Antonio Gramsci : Le masse e i capi

 Le masse e i capi


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(L’Ordine Nuovo, 30 ottobre 1921, articolo non firmato)

La lotta che il partito comunista ha impegnato per realizzare il fronte unico sindacale contro l’offensiva capitalista ha avuto il merito di creare il fronte unico di tutti i mandarini sindacali: contro la dittatura del partito comunista e dell’Esecutivo di Mosca, Armando Borghi si trova d’accordo con Ludovico D’Aragona, Errico Malatesta si trova d’accordo con Giacinto Menotti Serrati, Sbrana e Castrucci si trovano d’accordo con Guarnieri e Colombino. La cosa non fa alcuna meraviglia a noi comunisti. I compagni operai che hanno seguito nell’Ordine Nuovo settimanale la campagna svolta per il movimento dei Consigli di fabbrica ricordano senza dubbio come sia stato da noi previsto anche per l’Italia questo fenomeno che si era già verificato negli altri paesi e poteva quindi già allora essere assunto come universale, come una delle manifestazioni più caratteristiche dell’attuale periodo storico.

L’organizzazione sindacale, avesse un’etichetta riformista, anarchica o sindacalista, aveva dato luogo al sorgere di tutta una gerarchia di piccoli e grandi capi, le cui note caratteristiche erano specialmente la vanità, la mania di esercitare un potere incontrollato, l’incompetenza, la sfrenata demagogia. La parte più ridicola e assurda era rappresentata in tutta questa commedia dagli anarchici, i quali tanto più erano autoritari quanto più strillavano contro l’autoritarismo, tanto più sacrificavano la reale volontà delle grandi masse e la fioritura spontanea delle loro tendenze libertarie quanto più ululavano di volere libertà, autonomia, spontaneità di iniziativa. Specialmente in Italia il movimento sindacale cadde in basso e divenne gazzarra da fiera: ognuno voleva creare il suo “movimento”, la sua “organizzazione”, la “sua vera unione” dei lavoratori. Borghi rappresentò una ditta brevettata, De Ambris un’altra ditta brevettata, D’Aragona una terza ditta brevettata, Sbrana e Castrucci una quarta ditta brevettata, il capitano Giulietti una quinta ditta brevettata.(1) Tutta questa gente, come è naturale, si manifestava contraria all’ingerenza dei partiti politici nel movimento sindacale, affermava che il sindacato basta a se stesso, che il sindacato è il “vero” nucleo della società futura, che nel sindacato si trovano gli elementi strutturali dell’ordine nuovo economico e politico proletario.

Nell’Ordine Nuovo settimanale noi abbiamo, spregiudicatamente, con metodo libertario, cioè senza lasciarci deviare da preconcetti ideologici (quindi con metodo marxista, dato che Marx è il più grande libertario apparso nella storia del genere umano) esaminato quale sia la reale natura e la reale struttura del sindacato.(2) Abbiamo cominciato col dimostrare come sia assurdo e puerile sostenere che il sindacato possieda in sé la virtù di superare il capitalismo: il sindacato è obiettivamente nient’altro che una società commerciale, di tipo prettamente capitalista, la quale tende a realizzare, nell’interesse del proletario, un prezzo massimo per la merce-lavoro e a realizzare il monopolio di questa merce nel campo nazionale e internazionale. Il sindacato si differenzia dal mercantilismo capitalista solo soggettivamente, in quanto, essendo formato e non potendo essere formato che da lavoratori, tende a creare la coscienza nei lavoratori che nell’ambito del sindacalismo è impossibile raggiungere l’autonomia industriale dei produttori, ma che perciò è necessario impadronirsi dello Stato (cioè privare la borghesia del potere di Stato) e servirsi del potere statale per riorganizzare tutto !’apparecchio di produzione e di scambio. Abbiamo poi dimostrato che il sindacato non può essere e non può diventare la cellula della futura società dei produttori. Il sindacato, infatti, si manifesta in due forme: nell’assemblea dei soci e nella burocrazia dirigente. L’assemblea dei soci mai è chiamata a discutere e a deliberare sui problemi della produzione e degli scambi, sui problemi tecnici industriali. Essa è normalmente convocata per discutere e decidere sui rapporti tra imprenditori e manodopera, su problemi cioè che sono propri della società capitalista e che verranno fondamentalmente trasformati dalla rivoluzione proletaria. La scelta dei funzionari sindacali neppur essa avviene sul terreno della tecnica industriale: un sindacato metallurgico non domanda al candidato funzionario se sia competente nell’industria metallurgica, se sia in grado di amministrare l’industria metallurgica di una città o di una regione e dell’intera nazione; gli domanda semplicemente se sia in grado di sostenere le ragioni degli operai in una controversia, se sia in grado di compilare un memoriale, se sia in grado di tenere un comizio. I sindacalisti francesi della Vie ouvrière (3) hanno, prima della guerra, cercato di creare delle competenze industriali tra i funzionari sindacali: essi hanno promosso tutta una serie di ricerche e di pubblicazioni sull’organizzazione tecnica della produzione (per esempio: come avviene che il cuoio di un bue cinese diventi la scarpa di una cocotte parigina? quale viaggio compie questo cuoio? come sono organizzati i trasporti di questa merce? quante sono le spese del trasporto? come avviene la fabbricazione del “gusto” internazionale per ciò che riguarda gli oggetti di cuoio? ecc.); ma questo tentativo è caduto nel vuoto. Il movimento sindacale, espandendosi, ha creato un corpo di funzionari che è completamente avulso dalle singole industrie e obbedisce a leggi puramente commerciali: un funzionario dei metallurgici passa indifferentemente ai muratori, ai calzolai, ai falegnami; egli non è tenuto à conoscere le condizioni reali tecniche dell’industria, ma solo la legislazione privata che regola i rapporti tra imprenditori e manodopera.

Si può affermare, senza paura di essere smentiti da alcuna dimostrazione sperimentale, che la teoria sindacalista si è ormai rivelata come un ingegnoso castello in aria, costruito da uomini politici i quali odiavano la politica solo perché essa, prima della guerra, significava solo azione parlamentare e compromesso riformistico.

Il movimento sindacale è nient’altro che un movimento politico, i capi sindacali sono nient’altro che leaders politici, i quali giungono alla posizione occupata per aggregazione invece che per elezione democratica. Per molti aspetti i capi sindacali rappresentano un tipo sociale simile al banchiere: un banchiere esperto, che ha un buon colpo d’occhio negli affari, che sa prevedere con una certa esattezza il corso delle borse e dei contratti, accredita il suo istituto, attira i risparmiatori e gli scontisti: un capo sindacale che sa prevedere i risultati possibili nel cozzo delle forze sociali in lotta, attira le masse alla sua organizzazione, diventa un banchiere d’uomini. Da questo punto di vista D’Aragona, in quanto era spalleggiato dal partito socialista, che si affermava massimalista, fu miglior banchiere di Armando Borghi, emerito confusionario, uomo senza carattere e senza indirizzo politico, merciaiolo da fiera più che banchiere moderno.

Che la Confederazione del lavoro sia un movimento politico essenzialmente, lo si può vedere dal fatto che la sua massima espansione coincide con la massima espansione del partito socialista. I capi credono però di potersi infischiare della politica dei partiti, cioè di poter fare una politica personale, senza la noia dei controlli e degli obblighi disciplinari. Ed ecco la ragione di questa sommossa tumultuosa dei capi sindacali contro la dittatura del partito comunista e del famigerato Esecutivo di Mosca. Le masse comprendono istintivamente di essere impotenti a controllare i capi, a imporre ai capi il rispetto alle decisioni delle assemblee e dei congressi: perciò le masse vogliono il controllo di un partito sul movimento sindacale, vogliono che i capi sindacali appartengano a un partito bene organizzato, che abbia un indirizzo preciso, che sia in grado di far rispettare la sua disciplina, che mantenga gli impegni liberamente contratti. La dittatura del partito comunista non spaventa le masse, perché le masse comprendono che questa !terribile dittatura è la massima garanzia della loro libertà, è la massima garanzia contro i tradimenti e gli imbrogli. Il fronte unico che i mandarini sindacali di tutte le scuole sovversive costituiscono contro il partito comunista dimostra una cosa sola: che il nostro partito è finalmente diventato il partito delle grandi masse, che esso rappresenta davvero gli interessi permanenti della classe operaia e contadina. Al fronte unico di tutti i ceti borghesi contro il proletariato rivoluzionario corrisponde il fronte unico di tutti i mandarini sindacali contro i comunisti. Giolitti, per debellare gli operai ha fatto la pace con Mussolini e ha dato le armi ai fascisti; Armando Borghi, per non perdere la sua posizione di gran senusso del sindacalismo rivoluzionario, farà l’accordo con D’Aragona, bonzo massimo del riformismo parlamentare.

Quale insegnamento per la classe operaia, che non gli uomini deve seguire, ma i partiti organizzati che ai singoli uomini sappiano imporre disciplina, serietà, rispetto per gli impegni contratti volontariamente!

NOTE

1. Si tratta dei dirigenti dell’USI divisisi in occasione della guerra, di quelli della CGIL, dell’UIL e della Federazione dei lavoratori del mare (autonoma).

2 Vedansi gli articoli Sindacati e Consigli (11 ottobre 1919 e 12 giugno 1920) e Sindacalismo e Consigli (8 novembre 1919).

3. Organo dei sindacalisti rivoluzionari francesi, fondato da Pierre Monatte nell’ottobre 1909, di cui Gramsci era assiduo lettore.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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