Lenin :PACIFISMO BORGHESE E PACIFISMO SOCIALISTA

PACIFISMO BORGHESE E PACIFISMO SOCIALISTA

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(Scritto a Zurigo il 1° gennaio 1917. Pubblicato per la prima volta in Miscellanea di Lenin, II, 1924. Opere vol. 23)

1.   UNA SVOLTA NELLA POLITICA MONDIALE

Alcuni sintomi mostrano che tale svolta è già avvenuta o sta per avvenire: la svolta, appunto, dalla guerra imperialista alla pace imperialista.

I sintomi principali sono: il grave e incontestabile logoramento delle due coalizioni imperialiste; la difficoltà di continuare la guerra; la difficoltà, per i capitalisti in genere e per il capitale finanziario in particolare, di strappare ai popoli qualche altra cosa, dopo aver tolto loro la prima e la seconda pelle con gli scandalosi profitti “di guerra”; la saturazione del capitale finanziario dei paesi neutrali: Stati Uniti, Olanda, Svizzera, ecc., il quale ha assunto dimensioni gigantesche per mezzo della guerra e non può portare avanti quest’affare “redditizio” a causa della penuria di materie prime e di derrate alimentari; i rinnovati tentativi della Germania di separare l’uno o l’altro alleato dal suo principale avversario imperialista, l’Inghilterra; i discorsi di pace del governo tedesco e, sulle sue orme, di altri governi dei paesi neutrali.

Vi è qualche probabilità che la guerra si concluda presto?

È molto difficile rispondere affermativamente a questa domanda. A nostro giudizio, due possibilità si delineano con una certa precisione.

La prima è la conclusione di una pace separata tra la Germania e la Russia, anche se non nella solita forma di un trattato formale scritto. La seconda è che questa pace non viene conclusa, che l’Inghilterra e i suoi alleati sono realmente in condizione di resistere ancora un anno, due o più ancora. Nel primo caso la guerra finirà inevitabilmente, se non subito, in un prossimo avvenire, e non si possono attendere cambiamenti importanti nel suo andamento. Nel secondo caso la guerra può prolungarsi indefinitamente.

Soffermiamoci sulla prima eventualità.

Non c’è dubbio che tra la Germania e la Russia si sono svolte recentemente trattative per una pace separata, che Nicola II o la cricca molto influente della corte sostiene questa pace, che nella politica mondiale si è delineata una svolta dall’alleanza imperialista della Russia con l’Inghilterra contro la Germania all’alleanza non meno imperialista della Russia con la Germania contro l’Inghilterra.

La sostituzione di Stürmer con Trepov, la dichiarazione pubblica dal governo zarista che il “diritto” della Russia su Costantinopoli è riconosciuto da tutti gli alleati, la costituzione di uno Stato polacco a sé stante da parte della Germania: tutti fatti che paiono rivelare che le trattative per una pace separata sono fallite. Forse lo zarismo ha intavolato questi negoziati soltanto per ricattare l’Inghilterra, per ottenere da essa il riconoscimento formale e inequivocabile dei “diritti” di Nicola il sanguinario su Costantinopoli e alcune serie “garanzie” di questi diritti.

Questa ipotesi è tutt’altro che inverosimile, perché il contenuto essenziale, fondamentale della presente guerra imperialista è la spartizione del bottino fra i tre principali concorrenti imperialisti, fra i tre briganti: Russia, Germania e Inghilterra.

D’altra parte, quanto più si delinea per lo zarismo l’effettiva impossibilità militare di riprendere la Polonia, di conquistare Costantinopoli, di spezzare il ferreo fronte tedesco, che la Germania raddrizza, accorcia e consolida meravigliosamente con le sue recenti vittorie in Romania, tanto più lo zarismo è costretto a concludere una pace separata con la Germania, cioè a passare dall’alleanza imperialista con l’Inghilterra contro la Germania all’alleanza imperialista con la Germania contro l’Inghilterra. Perché no? La Russia è stata sul punto di far guerra agli inglesi a causa della concorrenza imperialista tra le due potenze per la spartizione del bottino nell’Asia centrale! E nel 1898 l’Inghilterra e la Germania hanno svolto trattative per allearsi contro la Russia, accordandosi segretamente nella stessa occasione per dividersi le colonie del Portogallo, “nel caso” che quest’ultimo non facesse fronte ai propri impegni finanziari!

Già da alcuni mesi si è profilata in Germania un’accentuata tendenza dei circoli dirigenti imperialisti ad allearsi con la Russia contro l’Inghilterra. Base dell’alleanza sarà, evidentemente, la divisione della Galizia (per lo zarismo è molto importante soffocare il centro della agitazione e della libertà ucraina), dell’Armenia e, forse, della Romania! Un giornale tedesco ha già fatto un “accenno” alla possibilità di spartire la Romania tra l’Austria, la Bulgaria e la Russia! La Germania potrebbe acconsentire a qualche altra “piccola concessione” allo zarismo, pur di realizzare l’alleanza con la Russia, e forse anche con il Giappone, contro l’Inghilterra.

La pace separata potrebbe essere conclusa segretamente tra Nicola II e Guglielmo II. Nella storia della diplomazia non mancano gli esempi di trattati segreti ignorati da tutti, persino dai ministri, fuori che da due o tre persone. Nella storia della diplomazia non mancano gli esempi di “grandi potenze” presentatesi a un congresso “di tutta l’Europa” dopo essersi segretamente accordate tra loro, che erano le rivali più importanti, sulle questioni fondamentali (per esempio, l’accordo segreto tra la Russia e l’Inghilterra per il saccheggio della Turchia prima del congresso di Berlino del 1878). Non ci sarebbe affatto da stupirsi se lo zarismo respingesse una pace separata formale, tra l’altro perché nella situazione attuale della Russia potrebbero andare al governo Miliukov e Guckov o Miliukov e Kerenski, e al tempo stesso stipulasse con la Germania un trattato, non formale, ma non meno “saldo”, in base al quale le due “alte parti contraenti” sosterrebbero concordemente una data linea al futuro congresso della pace!

Non si può dire se quest’ipotesi sia o non sia la realtà. Ma, in ogni caso, è mille volte più verosimile e caratterizza l’effettiva situazione mille volte meglio di tutte le infinite frasi dolciastre sulla pace che i governi attuali e, in genere, i governi borghesi concluderebbero sulla base del rifiuto delle annessioni, ecc. Queste frasi altro non sono che pii desideri o ipocrisia e menzogna con cui si occulta la verità. La verità del nostro tempo, della guerra in corso, degli attuali tentativi di concludere la pace consiste nella spartizione del bottino imperialista. Il compito essenziale dell’azione della politica socialista consiste nel comprendere e proclamare questa verità, “dire come stanno le cose”, a differenza della politica borghese, per la quale l’essenziale è nascondere e smussare questa verità.

Entrambe le coalizioni imperialiste hanno predato una parte del bottino, e proprio i due briganti principali e più forti, la Germania e l’Inghilterra, hanno rubato di più. L’Inghilterra non ha perduto neanche un pollice del suo territorio e delle sue colonie, ma ha messo le mani sulle colonie tedesche e su una parte della Turchia (la Mesopotamia). La Germania ha perduto quasi tutte le colonie, ma ha messo le mani su territori incomparabilmente più preziosi in Europa, occupando il Belgio, la Serbia, la Romania, una parte della Francia, una parte della Russia, ecc. Si tratta di dividere questo bottino, e il capo di ognuna delle bande di briganti, cioè l’Inghilterra e la Germania, deve risarcire in qualche modo i suoi alleati, che, ad eccezione della Bulgaria e in minor misura dell’Italia, hanno perduto moltissimo. Gli alleati più deboli hanno perduto di più: nella coalizione inglese sono stati schiacciati il Belgio, la Serbia, il Montenegro, la Romania; in quella tedesca la Turchia, che ha perduto l’Armenia e una parte della Mesopotamia.

Finora il bottino della Germania è innegabilmente molto più ricco di quello dell’Inghilterra. Fino a questo momento la Germania ha vinto, rivelandosi incomparabilmente più forte di quanto si potesse supporre prima della guerra. È quindi comprensibile che alla Germania converrebbe concludere la pace al più presto, dato che il suo avversario potrebbe ancora, nel caso per lui più vantaggioso (benché poco verosimile), far scendere in campo una cospicua riserva di reclute, ecc.

Tale è la situazione oggettiva. Questa è l’odierna fase della lotta per la spartizione del bottino imperialista. È assolutamente naturale che questa fase abbia suscitato aspirazioni pacifiste, prese di posizione e discorsi pacifisti, soprattutto nelle file della borghesia e in seno ai governi della coalizione tedesca e dei paesi neutrali. È altrettanto naturale che la borghesia e i suoi governi siano costretti a tentare con tutte le forze di ingannare i popoli, coprendo la ripugnante nudità della pace imperialista, la spartizione del bottino, con frasi assolutamente ipocrite sulla pace democratica, sulla libertà dei piccoli popoli, sulla riduzione degli armamenti, ecc.

Ma, se la volontà di ingannare i popoli è naturale per la borghesia, come assolvono il loro dovere i socialisti? Ne parleremo nel prossimo articolo (o capitolo).

2.   IL PACIFISMO DI KAUTSKY E DI TURATI

Kautsky è il teorico più autorevole della II Internazionale, il capo più illustre del cosiddetto “centro marxista” in Germania, il rappresentante dell’opposizione che ha costituito al Reichstag un proprio gruppo, il “Gruppo socialdemocratico del lavoro” (Haase, Ledebour e altri). Parecchi giornali socialdemocratici tedeschi pubblicano attualmente articoli di Kautsky sulle condizioni di pace, in cui viene parafrasata la dichiarazione ufficiale del “Gruppo socialdemocratico del lavoro” a proposito della nota con la quale il governo tedesco propone trattative di pace. Questa dichiarazione esige dal governo la proposta di concrete condizioni di pace: essa contiene tra una proposizione caratteristica come la seguente:

“… Perché questa nota [del governo tedesco] conduca alla pace, è necessario che in tutti i paesi sia nettamente respinta l’idea di annettersi territori stranieri, di subordinare sul piano economico, politico o militare un qualsiasi popolo a un altro potere statale…”.

Parafrasando e concretando questa tesi, Kautsky “dimostra” circostanziatamente nei suoi articoli che Costantinopoli non deve appartenere alla Russia e che la Turchia non deve diventare uno Stato vassallo di un altro Stato.

Consideriamo più attentamente queste parole d’ordine e queste argomentazioni di Kautsky e dei suoi seguaci.

Quando è in causa la Russia, cioè la concorrente imperialista della Germania, Kautsky mette avanti non un’esigenza astratta, “generale”, ma un’esigenza assolutamente concreta, precisa, definita: Costantinopoli non deve appartenere alla Russia. Quando è in causa la Germania, cioè il paese in cui la maggioranza del partito che annovera Kautsky tra i suoi iscritti (e che lo ha nominato direttore del suo organo teorico principale, determinante, la Neue Zeit) aiuta la borghesia il governo a condurre la guerra imperialista, Kautsky non denuncia i concreti propositi imperialisti del suo governo, ma si limita ad un augurio o ad una tesi “generale”: la Turchia non deve diventare uno Stato vassallo di un altro Stato!

In che cosa si distingue allora, per il suo contenuto effettivo, la politica di Kautsky rispetto a quella dei socialsciovinisti (cioè socialisti a parole e sciovinisti nei fatti), per così dire militanti, di Francia e d’Inghilterra, i quali denunciano decisamente i concreti atti imperialisti della Germania, ma si limitano ad auguri o a tesi “generali” quando si tratta dei popoli e dei paesi conquistati dall’Inghilterra e dalla Russia e, mentre strepitano contro l’occupazione del Belgio e della Serbia, non fanno parola dell’occupazione della Galizia, dell’Armenia e delle colonie africane?

Di fatto tanto la politica di Kautsky quanto quella di Sembat-Henderson aiutano i loro rispettivi governi imperialisti, facendo convergere l’attenzione sugli intrighi del rivale o del nemico e gettando un velo di frasi nebulose e generiche e di pii desideri sugli atti altrettanto imperialisti della “loro” borghesia. E noi non saremmo più marxisti e, in generale, non saremmo più socialisti, se ci limitassimo, per così dire, alla contemplazione cristiana delle buone frasi generiche, senza svelarne l’effettivo significato politico. Non vediamo forse continuamente la diplomazia di tutte le potenze imperialiste far pompa di frasi “generali” e dichiarazioni “democratiche” magniloquenti, occultando il saccheggio, la violazione e il soffocamento dei piccoli popoli?

“La Turchia non deve diventare uno Stato vassallo di un altro Stato.” Se dico soltanto questo sono apparentemente un fautore della completa libertà della Turchia. Ma, di fatto, ripeto solo una frase pronunciata di solito dai diplomatici tedeschi, i quali mentono, fanno gli ipocriti a ragion veduta, per nascondere con questa frase il fatto che la Germania ha oggi trasformato la Turchia in un suo vassallo sia finanziario che militare. E, se io sono un socialista tedesco, le mie frasi “generali” riescono utili soltanto alla diplomazia tedesca, perché il loro significato effettivo consiste nell’abbellire l’imperialismo tedesco.

“… È necessario che in tutti i paesi sia nettamente respinta l’idea di annettersi… e di subordinare sul piano economico… un qualsiasi popolo…”. Che magnanimità! Gli imperialisti “respingono” mille volte l’“idea” di annettersi e strangolare finanziariamente i popoli deboli. Ma non è forse necessario opporre alle parole i fatti, da cui risulta che ogni grande banca di Germania, d’Inghilterra, di Francia, degli Stati Uniti domina i piccoli popoli? Può un governo borghese di un paese ricco del nostro tempo respingere nei fatti le annessioni e la subordinazione economica dei popoli stranieri, quando miliardi e miliardi vengono investiti nelle ferrovie e nelle altre imprese dei paesi deboli?

Chi si batte realmente contro le annessioni, ecc.? Colui che getta al vento frasi magnanime, il cui significato oggettivo è assolutamente identico al potere dell’acqua santa cristiana che asperge i briganti coronati e capitalisti? O colui che mostra agli operai che è impossibile metter fine alle annessioni e allo strangolamento finanziario senza rovesciare la borghesia imperialista e i suoi governi?

Ecco ora un esempio italiano del pacifismo predicato da Kautsky.

Nell’organo centrale del Partito socialista italiano, l’Avanti!, del 25 dicembre 1916, il noto riformista Filippo Turati ha pubblicato un articolo che si intitola: Abracadabra. Il 22 novembre 1916, egli scrive, il gruppo parlamentare socialista italiano ha presentato in parlamento una mozione per la pace. In essa, “constatato l’accordo di massima fra i principi proclamati dai rappresentanti delle maggiori potenze nemiche come basi di una pace possibile, invita il governo a promuovere le trattative giovandosi della mediazione degli Stati Uniti d’America e degli altri Stati neutrali”. Così espone il contenuto della mozione socialista lo stesso Turati.

Il 6 dicembre 1916 la Camera “seppellisce” la mozione socialista, “aggiornandone” la discussione. Il 12 dicembre il cancelliere tedesco propone al Reichstag, a proprio nome, ciò che volevano i socialisti italiani. Il 22 dicembre Wilson interviene con una nota, “pedissequa parafrasi — come dice Turati — dei motivi e dei concetti della mozione socialista”. Il 23 dicembre altri Stati neutrali entrano in scena parafrasando la nota di Wilson.

Ci accusano di esser venduti alla Germania, esclama Turati. Non saranno venduti alla Germania anche Wilson e gli Stati neutrali?

Il 17 dicembre Turati tiene in parlamento un discorso che, in un punto, produce una straordinaria — e meritata — sensazione. Ecco il brano, secondo il resoconto dell’Avanti!:

Supponiamo che una discussione come quella che vi propone la Germania sia atta a risolvere facilmente solo talune questioni nelle loro grandi linee, come la evacuazione del Belgio e della Francia, la restaurazione della Romania, della Serbia e, se vi piace, del Monte negro; e io vi aggiungo una rettifica del confine italico per ciò che è indiscutibilmente italiano e risponde a garanzie di carattere strategico…”. A questo punto la Camera borghese e sciovinista interrompe Turati; da ogni parte si grida: “Benissimo! Dunque volete anche voi tutto questo! Viva Turati! Viva Turati!”.

Turati, sentendo che evidentemente qualche cosa non va in questi trasporti della borghesia, tenta di “correggersi” o di “spiegarsi”:

“Signori, — egli dice, — non giochiamo di piccole abilità. Altro è ammettere l’opportunità e il diritto dell’unità nazionale, da noi sempre propugnato, e altro invocare o giustificare la guerra per questo scopo”.

Ma le “spiegazioni” di Turati, gli articoli de l’Avanti! in sua difesa, la lettera di Turati del 21 dicembre, lo scritto di un certo “b. b.” nel Volksrecht di Zurigo non “correggono” minimamente la situazione e non cancellano il fatto che Turati si è tradito! O, meglio, non si è tradito Turati, ma tutto il pacifismo socialista rappresentato anche da Kautsky e, come vedremo più avanti, dai “kautskiani” francesi. La stampa borghese italiana ha avuto ragione d’impadronirsi di questo passo del discorso di Turati e di giubilarne.

Il predetto “b. b.” cerca di difendere Turati, affermando che egli avrebbe parlato soltanto del “diritto di autodecisione delle nazioni”.

Pessima difesa! Che c’entra qui il “diritto di autodecisione delle nazioni”, quando tutti sanno che, nel programma dei marxisti, esso riguarda — come nel programma della democrazia internazionale ha sempre riguardato — la difesa dei popoli oppressi? Che c’entra questo diritto nella guerra imperialista, cioè nella guerra per la spartizione delle colonie, per l’oppressione dei paesi stranieri, nella guerra che i paesi oppressori e rapinatori combattono tra di loro per sapere chi opprimerà un maggior numero di popoli stranieri?

Invocare l’autodecisione delle nazioni per giustificare una guerra imperialista, non nazionale, è forse diverso dal contrapporre, come fanno Alexinski, Hervé, Hyndman, la repubblica in Francia alla monarchia in Germania, benché tutti sappiano che la guerra in corso non è un conflitto tra il principio repubblicano e quello monarchico, ma un conflitto per la spartizione delle colonie, ecc. tra due coalizioni imperialiste?

Turati ha cercato di spiegarsi e di scagionarsi dicendo che non intendeva affatto “giustificare” la guerra.

Prestiamo fede al riformista Turati, al Turati sostenitore di Kautsky, quando dice che non era sua intenzione giustificare la guerra. Ma chi ignora che in politica non contano le intenzioni ma gli atti? non i pii desideri ma i fatti? non l’immaginario ma il reale?

Turati non avrà voluto giustificare la guerra e Kautsky non avrà voluto giustificare la trasformazione della Turchia in Stato vassallo dell’imperialismo tedesco. Ma nei fatti i due ottimi pacifisti sono giunti proprio a giustificare la guerra! Ecco il punto. Se Kautsky, non in una rivista tanto noiosa che nessuno la legge, ma dalla tribuna parlamentare, dinanzi a un pubblico borghese vivace, impressionabile, con un temperamento meridionale, avesse pronunciato una frase come:

“Costantinopoli non deve appartenere alla Russia, la Turchia non deve diventare uno Stato vassallo di un altro Stato”, non sarebbe stato affatto sorprendente che i borghesi più arguti esclamassero: “Benissimo! Perfetto! Viva Kautsky!”.

Turati si è posto di fatto — l’abbia voluto o no, ne abbia avuto o no coscienza — dal punto di vista di un sensale borghese che proponga un’amichevole transazione fra predoni imperialisti. La liberazione “delle terre italiane appartenenti all’Austria sarebbe di fatto una ricompensa camuffata, concessa alla borghesia italiana per aver preso parte alla guerra imperialista al fianco di una potente coalizione imperialista. Sarebbe un’aggiunta trascurabile alla spartizione delle colonie in Africa, alla delimitazione delle sfere d’influenza in Dalmazia e in Albania. È forse naturale per il riformista Turati allinearsi con la posizione borghese, ma in concreto Kautsky non si distingue affatto da Turati.

Per non abbellire la guerra imperialista, per non aiutare la borghesia a spacciare falsamente questa guerra come una guerra nazionale, di liberazione dei popoli, per non trovarsi sulle posizioni del riformismo borghese, si doveva parlare non come Kautsky e Turati, ma come Karl Liebknecht. Si doveva dichiarare alla propria borghesia che essa è ipocrita quando parla di liberazione nazionale. Che la guerra in corso non può concludersi con una pace democratica, se il proletariato non “rivolge le armi” contro i propri governi.

Questa e solo questa poteva essere la posizione di un vero marxista, di un vero socialista e non di un riformista borghese. Lavora realmente per la pace democratica non chi ripete i pii propositi del pacifismo, che non dicono niente e a niente impegnano, ma chi denuncia il carattere imperialista della guerra in corso e della pace che essa prepara, chi chiama i popoli alla rivoluzione contro i governi criminali.

Qualcuno cerca a volte di difendere Kautsky e Turati dicendo che legalmente non si poteva andare più in là di un “accenno” contro il governo e che un tale “accenno” pur esiste nei pacifisti di questo genere. Bisogna replicare che, in primo luogo, l’impossibilità di dire la verità legalmente non depone in favore dell’occultamento della verità, ma esige invece che si crei un’organizzazione e una stampa illegale, libera cioè dalla polizia e dalla censura; in secondo luogo, che vi sono momenti storici nei quali un socialista è tenuto a rompere con ogni legalità; in terzo luogo, che persino nella Russia feudale, Dobroliubov e Cernyscevski seppero dire la verità in un caso tacendo sul manifesto del 19 febbraio 1861, in un altro dileggiando e svergognando i liberali di quel tempo, che facevano esattamente gli stessi discorsi di Turati e di Kautsky.

Nel prossimo articolo passeremo al pacifismo francese, che ha trovato espressione nelle risoluzioni di due recenti congressi di organizzazioni operaie e socialiste in Francia.

3.   IL PACIFISMO DEI SOCIALISTI E DEI SINDACALISTI FRANCESI

Proprio in questi giorni sono terminati i congressi della CGT (Confédération générale du travail) francese e del Partito socialista francese. In questi congressi il reale significato e l’effettiva funzione del pacifismo socialista nel momento presente si sono delineati con singolare chiarezza.

Ecco la risoluzione del congresso sindacale, approvata all’unanimità, cioè tanto dalla maggioranza degli sciovinisti arrabbiati, capeggiati dal tristemente famoso Jouhaux, quanto dall’anarchico Broutchoux e dallo… “zimmerwaldiano” Merrheim:

“La conferenza delle federazioni corporative nazionali, delle unioni sindacali e delle Camere del lavoro, prendendo atto della nota del presidente degli Stati Uniti, che “invita tutte le nazioni belligeranti a esporre pubblicamente le loro opinioni sulle condizioni alle quali la guerra potrebbe aver termine”

– chiede al governo francese di accettare questa proposta;

– invita il governo a prendere l’iniziativa di un intervento analogo presso i suoi alleati per affrettare l’ora della pace;

– dichiara che la federazione delle nazioni, che è una delle garanzie per una pace definitiva, può essere realizzata soltanto se vengono assicurate l’indipendenza, l’inviolabilità territoriale e la libertà economica e politica di tutte le nazioni piccole e grandi.

Le organizzazioni rappresentate alla conferenza si impegnano a sostenere e a diffondere quest’idea tra le masse operaie per mettere fine ad una situazione incerta ed equivoca, vantaggiosa soltanto per la diplomazia segreta contro la quale è sempre insorta la classe operaia”.

Ecco un modello di pacifismo “puro”, di spirito completamente kautskiano. Questo pacifismo è stato approvato da una organizzazione ufficiale di operai che non ha niente da spartire con il marxismo e che è composta, in maggioranza, da sciovinisti. Siamo qui in presenza di un documento importante, che merita la massima attenzione e che attesta l’unificazione politica degli sciovinisti e dei kautskiani sulla piattaforma della vuota fraseologia pacifista. Se nell’articolo precedente abbiamo cercato di mostrare quale è il fondamento teorico dell’unità di opinioni tra gli sciovinisti e i pacifisti, tra i borghesi e i socialisti riformisti, ora vediamo come questa unità si è realizzata praticamente in un altro paese imperialista.

Alla conferenza di Zimmerwald (5-8 settembre 1915) Merrheim ha dichiarato: “Le parti, les Jouhaux, le gouvernement, ce ne sont que trois têtes sous un bonnet” (“Il partito, i Jouhaux, il governo non sono che tre teste sotto un solo berretto”, sono cioè tutt’una cosa). Alla conferenza della CGT (26 dicembre 1916) Merrheim vota insieme con Jouhaux la risoluzione pacifista. Il 23 dicembre 1916 la Volksstimme di Chemnitz, uno degli organi più sinceri e più estremisti dei socialimperialisti tedeschi, pubblica un editoriale intitolato: La disgregazione dei partiti borghesi e la restaurazione dell’unità socialdemocratica. Naturalmente, l’articolo esalta il pacifismo di Südekum, Legien, Scheidemann e soci, di tutta la maggioranza del partito socialdemocratico tedesco, nonché del governo della Germania, e proclama che “il primo congresso del partito, convocato dopo la fine della guerra, dovrà restaurare l’unità del partito, con l’espulsione d’un gruppetto di fanatici che si rifiutano di pagare le loro quote [cioè dei seguaci di Karl Liebknecht!] e sulla base della politica svolta dalla direzione del partito, dal gruppo socialdemocratico al Reichstag e dai sindacati”.

Nel modo più chiaro viene qui espressa l’idea e proclamata la politica dell’“unità” dei socialsciovinisti dichiarati della Germania con Kautsky e soci, con il “Gruppo socialdemocratico del lavoro”; dell’unità fondata sulla fraseologia pacifista; dell’“unità” realizzata in Francia il 26 dicembre 1916 tra Jouhaux e Merrheim!

In una nota redazionale del 28 dicembre 1916 l’Avanti!, organo centrale del Partito socialista italiano, scrive:

“Bissolati e Südekum, Bonomi e Scheidemann, Sembat e David, Jouhaux e Legien sono passati nel campo del nazionalismo borghese ed hanno tradito quella unità ideale internazionalista alla quale avevano promesso fede. Noi invece, resteremo coi nostri compagni tedeschi, come Liebknecht, Ledebour, Hoffmann, Meyer, e coi nostri compagni francesi, come Merrheim, Blanc, Brizon, Raffin-Dugens, che non hanno mutato né pencolato”.

Guardate che confusione!

Bissolati e Bonomi sono stati espulsi dal Partito socialista italiano come riformisti e sciovinisti ancor prima della guerra. L’Avanti! li mette sullo stesso piano di Südekum e di Legien: certo a piena ragione. Ma Südekum, David e Legien sono a capo del partito pseudosocialdemocratico tedesco, che è di fatto un partito socialsciovinista. Tuttavia lo stesso Avanti! protesta contro la loro espulsione, contro la rottura con essi, contro la creazione della III Internazionale. l’Avanti! dichiara, e ben a ragione, che Legien e Jouhaux sono passati nel campo del nazionalismo borghese e oppone loro Liebknecht e Ledebour, Merrheim e Brizon. Ma noi vediamo che Merrheim vota insieme con Jouhaux, che Legien, per bocca della Volksstimme di Chemnitz, si dice persuaso della ricostituzione dell’unità del partito, con l’espulsione dei soli seguaci di Liebknecht, e cerca quindi l’“unità” con il “Gruppo socialdemocratico del lavoro” (compreso Kautsky ), al quale appartiene Ledebour!

Questa confusione è dovuta al fatto che l’Avanti! non fa distinzione tra il pacifismo borghese e l’internazionalismo socialdemocratico rivoluzionario, mentre quei politicanti esperti che sono Legien e Jouhaux hanno capito benissimo l’identità del pacifismo socialista e di quello borghese.

Come potrebbero infatti non esultare il signor Jouhaux e il suo giornale sciovinista, La bataille, per l’“unanimità” tra Jouhaux e Merrheim, se nella risoluzione approvata all’unanimità e da me riportata integralmente non c’è di fatto altro che un insieme di frasi pacifiste borghesi, non c’è neanche l’ombra di una coscienza rivoluzionaria, non c’è una sola idea socialista?

Non è forse ridicolo parlare di “libertà economica di tutte le nazioni piccole e grandi”, quando non si dice che, se i governi borghesi non saranno rovesciati e se la borghesia non sarà espropriata, questa “libertà economica” servirà solo a ingannare il popolo, come le frasi sulla “libertà economica” dei cittadini in generale, sulla libertà economica dei piccoli contadini e dei contadini ricchi, sulla libertà economica degli operai e dei capitalisti nella società moderna?

La risoluzione per la quale hanno votato unanimi Jouhaux e Merrheim è tutta imbevuta delle idee del “nazionalismo borghese”: l’Avanti! lo rileva giustamente in Jouhaux, ma stranamente non riesce a scorgerlo in Merrheim.

I nazionalisti borghesi hanno sempre e dappertutto fatto sfoggio di frasi “generiche”, vuote sulla “federazione delle nazioni” in generale, sulla “libertà economica di tutte le nazioni piccole e grandi”. I socialisti, a differenza dei nazionalisti borghesi, hanno detto e dicono: è cosa disgustosamente ipocrita far discorsi sulla “libertà economica di tutte le nazioni piccole e grandi”, fino a che alcune nazioni (per esempio, l’Inghilterra e la Francia) investono all’estero, prestano cioè a interesse usuraio alle piccole nazioni arretrate, decine e decine di miliardi di franchi e asservono così i paesi piccoli e deboli.

Dei veri socialisti non avrebbero potuto lasciare senza una energica protesta una sola frase della risoluzione per cui Jouhaux e Merrheim hanno votato unanimi. Essi, in aperto contrasto con la risoluzione, avrebbero affermato che l’intervento di Wilson è una palese menzogna e un’ipocrisia, perché Wilson rappresenta una borghesia che ha accumulato miliardi con la guerra ed è a capo di un governo che ha intensificato freneticamente il riarmo degli Stati Uniti in vista, evidentemente, di una seconda grande guerra imperialista. Avrebbero affermato che il governo francese, legato mani e piedi al capitale finanziario, di cui è lo schiavo, e vincolato da trattati segreti imperialisti, briganteschi e reazionari all’Inghilterra, alla Russia, ecc., non può dire o far nulla se non mentire sulla pace “equa” e democratica. Avrebbero affermato che la lotta per una pace simile non consiste nel ripetere frasi pacifiste melliflue, generiche, vuote, che non dicono niente e a niente impegnano e che di fatto imbellettano la lordura imperialista. Ma consiste nel dire ai popoli la verità e, precisamente, nel dir loro che per conquistare una pace equa e democratica bisogna rovesciare i governi borghesi di tutti i paesi belligeranti e puntare a tale scopo sull’armamento di milioni di operai e sul generale malcontento delle masse popolari a causa del carovita e degli orrori della guerra imperialista.

Ecco che cosa avrebbero dovuto dire dei socialisti, invece di approvare la risoluzione di Jouhaux e Merrheim.

Il partito socialista francese, nel suo congresso di Parigi, che si è svolto contemporaneamente a quello della CGT, non solo non ha detto queste cose, ma ha approvato una risoluzione anche peggiore con 2.838 voti contro 109 e 20 astenuti, cioè con il blocco dei socialsciovinisti (Renaudel e soci, i cosiddetti “maggioritari” o seguaci della maggioranza) e dei longuettisti (sostenitori di Longuet, kautskiani francesi)!! Persino lo zimmerwaldiano Bourderon e il kienthaliano (partecipante alla conferenza di Kienthal) Raffin-Dugens hanno votato a favore della risoluzione!!

Non ne riprodurremo qui il testo, perché è troppo lungo ed è tutt’altro che interessante. In esso frasi melliflue e dolciastre sulla pace sono mescolate con l’impegno di continuare a sostenere in Francia la cosiddetta “difesa della patria”, cioè la guerra imperialista che la Francia sta combattendo in alleanza con briganti ancor più grandi e forti come l’Inghilterra e la Russia.

L’unificazione dei socialsciovinisti con i pacifisti (o kautskiani) e con una parte degli zimmerwaldiani è quindi un fatto compiuto in Francia, non soltanto nella CGT, ma anche nel partito socialista.

4.   ZIMMERWALD AL BIVIO

Il 28 dicembre sono arrivati a Berna i giornali francesi con il resoconto del congresso della CGT. Il 30 dicembre i giornali socialisti di Berna e di Zurigo hanno pubblicato il nuovo appello dell’ISK (Internationale Sozialistische Kommission) di Berna, cioè della Commissione socialista internazionale, organo esecutivo dell’unione di Zimmerwald. In quest’appello, che reca la data della fine di dicembre del 1916, si parla delle proposte di pace della Germania, nonché di Wilson e di altri paesi neutrali. Tutti questi interventi governativi vengono definiti — senza dubbio con piena ragione — come “la commedia della pace”, come “un gioco per imbrogliare i popoli”, come “ipocrite gesticolazioni pacifistiche dei diplomatici”.

A questa commedia e a questa menzogna l’appello oppone, come “unica forza” capace di assicurare la pace, ecc., la “salda volontà” del proletariato internazionale di “volgere le armi non contro i propri fratelli, ma contro il nemico interno del proprio paese”.

Queste citazioni ci mostrano nitidamente l’esistenza di due politiche radicalmente diverse che sono fino ad ora coesistite in seno alla unione di Zimmerwald e che si separano oggi in maniera definitiva.

Da un lato, Turati dice con chiarezza, e molto giustamente, che la proposta della Germania, di Wilson, ecc. è soltanto una “parafrasi” del pacifismo “socialista” italiano; inoltre, la dichiarazione dei socialsciovinisti tedeschi e la votazione dei francesi dimostrano che gli uni e gli altri hanno ottimamente apprezzato l’utilità di una copertura pacifista della loro politica.

Dall’altro lato, l’appello della Commissione socialista internazionale definisce commedia e ipocrisia il pacifismo di tutti i governi belligeranti e neutrali.

Da un lato, Jouhaux si allea con Merrheim; Bourderon, Longuet e Raffin-Dugens si alleano con Renaudel, Sembat e Thomas. I socialsciovinisti tedeschi Südekum, David, Scheidemann proclamano la prossima “ricostituzione dell’unità socialdemocratica” con Kautsky e con il “Gruppo socialdemocratico del lavoro”.

Dall’altro lato, l’appello della Commissione socialista internazionale incita le “minoranze socialiste” a combattere energicamente i “propri governi” e “i loro mercenari socialpatrioti”.

Delle due l’una. Denunciare l’inconsistenza, l’assurdità, l’ipocrisia del pacifismo borghese o “parafrasarlo” invece nel pacifismo “socialista”? Combattere i Jouhaux, i Renaudel, i Legien, i David come “mercenari” dei loro governi o unirsi invece a loro nelle vuote declamazioni pacifiste di stampo francese o tedesco?

Lungo questa linea passa oggi lo spartiacque tra la destra zimmerwaldiana, che si è sempre opposta con tutte le forze alla scissione dai socialsciovinisti, e la sinistra zimmerwaldiana, che, già a Zimmerwald, si era adoperata non senza ragione per separarsi pubblicamente dalla destra, prendendo posizione alla conferenza e, dopo di essa, sulla stampa con una sua piattaforma particolare. L’approssimarsi della pace o, per lo meno, l’intensificarsi delle discussioni sulla pace in determinati ambienti borghesi ha provocato necessariamente, non per caso, una frattura molto netta tra l’una e l’altra politica. Infatti, i pacifisti borghesi e i loro imitatori e portavoce “socialisti” hanno sempre concepito la pace come un qualcosa di distinto (dalla guerra, ndr) nel suo stesso principio, nel senso che l’idea: “La guerra è la continuazione della politica di pace, e la pace è la continuazione della politica di guerra” è sempre rimasta incompresa per i pacifisti delle due sfumature. Tanto i borghesi quanto i socialsciovinisti non hanno mai voluto convenire che la guerra imperialista del 1914-1917 è la continuazione della politica imperialista del periodo 1898-1914, se non di un periodo più lungo. Tanto i borghesi quanto i socialsciovinisti non vogliono convenire che, se i governi borghesi non saranno rovesciati mediante la rivoluzione, la pace potrà essere soltanto una pace imperialista in quanto continuazione della guerra imperialista.

Come per valutare la guerra attuale si è ricorsi a frasi assurde, volgari, filistee sull’aggressione e sulla difesa in generale, così per valutare la pace si ricorre agli stessi luoghi comuni filistei, dimenticando la situazione storica concreta e la concreta realtà della lotta tra le potenze imperialiste. È naturale che i socialsciovinisti, che sono gli agenti della borghesia e dei governi nelle file dei partiti operai, si aggrappino particolarmente alla pace che si avvicina, o anche solo ai discorsi sulla pace, per occultare la profondità del loro riformismo e opportunismo messa a nudo dalla guerra, per riconquistare la loro vacillante influenza sulle masse. Per questa ragione, come si è visto, i socialsciovinisti rinnovano in Germania e in Francia i loro tentativi di “unificazione” con la parte pacifistica, esitante e senza principi, dell’“opposizione”.

Anche nell’unione di Zimmerwald si tenterà, probabilmente, di attenuare la divergenza tra le due linee politiche inconciliabili. Si possono prevedere due generi di tentativi. La conciliazione “pratica” consisterà semplicemente nel collegare in modo meccanico una fraseologia rivoluzionaria altisonante (come, ad esempio, quella della Commissione socialista internazionale) con un’attività pacifista e opportunista. Si faceva così nella II Internazionale. Le frasi arcirivoluzionarie degli appelli di Huysmans e di Vandervelde e di alcune risoluzioni congressuali servivano soltanto a camuffare l’ attività arciopportunista della maggior parte dei partiti socialisti europei, senza modificarla, senza scalzarla, senza combatterla. È dubbio che questa tattica possa di nuovo aver successo in seno all’unione di Zimmerwald.

Coloro che cercheranno “una conciliazione in nome dei principi” si studieranno di proporre una falsificazione de marxismo, ricorrendo, ad esempio, a questo ragionamento: le riforme non escludono la rivoluzione; una pace imperialista, che implichi certe “correzioni” dei confini nazionali o del diritto internazionale o delle spese di bilancio per gli armamenti, ecc., può coesistere con il movimento rivoluzionario, in quanto “fase di sviluppo” di questo movimento e così via.

Sarebbe una falsificazione del marxismo. Naturalmente, le riforme non escludono la rivoluzione. Tuttavia, non di questo si tratta oggi, ma di fare in modo che
i rivoluzionari non “si escludano” davanti ai riformisti, cioè che i socialisti non sostituiscano al proprio lavoro rivoluzionario un’azione riformista.

L’Europa sta vivendo una situazione rivoluzionaria, che è aggravata dalla guerra e dal carovita. Non è detto che il passaggio dalla guerra alla pace metta necessariamente fine a questa situazione, perché niente induce a pensare che i milioni di operai, i quali hanno oggi nelle loro mani un magnifico armamento, si faranno senza meno e a colpo sicuro “disarmare docilmente” dalla borghesia, invece di seguire il consiglio di Liebknecht e rivolgere le armi contro la propria borghesia.

La questione non sta come la pongono i pacifisti, i kautskiani: o la campagna politica riformista. o la rinuncia alle riforme. Questo è un modo  borghese di porre la questione. In effetti, il problema si pone in questi termini: o la lotta rivoluzionaria, che — nel caso di un successo incompleto — dà come prodotto secondario le riforme (tutta la storia delle rivoluzioni in tutto il mondo lo dimostra), o niente altro che chiacchiere e promesse di riforma.

Il riformismo di Kautsky, Turati, Bourderon, che si manifesta oggi nella forma del pacifismo, non solo accantona il problema della rivoluzione (e questo è già un tradimento del socialismo), non solo rinuncia in pratica ad ogni attività rivoluzionaria, sistematica e perseverante, ma giunge anche ad affermare che le manifestazioni di strada sono avventure (Kautsky nella Neue Zeit del 26 novembre 1915), giunge fino a difendere e a realizzare l’unità con avversari dichiarati e risoluti della lotta rivoluzionaria come i Südekum, i Legien, i Renaudel, i Thomas, ecc.

Questo riformismo è assolutamente incompatibile con il marxismo rivoluzionario, che è tenuto a utilizzare in tutti i modi la presente situazione rivoluzionaria in Europa per la propaganda aperta della rivoluzione, per il rovesciamento dei governi borghesi, per la conquista del potere da parte del proletariato in armi, senza rinunciare minimamente a trarre profitto dalle riforme per sviluppare la lotta per la rivoluzione e nel corso stesso della rivoluzione.

L’imminente avvenire ci mostrerà come in generale si svilupperà la situazione in Europa e come in particolare si svolgerà la lotta del riformismo-pacifismo contro il marxismo rivoluzionario, e quindi anche la lotta tra le due ali dell’unione di Zimmerwald.


LETTERA APERTA A CHARLES NAINE MEMBRO DELLA COMMISSIONE SOCIALISTA INTERNAZIONALE DI BERNA

(Scritta il 26-27 dicembre 1916 (8-9 gennaio 1917). Pubblicata per la prima volta in Proletarskaia revoliutsia, 1924, n. 4. Opere vol. 23)

Caro compagno, il discorso con cui, nella seduta della direzione del partito del 7 gennaio u.s., il signor consigliere nazionale Robert Grimm si è associato a tutti i socialnazionalisti e si è posto in gran parte alla loro testa, sostenendo il rinvio del congresso, è la goccia che fa traboccare il vaso della nostra pazienza e strappa definitivamente la maschera al consigliere nazionale R. Grimm.

Il presidente della Commissione socialista internazionale eletta a Zimmerwald, il presidente delle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, il rappresentante più “autorevole” dell’unione zimmerwaldiana dinanzi a tutto il mondo, interviene insieme con i socialpatrioti e alla loro testa, tradendo apertamente lo spirito di Zimmerwald. Interviene proponendo di non tenere un congresso di partito, che era stato già convocato da tempo appunto per risolvere — nel paese più libero e, date le condizioni di tempo e di luogo, più influente d’Europa sul piano internazionale — il problema della difesa della patria nella guerra imperialista!

Si può forse tacere? Si può forse non perdere la calma di fronte a un fatto che disonorerebbe e ridurrebbe per sempre a una pura commedia l’intero movimento zimmerwaldiano, se al consigliere nazionale R. Grimm non venisse strappata la maschera?

Tra i partiti socialisti europei il partito svizzero è il solo che abbia dato apertamente e ufficialmente la sua adesione a Zimmerwald, in un congresso pubblico, senza essere intralciato dalla censura e dalle autorità militari; è il solo che abbia sostenuto Zimmerwald e designato due membri nella Commissione socialista internazionale; è il solo che, ad eccezione del partito italiano, posto in condizioni infinitamente più difficili dallo stato di guerra, sia intervenuto dinanzi a tutto il mondo come il principale rappresentante del movimento di Zimmerwald. Ebbene, proprio nel partito socialista svizzero, che al congresso di Zurigo, tenutosi il 4 e il 5 novembre 1916, aveva irrevocabilmente deciso (dopo lunghi indugi, provocati fra l’altro dalla lotta contro i socialpatrioti dichiarati, che si erano scissi dal partito per costituire la Lega di Grütli solo nell’autunno 1916) di convocare a Berna, nel febbraio 1917, un congresso straordinario per risolvere la questione della guerra e della difesa della patria; ebbene, proprio in questo partito si è trovata gente decisa a impedire il congresso, a farlo fallire, a non dar modo agli stessi operai di discutere e risolvere, proprio in tempo di guerra, il problema dell’atteggiamento da prendere nei confronti del militarismo e della difesa della patria.

Alla testa di questa gente, la cui politica è un insulto a tutto il movimento zimmerwaldiano, si trova adesso il presidente della Commissione socialista internazionale!

Non è questo un completo tradimento di Zimmerwald? Non si sputa in tal modo su tutte le decisioni di Zimmerwald?

Basta dare uno sguardo ad alcuni dei motivi con cui si giustifica ufficialmente il rinvio del congresso, per comprendere appieno il significato di questa misura.

“Gli operai, lo vedete voi stessi, non sono ancora preparati” a risolvere questo problema!

Tutti i manifesti e le risoluzioni di Zimmerwald e Kienthal ripetono più volte che la difesa della patria in una guerra imperialista, cioè in una guerra combattuta fra due coalizioni imperialiste per predare le colonie e strangolare le nazioni deboli, è un tradimento del socialismo, sia che si tratti di “grandi potenze” o invece di piccole nazioni rimaste finora neutrali. Tutti i documenti ufficiali di Zimmerwald e di Kienthal espongono quest’idea in decine di toni. Tutti i giornali socialisti svizzeri, e in particolare la Berner Tagwacht, diretta dal consigliere nazionale R. Grimm, hanno masticato e rimasticato quest’idea in centinaia di articoli e corsivi. Centinaia di volte si è sottolineato, nelle dichiarazioni di solidarietà con K. Liebknecht, Höglund, MacLean, ecc., che questi militanti, per unanime riconoscimento degli zimmerwaldiani, hanno compreso esattamente la situazione e gli interessi delle masse, che la simpatia delle masse, cioè della maggioranza degli oppressi e degli sfruttati, è dalla loro parte, che dappertutto — tanto nella “grande” Germania belligerante quanto nella piccola Svezia neutrale — i proletari afferrano con il loro istinto di classe la verità, capiscono cioè che la difesa della patria nella guerra imperialista è un tradimento del socialismo.

Ma oggi il presidente della Commissione socialista internazionale, con l’entusiastico consenso e il sostegno appassionato di tutti i rappresentanti dichiarati del socialpatriottismo in seno al partito socialista svizzero, H. Greulich, R. Pflüger, Huber, Manz-Schäppi, ecc., ecc.. difende l’ipocrita e falsa argomentazione secondo cui il congresso del partito verrebbe rinviato perché “gli operai non sono preparati”.

Si tratta di un’ipocrisia e di una menzogna ripugnante, intollerabile. Tutti sanno — e il Grütlianer scrive apertamente quest’amara verità — che il congresso viene rinviato perché i suddetti socialpatrioti temono gli operai, temono una decisione degli operai contraria alla difesa della patria e minacciano di rassegnare i mandati al Consiglio nazionale, se si deciderà di respingere la difesa della patria. I “capi” socialpatriottici del partito socialista svizzero, che sono tuttora, a due anni e mezzo dallo scoppio della guerra, favorevoli alla “difesa della patria”, cioè alla difesa della borghesia imperialistica dell’una o dell’altra coalizione, hanno deciso di far fallire il congresso, di frustrare la volontà degli operai socialisti svizzeri, di non dar loro il modo di discutere durante la guerra e di definire il proprio atteggiamento verso la guerra e i “difensori della patria”, cioè verso i lacché della borghesia imperialista.

Ecco la causa reale e ben nota del rinvio del congresso. Ecco come il presidente della Commissione socialista internazionale, passato dalla parte dei socialpatrioti del partito socialista svizzero, contro gli operai svizzeri coscienti, tradisce Zimmerwald!

È questa l’amara verità già espressa dal Grütlianer, che proclama apertamente il suo socialpatriottismo, che tra l’altro è sempre perfettamente al corrente di ciò che pensano e fanno i capi grütliani: Greulich, Pflüger, Huber, Manz-Schäppi e soci, in seno al partito socialista, e che, si noti, tre giorni prima della seduta del 7 gennaio 1917 scriveva (…)

Altra motivazione “ufficiale” del rinvio del congresso: la commissione, appositamente eletta nel dicembre o addirittura nel novembre 1916 per la stesura delle risoluzioni sul problema della guerra, “non è giunta a una decisione unanime”!

Come se Grimm e soci già non sapessero in anticipo che, su questo problema, è impossibile realizzare l’unanimità, nel partito socialista svizzero, fino a che restano nelle sue file e non passano al partito socialpatriottico di Grütli certi “capi” come Greulich, Pflüger, G. Müller, Manz-Schäppi, Otto Lang, ecc., i quali condividono interamente le posizioni socialpatriottiche della Lega di Grütli e con la loro adesione al partito socialista non fanno che ingannare gli operai socialisti!

Come se Grimm e soci non avessero già visto chiaramente, nell’estate del 1916, quando furono pubblicate le tesi socialpatriottiche di Pflüger, G. Müller e altri, che sulla questione della difesa della patria non esisteva e non poteva esistere unanimità; come se Grimm non avesse potuto rendersi conto migliaia di volte al Consiglio nazionale delle concezioni socialpatriottiche di Greulich e soci, se non addirittura della maggioranza del gruppo parlamentare socialdemocratico!

Grimm e soci cercano di turlupinare gli operai socialisti della Svizzera. Per questo motivo, nel designare la commissione, non hanno comunicato i nomi dei suoi componenti. Ma il Grütlianer ha detto la verità quando ha rivelato questi nomi, aggiungendo, come un cosa ovvia, che una commissione così composta non poteva giungere a una decisione unanime!

Per ingannare gli operai, Grimm e soci hanno deciso di non pubblicare immediatamente le risoluzioni della commissione e di nascondere loro la verità. Ma le risoluzioni erano pronte già da tempo ed erano state addirittura stampate in via confidenziale!

Com’era da aspettarsi, i nomi di Huber, Klöti, G. Müller figurano in calce alla risoluzione che accetta la “difesa della patria”, che giustifica cioè il tradimento del socialismo durante una guerra di cui si è già denunciato mille volte il carattere imperialista! I nomi di Nobs, Affolter, Schmid, Naine, Graber figurano in calce alla risoluzione che condanna la “difesa della patria”.

Potete così vedere con quanta impudenza e infamia Grimm e i socialpatrioti si prendono gioco degli operai socialisti.

Gridano che gli operai non sono preparati e lo fanno nel momento in cui essi stessi nascondono agli operai delle risoluzioni già pronte, che espongono chiaramente due diversi ordini d’idee, due politiche inconciliabili: la politica socialpatriottica e la politica di Zimmerwald!

Grimm e i socialpatrioti ingannano impudentemente gli operai, perché, mentre hanno deciso di far fallire il congresso, di non pubblicare le risoluzioni, di non dar modo agli operai di esaminare e discutere apertamente le due politiche, si mettono poi a strepitare sulla “impreparazione” degli operai!

Altre argomentazioni “ufficiali” a favore del rinvio del congresso: bisogna lottare contro il carovita, fare la campagna elettorale, ecc.

Queste argomentazioni sono una pura e semplice presa in giro nei confronti degli operai. Chi ignora infatti che noi socialdemocratici non siamo contrari alla lotta per le riforme, ma che, a differenza dei socialpatrioti, a differenza degli opportunisti e dei riformisti, non ci limitiamo a questa lotta e la subordiniamo alla lotta per la rivoluzione? Chi ignora che questa linea politica è stata enunciata esplicitamente e più volte nei manifesti di Zimmerwald e di Kienthal? Noi non siamo contrari alle elezioni e alle riforme con cui si riduce il costo della vita, ma poniamo in primo piano il dovere di dire francamente alle masse la verità, di dire cioè che non si può liquidare il carovita, se non si espropriano le banche e le grandi imprese, se non si realizza quindi la rivoluzione sociale.

A che cosa ogni manifesto dell’unione di Zimmerwald incita il proletariato in risposta o in rapporto alla guerra?

Alla lotta rivoluzionaria di massa, a rivolgere le armi contro il nemico che si annida nel proprio paese (si veda l’ultimo appello della Commissione socialista internazionale “alla classe operaia”, della fine di dicembre del 1916), cioè a rivolgere le armi contro la propria borghesia, contro il proprio governo.

Non è quindi evidente, per chiunque sia capace di riflettere, che la politica del rifiuto di difendere la patria è connessa con un’azione veramente rivoluzionaria e socialista contro il carovita? Con l’utilizzazione veramente socialista, e non riformista-borghese, della campagna elettorale?

Non è quindi evidente che la politica socialpatriottica, di “difesa della patria” nella guerra imperialista, è una politica riformista, cioè riformista-borghese, e non una politica di lotta socialista contro il carovita, della lotta da condurre nella campagna elettorale?

Come si può “rinviare” un congresso chiamato a risolvere la questione della “difesa della patria” (a scegliere cioè tra una politica socialpatriottica e una politica socialista) “col pretesto” di combattere il carovita, ecc.? Non è evidente che con quest’argomento falso e ipocrita, Grimm e i socialpatrioti vorrebbero nascondere agli operai la verità, cioè il loro proposito di lottare contro il carovita, fare le elezioni, ecc. nello spirito del riformismo borghese, e non nello spirito di Zimmerwald?

Il 6 agosto 1916 Grimm ha preso la parola a Zurigo, davanti a 115 delegati degli operai di tutta la Svizzera e ha esposto un programma riformista-borghese, unicamente riformista, di lotta contro il carovita! Grimm avanza “con passo sicuro” verso la sua meta: l’avvicinamento ai socialpatrioti contro gli operai socialisti, contro Zimmerwald.

Ma la cosa più ripugnante è che Grimm, per dissimulare il suo passaggio ai socialpatrioti, concentra le sue invettive contro i socialpatrioti non svizzeri. Ecco una delle cause più profonde del suo tradimento, una delle ragioni più intime di tutta la politica mistificatoria messa a nudo il 7 gennaio 1917.

Si scorra la Berner Tagwacht: quali ingiurie questo giornale non ha lanciato all’indirizzo dei socialpatrioti russi, francesi, inglesi, tedeschi, austriaci, di tutti i paesi insomma… eccettuati gli svizzeri? Grimm è arrivato a qualificare il socialpatriota tedesco Ebert, membro della direzione del partito socialdemocratico tedesco, come un “buttafuori da bordello” (Berner Tagwacht, n.  del  ).

Non è forse un uomo coraggioso questo Grimm? Che prode cavaliere! Con quanto coraggio attacca, da Berna, i socialpatrioti… di Berlino! Con quanta nobiltà tace, il nostro paladino, sui socialpatrioti… di Berna e di Zurigo!

Ma in che si distingue il berlinese Ebert dai zurighesi Greulich, Manz-Schäppi, Pflüger e dai bernesi Müller, Schneeberger, Dürr? Proprio in niente. Sono tutti socialpatrioti. Sono tutti attestati sulla stessa posizione di principio. E diffondono tra le masse non le idee socialiste, ma le idee “grütliane”, cioè riformiste, nazionaliste, borghesi.

Nell’estate del 1916, Grimm concludeva le sue tesi sulla guerra, redatte in una forma intenzionalmente prolissa e confusa, con la speranza di trarre in inganno sia la sinistra che la destra e di “giocare” sulle divergenze fra le due correnti, con la seguente proposta:

“Gli organi del partito” devono “accordarsi con le organizzazioni sindacali del paese” (dinanzi al pericolo di guerra e alla necessità delle azioni rivoluzionarie di massa).

Ma chi sta alla testa dei sindacati in Svizzera? Non vi sono, fra gli altri, gli stessi Schneeberger e Dürr che, nell’estate del 1916, redigevano la Schweizerische Metallarbeiterzeitung, imprimendo al giornale un orientamento reazionario, riformista, socialpatriottico, dichiarandosi apertamente favorevoli alla “difesa della patria” e insorgendo apertamente contro tutta la politica di Zimmerwald?

Il partito socialista svizzero, come si è accertato ancora una volta il 7 gennaio 1917, non è forse diretto dai socialpatrioti Greulich, Pflüger, Manz-Schäppi, Huber, ecc.?

Quale è allora la conclusione?

La conclusione è che Grimm proponeva al partito, nelle sue tesi, di affidare la direzione della lotta rivoluzionaria di massa contro la guerra proprio ai socialpatrioti Schneeberger, Dürr, Greulich, Pflüger e soci! Proprio ai nemici di questa lotta, proprio ai riformisti!!

Oggi, dopo il 7 gennaio 1917, la “tattica” di Grimm è stata smascherata da cima a fondo.

Egli vuole essere consacrato capo della sinistra, presidente della Commissione socialista internazionale, rappresentante e dirigente degli zimmerwaldiani e inganna gli operai con frasi “rrrivoluzionarie” d’ogni genere, di cui si serve in realtà per dissimulare la vecchia prassi socialpatriottica e riformista-borghese del partito.

Giura e spergiura di solidarizzare con K. Liebknecht, Höglund, ecc., di essere un loro fautore, di seguire la loro politica.

Senonché, K. Liebknecht in Germania e Höglund nella piccola Svezia neutrale non hanno lottato contro i socialpatrioti stranieri, ma contro quelli di casa propria. Hanno attaccato i riformisti e i nazionalisti a Berlino, a Stoccolma e non in altri paesi. Con la loro implacabile denuncia dei socialpatrioti si sono conquistati, con onore, l’odio dei Greulich, dei Pflüger, degli Schneeberger e dei Dürr di Berlino e di Stoccolma.

È proprio difficile capire che, quando gli sciovinisti francesi esaltano il tedesco Liebknecht e gli sciovinisti tedeschi l’inglese MacLean, essi agiscono da furfanti, mirando a dissimulare il proprio nazionalismo con frasi “internazionaliste” di elogio per l’internazionalismo altrui? È proprio difficile capire che Grimm agisce esattamente nello stesso modo, quando inveisce contro i socialpatrioti di tutti i paesi, eccettuati gli svizzeri, e che fa questo solo per dissimulare il suo passaggio nelle file dei socialpatrioti svizzeri?

Grimm ha ingiuriato il socialpatriota tedesco Ebert, qualificandolo come un “buttafuori da bordello”, perché Ebert ha privato gli operai tedeschi del Vorwärts, perché, pur strepitando contro la scissione, ha espulso e continua a espellere dal partito gli elementi di sinistra.

Ebbene, che altro fa Grimm in casa propria, in Svizzera, insieme con i miserabili eroi del miserabile 7 gennaio 1917?

Non ha forse privato gli operai svizzeri di un congresso straordinario che era stato promesso solennemente e che doveva dibattere sulla difesa della patria? E, mentre strepita contro la scissione, non si prepara a espellere dal partito gli zimmerwaldiani?

Non siamo dunque puerilmente ingenui e guardiamo in faccia la verità!

Nella riunione del 7 gennaio 1917 i nuovi amici e protettori di Grimm, i socialpatrioti, hanno strepitato insieme con lui contro la scissione, accusando di attività scissionista soprattutto l’organizzazione giovanile. Uno di loro ha addirittura rimproverato al segretario del partito, Platten, che “Non è il segretario del partito, è il traditore del partito”.

Si può forse tacere quando si dicono di queste cose e quando i “capi” vogliono nasconderle al partito? È mai possibile che gli operai socialisti svizzeri non s’indignino per tali metodi?

Qual è la colpa dell’Unione della gioventù e di Platten? Il loro unico torto è di essere sinceramente fedeli a Zimmerwald, di essere zimmerwaldiani leali e non dei carrieristi. Il loro unico torto è di essere contrari al rinvio del congresso. E, se qualche ciarlatano va blaterando che solo gli zimmerwaldiani di sinistra, in quanto frazione, sono contrari al rinvio del congresso, come in generale “a sua altezza Grimm”, il 7 gennaio 1917 non ha forse dimostrato che si tratta di un pettegolezzo? Non vi siete forse pronunciato contro Grimm anche voi, compagno Charles Naine, che non avete mai aderito direttamente o indirettamente, formalmente o in via di fatto, alla sinistra di Zimmerwald?

L’accusa di scissionismo: ecco la logora accusa di cui si servono oggi i socialpatrioti di tutti i paesi per nascondere il fatto che sono proprio loro a espellere dal partito i Liebknecht e i Höglund!

AGLI OPERAI CHE SOSTENGONO LA LOTTA CONTRO LA GUERRA E CONTRO I SOCIALISTI CHE SI SONO SCHIERATI CON I LORO GOVERNI

(Scritto alla fine di dicembre del 1916 (metà di gennaio del 1917). Pubblicato per la prima volta in Proletarskaia revoliutsia, 1924, n. 5. Opere vol. 23)

La situazione internazionale diviene sempre più chiara e minacciosa. Il carattere imperialista della guerra è stato messo a nudo con singolare evidenza, negli ultimi tempi, dalle due coalizioni belligeranti. Le frasi pacifiste, le frasi sulla pace democratica, sulla pace senza annessioni, ecc. vengono smascherate tanto più rapidamente in tutta la loro falsità e inconsistenza, quanto più intenso è lo zelo con cui i governi dei paesi capitalisti e i pacifisti borghesi e socialisti le mettono in circolazione. La Germania soffoca varie piccole nazioni, tenendole sotto il suo tallone di ferro con l’evidentissima volontà di non mollare la preda se non scambiandone una parte con sterminati possedimenti coloniali e camuffa il suo desiderio di concludere subito una pace imperialista con ipocrite frasi pacifiste.

L’Inghilterra e i suoi alleati si tengono altrettanto saldamente le colonie tedesche di cui si sono impadroniti, una parte della Turchia, ecc., dando il nome di lotta per una pace “giusta” all’interminabile prosecuzione della carneficina per conquistare Costantinopoli, strangolare la Galizia, spartirsi l’Austria e depredare la Germania.

La verità che all’inizio della guerra era un convincimento teorico di pochi — la verità cioè che non si può affatto parlare di lotta seria contro la guerra, di lotta per la soppressione delle guerre e l’instaurazione di una pace durevole, senza l’azione rivoluzionaria delle masse di ciascun paese, dirette dal proletariato, contro i propri governi, senza il rovesciamento del dominio borghese, senza la rivoluzione socialista — diviene ora d’una evidenza tangibile per un numero sempre più grande di operai coscienti. La guerra stessa, imponendo ai popoli una tensione di forze che non ha precedenti, sospinge l’umanità verso quest’unica via d’uscita dal vicolo cieco in cui si trova, costringendola a percorrere a passi da gigante la via del capitalismo di Stato e mostrando nella pratica come si debba e si possa organizzare un’economia sociale pianificata, non nell’interesse dei capitalisti, ma espropriandoli e agendo, sotto la guida del proletariato rivoluzionario, nell’interesse delle masse, che sono oggi vittime della fame e delle altre calamità della guerra.

Quanto più questa verità diviene evidente, tanto più si approfondisce l’abisso tra le due tendenze, le due politiche, i due indirizzi inconciliabili dell’attività socialista, che abbiamo già indicato a Zimmerwald, intervenendo separatamente come sinistra zimmerwaldiana e indirizzando, all’indomani di Zimmerwald, un manifesto della sinistra a tutti i partiti socialisti e a tutti gli operai coscienti. È l’abisso tra chi tenta di occultare il palese fallimento del socialismo ufficiale e il passaggio dei suoi esponenti dalla parte della borghesia e del governo, nonché di far accettare alle masse questo radicale tradimento del socialismo, da un lato, e chi aspira, dall’altro lato, a rivelare la profondità di questo fallimento, a denunciare la politica borghese dei “socialpatrioti”, che hanno disertato il campo del proletariato per associarsi alla borghesia, a strappare le masse alla loro influenza, a creare la possibilità e la base organizzativa per una lotta efficace contro la guerra.

La destra, che costituiva a Zimmerwald la maggioranza, ha lottato con tutte le sue forze contro l’idea della scissione dai socialpatrioti, contro la creazione della III Internazionale. Da allora questa scissione è divenuta un fatto compiuto in Inghilterra, mentre in Germania l’ultima conferenza dell’“opposizione” (7 gennaio 1917) ha dimostrato a chiunque non chiuda gli occhi di proposito che, in realtà, anche in questo paese operano, in direzioni diametralmente opposte, due partiti operai irriducibilmente ostili: l’uno socialista, che agisce in gran parte illegalmente e conta fra i suoi capi K. Liebknecht; l’altro interamente borghese, socialpatriottico, che si sforza di riconciliare gli operai con la guerra e con il governo. Non c’è un solo paese nel mondo in cui non si sia manifestata un’analoga scissione.

A Kienthal la destra di Zimmerwald non aveva già più una maggioranza abbastanza stabile per continuare la sua politica; essa ha votato una risoluzione che condanna recisamente il socialpatriottico Ufficio socialista internazionale e una risoluzione contro il socialpacifismo che mette in guardia gli operai contro le menzogne delle frasi pacifiste, comunque siano imbellettate. Il pacifismo socialista, che non svela agli operai il carattere illusorio della speranza di ottenere la pace senza abbattere la borghesia e organizzare il socialismo, non fa che ripetere il pacifismo borghese, che induce gli operai ad aver fiducia nella borghesia, abbellisce i governi imperialisti e i loro compromessi, distoglie le masse dalla rivoluzione socialista, ormai matura e posta all’ordine del giorno dai fatti stessi.

Ebbene, quale è la conclusione? Dopo Kienthal, in molti grandi paesi, in Francia, in Germania, in Italia, la destra di Zimmerwald è precipitata in tutto e per tutto in quel socialpacifismo che a Kienthal era stato condannato e respinto! In Italia il partito socialista si è tacitamente adattato alla fraseologia pacifistica del gruppo parlamentare e del suo principale oratore, Turati, benché, proprio oggi, le stesse identiche frasi siano usate dalla Germania, dall’Intesa e dai rappresentanti dei governi borghesi di molti paesi neutrali, dove la borghesia si è arricchita e continua ad arricchirsi scandalosamente in virtù della guerra. Benché, proprio oggi, sia apparsa evidente la falsità di queste frasi pacifiste, che, di fatto, servono soltanto a mascherare una nuova svolta nella lotta per la spartizione del bottino imperialista!

In Germania, Kautsky, capo della destra di Zimmerwald, ha lanciato un analogo manifesto pacifista, che non dice niente e a niente impegna, che di fatto alimenta negli operai la fiducia nella borghesia e nelle illusioni e che i veri socialisti e internazionalisti tedeschi, il gruppo “Internazionale” e il gruppo dei “Socialisti internazionalisti di Germania”, i quali applicano la tattica di Karl Liebknecht, hanno dovuto respingere ufficialmente.

In Francia, Merrheim e Bourderon, che erano presenti a Zimmerwald, e Raffin-Dugens. che ha preso parte alla conferenza di Kienthal, votano a favore di risoluzioni pacifiste assolutamente vuote, interamente false, per il loro significato oggettivo, e tanto utili, nell’attuale stato di cose, alla borghesia imperialista che vengono approvate dagli stessi Jouhaux e Renaudel, dei quali, in ogni dichiarazione di Zimmerwald e Kienthal, si dice che tradiscono il socialismo!

Il voto comune di Merrheim, Jouhaux e Bourderon e quello di Raffin-Dugens e Renaudel non sono un caso fortuito, un episodio isolato, ma un simbolo evidente della fusione, ormai matura dappertutto, dei socialpatrioti e dei socialpacifisti contro i socialisti internazionalisti.

Le frasi pacifiste contenute nelle note di un buon numero di governi imperialisti, le analoghe frasi pacifiste di Kautsky, Turati, Bourderon e Merrheim (la mano di Renaudel è amichevolmente tesa agli uni e agli altri): ecco che cosa svela la funzione del pacifismo nella politica reale, in quanto consolazione dei popoli, in quanto mezzo per agevolare ai governi la sottomissione delle masse nella carneficina imperialista!

Il completo fallimento della destra di Zimmerwald è stata ancor più evidente in Svizzera, il solo paese d’Europa dove gli zimmerwaldiani potevano riunirsi liberamente e avere una propria base. Il partito socialista svizzero, che durante la guerra ha tenuto i suoi congressi senza alcun intralcio da parte del governo e che aveva più d’ogni altro partito la possibilità di favorire l’unità internazionale degli operai tedeschi, francesi e italiani contro la guerra, ha aderito formalmente a Zimmerwald.

Ma il consigliere nazionale R. Grimm, uno dei capi del partito. presidente delle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, membro e rappresentante autorevole della Commissione socialista internazionale di Berna, in una questione decisiva per un partito proletario, si è schierato con i socialpatrioti del suo paese, facendo approvare, nella seduta del 7 gennaio 1917 della direzione del partito socialista svizzero, una risoluzione sul rinvio a tempo indeterminato di un congresso appositamente convocato per risolvere il problema della difesa della patria e dell’atteggiamento da tenere verso i documenti di Kienthal che condannavano il socialpacifismo!

Nell’appello del dicembre 1916, firmato dalla Commissione socialista internazionale, Grimm definisce ipocriti i discorsi pacifisti dei governi e non fa parola del pacifismo socialista che ha riunito Merrheim e Jouhaux, Raffin-Dugens e Renaudel. In quest’appello Grimm incita le minoranze socialiste a combattere contro i governi e contro i loro mercenari socialpatrioti, ma nello stesso tempo, d’accordo con i “mercenari socialpatrioti” del suo partito, seppellisce il congresso, suscitando la legittima indignazione di tutti gli operai svizzeri coscienti e sinceramente internazionalisti.

Nessun pretesto può mascherare il fatto che la decisione della Direzione del partito del 7 gennaio 1917 ha il preciso significato di una vittoria completa dei socialpatrioti sugli operai socialisti svizzeri, dei nemici di Zimmerwald su Zimmerwald.

Il giornale dei servi fedeli e inveterati della borghesia in seno al movimento operaio, il Grütlianer, ha detto una verità universalmente nota quando ha dichiarato che i socialpatrioti come Greulich e Pflüger, ai quali si possono e si devono aggiungere Seidel, Huber, Lang, Schneeberger, Dürr, ecc., vogliono impedire il congresso, impedire che gli operai risolvano il problema della difesa della patria, e minacciano di rassegnare i mandati qualora il congresso venga convocato e il problema sia risolto nello spirito di Zimmerwald.

Grimm ha mentito in maniera nauseante e scandalosa tanto nella riunione della Direzione del partito quanto nel suo giornale, la Berner Tagwacht dell’8 gennaio 1917, dove ha tentato di giustificare il rinvio del congresso con l’impreparazione degli operai, con la necessità di condurre una campagna contro il carovita, con l’adesione della “sinistra” al rinvio, ecc.

In effetti, proprio la sinistra, cioè gli zimmerwaldiani sinceri, cercando da un lato il minor male e volendo dall’altro smascherare le reali intenzioni dei socialpatrioti e del loro nuovo amico Grimm, hanno proposto un rinvio al mese di marzo, hanno votato a favore del rinvio al mese di maggio, hanno chiesto di fissare in luglio la scadenza per le direzioni cantonali; i “difensori della patria”, con alla testa R. Grimm, presidente delle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, hanno respinto tutte queste proposte!!

In effetti, il problema si pone precisamente in questi termini: bisogna tollerare che la Commissione socialista internazionale di Berna e il giornale di Grimm coprano d’ingiurie i socialpatrioti stranieri e proteggano dapprima con il loro silenzio e poi con la diserzione di R. Grimm, i socialpatrioti svizzeri, o bisogna svolgere invece una politica internazionalista onesta, lottando anzitutto contro i socialpatrioti del proprio paese?

In effetti, il problema si pone in questi termini: bisogna occultare con una fraseologia rivoluzionaria il predominio dei socialpatrioti e dei riformisti in seno al partito svizzero, o bisogna agire invece con un programma e con una tattica rivoluzionari, tanto nella lotta contro il carovita, quanto in quella contro la guerra e nel mettere all’ordine del giorno la lotta per la rivoluzione socialista?

In effetti, il problema si pone in questi termini: bisogna tollerare che Zimmerwald riprenda le peggiori tradizioni della II Internazionale, fallita vergognosamente, che le masse operaie siano tenute all’oscuro di ciò che dicono e decidono i loro capi nella Direzione del partito e che la fraseologia rivoluzionaria copra l’immondizia socialpatriottica e riformista, o bisogna essere invece veramente internazionalisti?

In effetti, il problema si pone precisamente in questi termini: bisogna volere anche in Svizzera, il cui partito socialista ha un’importanza decisiva per tutta l’unione di Zimmerwald, una divisione netta, di principio, politicamente onesta, tra i socialpatrioti e gli internazionalisti, tra i riformisti borghesi e i rivoluzionari, tra i consiglieri del proletariato che aiutano gli operai a fare la rivoluzione socialista e gli agenti o “stipendiati” della borghesia che con le riforme e con le promesse di riforme aspirano a distogliere gli operai dalla rivoluzione, tra i grütliani e il partito socialista, o bisogna invece seminare la discordia e la corruzione nella coscienza degli operai, realizzando nel partito socialista la politica “grütliana” dei socialpatrioti, dei grütliani che militano in questo partito?

Inveiscano pure contro gli stranieri i socialpatrioti svizzeri, questi “grütliani” che cercano di svolgere in seno al partito la politica di Grütli, cioè la politica della loro borghesia nazionale! Impediscano agli altri partiti di criticare il partito svizzero con il pretesto della sua “intangibilità”! Difendano la vecchia politica riformista-borghese che ha condotto al fallimento del 4 agosto 1916 il partito tedesco e gli altri partiti! Noi, che sosteniamo Zimmerwald non a parole ma nei fatti, concepiamo molto diversamente l’internazionalismo.

Non siamo disposti ad accogliere in silenzio il disegno, ormai definitivamente chiaro e consacrato dallo stesso presidente delle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, di lasciar tutto immutato nel putrido socialismo europeo e di eludere, mediante un’ipocrita dichiarazione di solidarietà con K. Liebknecht, la concreta parola d’ordine di questo capo degli operai internazionalisti, il suo appello a lavorare per “rigenerare dall’alto in basso” i vecchi partiti. Siamo convinti di avere al nostro fianco tutti gli operai coscienti, che in tutto il mondo hanno appoggiato entusiasticamente K. Liebknecht e la sua tattica.

Noi denunciamo pubblicamente la destra di Zimmerwald, che si è schierata sulle posizioni del pacifismo riformista-borghese.

Noi denunciamo pubblicamente il tradimento di Zimmerwald da parte di R. Grimm ed esigiamo la convocazione di una conferenza che lo destituisca da membro della Commissione socialista internazionale.

Zimmerwald è la parola d’ordine del socialismo internazionalista e della lotta rivoluzionaria. Questa parola non deve servire per camuffare il socialpatriottismo e il riformismo borghese.

Per un vero internazionalismo, il quale esige che si lotti anzitutto contro i socialpatrioti del proprio paese! Per una vera tattica rivoluzionaria, che non può essere applicata quando ci si accordi con i socialpatrioti contro gli operai socialisti e rivoluzionari!
DODICI BREVI TESI SULLE ARGOMENTAZIONI DI H. GREULICH A FAVORE DELLA DIFESA DELLA PATRIA

(Scritte in tedesco fra il 13 e il 17 (26 e 30) gennaio 1917. Pubblicate nel Volksrecht, 1917, nn. 26 e 27 (31 gennaio e 1° febbraio). Pubblicate per la prima volta in russo in Miscellanea di Lenin, XVII, 1931. Opere vol. 23)

1. H. Greulich dichiara, all’inizio del suo primo articolo, che vi sono oggi dei “socialisti” (ma parla, probabilmente, di sedicenti socialisti) che “hanno fiducia nei governi degli nobili agrari e della borghesia”.

Quest’accusa contro una delle tendenze del “socialismo” contemporaneo, e più esattamente contro il socialpatriottismo, è evidentemente fondata. Ma che cosa dimostrano i quattro articoli del compagno H. Greulich se non che lui stesso “ha una fiducia” cieca nel “governo borghese” della Svizzera? Greulich finisce anzi per dimenticare che quest’ultimo, in virtù delle innumerevoli relazioni del capitale finanziario svizzero, non è soltanto un “governo borghese”, ma anche un governo borghese imperialista.

2. H. Greulich ammette nel primo articolo che in seno alla socialdemocrazia internazionale esistono due correnti principali. E caratterizza giustamente una di esse (cioè, naturalmente, la corrente socialpatriottica), stigmatizzandone i seguaci come “agenti” dei governi borghesi.

Ma Greulich dimentica stranamente, in primo luogo, che anche i socialpatrioti svizzeri sono gli agenti del proprio governo borghese; in secondo luogo, che, come non si può isolare la Svizzera in genere dal mercato mondiale, così non si può staccare l’odierna Svizzera borghese, ricchissima e molto progredita, dalla rete dei rapporti imperialisti mondiali; in terzo luogo, che sarebbe opportuno esaminare gli argomenti pro e contro la difesa della patria nell’insieme della socialdemocrazia internazionale e soprattutto in connessione con quei rapporti imperialisti mondiali del capitale finanziario; in quarto luogo, che è impossibile conciliare le due principali correnti della socialdemocrazia internazionale e che, pertanto. il partito svizzero deve scegliere una delle due tendenze.

3. H. Greulich afferma nel secondo articolo che “la Svizzera non può condurre una guerra offensiva”.

Greulich dimentica stranamente il fatto incontestabile ed evidente che la Svizzera, nei due soli casi possibili, — sia che si allei con la Germania contro l’Inghilterra, sia che si allei con l’Inghilterra contro la Germania, — prenderebbe comunque parte a una guerra imperialista, a una guerra di rapina, a una guerra offensiva.

La Svizzera borghese non potrebbe modificare in nessun caso il carattere della guerra in corso o condurre, in generale, una guerra antimperialista.

È forse ammissibile che Greulich abbandoni il “terreno dei fatti” (vedi il suo quarto articolo) e, invece di parlare di questa guerra, discorra di una guerra immaginaria?

4. H. Greulich afferma nel secondo articolo:

“La neutralità e la difesa della patria sono per la Svizzera la stessa cosa. Chi respinge la difesa della patria minaccia la neutralità. Ecco il punto che bisogna aver chiaro”.

Due domande molto semplici al compagno Greulich.

Anzitutto, non bisogna forse aver chiaro che la fiducia nelle dichiarazioni di neutralità e nel proposito di salvaguardare la neutralità nella guerra in corso non implica soltanto una fiducia cieca nel proprio e negli altrui “governi borghesi”, ma è anche, molto semplicemente, ridicola?

Non bisogna inoltre aver chiaro che, nei fatti, le cose stanno come segue?

Chi accetta la difesa della patria nella guerra in corso si trasforma in complice della “propria” borghesia nazionale, che è palesemente imperialista anche in Svizzera, in quanto è legata finanziariamente alle grandi potenze e coinvolta nella politica imperialista mondiale.

Chi respinge la difesa della patria nella guerra in corso distrugge la fiducia del proletariato nella borghesia e aiuta il proletariato internazionale a lottare contro il dominio della borghesia.

5. H. Greulich afferma alla fine del secondo articolo: “Sopprimendo la milizia in Svizzera, non avremo ancora eliminato le guerre tra le grandi potenze”.

Perché mai il compagno Greulich dimentica che i socialdemocratici vogliono sopprimere qualsiasi esercito (e quindi anche la milizia) solo dopo la vittoria della rivoluzione sociale? Che proprio nel momento presente si tratta di lottare per la rivoluzione sociale, in alleanza con le minoranze internazionaliste rivoluzionarie di tutte le grandi potenze?

Da chi Greulich si aspetta l’eliminazione delle “guerre tra le grandi potenze”? Forse dalla milizia di un piccolo Stato borghese con quattro milioni di abitanti?

Noi socialdemocratici pensiamo che le “guerre tra le grandi potenze” saranno eliminate dall’azione rivoluzionaria del proletariato di tutte le potenze, grandi e piccole.

6. Nel terzo articolo Greulich sostiene che gli operai svizzeri devono “difendere” la “democrazia”!

Ma ignora sul serio il compagno Greulich che nella guerra attuale nessuno Stato europeo difende o può difendere la democrazia? E che, al contrario, partecipare a questa guerra imperialista significa per tutti gli Stati, grandi e piccoli, strangolare la democrazia, far trionfare la reazione sulla democrazia? Ignora sul serio il compagno Greulich i mille e mille esempi forniti al riguardo dall’Inghilterra, dalla Germania, dalla Francia, ecc.? O ha egli tanta “fiducia” nel governo svizzero, cioè nel suo “governo borghese”, da considerare tutti i direttori di banca e i milionari svizzeri degli autentici Guglielmi Tell?

Non la partecipazione alla guerra imperialista o ad una mobilitazione che dovrebbe salvaguardare la neutralità, ma la lotta rivoluzionaria contro tutti i governi borghesi, ed essa soltanto, può condurre al socialismo; e senza socialismo non c’è garanzia alcuna per la democrazia!

7. Il compagno Greulich scrive nel terzo articolo: “La Svizzera si attende forse dai proletari che “si uccidano fra loro nelle battaglie imperialiste?”.

Questa domanda dimostra che il compagno Greulich poggia saldamente sul terreno nazionale; ma, purtroppo, in questa guerra, un simile terreno non sussiste affatto per la Svizzera.

Non è la Svizzera ad “attendersi” questo dal proletariato, ma il capitalismo, che si è trasformato in capitalismo imperialista in tutti i paesi civili, anche in Svizzera. Il dominio della borghesia “si attende” oggi dai proletari di tutti i paesi che “si uccidano fra loro nelle battaglie imperialiste”: ecco che cosa Greulich dimentica. Per reagire a questa situazione non c’è oggi altro mezzo che la lotta di classe, rivoluzionaria e internazionalista, contro la borghesia!

Perché mai Greulich dimentica anzitutto che già il manifesto di Basilea dell’Internazionale riconosceva apertamente, nel 1912, che il capitalismo imperialista avrebbe determinato il carattere fondamentale della guerra imminente e, inoltre, che lo stesso manifesto parlava della rivoluzione proletaria appunto in connessione con questa guerra?

8. Greulich scrive nel terzo articolo:

La lotta rivoluzionaria di massa, “invece dell’esercizio dei diritti democratici”, è “un concetto molto vago”.

Questo dimostra che Greulich ammette soltanto la via riformista borghese, mentre respinge o ignora la rivoluzione: il che può andar bene per un grütliano, ma in nessun caso per un socialdemocratico.

Le rivoluzioni sono impossibili senza “lotta rivoluzionaria di massa”. Rivoluzioni senza “lotta rivoluzionaria di massa” non ce ne sono mai state. Oggi, all’inizio dell’epoca dell’imperialismo, le rivoluzioni sono inevitabili anche in Europa.

9. Nel quarto articolo il compagno Greulich dichiara formalmente, come una cosa “ovvia”, che rassegnerà il suo mandato al Consiglio nazionale, se il partito rigetterà in linea di principio la difesa della patria. Egli aggiunge inoltre che un tale ripudio implicherebbe “una violazione della nostra unità”.

È questo un ultimatum ben chiaro e categorico, posto dai membri socialpatriottici del Consiglio nazionale. O il partito accetta le tesi dei socialpatrioti, oppure “noi” (Greulich, Müller, ecc.) rassegniamo i nostri mandati.

Ma, a dire il vero, di quale “unità” si può parlare in questo caso? Evidentemente, dell’“unità” fra i capi socialpatrioti e i loro mandati di consiglieri nazionali!!

L’unità proletaria, fondata sui principi, è tutt’altra cosa: i socialpatrioti, cioè i “difensori della patria”, devono “unirsi” alla Lega di Grütli, che è socialpatriottica e interamente borghese. I socialdemocratici, che respingono la difesa della patria, devono invece “unirsi” al proletariato socialista. Questo è assolutamente chiaro.

Noi speriamo fermamente che il compagno Greulich non vorrà coprirsi di ridicolo cercando di dimostrare (nonostante le esperienze dell’Inghilterra, della Germania, della Svezia, ecc.) che l’“unità” dei socialpatrioti, cioè degli “agenti” dei governi borghesi, con il proletariato socialista può portare a qualcosa che non sia la disorganizzazione, l’ipocrisia e la menzogna.

10. Secondo Greulich, il “giuramento” con cui i membri del Consiglio nazionale si impegnano a difendere l’indipendenza del paese è “incompatibile” con il rifiuto di difendere la patria.

Benissimo! Ma c’è forse una sola attività rivoluzionaria che sia “compatibile” con il “giuramento” di salvaguardare le leggi degli Stati capitalisti?? I grütliani, cioè i servi della borghesia, riconoscono in linea di principio soltanto le vie legali. Ma fino ad oggi non c’è stato un solo socialdemocratico che abbia respinto la rivoluzione o accettato solo quelle lotte rivoluzionarie che sono “compatibili” con il “giuramento” di salvaguardare le leggi borghesi.

11. Greulich nega che la Svizzera sia uno “Stato borghese di classe… nel senso assoluto della parola”. Egli definisce il socialismo (alla fine del quarto articolo) in modo tale che da esso scompaiono del tutto la rivoluzione sociale e qualsiasi azione rivoluzionaria. La rivoluzione sociale è un’“utopia”: è questo, in breve, il senso di tutti i lunghi discorsi o articoli di Greulich.

Molto bene! Ma questo è grütlianismo della più bell’acqua, non è socialismo. Questo è riformismo borghese, non è socialismo.

Perché il compagno Greulich non propone di cancellare le parole “rivoluzione proletaria” dal manifesto di Basilea del 1912? O le parole “azioni rivoluzionarie di massa” dal documento di Aarau del 1915? O di bruciare tutte le risoluzioni di Zimmerwald e di Kienthal?

12. Il compagno Greulich poggia saldamente sul terreno nazionale, cioè sul terreno riformista borghese, grütliano.

Egli si ostina a ignorare il carattere imperialista della guerra attuale, nonché le relazioni imperialiste dell’odierna borghesia svizzera. Ignora la divisione dei socialisti di tutto il mondo in socialpatrioti e internazionalisti rivoluzionari.

Dimentica che il proletariato svizzero ha in effetti dinanzi a sé due sole vie.

La prima è quella di aiutare la propria borghesia nazionale ad armarsi, sostenere la mobilitazione col pretesto di difendere la neutralità ed esporsi quotidianamente al rischio di farsi coinvolgere nella guerra imperialista. In caso di “vittoria” in questa guerra, soffrire la fame, registrare centomila morti, far intascare alla borghesia altri miliardi di profitti di guerra, garantirle all’estero nuovi e lucrosi investimenti di capitale e cadere in un stato di soggezione finanziaria nei confronti degli “alleati” imperialisti, delle grandi potenze.

La seconda è quella di lottare risolutamente, in stretta alleanza con le minoranze internazionaliste rivoluzionarie di tutte le grandi potenze, contro tutti i “governi borghesi”, e prima di tutto contro il proprio, negare qualsiasi “fiducia” al proprio governo borghese in generale e ai suoi discorsi sulla difesa della neutralità, invitare garbatamente i socialpatrioti a trasferirsi nella Lega di Grütli.

In caso di vittoria, liberarsi per sempre del carovita, della fame e delle guerre e scatenare la rivoluzione socialista, insieme con gli operai francesi, tedeschi, ecc.

Entrambe le vie sono difficili e impongono sacrifici.

Il proletariato svizzero deve quindi scegliere se fare questi sacrifici a vantaggio della borghesia imperialista del suo paese e di una delle coalizioni di grandi potenze, o se farli invece per emancipare l’umanità dal capitalismo, dalla fame e dalle guerre.

Il proletariato deve scegliere.

LA DIFESA DELLA NEUTRALITÀ

(Scritto in tedesco nel gennaio 1917. Pubblicato per la prima volta in russo in Miscellanea di Lenin, XVII, 1931. Opere vol. 23)

Se si riconosce che la guerra in corso è una guerra imperialista, cioè una guerra fra due grandi predoni per il dominio e il saccheggio del mondo, non si dimostra ancora la necessità di respingere la difesa della patria svizzera. Noi svizzeri difendiamo appunto la nostra neutralità e abbiamo inviato unità militari alle nostre frontiere proprio per non prendere parte a questa guerra di rapina!

Così dicono i socialpatrioti, i grütliani, che militano nel partito socialista e fuori delle sue file.

La loro argomentazione si fonda su alcune premesse tacitamente accolte o interpolate surrettiziamente.

L’acritica ripetizione di ciò che la borghesia dice e deve dire per salvare il suo dominio di classe.

Una piena fiducia nella borghesia e una sfiducia radicale nel proletariato.

L’incomprensione della situazione internazionale reale, non immaginaria, quale scaturisce dai rapporti imperialisti fra tutti i paesi europei e dai “legami” imperialisti della classe capitalista svizzera.

La borghesia romena e la borghesia bulgara non hanno forse assicurato per mesi e nel più solenne dei modi che i loro preparativi di guerra avevano il “solo” scopo di difendere la neutralità?

Sussistono forse dei motivi seri, scientificamente fondati, per istituire al riguardo una differenza di principio fra la borghesia dei suddetti paesi e la borghesia svizzera?

No di certo! Quando si osserva che in Romania e in Bulgaria la classe borghese ha una certa passione per le conquiste e le annessioni e che questo non si può dire della borghesia svizzera, non si parla ancora di una differenza di principio. Gli interessi imperialisti, come tutti sanno, non si manifestano soltanto nelle acquisizioni territoriali, ma anche in quelle finanziarie. Non si deve mai dimenticare che la borghesia svizzera esporta capitali per un valore minimo di tre miliardi di franchi e sfrutta quindi in maniera imperialista i popoli arretrati. È un fatto. Ed è pure un fatto che il capitale bancario svizzero è intimamente legato e intrecciato con il capitale bancario delle grandi potenze e che la “Fremdenindustrie” (le imprese al servizio dei mercati esteri), ecc. si presenta come una ripartizione permanente della ricchezza imperialista fra le grandi potenze e la Svizzera. Si aggiunga che la Svizzera è molto più evoluta in senso capitalista della Romania e della Bulgaria; che in Svizzera non si può assolutamente parlare di movimenti popolari “nazionali”, perché quest’epoca storica si è già conclusa per la Svizzera da molti secoli, cosa che non si può certo dire dei due Stati balcanici.

È pertanto normale che il borghese cerchi d’inculcare nel popolo, negli sfruttati, la fiducia nella borghesia e s’ingegni di mascherare con frasi appropriate l’effettiva politica imperialista della “propria” borghesia.

Il socialista deve assumere un atteggiamento del tutto diverso. Deve cioè denunciare implacabilmente, non tollerando nessuna illusione, la politica effettiva della “propria” borghesia. Che la borghesia svizzera continui questa sua politica, vendendo il suo popolo all’una o all’altra coalizione di potenze imperialiste, è molto più verosimile e “naturale” (cioè più conforme alla sua natura) che non che essa difenda la democrazia, nel vero senso della parola, contro gli interessi del profitto.

“A ciascuno il suo”: che i grütliani, servi e agenti della borghesia, ingannino pure il popolo con le loro frasi sulla “difesa della neutralità”!

I socialisti, che combattono contro la borghesia, devono invece aprire gli occhi al popolo sul pericolo quanto mai reale, attestato da tutta la storia della politica borghese in Svizzera, di essere venduto dalla “propria” borghesia!


PALUDE IMMAGINARIA O REALE?

(Scritto in tedesco alla fine del gennaio 1917. Pubblicato per la prima volta in russo in Miscellanea di Lenin, XVII, 1931. Opere vol. 23)

In un suo articolo sulla maggioranza e la minoranza (Berner Tagwacht e Neues Leben) il compagno R. Grimm asserisce che “anche da noi si è inventata” “una palude, un immaginario centro del Partito”.

Dimostreremo che la posizione assunta da Grimm nell’articolo indicato è una posizione tipicamente centrista.

Polemizzando con la maggioranza, Grimm scrive:

Neanche uno dei partiti che accettano la piattaforma di Zimmerwald e di Kienthal ha lanciato la parola d’ordine di rifiutare il servizio militare, facendo obbligo ai suoi iscritti di tradurla in pratica. Lo stesso Liebknecht ha indossato l’uniforme ed è entrato nelle file dell’esercito. Il partito italiano si è limitato a respingere i crediti militari e la pace civile. La minoranza francese ha agito nello stesso modo”.

Ci stropicciamo gli occhi per lo stupore. Rileggiamo ancora quest’importante capoverso dell’articolo di Grimm e consigliamo al lettore di rifletterci sopra.

È incredibile, ma vero! Per dimostrare che il centro è da noi una invenzione, il rappresentante del nostro centro mette nello stesso sacco gli internazionalisti di sinistra (Liebknecht) e gli zimmerwaldiani di destra o centro!!!

Possibile che Grimm speri davvero di ingannare gli operai svizzeri e di convincerli che Liebknecht e il partito italiano appartengono alla stessa corrente e che fra loro non esiste proprio quella differenza che distingue la sinistra dal centro?

Ecco i nostri argomenti.

Ascoltiamo, in primo luogo, un testimone che non appartiene né al centro né alla sinistra. Il socialimperialista tedesco Ernst Heilmann così scriveva il 12 agosto 1916 sulla Glocke, a p. 772: “… Il Gruppo del lavoro, o destra di Zimmerwald, che ha come suo teorico Kautsky e come capi politici Haase e Ledebour…”. Può Grimm contestare che Kautsky, Haase e Ledebour sono i rappresentanti tipici del centro?

In secondo luogo, può Grimm ignorare che la destra di Zimmerwald, o centro, prende posizione nell’odierno movimento socialista contro la rottura immediata con l’Ufficio socialista internazionale del l’Aja, con l’Ufficio dei socialpatrioti? Che la sinistra è per questa rottura? che i rappresentanti del gruppo “Internazionale” — e Liebknecht appartiene a questo gruppo — si sono battuti contro la convocazione dell’Ufficio socialista internazionale e per la rottura con esso?

In terzo luogo, ha forse Grimm dimenticato che il socialpacifismo, recisamente condannato dalla risoluzione di Kienthal, è divenuto proprio oggi la piattaforma del centro in Francia, in Germania e in Italia? Che l’intero partito italiano, il quale non ha protestato né contro le numerose mozioni e dichiarazioni socialpacifiste del proprio gruppo parlamentare né contro il vergognoso discorso di Turati del 17 dicembre, è sulla piattaforma del socialpacifismo? Che i due gruppi tedeschi di sinistra, gli ISD (Socialisti internazionalisti di Germania) e l’“Internazionale” (o gruppo “Spartaco”, al quale appartiene Liebknecht), hanno respinto espressamente il socialpacifismo del centro? Non si dimentichi, inoltre, che i più nocivi socialimperialisti e socialpatrioti di Francia, con Sembat, Renaudel e Jouhaux alla testa, hanno votato anch’essi risoluzioni socialpacifiste e che in tal modo è stato messo a nudo con singolare chiarezza il significato reale e oggettivo del socialpacifismo.

In quarto luogo… ma basta! Grimm aderisce proprio alle posizioni del centro quando consiglia al partito svizzero di “limitarsi” a rifiutare i crediti di guerra e la pace civile, come ha fatto il partito italiano. Egli critica le proposte della maggioranza dal punto di vista del centro, perché questa maggioranza vuole avvicinarsi alla posizione di Liebknecht.

Grimm si schiera a difesa della chiarezza, della sincerità e dell’onestà. D’accordo! Ma queste eccellenti qualità non impongono forse di distinguere chiaramente, sinceramente e onestamente le concezioni e la tattica di Liebknecht da quelle del centro e di non metterle nello stesso sacco?

Essere con Liebknecht significa: 1. attaccare il nemico principale nel proprio paese; 2. smascherare i socialpatrioti del proprio paese (e, col vostro permesso, compagno Grimm, non solo quelli stranieri!), combatterli e (col vostro permesso, compagno Grimm!) non unirsi a loro contro la sinistra radicale; 3. criticare e denunciare apertamente le debolezze non solo dei socialpatrioti, ma anche dei socialpacifisti e dei “centristi” del proprio paese; 4. servirsi della tribuna parlamentare per incitare il proletariato alla lotta rivoluzionaria, per indurlo a rivolgere le armi contro la propria borghesia; 5. diffondere pubblicazioni illegali e organizzare riunioni clandestine; 6. organizzare manifestazioni proletarie come quella di piazza Potsdam a Berlino, dove è stato arrestato Liebknecht; 7. chiamare allo sciopero gli operai dell’industria di guerra, come ha fatto, con i suoi appelli clandestini, il gruppo “Internazionale”; 8. dimostrare apertamente la necessità di “rinnovare” a fondo gli attuali partiti, che si limitano ad un’attività riformista, e agire secondo l’esempio di Liebknecht; 9. respingere categoricamente la difesa della patria nella guerra imperialista; 10. battersi su tutta la linea contro il riformismo e l’opportunismo in seno alla socialdemocrazia; 11. intervenire con altrettanta intransigenza contro i dirigenti sindacali, che in tutti i paesi, e specialmente in Germania, in Inghilterra e in Svizzera, costituiscono l’avanguardia del socialpatriottismo e dell’opportunismo, ecc.

E chiaro che, in questo senso, si possono criticare molti punti del progetto della maggioranza. Ma di questo si può parlare soltanto in un articolo a parte. Per il momento basterà sottolineare che la maggioranza propone comunque alcuni passi in questa direzione e che Grimm l’attacca non da sinistra, ma da destra, non dalle posizioni di Liebknecht, ma da quelle del centro.

Nel suo articolo Grimm confonde ad ogni passo due questioni radicalmente diverse: anzitutto il problema del quando: del preciso momento in cui questa o quella azione rivoluzionaria può essere realizzata. E assurdo tentare di risolvere in anticipo questo problema e i rimproveri che Grimm rivolge in proposito alla maggioranza altro non sono che polvere gettata negli occhi degli operai.

La seconda questione riguarda il modo di cambiare, di trasformare il partito, attualmente incapace di condurre sistematicamente e con perseveranza una lotta realmente rivoluzionaria nelle condizioni concrete più varie, in un partito che sia capace di farlo.

Sta qui l’essenziale! La radice di tutta la discussione, della lotta di tendenza intorno alla questione della guerra e della difesa della patria! Ma è proprio questo il punto che Grimm passa sotto silenzio, nasconde e oscura. Di più: le sue spiegazioni finiscono per negare questo problema.

Tutto rimane come prima: ecco il filo rosso che percorre l’articolo di Grimm. Ecco la ragione profonda che induce a ravvisare nel suo articolo una manifestazione di centrismo. Tutto rimane come prima: basta solo rifiutare i crediti di guerra e la pace civile! Ogni borghese intelligente dovrà convenire che in fin dei conti, la proposta non è inaccettabile per la borghesia. Essa infatti non minaccia il suo dominio e non le impedisce di far la guerra (come “minoranza nello Stato” “noi ci subordiniamo”: queste parole di Grimm hanno un significato politico molto grande, molto più grande di quanto possa sembrare a prima vista!).

Non è, del resto, un fatto di portata internazionale che nei paesi belligeranti, e anzitutto in Inghilterra e in Germania, la borghesia e i suoi governi perseguitano soltanto i fautori di Liebknecht e tollerano i sostenitori del centro?

Avanti, a sinistra, anche se ciò comporta che certi capi socialpatriottici se ne vadano: ecco il senso politico delle proposte della maggioranza.

Indietro, rispetto a Zimmerwald, a destra, verso il socialpacifismo, verso le posizioni del centro, verso la “pace” con i capi socialpatrioti, niente azioni di massa, niente spirito rivoluzionario, niente rinnovamento del partito: ecco la concezione di Grimm.

C’è da sperare che essa consenta infine alla sinistra radicale della Svizzera di aprire gli occhi sulla posizione centrista di Grimm.

PROPOSTE DI EMENDAMENTI ALLA RISOLUZIONE SULLA QUESTIONE DELLA GUERRA

 

(Scritta in tedesco fra il 27 e il 29 gennaio (9 e 11 febbraio) 1917. Pubblicata per la prima volta in russo in Miscellanea di Lenin, XVII, 1931. Opere vol. 23)

1. I rappresentanti del partito in parlamento si impegnano a respingere, esponendone i motivi, tutte le richieste e i crediti militari. Rivendicare la smobilitazione.

2. Niente pace civile. Inasprimento della lotta di principio contro tutti i partiti borghesi, nonché contro le idee nazionaliste grütliane nel movimento operaio e nel partito.

3. Propaganda rivoluzionaria sistematica nell’esercito.

4. Appoggio a tutti i movimenti rivoluzionari e alla lotta contro la guerra e i propri governi in tutti i paesi belligeranti.

5. Sostenere ogni lotta rivoluzionaria di massa, scioperi, manifestazioni, anche in Svizzera, e trasformarli in lotta armata aperta.

6. Il partito dichiara che la lotta rivoluzionaria di massa, approvata dal congresso di Aarau del 1915, si propone la trasformazione socialista della Svizzera. Questa trasformazione è l’unico e più efficace mezzo per liberare la classe operaia dagli orrori del carovita e della fame. Essa è indispensabile per eliminare completamente il militarismo e la guerra.

Nota

Questa Proposta fu presentata dai socialdemocratici di sinistra al congresso cantonale dell’organizzazione di Zurigo che si tenne a Töss l’11-12 febbraio 1917. Al congresso furono sottoposti due progetti di risoluzione sul problema della guerra 1. uno di minoranza, improntato allo spirito socialsciovinista e 2. uno di maggioranza, di tendenza centrista. Il congresso approvò con 93 voti contro 65 il secondo progetto, per il quale votarono anche gli elementi della sinistra, che fecero approvare la loro “proposta di emendamenti”. Sulla lotta di corrente nel Partito socialdemocratico svizzero si veda l’articolo di Lenin Storia di un breve periodo di vita di un partito socialista, Opere vol. 23 e in questa stessa pubblicazione a pag. 39.


STORIA DI UN BREVE PERIODO DI VITA DI UN PARTITO SOCIALISTA

(Scritto in tedesco alla fine del febbraio 1917. Pubblicato per la prima volta in russo in Miscellanea di Lenin, XVII, 1931. Opere vol. 23)

7 gennaio 1917. Riunione della direzione del Partito socialista svizzero. Il capo del “centro” R. Grimm si unisce ai leader socialpatriottici e rinvia a tempo indeterminato il congresso (in cui si doveva discutere la questione della guerra e che era stato fissato per l’11 febbraio 1917).

Nobs, Platten, Naine e altri protestano e votano contro. Profonda indignazione contro il rinvio tra gli operai coscienti.

9 gennaio 1917. Pubblicazione delle risoluzioni della maggioranza e della minoranza. Nel progetto della maggioranza manca una qualsiasi dichiarazione aperta contro la difesa della patria (Affolter e Schmid si sono opposti). Tuttavia, nel paragrafo 3, è contenuta la seguente rivendicazione: “I rappresentanti del partito in parlamento si impegnano a respingere, esponendone i motivi, tutte le richieste e i crediti militari”. È bene ricordarsene.

23 gennaio 1917. I1 Volksrecht di Zurigo pubblica la motivazione del referendum, in cui il rinvio del congresso è caratterizzato, in termini bruschi ma assolutamente esatti, come una vittoria dei grütliani sul socialismo.

Tempesta d’indignazione dei leader contro il referendum. Grimm sulla Berner Tagwacht, Jacques Schmid (Olten) sulla Neue Freie Zeitung, F. Schneider sul Basler Vorwärts e, oltre a questi “centristi”, il socialpatriota Huber sulla Volksstimme di San Gallo: tutti costoro coprono d’ingiurie e di minacce i promotori del referendum.

L’immonda campagna è capeggiata da R. Grimm, che cerca soprattutto d’intimorire l’“organizzazione della gioventù” e promette di attaccarla al prossimo congresso del partito.

Nella Svizzera tedesca e francese centinaia e centinaia di operai precipitano a firmare i fogli del referendum. Naine telegrafa a Münzenberg che con tutta probabilità la segreteria cantonale sosterrà il referendum.

22 gennaio 1917. La Berner Tagwacht e il Volksrecht pubblicano una dichiarazione del consigliere nazionale Gustav Müller. Costui pone al partito un ultimatum formale, dichiarando, a nome del suo gruppo (egli scrive il “nostro gruppo”), che si dimetterà da consigliere nazionale, perché il “rifiuto di principio dei crediti militari” è per lui inaccettabile.

26 gennaio 1917. Greulich, nel suo quarto articolo sul Volksrecht, pone al partito lo stesso ultimatum, annunciando che “ovviamente” rassegnerà il proprio mandato, se il congresso del partito approverà il paragrafo 3 della risoluzione della maggioranza (vedasi sopra la nota del 9 gennaio, ndr)

27 gennaio 1917. E. Nobs dichiara, in una nota redazionale (A proposito del referendum), che non condivide per niente la motivazione del referendum.

Platten tace.

31 gennaio 1917. La segreteria delibera di convocare il convegno del partito per il 2 e il 3 giugno 1917 (non si dimentichi che la segreteria aveva già deciso una prima volta di indire il congresso per l’11 febbraio 1917, ma che la decisione era stata revocata dalla direzione del partito!).

1° febbraio 1917. Si riunisce a Olten un gruppo di zimmerwaldiani. Alla riunione intervengono i rappresentanti delle organizzazioni invitate alla conferenza dei socialisti dell’Intesa (convocata per il marzo 1917).

Radek, Zinoviev, Münzenberg e un membro del gruppo “Internazionale” (il gruppo “Spartaco” a cui aderiva K. Liebknecht) svergognano pubblicamente R. Grimm e dichiarano che la sua alleanza con i socialpatrioti contro gli operai socialisti della Svizzera fa di lui un “cadavere politico”.

La stampa si ostina a mantenere il più assoluto silenzio sulla conferenza.

1° febbraio 1917. Platten pubblica il suo primo articolo sulla questione della guerra, nel quale sono da mettere in particolare risalto due dichiarazioni.

Anzitutto, egli scrive testualmente: “Si è sentita, naturalmente, in sede di commissione, l’assenza di una mente lucida, di un combattente zimmerwaldiano, coraggioso e conseguente, che sostenesse di mettere a dormire la questione della guerra sino alla fine del conflitto”.

Non è difficile intuire contro chi sia rivolto quest’attacco.

Inoltre, nello stesso articolo, Platten fa una dichiarazione di principio:

La questione della guerra non implica soltanto una lotta di idee intorno a questo problema, ma anche un indirizzo determinato sul futuro sviluppo del partito; implica la lotta contro l’opportunismo nel partito e una presa di posizione contro i riformisti e per la lotta rivoluzionaria di classe”.

3 febbraio 1917. Si tiene un convegno privato di centristi (Grimm, Schneider, Rimathé e altri), a cui intervengono anche Nobs e Platten. Münzenberg e il dr. Bronski sono stati invitati, ma si rifiutano di partecipare.

Il convegno decide di “emendare” la risoluzione della maggioranza, che viene sostanzialmente peggiorata e diventa una “risoluzione centrista”, soprattutto perché il paragrafo 3 scompare e viene sostituito con una formula assai vaga e imprecisa.

6 febbraio 1917. Assemblea generale dei membri zurighesi del partito socialdemocratico. Il punto più importante è l’elezione del comitato.

I presenti sono pochi, gli operai sono in numero insignificante.

Platten propone di rinviare l’assemblea. I socialpatrioti e Nobs si oppongono. La proposta viene respinta.

Comincia la votazione. Non appena si apprende che il dr. Bronski è stato eletto, il socialpatriota Baumann dichiara, a nome di quattro membri del comitato, che si rifiuta di collaborare con lui.

Platten propone di accogliere l’ultimatum (cioè di cedere), sostenendo (in aperta violazione di ogni metodo democratico e del tutto illegalmente) che l’elezione è da ritenere nulla. La proposta viene accolta!!!

9 febbraio 1917. Viene pubblicata la “nuova” risoluzione della maggioranza. È firmata dai “centristi” Grimm, Rimathé, Schneider, Jacques Schmid, ecc. e da Nobs e Platten. Il testo è notevolmente peggiorato, e, come si è già detto, il paragrafo 3 è soppresso.

Nella risoluzione manca qualsiasi accenno alla lotta contro l’opportunismo e il riformismo. Non si accenna alla volontà di seguire la tattica di Karl Liebknecht!

È una tipica risoluzione centrista, dove predominano i bei discorsi “generici”, con pretese “teoriche”, ma dove le rivendicazioni pratiche sono formulate di proposito in termini così fiacchi e nebulosi da far sperare che non soltanto Grimm e G. Müller, ma persino Baumann = Zurigo si degneranno di ritirare il proprio ultimatum e di… amnistiare il partito.

Risultato ultimo: lo zimmerwaldismo viene seppellito solennemente nella “palude” dai leader del partito svizzero.

Aggiunta.

Il 25 gennaio 1917, nella Volksstimme di San Gallo (su cui scrive molto spesso Huber = Rorschach), si legge:

“A tale impudenza [cioè alla motivazione del referendum] basta opporre il fatto che la proposta di rinvio [del 7 gennaio] è stata presentata dal compagno Grimm e sostenuta energicamente anche dai compagni Manz, Greulich, Müller, Affolter e Schmid”.

Il Basler Vorwärts del 16 gennaio 1917 comunica che la proposta di rinvio (del 7 gennaio) è stata presentata dai seguenti compagni:

“Grimm, Rimathé, Studer, Münch, Lang = Zurigo, Schneider = Basilea, Keel = San Gallo e Schnurrenberger” (sic!! È forse un refuso, invece di Schneeberger?).

Gli operai hanno tutte le ragioni di esser grati ai due giornali per aver citato questi nomi!…

LETTERA DI COMMIATO AGLI OPERAI SVIZZERI

 

(Scritta il 26 marzo (8 aprile) 1917. Pubblicata il 1° maggio 1917 in Jugend-Internationale, n. 8. Opere vol. 23)

Compagni operai svizzeri,

nel partire dalla Svizzera per la Russia, allo scopo di continuare nel nostro paese il lavoro rivoluzionario internazionalista, noi, iscritti al Partito operaio socialdemocratico di Russia, diretto dal Comitato centrale (a differenza dell’altro partito, che porta lo stesso nome, ma è diretto dal Comitato d’organizzazione), vi inviamo un fraterno saluto e l’espressione della nostra profonda e fraterna riconoscenza per il vostro comportamento fraterno verso gli emigrati.

Se i socialpatrioti e gli opportunisti dichiarati, i grütliani svizzeri, sono passati, come i socialpatrioti di tutti i paesi, dal campo del proletariato a quello della borghesia, se costoro vi hanno apertamente invitati a combattere la nociva influenza degli stranieri sul movimento operaio svizzero, se i socialpatrioti e gli opportunisti mascherati, che sono la maggioranza fra i capi del partito socialista svizzero, hanno condotto in forma mascherata la stessa politica, noi dobbiamo dichiarare che fra gli operai rivoluzionari socialisti svizzeri, i quali sono su posizioni internazionaliste, abbiamo trovato una viva simpatia e che il fraterno contatto con loro ci è stato di grande utilità.

Noi siamo sempre stati particolarmente cauti nel prendere posizione su quelle questioni del movimento svizzero la cui conoscenza esige un lungo lavoro nel movimento locale. Ma quelli di noi — forse non più di dieci o quindici — che sono stati membri del partito socialista svizzero, hanno considerato come loro dovere di sostenere risolutamente il nostro punto di vista, e cioè quello della “sinistra di Zimmerwald”, sulle questioni generali e fondamentali del movimento socialista internazionale e di combattere con decisione non soltanto il socialpatriottismo, ma anche la tendenza cosiddetta del centro, cui appartengono R. Grimm, F. Schneider, Jacques Schmid e altri in Svizzera, Kautsky, Haase, l’“il Gruppo di lavoro” in Germania, Longuet, Pressemane e altri in Francia, Snowden, Ramsay MacDonald e altri in Inghilterra, Turati, Treves e i loro amici in Italia, e il partito, sopra menzionato, del “Comitato d’organizzazione” (Axelrod, Martov, Ckheidze, Skobelev e altri) in Russia.

Noi abbiamo lavorato in pieno accordo con i socialdemocratici rivoluzionari della Svizzera, che in parte sono raggruppati intorno alla rivista Freie Jugend, che hanno redatto e divulgato (in tedesco e in francese) i punti del referendum per la convocazione d’un congresso del partito nell’aprile 1917 al fine di decidere la questione dell’atteggiamento di fronte alla guerra, che hanno proposto al congresso del cantone di Zurigo a Töss la risoluzione dei giovani e della “sinistra” sulla questione della guerra, che, nel marzo 1917, hanno stampato e diffuso in qualche località della Svizzera francese un manifestino in tedesco e in francese intitolato Le nostre condizioni di pace, ecc.

Inviamo un saluto fraterno a questi compagni, con i quali abbiamo concordemente lavorato fianco a fianco.

Per noi non era e non è affatto dubbio che il governo imperialista inglese non permetterà a nessun costo il ritorno degli internazionalisti russi, avversari irriducibili del governo imperialista di Guckov-Miliukov e soci, avversari irriducibili della continuazione della guerra imperialista da parte della Russia.

A questo proposito, dobbiamo brevemente soffermarci sulla nostra concezione dei compiti della rivoluzione russa. Stimiamo tanto più necessario far questo, in quanto, per tramite degli operai svizzeri, possiamo e dobbiamo rivolgerci agli operai tedeschi, francesi, italiani che parlano la stessa lingua della popolazione svizzera, la quale, finora, ha approfittato dei benefici della pace e di una libertà politica relativamente maggiore.

Noi restiamo incondizionatamente fedeli alla dichiarazione che abbiamo pubblicato il 13 ottobre 1915, nel n. 47 dell’organo centrale del nostro partito, il Sotsialdemokrat, che si pubblicava a Ginevra. Dicevamo allora che, se la rivoluzione avesse dovuto trionfare in Russia e se al potere fosse giunto un governo repubblicano, desideroso di continuare la guerra imperialista, la guerra insieme alla borghesia imperialista inglese e francese, la guerra per la conquista di Costantinopoli, dell’Armenia, della Galizia, ecc., ecc., noi saremmo stati avversari risoluti di un tale governo, noi saremmo stati contro la “difesa della patria” in una simile guerra.

È ora avvenuto qualcosa del genere. Il nuovo governo della Russia, che ha condotto trattative col fratello di Nicola II per la restaurazione della monarchia in Russia e in cui i posti principali, decisivi sono occupati dai monarchici Lvov e Guckov, tenta di ingannare gli operai russi con la parola d’ordine: “I tedeschi devono rovesciare Guglielmo” (giusto! ma perché non aggiungere che anche gli inglesi, gli italiani, ecc. devono rovesciare i loro re e i russi i loro monarchici Lvov e Guckov??). Per mezzo di questa parola d’ordine e non pubblicando i trattati imperialisti, briganteschi, conclusi dallo zarismo con la Francia, l’Inghilterra, ecc. e confermati dal governo Guckov-Miliukov-Kerenski, il governo tenta di gabellare la guerra imperialista contro la Germania per una “guerra difensiva” (e cioè giusta e legittima anche dal punto di vista del proletariato), di gabellare per “difesa” della repubblica russa (che non esiste ancora in Russia e che i Lvov e i Guckov non hanno ancora neppure promesso di instaurare! ) la difesa delle mire piratesche, imperialiste, brigantesche del capitale russo, inglese, ecc.

Se è vero, come dicono le ultime informazioni telegrafiche, che, sulla base della parola d’ordine: “Fino a quando i tedeschi non avranno rovesciato Guglielmo, la nostra sarà una guerra di difesa”, si è giunti a una specie di avvicinamento fra i socialpatrioti russi dichiarati (come Plekhanov, Zasulic, Potresov, ecc.) e il partito del “centro”, il partito del “Comitato d’organizzazione”, il partito di Ckheidze, Skobelev, ecc.; se questo è vero, noi combatteremo con raddoppiata energia il partito di Ckheidze, Skobelev, ecc., contro il quale, anche prima, abbiamo sempre lottato a causa della sua politica opportunista, esitante e instabile.

La nostra parola d’ordine è: “Nessun appoggio al governo Guckov-Miliukov!”. Chi dice che quest’appoggio è necessario per lottare contro la restaurazione dello zarismo inganna il popolo. Al contrario: proprio il governo Guckov ha già condotto trattative per la restaurazione della monarchia in Russia. Soltanto l’armamento e l’organizzazione del proletariato possono impedire a Guckov e soci di restaurare la monarchia in Russia. Soltanto il proletariato rivoluzionario della Russia e di tutta l’Europa, rimasto fedele all’internazionalismo, può liberare l’umanità dagli orrori della guerra imperialista!

Non chiudiamo gli occhi sulle immense difficoltà che deve affrontare l’avanguardia rivoluzionaria internazionalistica del proletariato russo. In un periodo come l’attuale sono possibili i cambiamenti più bruschi e repentini. Nel n. 47 del Sotsialdemokrat abbiamo risposto chiaro e netto alla questione che si presenta spontaneamente: che cosa farebbe il nostro partito, se la rivoluzione lo portasse improvvisamente al potere? Abbiamo risposto: 1. proporremmo immediatamente la pace a tutti i popoli belligeranti; 2. pubblicheremmo le nostre condizioni di pace consistenti nell’emancipazione immediata di tutte le colonie e di tutti i popoli oppressi o lesi nei loro diritti; 3. inizieremmo immediatamente e condurremmo a termine l’emancipazione completa dei popoli oppressi dai grandi-russi; 4. non ci inganneremmo neppure un istante sul fatto che queste condizioni sarebbero inaccettabili non soltanto per la borghesia monarchica, ma anche per la borghesia repubblicana della Germania, e non soltanto per la Germania, ma anche per i governi capitalisti dell’Inghilterra e della Francia.

Potrebbe accaderci di dover condurre una guerra rivoluzionaria contro la borghesia tedesca, e non soltanto contro la borghesia tedesca. Noi la condurremmo. Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell’interesse del socialismo.

Il compito che abbiamo abbozzato nel n. 47 del Sotsialdemokrat è gigantesco. Esso può essere adempiuto soltanto attraverso una lunga serie di grandi battaglie di classe fra il proletariato e la borghesia. Ma non la nostra impazienza, né i nostri desideri, bensì le condizioni oggettive create dalla guerra imperialista hanno trascinato tutta l’umanità in un vicolo cieco e l’hanno messa dì fronte al dilemma: o lasciar perire ancora milioni di uomini e distruggere completamente la civiltà europea, o far passare il potere, in tutti i paesi civili, nelle mani del proletariato rivoluzionario e compiere la rivoluzione socialista.

Al proletariato russo è toccato il grande onore d’iniziare la serie delle rivoluzioni generate per necessità oggettiva dalla guerra imperialista. Ma ci è assolutamente estranea l’idea di considerare il proletariato russo come il proletariato rivoluzionario eletto fra gli operai degli altri paesi. Sappiamo benissimo che il proletariato della Russia è meno organizzato, preparato e cosciente degli operai degli altri paesi. Non le sue qualità peculiari, ma soltanto le circostanze storiche particolari hanno fatto del proletariato russo, per un certo tempo, forse brevissimo, il combattente d’avanguardia del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo.

La Russia è un paese contadino, uno dei paesi più arretrati dell’Europa. Il socialismo non vi può vincere direttamente e immediatamente. Ma il carattere contadino del paese, data l’immensa estensione delle terre appartenenti alla nobiltà fondiaria, stando alla esperienza del 1905, può dare alla rivoluzione democratica borghese in Russia un’ampiezza formidabile e far sì che la nostra rivoluzione sia il prologo della rivoluzione socialista mondiale, sia un passo verso di essa.

Il nostro partito si è formato lottando per queste idee, pienamente confermate dall’esperienza del 1905 e della primavera 1917, combattendo accanitamente tutti gli altri partiti e per queste idee noi continueremo a batterci anche nel futuro.

Il socialismo non può vincere direttamente e immediatamente in Russia. Ma la massa contadina può condurre la rivoluzione agraria, inevitabile e matura, fino alla confisca di tutto l’incommensurabile possesso dei grandi proprietari fondiari. Noi abbiamo sempre sostenuto questa parola d’ordine e la sostengono oggi a Pietroburgo il Comitato centrale e il giornale del nostro partito, la Pravda. Per questa parola d’ordine il proletariato combatterà senza nascondersi affatto che saranno inevitabili di accaniti conflitti di classe fra gli operai salariati agricoli e i contadini poveri a essi vicini, da una parte, e i contadini agiati, rafforzati dalla “riforma” agraria di Stolypin (1907-1914), dall’altra parte. Non si deve dimenticare che deputati contadini hanno presentato alla prima (1906) e alla seconda (1907) Duma un progetto agrario rivoluzionario in cui si chiedeva la nazionalizzazione di tutte le terre, che dovevano essere messe a disposizione dei contadini attraverso i comitati locali eletti su una base del tutto democratica.

Un simile rivolgimento, di per sé, non sarebbe ancora affatto socialista. Ma esso darebbe un impulso prodigioso al movimento operaio mondiale. Esso consoliderebbe straordinariamente le posizioni del proletariato socialista in Russia e la sua influenza sugli operai agricoli e sui contadini più poveri. Esso darebbe al proletariato urbano la possibilità di sviluppare, poggiando su questa influenza, organizzazioni rivoluzionarie come quella dei “soviet dei deputati operai”, di sostituire con esse i vecchi strumenti d’oppressione degli Stati borghesi (esercito, polizia, burocrazia), d’applicare — sotto la pressione della durissima guerra imperialista e delle sue conseguenze— una serie di misure rivoluzionarie per il controllo sulla produzione e sulla distribuzione dei prodotti.

Con le sue sole forze, il proletariato russo non può condurre vittoriosamente a termine la rivoluzione socialista, ma può dare alla rivoluzione russa un’ampiezza che crei per essa le migliori condizioni, e, in una certa misura, la inizi. Può rendere più facili le condizioni per l’intervento del suo principale, più fedele e sicuro collaboratore, il proletariato socialista, europeo e americano, nelle battaglie decisive.

Le persone di poca fede possono anche disperare a causa della temporanea vittoria, in seno al socialismo europeo, di quei ripugnanti servitori della borghesia imperialista che sono Scheidemann, Legien, David e soci in Germania, Sembat, Guesde, Renaudel e soci in Francia, i fabiani e i laburisti in Inghilterra. Noi siamo fermamente convinti che le onde della rivoluzione spazzeranno via rapidamente questa sudicia schiuma del movimento operaio mondiale.

In Germania le masse proletarie, che tanto hanno già dato all’umanità e al socialismo con un lavoro organizzativo tenace, costante e ostinato nel corso dei lunghi decenni di “tregua” europea, dal 1871 al 1914, sono già in ebollizione. L’avvenire del socialismo tedesco non è rappresentato dai traditori Scheidemann, Legien, David e soci, né dai politicanti ondeggianti, senza carattere, come Haase, Kautsky e i loro simili, aggrappati alla routine del periodo “pacifico”.

Quest’avvenire appartiene alla corrente che ha dato Karl Liebknecht, che ha creato il “gruppo Spartaco” e svolge la sua propaganda nell’Arbeiterpolitik di Brema.

Le condizioni obiettive della guerra imperialista ci danno la garanzia che la rivoluzione non si limiterà alla prima fase della rivoluzione russa, che la rivoluzione non si limiterà alla Russia.

Il proletariato tedesco è lalleato più sicuro, più fedele della rivoluzione proletaria russa e  internazionale.

Quando, nel novembre 1914, il nostro partito lanciò la parola d’ordine della “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile” degli oppressi contro gli oppressori, per il socialismo, essa fu accolta con sarcasmo ostile e maligno dai socialpatrioti e con silenzio incredulo e scettico, diffidente e abulico dai socialdemocratici del “centro”. Il socialsciovinista, il socialimperialista tedesco David la chiamò “insensata”. Il portavoce del socialsciovinismo russo (e anglo-francese), che è socialismo a parole e imperialismo nei fatti, il signor Plekhanov, la chiamò “una cosa tra il sogno e la commedia”. E i rappresentanti del “centro” tacquero o si abbandonarono a piacevolezze sulla “linea retta tracciata nello spazio etereo”.

Oggi, dopo il marzo 1917, soltanto un cieco può non vedere che questa parola d’ordine è giusta. La trasformazione della guerra imperialista in guerra civile sta diventando un fatto.

Viva la rivoluzione proletaria che è cominciata in Europa!

Per incarico dei compagni partenti, membri del Partito operaio socialdemocratico di Russia (diretto dal Comitato centrale), che hanno approvato questa lettera nella loro riunione dell’8 aprile 1917,

N. LENIN

NOTE:


[1]  Si comprende allora perché l’imperialismo sia il capitalismo agonizzante, che trapassa nel socialismo: il monopolio, che sorge dal capitalismo, è già l’agonia del capitalismo, è l’inizio del suo trapasso in socialismo. La gigantesca socializzazione del lavoro da parte dell’imperialismo (che i suoi apologeti, gli economisti borghesi, chiamano “integrazione”) ha lo stesso significato.

[2]  “L’imperialismo è il prodotto del capitalismo industriale altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ogni nazione industriale capitalista a soggiogare e annettersi una quantità sempre più grande di regioni agricole, senza considerare quale sia la nazione che li popola” (Kautsky, nella Neue Zeit, 11 settembre 1914).

[3]  J. A. Hobson, Imperialism, London, 1902

[4]  Poco tempo fa, in una rivista inglese, ho letto l’articolo di un tory avversario politico di Lloyd George: Lloyd George visto da un tory. La guerra ha aperto gli occhi a questo avversario, facendogli capire quale ottimo commesso della borghesia sia questo Lloyd George! E i tories si sono riconciliati con lui!

[5]  K. Egli, vicecapo di stato maggiore dell’esercito svizzero, fu accusato di spionaggio a favore del blocco germanico. Venne processato, le accuse furono provate, ma tuttavia, per intervento della cricca militarista svizzera, incorse in una semplice punizione disciplinare e fu collocato a riposo. T. Loys, alto ufficiale svizzero, propugnò nel 1916 l’entrata in guerra del suo paese; la socialdemocrazia ne chiese la collocazione a riposo, ma l’ufficiale se la cavò con una punizione disciplinare.

[6]  Nella stampa socialdemocratica tedesca il “centro” viene talvolta identificato, e ben a ragione, con l’ala destra degli “zimmerwaldiani”.

[7]  Lega di Grütli, organizzazione riformista borghese, fondata nel 1838. Nel 1901 la Lega, pur conservando la propria autonomia organizzativa, aderì al Partito socialdemocratico svizzero, ebbe un proprio organo di stampa, il Grütlianer, e condusse una politica nazionalista. Durante la prima guerra mondiale assunse un atteggiamento socialsciovinista, e il congresso di Zurigo della socialdemocrazia (novembre 1916) considerò incompatibile la sua azione politica con la permanenza nel Partito socialdemocratico svizzero

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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