi e questa spiegazione, a quanto pareva, era sufficiente a soddisfare tutti ».
Il generale Graves espresse esplicitamente il suo orrore per le atrocità compiute ,dalle forze antisovietiche in Siberia. Il suo atteggiamento gli attirò l’ostilità dei dirigenti russi-bianchi, inglesi, francesi e giapponesi.
L’ambasciatore americano in Giappone, Morris, nel corso di un viaggio in Siberia, riferì al generale Graves di aver ricevuto dal Dipartimento di Stato un telegramma ove era scritto che la politica americana in Siberia esigeva l’appoggio di Kolciàk.
– Ora, generale – concluse Morris – dovrete appoggiare Kolciàk.
Graves rispose di non aver ricevuto nessun ordine in proposito dal ministero della Guerra.
– È il Dipartimento di Stato, non quello della Guerra, che dirige questa faccenda – replicò Morris.
– Il Dipartimento di Stato non dirige me – fu la risposta di Graves.
Mentre questa guerra civile dilagava e aveva luogo l’intervento in Siberia e in tutta la Russia sovietica, si verificarono in Europa avvenimenti sorprendenti. Il 9 novembre 1918, i marinai tedeschi si ammutinarono a Kiel, uccisero i loro ufficiali e innalzarono la bandiera rossa. Dimostrazioni per la pace si ebbero in tutta la Germania. Sul fronte occidentale, i soldati alleati e tedeschi fraternizzavano nelle trincee. Il comando tedesco chiese un armistizio. L’imperatore Guglielmo II riparò in Olanda, consegnando alla frontiera la sua spada a un giovane doganiere olandese stupefatto. L’11 novembre, veniva firmato l’armistizio.
La prima guerra mondiale era terminata.

Capitolo quinto
Pace e guerra

1. Pace in Occidente.

La prima guerra mondiale era finita d’improvviso. Come disse il capitano tedesco Ernst Roehm: « Scoppiò la pace ». A Berlino, ad Amburgo e in tutta la Russia si costituirono Soviet. Nelle strade di Parigi, di Londra e di Roma, gli operai facevano dimostrazioni per la pace e la democrazia. L’Ungheria era in preda alla rivoluzione. I Balcani erano sconvolti dalle agitazioni contadine. Dopo quattro terribili anni di guerra, le stesse parole appassionate erano sulla bocca di tutti: « No more war! Nie wieder Krieg! Jamais plus de guerre! Mai più la guerra! »
« Lo spirito della rivoluzione permea di sé tutta l’Europa – osservava David Lloyd George nel suo memorandum riservato del marzo 1919 per la Conferenza della pace di Parigi. – Esiste tra i lavoratori una sensazione profonda non solo di malcontento, ma di rabbia e di rivolta, contro le condizioni prebelliche. Da un capo all’altro dell’Europa le masse europee fanno il processo a tutto l’ordine esistente, nei suoi aspetti politici, sociali ed economici ».
Dieci milioni di uomini erano morti sul campo di battaglia; venti milioni erano invalidi e mutilati; tredici milioni di civili erano morti di fame e di epidemie; altri milioni vagavano abbandonati e senza tetto fra le rovine fumanti dell’Europa. Ma ora finalmente la guerra era terminata, e il mondo prestava orecchio alle parole di pace.
– Il mio concetto della Società delle Nazioni è il seguente: essa dovrà avere la funzione di una forza morale operante tra gli uomini di tutto il mondo -, diceva Woodrow Wilson.
AI principio del gennaio del 1919 i quattro Grandi – Woodrow Wilson, David Lloyd George, Georges Clemenceau e Vittorio Emanuele Orlando – iniziavano al Quai d’Orsay le trattative per
la pace.
Ma un sesto della terra non era rappresentato alla Conferenza.
Mentre gli statisti discutevano, decine di migliaia di soldati alleati stavano conducendo una cruenta guerra non dichiarata contro la Russia sovietica – A fianco dei controrivoluzionari bianchi comandati da Kolciàk e da Deníkin, le truppe alleate combattevano il giovine esercito sovietico lungo un immenso fronte che si stendeva dalle desolate regioni artiche sino al Mar Nero, e dai campi di frumento dell’Ucraina alle montagne e alle steppe della Siberia.
Una violenta e fantastica campagna di propaganda antisovietica si scatenava in quella primavera del 1919 in tutta l’Europa e l’America. Il « London Daily Telegraph » dava notizia di un « regno del terrore » ad Odessa accompagnato da una « settimana del libero amore ». Il « New York Sun » riportava a caratteri cubitali: « Feriti americani mutilati dai rossi con le scuri ». E il « New York Times » gli teneva bordone: « Un gigantesco bordello la Russia rossa… Vittime scampate testimoniano di rabbiose cacce all’uomo nelle vie di Mosca… Si contendono le carogne ai cani ». La stampa mondiale, sia tedesca che alleata, pubblicava « documenti autentici », nei quali si dichiarava che in Russia « giovani donne e ragazze della borghesia » venivano trascinate a forza nelle baracche alla mercé dei reggimenti di artiglieria!
Resoconti onesti sulle reali condizioni della Russia sia che venissero da giornalisti, agenti segreti, diplomatici o persino da generali come Judson e Graves, venivano soppressi o ignorati. Chiunque si arrischiasse a discutere la campagna antisovietica, veniva automaticamente denunciato come « bolscevico ».
Due mesi appena dopo l’armistizio, sembrava che i capi alleati avessero dimenticato lo scopo per cui si era combattuto il grande conflitto. La « minaccia del bolscevismo » aveva messo da parte ogni altra considerazione. Essa dominava la Conferenza della pace di Parigi.
Il comandante in capo degli eserciti alleati, il maresciallo Ferdinand Foch, si presentò a una riunione segreta della Conferenza della pace per chiedere un accordo immediato con la Germania, affinché gli Alleati potessero unire tutti i loro mezzi per gettarli contro la Russia Sovietica. Il maresciallo Foch difese la causa del mortale nemico della Francia, la Germania.
« È ben nota – disse Foch – la difficile situazione attuale del governo tedesco. A Mannheim, a Karlsruhe, a Baden e a Dusseldorf, il movimento sovietico sta guadagnando rapidamente terreno. In questo momento il governo tedesco accetterebbe qualsiasi offerta di pace fatta daglì Alleati. Il governo tedesco non ha che un desiderio: concludere la pace. È l’unica cosa che soddisferebbe il popolo e permetterebbe al governo di dominare la situazione ».
Per domare la rivoluzione tedesca, si sarebbe dovuto permettere al comando tedesco di conservare un esercito di 100 mila ufficiali e uomini, e la cosiddetta « Relchswehr nera » composta dei soldati meglio addestrati e più imbevuti di spirito teutonico. Inoltre, il comando supremo tedesco aveva l’autorizzazione di sovvenzionare le leghe e le società terroristiche clandestine affinché queste uccidessero, torturassero e demoralizzassero i democratici tedeschi. Tutto questo era fatto per « salvare la Germania dal bolscevismo… »
L’ex comandante delle truppe tedesche del fronte orientale, il generale Max Hoffmann, 1’« eroe di Brest-Litòvsk », si abboccò con il suo nemico della vigilia, il maresciallo Foch, per sottoporgli un piano in base al quale l’esercito tedesco avrebbe marciato su Mosca per soffocare « nella culla » il bolscevismo. Foch approvò il piano, ma propose che l’attacco fosse sferrato dall’esercito francese piuttosto che da quello tedesco. Foch voleva mobilitare tutta l’Europa occidentale contro la Russia sovietica.
« In Russia – dichiarò Foch alla Conferenza di Parigi – regnano oggi il bolscevismo e l’anarchia completa. Il mio piano è di sistemare tutte le questioni più importanti in Occidente per permettere così agli Alleati di servirsi dei mezzi disponibili per risolvere la questione orientale… Le truppe polacche potranno tener testa ai Russi, purché vengano rifornite di materiale bellico moderno. Occorreranno molte truppe, che si potranno ottenere mobilitando Finlandesi, Polacchi, Cèchi, Rumeni e Greci, e gli elementi russi tuttora pro-Alleati… Se questo sarà fatto, il 1919 vedrà la fine del bolscevismo! »

2 . La Conferenza della pace.

Nelle sedute preliminari della Conferenza della pace di Parigi il primo ministro britannico, David Lloyd George, mosse una serie di violenti asperrimi attacchi contro i piani antisovietici di Foch e del presidente del Consiglio francese Georges Clemenceau.
« I Tedeschi – dichiarava Lloyd George – quando avevano bisogno di ogni uomo disponibile per rinforzare la loro offensiva sul fronte occidentale, furono obbligati a immobilizzare circa un milione di uomini per tenere poche province russe, che costituivano soltanto il margine del paese. E allora per di più il bolscevismo era debole e disorganizzato. Ora è forte e dispone di un esercito formidabile. Quale degli alleati occidentali è pronto a mandare un milione di uomini in Russia? Se io proponessi di inviare altri mille soldati inglesi in Russia per questo scopo, l’esercito si ammutinerebbe! Lo stesso vale per le truppe americane in Siberia, per i Canadesi e i Francesi. L’idea di schiacciare il bolscevismo con la forza militare è pura pazzia. Ammettendo che sia possibile, chi occuperà la Russia? »
II primo ministro britannico non era mosso da considerazioni idealistiche. Temeva la rivoluzione in Europa ed in Asia, e, da vecchio politicante, la « volpe » gallese era estremamente sensibile agli umori del popolo inglese, ostile a ogni ulteriore intervento in Russia. C’era una ragione ancora più urgente che lo spingeva a opporsi ai piani di Foch. Sir Henry Wilson, capo di stato maggiore britannico, in un recente rapporto segreto al ministero della Guerra aveva dichiarato che l’Inghilterra doveva attenersi alla linea politica di « ritirare le truppe dall’Europa e dalla Russia e di concentrare tutta la nostra forza nei nostri futuri focolai di rivolta: Inghilterra, Irlanda, Egitto e India ». Lloyd George temeva che Foch e Clemenceau volessero tentare di stabilire l’egemonia francese in Russia, mentre l’Inghilterra era impegnata altrove.
Cosicché l’astuto primo ministro britannico, convinto che avrebbe potuto raggiungere il suo scopo semplicemente abbandonando per qualche tempo la Russia a lei stessa, appoggiava il presidente degli Stati Uniti, Wilson, che chiedeva di entrare in trattative con i bolscevichi. Alle sessioni segrete della Conferenza sulla pace, Lloyd George fu esplicito.
« I contadini hanno accettato il bolscevismo – dichiarò – per la stessa ragione per cui i contadini accettarono la Rivoluzione francese, perché ha dato loro la terra. I bolscevichi sono il governo de facto. Noi abbiamo riconosciuto il governo dello zar benché sapessimo che era completamente marcio. Lo facemmo perché era il governo de facto… Ma noi rifiutiamo di riconoscere i bolscevichi! Dire che spetta a noi la scelta dei rappresentanti di un grande popolo è contrario a ogni principio per cui abbiamo combattuto ».
II presidente Wilson dichiarò che non era possibile non riconoscere la verità di quel che aveva detto Lloyd George. Proponeva da parte sua di indire una conferenza nell’isola di Prinkipo o in qualche altro luogo « di facile accesso » per studiare le possibilità di pace della Russia. Per dovere di imparzialità, sarebbero stati invitati i delegati tanto del governo sovietico come dei gruppi antisovietici.
II « Tigre » francese, Georges Clemenceau, portavoce degli azionisti di imprese zariste e dello stato maggiore, prese la parola a favore dell’intervento. Clemenceau sapeva che l’astuta politica di Lloyd George non avrebbe incontrato il favore dei circoli dirigenti britannici dove i militaristi e l’Intelligence Service erano già impegnati in una guerra antisovietica. Al tempo stesso, Clemenceau sapeva che di fronte a Wilson era necessario confutare gli argomenti di Lloyd George con una decisa dichiarazione sulla minaccia rappresentata dal bolscevismo.
In linea di principio – cominciò Clemenceau – non sono favorevole a entrare in trattative con i bolscevichi, non perché sono criminali, ma perché li alzeremmo al nostro livello, ammettendo che sono degni di trattare con noi. II primo ministro britannico e il presidente degli Stati Uniti, se era permesso al primo ministro francese di esprimersi così, stavano assumendo un atteggiamento troppo accademico e dottrinario rispetto al problema del bolscevismo. « II pericolo bolscevico è immenso in questo momento – dichiarò Clemenceau. – II bolscevismo si diffonde. Ha invaso le province baltiche e la Polonia e proprio stamane abbiamo ricevuto la cattiva notizia della sua diffusione a Budapest e a Vienna. Anche l’Italia è in pericolo. Là il pericolo è probabilmente maggiore che in Francia. Se il bolscevismo, dopo aver invaso la Germania, dovesse attraversare l’Austria e l’Ungheria e raggiungere l’Italia, l’Europa si troverebbe di fronte a un pericolo smisurato. Perciò bisogna fare qualcosa contro il bolscevismo! »
II piano di pace di Wilson, secondato da Lloyd George, parve per un momento trionfare, malgrado Clemenceau e Foch. Wilson redasse una nota con un abbozzo delle sue proposte e la inviò al governo sovietico e ai vari gruppi di Russi bianchi. II governo sovietico accettò subito il piano di Wilson e si preparò a inviare una delegazione a Prinkipo. Ma – come disse più tardi Winston Churchill – « il momento non era propizio » alla pace con la Russia. La maggioranza dei capi alleati erano convinti che il regime sovietico sarebbe stato abbattuto. Su consiglio degli Alleati che li finanziavano i vari gruppi bianchi rifiutarono di incontrare i delegati sovietici a Prinkipo.
Alla Conferenza della pace, l’atmosfera cambiò improvvisamente. Lloyd George, comprendendo di trovarsi davanti a un fallimento, ritornò improvvisamente a Londra. Al suo posto fu inviato d’urgenza a Parigi, per sostenere la causa degli estremisti antibolscevichi, il giovine ministro della Guerra e dell’Aviazione, Winston Churchill [1].
Era il 14 febbraio 1919, il giorno prima che Wilson tornasse in America per affrontare il blocco degli isolazionisti al Congresso, capeggiato dal senatore Lodge, che aveva sabotato tutti i suoi tentativi di creare un sistema di cooperazione e sicurezza mondiale. Wilson sapeva d’aver fatto fiasco in Europa e temeva di farlo anche negli Stati Uniti. Era deluso, stanco e profondamente scoraggiato.
Winston Churchill fu presentato al presidente Wilson dal ministro degli Esteri inglese A. J. Balfour il quale dichiarò che il ministro inglese della Guerra era venuto a Parigi per spiegare l’attuale punto di vista del governo inglese sulla questione della Russia. Churchill immediatamente si lasciò andare a un attacco contro il piano proposto da Wilson per la conferenza della pace di Prinkipo.
– C’è stata una seduta di gabinetto, ieri a Londra – disse Churchill – nella quale è stata manifestata una grave ansia riguardo alla situazione russa, particolarmente rispetto alla Conferenza di Prinkipo… Se soltanto i bolscevichi interverranno alla Conferenza, c’è da aspettarsene poco di buono. Bisogna considerare l’aspetto militare della questione. La Gran Bretagna ha in Russia dei soldati che ogni giorno vengono uccisi sui campo.
Wilson rispose a Churchill: « Dato che il signor Churchill è arrivato da Londra apposta per anticipare la mia partenza, mi sembra di dover esprimere il mio parere personale sulla questione, tra le molte incertezze connesse al problema russo, io possiedo una opinione molto chiara su due punti: il primo è che le truppe delle potenze associate non stanno facendo niente di buono in Russia. Non sanno per chi o per cosa esse stanno combattendo, non vedono compiersi nessuno sforzo promettente per stabilire l’ordine in qualche parte della Russia. Si assiste solo a movimenti locali, come per esempio quello dei Cosacchi che non può certo espandersi al di fuori del proprio ambiente. La mia conclusione perciò è che gli Alleati e le potenze alleate dovrebbero ritirare le loro truppe da ogni parte del territorio russo ».
Quando il presidente americano ebbe finito di parlare, Churchill replicò:
– Un ritiro completo di tutte le truppe alleate è una politica logica e chiara, ma la sua conseguenza sarebbe la distruzione di tutte le armate non bolsceviche in Russia. Queste contano ora circa 500.000 uomini e, sebbene la loro qualità non sia delle migliori, i loro effettivi stanno ciò nondimeno aumentando. Una tale politica equivarrebbe a scardinare l’intera macchina di guerra. Non vi sarebbe più nessuna resistenza armata contro i bolscevichi, e una prospettiva interminabile di violenza e miseria sarebbe tutto quello che rimarrebbe dell’intera Russia.
– Ma in qualche settore queste forze e questi aiuti verrebbero certamente a sostenere i reazionari – obiettò Wilson. – Conseguentemente, se agli Alleati si chiede quale causa essi stanno sostenendo in Russia, sarebbero costretti a rispondere che non lo sanno!
Churchill stette ad ascoltare cortesemente. – Mi piacerebbe sapere – disse – se, nel caso che il Consiglio approvasse di armare le forze antibolsceviche in Russia, la conferenza di Prinkipo risulterebbe un fallimento.
Scoraggiato, ammalato, abbandonato da Lloyde George, Wilson comprese che egli era solo in mezzo a una compagnia di persone decise ognuna a continuare la sua strada.
– Ho spiegato al Consiglio come agirei se io fossi solo – disse il Presidente degli Stati Uniti – comunque, accetto la mia sorte -. Wilson tornò negli Stati Uniti a combattere la sua tragica, impari battaglia contro la reazione americana. Il Segretario di Stato Lansing prese il suo posto alla çonferenza di Parigi e nel tono della discussione subentrò un notevole cambiamento. I rappresentanti degli Alleati non sentirono più il bisogno di nascondere quello che avevano in mente.
– È necessario – dichiarò il ministro degli Esteri inglese Balfour – far passi per mettere i bolscevichi dalla parte del torto, non solo di fronte alla pubblica opinione, ma anche di fronte a coloro che pensano che il bolscevismo sia una forma deviata di democrazia con parecchi elementi buoni -. Quindi la Conferenza tenne una prolungata discussione sui mezzi migliori per aiutare le armate bianche russe contro il governo sovietico.
Churchill, che aveva sostituito Lloyd George al tavolo della Conferenza, propose l’immediata istituzione di un Consiglio Supremo Alleato per gli Affari Russi, con sezioni politica, economica e militare. La sezione militare doveva « mettersi al lavoro subito » per tracciare i particolari di un largo programma di intervento armato.
Con Churchill riconosciuto comandante in capo, anche se non ufficialmente, delle armate alleate antisovietiche, la scena si spostò a Londra dove, durante quella primavera e quell’estate, vi fu un andirivieni di emissari speciali dei Russi bianchi agli uffici del governo inglese a Whitehall. Venivano come rappresentanti dell’ammiraglio Kolciàk, del generale Deníkin, e di altri capi russi bianchi per dare i ritocchi finali per un colpo decisivo contro i sovieti. I loro segretissimi negoziati furono trattati in gran parte con Winston Churchill e con Sir Samuel Hoare. Churchill, come ministro della Guerra, s’impegnò a equipaggiare le armate bianche col materiale dei rifornimenti bellici inglesi. Hoare sovrintese a questi complicati intrighi diplomatici.

Capitolo sesto
L’intervento

Nell ‘estate del 1919, senza dichiarazione di guerra, le forze armate di quattordici stati invadevano il territorio della Russia Sovietica. Questi stati erano la Gran Bretagna, la Francia, il Giappone, la Germania, l’Italia, gli Stati Uniti, la Cecoslovacchia, la Serbia, la Cina, la Finlandia, la Grecia, la Polonia, la Romania e la Turchia.
A fianco degli invasori antisovietici combattevano gli eserciti bianchi controrivoluzionari, guidati da ex generali zaristi, i quali volevano restaurare quell’aristocrazia feudale che il popolo sovietico aveva rovesciata.
I piani strategici degli attaccanti erano ambiziosi. Gli eserciti dei generali bianchi, congiuntisi alle truppe interventiste, dovevano convergere su Mosca dal nord, dal sud, dall’est e dall’ovest.
A nord e a nord-ovest, ad Arcangelo, a Murmànsk e negli Stati baltici, le forze britanniche erano in approntamento insieme con le truppe bianche del generale Judénič.
Al sud, nelle basi caucasiche e lungo il Mar Nero si trovavano le truppe bianche del generale Deníkin, ampiamente rifornite e rafforzate dai Francesi.
All’est, le forze di Kolciàk, dirette da esperti militari britannici, erano accampate lungo gli Urali.
A ovest, sotto il comando di ufficiali francesi, si trovava l’esercito polacco di Pilsudski, appena organizzato.
Varie erano le ragioni addotte dagli statisti alleati per giustificare la presenza delle loro truppe in Russia. Quando i loro soldati erano sbarcati a Murmànsk e Arcangelo nella primavera e nell’estate del ’18, i governi alleati avevano dichiarato che le loro truppe dovevano impedire ai Tedeschi di impadronirsi di materiale bellico. Più tardi, avevan dichiarato che le loro truppe si trovavano in Siberia per aiutare le forze cèche a ritirarsi dalla Russia. A queste aggiunsero poi il pretesto di voler aiutare i Russi a « ristabilire l’ordine».
Gli statisti alleati negarono ripetutamente di avere l’intenzione di voler un intervento armato contro la Russia o di volersi ingerire negli affari interni della Russia. « Noi non vogliamo ingerirci nella politica interna della Russia – dichiarava nell’agosto del ’18 Arthur Balfour, ministro britannico degli Esteri -; spetta alla Russia regolare le proprie faccende ».
Il caustico e dinamico Winston Churchill, che diresse di persona la campagna alleata contro l’Unione Sovietica, scrisse in seguito nel suo libro T he world Crisis: the Aftermath :
« Eran forse (gli Alleati) in guerra contro la Russia? Certamente no. Ma facevano fuoco a bruciapelo contro i Russi sovietici. Avevano invaso il suolo russo. Armavano i nemici del governo sovietico. Bloccavano i suoi porti e affondavano le sue navi. Ne auspicavano e preparavano seriamente la caduta. Ma la guerra, orrore! L’intervento, vergogna! Per essi, asserivano, era completamente indifferente il modo in cui i Russi sistemavano i loro affari. Erano imparziali – bum! »
Il giovine governo sovietico si batteva per la propria esistenza in condizioni di disperata inferiorità. Il paese era uscito dalla guerra devastato ed esausto. Gli affamati e i miserabili erano milioni. Le fabbriche erano vuote, le terre incolte, i trasporti fermi. Pareva impossibile che il paese potesse sopravvivere all’assalto violentissimo di un nemico che disponeva di eserciti numerosi e ben equipaggiati, di vaste risorse finanziarie, di abbondanti vettovaglie.
Assediato da ogni parte dagli invasori stranieri, minacciato da cospirazioni senza fine all’interno, l’esercito rosso si ritirava lentamente attraverso il paese, combattendo senza tregua. Il territorio controllato da Mosca era ridotto a un sedicesimo della superficie totale della Russia. Era un’isola sovietica in un mare antisovietico.
Il 5 settembre 1919, il senatore americano Borah si alzò a parlare:
« Signor Presidente, – disse, – non siamo in guerra con la Russia; il Congresso non ha dichiarato guerra al governo russo o al popolo russo. Il popolo degli Stati Uniti non desidera essere in guerra con la Russia… E tuttavia, pur non essendo in guerra con la Russia, mentre il Congresso non ha fatto nessuna dichiarazione di guerra, noi combattiamo contro il popolo russo. Abbiamo un esercito in Russia; riforniamo di munizioni e di materiale altre forze armate in quel paese, e siamo impegnati in un conflitto come se si fosse fatto appello ad un’autorità costituita, come se si fosse fatta una dichiarazione di guerra e la nazione fosse stata mobilitata per questo scopo… Non esiste nessuna giustificazione né legale né morale per sacrificare queste vite umane. E una violazione dei principî elementari del libero governo ».
Ma la guerra non dichiarata contro la Russia continuava…
I due anni e mezzo di intervento sanguinoso e di guerra civile furono responsabili della morte – in battaglia, per fame o epidemie – di sette milioni di Russi, uomini, donne e bambini. Le perdite materiali furono poi calcolate dal governo sovietico in 60 milioni di dollari; una somma che superava di molto il debito contratto dallo zar con gli Alleati. Gli invasori non pagarono riparazioni di sorta.
Poche cifre ufficiali furono date sul costo della guerra contro la Russia. Secondo il memorandum pubblicato da Winston Churchill il 15 settembre 1919, la Gran Bretagna, fino a quel giorno, aveva speso circa 1oo milioni di sterline e la Francia dai 30 ai 40 milioni di sterline soltanto per sostenere il generale Deníkin. La campagna britannica nel Nord era costata 18 milioni di sterline. I Giapponesi ammisero di aver speso 900 milioni di yen per le loro truppe in Siberia.
Quali i reconditi motivi di questa futile costosa guerra non dichiarata?
I generali bianchi combattevano in buona fede per la restaurazione della loro Grande Russia, per le loro proprietà fondiarie, per i loro profitti, i loro privilegi di classe e le loro spalline. C’erano tra loro alcuni nazionalisti sinceri, ma gli eserciti bianchi erano dominati soprattutto da reazionari, che erano i prototipi degli ufficiali fascisti e dagli avventurieri che più tardi dovevano far la loro comparsa nell’Europa centrale.
Meno chiari erano gli scopi bellici degli Alleati.
L’intervento era stato presentato al mondo dai portavoce alleati – nei limiti in cui i motivi ne furon resi pubblici – come una crociata politica contro il bolscevismo.
Il realtà « l’antibolscevismo » c’entrava di seconda mano. V’erano fattori che avevano un peso assai maggiore: come il legname della Russia settentrionale, il carbone del Donetz, l’oro della Siberia e il petrolio del Caucaso. C’entravano anche interessi di più vasta portata, come il piano britannico di costituire una federazione transcaucasica per separare l’India dalla Russia e dare agli Inglesi l’esclusivo dominio dei pozzi petroliferi del vicino Oriente; il piano giapponese di conquistare e colonizzare la Siberia; il piano francese di assicurarsi il controllo nelle zone del Donets e del Mar Nero; e gli ambiziosi e lungimiranti piani tedeschi di impossessarsi degli stati baltici e dell’Ucraina.
Un membro del Parlamento britannico, il tenente colonnello Cecil L’Estrange Malone, così si esprimeva alla Camera dei Comuni nel 1920, durante un vivace dibattito sulla politica alleata in Russia:
« Ci sono gruppi e individui nel nostro paese che hanno denaro e azioni in Russia, e questa è la gente che sta lavorando e intrigando per rovesciare il regime bolscevico… Ai tempi del vecchio regime era possibile partecipare in ragione del dieci o venti per cento allo sfruttamento degli operai e dei contadini russi, ma in regime socialista non si otterrà praticamente nulla, e noi constatiamo che ogni interesse nel nostro paese è in un modo o nell’altro legato con la Russia sovietica».
Il Russian Year Book del 1918 – proseguiva l’oratore – aveva calcolato che gli investimenti franco-britannici in Russia ammontavano a circa 1 miliardo e 600 milioni di sterline o approssimativamente a 8 miliardi di dollari.
C’era la Royal Dutch Shell Oil Company, i cui interessi russi coinvolgevano quelli della Ural Caspian Oil Company, della North Caucasian Oilfield, della New Schibarev Petroleum Company e di molte altre imprese petrolifere; c’era il grande trust di armamenti della Metro-Vickers che, insieme alla Schneider-Creusot francese e alla Krupp tedesca, avevano virtualmente controllato l’industria zarista delle munizioni; c’erano le grandi case bancarie dell’Inghilterra e della Francia: gli Hoares, Baring Brothers, Hambros, Crédit Lyonnais, Société Générale Rothschild e Comptoir National d’Escompte di Parigi, che tutti avevano investito immense somme di denaro in Russia sotto il regime zarista …
« Tutti questi interessi – spiegava il colonnello Malone alla Camera dei Comuni – si intrecciano l’un con l’altro. Sono tutti interessati a prolungare la guerra in Russia… Dietro a questi interessi e dietro ai finanzieri ci sono i giornali e gli altri che servono a influenzare e a formare l’opinione pubblica nel paese ».
Tra gli Americani colui che aveva un’importanza maggiore e un interesse più diretto alla guerra in Russia era Herbert Hoover, futuro Presidente degli Stati Uniti e allora Commissario all’alimentazione.
Già ingegnere minerario impiegato da ditte britanniche, prima della guerra Hoover aveva cospicui investimenti nelle miniere e nei pozzi petroliferi russi. Il corrotto regime zarista pullulava di alti funzionari e di aristocratici terrieri pronti a barattare le ricchezze del loro paese e la sua forza-lavoro con « compensi » stranieri o con una parte del bottino. Hoover si era interessato del petrolio russo sin dal 1909, quando erano stati aperti i primi pozzi a Maikop. In un anno si era assicurato partecipazioni in non meno di undici compagnie petrolifere russe:

Maikop Neftyanoij Syndicate,
Maikop Scirvanskij Oil Company,
Maikop Apsheron Oil Company,
Maikop and General Petroleum Trust,
Maikop Oil and Petroleum Products,
Maikop Areas Oil Company,
Maikop Valley Oil Company
Maikop Mutual Oil Company,
Maikop Hadijenskij Syndicate,
Maikop New Producers Company,
Amalgamated Maikop Oilfields.

Già nel 1912 l’ex ingegnere minerario era socio del famoso multimilionario britannico Leslie Urquhart in tre nuove compagnie che erano state create per sfruttare le concessioni di legname e di minerali negli Urali e in Siberia. Urquhart rimise a galla il cartello russo-asiatico e fece, con due banche zariste, un contratto in base al quale questo cartello avrebbe manipolato tutti i progetti minerari in quelle zone. Le azioni russo-asiatiche da $ 16.25 nel 1913 salirono a $ 47.50 nel 1914. Quello stesso anno il cartello ottenne dal regime zarista tre nuove concessioni che comprendevano 2.500.000 acri di terra, tra cui incluse vaste foreste, forze idriche; riserve di oro, rame, argento e zinco per un ammontare approssimativo di 7.262.000 tonnellate, 12 miniere in pieno sfruttamento, 2 fonderie di rame, 20 segherie, 250 miglia di ferrovie, altiforni, laminatoi, fabbriche di acido solforico, raffinerie d’oro, immense riserve di carbone.
Il valore totale di questi beni era valutato a 1 miliardo di dollari.
Fin dal 1917 Hoover si era ritirato dal «cartello» russo-asiatico e aveva venduto le sue azioni di compartecipazione russe. Dopo la rivoluzione bolscevica tutte le concessioni in cui Hoover era stato un tempo associato furono abrogate e le miniere confiscate dal governo sovietico.
« Il bolscevismo – disse Herbert Hoover alla Conferenza della pace di Parigi – è peggiore della guerra».
Egli rimase infatti uno dei nemici più accaniti del governo sovietico per il resto della sua vita. È un fatto che, qualunque possa essere stato il movente personale, sotto il suo controllo i viveri americani sostennero i Russi bianchi e alimentarono le truppe d’assalto dei regimi più reazionari d’Europa, impegnati a respingere l’ondata democratica dopo la prima guerra mondiale. Così l’aiuto americano divenne un’arma diretta contro i movimenti popolari in Europa.
« La sostanza della politica americana durante la liquidazione dell’armistizio fu di dare il massimo contributo per impedire che l’Europa diventasse bolscevica o fosse sopraffatta dai loro eserciti », dichiarò più tardi Hoover in una lettera a Oswald Garrison Villard del 17 agosto 1921. La sua definizione del « bolscevismo » coincideva con quella di Foch, Pétain, Knox, Reilly e Tanaka. Come Segretario del Commercio, come Presidente degli Stati Uniti e successivamente come leader dell’ala isolazionistica del partito repubblicano, Hoover si batté instancabilmente per impedire che venissero stabiliti rapporti amichevoli, commerciali e diplomatici, tra l’America e il più potente alleato dell’America contro il fascismo mondiale: l’Unione Sovietica.

L’intervento armato fallì in Russia non soltanto grazie alla solidarietà e all’eroismo senza precedenti dei popoli Sovietici, i quali combattevano per difendere la libertà appena conquistata, ma anche grazie al valido appoggio dato alla giovane Repubblica sovietica dai popoli democratici di tutto il mondo. In Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti l’opinione pubblica si era sollevata e vigorosamente opposta all’invio di uomini, di armi, viveri e danari agli eserciti antisovietici in Russia. « Giù le mani dalla Russia! »: era la parola d’ordine dei comitati che s’andavano costituendo. I lavoratori scioperavano e i soldati si ribellavano contro la politica d’intervento degli stati maggiori. Statisti democratici, giornalisti, insegnanti e numerosi uomini d’affari protestavano contro l’attacco non dichiarato e non provocato contro l’Unione Sovietica.
Sir Henry Wilson, capo di stato maggiore britannico, ammise francamente la mancanza di appoggio da parte dell’opinione pubblica alla politica d’intervento. Il 1O dicembre 1919, nel Libro azzurro ufficiale britannico, il capo di stato maggiore scriveva:
« Le difficoltà dell’Intesa nel formulare una politica russa si sono rivelate davvero insormontabili, poiché in nessun paese alleato vi è stato un sufficiente peso dell’opinione pubblica per giustificare l’intervento armato contro i bolscevichi su scala decisiva, con l’inevitabile risultato che le operazioni militari hanno mancato di coesione e di uno scopo ben definito ».
La vittoria dell’esercito rosso sui suoi nemici rappresentava così in pari tempo una vittoria internazionale dei popoli democratici di tutti i paesi.
Un’ultima ragione del fallimento dell’intervento fu la mancanza di unità tra gli invasori. Gli istigatori dell’intervento rappresentavano una coalizione della reazione mondiale, ma era una coalizione cui faceva difetto la sincera intenzione di cooperare. Le rivalità imperialistiche spezzarono il blocco imperialistico. Gli Inglesi temevano le mire francesi sul Mar Nero, e quelle tedesche sulla zona baltica. Gli Americani ritenevano di dover frustrare le mire giapponesi in Siberia. I generali bianchi litigavano fra loro per il bottino.
La guerra d’intervento, cominciata nel segreto e nella disonestà, finì in un vergognoso disastro.
Il suo retaggio d’odio e di malafede doveva avvelenare l’atmosfera dell’Europa nel successivo quarto di secolo.

Libro secondo
Segreti del cordone sanitario

Capitolo settimo
La crociata bianca

1. Dopoguerra agitato.

La prima fase della guerra contro l’Unione Sovietica era finita pressoché in un fallimento. Il governo sovietico aveva il controllo indiscusso della maggior parte dei suoi territori; ma era al bando delle altre nazioni, accerchiato da un cordone sanitario di stati-fantocci ostili, tagliato fuori dalle normali relazioni politiche e commerciali con il resto del mondo. Ufficialmente il sesto del globo terrestre sotto i Soviet non esisteva, non era « riconosciuto ».
All’interno, il governo sovietico si trovava di fronte al caos economico: officine ridotte in macerie, miniere allagate, agricoltura rovinata, trasporti distrutti, malattie, fame e analfabetismo quasi universale. Alla bancarotta ereditata dal regime feudale zarista si aggiungevano le rovine dovute a sette anni di guerre incessanti, di rivoluzione, di controrivoluzione e di invasione straniera.
Al di là dei confini sovietici il mondo cercava ancora la pace e non la trovava. Lo statista inglese Bonar Law, quattro anni dopo la pace di Versailles, in una relazione sulle condizioni del mondo alla Camera dei Comuni, dichiarava che ben 23 guerre venivano combattute in diverse parti del mondo. Il Giappone aveva occupato regioni della Cina e soppresso brutalmente il movimento di indipendenza della Corea; le truppe britanniche domavano insurrezioni popolari in Irlanda, nell’Afganistan, in Egitto e in India; in Siria, i Francesi erano in guerra aperta con le tribù dei Drusi, le quali, con gran dispetto dei Francesi, erano armate di mitragliatrici provenienti dalle officine britanniche Metro-Vickers; lo stato maggiore tedesco, dietro la facciata della repubblica di Weimar, stava cospirando per spazzare via gli elementi democratici del Reich e far risorgere la Germania imperialistica.
Ogni paese d’Europa era in fermento: cospirazioni e controcospirazioni di fascisti, nazionalisti, militaristi e monarchici, tutti perseguenti i loro fini particolari sotto la stessa maschera dell’« antibolscevismo ».
Nonostante l’inquietudine, la stanchezza della guerra e l’anarchia economica che dominavano in Europa, nuovi piani di invasione militare della Russia sovietica venivano elaborati e assiduamente studiati dai comandi supremi della Polonia, Finlandia. Romania, Jugoslavia, Francia, Inghilterra e Germania.
La frenetica propaganda antisovietica proseguiva.
Quattro anni dopo la grande guerra, che avrebbe dovuto segnare la fine di tutte le guerre, esistevano tutte le premesse necessarie per una seconda guerra mondiale, che doveva essere sferrata contro la democrazia mondiale sotto l’insegna dell’« antibolscevismo ».

2. Un « gentleman » di Reval.

Nel giugno del 1921 un gruppo di ex ufficiali, industriali e aristocratici zaristi tenne una conferenza antisovietica nella Reichenhalle in Baviera. La conferenza, a cui parteciparono rappresentanti delle organizzazioni antisovietiche di tutta l’Europa, elaborò i piani per una campagna mondiale di agitazione contro la Russia sovietica.
La conferenza elesse un « Consiglio monarchico supremo », che aveva la funzione di lavorare per la « restaurazione della monarchia capeggiata dal sovrano legittimo della casa Romanov, secondo le leggi fondamentali dell’Impero russo ».
Il partito nazionalsocialista tedesco, ancora in fasce, inviò un delegato alla conferenza. Si chiamava Alfred Rosenberg.
Giovane, esile, con un lungo viso pallido, labbra sottili, capelli neri, l’espressione stanca e imbronciata, Alfred Rosenberg aveva incominciato a frequentare le birrerie di Monaco nell’estate del 1919. Lo si poteva trovare abitualmente alla Augustinerbrau o alla Franziskanerbrau, dove sedeva solo per ore e ore a un tavolo in un angolo. Talvolta alcuni amici lo raggiungevano e allora, benché li salutasse con poco calore, si animava e i suoi occhi neri si ravvivavano e brillavano nel suo viso pallidissimo mentre incominciava a parlare a bassa voce animatamente. Parlava russo e tedesco perfettamente.
Alfred Rosenberg era figlio di un latifondista baltico che possedeva una vasta proprietà vicino al porto zarista di Reval. Suo padre si vantava di discendere dai cavalieri dell’Ordine teutonico, che avevano invaso nel medioevo le province baltiche; e il giovine Rosenberg si considerava con orgoglio come Tedesco. Prima della Rivoluzione, aveva studiato architettura al Politecnico di Mosca. Era fuggito dal territorio sovietico quando i bolscevichi si erano impadroniti del potere e si era unito ai terroristi della Guardia bianca che combattevano agli ordini del generale conte Rudiger von der Goltz nella zona baltica. Nel 1919 Rosenberg era comparso a Monaco, tutto imbevuto delle dottrine antidemocratiche e antisemitiche delle « Centurie nere » zaristiche.
Un piccolo gruppo di Guardie bianche emigrate e di baroni baltici spodestati incominciarono a raccogliersi regolarmente a Monaco per ascoltare le appassionate e velenose tirate di Rosenberg contro i comunisti e gli ebrei. Condividevano tutti le idee « centurie-nere » di Rosenberg sulla decadenza della democrazia e sulla cospirazione internazionale degli ebrei.
« Nel suo intimo ogni ebreo è un bolscevico! »: tale il tema inesauribile delle tirate di Rosenberg.
Dalla tenebrosa torturata mente di Alfred Rosenherg, dal suo odio patologico contro gli ebrei e dalla frenetica ostilità contro l’Unione Sovietica, si sprigionava gradualmente una filosofia mondiale controrivoluzionaria, una mistura dei pregiudizi fanatici della Russia zarista con le ambizioni imperialiste della Germania. Per salvare il mondo dalla « decadenza democratica giudaica e dal bolscevismo » – scrisse Rosenberg nel suo Der Mythus des 20. Jahrunderts – occorreva iniziare « in Germania » la creazione di un nuovo stato tedesco. « È dovere del fondatore del nuovo stato – aggiungeva – costituire un’associazione di uomini sul tipo dell’Ordine teutonico ».
L’idea di una crociata contro la Russia sovietica domina tutti gli scritti di Rosenberg. Egli sognava quel giorno apocalittico in Cui gli eserciti potenti del nuovo « Ordine teutonico » avrebbero varcato i confini russi e schiacciato gli odiati bolscevici.
« Da ovest a est, – dichiarava – dal Reno alla Vistola, da Mosca a Tomsk, si leva il grido di guerra ».
La Germania attraversava il periodo della dura crisi postbellica, della disoccupazione in massa, di una inflazione senza precedenti, di una fame dilagante. Dietro la facciata democratica della repubblica di Weimar, instaurata d’accordo con lo stato maggiore tedesco dopo la cruenta soppressione dei Soviet degli operai e dei contadini, una cricca di militaristi prussiani, Junker e magnati della industria preparavano in segreto la rinascita e l’espansione della Germania imperiale. Sconosciuto al resto del mondo, il futuro programma di riarmo della Germania veniva accuratamente elaborato da centinaia di ingegneri, di disegnatori e di tecnici specializzati, che lavoravano sotto il controllo del comando supremo tedesco in un laboratorio clandestino costruito dalla ditta Borsig in una foresta fuori Berlino.
I piani per la nuova guerra della Germania venivano preparati diligentemente ed elaboratamente.
Tra i principali contribuenti finanziari della campagna segreta per ringiovanire l’imperialismo tedesco c’era un mellifluo ma energico industriale, Arnold Rechberg. Ex aiutante del Kronprinz e amico intimo di molti membri del comando supremo imperiale, Rechberg aveva interessi nel grande trust tedesco del potassio.
Rechberg volle conoscere Rosenberg. Colto da subita simpatia per il fanatico controrivoluzionario di Reval, Rechberg lo presentò a un altro dei suoi protetti, un demagogo austriaco trentenne e spia della Reichswehr: Adolf Hitler.
Rechberg già provvedeva fondi per acquistare le uniformi e sosteneva altre spese per il partito nazista di Adolf Hitler. Poi Rosenberg e i suoi ricchi amici acquistarono un oscuro giornale, il « Vòlkischer Beobachter» e lo affidarono al movimento nazista. Il giornale diventò l’organo ufficiale del Partito nazista. Hitler ne nominò direttore Alfred Rosenberg.

3. Il piano Hoffmann.

Era còmpito di Alfred Rosenberg fornire il partito nazista tedesco di un ‘ideologia politica. Un altro degli amici di Rechberg, il generale Max Hoffmann, ebbe quello di studiare la strategia militare.
All’inizio della prima guerra mondiale, Hoffmann era stato nominato comandante in capo delle operazioni dell’ottava armata tedesca dislocata nella Prussia orientale con l’ordine di prevenire l’atteso attacco russo. La strategia che portò al disastro zarista di Tannenberg fu più tardi attribuita dalle autorità militari non a Hindenburg o a Ludendorff, ma a Hoffmann. Dopo Tannenberg, Hoffmann diventò comandante delle forze tedesche sul fronte orientale. A Brest-Litòvsk Hoffmann dettò i termini della pace alla delegazione sovietica.
All’inizio della primavera del 1919, il generale Hoffmann si era presentato alla Conferenza della pace di Parigi con un piano di attacco contro Mosca, che avrebbe dovuto essere diretto dall’esercito tedesco. Secondo Hoffmann, il suo piano presentava un doppio vantaggio: non soltanto avrebbe « salvato l’Europa dal bolscevismo »: avrebbe al tempo stesso salvato l’esercito imperiale tedesco e impedito la sua dissoluzione. Una versione modificata del piano Hoffmann era stata approvata dal maresciallo Foch.
Dopo aver visitato a Berlino il generale Hoffmann nel 1923, l’ambasciatore britannico lord D’Abernon scrisse nel suo diario diplomatico:
« Tutte le sue opinioni sono dominate dal concetto generale che nulla andrà per il suo verso nel mondo finché tutte le potenze civili dell’Occidente non si associano per impiccare il governo sovietico… Richiesto se credeva nella possibilità di un tale accordo tra Francia, Germania e Inghilterra per attaccare la Russia, replicò: – Se è necessario, si deve fare! »
Negli anni del dopoguerra, in seguito al fallimento dell’intervento armato contro la Russia sovietica, Hoffmann rielaborò il suo piano e lo fece circolare tra gli stati maggiori d’Europa sotto forma di memorandum riservatissimo. Il memorandum suscitò immediatamente molto interesse nei circoli filofascisti d’Europa. Il maresciallo Foch e il suo capo di stato maggiore Pétain, entrambi amici intimi di Hoffmann, espressero la loro calda approvazione per la versione riveduta del piano. Tra le altre personalità che condivisero il piano c’erano Franz von Papen, il generale barone Karl von Mannerheim, l’ammiraglio Horthy e il capo del Servizio d’informazioni della marina britannica, ammiraglio Sir Barry Domvile.
L’ultima versione del piano Hoffmann ebbe l’appoggio di un vasto e influente settore dello stato maggiore tedesco, benché rappresentasse chiaramente un distacco radicale dalla strategia militare e politica della tradizionale scuola bismarckiana. Il nuovo piano Hoffmann progettava un’alleanza tra la Germania, la Francia, l’Italia, l’Inghilterra e la Polonia contro l’Unione Sovietica. Strategicamente, – secondo le parole di un preveggente commentatore europeo, Ernst Henri (nel libro Hitler over Russia) – il piano proponeva la concentrazione di nuovi eserciti sulla Vistola e sulla Dvina secondo il modello napoleonico; una marcia fulminea, diretta dal comando tedesco, contro le orde bolsceviche in ritirata; l’occupazione di Leningrado e di Mosca nel corso di poche settimane; un rastrellamento definitivo del paese fino agli Urali; e quindi la salvezza di una civiltà esausta per mezzo della conquista di mezzo continente.
Tutta l’Europa, con la Germania alla testa, sarebbe dovuta essere mobilitata e scaraventata contro l’Unione Sovietica.

Capitolo ottavo
Singolare carriera di un terrorista

1. Ricompare Sidney Reilly.

Berlino, dicembre 1922. Un ufficiale della marina tedesca e un ufficiale del Servizio segreto britannico stavano chiacchierando nella hall affollata del famoso Hotel Adlon con una donna giovane, graziosa, elegante. Era Pepita Bobadilla, una stella dell’operetta londinese, altrimenti conosciuta come la signora Chambers, vedova del noto drammaturgo inglese, Haddon Chambers. Si parlava di spionaggio. L’Inglese incominciò a parlare delle gesta incredibili compiute nella Russia sovietica da un agente segreto britannico che egli designava come Mr. C. La fama di Mr. C era giunta alle orecchie del Tedesco. Fu una gara di aneddoti sulle favolose avventure di Mr. C. Finalmente, incapace di trattenere pili a lungo la sua curiosità, la signora Chambers chiese: – Ma chi è codesto Mr. C?
– E chi non è piuttosto? – replicò l’Inglese. – Vi dirò, signora Chambers, che questo signor C. è un uomo misterioso. È’ l’uomo più misterioso d’Europa. E, incidentalmente, potrei aggiungere che c’è sul suo capo la taglia più grossa che mai ci sia stata sulla testa di qualsiasi vivente. I bolscevichi darebbero una provincia per averlo tra le mani, vivo o morto…. È un uomo che vive in perpetuo pericolo. Più volte è stato per noi in Russia, tutt’occhi e orecchie, e, sia detto tra noi, è a lui che dobbiamo se il bolscevismo non costituisce oggi per la nostra civiltà un pericolo ancor maggiore di quello che è realmente.
La signora Chambers moriva dalla voglia di saperne di più sul conto del misterioso Mr. C. Il suo interlocutore sorrise. – L’ho visto oggi – aggiunse l’Inglese – sta qui all’Adlon Hotel.
Quella sera la signora Chambers incontrò per la prima volta Mr. C.: era – scrisse ella poi – « un uomo dall’aria distinta e correttamente vestito» con « un viso magro piuttosto truce », con « un fare che potrebbe dirsi sardonico e l’espressione di chi non una volta sola, ma parecchie ha visto in faccia la morte ».. La signora Chambers se ne innamorò al primo incontro.
Furono presentati l’uno all’altra. Mr. C. parlò quella sera alla signora Chambers « dello stato dell’Europa, della Russia, della Ceka » e, soprattutto, « della minaccia del bolscevismo ». Rivelò alla signora Chambers il suo vero nome: capitano Sidney George Reilly.
Dopo il fallimento della sua congiura del 1918 contro i Soviet, Sidney Reilly era stato rimandato in Russia dal ministro della Guerra Winston Churchill, a organizzare il servizio di spionaggio per conto del generale Deníkin. Reilly faceva anche da organo di collegamento tra Deníkin e i suoi vari alleati antisovietici europei. Nel 1919 e nel 1920, la spia britannica aveva svolto la sua attività a Parigi, Varsavia, Praga, organizzando eserciti antisovietici e agenzie di spionaggio e sabotaggio. Poi, era stato agen te semi-ufficiale per alcuni milionari zaristi emigrati, tra cui il suo vecchio amico e padrone conte Tchuberskij. Uno dei più ambiziosi progetti varati da Reilly in quel periodo fu il Torgprom, il cartello degli industriali emigrati zaristi e dei loro soci anglofrancesi e tedeschi.
Quale risultato delle sue operazioni finanziarie, Reilly aveva ammassato un considerevole patrimonio personale ed era direttore di numerose aziende, in passato legate all’alta finanza russa. Aveva coltivato importanti contatti internazionali e fra i suoi amici personali contava Winston Churchill, il generale Hoffmann e il capo di stato maggiore finlandese Wallenius.
L’odio fanatico contro la Russia sovietica non era diminuito nella spia britannica. L’annientamento del bolscevismo era adesso il motivo dominante della sua vita. Il suo entusiasmo per Napoleone, il conquistatore in spe della Russia, lo aveva reso un collezionista di cimeli napoleonici fra i più appassionati del mondo. La sua collezione valeva decine di migliaia di dollari. La figura del dittatore còrso lo affascinava.
« Un tenente di artiglieria còrso disperse le ceneri ancora calde della Rivoluzione francese – diceva Sidney Reilly. – E perché mai un agente dello spionaggio britannico con tante carte in mano non potrebbe diventare padrone di Mosca? »
Il 18 maggio 1923 la signora Chambers e il capitano Sidney Reilly si sposavano a Londra, nell’Ufficio di stato civile di Henrietta Street, Covent Garden. Fece da testimonio il capitano George Hill, il vecchio complice di Reilly a Mosca.
La signora Chambers non tardò a essere coinvolta nei fantastici intrighi della vita di suo marito. Essa scrisse più tardi:
« Gradualmente fui iniziata agli strani maneggi che si svolgevano dietro le scene della politica europea. Imparai che sotto la superficie di ogni capitale europea covava il fuoco della cospirazione degli esiliati contro i tiranni attuali del loro paese. A Berlno, a Pangi, a Praga, a Londra, piccoli gruppi di esiliati si riunivano, cospiravano, facevano piani. Helsingfors poi era perpetuamente agitata dalle cospirazioni che erano finanziate e secondate da parecchi governi europei. Sidney era appassionatamente interessato a tutto il movimento e gli dedicava molto tempo e denaro ».
Un giorno, un misterioso visitatore si presentò nell’appartamento londinese di Sidney Rei1ly. Dapprima si presentò come « Mr. Warner ». Aveva una gran barba nera che nascondeva quasi tutta la faccia, zigomi sporgenti e occhi freddi azzurro acciaio. Era di statura gigantesca e le sue lunghe braccia raggiungevano quasi i suoi ginocchi. Presentò le sue credenziali: un passaporto britannico, un documento d’identificazione scritto e firmato dal capo socialista-rivoluzionario Boris Sàvinkov a Parigi, e una lettera di presentazione di un eminente uomo politico britannico.
– Sarò a Londra per una settimana – disse il visitatore a Reilly – e conferirò col vostro Foreign Office.
« Mr. Warner » rivelò quindi il suo vero nome : Drebkov, già capo di uno dei gruppi « dei Cinque » nell’organizzazione cospirativa antisovietica organizzata da Rei1ly nel 1918 a Mosca. Adesso era un capo dell’organizzazione clandestina bianca a Mosca.
Drebkov venne quindi allo scopo della sua visita. – Abbiamo bisogno di un uomo in Russia, capitano Reilly – egli disse – un uomo che possa dar ordini e essere obbedito, ai cui ordini non si discuta, un uomo che sia un capo, un dittatore, se volete, come Mussolini in Italia , un uomo che con mano ferrea possa comporre i dissidi che dividono i nostri amici e faccia di noi lo strumento che colpirà dritto al cuore i tiranni della Russia!
– Perché non Sàvinkov ? – chiese Sidney Reilly. – Si trova a Parigi , è l’uomo che ci vuole per voi, una grande personalità, un vero grand’uomo, un capo, un organizzatore!

2 . « Un affare come un altro! »

Boris Sàvinkov, l’uomo a cui nel 1924 i più autorevoli circoli politici di Downing Street e del Quai d’Orsay guardavano come al futuro dittatore della Russia, era sotto molti aspetti uno degli uomini più notevoli emersi dal crollo della vecchia Russia. Sottile, pallido, calvo, con la voce bassa, sempre impeccabilmente vestito con la giacca a coda e le scarpe di vernice, Sàvinkov aveva più l’aspetto di un « direttore di banca », – come disse una volta il romanziere Somerset Maugham -, che del famoso terrorista e spietato controrivoluzionario che era in realtà. Aveva un ingegno multiforme e duttile. Winston Churchill, a cui Sàvinkov era stato presentato da Sidney Reilly, descrisse poi il terrorista russo nel suo libro Great Contemporaries come un uomo che univa « alla saggezza dell’uomo di Stato, le qualità di un comandante, il coraggio di un eroe, e la pazienza di un martire. L’intera vita di Sàvinkov – aggiunge Churchill – era trascorsa nella cospirazione ».
Da giovine, nella Russia zarista, Sàvinkov era stato uno dei dirigenti più in vista del Partito socialista-rivoluzionario. Insieme con quattro altri capi dirigeva l’Organizzazione di lotta del partito, un comitato di terroristi responsabile dell’organizzazione delle uccisioni dei funzionari zaristi. Il granduca Serghjéj, zio dello zar, e il ministro dell’Interno, V. K. Plehve, erano stati uccisi da tale organizzazione nei primi anni del secolo.
Fallito il primo tentativo di rovesciare lo zarismo nel 1905, Boris Sàvinkov si stancò della esistenza di rivoluzionario. Si dedicò alla letteratura. Scrisse un romanzo autobiografico sensazionale, Il cavallo pallido, in cui descriveva la parte avuta nell’assassinio di Plehve e del granduca Serghjéj. Vi raccontava come, travestito da agente britannico, fosse stato per intere giornate appostato in una casetta, in una strada secondaria, con un falso passaporto britannico in tasca e « tre chilogrammi di dinamite sotto la tavola », nell’attesa che la carrozza del granduca transitasse per quella strada.
Anni dopo, durante la guerra, il romanziere inglese Somerset Maugham, inviato in Russia dal Servizio segreto britannico per stabilire contatti con Sàvinkov, chiese al terrorista russo se non occorreva grande coraggio per compiere questi , assassinî. Sàvinkov replicò: – Niente affatto, credetemi. È un affare come un altro. Ci si abitua a queste cose.
Nel giugno del 1917, Boris Sàvinkov, assassino di professione e romanziere, fu nominato da Kèrenskij, dietro suggerimento dei consulenti alleati, Commissario politico della 7a armata sul fronte galiziano. Su insistenza di Sàvinkov, Kèrenskij nominò il generale Kornílov comandante in capo delle armate russe. Sàvinkov stesso fu nominato vice-ministro alla guerra. Egli era agente segreto per conto del governo francese e stava cospirando per rovesciare il regime di Kèrenskij e istituire una dittatura militare sotto Kornílov.
Dopo la rivoluzione bolscevica, Sàvinkov diresse la sollevazione antibolscevica di Jaroslavl, finanziata segretamente dai Francesi, che sarebbe dovuta coincidere con il fallito colpo di Stato di Reilly a Mosca. Le forze di Sàvinkov furono sbaragliate dall’esercito rosso ed egli stesso sfuggì alla cattura per puro miracolo. Lasciò il paese e diventò uno dei rappresentanti diplomatici dei Russi bianchi in Europa. Winston Churchill dice di lui nel volume Great Contemporaries: « Responsabile di tutte le relazioni con gli Alleati e con quegli stati baltici e confinanti, i quali non erano meno importanti e formavano allora il “cordone sanitario ” dell’Occidente, l’ex nichilista diede prova di grandi capacità, sia di comando che di intrigo ».
Nel 1920 Sàvinkov si recò in Polonia. Con l’aiuto del suo buon amico, maresciallo Pilsudski, mise insieme circa 10 mila uomini , ufficiali e soldati, li armò e incominciò ad addestrarli per un altro attacco contro la Russia sovietica.
In seguito Sàvinkov trasferì il suo quartier generale a Praga. Agendo in stretto collegamento con il generale fascista Gajda, Sàvinkov creò un’organizzazione conosciuta col nome di « Guardie Verdi », composta per lo più di ex ufficiali zaristi e di terroristi controrivoluzionari. Le « Guardie Verdi » effettuarono una serie di colpi di mano attraverso la frontiera sovietica, derubando, saccheggiando, bruciando fattorie, massacrando operai e contadini e assassinando i funzionari sovietici locali. Per svolgere questa attività Sàvinkov si valeva della stretta collaborazione di varie agenzie di spionaggio europee.
I sistemi spietati di Sàvinkov, la sua personalità magnetica, le sue capacità organizzative veramente eccezionali esercitavano un fascino senza pari sugli emigrati bianchi e gli statisti europei antisovietici che ancora sognavano di rovesciare il governo sovietico. Talvolta, tuttavia, il passato di Sàvinkov poneva queste persone in una posizione imbarazzante. Nel 1919, a Parigi, quando Winston Churchill stava negoziando con l’ex primo ministro zarista Sazonov, venne fuori la questione Sàvinkov. Churchill così descrive l’incidente nel suo libro Great Contemporaries:
– Come ve l’intendete con Sàvinkov? – chiese Churchill.
L’ex primo ministro zarista fece un gesto di sconforto con le mani: – È un assassino! Non mi do pace di dover lavorare con lui! Ma che cosa si può fare? È un uomo competente, pieno di risorse, deciso. Nessun altro ha le sue doti.
Per Churchill la personalità di questo « assassino letterato », come egli lo chiamava, era stata per lungo tempo un interrogativo. D’accordo con Reilly che Sàvinkov era un uomo « cui si poteva affidare la direzione di grandi imprese », Churchill decise di presentarlo al primo ministro britannico, Lloyd George. Fu combinato un incontro molto riservato, a Chequers, residenza campestre del primo ministro inglese.
La stessa auto portò Churchill e Sàvinkov a Chequers. « Era domenica – racconta Churchill in Great Contemporaries. – Il primo ministro stava intrattenendo parecchi pastori della Chiesa libera ed era circondato da un coro di cantori gallesi i quali erano giunti dalla loro terra natale per rendergli omaggi canori. Per parecchie ore essi cantarono graziosamente degli inni gallesi: Dopo avvenne il nostro colloquio ».
Ma a Lloyd George non andava a genio che sul governo britannico cadesse la responsabilità di appoggiare Boris Sàvinkov. Secondo Lloyd George, il « peggio era passato » in Russia. L’esperimento bolscevico – controllo socialista dell’industrie – era, naturalmente, destinato al fallimento. I capi bolscevichi « di fronte alle responsabilità reali del governo » avrebbero abbandonato le loro teorie comuniste o « come Robespierre e Saint-Just avrebbero finito col prendersi per i capelli fra loro e perdere il potere.
Quanto alla « minaccia mondiale del comunismo » – di cui Churchill e l’Intelligence Service sembravano così preoccupati essa non esisteva, aggiunse Lloyd George…
– Signor primo ministro – osservò Sàvinkov col suo fare grave, cerimonioso, quando Lloyd George ebbe finito – voi mi concederete l’onore di osservare che dopo la caduta dell’Impero romano ci fu il Medioevo!

3. Il processo di Mosca, 1924.

Il 21 gennaio del 1924, la morte di Lenin risvegliò in Reilly nuove ardenti speranze. Dalla Russia i suoi agenti lo informavano che gli elementi all’opposizione stavano intensificando i loro sforzi per impadronirsi del potere. Entro lo stesso Partito bolscevico si stavano manifestando profondi dissensi e pareva che sorgesse la possibilità di trarre vantaggio da una seria scissione. Secondo Reilly il momento era adatto per vibrare il colpo.
Reilly si era convinto che i suoi vecchi piani di restaurare lo zarismo avevano fatto il loro tempo. La Russia si era allontanata dallo zarismo. Reilly credeva che si dovesse stabilire una dittatura poggiante sui contadini ricchi (kulaki) e sulle altre forze militari e politiche ostili al governo sovietico. Era convinto che Boris Sàvinkov fosse l’uomo ideale per instaurare in Russia il tipo di regime instaurato in Italia da Mussolini. La spia britannica viaggiava da una capitale d’Europa all’altra cercando di persuadere i servizi segreti e gli stati maggiori ad appoggiare la causa di Sàvinkov.
Una delle personalità più in vista che in quei giorni si unirono alla campagna antisovietica fu sir Henry Wilhelm August Deterding, di origine olandese, cavaliere dell’Impero britannico e capo del grande cartello internazionale del petrolio Royal Dutch Shell. Deterding era destinato a diventare il principale finanziatore e il portavoce dell’alta finanza della causa antibolscevica.
Grazie agli sforzi di Reilly, il re del petrolio americano divenne interessato nel Torgprom, l’organizzazione dei milionari zaristi emigrati. Da Liazanov e Mantascev a Parigi e da altri membri europei del Torgprom, molto abilmente Deterding fece regolare atto d’acquisto di alcune delle più importanti zone petrolifere della Russia sovietica. Al principio del 1924 il re del petrolio britannico, non essendo riuscito di assicurarsi il controllodel petrolio sovietico con la pressione diplomatica, si dichiarò « proprietario» del petrolio russo e denunciò il governo sovietico come illegale e al bando del mondo civile. Valendosi delle immense risorse della sua ricchezza, della sua influenza e dei suoi innumerevoli agenti segreti, sir Henry Deterding dichiarò guerra alla Russia sovietica, con la manifesta intenzione di assicurarsi il possesso dei ricchi pozzi petroliferi del Caucaso.
L’intervento di Deterding accentuò l’importanza della campagna di Sidney Reilly. La spia britannica stese rapidamente un piano concreto di attacco contro la Russia sovietica e lo sottopose ai membri interessati dei vari stati maggiori europei. Il piano – una variante del piano Hoffmann – prevedeva una doppia azione, politica e militare.
Il piano di Reilly ebbe l’approvazione e l’appoggio dei dirigenti antibolscevichi degli stati maggiori della Francia, Polonia, Finlandia e Romania. Il Foreign Office dimostrò un interesse speciale per la proposta di separare il Caucaso dalla Russia. Il dittatore fascista Mussolini invitò a uno speciale colloquio a Roma Boris Sàvinkov. Mussolini desiderava conoscere Il « dittatore russo ». Offrì di fornire passaporti italiani agli agenti di Sàvinkov per facilitar loro il passaggio della frontiera russa durante la preparazione dell’attacco. Il duce accettò inoltre di raccomandare alle sue legazioni estere e alla sua polizia segreta, l’Ovra di assistere Sàvinkov in ogni modo.
Secondo le parole di Reilly « una grande cospirazione controrivoluzionaria era prossima alla maturazione ».
Il 10 agosto 1924, dopo una lunga discussione finale con Reilly, Boris Sàvinkov, munito di passaporto italiano, partì per la Russia. Era accompagnato da pochi aiutanti ed elementi fidati delle sue Guardie Verdi. Passato il confine sovietico avrebbe dovuto preparare gli ultimi particolari per la insurrezione generale. Era stata presa ogni precauzione per impedire che Sàvinkov fosse identificato. Appena entrato nel territorio sovietico avrebbe dovuto incontrarsi con rappresentanti del movimento bianco clandestino, che si erano assicurati la complicità del funzionari sovietici nelle città di confine. Sàvinkov avrebbe dovuto inviare un messaggio, a mezzo di un corriere segreto, a Rellly, per annunciargli di essere arrivato in Russia sano e salvo.
Passavano i giorni e Sàvinkov non si faceva vivo. A Parigi, Reilly attendeva con impazienza e apprensione crescenti, impossibilitato di agire finché il corriere non fosse giunto. Passò una settimana, una seconda…
E infine Reilly scoprì quel che era accaduto a Boris Sàvinkov.
Il 29 agosto 1924 il giornale sovietico « Izvestia » annunciò che « l’ex terrorista e controrivoluzionario Boris Sàvinkov » era stato arrestato dalle autorità sovietiche « dopo aver passato clandestinamente la frontiera sovietica ».
Sàvinkov e i suoi aiutanti avevano attraversato la frontiera in Polonia. Sul suolo sovietico erano stati ricevuti da un gruppo di uomini che essi credettero cospiratori e condotti in una casa a Minsk. Appena giunti era comparso un ufficiale sovietico armato ad annunciare che la casa era accerchiata. Sàvinkov e i suoi compagni erano caduti in una trappola. .
L’arresto di Sàvinkov e il fallimento della congiura costituivano già di per sé un’amara pillola per Sidney Reilly e per i suoi amici; ma il processo pubblico di Sàvinkov, che fu tenuto poco dopo a Mosca, fu un colpo ancora più duro. Tra l’orrore e lo stupore delle molte personalità di primo plano implicate nella faccenda, Boris Sàvinkov cominciò a esporre per filo e per segno i particolari della cospirazione. Con grande calma, incominciò coll’informare il tribunale che, fin da quando aveva attraversato il confine sovietico, sapeva che sarebbe caduto in una trappola. « Avete fatto un buon colpo mettendomi dentro – Sàvinkov aveva dichiarato all’ufficiale sovietico che l’aveva arrestato. – A dire il vero, io fiutavo un tranello. Ma decisi di venire in Russia ad ogni costo. E vi dirò il perché… Avevo deciso di non più lottare contro di voi! »
Sàvinkov dichiarò di aver finalmente aperto gli occhi e di aver capito che il movimento antisovietico era futile e sbagliato. Si descrisse davanti al tribunale come un patriota onesto ma sviato, che a poco a poco aveva perduto fiducia nel carattere e negli scopi dei suoi soci.
Sàvinkov aggiunse che gli elementi antisovietici all’estero non si interessavano del movimento in sé, ma unicamente di ottenere i pozzi petroliferi russi e altre ricchezze minerarie. – Mi hanno parlato sovente e insistentemente – disse, a proposito dei suoi consiglieri inglesi – dell’opportunità di costituire una federazione sud-orientale formata dal Caucaso meridionale e dalla Transcaucasia. Questa Federazione, secondo loro, sarebbe stato soltanto il principio: l’Azerbagian e la Georgia ne avrebbero dovutofar parte in un secondo tempo. Qui si poteva sentire l’odor del petrolio!
Sàvinkov descrisse quindi le trattative con Churchill:
– Churchill mi ha mostrato una volta la carta della Russia meridionale in cui le posizioni di Deníkin e del vostro esercito erano segnate con bandierine. Ricordo ancora la mia indignazione quando andai a trovarlo ed egli mi disse d’improvviso, indicandole bandierine di Deníkin : « Ecco il mio esercito! » Non risposi: mi sentivo come inchiodato al suolo. Stavo per uscire dalla stanza, ma poi pensai che se avessi fatto uno scandalo e sbattuto la porta dietro di me, i nostri soldati in Russia sarebbero rimasti senza scarpe.
– Per qual ragione gli Inglesi e i Francesi vi rifornirono di scarpe, munizioni, mitragliatrici e cosi via? – chiese il presidente del tribunale.
– Ufficialmente, i loro scopi erano molto nobili – replicò Sàvinkov. – Noi eravamo alleati fedeli, voi eravate i traditori, eccetera. Ma nello sfondo ecco quello che c’era : al minimo, petrolio che è una cosa di indubbio valore. Tutt’al più, lasciate che i Russi si accapiglino tra loro: meno ne rimangono vivi, tanto meglio per noi. Tanto più debole rimarrà la Russia.
La sensazionale deposizione di Sàvinkov durò due giorni. Egli raccontò tutta la sua carriera di cospiratore. Fece i nomi dei più noti statisti e finanzieri in Inghilterra, Francia e altri paesi europei che lo avevano aiutato. Dichiarò di esserne diventato lo strumento, contro la propria volontà.
Il tribunale sovietico condannò Boris Sàvinkov a morte come traditore della patria, ma, grazie alla sua completa e sincera confessione, la pena fu tramutata in dieci anni di carcere [1].
Appena la notizia dell’arresto di Sàvinkov era giunta a Parigi, insieme a quella ancora più sorprendente del suo atto di contrizione, Sidney Reilly era ritornato precipitosamente a Londra per conferire con i suoi superiori. L’8 settembre 1924, il « Morning Post », organo dei Tories antibolscevici, pubblicava una lunga e sensazionale dichiarazione di Reilly. Reilly dichiarava che il processo di Sàvinkov a Mosca non c’era mai stato. Affermava categoricamente che Sàvinkov era stato ucciso mentre attraversava la frontiera sovietica e che il processo era una frode colossale: « Sàvinkov è stato ucciso mentre tentava di attraversare la frontiera russa, ed una parodia di processo a porte chiuse è stata inscenata dalla Ceka a Mosca » [2].
Reilly difendeva vigorosamente l’onestà di Sàvinkov come cospiratore antisovietico:
« Mi dichiaro onorato di essere stato uno dei suoi amici più intimi e suo seguace devoto, e su me ricade il sacro dovere di difendere il suo onore… Ho trascorso con Sàvinkov i giorni precedenti alla sua partenza per l’Unione Sovietica. Godevo della sua piena fiducia e i suoi piani erano stati elaborati con me di comune accordo »,
La dichiarazione di Reilly terminava con un appello al redattore del « Morning Post »: « Sir, mi appello a voi, il cui giornale è sempre stato il campione dichiarato dell’antibolscevismo e dell’anticomunismo, pregandovi di aiutarmi a difendere il nome e l’onore di Borir Sàvinkov! »
Contemporaneamente Reilly inviava a Churchill una lettera riservata, di cui ogni parola era stata accuratamente pesata:

« Caro Signor Churchill:
« La sciagura toccata a Boris Sàvinkov ha sicuramente prodotto un’impressione estremamente dolorosa su di voi. Né io né alcuno dei suoi più intimi amici e collaboratori siamo sin qui riusciti ad avere notizie veramente attendibili sulla sua sorte. È nostra convinzione che egli sia caduto vittima di uno dei più bassi e più audaci intrighi che la Ceka abbia mai inscenato. La nostra opinione è espressa nella lettera che mando oggi stesso al « Morning Post ». Conoscendo il vostro cortese interesse mi prendo la libertà di unirvene una copia per vostra conoscenza.
« Rimango, mio caro signor Churchill,
il vostro SIDNEY REILLY »

L’autenticità del processo non tardò però ad essere comprovata e Reilly fu obbligato a inviare un’altra lettera al « Morning Post ».
La lettera diceva:

« I comunicati stampa, particolareggiati e spesso stenografati, del processo Sàvinkov, convalidati dalla testimonianza di testimoni oculari degni di fede e imparziali, hanno provato senza possibilità di dubbio il tradimento di Sàvinkov. Non soltanto egli ha tradito i suoi amici, la sua organizzazione e la sua causa, ma è deliberatamente e completamente passato dalla parte dei suoi ex nemici… Con il suo atto Sàvinkov ha cancellato per sempre il suo nome dall’albo d’onore del movimento anticomunista.
« I suoi vecchi amici e seguaci deplorano la sua tragica e ingloriosa fine, ma coloro che mai per nessuna ragione verranno a patti con i nemici dell’umanità rimangono incrollabili. Il suicidio morale del loro ex capo è per loro un incentivo a stringere le loro file e a ” continuare la lotta “.
Vostro, ecc. SIDNEY REILLY »

Poco dopo, Reilly riceveva un prudente biglietto di Churchill:

CHARTWELL MANOR
Westerham, Kent
15 setternbre 1924
« Caro signor Reilly,
« La vostra lettera mi ha molto interessato. Gli avvenimenti hanno preso la piega che mi attendevo. Non credo che voi dobbiate giudicare Sàvinkov con eccessiva severità. Egli si trovava in una situazione terribile; e soltanto coloro che hanno superato vittoriosamente una tale prova hanno il diritto di condannarlo. A ogni modo, attendo di conoscere la fine della storia prima di cambiare la mia opinione su Sàvinkov.
Vostro W. S. CHURCHILL »

La pubblicazione della confessione e della testimonianza di Sàvinkov imbarazzò oltre ogni dire coloro che avevano secondato la sua causa in Inghilterra. Nel bel mezzo dello scandalo, Reilly fu spedito in tutta fretta negli Stati Uniti. Churchill si ritirò temporaneamente nella sua residenza di campagna nel Kent. Il Foreign Office britannico si chiuse in un discreto silenzio.
Ma l’epilogo sensazionale doveva ancora venire.
Verso la fine dell’ottobre del 1924, pochi giorni prima delle elezioni generali in Inghilterra, nel « Daily Mail » di Lord Rothermere veniva annunciato a caratteri cubitali che Scotland Yard aveva scoperto un sinistro complotto sovietico contro l’Inghilterra. Come prova documentata della congiura il « Daily Mail » pubblicava la nota « lettera di Zinoviev », cioè le pretese istruzioni di Grigori Zinoviev, capo russo del Comintern, ai comunisti inglesi sul modo di sconfiggere i Tories nelle imminenti elezioni.
Era la risposta dei Tories alla confessione di Sàvinkov; ed ebbe il suo effetto. I conservatori vinsero le elezioni ponendosi su una piattaforma violentemente antibolscevica.
Parecchi anni dopo, Sir Wyndham Childs di Scotland Yard rivelava che in realtà non c’era mai stata nessuna lettera di Zinoviev. Il documento era un falso e vari agenti stranieri erano implicati nella sua compilazione. Per le origini occorreva risalire nell’ufficio di Berlino del colonnello Walther Nicolaï, ex capo dell’Ufficio Informazioni della Germania imperiale, che ora lavorava in stretta intesa con il Partito nazista. Sotto la direzione di Nicolaï, una Guardia bianca baltica, il barone Uexhuell – che fù poi alla testa dei servizi stampa nazisti aveva creato nella capitale tedesca un ufficio speciale dove si fabbricavano documenti antisovietici e si dava a queste falsificazioni la diffusione più ampia e la pubblicità più clamorosa.
La consegna della falsa lettera di Zinoviev al Foreign Office e, quindi, al « Daily Mail » era stata effettuata, a quanto si diceva, da George Bell, un misterioso agente internazionale. Bell era al soldo del magnate del petrolio anglo-americano, Sir Henry Deterding.

[1] Sàvinkov si ebbe un trattamento particolarmente benevolo da parte delle autorità sovietiche durante la sua prigionia. Godeva di particolari privilegi, otteneva tutti i libri che desiderava, era libero di scrivere. Ma egli bramava la libertà. Il 7 maggio 1925 rivolse una lunga supplica a Felice Dzerzinskij, capo della Ceka, implorando il condono e dichiarandosi pronto a fare tutto quel che il governo sovietico gli avrebbe chiesto. Il ricorso fu respinto. Poco dopo Sàvinkov si uccideva gettandosi dalla finestra della prigione.
[2] Questa è la prima delle molte stravaganti « spiegazioni » che furono date dai nemici dell’Unione Sovietica negli anni che seguirono la rivoluzione in un tentativo di screditare le ammissioni dei cospiratori stranieri e dei traditori russi nei tribunali sovietici. Queste « spiegazioni » raggiunsero la fase acuta durante i cosiddetti processi di Mosca (1936-1938). V. libro III.

Capitolo nono
Alla frontiera finlandese

1. Antibolscevismo a Broadway.

Una delegazione di Russi bianchi si trovava sulla banchina del Nieuw Amsterdam per dare il benvenuto a Sidney Reilly e a sua moglie al loro arrivo in America nell’autunno del 1924. Fiori, champagne e discorsi infiammati accolsero l’« eroe della crociata antibolscevica ». Reilly non tardò a trovarsi di casa negli Stati Uniti. Aprì un ufficio in Broadway, che diventò ben presto il quartier generale dei cospiratori antisovietici e Russi bianchi negli Stati Uniti. Una voluminosa propaganda antisovietica proveniente dall’ufficio di Reilly incominciò a circolare negli Stati Uniti, a raggiungere influenti case editrici, giornalisti, insegnanti, uomini politici e d’affari. Reilly intraprese un giro di conferenze per informare il pubblico americano delia « minaccia del bolscevismo, il pericolo che rappresentava per la civiltà e il commercio del mondo intero ». Ebbe numerosi « colloqui confidenziali » con piccoli gruppi scelti di uomini di Wall Street e con industriali facoltosi in varie città americane.
Lo scopo di Reilly era di creare sul suolo americano un ramo della Lega Internazionale Antibolscevica, che avrebbe dovuto appoggiare potentemente le diverse congiure antisovietiche che egli andava tramando in Europa e in Russia. Altre sezioni della Lega di Reilly erano già all’opera a Berlino, Londra, Parigi e Roma e così pure lungo tutto il cordone sanitario degli Stati baltici e balcanici. In Estremo Oriente, a Harbin, in Manciuria, era sorta una sezione della Lega finanziata dal Giappone, diretta dal noto terrorista cosacco, l’ataman Semjonov. Negli Stati Uniti non esisteva ancora un’organizzazione di tal fatta. Ma esisteva però un’ottima materia prima con cui crearla…
I Russi bianchi amici di Reilly presentarono quest’ultimo ai loro finanziatori americani più autorevoli e più ricchi, da cui si attendevano larghi contributi di denaro per finanziare il movimento antisovietico.
« Per quel che riguarda il denaro, il mercato per questa specie di imprese si trova qui e soltanto qui – Reilly scriveva quell’anno in una lettera riservata a uno dei suoi agenti in Europa -. Ma, per ottenere denaro, occorre esser qui con un programma molto preciso e convincente e con prove inconfutabili che la minoranza interessata ha la possibilità di intraprendere e di effettuare entro un ragionevole periodo di tempo la riorganizzazione dell’affare ».
La « minoranza interessata » a cui Reilly si riferiva nel suo linguaggio cifrato era il movimento antisovietico in Russia, la « riorganizzazione dell ‘affare » il rovesciamento del governo sovietico. Reilly aggiungeva:
« Con tali premesse, sarebbe possibile avvicinare per primo il più grande produttore di automobili, che potrebbe essere interessato nei brevetti purché gli si dia prova (e non chiacchiere soltanto) che i brevetti hanno possibilità di successo. Una volta conquistato il suo interesse, la questione denaro si può considerare risolta ».
Secondo le memorie della signora Reilly, il marito si riferiva a Henry Ford.
Come Henry Deterding in Inghilterra e Fritz Thyssen in Germania, il re americano dell’automobile Henry Ford, si era immedesimato con l’antibolscevismo mondiale e con il fenomeno fascista in rapido sviluppo. Secondo il « New York Times » del1’8 febbraio 1923, il vice-presidente della Dieta bavarese, Auer, aveva dichiarato pubblicamente:
« La Dieta bavarese è da lungo tempo informata che il movimento di Hitler è stato in parte finanziato da un dirigente antisemita americano, Henry Ford. L’interessamento di Ford pel movimento antisemita bavarese è incominciato un anno fa quando gli agenti di Ford presero contatto con il noto pangermanista Dietrich Eckart… L’agente fece ritorno in America e immediatamente il denaro del signor Ford cominciò ad affluire a Monaco. Hitler si vanta apertamente dell’ appoggio di Ford ed elogia Ford non come un grande individualista, ma come un grande antisemita ».
Nel piccolo modesto ufficio di Via Cornelius a Monaco, dove Adolf Hitler aveva il suo quartier generale, una sola fotografia incorniciata era appesa al muro: era il ritratto di Henry Ford.

2. Fine di Sidney Reilly.

Grazie agli sforzi di Reillv, si stabilirono contatti tra il movimento antisemita e antidemocratico degli Stati Uniti e i rami europei ed asiatici della Lega Internazionale antibolscevica. Fin dalla primavera del 1925 il terreno era preparato per un’organizzazione internazionale di propaganda fascista e per un centro di spionaggio operante sotto la maschera dell’ « antibolscevismo ».
Frattanto, Reilly si manteneva in stretto contatto con i suoi agenti in Europa. Riceveva messaggi regolarmente da Reval, da Helsinki, da Roma; Berlino e da altri centri di intrighi antisovietici. La maggior parte di queste lettere indirizzate all’ufficio di Reilly a New York erano cifrate o scritte con inchiostro simpatico sul retro di lettere d’ affari dall’apparenza innocua.
Al principio di quella primavera, Reilly ricevette una lettera proveniente da Reval in Estonia che lo turbò profondamente. La lettera, cifrata, era di un vecchio amico, il comandante E., che aveva prestato servizio con Reilly nell’lnteIIigence Service britannico durante la guerra e che ora era impiegato presso il consolato britannico di uno dei paesi baltici. La lettera datata 24 gennaio 1925 incominciava:

« Caro Sidney,
« Due persone mandate da me, i coniugi Krashnoshtanov, verranno probabilmente a trovarvi a Parigi. Vi diranno di avere un messaggio per voi dalla California e vi daranno una nota consistente in un poemetto di Ornar Khayyam (sic) che voi ricorderete. Se volete conoscer meglio i loro affari, potete chieder loro di rimanere. Se la faccenda non vi interessa direte loro: ” Mille grazie. Addio ” ».

Nel codice usato dal comandante E. e da Reilly « Krashnoshtanov » significava un agente antisovietico di nome Schultz e sua moglie; « California » significava l’Unione Sovietica e il « poemetto di Ornar Khayyam » uno speciale messaggio cifrato. La lettera del Comandante E. continuava come segue:
« E ora veniamo ai loro affari. Essi rappresentano una ditta che probabilmente avrà in futuro una grande influenza sul mercato europeo e su quello americano. Essi ritengono che il loro giro d’affari potrà avere pieno sviluppo in non meno di due anni, ma si potrebbero produrre circostanze che diano loro lo slancio desiderato nel prossimo futuro. Si tratta di un affare veramente importante e intorno al quale non serve far chiacchiere… »
Il comandante E. proseguiva dicendo che un « gruppo tedesco » era molto interessato alla partecipazione all’« affare » e che un « gruppo francese » e un « gruppo inglese » stavano per entrarvi attivamente.
Riferendosi di nuovo alla « ditta » che, secondo le sue indicazioni, operava in Russia, il comandante E. scriveva:
« Per il momento essi rifiutano di rivelare a chiunque il nome dell’uomo che è nello sfondo di quest’impresa . Posso dirvi solo questo: che alcuni dei personaggi principali sono membri dei gruppi d’opposizione. Perciò, capirete pienamente la necessità della segretezza… Io vi presento questo schema pensando che potrà forse sostituire l’altro grande schema sul quale voi lavoravate, ma che è fallito in maniera cosi disastrosa ».
Sidney Reilly e sua moglie lasciarono New York il 6 agosto 1925. Nel mese seguente arrivarono a Parigi e Reilly cercò subito contatti con gli Schultz, dei quali il comandante E. gli aveva scritto. Essi descrissero la situazione in Russia, dove, dopo la morte di Lenin, il movimento d’opposizione alleatosi con Lev Trotskij era stato organizzato in un vasto apparato clandestino, mirante a rovesciare il regime staliniano.
Reilly si convinse presto della primaria importanza dei nuovi sviluppi della situazione. Cercò ansiosamente di entrare nel più breve tempo in contatti personali con i dirigenti della fazione anti-staliniana in Russia. Furono scambiati messaggi attraverso agenti segreti. Infine, si concordò che Reilly doveva incontrarsi alla frontiera sovietica con un rappresentante importante del movimento. ReiIly andò a Helsinki per vedere il capo di stato maggiore dell’esercito finlandese, suo stretto amico personale e membro della sua Lega antibolscevica, il quale doveva prendere le disposizioni necessarie per far varcare a Reilly la frontiera sovietica.
Poco dopo, Reilly scrisse alla moglie, rimasta a Parigi:
« In Russia si sta preparando realmente qualche cosa di completamente nuovo, di grandioso, e di fronte al quale non possiamo restare inattivi ».
Una settimana dopo, il 25 settembre 1925, Reilly inviò a sua moglie da Viborg, in Finlandia, un biglietto scritto in fretta in cui diceva: « È assolutamente necessario che io vada per tre giorni a Pietrogrado e a Mosca. Parto stanotte e sarò di ritorno qui la mattina di martedì ».
Fu questa l’ultima lettera scritta dal capitano Sidney Reilly dell’lntelligence Service inglese.
Dopo alcune settimane, non avendo ancora ricevuto notizie dal marito, la signora Reilly si mise in contatto con Marie Schultz, complice di Reilly a Parigi. La signora Reilly riferì più tardi nelle sue memorie la loro conversazione.
– Quando vostro marito arrivò qui – le disse la signora Schultz – gli spiegai esattamente lo stato delle cose circa la nostra organizzazione. Abbiamo dalla nostra parte alcuni dei più importanti funzionari bolscevichi di Mosca, che bramano di farla finita con l’attuale regime, purché possa essere garantita la loro sicurezza.
– Il capitano Reilly – continuò la signora Schultz – era stato da principio piuttosto scettico. Disse che l’aiuto estero per una nuova avventura contro la Russia sovietica poteva essere cercato soltanto se il gruppo dei cospiratori all’interno del paese avesse una certa forza reale. Gli assicurai che la nostra organizzazione in Russia era potente, influente e ben collegata.
La signora Schultz proseguì riferendo che l’incontro fra Reilly e i rappresentanti dell’organizzazione cospirativa russa era stato fissato a Viborg, in Finlandia: – Al capitano Reilly, costoro fecero una profonda impressione – disse la signora Schultz -, specialmente il loro capo, un altissimo funzionario bolscevico, il quale cela sotto il manto del suo ufficio la più ardente ostilità verso l’attuale regime.
Il giorno seguente, accompagnato dalle guardie di pattuglia finlandesi, Reilly e i cospiratori russi si erano incamminati verso la frontiera. – Personalmente – disse la signora Schultz – andai solo fino alla frontiera per augurar loro buon viaggio. – Rimasero in una capanna finlandese sulla riva del fiume fino al cader della notte. – Aspettammo a lungo mentre i Finlandesi stavano ansiosamente in ascolto della pattuglia rossa, ma tutto era tranquillo. Infine uno dei Finlandesi scese cautamente nell’acqua e, un po’ nuotando, un po’ camminando, attraversò il fiume. Vostro marito lo seguì…
Fu questa l’ultima volta che la signora Schultz vide il capitano Reilly.
Finito il suo racconto, la signora Schultz porse alla signora Reilly il ritaglio di un giornale russo, le « Izvestia». Diceva:
« Nella notte del 28-29 settembre, quattro contrabbandieri tentarono di oltrepassare la frontiera finlandese: due furono uccisi, uno, un soldato finlandese, fatto prigioniero e il quarto ferito a morte … »
I fatti, come vennero precisati più tardi, furono questi. Reilly aveva passato felicemente la frontiera sovietica e parlato con alcuni membri dell’opposizione russa antistaliniana. Si trovava sulla via del ritorno e in prossimità della frontiera finlandese, quando, insieme alle sue guardie del corpo, fu improvvisamente avvicinato da un’unità delle guardie di confine sovietiche. Reilly e gli altri tentarono di fuggire. Le guardie fecero fuoco. Una pallottola colpì Reilly in fronte, uccidendolo sull’istante.
Solo diversi giorni dopo, le autorità sovietiche identificarono il « contrabbandiere » che avevano ucciso. Dopo l’identificazione annunziarono formalmente la morte del capitano Sidney George Reilly dell’lntelligence Service inglese.
Il « Times» di Londra pubblicò un necrologio di due righe: Sidney Reilly ucciso il 28 settembre nel villaggio di Allekul, in Russia, da truppe della Ghepeú.

Capitolo decimo
Vigilia di guerra

Una violenta tempesta covava sotto l’apparente calma degli anni intorno al 1925. Enormi territori coloniali e semicoloniali, mossi a nuove speranze di libertà dall’esempio della rivoluzione russa, si stavano destando al desiderio di diventare libere nazioni e minacciavano di travolgere tutta la gravosa struttura dell’imperialismo coloniale.
La tempesta si scatenò nella primavera del 1926. La rivoluzione si accese in Cina, dove il fronte unico del Kuo-min-tang e delle forze comuniste abbatté la corrotta dittatura di Pechino, regime-fantoccio dell’imperialismo occidentale, e creò una Cina libera.
L’avvenimento fu annunziato da un eruzione di propaganda antisovietica furente e esasperata in tutta l’Asia e in tutto il mondo occidentale. La rivoluzione cinese – significante la ribellione di centinaia di milioni di uomini oppressi contro l’oppressione straniera e interna – fu attaccata violentemente come un diretto risultato di una « cospirazione di Mosca ».
L’imperatore del Giappone si dichiarò subito disposto a fare da « baluardo antibolscevico » in Asia. Incoraggiato dalle potenze occidentali, il Giappone si preparava ad intervenire in Cina per stroncare la rivoluzione.
Nel marzo 1927, Ciang Tso-lin, un generale che era notoriamente uno strumento dei Giapponesi, inscenò un’irruzione nell’Ambasciata sovietica a Pechino e annunziò di avere scoperto le prove di una congiura bolscevica contro la Cina. Fu il segnale per l’inizio della controrivoluzione cinese. Incoraggiate dalle offerte giapponesi e anglo-francesi di aiuti, armi e di riconoscimento, le forze del Kuo-min-tang con a capo Ciang Kai-scek spezzarono improvvisamente il fronte unico e attaccarono i loro alleati rivoluzionari. Ne seguì un massacro. Migliaia di lavoratori, studenti e contadini Cinesi, sospetti di simpatie liberali o comuniste, presi a Sciangai, Pechino e altrove furono fucilati o imprigionati in campi di concentramento e torturati a morte. La guerra civile sommerse la Cina.
Ma la rivoluzione cinese aveva destato in tutta l’Asia i movimenti latenti per la conquista della libertà. L’Indonesia, l’indocina, la Birmania e l’India erano in ebollizione. Gli imperialisti, fortemente allarmati, guardarono al Giappone come a un baluardo contro il « bolscevismo ». In pari tempo, in Europa, gli stati maggiori degli eserciti tirarono novamente fuori dai cassetti i vecchi piani della crociata antibolscevica e dell’attacco generale contro Mosca.
Alla conferenza diplomatica internazionale di Locarno, negli anni 1925-26, i diplomatici anglo-francesi avevano trattato febbrilmente con la Germania per un’azione comune contro la Russia sovietica.
In Francia, il presidente del Consiglio Raymond Poincaré, auspicava pubblicamente un’offensiva militare comune da parte delle potenze europee, compresa la Germania, contro la Russia Sovietica.
A Berlino, la stampa imperialistica e antidemocratica annunciava che era giunta l’ora per schiacciare il bolscevismo. Dopo una serie di riunioni con generali della Reichswehr e industriali simpatizzanti con il partito nazista, il generale Max Hoffmann si recò in fretta a Londra per sottoporre il suo famoso piano al Foreign Office e a un gruppo scelto di membri tory del Parlamento e di generali.
La mattina del 5 gennaio 1926, il « London Morning Post » pubblicò una lettera straordinaria di Sir Henry Deterding. In essa, Deterding annunciava che erano in preparazione piani di un nuovo intervento bellico contro la Russia Sovietica. Egli dichiarava:
« …Prima che sian passati molti mesi, la Russia ritornerà alla civiltà, ma sotto un governo migliore di quello degli zar.. . Il bolscevismo in Russia avrà termine prima della fine di quest’anno; appena sarà finito, la Russia potrà contare sul credito di tutto il mondo e aprire le sue frontiere a tutti coloro che vorranno lavorare. Denaro e credito e, quello che è meglio ancora, mano d’opera entreranno allora in Russia ».
Jacques Bainville, notissimo giornalista francese di destra, commentava a Parigi: «Se il presidente della Royal Dutch ha fissato una data per la fine del regime sovietico, è perché ha le sue ragioni per farlo… »
Il 27 maggio 1927, agenti della polizia e del servizio segreto inglesi irruppero negli uffici dell’Arcos, l’organizzazione commerciale sovietica a Londra. Arrestarono gli impiegati e perquisirono gli uffici, forzando l’archivio e le casseforti, scavando persino buchi nei pavimenti, nei soffitti e nelle pareti in cerca di « archivi segreti ». Non fu trovato nessun documento di natura incriminante, ma il « Morning Post », il « Daily Mail » e altri giornali antisovietici pubblicarono assurde storie sulle « prove » di cospirazioni sovietiche contro la Gran Bretagna, scoperte – dicevano – nell’irruzione nella sede dell’Arcos.
Il governo conservatore inglese ruppe le relazioni diplomatiche e commerciali con l’URSS.
Nella stessa estate furon compiute perquisizioni nei consolati sovietici e in altre agenzie ufficiali a Berlino e a Parigi. Nel giugno, l’ambasciatore sovietico in Polonia, V. I. Voikov, fu assassinato a Varsavia. Bombe furono gettate a un convegno del partito bolscevico a Leningrado…
In un’intervista concessa al « London Sunday Referee » il 21 agosto 1927, il maresciallo Foch indicò chiaramente la mèta a cui tutta questa violenza tendeva.
« Nel febbraio 1919, nei primi tempi del leninismo – affermò – dichiarai alla conferenza degli ambasciatori a Parigi che mi sarei assunto il còmpito di eliminare una volta per tutte la minaccia bolscevica, se gli stati che circondano la Russia fossero stati riforniti di munizioni e di tutto l’occorrente per la guerra. La mia proposta fu respinta perché si era stanchi della guerra, ma gli anni successivi mostrarono ben presto come avessi ragione ».
Ad Arnold Rechberg, uno dei principali promotori del movimento nazista in Germania, il maresciallo Foch inviò una lettera in cui diceva:
« Non sono tanto sciocco da credere che si possa permettere a pochi tiranni criminali di governare più di metà del continente e vasti territori asiatici. Ma nulla si potrà fare finché Francia e Germania non saranno unite. Vi prego di trasmettere i miei saluti al generale Hoffmann, il grande protagonista dell’alleanza militare antibolscevica ».
Tutto era pronto per la guerra.
Nessuna mossa aperta fu progettata prima dell’estate 1930. I Francesi erano impreparati. Fra i diversi gruppi erano nate divergenze rispetto alla « sfera d’influenza nei territori liberati ». I gruppi britannici e quelli francesi erano in contesa per il controllo del Caucaso e dei giacimenti carboniferi del Donets; entrambi si opponevano alle pretese tedesche sull’Ucraina. Nondimeno, Sir Henry Deterding, il vero capo del movimento, conservava la speranza ottimistica che queste divergenze potessero essere appianate e prediceva fiduciosamente l’inizio della guerra per l’estate del 1930.
Il 15 giugno 1930, in risposta alla lettera di un Russo bianco, che lo ringraziava del denaro ricevuto, Deterding scriveva: « Se desiderate veramente esprimere la vostra gratitudine, vi chiederei questo: cercate di essere, nella nuova Russia che risorgerà entro pochi mesi, uno dei migliori figli della vostra patria ».
Nel mese seguente Sir Henry Deterding fu l’oratore principale alla celebrazione del decimo anniversario della fondazione della Scuola Normale Russa a Parigi, un’accademia militare per i figli degli ufficiali e nobili russi bianchi. Alla cerimonia assistettero principi e principesse zaristi emigrati, vescovi, generali, ammiragli e ufficiali di gradi minori. Al loro fianco stavano membri altolocati dell’esercito francese, in grande uniforme.
Deterding esordì dicendo ai convenuti che non c’era nessun bisogno di ringraziarlo dell’aiuto da lui prestato alla loro opera, giacché egli compiva solo il suo dovere verso la civiltà occidentale. Rivolgendosi a un gruppo di giovani russi bianchi in uniforme disse : – L’ora della liberazione della vostra grande patria è vicina.
Tutti i presenti, gli ufficiali francesi non meno entusiasticamente dei Russi bianchi, applaudirono la dichiarazione successiva di Sir Henry: – La liberazione della Russia avverrà molto prima di quello che noi tutti pensiamo. Potrebbe trattarsi addirittura di pochi mesi!
In mezzo a tutti questi preparativi di guerra sopraggiunse un’interruzione inattesa e catastrofica: la crisi mondiale.
Disoccupazione, fame, demoralizzazione delle masse e miseria furono inevitabilmente legate al crollo economico che, iniziatosi a Wall Street, presto travolse come un uragano l’Europa e l’Asia, sconvolgendo tutti i paesi che avrebbero dovuto costituire la Santa Alleanza contro il bolscevismo.
Grandi banche e grandi consorzi industriali crollavano quasi giornalmente; i piccoli risparmiatori furono rovinati; gli operai gettati sul lastrico. Mentre milioni di persone soffrivano la fame più terribile, il grano marciva nei silos strapieni; il grano in eccedenza veniva riportato nei campi; il caffè veniva usato per alimentare le fornaci, il pesce rigettato nel mare. Il mondo non era più in grado di pagare le merci che aveva prodotto in sovrabbondanza. Tutto un sistema di distribuzione economica era crollato.
Nei primi mesi del 1931, Sir Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, scrisse a M. Moret, governatore della Banca di Francia: « Il sistema capitalistico di tutto il mondo civile sarà rovinato entro un anno se non saranno prese misure drastiche per salvarlo ».
Un mondo era crollato e fra le terrificanti rovine intere nazioni di esseri umani esterrefatti si aggiravano come anime sperdute.
Nell’Estremo Oriente, il Giappone vide che l’occasione propizia era giunta. Nella notte del 18 settembre 1931, le forze militari giapponesi invasero la Manciuria. Le armate cinesi del Kuo-min-tang, ancora impegnate in una guerra civile contro i comunisti cinesi, furono colte di sorpresa e opposero scarsa resistenza. Il Giappone occupò tutta la Manciuria « per salvare la Cina dal bolscevismo ».
La seconda guerra mondiale era cominciata, ma non proprio conforme ai progetti.
Due anni dopo, Adolf Hitler prendeva il potere in Germania.

Capitolo undicesimo
Fine di un’ èra

Il mito propagandistico della « minaccia del bolscevismo » aveva portato al potere il nazismo. Con il pretesto di salvare la Germania dal comunismo, Adolf Hitler da oscuro caporale austriaco e da spia della Reichswehr era assurto a Cancelliere del Reich. Nella notte del 27 febbraio 1933, Hitler si mise ancor pìù in luce con un supremo atto di provocazione: l’incendio del Reichstag. Hitler dichiarò che questo incendio (causato in realtà dagli stessi nazisti) era il segnale di un’insurrezione comunista contro il governo tedesco. Con questo pretesto i nazisti proclamarono lo stato di emergenza, imprigionarono o assassinarono i dirigenti antifascisti e distrussero i sindacati. Dalle rovine fumanti del Reichstag Hitler sorse come Führer del terzo Reich.
Il terzo Reich sostituì la controrivoluzione bianca zarista nella sua funzione di baluardo mondiale di reazione e di antidemocrazia. Il nazismo fu l’ apoteosi della controrivoluzione, dotata delle tremende risorse industriali e militari dell’imperialismo tedesco rinascente. Il suo Credo politico fu la risurrezione degli oscuri odi e delle premesse finanziarie dello zarismo. Le sue S. A., le vecchie « Centurie nere » redivive, furono innalzate alla dignità di un regolare organizzatore militare. I pogròm su vasta scala e lo sterminio di intere popolazioni facevano parte del programma ufficiale del governo del terzo Reich. I Protocolli dei Savi di Sion fornirono l’ideologia nazista. I capi nazisti erano i discendenti spirituali del barone Wrangel e di Ungern, gli uomini del terrore bianco in Russia.
I quindici anni di fittizia pace e di segreta guerra contro la democrazia e il progresso, condotta sotto l’insegna dell’ « antibolscevismo » avevano dato i loro inevitabili frutti. Le fiamme che divorarono il Reichstag dovevano ben presto diffondersi e moltiplicarsi fino a minacciare l’intero globo…
Noi riprendiamo la marcia che interrompemmo sei secoli fa scriveva Hitler in Mein Kampf. – Noi cambiamo il corso dell’emigrazione germanica, sinora sempre diretta verso il Mezzogiorno e l’Occidente d’Europa, e guardiamo a Oriente. Così poniamo fine alla politica coloniale e commerciale dell’anteguerra e passiamo alla politica territoriale dell’avvenire. Quando parliamo di nuovi territori, non possiamo non pensare alla Russia, in primo luogo, e agli stati di confine ad essa soggetti ».
La lusinga dell’ « antibolscevismo » attrasse come una potente calamita le forze della reazione e dell’imperialismo mondiale nell’orbita dell’appoggio ad Adolf Hitler.
Gli stessi uomini di Stato e gli stessi militaristi che in passato avevano appoggiato ogni intrigo e ogni cospirazione bianca contro la Russa sovietica si presentavano ora come i principali apologisti e promotori del nazismo. In Francia, la cerchia degli antibolscevichi, stretta intorno al maresciallo Foch e i suoi ex aiutanti, Pétain e Weygand, ignorarono la minaccia che veniva al loro paese dal nazismo, tanto erano bramosi di allearsi con questo nuovo movimento antibolscevico, che superava in forza tutti gli altri. Mannerheim in Finlandia, Horthy in Ungheria, Sirovy in Cecoslovacchia e tutti gli altri strumenti della guerra segreta antisovietica si trasformarono da un giorno all’altro in avanguardia dell’aggressione nazista contro l’Oriente.
Nel maggio del 1933, solo pochi mesi dopo l’avvento al potere di Hitler in Germania, Alfred Rosenberg si recò in Inghilterra per conferire con Sir Henry Deterding. II « filosofo » nazista fu ospite nella grande tenuta che il magnate del petrolio possedeva a Buckhurst Park vicino al castello di Windsor. Fra i Tories inglesi, sostenitori della crociata antibolscevica, esisteva già un forte e crescente gruppo filonazista.
II 28 novembre 1933 il « Daily Mail» di Lord Rothermere intonò il motivo che presto doveva dominare la politica estera britannica:
« I gagliardi giovani nazisti di Germania sono la guardia d’Europa contro il pericolo comunista… La Germania ha bisogno di spazio vitale… L’immissione delle riserve di energia e di capacità organizzativa tedesche nella Russia bolscevica contribuirebbe a restituire il popolo russo a un’esistenza civile, e segnerebbe forse un nuovo periodo di prosperità nel commercio mondiale ».
Tutte le sparse forze dell’antibolscevismo e dell’ antidemocrazia mondiali e della controrivoluzione bianca dovevano essere mobilitate, sotto la direzione nazista, in una forza internazionale unita che distruggesse la democrazia europea, invadesse la Russia sovietica e, eventualmente, tentasse di conquistare il dominio del mondo.
La guerra segreta contro la Russia sovietica, che durava da quindici anni, aveva creato nel cuore d’Europa un Frankenstein, un mostro militarizzato che minacciava la pace e la sicurezza di tutte le nazioni libere.
Quando le S. A. di Hitler percorsero le strade della Germania brandendo i loro manganelli e cantando « Oggi è nostra la Germania, domani sarà nostro il mondo intero! », una voce inglese pronunziò poche parole di ammonimento e di allarme profetico; era inaspettatamente la voce di Winston Churchill, l’ex leader dell’antibolscevismo tory.
Nel dicembre 1933, Churchill ruppe drammaticamente i rapporti con i suoi colleghi tory e additò nel nazismo la più grave minaccia per l’Impero britannico. Replicando direttamente all’affermazione di Lord Rothermere che « i gagliardi giovani nazisti di Germania sono la guardia d’Europa contro il pericolo comunista », Churchill disse:
« Tutte queste bande di gagliardi giovani teutonici che rnarciano per le vie e le strade della Germania… sono in cerca di armi e, quando le avranno, chiederanno – credetemi – la restituzione dei loro territori perduti e delle colonie, e, quando la richiesta sarà fatta, infallibilmenre scuoterà e forse distruggerà nelle fondamenta ogni paese ».
Churchill vedeva nella Germania nazista una minaccia diretta contro i mercati esteri e le colonie della Gran Bretagna.
Al di là dell’Atlantico un altro uomo vide che un’èra della storia del mondo si era conclusa. Franklin Delano Roosevelt da poco eletto presidente degli Stati Uniti, capovolse all’improvviso la politica antisovietica del suo predecessore, il presidente Herbert Hoover. Il 16 novembre 1933 le relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica furono ristabilite in pieno. Nello stesso giorno il presidente Roosevelt in una lettera a Maxim Litvinov affermava :

« Confido che le relazioni ora stabilite fra i nostri popoli possano rimanere sempre normali e amichevoli, e che d’ora innanzi le nostre nazioni possano collaborare nel loro interesse reciproco e per la conservazione della pace mondiale ».

L’anno successivo la Germania nazista si ritirava dalla Società delle Nazioni. AI suo posto, nel consesso delle nazioni entrava l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Un’èra nuova era cominciata e doveva essere l’èra dei tradimenti più fantastici e mostruosi che la storia abbia mai registrato, un’èra di una diplomazia segreta condotta mediante il terrore, l’assassinio, la cospirazione, i colpi di Stato, la frode e l’inganno in misura mai conosciuta in passato.
E quest’èra doveva culminare nella seconda guerra mondiale.

Libro terzo
La « quinta colonna» della Russia

Capitolo dodicesimo
La via del tradimento

1. Un ribelle fra i rivoluzionari.

Dal momento in cui Hitler salì al potere in Germania, la controrivoluzione internazionale divenne parte integrante del piano nazista della conquista del mondo. Hitler mobilitò in ogni paese le forze controrivoluzionarie che per quindici anni si erano organizzate in tutto il mondo. Queste forze furono ora trasformate in quinte colonne della Germania nazista, divennero organizzazioni di tradimento, spionaggio e terrore. Erano, queste quinte colonne, le avanguardie segrete della Wehrmacht tedesca.
Una delle più potenti e piti importanti operava nella Russia sovietica. Era capeggiata da un uomo che è forse il più eminente rinnegato politico della storia.
Il nome di quest’uomo era Lev Trotskij.
Quando sorse il terzo Reich Lev Trotskij era già a capo di una congiura antisovietica internazionale che contava potenti forze nell’Unione Sovietica. Nel suo esilio Trotskij complottava il rovesciamento del governo sovietico, il proprio ritorno in Russia e l’assunzione di quel potere personale che un tempo era stato proprio sul punto di prendere.
« Vi fu un momento – scrisse Winston Churchill nei suoi Great Contemporaries – in cui Trotskij fu quasi sul punto di occupare il trono vacante dei Romanov ».
Negli anni 1919-1920 la stampa mondiale soprannominò Trotskij il « Napoleone rosso ». Trotskij era Commissario sovietico per la guerra. Vestito di un lungo elegante cappotto militare, con gli stivali lucidi e la pistola automatica al fianco, Trotskij passava da un fronte di battaglia all’altro, tenendo focosi discorsi ai soldati dell’esercito rosso. Trasformò un treno blindato in suo privato quartier generale e si circondò di una personale guardia del corpo in divisa speciale. Aveva la propria fazione nel comando dell’armata; nel Partito bolscevico e nel governo sovietico. Il treno di Trotskij, la guardia di Trotskij, i discorsi di Trotskij, la testa di Trotskij – il suo ciuffo di capelli neri, la sua piccola barba nera a punta e i suoi occhi dardeggianti dietro gli occhiali luccicanti – erano celebri in tutto il mondo. In Europa e negli Stati Uniti le vittorie dell’esercito rosso erano attribuite al « comando di Trotskij ».
Dopo la sua drammatica deportazione dalla Russia sovietica nel 1929, elementi antisovietici crearono in tutto il mondo un mito intorno al nome e alla personalità di Lev Trotskij. Secondo questo mito, Trotskij era « il più grande capo bolscevico della rivoluzione russa » è « l’ispiratore, il più stretto collaboratore e il logico successore di Lenin ».
Ma nel febbraio 1917, un mese prima del crollo dello zarismo, Lenin stesso scriveva: « Il nome Trotskij significa: fraseologia di sinistra e blocco con la Destra contro i fini della Sinistra».
Lenin chiamò Trotskij il « Giuda» della rivoluzione russa [1].
Traditore si diventa, non si nasce. Come Benito Mussolini, Pierre Laval, Joseph GoebbeIs, Jacques Doriot, Wang Ching-wei e altri famigerati avventurieri dell’epoca moderna, Lev Trotskij aveva cominciato la sua carriera come dissidente, come elemento di estrema sinistra in seno al movimento rivoluzionario del suo paese natale.
Il crollo del regime zarista nel marzo 1917 trovò Trotskij a New York City, intento a pubblicare un giornale russo radicale, « Novy Mir » (Mondo nuovo), in collaborazione con il suo amico e avversario di Lenin, Nikolàj Buchàrin, un emigrato politico russo ultra-sinistro descritto un giorno come « un biondo Machiavelli in una giacca di cuoio » [2]. Trotskij si affrettò a fissare il suo ritorno in Russia. II viaggio fu interrotto allorché le autorità canadesi lo arrestarono a Halifax. Dopo un fermo di un mese, fu rilasciato su richiesta del governo provvisorio russo e s’imbarcò per Pietrogrado.
II governo britannico aveva deciso di lasciar tornare Trotskij in Russia. Secondo le memorie dell’agente britannico Bruce Lockhart, l’Intelligence Service britannico riteneva di poter trarre profitto dai « dissensi fra Trotskij e Lenin … »
Trotskij giunse a Pietrogrado in maggio. Cercò in un primo tempo di creare un proprio partito rivoluzionario: un blocco composto di ex emigrati e di elementi dell’Estrema Sinistra, provenienti da partiti radicali diversi. Ma ben presto fu chiaro che il movimento di Trotskij non aveva possibilità di sviluppo. Il partito bolscevico aveva l’appoggio delle masse rivoluzionarie.
Nell’agosto del 1917 Trotskij compì un salto politico sensazionale. Dopo quattordici anni di opposizione a Lenin e ai bolscevichi, Trotskij chiese di entrare nel Partito bolscevico.
Più volte Lenin aveva ammonito di stare in guardia contro Trotskij e le sue ambizioni personali; ma ora, nella lotta cruciale per la creazione di un governo sovietico, la politica di Lenin richiedeva un fronte unico di tutte le fazioni, di tutti i gruppi e partiti rivoluzionari. Trotskij era il portavoce di un vasto gruppo. Fuori della Russia il suo nome era più conosciuto di quello di qualsiasi altro capo rivoluzionario russo, a eccezione di Lenin. Inoltre, le doti eccezionali di Trotskij come oratore, agitatore e organizzatore potevano essere utilizzate con grande vantaggio dei bolscevichi. La domanda di ammissione al Partito bolscevico presentata da Trotskij fu accettata.
È significativo che Trotskij fece il suo ingresso nel Partito bolscevico in modo teatrale. Portò con sé nel partito tutto il suo seguito di dissidenti di sinistra. Secondo l’espressione scherzosa di Lenin, sembrava di venire a un accordo con una « grande potenza ».
Al momento della formazione del primo governo sovietico come coalizione di bolscevichi, socialisti-rivoluzionari di sinistra ed ex menscevichi, Trotskij ebbe il Commissariato agli Esteri. La sua familiarità con le lingue straniere e la sua vasta conoscenza degli altri paesi lo rendevano adatto a tale carica.

[1] Ecco alcune altre tipiche osservazioni che Lenin, in periodi diversi, ha fatto a proposito di Trotskij e della sua attività in seno al movimento rivoluzionario russo:
1911. «Nel 1903 Trotskij era menscevico; lasciò i menscevichi nel 1904; ritornò ai menscevichi nel 1905, facendo sfoggio nel frattempo di frasi ultra rivoluzionarie e voltò di nuovo le spalle ai menscevichi nel 1906… Trotskij plagia oggi le idee di una fazione e domani quelle dell’altra, e in tal modo si ritiene superiore a entrambe. .. Devo dichiarare che Trotskij rappresenta soltanto la sua propria fazione ».
1910. « La gente come Trotskij con le sue frasi roboanti… è la malattia della nostra epoca. Chi appoggia il gruppo di Trotskij appoggia una politica di menzogne e d’inganno contro i lavoratori … non è possibile ragionare con Trotskij su questioni essenziali perché egli non ha opinioni… noi lo denunciamo semplicemente come un diplomatico della più bassa lega ».
1912. « Questo blocco è formato da mancanza di principi, da ipocrisia e frasi vuote… Tutto questo Trotskij lo nasconde dietro la frase rivoluzionaria che non gli costa nulla e non lo impegna a nulla ».
1914. « Sinora il compagno Trotskij non ha mai avuto un’opinione precisa su un solo serio problema marxista; egli è sempre entrato di soppiatto attraverso qualche fessura lasciata aperta da questa o quell’altra differenza e ha oscillato ora in una direzione e ora nell’ altra ».

[2] Trotskij era giunto negli Stati Uniti solo due mesi prima della caduta dello zar, dopo essere stato espulso dalla Francia alla fine dell’autunno 1916. Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905 Trotskij era vissuto all’estero. Buchàrin, proveniente dall’ Austria, lo aveva preceduto negli Stati Uniti.

2. L’opposizione di sinistra.

Prima come commissario per gli affari esteri e poi come commissario per la guerra, Trotskij fu il portavoce principale della cosiddetta opposizione di sinistra in seno al Partito bolscevico. Benché poco numerosi , questi oppositori erano oratori e organizzatori di talento. Avevano vaste relazioni all’estero e anche in Russia fra i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari. Nei primi giorni dopo la rivoluzione essi si assicurarono posti importanti nell’esercito, nel corpo diplomatico e negli organi esecutivi dello Stato.
Nella direzione dell’opposizione Trotskij aveva a fianco altri due radicali dissidenti: Nikolàj Buchàrin, il sottile, bionco, sedicente « ideologo marxista », il quale capeggiava un gruppo di cosiddetti « comunisti di sinistra »; e Grigorij Zinoviev, tarchiato ed eloquente agitatore di sinistra, il quale, insieme col cognato di Trotskij, Lev Kàmenev, guidava una sua fazione chiamata dei « zinovievisti ». Trotskij, Buchàrin e Zinoviev spesso erano in conflitto su questioni di tattica e a causa di rivalità personali e di contrastanti ambizioni politiche, ma nei momenti cruciali unirono le loro forze in reiterati tentativi di conquistare il controllo del governo sovietico.
Fra i seguaci di Trotskij si trovavano: Yuri Pjatakov, radicale, figlio di una ricca famiglia ucraina, caduto sotto l’influenza di Trotskij in Europa; Karl Radek, il brillante giornalista e agitatore polacco « di sinistra », che in Svizzera si era unito a Trotskij nell’opposizione a Lenin; Nikolàj Krestinskij, ex avvocato e ambizioso rappresentante alla Duma bolscevica; Grigorij Sokolnikov, giovane radicale cosmopolita che entrò nel Commissariato degli esteri sotto gli auspici di Trotskij.
Come Commissario per la guerra Trotskij si circondò inoltre di una cricca di uomini dell’esercito, duri, violenti, decisi a tutto, i quali formavano una speciale « guardia di Trotskij », fanaticamente devoti al loro « capo ». Membro preminente della fazione militare di Trotskij era Nikolàj Muralov, il comandante spilungone e spavaldo della guarnigione militare di Mosca. La guardia del corpo personale di Trotskij comprendeva Ivan Smirnov, Serghjéj Mrachkovskij e Ephraim Dreitzer. L’ex terrorista socialrivoluzionario Bljumkin, assassino del conte Mirbach, divenne il capo della guardia del corpo personale di Trotskij.
Trotskij si associò inoltre alcuni ex ufficiali zaristi con i quali aveva stretto rapporti amichevoli e, malgrado i frequenti richiami da parte del partito bolscevico, li assegnò a importanti posti militari. Uno di questi ufficiali ex zaristi, con cui Trotskij si legò strettamente nel 1920, durante la campagna di Polonia, era Michail Nicolajevic Tukhacevskij, un capo militare dalle ambizioni napoleoniche.
Scopo dell’opposizione di sinistra, così raggruppata, era di soppiantare Lenin e di prendere il potere nella Russia sovietica.
Fuori della Russia, gli -amici e i fautori internazionali di Trotskij in seno ai circoli socialisti e comunisti di sinistra, ritenevano che il regime di Lenin fosse condannato. Molti altri osservatori ritenevano inoltre che Trotskij e l’opposizione di sinistra stessero per prendere il potere. Il corrispondente estero americano Isaac F. Marcosson scriveva che Trotskij aveva « dietro a sé i comunisti giovani, la maggior parte degli ufficiali e dei soldati dell’esercito rosso ». Ma il mondo esterno sopravvalutava, al pari dello stesso Trotskij, la sua forza e la sua popolarità.
Nel tentativo di trascinarsi dietro le masse, Trotskij percorreva il paese e compariva con fare drammatico nelle pubbliche adunanze, tenendo appassionati discorsi in cui accusava i « vecchibolscevichi » di aver « degenerato », e chiamava la « gioventù » ad appoggiare il suo movimento. Ma i soldati, gli operai e contadini russi, reduci da poco dalla lotta vittoriosa contro coloro che intendevano essere i Napoleoni bianchi, non eranodisposti a tollerare un « Napoleone rosso » che sorgesse dalle loro file. Nella sua Storia della Russia Sir Bernard Pares scriveva a proposito di Trotskij in quel periodo: « Un critico acuto che lo ha avvicinato ha detto giustamente che per la sua natura e per i suoi metodi Trotskij apparteneva a tempi prerivoluzionari. I demagoghi stavano passanto di moda ». .
Nel decimo congresso del Partito bolscevico, nel marzo 1921, il Comitato centrale, con a capo Lenin , approvò una risoluzione che dichiarava fuori della legge tutte le « fazioni » in seno al Partito, in quanto costituivano una minaccia per l’unità della direzione rivoluzionaria. Da quel momento, tutti i dirigenti del Partito si sarebbero dovuti sottomettere alle deliberazioni della maggioranza e alla sua direzione, pena l’espulsione dal Partito. Il comitato centrale ammonì in modo particolare il « compagno Trotskij » contro la sua « attività faziosa », e affermò che « nemici dello Stato », approfittando della confusione creata dalla suaattività disgregatrice, si infiltravano nel Partito col nome di « trotskisti ».. Alcuni autorevoli trotskisti e altri oppositori di sinistra furono espulsi.
L’anno seguente, nel marzo 1922, Josif Stalin fu eletto segretario generale del Partito, con l’incarico di portare a compimento i piani di Lenin.
In seguito al secco ammonimento del Partito e all’espulsione dei suoi seguaci, la massa che seguiva Trotskij cominciò ad assottigliarsi. Il suo prestigio diminuiva. L’elezione di Stalin fu un colpo schiacciante per la sua fazione entro il Partito.
Il potere sfuggiva di mano a Trotskij.

3. La via del tradimento.

Fin dall’inizio l’opposizione di simstra aveva lavorato in due maniere. Alla luce del giorno, dalle tribune, nei propri giornali e nei propri centri di conferenze, gli oppositori portavano fra il popolo la loro propaganda. Dietro le quinte, in ristrette riunioni segrete della fazione cui partecipavano Trotskij, Buchàrin, Zinoviev, Radek, Pjatakov e altri, si elaborava tutta la strategia e si definiva la tattica dell’opposizione.
Sulla base di questo movimento d’opposizione, Trotskij creò in Russia un’organizzazione cospirativa segreta, fondata sul « sistema dei cinque » che Reilly aveva sviluppato e che i socialisti-rivoluzionari e altri cospiratori antisovietici avevano adottato.
Nel 1923, l’apparato clandestino di Trotskij era già un’organizzazione potente e a largo raggio. Codici speciali, cifrari e parole d’ordine furono adottati da Trotskij e dai suoi seguaci per le comunicazioni illegali. Si installarono in tutto il paese tipografie clandestine. Cellule trotskiste furono costituite nell’esercito, nel corpo diplomatico e nelle istituzioni sovietiche di Stato e di partito.
Alcuni anni dopo Trotskij rivelò che suo figlio, Lev Sedov, era coinvolto allora nella congiura trotskista, la quale già non rappresentava più una semplice opposizione politica in seno al Partito bolscevico, ma stava per fondersi con la guerra segreta contro il regime sovietico.
« Nel 1923 Lev si gettò a capofitto nell’attività dell’opposizione… – scriveva nel 1938 Trotskij, nel suo opuscolo Lev Sedov: figlio, amico e combattente. – In tal modo, a diciassette anni, iniziò una vita di rivoluzionario pienamente consapevole. Afferrò rapidamente l’arte del lavoro cospirativo, delle riunioni illegali, della pubblicazione e della distribuzione segreta dei documenti d’opposizione. Il Comsomol (organizzazione comunista giovanile) sviluppò rapidamente i propri quadri di dirigenti d’opposizione ».
Ma Trotskij era andato più in là del lavoro cospirativo all’interno della Russia sovietica.
Nell’inverno del 1921-22, Nikolàj Krestinskij, ex avvocato ed eminente trotskista, dalla pelle nerastra e dallo sguardo sfuggente, era stato nominato ambasciatore sovietico in Germania. Nel corso delle sue visite di dovere si recò dal generale Hans von Seeckt, comandante della Reichswehr. Seeckt era stato informato dai rapporti del suo servizio spionistico che Krestinskij era trotskista. Il generale tedesco fece capire a Krestinskij che la Reichswehr guardava con simpatia la opposizione russa, capeggiata dal Commissario per la guerra Trotskij.
Pochi mesi dopo, a Mosca, Krestinskij riferì a Trotskij le parole del generale von Seeckt. Trotskij aveva un bisogno disperato di fondi per la sua crescente organizzazione clandestina. Gli rispose che l’opposizione in Russia aveva bisogno di alleati esteri, e doveva essere pronta a concludere alleanze con potenze amiche. La Germania non era nemica della Russia – aggiunse Trotskij -, e non c’era nessuna probabilità di un prossimo conflitto fra i due paesi; i Tedeschi guardavano a Ovest, con l’ardente brama di vendicarsi della Francia e dell’Inghilterra. Gli uomini politici dell’opposizione nella Russia sovietica dovevano esser pronti a trarre vantaggio da questa situazione …
Al suo ritorno a Berlino nel 1922, Krestinskij ebbe l’incarico di « approfittare di un incontro con Seeckt in occasione di negoziati ufficiali per proporgli di concedere a Trotskij un sussidio regolare per lo sviluppo dell’attività illegale trotskista ».
Ecco, secondo le parole dello stesso Krestinskij, quel che accadde:
« Sollevai il problema con Seeckt, e accennai alla somma di 250.000 marchi oro. Dopo essersi consultato con il suo aiutante, il capo di stato maggiore Hasse, il generale Seeckt si disse d’accordo in via di principio e pose la controrichiesta che alcune delicate e importanti informazioni di carattere militare gli fossero date, anche se non regolarmente, o dallo stesso Trotskij a Mosca o per mezzo mio. Inoltre, egli doveva essere favorito nella concessione di visti d’entrata per le persone che avrebbero inviato come spie nell’Unione Sovietica. Questa controrichiesta del generale Seeckt fu accettata e nel 1923 l’accordo fu concluso [3] ».

[3] Le citazioni e i dialoghi riportati nel libro III, a proposito della attività segreta dei trotskisti in Russia, senza indicazione di fonte nel testo, risultano dalla testimonianza dei processi che ebbero luogo dinanzi alla Sezione Militare della Corte Suprema dell ‘U.R.S.S. a Mosca nell’agosto 1936, gennaio 1937 e marzo 1938. Dialoghi e incidenti che coinvolgono direttamente Trotskij e suo figlio Sedov, e di cui, nel testo, è taciuta la fonte, risultano dalla deposizione degli accusati in questi processi.

4. La lotta per il potere.

Il 21 gennaio 1924 moriva Vladimir Ilič Lenin, creatore e capo del Partito bolscevico.
Subito dopo la morte di Lenin, Trotskij reclamò apertamente il potere. Al Congresso del Partito, nel maggio 1924, Trotskij chiese che riconoscessero lui e non Stalin come successore di Lenin. Contro il parere dei propri alleati, volle che la richiesta fosse messa ai voti. I 748 delegati bolscevichi del Congresso si pronunziarono all’unanimità perché a Stalin fosse conservata la carica di segretario generale, e condannarono la lotta di Trotskij per il potere personale.
Il movimento d’opposizione di Trotskij intensificò la sua attività cospirativa. In una propaganda e in una lotta politica contro il governo sovietico, condotte su scala nazionale , raccolse ogni sorta di elementi malcontenti e sovversivi. Come Trotskij stesso ebbe a scrivere più tardi: « Al seguito di questa avanguardia si trascinava un codazzo di ogni specie di carrieristi insoddisfatti, male in arnese e scontenti ». Spie, sabotatori, controrivoluzionari, bianchi , terroristi affluivano alle cellule segrete della nuova opposizione. Le cellule cominciarono ad accumulare armi. Una vera armata segreta trotskista si stava costituendo in territorio russo.
« Dobbiamo mirare molto lontano – disse Trotskij a Zinoviev e a Kamenev, come egli ricorda in La mia vita. – Dobbiamo prepararci per una lotta lunga e grave ».
Dal di fuori, il capitano Sidney George Reil1y dell’lntelligence Service decise che era giunto il momento per vibrare il colpo. Boris Sàvinkov, aspirante dittatore della Russia e agente degli Inglesi, fu rimandato quella estate in Russia per preparare l’attesa rivolta controrivoluzionaria. A quanto riferisce Winston Churchill, che ebbe anch’egli la sua parte in questa congiura, Sàvinkov era in relazioni segrete con Trotskij. In Great Contemporaries Churchill scrisse: « Nel giugno 1924 Kamenev e Trotskij lo [Sàvinkov] invitarono definitivamente a ritornare ».
Dopo l’arresto di Sàvinkov e dopo la morte di Reilly, Trotskij iniziò una campagna a fondo contro il governo sovietico. « Durante il 1926 – scrive Trotskij in La mia vita – la lotta del Partito si sviluppò con crescente intensità. In autunno l’opposizione uscì persino all’aperto nelle assemblee di sezione del Partito ». Questa tattica fallì e un diffuso risentimento si manifestò tra gli operai i quali denunziarono con indignazione l’attività disgregatrice trotskista. « L’opposizione – scrisse Trotskij – fu costretta a battere in ritirata… »
Mentre nell’estate del 1927 incombeva sulla Russia la minaccia di una guerra, Trotskij rinnovò i suoi attacchi contro il governo sovietico. Nella sua autobiografia, egli descrive la febbrile attività cospirativa del suo movimento in quell’epoca : « In varie parti di Mosca edi Leningrado si tennero riunioni segrete, cui partecipavano operai e studenti di entrambi i sessi, i quali si raccoglievano in gruppi da venti a cento e a duecento per ascoltare qualche rappresentante dell’opposizione. In una sola giornata io intervenivo a due, tre e talvolta anche a quattro di queste riunioni… »
Trotskij preparava febbrilmente il momento di scoprire le carte. Alla fine di ottobre i suoi piani erano pronti. Un’insurrezione doveva aver luogo il 7 novembre 1927, giorno del decimo anniversario della rivoluzione bolscevica. I seguaci più risoluti di Trotskij, già membri della Guardia dell’esercito rosso, dovevano capeggiare l’insurrezione. Si costituivano distaccamenti per l’occupazione di punti strategici in tutto il paese. Segnale dell’insurrezione doveva essere una dimostrazione politica contro il governo sovietico durante la grande parata degli operai che doveva aver luogo a Mosca la mattina del 7 novembre.
L’ insurrezione di Trotskij fallì appena ebbe inizio. La mattina del 7 novembre, mentre gli operai marciavano per le vie di Mosca, volantini di propaganda trotskisti piovevano su di loro con l’annuncio dell’avvento della « nuova direzione ». Piccole bande di trotskisti apparvero improvvisamente nelle strade, agitando bandiere e cartelli. Gli operai indignati le dispersero.
Le autorità sovietiche agirono con prontezza. Agenti del governo irruppero nelle tipografie clandestine trotskiste e nei depositi d’armi. Zinoviev e Radek furono arrestati a Leningrado, dove si erano recati per organizzare un putsch nel medesimo giorno e nella medesima ora. Uno dei seguaci di Trotskij, il diplomatico Joffe, già ambasciatore in Giappone, si uccise. In alcuni luoghi i trotskisti furono arrestati in compagnia di ex ufficiali bianchi, terroristi social-rivoluzionari e agenti stranieri…
Trotskij fu espulso dal Partito bolscevico e esiliato ad Alma Ata, capitale della repubblica sovietica del Kazachistan in Siberia, vicino al confine cinese. Gli fu data una casa per lui, la moglie Nataša e il figlio Sedov. Il governo sovietico, che non conosceva ancora il vero obiettivo e il significato della sua congiura, lo trattò con indulgenza. Gli fu permesso di conservare alcune delle sue personali guardie del corpo, fra cui l’ex ufficiale dell’esercito rosso Ephraim Dreitzer. Poteva ricevere e spedire carteggio personale, poteva disporre di una propria biblioteca e di « archivi » riservati e poteva ricevere di tanto in tanto le visite di amici e ammiratori.
Ma l’esilio non pose affatto fine alla sua attività cospirativa.
La casa di Trotskij ad Alma Ata era il centro di attivi intrighi antisovietici. « La vita ideologica dell’opposizione bolliva in quel tempo come un caldaia », scrisse più tardi nel libello Lev Sedov: figlio, amico e combattente. Da Alma Ata, egli dirigeva una propaganda clandestina su scala nazionale e una campagna sovversiva contro il regime sovietico.
Nel dicembre 1928 un rappresentante del governo sovietico fu inviato ad Alma Ata per visitare Trotskìj. Secondo quanto è riferito in La mia vita, egli disse a Trotskij : « L’attività dei vostri simpatizzanti politici ha assunto negli ultimi tempi in tutto il paese un carattere decisamente controrivoluzionario; le condizioni in cui vi trovate ad Alma Ata vi dànno tutta la possibilità di dirigere questa attività … » Il governo sovietico desiderava da parte di Trotskij la promessa che avrebbe desistito dalla sua attività sediziosa. Altrimenti, sarebbe stato costretto a considerarlo un traditore e a procedere energicamente. Trotskij si rifiutò di ascoltare l’ammonimento. Il suo caso fu deferito al collegio speciale del Ogpu a Mosca.
La mattina del 22 gennaio 1929 Trotskij fu formalmente espulso dall’Unione sovietica.
Fu l’inizio della fase più straordinaria della sua carriera.
« L’esilio significa di solito l’eclissi. Il contrario è accaduto nel caso di Trotskij, – scriveva più tardi Isaac F. Marcosson in Turbulent Years (Anni turbolenti). – Calabrone umano mentre si trovava entro i confini sovietici, la sua puntura è difficilmente meno efficace a distanza di migliaia di miglia. Esercitando un controllo da lontano, era diventato il nemico pubblico numero uno della Russia. Napoleone ebbe una Sant’Elena che mise termine alla sua carriera di perturbatore d’Europa. Trotskij ne ebbe cinque. Ognuna fu un covo di intrighi. Maestro nell’arte della propaganda, visse in un’atmosfera fantastica di congiura nazionale e internazionale, come un personaggio da romanzo giallo di Oppenheim ».

Capitolo tredicesimo
Genesi di una quinta colonna

1. L’isola d’Elba di Trotskij.

Il 13 febbraio 1929 Lev Trotskij arrivò a Costantinopoli. Vi giunse non come un esule politico screditato, ma anzi come un sovrano in visita. La stampa mondiale riferiva in prima pagina, a grandi titoli, il suo arrivo. Corrispondenti esteri aspettavano per salutare il motoscafo privato che lo portava al molo. Scostatili, Trotskij si diresse all’automobile guidata da una delle sue guardie personali ,che lo attendeva e sparì.
A Prinkipo, la pittoresca isola del Mar Nero dove Woodrow Wilson aveva sognato di tenere una conferenza della pace fra alleati e sovietici, Trotskij esule fissò il suo nuovo quartier generale politico con il figlio, Lev Sedov, come aiutante maggiore e comandante in seconda. Un’atmosfera strana, piena di mistero e di intrigo, circondava la piccola casa in cui viveva Trotskij. La casa era guardata al di fuori da cani poliziotti e da guardie del corpo armate. All’interno, era invasa da avventurieri radicali provenienti dalla Russia, dalla Germania, dalla Spagna e da altri paesi, i quali avevan seguito Trotskij a Prinkipo.
In un primo tempo, a capo della sua guardia del corpo, a Prinkipo stava Bljumkin, l’assassino socialista-rivoluzionario che lo aveva seguito come un cane fedele sino dai primi anni dopo il 1920. Più tardi, nel 1930, Trotskij lo rinviò in Russia con una missione speciale. Bljumkin fu preso dalla polizia sovietica, processato, giudicato colpevole di aver introdotto clandestinamente nell’URSS armi e propaganda antisovietica, e fucilato. Più tardi, capi della guardia del corpo furono il francese Raymond Molinier e l’americano Sheldon Barte.
Trotskij con la massima cura cercò di conservare nel suo esilio temporaneo la fama di « grande rivoluzionario». Era nel suo cinquantesimo anno d’età. La sua figura tarchiata, leggermente curva, stava diventando pesante e flaccida. Il suo famoso ciuffo di capelli neri e la sua piccola barba a punta erano grigi. Ma i suoi movimenti erano ancor sempre rapidi e impazienti. I suoi occhi scuri dietro gli occhiali luccicanti sopra il suo naso a punta davano alle sue fattezze cupe e mobili un’espressione di speciale malevolenza. Molti osservatori erano respinti dalla sua fisonomia « mefistofelica ». Altri trovavano nella sua voce e nei suoi occhi un fascino quasi ipnotico.
Cercando di mantenere la sua fama fuori della Russia sovietica, Trotskij non abbandonò nulla al caso. Gli piaceva citare le parole dell’anarchico francese Proudhon: « Il destino – me ne rido; e quanto agli uomini, sono troppo ignoranti, troppo asserviti, perché io abbia risentimento verso di loro ». Ma, prima di concedere interviste a visitatori importanti, Trotskij provava accuratamente la sua parte e studiava persino i gesti adatti dinanzi allo specchio della sua camera.
Emil Ludwig, lo scrittore tedesco, intervistò Trotskij poco dopo che si era stabilito a Prinkipo. Trotskij era ottimista. Una crisi incombeva sulla Russia, disse a Ludwig; il piano quinquennale era un fallimento; vi sarebbe stata disoccupazione e un disastro economico e industriale; il programma di collettivizzazione nell’agricoltura era condannato; Stalin stava conducendo il paese alla catastrofe; l’opposizione stava aumentando…
– Di qual entità è il vostro seguito in Russia? – domandò Ludwig.
Trotskij divenne improvvisamente prudente. Fece un gesto con la mano bianca, grossa e ben curata. – È difficile precisarlo. I suoi seguaci erano « dispersi » – disse a Ludwig – lavoravano clandestinamente, « sotto terra ».
– Quando pensate di riprendere l’azione aperta?
A questa domanda, Trotskij rispose, dopo qualche riflessione:
– Quando si presenterà l’occasione dall’esterno. Forse una guerra, un nuovo intervento europeo, quando la debolezza del governo avesse agito come stimolo!
Intorno alla stessa epoca anche il corrispondente estero americano John Gunther visitò il quartier generale di Trotskij. Parlò con Trotskij e con diversi dei suoi seguaci russi ed europei. Con sorpresa di Gunther, l’atteggiamento di Trotskij non fu quello di un esule sconfitto. Fu piuttosto quello di un sovrano o di un dittatore. Gunther pensò a Napoleone all’Elba, proprio nei giorni che precedettero il drammatico ritorno e i Cento Giorni. Gunther riferì :
« Un movimento trotskista è sorto quasi in tutta Europa. In ogni paese vi è un nucleo di agitatori trotskisti. Essi prendono ordini direttamente da Prinkipo. Vi è una specie di collegamento fra i diversi gruppi, attraverso le loro pubblicazioni e i loro manifesti, ma per lo più attraverso lettere private. I vari comitati centrali sono legati a un quartier generale internazionale a Berlino ».
Gunther cercò di far parlare Trotskij della sua Quarta Internazionale, gli chiese che cosa rappresentasse e che cosa facesse. Trotskij fu molto riservato sull’argomento. In un momento di espansione mostrò a Gunther diversi « libri vuoti » in cui si nascondevano e si trasportavano documenti segreti. Elogiò l’attività di Andrea Nin in Spagna. Trotskij aveva anche seguaci e simpatizzanti influenti negli Stati Uniti. Parlò di cellule trotskiste in via di formazione in Francia, Norvegia e Cecoslovacchia. La loro attività, disse a Gunther, era « semi-clandestina ».
Gunther scrisse che Trotskij aveva « perduto la Russia o per lo meno l’aveva perduta per il momento. Nessuno sa se egli la riconquisterà fra dieci o venti anni ». La mira principale di Trotskij era di « tener duro, sperando nella caduta di Stalin in Russia e, nel frattempo, di consacrare ogni briciola di energia all’incessante perfezionamento della sua organizzazione anticomunista all’estero ».
« Una cosa sola – concludeva Gunther – potrebbe far tornare subito Trotskij in Russia ».

Questa cosa era « la morte di Stalin ».

2. Appuntamento a Berlino.

Fino al 1930, l’agente di Trotskij, Krestinskij, aveva ricevuto dalla Reichswehr tedesca circa due milioni di marchi oro per il finanziamento dell’attività trotskista in Russia, in cambio di informazioni consegnate al Servizio segreto militare tedesco dai trotskisti. Nel 1930 Krestinskij fu nominato vice-commissario per gli affari esteri e trasferito da Berlino a Mosca. Il suo allontanamento dalla Germania insieme alla crisi in seno alla Reichswehr dovuta alla crescente potenza del nazismo, arrestarono di nuovo per un certo tempo il flusso del denaro tedesco nelle casse trotskiste.Ma già Trotskij era sul punto di stringere un nuovo, ampio accordo con il Servizio segreto militare della Germania…
Nel febbraio del 1931 il figlio di Trotskij, Lev Sedov, affittò un appartamento a Berlino. Secondo il suo passaporto, Sedov era in Germania come « studente »; era venuto a Berlino ostentatamente per frequentare un « istituto scientifico tedesco ». Ma quell’anno, il soggiorno di Sedov nella capitale della Germania era dovuto a motivi ben più seri.
Sedov agiva a Berlino per conto di suo padre, con incarichi cospirativi.
« Lev stava sempre all’erta, – scrisse più tardi Trotskij nel suo libello Lev Sedov: figlio, amico e combattente, – e cercava affannosamente il modo di comunicare con la Russia, andando alla caccia di turisti che ne tornavano, di studenti sovietici destinati all’estero o di funzionari simpatizzanti nelle rappresentanze estere ». Còmpito principale di Sedov a Berlino era di prendere contatti con vecchi membri dell’opposizione, di comunicar loro le istruzioni di Trotskij, o di riceverne messaggi importanti destinati a suo padre. « Per evitare di compromettere i suoi informatori » e per « sfuggire alle spie della Ghepeu – scrisse Trotskij – Sedov correva per ore intere lungo le strade di Berlino ».
Diversi eminenti trotskisti erano riusciti ad assicurarsi posti nella Commissione sovietica per il commercio estero. Fra questi Ivan N. Smirnov, già ufficiale dell’esercito rosso e membro influente della guardia di Trotskij, e Juri Pjatakov, capo di una importante missione commerciale sovietica a Berlino, vecchio seguacee devotissimo ammiratore di Trotskij. Sedov entrò in rapporti con loro.
Ecco la relazione dello stesso Pjatakov sul suo incontro con Sedov:
« C’è un caffè noto col nome di ” Am Zoo “, a breve distanza dal giardino zoologico sulla piazza omonima. Vi andai e vidi Lev Sedov seduto a un tavolino. In passato, ci conoscevamo molto bene. Mi disse che non mi parlava a suo nome, ma a nome di suo padre; che Trotskij, sapendo che ero a Berlino, gli aveva dato l’ordine categorico di cercarmi, di incontrarsi con me e di parlarmi. Sedov disse che Trotskij non aveva abbandonato affatto l’idea di riprendere la lotta contro Stalin, che vi era stato un temporaneo rallentamento dovuto in parte ai diversi spostamenti di Trotskij da un paese all’altro, ma che questa lotta ora veniva ripresa, del che egli Trotskij, a mezzo suo, mi stava informando… Dopo questo, Sedov mi chiese di punto in bianco: – Trotskij vi domanda di prender parte a questa lotta -. Acconsentii ».
Allora Sedov proseguì e informò Pjatakov della linea su cui Trotskij proponeva di riorganizzare l’opposizione:
« Sedov passò a definire il carattere dei nuovi metodi di lotta: non era il caso di sviluppare una qualsiasi forma di lotta di massa, di organizzare un movimento di massa; adottando una qualsiasi specie di lavoro di massa, saremmo immediatamente perduti; Trotskij era fermamente convinto che bisognava rovesciare Stalin con la violenza, coi metodi del terrorismo e del sabotaggio ».
Fra Sedov e Pjatakov ebbe presto luogo un altro incontro. Questa volta Sedov gli disse: « Vi renderete conto, Juri Leonodovic, che, poiché la lotta è stata ripresa, occorre denaro. Voi potete provvedere i fondi necessari alla lotta ». Sedov spiegò a Pjatakov come si poteva fare. Nella sua qualità di rappresentante ufficiale di commercio del governo sovietico in Germania, Pjatakov doveva assicurare il maggior numero possibile di ordinazioni alle due ditte tedesche, Borsig e Demag. Nel trattare con questi consorzi, Pjatakov non doveva essere « particolarmente esigente quanto ai prezzi ». Trotskij aveva un accordo con Borsig e Demag. « Voi dovrete pagare prezzi più elevati – disse Sedov -, ma questo denaro sarà destinato al nostro lavoro ».
Pjatakov tornò a Mosca. Poco dopo, un emissario segreto gli portò una lettera di Trotskij in cui si specificavano i còmpiti immediati che l’opposizione doveva svolgere nella Russia sovietica.
Il primo era « di ricorrere a ogni mezzo possibile per rovesciare Stalin e i suoi associati ». Ciò significava terrorismo.
Il secondo consisteva nell’ « unire tutte le forze antistaliniane ». Ciò significava collaborazione con il Servizio segreto militare tedesco e con qualsiasi altra forza antisovietica disposta a lavorare con l’opposizione.
Il terzo còmpito era « di contrastare tutti i provvedimenti del governo sovietico e del Partito bolscevico, specialmente nel campo economico». Era il sabotaggio.
Pjatakov doveva essere il primo luogotenente di Trotskij: l’apparato cospirativo all’interno della Russia sovietica doveva far capo a lui.

3. l tre strati.

Durante tutto il 1932, la futura quinta colonna in Russia cominciò ad assumere forme concrete nel mondo clandestino dell’opposizione. In piccole riunioni segrete e in furtivi abboccamenti, i partecipi della congiura venivano informati della nuova linea e istruiti per i loro nuovi còmpiti. Una rete di cellule terroristiche e sabotatrici e un sistema di corrieri furono organizzati nella Russia sovietica.
La richiesta pressante di Trotskij di preparare atti terroristici allarmò in un primo tempo alcuni dei vecchi intellettuali trotskisti. Il giornalista Karl Radek non nascose il suo sgomento allorché Pjatakov lo mise al corrente della nuova tattica. Nel febbraio 1932, Radek ricevette da Trotskij una lettera personale, inviatagli, come tutte le comunicazioni trotskiste di carattere riservato, per mezzo di un corriere segreto.
« Dovete ricordare l’esperienza del periodo precedente, – scrisse Trotskij al suo tentennante seguace, – e rendervi conto che per voi non vi può essere un ritorno al passato, che la lotta è entrata in una fase nuova e che l’aspetto nuovo di tale fase è questo: o perire insieme all’Unione Sovietica o porre il problema di allontanarne i capi ».
La lettera di Trotskij, insieme all’insistenza di Pyatakov, convinsero alla fine Radek. Consentì ad accettare la nuova « linea » : terrorismo, sabotaggio e collaborazione con « potenze straniere ».
Fra gli organizzatori più attivi delle cellule terroristiche, le quali venivano ora costituite in tutta l’Unione sovietica, erano Ivan Smirnov e i suoi compagni piii vecchi della guardia di Trotskij: Serghjéj Mrachkovskij e Ephraim Dreitzer.
Sotto la direzione di Smirnov, Mrachkovskij e Dreitzer cominciarono a costituire piccoli gruppi permanenti di armati e di elementi che avevano seguito Trotskij ai tempi della guerra civile ed erano disposti a usare metodi violenti.
« Le speranze da noi riposte nel crollo della politica del Partito – disse Mrachkovskij a uno di questi gruppi terroristici a Mosca nel 1932 – sono da considerarsi condannate. I metodi di lotta usati finora non han dato nessun risultato positivo. Rimane solo una via di lotta ed è l’eliminazione violenta dei dirigenti del Partito. Stalin e gli altri capi vanno eliminati. Ecco il còmpito principale! »
Nel frattempo Pjatakov si dava alla ricerca di cospiratori nei posti-chiave dell’industria, specialmente nelle industrie belliche e nei trasporti, reclutandoli per la campagna di sabotaggio sistematico che Trotskij voleva scatenare contro l’economia sovietica.
Nell’estate del 1932, tra Pjatakov, quale luogotenente di Trotskij in Russia, e Buchàrin, capo dell’opposizione di destra, fu discussa la possibilità di un accordo per metter termine alle passate rivalità e ai dissidi e svolgere un lavoro comune sotto il comando supremo di Trotskij. Il gruppo minore capeggiato dai veterani dell’opposizione, Zinoviev e Kamenev, acconsentì a sottomettersi all’autorità di Trotskij.
Le ultime trattative furono concluse in quell’autunno e una riunione segreta fu tenuta in una casa di campagna abbandonata, una dascia alle porte di Mosca. I congiurati avevano disposto sentinelle attorno alla casa e lungo tutte le vie di accesso per difenderla da ogni sorpresa e per garantirsi una segretezza assoluta. In questa riunione fu costituito una specie di alto comando delle forze d’opposizione riunite, il quale doveva dirigere le future campagne di terrorismo e di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica.
Questo alto comando dell’opposizione fu chiamato il « Blocco delle Destre e dei trotskisti ». Era formato di tre compartimenti diversi. Se uno di questi veniva scoperto, gli altri avrebbero continuato l’opera.
Il primo compartimento, il Centro terroristico trotskista-zinovievista, capeggiato da Zinoviev, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del terrorismo.
Il secondo compartimento, il Centro trotskista parallelo, capeggiato da Pjatakov, era responsabile dell’organizzazione e della direzione del sabotaggio.
Il terzo compartimento, che era anche il più importante, il reale Blocco delle Destre e dei trotskisti, capeggiato da Buchàrin e da Krestinskij, comprendeva la maggior parte dei dirigenti e dei membri più autorevoli delle forze d’opposizione riunite.
L’intera organizzazione consisteva soltanto di poche migliaia di membri e di venti o trenta dirigenti che avevano cariche importanti nell’esercito, agli esteri, nel servizio segreto, nell’industria, nei sindacati e negli uffici del Partito e del governo.
Fin dall’inizio, nel Blocco delle Destre e dei trotskisti si infiltrarono, e ne presero in mano le redini, agenti pagati di servizi segreti stranieri, e specialmente agenti del Servizio segreto militare tedesco. Ecco alcuni degli agenti dei servizi segreti stranieri membri dirigenti del nuovo blocco cospirativo:
Nikolài Krestinsij, trotskista e vice-commissario per gli Esteri, era agente del Servizio segreto militare tedesco sin dal 1923, anno in cui per la prima volta ricevette incarichi di spionaggio dal generale Hans von Seeckt.
Arkadij Rosengoltz, trotskista e commissario del popolo per il commercio estero, aveva assolto còmpiti di spionaggio per il comando supremo tedesco sin dal 1923. « La mia attività di spionaggio risale al 1923 – raccontò lo stesso Rosengoltz più tardi, – quando, su istruzioni di Trotskij, trasmisi varie informazioni segrete al comandante in capo della Reichswehr, Seeckt, e al capo dello stato maggiore tedesco, Hasse ». Nel 1926 Rosengoltz cominciò a lavorare per l’Intelligence Service, mantenendo tuttavia i suoi contatti con la Germania.
Christian Rakovskij, trotskista ed ex ambasciatore in Gran Bretagna e in Francia, agente dell’Intelligence Service a partire dal 1924. Ecco le parole dello stesso Rakovskij: « Entrai in rapporti criminali con l’Intelligence Service nel 1924 ». Nel 1934, Rakovskij divenne anche agente del Servizio segreto giapponese.
Jakov Livscitz, trotskista e funzionario della commissione sovietica per la ferrovia del lontano Oriente, era agente del Servizio segreto militare giapponese e trasmetteva regolarmente al Giappone informazioni segrete sulle ferrovie sovietiche.
lvàn Knuazev, trotskista, membro dell’esecutivo per il sistema ferroviario degli Urali; agente del Servizio segreto giapponese. Sotto la direzione di questo attuava un’attività di sabotaggio negli Urali, e teneva l’alto comando giapponese informato sul sistema dei trasporti sovietico.
Josif Turok; trotskista vice-direttore del reparto trasporti della ferrovia Perm e Urali; agente del Servizio segreto giapponese. Nel 1935 Turok ricevette dai Giapponesi 35.000 rubli per le operazioni di spionaggio e di sabotaggio che egli assolveva negli Urali.
Michail Cernov, membro dell’opposizione di destra e Commissario del popolo per l’agricoltura dell’URSS; agente del Servizio segreto militare tedesco dal 1928. Sotto la direzione dei Tedeschi, Cernov svolgeva in Ucraina una larga attività di sabotaggio e di spionaggio.
L’ organizzazione cospirativa dei trotskisti, dell’opposizione di destra e degli zinovievisti era, di fatto, la quinta colonna dell’Asse nella Russia sovietica.

Capitolo quattordicesimo
Tradimento e terrore

1. La diplomazia del tradimento.

Negli anni 1933-34 le nazioni d’Europa sembravano prese da un misterioso malessere. Un paese dopo l’altro veniva scosso improvvisamente da colpi di Stato, putsch militari, sabotaggi, assassini e impressionanti rivelazioni di intrighi e di congiure. Non passava quasi mese senza qualche nuovo atto di tradimento e di violenza. Un’epidemia di tradimento e di terrore dilagava in tutta l’Europa.
La Germania nazista era il focolaio dell’infezione. L’11 gennaio 1934 un telegramma dell’United Press riferiva da Londra: « Ora che la Germania nazista è il centro dei nuovi movimenti fascisti, tutto il continente è scosso dalle agitazioni e dalle violenze di coloro che ritengono condannate le vecchie forme di governo ».
Il termine « quinta colonna» non era ancora noto. Ma già le avanguardie segrete dell’alto comando tedesco avevano lanciato la loro offensiva contro le nazioni d’Europa. I Cagoulards e le Croix de Feu in Francia; la Union of Fascists in Inghilterra; i Rexisti nel Belgio; il POW polacco; gli Henleinisti e le Guardie di Hlinka in Cecoslovacchia; i Quislinghiani in Norvegia; la Guardia di ferro in Romania ; l’Imro bulgaro; il finlandese Lappo; il Lupo di ferro in Lituania; la Croce fiammeggiante in Lettonia, e molte altre società segrete naziste di recente fondazione o leghe controrivoluzionarie riorganizzate erano già all’opera per spianare la via alla conquista della Wehrmacht tedesca e all’asservimento del continente e stavano preparando l’attacco all’Unione Sovietica.
Due erano in prima linea gli uomini responsabili dell’organizzazione e della direzione di quest’attività della quinta colonna nazista che presto si estese molto al di là dell’Europa, penetrando negli Stati Uniti, nell’America Latina, nell’Africa e, d’intesa col Servizio segreto giapponese, in tutti i territori dell’Estremo Oriente. Essi erano Alfred Rosenberg e Rudolf Hess. Rosenberg sovraintendeva all’ufficio per la politica estera della NSDAP, avente il còmpito di dirigere migliaia di agenzie di spionaggio, sabotaggio e propaganda naziste in tutto il mondo, con determinati punti di riferimento nell’Europa orientale e nella Russia sovietica. Come delegato di Hitler, Rudolf Hess aveva l’incarico di tutte le trattative estere segrete per conto del governo nazista.
Fu Alfred Rosenberg, l’ex emigrato zarista di Reval, a stabilire per primo rapporti ufficiali segreti fra i nazisti e Lev Trotskij. Fu Rudolf Hess, il sostituto di Hitler, a rafforzarli …
Nel settembre 1933, otto mesi dopo che Hitler era diventato dittatore della Germania, il diplomatico trotskista e agente tedesco Nikolài Krestinskij, che era diretto a una casa di cura di Kissingen per il suo annuale « periodo di riposo », sostò alcuni giorni a Berlino. Krestinskij era allora vice-commissario del popolo per gli affari esteri.
A Berlino, Krestinskij vide Serghjéj Bessonov, l’agente di collegamento trotskista all’Ambasciata sovietica. Krestinskij, in preda a grande agitazione, informò Bessonov che « Alfred Rosenberg, capo del reparto di politica estera del partito nazionalsocialista di Germania », aveva « compiuto sondaggi nei nostri ambienti circa una possibile alleanza segreta fra i nazionalsocialisti tedeschi e i trotskisti russi ».
Krestinskij disse a Bessonov che doveva vedere Trotskij. Bisognava combinare un incontro a ogni costo. Krestinskij si sarebbe fermato nella casa di cura di Kissingen sino alla fine di settembre, poi sarebbe andato a Merano, nell’Alto Adige. Trotskij avrebbe potuto avvicinarlo, con la dovuta cautela, nell’uno o nell’altro dei due luoghi.
L’incontro fu fissato. Nella seconda metà dell’ottobre 1933 Lev Trotskij, accompagnato dal figlio Sedov, varcò con un passaporto falso la frontiera franco-italiana e s’incontrò con Krestinskij all’Albergo « Bavaria » di Merano.
Si discusse su quasi tutte le questioni fondamentali che riguardavano il futuro sviluppo della congiura entro la Russia sovietica. Trotskij esordì asserendo chiaramente che « la conquista del potere poteva avvenire in Russia solo con la forza ».. Ma, così da solo, l’apparato cospirativo non era abbastanza forte per effettuare un colpo con successo e per mantenersi al potere senza un aiuto dal di fuori. Per questo era assolutamente necessario stabilire un accordo concreto con quegli stati stranieri che, per i loro fini, fossero interessati ad appoggiare i trotskisti contro il governo sovietico.
« L’embrione di un tale accordo – disse Trotskij a Krestinskij – è stato il nostro accordo con la Reichswehr; ma quest’accordo non era soddisfacente né per i trotskisti né per i Tedeschi per due ragioni: in primo luogo, una delle parti non era il governo tedesco nel suo insieme, ma solo la Reichswehr… In secondo luogo, quale era la sostanza del nostro accordo con la Reichswehr? Ricevevamo modeste somme di denaro, ed essi a loro volta ricevevano informazioni di cui avrebbe avuto bisogno in caso di un attacco armato. Ma il governo tedesco, e Hitler specialmente, desidera colonie, territori, e non solo informazioni di spionaggio. E si accontenterebbe di territori sovietici piuttosto che di colonie per le quali dovrebbe far la guerra all’Inghilterra, all’America e alla Francia. Quanto a noi, non abbiamo bisogno di 250.000 marchi oro. Abbiamo bisogno delle forze armate tedesche per conquistare il potere con il loro appoggio. Ed è in questa direzione che il lavoro dovrebbe essere continuato ».
La prima cosa – disse Trotskij – era di cercare un accordo col governo tedesco. « Ma anche i Giapponesi sono una forza con cui ci si dovrebbe necessariamente accordare – aggiunse Trotskij. – Sarebbe necessario che i trotskisti russi iniziassero sondaggi presso i rappresentanti giapponesi a Mosca. A questo riguardo, usate Sokólnikov che lavora al Commissariato del popolo per gli Esteri ed è incaricato degli affari orientali… »
Trotskij istruì a fondo Krestinskij sull’organizzazione dell’apparato cospirativo russo.
« Anche se l’Unione Sovietica fosse attaccata dalla Germania – diceva Trotskij – questa non ci permetterebbe ancora di impadronirci della macchina dello Stato se certe forze interne non sono state preparate… È necessario avere un punto d’appoggio, un’organizzazione fra i comandanti dell’esercito rosso e allora, riunendo i nostri sforzi , potremo impossessarci, al momento opportuno, dei centri più vitali e salire al potere, sostituendo al governo attuale, che bisognerà arrestare, un governo nostro formato in precedenza ».
Al suo ritorno in Russia, Krestinskij doveva avvicinare il generale Tukhacevskij, vice-capo di stato maggiore dell’esercito rosso. « È un uomo di tipo bonapartista, – disse Trotskij a Krestinskij, – un avventuriero ambizioso, desideroso non solo di avere un’importante parte militare ma anche militare-politica, e farà certamente causa comune con noi ».
I seguaci di Trotskij in Russia dovevano dare ogni appoggio al generale Tukhacevskij, badando allo stesso tempo di collocare i loro uomini in posizioni strategiche così che, al momento del colpo di Stato, l’ambizioso Tukhacevskij non sarebbe stato capace di controllare il nuovo governo senza l’aiuto di Trotskij.
Tornato a Mosca, Krestinskij fece, in una riunione clandestina di trotskisti russi, un’ampia relazione del suo incontro con Trotskij. Alcuni cospiratori, in particolare Karl Radek, ritenuto il « ministro degli esteri » di Trotskij, erano irritati dal fatto che Trotskij avesse iniziato trattative così importanti senza prima essersi consultato con loro.
Radek, udito il rapporto di Krestinskij, mandò a Trotskij un messaggio speciale chiedendo « ulteriori chiarimenti sulla questione della politica estera ».
La risposta di Trotskij, scritta dalla Francia, fu consegnata a Radek poche settimane dopo, da Vladimir Romm, un giovane corrispondente estero dell’Agenzia Tass, che serviva da corriere trotskista. Romm aveva ricevuto la lettera da Trotskij a Parigi e l’aveva portata clandestinamente in Russia, nascondendola nella copertina di un popolare libro sovietico, Tsushima. Più tardi, Radek descrisse il contenuto della lettera nei termini seguenti:
« Trotskij formulava il problema in questo modo. In Germania l’avvento al potere del fascismo aveva fondamentalmente mutato l’intera situazione. Implicava la guerra in un prossimo futuro, una guerra inevitabile tanto più che al tempo stesso si acutizzava la situazione nell’Estremo Oriente. Trotskij non aveva nessun dubbio che questa guerra sarebbe finita con la disfatta dell’Unione Sovietica. La disfatta, – scriveva, – creerà condizioni favorevoli per l’avvento al potere del blocco… Trotskij affermava di aver preso contatto con uno stato dell’Estremo Oriente e con uno stato dell’Europa Centrale, e di aver detto apertamente in circoli semi-ufficiali di questi stati che il blocco era disposto a trattare con essi e a fare considerevoli concessioni sia di carattere economico che di carattere territoriale ».
Nella stessa lettera, Trotskij informava Radek che i trotskisti russi, i quali occupavano posti diplomatici, sarebbero stati presto avvicinati da alcuni diplomatici stranieri e avrebbero dovuto confermare ad essi la propria lealtà verso Trotskij e assicurarli che appoggiavano Trotskij in ogni maniera…
Grigorij Sokolnikov, il vice-commissario trotskista incaricato degli
affari orientali, si precipitò poco tempo dopo nell’ufficio di Radek, all’ « Izvestia ». « Immagina un po’! – proruppe Sokolnikov nervosamente, appena la porta fu chiusa. – Sto conducendo trattative al commissariato del popolo per gli affari esteri. La conversazione si avvia alla fine. Gli interpreti hanno lasciato la stanza. Improvvisamente l’inviato giapponese si rivolge a me e mi chiede se sono informato delle proposte che Trotskij ha fatto al suo governo ».
Sokolnikov fu profondamente turbato da quest’incidente. – Come vede Trotskij questa cosa? – domandò a Radek. – Come posso io, vice-commissario del popolo, condurre simili trattative? È una situazione assolutamente impossibile!
Radek cercò di calmare il suo amico agitato. – Calmati , – disse. – Trotskij non si rende conto di questa particolare situazione, è ovvio -. Radek continuò ancora assicurando Sokolnikov che la cosa non si sarebbe ripetuta. Aveva già scritto a Trotskij dicendogli che era impossibile che i trotskisti russi conducessero trattative con agenti tedeschi e giapponesi – « sotto gli occhi dell’Ogpu ».. I trotskisti russi, avrebbero dovuto lasciare carta bianca a Trotskij, incaricandolo di continuare le trattative per suo conto, purché li tenesse pienamente informati degli ulteriori sviluppi.
Poco dopo, lo stesso Radek presenziava una cerimonia diplomatica a Mosca, quando un diplomatico tedesco gli sedette accanto e gli disse tranquillamente:
– I nostri capi sanno che il signor Trotskij si sta adoperando per un avvicinamento con la Germania. I nostri capi desiderano sapere che cosa significa quest’idea del signor Trotskij. Forse è l’idea di un emigrato che dorme male? Che cosa vi è dietro queste idee?
Descrivendo la propria reazione a quest’inatteso approccio nazista, Radek disse più tardi : – La nostra conversazione durò, naturalmente, solo un paio di minuti; l’atmosfera di un ricevimento diplomatico non è propizia a lunghi discorsi. Avevo letteralmente un minuto secondo per decidere e dargli una risposta. Gli dissi che gli uomini politici realisti dell’URSS capivano il significato di un ravvicinamento tedesco-sovietico ed erano disposti a fare le necessarie concessioni per attuarlo.

2. La diplomazia del terrore.

Mentre i congiurati russi rafforzavano i loro rapporti e preparavano il tradimento con i rappresentanti della Germania e del Giappone, un’altra fase dell’offensiva segreta contro il governo sovietico era già avviata. Al tradimento si aggiungeva il terrore.
Nel settembre 1934 V. M. Molotov, presidente del consiglio dei commissari del popolo dell’URSS, arrivò in Siberia per un giro d’ispezione nei territori minerari e industriali. Molotov stava tornando dalla visita di una delle miniere del bacino carbonifero di Kuznetsk quando l’automobile su cui viaggiava uscì improvvisamente fuor di strada, andò giù per un argine scosceso e si arrestò proprio sull’orlo di un profondo bacino d’acqua. Fortemente scossi e contusi, ma senza gravi conseguenze, Molotov e i suoi compagni uscirono dall’automobile rovesciata. Per poco erano sfuggiti alla morte.
Guidava la macchina Valentin Arnold, direttore del garage locale. Arnold faceva parte dell’organizzazione terroristica trotskista. Scestov gli aveva dato istruzione di assassinare Molotov; e Arnold aveva deliberatamente fatto uscire l’automobile dalla strada, con l’intenzione di uccidere se stesso insieme a Molotov. L’attentato fallì solo perché all’ultimo momento Arnold perse il coraggio e rallentò, avvicinandosi all’argine dove l’« infortunio » sarebbe dovuto avvenire.
Nell’autunno del 1934 gruppi di terroristi trotskisti e di destra agivano in tutta l’Unione Sovietica. In molti luoghi, agenti nazisti e giapponesi ne dirigevano direttamente le operazioni.
Era stata compilata una lista dei capi sovietici da assassinare. Capolista era Stalin . Fra gli altri, c’erano i nomi di Klementi Voroscílov, V. M. Molotov, Serghjéj Kirov, Lazar Kaganovic, Andréj Zdanov, Vjaceslav Menzhinskij, Maxim Gorkij e Valerian Kuibjscev.
I terroristi ricevevano periodicamente messaggi da Lev Trotskij, nei quali si sottolineava la necessità di eliminare i capi sovietici. Uno di tali messaggi giunse a Ephraim Dreitzer, l’ex guardia del corpo di Trotskij, nell’ottobre del 1934. Trotskij lo aveva scritto con inchiostro invisibile sui margini di una rivista cinematografica tedesca. Fu portato a Dreitzer da sua sorella che lo aveva ricevuto da una corriere trotskista a Varsavia. Esso diceva:
« Caro amico. Comunica che oggi abbiamo dinanzi a noi i seguenti còmpiti principali:
1) eliminare Stalin e Voroscílov;
2) svolgere attività per l’organizzazione di nuclei nell’esercito;
3) nel caso di una guerra, approfittare di ogni insuccesso e di ogni confusione per prendere il potere ».
Il messaggio era firmato Starik (« il vecchio »), che era la firma cifrata di Trotskij.
Il centro terroristico trotskista-zinovievista stava per vibrare l’importante primo colpo della congiura contro il governo sovietico. Questo primo colpo fu l’assassinio di Serghjéj Kirov, segretario del Partito a Leningrado e uno dei più stretti collaboratori di Stalin nel governo.
Il 10 dicembre 1934, alle 4,27 pomeridiane Serghjéj Kirov lasciava il suo ufficio allo Smolnyj. Scendeva il lungo corridoio ornato di marmo che conduce a una stanza dove egli doveva fare un rapporto circa la deliberazione del Comitato Centrale sull’abolizione del razionamento del pane. Mentre passava per un corridoio che incrociava quello principale, un uomo saltò fuori, gli puntò la rivoltella sull’occipite e sparò.
Alle 4,30 Kirov era morto.

Capitolo quindicesimo
Assassinio nel Cremlino

1. Jagoda.

Nel maggio del 1934, sei mesi prima dell’assassinio di Serghjéj Kirov, era morto di un attacco cardiaco Vinceslav R. Menzhinskij, presidente dell’Ogpu, da lungo tempo sofferente. Il suo posto fu occupato dal vice-presidente dell’Ogpu, Henryk Gregorievìc Jagoda, un uomo di quarantatré anni, di bassa statura, dal mento sfuggente e dai baffetti ben tagliati, silenzioso e padrone di sé.
Jagoda era membro segreto del Blocco delle Destre e dei trotskisti. Era entrato nella congiura nel 1929 come membro dell’opposizione di destra, non perché pensava che l’opposizione era destinata a salire al potere in Russia. Jagoda voleva trovarsi dalla parte dei vincitori. Ecco le sue stesse parole: « Seguivo il corso della lotta con la più grande attenzione, avendo deciso già sin da principio che mi sarei messo dalla parte che sarebbe uscita vittoriosa da questa lotta ».
Come vice-presidente dell’Ogpu, Jagoda era in grado di proteggere i cospiratori dalla scoperta e dall’arresto. « Per parecchi anni – dichiarò più tardi, – presi tutte le precauzioni necessarie per proteggere l’organizzazione, specialmente il suo centro ». Jagoda nominò membri del Blocco delle Destre e dei trotskisti agenti speciali nella Ogpu. In tal modo, vari agenti dei servizi segreti stranieri poterono penetrare nella polizia segreta sovietica e svolgere, sotto la protezione di Jagoda, un’attività spionistica per conto dei loro rispettivi governi. « Li consideravo – disse più tardi Jagoda, riferendosi alle spie straniere, – forze utili all’attuazione dei piani cospirativi, specialmente per il mantenimento dei legami con i servizi segreti stranieri ».
Nel 1933 fu arrestato, inaspettatamente, da agenti del governo sovietico Ivàn Smirnov, organizzatore-capo del centro terroristico trotskìsta-zinovievista. Jagoda non ne poté impedire l’arresto. Con il pretesto di interrogare il prigioniero, Jagoda visitò Smirnov nella sua cella e lo « istruì » sul modo di comportarsi , all’interrogatorio.
Nel 1934, molto tempo prima dell’assassinio di Kirov, a Leningrado, era stato arrestato da agenti dell’Ogpu il terrorista Leonid Nikolajev. In suo possesso era stato trovata una pistola e una cartina con tracciata la via percorsa ogni giorno da Kirov. Allorché Jagoda era stato informato dell’arresto di Nikolajev, aveva dato istruzioni a Zaporozherz, vicecapo dell’Ogpu di Leningrado, di rilasciare il terrorista senza interrogarlo ulteriormente. Zaporozhetz, che era uno degli uomini di Jagoda, obbedì.
Poche settimane più tardi, Nikolajev aveva assassinato Kirov.
Ma l’assassinio di Kirov non fu che uno dei molti assassinî compiuti dal Blocco delle Destre e dai troskisti con l’aiuto diretto di Jagoda…
Dietro all’aspetto tranquillo e sicuro di sé di Jagoda, si nascondevano un’ambizione sfrenata, ferocia e astuzia. Poiché le operazioni segrete del Blocco di destra e dei trotskisti dipendevano sempre più dalla sua protezione, il vice-presidente dell’Ogpu cominciò a considerarsi come la figura centrale e la personalità dominante di tutta la congiura.
Jagoda aveva le sue idee sul tipo di governo che sarebbe dovuto venire instaurato dopo il rovesciamento di Stalin. Sarebbe stato modellato su quello della Germania nazista, disse a Bulanov. Egli stesso ne sarebbe stato il Führer; e il « filosofo» Buchàrin ne sarebbe stato il Goebbels.
Quanto a Trotskij, Jagoda non era certo se gli avrebbe permesso di ritornare in Russia. Sarebbe dipeso dalle circostanze. Nel frattempo, Jagoda era tuttavia disposto a servirsi delle trattative condotte da Trotskij con la Germania, e col Giappone. Il colpo di Stato – diceva Jagoda – avrebbe dovuto coincidere con lo scoppio della guerra contro l’Unione Sovietica.
La decisione del Blocco delle Destre e dei trotskisti di adottare il terrorismo come arma politica contro il regime sovietico aveva l’approvazione di Jagoda. La decisione gli fu comunicata da J. S. Yenukidze, ex soldato e funzionario della segreteria del Cremlino, il quale era l’organizzatore capo degli atti di terrorismo per la destra. Jagoda aveva una sola obiezione: i metodi terroristici usati dai cospiratori erano, secondo lui, troppo primitivi e pericolosi. Egli cominciò a escogitare metodi di assassinio politico più raffinati delle armi tradizionali, delle bombe, pugnali o pallottole.
In un primo tempo Jagoda fece esperimenti con il veleno. Installò un laboratorio clandestino e vi fece lavorare diversi chimici. Il suo scopo era di scoprire un metodo di uccisione che non destasse sospetti. « Assassinio con garanzia », lo chiamava.
Ma perfino i veleni erano troppo primitivi. Però non occorse molto tempo a Jagoda per perfezionare la sua speciale tecnica dell’assassinio, che egli raccomandava ai capi del Bloccodella Destra e dei trotskisti come arma perfetta. « È molto semplice – diceva. – Una persona si ammala per cause naturali oppure è stata ammalata per qualche tempo. Coloro che le stanno vicino si abituano, naturalmente, all’idea che il paziente o morirà o guarirà. Il medico che cura il paziente ha la facoltà di facilitare la guarigione del paziente o la sua morte … Ebbene? Tutto il resto è questione di tecnica ».
Bastava trovare i medici adatti.

2. L’assassinio di Menzhinskij.

Il primo medico che fu coinvolto da Jagoda nel suo originale schema di assassinio, fu il dottor Lev Levin, un uomo corpulento, di mezza età, ossequiente, il quale si vantava volentieri del suo disinteresse per le cose politiche. Era medico curante di Jagoda. Più importante era per Jagoda il fatto che il dottor Levin fosse un membro eminente del corpo sanitario del Cremlino. Fra i suoi pazienti abituali vi erano importanti capi sovietici, tra cui il superiore di Jagoda, Vjaceslav Menzhinskij, presidente dell’Ogpu.
In conseguenza delle manovre di Jagoda, l’ignaro dottor Levin fu indotto ad accettare denaro sottomano e a commettere alcune infrazioni di minor conto delle leggi sovietiche. Allora Jagoda entrò senza ambagi in argomento. Disse al Levin che nell’Unione Sovietica stava per prendere il potere un movimento clandestino di opposizione, di cui egli stesso era uno dei capi. I cospiratori – disse – avrebbero potuto far buon uso dei suoi servigi. Alcuni capi sovietici, fra cui alcuni pazienti del dottor Levin, dovevano essere tolti di mezzo.
« Ricordatevi bene – disse Jagoda al dottore atterrito – che non potete fare a meno di ubbidirmi, che non potete sfuggirmi. Dovete apprezzare il fatto che io ripongo fiducia in voi per questa faccenda, e il fatto è eseguire quanto vi ho detto. Non dovete parlarne con nessuno. Nessuno vi crederà. Crederanno a me e non a voi ». Jagoda aggiunse: « Lasciamo questo discorso, ci ripenserete a casa vostra e io vi richiamerò fra pochi giorni ».
Levin descrisse in seguito la sua reazione alle parole di Jagoda. Affermò: «Non ho bisogno di dirvi quale fu la mia reazione psicologica, quanto fu terribile per me sentire quelle parole. Si può capire abbastanza bene. E , poi, quell’incessante tortura mentale… » E aggiunse: « Vi rendete conto chi vi sta parlando, il capo di quale istituzione! »… Dichiarò ripetutamente che un mio rifiuto di attuare il suo piano avrebbe significato la rovina mia e della mia famiglia. Ritenni di non aver altra via se non quella di sottomettermi.
Levin aiutò Jagoda ad assicurarsi i servigi di un altro medico, il quale a sua volta curava di frequente Menzhinskij. Era il dottor Ignati N. Kazakov, i cui metodi terapeutici, chiaramente poco ortodossi, erano, intorno al 1930, motivo di accese controversie nell’ambiente medico sovietico.
Il dottor Kazakov pretendeva di avere scoperto una cura quasi infallibile per numerosissime malattie per mezzo di una tecnica speciale da lui chiamata « Lysatoterapia ». Il presidente dell’Ogpu Menzhinskij, che soffriva di angina pectoris e di asma bronchiale, aveva grande fiducia nelle cure di Kazakov e vi si sottoponeva regolarmente.
Seguendo le istruzioni di Jagoda, Levin andò dal Kazakov. Levin gli disse: – Menzhinskij è un uomo morto. State veramente perdendo il vostro tempo.
Kazakov guardò il suo collega con aria attonita.
– Devo avere un colloquio confidenziale con voi, – disse il Levin.
– Su che cosa? – chiese Kazakov,
– Sulla salute di Menzhinskij…
Poi Levin entrò in argomento. – Credevo che foste più intelligente, ancora non mi avete capito, – disse a Kazakov.
– Mi stupisce che voi vi siate assunto la cura di Menzhinskij con tanto zelo e che abbiate persino migliorato la sua salute. Non avreste mai dovuto metterlo in condizioni di tornare al suo lavoro.
Poi, mentre stupore ed orrore aumentavano in Kazakov, Levin proseguì:
– Vi dovete render conto che Menzhinskij è già un uomo morto e che, ridandogli la salute, permettendogli di tornare al suo lavoro, voi vi mettete in contrasto con Jagoda. Menzhinskij sbarra la strada a Jagoda e questi ha interesse a toglierlo di mezzo al più presto. Jagoda è uomo da non fermarsi davanti a nulla.
Levin aggiunse:
– Non una parola di ciò a Menzhinskij! Vi prevengo che, se ne parlerete a Menzhinskij, Jagoda vi eliminerà. Non riuscirete a sfuggirgli dovunque vi nascondiate . Egli vi acciufferebbe anche se foste sotto terra.
Nel pomeriggio del 6 novembre 1933, Kazakov ricevette una chiamata urgente dal quartier generale dell’Ogpu: Jagoda desiderava vederlo subito. Una automobile era già partita per venirlo a prendere e portarlo al suo ufficio.
– Ebbene, che cosa ne pensate della salute di Menzhinskij? – fu la prima cosa detta da Jagoda, quando lui e Kazakov furono soli nell’ufficio. Il basso, azzimato e bruno vice-presidente dell’Ogpu, stava seduto dietro la sua scrivania, osservando freddamente l’espressione di Kazakov.
Kazakov rispose che un improvviso rinnovarsi degli attacchi d’asma aveva aggravato le condizioni di Menzhinskij.
Jagoda rimase in silenzio per un momento.
– Avete parlato con Levin?
– Si.
Jagoda si alzò improvvisamente dalla sedia e cominciò a passeggiare in su e in giù davanti alla sua scrivania. D’un tratto, si voltò verso Kazakov investendolo furiosamente: – In tal caso perché perdete tempo? Perché non agite? Chi vi ha detto di immischiarvi negli affari altrui?
– Che cosa volete da me? – domandò Kazakov.
– Chi vi ha detto di prestare le vostre cure mediche a Menzhinskij? – domandò Jagoda. – Vi state dando da fare con lui inutilmente la sua vita non serve a nessuno. È un ingombro per tutti. Vi ordino di concordare con Levin un metodo di cura che possa determinare la rapida fine di Menzhinskij! – Dopo una pausa, Jagoda aggiunse: – Vi prevengo, Kazakov, se tenterete di disubbidirmi, troverò la maniera di sbarazzarmi di voi! Non mi sfuggirete mai.
I giorni successivi furono per Kazakov pieni di terrore, di paura e di incubi. Faceva il suo lavoro in uno stato di sonnambulismo. Doveva o non doveva riferire alle autorità sovietiche quello che sapeva? A chi poteva parlare? Come poteva essere sicuro di non parlare a una delle spie di Jagoda?
Levin, che spesso s’incontrava con lui durante questo periodo, gli parlò dell esistenza di una vasta congiura clandestina contro il governo sovietico. Funzionari influenti, famosi – come Jagoda, Rykov e Pjatakov – facevano parte della congiura; scrittori e filosofi brillanti – come Karl Radek e Buchàrin – vi erano entrati; uomini dell’esercito l’appoggiavano in segreto. Se egli, Kazakov, rendeva ora qualche servizio utile a Jagoda, questi se ne sarebbe ricordato il giorno in cui fosse al potere. Una guerra segreta si stava combattendo entro l’Unione Sovietica e i medici dovevano, come gli altri, decidersi per una delle due parti.
Kazakov si sottomise. Disse a Levin che avrebbe eseguito gli ordini di Jagoda.
Ecco, con le parole dello stesso Kazakov, la tecnica usata da lui e da Levin per assassinare il presidente dell’OGPU:
« M’incontrai con Levin e insieme a lui elaborai il seguente metodo… Si approfittò delle particolari condizioni dell’organismo di Menzhinskij; della combinazione dell’asma bronchiale con l’angina pectoris… Ci si valse esattamente di questo. Gradualmente sostituimmo ai vecchi nuovi preparati… Era necessario far uso di stimolanti cardiaci, digitale, adonide, atropina, che stimolavano l’attività cardiaca. Questi medicinali furono somministrati nell’ordine seguente: prima, si somministrarono i lisati, poi, dopo un periodo di interruzione, gli stimolanti cardiaci. Risultato di quel trattamento fu un completo indebolimento… »
Nella notte del 10 maggio 1934 Menzhinskij morì.
L’uomo che ne prese il posto come capo dell’Ogpu fu Jagoda.

3. Assassinio con garanzia.

Un giorno , verso la fine dell’agosto 1934, un giovane membro segreto dell’opposizione di destra fu chiamato al Cremlino nell’ufficio di Yenukidze, l’organizzatore terrorista della Destra. Si chiamava Venjamin A. Maximov. Da studente aveva frequentato nel 1928 la speciale « scuola marxista » di Mosca allora diretta da Buchàrin. Questi lo aveva reclutato per la congiura. Intelligente, giovine, privo di scrupoli, Maximov era stato addestrato accuratamente dai dirigenti della Destra ed era stato assegnato, dopo il conseguimento del diploma, a vari uffici di segretario. All’epoca in cui fu chiamato nell’ufficio di Yenukidze, Maximov era segretario personale di Valerian V. Kuibjscev, presidente del Consiglio supremo dell’Economia nazionale, membro dell’ufficio politico del partito comunista e amico intimo e collaboratore di Stalin.
Yenukidze informò Maximov che, « mentre prima la Destra calcolav a che il governo sovietico potesse essere rovesciato organizzando certi strati della popolazione a tendenza antisovietica, ora la situazione è mutata… ed è necessario passare a metodi più energici per prendere il potere ». Yenukidze descrisse la nuova tattica dei congiurati. D’accordo con i trotskisti, la Destra aveva adottato la deci.sione di eliminare diversi avversari politici con mezzi terroristici. Questo si doveva fare « rovinando la salute dei dirigenti ». Tale metodo era « il più opportuno, perché, fermandosi alle apparenze, se ne sarebbe attribuita la causa a una malattia e sarebbe stato perciò possibile mascherare l’attività terroristica della Destra ».
– I prep ar ativi di tale azione sono già iniziati – aggiunse Yenukidze, informando Maximov che le fila di tutta la faccenda risalivano a Jagoda. Di lui, segretario di Kuibjscev, ci si doveva valere per l’assassinio del presidente del Consiglio supremo dell’economia nazionale. Kuibjscev soffriva di una seria affezione cardiaca, e i cospiratori progettavano di approfittarne.
– Quello che si domanda a voi – disse Yenukidze a Maximov – è: primo, di dar loro (ai medici di Yenukidze) la possibilità di visitare di frequente il paziente, di fare in modo che non ci siano ostacoli alle loro cosiddette visite; secondo, nel caso di malattia grave, di attacchi d’ogni specie, di non affrettarsi a chiamare il medico e, se sarà necessario, di chiamare solo i medici che lo hanno in cura.
Verso l’ autunno del 1934, la salute di Kuibjscev peggiorò rapidamente. Soffriva intensamente e poteva lavorare ben poco.
Il dottor Levin descrisse più tardi la tecnica che egli, seguendo le istruzioni di Jagoda, applicò per aggravare il male di Kuibjscev:
« Il punto debole del suo organismo era il cuore, e fu il cuore che col pimmo. Sapevamo che il suo cuore già da tempo era in cattive condizioni. Soffriva di un’affezione dei vasi cardiaci di miocardite, ed era soggetto a leggeri attacchi di angina pectoris. In tali casi, è necessario risparmiare il cuore, evitare stimolanti cardiaci potenti, che ecciterebbero eccessivamente l’attività del cuore e condurrebbero gradualmente al suo ulteriore indebolimento… A Kuibjscev somministrammo stimolanti senza intervalli per un periodo prolungato, fino cioè all’epoca del suo viaggio nell’Asia Centrale. A partire dall’agosto, fino al settembre o ottobre 1934, gli furono fatte iniezioni di speciali estratti di glandole endocrine e di altri stimolanti cardiaci, senza mai interrompere. Ciò intensificò e provocò attacchi frequenti di angina pectoris ».
Alle due del pomeriggio del 25 gennaio 1935, Kuibjscev ebbe un gr ave attacco cardiaco nel suo ufficio del Consiglio dei commissari del popolo a Mosca. A Maximov, che si trovava con lui in quel momento, Levin aveva detto che, nel caso di un simile attacco, sarebbe stato necessario che il malato si sdraiasse e rimanesse assolutamente immobile, ma che era suo còmpito far in modo che Kuibjscev facesse esattamente l’opposto. Maximov persuase Kuibjscev, le cui condizioni erano gravissime, ad andar a casa.
Pallido come uno spettro e movendosi con difficoltà estrema, Kuibjscev lasciò l’ufficio. Maximov telefonò subito a Yenukidze informandolo dell’accaduto. Il dirigente della Destra disse a Maximov di non perdere la calma e di non chiamare medici.
Con grande sforzo Kuibjscev lasciò il Consiglio dei comrnissari del popolo e raggiunse la sua abitazione. Lentamente, tra atroci dolori, salì i tre piani che conducevano al suo appartamento. La domestica che gli venne incontro sulla porta, appena lo ebbe visto, telefonò immediatamente al suo ufficio chiedendo che si chiamasse d’urgenza un medico .
Quando i medici arrivarono, Valerian Kuibjscev era morto.

Capitolo sedicesimo
Giorni decisivi

1. Guerra ad occidente.

Nel 1935 i piani per l’attacco coordinato tedesco-giapponese contro l’Unione Sovietica erano a buon punto. Le armate giapponesi in Manciuria compivano perlustrazioni e incursioni oltre la frontiera sovietica orientale. Nei paesi baltici e balcanici, in Austria e in Cecoslovacchia, si preparavano le quinte colonne naziste. Diplomatici inglesi e francesi reazionari favorivano zelantemente il Drang nach Osten promesso da Hitler.
Il 3 febbraio , a conclusione di discussioni fra il presidente del Consiglio francese Pierre Laval e il ministro degli esteri britannico Sir John Simon, il governo francese e quello britannico annunziarono di essere disposti ad abolire, di comune accordo, a favore della Germania nazista alcune clausole del trattato di Versailles sul disarmo.
Poiché le armi sarebbero state usate contro la Russia sovietica, il programma di riarmo della Germania nazista fu appoggiato in ogni possibile maniera dagli uomini di Stato antisovietici della Gran Bretagna e della Francia.
Il l ° marzo, dopo un plebiscito preceduto da un ‘intensa campagna di terrore e di propaganda fra gli abitanti del distretto, la Saar con le sue miniere di carbone, di importanza vitale, fu consegnata dalla Francia alla Germani a nazista.
Il 18 giugno, undici giorni dopo che il leader dei conservatori Stanley Baldwin era stato nominato primo ministro britannico, fu annunziato un accordo navale anglo-tedesco. La Germania nazista era autorizzata a costruirsi una nuova flotta e « a disporre di un tonnellaggio di sottomarini pari a quello posseduto complessivamente dai membri del Commonwealth britannico ». L’accordo fu raggiunto dopo uno scambio di lettere fra il ministro degli esteri nazist a Joachim von Ribbentrop e il nuovo ministro degli esteri britannico, Sir Samuel Hoare.
Il 3 novembre l’« Écho de Paris » dava notizia di una conferenza a cui avevano partecipato il banchiere nazista Hjalmar
Schacht, il governatore della Banca d’Inghilterra Sir Montagu Norman e il governatore della Banca di Francia, M. Tannéry. Secondo il giornale francese, Schacht aveva dichiarato: « Non abbiamo intenzione di modificare le nostre frontiere occidentali. Prima o poi, Germania e Polonia si divideranno l’Ucraina, ma per il momento ci accontentiamo di far sentire la nostra forza nelle province baltiche ».
Di fronte alla crescente minaccia di guerra, il governo sovietico propose ripetutamente un ‘azione unita da parte di tutte le nazioni minacciate dall ‘aggressione fascista . Ripetutamente, dinanzi alla Società delle Nazioni e nelle capitali d’Europa, il commissario sovietico per gli esteri Maxim Litvinov insistette sulla necessità che le nazioni non aggressive stringessero un patto di alleanza e di sicurezza collettiva. Il 3 maggio 1935, il governo sovietico firmò un trattato di mutua assistenza con il governo francese e il 16 maggio un tr attato ana logo con il governo cecoslovacco.
« La guerra deve apparire a tutti come il pericolo minaccioso del domani – disse Litvinov alla Società delle Nazioni . – Alla organizzazione, attivissima, della guerra dev’essere contrapposta l’organizzazione della pace, per la quale finora ben poco è stato fatto ».
Nell’ottobre del 1935, con la benedizione diplomatica di Pierre Laval e di Sir Samuel Hoare, le armata fasciste invadevano l’Etiopia.
La seconda guerra mondiale, iniziatasi con l’attacco del Giappone alla Manciuria nel 1931, si spostava verso l’Occidente.
In territorio sovietico la avanguardia fascista segreta aveva già lanciato un ‘importante offensiva contro il potenziale bellico dell’armata rossa. Insieme agli agenti tedeschi e giapponesi, il Blocco delle Destre e dei trotskisti aveva già iniziato una campagna sistematica, preparata con ogni cura, contro l’industria, i trasporti e l’ agricoltura sovietica con l’obiettivo di minare, in vista della imminente guerra, il sistema difensivo sovietico.
La campagna di sabotaggio sistematico fu continuata sotto l’esperto controllo di Pjatakov, il commissario trotski sta dell’industria pesante.

2. Una lettera di Trotskij.

Alla fine del 1935, mentre la guerra s’avvicinava sempre più, Karl Radek ricevette a Mosca, per mezzo di un corriere speciale, una lettera di Trotskij, da tempo attesa. Veniva dalla Norvegia. Radek l’apri e cominciò a scorrerla ansiosamente. In otto pagine di sottile carta, Trotskij illustrava i particolari dell’accordo segreto che stava finalmente per concludere con i governi della Germania e del Giappone.
Dopo un preambolo in cui accentuava l’importanza della « vittoria del fascismo tedesco » e l’imminenza della « guerra internazionale », Trotskij veniva al punto più importante:
« Ci sono due forme possibili del nostro avvento al potere: la prima che esso avvenga prima della guerra e la seconda durante
la guerra…
« Bi sogna riconoscere che la questione del potere, in pratica, si presenterà al blocco soltanto nel caso della sconfitta in guerra
dell’URSS. Per questa ragione il blocco deve fare energici preparativi… »
« D’ora innanzi, scriveva Trotskij – gli atti di sabotaggio dei trotskisti nelle industrie belliche dovevano essere compiuti sotto il diretto controllo degli alti comandi tedesco e giapponese ». I trotskisti non dovevano intraprendere nessuna « attività pratica » senza il previo consenso dei loro alleati tedeschi e giapponesi.
Per garantire il pieno appoggio della Germania e del Giappone, senza i quali « sarebbe assurdo sperare di salire al potere », il Blocco delle Destre e dei trotskisti doveva esser pronto a fare notevoli concessioni. Trotskij le elencava:
« La Germania ha bisogno di materie prime, di alimentari e di mercati. Dovremo permetterle di partecipare allo sfruttamento dei minerali, del manganese, dell’oro, del petrolio, delle apatiti, e impegnarci di rifornirla per un certo periodo di prodotti alimentari e di grassi a prezzi inferiori a quelli mondiali.
« Dovremo dare il petrolio di Sakhalin al Giappone e impegnarci a rifornirlo di petrolio nel caso di una guerra con l’America. Dovremo anche permettergli di sfruttare i nostri giacimenti auriferi.
« Dovremo accogliere la richiesta della Germania di non opporci alla sua annessione dei paesi danubiani e dei Balcani, e non dovremo ostacolare l’annessione della Cina da parte del Giappone… Dovremo, inevitabilmente, fare delle concessioni territoriali. Dovremo cedere la Provincia marittima e l’Amur al Giappone, e l’Ucraina alla Germania ».
La lettera di Trotskij concludeva:
« Dobbiamo accettare qualsiasi cosa, ma se resteremo in vita e al potere, non tarderà a scoppiare – come conseguenza della vittoria di questi due paesi (Germania e Giappone), dei loro saccheggi e profitti, – un conflitto fra di essi e altri paesi, e questo porterà a un nostro nuovo passo in avanti, alla nostra revanche ».
Il mattino seguente Radek mostrò la lettera di Trotskij a Pjatakov. – Bisogna assolutamente incontrarsi con Trotskij in una
maniera o nell’altra – disse Pjatakov. Egli stesso stava per andar all’estero con un incarico ufficiale e si sarebbe fermato a Berlino alcuni giorni. Radek doveva mandare un messaggio urgente per informare Trotskij del viaggio di Pjatakov e per chiedergli di avvicinarlo a Berlino il più presto possibile.

3. Volo a Oslo.

Pjatakov giunse a Berlino il 1O dicembre 1935. Era stato preceduto da un messaggio di Radek a Trotskij; un corriere doveva avvicinare Pjatakov appena fosse arrivato a Berlino. Il corriere era Dmitri Bukhartsev, un trotskista, corrispondente berlinese delle « Izvestia ». Egli disse a Pjatakov che un tale Stirner gli avrebbe portato notizie di Trotskij. Stirner – disse – era 1’« uomo di Trotskij » a Berlino.
Pjatakov si recò con Bukharstev in un viale del Giardino zoologico. Un uomo li stava aspettando. Era « Stirner ». Consegnò a Pjatakov una nota di Trotskij, che diceva: « Y. L. (le iniziali di Pjatakov), il latore della presente è uomo di assoluta fiducia ».
In parole concise come quelle della nota consegnata, Stirner dichiarò che Trotskij era molto desideroso di vedere Pjatakov e aveva dato a lui l’incarico di prendere le disposizioni necessarie. Si sentiva Pjatakov di recarsi in aereo a Oslo, in Norvegia?
Pjatakov si rese pienamente conto del rischio di essere scoperto che un simile viaggio implicava. Ma era deciso a vedere a ogni costo Trotskij. Accettò. Stirner gli disse di trovarsi la mattina seguente all’aeroporto di Tempelhof.
Quando Pjatakov s’informò del passaporto, Stirner rispose: – Non vi preoccupate. Ci penserò io. Ho conoscenze a Berlino.
Il mattino seguente, all’ora fissata, Pjatakov andò all’aeroporto di Tempelhof. Stirner lo aspettava all’ingresso. Fece segno a Pjatakov di seguirlo. Mentre andavano verso il campo, Stirner mostrò a Pjatakov il passaporto che era stato preparato per lui. Era rilasciato dal governo nazista.
Al campo un aereo stava aspettando, pronto a decollare.
In quello stesso pomeriggio l’aereo atterrò su un campo nelle vicinanze della città di Oslo. Un’automobile era in attesa di Pjatakov e di Stirner. Girarono per una mezz’ora finché giunsero a un quartiere di campagna nei dintorni di Oslo. L’automobile si fermò davanti a una piccola casa, dove Trotskij stava aspettando il suo vecchio amico.
Gli anni dell’amaro esilio avevano mutato l’uomo che Pjatakov riconosceva come capo. Trotskij sembrava più vecchio dei suoi cinquant’anni circa. La barba e i capelli erano grigi. Era incurvato. Dietro al pince-nez, i suoi occhi brillavano con un’intensità quasi di maniaco.
Poche parole furono perdute per i saluti. Per ordine di Trotskij, egli e Pjatakov furono lasciati soli nella casa. La loro conversazione durò due ore.
Pjatakov cominciò con un resoconto sulla situazione nella Russia. Trotskij lo interrompeva continuamente con commenti taglienti e sarcastici.
– Voi non riuscite a staccarvi dal cordone ombelicale di Stalin! – esclamò. – Voi scambiate l’opera staliniana per una costruzione socialista!
Trotskij ripeté la sua convinzione che il crollo del regime staliniano era inevitabile. Il fascismo non avrebbe tollerato molto più a lungo lo sviluppo della potenza sovietica.
I trotskisti si trovavano in Russia dinanzi a questa alternativa: o « perire fra le rovine del regime staliniano », o galvanizzare immediatamente tutte le loro energie in uno sforzo a fondo per rovesciarlo. Non ci doveva essere nessuna esitazione circa l’accettazione della guida e dell’assistenza degli alti comandi tedesco e giapponese in questa lotta cruciale.
Un conflitto militare fra Unione Sovietica e potenze fasciste era inevitabile – aggiunse Trotskij – non in un’epoca lontana, ma presto, molto presto. « La data dello scoppio della guerra è già fissata – disse Trotskij. – Sarà nel 1937».
Era chiaro per Pjatakov che Trotskij non aveva inventato questa informazione. Trotskij rivelò ora a Pjatakov che qualche tempo addietro aveva « condotto trattative piuttosto lunghe con il vice-presidente del partito nazionalsocialista tedesco, Rudolf Hess ». In seguito a esse aveva concluso un accordo, « un accordo assolutamente definitivo », con il governo del terzo Reich. I nazisti erano disposti ad aiutare i trotskisti a salire al potere nell’Unione Sovietica.
– Va da sé – disse Trotskij – che tale atteggiamento favorevole non è dovuto a uno speciale affetto per noi. Deriva semplicemente dai reali interessi dei fascisti e da quanto abbiamo promesso di fare per loro, se saliremo al potere.
In concreto l’accordo concluso da Trotskij con i nazisti consisteva di cinque punti. In cambio dell’ appoggio tedesco dato alla
presa del potere dei trotskisti in Russia, Trotskij aveva accettato:
l) di garantire un atteggiamento generale favorevole verso il governo tedesco e la necessaria collaborazione con esso nelle più importanti questioni internazionali ;
2) di fare concessioni territoriali (l’Ucraina);
3) di permettere a industriali tedeschi, in forma di concessione (o in altre forme), di esercitare a loro vantaggio industrie complementari o essenziali per l’economia tedesca (metalli ferrosi, manganese, petrolio, oro, legname da costruzione, ecc.);
4) di creare nell ‘URSS condizioni favorevoli all’attività dell’impresa tedesca privata;
5) di procedere in tempo di guerra a vaste operazioni di sabotaggio nell’industria bellica e al fronte. Quest’attività sabotatrice doveva essere condotta – secondo le istruzioni di Trotskij – d’accordo con lo stato maggiore tedesco.
Trotskij continuò a insistere sull’ importanza del fattore tempo.
– Si tratta di un periodo piuttosto breve. Se ci lasciamo sfuggire quest’occasione, sorgerà da un lato il pericolo di una completa liquidazione del trotskismo in Russia, e dall’altro il pericolo che presenta l’esistenza, per altri decenni, di quella mostruosità che è il regime staliniano, favorito da un certo numero di risultati economici, e specialmente da quadri nuovi, da giovani che si sono formati e sono stati educati a considerare tale regime come naturale, a considerarlo come un regime socialista, sovietico. Essi non pensano a nessun altro e non possono immaginarne nessun altro! È nostro dovere opporci a tale regime!
– Sentite! – concluse Trotskij, quando s’avvicinò l’ora della partenza di Pjatakov. – Ci fu un tempo in cui tutti noi socialisti democratici consideravamo lo sviluppo del capitalismo un fenomeno progressivo, positivo… Ma avevamo un altro còmpito, cioè quello di organizzare la lotta contro il capitalismo, di preparare i suoi affossatori. Allo stesso modo, noi, ora, dovremmo entrare al servizio del regime staliniano, non però per aiutarne la costruzione, ma per divenirne gli affossatori. Questo il nostro còmpito!
Due ore dopo Pjatakov lasciava Trotskij nella casetta dei dintorni di Oslo, e rientrava a Berlino con lo stesso mezzo con cui era venuto, un aereo privato preso a nolo, e servendosi di un passaporto nazista.

4. Ora zero.

La seconda guerra mondiale che, secondo Trotskij, avrebbe dovuto colpire la Russia sovietica nel 1937, s’era già iniziata. Dopo la conquista dell’Etiopia da parte di Mussolini (maggio 1936), gli eventi erano precipitati. Nel marzo 1936 Hitler aveva, rimilitarizzato la Renania. Nel luglio, i fascisti promossero in Spagna una rivolta mil itare contro il governo repubblicano. Con il pretesto della « lotta contro il bolscevismo » e della soppressione di una « rivoluzione comunista », truppe tedesche e italiane sbarcarono in Spagna per appoggiare la rivolta. Il capo fascista spagnuolo, il generale Francisco Franco, marciò su Madrid. «Quattro colonne stanno marciando su Madrid – si vantava l’ubriacone generale fascista Quiepo de Llano – . Una quinta colonna è in attesa di darci il benvenuto dentro la città! » Fu la prima volta che il mondo udì la fatale espressione: « quinta colonna ».
Adolf Hitler, parlando a migliaia di militi al congresso del Partito nazista a Norimberga, manifestò pubblicamente, il 12 settembre, la sua intenzione di invadere l’Unione Sovietica.
« Siamo pronti in qualunque momento ! – gridò. – Non posso permettere che, sulla soglia di casa mia, ci siano Stati rovinati!… Se avessi i monti Urali con la loro immensa massa di tesori di materie prime, se avessi la Siberia con le sue vaste foreste e l’Ucraina con i suoi immensi campi di grano, la Germania con il suo regime nazionalsocialista nuoterebbe nell ‘abbondanza! »
Il 25 novembre 1936 il ministro degli Esteri nazista Ribbentrop e l’ambasciatore giapponese in Germania, Mushakoji, firmarono a Berlino l’ accordo anti-Comintern, impegnando le loro forze unite per un attacco comune contro il « bolscevismo mondiale ».
Consapevole dell’imminente pericolo di guerra, il governo sovietico iniziò una subitanea controffensiva contro il nemico entro i propri confini. Durante la primavera e l’estate del 1936, in una serie di energiche operazioni compiute in tutto il paese, le autorità sovietiche fecero retate di spie naziste, organizzatori segreti trotskisti e della Destra, terroristi e sabotatori. L’uno dopo l’altro, i capi del primo « strato» della congiura venivano scovati.
I congiurati russi furono invasi da uno stato di febbrile ansietà. Ora, tutto dipendeva dall’ attacco dall’esterno.
Gli sforzi di Jagoda diretti a ostacolare le indagini ufficiali diventavano sempre più brutali.
Uno dei suoi uomini, l’agente del NKVD Borisov, fu chiamato di punto in bianco al quartier generale delle investigazioni speciali, all’Istituto Smolnyj a Leningrado, per esservi interrogato. Barisov aveva avuto una parte decisiva nei preparativi dell’assassinio di Kirov. Jagoda agì da disperato. Mentre si recava allo Smolnyj, Borisov fu ucciso in un « incidente automobilistico ».
Ma l’eliminazione di un testimone non bastava. Le indagini ufficiali proseguirono. Di giorno in giorno giungevano notizie di nuovi arresti. Uno a uno, le autorità sovietiche mettevano insieme i complicati pezzi della congiura, del tradimento e dell’assassinio. In agosto, quasi tutti i membri più importanti del centro terroristico trotskista-zinovievista erano in stato d’arresto. Il governo sovietico annunziava che le indagini speciali sull’assassinio di Kirov avevano portato alla luce materiale nuovo sensazionale. Kamenev e Zinoviev dovevano essere processati.
Il processo cominciò il 19 agosto 1936, dinanzi al Collegio Militare della Corte suprema dell’URSS nella sala d’Ottobre della casa dei sindacati. Zinoviev e Kamenev condotti dinanzi al tribunale dalla prigione, dove scontavano ancora delle pene per condanne anteriori, erano accusati di alto tradimento insieme a quattordici dei loro vecchi seguaci.
Il processo – che fu il primo dei cosiddetti « processi di Mosca » – mise a nudo e distrusse il centro terroristico, primo strato
dell’apparato cospirativo. Contemporaneamente, mise in luce che la cospirazione contro il regime sovietico era molto più grave e coinvolgeva forze di gran lunga più importanti dei terroristi trotskisti e zinovievisti processati. Il pubblico ebbe una prima visione negli stretti rapporti che si erano creati fra Trotskij e i capi della Germania nazista.
La sera del 23 agosto il Collegio militare della Suprema Corte sovietica emise la sua sentenza. Zinoviev, Kamenev, Smirnov e gli altri tredici membri del blocco terroristico trotskista e zinovievista erano condannati alla fucilazione per tradimento e per attività terroristiche.
Una settimana dopo, Pjatakov, Radek, Sokolnikov e Serbryakov furono arrestati. Il 27 settembre, Jagoda fu allontanato dal
suo ufficio di presidente del NKVD. Lo sostituì N. I. Yezhov, capo del comitato d ‘investigazione speciale della commissione centrale di controllo del partito bolscevico. Il giorno prima del suo allontanamento dagli uffici del NKVD, Jagoda fece un ultimo disperato tentativo: quello di avvelenare il suo successore, Yezhov. Il tentativo fallì.
Era giunta l’ora « zero » per i congiurati russi. I capi della Destra – Buchàrin, Rykov e Tomskij – di giorno in giorno si aspettavano di essere arrestati. Chiesero un’azione immediata senza attendere lo scoppio della guerra. Tomskij, il capo sindacalista della Destra, preso da panico, proponeva di passare immediatamente a un attacco armato contro il Cremlino. La proposta fu scartata perché troppo rischiosa. Le forze non erano pronte per un’avventura simile.
In un ultimo incontro fra i capi del Blocco delle Destre e dei trotskisti, poco prima che Pjatakov e Radek fossero arrestati, fu deciso di preparare un colpo di forza armato. La sua organizzazione e la direzione di tutta l’organizzazione cospirativa furono affidate a Nikolài Krestinskij, vice-commissario per gli affari esteri. Krestinskij non si era mai esposto come gli altri; ed era poco probabile che venisse sospettato; d’altro canto , aveva mantenuto stretti rapporti con Trotskij e con i Tedeschi. Sarebbe stato in condizione di proseguire l’attività anche se Buchàrin, Rykov e Tomskij fossero stati arrestati.
Come sostituto e comandante in seconda Krestinskij si scelse Arkadij Rosengoltz che era tornato a Mosca da poco, dopo aver diretto per molti anni a Berlino la Commissione sovietica per il commercio estero. Alto, biondo, dall’aspetto atletico, Rosengoltz, – che aveva occupato posti importanti nell’amministrazione sovietica -, aveva tenuta accuratamente nascosta la sua affiliazione all’opposizione trotskista. Solo Trotskij e Krestinskij sapevano che era trotskista e agente pagato del Servizio segreto militare tedesco fin dal 1923.
Da questo momento in poi il controllo diretto del Blocco delle Destre e dei trotskisti si trovava nelle mani di due trotskisti che erano entrambi agenti tedeschi: Krestinskij e Rosengoltz. Dopo una prolungata discussione, entrambi decisero che era giunto il momento in cui la quinta colonna russa doveva giocare l’ultima carta.
Quest’ultima carta era il putsch militare. L’uomo scelto come capo dell’insurrezione armata fu il maresciallo Tukhacevskij, vicecommissario per la difesa dell’URSS.

Capitolo diciassettesimo
La fine della storia

1. Tukhacevskij.

Michail Nicolaievic Tukhacevskij, ex ufficiale zarista, era entrato nel Partito bolscevico nel 1918. Trovò presto il suo posto fra gli avventurieri militari gravitanti intorno al commissario per Ia guerra Trotskij; ma si guardò dal lasciarsi implicare nei suoi intrighi politici. Ufficiale ben preparato e di grande esp erienza, Tukhacevskij fece una rapida carriera nel ranghi inesperti dell’esercito rosso. Comandò la prima e la quinta armata sul fronte contro Wrangel, partecipò alla felice offensiva contro Denikin e, insieme a Trotskij, diresse la disgraziata controffensiva contro gli invasori polacchi. Nel 1922 divenne capo dell’Accademia Militare dell’esercito rosso. Era fra gli eminenti ufficiali russi che presero parte alle trattative militari con la repubblica di Weimar tedesca, dopo il trattato di Rapallo concluso in quell’anno.
Negli anni successivi Tukhacevskij capeggiò un piccolo gruppo di militari di carriera e di ufficiali ex zaristi nello stato maggiore dell’esercito rosso, i quali si risentivano della direzione degli ex partigiani bolscevichi, il maresciallo Budienni e il maresciallo Voroscilov. Il gruppo di Tukhacevskij includeva i generali Jakin, Kork, Uborevic e Feldmann, aventi un ‘ammirazione quasi servile per il militarismo tedesco. Gli uomini più vicini a Tukhacevskij erano l’ufficiale trotskista V. I. Putna, addetto militare a Berlino, Londra e Tokio, e il generale Jan B. Gamarnik, amico personale dei generali della Reichswehr Seeckt e Hammerstein.
Insieme a Putna e Gamarnik, Tukhacevskij creò presto una piccola e influente cricca filotedesca in seno allo stato maggiore dell’esercito rosso. Tukhacevskij e i suoi sapevano dei rapporti che Trotskij aveva con la Reichswehr, ma li consideravano cosa « politica », la quale doveva essere completata da un’alleanza militare fra il gruppo militare di Tukhacevskij e i capi militari tedeschi. Hitler, come Trotskij, era un « politico ». I militari avevano le loro idee.
Dopò l’organizzazione del Blocco delle Destre e dei trotskisti, Trotskij aveva sempre considerato Tukhacevskij come la carta decisiva di tutta la congiura, da giocarsi solo al momento finale, strategico. Trotskij mantenne i suoi rapporti con Tukhacevskij soprattutto attraverso Krestinskij e l’addetto militare trotskista, Putna. Più tardi Buchàrin nominò Tomskij suo agente personale di collegamento con il gruppo militare. Sia Trotskij che Buchàrin si rendevano pienamente conto del disprezzo di Tukhacevskii per i « politici » e gli « ideologi » ne temevano le sue ambizioni militari. Discutendo con Tomskij la possibilità di far entrare in azione il gruppo militare, Buchàrin domandò:
– In che maniera vede Tukhacevskij il meccanismo del colpo di Stato?
– Ciò riguarda l’organizzazione militare – rispose Tomskij, aggiungendo che, al momento dell’attacco nazista contro la Russia sovietica, il gruppo militare intendeva « aprire il fronte ai Tedeschi »: cioè arrendersi all’alto comando tedesco. Questo piano era stato elaborato in tutti i particolari e concordato fra Tukhacevskij, Putna, Gamarnik e i Tedeschi.
– In tal caso – disse Buchàrin sovrappensiero – potremmo sbarazzarci del pericolo bonapartista che mi allarma.
Tomskij non capì. Buchàrin proseguì: Tukhacevskij avrebbe tentato di instaurare una dittatura militare, avrebbe forse persino tentato di rendersi popolare facendo dei capi politici della congiura i capri espiatori. Ma, una volta al potere, i politici avrebbero potuto invertire le parti. Buchàrin disse a Tomskij : – Potrebbe essere necessario processare coloro che sono colpevoli della « sconfitta » al fronte. Questo ci darebbe la possibilità di conquistare le masse servendoci di parole d’ordine patriottiche…

2. Il processo del Centro parallelo trotskista.

Anche il governo sovietico stava passando all’azione. Le rivelazioni del processo Zinoviev-Kamenev avevano tolto ogni dubbio sul fatto che la congiura all’ interno del paese era ben più grave di una semplice opposizione segreta di « sinistra » . In realtà i centri della congiura non erano in Russia; erano a Berlino e a Tokio. Man mano che le investigazioni proseguivano, apparivano al governo sovietico con sempre maggiore chiarezza la conformazione e il carattere della quinta colonna dell’Asse.
Il 23 gennaio 1937 Pjatakov, Radek, Sokolnikov, Scestov, Muralov e dodici loro compagni di congiura, fra cui alcuni agenti
chiave del Servizi segreti tedesco e giapponese, furono processati per tradimento dinanzi al Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS.
Per mesi e mesi i membri dirigenti del centro trotskista avevano negato le accuse loro rivolte. Ma le prove a loro carico furono complete e schiaccianti. Uno dopo l’altro essi ammisero di aver diretto attività di sabotaggio e terroristiche, di aver mantenuto, su istruzioni di Trotskij, rapporti con i governi tedesco e giapponese. Ma, sia all’interrogatorio preliminare che al processo, non rivelarono tutto. Non dissero nulla sull’esistenza del Gruppo militare; non accennarono né a Krestinskij né a Rosengoltz; serbarono il silenzio sul Blocco delle Destre e sui trotskisti, lo « strato » ultimo e più potente della congiura, che, mentre essi erano sottoposti a stringenti interrogatori, si preparava febbrilmente per conquistare il potere.
In prigione, Sokolnikov, ex vice-commissario incaricato degli affari orientali, aveva rivelato gli aspetti politici della congiura; le trattative con Hess, lo smembramento dell’URSS, il piano di instaurare, dopo il rovesciamento del regime sovietico, una dittatura fascista. Davanti alla corte Sokolnikov depose:
« Consideravamo che il fascismo era la forma più organizzata del capitalismo, che avrebbe trionfato, invaso l’Europa e ci avrebbe schiacciati. Perciò, era meglio cercar un accordo con esso… Tutto questo fu spiegato con l’argomento seguente: meglio fare certi sacrifici, anche molto gravi, piuttosto che perdere ogni cosa… ragionavamo da uomini politici… ritenevamo di dover correre certi rischi ».
Pjatakov ammise di essere il capo del centro trotskista. Parlando con voce tranquilla, risoluta, scegliendo con cura le parole, l’ex membro del Consiglio supremo dell’economia nazionale testimoniò i fatti accertati delle attività di sabotaggio e terroristiche da lui dirette fino al suo arresto. In piedi dietro la sbarra, con il lungo e magro viso pallido, del tutto impassibile, sembrava, secondo l’ambasciatore americano Joseph E. Davies, « un professore che facesse lezione ».
Come John Gunther riferì più tardi nel suo Inside Europe:
« L’impressione, ampiamente diffusa all’estero, che gli accusati raccontassero tutti la stessa storia, che fossero abietti e striscianti, che si comportassero come pecore al macello, non è del tutto esatta. Essi discutevano ostinatamente con il Pubblico Ministero; in generale dissero solo quello che erano costretti a dire… »
Man mano il processo proseguiva, e dalle successive deposizioni degli accusati Pjatakov veniva rivelandosi come un assassino politico spietato, un traditore di gran sangue freddo e calcolatore, una nota di in certezza e di disperazione si fece sentire in quella voce fino allora calma ed equilibrata. Era evidente che alcuni dei fatti in possesso dell’autorità furono per lui un colpo. L’atteggiamento di Pjatakov mutò. Allegò in sua difesa che, anche prima dell ‘arresto, aveva cominciato a mettere in discussione la direzione di Trotskij. Disse che non approvava le trattative con Hess. « Ci eravamo cacciati in un vicolo cieco disse. – Io cercai una via d’uscita… » Nella sua ultima difesa dinanzi alla Corte, Pjatakov esclamò:
« Si, sono stato trotskista per molti anni! Ho lavorato in stretta unione con i trotskisti… Non pensate, cittadini giudici… che durante questi anni spesi nei soffocanti bassifondi del trotskismo, io non vedessi quello che accadeva nel paese! Non pensate che io non capissi quello che si realizzava nell’industria. Vi dico francamente: talvolta, quando uscivo dai bassifondi trotskisti e mi dedicavo all’altro mio lavoro, pratico, sentivo qualche volta una specie di sollievo, e, naturalmente, parlando da un punto di vista umano, questo dualismo non era solo una questione di condotta esteriore, ma vi era anche un dualismo nel mio intimo… Fra poche ore voi emetterete la vostra sentenza… Non negatemi una cosa sola, cittadini giudici. Non negatemi il diritto di sentire che, anche ai vostri occhi, ho trovato in me la forza; benché troppo tardi, di romperla col mio passato criminale! »
Ma fino all’ultimo istante, non una parola sugli altri congiurati uscì dalle sue labbra.
Karl Radek, fissando attraverso i suoi grossi occhiali l’aula affollata, sotto il fuoco di fila di domande dell’accusatore Viscinskij, fu a volte umile, desideroso di ingraziarsi la Corte, a volte impertinente e arrogante. Come Pjatakov, ma con maggiore completezza, ammise il suo tradimento. Radek asserì anche che, prima dell’arresto, appena aveva ricevuto la lettera di Trotskij sulle trattative con i governi nazista e giapponese, si era deciso a ripudiare Trotskij e a denunziare la congiura. Per settimane intere, fu incerto sul da farsi .
Viscinskij. Quale fu la vostra decisione?
Radek. Il primo passo da fare sarebbe stato di andare dal Comitato Centrale del Partito, di fare una dichiarazione, di fare il nome di tutte le persone. Questo non l’ho fatto. Non fui io ad andare dalla Ghepeú, ma la Ghepeú a venire a prendermi.
Viscinsèij. Risposta eloquente!
Radek. Risposta triste!
Il verdetto fu pronunziato il 30 gennaio 1937. Gli accusati furono giudicati colpevoli di tradimento, di essere « agenti delle forze fasciste tedesche e giapponesi -per svolgere attività di sabotaggio e terroristiche », colpevoli di aiutare gli « aggressori stranieri ad impadronirsi di territori dell’URSS ».
La Sezione Militare della Corte suprema sovietica condannò alla fucilazione Pjatakov, Muralov, Scestov e altri dieci . Radek, Sokolnikov e altri due agenti, meno importanti, furono condannati a molti anni di reclusione.
L’ambasciatore americ ano a Mosca, Joseph E. Davies, fu profondamente impressionato dal processo a cui assisteva giornalmente e di cui, con l’aiuto di un interprete, non perdeva una parola. L’ambasciatore Davies, ex consulente legale di complessi industriali, dichiarò che l’accusatore sovietico Viscinskij , generalmente descritto dai propagandisti antisovietici come un « inquisitore brutale », gli ricordava « molto da vicino Homer Cummings, come lui calmo, spassionato, intellettuale, abile e sagace. Condusse il processo di tradimento in una maniera, che conquistò il mio rispetto e la mia ammirazione di uomo di legge ».
Il 17 febbraio 1937 l’ambasciatore Davies, in un dispaccio riservato al segretario di Stato Cordell Hull, riferiva che quasi tutti i diplomatici esteri di Mosca condividevano la sua opinione circa la giustizia della sentenza. L’ambasciatore Davies scriveva: « Ho parlato con molti membri del corpo diplomatico qui accreditati, se non con tutti, e, con una sola eccezione, tutti erano del mio parere che il processo abbia provato chiaramente l’esistenza di una cospirazione politica diretta a rovesciare il governo ».
Ma questi fatti non furono resi pubblici. Potenti forze cospiravano per nascondere la verità sulla quinta colonna nella Russia sovietica. L’11 marzo 1937, l’ambasciatore Davies scriveva nel suo diario di Mosca:
« Un altro diplomatico, il ministro ***, mi ha fatto ieri una dichiarazione molto significativa. -Discutendo il processo, mi disse che, secondo lui, gli accusati erano indubbiamente colpevoli; che tutti quelli di noi che avevano assistito al processo erano praticamente d’accordo su questo; che il mondo esterno, a giudicare dai resoconti della stampa, sembrava tuttavia pensare che il processo era una messinscena (façade , diceva); che, benché egli sapesse che le cose non stavano cosi, era però bene che fuori della Russia si pensasse così ».

3. Azione in maggio.

Ma la cospirazione era ancora tutt’altro che schiacciata. Al pari di Pjatakov, anche Radek aveva nascosto alle autorità sovietiche informazioni importanti, benché le sue deposizioni fossero apparse esaurienti. Ma i congiurati rimasti erano convinti che ogni ulteriore ritardo del colpo finale sarebbe stato fatale.
In tutta fretta Krestinskij , Rosengoltz, Tukhacevskij e Gamarnik tennero una serie di conferenze segrete. Tukhacevskij cominciò con l’assegnare ufficiali del gruppo militare a « comandi » speciali, ciascuno dei quali avrebbe dovuto assolvere còmpiti speciali al momento dell’attacco.
Alla fine del marzo 1937, i preparativi per il colpo di forza militare erano nel loro stadio finale. In un incontro con Krestinskij e Rosengoltz, nell’appartamento di quest’ultimo a Mosca, Tukhacevskij annunciò che il gruppo militare sarebbe stato pronto ad agire entro sei settimane. La data dell’azione sarebbe stata fissata per i primi di maggio, ad ogni modo prima del 15 maggio. Il Gruppo militare – egli aggiunse – stava ancora discutendo « alcune differenze » circa i sistemi da seguire per impadronirsi del potere.
Secondo uno di questi piani , quello su cui Tukhacevskij « contava soprattutto » – come affermò Rosengoltz più tardi, « un gruppo di militari, suoi aderenti, dovevano sotto vari pretesti adunarsi nel suo appartamento, entrare nel Cremlino, impossessarsi della centrale telefonica del Cremlino e uccidere i capi del Partito e del governo ». Contemporaneamente, secondo questo piano, Gamarnik e le sue unità « si sarebbero impadroniti del Commissariato del popolo per gli affari interni ».
Aprile passò rapidamente fra gli ultimi febbrili preparativi del colpo.
Krestinskij cominciò a compilare lunghe liste di « persone di Mosca da arrestare e da allontanare dai loro posti, al momento in cui sarebbe stato sferrato il colpo, ed elenchi di gente che potevano sostituirle ». Uomini armati al comando di Gamarnik ebbero l’incarico di uccidere Molotov e Voroscilov. Rosengoltz, nella sua qualità di Commissario per il commercio estero, parlava di fissare un appuntamento con Stalin alla vigilia del colpo e di assassinare il capo sovietico nel suo quartier generale del Cremlino.
Era la seconda settimana del maggio 1937.
Poi il governo sovietico vibrò rapidamente il colpo di grazia.
L’11 maggio, il maresciallo Tukhacevskij veniva allontanato dal suo posto di vice-commissario della guerra e assegnato a un comando di minore importanza nel distretto del Volga. Al generale Gamarnik veniva tolta la carica di vice-commissario della guerra. Anche i generali Jakir e Uborevic, complici di Tukhacevskij e Gamarnik, venivano allontanati. Altri due generali, Kork e Eidemann, venivano arrestati e accusati di essere in rapporti segreti con la Germania nazista.
Un comunicato ufficiale rivelava che Buchàrin, Rvkov e Tomskij, che erano stati strettamente sorvegliati e seguiti, erano ora accusati di tradimento. Buchàrin e Rikov erano stati arrestati. Tomskij, sfuggito all’arresto, si uccise. Il 31 maggio il generale Gamarnik seguì il suo esempio e si uccise con un colpo di pistola. Si annunciò che Tukhacevskij e diversi altri alti ufficiali erano stati arrestati dal NKVD. Poco dopo, fu arrestato Rosengoltz. Continuava su scala nazionale il rastrellamento di persone sospette di essere agenti della quinta colonna.
La mattina dell’11 giugno 1937, alle undici, il maresciallo M. N. Tukhacevskij e altri sette generali dell’esercito rosso furono tradotti dinanzi a un tribunale militare speciale della Suprema corte sovietica. Il processo ebbe luogo a porte chiuse per il carattere militare riservato delle deposizioni. Fu una corte marziale militare. Gli imputati erano accusati di cospirazione con potenze nemiche ai danni dell’Unione Sovietica.
Il 12 giugno il Tribunale militare emise la sentenza. Accertata la fondatezza delle accuse, gli imputati erano condannati alla fucilazione, come traditori. Ventiquattro ore dopo, la sentenza fu eseguita da un distaccamento dell’esercito rosso.
Ancora una volta, assurde dicerie e calunnie antisovietiche dilagarono in tutto il mondo. L’intero esercito rosso, si diceva, era in fermento, pronto a rivoltarsi contro il governo sovietico; Voroscilov « marciava su Mosca » a capo di un’armata antistaliniana; « fucilazioni in massa » avvenivano in tutta la Russia sovietica; da questo momento in poi, l’esercito rosso, perduti i suoi « generali migliori », non costituiva « più un fattore importante nella situazione internazionale ». .
Molti osservatori onesti furono profondamente turbati dagli avvenimenti nella Russia sovietica. Il carattere e la tecnica della quinta colonna erano ancora sconosciuti. Il 4 luglio 1937, Joseph E. Davies,ambasciatore americano a Mosca, ebbe un colloquio col ministro degli Esteri sovietico Maxim Litvinov. Disse francamente a Litvinov che l’esecuzione dei generali e i processi dei trotskisti avevano suscitato un’impressione sfavorevole negli Stati Uniti e in Europa.
« Un giorno – disse Litvinov – il mondo capirà quello che abbiamo fatto per proteggere il nostro governo dalla minaccia del tradimento… Noi abbiamo reso un servizio a tutto il mondo, proteggendo noi stessi contro la minaccia di un dominio hitleriano e nazista sul mondo intiero , e facendo in tal modo dell’Unione Sovietica un forte baluardo contro la minaccia nazista ».
Il 28 luglio 1937, dopo aver personalmente fatto delle indagini sulla reale situazione interna della Russia sovietica, l’ambasciatore Davies mandò al segretario di Stato Cordell Hull il « Dispaccio N. 457, strettamente riservato ».. L’ambasciatore passava in rassegna gli avvenimenti recenti e smentiva le assurde voci sul malcontento delle masse e sul crollo imminente del governo sovietico. « Non vi è traccia (come pretendono i giornali) di Cosacchi accampati vicino al Cremlino o in movimento sulla Piaz.za Rossa »,scriveva. L’ambasciatore Davies riassumeva la sua analisi del caso Tukhacevskij nelle seguenti parole: « Se non sopravverranno o assassinî, o guerre all’esterno, la posizione di questo governo e dell’attuale regime appare ben salda oggi, e probabilmente anche per parecchio tempo a venire. Il pericolo del sorgere di un Còrso per il momento è stato eliminato ».

4. Finale.

L’ultimo dei tre celebri processi di Mosca ebbe inizio il 2 marzo 1938 nella sede dei sindacati, dinanzi alla Sezione Militare della Corte suprema dell’URSS. Le udienze, comprendenti sessioni antimeridiane, pomeridiane e serali e a porte chiuse – durante le quali furono udite le deposizioni implicanti segreti militari – durarono sette giorni.
Gli imputati erano ventuno. Fra di essi si trovavano l’ex capo dell’OGPU Jagoda e il suo segretario Pavel Bulanov; i capi della Destra, Nikolài Buchàrin e Aleksjéj Rykov; i dirigenti trotskisti e agenti tedeschi Nikolàj Krestinskij e Arkadij Rosengoltz; e altri quindici cospiratori, membri del Blocco, sabotatori, terroristi e agenti stranieri, compresi l’agente di collegamento trotskista Serghjéj Bessonov, e i medici assassini Levin e Kazakov.
Il giornalista americano, Walter Duranty, che assistette al processo, scrisse nel suo libro The Kremlin and the People:
« Era realmente il ” processo per finire tutti i processi “, perché le finalità erano ben chiare, il Pubblico Ministero aveva tutte le prove, e aveva individuati i nemici, all’interno e all’esterno. I dubbi e le esitazioni del passato erano ora superati, perché un caso dopo l’altro, e specialmente, ritengo, il caso dei ” generali “, avevano gradualmente completato il quadro che era così confuso e incompleto all’epoca dell’assassinio di Kirov… »
Il processo del Blocco delle Destre e dei trotskisti, per la prima volta nella storia, rese pubbliche in ogni particolare le attività di una delle quinte colonne dell’ Asse. L’intiera tecnica del metodo impiegato dall’Asse per le conquiste segrete fu messa a nudo; la propaganda, lo spionaggio, il terrore, il tradimento nelle alte cariche, le macchinazioni dei Quisling, la tattica di un’armata segreta che colpisce dall’interno, tutta la strategia della quinta colonna per mezzo della quale i nazisti minavano già la Spagna, l’Austria, la Cecoslovacchia, la Norvegia, il Belgio, la Francia e altri paesi d’Europa e d’America, furono rivelate in pieno. « I Buchàrin e i Rykov, i Jagoda e i Bulanov, i Krestinskij e i Rosengoltz, – dichiarò l’accusatore sovietico Viscinskij, nel suo discorso conclusivo dell’1l marzo 1938 – sono una sola cosa con la quinta colonna ».
L’ambasciatore Joseph E. Davies, che assistette alle udienze, trovò che il processo era « impressionante » nei suoi elementi drammatici, legali, umani e politici. Scrisse alla figlia 1’8 marzo: « Tutte le debolezze e tutti i vizi fondamentali della natura umana – e nella loro luce peggiore le ambizioni personali – emergono in questo processo. Essi rivelano il profilo di una cospirazione che fu abbastanza vicina a conseguire lo sperato successo e a rovesciare questo governo ».
Alcuni fra gli accusati, per salvarsi, tentarono di svincolarsi dalla piena responsabilità dei loro delitti, di addossare la colpa ad altri, di atteggiarsi a uomini politici sinceri, ma traviati. Altri, senza apparente emozione o speranza di sfuggire alla sentenza, riferivano i truci particolari degli assassinî « politici » commessi, e le operazioni di spionaggio e di sabotaggio compiute sotto la direzione dei Servizi segreti militari tedesco e giapponese.
La sentenza fu letta la mattina del 13 marzo 1938. Tutti gli accusati furono trovati colpevoli. Tre di essi, Pletnev, Bessonov e Rakovskij furono condannati al carcere, gli altri alla fucilazione.
Tre anni dopo, nell’estate del 1941, dopo l’invasione nazista dell’URSS, Joseph E. Davies, ex ambasciatore americano nell’Unione Sovietica, scriveva:
« In Russia è mancata la cosiddetta ” aggressione interna ” pronta a collaborare con l’Alto Comando tedesco. La marcia di Hitler su Praga nel 1939 fu accompagnata dall’attivo appoggio militare delle organizzazioni di Henlein in Cecoslovacchia; lo stesso avvenne nell’invasione della Norvegia. Nel quadro russo invece non vi furono né Henlein alla maniera sudetica, né Tiso a quella slovacca, né Degrelle del tipo belga, né Quisling come in Norvegia… .
« Il perché di questo va cercato nei cosiddetti processi di tradimento o di epurazione a cui avevo assistito e di cui avevo sentito parlare nel 1937 e nel 1938. Riesaminando da sotto una nuova visuale i resoconti di quei processi e rivedendo quel che io stesso ne avevo allora scritto, mi avvidi che, praticamente, tutti i metodi dell’attività della quinta colonna tedesca, quale ora la conosciamo, erano stati scoperti e messi a nudo dalle confessioni e dalle deposizioni rese in questi processi dai Quisling russi confessi…
« Tutti quei processi, epurazioni e liquidazioni che sembrarono allora tanto violenti e che scandalizzarono il mondo, appaiono ora chiaramente come uno degli aspetti del vigoroso e risoluto sforzo del governo di Stalin per proteggersi non solo da una rivoluzione all’interno, ma anche da un attacco dall’esterno, si misero a lavorare per ripulire il paese da tutti gli elementi che potessero tradire, e i casi dubbi furono tutti risolti a favore del governo. Nel 1941 non ci furono in Russia affiliati alla quinta colonna: erano stati tutti giustiziati in precedenza. L’epurazione aveva ripulito il paese, liberandolo dal tradimento ».
La quinta colonna dell’Asse, nella Russia sovietica, era stata schiacciata.

Capitolo diciottesimo
Assassinio nel Messico

L’imputato principale di tutti e tre i processi di Mosca era un uomo che si trovava a cinquemila miglia di distanza.
Nel dicembre 1936, dopo il processo Zinoviev-Kamenev e l’arresto di Pjatakov, Radek e di altri membri dirigenti del centro trotskista, Trotskij fu costretto a lasciare la Norvegia. Varcò l’Atlantico e arrivò nel Messico il 13 gennaio 1937. Egli organizzò un nuovo quartier generale in una villa a Coyoacan, sobborgo di Città del Messico. Da Coyoacan, nei mesi successivi, Trotskij seguì, senza poter far nulla, lo sfacelo – pezzo per pezzo – della complicata e potente quinta colonna russa sotto i potenti colpi del governo sovietico…
Al Messico, come in Turchia, in Francia e in Norvegia e ovunque aveva vissuto, Trotskij non tardò a essere circondato da una congrega di discepoli, avventurieri e guardie armate. Ancora una volta, viveva in un’atmosfera fantastica di intrigo.
La villa di Coyoacan dove Trotskij aveva installato il suo quartier generale era virtualmente una fortezza. Un muro alto circa sette metri la cingeva. Nelle torri a quattro angoli montavano la guardia giorno e notte sentinelle armate di mitra. Oltre alla unità di polizia messicana distaccata appositamente fuori della villa, vi era la guardia del corpo armata di Trotskij che teneva il suo quartier generale sotto incessante controllo. Tutti i visitatori dovevano presentare documenti d’identità e subire un interrogatorio stringente simile a quello dei posti di guardia di frontiera. I loro lasciapassare dovevano essere firmati e controfirmati. Dopo essere stati ammessi a varcare i cancelli del muro di cinta, venivano perquisiti, in cerca di armi nascoste, prima di poter, entrare nella villa.
All’interno della casa vi era un’atmosfera di intensa attività.
Vi lavoravano numerose persone che prendevano istruzioni dal capo e eseguivano i suoi ordini. Segretari particolari preparavano scritti di propaganda antisovietica, i proclami di Trotskij, articoli, libri e comunicazioni segrete in russo, tedesco, francese, spagnolo e inglese. Come a Prinkipo, Parigi. e Oslo, molti di questi « segretari » di Trotskij portavano la rivoltella al fianco, e la stessa atmosfera fantastica di intrigo e di mistero circondava il cospiratore antisovietico.
La posta era moltissima e affluiva al quartier generale messicano da tutte le parti del mondo. Spesso le lettere esigevano un trattamento chimico, trattandosi di messaggi scritti con inchiostro invisibile fra innocue righe visibili. Continua e intensa era la corrispondenza telegrafica e telefonica con I’Europa, l’Asia e gli Stati Uniti. Un fiume ininterrotto di giornalisti, celebrità, uomini politici, misteriosi visitatori in incognito, venivano a intervistare il capo « rivoluzionario » del movimento antisiovietico o a conferire con lui. Vi erano frequenti delegazioni di trotskisti esteri – trotskisti francesi, americani, indiani, cinesi, agenti del P.O.U.M.
Dalla sua villa fortificata di Coyoacan, Trotskij dirigeva in tutto il mondo la sua organizzazione antisovietica: la quarta Internazionale.
In tutta l’Europa, l’Asia, America del Nord e del Sud, legami stretti esistevano fra la quarta Internazionale e la rete nazista della quinta colonna.
Nella Cecoslovacchia, trotskisti collaboravano con l’agente nazista Konrad Henlein e con il suo Sudeten Deutsche Partei (Partito dei Tedeschi dei Sudeti). Serghjéj Bessonov, il corriere trotskista che era stato consigliere dell’ambasciata sovietica a Berlino, depose, durante il suo processo nel 1938, che nell’estate del 1935 aveva stretto rapporti con Konrad Henlein a Praga. Bessonov dichiarò di aver fatto personalmente da intermediario tra il gruppo di Henlein e Lev Trotskij.
In Francia, Jacques Doriot, agente nazista e fondatore del partito popolare fascista, comunista rinnegato, era trotskista. Doriot lavorava in stretto rapporto con la sezione francese della quarta Internazionale trotskista, al pari di altri agenti nazisti e fascisti francesi.
In Spagna, trotskisti si trovavano in grande numero nelle file del P.O.U.M., l’organizzazione della qumta colonna che appoggiava la rivolta fascista di Franco. Il capo del P.O.U.M. era Andreas Nin vecchio amico e alleato di Trotskij.
In Cina, trotskisti operavano sotto il controllo diretto dello spionaggio militare giapponese. La loro attività era molto apprezzata dagli ufficiali dirigenti lo spionaggio gtapponese. II capo del Servizio di spionaggio giapponese dichiarò nel 1937 a Pechino: « Dovremmo appoggiare il gruppo trotskista e aiutarlo attivamente, in modo che la loro attività nelle varie parti della Cina possa riuscire utile e vantaggiosa per l’impero, poiché questi Cinesi disgregano l’unità del paese. Essi lavorano con finezza e abilità non comuni ».
In Giappone, i trotskisti erano chiamati il « trust dei cervelli del Servizio segreto ». In apposite scuole si insegnava agli agenti segreti giapponesi la tecnica di penetrare nel Partito comunista nella Russia sovietica e di combattere l’attività antifascista in Cina e in Giappone.
In Svezia, Nils Hyg, uno dei trotskisti più in vista, aveva ricevuto un sussidio finanziario dal finanziere e truffatore filonazista Ivar Kreuger. Le prove dell’appoggio finanziario dato al movimento trotskista da Kreuger, vennero alla luce dopo il suicidio di Kreuger, quando i revisori trovarono fra le sue carte ricevute di avventurieri politici di ogni sorta, compreso Adolf Hitler.
In tutto il mondo i trotskisti erano diventati lo strumento con cui i servizi di spionaggio dell’Asse cercavano di penetrare nei movimenti liberale, radicale e operaio per raggiungere i propri fini.
Nel settembre 1939, un agente trotskista europeo, che viaggiava sotto il nome di Frank Jacson, arrivava negli Stati Uniti sul piroscafo francese Ile de France. Jacson era stato reclutato nel movimento trotskista da una trotskista americana, Sylvia Ageloff, mentre era studente alla Sorbona a Parigi. Nel 1939, a Parigi fu avvicinato da un rappresentante dell’ « Ufficio della Quarta Internazionale » segreto e incaricato di recarsi al Messico per diventarvi uno dei « segretari » di Trotskij. Gli fu consegnato un passaporto che in origine aveva appartenuto a un cittadino canadese, Tony Babich, membro dell’esercito repubblicano spagnuolo, ucciso in Spagna dai fascisti. I trotskisti avevano ottenuto il passaporto di Babich, ne avevan tolto la fotografia sostituendola con quella di Jacson.
Jacson fu accolto al suo arrivo a New York City da Sylvia Ageloff e da altri trotskisti, e fu condotto a Coyoacan, dove iniziò il suo lavoro per Trotskij. In seguito Jacson diede le seguenti informazioni alla polizia messicana:
« Trotskij stava per mandarmi in Russia con l’incarico di organizzarvi un nuovo ordinamento. Mi disse che dovevo andare su aereo a Sciangai, dove avrei trovato altri agenti su certa nave, e insieme, attraverso il Manciukuò, saremmo andati in Russia. La nostra missione consisteva nel portare la demoralizzazione in seno all’esercito rosso, nel commettere atti diversi di sabotaggio negli impianti bellici e in altre fabbriche ».
Jacson non partì mai per la sua missione terroristica nell’Unione Sovietica. Nel tardo pomeriggio del 20 agosto 1940, nella villa di Coyoacan, potentemente fortificata, Jacson assassinò il suo capo, Lev Trotskij, fracassandogli la testa con una piccozza da montagna.
Arrestato dalla polizia messicana, Jacson disse di aver voluto sposare Sylvia Ageloff, e che Trotskij aveva vietato questo matrimonio. Un litigio violento, che riguardava la ragazza, scoppiò fra i due uomini. « Per amore di lei – disse Jacson – decisi di sacrificarmi fino all’estremo ».
In ulteriori dichiarazioni, Jacson affermò:
« .. . Invece di trovarmi faccia a faccia con un capo politico che dirigesse la lotta per la liberazione della classe operaia, mi vidi dinanzi un uomo che non voleva altro che sodisfare i suoi bisogni e le sue ambizioni di vendetta e di odio e che si serviva della lotta operaia soltanto come di un mezzo di celare la propria bassezza e i suoi calcoli spregevoli… .
« Quanto a questa casa, che egli disse giustamente di aver trasformato in una fortezza, molto spesso mi domandavo da dove fosse venuto il denaro per tali lavori… Forse il console di una grande nazione straniera che spesso lo visitava potrebbe rispondere alla domanda in vece nostra …
« Fu Trotskij a distruggere il mio carattere, il mio avvenire e tutti i miei affetti. Mi trasformò in un uomo senza nome, senza paese, in uno strumento suo. Ero in un vicolo cieco… Trotskij mi fece a pezzi con le sue mani come se fossi stato un pezzo di carta ».
La morte di Lev Tfotskij lasciava un solo candidato vivente alla parte di Napoleone in Russia: Adolf Hitler.

Libro quarto
La seconda guerra mondiale
e il dopoguerra

Capitolo diciannovesimo
La seconda guerra mondiale

1. Monaco.

« Il fatale decennio 1931-1941 – dichiarava iI Dipartimento di Stato americano nella sua pubblicazione ufficiale Pace e Guerra: politica estera degli Stati Uniti – si iniziò e si concluse con atti di violenza da parte del Giappone e fu contrassegnato da una decisa, spietata politica di dominazione mondiale da parte del Giappone, della Germania e dell’Italia ».
La seconda guerra mondiale cominciò nel 1931 con l’invasione giapponese della Manciuria col pretesto di salvare l’Asia dal comunismo. E due anni più tardi Hitler abbatteva , la repubblica tedesca con il pretesto di salvare la Germania dal comunismo. Nel 1935 l’Italia invadeva l’Etiopia per salvarla dal « bolscevismo e dalla barbarie », nel 1936 Hitler rimilitarizzava la Renania; la Germania e il Giappone firmavano iI Patto Anti-Comintern e le truppe tedesche e italiane invadevano la Spagna col pretesto di salvarla dal comunismo.
Nel 1937 l’Italia si unì alla Germania e al Giappone nel Patto Anti-Comintern, mentre il Giappone aggrediva nuovamente la Cina, impadronendosi di Peiping, Tientsin e Sciangai. L’anno dopo la Germania compì l’annessione dell’Austria e si costituiva l’Asse Berlino-Rorna-Tokio « per salvare il mondo dal cornunismo… »
Nel settembre del 1937, rivolgendosi all’Assemblea della Lega delle Nazioni, il ministro sovietico degli Esteri, Maxim Litvinov, diceva: « Conosciamo tre stati che negli ultimi anni hanno compiuto attacchi contro altri stati. Malgrado le differenze tra i regimi, le ideologie, i livelli materiali e culturali dei paesi attaccati, tutti e tre gli stati aggressori giustificano le loro aggressioni
con un solo e medesimo motivo: la lotta contro il comunismo. I capi di quegli stati credono ingenuamente, o meglio pretendono di credere, che basti pronunziare la parola ” anticomunismo ” perché siano loro perdonati tutti i tradimenti e tutti i cromini internazionali! »
Sotto la maschera del Patto Anti-Comintern, la Germania, il Giappone e l’Italia marciavano alla conquista e all’asservimento dell’Europa e dell’Asia.
Due sole vie possibili si presentavano al mondo: o l’unione di tutte le nazioni contro l’aggressione nazista, fascista e giapponese per arrestare la minaccia di guerra dell’Asse prima che fosse troppo tardi; o la disunione, la resa di un paese alla volta agli aggressori e l’inevitabile vittoria fascista. I ministri della propaganda dell’Asse, gli agenti di Trotskij, i reazionari francesi, britannici e americani si erano stretti tutti insieme nella campagna fascista contro la sicurezza collettiva. La possibilità di unione contro l’aggressione veniva attaccata come « propaganda comunista», respnta come « sogno utopistico», calunniata come « incitamento alla guerra», e al posto suo veniva avanzata la politica del compromesso, il disegno di far deviare la guerra inevitabile verso un assalto concorde contro la Russia sovietica. Molta di questa politica fu opera della Germania nazista.
Nel settembre del 1938 la politica di compromesso raggiungeva la sua fase culminante quando i governi della Germania nazista, dell’Italia fascista, della Gran Bretagna e della Francia firmavano il patto di Monaco, vera santa alleanza antisovietica quale la reazione aveva sognato fin dal 1918.
Il Patto lasciava la Russia senza alleati: il trattato franco-sovietico, pietra angolare della sicurezza collettiva europea era morto; la regione cèca dei Sudeti fu annessa alla Germania nazista e le porte dell’Oriente furono così spalancate alla Wehrmacht.
« L’accordo di Monaco – scriveva Walter Duranty in The Kremlin and the People – parve segnare la più grande umiliazione che l’Unione Sovietica avesse patito dopo Brest-Litòvsk ».
Il mondo aspettava la guerra nazi-sovietica.
Al suo ritorno in Inghilterra, Neville Chamberlain, agitando un pezzo di carta con la firma di Hitler, esclamò: « Questo significa la pace per il nostro tempo! »
Venti anni prima, la spia inglese, capitano Sidney George Reilly aveva esclamato: «A ogni costo, questa folle oscenità che è nata in Russia deve scomparire… Pace, con la Germania, pace con chiunque… Pace, pace ad ogni costo e, dopo, un fronte unito contro i veri nemici dell’umanità ».
L’11 giugno 1938 Sir Arnold Wilson, sostenitore di Chamberlain nella Camera dei Comuni, dichiarava :
« L’unità ha un’importanza capitale, perché il pericolo reale proviene oggi non dalla Germania e dall’Italia… ma dalla Russia ».
Ma le prime vittime del patto antisovietico di Monaco non furono i popoli sovietici, bensì i popoli democratici dell’Europa. Ancora una volta la facciata antisovietica copriva il tradimento contro la democrazia.
Nel febbraio 1939 i governi britannico e francese riconobbero la dittatura fascista di Franco quale legittimo governo della Spagna e negli ultimi giorni di marzo, dopo un anno e mezzo di epica e disperata lotta, la Spagna repubblicana diventò una provincia fascista.
Il 15 marzo la Cecoslovacchia cessava di essere uno stato indipendente, le divisioni corazzate entravano a Praga, le fabbriche Skoda di munizioni e altre ventitré fabbriche di armi, che costituivano un’industria degli armamenti grande tre volte quella dell’Italia fascista, diventavano proprietà di Hitler. Il generale filofascista Jan Sirovy, già capo delle truppe controrivoluzionarie cecoslovacche che avevano operato nella Siberia sovietica, consegnava al comando supremo tedesco gli arsenali, i magazzini, un migliaio di aeroplani e tutto il perfetto equipaggiamento militare dell’esercito cecoslovacco.
Il 20 marzo la Lituania consegnava alla Germania il suo unico porto, Memel.
La mattina del venerdì santo, il 7 aprile, le truppe di Mussolini, varcato l’Adriatico, invadevano l’Albania. Cinque giorni dopo il re Vittorio Emanuele III accettava la corona albanese.
Da Mosca, proprio mentre Hitler moveva contro la Cecoslovacchia, Stalin ammoniva gli uomini del « compromesso » dell’Inghilterra e della Francia che la loro politica antisovietica sarebbe terminata in un disastro per loro stessi, e il 10 marzo 1939 pronunciava un discorso davanti al XVIII Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica:
La guerra senza dichiarazione che le potenze dell’Asse stavano ormai combattendo in Europa e in Asia sotto la maschera del Patto Anti-Comintern, era secondo Stalin diretta non soltanto contro la Russia sovietica, ma anche e prima di tutto in realtà, contro gli interessi dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti.
« La guerra è ormai condotta – affermò Stalin – da stati aggressori che in ogni modo offendono gli interessi degli stati non aggressivi, e in primo luogo dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, i quali invece hanno indietreggiato, facendo concessioni su concessioni ai trasgressori.. . senza il minimo tentativo di resistenza ed anzi con un certo grado di connivenza. Incredibile ma vero.
« Gli uomini politici reazionari delle democrazie occidentali particolarmente in In ghilterra e in Francia, avevano rinunziato alla politica della sicurezza collettiva, e sognavano invece una coalizione antisovietica mascherata con frasi diplomatiche, quali ” compromesso ” e ” non intervento ” ». Ma questa politica era ormai condannata.
L’Unione Sovietica desiderava, voleva ancora una cooperazione Internazionale contro gli aggressori ed una politica realistica di sicurezza collettiva, ma tale collaborazione, affermava Stalin, doveva essere sincera e aperta. L’esercito rosso non aveva nessuna intenzione di cavar le castagne dal fuoco per conto dei politicanti del compromesso dell ‘Inghilterra e della Francia. Ma, se fosse venuto il peggio, l’esercito rosso confidava nella propria forza e nella lealtà del popolo sovietico:
« In caso di guerra, – dichiarò Stalin – le retrovie e il fronte del nostro esercito saranno più forti di quelli di qualsiasi altro paese, e questo i popoli al di là dei nostri confini a cui piacciono i conflitti armati, farebbero bene a ricordarlo ».
Ma il chiarissimo, significativo monito di Stalin fu ignorato.
Nell’aprile 1939 un referendum della pubblica opinione inglese dimostrò che l’87% della popolazione era favorevole ad una alleanza anglo-sovietica contro la Germania nazista; ma la voce del popolo britannico non venne ascoltata .
« Una stretta e solida alleanza con la Russia – osservava il ” Times ” – intralcerebbe altri negoziati … »
Così la Russia sovietica doveva rimanere isolata ed esser lasciata sola ad affrontare – la Germania nazista, passivamente, se non attivamente, appoggiata dai governi europei ispirati dalla politica di Monaco.
Joseph E. Davies spiegava più tardi a quale alternativa fosse costretto il governo sovietico. Scrivendo il 18 luglio 1941 ad Harry Hopkins, consigliere del Presidente Roosevelt, l’ex ambasciatore presso l’Unione Sovietica, dichiara:
« Secondo le osservazioni e i contatti da me avuti dal 1936 in poi, credo che, all’infuori del solo Presidente degli Stati Uniti, nessun governo al mondo abbia visto più chiaramente del governo sovietico la minaccia di Hitler alla pace e la necessità della
sicurezza collettiva e di alleanza fra paesi non aggressori. Il governo sovietico era pronto a combattere per la Cecoslovacchia; aveva annullato prima di Monaco il suo patto di non-aggressione con la Polonia, perché desiderava sgombrare la via al passaggio delle sue truppe attraverso la Polonia per andare in aiuto della Cecoslovacchia, se fosse stato necessario per adempiere agli obblighi del trattato. Anche dopo Monaco e persino nella primavera del 1939, il governo sovietico acconsentì ad unirsi alla Gran Bretagna e alla Francia qualora la Germania attaccasse la Polonia o la Romania, ma insisteva che si tenesse una conferenza internazionale di stati non aggressori per stabilire oggettivamente e realisticamente che cosa ciascuno avrebbe dovuto fare e poi render nota a Hitler la loro concorde volontà di resistenza…Il suggerimento venne declinato da Chamberlain in conseguenza della contrarietà della Polonia e della Romania a includere la Russia…
« Per tutta la primavera del 1939 i Soviet cercarono di condurre a termine un accordo che stabilisse un’unità d’azione ed una coordinazione dei piani militari per fermare Hitler.
« La Gran Bretagna… rifiutò di accordare alla Russia riguardo agli Stati Baltici le stesse garanzie di protezione che la Russia accordava alla Francia e alla Gran Bretagna in caso di aggressione contro il Belgio e l’Olanda. I Soviet si convinsero, e ben a ragione, che nessun accordo generale efficace, diretto e pratico si poteva stabilire con la Francia e la Gran Bretagna. Furono così spinti ad un patto di non-aggressione con Hitler ».
Venti anni dopo Brest-Litòvsk, gli uomini politici antisovietici avevano di nuovo costretto la Russia sovietica a un trattato non desiderato e difensivo con la Germania.
Il 24 agosto 1939, l’Unione Sovietica firmava un patto di nonaggressione con la Germania nazista .

2. Seconda guerra mondiale.

Il 1 ° settembre 1939 le divisioni meccanizzate naziste invadevano da sette punti la Poloni a, e due giorni dopo la Gran Bretagna e la Francia dichiaravano guerra alla Germania. In due settimane il regime polacco – che, sotto l’influenza dell ‘antisovietica « cricca dei colonnelli », si era alleato col nazismo, aveva rifiutato l’aiuto sovietico e si era opposto alla sicurezza collettiva – crollava e i nazisti rastrellavano gli sparsi resti di quello che era stato il loro alleato.
Il 17 settembre, mentre le colonne naziste correvano attraverso la Polonia e il governo polacco era preso dal panico, l’esercito rosso passava il confine polacco orientale, occupava la Bielorussia, l’Ucraina occidentale e la Galizia prima che le divisioni corazzate naziste vi giungessero, e movendo rapidamente verso occidente occupava tutto il territorio che la Polonia si era annesso nel 1920 prendendolo alla Russia sovietica.
« Che gli eserciti russi si schierassero su questa linea era n’ecessario per la salvezza della Russia contro la minaccia nazista… – dichiarò Winston Churchill nella sua radiotrasmissione del l° ottobre. – È stato creato un fronte orientale che la Germania nazista non osa assalire. Quando von Ribbentrop venne chiamato a Mosca la scorsa settimana, fu per apprendere e accettare questo: che i progetti nazisti sugli Stati Baltici e sull’Ucraina hanno subito un arresto definitivo ».
L’avanzata dell’esercito rosso verso occidente fu la prima di una serie di mosse compiute dall’Unione Sovietica per controbilanciare il dilagare del nazismo e rafforzare le difese sovietiche in vista di un inevitabile urto col terzo Reich.
Durante le ultime settimane di settembre e i primi giorni di ottobre, il governo sovietico firmò patti di mutua assistenza con l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, patti che specificavano come negli Stati Baltici si dovessero stabilire guarnigioni dell’esercito rosso, aeroporti sovietici e basi navali sovietiche.
Ma, nel Nord, rimaneva come potenziale alleato militare del terzo Reich la Finlandia, il cui capo militare, barone Karl Gustav von Mannerheim era in stretti e continui rapporti con l’alto comando tedesco.
Con l’aiuto di ufficiali e tecnici tedeschi, la Finlandia era stata trasformata in una potente fortezza che doveva servire di base per l’invasione dell’Unione Sovietica. Tecnici tedeschi avevano presieduto alla costruzione della linea Mannerheim, serie di intricate e magnificamente predisposte fortificazioni che correvano per parecchie miglia lungo la frontiera sovietica ed erano dotate di cannoni pesanti in un punto che distava soltanto ventun miglia da Leningrado. Quando la costruzione della linea Mannerheim fu prossima alla fine, nell’estate 1939, il capo di stato maggiore di Hitler, generale Halder, giunse dalla Germania a compiere un’ultima ispezione alla massiccia fortificazione.
Il governo sovietico propose alla Finlandia un patto di mutua assistenza e offrì di cedere parecchie migliaia di chilometri quadrati di territorio nella Carelia centrale in cambio di alcune isole strategiche finlandesi vicino a Leningrado, una parte dell’istmo della Carelia e il permesso per trent’anni di costruire una base navale sovietica nel porto di Hangö. I capi sovietici consideravano questi ultimi territori come essenziali per la difesa della base navale di Kronstadt e per la difesa della città di Leningrado.
Alla metà di novembre la cricca filonazista che dominava il governo finlandese interruppe improvvisamente i negoziati e alla fine di novembre l’Unione Sovietica e la Finlandia entravano in guerra.
Gli elementi antisovietici in Inghilterra e in Francia credettero ormai giunta la guerra santa da tanto tempo attesa. La guerra stranamente inattiva che si combatteva ad occidente contro la Germania nazista era la « guerra sbagliata », la guerra giusta era invece ad oriente. In Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti cominciò un’intensa campagna antisovietica al grido di: « Aiutiamo la Finlandia! »
Il primo ministro Neville Chamberlain, che, poco tempo prima,
aveva affermato che il suo paese mancava di armi adatte per combattere
i nazisti, dispose rapidamente per l’invio in Finlandia di
144 aerei britannici, 114 cannoni pesanti, 185.000 proiettili, 50.000 granate, 15.700 bombe aeree, 100.000 cappotti e 48 ambulanze. In un momento in cui l’esercito francese aveva disperato bisogno di ogni sorta di oggetti di equipaggiamento per tener testa all’inevitabile offensiva nazista, il governo francese cedette all’esercito finlandese 179 aeroplani, 472 cannoni, 795.000 proiettili, 5.100 mitragliatrici e 200.000 granate a mano.
Mentre sul fronte occidentale l’inattività continuava, il Comando supremo britannico, dominato ancora da militaristi antisovietici come il generale Ironside, preparò dei piani per mandare 100.000 uomini in Finlandia attraverso la Scandinavia, e il Comando francese fece preparativi per un attacco simultaneo contro il Caucaso sotto il comando del generale Weygand, il quale affermò apertamente che bombardieri francesi erano pronti nel vicino Oriente per muovere contro i pozzi di petrolio di Bakù.
Un giorno dopo l’altro, i giornali britannici, francesi ed americani davano a grandi titoli notizia di decisive vittorie finlandesi e di catastrofiche disfatte sovietiche. Ma, dopo tre mesi di combattimenti in un terreno straordinariamente difficile e in condizioni atmosferiche incredibilmente dure, con una temperatura che spesso giunse a 60 e 70 gradi sotto zero, l’esercito rosso sfondava 1’« inespugnabile » linea Mannerheim e sbaragliava l’esercito finlandese.
Il giorno che terminarono le ostilità finno-sovietiche, il generale Mannerheim dichiarò in un proclama alle truppe finlandesi
che la loro « sacra missione ” era ” di essere un avamposto della civiltà occidentale in Oriente ». Le truppe tedesche cominciarono ad arrivare in numero considerevole in Finlandia. Numerosi agenti nazisti vennero ad ingrossare il personale dell’ambasciata tedesca a Helsinki e dei dodici consolati sparsi nel paese.
Nella primavera 1940 terminò improvvisamente la sosta del fronte occidentale, e il 9 aprile truppe tedesche invasero la Danimarca e la Norvegia. Le truppe britanniche, recatesi in aiutodei Norvegesi, abbandonavano le loro poche e precarie posizioni e un regime fantoccio veniva istituito a Oslo sotto il maggiore Vidkun Quisling.
Il 10 maggio, Chamberlain, diede le dimissioni da primo minstro dopo aver portato il suo paese nella situazione forse più dlsperata di tutta la sua lunga storia. Lo stesso giorno, mentre il re chiamava a formare il nuovo gabinetto Winston Churchill, l’esercito tedesco invadeva l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il 21 maggio i Tedeschi, travolta la disordinata opposizione, raggiunsero la Manica e tagliarono fuori gli Alleati nelle Fiandre.
Il panico invase tutta la Francia, mentre dappertutto la quinta colonna era all’opera. Le truppe francesi vennero abbandonate dai loro ufficiali e intere divisioni si trovarono senza rifornimenti militari. Ormai, la quinta colonna aveva il controllo della Francia.
L’ex ministro francese dell’aviazione; Pierre Cot, scrisse più tardi nel suo Triomphe de la trahison:
« I fascisti ebbero via libera nel paese e nell’esercito. L’agitazione anticomunista era una cortina fumogena, dietro la quale si andava preparando la grande cospirazione politica che doveva paralizzare la Francia e facilitare l’opera di Hitler… Gli strumenti più efficaci della quinta colonna … furono Weygand, Pétain e Lav al. Il Consiglio dei Ministri tenuto a Cangé presso Tours, Il 12 giugno 1940, il generale Weygand insistette presso il governo affinché si ponesse fine alla guerra. Il suo principale argomento fu che a Parigi era scoppiata una rivoluzione comunista… »
Dal 29 maggio al 4 giugno l’esercito britannico evacuò le sue truppe da Dunkerque, salvando eroicamente 350.000 uomini.
Il 10 giugno l’Italia fascista dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra. Il 14, Parigi cadeva; Pétain, Weygand, Laval e il trotskista Doriot diventavano i governanti-fantocci della Francia.
Il 22 giugno, veniva firmato un armistizio fra Germania e Francia nella foresta di Compiègne, nella stessa vettura ferroviaria in cui il maresciallo Foch, ventidue anni prima, aveva dettato i termini della resa ai Tedeschi disfatti.

Mentre la Francia crollava, l’esercito rosso procedeva rapidamente a rafforzare le linee difensive dell’Unione Sovietica e, alla metà di giugno, precorrendo un imminente putsch nazista negli Stati Baltici, le divisioni corazzate sovietiche occupavano l’Estonia, la Lettonia e la Lituania.
Il 27 giugno l’esercito rosso entrava in Bessarabia e nella Bucovina settentrionale, tolte dalla Romania ai Russi dopo la rivoluzione di Ottobre.
L’Unione Sovietica e la Germania nazista si trovavano ora di fronte sulle loro future linee di battaglia.
Era l’anno 1941: un’atmosfera di intensa attesa gravava su tutta l’Europa mentre la Russia sovietica e la Germania nazista, le due maggiori potenze militari del mondo, si preparavano a scontrarsi sul campo di battaglia.
Il l° marzo, i Tedeschi entravano a Sofia, e la Bulgaria diventava una base nazista.
Il 6 aprile, dopo che una rivolta popolare ebbe rovesciato il regime del reggente jugoslavo principe Paolo e gli agenti nazisti furono costretti a sgombrare il paese, il governo sovietico firmò un patto di non-aggressione col nuovo governo jugoslavo, ma lo stesso giorno la Germania nazista dichiarò guerra alla Jugoslavia e la invase.
Il 5 maggio, Stalin diventava primo ministro dell’URSS.
Alle quattro antimeridiane del 22 giugno 1941, senza dichiarazione di guerra, i carri armati di Hitler, le forze aeree, l’artiglieria da campagna, le unità motorizzate e le fanterie venivano scagliati oltre i confini dell’Unione Sovietica, su un fronte estendentesi dal Baltico al Mar Nero. Il proclama di Hitler affermava:
« Còmpito di questo fronte non è più la protezione di singoli paesi, ma la difesa dell’Europa e perciò la salvezza di tutti ».
L’Italia, la Romania, l’Ungheria e la Finlandia si unirono alla guerra contro la Russia sovietica. Speciali contingenti fascisti vennero raccolti in Francia e in Spagna e gli eserciti uniti dell’Europa controrivoluzionaria furono lanciati in una guerra santa contro i Soviet. Il piano del generale Max Hoffmann stava per esser messo alla prova.
Il 7 dicembre 1941, senza preavviso, bombardieri e navi giapponesi attaccavano la flotta degli Stati Uniti a Pearl Harbour e, la Germania nazista e l’Italia ; fascista dichiaravano loro guerra.
La maschera era caduta : la guerra segreta dell’Asse Anti-Comintern contro la Russia sovietica si era fusa con la guerra mondiale contro i popoli liberi.
Il 15 dicembre 1941, in un messaggio al Congresso, il presidente Roosevelt dichiarava:
« Nel 1936, il governo del Giappone si associò apertamente alla Germania, entrando nel Patto Anti-Comintern. Questo patto, come tutti sappiamo, era nominalmente diretto contro l’Unione Sovietica, ma il suo vero scopo era quello di formare una lega del fascismo contro il mondo libero, particolarmente contro la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti ».
La seconda guerra mondiale era entrata nella sua fase finale decisiva, come conflitto tra le forze del fascismo internazionale e gli eserciti uniti dell’umanità progressiva.

Capitolo ventisimo
Anti-Comintern americano

1. L’eredità delle Centurie nere.

Obiettivo principale della diplomazia dell’Asse dopo il 22 giugno 1941 fu quello di evitare ad ogni costo che gli Stati Uniti si unissero all’alleanza anglo-sovietica contro la Germania nazista. L’Isolamento dell’America era di importanza vitale per il piano degli stati maggiori tedesco e giapponese, e perciò l’America diventò un punto focale della propaganda e degli intrighi dell’Asse antisovietico.
Fin dal 1918 il popolo americano era stato sottoposto ad una continua falsa propaganda intorno alla Russia sovietica. La rivoluzione russa veniva presentata come l’opera di « folle rozze, turbolenti » aizzate da « assassini, criminali e degenerati »; l’esercito rosso era un’« accozzaglia indisciplinata »; l’economia sovietica « inapplicabile » e l’industria e l’agricoltura sovietiche « in un disperato stato di anarchia»; il popolo sovietico aspettava soltanto la guerra per sollevarsi contro gli « spietati padroni di Mosca ».
Allorché la Germania nazista attaccò la Russia sovietica, un coro di voci negli Stati Uniti predisse l’immediato collasso del1’URSS. Ecco alcune affermazioni tipiche fatte da Americani dopo l’invasione della Russia sovietica:
« In trenta giorni Hitler avrà il controllo della Russia » (MARTIN DIES, deputato al Congresso, 24 giugno 1941).
« Ci vorrà un miracolo più grande di quanti si siano visti da quando fu scritta la Bibbia per salvare i rossi dall’estrema disfatta in brevissimo tempo » (FLETCHER PRATT, « New York Post », 27 giugno 1941).
« La Russia è condannata e 1’America e la Gran Bretagna sono impotenti a impedirne la rapida distruzione per opera del martellamento della guerra-lampo» (« New York Journal American » di Hearst, 27 giugno 1941).
« …Nella preparazione e nel comando, nell’addestramento e nell’equipaggiamento, i Russi non possono esser messi a paragone con i Tedeschi; Timoscenko e Budiennij e Stern non sono generali della statura di un Keitel e di un Brauchitsch. Le epurazioni e la politica hanno indebolito l’esercito rosso» (HANSON W. BALDWIN, « New York Times », 29 giugno 1941).
Il 20 novembre 1941 un editoriale col titolo « Ignoranza sulla Russia » appariva nel « Houston Post » e formulava una domanda che dominava la mente di molti Americani:
« Ciò che non è stato spiegato in modo soddisfacente è perché negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti siano stati tenuti all’oscuro dei progressi materiali della Russia sovietica.
« Quando Hitler attaccò la Russia, era opinione unanime nel nostro paese che Stalin non sarebbe durato a lungo. I nostri “cervelli fini ” non avevano alcuna speranza nella Russia e prevedevano una rapida conquista di quel paese da parte dei nazisti… La maggior parte degli Americani si aspettavano che la Russia piegasse man mano che i nazisti avanzavano… Come e perché gli Americani non sono stati per tanto tempo informati? »
Dal 1918 era stata alzata una barriera fra il popolo americano e il popolo della Russia sovietica. Odi artificiosi e paura nei riguardi della Russia sovietica erano stati creati da uomini politici reazionari e da uomini d’affari, da Russi bianchi emigrati e da agenti controrivoluzionari e infine da rappresentanti dei Ministeri della propaganda e dei Servizi segreti dell’Asse.
Immediatamente dopo la rivoluzione russa, i Russi bianchi emigrati cominciarono a inondare l’America di falsificazioni antisovietiche, e a provocare sospetti e ostilità contro la Russia sovietica. Fin dall’inizio la campagna antisovietica degli emigrati zaristi negli Stati Uniti si fuse con una segreta guerra fascista contro l’America stessa.
Le prime cellule naziste si formarono negli Stati Uniti nel 1924, agli ordini di Fritz Gissibl, capo della associazione nazista Teutonia di Chicago. Lo stesso anno, il capitano Sidney George Reilly e i Russi bianchi suoi soci costituirono un ramo della Lega Internazionale antibolscevica negli Stati Uniti. Fra il 1920 e il 1930 agenti nazisti come Fritz Gissibl e Heinz Spanknoebel, agli ordini di Rudolf Hess e di Alfred Rosenberg svolsero la loro attività antidemocratica e antisovietica in America in stretta collaborazione con i Russi bianchi antisovietici.

2. « Salvare l’America dal comunismo ».

Nel 1931 uscì il « Piano per un Movimento internazionale per combattere il pericolo rosso » sotto gli auspici di un’organizzazione chiamata Federazione Civica Nazionale, il cui fondatore e capo era un ex giornalista di Chicago, Ralph M. Easley, specialista in agitazioni anticomuniste e antioperaie.
Tra i soci della Federazione Civica Nazionale erano il deputato Hamilton Fish di New York; Harry Augustus Jung, che era stato propagandista antisemita e spia a danno dei lavoratori a Chicago; George Sylvester Viereck, ex agente del Kaiser e poi agente nazista; Matthew Woll, vice-presidente reazionario della Federazione Americana del Lavoro e presidente effettivo della Federazione Civica Nazionale, che riferendosi alla Russia sovietica, diceva « questo mostro rosso », questa follia »; e numerosi altri autorevoli americani aderenti alla crociata antibolscevica.
All’inizio del 1933 Easley diventò presidente di un’organizzazione chiamata Sezione americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la minaccia mondiale del comunismo. Il quartier generale di questa organizzazione era nell’Europa Haus di Berlino. Molti membri della Federazione Civica Nazionale aderirono con Easley alla nuova organizzazione.
La Sezione Americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la Minaccia mondiale del Comunismo patrocinò il prirno documento ufficiale della propaganda nazista che circolò negli Stati Uniti sotto forma di un libro antisovietico in inglese, intitolato Il Comunismo in Germania. Il libro era stato stampato in Germania dalla Casa editrice Eckhart, e spedito a migliaia di copie in America, dove veniva diffuso gratuitamente, specie nelle riunioni « patriottiche » di New York, Las Angeles, Chicago e altre città, appoggiato anche da una larga campagna di articoli di giornali, conferenze, riunioni e lettere che raccomandavano la lettura del libro. Nel frontespizio si leggeva la seguente epigrafe:

« All’inizio di quest’anno, per settimane, siamo stati ad un pelo dal caos bolscevico! »
Il cancelliere Adolf Hitler nel suo proclama del 1° settembre 1933».

Nella pagina seguente si leggeva la seguente dichiarazione:

PERCHÉ GLI AMERICANI DEVONO LEGGERE QUESTO LIBRO
« La questione della propaganda e delle attività comuniste è cosa di immediato interesse per il popolo americano in considerazione dell’importanza che va acquistando la questione del riconoscimento dell’URSS da parte del governo degli Stati Uniti.
« Ecco qui un libro accusatore, che dovrebbe esser letto da ogni cittadino che rifletta, perché narra la storia della lotta mortale intrapresa dalla Germania contro il comunismo. Esso rivela come i metodi sovversivi e gli scopi di distruzione dei comunisti in Germania siano gli stessi che vengono impiegati da questi nemici delle nazioni civili negli Stati Uniti ».
« Il valore di questa esposizione fatta dai Tedeschi come ammonimento obiettivo ad altri paesi ha indotto il nostro comitato a metterlo nelle mani dei dirigenti dell’opinione pubblica in tutti gli Stati Uniti ».
Immediatamente sotto questo avviso seguiva un elenco di nomi dei principali membri della Sezione americana del Comitato Internazionale per la Lotta contro la minaccia mondiale del comunismo, e fra essi quello del deputato Hamilton Fish.
« All’inizio del 1930, quale presidente di un comitato incaricato dal Congresso di fare un ‘inchiesta sul ” comunismo americano “, Hamilton Fish fu il principale portavoce degli emigrati russo-bianchi antisovietici negli Stati Uniti e di altri inveterati nemici della Russia sovietica. Fra gli “esperti ” che rifornivano di materiale il comitato di Fish erano l’ex agente dell’Ocrana Boris Brasol e il propagandista tedesco Georg Viereck. Quando Hitler si impadronì del potere, Fish salutò il capo nazista come colui che aveva salvato la Germania dal comunismo. Come esponente principale dell’isolazionismo e della conciliazione, Fish si alleò con i più noti filonazisti americani e ne diffuse la propaganda nel ” Congressional Record “. Alla fine del 1939, egli conferì in Germania col ministro degli Affari Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, col ministro degli Esteri italiano, conte Galeazzo Ciano, e con altri capi dell’Asse. Fish girò l’Europa su un aeroplano tedesco, insistendo per una seconda Monaco e proclamando che « le richieste della Germania » erano giuste. Nel febbraio 1942, al processo dell’agente nazista Viereck venne rivelato che l’ufficio di Fish a Washington era servito come quartier generale di un centro di propaganda nazista e che il segretario di Fish, George Hill, era uno dei principali elementi della propaganda tedesca negli Stati Uniti… »
Al momento dell’entrata in guerra dell’America una quantità di organizzazioni fasciste americane che si dichiaravano « anticomuniste » agivano attivamente negli Stati Uniti, secondo le direttive e, molte di esse, anche con l’aiuto finanziario di Berlino e di Tokio, Molte furono fondate da agenti pagati dalla Germania nazista e se alcune, come l’Associazione tedesco-americana e il Kyffhauser Bund non fecero che qualche debole tentativo per camuffare la loro affiliazione straniera, altre, come le Camicie d’Argento, il Fronte Cristiano, le Guardie americane, la Confederazione Nazionalista Americana e i Crociati dell’Americanismo si camuffarono da società patriottiche, miranti a « salvare l’America » dalla « minaccia del comunismo ».
Nel 1939 si erano costituite negli Stati Uniti non meno di 750 organizzazioni fasciste, che inondavano il paese di bollettini, riviste, circolari e giornali filoasse, antisemiti e annsovietici. Sotto la veste di salvare l’America dal comunismo queste organizzazioni e queste pubblicazioni miravano al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, all’instaurazione di un regime fascista americano e ad un’alleanza con 1’Asse contro la Russia sovietica.
Il 18 novembre 1936 William Dudley Pelley, capo dell’organizzazione delle Camicie d’Argento, di ispirazione nazista, dichiarava:
« Sia ben chiaro che se una seconda guerra civile dovrà scoppiare in questo paese, non sarà una guerra per rovesciare il governo americano, ma per rovesciare gli usurpatori giudaico-comunisti che si sono impadroniti del governo americano e si propongono di farne un ufficio dipendente da Mosca ».
Dopo l’invasione della Russia da parte dei nazisti , Padre Charles E. Coughlin, capo del Fronte Cristiano filonazista, dichiarava nel numero del 7 luglio 1941 del suo organo di propaganda « Social Justice »: « La guerra della Germania contro la Russia è una battaglia per il cristianesimo… Ricordatevi che il comunismo ateo venne concepito e instaurato in Russia soprattutto per tramite degli Ebrei senza Dio ».
La stessa propaganda fu diffusa in tutti gli Stati Uniti nel Defender di Gerald B. Winrod a Wichita nel Kansas, in Beacon Light di William Kullgren a Atascadero in California, in X-ray di Court Asher a Muncie nell’Indiana, in Publicity di E. J. Garner a Wichita nel Kansas, iri A merica in Danger! di Charles B. Hudson a Omaha nel Nebraska e in molte altre pubblicazioni simili, favorevoli all’Asse e antisovietiche.
Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, molti di questi individui vennero accusati dal Dipartimento di Giustizia di propaganda sediziosa e di cospirazione con gli agenti nazisti allo scopo di rovesciare il governo degli Stati Uniti, ma nonostante ciò essi continuarono durante tutta la guerra a diffondere la loro propaganda: che le potenze dell’ Asse s.tavano combattendo una guerra santa e che gli Stati Uniti erano stati attirati nel conflitto dalla connivenza fra i « cospiratori giudeo-comunisti di Washington, Londra e Mosca ».

3. Aquila solitaria.

Alla fine del 1940, mentre Hitler andava completando il soggiogamento dell’Europa e preparando il suo prossimo cozzo con l’esercito rosso, apparve sulla scena politica dell’America uno strano fenomeno: l’America First Commiztee. Durante tutto il ’41 per mezzo della stampa, della radio, di riunioni di massa, di comizi volanti, con ogni sorta di espedienti, questo comitato promosse fra il popolo americano un’energica propaganda antisovietica, antibritannica e isolazionista.
Il Comitato annoverava tra i suoi dirigenti e portavoce più noti il generale Robert E. Wood, Henry Ford, il colonnello Robert R. McCormick, i senatori Burton E. Wheeler, Gerald P. Nye e Robert Rice Reynolds, i deputati Hamilton Fish, Clare E. Hoffman e Stephen Day, e infine Katherine Lewis, figlia di John L. Lewis.
La più zelante esponente del Comitato era l’ex aviatrice e nota mondana Laura Ingalls, poi condannata come agente prezzolata del governo nazista, Dietro le quinte un altro agente nazista, Georg Sylvester Viereck elaborava gran parte del materiale propagandistico che poi i pubblicisti dell’America First diffondevano. Ralph Townsend, più tardi condannato come agente giapponese, capeggiava una sezione dell’America First sulla costa occidentale ed era membro della direzione degli organi di propaganda del Comitato stesso, lo « Scribner’s Cornmentator » e 1’« Herald ». Werner C. von Clemm, più tardi condannato per contrabbando di diamanti d’accordo con l’Alto Comando tedesco, funzionava da stratega in incognito e finanziatore della sezione di New York. Frank B. Burch, poi condannato per aver ricevuto 10.000 sterline dal governo nazista per fare propaganda illegale negli Stati Uniti era uno dei fondatori della sezione di Akron nell’Ohio.
Nel luglio del 1942 un atto di accusa del Dipartimento di
Giustizia individuava l’America First Committee come strumento di una cospirazione per minare il morale delle forze armate degli Stati Uniti.
Ma il capo e il portavoce di gran lunga più importante di tutti era il famoso aviatore Charles A. Lindbergh, già noto filonazista e agitatore antisovietico in Europa e America.
Lindbergh aveva visitato per la prima volta la Germania nell’estate del 1936, come ospite del governo nazista, che aveva organizzato in suo onore cerimonie grandiose e gli aveva concesso speciali favori. Alti funzionari nazisti lo accompagnarono personalmente durante un « giro d’ispezione » delle industrie belliche e delle basi aeree. Lindbergh fu profondamente impressionato dalla Germania nazista, e in occasione dei fastosi ricevimenti dati in suo onore dal maresciallo Hermann Goering e da altri pezzi grossi nazisti espresse la convinzione che l’aviazione tedesca era imbattibile. « L’aviazione tedesca è superiore a quella di qualsiasi altro paese – dichiarò all’asso della Luftwaffe generale Ernst Udet. – Essa è invincibile! »
« Volete sapere che cosa diavolo farà questo Americano? – chiedeva il comandante dell’aria tedesco, generale Bruno Loerzer, alla giornalista Bella Fromm. – Metterà una fifa del diavolo in quei matti di Americani con le sue chiacchiere sull’invincibile Luftwaffe. Proprio quello che vogliamo! »
« Egli rappresenta la miglior campagna in nostro favore che noi potessimo sp er are », disse Axel von Blomberg, figlio del ministro nazista della Guerra, dopo aver partecipato un ricevimento in onore di Lindbergh nel 1936.
Due anni dopo, nei giorni cruciali che precedettero il patto di Monaco, Lindbergh visitò l’Unione Sovietica e vi rimase soltanto pochi giorni. Al suo ritorno incominciò subito a diffondere la voce che l’esercito rosso era irrimediabilmente mal equipaggiato, male addestrato e miseramente comandato. Asseriva che in qualsiasi alleanza contro la Germania la Russia sovietica avrebbe costituito un alleato passivo, e dichiarava che a suo avviso era necessario collaborare con e non contro i nazisti.
L’aeroplano nero e arancione di Lindbergh era ormai di casa sugli aeroporti delle agitate capit ali d’Europa, mentre egli volava da un paese all’altro, patrocinando la formazione di alleanze politiche ed economiche col terzo Reich.
Mentre i negoziati di Monaco erano in corso, gruppetti scelti di aristocratici, di uomini d’affari e politici britannici antisovietici, si riunivano nella proprietà di Lady Astor a Cliveden per ascoltare le opinioni di Lindbergh sulla situazione europea. Lindbergh parlava della grande potenza aerea della Germania, della produzione di guerra in rapido aumento e della sua brillante condotta militare. « I nazisti – ripeté più volte – sono invincibili ». E raccomandava che la Francia e la Gran Bretagna venissero a patti con Hitler e « permettessero alla Germania di estendersi a est nell’interno della Russia senza dichiarare la guerra » [1].
Si svolsero vari colloqui privati fra Lindbergh e membri del Parlamento inglese e uomini politici di primo piano, fra i quali David Lloyd George, che più tardi ebbe così ad esprimersi sul trasvolatore americano: « Rimase in Russia, mi pare, una settimana: non vide nessuno dei grandi capi russi, non poté veder molto della forza aerea di quel paese, poi ritornò per riferirci che l’esercito russo non valeva nulla, che le fabbriche russe si trovavano in uno spaventoso disordine. E vi fu molta gente che gli credette, salvo Hitler ».
La conversazione di Lloyd George con Lindbergh lasciò nell’ex primo ministro la convinzione che – come egli stesso affermò
– l’aviatore americano era « l’agente e lo strumento di persone assai più furbe e malvage di lui ».
Dall’Unione Sovietica fu formulata la stessa accusa in un linguaggio più esplicito. Un gruppo di noti aviatori russi pubblicò a Mosca una dichiarazione che accusava Lindbergh di mettere in giro la « colossale menzogna » che « la Germania possiede una forza aerea tale da poter sconfiggere le aviazioni riunite dell’Inghilterra, della Francia, della Russia e della Cecoslovacchia ». E continuavano: « Lindbergh fa la parte dello sciocco mentitore, del servo e dell’adulatore dei fascisti tedeschi e dei loro aristocratici protettori inglesi. Egli ha avuto l’ordine da parte dei circoli reazionari inglesi di dimostrare la debolezza dell’aviazione sovietica e di fornire a Chamberlain un argomento per la capitolazione di Monaco in relazione con la Cecoslovacchia ».
Tre settimane dopo la firma del Patto di Monaco, il governo del terzo Reich dimostrò ufficialmente di apprezzare i servizi resi da Lindbergh alla Germania nazista, conferendogli, per mano del maresciallo Goering, la sera del 18 ottobre 1938 durante un pranzo in suo onore, la più alta decorazione tedesca: l’Ordine dell’Aquila nera…
Dopo esser vissuto all’estero per tre anni e mezzo, Lindbergh fece ritorno negli Stati Uniti poco prima dello scoppio della guerra nel 1939.
Appena i nazisti invasero la Polonia e la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania, Lindbergh si affrettò a pubblicare un’urgente dichiarazione: la guerra contro la Germania era una guerra sbagliata; la guerra giusta era quella a oriente.
Durante il 1940 Lindbergh fece causa sempre più strettamente con il movimento isolazionista, antisovietico e spesso filo-Asse, che stava sorgendo allora sulla scena americana, e diventò il principale portavoce dell’isolazionistico No Foreign Wars Committee e l’idolo della quinta colonna degli Stati Uniti.
A un convegno di studenti della Università di Yale, organizzato dal ricco studente R. Douglas Stuart, egli così si esprimeva: « Noi dobbiamo fare la pace con le nuove potenze europee ». Poco dopo il gruppo di Stuart veniva incorporato a Chicago nell’America First Committee.
Parlando davanti a grandi masse adunate promosse in tutto il paese dal medesimo comitato e alla radio Lindbergh diceva che la Russia sovietica, e non la Germania nazista era il vero nemico. La guerra « fra la Germania da una parte e l’Inghilterra e la Francia dall’altra – egli ammoniva – non poteva terminare che con una vittoria tedesca o con un ‘Europa prostrata e devastata ». La guerra doveva perciò essere trasformata in una offensiva unita contro l’Unione Sovietica.
Tutta l’organizzazione pubblicitaria dell’America First venne messa in moto per una campagna di protesta su piano nazionale contro il piano d’aiuti Affitti e Prestiti all’Unione Sovietica. Lindbergh, il deputato Hamilton Fish, i senatori Burton K. Wheeler e Gerald P. Nye ed altri portavoce dell’America First denunciarono l’aiuto all’esercito rosso e dichiararono che il destino della Russia non riguardava gli Stati Uniti.
Herbert Hoover prese parte alla campagna e il 5 agosto, con John L. Lewis, Hanford McNider e tredici altri capi isolazionisti, fece una pubblica dichiarazione di protesta contro « la promessa di non autorizzati aiuti alla Russia… e altre simili mosse dei belligeranti ». La dichiarazione così continuava :
« Avvenimenti recenti fanno dubitare se questa guerra sia una netta affermazione della libertà e della democrazia. Non si tratta soltanto di un conflitto mondiale fra tirannia e libertà. L’ alleanza anglo-russa ha dissipato questa illusione ».
Quando i Giapponesi attaccarono Pearl Harbour, l’America First Committee venne ufficialmente sciolto e il suo presidente, generale Wood, promise l’appoggio dei suoi membri allo sforzo bellico degli Stati Uniti contro la Germania e il Giappone. Lindbergh si ritirò dalla scena pubblica americana e si impiegò presso Henry Ford come consulente tecnico della Ford Motor-Company.
Ma la propaganda antisovietica dell’America First continuò…
Quando l’esercito rosso cominciò le sue grandi controffensive in Russia, gli antichi portavoce dell’America First, i quali avevano poco tempo prima annunciato che la Russia era schiacciata, dichiararono ora che Mosca e i suoi « agenti del Comintern » erano in procinto di « bolscevizzare » l’Europa [2]. Quando l’esercito rosso si avvicinò ai suoi confini occidentali, i seguaci dell’America First predissero che le truppe sovietiche non avrebbero passato la frontiera , ma avrebbero fatto una « pace separata » con la Germania nazista, lasciando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti combattere da soli. E, quando l’esercito rosso varcò la frontiera, essi levarono nuovamente il grido di un’Europa « dominata da Mosca… »
Tre dei più influenti giornalisti degli Stati Uniti che avevano precedentemente appoggiato l’America First Committee, continuarono a diffondere una velenosa propaganda antisovietica anche dopo che Stati Uniti e Russia sovietica si allearono nella guerra contro la Germania nazista. Erano William Randolph Hearst, il capitano Joseph M. Patterson, e il colonnello Robert R. McCormick, i quali stamparono per i molti milioni dei loro lettori un ‘infinita serie di articoli destinati a destare sospetti e antagonismo contro l’alleato dell’America, l’Unione Sovietica.
Ecco alcuni passi tipici pubblicati durante la guerra :
« Ricapitolando la situazione sui vari fronti, sembra che le cose vadano molto bene in Russia – per la RUSSIA. Naturalmente la Russia non è pienamente solidale con le Nazioni Unite; essa è semisolidale con l’Asse» (« New York Journal-American » di Hearst, 30 marzo 1942).
« Ciò a cui mira Stalin è questo: egli prepara la strada per una pace separata con la Germania nel momento in cui penserà che sia una buona politica il farla e crea i precedenti per questa mossa accusando gli Alleati di non mantenere i loro impegni. Di conseguenza si considera liberato da quelli che egli possa aver contratti. Può darsi che non abbia bisogno di questa scusa, ma essa è pronta se ne avrà bisogno; il terreno è preparato » (« Chicago Tribune » di McCormick, 10 agosto 1943).
« Che cosa sarà meglio, un’Europa russa o un’Europa tedesca? » («Daily News » di Patterson, 27 agosto 1943).

Il 28 aprile 1942 il presidente Roosevelt ammonì che « lo sforzo bellico non doveva essere ostacolato da pochi falsi patrioti che si servono della sacra libertà di stampa per far eco ai sentimenti dei propagandisti di Tokio e Berlino ».
Alla fine del 1944, quando la Germania nazista si trovava ormai di fronte all’imminente sconfitta risultante dalle offensive combinate degli eserciti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica, tornò a risonare negli Stati Uniti l’appello ad armarsi contro la Russia sovietica.
Da Roma, recentemente liberata, William C. Bullit, ex ambasciatore a Mosca e a Parigi, invitava ad un’alleanza antisovietica per salvare la civiltà occidentale dalla minaccia dell’« imperialismo sovietico ».
La carriera di William C. Bullitt aveva seguito un corso che ormai ci è familiare… Nel 1919 era stato uno degli emissari di Woodrow Wilson nella Russia sovietica e quindici anni più tardi, nel 1934, era diventato il primo ambasci atore americano nella Russia sovietica. Ricco, ambizioso, dotato del gusto dell’intrigo diplomatico, Bullitt strinse amichevoli relazioni con molti trotskisti russi e cominciò a parlare della necessità per la Russia sovietica di cedere Vladivostòk al Giappone e di fare delle concessioni alla Germania nazista in Occidente. Nel 1935 visitò Berlino. William E. Dodd, allora ambasciatore in Germania, così riferisce:
« Giunto a Berlino nella primavera o nell’estate del 1935, egli [Bullitt] mi riferì che era certo che il Giappone avrebbe attaccato la Russia orientale entro sei mesi e si attendeva che il Giappone avrebbe preso tutto l’Estremo Oriente russo.
« Bullitt disse che la Russia non aveva alcun diritto di tenere la penisola che avanza da Vladivostòk nel Mar del Giappone e tanto valeva cederla subito al Giappone. Gli dissi: – Voi ammettete che si permetta alla Germania di far quello che le pare e piace, e invece alla Russia con i suoi 160.000.000 di abitanti si dovrebbe negare l’accesso al Pacifico e al Baltico? – Rispose: – Oh, è indifferente… – Io fui stupito di un simile discorso da parte di un diplomatico responsabile… »
Durante una colazione con l’ambasciatore francese, ripeté lo stesso atteggiamento ostile e discusse a lungo con l’ambasciatore stesso delle probabilità di insuccesso del patto di pace francosovietico che si stava allora negoziando e che l’ambasciatore inglese mi diceva essere la miglior garanzia possibile di una pace europea … Più tardi, o press’a poco alla stessa epoca, quando giunse qui direttamente da Mosca il nuovo ambasciatore italiano, ci fu riferito che Bullitt aveva dichiarato le sue simpatie per il fascismo prima di lasciare Mosca.
Il 27 gennaio 1937 l’ambasciatore Dodd notava: « Rapporti pervenutimi recentemente affermano che le banche americane stanno considerando l’eventualità di nuovi grandi crediti e prestiti all’Italia e alla Germania, il cui apparato bellico è ancora abbastanza ingente da minacciare la pace del mondo. Ho anche sentito dire – ma mi sembra incredibile – che Bullitt dà il suo appoggio a simili progetti ».
Nel 1940, dopo la caduta della Francia, Bullitt, ritornato negli Stati Uniti, dichiarò che il maresciallo Pétain era un « patriota », perché, arrendendosi al nazismo, aveva salvato il suo paese dal comunismo.
Quattro anni più tardi, quando la seconda guerra mondiale volgeva al termine, Bullitt comparve sul continente europeo come « corrispondente » della rivista « Life », alla quale mandò da Roma un articolo sensazionale, pubblicato nel numero del 4 settembre 1944. Col pretesto di riferire le opinioni di anonimi « romani », Bullitt ripeteva la propaganda antisovietica che il fascismo internazionale aveva sfruttato per venti anni nel suo tentativo di conquistare il mondo:
« Una triste barzelletta che fa il giro di Roma rivela l’essenza della loro [dei Romani] speranza: Che cosa è un ottimista ? Una persona che crede che fra circa quindici anni comincerà la terza guerra mondiale fra l’Unione sovietica e l’Europa occidentale, appoggiata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Che cosa è un pessimista? Una persona che crede che l’Europa occidentale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non oseranno combattere ».
Bullitt affermava che la minaccia contro cui la civiltà occidentale doveva unirsi era Mosca e i suoi « agenti comunisti ».
Era lo stesso grido con cui, un quarto di secolo prima, alla fine della prima guerra mondiale, il capitano Sidney George Reilly aveva creduto di poter sollevare la controrivoluzione in tutto il mondo.
Ma profondi cambiamenti erano frattanto avvenuti nel mondo.
Proprio mentre William C. Bullitt invitava ad una nuova crociata contro la Russia sovietica, gli eserciti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica convergevano da ogni parte verso la cittadella della controrivoluzione, Berlino.
Di fronte alla minaccia della schiavitù fascista e contro la forza più reazionaria che il mondo avesse mai visto, le democrazie occidentali avevano trovato il loro più potente alleato nello Stato che era nato dalla rivoluzione russa. L’alleanza non era accidentale. La inesorabile logica degli avvenimenti, dopo un quarto di secolo di tragici malintesi e di ostilità artificialmente alimentati, aveva inevitabilmente portato a unirsi nella lotta comune i popoli amanti della libertà, e dall’incomparabile spargimento di sangue, dalle sofferenze della seconda guerra mondiale emergevano le Nazioni Unite.

Nella lotta per l’esistenza, s’imparano a conoscere propri amici e a riconoscere i propri nemici. Nel corso della seconda guerra mondiale molte illusioni e menzogne furono messe a nudo.
La guerra procurò al mondo molte sorprese. Esso rimase dapprima sbalordito quando, in Europa e in Asia, le quinte colonne balzarono fuori dall’ombra per impadronirsi del potere con l’aiuto dei nazisti e degli eserciti giapponesi. La fulmineità con cui furono vinte le prime vittorie dell’Asse stupì tutti coloro che non avevano notizia dei lunghi anni di preparativi, di intrighi, di terrore e di cospirazioni da parte dell’Asse stesso.
Ma la più grande sorpresa della seconda guerra, mondiale fu la Russia sovietica. Sembrava che da un giorno all’altro si fosse dissipata una fitta nebbia, dalla quale emergevano la vera statura e il vero significato della nazione sovietica, i suoi capi, la sua economia, il suo esercito, il suo popolo, e – per dirlo con le parole di Cordell Hull – « l’epica qualità del suo fervore patriottico ».
La prima grande constatazione scaturita dalla seconda guerra mondiale fu che l’esercito rosso, sotto la guida del maresciallo Stalin, era la forza combattiva meglio addestrata e più potente del progresso e della democrazia.
Il 23 febbraio 1942 il generale Douglas MacArthur dell’esercito degli Stati Uniti faceva ai suoi concittadini, a proposito dell’esercito rosso, la seguente comunicazione :
« La situazione mondiale mostra che in questo momento le speranze della civiltà sono riposte nelle gloriose insegne del coraggioso esercito russo. Durante la mia vita ho partecipato a molte guerre e sono stato testimonio di altre, ho anche studiato nei loro particolari le campagne dei maggiori condottieri del passato. Ma mai ho osservato una così efficace resistenza ai più duri colpi da parte di un nemico non ancora sconfitto, seguita da un contrattacco travolgente quale quello che sta ora respingendo il nemico verso il suo territorio. Le proporzioni e la grandiosità dello sforzo denotano che esso è il più grande avvenimento militare della storia ».
La seconda grande constatazione fu che l’Unione Sovietica possedeva un sistema economico di efficienza mirabile e capace di sostenere una produzione di massa in condizioni tragicamente avverse.
Al suo ritorno da una missione ufficiale a Mosca nel 1942, il vice-presidente dell’Ufficio per la produzione di guerra degli Stati Uniti, William Batt, affermava:
« Partii con un certo sentimento di perplessità sulla capacità dei Russi di sostenere una guerra che li impegnava a fondo, ma mi convinsi molto rapidamente che l’intiera popolazione partecipava alla lotta, sino all’ultima donna e all’ultimo fanciullo.
« Ero piuttosto dubbioso quanto alla competenza tecnica del Russi e invece li trovai straordinariamente realisti e capaci nel far funzionare le loro fabbriche e nel produrre macchine da guerra.
« Ero molto perplesso e turbato per le voci che qui circolavano sulla scarsa compattezza e sul carattere non rappresentativo del governo russo; e trovai un governo forte, competente e appoggiato da un immenso entusiasmo popolare.
« In una parola, partendo mi facevo questa domanda: la Russia è un alleato solido, sul quale si possa fare affidamento?… E la domanda ha avuto una risposta pienamente affermativa ».
La terza grande constatazione fu che i popoli dell’Unione Sovietica, appartenenti a varie nazionalità, erano uniti dietro il loro governo con un fervore unico nella storia.
A Quebec, il 31 agosto 1943, il primo ministro Winston Churchill dichiarava, a proposito del governo sovietico e dei suoi capi: « Nessun governo è finora stato capace di sopravvivere a colpi così gravi e crudeli come quelli inflitti da Hitler alla Russia… Non soltanto la Russia è sopravvissuta e si è riavuta da quegli spaventosi colpi, ma ha inflitto, come nessuna altra forza nel mondo avrebbe potuto, danni mortali all’esercito tedesco ».
La quarta grande constatazione fu che l’alleanza delle democrazie occidentali con la Russia sovietica era stata la premessa concreta di un nuovo ordine internazionale di pace e sicurezza fra tutti i popoli.
L’11 febbraio 1943, il « New York Herald Tribune » così si esprimeva in un editoriale:
« Non vi sono oggi che due alternative per le democrazie. Una è quella di collaborare con la Russia nel ricostruire il mondo; e si presenta un’eccellente occasione per farlo se crediamo nella forza dei nostri principi e la mettiamo alla prova applicandoli. L’altra, di ingolfarci in intrighi con tutte le forze reazionarie e antidemocratiche d’Europa, col solo risultato di alienarci il Cremlino ».
L’8 novembre 1943 il presidente dell’Ufficio per la produzione di guerra, Donald Nelson, così parlava a New York del suo viaggio in Russia: « Sono tornato dal mio viaggio con una profonda fiducia nell’avvenire della Russia e nei vantaggi che questo avvenire recherà al mondo intiero, noi compresi. Per quello che io posso prevedere una volta che noi saremo giunti alla vittoria e questa guerra sarà alle nostre spalle, il sospetto reciproco è l’unica cosa che potrà farci paura. Se collaboreremo con le altre Nazioni Unite per produrre per fini pacifici e per elevare dappertutto il tenore di vita dei popoli, noi saremo sulla via di raggiungere nuovi livelli di prosperità e soddisfazioni umane maggiori di quanto abbiamo mai conosciuto in passato ».
Il 1° dicembre 1943, nella storica conferenza di Teheran , fu data la risposta alla congiura antidemocratica e antisovietica che per venticinque anni aveva tenuto il mondo in un’incessante ridda di diplomazia segreta, di intrighi controrivoluzionari, di terrore, di paure e di odi e che aveva culminato inevitabilmente nella guerra dell’Asse per asservire l’umanità.
I capi delle tre più potenti nazioni del mondo, il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, il primo ministro della Gran Bretagna Winston Churchill e il maresciallo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Josif Stalin, si incontravano per la prima volta e, dopo una serie di conferenze militari e diplomatiche, diramavano la dichiarazione delle Tre Potenze.
La dichiarazione di Teheran assicurava che il nazismo sarebbe stato spazzato via dall’ azione unita dei tre grandi Alleati, ma, più ancora, la dichiara zione apriva al mondo, dilaniato dalla guerra, la prospettiva di una pace durevole e di una nuova èra di amicizia fra le nazioni.
L’accordo di Teheran fu seguito dalle decisioni della conferenza di Yalta del febbraio 1945. Ancora una volta i tre statisti, – Roosevelt, Churchill e Stalin – riunitisi, questa volta a Yalta in Crimea, si accordarono sulla politica da seguire per la disfatta finale della Germania nazista e la completa eliminazione dello stato maggiore tedesco. Le discussioni di Yalta si estesero al periodo di pace che si avvicinava e posero le fondamenta di quella fatidica conferenza delle Nazioni Unite tenuta a San Francisco, in cui doveva essere promulgata, in aprile, la Carta di una organizzazione per la sicurezza mondiale, basata sull’alleanza delle tre massime potenze.
Alla vigilia della conferenza di San Francisco, il 12 aprile 1945, la Russia sovietica perdeva un grande amico e tutto il mondo un grande capo democratico: il presidente Franklin Delano Roosevelt. Il presidente Harry S. Truman, assumendo immediatamente la carica di presidente, si impegnava a condurre la guerra contro l’Asse sino alla conclusione vittoriosa insieme con gli altri membri delle Nazioni Unite e condurre a compimento il programma post-bellico di Roosevelt per una pace durevole, in stretto accordo con la Gran Bretagna e la Russia sovietica.
L’8 maggio 1945 i rappresentanti dello stato maggiore tedesco, alla presenza dei generali in capo americano, britannico e sovietico firmavano tra le rovine di Berlino l’atto finale della resa incondizionata delle forze della Wehrmacht nazista. La guerra in Europa era finita. Winston Churchill, in un messaggio al maresciallo Stalin, disse: « Le generazioni future riconosceranno incondizionatamente il loro debito verso l’esercito rosso come lo riconosciamo noi che siamo stati testimoni delle sue gesta gloriose ».
Nessuna guerra della storia è stata combattuta con tanto accanimento come quella fra la Germania nazista e la Russia sovietica. Per millequattrocentodiciotto giorni, per quarantasette mesi, per quattro anni, battaglie di una portata e di una violenza mai prima raggiunte infuriarono sui giganteschi campi di battaglia del fronte orientale. Esse finirono il 2 maggio 1945, quando le truppe corazzate dell’esercito rosso presero d’assalto il cuore della cittadella nazista, Berlino. Un ignoto soldato inalberò la bandiera rossa sul Reichstag.
E le bandiere della libertà sventolarono in tutta l’Europa [3].

[1] Parlando della sua attività durante questo periodo a una riunione del First America Committee, il 30 ottobre 1941, Lindbergh così si espresse: « Nel 1938 ero giunto alla conclusione che se fosse scoppiata una guerra fra la Germania da una parte e l’Inghilterra e la Francia dall’altra, essa si sarebbe conclusa o con una vittoria della Germania o con un Europa prostrata e devastata. Perciò io auspicai che Inghilterra e Francia… consentissero alla Germania di espandersi ad oriente nella Russia senza dichiarare guerra ».

[2] Il 22 maggio 1943 il Comintern venne formalmente sciolto. In uno speciale articolo per l’ « United Press », l’ex ambasciatore amencano presso l’ Unione Sovietica , Joseph E. Davies, così riassunse lo scioglimento del Comintern: « Per i bene informati dei ministeri degli Esteri del mondo questo atto non è giunto di sorpresa. Esso è venuto semplicemente a coronare e chiudere un capitolo della politica estera sovietica . Lo si potrà meglio comprendere dando un breve sguardo ai fatti storici in relazione con il Comintern… Questo venne organizzato nel 1919 quando il giovane governo rivoluzionario veniva attaccato da tutte le parti… Sotto Stalin tuttavia esso finì per diventare una camera di compensazione per il movimento della classe operaia negli altri paesi. Nei paesi democratici questi partiti [comunisti] mirarono a conquistare una posizione legale e svolsero la loro attività secondo metodi pacifici e costituzionali, diventando in genera le delle minoranze battagliere ma non violente. Soltanto nei paesi aggressivi o ostili è probabile che il Comintern abbia dato il suo appoggio attivo ad una guerra di classe rivoluzionaria e ad attacchi sovversivi contro i propri governi… Il nemico – i nazisti, i fascisti e i Giapponesi – ha fatto tutto il possibile per spaventarci con lo spauracchio della minaccia comunista alla nostra civiltà occidentale e questo sotto la maschera di un cosiddetto patto anti -Comintern stretto fra loro nel 1936, 1937, 1939 e 1940 e con l’ intento di sottomettere noi come tutto il resto del mondo ».
« …Ad un tratto, il 22 maggio 1943, Stalin ed i suoi compagni fecero fallire il giuoco di Hiùer… Quando abolirono il Comintern, essi inchiodarono il più grosso cannone della propaganda di Hitler… Per di più l’abolizione del Comintern fu un atto definitivo che confermò il preciso proposito non di fomentare inquietudini per i loro alleati, con i quali si sono impegnati a collaborare, ma di continuare appunto a collaborare per vincere la guerra e la pace. …L’abolizione del Comintern contribuisce a rinsaldare la fiducia fra gli alleati nel loro sforzo bellico ed è anche un contributo alla costruzione postbellica, per instaurare un a onesta comunità mondiale di nazioni, che, realisticamente, cerchino di costruire quel mondo attraverso la collaborazione, come dei buoni vicini ».

[3] La guerra anglo-americana in Estremo Oriente contro il terzo membro dell’Asse, il Giappone, continuava. Anche qui la Russia dimostrò la sua forza e la sua identità di interessi con la causa democratica.
Per tutto il periodo in cui lottava contro la Wehrmacht nazista all ‘est, l’esercito rosso teneva immobilizzato in Estremo Oriente, ai confini della Manciuria, un grosso esercito giapponese, che si diceva composto di 500.000 effettivi delle migliori truppe meccanizzate al comando di Tokio. Il 9 agosto 1945 entrò in guerra contro il Giappone, assolvendo così l’impegno, assunto nel gennaio 1945 alla conferenza di Yalta, di entrare in guerra nell’Estremo Oriente entro novanta giorni dalla disfatta della Germania nazista. In seguito alla dichiarazione di guerra sovietica e al lancio da parte degli Americani di bombe atomiche su due centri industriali giapponesi, il governo giapponese capitolò e chiese la pace. Il 2 settembre il Giappone riconobbe la propria sconfitta e firmò l’ atto di resa incondizionata. In Oriente, come in Occidente, la seconda guerra mondiale era finita .

Capitolo ventunesimo
Pace o guerra?

1. La nuova crociata.

Incalcolabile è stato per l’umanità il costo della seconda guerra mondiale. Venti milioni di uomini sono morti sul campo; decine di milioni di uomini, donne e bambini, di fame e di malattie, nei campi di concentramento o nelle camere della morte dei nazisti. Milioni sono rimasti senza tetto. Città un tempo famose per la loro bellezza san state ridotte in polvere; la ricchezza culturale di secoli dispersa in fiamme e ceneri. Innumerevoli fabbriche, miniere, stabilimenti son stati ridotti a informi rovine. Vaste aree di terra coltivata son diventate sterili deserti. Nella scia della guerra si son dovunque aperta la strada, la carestia, la peste, la miseria e l’impoverimento delle masse.
E queste colossali sofferenze, queste perdite per l’umanità sono in gran parte nate dagli intrighi e dall’ostilità, dai pregiudizi e dalla propaganda, dallo stato di guerra latente e aperto creato deliberatamente dalle forze reazionarie contro la Russia sovietica fin dalla rivoluzione del 1917. Di fatto, questa grande congiura non fu mai diretta soltanto contro il popolo sovietico, ma sempre altresì contro le aspirazioni democratiche dei popoli di tutto il mondo. Essa diede vita al fascismo e sboccò inevitabilmente nella seconda guerra mondiale.
Se una lezione si doveva ricavare dalla guerra era che la pace e la sicurezza nel mondo dipendevano dall’amicizia fra l’Unione Sovietica e le potenze anglo-americane, così come la vittoria era dipesa dalla loro alleanza in guerra.
E invece, la guerra era appena terminata che una nuova ondata di propaganda e di intrighi antisovietici cominciò a minacciare le fondamenta della pace.
Ancora una volta, come dopo la prima guerra mondiale, i popoli d’Europa hanno domandato che fossero realizzate le loro aspirazioni democratiche; ancora una volta i popoli coloniali assoggettati hanno cercato di raggiungere la libertà e la indipendenza nazionale, e ancora una volta le forze della reazione internazionale e dell’imperialismo si sono alleate insieme per conservare i loro interessi e frustrare le aspirazioni dei popoli. E ancora una volta, associato alla lotta contro la democrazia mondiale, è risonato il grido controrivoluzionario di guerra contro la « Russia bolscevica ».
Soltanto sei mesi dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, Winston Churchill ha novamente assunto la parte di massimo araldo della crociata antisovietica. In conseguenza della schiacciante sconfitta del partito conservatore in Inghilterra e di fronte alla crescente crisi del dominio imperialistico britannico sul mondo coloniale, Churchill ha riscoperto la « minaccia del bolscevismo ». In un discorso tenuto a Fulton nel Missouri il 5 maggio 1946 e largamente diffuso, Churchill, rivolgendosi al popolo americano, invocò un’alleanza fra Gran Bretagna e Stati Uniti contro « la crescente sfida e il crescente pericolo per la civiltà cristiana » rappresentato dal comunismo russo.
In America e in Gran Bretagna si scatenò di nuovo la campagna antisovietica e il timore di una terza guerra mondiale si impadronì dei popoli.
Parlando il 20 marzo 1946 al Senato americano, il senatore della Florida Claude Pepper mise energicamente in guardia contro lo spaventoso pericolo di una nuova guerra. L’Unione Sovietica aveva speciali ragioni per temere la guerra. Ecco le parole del senatore Pepper:
« Priva della bomba atomica, priva di sbocchi in acque calde, priva della comune cortesia di negoziati economici col suo maggiore alleato, convinta che la sua ideologia è tale che non potrà mai essere accettata da nazioni dominate dai cartelli, dai reazionari o da russofobi, la Russia è assediata da molti timori…
« La Russia sa che cos’è la guerra. Il suo timore non è immaginario; nasce dall’angoscia e dalle sofferenze; dalle rovine fumanti delle vaste aree devastate, dai 15 milioni di uomini, donne e bambini – 50 volte le nostre perdite – da essa perduti in questa guerra, dai 25 milioni rimasti a causa della guerra senza casa e morenti di fame, da tutti coloro che, affamati, poveramente vestiti e miseramente alloggiati, andarono a combattere quei nemici che, con crudele barbarie e inaudita atrocità, invasero il suo territorio e attaccarono il suo popolo.
« Il timore della Russia è aggravato dai suoi ricordi del passato. Essa ricorda l’estate del 1919, quando gli eserciti di quindici nazioni, comprese la Gran Bretagna, la Francia, la Cina, gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone – dilagarono sul suolo russo contro la nuova Unione Sovietica… Ricorda lo spauracchio rosso, la ben congegnata e aperta congiura tramata ai suoi danni in seno alle maggiori potenze capitalistiche dopo che le forze militari straniere erano state sgombrate dalla Unione Sovietica; il lungo periodo in cui essa fu temuta ed odiata da tutti e non riconosciuta da nessuno… Ricorda come Hitler fu sobillato contro di essa e come le fu negato di partecipare a Monaco, dove si ebbe virtualmente la certezza che Hitler sarebbe sceso in campo contro di lei.
« Essa si ricorda del complotto tedesco-italo-giapponese per distruggere la Russia sotto il pretesto ipocrita del Patto anti-Cornintern e del fatto che nessuna nazione di una certa grandezza e potenza protestò contro tale progetto di aggressione… »
Il senatore Pepper mise in rilievo il pericolo dell’alleanza anglo-americana contro la Russia proposta da Winston Churchill:
« L’U.N.O. [O.N.U.] andrebbe in rovina se due dei Tre Grandi, sotto il mantello dell’U.N.O., costituissero un altro cordone sanitario intorno al terzo membro del grande trinomio… Qual è dunque la via d’uscita da questa crisi di timore? E come si posson salvare l’U.N.O. e la pace?
« lo vorrei suggerire che la sola maniera è quella di applicare i grandi principi di Franklin Delano Roosevelt, al quale, più che a ogni altro, si deve la creazione dell’U.N.O., di ristabilire l’unione della Gran Bretagna, della Russia e degli Stati Uniti, cercando di diffondere una disposizione d’animo completamente nuova verso la pace e il benessere da parte di queste potenze ».
Ma fra quegli uomini di stato che avevano la responsabilità di formulare la politica estera degli Stati Uniti, le parole del senatore Pepper rimasero inascoltate. E, durante i mesi successivi, l’agitazione antisovietica anziché diminuire, aumentò; e con essa crebbe anche lo stato di tensione del mondo. Nella primavera del 1947, esattamente due anni dopo la prima conferenza delle Nazioni Unite, alcuni eminenti americani già chiedevano una guerra immediata contro l’Unione sovietica!
Parlando davanti alla Commissione parlamentare delle Attività antiamericane il 24 marzo 1947, George H. Earle, già governatore della Pennsylvania, che aveva disimpegnato vari incarichi diplomatici in Europa, dichiarò che, se il governo sovietico non avesse accettato le condizioni imposte dagli Stati Uniti per il controllo della energia atomica, si sarebbe dovuto gettare sulla Russia bombe atomiche. – Immediatamente? – chiese il deputato J. Parnell Thomas. – Immediatamente -, rispose Eagle.
Parlando davanti alla Commissione per gli Affari Esteri il 31 marzo 1947, il deputato del Michigan, Fred L. Crawford, propose che il governo degli Stati Uniti mandasse un ultimatum al governo sovietico, intimandogli di distruggere immediatamente le sue armi e dichiarando che, in caso di rifiuto, l’aviazione americana sarebbe andata a gettare bombe atomiche sulle città sovietiche. Ammesso che i Russi preferissero combattere piuttosto che disarmare a tali condizioni, il deputato Crawford rilevò che questa soluzione doveva essere affrontata « ora o fra pochi mesi » e aggiunse: « Dite ai nostri portavoce di guardare bene in faccia Molotov, Stalin e Viscinskij. Dite loro di piantarsi davanti a questi signori, e di dichiarar loro: o disarmate o noi procediamo ».
Il 1° aprile 1947, il capitano Eddie Rickenbacker, presidente dell’Eastern Airlines, disse davanti all’Assemblea del Connecticut che la terza guerra mondiale « doveva inevitabilmente scoppiare », salvo il caso che la Russia fosse sconvolta da una rivoluzione interna. Il capitano Rickenbacker dichiarò che «se noi volessimo garantirci la pace per altri cinquant’anni » sarebbe categoricamente necessario il rovesciamento del governo sovietico per mezzo una rivoluzione « pacifica o cruenta ».
Dopo le isteriche invettive di Hitler, il mondo non aveva più udito minacce così bellicose contro l’Unione Sovietica come quelle gridate negli Stati Uniti nella primavera del 1947.

2. La politica « dell’inasprimento ».

Nella conferenza di Yalta del febbraio 1945, quando venne per la prima volta enunciato il concetto di un’organizzazione internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza nel dopoguerra, venne riconosciuto da Roosevelt, Churchill e Stalin che il primo requisito per il suo effettivo funzionamento era « la continuazione e il potenziamento della collaborazione e dell’intesa fra i tre paesi e fra tutte le nazioni amanti della pace ».
Dopo la morte di Roosevelt, i suoi frequenti ammonimenti contro la disunione delle Nazioni Unite furono ripetuti dal presidente Truman, il quale, parlando nella decima e ultima sessione plenaria della conferenza delle Nazioni Unite a San Francisco, il 26 giugno 1945, dichiarò:
« Le forze della reazione e della tirannide, sparse in tutto il mondo, cercheranno di distruggere l’intesa tra le Nazioni Unite. Anche quando la macchina militare dell’Asse stava per esser distrutta in Europa, anche quando era ormai alla fine, esse cercarono ancora di dividerci. Non ci riuscirono, ma tenteranno ancora. Anche ora stanno tentando. Divide et impera era – ed è ancora – il, loro piano. Esse cercano ancora di far sì che un alleato sospetti dell’altro, lo odii, l’abbandoni. Ma io so che parlo in nome di ciascuno di voi quando dico che le Nazioni Unite rimarranno unite. Esse non si divideranno… »
Ma mentre il presidente Truman così si esprimeva, rappresentanti della sua stessa amministrazione si erano già impegnati in un’azione che avrebbe inevitabilmente creato la disunione fra le Nazioni Unite.
Il primo dissenso importante si ebbe durante la stessa conferenza di San Francisco. La disputa sorse al momento di decidere se l’Argentina dovesse o meno essere invitata a far parte della conferenza e diventare uno dei membri dell’U.N.O. I delegati britannico e americano patrocinavano la causa dell’Argentina, mentre il delegato sovietico, Molotov, vi si opponeva.
Sotto gli auspici del recente blocco anglo-americano, l’Argentina divenne membro delle Nazioni Unite.
Nove mesi dopo, nel febbraio del 1946, il governo degli Stati Uniti rese pubblico un rapporto ufficiale intitolato Libro azzurro sull’Argentina, che dimostrava in modo documentato « il carattere nazifascista del regime argentino ». Fra l’altro il Libro azzurro stabiliva che membri del « governo militare argentino avevano collaborato con agenti nemici in una larga azione di spionaggio e in altre attività a danno dello sforzo bellico delle Nazioni Unite », che « capi nazisti, gruppi e organizzazioni naziste si erano messi d’accordo con gruppi totalitari argentini per creare uno Stato nazifascista », che il governo argentino aveva « fornito aiuti economici al nemico allo scopo di salvaguardare la potenza commerciale e industriale dell’Asse in Argentina » e che il governo argentino aveva « cospirato col nemico per avere armi dalla Germania [1] ».
Nel condurre la loro battaglia per assicurare all’Argentina la partecipazione alle Nazioni Unite, i governi americano e britannico avevano seguito una via che significava un distacco netto dalla politica fondamentale delle Nazioni Unite: la completa eliminazione del fascismo dal mondo. Imponendo l’ammissione dell’Argentina alla conferenza di San Francisco, i delegati americano e britannico, anziché combattere il fascismo, patrocinavano in re altà la causa di una potenza fascista. Fu in questo modo che si manifestò per la prima volta una nuova politica dei governi anglo-americani: la cosiddetta politica dell’ « inasprimento con la Russia ».
Nei mesi successivi, questa nuova politica doveva diventare l’orientamento predominante dei governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.
In nessuna occasione questo tradimento dei presupposti fondamentali delle Nazioni Unite si rivelava così apertamente nel periodo post-bellico come nella politica seguita dai governi americano e britannico nei confronti del loro recente nemico per eccellenza, la Germania.
Gli accordi di Yalta e di Potsdam avevano previsto l’annientamento di tutte le forze armate tedesche, la punizione dei Tedeschi responsabili di atrocità e di crimini contro la pace, l’eliminazione del potenziale bellico tedesco e la completa denazificazione del paese.
Ma queste decisioni di importanza vitale prese dai tre Grandi non furono affatto applicate nelle zone di occupazione britannica e amencana…
Parecchi mesi dopo la resa incondizionata della Wehrmacht nazista, nel territorio occupato dagli Inglesi, si mantenevano unità tedesche in uniforme per un totale di circa mezzo milione di uomini. Nello stesso tempo, nella zona americana di occupazione l’esercito americano reclutava, equipaggiava e armava migliaia di fascisti polacchi, jugoslavi e ucraini per impiegarli come « compagnie di lavoro » e come « guardie ».. Il 3 febbraio 1946, in un dispaccio al « New York Times », Raymond Daniell riferiva: « Nella zona americana circa 17.000 deportati polacchi sono in servizio nell’esercito americano. Circa 10.000 jugoslavi si sono organizzati in quello che essi chiamano ” Regio esercito jugoslavo ” e hanno prestato giuramento di fedeltà al re Pietro ».. Secondo Daniell, « fra i Polacchi che ora indossano regolarmente la divisa americana » vi sono truppe che hanno combattuto sul fronte orientale, contro la Russia, nelle file dell’esercito tedesco. « Moltissimi membri di queste compagnie – scriveva Daniell – sono antisemiti e antirussi come qualsiasi nazista [2] ».
Il mantenimento di forze militari antisovietiche in Germania rappresentò soltanto una fase della campagna anglo-americana mirante a far risorgere una Germania reazionaria come baluardo contro l’Est, proprio allo stesso modo dell’altro dopoguerra. Per dirla con il giornale sovietico « Stella Rossa », « la conservazione dei cartelli e dei monopoli tedeschi e quella delle unità dell’esercito fascista sono anelli di una stessa catena ».
Durante il 1945 e il 1946 il senatore Harley M. Kilgore, presidente della Sottocommissione Mobilitazione di Guerra della Commissione senatoriale per gli affari esteri, avvertì ripetutamente che tutto il complesso monopolistico tedesco, anziché essere distrutto, sarebbe stato deliberatamente ricostruito. Parlando davanti alla Commissione Kilgore nel dicembre 1945, il colonnello Bernard Bernstein, già direttore della Sezione investigazione sui cartelli e i beni esteri del Governo militare americano in Germania, dichiarò che 1’87 per cento degli impianti industriali di guerra della I. G. Farben era ancora intatto.
Il 25 febbraio 1946 Russell Nixon, successore del colonnello Bernstein quale direttore della Sezione dei cartelli e dei beni esteri, dichiarò alla Commissione Kilgore che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna impedivano all’Unione Sovietica di partecipare all’inchiesta sui beni tedeschi nei paesi neutrali. La partecipazione sovietica – dichiarò Nixon – avrebbe messo allo scoperto i regimi fascisti o reazionari di paesi come la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, la Svezia e l’Argentina e rivelato tutti gli elementi della collaborazione di certi ambienti dei paesi alleati con questi regimi. Confermando le osservazioni del colonnello Bernstein, Nixon riferì che il complesso monopolistico tedesco veniva deliberatamente mantenuto dalle autorità di occupazione britanniche e amencane.
Frattanto le azioni della I. G. Farben salirono alle borse di Francoforte e di Monaco da 68 a 142 1/2.
In una trasmissione radio del 1°maggio 1946 l’ex segretario al Tesoro Henry Morgenthau jr. denunciò energicamente la politica seguita verso la Germania dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti; e, dopo aver affermato che nulla si faceva per di struggere il potenziale bellico tedesco, osservava:
« Non riesco ancora a capire se Byrnes intenda mandare in frantumi il programma alleato di Quebec, Yalta e Potsdam… Se l’ intenzione di Byrnes è quella di demolire il patto di Potsdam… ebbene, io predico che noi stiamo semplicemente ripetendo i fatali errori di Versailles e preparando il terreno per la terza guerra mondiale ».
Il 6 settembre 1946 il segretario di Stato americano James F . Byrnes inviò un messaggio a Stoccarda, in Germania, annunziando la nuova politica americana verso la Germania. In quattro giorni le azioni industriali salirono alla borsa di Francoforte in media del 1O per cento e i titoli di banca fino al 30 per cento. In un dispaccio inviato dalla Germania alla « New York Herald Tribune », l’11 settembre, Edward Haetrich diceva:
« …Gli uomini d’affari e gli industriali tedeschi interpretano il discorso di Byrnes nel senso che l’America voglia virtualmente sottoscrivere alla ripresa almeno della zona occidentale di occupazione. Al tempo stesso, ritengono che l’America e la Gran Bretagna abbiano definitivamente deciso di rimettere in piedi la Germania occidentale come elemento di equilibrio contro la zona russa [3] ».
Da Madrid, Karl von Wiegand, corrispondente della stampa di Hearst, telegrafava che il discorso di Byrnes era stato salutato nella Spagna di Franco come « una pietra sepolcrale sugli accordi di Yalta e di Potsdam … »
Nel gennaio 1947 James F. Byrnes venne sostituito come Segretario di Stato dal generale George C. Marshall, ma la politica verso la Germania rimase immutata. Alla conferenza dei ministri degli esteri dei quattro Grandi, tenuta a Mosca in marzo e aprile, il nuovo Segretario di Stato, durante la discussione delle condizioni del trattato di pace da firmarsi con la Germania, mantenne un atteggiamento del tutto aggressivo verso l’Unione Sovietica.
Al suo ritorno negli Stati Uniti il Segretario Marshall riferì in un discorso alla radio come Stalin gli avesse personalmente espresso la speranza che le condizioni del trattato sarebbero state alla fine concordate con un compromesso fra i quattro Grandi. Marshall precisò che il governo degli Stati Uniti non era disposto ad attendere un simile compromesso : « Qualunque sia l’azione possibile – egli dichiarò – essa va fatta senza indugio ».
Pochi giorni dopo, il senso dell’affermazione di Marshall venne meglio precisato dal sottosegretario di Stato, Dean Acheson, il quale, sostituendo il Presidente Truman in un discorso davanti al « Delta Council » di Cleveland, nel Mississippi, 1’8 maggio, disse:
« Dobbiamo affrettare la ricostruzione di quelle due grandi officine dell’Europa e dell’Asia, la Germania e il Giappone, da cui dipende in larga misura la ripresa definitiva dei due continenti. Noi dobbiamo intraprendere immediatamente ogni azione possibile, anche senza il pieno accordo delle quattro Potenze per una maggior ripresa dell’Europa, compresa la Germania ».
Erano passati esattamente due anni da quando Berlino era caduta davanti agli assalti dell’esercito rosso e l’alto Comando tedesco aveva firmato la resa. Eppure non c’era ancora un trattato di pace con la Germania e, giuridicamente, fra la Germania e le Nazioni Unite esisteva ancora lo stato di guerra…
Anche nell’Estremo Oriente, nonostante la disfatta del Giappone, dopo quindici anni di guerra d’aggressione, non era ancora giunta la pace. La primavera del 1947 trovava la Cina nelle angosce di una sanguinosa guerra civile. E anche in Cina, come in Germania, la politica americana si inasprì verso la Russia, i militaristi e i reazionari.
Dopo la resa di Tokio l’esercito americano in Cina aveva proceduto ad addestrare ed equipaggiare quaranta divisioni Kuo-min-tang, ammontanti a 700.000 uomini [4]. Inoltre venivano addestrati ed equipaggiati da ufficiali americani 50.000 uomini di polizia e organizzati sotto il controllo di esperti militari americani ventisette stabilimenti militari, tra cui cinque scuole per l’addestramento del personale dell’aviazione. Per il generalissimo Ciang-Kai- scek, che conduceva una campagna spietata per sopprimere le forze democratiche in Cina, l’esercito e l’aviazione degli Stati Uniti trasportavano 480.000 uomini nella Cina settentrionale e in Manciuria, con una spesa, per il solo trasporto aereo, di 300 milioni di dollari. Prestiti per più di 600 milioni di dollari furono fatti a Ciang Kai-scek per l’acquisto nelle isole del Pacifico delle armi americane residuate di guerra. Nel 1947 il valore totale di materiale bellico e di aiuti di altro genere dati dagli Stati Uniti al Kuo-min-tang ammontava a 4 miliardi di dollari, somma considerevolmente superiore all’aiuto finanziario dato dagli Americani alla Cina durante tutto il periodo della guerra contro il Giappone.
Nella primavera del 1947 gli eventi in Cina fornirono una tragica conferma al discorso pronunciato alla Camera dei Deputati dal membro del Congresso Hugh De Lacy, il 26 novembre 1945. Accusando l’amministrazione di Truman di abbandonare la politica di Roosevelt in Cina, De Lacy affermò che la nuova politica americana aveva reso « inevitabile la guerra civile », e aggiunse:
« Se l’America continuerà a favorire con i suoi grandi mezzi la costituzione di basi anticomuniste nella Cina settentrionale, ciò potrà bensì rispondere ad una certa logica; ma questa logica non è quella della pace e dell’autogoverno dei popoli. È la logica dei più reazionari , tra i grandi uomini d’affari americani, i quali vogliono uno sfruttamento economico illimitato dell’Asia.
« È la logica dell’imperialismo del dollaro, è la logica di una nuova guerra mondiale; questa volta diretta contro l’Unione Sovietica, lanciata da grandi basi nel Pacifico, da un Giappone i cui militaristi noi non abbiamo ancora eliminati, da basi anticomuniste nella Cina settentrionale… »
Di ritorno da un viaggio in Cina, Frank Taylor, vice-presidente della Casa editrice Reynold and Hitchcock, ammoniva: « Noi stiamo trasformando la Cina nella Spagna della prossima guerra! »
Il torbido e paradossale strascico lasciato in Cina dalla seconda guerra mondiale ha il suo parallelo nelle principali isole del Pacifico, liberate dai Giapponesi. Nelle Indie Orientali le truppe britanniche e olandesi soppressero violentemente il movimento indonesiano per l’indipendenza, con l’aiuto di rifornimenti americani. Nelle Filippine, Manuel Roxas, già membro del governo-fantoccio giapponese nelle Filippine, venne eletto presidente con l’appoggio americano e si accinse, con fondi e rifornimenti di guerra messi a sua disposizione dal generale Douglas MacArthur,a scatenare una campagna militare contro il movimento della resistenza antifascista delle Filippine. Nella Corea meridionale, i Quisling coreani, che avevano collaborato antecedentemente con i Giapponesi, vennero insediati nei principali uffici di governo dalle autorità di occupazione americane ed energiche misure repressive vennero prese contro i progressisti e i sindacalisti [5].
Dappertutto, in Asia e in Europa, mentre la politica di inasprimento verso la Russia andava intensificandosi, le forze della reazione e del fascismo ricevevano sempre maggior incoraggiamento ed aiuto dal governo degli Stati Uniti e al tempo stesso veniva assunto da parte dell’Amministrazione Truman un atteggiamento di aperta ostilità, unito ad una pesante pressione economica e diplomatica verso i movimenti democratici popolari creatisi dopo la disfatta dell’Asse.

[1] Il 14 agosto 1946 il dr. Santiago M. Peralta, ministro argentino per l’emigrazione, diresse a nome del suo governo un invito a 1000 capi fascisti europei e a noti Quisling, che si erano insediati nei paesi scandinavi, di venire a stabilirsi permanentemente in Argentina. Secodo il ministro Peralta il suo governo diramava questi inviti perché a suo avviso questi capi fascisti rappresentavano l’élite europea. Peralta aggiungeva che il suo governo sperava che questa élite fascista si sarebbe sposata in Argentina, in modo da « aumentare le riserve razziali » dell’Argentina.

[2] Una situazione simile esisteva in Italia , dove un esercito di fascisti polacchi esiliati forte di 200.000 uomini , comandati dal generale antisovietico Wladislaw Anders era mantenuto sotto il controllo dell’ Alto Comando Britannico e con fondi del Tesoro inglese. Il 4 febbraio 1946, Herbert Matthews telegrafava al « New York Times »: « La storia di quello che il Secondo Corpo Polacco sta facendo in Italia è brutta. Non soltanto i Polacchi sono armati, ma sono perfettamente addestrati e vengono costantemente tenuti in esercizio per essere sempre in grado di riconquistare la Polonia o invadere l’Unione Sovietica ». Agenti segreti dell’esercito fascista polacco del generale Anders venivano regolarmente spediti in Polonia per còmpiti di spionaggio e di sabotaggio e per fomentarvi pogròm contro gli Ebrei. Bande della quinta colonna organizzate e dirette da quegli agenti segreti, assassinarono nel 1945 più di 2000 cittadini polacchi, compresi molti autorevoli liberali , sindacalisti e funzionari governativi. Molte spie e terroristi di Anders catturati e processati in Polonia dalle autorità polacche furono trovati in possesso di carte d ‘identità dell’Intelligence Service.

[3] Uno dei più entusiasti e aperti sostenitori della politica di Byrnes fu il re della potassa e del magnete Arnold Rechberg, quello stesso Rechberg che nel 1920 era stato il confidente del generale Max Hoffmann, aveva fatto incontrare per la prima volta Hitler e Rosenberg ed era stato uno dei principali finanziatori del partito nazista. Dopo la seconda guerr a mondiale Rechberg, il cui patrimonio durante il regime nazista era salito a 200 milioni di dollari, continuò a vivere indisturbato nella sua sontuosa proprietà sulle rive del lago di Starnberg nella zona americana di occupazione e periodicamente pubblicava, per distribuirlo tra importanti funzionari americani d’ occupazione, un bollettino privato sollecitante un’alleanza industriale e militare fra Gran Bretagna, Francia, Germania, America. Il 13 marzo 1946 l’ agenzia « Overseas News » riportava: « Rechberg sta svolgendo un’ intensa campagna propagandistica per una guerra anglo-americana contro l’Unione Sovietica e per la restaurazione di una forte Germania ». Intervistato dopo la guerra nella sua sontuosa villa da corrispondenti americani, Rechberg domandò: « Come sta George ? » Richiesto a chi si riferisse, rispose tranquillamente: « Come? George Marshall, il vostro Capo di Stato Maggiore. Siamo sempre stati grandi amici nei tempi andati ».

[4] Il doppio di uomini addestrato ed equipaggiato nell’esercito americano durante tutta la seconda guerra mondiale.

[5] Quando una delegazione della Federazione mondiale delle Trade Unions visitò la Corea nel 1947, i lavoratori coreani che tendevano loro dei foglietti di benvenuto vennero subito duramente percossi da guardie giapponesi in uniforme. La delegazione rinunciò dopo due giorni di permanenza al suo viaggio nella Corea meridionale. « Nella Corea meridionale – riportò successivamente un membro della delegazione – vedemmo il fascismo in azione. Gli unionisti coreani venivano picchiati sotto i nostri occhi e la delegazione stessa insultata e minacciata » .

3. La dottrina Truman.

Il 12 marzo 1947 la politica di inasprimento verso la Russia toccò la sua acme. Quel giorno, dopo lunghi preparativi e conversazioni dietro le quinte con i membri più importanti dei partiti democratico e repubblicano, il presidente Truman si presentò davanti al Congresso degli Stati Uniti per presentare l’importante richiesta di 400 milioni di dollari per i governi della Grecia e della Turchia. Motivo del prestito, sebbene non specificatamente addotto da Truman, era di contribuire a fermare « l’espansionismo sovietico » e il diffondersi del « bolscevismo » in Europa.
Nel suo discorso il Presidente affermò che il governo britannico, « che stava aiutando la Grecia », non sarebbe stato più in condizione di continuare il suo aiuto e che gli Stati Uniti erano la sola « nazione che volesse e potesse fornire il necessario aiuto al governo democratico greco », la cui stessa esistenza era minacciata dalla « terroristica attività di molte migliaia di uomini armati, guidati da comunisti » [1].
Sebbene Truman precisasse l’uso a cui era destinato il prestito, egli domandò al Congresso di autorizzare l’invio di « personale militare in Grecia e in Turchia » e di provvedere all’istruzione e all’addestramento di personale scelto greco e turco… »
In nessun punto del suo discorso il presidente Truman accennò all’Unione Sovietica, ma il « Chicago Daily News » definì la proposta di Truman « un aperto invito alla guerra » contro la Russia sovietica.
Il 13 marzo Henry WaJlace, ex vice-presidente degli Stati Uniti, pronunciò alla radio un discorso in aperta risposta alla proposta di Truman, dichiarando:
« Non siamo di fronte ad una crisi greca, ma ad una crisi americana… Se il nostro obiettivo è di aiutare i popoli del mondo, perché il Presidente e il Congresso hanno permesso che l’UNRRA cessasse? Perché facciamo così poco per aiutare i milioni di persone deportate e senza patria dell’Europa?…
« Come può l’aiuto dato ai governi antidemocratici della Grecia e della Turchia giovare alla causa della libertà?… La Turchia è una nazione che nella prima guerra mondiale ha combattuto contro di noi e, in quest’ultima guerra s’è rifiutata di aiutare le Nazioni Unite. La Turchia si impinguò alle spalle dei Tedeschi e degli Alleati… La neutralità turca prolungò la guerra di mesi…
« Un anno fa, a Fulton nel Missouri, Winston Churchill ha invocato un’offensiva diplomatica contro la Russia Sovietica e Truman, sanzionando quel discorso, ci ha impegnati ad una politica antirussa con risorse britanniche. Quella politica si è dimostrata così rovinosa che la Gran Bretagna non può sostenerla più a lungo; e ora il presidente Truman ci propone di assumere noi il còmpito disperato della Gran Bretagna ».
Wallace ammoniva solennemente che la proposta di Truman rappresentava il disastroso abbandono della politica di Roosevelt e costituiva una grave minaccia per la pace del mondo:
« Quando il presidente Truman proclama il conflitto mondiale fra Oriente e Occidente, egli dice ai capi sovietici che noi ci stiamo preparando per una guerra futura …
« Nessuno vuole la guerra. Se un giorno la guerra verrà, sarà perché non avremo saputo pensare nel modo dovuto a conservare la pace. Roosevelt pensava in questo modo. Egli prevedeva un lungo periodo di pace e di abbondanza. Due anni dopo il presidente Truman ci chiede di prepararci a un lungo periodo di privazioni e di guerra. Il presidente Truman ci convoca per un secolo di paura. Ma io affermo che questo può essere il secolo della realizzazione del sogno americano ».
In Inghilterra una nota voce echeggiò in segno di giubilante approvazione per la nuova dottrina enunciata da Trurnan. Era la voce di Winston Churchill. In una lunga dichiarazione apparsa ai primi di aprile negli Stati Uniti, in due articoli speciali della rivista « Life » e del « New York Times », l’ex premier britannico dichiarò esultante che la proposta di Trumann rappresentava la piena rivendicazione e l’attuazione delle misure che un anno prima egli aveva invocato a Fulton e della politica che il , suo governo aveva precedentemente seguita, schiacciando il movimento antifascista in Grecia. « Nel 1944-45 – commentò Churchill – sembrò ch’io fossi fuori strada a proposito della Grecia. Ma oggi si vede come io seguissi esattamente la politica che poco più di due anni dopo gli Stati Uniti hanno adottato con grande risolutezza. Questa è per me una grande sodisfazione ».
Nonostante la vigorosa opposizione del Senato alla proposta del Presidente e la lotta condotta dai senatori Claude E. Pepper e Clen H. Taylor per subordinare gli aiuti alla Grecia al controllo delle Nazioni Unite, il prestito di 400 milioni di dollari alla Grecia e alla Turchia venne approvato il 22 aprile 1947 con 67 voti contro 23.
Il 9 maggio, dopo alcuni giorni di vivaci dibattiti, la Camera dei rappresentanti approvava una legge analoga, che autorizzava il prestito alla Grecia e alla Turchia. A questo proposito, il « New York Times » commentava:
« In mezzo a un tambureggiante fuoco oratorio, diretto a dimostrare che questo programma costituiva una ” dichiarazione di guerra senza dichiarazione ” e che tale l’avrebbe considerato l’Unione Sovietica, il rappresentante Chester E. Merrow, repubblicano, del New Hampshire, lanciò una sfida:
« Se la Russia la interpreta in questo senso…, lasciate che essa assuma la maggiore responsabilità… Se questa nostra azione deve indurre la Russia a combattere, da parte nostra non vi è nulla da fare ».
Nel 1947, come dopo la prima guerra mondiale, la crociata contro il bolscevismo non appare motivata da considerazioni puramente politiche. Nel 1918 il desiderio degli Alleati di giungere al controllo delle vaste risorse naturali della Russia era stato il principale fattore che aveva ispirato la guerra di intervento, nel 1947 certi interessi americani, che insistevano perché si stabilissero dei bastioni contro il « bolscevismo » sulle rive del Mediterraneo, erano magnetizzati dalle favolose ricchezze del Medio Oriente. Nelle aule del Congresso e nei corridoi del Dipartimento di Stato risuonava l’eco della voce di Boris Sàvinkov : « Qui sisente odor di petrolio ». « Il centro di gravità della produzione petrolifera mondiale – affermava nel 1944 un rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – sta spostandosi dalla zona del Golfo dei Caraibi al Medio Oriente, alla zona del Golfo Persico ».
Finita la seconda guerra mondiale, gli ambienti americani interessati avevano manovrato per avere una posizione predominante nei finanziamenti e nel controllo della produzione di petrolio nel Medio Oriente. « L’Arabia Saudita, che è il paese più ricco di petrolio – riportava il giornale « New Republic » il 24 marzo 1947 – è una riserva intieramente americana e perciò il centro nevralgico degli interessi degli Stati Uniti nel Medio Oriente ». Dal re Ibn-Saud l’Arabian-American Oil Company aveva ottenuto i diritti sul petrolio su una superficie di 440.000 miglia quadrate dell’Arabia Saudita, che, secondo calcoli moderati, si pensa possegga riserve di petrolio per 20 milioni di barili, cifra che supera il totale delle riserve conosciute negli Stati Uniti . Nella primavera del 1947 si ricavarono dagli impianti americani di Dhahran ventimila barili al giorno, che costituivano una rendita di 40 mila dollari al giorno per il re Ibn-Saud. Nell’aprile del 1947 l’Arabian-American Oil Company stipulò i contratti per la costruzione dell’oleodotto transarabico fino al Mediterraneo, per il valore di 100 milioni di dollari.
Commentando il discorso con cui il presidente Truman ha chiesto al Congresso il prestito alla Grecia e alla Turchia, la rivista « Time », nel suo numero del 24 marzo 1947, osservava:
« Le parole concernevano soltanto la Grecia e la Turchia, ma i bisbigli confidenziali riguardavano l’oceano di petrolio che si trova più a sud ».
Mentre gli Stati Uniti si preparavano a compiere la loro storica mossa, un potente gruppo di compagnie del petrolio giungevano anch’esse a una storica decisione. Con la tacita approvazione dei governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, queste compagnie sviluppavano una serie di piani – i più grandiosi che mai si siano avuti nel giuoco degli affari – per il pieno sviluppo e il pieno sfruttamento di questo oceano di petrolio.
La Standard Oil Company, la maggiore società petrolifera del mondo, era naturalmente alla testa del gruppo, come il presidente della Standard, Eugene Holman, uomo di fama internazionale, è stato quegli che maggiormente ebbe le mani in pasta nel redigere quei piani grandiosi. La Standard e i suoi soci si preparavano a spendere 300 milioni di dollari nel tempestoso Medio Oriente per estrarne il petrolio.
I titoli dell’importante articolo, apparso il 22 marzo sul « Business Week », suonavano così: « Democrazia nuova, affari nuovi. La marcia degli Stati Uniti per arrestare il comunismo dappertutto significa lo stanziamento di forti somme per avere delle basi, per restaurare e ricostruire. Ma in cambio gli interessi americani sono sicuri di trovare nuovi mercati ».
Secondo Ralph Henderson, redattore finanziario del « New York World-Telegram » la dottrina di Truman costituisce « una salvaguardia per investimenti che finora non sono stati ben definiti… Tutto questo significa condizioni di affari più sicure e proficue per gli azionisti. È una buona notizia di capitale importanza ».

[1] Dopo la disfatta dei nazìsti l’esercito britannico aiutò i reazionari greci nell ‘opera di liquidazione del movimento di resistenza antifascista e di ristabilimento di un governo rnonarchico in Grecia. Il carattere di questo governo venne descritto in un dispaccio inviato al « New York Herald Tribune » il 16 settembre 1946 dal corrispondente estero Seymour Freidin, che aveva appena compiuto un viaggio in Grecia con un gruppo di giornalisti americani e britannici. Freidin diceva che il motto favorito dei funzionari del governo greco era: « La democrazia è l’equivalente dell’assassinio ». In seguito alla diffusa opposizione alla monarchia – riferiva Freidin – il governo greco stava conducendo una violenta campagna terroristica contro la popolazione e tagliava i rifornimenti alimentari a interi Comuni, faceva fallire il programma antimalarico dell ‘U.N.R.R.A. e incarcerava o esiliava migliaia di donne e bambini ». Nelle regioni settentrionali della Grecia Freidin e gli altri giornalisti videro campi di concentramento dove erano soltanto vecchi, donne e bambini, e appresero che a questi disgraziati non veniva dato alcun cibo e si lasciavano deliberatamente morir di fame per costringere i loro congiunti giovani – partigiani combattenti antifascisti – a scendere dalle montagne e consegnarsi per esser fucilati.
Il 20 aprile 1947 William L. Shirer così scriveva in un articolo sul « New York Herald Tribune »: « Chi sono in realtà questi guerriglieri greci che Truman vuoi aiutare a estirpare? Essi sorsero in origine come movimento patriottico di resistenza contro i Tedeschi ». Shirer aggiungeva che le truppe punitive della monarchia greca a cui il programma di Truman intendeva prestare aiuto erano costituite di ex collaborazionisti. « Questi singolari battaglioni greci furono impiegati dal Tedeschi per incendiare i villaggi e braccare i patrioti greci» .

4. Dove va l’America?

Ai primi d’aprile del 1947 Henry A. Wallace, la cui aperta critica della dottrina di Truman è stata in generale ignorata nella stampa americana, compì in aereo un rapido giro dei principali centri europei. Davanti a vasti uditori in Inghilterra, in Francia e nei paesi scandinavi, l’ex vice-pres.idente degli Stati Uniti proclamò che la proposta di Truman di aiutare la Grecia e la Turchia era in realtà un impegno « a correre in aiuto di ogni dittatore che inalberi il vessillo anticomunista », che l’America è avviata sulla strada di « uno spietato imperialismo », « dalla Cina al Mediterraneo e da un polo all’altro ». « I 25 milioni di Americani che votarono per Roosevelt ancora vivono e lavorano in America – dichiarò Wallace – ma la direzione del governo degli Stati Uniti si trova ora nelle mani di uomini che ritengono che l’organizzazione delle Nazioni Unite sia ormai destinata a diventare qualcosa di insignificante ». Wallace auspicò ripetutamente un ritorno alla politica di Roosevelt e sottolineò la necessità categorica, se si vuole salvare la pace nel mondo, di ristabilire relazioni veramente amichevoli fra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica.
Negli Stati Uniti Wallace è stato chiamato « traditore » del suo paese. « È chiaro che i suoi discorsi in Europa sono stati concertati d’accordo con Stalin »: dichiarò il deputato L. Men del Rivers della Carolina del Sud. Il 14 aprile un gruppo di membri della Camera dei Rappresentanti chiese che venisse immediatamente ritirato il passaporto a Wallace e che l’ex presidente fosse arrestato e processato per la sua attività e le sue dichiarazioni all’estero. Parlando a nome della Commissione parlamentare per le attività antiamericane, il presidente di questa, J. Parnell Thomas, affermò che il Logan Act del 1799, legge che vieta ai privati di influire su membri di governi stranieri nei riguardi della politica americana « si adattava perfettamente al caso Wallace ». Un altro membro della Commissione, il deputato John E. Rankin, lesse davanti alla Camera il Lagan Act e ne reclamò l’immediata applicazione contro Wallace da parte del Dipartimento di Giustizia.
Commentando queste reazioni al suo viaggio in Europa, Wallace osservò che il loro tono implicava l’esistenza di un vero « stato di guerra… »
La dottrina Truman, che aiuta la reazione e il fascismo mondiale in nome di una crociata contro il bolscevismo, ha prodotto il suo inevitabile contraccolpo all’interno. Accanto ad un crescente isterismo di guerra, è stata scatenata negli Stati Uniti una campagna reazionaria senza precedenti. Neppure ai tempi delle famigerate razzie di Palmer, che accompagnarono la frenetica campagna anticomunista dopo la prima guerra mondiale, si erano avuti attacchi così serrati e diffusi contro i diritti politici, economici e civili dei cittadini americani.
Più di duecento leggi antisindacali sono state presentate al Congresso degli Stati Uniti. I Parlamenti di numerosi Stati dell’Unione hanno approvato leggi restrittive dei diritti economici e politici dei cittadini. Nei collegi e nelle università di tutto il paese si è data la caccia selvaggia ai professori e studenti progressivi. La Commissione per l’impiego imparziale della mano d’opera è stata abolita e la legge Wagner sul lavoro è stata resa praticamente inefficiente. Le grandi conquiste democratiche conseguite dal popolo americano sotto la storica guida di Franklin Delano Roosevelt sono andate perdute a una a una già nella primavera del 1947.
La storia si ripete. In America, come in Europa nei tragici anni dopo il 1930, la democrazia viene minata con il pretesto di salvare il paese dal comunismo e di proteggere la nazione contro l’ « aggressione bolscevica… »

Uno degli enti più responsabili della campagna antisovietica scatenata negli Stati Uniti nel 1947 è stata la Commissione governativa contro le attività antiamericane. Nominalmente il suo presidente è il deputato J. Parnell Thomas, già membro della Commissione Dies, ma in realtà la commissione funziona sotto la direzione del suo membro più rumoroso, il deputato John E. Rankin, del Mississippi, responsabile della costituzione della Commissione [1] ,
Secondo l’opinione del deputato Rankin – che dalla agenzia ufficiale di propaganda nazista Welt Dienst (Servizio Mondiale) era stato considerato un « Americano autorevole » e aveva definito la seconda guerra mondiale come un aspetto di un « complotto internazionale giudaico » – il vero nemico degli Stati Uniti non era mai stato l’Asse, ma l’« Unione Sovietica… »
Sotto la guida di Rankin, nei mesi che seguirono la fine della guerra, la Commissione governativa contro le attività antiamericane lanciava un’intensa campagna propagandistica antisovietica. In un susseguirsi incessante di vergognose affermazioni di stampa, « rapporti ufficiali » e dichiarazioni pubbliche fatte dai suoi membri, la Commissione proclamava che « l’imperialismo sovietico » complottava per il dominio del mondo, che l’esercito rosso già preparava piani per l’invasione degli Stati Uniti e che gli Stati Uniti pullulavano di sabotatori e spie della bomba atomica, diretti dal Cremlino. Trotskisti, fascisti, rinnegati comunisti ed altri inveterati nemici dell’Unione Sovietica hanno fatto la loro apparizione come « testimoni autorevoli » davanti alla Commissione e hanno raccontato cose assolutamente insussistenti, ma da far rizzare i capelli, sui preparativi di guerra dell’Unione Sovietica contro l’America [2].
Il 24 marzo 1947 l’ex diplomatico antisovietico William C. Bullitt deponeva davanti alla Commissione sul progetto di legge del Congresso chiedendo che il Partito Comunista Americano fosse dichiarato illegale [3]. Ecco qui alcuni estratti che rivelano il carattere della richiesta di Rankin e della deposizione di Bullitt:
Rankin : È vero che in Russia mangiano carne umana?
Bullitt : Ho visto un’illustrazione che rappresentava lo scheletro di un bambino mangiato dai suoi genitori.
Rankin : Ci sono dunque ancora gli schiavi in Russia?
Bullitt: Ci sono più schiavi nella Russia d’oggi di quanti ne siano mai esistiti in tutti i paesi del mondo.
Rankin : Avete detto prima che qui il sessanta per cento dei membri del Partito comunista sono stranieri. E fra questi stranieri qual è la percentuale di ebrei? … È vero, signor Bullitt, che i comunisti sono andati negli stati del Sud per raccogliere negri e mandarli a Mosca, per studiarvi la rivoluzione? Vi consta che a questi negri si sia insegnato a far saltare i ponti?

Durante questa sua deposizione Bullitt dichiarò di sottoscrivere pienamente alla dottrina di Truman. « Se la Russia possedesse la bomba atomica, l’avrebbe già gettata sugli Stati Uniti »: affermò. E, riferendosi ai piani sovietici « per la conquista del mondo » e all’« assalto definitivo che il governo sovietico prepara contro gli Stati Uniti », Bullitt sostenne che Stalin non si fermerà di sua propria volontà, ma potrà soltanto « essere fermato… »
L’ex governatore della Pennsylvania, George H. Earle, altro teste davanti alla Commissione, avvertiva che i Russi avranno la bomba atomica « molto presto » ed aggiungeva: « Io penso che in questo caso il meglio che si possa prevedere è che fra cinque anni sia ancora vivo il 10 per cento di noi ».
La diffusione di questa violenta campagna antisovietica, posta in primo piano nella stampa di tutti gli Stati Uniti, non è stata la sola funzione della Commissione parlamentare per le Attività antiamericane. Come riferiva il « New York Times » del l° gennaio 1947, la Commissione aveva « un ambizioso programma di indagini riguardo all’ attività comunista in molti rami, compresi i sindacati, l’educazione e la cinematografia » e « altro obiettivo sarà quello di identificare ed eliminare i “comunisti e i simpatizzanti comunisti” nel governo federale ».
Ma nel 1947 il fatto più significativo per quanto riguarda la Commissione parlamentare per le Attività antiamericane non è stato la continuazione di quel che Roosevelt aveva definito un « ignobile procedimento », ma la sanzione ufficiale all’opera della Commissione parlamentare per le Attività antiamericane da parte del Capo del potere esecutivo degli Stati Uniti.
Il 22 marzo, infatti, il presidente Truman emanava l’ordinanza di investigare sui « funzionari del governo sleali » e di rimuoverli. La disposizione riguardava 2.200.000 impiegati governativi e, secondo un comunicato dell’Associated Press, « poteva presumibilmente colpire chiunque appartenesse al potere esecutivo, dal Presidente al custode dell’ufficio postale di una cittadina ».
Nella sua ordinanza il Presidente nominava quegli enti a cui veniva affidata l’indagine sugli impiegati governativi e, fra essi, la Commissione contro le attività antiamericane.
Il popolo americano non vuole la guerra. Ma, nella primavera del 1947, milioni di Americani temettero che una terza guerra mondiale fosse imminente o inevitabile. Quando il raduno dell’Aria della American Town Hall chiese per radio alla sua vasta cerchia di ascoltatori: « La nostra politica estera ci conduce verso la pace o verso la guerra? », sette risposte su dieci dichiararono che la politica degli Stati Uniti conduceva alla guerra.
Eppure, ognuno sapeva che la guerra ha acquistato un nuovo e terribile significato e che nessuno, né uomo, né donna, né bambino, si salverebbe dalle spaventose conseguenze della guerra atomica. Albert Einstein ha calcolato che in una guerra atomica totale i due terzi della popolazione del mondo sarebbero annientati. Ansley J. Coale, nel suo libro The Problem of Reducing Vulnerability to Atomic Bombs (Il problema di ridurre la vulnerabilità delle bombe atomiche), ha scritto che, se tre bombe atomiche fossero state lanciate su ciascuna delle duecento città americane di popolazione media, le perdite sarebbero ammontate a 14-17 milioni di morti e 14 milioni di feriti…
La domanda che stava sulle labbra di tutti era questa: « Come si può mantenere la pace? »
Il 9 aprile 1947 Harold E. Stassen, candidato repubblicano alla presidenza, si incontrava al Cremlino con Stalin, e gli rivolgeva la domanda che era nel cuore di tutti gli Americani. « Mi interesserebbe sapere – egli chiedeva – se voi pensate che questi due sistemi economici possono coesistere in reciproca armonia nello stesso mondo moderno».
« Certamente – rispondeva Stalin. – Se durante la guerra hanno potuto collaborare, perché non potrebbero farlo in pace? »
Tuttavia Stalin aggiungeva che non bastava la possibilità di una collaborazione, ma occorreva anche volerla:
« È necessario distinguere fra la possibilità di collaborare e il desiderio di collaborare. La possibilità di collaborare esiste sempre, ma non sempre c’è il desiderio. Se una delle parti non desidera collaborare, ne risulterà un conflitto, una guerra… Desidero garantirvi che la Russia desidera collaborare ».
E il capo sovietico aggiungeva:
« Non critichiamo i nostri rispettivi sistemi. Ognuno ha il diritto di seguire il sistema che desidera conservare. Quale sia il migliore, lo dirà la storia. Per collaborare, non è necessario avere gli stessi sistemi, ma rispettare il sistema altrui quando ha l’approvazione del popolo. Soltanto su questa base si può garantire la collaborazione… Quando ci incontrammo con Roosevelt a discutere sui problemi della guerra, non ci siamo chiesti quali fossero i nostri regimi, ma abbiamo stabilito di collaborare e siamo riusciti a sconfiggere il nemico ».
« Mentre sedevo davanti a Stalin – ha riferito successivamente Jay Cooke, banchiere ed ex presidente repubblicano di Filadelfia, che accompagnò Stassen nel suo viaggio in Europa – pensavo fra me: ” Può esser questo l’uomo che è stato definito un mostro e una minaccia per il mondo? ” Era difficile immaginarlo sotto questo aspetto. Io sono ritornato dalla Russia con l’impressione che Stalin e il popolo russo aspirino all’amicizia con gli Stati Uniti, e riconoscano che nel mondo deve esserci la pace ».
Mentre è stata stampata la prima edizione di questo libro, gli autori hanno intervistato la persona con la cui storia comincia questo libro: il colonnello Raymond Robins. Qualche anno fa il colonnello Robins si è ritirato dai pubblici affari per vivere tranquillamente nella sua proprietà a Chinesgut Hill nella Florida, che egli ha messo a disposizione del governo degli Stati Uniti come rifugio per la fauna selvatica e stazione agricola sperimentale. Il colonnello Robins ha conservato il suo « spirito spregiudicato », la sua passione per il benessere dell’uomo comune, la sua intolleranza verso le prevenzioni e la cupidigia e il suo vivo interesse per la nazione della cui nascita fra lo sconvolgimento della rivoluzione egli fu testimonio diretto.

Ecco che cosa disse il colonnello Robins:
« L’ora piu grande fu per me quella in cui vidi la luce della speranza per la liberazione dalla secolare tirannia e oppressione brillare negli occhi degli operai e dei contadini, allorché essi risposero agli appelli di Lenin e degli altri capi della rivoluzione sovietica.
« La Russia sovietica ha sempre voluto la pace internazionale. Lenin sapeva che il suo grande programma interno sarebbe stato deviato, se non distrutto, dalla guerra. Il popolo russo ha sempre voluto la pace. L’educazione, la produzione, lo sfruttamento di un vasto e ricco territorio assorbono tutti i suoi pensieri, le sue energie e le sue speranze. Il piu grande ministro degli esteri della nostra generazione, il Commissario del Popolo Maxim Litvinov, si adoperò con abilità e fermezza per la sicurezza collettiva fino al momento in cui la politica di acquiescenza anglo-americana verso Mussolini e Hitler non rese la sicurezza collettiva impossibile.
« La Russia sovietica non sfrutta colonie, non cerca di sfruttare alcuno. La Russia sovietica non manovra cartelli per il commercio estero, non cerca di sfruttare alcuno. La politica di Stalin ha spazzato via nei territori sovietici gli antagonismi razziali, religiosi, nazionali e di classe. Questa unità ed armonia dei popoli sovietici addita il cammino della pace internazionale ».

[1] Nell’autunno del 1944 pareva che la famigerata Commissione governativa contro le attività antiamericane stesse finalmente per sparire dalla scena americana. Tre membri di essa erano stati battuti alle elezioni e il presidente Martin Dies aveva annunziato che non avrebbe ripresentato la sua candidatura; pareva perciò prossima la fine della Commissione. Ma il 3 gennaio 1945, proprio all’inizio della seduta inaugurale del 79° Congresso, il deputato John Rankin, con un’abile manovra legislativa, ottenne l’approvazione di una legge che con 207 voti contro 186 trasformò la Commissione in un organo permanente.
Dall’agosto del 1938, sotto la presidenza di Martin Dies, la Commissione oltre che essere alla testa di una campagna incessante di propaganda contro l’Unione Sovietica, è la tribuna dalla quale fascisti, ex galeotti, spie dei lavovoratori e racketeers scagliano le loro ingiurie contro le organizzazioni operaie, contro la democrazia, contro l’Unione Sovietica. Fra i « testimoni esperti » che hanno deposto davanti alla Commissione Dies erano: Alvin Halpern, che dopo due giorni di deposizione è stato condannato dalla Corte del Distretto della Columbia a due anni di prigione per furto; Peter Innes, spia dei lavoratori, espulso dal Sindacato nazionale dei Marittimi per aver sottratto 500 dollari dalla cassa del Sindacato e successivamente condannato a otto anni di prigione per atti illeciti ai danni di un bambino; William McCuiston, organizzatore di squadre armate per attaccare i membri dei Sindacati, e Richard Krebs, alias Jan Valtin, che aveva espiato trentanove mesi nel penitenziario di San Quentin e nel suo libro Out of the Night spiegava la sua appartenenza alla Gestapo, con l’asserzione che lo aveva fatto per combatterne l’attività.
Elementi filotedeschi degli Stati Uniti applaudirono entusiasticamente all’opera della Commissione Dies. Fritz Kuhn, capo della Lega tedesco-americana, disse a corrispondenti di giornali: « Sono favorevole a che essa (la Commissione) venga di nuovo nominata e le auguro di trovare molto denaro ». L’agente nazista George Sylvester Viereck dichiarò: Nutro la più grande deferenza per la Commissione Dies e aderisco al suo programma ». William Dudley Pelley, capo delle Camicie d’Argento, affermò: « Io ho fondato le Camicie d’Argento… per propagandare esattamente gli stessi principi che Dies e la sua Commissione si sono impegnati ora a propugnare ».
L’ex deputato Samuel Dickstein denunciò che « 110 organizzazioni fasciste del nostro paese hanno in mano le chiavi della Commissione per le Attività Antiamericane ». Il giornale « The New World », organo ufficiale della diocesi di Chicago, osservò, al tempo dell’episcopato del defunto cardinale Mundelein: « Se è veramente una Commissione per indagare sulle attività antiamericane, dovrebbe cominciare con l’indagare su se stessa ».

[2] Quando nel febbraio 1947 il rifugiato antinazista e comunista Gerhart Eisler fu dalla Commissione designato come « il principale agente del Crernlino » in America ed arrestato dietro sua raccomandazione dal F.B.I., i testimoni che brillarono contro Eisler furono: Ruth Fisher, che era stata coinvolta, nel movimento trotskista europeo; Louis Budenz, rinnegato comunista amencano, e William Nowell, ex spia antioperaia, che aveva servito come confidente di Gerald L. K. Smith, ex Camicia d’ argento n. 3223.

[3] Nel maggio del 1947 A. F. Whitney, presidente della Brotherhood of Railroad Trainmen (Fratellanza dei Ferrovieri) ammonì che la campagna anticomunista negli Stati Uniti era « deliberatamente istigata da fascisti americani per favorire i propri fini malvagi ». In un articolo sull’organo del suo Sindacato, Whitney dichiarò: « Se i fascisti riusciranno a distrarre la gente con le chiacchiere sul comunismo, si accrescerà per essi la possibilità di schiacciare la democrazia . Noi dobbiamo volgere gli sforzi del paese e la nostra propaganda alla eliminazione del fascismo americano, responsabile del rialzo del prezzi, della legislazione contro i lavoratori, della scarsità di abitazioni, dei profitti eccessivi, della diminuita capacità d’acquisto, della caccia all’uomo ».

Indice

Prefazione

Libro primo
Rivoluzione e controrivoluzione.

Capitolo 1 Sorge il governo sovietico
Capitolo 2 Contrappunto
Capitolo 3 Il grande spione
Capitolo 4 Avventura siberiana
Capitolo 5 Pace e guerra
Capitolo 6 L’intervento

Libro secondo
Segreti del cordone sanitario.

Capitolo 7 La crociata bianca
Capitolo 8 Singolare carriera di un terrorista
Capitolo 9 Alla frontiera finlandese
Capitolo 10 Vigilia di guerra
Capitolo 11 Fine di un’èra

Libro terzo
La « quinta colonna» della Russia.

Capitolo 12 La via del tradimento
Capitolo 13 Genesi di una « quinta colonna»
Capitolo 14 Tradimento e terrore
Capitolo 15 Assassinio nel Cremlino
Capitolo 16 Giorni decisivi
Capitolo 17 La fine della storia
Capitolo 18 Assassinio nel Messico

Libro quarto
La seconda guerra mondiale e il dopoguerra.

Capitolo 19 La seconda guerra mondiale
Capitolo 20 Anti-Comintern americano
Capitolo 21 Pace o guerra?

Finito di stampare nella Tipografia Francesco Toso
Torino il 31 Marzo 1948

F I N E

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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