DUE LIBRI A CONFRONTO

DUE LIBRI A CONFRONTO

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Uno è recentissimo, quello di Domenico Losurdo, l’altro, del marxista belga Ludo Martens, che è stato tradotto e pubblicato due anni fa. Ovviamente il confronto fra i due libri devono farlo i lettori interessati alla storia del comunismo.
Riportiamo due lettere in cui si critica il libro di Losurdo scritte da Amedeo Curatoli. Il compagno Losurdo, come è ovvio che sia, ha difeso il suo lavoro rispondendo alle critiche mossegli, però non ha voluto che fossero rese pubbliche le sue lettere di risposta. Si può solo aggiungere che è stata una polemica abbastanza dura ma leale, come si conviene a due compagni che hanno militato insieme nel movimento marxista leninista.

Napoli, 10.11.2008
Caro Mimmo Losurdo,
non capisco perché hai scritto un libro così. La storia dei contrasti all’interno del Pcb, per come l’hai descritta tu, non avvicinerà all’Urss di Stalin nessun titubante, e a un trotskista che ti leggerà gli farà male meno di quanto abbia fatto male a me. Io a un certo punto ho smesso di leggerti. Mi sono fermato a metà strada. Era troppo penoso, non ho voluto più continuare. Tu non conosci i processi di Mosca, non sai chi era Trotski e neanche chi realmente erano Bucharin, Zinoviev Kamenev, Rikov e gli altri della congiura. Se tu avessi letto questo documento avvincente e drammatico (che furono processi pubblici alla presenza della stampa mondiale) non presenteresti Trotski come un dirigente sconfitto (e agli sconfitti vanno sempre le simpatie del pubblico). Trotski e i suoi accoliti sono stati dei criminali. La polemica del partito bolscevico con Trotski, Zinoviev, Kamenev è durata quattro anni, è stata una polemica politica pubblica che ha investito il movimento comunista mondiale. I comunisti occidentali non hanno mai dato prova di saper affrontare le polemiche interne con tanta chiarezza, coraggio, determinazione, in campo aperto, dove gli esiti non erano amministrativamente scontati, ma dove si vinceva per superiorità teorica e politica applicata alla pratica (e in Urss la pratica era la costruzione del socialismo in un sesto delle terre emerse). I bolscevichi se la sono scritta la loro storia, ma tu, da storico, l’hai ignorata. Si chiama “Storia del partito comunista (bolscevico)” i cui autori sono Stalin, Molotov, Voroscilov, Kaganovic, Mikoyan, Zdanov, Beria. Evidentemente l’hai ritenuto un ridicolo documento propagandistico . In tal caso avresti dovuto citarlo e dimostrarne l’inconsistenza. Ma l’hai ignorato. Hai voluto riscriverla tu, daccapo, questa storia, e la grandiosa polemica teorico-ideologico-politica fra la maggioranza bolscevica e la minoranza trotskista (non fu assolutamente un contrasto personale Stalin-Trotski) hai voluto chiamarla: terza guerra civile. Hai detto che la guerra civile non finì con la sconfitta degli eserciti bianchi (“come erroneamente si crede”!) ma con il cosiddetto Grande terrore del 1937. Hai peccato di modestia e avvedutezza, credo. Hai avuto una sconfinata fiducia in te stesso, hai voluto reimpostare tu la storia dei bolscevichi, hai voluto fare una nuova periodizzazione di quella storia.

Stalin, che era segretario generale del Pcb davvero avrebbe potuto tappare la bocca a Trotski e drasticamente ridurre i tempi della polemica. Ma non volle, intese portarla fino in fondo perché si sentiva forte del suo ancoraggio al leninismo. Si sentiva forte, aveva seguito Lenin fin dal 1901 e anche da prima, non ne era stato un discepolo pedissequo e servile. Scrisse un opuscolo geniale che era la popolarizzazione del che fare di Lenin (vattelo a rivedere, è sul 2° vol. delle sue opere complete). Stalin disprezzava le capacità teoriche di Trotski che si era invece sempre polemicamente contrapposto a Lenin su tutte le questioni di principio, di tattica e di strategia (gli Editori riuniti pubblicarono a suo tempo un libro: “Lenin su Trotski” che è una rassegna non solo degli errori ultrasinistri di Trotski, ma anche della sua doppiezza, slealtà e disonestà nei metodi di lotta politica). Quando all’interno del partito bolscevico venne fuori qualcuno che riteneva un lusso eccessivo protrarre così a lungo lo scontro teorico con i trotskisti fu Stalin che insorse contro la sottovalutazione dell’importanza di quello scontro. Da una tale magnifica polemica Stalin ne uscì non vincitore ma trionfatore, e conquistò la maggioranza del partito bolscevico non con metodi amministrativi, ma sul campo di battaglia della teoria e dei principi, perché dimostrò di avere un acume teorico talmente superiore da isolare e azzerare gli avversari Kamenev Zinoviev e Trotski i quali ultimi furono costretti a fare anche delle penose e vili marce indietro esponendosi al ludibrio dei loro compagni di partito. E fu da allora, proprio per la ignominiosità della disfatta politica e teorica subita in campo aperto, che costoro votarono un odio mortale e implacabile a Stalin. Forse noi la faremmo con maggiore fair play una polemica del genere. Ma quelli erano altri tempi, erano i tempi di Lenin, e quando Lenin doveva distruggere qualcuno non badava a spese. Poi, quel modo duro di scontrarsi non era solo di Stalin, tutt’altro. Fu Trotski che accusò Stalin di termidorismo, cioè gli disse: tu sei un controrivoluzionario; fu Trotski che osò avanzare la “tesi Clemenceau” : se invadono l’Urss -disse- noi trotskisti spazziamo via “il pattume”(la maggioranza legittima del Pcb) e vado io al potere. Stalin rise di queste buffonate, chiamò Trotski ‘Clemenceau da operetta’ suscitando ilarità generale. Non si è mai spinto a quei livelli di violenza verso Trotski, gli bastava l’ironia. Comunque da quello scontro i bolscevichi ne uscirono arricchiti politicamente, teoricamente e ideologicamente.

In Italia, in regime fascista, i comunisti che clandestinamente preparavano il congresso di Lione, studiavano i documenti contrapposti di quella polemica, dove c’erano, integralmente, scritti originali e non contraffatti di Trotski da una parte, e interventi di sostenitori della maggioranza bolscevica che confutavano le posizioni trotskiste dall’altra. Io ce l’ho questo documento, che testimonia di un modo di fare politica che noi comunisti occidentali ce lo siamo sempre sognato. Da noi c’era il Migliore, e chi mai sarebbe potuto arrivare all’altezza stratosferica del Migliore e contestargli le sciocchezze antimarxiste della via italiana al socialismo senza essere esecrato, isolato, schiacciato, considerato un pidocchio? Mi ricordo, nel 61 -62, nella sezione napoletana del Pci cui mi iscrissi, e che era un covo di dissidenti antitogliattiani, mi ricordo che si diceva sempre: stavolta Ingrao attacca, al prossimo congresso Ingrao attacca, ma quel codardo non ha mai “attaccato”. Però, anni dopo, il coraggio di complimentarsi con Bertinotti l’ha avuto, quando gli disse: bravo! hai fatto i conti fino in fondo non solo con lo stalinismo, ma anche con il leninismo (è facile attaccare i morti, no?). Insomma non abbiamo mai avuto il piacere di educarci politicamente (piacere che invece i bolscevichi hanno avuto) sulla base di uno scontro in campo aperto dove si misuravano due linee politiche contrapposte. (Ti ricordi la scissione Cossutta-Bertinotti? Fu una scissione afasica, dove ogni compagno venne messo, dalla sera alla mattina, di fronte all’inderogabile necessità di schierarsi senza avere il piacere di leggere documenti, ma facendo ricorso al loro istinto, forse, o alle loro simpatie personali, per scegliere in fretta, perché non c’era tempo, con chi stare. Non fu così? Non fu quello un episodio di malcostume togliattiano, uno scontro di camarille revisioniste di vertice di cui vennero tenuti all’oscuro i militanti tradizionalmente ritenuti, da Togliatti in poi, semplici portatori d’acqua?). Ma ritorniamo all’argomento serio: nel movimento comunista mondiale tutti sapevano di che cosa si stava parlando. Non era una guerra civile, caro Mimmo, era -ripeto- una grandiosa polemica fra marxisti leninisti e ultrasinistri-capitolazionisti. Se la chiami guerra civile sei tu che di quello scontro ne dai una rappresentazione teratologica, sei tu che immergi la storia dell’Urss di quel periodo nel clima tenebroso da corte rinascimentale quando il duca Valentino disse “vengano le frutta” e i sicari, sbucati fuori dai tendaggi, fecero fuori Vitellozzo Vitelli.

Che senso ha dire di Trotski: capo geniale dell’esercito rosso (il che non è vero perché fu destituito da quell’incarico per gravi errori militari commessi e sostituito da Stalin), che senso ha citarlo decine di volte, che senso ha parlare di “acume” politico di Bucharin che progettò l’assassinio di Lenin all’epoca della pace di Brest-Litovsk (cosa che ha confessato al processo del 1938), che senso ha dissotterrare cadaveri putrefatti come Kerenski (che diede la caccia a Lenin per fargli fare la fine di Libknecht e Luxemburg), che senso ha lasciare nel dubbio i lettori sull’omicidio di Kirov (Zinoviev e Kamenev ne furono gli organizzatori rei confessi) o peggio ancora, riecheggiare, sia pure di sfuggita, e quindi alimentare, tuo malgrado, la diceria mostruosa che ad uccidere Kirov sia stato lo stesso Stalin? Che senso ha citare i capi di quella cospirazione, nel modo in cui tu lo fai, se non quello di rivalutarli obiettivamente come leaders politici sconfitti che magari hanno sbagliato (e -ripeto- agli sconfitti vanno sempre le simpatie dei lettori)? Io riesco a capire che si possano avere dei dubbi sull’autenticità delle confessioni ai processi di Mosca (l’imperialismo e la socialdemocrazia scatenarono una campagna denigratoria verso quei processi) ma allora, innanzitutto bisogna citarli questi processi, e poi avere la capacità di confutarli. Semplicemente ignorarli come hai fatto tu -e parlare, spaventando la gente, di Grande Terrore- significa non fare un buon servizio alla Verità della storia (esisterà pure una Verità storica no?). C’è anche un opuscolo che raccoglie scritti di Dimitrov, Ercoli, Krupskaia, Ficher e Ponomariov sul processo del 1936, dal titolo : “Il complotto contro la rivoluzione russa”. Sia questo libro, sia la Storia del Pcb di cui sopra definiscono i trotskisti, gli zinovievisti e i buchariniani spie, sabotatori, assassini (l’omicidio di Maxim Gorki fu una delle cose più scellerate di questa banda criminale), agenti di potenze fasciste (hitleriani e giapponesi) i quali ultimi appoggiarono il loro complotto e con cui i congiurati, millantando credito, contrattarono lo smembramento dell’Urss promettendo che avrebbero “concesso” l’Ucraina ai nazisti e i Territori d’Estremo oriente ai fascisti giapponesi in caso di disfatta militare dell’Urss su cui i congiurati stessi puntavano. Perché non citare queste fonti? E’ tutta becera propaganda? Dimostriamolo se ne siamo capaci, ma ignorarli è la peggior cosa da fare. Hai preso in prestito da Bucharin la Notte di san Bartolomeo (orrendo massacro) per parlare della collettivizzazione “forzata” dell’agricoltura. Non fu affatto una Notte di san Bartolomeo: i contadini poveri cominciarono ad aderire ai Kolkos perché sulla base dell’esperienza compresero che si trattava di una forma superiore rispetto alle cooperative, poi questo movimento di adesione alle fattorie collettive divenne travolgente, di massa, e si commisero anche errori di ultrasinistrismo. Fu una rivoluzione, una rivoluzione dall’alto ma anche dal basso, ed ogni rivoluzione non è esente da eccessi. Si stava compiendo l’esproprio generalizzato della classe capitalistica (agraria) più numerosa esistente in Russia, la classe dei Kulak (contadini ricchi), e di questo esproprio furono artefici i contadini poveri che arrivarono anche a forme di regolamenti di conto (tu, che sei un implacabile accusatore di tutte le ipocrisie liberali non puoi però riservare a te stesso il diritto di guardare alle rivoluzioni con le lenti deformanti prese a prestito dal liberalismo). Ma poi, scusa, quante furono e chi furono le vittime della collettivizzazione “forzata”: mille, diecimila, dieci milioni? Perché non lo dici?

Quando hai difeso Hegel finanche da Marx ed Engels (!), quando, unico intellettuale europeo, hai ridimensionato la figura mitica di Nietshe a “ribelle aristocratico”, quando hai sbriciolato la grande menzogna borghese che si nasconde nella parola “liberalismo” ripercorrendone la vera storia, nuda e cruda, senza orpelli, bene, quando facevi tutte queste belle cose non eri solo uno storico e un filosofo rigoroso, ma anche un marxista combattivo che scendeva in trincea, e lì ti sei conquistata l’ammirazione di tutti i rivoluzionari che ti hanno letto. A me personalmente, in questa tua “Storia e critica di una leggenda nera” dai l’impressione di uno scienziato che entra nel suo laboratorio, indossa il camice bianco e su una fredda lastra di marmo disseziona la storia del comunismo. Che non è più l’episodio esaltante del XX secolo, esaltante al punto che gli operai di ogni latitudine dicevano “facciamo come la Russia”, “ha da venì”, ma che, sotto il tuo bisturi, diventa una sequela di guerre civili, di Grandi terrori, di collettivizzazioni “forzate”, di Notti di San Bartolomeo,di riconoscimenti del “genio militare” di Trotski e dell’”acume” di Bucharin.
Mi potresti accusare di dogmatismo, di rifiutarmi con caparbietà di ascoltare le note dissonanti, di accoglierle con entusiasmo quando si tratta di Nietshche e di liberalismo ma di ricusarle quando si parla di comunismo. Ma non è così. Anch’io mi scervello da anni sulla fine dell’Urss, e so per certo (scusa la presunzione) che uno dei motivi fondanti di quella ignominiosa fine sta nel culto della personalità, nel contrasto assordante e insopportabile fra una cosa modernissima e civilissima quale fu la Russia rivoluzionaria uscita dal seno dell’autocrazia centonera e una cosa medioevale e barbara quale fu il culto della personalità. Ma di questo retaggio barbarico non fu responsabile il solo Stalin (e secondo me non fu neanche il principale responsabile) ma tutti i comunisti sovietici, tutto il partito dal vertice alla base.

Primo, perché la Russia non ha mai conosciuto la democrazia politica, secondo perché quel paese ha vissuto sempre sotto la minaccia incombente di un’aggressione militare imperialista (che puntualmente è avvenuta) e dunque occorreva -per difendere quella rivoluzione- un illimitato potere di comando. Il culto e la divinizzazione del capo fu un sistema asfissiante, una spirale verso il basso ormai incontrollata e incontrollabile che ha prodotto lutti e trascinato con sé la dissoluzione di quella società ancorché avesse realizzato prodigi di progressi in tutti i campi. La medioevale, ributtante, selvaggia, barbara glorificazione del capo ha precluso al popolo la libertà di espressione (sono contrario a quei cretini che dicono che la libertà di espressione è borghese) e ciò è accaduto proprio quando il livello culturale del grande popolo russo esigeva che quella libertà si dispiegasse pienamente. Ridurre tutto all’autocrazia del singolo spiega solo un centesimo del dramma: Stalin non era autocrate, lasciamo che siano i liberali a definirlo tale. Egli, che impersonava l’edificazione della prima società socialista vittoriosa, fu la prima vittima di quel culto. A lui è toccato in sorte di essere assimilato ad una delle figure più obbrobriose della storia, a Hitler. In Urss si facevano congressi, si stabilivano linee approvate da congressi, non era autocrazia, l’autocrazia era quella degli zar che non dovevano misurarsi con congressi per far valere il dispotismo, perché il loro potere era di diretta promanazione divina. Ma poi, Mimmo, non è stato Krusciov che ha ridotto tutto alla figura “autocratica” di Stalin?
I cinesi, in particolare il grande Deng Xiaoping (grande perché ancorché vittima della “rivoluzione culturale” e di Mao, ha salvato Mao dalla demonizzazione) hanno risolto il problema in modo laico, moderno, senza eccessive drammatizzazioni, hanno stabilito per legge, per statuto, che giunti sulla soglia dei 70 anni i dirigenti devono togliersi dai coglioni. Le cariche a vita sono una mostruosità medioevale, sono pratiche oscurantiste vaticane, incompatibili con la civiltà, la cultura, la modernità di una nazione della nostra epoca.
Scrivesti una volta che la ricostruzione di un punto di vista marxista comporta il superamento delle vecchie polemiche fra stalinismo e trotskismo, dicesti che “bisogna saper accogliere in un ideale Pantheon rivoluzionario Trotski e Stalin assieme a Lenin e Bucharin, (…) Mao assieme a Liu shaoqi e a Deng Xiaoping” e poi aggiungesti, volgendo lo sguardo al passato, che in questo ideale Pantheon c’è posto per Robespierre e Danton. Sarà davvero, un simile ragionamento, la ricostruzione di un punto di vista marxista? La tua “Storia e critica di una leggenda nera” parte proprio dal presupposto del Panteon omnicomprensivo. Solo così si spiega la tua equidistanza. Sicuramente nel Pantheon vanno inclusi Mao, Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, a dispetto di tutti i chiacchieroni ‘comunisti’ che parlano di Cina capitalista. Ma non è marxisticamente proponibile includere anche Trotski e Bucharin nel Pantheon. Se -ripeto ancora una volta chiedendoti scusa per la petulanza- tu conoscessi i resoconti stenografici dei processi di Mosca del 1936-37 e 38, abbandoneresti la teoria del Pantheon. Ma anche l’idea di accomunare Robespierre e Danton non regge, farebbe rivoltare nella tomba il grande storico della Rivoluzione francese Lefebvre, il quale è riuscito a dimostrare con inoppugnabili prove documentali che effettivamente Danton si era venduto allo straniero e aveva complottato contro la Repubblica. La putrida borghesia francese, nel primo centenario della Rivoluzione eresse a Danton un grandioso monumento nel cuore di Parigi, mentre, a distanza di oltre due secoli, non una strada o un vicoletto della capitale francese è stata intestata all’Incorruttibile.
Un fraterno saluto comunista,
Amedeo Curatoli

13.11.208
Caro Domenico Losurdo,
mi ha colpito sentirti dire che abbandoni la teoria del Pantheon. Non me lo sarei aspettato. Ciò testimonia della tua onestà e coraggio. In verità scrivi: “ho cancellato o modificato profondamente la parte relativa al Pantheon”. Meglio sarebbe stato se tu l’avessi cancellata del tutto.
Sull’assasinio di Kirov non ho preso nessun abbaglio. Tutte le pagine (e non sono poche) che dedichi a quell’episodio, sono fuorvianti, contengono citazioni da Curzio Malaparte (ma come! abbiamo i resoconti stenografici dei processi agli organizzatori rei confessi di quel delitto e tu citi Malaparte?!) e vi sono anche tanti (troppi) riferimenti a Trotski le cui parole tu prendi sul serio senza renderti conto che sono delle rivoltanti falsità. E’ davvero incredibile: a quasi 70 anni dalla sua morte quest’uomo malefico ha il potere di mettere nel sacco anche te! Insomma, chi ha ucciso Kirov? Un giovane bolscevico rivoluzionario in rivolta contro la “burocrazia” oppure Trotski per mano di un sicario? Nei processi agli zinovievisti (1936), ai trotskisti (1937) e ai buchariniani (1938) vennero giudicati non solo i capi più noti: al primo processo furono 16, al secondo 17, al terzo 21, per un totale di 54. Tranne i medici che assassinarono Gorki (su ordine di Yagoda che eseguiva una direttiva di Trotski), tutti gli altri imputati rinunziarono agli avvocati difensori ed ebbero diritto di pronunciare, alla fine degli interrogatori e prima della sentenza finale, la loro autodifesa, senza limiti di tempo. Dai loro ultimi discorsi, ancor più che dagli interrogatori, si comprende di che pasta fossero fatti i capi della congiura. Alcuni imputati si comportarono con dignità e coraggio, altri domandarono la commutazione della pena, alcuni fecero delle penose implorazioni di aver salva la vita, e vi fu tra loro anche chi (non certo i capi Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, Sokolnikov, Bukarin, Rikov e Yagoda) si pentì davvero dei crimini commessi e si dichiarò indegno di ottenere la grazia. I capi non intendevano ammettere i due delitti più scellerati: l’assassinio di Gorki e la collusione con i servizi segreti hitleriani, ma furono obiettivamente smascherati dalle deposizioni precise e puntuali degli altri congiurati. Sapevano tutti di andare a morire: o accettare il disonore ma comportarsi con una certa dignità, oppure negare. Un solo imputato, Yagoda (il numero 2 dei servizi segreti), cercò di negare tutto, ridicolmente, perché fu smentito dai i suoi compagni di sventura. Il comportamento più viscido e astuto fu quello di Bucharin che tentò la carta del dirigente teorico-ideologico della congiura, non pratico, ma anch’egli venne contraddetto dagli altri imputati. Tutti i capi ammisero di aver organizzato l’omicidio di Kirov su direttiva di Trotski (un conto era ammettere metodi terroristici per impossessarsi del potere, altra cosa confessare pubblicamente di essersi posti al servizio della Germania nazista).
Non so perché tu citi uno storico trotskista russo che dice:”I processi di Mosca non furono un crimine immotivato e a sangue freddo bensì la reazione di Stalin nel corso di un’acuta lotta politica”. Tante parole, altrettante falsità. I processi di Mosca furono una reazione di Stalin? Non diciamo sciocchezze, i servizi segreti nel 1935-36 scoprirono (in parte) la cospirazione, arrestarono i congiurati e li deferirono al Tribunale militare per alto tradimento, come si fa in ogni paese, socialista o capitalista che sia. Poi via via caddero nella rete gli altri e seguirono altri processi. Che c’entra la “reazione” di Stalin? E poi, questa cosiddetta reazione di Stalin fu davvero il riflesso di un’acuta lotta politica? Neanche per idea: in primo luogo, la vera, acuta lotta politica si dipanò dal 24 al 27, interessò tutto il movimento comunista internazionale e si concluse con la vittoria della maggioranza (la stragrande maggioranza) del partito bolscevico sull’opposizione; in secondo luogo, nell’avallare l’idea che vi fosse un’acuta lotta politica (e anche tu purtroppo sei di quest’idea – non a caso citi lo storico di cui sopra) si attribuisce al processo un significato di vendetta politica. Che è una stupidaggine, un falso storico. I processi sono stati intentati ad una banda di criminali terroristi, sabotatori e spie colluse con potenze straniere. I processi si sono fatti contro la Quinta colonna organizzata e diretta dall’esterno da Trotski. Sarà drammatico, sconvolgente, incredibile che amici personali di Lenin come Bucharin , Zinoviev e Kamenev vi abbiano preso parte. Ma fu così.
Io ho trovato tutti gli atti del controprocesso-farsa (che pubblicheremo sul nostro sito) che si svolse nella villa messicana di Trotski dal 10 al 17 aprile del 1937 e a cui si prestò -dando prestigio all’evento- il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey. Nella lunga autodifesa che pronunziò per screditare i processi di Mosca, Trotski, al fine di dimostrare la sua estraneità alla congiura, non esitò ad attaccare e talvolta a ridicolizzare uomini come Piatakov, Radek o Sokolnikov che erano stati appena fucilati per aver messo in pratica le sue criminali direttive. Basterebbe solo quest’atto di suprema viltà e nefandezza per togliere a chiunque il desiderio di prendere quest’uomo (se così è lecito chiamarlo) in seria considerazione. Nel tuo libro l’hai citato 77 volte ed hai riportato ampi stralci delle sue menzogne e falsità prendendole per cose serie! Ma tu hai una scusante: non conosci né il finto, né il vero processo. E’questa la principale critica che io muovo a te storico. Non ti rimprovero di non utilizzare un linguaggio squillante (a parte il fatto che in tante tue polemiche tu usi per davvero un linguaggio squillante e a me piace), ti rimprovero l’equidistanza, che non è uno stile letterario ma una debolezza politica. C’è un altro compagno che ha scritto uno o due anni prima di te un libro su Stalin, si chiama Ludo Martens, è un marxista belga. Se per caso non hai questo libro, mandami un tuo indirizzo che te lo spedisco immediatamente. E’ un lavoro che mi è piaciuto più del tuo, perché può aiutare a vincere dei pregiudizi e non è un opuscolo di propaganda, né mi aspettavo da te un opuscolo di propaganda. Ludo Martens conosceva i processi di Mosca.
Ma lascia che ti dica un’ultima cosa. Ho scoperto, sfogliando la bibliografia, che hai chiuso la tua ricerca con due dotte citazioni di Tucidide e Senofonte. Ti chiedo: si è trattato di un’ultima, inconsueta difesa di Stalin o non piuttosto di un suo elegante (proprio da gran finale) affondamento?
Anch’io ti saluto con l’amicizia e la franchezza di sempre.
Amedeo Curatoli

Qui occorre una precisazione: Losurdo mi ha fatto notare che il brano contenente le citazioni di Tucidide e Senofonte non era suo ma di Canfora. Ammetto la gaffe. A mia discolpa posso solo dire che l’errore di attribuzione deriva dal fatto che mi sono rifiutato di leggere tutto il libro -come dico all’inizio della prima lettera. Resta però il fatto, verificabile da chi interpreterà il saggio di Canfora, che le due citazioni di cui sopra sono servite non ad “esaltare Stalin” (come mi ha scritto Losurdo) ma a trovare una forma elegante e dottorale -la più vigliacca possibile, proprio come usa fare la quasi totalità dei professori universitari- per affondare Stalin. Canfora, in un indegno intervento contro Stalin fatto ad un seminario denominato “Lenin e il Novecento” tenuto ad Urbino nel ’94, i cui lavori furono pubblicati dalle Edizioni “La Città del Sole”, Canfora, dicevamo, è ricorso alle più volgari falsificazioni storiche a proposito del cosiddetto Testamento di Lenin. Del resto tutto il convegno (che ha prodotto un librone di oltre settecento pagine) è per gli otto o i nove decimi contro la figura di Stalin. Se avessi un “amico” come Canfora che andasse in giro ad “esaltarmi” come fa con Stalin, non mi resterebbe che sospirare il proverbiale: dagli amici mi guardi iddio.
di don Amedeo .Curatoli


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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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