Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica!

Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica!


Scritto nel giugno-luglio 1905.
Pubblicato per la prima volta in opuscolo a Ginevra nel luglio 1905.

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PREFAZIONE
Nel momento in cui la rivoluzione è in atto è molto difficile seguire gli avvenimenti, i quali forniscono una quantità estremamente grande di materiali nuovi che permettono di dare un giudizio sulle parole d’ordine tattiche dei partiti rivoluzionari. Il presente opuscolo è stato scritto prima degli avvenimenti di Odessa* – *si allude all’insurrezione della corazzata Principe Potiomkin [Nota dell’autore all’edizione dei 1907] -. Abbiamo già osservato nel Proletari (n.9, La rivoluzione istruisce)2 che questi avvenimenti hanno obbligato persino quei socialdemocratici che avevano creato la teoria dell’insurrezione-processo, e respingevano la propaganda della parola d’ordine del governo rivoluzionario provvisorio, a passare, o a cominciare a passare, di fatto dalla parte dei loro oppositori. La rivoluzione senza dubbio istruisce con una rapidità e profondità che sarebbero inverosimili in epoche pacifiche di sviluppo politico. E, ciò che è particolarmente importante, istruisce non solo i dirigenti, ma anche le masse.
Non v’è alcun dubbio che la rivoluzione insegnerà alle masse operaie russe il socialdemocratismo. La rivoluzione confermerà nella pratica il programma e la tattica della socialdemocrazia, rivelando la vera natura delle differenti classi sociali, il carattere borghese della nostra democrazia e le vere aspirazioni delle masse contadine che sono rivoluzionarie in senso democratico borghese, ma portano in sé, non l’idea della < socializzazione >, bensì una nuova lotta di classe fra la borghesia contadina e il proletariato rurale. Le vecchie illusioni del vecchio populismo, che trapelano così manifestamente, per esempio, nel progetto di programma del < partito dei socialisti-rivoluzionari >, sia nella questione dello sviluppo del capitalismo in Russia, sia nelle questioni del democratismo della nostra « società » e dell’importanza della vittoria completa dell’insurrezione contadina, tutte queste illusioni la rivoluzione le farà implacabilmente e definitivamente svanire. Essa darà alle differenti classi il primo vero battesimo politico. Avendo mostrato il loro vero volto non solo nei programmi e nelle parole d’ordine tattiche dei loro ideologi, ma anche nell’azione politica aperta delle masse, queste classi usciranno dalla rivoluzione con una fisionomia politica ben definita.
Che la rivoluzione ci istruirà e istruirà le masse popolari, è cosa certa. Ma il problema che si pone oggi al partito politico che lotta è quello di stabilire se saremo capaci di insegnare qualcosa alla rivoluzione. Saremo noi capaci di utilizzare la nostra giusta dottrina socialdemocratica, il nostro legame con la sola classe rivoluzionaria sino in fondo, il proletariato, per dare alla rivoluzione un’impronta proletaria, per portarla a una vittoria veramente decisiva, a fatti e non a parole, per paralizzare l’instabilità, l’indecisione e il tradimento della borghesia democratica?
Tutti i nostri sforzi devono tendere a questo scopo. Ma il raggiungimento di questo scopo dipende, da un lato, dalla nostra giusta valutazione della situazione politica, dal giusto contenuto delle nostre parole d’ordine tattiche, e, dall’altro lato, dall’appoggio che la reale forza combattiva delle masse operaie darà a queste parole d’ordine. Tutto il lavoro quotidiano, sistematico, corrente, di tutte le organizzazioni e di tutti i gruppi del nostro partito, il lavoro di propaganda, di agitazione e di organizzazione, tende a rafforzare e a estendere i legami con le masse. Questo lavoro è sempre necessario, ma nel momento della rivoluzione meno che in qualsiasi altro può essere considerato sufficiente. In simile momento la classe operaia si sente trascinata istintivamente verso l’azione rivoluzionaria aperta, e noi dobbiamo saper determinare in modo giusto gli obiettivi di questa azione, per poter quindi farli conoscere e comprendere nel modo più vasto. Non si deve dimenticare che il pessimismo corrente a proposito del nostro legame con le masse dissimula oggi, più che altro, idee borghesi circa la funzione del proletariato nella rivoluzione. Non vi è dubbio che abbiamo ancora molto lavoro da fare per educare e organizzare la classe operaia, ma tutto sta ora nel sapere qual è la cosa più importante, dal punto di vista politico, per questa educazione e per questa organizzazione. I sindacati e le associazioni legali, oppure l’insurrezione armata, la creazione di un esercito rivoluzionario e di un governo rivoluzionario? La classe operaia si educa e si organizza negli uni e durante le altre. E l’una e l’altra cosa sono evidentemente necessarie. Tuttavia oggi, nella presente rivoluzione, tutto sta nello stabilire come principalmente la classe operaia verrà educata e organizzata. Nei primi o durante le seconde?
Avrà la classe operaia la funzione di un ausiliario della borghesia, potente per la forza del suo assalto contro l’autocrazia, ma impotente politicamente, oppure avrà la funzione di egemone nella rivoluzione popolare? Da ciò dipende l’esito della rivoluzione. I rappresentanti coscienti della borghesia se ne rendono perfettamente conto. Appunto per questo l’Osvobozdenie loda l’akimovismo, l’« economismo » nella socialdemocrazia, che mette oggi in primo piano i sindacati e le associazioni legali. Appunto per questo il signor Struve saluta (Osvobozdenie, n. 72) le tendenze di principio dell’akimovismo nel neoiskrismo. Per questo si leva contro l’odiata ristrettezza rivoluzionaria delle decisioni del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo.
Le giuste parole d’ordine tattiche della socialdemocrazia hanno ora, per la direzione delle masse, un’importanza particolarmente grande. Nulla è più pericoloso, in tempi rivoluzionari, che lo sminuire l’importanza delle parole d’ordine tattiche strettamente conformi ai principi. L’Iskra, per esempio, nel suo n. 104 passa di fatto dalla parte dei suoi oppositori all’interno della socialdemocrazia, ma nello stesso tempo parla con disprezzo delle parole d’ordine e delle decisioni tattiche che vanno oltre la realtà esistente, che indicano il cammino su cui procede il movimento, con i suoi rovesci, i suoi errori, ecc. Al contrario, l’elaborazione di decisioni tattiche giuste ha una grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai principi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti. Nelle risoluzioni del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo e della conferenza degli elementi staccatisi dal partito * – * al III Congresso del Partito socialdemocratico operaio russo (Londra, maggio 1905) parteciparono solo i bolscevichi. Alla « conferenza » di Ginevra (tenuta nello stesso periodo), solo i menscevichi, che spesso vengono chiamati in questo opuscolo « neoiskristi », perché, continuando a pubblicare , essi avevano dichiarato, per bocca di Trotski, il quale era allora un loro fautore, che tra la vecchia e la nuova Iskra vi era un abisso [Nota dell’autore all’edizione del 1907]. – troviamo le espressioni piú esatte, piú meditate, piú complete dei punti di vista tattici, che non furono enunciati casualmente da qualche pubblicista, ma approvati da rappresentanti responsabili del proletariato socialdemocratico. Il nostro partito sopravanza tutti gli altri perché ha un programma preciso e accettato da tutti i suoi membri. Esso deve dare agli altri partiti anche l’esempio di un’osservanza rigorosa delle proprie risoluzioni tattiche, in contrapposto all’opportunismo della borghesia democratica dell’Osvobozdenie e alla vuota frase rivoluzionaria dei socialisti-rivoluzionari, i quali soltanto durante la rivoluzione si sono ricordati di presentare un « progetto » di programma e di chiedersi per la prima volta se quella che avveniva sotto i loro occhi era proprio una rivoluzione borghese.
Ecco perché riteniamo che il compito piú urgente della socialdemocrazia rivoluzionaria è quello di studiare con cura le risoluzioni tattiche del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo e della conferenza, di determinare quali deviazioni dai principi del marxismo vi si sono verificate e di rendersi ben conto dei compiti concreti del proletariato socialdemocratico nella rivoluzione democratica. Ed è questo l’oggetto a cui è dedicato il presente opuscolo. Il controllo della nostra tattica dal punto di vista dei principi del marxismo e degli insegnamenti della rivoluzione è anche necessario per chiunque voglia effettivamente preparare l’unità della tattica, come base della futura unificazione totale di tutto il Partito operaio socialdemocratico russo, e non limitarsi a esortazioni verbali.
N. Lenin Luglio 1905.

1. LA QUESTIONE POLITICA ESSENZIALE

Nel momento rivoluzionario in cui viviamo è all’ordine del giorno la questione della convocazione di un’Assemblea costituente popolare. Come risolverla? Le opinioni sono contrastanti. Si delineano tre tendenze politiche. Il governo zarista ammette che si devono convocare i rappresentanti del popolo, ma non vuole in nessun caso ammettere che la loro assemblea sia popolare e costituente. Secondo le informazioni della stampa sui lavori della Commissione di Bulyghin3, pare che il governo consenta a convocare un’assemblea consultiva, eletta senza libertà di agitazione e con un sistema elettorale rigorosamente censitario o strettamente di casta. Il proletariato rivoluzionario, in quanto è diretto dalla socialdemocrazia, esige che il potere passi completamente all’Assemblea costituente; e a tal fine cerca di ottenere non soltanto il suffragio universale e la piena libertà di agitazione, ma anche l’abbattimento immediato del governo zarista e la sua sostituzione con un governo rivoluzionario provvisorio. Ultima, la borghesia liberale, esprimendo i suoi desideri per bocca dei capi del cosiddetto «partito democratico costituzionale»4 , non esige l’abbattimento del governo zarista, non avanza la parola d’ordine del governo provvisorio e non insiste perché siano date garanzie reali di elezioni completamente libere e regolari e perché l’assemblea dei rappresentanti possa diventare veramente popolare e veramente costituente. In sostanza, la borghesia liberale, che è l’unico appoggio sociale serio della tendenza degli « osvobozdentsy », cerca di addivenire a una transazione, la piú pacifica possibile, fra lo zar e il popolo rivoluzionario, transazione, inoltre, che dovrebbe dare la maggior parte del potere alla borghesia e la piú piccola al popolo rivoluzionario, al proletariato e ai contadini.
Questa è, nel momento attuale, la situazione politica. Queste sono le tre tendenze politiche principali corrispondenti alle tre principali forze sociali della Russia odierna. Abbiamo già parlato piú di una volta nel Proletari (nn. 3, 4, 5)5 del modo come gli « osvobozdentsy » coprono con frasi pseudodemocratiche la loro politica equivoca, o piuttosto, in termini piú semplici e piú espliciti, la loro politica proditoria, di tradimento verso la rivoluzione. Vediamo ora come i socialdemocratici tengono conto dei compiti del momento. Le due risoluzioni approvate recentemente dal III Congresso del POSDR e dalla « conferenza » degli elementi staccatisi dal partito sono un’eccellente documentazione in proposito. E’ estremamente importante stabilire quale di queste risoluzioni tenga meglio conto della situazione politica attuale e determini piú giustamente la tattica del proletariato rivoluzionario, e ogni socialdemocratico che voglia adempiere con coscienza i suoi doveri di propagandista, di agitatore e di organizzatore, deve esaminare questo problema con tutta l’attenzione dovutagli, lasciando assolutamente da parte le considerazioni che a questo problema sono estranee.
Per tattica di un partito s’intende il suo atteggiamento politico o il carattere, l’orientamento e i metodi della sua attività politica. Il congresso del partito approva delle risoluzioni tattiche per determinare esattamente quale deve essere l’atteggiamento politico del partito, nel suo insieme, nei confronti dei nuovi problemi o di fronte a una nuova situazione politica. Una situazione nuova è stata creata dalla rivoluzione iniziatasi in Russia, cioè dal contrasto totale, deciso ed aperto, tra l’immensa maggioranza del popolo e il governo zarista. Il nuovo problema consiste nello stabilire quali debbono essere i metodi pratici per convocare un’assemblea veramente popolare e veramente costituente (dal punto di vista teorico, la questione è stata risolta ufficialmente, da lungo tempo e prima di tutti gli altri partiti, dalla socialdemocrazia nel suo programma). Se il popolo è in disaccordo con il governo, e se le masse sono conscie della necessità di instaurare un ordine nuovo, il partito che si è posto il compito di rovesciare il governo deve necessariamente porsi la domanda : con quale governo si dovrà sostituire il vecchio che deve essere rovesciato? Un nuovo problema sorge : quello del governo rivoluzionario provvisorio. Per dargli una risposta esauriente, il partito del proletariato cosciente deve spiegare: I) l’importanza del governo rivoluzionario provvisorio nella rivoluzione in corso e in tutta la lotta del proletariato in generale; 2) il suo atteggiamento verso il governo rivoluzionario provvisorio; 3) le condizioni precise per una partecipazione della socialdemocrazia a questo governo; 4) le condizioni in cui si dovrà esercitare una pressione dal basso su questo governo, cioè nel caso in cui la socialdemocrazia non vi sia rappresentata. Sotto questo rapporto, l’atteggiamento politico del partito potrà essere conforme ai principi, netto e fermo soltanto dopo che si saranno chiariti tutti questi problemi.
Esaminiamo dunque come la risoluzione del III Congresso del POSDR risolve questi problemi. Ecco il testo completo della risoluzione :
«Risoluzione sul governo rivoluzionario o provvisorio:
« Considerando :
« 1) che sia gli interessi immediati del proletariato che gli interessi della sua lotta per gli scopi finali del socialismo richiedono una libertà politica quanto piú possibile completa e, per conseguenza, la sostituzione della forma autocratica di governo con la repubblica democratica;
«2) che in Russia la repubblica democratica può essere unicamente il risultato di un’insurrezione vittoriosa del popolo, il cui organo sarà costituito dal governo rivoluzionario provvisorio, il solo capace di assicurare una completa libertà di agitazione elettorale e di convocare un’Assemblea costituente, eletta sulla base del suffragio universale, uguale, diretto e a scrutinio segreto, che esprima veramente la volontà del popolo;
« 3) che questa rivoluzione democratica in Russia, dato il regime sociale ed economico vigente, non solo non indebolirà, ma, anzi, rafforzerà il dominio della borghesia, che inevitabilmente tenterà, a un determinato momento, senza arrestarsi di fronte a nulla, di togliere al proletariato russo la maggior parte possibile delle conquiste del periodo rivoluzionario,
« il III Congresso del POSDR decide:
« a) è indispensabile diffondere nella classe operaia nozioni concrete sul corso piú probabile della rivoluzione e sulla necessità di formare, a un momento dato, un governo rivoluzionario provvisorio dal quale il proletariato esigerà il soddisfacimento di tutte le rivendicazioni immediate, politiche ed economiche, del nostro programma (programma minimo);
« b) a seconda del rapporto di forze e di altri fattori, che è impossibile determinare anticipatamente con precisione, è ammissibile la partecipazione dei rappresentanti del nostro partito al governo rivoluzionario provvisorio per una lotta implacabile contro tutti i tentativi controrivoluzionari e la difesa degli interessi specifici della classe operaia;
« c) le condizioni necessarie per questa partecipazione sono: un severo controllo del partito sui suoi rappresentanti e la salvaguardia continua dell’indipendenza della socialdemocrazia, che aspira a una completa rivoluzione socialista e perciò appunto è irriducibilmente ostile a tutti i partiti borghesi;
« d) indipendentemente dalla possibilità o meno di una partecipazione della socialdemocrazia a un governo rivoluzionario provvisorio, occorre propagandare tra gli strati piú vasti del proletariato l’idea della necessità di una pressione costante da parte del proletariato armato, e diretto dalla socialdemocrazia, sul governo provvisorio, per salvaguardare, consolidare ed estendere le conquiste della rivoluzione ».
2. QUALI INDICAZIONI CI DA’ LA RISOLUZIONE
DEL III CONGRESSO DEL POSDR SUL GOVERNO
RIVOLUZIONARIO PROVVISORIO?
La risoluzione del III Congresso del POSDR, come ci dice il suo titolo, è interamente ed esclusivamente dedicata alla questione del governo rivoluzionario provvisorio. Ciò significa che la partecipazione dei socialdemocratici al governo rivoluzionario provvisorio è qui inclusa come una parte del problema. D’altro canto, nella risoluzione si parla esclusivamente del governo rivoluzionario provvisorio, e di nient’altro; non si parla affatto, cioè, per esempio, della « conquista del potere » in generale, ecc. Ha avuto ragione il congresso di scartare quest’ultima questione e altre simili? Non vi può essere alcun dubbio, poiché la situazione politica della Russia non pone affatto all’ordine del giorno simili questioni, mentre il popolo intiero ha posto all’ordine del giorno l’abbattimento dell’autocrazia e la convocazione dell’Assemblea costituente. I congressi del partito devono risolvere non i problemi sollevati, a torto o a ragione, da questo o quel pubblicista, ma quelli che, date le condizioni del momento e il corso oggettivo dello sviluppo sociale, hanno una seria importanza politica.
Quale importanza ha il governo rivoluzionario provvisorio per la rivoluzione attuale e per la lotta generale del proletariato? La risoluzione del congresso lo spiega, indicando, fin dal principio, la necessità di una « libertà politica quanto piú possibile completa », sia dal punto di vista degli interessi immediati del proletariato, sia dal punto di vista degli « scopi finali del socialismo ». Ma una completa libertà politica presuppone la sostituzione della repubblica democratica all’autocrazia zarista, come già si è riconosciuto nel programma del nostro partito. La logica e i nostri principi ci impongono di sottolineare, nella risoluzione del congresso, la parola d’ordine della repubblica democratica, poiché il proletariato, come combattente di avanguardia per la democrazia, rivendica appunto la libertà completa; inoltre è tanto piú opportuno sottolinearla in quanto, appunto nel momento attuale, i monarchici, e precisamente il partito cosiddetto « democratico » costituzionale o « della liberazione », si presentano sotto la bandiera della « democrazia ». Per istituire una repubblica è assolutamente necessaria un’assemblea di rappresentanti del popolo, necessariamente eletta, inoltre, da tutto il popolo (sulla base del suffragio universale uguale, diretto e a scrutinio segreto) e necessariamente costituente. È appunto ciò che piú avanti riconosce la risoluzione del congresso. Ma essa non si limita a ciò. Per istituire un nuovo regime « che esprima veramente la volontà del popolo » non è sufficiente chiamare costituente un’assemblea rappresentativa. Occorre che questa assemblea abbia il potere e la forza di « costituire ». Conscia di questo fatto, la risoluzione del congresso non si limita alla parola d’ordine formale dell’« Assemblea costituente », ma vi aggiunge le condizioni concrete senza le quali a questa assemblea sarà impossibile attuare il proprio compito. E’ assolutamente indispensabile indicare le condizioni necessarie perché un’Assemblea costituente a parole possa diventare costituente di fatto; la borghesia liberale, rappresentata dal partito monarchico costituzionale, travisa infatti scientemente, come abbiamo piú volte osservato, la parola d’ordine dell’Assemblea costituente popolare, riducendola a una vuota frase.
La risoluzione del congresso dice che soltanto un governo rivoluzionario provvisorio, il quale inoltre sia l’organo dell’insurrezione popolare vittoriosa, può assicurare la libertà completa di agitazione elettorale e convocare un’assemblea che esprima realmente la volontà del popolo. È giusta questa tesi? Chi pensasse di contestarla dovrebbe affermare che il governo zarista può non tendere la mano alla reazione, può rimanere neutrale nelle elezioni e adoperarsi affinché la volontà del popolo venga veramente espressa. Simili affermazioni sono talmente assurde che nessuno oserebbe sostenerle apertamente, ma appunto i nostri osvobozdentsy le fanno passare di frodo sotto l’insegna liberale. L’Assemblea costituente deve essere convocata da qualcuno, qualcuno deve assicurare la libertà e la procedura regolare delle elezioni, qualcuno deve investire pienamente quest’assemblea della forza e del potere, e solo un governo rivoluzionario, organo dell’insurrezione, può con piena sincerità desiderarlo e avere la forza di fare tutto il necessario per attuarlo. Il governo zarista vi si opporrà inevitabilmente. Un governo liberale che abbia concluso un mercato con lo zar e non si appoggi interamente sull’insurrezione popolare non può volerlo sinceramente né attuarlo, anche se ne ha il piú sincero desiderio. Quindi la risoluzione del congresso ci fornisce l’unica parola d’ordine democratica giusta e pienamente conseguente.
Ma il giudizio sull’importanza del governo rivoluzionario provvisorio sarebbe incompleto e falso se si perdesse di vista il carattere di classe della rivoluzione democratica. La risoluzione aggiunge quindi che la rivoluzione rafforzerà il dominio della borghesia. Ciò è inevitabile nel regime economico e sociale attuale, cioè capitalistico. Ma il rafforzamento del dominio della borghesia su un proletariato piú o meno libero politicamente avrà necessariamente come risultato una strenua lotta fra di essi per il potere; la borghesia farà tentativi disperati per « togliere al proletariato le conquiste del periodo rivoluzionario ». Perciò, lottando per la democrazia, primo fra tutti e alla testa di tutti, il proletariato non deve dimenticare nemmeno per un istante le nuove contraddizioni che la democrazia borghese cela in sé, né la nuova lotta.
Nella parte della risoluzione da noi esaminata l’importanza del governo rivoluzionario provvisorio è stata quindi giudicata secondo il suo giusto valore sia circa l’atteggiamento di questo governo verso la lotta per la libertà e la repubblica, sia circa il suo atteggiamento verso l’Assemblea costituente, sia circa il suo atteggiamento verso la rivoluzione democratica, che sgombra il terreno per una nuova lotta di classe.
Ci si domanda quindi: quale deve essere in generale la posizione del proletariato nei confronti del governo rivoluzionario provvisorio? A ciò la risoluzione del congresso risponde innanzi tutto raccomandando apertamente al partito di diffondere nella classe operaia la convinzione che il governo rivoluzionario provvisorio è necessario. La classe operaia deve essere conscia di questa necessità. Mentre la borghesia « democratica » lascia nell’ombra la questione dell’abbattimento del governo zarista, noi dobbiamo metterla in primo piano e insistere sulla necessità di un governo rivoluzionario provvisorio. E non basta; dobbiamo esporre il programma d’azione di questo governo, programma conforme alle condizioni oggettive del periodo storico in cui viviamo e ai compiti della democrazia proletaria. Questo programma è precisamente tutto il programma minimo del nostro partito, il programma delle trasformazioni politiche ed economiche immediate, che sono, da un lato, perfettamente realizzabili sulla base dei rapporti sociali ed economici attuali, e, dall’altro lato, necessarie per fare un nuovo passo avanti, per realizzare il socialismo.
La risoluzione spiega cosi con piena chiarezza il carattere del governo rivoluzionario provvisorio e lo scopo che esso si propone. Per le sue origini e il suo carattere essenziale, questo governo deve essere l’organo dell’insurrezione popolare. Formalmente, è destinato ad essere lo strumento della convocazione di una Assemblea costituente popolare. Per il contenuto della sua attività deve realizzare il programma minimo della democrazia proletaria, la sola capace di salvaguardare gli interessi del popolo insorto contro l’autocrazia.
Ci si potrebbe obiettare che il governo provvisorio, in quanto provvisorio, non può attuare un programma positivo non ancora approvato da tutto il popolo. Simile obiezione sarebbe unicamente un sofisma da reazionari e da « autocrazionisti ». Non attuare nessun programma positivo significherebbe tollerare l’esistenza di ordinamenti feudali di un’autocrazia putrefatta. Soltanto un governo di traditori della causa della rivoluzione e non un governo che sia l’organo dell’insurrezione popolare potrebbe tollerare simili ordinamenti. Sarebbe una derisione proporre di rinunziare all’attuazione effettiva della libertà di riunione sino a quando questa libertà non venga riconosciuta dall’Assemblea costituente, sotto il pretesto che quest’ultima potrebbe anche non riconoscere tale libertà! Eguale derisione sarebbe pronunziarsi contro l’attuazione immediata del programma minimo da parte del governo rivoluzionario provvisorio.
Notiamo infine che, assegnando al governo rivoluzionario provvisorio il compito di attuare il programma minimo, la risoluzione elimina con ciò stesso le idee, assurde e semianarchiche sull’attuazione immediata del programma massimo, sulla conquista del potere per la rivoluzione socialista. Il grado di sviluppo economico della Russia (condizione oggettiva) e il grado di coscienza e di organizzazione delle grandi masse del proletariato (condizione soggettiva, legata indissolubilmente a quella oggettiva) rendono impossibile l’emancipazione immediata e completa della classe operaia. Solo degli uomini ignorantissimi possono ignorare il carattere borghese della rivoluzione democratica in corso; solo gli ottimisti più ingenui possono dimenticare che le masse degli operai conoscono ancora ben poco degli scopi del socialismo e dei mezzi per realizzarlo. Ma noi siamo tutti convinti che l’emancipazione degli operai non può essere che opera degli operai stessi; quando le masse non sono coscienti e organizzate, preparate e educate da una lotta di classe aperta contro tutta la borghesia non si può nemmeno parlare della rivoluzione socialista. E alle obiezioni anarchiche, secondo cui noi dilazioneremmo la rivoluzione socialista, risponderemo: no, non la dilazioniamo, ma facciamo il primo passo verso di essa col solo mezzo possibile e attraverso il solo cammino sicuro, e precisamente attraverso il cammino della repubblica democratica. Chi vuol marciare verso il socialismo per un cammino che non sia la democrazia politica, arriverà inevitabilmente a conclusioni assurde e reazionarie, sia dal punto di vista economico che politico. Se degli operai, venuto il momento, ci domanderanno: perché non dovremmo applicare il programma massimo? risponderemo loro ricordando che le masse del popolo, animate da uno spirito democratico, sono ancora estranee al socialismo, che le contraddizioni di classe sono ancora poco sviluppate e che i proletari sono ancora disorganizzati. Organizzate dunque centinaia di migliaia di operai in tutta la Russia, fate sì che milioni di uomini nutrano simpatia per il nostro programma! Provatevici, non limitandovi a frasi anarchiche, sonore ma vuote, e vedrete subito che quest’opera di organizzazione e la diffusione di questa educazione socialista non sono possibili se non si attuano nel modo più completo le trasformazioni democratiche.
Proseguiamo. Dopo aver spiegato l’importanza del governo rivoluzionario provvisorio e l’atteggiamento del proletariato verso di esso, si affacciano le seguenti domande: la nostra partecipazione a questo governo (azione dall’alto) è ammissibile e in quali condizioni? Quale dev’essere la nostra azione dal basso? La risoluzione dà risposte precise a queste due domande. Essa dichiara categoricamente che, in linea di principio, la partecipazione della socialdemocrazia a un governo rivoluzionario provvisorio (in un periodo di rivoluzione democratica, in un periodo di lotta per la repubblica) è ammissibile. Con tale dichiarazione noi ci separiamo definitivamente dagli anarchici, che in linea di principio rispondono a questa domanda in senso negativo, e dai codini della socialdemocrazia (del genere di Martynov e dei neoiskristi), che volevano spaventarci con la prospettiva di una situazione che renderebbe tale partecipazione inevitabile. Con questa dichiarazione il III Congresso del POSDR ha definitivamente respinto l’idea della nuova Iskra secondo cui la partecipazione dei socialdemocratici a un governo rivoluzionario provvisorio sarebbe una variante di millerandismo, sarebbe, in linea di principio, inammissibile, poiché vorrebbe dire consacrare il regime borghese, ecc.
Ma l’ammissibilità in linea di principio, naturalmente non risolve ancora il problema dell’utilità pratica. In quali condizioni questa nuova forma di lotta, la lotta « dall’alto », riconosciuta dal congresso del partito, è utile? È ovvio che è impossibile parlare oggi delle condizioni concrete, come per esempio dei rapporti di forza, ecc., e la risoluzione rinuncia quindi a determinare in anticipo queste condizioni. Nessuna persona ragionevole si sobbarcherà al compito di predire qualcosa sul problema che ci interessa nel momento attuale. Si possono e si devono definire il carattere e gli scopi della nostra partecipazione. Ed è ciò che fa la risoluzione, indicando due scopi di tale partecipazione: 1) lotta implacabile contro tutti i tentativi controrivoluzionari e 2) difesa degli interessi specifici della classe operaia. Nel momento in cui i liberali borghesi cominciano a parlare insistentemente della psicologia della reazione (cfr. la edificantissima Lettera aperta del signor Struve nel n. 72 dell’Osvodozdenie), cercando di intimorire il popolo rivoluzionario e di indurlo a far delle concessioni all’autocrazia, è particolarmente opportuno che il partito del proletariato ricordi qual è l’obiettivo della guerra impegnata oggi contro la controrivoluzione. I grandi problemi della libertà politica e della lotta di classe vengono risolti in definitiva soltanto con la forza, e dobbiamo adoprarci per preparare, organizzare questa forza e impiegarla attivamente non soltanto per la difensiva, ma anche per l’offensiva. Il lungo periodo di reazione politica quasi ininterrotta, che regna in Europa dai tempi della Comune di Parigi, ci ha troppo assuefatti all’idea di un’azione solo « dal basso », ci ha troppo abituati ad avere a che fare con una lotta unicamente difensiva. Noi siamo indubbiamente entrati oggi in una nuova epoca, si è iniziato un periodo di sconvolgimenti politici e di rivoluzioni. In un periodo come quello che attraversa la Russia non ci è permesso di limitarci ai vecchi stampi. Bisogna propagandare l’idea dell’azione dall’alto, bisogna prepararci alle più energiche azioni offensive, bisogna studiare le condizioni per queste azioni e le loro forme. La risoluzione del congresso pone in primo piano due di queste condizioni: una concerne l’aspetto formale della partecipazione della socialdemocrazia a un governo rivoluzionario provvisorio (controllo rigoroso del partito sui suoi rappresentanti), l’altra il carattere stesso di questa partecipazione (non perdere di vista un solo istante gli scopi della rivoluzione socialista integrale).
Dopo aver così spiegato da tutti i punti di vista la politica del partito nell’azione « dall’alto » — questo nuovo mezzo di lotta sinora quasi sconosciuto — la risoluzione prevede anche il caso in cui non ci sia dato agire dall’alto : noi abbiamo in tutti i casi il dovere di agire dal basso sul governo rivoluzionario provvisorio. Per esercitare questa pressione dal basso il proletariato deve essere armato — giacché in un periodo rivoluzionario le cose giungono molto presto alla guerra civile aperta — e diretto dalla socialdemocrazia. L’obiettivo della sua pressione armata è : « salvaguardia, consolidamento ed estensione delle conquiste della rivoluzione », delle conquiste cioè, che, dal punto di vista degli interessi del proletariato, devono consistere nell’attuazione di tutto il nostro programma minimo.
Con ciò terminiamo il breve esame della risoluzione del III Congresso sul governo rivoluzionario provvisorio. Come il lettore vede, questa risoluzione spiega e l’importanza di questo nuovo problema e l’atteggiamento del partito del proletariato nei suoi confronti e la politica del partito sia nell’interno che al di fuori del governo rivoluzionario provvisorio.
Esaminiamo ora la risoluzione corrispondente della « conferenza ».
3. CHE COS’E’ LA « VITTORIA DECISIVA DELLA RIVOLUZIONE SULLO ZARISMO »?
La risoluzione della « conferenza » è dedicata alla questione « della conquista del potere e della partecipazione al governo provvisorio »*. – * il lettore potrà ristabilire il testo completo di questa risoluzione servendosi delle citazioni date nelle pagine 400, 403, 407, 431, e 433 di questo opuscolo6 [Nota dell’autore all’edizione del 1907]. In questo modo di porre la questione già si cela, come abbiamo rilevato, della confusione. Da un lato, essa è posta in modo ristretto: si parla soltanto della nostra partecipazione al governo provvisorio e non dei compiti del partito in generale circa il governo rivoluzionario provvisorio. Dall’altro lato, si confondono due questioni del tutto diverse : quella della nostra partecipazione a una delle fasi della rivoluzione democratica e quella della rivoluzione socialista. Infatti la « conquista del potere » da parte della socialdemocrazia è precisamente la rivoluzione socialista, e non può essere null’altro se si usano queste parole nel loro senso proprio e abituale. Ma se si interpretano nel senso della conquista del potere non per la rivoluzione socialista, ma per la rivoluzione democratica, non avrebbe nessun senso parlare non dico della partecipazione al governo rivoluzionario provvisorio, ma nemmeno della « conquista del potere » in generale. Si vede che i nostri « conferenti » non sapevano troppo bene essi stessi di che cosa dovevano parlare : della rivoluzione democratica o della rivoluzione socialista. Coloro che hanno seguito le pubblicazioni sull’argomento sanno che fu il compagno Martynov a inaugurare questa confusione di idee nelle sue famose Due dittature. I neoiskristi non si ricordano molto volentieri del modo in cui la questione fu posta (ancora prima del 9 gennaio) in quello scritto, che .è un modello di codismo; però l’influenza ideologica da esso esercitata sulla conferenza non può essere messa in dubbio.
Ma lasciamo da parte il titolo della risoluzione. Il suo contenuto ci rivela errori incomparabilmente piú profondi e gravi. Ecco la prima parte della risoluzione:
« La vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo può essere contrassegnata o dalla costituzione di un governo provvisorio, risultato dell’insurrezione popolare vittoriosa, o dall’iniziativa rivoluzionaria di questo o quell’organismo rappresentativo, il quale deciderebbe, sotto la diretta pressione rivoluzionaria del popolo, di organizzare un’Assemblea costituente popolare ».
Ci si dice dunque che la vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo può essere, sia l’insurrezione vittoriosa, sia… la decisione presa da un organismo rappresentativo di organizzare l’Assemblea costituente! Che cosa è questo? Come ciò può avvenire? La vittoria decisiva può essere segnata dalla « decisione » di organizzare l’Assemblea costituente? E una simile « vittoria » la si mette a fianco della costituzione di un governo provvisorio, « risultato dell’insurrezione popolare vittoriosa »!! La conferenza non si è accorta che l’insurrezione popolare vittoriosa e la costituzione di un governo provvisorio significano la vittoria effettiva della rivoluzione, mentre la « decisione » di organizzare l’Assemblea costituente significa la vittoria della rivoluzione unicamente a parole.
La conferenza dei menscevichi-neoiskristi cade nello stesso errore in cui cadono sempre i liberali, gli osvobozdentsy. Costoro chiacchierano a vuoto dell’Assemblea « costituente » e chiudono pudicamente gli occhi sul fatto che la forza e il potere restano nelle mani dello zar; essi dimenticano che per « costituire » bisogna averne la forza. La conferenza ha egualmente dimenticato che da una decisione » di rappresentanti, chiunque essi siano, all’applicazione di questa decisione il cammino è lungo. La conferenza ha egualmente dimenticato che, fino a quando il potere rimane nelle mani dello zar, tutte le decisioni di rappresentanti, chiunque essi siano, resteranno chiacchiere misere, vuote, quali furono le « decisioni » del parlamento di Francoforte, ben noto nella storia della rivoluzione tedesca del 1848. Rappresentante del proletariato rivoluzionario, Marx, nella sua Nuova gazzetta renana, sferzava con acerbi sarcasmi gli « osvobozdentsy » liberali di Francoforte appunto perché pronunciavano belle parole, approvavano ogni sorta di « risoluzioni » democratiche, « istituivano » ogni sorta di libertà, ma di fatto lasciavano il potere nelle mani del re, non organizzavano la lotta armata contro le forze militari di cui quest’ultimo disponeva. E mentre gli osvobozdentsy di Francoforte chiacchieravano, il re attendeva il momento propizio, consolidava le sue forze militari, e la controrivoluzione, che si appoggiava su una forza reale, sconfisse definitivamente i democratici insieme con tutte le loro belle « decisioni ».
La conferenza ha identificato con la vittoria decisiva ciò a cui precisamente manca la condizione decisiva per la vittoria. Come mai dei socialdemocratici, i quali accettano il programma repubblicano del nostro partito, sono potuti cadere in un simile errore? Per comprendere questo fatto strano è necessario richiamarsi alle. decisioni del III Congresso sulla parte che si era staccata dal partito *. – * citiamo il testo completo di questa risoluzione: « Il congresso costata che nel POSDR, dal tempo della sua lotta contro l’economismo, si sono conservate delle sfumature apparentate, in diversa misura e sotto diversi aspetti, con l’economismo e caratterizzate da una tendenza comune a sminuire la funzione dell’elemento cosciente nella lotta proletaria e a subordinarlo all’elemento spontaneo. Per ciò che concerne l’organizzazione, i rappresentanti di queste sfumature formulano teoricamente il principio dell’organizzazione-processo, che non corrisponde a un’azione metodica del partito; in pratica essi applicano, in una molteplicità di casi, il sistema dell’infrazione alla disciplina di partito; in altri casi, rivolti agli elementi meno coscienti del partito, fanno propaganda per una larga applicazione del principio elettivo, senza tener conto delle condizioni oggettive della realtà russa, e si sforzano di scalzare le uniche basi di collegamento di partito attualmente possibili. Nelle questioni tattiche manifestano il desiderio di ridurre l’ampiezza dell’attività del partito, si pronunziano contro una tattica rigorosamente indipendente nei riguardi dei partiti liberali, borghesi, contro la possibilità e l’utilità per il nostro partito di assumere la funzione di organizzatore nell’insurrezione popolare, contro la partecipazione del partito al governo rivoluzionario democratico provvisorio, quali che siano le condizioni.
« Il congresso invita tutti i membri dei partito a continuare ovunque un’energica lotta ideologica contro queste deviazioni parziali dai principi della socialdemocrazia rivoluzionaria; ma nello stesso tempo considera ammissibile che persone le quali condividono in misura piú o meno grande queste opinioni facciano parte di organizzazioni del partito, a condizione che riconoscano i congressi e lo statuto del partito e si sottomettano senza alcuna riserva alla disciplina del partito» [Nota dell’autore all’edizione del 1907]. Questa risoluzione costata la sopravvivenza, nel nostro partito, di diverse tendenze « apparentate con l’economismo ». I nostri « conferenti » (non per nulla infatti sono ideologicamente diretti da Martynov) dissertano sulla rivoluzione con la stessa mentalità con cui gli economisti dissertavano sulla lotta politica o sulla giornata lavorativa di otto ore. Gli economisti facevano immediatamente funzionare la « teoria degli stadi »: 1) lotta per i diritti, 2) agitazione politica, 3) lotta politica; oppure 1) giornata lavorativa di dieci ore, 2) di nove ore, 3) di otto ore. I risultati di questa « tattica-processo » sono a tutti sufficientemente noti. Ora ci si propone di dividere per benino in anticipo anche la rivoluzione in stadi: 1) lo zar convoca un organismo rappresentativo; 2) questo organismo rappresentativo, sotto la pressione del « popolo », « decide » di organizzare l’Assemblea costituente; 3) … sul terzo stadio i menscevichi non si sono ancora messi d’accordo; hanno dimenticato che la pressione rivoluzionaria del popolo urta contro la pressione controrivoluzionaria dello zarismo e che perciò o la « decisione » resta inattuata oppure, ancora una volta, è la vittoria o la disfatta dell’insurrezione popolare che decide le cose. La risoluzione della conferenza assomiglia, come si rassomigliano due gocce d’acqua, al seguente ragionamento degli economisti: la vittoria decisiva degli operai può essere segnata sia dalla realizzazione rivoluzionaria della giornata lavorativa di otto ore, sia dal dono della giornata lavorativa di dieci ore e dalla « decisione » di passare alla giornata lavorativa di nove ore… È esattamente la stessa cosa.
Forse ci si farà osservare che gli autori della risoluzione non intendevano identificare la vittoria dell’insurrezione e la « decisione » di un organismo rappresentativo convocato dallo zar; che essi volevano unicamente preconizzare la tattica del partito in questo o in quel caso. Risponderemo: 1) il testo della risoluzione chiama, esplicitamente e in modo inequivoco, la decisione di un organismo rappresentativo « vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo ». Forse ciò è dovuto a una redazione trascurata, forse si può correggerla basandosi sui verbali, ma sino a quando non è corretta il senso di questa redazione può essere uno solo, e questo senso è per intiero nello spirito degli osvobozdentsy. 2) Il corso delle idee, eguale a quello degli « osvobozdentsy », in cui sono caduti gli autori della risoluzione, appare con ancor maggiore rilievo negli altri scritti dei neoiskristi. Così l’organo del comitato di Tiflis, Il socialdemocratico (pubblicato in georgiano; è stato incensato nel n. 100 dell’Iskra), in un articolo intitolato Lo « zemsky sobor » e la nostra tattica, giunge sino a dire che la « tattica » che « fa dello zemski sobor [sulla convocazione del quale, aggiungiamo noi, non sappiàmo ancora nulla di preciso!] il centro della nostra azione, ci è molto piú vantaggiosa» della « tattica » dell’insurrezione armata e della costituzione di un governo rivoluzionario provvisorio. Ritorneremo piú avanti su questo articolo. 3) Non si può avere nulla contro una discussione preliminare della tattica che il partito dovrà seguire sia nel caso che la rivoluzione vinca, sia nel caso che sia sconfitta, sia nel caso che l’insurrezione divampi, sia nel caso che l’insurrezione non riesca a divampare e a diventare una forza potente. E’ possibile che il governo zarista riesca a convocare un’assemblea rappresentativa allo scopo di concludere una transazione con la borghesia liberale. La risoluzione del III Congresso, prevedendolo, parla apertamente di « politica ipocrita », di « pseudodemocratismo », di « forme caricaturali di rappresentanza popolare, del genere del cosiddetto zemski sobor » *. – * ecco il testo di questa risoluzione sull’atteggiamento del partito verso la tattica del governo alla vigilia della rivoluzione:
« Considerando che il governo per mantenersi in vita nel periodo rivoluzionario che attraversiamo, pur aggravando le misure abituali di repressione volte principalmente contro gli elementi coscienti del proletariato, al tempo stesso 1) cerca, mediante concessioni e promesse di riforme, di corrompere politicamente la classe operaia e di allontanarla così dalla lotta rivoluzionaria, 2) dà, con lo stesso scopo, alla sua politica ipocrita di concessioni forme pseudodemocratiche, cominciando dall’invito fatto agli operai di eleggerei loro rappresentanti alle commissioni e alle conferenze, per finire con la creazione di forme caricaturali di rappresentanza popolare del genere del cosiddetto zemski sobor, 3) organizza i cosiddetti centoneri e aizza contro là rivoluzione tutti, in generale, gli elementi reazionari, incoscienti o accecati dall’odio di razza o di religione che vi sono nel popolo,
« il III Congresso del POSDR decide di invitare tutte le organizzazioni del partito:
« a) sottolineare nella propaganda e nell’agitazione, da un lato, il carattere forzato delle concessioni del governo e, dall’altro lato, l’impossibilità assoluta per l’autocrazia di concedere riforme che possano soddisfare il proletariato, denunciando al tempo stesso lo scopo che il governo si propone con le concessioni;
« b) a utilizzare la campagna elettorale per spiegare agli operai il vero significato di queste misure del governo e a dimostrare la necessità, per il proletariato. di convocare con mezzi rivoluzionari un’Assemblea costituente eletta a suffragio universale, uguale, diretto e a scrutinio segreto;
« c) a organizzare il proletariato per l’applicazione immediata, con mezzi rivoluzionari, della giornata lavorativa di otto ore e di altre rivendicazioni urgenti della classe operaia;
« d) a organizzare la resistenza armata contro le azioni dei centoneri e in generale di tutti gli elementi reazionari comandati dal governo » [Nota dell’autore all’edizione del 1907]. Ma è un fatto che tutte queste cose non sono state dette nella risoluzione sul governo rivoluzionario provvisorio perché non hanno nulla a che vedere con esso. In questo caso si respinge in secondo piano il problema dell’insurrezione e della costituzione di un governo rivoluzionario provvisorio, lo si modifica, ecc. Ma non si tratta oggi del fatto che sono possibili combinazioni di ogni genere, che sono possibili la vittoria e la disfatta, cammini diritti e tortuosi. Si tratta del fatto che per un socialdemocratico è inammissibile portare la confusione nell’idea che gli operai si fanno sul cammino effettivamente rivoluzionario, è inammissibile chiamare, alla maniera degli osvobozdentsy, vittoria decisiva ciò a cui manca la condizione principale per la vittoria. Forse non si otterrà di colpo nemmeno la giornata lavorativa di otto ore; forse, per giungervi, dovremo seguire un lungo cammino tortuoso; ma che direste di colui che chiamasse vittoria degli operai uno stato di impotenza, di debolezza, che rendesse il proletariato incapace di opporsi agli indugi, alle dilazioni, ai mercanteggiamenti, al tradimento e alla reazione? E’ possibile che la rivoluzione russa finisca con un « aborto costituzionale », come disse una volta il Vperiod * -* giornale che si stampava a Ginevra; iniziò le sue pubblicazioni nel gennaio 1905, come organo della frazione bolscevica del partito. Dal gennaio al maggio ne uscirono 18 numeri. Dal mese di maggio il Proletari, organo centrale del POSDR, sostituí il Vperiod in virtù di una decisione del III Congresso del POSDR. A questo congresso, che si tenne nel mese di maggio a Londra, i menscevichi non si fecero vedere avendo organizzato la loro « conferenza » a Ginevra [Nota dell’autore all’edizione del 1907 ]., ma ciò potrebbe forse giustificare il socialdemocratico che, alla vigilia della lotta decisiva, chiamasse questo aborto una « vittoria decisiva sullo zarismo »? E’ anche possibile che, nel peggiore dei casi, non soltanto non conquisteremo la repubblica, ma la Costituzione sarà essa stessa una Costituzione fantasma, una Costituzione « alla Scipov »7 ma per un socialdemocratico sarebbe forse perdonabile attenuare la nostra parola d’ordine sulla repubblica?
Certo i neoiskristi non vi sono ancora giunti. Ma sino a qual punto lo spirito rivoluzionario li abbia abbandonati, sino a qual punto una sterile casistica dissimuli loro gli attuali compiti di lotta, risalta con particolare evidenza dal fatto che nella loro risoluzione essi hanno dimenticato precisamente di parlare della repubblica! Incredibile, ma vero. Le diverse risoluzioni della conferenza confermano, ripetono, commentano, studiano nei loro particolari tutte le parole d’ordine della socialdemocrazia; non vi si dimentica nemmeno l’elezione, da parte degli operai, degli starosta e dei delegati negli stabilimenti; ma nella risoluzione sul governo rivoluzionario provvisorio non si è trovato il modo di ricordare la repubblica. Parlare della « vittoria > dell’insurrezione popolare, della costituzione di un governo provvisorio, senza dire che questi « provvedimenti » e atti hanno un rapporto con la conquista della repubblica, significa scrivere delle risoluzioni non per dirigere la lotta del proletariato, ma per marciare zoppicando alla coda del movimento proletario.
Concludiamo. La prima parte della risoluzione, in primo luogo, non ha spiegato affatto l’importanza del governo rivoluzionario provvisorio dal punto di vista della lotta per la repubblica e della garanzia della convocazione di un’Assemblea realmente costituente e rappresentante realmente tutto il popolo; in secondo luogo, ha seminato una vera confusione nella coscienza democratica del proletariato, identificando la vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo con uno stato di cose in cui manca appunto la condizione principale per una vera vittoria.
4. LA LIQUIDAZIONE DEL REGIME MONARCHICO
E LA REPUBBLICA
Passiamo alla parte seguente della risoluzione:
« … Nell’uno e nell’altro caso questa vittoria sarà l’inizio di una nuova fase dell’epoca rivoluzionaria.
« Il compito che le condizioni obiettive dello sviluppo sociale assegnano spontaneamente a questa nuova fase è quello di liquidare definitivamente — nel processo della lotta che gli elementi della società borghese politicamente liberata conducono gli uni contro gli altri, per i loro interessi sociali e per il possesso diretto del potere — il regime delle caste e della monarchia.
« Il governo provvisorio che si impegnasse a realizzare gli obiettivi di questa rivoluzione, borghese per il suo carattere storico, dovrebbe, quindi, regolando la lotta reciproca tra le classi antagoniste della nazione che si sta liberando, non soltanto fare avanzare il processo rivoluzionario, ma anche combattere quei suoi fattori che minacciano le basi del regime capitalistico ».
Soffermiamoci su questo brano che forma una parte a sé della risoluzione. L’idea principale contenuta nei ragionamenti da noi citati coincide con quella esposta nel punto 3 della risoluzione del congresso. Ma, confrontando i passaggi corrispondenti delle due risoluzioni, salta immediatamente agli occhi la differenza radicale che esiste tra di esse. La risoluzione del congresso, la quale definisce in due parole la base economica e sociale della rivoluzione, trasferisce tutta l’attenzione sulla lotta nettamente determinata delle classi per conquiste determinate, e mette in primo piano gli obiettivi della lotta del proletariato. La risoluzione della conferenza, descrivendo in modo prolisso, nebuloso e confuso la base economica e sociale della rivoluzione, parla in termini molto vaghi della lotta per conquiste determinate e lascia assolutamente nell’ombra gli obiettivi della lotta del proletariato. La risoluzione della conferenza parla della liquidazione del vecchio regime nel processo della lotta che elementi della società conducono gli uni contro gli altri. La risoluzione del congresso dice che noi, partito del proletariato, dobbiamo effettuare questa liquidazione; che si può realmente liquidare il vecchio regime soltanto istituendo una repubblica democratica; che questa repubblica noi la dobbiamo conquistare; che ci batteremo per essa e per una libertà completa non soltanto contro l’autocrazia, ma anche contro la borghesia, quando essa tenterà (e lo farà certamente) di strapparci le nostre conquiste. La risoluzione del congresso chiama alla lotta una classe determinata, assegnandole un obiettivo immediato nettamente definito. La risoluzione della conferenza ragiona sulla lotta che le diverse forze conducono le une contro le altre. Una delle risoluzioni esprime la psicologia della lotta attiva, l’altra quella della contemplazione passiva; l’una è da cima a fondo un appello all’attività viva, l’altra, una casistica priva di vita. Ambedue dichiarano che la rivoluzione in corso non è per noi che una prima tappa, che sarà seguita da una seconda; ma da ciò l’una deduce che bisogna quindi percorrere questa prima tappa piú rapidamente e liquidarla quindi piú rapidamente, conquistare la repubblica, schiacciare implacabilmente la controrivoluzione e preparare il terreno per la seconda tappa. L’altra si profonde, per così dire, in descrizioni prolisse di questa prima tappa e (scusatemi l’espressione volgare) spreme faticosamente le idee in proposito. La risoluzione del congresso prende come preambolo o primo postulato le vecchie ma eternamente nuove idee del marxismo (sul carattere borghese della rivoluzione democratica) per dedurne i compiti progressivi della classe di avanguardia, che combatte al tempo stesso per la rivoluzione democratica e per quella socialista. La risoluzione della conferenza non va piú in là del semplice preambolo, rimasticandolo e rimuginandoci sopra.
Questa è appunto la differenza che divide da lungo tempo le due ali del marxismo russo : l’ala dei ragionatori a vuoto e quella combattiva nei tempi del marxismo legale, l’ala economica e quella politica nell’epoca in cui il movimento di massa era ai suoi albori. Dal giusto postulato del marxismo sulle profonde radici economiche della lotta di classe in generale e della lotta politica in particolare, gli economisti deducevano questa originale conclusione: che era necessario voltare le spalle alla lotta politica e trattenerne lo sviluppo, restringerne l’ampiezza, diminuirne i compiti. I politici, al contrario, deducevano dagli stessi postulati tutt’altra conclusione, e precisamente: quanto piú la nostra lotta ha oggi profonde radici, in modo tanto piú ampio, piú audace, piú deciso e offensivo dobbiamo noi condurla La stessa discussione sta oggi di fronte a noi, in circostanze del tutto nuove e sotto un’altra forma. Dalle premesse che la rivoluzione democratica non è ancora affatto una rivoluzione socialista, che essa non « interessa » affatto soltanto i nullatenenti, che le sue radici affondano nelle necessità e nei bisogni ineluttabili di tutta la società borghese, deduciamo la conclusione che la classe di avanguardia deve porre i suoi compiti democratici con tanta maggiore audacia e tanto piú nettamente deve enunciarli sino in fondo, deve avanzare la parola d’ordine diretta della repubblica, propagandare l’idea della necessità di un governo rivoluzionario provvisorio e della necessità di schiacciare implacabilmente la controrivoluzione. I nostri oppositori neoiskristi deducono da queste stesse premesse che non è necessario enunciare sino in fondo le conclusioni democratiche, che si può fare a meno di avanzare, tra le parole d’ordine pratiche, quella della repubblica, che è ammesso non propagandare la necessità di un governo rivoluzionario provvisorio, che la decisione di convocare l’Assemblea costituente può essere considerata anch’essa come una vittoria decisiva, che il compito di lottare contro la controrivoluzione può non essere formulato come un compito attivo, ma essere affogato in un richiamo nebuloso (e formulato in modo inesatto, come vedremo ben presto) al « processo della lotta reciproca ». Questo non è un linguaggio di uomini politici, è il linguaggio di topi di biblioteca!
Con quanta maggior attenzione esaminerete le singole formulazioni della risoluzione della nuova Iskra, con tanta maggior evidenza vi appariranno le particolarità principali da noi indicate. Ci si parla, ad esempio, del « processo della lotta che gli elementi della società borghese politicamente liberata conducono gli uni contro gli altri. Ricordandoci l’argomento della risoluzione (il governo rivoluzionario provvisorio), ci domandiamo pieni di meraviglia: se è necessario parlare del processo della lotta reciproca, come si può non parlare degli elementi che rendono schiava politicamente la società borghese? Credono forse i « conferenti » che, avendo essi presupposto la vittoria della rivoluzione, siffatti elementi siano già spariti? Una simile idea sarebbe, in generale, un assurdo, e, in particolare, una grandissima ingenuità politica, una miopia politica. Dopo la vittoria della rivoluzione sulla controrivoluzione non sparirà, ma al contrario comincerà inevitabilmente una nuova lotta ancora piú aspra. Dedicando la nostra risoluzione all’analisi dei compiti che la vittoria della rivoluzione ci assegnerà, abbiamo il dovere di prestare grande attenzione al compito di respingere gli assalti controrivoluzionari (e l’abbiamo fatto nella risoluzione del congresso) e non di affogare questi compiti politici, immediati, urgenti, attuali, di un partito combattivo, in considerazioni generali su ciò che avverrà dopo l’epoca rivoluzionaria in cui viviamo e ciò che avverrà quando già esisterà una’« società politicamente liberata ». Proprio come gli economisti si richiamavano alle verità generali della subordinazione della politica all’economia per nascondere la loro incomprensione dei compiti politici del momento, così i neoiskristi invocano le verità generali della lotta intestina in una società politicamente liberata per nascondere la loro incomprensione dei compiti rivoluzionari immediati che la liberazione politica di questa società ci assegna.
Prendete l’espressione: « liquidare definitivamente il regime delle caste e della monarchia ». Liquidare definitivamente il regime monarchico vuol dire in russo istituire la repubblica democratica. Ma questa espressione è troppo semplice e troppo chiara per il nostro eccellente Martynov e per i suoi ammiratori. Essi vogliono assolutamente « approfondire », dirla in modo piú « dotto ». Da un lato, ne risulta la pretesa ridicola di voler ponzare pensieri profondi. Dall’altro lato, invece di una parola d’ordine si ha tutta una descrizione, invece di un buon appello che inciti ad andare avanti si ha un malinconico colpo d’occhio retrospettivo. Si direbbe che davanti a noi non vi siano uomini vivi che vogliono lottare immediatamente, subito, per la repubblica, ma delle mummie fossilizzate, le quali, sub specie aeternitatis, analizzano la questione dal punto di vista del plusquam perfectum.
Proseguiamo: « … il governo provvisorio… che si impegnasse a realizzare i compiti di questa… rivoluzione borghese… ». E’ qui che si vede subito come i nostri « conferenti » si siano lasciati sfuggire la questione concreta sorta davanti ai dirigenti politici del proletariato. Di fronte alla questione dei governi successivi che adempiranno i compiti della rivoluzione borghese in generale, la questione concreta del governo rivoluzionario provvisorio è sparita dal loro campo visuale. Se volete studiare la questione dal punto di vista « storico », l’esempio di un qualsiasi paese europeo vi mostrerà che appunto una serie di governi niente affatto « provvisori » realizzarono i compiti storici della rivoluzione borghese; che persino dei governi che avevano riportato la vittoria sulla rivoluzione furono tuttavia costretti a realizzare i compiti storici della rivoluzione sconfitta. Ma quello che si chiama « governo rivoluzionario provvisorio » non è affatto ciò di cui parlate: così si chiama il governo dell’epoca rivoluzionaria che sostituisce immediatamente il governo abbattuto e si appoggia sull’insurrezione del popolo, e non su qualsiasi organismo rappresentativo emanante dal popolo. Il governo rivoluzionario provvisorio è l’organo della lotta per la vittoria immediata della rivoluzione, per la repressione immediata dei tentativi controrivoluzionari, e niente affatto un organo destinato a realizzare i compiti storici della rivoluzione borghese in generale. Lasciamo, signori, ai futuri storici l’incarico di determinare in una futura Russkaia Starinà quali compiti della rivoluzione borghese avremo assolto noi o questo o quel governo; non sarà troppo tardi neanche fra trent’anni. Noi invece dobbiamo dare oggi delle parole d’ordine, indicare praticamente quale lotta si deve condurre per la repubblica e per far partecipare nel modo piú energico il proletariato a questa lotta.
Per le stesse ragioni anche gli ultimi passaggi della parte citata della risoluzione non sono soddisfacenti. E’ molto infelice, o per lo meno maldestra, l’espressione affermante che il governo provvisorio dovrebbe « regolare » la lotta reciproca tra le classi antagoniste; non si addice a dei marxisti servirsi di una siffatta formula liberale nello stile dell’Osvobozdenie, la quale offre il destro di pensare che siano ammissibili dei governi i quali « regolino » la lotta di classe, invece di esserne lo strumento… Il governo dovrebbe « non soltanto fare avanzare il processo rivoluzionario, ma anche combattere quei suoi fattori che minacciano le basi del regime capitalistico ». Uno di questi « fattori » è precisamente il proletariato, in nome del quale parla la risoluzione! Invece di dire come il proletariato deve in questo momento « fare avanzare il processo rivoluzionario » (al di là dei limiti che gli vorrebbe assegnare la borghesia costituzionalista), invece di consigliare di prepararsi con un determinato metodo alla lotta contro la borghesia quando quest’ultima si rivolgerà contro le conquiste della rivoluzione, invece di ciò ci si offre una descrizione generale del processo, senza dir nulla degli obiettivi concreti della nostra attività. Il modo in cui i neoiskristi espongono le loro idee ci fa ricordare l’apprezzamento che Marx dava (nelle sue celebri «tesi» su Feuerbach) del vecchio materialismo estraneo alla dialettica. I filosofi, diceva Marx, hanno solo interpretato il mondo in modi diversi, si tratta però di mutarlo8. I neoiskristi possono anch’essi descrivere e spiegare discretamente il processo della lotta che si svolge davanti ai loro occhi, ma sono assolutamente incapaci di enunciare una parola d’ordine giusta per questa lotta. Marciando con zelo, ma dirigendo male, ignorando la funzione attiva, di dirigenti e di guida, che possono e debbono avere nella storia i partiti che hanno capito le condizioni materiali della rivoluzione e si sono messi alla testa delle classi progressive, essi sviliscono la concezione materialistica della storia.
5. COME SI DEVE « FAR AVANZARE LA RIVOLUZIONE » ?
Citiamo il brano successivo della risoluzione:
« In queste condizioni, la socialdemocrazia deve cercare di mantenere per tutta la durata della rivoluzione una posizione che meglio le assicuri la possibilità di far avanzare la rivoluzione, che non le leghi le mani nella lotta contro la politica inconseguente e interessata dei partiti borghesi, e la salvaguardi dal pericolo di dissolversi nella democrazia borghese.
«La socialdemocrazia non deve quindi porsi il compito di impadronirsi del potere o di condividerlo in un governo provvisorio, ma deve rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria ».
Il consiglio di prendere una posizione che meglio assicuri la possibilità di far avanzare la rivoluzione ci piace immensamente. Una cosa sola vorremmo: che questo consiglio fosse seguito da un’indicazione precisa sul modo come la socialdemocrazia, proprio in questo momento, nella situazione politica attuale, in questa epoca di dicerie, di ipotesi, di conversazioni e di progetti di convocazione dei rappresentanti popolari, deve far avanzare la rivoluzione. Può nel momento presente far avanzare la rivoluzione colui che non comprende il pericolo della teoria degli osvobozdentsy sull’« accordo» del popolo con lo zar? Colui che chiama vittoria la sola « decisione » di convocare l’Assemblea costituente, colui che non si propone il compito di propagandare attivamente l’idea della necessità di un governo rivoluzionario provvisorio, colui che lascia nell’ombra la parola d’ordine della repubblica democratica? In realtà questi uomini fanno marciare indietro la rivoluzione perché sono rimasti, nel campo della politica pratica, al livello della posizione degli osvobozdentsy. A che vale riconoscere un programma il quale esige che si sostituisca all’autocrazia una repubblica, quando in una risoluzione tattica che definisce i compiti attuali e immediati del partito nel momento della rivoluzione manca la parola d’ordine della lotta per la repubblica? La posizione degli osvobozdentsy , la posizione della borghesia costituzionalista, non è forse attualmente caratterizzata appunto dal fatto che viene considerata come una vittoria decisiva la decisione di convocare un’Assemblea costituente popolare, ma vengono prudentemente passati sotto silenzio il governo rivoluzionario provvisorio e la repubblica? Per fare avanzare la rivoluzione, per condurla cioè al di là dei limiti che la borghesia monarchica le ha assegnato, bisogna enunciare attivamente, sottolineare e mettere in primo piano delle parole d’ordine che escludano l’« inconseguenza » della democrazia borghese. Tali parole d’ordine, nel momento attuale, si riducono sostanzialmente a due: 1) governo rivoluzionario provvisorio e 2) repubblica. Infatti la parola d’ordine dell’Assemblea costituente popolare è stata fatta sua dalla borghesia monarchica (cfr. il programma dell’« Unione per la liberazione »), e ripresa precisamente per escamoter la rivoluzione, impedirne la vittoria completa, perché la grande borghesia possa concludere con lo zarismo una transazione da mercanti. E noi vediamo che di queste due parole d’ordine, le uniche capaci di far avanzare la rivoluzione, la conferenza dimentica completamente quella della repubblica e considera quella del governo rivoluzionario provvisorio identica alla parola d’ordine dell’Assemblea costituente popolare formulata dagli osvobozdentsy, chiamando l’una e l’altra « vittoria decisiva della rivoluzione»!
Sì, è questo il fatto incontestabile, di cui, ne siamo certi, si servirà come pietra miliare il futuro storico della socialdemocrazia russa. Una conferenza dei socialdemocratici nel maggio 1905 approva una risoluzione che contiene belle parole sulla necessità di far avanzare la rivoluzione democratica, ma che di fatto la fa marciare all’indietro e non va, in realtà, al di là delle parole d’ordine democratiche della borghesia monarchica.
I neoiskristi ci muovono volentieri l’accusa di ignorare che il proletariato corre il pericolo di dissolversi nella democrazia borghese. Vorremmo vedere chi avrebbe il coraggio di giustificare questa accusa basandosi sul testo delle risoluzioni approvate dal III Congresso del POSDR! Risponderemo ai nostri oppositori: svolgendo la sua attività nel seno della società borghese, la socialdemocrazia non può partecipare alla vita politica senza marciare, in questo o quel caso particolare, a fianco della democrazia borghese. Ma la differenza fra noi e voi è, in questo caso, che noi marciamo a fianco della borghesia rivoluzionaria e repubblicana senza fonderci con essa, mentre voi marciate a fianco della borghesia liberale e monarchica, senza fondervi, nemmeno voi, con essa. Ecco come stanno le cose.
Le vostre parole d’ordine tattiche, lanciate a nome della conferenza, coincidono con quelle del partito « democratico costituzionale », cioè con quelle del partito della borghesia monarchica, e voi, inoltre, non avete notato, non vi siete resi conto di questa coincidenza; il che fa si che vi troviate in realtà a rimorchio degli osvobozdentsy.
Le nostre parole d’ordine tattiche, lanciate a nome del III Congresso del POSDR, coincidono con quelle della borghesia rivoluzionaria democratica e repubblicana. Questa borghesia e questa piccola borghesia non si sono ancora organizzate in Russia in un grande partito popolare*. – * i « socialisti-rivoluzionari » sono piuttosto un gruppo di intellettuali terroristi che non l’embrione di un simile partito, benché il significato obiettivo dell’attività di questo gruppo si riduca appunto alla realizzazione dei compiti della borghesia rivoluzionaria e repubblicana. Ma solo chi non comprende nulla di ciò che avviene oggi in Russia può dubitare che già esistano i germi di questo partito. È nostra intenzione dirigere (nel caso che la grande rivoluzione russa si svolga con successo) non soltanto il proletariato organizzato dal partito socialdemocratico, ma anche questa piccola borghesia capace di marciare al nostro fianco.
Con la sua risoluzione la conferenza cade inconsciamente al livello della borghesia liberale e monarchica. Con la sua risoluzione il congresso del partito eleva scientemente al suo livello gli elementi della democrazia rivoluzionaria atti alla lotta e non alla funzione di sensale.
Questi elementi sono soprattutto numerosi fra i contadini. Senza commettere nessun grave errore possiamo, procedendo alla suddivisione dei gruppi sociali importanti sulla base delle loro tendenze politiche, identificare la democrazia rivoluzionaria e repubblicana con la massa contadina, naturalmente nello stesso senso, con le stesse riserve e alle stesse condizioni sottintese con cui si può identificare la classe operaia con la socialdemocrazia. In altre parole, possiamo formulare le nostre conclusioni nei termini seguenti : con le sue parole d’ordine politiche, che coinvolgono gli interessi di tutta la nazione*- *non parliamo delle parole d’ordine particolari per i contadini, alle quali sono dedicate apposite risoluzioni. -, la conferenza cade inconsciamente, nel momento della rivoluzione, al livello della massa dei grandi proprietari fondiari. Con le sue parole d’ordine politiche, che coinvolgono gli interessi di tutta la nazione, il congresso del partito eleva la massa dei contadini a un livello rivoluzionario. A chi ci accuserà, per queste nostre conclusioni, di avere una predilezione per i paradossi, lanceremo la sfida: si cerchi dunque di confutare questa tesi: se non avremo la forza di portare a termine la rivoluzione, se essa finirà, come desiderano gli osvobozdentsy, con una « vittoria decisiva » unicamente sotto la forma di una assemblea rappresentativa convocata dallo zar, e che potrebbe essere chiamata costituente soltanto per derisione, allora sarà una rivoluzione nella quale l’elemento grandi proprietari fondiari e grande borghesia avrà il predominio. Al contrario, se ci sarà dato di vivere una rivoluzione veramente grande, se la storia non permetterà che questa volta. essa si riduca a un « aborto », se avremo la forza di portarla a termine, sino alla vittoria decisiva, non come comprendono questa vittoria l’Osvobozdenie e la nuova Iskra, allora sarà una rivoluzione nella quale l’elemento contadino e proletario avrà il predominio.
Forse qualcuno dirà che ammettendo l’idea di questo predominio si nega il carattere borghese della rivoluzione imminente. E’ del tutto possibile, se si considera l’abuso che fa l’Iskra di questo concetto. Non è quindi affatto superfluo soffermarsi su questo problema.
6. DA QUALE PARTE VIENE IL PERICOLO CHE IL
PROLETARIATO SI TROVI AD AVERE LE MANI LEGATE
NELLA LOTTA CONTRO LA BORGHESIA
INCONSEGUENTE?
I marxisti sono assolutamente convinti del carattere borghese della rivoluzione russa. Che vuol dire ciò? Vuol dire che le trasformazioni democratiche nel regime politico e le trasformazioni nel campo sociale ed economico, diventate per la Russia una necessità, non soltanto non significheranno di per sé il crollo del capitalismo, il crollo del dominio della borghesia, ma, al contrario, sbarazzeranno effettivamente per la prima volta il terreno per uno sviluppo largo e rapido, europeo e non asiatico, del capitalismo, renderanno per la prima volta possibile il dominio della borghesia come classe. I socialisti-rivoluzionari non possono comprendere questa idea, perché ignorano l’abbiccì delle leggi dello sviluppo della produzione mercantile capitalistica e non vedono che persino il trionfo completo dell’insurrezione contadina, persino una nuova ripartizione di tutte le terre conforme agli interessi e al desiderio dei contadini (la « ripartizione egualitaria » o qualcosa di analogo) non sopprimeranno affatto il capitalismo, ma, al contrario, daranno un nuovo impulso al suo sviluppo ed affretteranno la differenziazione di classe nella massa contadina stessa. Non comprendendo questa verità, i socialisti-rivoluzionari sono gli inconsci ideologi della piccola borghesia. Per la socialdemocrazia è di grande importanza, non soltanto dal punto di vista teorico, ma anche dal punto di vista politico-pratico, insistere su questa verità, giacché di qui deriva l’obbligo di salvaguardare la completa autonomia di classe del partito del proletariato nell’attuale movimento « democratico generale ».
Ma non ne consegue affatto che la rivoluzione democratica (borghese per il suo contenuto sociale ed economico) non abbia per il proletariato un immenso interesse. Non ne consegue affatto che la rivoluzione democratica non possa svolgersi sia in una forma vantaggiosa soprattutto per il grande capitalista, per il magnate della finanza, il grande proprietario- fondiario « illuminato », sia in una forma vantaggiosa per il contadino e per l’operaio.
I neoiskristi comprendono in modo radicalmente errato il senso, il significato della categoria: rivoluzione borghese. Nei loro ragionamenti si affaccia costantemente l’idea che la rivoluzione borghese sia una rivoluzione che possa dare soltanto ciò che è vantaggioso alla borghesia. Eppure nulla è più errato di una siffatta idea. La rivoluzione borghese è una rivoluzione che non esce dal quadro del regime economico e sociale borghese, vale a dire capitalistico. La rivoluzione borghese esprime la necessità di sviluppo del capitalismo: non soltanto essa non distrugge le basi del capitalismo, ma, anzi, le allarga e le approfondisce. Questa rivoluzione esprime quindi gli interessi non soltanto della classe operaia, ma anche di tutta la borghesia. Poiché nel regime me capitalistico il dominio della borghesia sulla classe operaia è cosa inevitabile, si può dire con pieno diritto che la rivoluzione borghese esprime non tanto gli interessi del proletariato quanto quelli della borghesia. Ma è assolutamente assurda l’idea che la rivoluzione borghese non esprima affatto gli interessi del proletariato. Questa idea assurda si riduce o alla vecchia teoria populista affermante che la rivoluzione borghese è contraria agli interessi del proletariato e che noi, quindi, non abbiamo bisogno della libertà politica borghese: Oppure si riduce all’anarchismo, che condanna qualsiasi partecipazione del proletariato alla politica borghese, alla rivoluzione borghese, al parlamentarismo borghese. Nel campo teorico essa dimentica i principi elementari del marxismo circa l’inevitabilità dello sviluppo del capitalismo sulla base della produzione mercantile. Il marxismo insegna che una società basata sullo produzione mercantile e che effettua scambi con le nazioni capitalistiche civili, deve essa stessa, a un determinato stadio del suo sviluppo, imboccare il cammino del capitalismo. Il marxismo ha definitivamente rotto con le fantasticherie dei populisti e degli anarchici, secondo i quali, ad esempio, la Russia potrebbe evitare lo sviluppo capitalistico, uscire dal capitalismo, o saltarlo con un mezzo qualsiasi, eccetto quello della lotta di classe sul terreno e nel quadro di questo stesso capitalismo.
Tutte queste tesi del marxismo sono state dimostrate e spiegate con minuta analisi, sia in generale sia in modo particolare per ciò che concerne la Russia. E da esse deriva che l’idea di cercare la salvezza per la classe operaia ovunque, eccetto che nello sviluppo ulteriore del capitalismo, è una idea reazionaria. In paesi come la Russia, la classe operaia soffre non tanto per il capitalismo quanto per l’insufficienza del suo sviluppo. La classe operaia è quindi assolutamente interessata allo sviluppo più largo, più rapido, più libero del capitalismo. L’eliminazione di tutti i residui del passato, che ostacolano lo sviluppo largo, libero e rapido del capitalismo, torna assolutamente a suo vantaggio. La rivoluzione borghese è appunto una rivoluzione che spazza via con la maggiore risolutezza i residui del passato, i residui del feudalesimo (fra i quali è compresa non soltanto l’autocrazia, ma anche la monarchia), che assicura nel modo più completo lo sviluppo più largo, libero e rapido del capitalismo.
La rivoluzione borghese presenta quindi per il proletariato i più grandi vantaggi. La rivoluzione borghese è assolutamente necessaria, nell’interesse del proletariato. Quanto più sarà completa e decisiva, quanto più sarà conseguente, tanto più il successo del proletariato, nella sua lotta contro la borghesia per il socialismo, sarà garantito. Questa conclusione potrà sembrare nuova, strana e paradossale unicamente a coloro che ignorano l’abbiccì del socialismo scientifico. E da questa conclusione deriva tra l’altro la tesi che la rivoluzione borghese è, in un certo senso, più vantaggiosa per il proletariato che per la borghesia. Ecco in quale senso precisamente la seguente affermazione è incontestabile: è vantaggioso per la borghesia appoggiarsi contro il proletariato, su alcuni residui del passato, ad esempio sulla monarchia, sull’esercito permanente, ecc. E’ vantaggioso per la borghesia che la rivoluzione borghese non spazzi via troppo risolutamente tutti i residui del passato, ma ne lasci sussistere qualcuno; in altre parole, che la rivoluzione non sia del tutto conseguente e non si compia fino in fondo, non sia risoluta e implacabile. I socialdemocratici esprimono spesso questa idea in modo alquanto diverso, dicendo che la borghesia tradisce se stessa, tradisce la causa della libertà, è incapace di democratismo conseguente. Per la borghesia è più vantaggioso che le necessarie trasformazioni sulla via della democrazia borghese si compiano più lentamente, più gradualmente, più prudentemente, meno risolutamente, mediante riforme e non con una rivoluzione; che con queste riforme si proceda nel modo più cauto possibile verso « rispettabili » istituti del feudalesimo (la monarchia, ad esempio); che queste trasformazioni contribuiscano il meno possibile a sviluppare l’azione rivoluzionaria, l’iniziativa e l’energia della plebe, ossia dei contadini e, soprattutto, degli operai. Perché, altrimenti, sarebbe tanto più facile per gli operai « passare il fucile da una spalla all’altra » , come dicono i francesi, ossia rivolgere contro la borghesia stessa le armi che la rivoluzione borghese fornirebbe loro, la libertà che essa darebbe, gli istituti democratici sorti sul terreno sbarazzato dal feudalesimo.
Per la classe operaia, al contrario, è più vantaggioso che le necessarie trasformazioni sulla via della democrazia borghese si realizzino precisamente mediante la rivoluzione e non con le riforme, perché la via delle riforme è la via degli indugi, delle tergiversazioni, della morte lenta e dolorosa delle parti incancrenite dell’organismo nazionale. Di questa cancrena il proletariato e i contadini soffrono per primi e più di tutti. La via della rivoluzione è la via dell’operazione chirurgica più rapida, meno dolorosa per il proletariato, quella che consiste nell’amputare risolutamente le parti cancrenose, è la via del minimo di concessioni e di cautela verso la monarchia e i suoi istituti infami, abietti e cancrenosi, il cui fetore appesta l’atmosfera.
Non è dunque soltanto in considerazione della censura o per folle paura che la nostra stampa liberale borghese deplora l’eventualità di una via rivoluzionaria, teme la rivoluzione e ne agita lo spauracchio davanti agli occhi dello zar, si preoccupa di evitare la rivoluzione, striscia e si prosterna nella speranza di ottenere misere riforme e poter proseguire sulla via riformatrice. Questo non è soltanto il punto di vista delle Russkie Viedomosti, del Syn Otiecestva, della Nascia Gizn, dei Nasci Dni, ma è anche quello dell’Osvobozdenie, illegale, libero. La situazione stessa della borghesia come classe genera inevitabilmente, nella società capitalistica, la sua inconseguenza nella rivoluzione democratica. Il proletariato come classe, per la sua stessa situazione, è costretto ad essere conseguentemente democratico. La borghesia guarda indietro, temendo il progresso democratico che minaccia di accrescere le forze del proletariato. Il proletariato non ha nulla da perdere fuorché le sue catene, ma ha, con la democrazia, da guadagnare un mondo intiero. Quindi, quanto più la rivoluzione borghese è conseguente nelle sue trasformazioni democratiche, tanto meno si limita a ciò che è utile unicamente alla borghesia. Quanto più la rivoluzione borghese è conseguente, tanto più assicura vantaggi al proletariato e ai contadini nella rivoluzione democratica.
Il marxismo insegna al proletariato non ad appartarsi dalla rivoluzione borghese, a mostrarsi indifferente, ad abbandonarne la direzione alla borghesia, ma, al contrario, a parteciparvi nel modo più energico, a lottare nel modo più risoluto per una democrazia proletaria conseguente, per condurre a termine la rivoluzione. Non possiamo uscire dal quadro democratico borghese della rivoluzione russa, ma possiamo allargarlo a proporzioni immense; possiamo e dobbiamo lottare nei limiti di questo quadro nell’interesse del proletariato, per i suoi bisogni immediati e per le condizioni che preparano le sue forze per la futura vittoria completa. Vi è democrazia borghese e democrazia borghese. Anche il monarchico zemets, fautore di una camera alta, che « reclama » il suffragio universale e al tempo stesso conclude in sordina un accordo segreto con lo zarismo, per una Costituzione monca, è un democratico borghese. E il contadino che, le armi alla mano, marcia contro i grandi proprietari fondiari e i funzionari e propone con un « candore repubblicano » di « cacciare lo zar » * – * cfr. Osvobozdenie, n. 71, p. 337, nota 2. – , è anch’egli un democratico borghese. Il regime democratico borghese può essere quello che esiste in Germania e quello che esiste in Inghilterra; quello che esiste in Austria e quello che esiste in America o in Svizzera. Bel marxista sarebbe colui che, nell’epoca delle rivoluzioni democratiche, non si accorgesse della differenza di grado e del carattere diverso di questa o quell’altra forma di democrazia e si limitasse a « filosofeggiare » per dimostrare che alla fin fine si tratta sempre di una « rivoluzione borghese », dei frutti di una « rivoluzione borghese »!
E questo è proprio il caso dei nostri saccenti neoiskristi, i quali menan vanto della loro miopia. Essi si limitano appunto a dissertare sul carattere borghese della rivoluzione nel momento in cui bisogna saper discernere la differenza tra le due democrazie borghesi: rivoluzionaria repubblicana e monarchica liberale, senza parlare poi della differenza tra il democratismo borghese inconseguente e il democratismo proletario conseguente. Essi si accontentano — come se fossero veramente diventati degli « uomini chiusi in un astuccio »9 — di propositi malinconici sul « processo della lotta reciproca tra le classi antagoniste » quando si tratta di dare una direzione democratica alla rivoluzione attuale, di sottolineare le parole d’ordine democratiche d’avanguardia in contrapposto alle parole d’ordine traditrici del signor Struve e soci; di additare nettamente, in modo reciso, gli obiettivi immediati della lotta veramente rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, in contrapposto alla mediazione liberale dei proprietari fondiari e dei fabbricanti. Ecco qual è la sostanza della questione che a voi, signori, è sfuggita: la nostra rivoluzione terminerà con una vittoria realmente grandiosa o semplicemente con un miserabile compromesso, arriverà sino alla dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini o « esaurirà le sue forze » in una Costituzione liberale alla Scipov?
Può parere a prima vista che ponendo tale questione ci si allontani dal nostro tema principale. Ma soltanto a prima vista. In realtà appunto qui è la radice del dissenso di principio, che già ora si è nettamente delineato, tra la tattica socialdemocratica del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo e la tattica fissata alla Conferenza dei neoiskristi. Questi ultimi hanno fatto oggi, non più due, ma tre passi indietro, risuscitando — nel risolvere problemi infinitamente più complessi, più importanti e più vitali per il partito operaio, quelli della tattica da seguire nel momento della rivoluzione — gli errori dell’economismo. Ecco perché dobbiamo soffermarci con grande attenzione sull’analisi di questo problema.
Il passo della risoluzione dei neoiskristi da noi citato dice che la socialdemocrazia corre il pericolo di legarsi le mani nella lotta contro la politica incoerente della borghesia e di dissolversi nella democrazia borghese. L’idea di questo pericolo passa come un filo rosso in tutti gli scritti specificamente neoiskristi, questa idea è il vero fulcro della posizione di principio nella scissione del nostro partito (dal momento in cui, in questa scissione, i dissensi personali sono completamente passati in secondo piano di fronte al ritorno all’economismo). E riconosciamo senz’altro che questo pericolo effettivamente esiste, che soprattutto oggi, nel momento in cui la rivoluzione russa è al suo culmine, questo pericolo è diventato particolarmente serio. A noi, teorici o — come di me stesso preferirei piuttosto dire — pubblicisti della socialdemocrazia, incombe il compito urgente, e di estrema responsabilità, di indagare da che parte viene realmente questo pericolo, Poiché i nostri dissensi non sono sorti nella discussione per sapere se questo pericolo esista, o no, ma se esso sia dovuto a ciò che vien chiamato codismo della « minoranza » o a ciò che viene chiamato rivoluzionarismo della « maggioranza ».
Per eliminare false interpretazioni e malintesi, facciamo notare anzitutto che il pericolo di cui parliamo risiede nel lato oggettivo e non in quello soggettivo del problema, non nella posizione formale che la socialdemocrazia prenderà nel corso della lotta, ma nell’esito materiale di tutta la lotta rivoluzionaria che attualmente si svolge. Non si tratta di sapere se questi o quei gruppi socialdemocratici vorranno dissolversi nella democrazia borghese o se essi se ne renderanno o no conto. Non è di questo che si parla. Noi non sospettiamo nessun socialdemocratico di avere un simile desiderio, e del resto non è affatto dei desideri che si tratta. E neanche di sapere se per tutta la durata della rivoluzione questi o quei gruppi socialdemocratici manterranno nei confronti della democrazia borghese la loro indipendenza formale, la loro fisionomia, il loro carattere particolare. Essi possono, non soltanto proclamarla questa « indipendenza », ma mantenerla formalmente, e nondimeno può loro accadere di trovarsi con le mani legate nella lotta contro l’inconseguenza della borghesia. Il bilancio politico finale della rivoluzione può essere che la socialdemocrazia, pur conservando la sua « indipendenza » formale e un’esistenza propria come organizzazione, come partito, si trovi in realtà a essere dipendente, incapace di dare agli avvenimenti l’impronta della sua indipendenza proletaria e risulti talmente debole che, in generale, in fin dei conti, in ultima analisi, la sua «dissoluzione» nella democrazia borghese diventi tuttavia un fatto storico.
Ecco qual è il vero pericolo. Ed ora vediamo da qual parte esso ci minaccia: dalla deviazione della socialdemocrazia verso destra, rappresentata dalla nuova Iskra, come noi pensiamo, o dalla deviazione a sinistra, rappresentata dalla «maggioranza», dal Vperiod, ecc., come pensano i neoiskristi.
La soluzione di questo problema, come già abbiamo detto, dipende dalla combinazione oggettiva dell’azione delle diverse forze sociali. Il carattere di queste forze è stato determinato in teoria dall’analisi marxista della realtà russa; oggi viene determinato praticamente dall’azione aperta dei gruppi e delle classi nel corso della rivoluzione. Orbene, tutta l’analisi teorica fatta dal marxismo molto tempo prima dell’epoca in cui viviamo e tutte le osservazioni pratiche concernenti lo svolgersi degli avvenimenti rivoluzionari ci dimostrano che le condizioni obiettive rendono possibili due vie e due esiti della rivoluzione russa. La trasformazione democratica borghese del regime economico e politico della Russia è inevitabile e certa. Nessuna forza al mondo potrebbe impedire questa trasformazione. Ma l’azione combinata delle forze che compiono questa trasformazione può dar luogo a due risultati o a due forme di questa trasformazione. Una delle due: 1) o tutto finirà con la « vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo », o 2) mancheranno le forze per una vittoria decisiva, e tutto finirà con un compromesso tra lo zarismo e gli elementi più « incoerenti » e più « cupidi » della borghesia. La varietà infinita dei particolari e delle combinazioni possibili, che a nessuno è dato di prevedere, si riduce, insomma, all’uno o all’altro di questi due esiti.
Esaminiamo ora questi esiti, dapprima dal punto di vista del loro significato sociale e, quindi, dal punto di vista della situazione della socialdemocrazia (del suo « dissolversi » o delle « mani legate ») nel caso dell’uno o dell’altro esito.
Che cosa significa « vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo » ? Abbiamo già visto che i neoiskristi impiegano questa espressione senza comprenderne neppure il significato politico immediato. E sembra comprendano ancor meno il contenuto di classe di questo concetto. Ma noi marxisti non dobbiamo lasciarci montare la testa dalle parole: « rivoluzione » o « grande rivoluzione russa », da cui si lasciano montare la testa molti democratici rivoluzionari (del tipo di Gapon). Dobbiamo farci un’idea esatta delle reali forze sociali che stanno di fronte allo « zarismo » (forza perfettamente reale e perfettamente comprensibile a tutti) e che sono capaci di riportare su di esso una « vittoria decisiva ». Queste forze non possono essere né la grande borghesia, né i grandi proprietari fondiari, né i fabbricanti, né la « società » che segue gli osvobozdentsy. Noi vediamo che costoro la vittoria decisiva non la vogliono neppure. Sappiamo che, per la loro situazione sociale, sono incapaci di sostenere una lotta decisiva contro lo zarismo: la proprietà privata, il capitale, la terra sono una palla troppo pesante al loro piede perché siano capaci di sostenere una lotta decisiva. Essi hanno troppo bisogno dello zarismo, col suo apparato poliziesco e burocratico, le sue forze militari rivolti contro il proletariato e i contadini, per poter aspirare alla distruzione dello zarismo. No, la forza capace di riportare una « vittoria decisiva sullo zarismo » può essere unicamente il popolo, vale a dire il proletariato e i contadini, se si considerano le grandi forze principali e si ripartisce fra gli uni e gli altri la piccola borghesia rurale e urbana (anch’essa « popolo »). « La vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo » è la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. I neoiskristi non potranno sfuggire a questa conclusione, indicata da molto tempo dal Vperiod. Nessun altro potrà riportare la vittoria decisiva sullo zarismo.
E questa vittoria sarà precisamente una dittatura, ossia dovrà necessariamente poggiare sulla forza armata, sull’armamento delle masse, sull’insurrezione e non su questi o quegli organismi costituiti « per vie legali », « pacifiche ». Non può essere che una dittatura, perché alla realizzazione delle trasformazioni assolutamente e immediatamente necessarie al proletariato e ai contadini i grandi proprietari fondiari, la grande borghesia e lo zarismo opporranno una resistenza disperata. Senza la dittatura sarebbe impossibile spezzare questa resistenza, respingere gli attacchi della controrivoluzione. Non sarà però evidentemente una dittatura socialista, ma una dittatura democratica, che non potrà intaccare (senza che la rivoluzione abbia percorso varie tappe intermedie) le basi del capitalismo. Essa potrà, nel migliore dei casi, procedere a una ridistribuzione radicale della proprietà fondiaria a vantaggio dei contadini; applicare a fondo un democratismo conseguente, fino alla proclamazione della repubblica; sradicare, non soltanto dalla vita delle campagne, ma anche da quella delle fabbriche, tutte le sopravvivenza del dispotismo asiatico; cominciare a migliorare seriamente le condizioni degli operai, ad elevare il loro tenore di vita, ed infine — last but not least 10 — estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa. Questa vittoria non farà ancora affatto della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma nondimeno questa vittoria avrà un’importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e di tutto il mondo. Nulla aumenterà maggiormente l’energia rivoluzionaria del proletariato mondiale, nulla accorcerà tanto il suo cammino verso la vittoria completa quanto questa vittoria decisiva della rivoluzione cominciata in Russia.
Quanto questa vittoria sia probabile, è un’altra questione. Non siamo affatto inclini a un ottimismo facilone, non dimentichiamo affatto la difficoltà estrema che questo compito presenta, ma andando alla battaglia dobbiamo volere la vittoria e saper indicare il vero cammino che vi conduce. Le tendenze capaci di condurre a questa vittoria indubbiamente esistono. È vero che la nostra influenza, l’influenza socialdemocratica sulle masse del proletariato, è ancora molto, molto insufficiente, l’azione rivoluzionaria esercitata sulla massa contadina è infima, la dispersione, la mancanza di cultura, l’ignoranza del proletariato, e soprattutto dei contadini, sono ancora terribilmente grandi. Ma la rivoluzione raggruppa e educa rapidamente. Ogni suo passo in avanti risveglia le masse e le attrae, con una forza irresistibile, precisamente verso il programma rivoluzionario, l’unico che esprima completamente e in modo conseguente i loro interessi reali e vitali.
Una legge meccanica dice che la reazione è eguale all’azione. Nella storia, la forza distruttrice di una rivoluzione dipende in non lieve misura dalla forza e dalla durata della repressione che le aspirazioni alla libertà hanno subito, dipende dalla profondità dell’antagonismo tra la « sovrastruttura » arcaica della società e le forze vive dell’epoca moderna. Anche la situazione politica internazionale appare sotto molti rapporti eccezionalmente favorevole alla rivoluzione russa. L’insurrezione degli operai e dei contadini è già cominciata; essa è frazionata, spontanea, debole, ma dimostra indubbiamente e incontestabilmente la presenza di forze che possono condurre una lotta decisa e marciano verso una vittoria decisiva.
Se queste forze saranno troppo scarse, lo zarismo farà in tempo a concludere la transazione che già preparano, da due parti, i signori Bulyghin e i signori Struve. Tutto finirà allora con una Costituzione monca o persino — nel peggiore dei casi — con una parodia di Costituzione. Anche ciò sarà, sì, una « rivoluzione borghese », ma un aborto, un parto prematuro, una cosa bastarda. La socialdemocrazia non si fa illusioni: essa conosce la perfida natura della borghesia e non si scoraggerà nemmeno nei giorni più grigi di una prosperità costituzionale borghese « alla Scipov », non cesserà il suo lavoro tenace, paziente, metodico per educare il proletariato in uno spirito classista. Questo esito sarebbe più o meno simile a quello di quasi tutte le rivoluzioni democratiche dell’Europa del XIX secolo, e lo sviluppo del nostro partito seguirebbe allora un sentiero arduo, difficile, lungo, ma noto e già battuto.
Ci si chiede ora : in quale di queste due eventualità la socialdemocrazia si troverebbe ad avere le mani legate di fronte a una borghesia inconseguente e cupida e si troverebbe di fatto « dissolta » o quasi nella democrazia borghese?
E’ sufficiente porre chiaramente la questione per rispondervi senza un attimo di esitazione.
Se la borghesia riuscirà a far fallire la rivoluzione russa mediante un compromesso con lo zarismo, la socialdemocrazia si troverà appunto ad avere le mani legate di fronte a una borghesia inconseguente, si troverà dissolta nella « democrazia borghese », il proletariato non riuscirà cioè a dare decisamente alla rivoluzione la sua impronta, a regolare in modo proletario o, come disse una volta Marx, « alla plebea », i conti con lo zarismo.
Se la rivoluzione riuscirà ad avere una vittoria decisiva, regoleremo i conti con lo zarismo alla giacobina o, se volete, alla plebea.
« Tutto il terrore francese – scriveva Marx nel 1848 nella celebre Neue Rheinische Zeitung – non fu altro che un mezzo plebeo per regolare i conti con i nemici della borghesia, con l’assolutismo, il feudalesimo e lo spirito piccolo-borghese » (cfr. Marx, Nachlass, edizione Mehring, vol. III, p. 211). Hanno mai pensato a queste parole di Marx coloro che, nell’epoca della rivoluzione democratica, agitano davanti agli occhi degli operai socialdemocratici russi lo spauracchio del « giacobinismo »?
I girondini della socialdemocrazia russa contemporanea, i neoiskristi, non si fondono con gli osvobozdentsy, ma, per il carattere delle parole d’ordine da essi lanciate, si mettono di fatto al loro rimorchio. E gli osvobozdentsy, cioè i rappresentanti della borghesia liberale, vogliono regolare i conti con l’autocrazia in modo anodino, mediante riforme, facendo delle concessioni, senza offendere l’aristocrazia, la nobiltà, la Corte, con prudenza e senza rotture, con cortesia e gentilezza, da signori, mettendosi i guanti bianchi (come quelli che il signor Petrunkevic — in un ricevimento ai « rappresentanti del popolo » [ ? ] dato da Nicola il sanguinario — prese in prestito da un lanzichenecco. Cfr. il n. 5 del Proletari 11).
I giacobini della socialdemocrazia contemporanea — i bolscevichi, i vperiodisti, i fautori del congresso o del Proletari, non so più come chiamarli — vogliono elevare, con le loro parole d’ordine, la piccola borghesia rivoluzionaria e repubblicana, e specialmente i contadini, al livello del democratismo conseguente del proletariato, senza che questo perda affatto la sua fisionomia di classe. Vogliono che il popolo, cioè il proletariato e i contadini, regoli i conti con lo zarismo e l’aristocrazia « alla plebea », sterminando implacabilmente i nemici della libertà, reprimendo con la forza la loro resistenza, non facendo alcuna concessione al maledetto passato di schiavitù, di asiatismo, di oltraggio all’essere umano.
Ciò non significa, s’intende, che noi vorremmo imitare ad ogni costo i giacobini del 1793 e fare nostre le loro idee, il loro programma, le loro parole d’ordine, il loro metodo di azione. Niente affatto. Noi non abbiamo un vecchio programma, ma uno nuovo, il programma minimo del Partito operaio socialdemocratico russo. Abbiamo una parola d’ordine nuova, la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Avremo anche, se vivremo abbastanza per assistere alla vera vittoria della rivoluzione, nuovi metodi di azione, conformi al carattere e ai fini del partito della classe operaia, che aspira a un’integrale rivoluzione socialista. Con questo parallelo intendiamo semplicemente osservare che i rappresentanti della classe d’avanguardia del XX secolo, i rappresentanti del proletariato, vale a dire i socialdemocratici, si dividono in due ali (opportunistica e rivoluzionaria), così come i rappresentanti della classe d’avanguardia del XVIII secolo, i rappresentanti della borghesia, si dividevano in girondini e giacobini.
Il proletariato non si troverà ad avere le mani legate nella sua lotta contro la borghesia inconseguente unicamente nel caso di una vittoria completa della rivoluzione democratica; soltanto in questo caso, non « si dissolverà » nella democrazia borghese, ma tutta la rivoluzione porterà un’impronta proletaria o, più esattamente, proletaria e contadina.
In poche parole, perché il proletariato non si trovi ad avere le mani legate nella lotta contro la democrazia borghese inconseguente, deve essere abbastanza cosciente e forte per elevare i contadini alla coscienza rivoluzionaria, per dirigere la loro offensiva e attuare così di propria iniziativa una democrazia proletaria conseguente.
Ecco come si pone la questione, risolta in modo così infelice dai neoiskristi, del pericolo di trovarsi ad avere le mani legate nella lotta contro la borghesia inconseguente. La borghesia sarà sempre inconseguente. Nulla di più ingenuo e di più sterile che il voler presentare delle condizioni o delle clausole* – * come volle fare Starover nella sua risoluzione annullata dal III Congresso e come tenta di fare la conferenza in una risoluzione non meno infelice. – che, una volta soddisfatte, permetterebbero di considerare la democrazia borghese come un’amica sincera del popolo. Solo il proletariato può combattere in modo conseguente per la democrazia. Ma potrà vincere soltanto se le masse contadine si uniranno alla sua lotta rivoluzionaria. Se il proletariato non avrà forze sufficienti, la borghesia si troverà alla testa della rivoluzione democratica e le darà un carattere inconseguente ed interessato. Per impedirlo non vi è altro mezzo all’infuori della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini.
Veniamo così alla conclusione certa, che appunto la tattica della nuova Iskra, per il suo significato obiettivo, porta acqua al mulino della democrazia borghese. La propaganda di forme di organizzazione indefinite — che arrivano sino al plebiscito, sino al principio della possibilità di un accordo, sino al distacco delle pubblicazioni del partito dal partito —, la limitazione dei compiti dell’insurrezione armata, la confusione delle parole d’ordine politiche generali del proletariato rivoluzionario con quelle della borghesia monarchica, la deformazione delle condizioni della « vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo », tutto ciò, preso insieme, è appunto la politica del codismo in un momento rivoluzionario, politica che disorienta il proletariato, lo disorganizza e introduce la confusione nel suo spirito, svilisce la tattica della socialdemocrazia invece di indicare l’unica via che porta alla vittoria e raggruppare attorno alla parola d’ordine del proletariato tutti gli elementi del popolo rivoluzionari e repubblicani.
Per confermare questa conclusione, alla quale l’analisi della rivoluzione ci ha portato, accingiamoci a trattare la stessa questione da altri punti di vista. Vediamo anzitutto come la tattica della nuova Iskra viene illustrata nel Socialdemocratico georgiano da un menscevico sempliciotto, ma sincero. Vediamo, quindi, chi effettivamente, nella situazione politica attuale, utilizza le parole d’ordine della nuova Iskra.
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7. LA TATTICA DELL’« ELIMINAZIONE DEI CONSERVATORI DAL GOVERNO »
L’articolo dell’organo del « comitato » menscevico di Tiflis (Il socialdemocratico, n. 1) citato più sopra è intitolato Lo «zemski sobor» e la nostra tattica. L’autore non ha ancora completamente dimenticato il nostro programma e avanza la parola d’ordine della repubblica, ma fa le seguenti riflessioni a proposito della tattica:
« Per raggiungere questo scopo [la repubblica] si possono indicare due vie: o non prestare nessuna attenzione allo zemski sobor che sta per essere convocato dal governo, e, le armi alla mano, colpire quest’ultimo, creare un governo rivoluzionario e convocare l’Assemblea costituente. Oppure proclamare che lo zemski sobor è il centro della nostra azione, esercitando, le armi alla mano, una pressione sulla sua composizione e sulla sua attività e costringerlo con la forza a dichiararsi Assemblea costituente, o per mezzo suo convocare l’Assemblea costituente. Queste due tattiche differiscono nettamente l’una dall’altra. Vediamo quale delle due è per noi piú vantaggiosa ».
Ecco in che modo i neoiskristi russi esponevano le idee incarnate in seguito nella risoluzione che abbiamo analizzato. Notate che ciò fu scritto prima di Zusima, quando il « progetto » di Bulyghin non era ancora venuto alla luce. Persino i liberali avevano perso la pazienza ed esprimevano la loro sfiducia sulle colonne della stampa legale; e il socialdemocratico neoiskrista dimostrava di essere più fiducioso dei liberali. Egli dichiara che lo zemski sobor « sta per essere convocato », e la sua fede nello zar è tale che propone di fare di questo zemski sobor (o forse di una « Duma » o di « un’assemblea consultiva »?), che non esiste ancora, il centro della nostra azione. Più sincero, più schietto degli autori della risoluzione approvata dalla conferenza, il nostro compagno di Tiflis non considera le due « tattiche » (da lui esposte con un candore inimitabile) identiche, ma dichiara la seconda « più vantaggiosa ». Ascoltate:
« Prima tattica. Come sapete la rivoluzione imminente è una rivoluzione borghese; essa tende cioè a una trasformazione del presente regime alla quale sono interessati non soltanto il proletariato, ma anche l’intiera società borghese. Tutte le classi, persino gli stessi capitalisti, si oppongono al governo. In un certo senso il proletariato in lotta e la borghesia in lotta marciano insieme e attaccano insieme, da due parti differenti, l’autocrazia. Il governo qui è completamente isolato e privo delle simpatie della società. Perciò è facilissimo abbatterlo. Tutto il proletariato russo non è ancora abbastanza cosciente ed organizzato per potere, da solo, fare la rivoluzione. Se del resto lo potesse, farebbe una rivoluzione proletaria (socialista) e non una rivoluzione borghese. È dunque nel nostro interesse che il governo rimanga senza alleati, non riesca a dividere l’opposizione, né a legare a sé la borghesia e ad isolare il proletariato… ».
E’ dunque nell’interesse del proletariato che il governo zarista non riesca a separare la borghesia e il proletariato! Non è forse per errore che il giornale georgiano è stato chiamato Il socialdemocratico invece di Osvobozdenie? E notate quale impareggiabile filosofia della rivoluzione democratica! Non vediamo forse con i nostri propri occhi come il povero compagno di Tiflis ha completamente smarrito la strada interpretando in modo casistico e codino il concetto: « rivoluzione borghese »? Egli discute sul possibile isolamento del proletariato nella rivoluzione democratica e dimentica… un piccolo particolare… i contadini! Fra gli alleati possibili del proletariato egli conosce e trova di suo gusto gli zemtsy grandi proprietari fondiari, ma i contadini non lì conosce. E questo nel Caucaso! Ebbene, non avevamo ragione di dire che la nuova Iskra, con i suoi ragionamenti, scende al livello della borghesia monarchica invece di elevare sino a sé, in qualità di alleati, i contadini rivoluzionari ?
«…In caso contrario la disfatta del proletariato e la vittoria del governo sono inevitabili. Ma è appunto ciò a cui vuole arrivare l’autocrazia. Non v’è alcun dubbio che essa attirerà dalla sua parte, nel suo zemski sobor, i rappresentanti della nobiltà, degli zemstvo, delle Dume cittadine, delle università e di altri istituti borghesi. Cercherà di ammansirli con piccole concessioni e, in tal guisa, di cattivarseli. Così rafforzata, dirigerà tutti i suoi colpi contro il popolo lavoratore, rimasto isolato. Nostro compito è prevenire una soluzione così infelice. Ma è possibile farlo seguendo il primo cammino? Supponiamo di non aver prestato nessuna attenzione allo zemski sobor, ma di aver cominciato a prepararci per l’insurrezione e di esser scesi un bel giorno armati nelle strade per la lotta. Ed ecco davanti a noi due nemici invece di uno: il governo e lo zemski sobor. Noi ci preparavamo, e frattanto essi avevano avuto il tempo di intendersi, di concludere un accordo, di elaborare una Costituzione a loro vantaggiosa e si erano divisi il potere. Questa è una tattica veramente vantaggiosa per il governo, e noi dobbiamo respingerla con la massima energia… ».
Questo si chiama parlar chiaro! Bisogna rinunciare risolutamente alla « tattica » che prepara l’insurrezione, perché « frattanto » il governo verrebbe a una transazione con la borghesia! E’ forse possibile trovare nei vecchi scritti dell’« economismo » più incallito qualcosa che si avvicini a un tal modo di coprir di vergogna la socialdemocrazia rivoluzionaria? Che qua e là scoppino insurrezioni, disordini fra gli operai e fra i contadini è un fatto. Lo zemski sobor è una vuota promessa di Bulyghin. E Il socialdemocratico di Tiflis decide: rinunciare alla tattica che prepara l’insurrezione e attendere che vi sia un « centro d’azione », lo zemski sobor…
« … La seconda tattica consiste invece nel sorvegliare lo zemski sobor per non lasciargli la possibilità di agire a suo piacimento e di accordarsi col governo * – * di quale mezzo disponete dunque per privare i membri dello zemski sobor della loro volontà? Forse di una speciale carta di tornasole? -.
Noi sosteniamo lo zemski sobor nella misura in cui esso lotta contro l’autocrazia, e lo combattiamo nei casi in cui si accorda con l’autocrazia con un intervento energico e con l’uso della forza dividiamo i deputati * – * dio santissimo! Eccola, la tattica « approfondita »! La forza per batterci nelle strade ci manca, ma possiamo « dividere i deputati con l’uso della forza ». Sentite, compagno di Tiflis, mentire si può, ma bisogna avere il senso della misura… -, uniamo a noi i radicali, eliminiamo dal governo i conservatori, e facciamo prendere così a tutto lo zemski sobor il cammino della rivoluzione. Grazie a questa tattica il governo rimarrà costantemente isolato, l’opposizione sarà forte e diventerà più facile l’istituzione di un regime democratico ».
Ma sì, ma sì! Vengano ora a dirci che noi esageriamo l’evoluzione dei neoiskristi verso una delle più volgari varietà dell’economismo! È proprio una cosa del genere della famosa polvere moschicida: acchiappate la mosca, cospargetela di polvere ed essa creperà. Dividere con l’uso della forza i deputati dello zemski sobor, «eliminare dal governo i conservatori », e tutto lo zemski sobor prenderà il cammino della rivoluzione… E senza nessuna insurrezione armata « giacobina », senza sforzo, gentilmente, quasi alla parlamentare, « esercitando una pressione » sui membri dello « zemski sobor ».
Povera Russia! Di te si dice che porti sempre dei cappelli fuori moda, che l’Europa ha smesso. Non abbiamo ancora un parlamento, neppure Bulyghin ce l’ha promesso, ma di cretinismo parlamentare ne abbiamo a profusione.
« … Come deve aver luogo quest’intervento? Prima di tutto esigeremo che lo zemski sobor venga eletto a suffragio universale, eguale, diretto e a scrutinio segreto. Mentre verrà proclamato * – * nell’Iskra? – questo regime elettorale, la libertà completa d’agitazione — cioè la libertà di riunione, di parola, di stampa, l’inviolabilità degli elettori e degli eletti e la liberazione di tutti i detenuti politici — dovrà essere consacrata dalla legge * – * da Nicola? -. Le elezioni dovranno essere fissate per una data più lontana possibile, perché ci sia dato un margine di tempo sufficiente per informare e preparare il popolo. Dato che l’elaborazione del regolamento riguardante la convocazione dello zemski sobor è stata affidata a una commissione presieduta dal ministro degli interni, Bulyghin, dobbiamo esercitare una pressione anche su questa commissione e sui suoi membri * – * ecco che cosa significa la tattica: «Eliminare dal governo i conservatori»! -. Se la commissione di Bulyghin si rifiuterà di soddisfare le nostre rivendicazioni * – * impossibile! Con una tattica cosí giusta e così profondamente meditata! – e darà il diritto di eleggere i deputati soltanto agli abbienti, dovremo allora intervenire in queste elezioni, costringere, con mezzi rivoluzionari, gli elettori a dare il loro voto ai candidati di avanguardia, e nello zemski sobor rivendicare un’Assemblea costituente. Dobbiamo, infine, senza trascurare nessun mezzo, con manifestazioni, scioperi e, se sarà necessario, con l’insurrezione, obbligare lo zemski sobor a convocare l’Assemblea costituente o a proclamarsi tale. Il proletariato armato dovrà essere il difensore dell’Assemblea costituente e tutti e due * – * il proletariato armato e i conservatori «eliminati dal governo»? – marceranno verso la repubblica democratica.
Tale è la tattica socialdemocratica, ed essa sola ci assicurerà la vittoria ».
Non pensi il lettore che queste incredibili castronerie siano un semplice saggio dovuto alla penna di un neoiskrista irresponsabile e senza influenza. No, no, sono state scritte nell’organo di tutto un comitato di neoiskristi, quello di Tiflis. Peggio ancora. Queste castronerie hanno la completa approvazione dell’« Iskra ». Nel n. 100 di questo giornale leggiamo infatti a proposito del Socialdemocratico:
« Il n. 1 è redatto con uno stile vivace e con talento. Vi si sente la mano esperta e abile di un redattore-scrittore… Si può dire senza tema di sbagliare che il giornale adempirà brillantemente il compito che si è posto ».
Si! Se questo compito consiste nel dimostrare a tutti in modo evidente la completa decomposizione ideale della tendenza neoiskrista, allora, invero, è stato assolto « brillantemente ». Nessuno avrebbe saputo dimostrare con piú « vivacità, talento e abilità » come i neoiskristi siano caduti al livello dell’opportunismo borghese liberale.
8. L’« OSVOBOZDENIE » E IL NEOISKRISMO
Passiamo ad un’altra evidente conferma del significato politico del neoiskrismo.
Nell’articolo meraviglioso, eccellente, oltremodo istruttivo, Come ritrovare se stesso (Osvobozdenie, n. 71), il signor Struve parte in guerra contro il « rivoluzionarismo del programma » dei nostri partiti estremi. Il signor Struve è soprattutto scontento di me* – * « Confrontato col rivoluzionarismo dei signori Lenin e soci, il rivoluzionarismo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, quello di Bebel, e persino di Kautsky, è opportunismo; ma anche le basi di questo rivoluzionarismo già mitigato sono state intaccate e corrose dalla storia ». L’attacco è forte, ma il signor Struve ha torto di pensare che mi si possa fare impunemente ogni sorta di accuse. Mi basta lanciargli una sfida che egli non sarà mai in grado di accettare. Dove e quando ho chiamato « opportunismo » il rivoluzionarismo di Bebel e di Kautsky? Dove e quando ho preteso di creare nella socialdemocrazia internazionale una tendenza particolare, non identica a quella di Bebel e di Kautsky? Dove e quando sono apparsi dissensi tra me da una parte, e Bebel e Kautsky dall’altra che per la loro gravità si avvicinassero almeno in una certa misura a quelli che sorsero tra Bebel e Kautsky, per esempio sulla questione agraria a Breslavia13? Tenti il signor Struve di rispondere a queste tre domande.
Da parte nostra diremo ai nostri lettori: la borghesia liberale si serve, sempre e dappertutto, del metodo che consiste nel persuadere, in un determinato paese, i propri seguaci che i socialdemocratici di quel paese sono i più irragionevoli, mentre i loro compagni del paese vicino sono dei « docili ragazzini ». La borghesia tedesca ha citato come esempio, centinaia di volte, ai Bebel e ai Kautsky i socialisti francesi, quei « docili ragazzini ». La borghesia francese portava recentemente ad esempio ai socialisti francesi il «docile ragazzino» Bebel. Vecchio metodo, signor Struve! Soltanto dei bambini e degli ignoranti abboccheranno all’amo. La completa solidarietà della socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale in tutte le grandi questioni di programma e di tattica è un fatto assolutamente incontestabile -.
Quanto a me, sono estremamente contento del signor Struve: non avrei potuto desiderare un miglior alleato nella lotta contro il risorto economismo dei neoiskristi e contro la completa mancanza di principi dei « socialisti-rivoluzionari ». Del modo in cui il signor Struve e l’Osvobozdenie hanno praticamente dimostrato lo spirito reazionario degli « emendamenti » fatti al marxismo nel progetto di programma dei socialisti-rivoluzionari, parleremo in qualche altra occasione. Del servizio devoto, onesto ed effettivo, che il signor Struve mi ha reso ogni volta che ha approvato in via di principio i neoiskristi, abbiamo già parlato ripetutamente * – * ricordiamo al lettore che l’articolo Quello che non bisogna fare (Iskra, n. 52) fu salutato a suon di grancassa dall’Osvobozdenie come una « svolta significativa » verso lo spirito di conciliazione nei riguardi degli opportunisti. L’Osvobozdenie approvò in modo particolare principi della nuova Iskra in una nota sulla scissione dei socialdemocratici russi. A proposito dell’opuscolo di Trotski, I nostri compiti politici, l’Osvobozdenie rilevò l’analogia delle idee di questo autore con le idee espresse nel passato, oralmente e per iscritto, dai seguaci del Raboceie Dielo, Kricevski, Martynov, Akimov (cfr. il foglio Un liberale servizievole pubblicato dal Vperiod). L’Osvobozdenie salutò la pubblicazione dell’opuscolo di Martynov Due dittature (cfr. la nota apparsa nel n. 9 del Vperiod). Finalmente le tardive rimostranze di Starover circa la vecchia parola d’ordine della vecchia Iskra, « prima delimitarsi, poi unirsi », sono state accolte con particolare simpatia dall’Osvobozdenie. -, ma ne parleremo oggi ancora una volta.
Nell’articolo del signor Struve vi è tutta una serie di dichiarazioni interessantissime, sulle quali possiamo soffermarci soltanto di sfuggita. Egli si accinge a « creare una democrazia russa appoggiandosi non sulla lotta delle classi, ma sulla loro collaborazione »; inoltre, « gli intellettuali socialmente privilegiati » (del tipo della « nobiltà colta », alla quale il signor Struve fa delle grandi riverenze con la grazia di un… lacchè veramente mondano) porteranno il peso della loro « posizione sociale » (il peso del sacco di scudi) a questo partito « non classista ». Il signor Struve esprime il desiderio di far conoscere alla gioventù la falsità del « luogo comune radicale, secondo cui la borghesia si sarebbe spaventata e avrebbe venduto il proletariato e la causa della libertà ». (Ci felicitiamo con tutto il cuore per questo desiderio. Niente confermerà meglio questo « luogo comune » marxista che la guerra dichiaratagli dal signor Struve. Fate pure, signor Struve, non rimandate alle calende greche l’esecuzione del vostro magnifico progetto!).
Per trattare il nostro tema è importante sapere quali sono le parole d’ordine pratiche contro le quali combatte nel momento attuale questo rappresentante della borghesia russa, dotato di un fiuto politico così sicuro e che reagisce alle minime variazioni del tempo. Anzitutto, la parola d’ordine del repubblicanismo. Il signor Struve è fermamente convinto che questa parola d’ordine sia « incomprensibile ed estranea alle masse del popolo » (egli dimentica di aggiungere che è comprensibile, ma non vantaggiosa alla borghesia!). Saremmo curiosí di vedere quale risposta darebbero al signor Struve gli operai nei nostri circoli politici e nelle nostre riunioni! O forse che gli operai non sono popolo? E i contadini? Secondo il signor Struve, in essi vi è talvolta un « repubblicanismo ingenuo » (« cacciare lo zar »), ma la borghesia liberale pensa che questo repubblicanismo ingenuo sarà sostituito non da un repubblicanismo cosciente, ma da un monarchismo cosciente! ça dépend, signor Struve, questo già dipende dalle circostanze. Tanto lo zarismo che la borghesia non possono non opporsi a un miglioramento radicale delle condizioni dei contadini a scapito delle terre dei grandi proprietari, e la classe operaia non può non sostenere i contadini.
In secondo luogo, il signor Struve afferma che « nella guerra civile l’aggressore’ avrà sempre torto ». Questa idea è molto vicina alle tendenze della nuova Iskra, di cui abbiamo parlato più sopra. Certo, non diremo che nella guerra civile sia sempre vantaggioso attaccare; no, talvolta la tattica difensiva è obbligatoria per un certo periodo di tempo. Ma enunciare una tesi come quella di Struve per applicarla alla Russia del 1905 significa appunto mostrarci un frammento di « luogo comune radicale » (« la borghesia si spaventa e vende la causa della libertà »). Chi non vuole oggi attaccare l’autocrazia, la reazione, chi non si prepara a questo attacco, chi non lo propaganda si attribuisce a torto il nome di fautore della rivoluzione.
Il signor Struve condanna le parole d’ordine: « clandestinità » e « sommossa » (questa « insurrezione in miniatura »). Il signor Struve disdegna l’una e l’altra, dal punto di vista del « contatto con le masse »! Gli domanderemo se può dirci dove si fa la propaganda della sommossa, per esempio nel Che fare?, questo scritto di un rivoluzionario estremo, secondo il suo modo di vedere? In quanto alla «clandestinità» è forse grande la differenza tra noi e il signor Struve? Non collaboriamo tutti e due a giornali « illegali », introdotti « clandestinamente » in Russia ad uso dei gruppi « segreti » dell’« Unione per la liberazione » e del POSDR? Le nostre riunioni operaie sono spesso « clandestine », confessiamo questo peccato. E le assemblee dei signori osvobozdentsy? Avete di che vantarvi, signor Struve, davanti agli spregevoli fautori della spregevole clandestinità?
E’ vero che uno dei lavori richiedenti una rigorosa clandestinità è quello del rifornimento di armi agli operai. Qui il signor Struve tiene un linguaggio più chiaro. Ascoltate. « Per ciò che concerne l’insurrezione armata, o la rivoluzione dal punto di vista tecnico, unicamente la propaganda del programma democratico fra le masse può creare le condizioni sociali e psicologiche che l’insurrezione armata esige. Quindi, anche ponendosi dal punto di vista, che io non condivido, il quale considera l’insurrezione armata come il coronamento inevitabile dell’attuale lotta per la liberazione, la cosa essenziale, più necessaria è di far penetrare le idee di trasformazione democratica tra le masse ».
Il signor Struve cerca di eludere il problema. Egli parla dell’inevitabilità dell’insurrezione invece di dire che essa è necessaria per la vittoria della rivoluzione. L’insurrezione impreparata, spontanea e dispersa è già cominciata. Nessuno può garantire in modo assoluto che sboccherà in una vera e propria insurrezione popolare armata, giacché ciò dipende dallo stato delle forze rivoluzionarie (che possono essere valutate soltanto nel corso della lotta stessa), dall’atteggiamento del governo e della borghesia e da diverse altre circostanze che è impossibile prevedere con esattezza. Parlare di inevitabilità nel senso della certezza assoluta di un avvenimento concreto, certezza verso la quale si orientano le parole del signor Struve, è cosa inutile. Se volete essere fautore della rivoluzione, dovete dire se l’insurrezione è necessaria per la vittoria della rivoluzione, se è necessario propagandarla attivamente, diffonderne l’idea, prepararla immediatamente e con grande energia. Il signor Struve non può non comprendere questa differenza; egli infatti non cerca, per esempio, di nascondere la necessità indiscutibile, per un democratico, del suffragio universale dietro la questione discutibile e non essenziale, per ogni uomo politico, della conquista inevitabile di questo suffragio nel corso della presente rivoluzione. Eludendo la questione della necessità dell’insurrezione, il signor Struve scopre le radici più profonde della posizione politica della borghesia liberale. In primo luogo, la borghesia preferisce mettersi d’accordo con l’autocrazia invece di schiacciarla, e in ogni caso fa ricadere tutto il peso della lotta armata sulle spalle degli operai (questo in secondo luogo). Ecco qual è il significato reale della tendenza del signor Struve a eludere la questione. Ecco perché egli indietreggia, sfuggendo al problema della necessità dell’insurrezione per occuparsi delle sue condizioni « sociali e psicologiche » e della « propaganda » preliminare. Esattamente come i chiacchieroni borghesi del 1848 si occupavano nel parlamento di Francoforte di redigere risoluzioni, dichiarazioni, decisioni, di fare la « propaganda di massa » e di preparare le « condizioni sociali e psicologiche » in un momento in cui si trattava di respingere l’attacco delle forze armate del governo, in cui il movimento « aveva condotto alla necessità » di una lotta armata, in cui la sola azione esercitata dalla parola (cento volte indispensabile nel periodo preparatorio) era diventata una vile inerzia e una codardia borghese, così il signor Struve sfugge alla questione dell’insurrezione coprendosi con vuote frasi. Il signor Struve ci mostra all’evidenza ciò che molti socialdemocratici si ostinano a non vedere, e precisamente che l’ora della rivoluzione differisce dalle ore abituali, comuni, dalle ore che preparano la storia, appunto perché lo stato d’animo, l’effervescenza, la convinzione delle masse devono tradursi e si traducono in azione.
Il rivoluzionarismo volgare non comprende che la parola è anch’essa azione: questa affermazione è incontestabile, se applicata alla storia in generale e alle epoche storiche durante le quali non v’è azione politica aperta delle masse, che nessun putsch può sostituire e suscitare artificialmente. Il codismo dei rivoluzionari non comprende che quando l’ora della rivoluzione è suonata, quando la vecchia « superstruttura » si sfascia da tutte le parti, quando l’azione aperta delle classi e delle masse, che stanno edificandosi una nuova sovrastruttura, è diventata un fatto, quando la guerra civile è cominciata, accontentarsi, come nel passato, della « parola », senza formulare con chiarezza la parola d’ordine di passare all’« azione », evitare l’azione adducendo le « condizioni psicologiche » e la « propaganda » in generale, significa cadere in una morta e sterile teoria, nella casistica, oppure abbandonare la rivoluzione e tradirla. I chiacchieroni della borghesia democratica di Francoforte offrono per esempio storico indimenticabile di questo tradimento o di questa stolta casistica.
Volete che vi spieghiamo, con esempi presi dalla storia del movimento socialdemocratico della Russia, la differenza che esiste tra il rivoluzionarismo volgare e il codismo dei rivoluzionari? Vi daremo questa spiegazione. Ricordate gli anni 1901-1902, così vicini ancora, ma che ci sembrano ormai appartenere ad un lontano passato. Le dimostrazioni erano cominciate. Il rivoluzionarismo volgare si era messo a gridare all’« assalto » (Raboceie Dielo); erano stati pubblicati « manifestini cruenti » (di provenienza berlinese, se la memoria non mi tradisce); si attaccava la « mania letteraria » e la scarsa praticità dell’idea che si potesse svolgere l’agitazione in tutta la Russia per mezzo di un giornale (Nadezdin 14). Il codismo dei rivoluzionari predicava invece la tesi che « la lotta economica è il miglior mezzo per l’agitazione politica ». Quale fu l’atteggiamento della socialdemocrazia rivoluzionaria? Essa attaccò le due tendenze. Condannò la tattica del putsch e le grida all’assalto, poiché tutti vedevano chiaramente, oppure avrebbero dovuto vedere, che l’azione aperta delle masse era un compito del domani. Condannò il codismo e formulò nettamente persino la parola d’ordine dell’insurrezione armata di tutto il popolo, non nel senso di un appello diretto (il signor Struve fra i nostri appelli di quell’epoca non ne avrebbe trovato uno che chiamasse alla « sommossa »), ma come una conclusione necessaria, come una « propaganda » (di cui il signor Struve si è ricordato soltanto ora; arriva sempre con un ritardo di qualche anno, il nostro egregio signor Struve!), nel senso della preparazione di quelle stesse condizioni « sociali e psicologiche » di cui i rappresentanti della smarrita borghesia mercanteggiatrice parlano oggi « con malinconia e a sproposito ». Allora la situazione obiettiva poneva realmente in primo piano la propaganda e l’agitazione, l’agitazione e la propaganda. Allora il lavoro per creare un giornale politico per tutta la Russia, la cui pubblicazione settimanale sembrava un ideale, poteva essere presentato (e così lo presentava Che fare?) come il fulcro della preparazione dell’insurrezione. Allora le parole d’ordine: agitazione di massa invece di azioni armate immediate, preparazione delle condizioni sociali e psicologiche necessarie per l’insurrezione invece della tattica del putsch erano le uniche parole d’ordine giuste che la socialdemocrazia rivoluzionaria poteva avanzare. Queste parole d’ordine sono oggi sorpassate dagli avvenimenti, il movimento è andato avanti, esse sono diventate del ciarpame, degli stracci, buoni soltanto per coprire l’ipocrisia dell’Osvobozdenie e il codismo della nuova Iskra!
O forse sbaglio? Forse la rivoluzione non è ancora cominciata? L’ora dell’azione politica aperta delle classi non è ancora venuta? La guerra civile non c’è ancora, e la critica delle armi non deve forse già ora diventare il necessario, indispensabile successore, erede, esecutore testamentario, dell’arma della critica, non ne deve coronare l’opera?
Guardatevi in giro, affacciatevi alla finestra del vostro studio per rispondere a queste domande. Il governo non ha esso stesso cominciato la guerra civile sparando dappertutto su masse di cittadini pacifici e inermi? Forse che i centoneri armati non agiscono come « argomento » dell’autocrazia? La borghesia — persino la borghesia — non ha forse riconosciuto la necessità di una milizia civile? Il signor Struve, il signor Struve stesso, di un ordine e di una moderazione ideale, non dice forse (ahimè, lo dice solo per dire qualcosa!) che « il carattere aperto delle azioni rivoluzionarie » (vedete come siamo adesso!) «è oggi una delle condizioni più importanti per esercitare un’influenza educatrice sulle masse popolari»?
Chi ha occhi per vedere non può avere dubbi sul modo in cui la questione dell’insurrezione armata deve essere oggi posta dai fautori della rivoluzione. Vediamo dunque i tre modi in cui la questione viene posta dagli organi della stampa libera più o meno capaci di influenzare le masse.
Primo modo. La risoluzione del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo * – * ecco il testo in extenso:
« Considerando.
1) che il proletariato, essendo per la sua situazione la classe più avanzata e l’unica classe rivoluzionaria conseguente, è per ciò stesso chiamato ad avere una funzione dirigente nel movimento generale democratico rivoluzionario in Russia;
2) che questo movimento ha già oggi portato alla necessità di un’insurrezione armata;
3) che la partecipazione del proletariato sarà inevitabilmente la più energica e determinerà le sorti della rivoluzione in Russia;
4) che il proletariato può avere una funzione dirigente in questa rivoluzione soltanto se raggruppato in una forza politica unica e indipendente, sotto la bandiera del Partito operaio socialdemocratico, che lo guida nella sua lotta, non soltanto dal punto di vista ideologico, ma anche dal punto di vista pratico;
5) che soltanto se il proletariato adempierà questa funzione può garantirsi le condizioni più vantaggiose nella lotta per il socialismo contro le classi abbienti della Russia democratica borghese,
il III Congresso del POSDR riconosce che il compito di organizzare il proletariato per la lotta diretta contro l’autocrazia mediante l’insurrezione armata è, nell’attuale momento rivoluzionario, uno dei compiti più importanti e più urgenti del partito.
Il congresso incarica quindi tutte le organizzazioni del partito:
a) di spiegare al proletariato, con la propaganda e l’agitazione, non soltanto il significato politico della imminente insurrezione armata, ma anche i suoi aspetti organizzativi e pratici;
b) di spiegare con questa propaganda e agitazione la funzione degli scioperi politici di massa, che possono avere una grande importanza all’inizio o nel corso stesso dell’insurrezione;
c) di prendere i provvedimenti più energici per armare il proletariato ed elaborare il piano dell’insurrezione armata e della direzione immediata di quest’ultima, creando all’occorrenza, secondo i bisogni, gruppi particolari di militanti del partito [Nota dell’autore all’edizione del 1907].-
È stato riconosciuto e proclamato a gran voce che il movimento rivoluzionario democratico generale ha già condotto alla necessità di un’insurrezione armata. L’organizzazione del proletariato per l’insurrezione è stata messa all’ordine del giorno come uno dei compiti principali, essenziali e necessari per il partito. Le misure più energiche saranno prese per armare il proletariato e garantire la possibilità della direzione immediata dell’insurrezione.
Secondo modo. La dichiarazione di principio, fatta nell’Osvobozdenie dal «capo dei costituzionalisti russi» (così la Frankfurter Zeitung, organo molto influente della borghesia dell’Europa occidentale, ha chiamato or non è molto il signor Struve), oppure capo della borghesia progressiva russa. Egli non condivide l’idea che l’insurrezione è inevitabile. Il lavoro clandestino e la sommossa sono metodi specifici di un rivoluzionarismo irragionevole. Il repubblicanismo è un metodo che serve a stordire. L’insurrezione armata non è in realtà che una questione tecnica, mentre la propaganda di massa e la preparazione delle condizioni sociali e psicologiche è «la cosa più importante, più necessaria ».
Terzo modo. La risoluzione della conferenza neoiskrista. Il nostro compito è di preparare l’insurrezione. La possibilità di un’insurrezione secondo un piano è esclusa. Le condizioni favorevoli all’insurrezione sono create dalla disorganizzazione del governo, dalla nostra propaganda, dalla nostra organizzazione. Solo allora i « preparativi tecnici della battaglia possono acquistare un’importanza più o meno seria ».
Ed è tutto? È tutto. L’insurrezione è diventata necessaria? I dirigenti neoiskristi del proletariato non lo sanno ancora. Organizzare il proletariato per una lotta immediata è un compito improrogabile? Per essi ciò non è ancora chiaro. Nessun bisogno di invitare a prendere le misure più energiche; molto piú importante (nel 1905 e non nel 1902) è spiegare a grandi linee le condizioni in cui queste misure « possono » acquistare un significato « più o meno serio »…
Lo vedete ora, compagni neoiskristi, dove vi ha condotto il vostro voltafaccia verbo il martynovismo? Capite che la vostra filosofia politica non è che una nuova edizione di quella dell’Osvobozdenie? Che vi trovate (vostro malgrado, inconsciamente) a rimorchio della borghesia monarchica? Capirete ora che, ripetendo cose vecchie e perfezionandovi nella casistica, avete perso di vista che — per usare i termini indimenticabili dell’indimenticabile articolo di Piotr Struve — « il carattere aperto delle azioni rivoluzionarie è oggi una delle condizioni più importanti per esercitare un’influenza educatrice sulle masse popolari »?

9. CHE COSA VUOL DIRE ESSERE UN PARTITO DI
ESTREMA OPPOSIZIONE DURANTE LA RIVOLUZIONE?
Ritorniamo alla risoluzione sul governo provvisorio. Abbiamo dimostrato che la tattica dei neoiskristi non fa avanzare la rivoluzione — come essi avrebbero voluto ottenere con la loro risoluzione —, ma la fa retrocedere. Abbiamo dimostrato che appunto questa tattica lega le mani alla socialdemocrazia nella lotta contro la borghesia inconseguente e non le impedisce di dissolversi nella democrazia borghese. È comprensibile che dalle false premesse della risoluzione debba scaturire una conclusione falsa: « La socialdemocrazia non deve quindi porsi lo scopo di impadronirsi del potere o di condividerlo in un governo provvisorio, ma deve rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria ». Osservate la prima metà di questa conclusione, riferentesi agli scopi da raggiungere. Pongono i neoiskristi all’attività della socialdemocrazia lo scopo della vittoria decisiva della rivoluzione sullo zarismo? Si, lo pongono. Essi non sanno formulare in termini giusti le condizioni della vittoria decisiva, cadono nella formula degli osvobozdentsy, ma questo scopo se lo pongono. In seguito: associano essi l’idea del governo provvisorio con l’insurrezione? Si, la associano in modo diretto, dichiarando che il governo provvisorio « è il risultato dell’insurrezione popolare vittoriosa ». Infine, si pongono essi lo scopo di dirigere l’insurrezione? Sì; come il signor Struve, essi evitano di riconoscere la necessità e l’urgenza dell’insurrezione, ma al tempo stesso dichiarano, a differenza del signor Struve, che « la socialdemocrazia tende a sottoporla [l’insurrezione] alla sua influenza e alla sua direzione e ad utilizzarla nell’interesse della classe operaia ».
Come tutto ciò è logico, non è vero? Ci poniamo lo scopo di sottoporre l’insurrezione delle masse proletarie e non proletarie alla nostra influenza, alla nostra direzione, e di utilizzarla nei nostri interessi. Ci poniamo, dunque, lo scopo di dirigere, durante l’insurrezione, sia il proletariato che la borghesia rivoluzionaria e la piccola borghesia (« gruppi non proletari »), vale a dire di « dividere » la direzione dell’insurrezione tra la socialdemocrazia e la borghesia rivoluzionaria. Ci poniamo come scopo la vittoria dell’insurrezione, vittoria che deve condurre alla costituzione di un governo provvisorio (« risultato dell’insurrezione popolare vittoriosa »). Quindi… quindi non dobbiamo porci lo scopo di impadronirci del potere o di condividerlo in un governo rivoluzionario provvisorio!!
I nostri amici non riescono in nessun modo a venirne a capo. Essi oscillano tra il punto di vista del signor Struve, che evita di parlare dell’insurrezione, e quello della socialdemocrazia rivoluzionaria, che invita a mettere mano a questo compito immediato. Essi oscillano tra l’anarchismo, che condanna per principio, come un tradimento verso il proletariato, ogni partecipazione al governo rivoluzionario provvisorio, e il marxismo, che esige questa partecipazione, a condizione che la socialdemocrazia eserciti un’influenza predominante sull’insurrezione * – * cfr. il Proletari, n. 3, Il governo rivoluzionario provvisorio, secondo articolo15 -.
Essi non hanno nessuna posizione indipendente: né quella del signor Struve, che augura un compromesso con lo zarismo, e deve quindi sfuggire e sguisciare quando si tratta dell’insurrezione; né quella degli anarchici, che condannano qualsiasi azione « dall’alto » e qualsiasi partecipazione alla rivoluzione borghese. I neoiskristi confondono la transazione con lo zarismo e la vittoria sullo zarismo. Vogliono partecipare alla rivoluzione borghese. Sono andati un po’ più avanti delle Due dittature di Martynov. Acconsentono persino a dirigere l’insurrezione del popolo, per poi rinunziare a questa direzione subito dopo la vittoria (oppure, forse, immediatamente prima della vittoria?), cioè in modo da non usufruire dei frutti della vittoria, e da lasciarli tutti, per intiero, alla borghesia. È ciò che essi chiamano : « utilizzare l’insurrezione negli interessi della classe operaia »…
Non vi è alcun bisogno di soffermarci più a lungo su questo pasticcio. Sarà più utile ricercarne l’origine nella formula che dice: « rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria »…
Ci troviamo di fronte a una delle note tesi della socialdemocrazia internazionale rivoluzionaria. È una tesi perfettamente giusta. Essa è diventata un luogo comune per tutti gli avversari del revisionismo o dell’opportunismo nei paesi parlamentari. Ha acquistato il diritto di cittadinanza, quale risposta legittima e necessaria al « cretinismo parlamentare », al millerandismo, al bernsteinismo, al riformismo italiano nello spirito di Turati. I nostri bravi neoiskristi hanno imparato a memoria questa tesi meravigliosa e la applicano con uno zelo… assolutamente fuor di proposito. Essi introducono le categorie della lotta parlamentare in risoluzioni redatte per condizioni in cui non vi è nessun parlamento. La nozione di «opposizione» — espressione e riflesso di una situazione politica nella quale nessuno parla seriamente dell’insurrezione — viene assurdamente applicata a una situazione nella quale l’insurrezione è cominciata e in cui tutti i fautori della rivoluzione pensano alla direzione dell’insurrezione, e ne parlano. Il desiderio di « rimanere » al punto di prima, di limitarsi cioè all’azione « dal basso », è espresso con pompa e fracasso nel momento stesso in cui la rivoluzione pone il problema della necessità, se l’insurrezione sarà vittoriosa, di agire dall’alto.
No, i nostri neoiskristi non hanno decisamente fortuna! Persino quando enunciano una tesi socialdemocratica giusta, non la sanno applicare in modo giusto. Essi non hanno pensato che le nozioni e i termini della lotta parlamentare mutano e si trasformano nei loro contrari quando la rivoluzione è cominciata e non esiste il parlamento, quando c’è la guerra civile, quando avvengono esplosioni insurrezionali. Non hanno pensato che, in determinate condizioni, gli emendamenti vengono proposti mediante le manifestazioni di strada, le interpellanze vengono fatte mediante l’offensiva dei cittadini armati, l’opposizione al governo si realizza mediante l’abbattimento violento del governo.
Simili al noto eroe dei nostri racconti popolari, che ripeteva i buoni consigli proprio nel momento in cui erano meno opportuni, i nostri ammiratori di Martynov ripetono gli insegnamenti del pacifico parlamentarismo nel momento in cui essi stessi costatano l’inizio di vere e proprie operazioni militari. Nulla è più ridicolo che questo modo di enunciare con aria di importanza la parola d’ordine « estrema opposizione » in una risoluzione che comincia col parlare della « vittoria decisiva della rivoluzione » e dell’« insurrezione popolare »!
Ma riflettete dunque, signori: che cosa vuol dire essere l’« estrema opposizione » in un’epoca insurrezionale? Vuol dire accusare il governo o abbatterlo? Vuol dire votare contro il governo o sconfiggere le sue forze militari in una battaglia aperta? Vuol dire rifiutargli i crediti o impadronirsi con mezzi rivoluzionari del Tesoro per soddisfare coi suoi fondi i bisogni dell’insurrezione, per armare gli operai e i contadini, per convocare l’Assemblea costituente? Non cominciate dunque a comprendere, signori, che il concetto di « estrema opposizione » esprime unicamente azioni negative: accusare, votare contro, rifiutare? E perché? Perché in questo concetto è compresa soltanto la lotta parlamentare e, per di più, in un’epoca in cui nessuno si pone come scopo immediato della lotta la « vittoria decisiva ». Non incominciate dunque a comprendere che sotto questo rapporto tutto cambia in modo radicale dal momento in cui il popolo politicamente oppresso passa risolutamente all’offensiva su tutta la linea, in una strenua lotta per la vittoria ?
Gli operai ci chiedono: bisogna mettersi energicamente all’opera, a quest’opera urgente che è l’insurrezione? Come fare perché l’insurrezione cominciata sia vittoriosa? Come utilizzare la vittoria? Quale programma si potrà e si dovrà allora realizzare? Gli approfonditori del marxismo, i neoiskristi, rispondono: rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria… Ebbene, non avevamo forse ragione di chiamare questi paladini dei virtuosi del filisteismo?
10. LE « COMUNI RIVOLUZIONARIE »
E LA DITTATURA DEMOCRATICA RIVOLUZIONARIA
DEL PROLETARIATO E DEI CONTADINI
La conferenza dei neoiskristi non si è mantenuta sulla posizione anarchica alla quale era giunta la nuova Iskra (esclusivamente « dal basso » e non « dal basso e dall’alto »). Ammettere l’insurrezione e non ammettere la sua vittoria e la partecipazione al governo rivoluzionario provvisorio : l’assurdità era troppo evidente. La risoluzione della conferenza ha quindi introdotto delle clausole e delle restrizioni nella soluzione del problema proposta da Martynov e da Martov. Esaminiamo queste clausole esposte nella parte seguente della risoluzione :
« Questa tattica [« rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria »] naturalmente non esclude affatto l’opportunità di una presa parziale, episodica del potere e la formazione di comuni rivoluzionarie in questa o quella città, in questa o quella regione, unicamente per contribuire all’estendersi dell’insurrezione e alla disorganizzazione del governo ».
Se è così, vuol dire che in via di principio, vengono ammesse azioni non soltanto dal basso, ma anche dall’alto. Vuol dire che la tesi esposta da L. Martov nel suo noto articolo pubblicato nell’Iskra (n. 93) viene respinta e per contro viene accettata come giusta la tattica del giornale Vperiod: non soltanto « dal basso », ma anche « dall’alto ».
Inoltre, la presa del potere (anche se parziale, episodica, ecc.) presuppone, evidentemente, la partecipazione non solo della socialdemocrazia e non solo del proletariato, perché il proletariato non è l’unico interessato alla rivoluzione democratica e non è il solo a parteciparvi attivamente, perché l’insurrezione è « popolare », come è detto all’inizio della risoluzione che stiamo esaminando, perché anche « gruppi non proletari » (espressione della risoluzione dei conferenti sull’insurrezione) — cioè anche la borghesia — vi partecipano. Dunque, il principio secondo cui qualsiasi partecipazione dei socialisti al governo rivoluzionario provvisorio, insieme con la piccola borghesia, è un tradimento verso la classe operaia, è gettato a mare dalla conferenza, come voleva il Vperiod. Un « tradimento » non cessa di essere tradimento perché l’atto che lo costituisce è parziale, episodico, regionale, ecc. L’identificazione della partecipazione al governo rivoluzionarlo provvisorio con il volgare jauressismo è così gettata a mare dalla conferenza, come voleva il Vperlod 16. Un governo non cessa di essere un governo perché il suo potere, invece di estendersi a numerose città, si limita a una sola città, perché invece di estendersi a numerose regioni si limita a una sola regione, perché ha un nome piuttosto che un altro. L’impostazione teorica della questione, che la nuova Iskra ha tentato di dare, è stata quindi abbandonata dalla conferenza.
Vediamo se le restrizioni da essa poste alla formazione — oggi ammessa in via di principio — di governi rivoluzionari e alla partecipazione a questi governi sono razionali. In che cosa la nozione di « episodico » differisca dalla nozione di « provvisorio », non lo sappiamo. Temiamo che la parola straniera e «nuova» serva unicamente a mascherare l’assenza di un’idea chiara. Ciò sembra « più profondo », ma effettivamente non è che più oscuro e più confuso. In che cosa l’« opportunità » della « presa del potere » parziale, in una città o in una regione, differisce da quella della partecipazione al governo rivoluzionario provvisorio di tutto lo Stato? Non vi è forse tra le «città» una città come Pietroburgo, nella quale avvennero fatti come quelli del 9 gennaio? Non vi è forse tra le regioni una regione come il Caucaso, che è più grande di molti Stati? I compiti (che una volta turbavano la nuova Iskra) — che fare delle prigioni, della polizia, del Tesoro, ecc. ecc. — non sorgeranno forse di fronte a noi con la «presa del potere » anche in una sola città, e tanto più in una regione? Nessuno vorrà negare, certamente, che se le forze non saranno sufficienti, se il successo dell’insurrezione non sarà completo, se la vittoria non sarà decisiva, saranno possibili dei governi rivoluzionari provvisori parziali, in singole città, ecc. Ma che c’entra tutto questo, signori ? Non siete proprio voi che parlate, all’inizio della vostra risoluzione, della « vittoria decisiva della rivoluzione », della « insurrezione popolare vittoriosa »? ? Da quando in qua i socialdemocratici si assumono il compito degli anarchici: disperdere l’attenzione e sminuzzare gli scopi del proletariato? Orientarlo verso ciò che è « particolare », e non generale, unico, organico e completo? Presupponendo la « presa del potere » in una città, voi stessi parlate di « estendere l’insurrezione », anche ad un’altra città, osiamo credere, a tutte le città, possiamo sperare. Le vostre conclusioni, signori, sono incerte e casuali, contraddittorie e confuse come le vostre premesse. Il III Congresso del POSDR ha dato una risposta chiara ed esauriente al problema del governo rivoluzionario provvisorio in generale. Questa risposta vale anche per tutti i governi provvisori parziali. La risposta della conferenza mette invece artificiosamente e arbitrariamente in rilievo una parte del problema e cerca di evitare, senza riuscirvi, il problema nel suo insieme, seminando così la confusione.
Che cosa vuol dire « comuni rivoluzionarie »? Differisce questa nozione da quella di « governo rivoluzionario provvisorio », e se sì, in che cosa? I signori conferenti lo ignorano essi stessi. L’idea confusa che essi hanno della rivoluzione li porta, come spesso accade, alla vuota frase rivoluzionaria. Sì, il termine « comune rivoluzionaria », adoperato in una risoluzione di rappresentanti della socialdemocrazia, è una frase rivoluzionaria e nulla più. Marx ha più volte criticato frasi di tal genere, in cui termini « affascinanti », appartenenti ad un passato che non si ripeterà, nascondono i compiti dell’avvenire. Il fascino di un termine che ha avuto la sua funzione storica si trasforma in simili casi in orpello vuoto e nocivo, in un gingillo. Dobbiamo far comprendere, in modo chiaro e non ambiguo, agli operai e a tutto il popolo perché vogliamo instaurare un governo rivoluzionario provvisorio e quali sono precisamente le trasformazioni che realizzeremo se l’insurrezione popolare già iniziata sarà vittoriosa, se eserciteremo sul potere un’influenza decisiva all’indomani stesso della vittoria. Ecco le questioni che si pongono ai dirigenti politici.
Il III Congresso del POSDR risponde a queste questioni con piena chiarezza, dando il programma completo di queste trasformazioni : il programma minimo del nostro partito. La parola « comune », invece, non dà nessuna risposta; confonde unicamente i cervelli con un suono lontano o… vuoto. Più ci è cara, mettiamo, la Comune di Parigi del 1871, meno ci è permesso citarla con leggerezza, senza esaminare i suoi errori e le condizioni particolari in cui si svolse. Il farlo significherebbe seguire l’esempio assurdo dei blanquisti derisi da Engels, che si genuflettevano (nel loro «manifesto» del 1874) davanti ad ogni atto della Comune 17. Che cosa dirà il conferente all’operaio che gli domanderà che cos’è questa « comune rivoluzionaria » menzionata nella risoluzione? Potrà dirgli soltanto che sotto questo nome la storia conosce un governo operaio che allora non sapeva e non poteva distinguere gli elementi della rivoluzione democratica da quelli della rivoluzione socialista, che confondeva i compiti della lotta per la repubblica con i compiti della lotta per il socialismo, che non seppe risolvere un importante problema, quello di un’offensiva militare energica contro Versailles, che commise l’errore di non impadronirsi della Banca di Francia, ecc. In una parola, se voi citate nella vostra risposta la Comune di Parigi o un’altra qualsiasi, dovrete rispondere: fu un governo come il nostro non deve essere. Buona risposta, non c’è che dire! Passando sotto silenzio il programma pratico del partito e dando a sproposito lezioni di storia in una risoluzione, non si dà forse prova di pedanteria scolastica e d’impotenza rivoluzionaria? Non rivela forse ciò precisamente l’errore che si è tentato invano di attribuirci e che consiste nel confondere la rivoluzione democratica e la rivoluzione socialista, tra le quali nessuna « comune » è mai riuscita a fare una distinzione?
L’estendersi dell’insurrezione e la disorganizzazione del governo sono rappresentati come gli « unici » scopi del governo provvisorio (chiamato tosi a sproposito comune). Nel senso letterale il termine « unico » elimina tutti gli altri scopi, ed è un rigurgito dell’assurda teoria del « soltanto dal basso ». Con questa eliminazione si dà una nuova prova di miopia e d’irriflessione. La « comune rivoluzionaria », vale a dire il potere rivoluzionario, anche se instaurato in una sola città, dovrà adempiere inevitabilmente (sia pur temporaneamente, « parzialmente, episodicamente ») tutti i compiti di uno Stato, e nascondere la testa sotto l’ala sarebbe qui il colmo dell’insensatezza. Questo potere dovrà istituire per legge la giornata lavorativa di otto ore, creare l’ispezione operaia nelle fabbriche, stabilire l’insegnamento generale e gratuito, far eleggere i magistrati, costituire dei comitati contadini, ecc., in una parola, dovrà immancabilmente realizzare tutta una serie di riforme. Far rientrare queste riforme nel concetto « contribuire all’estendersi dell’insurrezione » vorrebbe dire giocare con le parole e aumentare scientemente la confusione dove ci vuole un’assoluta chiarezza.
La parte conclusiva della risoluzione dei neoiskristi non ci offre nuovo materiale per criticare i principi dell’« economismo » risuscitato nel nostro partito, ma illustra, sotto un aspetto alquanto diverso, ciò che è stato detto più sopra.
Ecco questa parte:
«In un solo caso la socialdemocrazia dovrebbe, di sua iniziativa, orientare i propri sforzi verso la presa del potere e mantenerlo il più a lungo possibile; nel caso, appunto, che la rivoluzione si estendesse ai paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali le condizioni necessarie alla realizzazione del socialismo sono giunte ad una certa [?] maturità. In questo caso il limitato quadro storico della rivoluzione russa potrebbe trovarsi considerevolmente ampliato, e sarebbe possibile imboccare la via delle trasformazioni socialiste.
« Intendendo con la sua tattica di mantenere il partito socialdemocratico, durante tutto il periodo rivoluzionario, nella posizione di partito di estrema opposizione rivoluzionaria nei confronti di tutti i governi che si seguiranno nel corso della rivoluzione, la socialdemocrazia può prepararsi nel modo migliore anche a utilizzare il potere, se quest’ultimo cadrà [ ? ? ] nelle sue mani ».
L’idea principale è qui quella enunciata più volte dal Vperiod, il quale affermava che non dobbiamo temere (come Martynov teme) la vittoria completa della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, cioè la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, poiché questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo aver abbattuto i1 giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista. Ma guardate come questo pensiero è peggiorato nell’esposizione dei neoiskristi! Non ci soffermeremo sui particolari: sull’idea assurda che il potere possa « cadere » nelle mani di un partito cosciente che considera la presa del potere come una tattica nociva; sul fatto che in Europa le condizioni necessarie al socialismo hanno raggiunto non solo una certa maturità, ma la maturità in generale; sull’altro fatto che nel programma del nostro partito non si menziona nessuna trasformazione socialista, ma soltanto la rivoluzione socialista. Consideriamo la differenza essenziale, fondamentale, tra il pensiero del Vperiod e quello della risoluzione. Il Vperiod assegnava al proletariato rivoluzionario della Russia un compito attivo: vincere nella lotta per la democrazia e approfittare di questa vittoria per estendere la rivoluzione all’Europa. La risoluzione non comprende il nesso che esiste tra la nostra « vittoria decisiva » (non nel senso della nuova Iskra) e la rivoluzione in Europa, e parla quindi non dei compiti del proletariato, delle prospettive della sua vittoria, ma di una sola possibilità in generale: « nel caso che la rivoluzione si estendesse »… Il Vperiod indicava in modo chiaro e preciso — e queste indicazioni sono state incluse nella risoluzione del III Congresso del POSDR — in quale modo precisamente si poteva e doveva « utilizzare il potere governativo » nell’interesse del proletariato, tenendo conto di ciò che è possibile realizzare immediatamente, nella fase attuale dello sviluppo sociale, e di ciò che bisogna realizzare per prima cosa, come premessa democratica della lotta per il socialismo. Anche qui la risoluzione si trascina disperatamente alla coda, dicendo: « può prepararsi ad utilizzare », ma non sa dire come può, come deve prepararsi e come dovrà utilizzare il potere. Siamo certi, per esempio, che i neoiskristi « possono prepararsi ad utilizzare » la situazione di dirigenti nell’interno del partito; ma, invero, l’esperienza che sinora hanno fatto di questa utilizzazione e la loro preparazione non danno molte speranze sulla trasformazione di questa possibilità in realtà…
Il Vperiod ha detto in termini precisi in che cosa consiste precisamente la « possibilità reale di mantenere il potere nelle proprie mani »: nella dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, nella loro forza come massa concorde, capace di vincere tutte le forze della controrivoluzione, nell’inevitabile coincidenza dei loro interessi quando si tratta di compiere trasformazioni democratiche. Anche qui la risoluzione della conferenza non dà nulla di positivo; elude soltanto la questione. Non si deve forse far dipendere la possibilità di mantenere il potere in Russia dalla composizione delle forze sociali nella Russia stessa e dalle condizioni in cui la rivoluzione democratica avviene oggi da noi? La vittoria del proletariato in Europa (e dall’estendersi della rivoluzione in Europa alla vittoria del proletariato vi è ancora una certa distanza) non susciterà forse la lotta controrivoluzionaria spietata della borghesia russa? La risoluzione dei neoiskristi non parla affatto di questa forza controrivoluzionaria, l’importanza della quale è tenuta nel dovuto conto nella risoluzione del III Congresso del POSDR. Se nella lotta per la repubblica e per la democrazia non potessimo poggiare, oltre che sul proletariato, anche sui contadini, sarebbe impossibile « mantenere il potere nelle proprie mani ». Ma se non è impossibile, se la « vittoria decisiva sullo zarismo » ci apre questa possibilità, dobbiamo dirlo ed invitare attivamente a trasformare questa possibilità in realtà; dobbiamo lanciare parole d’ordine pratiche, non soltanto nel caso che la rivoluzione si estenda all’Europa, ma anche per farla estendere all’Europa. I codini della socialdemocrazia si servono dell’argomento del « limitato quadro storico della rivoluzione russa » unicamente per dissimulare una concezione limitata dei compiti di questa rivoluzione democratica e della funzione di avanguardia del proletariato in questa rivoluzione!
Una delle obiezioni contro la parola d’ordine: « dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini » è che la dittatura presuppone un’« unica volontà » (Iskra, n. 95), mentre il proletariato e la piccola borghesia non possono avere una volontà unica. Questa obiezione è inconsistente, poiché è fondata su una interpretazione astratta, « metafisica » del concetto di « unica volontà ». La volontà può essere unica su un dato problema e non esserlo su un altro. L’assenza di unità nelle questioni del socialismo e nella lotta per il socialismo non esclude l’unità di volontà nei problemi del democratismo e nella lotta per la repubblica. Dimenticarlo vorrebbe dire dimenticare la differenza logica e storica tra la rivoluzione democratica e la rivoluzione socialista. Dimenticarlo vorrebbe dire dimenticare il carattere popolare della rivoluzione democratica: se essa è « popolare » vuol dire che esiste un’« unica volontà », nella misura appunto in cui questa rivoluzione soddisfa i bisogni e le necessità di tutto il popolo. Al di là dei limiti del democratismo non si può parlare di una volontà unica del proletariato e della borghesia contadina. Tra di loro la lotta di classe è inevitabile, ma sul terreno della repubblica democratica sarà una lotta popolare, la più vasta e la più profonda, per il socialismo. La dittatura democratica rivoluzionaria dei proletariato e dei contadini, come tutto ciò che esiste nel mondo, ha un passato e un avvenire. Il suo passato è l’autocrazia, la servitù della gleba, la monarchia, il privilegio. Nella lotta contro questo passato, nella lotta contro la controrivoluzione, è possibile « unire » le « volontà » del proletariato e dei contadini, perché esiste tra loro un’unità di interessi.
Il suo avvenire è la lotta contro la proprietà privata, è la lotta del salariato contro il padrone, è la lotta per il socialismo. In questo caso la volontà unica è impossibile * – * lo sviluppo del capitalismo, ancor più ampio e rapido quando esiste la libertà, porrà inevitabilmente termine a questa volontà unica: il che accadrà tanto prima, quanto prima saranno schiacciate la controrivoluzione e la reazione -.
Qui non abbiamo piú davanti a noi il cammino che va dall’autocrazia alla repubblica, ma il cammino che va dalla repubblica democratica piccolo-borghese al socialismo.
Certo, in una situazione storica concreta si intrecciano elementi del passato ed elementi dell’avvenire; i due cammini si confondono. Il lavoro salariato e la sua lotta contro la proprietà privata esistono anche sotto l’autocrazia; nascono anche nel regime della servitù della gleba. Ma ciò non ci impedisce affatto di separare, dal punto di vista logico e storico, le grandi fasi di sviluppo. Non contrapponiamo noi tutti la rivoluzione borghese alla rivoluzione socialista? Non insistiamo, senza riserve, sulla necessità di distinguerle rigorosamente l’una dall’altra? E si può forse negare che singoli elementi parziali dell’una e dell’altra si intreccino nella storia? L’epoca delle rivoluzioni democratiche in Europa non ha forse conosciuto differenti movimenti emtentativi socialisti? E la futura rivoluzione socialista in Europa non avrà forse ancora molto e molto da fare per la democrazia?
Il socialdemocratico non deve dimenticare mai, nemmeno per un istante, che la lotta di classe del proletariato per il socialismo, contro la borghesia e contro la piccola borghesia, siano pure le più democratiche e repubblicane, è inevitabile. Questo è indubbio. Da ciò discende la necessità assoluta di un partito socialdemocratico distinto e indipendente, rigorosamente classista. Da ciò discendono il carattere provvisorio della nostra tesi, « combattere insieme » con la borghesia, l’obbligo di sorvegliare da vicino l’« alleato come un nemico », ecc. Anche tutto ciò non può far sorgere il minimo dubbio. Ma sarebbe cosa ridicola e reazionaria dedurne che bisogna dimenticare, ignorare o disdegnare i compiti che, anche se temporanei e provvisori, sono nel momento attuale urgenti. La lotta contro l’autocrazia è per i socialisti un compito temporaneo e provvisorio, ma voler ignorare questo compito o disdegnarlo vorrebbe dire tradire il socialismo e servire la reazione. La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini è indubbiamente, per i socialisti, un compito temporaneo e provvisorio, ma voler ignorare questo compito nell’epoca della rivoluzione democratica sarebbe cosa veramente reazionaria.
I compiti politici concreti debbono essere posti in un ambiente concreto. Tutto è relativo, tutto passa, tutto si trasforma. La socialdemocrazia tedesca non include nel suo programma la rivendicazione della repubblica. In Germania la situazione è tale che questo problema potrebbe difficilmente essere staccato nella pratica da quello del socialismo (benché nel 1891 Engels, nelle osservazioni sul progetto del programma di Erfurt 18, abbia messo in guardia — anche nel confronti della Germania — contro il pericolo di sottovalutare l’importanza della repubblica e della lotta per la repubblica!). Nella socialdemocrazia russa il problema di eliminare dal programma e dall’agitazione la rivendicazione della repubblica non è nemmeno sorto, giacché da noi non si può nemmeno discutere dell’esistenza di un legame indissolubile tra il problema della repubblica e quello del socialismo. Il socialdemocratico tedesco del 1898, che non metteva in primo piano la questione particolare della repubblica, era un fenomeno naturale che non suscitava meraviglia, né meritava biasimo. Il socialdemocratico tedesco che nel 1848 avesse lasciato nell’ombra la questione della repubblica sarebbe stato un vero traditore della rivoluzione. La verità astratta non esiste. La verità è sempre concreta.
Verrà un giorno in cui la lotta contro l’autocrazia russa avrà termine e l’epoca della rivoluzione democratica sarà passata per la Russia. Sarà allora ridicolo parlare di « volontà unica » del proletariato e dei contadini, di dittatura democratica, ecc. Allora penseremo direttamente alla dittatura socialista del proletariato. E ne parleremo particolareggiatamente. Ma oggi il partito della classe di avanguardia non può non tendere con la massima energia alla vittoria decisiva della rivoluzione democratica sullo zarismo. E questa vittoria decisiva non è altro che la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini.
Nota 19
1) Ricordiamo al lettore che nella polemica dell’Iskra contro il Vperiod la prima si richiamava fra l’altro alla lettera di Engels a Turati, nella quale Engels metteva in guardia il capo (futuro) dei riformisti italiani dal confondere la rivoluzione democratica con la rivoluzione socialista 20. La rivoluzione in Italia — scriveva Engels a proposito della situazione politica italiana — sarà una rivoluzione piccolo-borghese, democratica, e non socialista. L’Iskra accusava il Vperiod di essersi allontanato da un principio fissato da Engels. L’accusa è ingiusta, poiché il Vperiod (n. 14) 21 in generale riconosceva pienamente che la teoria di Marx sulla distinzione delle tre forze principali delle rivoluzioni del secolo XIX era giusta. Secondo questa teo-ria contro il vecchio regime, l’autocrazia, il feudalesimo, la servitù della gleba agiscono 1) la grande borghesia liberale; 2) la piccola borghesia radicale; 3) il proletariato. La prima lotta soltanto per una monarchia costituzionale; la seconda, per la repubblica democratica; il terzo, per la rivoluzione socialista. Il socialista che confonde la lotta piccolo-borghese per una rivoluzione democratica completa con la lotta proletaria per la rivoluzione socialista corre il pericolo di fallire politicamente. Questo ammonimento di Marx è del tutto giusto. Ma appunto per questo la parola d’ordine delle « comuni rivoluzionarie » è errata: le comuni che la storia conosce confondevano precisamente la rivoluzione democratica con quella socialista. Invece la nostra parola d’ordine: dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini ci garantisce completamente da questo errore. Riconoscendo il carattere assolutamente borghese della rivoluzione, incapace di uscire immediatamente dal quadro di un rivolgimento puramente democratico, la nostra parola d’ordine spinge avanti questo determinato rivolgimento, cerca di fargli assumere le forme più vantaggiose per il proletariato e, quindi, di utilizzarlo nella maggior misura possibile ai fini di un’ulteriore lotta vittoriosa del proletariato per il socialismo.
11. RAPIDO CONFRONTO TRA ALCUNE RISOLUZIONI
DEL III CONGRESSO DEL POSDR
E DELLA « CONFERENZA »
La questione del governo rivoluzionario provvisorio, è, nel momento attuale, al centro dei problemi tattici della socialdemocrazia. Non è né possibile né opportuno soffermarsi così particolareggiatamente sulle altre risoluzioni della conferenza. Ci limiteremo a parlare brevemente di alcuni punti che confermano la differenza di principio, esaminata più sopra, tra l’orientamento tattico delle risoluzioni del III Congresso del POSDR e quello delle risoluzioni della conferenza.
Prendete la questione dell’atteggiamento verso la tattica del governo alla vigilia della rivoluzione. Anche questa volta troverete una risposta esauriente nella risoluzione del III Congresso del POSDR. Questa risoluzione tiene conto di tutte le diverse condizioni e di tutti i diversi compiti di questo particolare momento: denuncia dell’ipocrisia delle concessioni del governo, utilizzazione delle « forme caricaturali di rappresentanza popolare », realizzazione rivoluzionaria delle rivendicazioni urgenti della classe operaia (e innanzi tutto della giornata lavorativa di otto ore), e infine resistenza ai centoneri. Nelle risoluzioni della conferenza la questione è dispersa in parecchi capitoli: la « resistenza alle oscure forze della reazione » è menzionata soltanto nei « considerando » della risoluzione sull’atteggiamento verso gli altri partiti. La partecipazione alle elezioni degli organismi rappresentativi è esaminata separatamente dai « compromessi » dello zarismo con la borghesia. Invece di fare appello all’applicazione, con mezzi rivoluzionari, della giornata lavorativa di otto ore, una risoluzione apposita, dal titolo sonoro: La lotta economica, non fa che ripetere (dopo parole altisonanti e molto poco intelligenti « sul posto centrale che la questione operaia ha nella vita sociale russa ») la vecchia parola d’ordine di agitazione in favore di una « legge sulla istituzione della giornata lavorativa di otto ore ». E’ così evidente che nel momento attuale essa è insufficiente, non basta piú, che è inutile dimostrarlo.
La questione dell’azione politica aperta. Il III Congresso si rende conto che si dovrà cambiare radicalmente la nostra attività. Non si può trascurare in nessun modo l’attività clandestina e lo sviluppo dell’apparato illegale del partito: si farebbe il giuoco della polizia, e ciò sarebbe in sommo grado vantaggioso per il governo. Ma non si può non pensare fin d’ora anche ad un’azione aperta. Bisogna preparare immediatamente quest’azione in forme adatte, e quindi preparare a tal fine un apparato particolare, meno clandestino. Bisogna utilizzare le associazioni legali e semilegali per farne, nella misura del possibile, dei punti di appoggio del futuro Partito operaio socialdemocratico legale in Russia.
Anche qui la conferenza spezzetta la questione senza dare nessuna parola d’ordine organica. Salta specialmente agli occhi il ridicolo incarico, dato alla commissione di organizzazione, di preoccuparsi di « piazzare » dei pubblicisti legali. Una decisione veramente assurda è quella di « sottomettere alla nostra influenza i giornali democratici che si propongono lo scopo di venire in aiuto al movimento operaio ». Questo scopo se lo propongono tutti i nostri giornali liberali legali, che nella loro stragrande maggioranza appartengono alla tendenza degli osvobozdentsy. Ma perché dunque l’Iskra non comincia essa stessa a seguire il proprio consiglio e non ci mostra con l’esempio come bisogna sottomettere l’Osvobozdenie all’influenza socialdemocratica? Invece della parola d’ordine: utilizzare le associazioni legali per farne dei punti di appoggio del partito, ci si dà dapprima un consiglio particolare sulle associazioni prettamente « professionali » (partecipazione obbligatoria dei membri del partito), e, in secondo luogo, il consiglio di dirigere le « organizzazioni rivoluzionarie degli operai » = « organizzazioni non cristallizzate » = « club operai rivoluzionari ». Come mai i « club » si trovano classificati tra le organizzazioni non cristallizzate? Che cosa sono questi « club » ? Lo sa Allah! Invece che a direttive chiare e precise, emanate dall’organo supremo del partito, ci si trova di fronte ad abbozzi di idee, a brutte copie di note, buttate giù da letterati. Non abbiamo nessun quadro d’insieme da cui risulti che il partito incomincia a impostare tutta la sua attività su una base assolutamente diversa.
Il congresso del partito e la conferenza impostano in modo radicalmente diverso la « questione contadina ». Il congresso ha elaborato una risoluzione « sull’atteggiamento verso il movimento contadino »; la conferenza, « sul lavoro tra i contadini ». Nel primo caso è posto in primo piano il problema: come dirigere tutto questo vasto movimento democratico e rivoluzionario nell’interesse, comune a tutta la nazione, della lotta contro lo zarismo. Nell’altro caso non si tratta che di « lavorare » in un determinato strato della popolazione. Nel primo caso si enuncia la parola d’ordine pratica centrale dell’agitazione: organizzazione immediata di comitati contadini rivoluzionari per l’applicazione di tutte le trasformazioni democratiche. Nell’altro la « rivendicazione della costituzione di comitati » deve essere posta all’Assemblea costituente. Ma perché dobbiamo assolutamente attendere quest’Assemblea costituente? Diventerà essa realmente costituente? Sarà essa duratura se non si costituiranno prima in tutto il paese i comitati contadini rivoluzionari? Tutti questi problemi sono sfuggiti alla conferenza. In tutte le sue decisioni si riflette infatti l’idea generale di cui abbiamo seguito lo sviluppo: nella rivoluzione borghese dovremmo fare soltanto il nostro lavoro particolare, senza proporci di dirigere il movimento democratico nel suo insieme, né di assumerne da soli la direzione. Come gli economisti giungevano costantemente alla formula: ai socialdemocratici la lotta economica, ai liberali la lotta politica, così i neoiskristi, in tutto il corso dei loro ragionamenti, giungono a questa formula: a noi un posticino modesto, lontano dalla rivoluzione borghese, alla borghesia la realizzazione attiva di questa rivoluzione.
Non si può, infine, passare sotto silenzio nemmeno la risoluzione sull’atteggiamento verso gli altri partiti. La risoluzione del III Congresso del POSDR parla della necessità di smascherare qualsiasi genere di ristrettezza, di limitatezza del movimento di liberazione borghese, senza avere l’ingenua pretesa di enumerare, da un congresso all’altro, tutte le manifestazioni possibili di questa ristrettezza e di stabilire una linea di demarcazione tra i buoni e i cattivi borghesi. La conferenza, ripetendo l’errore di Starover, si ostina a cercare questa linea e sviluppa la famosa teoria della « carta di tornasole ». Starover partiva da un’idea molto buona : porre alla borghesia condizioni più rigide. Aveva dimenticato soltanto una cosa: che qualsiasi tentativo di differenziare anticipatamente i democratici borghesi i quali meritano l’approvazione, l’intesa, ecc., da quelli che non le meritano conduce a una « formula » che il corso degli avvenimenti getta subito a mare e che apporta la confusione nella coscienza proletaria di classe. Il centro di gravità passa dall’unione reale nella lotta alle dichiarazioni, promesse e parole d’ordine. Starover riteneva che il « suffragio universale, eguale, diretto e a scrutinio segreto » fosse la parola d’ordine fondamentale. Non passarono nemmeno due anni, e la « carta di tornasole » si dimostrò inefficace: gli osvobozdentsy fecero propria la parola d’ordine del suffragio universale, e non solo non si avvicinarono alla socialdemocrazia, ma al contrario si sforzarono, mediante questa parola d’ordine, di indurre in errore gli operai e di distoglierli dal socialismo.
I neoiskristi pongono oggi « condizioni » ancor più « rigide », « esigono » dai nemici dello zarismo « un appoggio energico e non ambiguo [! ?] di qualsiasi azione decisiva del proletariato organizzato », ecc., compresa la « partecipazione attiva all’autoarmamento del popolo ». La linea di demarcazione è stata sensibilmente spostata, eppure è di nuovo già invecchiata, è subito apparso che non serviva a nulla. Perché manca, per esempio, la parola d’ordine della repubblica? Come spiegare che i socialdemocratici « esigono » dai democratici borghesi, nell’interesse « di una guerra rivoluzionaria implacabile contro tutte le basi del regime monarchico e di casta », tutto ciò che si vuole all’infuori della lotta per la repubblica?
Che questa domanda non sia un cavillo, che l’errore dei neoiskristi sia d’una importanza politica vitale, è ciò che attesta l’« Unione per la liberazione della Russia » (cfr. Proletari n. 4 *) – * nel n. 4 del Proletari, apparso il 4 giugno 1905, era stato pubblicato un lungo articolo: Una nuova Unione operaia rivoluzionaria 22. L’articolo riassume il contenuto dell’appello lanciato da questa organizzazione, che aveva preso il nome di « Unione per la liberazione della Russia » e si poneva il compito di convocare l’Assemblea costituente mediante l’insurrezione armata. Quindi l’articolo parla dell’atteggiamento che la socialdemocrazia deve avere verso queste Unioni apartitiche. Ignoriamo assolutamente in che misura questa Unione fosse reale e quale sia stata la sua sorte durante la rivoluzione [Nota dell’autore all’edizione del 1907] -.
Questi « nemici dello zarismo » rispondono pienamente a tutte le « esigenze » dei neoiskristi. Eppure abbiamo dimostrato che lo spirito dell’Osvobozdenie regna nel programma (o nell’assenza di programma) di questa « Unione » e che gli osvobozdentsy possono prenderla facilmente a rimorchio. Alla fine della risoluzione la conferenza dichiara tuttavia che « la socialdemocrazia combatterà, come nel passato, contro i falsi amici del popolo, cioè contro tutti quei partiti politici, i quali, sotto la bandiera liberale e democratica, si rifiutano di appoggiare effettivamente la lotta rivoluzionaria del proletariato ». L’« Unione per la liberazione della Russia » non soltanto non rifiuta, ma, al contrario, propone calorosamente questo appoggio. È forse questa una garanzia che i suoi capi, benché siano stati degli osvobozdentsy, non siano dei « falsi amici del popolo »?
Voi vedete che, fabbricando in anticipo « condizioni » e presentando « rivendicazioni », comiche per la loro terribile impotenza, i neoiskristi si pongono di colpo in una situazione ridicola. Le loro condizioni e le loro rivendicazioni appaiono insufficienti dall’istante in cui si tratta di applicarle alla realtà viva. La loro corsa alle formule è inutile, giacché con le sole formule non si riesce a cogliere tutte le manifestazioni d’ipocrisia, d’incoerenza e di ristrettezza della democrazia borghese. Non è della « carta di tornasole », né delle forme, né delle rivendicazioni scritte e stampate, né della delimitazione, stabilita a priori, tra gli « amici del popolo » falsi e sinceri che si tratta, ma dell’unità reale della lotta, della critica incessante alla quale i socialdemocratici debbono sottoporre ogni passo « esitante » della democrazia borghese. Per « raggruppare realmente tutte le forze sociali interessate alla trasformazione democratica » non occorrono i « paragrafi » su cui la conferenza ha lavorato così zelantemente e vanamente, ma la capacità di lanciare parole d’ordine veramente rivoluzionarie. Occorrono parole d’ordine che elevino al livello del proletariato la borghesia rivoluzionaria e repubblicana, invece di abbassare i compiti del proletariato al livello della borghesia monarchica. Si deve partecipare nel modo più energico all’insurrezione e non ricorrere a pretesti casistici per sfuggire al compito impellente dell’insurrezione armata.

12. LA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA DIMINUIRA’
DI AMPIEZZA SE LA BORGHESIA
SE NE ALLONTANERA’?
Le righe precedenti erano già state scritte quando abbiamo ricevuto le risoluzioni della Conferenza dei neoiskristi del Caucaso, pubblicate dall’Iskra. Pour le bonne bouche (per un lieto fine) non avremmo potuto immaginare una documentazione migliore.
La redazione dell’Iskra rileva giustamente: « Sul problema essenziale della tattica la conferenza del Caucaso ha preso una decisione analoga» (è la pura verità!) «a quella della conferenza di tutta la Russia » (cioè neoiskrista)… « Il problema dell’atteggiamento della socialdemocrazia verso il governo rivoluzionario provvisorio è stato risolto dai compagni del Caucaso disapprovando pienamente il nuovo metodo propagandato dal gruppo Vperiod e dai delegati del cosiddetto congresso che vi hanno aderito ». « Bisogna riconoscere che la conferenza ha dato una formulazione molto felice della tattica del partito proletario nella rivoluzione borghese ».
Quel che è vero, è vero. Nessuno avrebbe potuto formulare in modo più « felice » l’errore fondamentale dei neoiskristi. Riproduciamo per intero questa formula, mettendo tra parentesi anzitutto i fiori, e poi anche le frutta offerte alla fine.
Risoluzione della conferenza dei neoiskristi del Caucaso sul governo provvisorio:
« Ritenendo nostro compito utilizzare il momento rivoluzionario per approfondire » (evidentemente, sarebbe stato bene aggiungere: approfondire alla maniera di Martynov!) « la coscienza socialdemocratica del proletariato » (soltanto per approfondire la coscienza e non per conquistare la repubblica? Che «profonda» comprensione della rivoluzione!), « la conferenza, allo scopo di garantire al partito la più completa libertà di critica nei confronti del regime statale borghese in via di formazione » (garantire la repubblica non è affar nostro! Garantire la libertà di critica è la sola cosa che ci riguarda! Le idee anarchiche generano anche un linguaggio anarchico: il regime « statale borghese »!), « si pronunzia contro la costituzione di un governo provvisorio socialdemocratico e contro la partecipazione a questo governo » (ricordatevi la risoluzione bakunista citata da Engels, approvata dieci mesi prima della rivoluzione spagnuola: cfr. Proletari, n. 3 “), « e ritiene che la cosa più razionale sia esercitare una pressione dal di fuori » (dal basso e non dall’alto) « sul governo provvisorio borghese per democratizzare nei limiti del possibile [ ?! ] il regime statale. La conferenza ritiene che se i socialdemocratici formassero un governo provvisorio o vi partecipassero, si avrebbe, da un lato, il distacco dal partito socialdemocratico delle grandi masse del proletariato da esso deluse, poiché la socialdemocrazia, nonostante la presa del potere, non avrebbe la possibilità di soddisfare i bisogni impellenti della classe operaia fino a quando non si fosse realizzato il socialismo » (la repubblica non è un bisogno impellente! Nella loro innocenza gli autori non si accorgono di usare un linguaggio puramente anarchico; parlano come se negassero la partecipazione alle rivoluzioni borghesi!), e, « dall’altro lato, le classi borghesi sarebbero costrette ad abbandonare la causa della rivoluzione, la cui ampiezza verrebbe con ciò diminuita ».
Ecco dov’è il nocciolo della questione. Ecco dove le idee anarchiche si intrecciano (come avviene sempre anche tra i bernsteiniani d’occidente) col più puro opportunismo. Pensate dunque: non entrare nel governo provvisorio perché la borghesia sarebbe costretta ad abbandonare la causa della rivoluzione, la cui ampiezza verrebbe con ciò diminuita! E qui già ci troviamo in presenza di tutta la filosofia neoiskrista, nel suo aspetto puro e logico: giacché la rivoluzione è borghese, dobbiamo inchinarci davanti alla banalità borghese e cederle il passo. Se ci lasciamo guidare, non fosse che parzialmente, non fosse che per un solo istante, dall’idea che la nostra partecipazione possa costringere la borghesia ad abbandonare la rivoluzione, veniamo con ciò a cedere completamente l’egemonia, nella rivoluzione, alle classi borghesi. Abbandoniamo completamente il proletariato alla tutela della borghesia (riservandoci la nostra piena « libertà di critica »!!), costringendo il proletariato ad essere moderato e mite, perché la borghesia non si allontani. Castriamo le esigenze più impellenti del proletariato, e precisamente le esigenze politiche, che non sono mai state ben comprese dagli economisti e dai loro epigoni; le castriamo perché la borghesia non si allontani. Passiamo totalmente dal terreno della lotta rivoluzionaria per realizzare la democrazia, nei limiti necessari al proletariato, al terreno del mercanteggiamento con la borghesia, tradiamo i nostri principi, tradiamo la rivoluzione perché la borghesia ci venda il suo libero consenso (« perché non si allontani »).
In due brevi righe i neoiskristi del Caucaso hanno saputo esprimere tutta la sostanza della tattica di tradimento della rivoluzione, di trasformazione del proletariato in un miserabile tirapiedi delle classi borghesi. Ciò che abbiamo dedotto più sopra dagli errori della nuova Iskra in quanto tendenza, si erige ora davanti a noi come un principio chiaro e determinato: a rimorchio della borghesia monarchica! Poiché la proclamazione della repubblica costringerebbe (e costringe già; esempio: il signor Struve) la borghesia ad allontanarsi, abbasso, dunque, la lotta per la repubblica. Poiché ogni rivendicazione democratica del proletariato sostenuta energicamente e fino in fondo costringe, sempre e ovunque, la borghesia ad allontanarsi, nascondetevi dunque nelle vostre tane, compagni operai, agite soltanto dal di fuori, non pensate ad utilizzare per la rivoluzione gli strumenti e i mezzi del regime « statale borghese » e conservate la vostra « libertà di critica ».
L’errore fondamentale nel modo stesso di comprendere il termine « rivoluzione borghese » è qui venuto a galla. Il modo in cui Martynov o la nuova Iskra «comprendono» questo termine conduce difilato al tradimento e alla consegna della causa del proletariato nelle mani della borghesia.
Chi ha dimenticato il vecchio economismo, chi non lo studia o non lo ricorda, ne comprende con difficoltà l’attuale rigurgito. Ricordatevi il Credo 24 bernsteiniano. Dalle concezioni e dai programmi « puramente proletari » la gente deduceva: a noi, socialdemocratici, il problema economico, la vera causa operaia, la libertà di criticare qualsiasi politicantismo, il vero approfondimento del lavoro socialdemocratico. A loro, ai liberali, la politica. Dio ci salvi dal cadere nel « rivoluzionarismo »: ciò costringerebbe la borghesia ad allontanarsi! Chi rileggerà il Credo o il supplemento al n. 9 della Rabociaia Mysl (settembre 1899) potrà seguire tutto il corso di questo ragionamento.
Oggi il ragionamento è lo stesso, ma fatto su più ampia scala ed applicato questa volta all’apprezzamento di tutta la «grande» rivoluzione russa, resa, ahimè, banale e ridotta in anticipo a una caricatura dai teorici del filisteismo ortodosso! A noi, socialdemocratici, la libertà di critica, l’approfondimento della coscienza, l’azione dal di fuori. A loro, alle classi borghesi, la libertà d’azione, un campo libero per la direzione rivoluzionaria (si legga: liberale), la libertà di fare « riforme » dall’alto.
Questi volgarizzatori del marxismo non hanno mai meditato sulle parole di Marx circa la necessità di sostituire all’arme della critica la critica delle armi’. Invocando invano il nome di Marx, in realtà essi redigono delle risoluzioni tattiche assolutamente nello spirito dei chiacchieroni borghesi di Francoforte, i quali criticavano liberamente l’assolutismo, approfondivano la coscienza democratica senza capire che durante la rivoluzione si deve agire, agire dall’alto e dal basso. Riducendo il marxismo a una vuota casistica, essi hanno fatto dell’ideologia della classe rivoluzionaria d’avanguardia, la più decisa e energica, l’ideologia dei suoi strati più arretrati, che evitano i difficili compiti democratici e rivoluzionari e li riservano ai signori Struve.
Se la socialdemocrazia entrerà nel governo rivoluzionario, le classi borghesi abbandoneranno la causa della rivoluzione e la « sua ampiezza ne sarà diminuita ».
Udite, operai russi: la rivoluzione avrà un’ampiezza maggiore se sarà fatta — a meno che i socialdemocratici non li spaventino — dai signori Struve, i quali non vogliono la vittoria sullo zarismo, ma una transazione con esso. La rivoluzione avrà un’ampiezza maggiore se delle due soluzioni possibili dai noi tracciate più sopra si realizzerà la prima, cioè se la borghesia monarchica riuscirà a mettersi d’accordo con l’autocrazia su una « Costituzione » alla Scipov!
I socialdemocratici che scrivono cose così vergognose in risoluzioni destinate a servire di direttiva per tutto il partito, o che approvano quelle « felici » risoluzioni, sono talmente accecati dal vacuo fraseggiare, il quale ha svuotato il marxismo di tutto ciò che è vivo, che non si avvedono come queste risoluzioni riducano a una vuota frase tutte le altre loro giuste parole. Prendete un loro articolo qualsiasi nell’Iskra, prendete persino il famoso opuscolo del nostro celebre Martynov, e vedrete che vi si parla dell’insurrezione popolare, della necessità di condurre a termine la rivoluzione, della tendenza ad appoggiarsi sugli strati più bassi del popolo nella lotta contro la borghesia inconseguente. Ma tutte queste belle cose si trasformano in una pietosa fraseologia dal momento in cui voi accettate o approvate l’idea secondo cui l’« ampiezza della rivoluzione » « diminuisce » se la borghesia se ne allontana. Una delle due, signori: o dobbiamo cercare di fare la rivoluzione con il popolo e di riportare la vittoria completa sullo zarismo, malgrado la borghesia inconseguente, cupida e codarda; oppure non ammettiamo questo « malgrado », temiamo che la borghesia « si allontani », e allora tradiamo il proletariato e il popolo e li consegniamo alla borghesia, alla borghesia inconseguente, cupida e codarda.
Non pensate di interpretare le mie parole a modo vostro. Non gridate che vi si accusa di tradimento cosciente. No, voi, come i vecchi economisti — che, attratti irresistibilmente e senza ritorno in basso, lungo la china dell’« approfondimento » del marxismo, giunsero sino a farne del « filosofismo » antirivoluzionario, senza anima e senza vita — siete inconsciamente sempre più scivolati verso il pantano e ora eccovi affondati.
Da quali reali forze sociali dipende l’« ampiezza della rivoluzione »? ci avete pensato, signori? Non occupiamoci per ora delle forze della politica estera, delle combinazioni internazionali che hanno preso una piega molto vantaggiosa per noi, ma che escludiamo tutte dal nostro esame, e a giusta ragione, giacché quel che ci interessa sono le forze interne della Russia. Esaminiamo queste forze sociali interne. Contro la rivoluzione si ergono l’autocrazia, la Corte, la polizia, il corpo dei funzionari, l’esercito e un pugno di aristocratici. Più l’indignazione nel popolo è profonda, meno sicuro diventa l’esercito, più i funzionari esitano. Proseguiamo. La borghesia nel suo complesso è oggi per la rivoluzione: essa è prodiga di discorsi sulla libertà, parla sempre più spesso in nome del popolo e persino in nome della rivoluzione * – * a questo proposito è interessante la lettera aperta del signor Struve a Jaurès, pubblicata recentemente da quest’ultimo nell’Humanité e dal signor Struve nel n. 72 dell’Osvobozdenie -. Ma a noi marxisti la teoria insegna — e l’osserviamo ogni giorno e ogni ora negli esempi fornitici dai nostri liberali, zemtsy e osvobozdentsy — che la borghesia è per la rivoluzione in modo inconseguente, cupido e codardo. La borghesia in massa si schiererà inevitabilmente a fianco della controrivoluzione, dell’autocrazia, contro la rivoluzione, contro il popolo, non appena saranno soddisfatti i suoi interessi meschini ed egoistici, non appena « si sarà allontanata » dal democratismo conseguente (e già oggi se ne allontana!). Rimane il « popolo », rimangono cioè il proletariato e i contadini: solo il proletariato è capace di marciare sino alla fine con passo fermo, giacché esso va molto più in là della rivoluzione democratica. Ecco perché il proletariato lotta nelle prime file per la repubblica respingendo con disprezzo il consiglio, sciocco e indegno, di tenere conto della possibile defezione della borghesia. La popolazione contadina comprende una massa di elementi semiproletari accanto agli elementi piccolo-borghesi. Anch’essa è quindi instabile, e il proletariato è costretto a raggrupparsi in un partito rigorosamente classista. Ma l’instabilità della popolazione contadina differisce in modo radicale dall’instabilità della borghesia, perché nel momento attuale i contadini sono interessati non tanto all’assoluto mantenimento della proprietà privata, quanto alla confisca delle terre dei grandi proprietari, che è una delle forme principali di questa proprietà. Senza diventare per questo socialisti, senza cessare di essere dei piccoli borghesi, i contadini possono diventare dei fautori decisi, e tra i più radicali, della rivoluzione democratica. E lo diventeranno inevitabilmente, purché il corso degli avvenimenti rivoluzionari, che li sta educando, non sia interrotto troppo presto dal tradimento della borghesia e dalla disfatta del proletariato. A questa condizione i contadini diventeranno certamente il baluardo della rivoluzione e della repubblica, perché solo una rivoluzione completamente vittoriosa potrà dar loro tutto nel campo delle riforme agrarie, tutto ciò che essi desiderano, che sognano, che è loro veramente indispensabile (non per sopprimere il capitalismo, come immaginano i « socialisti-rivoluzionari », ma per uscire dall’abiezione del semiasservimento, dalle tenebre dell’abbrutimento e della servitù, per migliorare il loro tenore di vita, nella misura in cui lo consentono i limiti dell’economia mercantile.
Ma non basta: i contadini sono legati alla rivoluzione non soltanto dalla trasformazione agraria radicale, ma anche da tutti i loro interessi generali e permanenti. Persino nella loro lotta contro il proletariato i contadini hanno bisogno della democrazia, poiché il regime democratico è l’unico capace di esprimere con precisione i loro interessi e dare ad essi, che sono la massa, la maggioranza, la supremazia. Quanto più i contadini saranno istruiti (e dai tempi della guerra contro il Giappone essi si istruiscono con una rapidità di cui molti non li supponevano capaci, abituati com’erano a misurare l’istruzione secondo gli anni passati sui banchi di scuola) tanto più saranno, in modo conseguente e deciso, per una rivoluzione democratica integrale, poiché la sovranità del popolo non costituisce per essi, come per la borghesia, una minaccia, ma un vantaggio. La repubblica democratica diventerà il loro ideale, appena cominceranno a sbarazzarsi del loro monarchismo ingenuo, giacché il monarchismo cosciente della borghesia mediatrice (con la Camera alta, ecc.) vuol dire per i contadini la stessa servitù, la stessa oppressione, la stessa ignoranza, unicamente coperte da una leggera verniciatura costituzionale all’europea.
Ecco perché la borghesia, come classe, cerca naturalmente e inevitabilmente un rifugio sotto l’ala del partito monarchico liberale, mentre i contadini, come massa, si mettono sotto la direzione del partito rivoluzionario e repubblicano. Ecco perché la borghesia è incapace di condurre a termine la rivoluzione democratica e i contadini sono capaci di condurre fino in fondo la rivoluzione; e noi dobbiamo aiutarli con tutte le nostre forze.
Mi si obietterà: inutile dimostrarlo, è l’abbiccí, tutti i socialdemocratici lo comprendono benissimo. No, coloro che hanno il coraggio di dire che la rivoluzione « diminuirà d’ampiezza » quando la borghesia se ne sarà allontanata non lo comprendono. Questa gente ripete frasi del nostro programma agrario imparate a memoria senza capirne il senso; altrimenti non temerebbe l’idea della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini che sgorga necessariamente da tutta la concezione marxista e dal nostro programma; altrimenti non limiterebbe l’ampiezza della grande rivoluzione russa all’ampiezza assegnatale dalla borghesia. Le concrete risoluzioni antimarxiste e antirivoluzionarie di questa gente eclissano le loro frasi astratte prese in prestito dal marxismo rivoluzionario.
Chi comprende veramente la funzione dei contadini nella rivoluzione russa vittoriosa non dirà mai che l’ampiezza della rivoluzione diminuirà quando la borghesia se ne sarà allontanata. Poiché il vero slancio della rivoluzione russa incomincerà veramente, raggiungerà veramente la massima ampiezza rivoluzionaria possibile nell’epoca della rivoluzione democratica borghese, solo quando la borghesia se ne sarà allontanata e quando i contadini, a fianco del proletariato, assumeranno una funzione rivoluzionaria attiva. Per essere condotta a termine in modo conseguente la nostra rivoluzione democratica deve appoggiarsi su forze capaci di paralizzare l’inevitabile inconseguenza della borghesia (ossia capaci precisamente di « costringerla ad allontanarsi », ciò che temono nella loro semplicità i seguaci caucasiani dell’Iskra).
Il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a sé la massa dei contadini, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a sé la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia. Tali sono i compiti del proletariato, compiti che i seguaci della nuova Iskra presentano in modo tanto angusto in tutti i loro ragionamenti e in tutte le loro risoluzioni sull’ampiezza della rivoluzione.
Non bisogna dimenticare una circostanza che si perde spesso di vista quando si parla di quest’« ampiezza ». Non bisogna dimenticare che non si tratta delle difficoltà che il problema presenta, ma del cammino da seguire per cercarne e trovarne la soluzione. Non si tratta di sapere se è facile o difficile rendere possente e insuperabile l’ampiezza della rivoluzione, ma di sapere come si deve agire per aumentare quest’ampiezza. Il dissenso verte principalmente sul carattere fondamentale dell’attività, sul suo stesso orientamento. Sottolineiamo questo fatto perché uomini avventati e in mala fede confondono troppo spesso due questioni diverse: quella del cammino da seguire, cioè della scelta tra due cammini diversi, e quella della facilità o della prossimità del raggiungimento dello scopo se si segue quel determinato cammino,
Nell’esposizione precedente abbiamo sorvolato su questa ultima questione, poiché essa non ha suscitato dissensi e divergenze in seno al partito. Ma è ovvio che essa ha di per sé un’estrema importanza e merita la più grande attenzione di tutti i socialdemocratici. Si peccherebbe di imperdonabile ottimismo se si dimenticasse quali difficoltà presenta il far partecipare al movimento non soltanto le masse della classe operaia, ma anche quelle dei. contadini. Contro queste difficoltà appunto si spezzarono più volte gli sforzi di condurre a termine la rivoluzione democratica; inoltre trionfò soprattutto la borghesia inconseguente e cupida la quale « si faceva un capitale » con la difesa che la monarchia le assicurava contro il popolo, e « conservava la purezza » del liberalismo… o degli osvobozdentsy. Ma difficoltà non significa impossibilità. Ciò che è importante è la certezza: la certezza di aver preso un cammino giusto, e questa certezza centuplica l’energia e l’entusiasmo rivoluzionario, che possono fare miracoli.
Il confronto fra la risoluzione dei neoiskristi caucasiani e la risoluzione del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo rivela immediatamente la profondità dei dissensi tra gli odierni socialdemocratici sulla questione della scelta del cammino da seguire. La risoluzione del congresso dice: la borghesia è inconseguente, essa tenterà immancabilmente di strapparci le conquiste della rivoluzione. Preparatevi perciò energicamente alla lotta, compagni operai, armatevi, attirate dalla vostra parte i contadini. Non cederemo senza lotta le nostre conquiste rivoluzionarie alla cupida borghesia. La risoluzione dei neoiskristi caucasiani dice: la borghesia è inconseguente, essa può allontanarsi dalla rivoluzione. Perciò, compagni operai, non pensate, vi preghiamo, di partecipare al governo provvisorio, perché la borghesia certamente si allontanerebbe e l’ampiezza della rivoluzione ne sarebbe diminuita!
Gli uni dicono: fate avanzare la rivoluzione, portatela a termine, nonostante la resistenza e la passività della borghesia inconseguente.
Gli altri dicono: non pensate a condurre a termine la rivoluzione da soli, poiché la borghesia inconseguente se ne allontanerebbe.
Davanti a noi non vi sono forse due cammini diametralmente opposti? Non è forse evidente che una delle due tattiche esclude necessariamente l’altra? Che la prima tattica è l’unica tattica giusta della socialdemocrazia rivoluzionaria, e la seconda non è in fondo che una tattica degna soltanto degli osvobozdentsy?
13. CONCLUSIONE. OSEREMO VINCERE?
Le persone che conoscono superficialmente la situazione esistente nella socialdemocrazia russa e giudicano da lontano, senza conoscere la storia di tutta la nostra lotta intestina sin dall’epoca dell’economismo, si accontentano spesso — anche nel momento attuale, in cui i nostri dissensi tattici, soprattutto dopo il III Congresso, si sono ben definiti — di un semplice richiamo alle due tendenze naturali, inevitabili, perfettamente conciliabili, di ogni movimento socialdemocratico. Da un lato, si dice, si sottolineano fortemente l’importanza del lavoro ordinario, corrente, quotidiano e la necessità di sviluppare la propaganda e l’agitazione, di preparare le forze, di approfondire il movimento, ecc. Dall’altro lato, si sottolineano i compiti di lotta, i compiti politici generali, rivoluzionari del movimento, si proclama la necessità dell’insurrezione armata, si lanciano le parole d’ordine: dittatura democratica rivoluzionaria, governo rivoluzionario provvisorio. Non bisogna esagerare né in un senso né nell’altro; né qui né là (come, in generale, in nessun luogo) gli eccessi sono buoni, ecc. ecc.
Dietro le verità a buon mercato del senso comune (e « politico » tra virgolette), che siffatti ragionamenti indubbiamente contengono, si dissimula tuttavia troppo spesso l’incomprensione dei bisogni impellenti, imperiosi del partito. Prendiamo gli odierni dissensi tattici tra i socialdemocratici russi. E’ ovvio che il fatto di sottolineare fortemente il lavoro quotidiano, ordinario, come fanno i neoiskristi nei loro ragionamenti sulla tattica, di per sé non costituirebbe ancora nulla di grave e non potrebbe suscitare nessun dissenso sulle parole d’ordine tattiche. Ma basta confrontare le risoluzioni del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo e le risoluzioni della conferenza perché questi dissensi saltino agli occhi.
Di che si tratta, dunque? Innanzi tutto, non basta dire in modo generale, astratto che nel movimento vi sono due correnti e che gli eccessi sono nocivi. Bisogna sapere concretamente di che soffre il movimento in questo determinato momento e quale è il pericolo politico reale per il partito. In secondo luogo, bisogna sapere quali forze politiche reali traggono vantaggio da queste o quelle parole d’ordine sulla tattica, o, forse, da questa o quell’assenza di parole d’ordine. Ascoltate i neoiskristi, e giungerete alla conclusione che il partito della socialdemocrazia corre il pericolo di gettare a mare la propaganda e l’agitazione, la lotta economica e la critica della democrazia borghese, il pericolo di lasciarsi prendere troppo la mano dalla preparazione militare, dagli attacchi armati, dalla presa del potere, ecc. Ma, di fatto, il pericolo reale che minaccia il partito viene da tutt’altra parte. Chi conosce più o meno da vicino la situazione del movimento, chi lo osserva in modo oculato e riflessivo, non può non vedere il lato comico dei timori neoiskristi. Tutta l’attività del Partito operaio socialdemocratico russo si è già completamente fissata in una cornice salda e immutabile, che assicura senza riserve la concentrazione delle forze sulla propaganda e sull’agitazione, sui comizi volanti e le riunioni, sulla diffusione di manifestini e di opuscoli, sul sostegno della lotta economica e delle parole d’ordine lanciate per questa lotta. Non vi è un solo comitato di partito, un solo comitato regionale, una sola riunione di rappresentanti di operai, un solo gruppo di officina, che non abbia dedicato, sempre e costantemente, il novantanove per cento della sua attenzione, delle sue forze e del suo tempo a tutte queste funzioni che sono entrate solidamente nella nostra attività sin dal 1895 all’incirca. Soltanto coloro che non conoscono affatto il movimento ignorano queste cose. Soltanto della gente molto ingenua o male informata può prendere per oro colato la ripetizione neoiskrista di cose sorpassate, fatta con aria di grande importanza.
La verità è che non soltanto non ci lasciamo prendere eccessivamente la mano dai compiti dell’insurrezione, dalle parole d’ordine politiche generali, dal lavoro di direzione della rivoluzione popolare nel suo insieme, ma che, al contrario, salta agli occhi proprio l’arretratezza a questo riguardo, che è il punto più debole, il pericolo reale che minaccia il movimento, il quale può degenerare — e qua e là degenera — da vero movimento rivoluzionario in movimento rivoluzionario a parole. Tra le centinaia e centinaia di organizzazioni, gruppi e circoli che compiono il lavoro del partito, non ne troverete neanche uno che non faccia, sin dalla sua fondazione, quel lavoro quotidiano di cui parlano, con aria di persone che abbiano scoperto delle nuove verità, i saggi della nuova Iskra. E, al contrario, non troverete che un’infima percentuale di gruppi e circoli che abbiano preso coscienza dei compiti dell’insurrezione armata e si siano accinti ad adempierli, che si siano resi conto della necessità di dirigere la rivoluzione popolare contro lo zarismo nel suo insieme, della necessità di lanciare a tal scopo precisamente queste e non quelle parole d’ordine avanzate.
Noi siamo incredibilmente in ritardo sui compiti d’avanguardia e veramente rivoluzionari; in moltissimi casi non ce ne siamo resi conto; qua e là ci è sfuggito che la democrazia borghese rivoluzionaria si era rafforzata approfittando della nostra arretratezza in questo campo. E gli scrittori della nuova Iskra, voltando le spalle al corso degli avvenimenti e alle esigenze dei tempi, ripetono con ostinazione: non dimenticate il vecchio! non lasciatevi trascinare dal nuovo! Questo è il motivo fondamentale che si ripete in tutte le principali risoluzioni della conferenza, mentre nelle risoluzioni del congresso leggerete, anche qui ripetuto: confermando i nostri vecchi compiti (senza rimasticarli, precisamente perché sono vecchi, già decisi e sanzionati dalla stampa, dalle risoluzioni e dall’esperienza), ci assegniamo un compito nuovo, attiriamo su di esso l’attenzione, lanciamo una parola d’ordine nuova ed esigiamo dai socialdemocratici veramente rivoluzionari che si mettano immediatamente al lavoro per applicarla.
Ecco come si presenta in realtà il problema delle due correnti della socialdemocrazia a proposito della tattica. L’epoca della rivoluzione ha fatto sorgere nuovi compiti, che soltanto i ciechi non vedono. Fra i socialdemocratici, gli uni riconoscono decisamente questi compiti e li mettono all’ordine del giorno: l’insurrezione armata è imminente, preparatevi immediatamente ed energicamente, ricordatevi che essa è necessaria per la vittoria decisiva, lanciate la parola d’ordine della repubblica, del governo provvisorio, della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Gli altri invece indietreggiano, segnano il passo, scrivono prefazioni invece di lanciare parole d’ordine, rimasticano in modo prolisso e noioso ciò che è vecchio, invece di confermarlo e al tempo stesso parlare del nuovo, inventano pretesti per eluderlo, non sanno determinare quali sono le condizioni per la vittoria decisiva e lanciare le sole parole d’ordine che rispondano all’aspirazione di riportare la vittoria completa.
Abbiamo davanti agli occhi il risultato politico di questo codismo. La favola di un avvicinamento tra la « maggioranza » del Partito operaio socialdemocratico russo e la democrazia borghese rivoluzionaria rimane una favola, non confermata da nessun atto politico, da nessuna risoluzione autorevole dei « bolscevichi », da nessun atto del III Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo. Pertanto la borghesia opportunistica, monarchica, rappresentata dall’Osvobozdenie, si congratula da lungo tempo per le tendenze « di principio » della nuova Iskra e oggi, poi, si serve dell’acqua dei neoiskristi per far girare la ruota del suo mulino, fa sue le loro paroline e « ideucce » contro la « clandestinità » e la « sommossa », contro l’esagerazione del lato « tecnico » della rivoluzione, contro la proclamazione aperta della parola d’ordine dell’insurrezione armata, contro il « rivoluzionarismo » delle rivendicazioni estreme, ecc. ecc. La risoluzione che tutta una conferenza di socialdemocratici « menscevichi » del Caucaso e la redazione della nuova Iskra hanno approvato permette di dedurre da tutto ciò un bilancio politico inequivoco: purché la borghesia non si allontani dalla rivoluzione nel caso che il proletariato partecipi alla dittatura democratica rivoluzionaria! Con ciò è detto tutto. Così la trasformazione del proletariato in appendice della borghesia monarchica è definitivamente consacrata. Così la portata politica del codismo dei neoiskristi è dimostrata nei fatti da una risoluzione particolarmente approvata da tutta una corrente, e non da una dichiarazione fortuita di un singolo individuo.
Chiunque mediti su questi fatti comprenderà che cosa si vuol veramente dire quando si parla, com’è d’uso, dei due aspetti, delle due tendenze nel movimento socialdemocratico. Prendete l’arsenale bernsteiniano per studiare su larga scala queste due tendenze. I bernsteiniani affermavano anch’essi, e affermano tuttora, che sono i soli a comprendere i veri bisogni del proletariato, i compiti consistenti nell’accrescere le sue forze, nell’approfondire tutto il lavoro, nel preparare gli elementi della nuova società, i compiti consistenti nella propaganda e nell’agitazione. Noi esigiamo che si riconosca apertamente ciò che è! — dichiara Bernstein consacrando in tal modo il « movimento » senza «scopo finale », consacrando la sola tattica difensiva, predicando la tattica del timore: « purché la borghesia non si allontani ». I bernsteiniani lanciavano alte grida contro il «giacobinismo» dei socialdemocratici rivoluzionari, gli «scrittori» che non comprendevano l’« iniziativa operaia », ecc. ecc. In realtà, com’è a tutti noto, i socialdemocratici rivoluzionari non hanno mai pensato di trascurare il lavoro quotidiano e minuto, la preparazione delle forze, ecc. ecc. Essi esigevano soltanto che si avesse una chiara coscienza dello scopo finale, un’idea chiara dei compiti rivoluzionari; volevano elevare gli strati semiproletari e semi-piccolo-borghesi al livello rivoluzionario del proletariato, e non abbassare quest’ultimo sino a considerazioni opportuniste: « purché la borghesia non si allontani ». L’espressione forse più saliente di questo dissenso tra l’ala opportunista intellettuale e quella rivoluzionaria proletaria è nella domanda: dúrfen wir siegen? « oseremo vincere? » ci è permesso di vincere? non è pericoloso per noi vincere? dobbiamo vincere? Questa domanda, strana a prima vista, è stata però posta, doveva essere posta, perché gli opportunisti temevano la vittoria, ne agitavano lo spauracchio davanti al proletariato, profetizzavano i guai che ne sarebbero derivati, deridevano le parole d’ordine che facevano direttamente appello alla vittoria.
Da noi esiste la stessa divisione fondamentale: vi sono due tendenze, l’intellettuale opportunistica e la proletaria rivoluzionaria, con la sola differenza sostanziale, però, che si tratta non di una rivoluzione socialista, ma democratica. Anche da noi si pone la domanda, assurda a prima vista: « Oseremo vincere? ». L’ha posta Martynov nelle sue Due dittature che predicevano conseguenze funeste nel caso di un’insurrezione da noi molto ben preparata e condotta a buon fine. L’hanno posta, in tutti gli scritti sulla questione del governo rivoluzionario provvisorio, i neoiskristi, i quali cercavano costantemente, con impegno ma senza riuscirvi, di confondere la partecipazione di Millerand a un governo opportunistico borghese con la partecipazione di Varlin 26 a un governo rivoluzionario piccolo-borghese. Questa domanda è consacrata dalla risoluzione: « purché la borghesia non si allontani ». E benché Kautsky, per esempio tenti ora di fare dell’ironia dicendo che le nostre discussioni sul governo rivoluzionario provvisorio assomigliano a quelle per la spartizione della pelle dell’orso prima di averlo ucciso, quest’ironia prova unicamente che persino dei socialdemocratici intelligenti e rivoluzionari possono cadere in errore quando parlano di ciò che conoscono soltanto per averne udito parlare. La socialdemocrazia tedesca non è ancora molto vicina al momento in cui potrà uccidere l’orso (fare la rivoluzione socialista), ma la discussione sulla questione: « oseremo » ucciderlo? ha avuto un’enorme importanza di principio, un’importanza politica. I socialdemocratici russi non sono ancora molto vicini al momento in cui avranno forze sufficienti per « uccidere il loro orso » (fare la rivoluzione democratica), ma la questione: « oseremo » ucciderlo? ha un’importanza molto seria per tutto l’avvenire della Russia e per l’avvenire della socialdemocrazia russa. Se non siamo certi di voler «osare» di vincere è inutile dire di voler raccogliere, con energia e successo, un esercito e di volerlo dirigere.
Prendete i nostri vecchi economisti. Anch’essi gridavano che i loro avversari erano dei cospiratori, dei giacobini (cfr. il Raboceie Dielo, specialmente il n. 10, e il discorso di Martynov durante la discussione programma al II Congresso) che si staccavano dalle masse gettandosi nella politica, che dimenticavano le basi del movimento operaio, che non tenevan conto dell’iniziativa operaia, ecc. ecc. Ma questi fautori dell’« iniziativa operaia » erano in realtà degli intellettuali opportunisti, che attribuivano agli operai la loro concezione gretta e filistea dei compiti dei proletariato. Gli avversari dell’economismo, come ognuno può costatare nella vecchia Iskra, in realtà non tralasciarono e non respinsero in secondo piano nemmeno uno degli aspetti del lavoro socialdemocratico, non dimenticarono affatto la lotta economica e seppero al tempo stesso porre in tutta la loro ampiezza i compiti politici essenziali e impellenti, opponendosi alla trasformazione del partito operaio in un’appendice « economica » della borghesia liberale.
Gli economisti avevano imparato a memoria che l’economia è la base della politica, e lo « avevano compreso » nel senso di far scendere la lotta politica al livello della lotta economica. I neoiskristi hanno imparato a memoria che la rivoluzione democratica ha come base economica la rivoluzione borghese, e lo « hanno compreso » nel senso che si debbano abbassare i compiti democratici del proletariato al livello della moderazione borghese, sino a un limite passato il quale « la borghesia si allontanerà ». Col pretesto dell’approfondimento del lavoro, col pretesto dell’iniziativa operaia e della politica puramente classista, in realtà gli economisti consegnavano la classe operaia nelle mani dei politicanti borghesi liberali, conducevano cioè il partito su un cammino che obiettivamente portava appunto a un tal risultato. Con gli stessi pretesti i neoiskristi tradiscono gli interessi del proletariato nella rivoluzione democratica e li mettono nelle mani della borghesia, conducono cioè il partito su un cammino che obiettivamente conduce appunto a un tal risultato. Gli economisti pensavano che l’egemonia nella lotta politica dovesse appartenere ai liberali e non ai socialdemocratici. I neoiskristi pensano che la realizzazione attiva della rivoluzione democratica spetti non alla socialdemocrazia, ma alla borghesia democratica, poiché la direzione e la funzione dirigente del proletariato « diminuirebbero l’ampiezza » della rivoluzione.
In una parola, i neoiskristi sono gli epigoni dell’economismo, non soltanto perché le loro origini risalgono al II Congresso del partito, ma per il modo in cui oggi comprendono i compiti tattici del proletariato nella rivoluzione democratica. Anch’essi costituiscono l’ala opportunistica intellettuale del partito. Nel campo dell’organizzazione, essi fecero il loro esordio con un individualismo anarchico da intellettuali per finire con la « disorganizzazione-processo », consacrando nello « statuto » 27 votato dalla conferenza l’indipendenza della stampa nei confronti dell’organizzazione del partito, le elezioni non dirette, ma a quattro gradi, o poco ci manca, il sistema dei plebisciti bonapartisti invece della rappresentanza democratica, e, infine, il principio di un’« intesa » tra la parte e il tutto. Anche nella tattica del partito essi scivolarono giù per la stessa china. Nel « piano della campagna degli zemtsvo » essi dichiararono che gli interventi davanti ai rappresentanti degli zemtsvo erano il « tipo supremo di manifestazione », vedendo (alla vigilia del 9 gennaio!) sulla scena politica null’altro che due forze attive: il governo e la democrazia borghese. Essi «approfondivano» il compito impellente dell’armamento sostituendo a una parola d’ordine diretta e pratica l’appello ad armare di un desiderio ardente di armarsi. Essi snaturano e smussano oggi, nelle loro risoluzioni ufficiali, i compiti dell’insurrezione armata, del governo provvisorio, della dittatura democratica rivoluzionaria. « Purché la borghesia non si allontani! »: questa nota finale della loro ultima risoluzione proietta una luce vivissima sul problema: dove andrà il partito se seguirà il loro cammino?
La rivoluzione democratica in Russia è, per la sua natura sociale ed economica, una rivoluzione borghese. Ma non basta ripetere semplicemente questa giusta tesi marxista. Bisogna saperla comprendere e saperla applicare alle parole d’ordine politiche. Tutta la libertà politica, in generale, fondata sui rapporti di produzione attuali, cioè capitalistici, è una libertà borghese. La rivendicazione della libertà esprime innanzi tutto gli interessi della borghesia. I suoi rappresentanti furono i primi ad avanzare questa rivendicazione. I suoi sostenitori disposero ovunque come padroni della libertà ottenuta, riducendola a una moderata e parca misura borghese, combinandola alla repressione contro il proletariato rivoluzionario, fatta con metodi più raffinati in tempo di pace e ferocemente brutali nei periodi di burrasca.
Ma solo i ribelli populisti, gli anarchici e gli « economisti » potevano dedurne che si deve negare o sminuire la lotta per la libertà. Queste dottrine filistee da intellettuali poterono essere imposte al proletariato sempre soltanto per brevi periodi e nonostante la sua resistenza. Il proletariato afferrava istintivamente che la libertà politica gli era necessaria, necessaria più che a qualunque altro, nonostante che questa libertà rafforzi e organizzi direttamente la borghesia. Il proletariato attende la propria salvezza non dalla rinuncia alla lotta di classe, ma dallo sviluppo di questa lotta, dalla sua ampiezza, consapevolezza, organizzazione e decisione. Chi sminuisce i compiti della lotta politica trasforma il socialdemocratico da tribuno popolare in segretario di trade-unions. Chi sminuisce i compiti proletari nella rivoluzione democratica borghese trasforma il socialdemocratico da capo della rivoluzione popolare in dirigente di sindacati operai liberi.
Sì, della rivoluzione popolare. La socialdemocrazia ha lottato e lotta con pieno diritto contro l’abuso che la democrazia borghese fa della parola « popolo ». Esige che non ci si nasconda dietro questa parola per dissimulare l’incomprensione degli antagonismi di classe in seno al popolo. Insiste in modo reciso sulla necessità di un’indipendenza di classe completa del partito del proletariato. Ma scompone il « popolo » in « classi » non perché la classe d’avanguardia si rinchiuda in se stessa, si assegni limiti ristretti, castri la propria attività per tema che i padroni economici del mondo si allontanino, ma perché essa, non soffrendo dei dubbi, dell’instabilità, dell’indecisione delle classi intermedie, possa combattere con energia, con entusiasmo ancor più grandi per la causa di tutto il popolo, a capo di tutto il popolo.
Ecco quel che così spesso non comprendono i neoiskristi odierni, i quali al lancio di parole d’ordine politiche attive nella rivoluzione democratica sostituiscono la vacua ripetizione della parola « classista » in tutti i generi e in tutti i casi!
La rivoluzione democratica è borghese. La parola d’ordine: ripartizione egualitaria, o terra e libertà — la più diffusa tra le masse contadine oppresse, abbrutite, ma anelanti alla luce e alla felicità —, è borghese. Ma noi, marxisti, dobbiamo sapere che non c’è e non può esservi altro cammino verso la vera libertà del proletariato e dei contadini che il cammino della libertà borghese e del progresso borghese. Non dobbiamo dimenticare che oggi per rendere il socialismo più prossimo non v’è e non può esservi altro mezzo che la completa libertà politica, la repubblica democratica, la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Rappresentanti della classe d’avanguardia — unica classe rivoluzionaria senza riserve, senza esitazioni, che non volge lo sguardo al passato —, dobbiamo porre davanti a tutto il popolo, in modo quanto più possibile largo, ardito, pieno d’iniziativa, i compiti della rivoluzione democratica. Sminuire la portata di questi compiti significa teoricamente fare del marxismo una caricatura, snaturarlo alla maniera filistea; e nella politica pratica equivale a mettere la causa della rivoluzione nelle mani della borghesia, la quale si allontanerà inevitabilmente dalla realizzazione conseguente della rivoluzione. Le difficoltà che si erigono sul cammino della vittoria completa della rivoluzione sono grandissime. Nessuno potrà condannare i rappresentanti del proletariato se essi faranno tutto ciò che è in loro potere e se tutti i loro sforzi si spezzeranno contro la resistenza della reazione, il tradimento della borghesia, l’ignoranza delle masse. Ma tutti — e per primo il proletariato cosciente — condanneranno la socialdemocrazia se essa smorzerà l’energia rivoluzionaria della rivoluzione democratica, se smorzerà l’entusiasmo rivoluzionario per paura di vincere, per tema che la borghesia si allontani.
Le rivoluzioni — diceva Marx — sono le locomotive della storia La rivoluzione è la festa degli oppressi e degli sfruttati. Mai la massa popolare è capace di operare in quanto creatrice attiva di nuovi ordinamenti sociali come durante la rivoluzione. In tali epoche se le si considera dal punto di vista ristretto, piccolo-borghese del progresso graduale, il popolo è capace di fare miracoli. Ma in queste epoche bisogna che anche i dirigenti dei partiti rivoluzionari pongano i loro compiti con maggiore ampiezza e audacia, che le loro parole d’ordine precedano sempre l’attività spontanea rivoluzionaria delle masse, servendole da faro, mostrando in tutta la sua grandezza e in tutto il suo fascino il nostro ideale democratico e socialista, additando il cammino più breve, più diretto verso la vittoria completa, assoluta, decisiva. Lasciamo che gli opportunisti della borghesia democratica costituzionale inventino — per paura della rivoluzione e del cammino diretto — cammini tortuosi, che girano al largo, che portano ai compromessi. Se ci si costringerà con la forza a trascinarci lungo questi cammini, sapremo compiere il nostro dovere anche in un lavoro quotidiano minuto. Ma prima una lotta implacabile decida la questione della scelta del cammino. Saremmo dei vili e dei traditori della rivoluzione se non utilizzassimo quest’energia festosa delle masse e il loro entusiasmo rivoluzionario per una lotta implacabile e piena di abnegazione in favore della strada più diretta e rapida. Lasciamo che gli opportunisti della borghesia pensino con timore alla reazione futura. Gli operai non si lasciano spaventare dall’idea che la reazione promette di essere terribile, né dall’idea che la borghesia si accinge ad abbandonare la rivoluzione. Gli operai non attendono transazioni, non chiedono elemosine; essi aspirano a schiacciare implacabilmente le forze reazionarie, aspirano cioè alla dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini.
E’ certo che in un periodo di burrasca la nave del nostro partito corre più pericoli che non durante la calma «traversata» del progresso liberale, quando gli sfruttatori spremono sangue alla classe operaia con una lentezza torturante. E’ certo che i compiti della dittatura democratica rivoluzionaria sono mille volte più difficili e più complicati dei compiti di « estrema opposizione » e della lotta puramente parlamentare. Ma colui che, nell’attuale momento rivoluzionario, può scientemente preferire una traversata tranquilla e il cammino dell’« opposizione » senza pericoli meglio farà se abbandonerà per qualche tempo il lavoro socialdemocratico e aspetterà la fine della rivoluzione, quando la festa sarà terminata e ricomincerà la vita di tutti i giorni, quando il suo modo di vedere prosaico e ristretto non sarà più in così stridente contrasto con i compiti della classe operaia, non ne sarà più una deformazione così mostruosa.
Alla testa di tutto il popolo, e soprattutto dei contadini, per la libertà completa, per una rivoluzione democratica conseguente, per la repubblica! Alla testa di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati, per il socialismo. Questa deve essere praticamente la politica del proletariato rivoluzionario, questa la parola d’ordine di classe che deve ispirare e determinare la soluzione di ogni problema tattico, di ogni azione pratica del partito operaio durante la rivoluzione.

POSTILLA
Ancora una volta l’Osvobozdenie. Ancora una volta il neoiskrismo
I numeri 71-72 dell’Osvobozdenie e 102-103 dell’Iskra ci offrono una documentazione nuova, ricchissima, sulla questione alla quale abbiamo dedicato il paragrafo 8 del nostro opuscolo. Essendoci impossibile utilizzare qui tutta questa ricca documentazione, ci soffermeremo solo sull’essenziale: in primo luogo, quale « realismo » nelle file della socialdemocrazia viene elogiato dall’Osvobozdenie e perché questo lo deve elogiare; in secondo luogo quale rapporto esiste tra i due concetti : rivoluzione e dittatura.
1. PERCHE’ I REALISTI LIBERALI BORGHESI ELOGIANO I
« REALISTI » SOCIALDEMOCRATICI?
Gli articoli intitolati La scissione della socialdemocrazia russa e Il trionfo del buon senso (Osvobozdenie, n. 72), costituiscono per i proletari coscienti un giudizio preziosissimo sulla socialdemocrazia, formulato dai rappresentanti della borghesia liberale. Non raccomanderemo mai abbastanza ad ogni socialdemocratico di leggere questi articoli nel loro testo completo e di pesarne ogni frase. Citeremo anzitutto le tesi principali dei due articoli.
« È assai difficile per un osservatore estraneo — dice l’Osvobozdenie — afferrare il reale senso politico del dissenso che ha scisso il partito socialdemocratico in due frazioni. Non è completamente esatto e in ogni caso non si caratterizza in modo esauriente la ” maggioranza ” dicendo che è più radicale e rigida della ” minoranza “, la quale ammette, negli interessi della causa, alcuni compromessi. Almeno i dogmi tradizionali dell’ortodossia marxista sono forse custoditi ancor più gelosamente dalla frazione della minoranza, che non da quella di Lenin. La definizione seguente ci pare più esatta. Il tratto politico principale della ” maggioranza ” è un rivoluzionarismo astratto, lo spirito di rivolta, il desiderio di suscitare con qualsiasi mezzo l’insurrezione delle masse popolari e di impadronirsi immediatamente del potere in loro nome; ciò avvicina in una certa misura i ” leninisti ” ai socialisti-rivoluzionari, e l’idea della lotta di classe è offuscata nel loro spirito dall’idea della rivoluzione popolare russa. Rinnegando in pratica molte idee limitate della dottrina socialdemocratica, i ” leninisti ” sono d’altra parte imbevuti dalle idee limitate del rivoluzionarismo; si rifiutano di adempiere qualsiasi lavoro pratico che non sia la preparazione immediata dell’insurrezione; ignorano per principio qualsiasi forma di agitazione legale o semilegale e ogni sorta di compromessi, praticamente utili, con le altre correnti dell’opposizione. La minoranza, al contrario, pur attenendosi fermamente al dogma marxista, salvaguarda al tempo stesso gli elementi realistici della concezione marxista del mondo. L’idea precipua di questa frazione è la contrapposizione degli interessi del ” proletariato ” agli interessi della borghesia. Ma d’altra parte, essa concepisce la lotta del proletariato — nei limiti s’intende, dettati dai dogmi inconcussi della socialdemocrazia — con una lucidità realistica e con la chiara consapevolezza di tutte le condizioni di questa lotta e di tutti i suoi compiti concreti. Le due frazioni non applicano il loro fondamentale punto di vista con una coerenza rigorosa, perché sono vincolate, nella loro opera creatrice, ideologica e politica, dalle rigide formule del catechismo socialdemocratico che impediscono ai ” leninisti ” di diventare dei veri e propri ribelli del tipo, almeno, di alcuni dirigenti socialisti-rivoluzionari, e agli ” iskristi ” di divenire i dirigenti pratici del movimento politico reale della classe operaia ».

E il pubblicista dell’Osvobozdenie, dopo aver riassunto il contenuto delle risoluzioni principali, illustra con qualche osservazione concreta le sue « idee » generali. Paragonata al III Congresso, egli dice, « la conferenza della minoranza ha un atteggiamento assolutamente diverso verso l’insurrezione armata ». E la differenza delle risoluzioni sul governo provvisorio « deriva dall’atteggiamento verso l’insurrezione armata ». « Lo stesso dissenso si manifesta anche nell’atteggiamento verso i sindacati operai. I ” leninisti ” nella loro risoluzione non hanno detto una sola parola su questo punto di partenza essenziale dell’educazione politica e dell’organizzazione della classe operaia. La minoranza, al contrario, ha elaborato una risoluzione molto seria ». Nei confronti dei liberali, le due frazioni, secondo l’autore, sono unanimi, ma il III Congresso « ripete quasi testualmente la risoluzione di Plekhanov sull’atteggiamento verso i liberali, approvata al II Congresso, e respinge la risoluzione di Starover, piú favorevole ai liberali, approvata dallo stesso congresso ». Le risoluzioni del congresso e della conferenza sul movimento contadino sono, in generale, dello stesso tono, ma « la “maggioranza ” sottolinea con maggiore forza l’idea della confisca rivoluzionaria delle terre dei grandi proprietari fondiari, ecc., mentre la ” minoranza ” vuol porre alla base della sua propaganda la rivendicazione delle riforme democratiche amministrative e statali ».

L’Osvobozdenie cita infine una risoluzione menscevica pubblicata nel n. 100 dell’Iskra, il cui punto principale dice: « Considerando che nel momento attuale il solo lavoro clandestino non può assicurare alle masse una sufficiente partecipazione alla vita del partito e conduce in parte alla contrapposizione delle masse, in quanto tali, al partito, come organizzazione illegale, è necessario che quest’ultima prenda nelle sue mani la direzione della lotta professionale operaia sul terreno legale, legandola strettamente con i compiti della socialdemocrazia ». A proposito di questa risoluzione l’Osvobozdenie esclama: « Noi salutiamo caldamente questa risoluzione, come un trionfo del buon senso, come un risveglio della coscienza di una parte del partito socialdemocratico in fatto di tattica ».
Ora il lettore conosce tutti i giudizi fondamentali dell’Osvobozdenie. Sarebbe naturalmente un grave errore ritenere che siano esatti, cioè conformi alla verità obiettiva. Ogni socialdemocratico può facilmente scoprirvi ad ogni passo degli errori. Sarebbe ingenuo dimenticare che essi sono da cima a fondo impregnati degli interessi e del modo di vedere della borghesia liberale, che in questo senso sono da cima a fondo parziali e tendenziosi. Essi riflettono le idee della socialdemocrazia nello stesso modo in cui uno specchio concavo o convesso riflette gli oggetti. Ma sarebbe un errore ancor più grave dimenticare che questi giudizi, deformati alla maniera borghese, riflettono, in ultima analisi, i veri interessi della borghesia, la quale, come classe, comprende certamente molto bene quali tendenze in seno alla socialdemocrazia le sono utili, prossime, familiari, simpatiche e quali altre le sono dannose, lontane, estranee, antipatiche. Il filosofo o il pubblicista borghese non comprenderà mai bene la socialdemocrazia, né la menscevica, né la bolscevica. Ma, se è un pubblicista più o meno intelligente, l’istinto di classe non lo ingannerà, ed egli coglierà sempre in modo fondamentalmente giusto — anche se la presenterà in modo falso — l’importanza che ha per la borghesia questa o quella tendenza in seno alla socialdemocrazia. L’istinto di classe del nostro nemico e il suo giudizio classista meritano perciò sempre la più seria attenzione di ogni proletario cosciente.
Che cosa ci dice dunque per bocca degli osvobozdentsy l’istinto di classe della borghesia russa?
Esso esprime in modo del tutto preciso la sua soddisfazione per le tendenze dei neoiskristi, lodando questi ultimi per il loro realismo, la loro lucidità di mente, per il trionfo del buon senso, la serietà delle loro risoluzioni, per la loro chiarezza di idee in fatto di tattica, il loro senso pratico, ecc.; e il suo malcontento per le tendenze del III Congresso, del quale biasima la limitatezza, il rivoluzionarismo, lo spirito di rivolta, il rifiuto di addivenire a compromessi praticamente utili, ecc. L’istinto di classe della borghesia le suggerisce precisamente ciò che più volte, con i dati più precisi, è stato dimostrato nella nostra stampa, ossia che i neoiskristi rappresentano l’ala opportunistica e i loro avversari l’ala rivoluzionaria dell’odierna socialdemocrazia russa. I liberali non possono non simpatizzare per le tendenze della prima e non possono non condannare le tendenze della seconda. In quanto ideologi della borghesia, essi comprendono perfettamente che il « senso pratico, la lucidità di mente, la serietà » della classe operaia — ossia la limitazione, di fatto, del suo campo d’azione nel quadro del capitalismo, delle riforme, della lotta professionale, ecc. — sono vantaggiosi per la borghesia. Pericolosa e terribile per la borghesia è la « limitatezza rivoluzionaria » del proletariato e la sua volontà di conquistare, in nome dei suoi obiettivi di classe, una funzione dirigente nella rivoluzione popolare russa.
Che per gli osvobozdentsy il significato della parola « realismo » sia veramente tale è provato tra l’altro dall’uso che ne hanno fatto prima l’Osvobozdenie e il signor Struve. L’Iskra stessa non poteva che riconoscere che tale era il significato del « realismo » per gli osvobozdentsy. Ricordate, per esempio, l’articolo L’ora è giunta! nel supplemento del n. 73-74 dell’Iskra. L’autore di questo articolo (interprete conseguente delle idee del « pantano » al II Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo) espresse l’opinione esplicita che al congresso « Akimov fu piuttosto lo spettro dell’opportunismo che non il suo vero e proprio rappresentante ». E la redazione dell’Iskra si vide immediatamente costretta a correggere l’autore dell’articolo dichiarando in una nota:
« È impossibile essere d’accordo con questa opinione. Le idee del compagno Akimov sul programma recano i segni evidenti dell’opportunismo, ed è ciò che riconosce anche il critico dell’Osvobozdenie in uno degli ultimi numeri, facendo osservare che il compagno Akimov appartiene alla tendenza ” realistica “, si legga: revisionistica ».
Dunque, l’Iskra sa essa stessa benissimo che il « realismo » dell’Osvobozdenie è solo opportunismo e null’altro che opportunismo. E se oggi, attaccando il « realismo liberale » (Iskra, n. 102), passa sotto silenzio le lodi prodigatele dai liberali per il suo realismo, questo silenzio va spiegato col fatto che simili lodi sono più amare di qualsiasi biasimo. Queste lodi (che non sono né casuali, né prodigate per la prima volta dall’Osvobozdenie) dimostrano effettivamente la parentela esistente tra il realismo liberale e le tendenze del « realismo » (leggi: opportunismo) socialdemocratico che traspaiono in tutte le risoluzioni dei neoiskristi e sono dovute a tutta la loro posizione tattica errata.
Infatti la borghesia russa ha rivelato pienamente nella rivoluzione « popolare » la sua inconseguenza e la sua cupidigia; le ha rivelate e con i ragionamenti del signor Struve, e con il tono e il contenuto della gran mole di giornali liberali, e con il carattere dell’azione politica di moltissimi zemtsy, di moltissimi intellettuali e in generale dei diversi sostenitori dei signori Trubetskoi, Petrunkevic, Rodicev e soci. Certo, non sempre la borghesia comprende chiaramente che da una parte il proletariato e il « popolo » sono utili alla sua rivoluzione come carne da cannone, come un ariete contro l’autocrazia, ma che, dall’altra parte, il proletariato e i contadini rivoluzionari sono per lei estremamente pericolosi, nel caso in cui conseguissero una « vittoria decisiva sullo zarismo » e portassero a termine la rivoluzione democratica, però in generale il suo istinto di classe le permette di percepire benissimo questo fatto. Essa aspira quindi con tutte le sue forze a che il proletariato si accontenti di una funzione « modesta » nella rivoluzione, sia più sobrio, più pratico, più realista, e che la sua azione sia determinata dal principio: « Purché la borghesia non si allontani ».
I borghesi colti sanno benissimo che sarà loro impossibile eliminare il movimento operaio. Ed evitano quindi assolutamente di presentarsi come nemici di questo movimento, come nemici della lotta di classe del proletariato. No, essi si inchinano profondamente davanti al diritto di sciopero, alla lotta di classe condotta in modo civile, concepiscono il movimento operaio e la lotta di classe alla maniera di Brentano e di Hirsch-Duncker 29. In altre parole, sono dispostissimi a « concedere » agli operai il diritto di sciopero e di associazione (diritto che, di fatto, gli operai stessi si sono già quasi conquistato), purché gli operai rinunzino allo « spirito di rivolta », al « limitato rivoluzionarismo », all’ostilità verso i « compromessi praticamente utili », alla pretesa e anche all’aspirazione di dare alla « rivoluzione popolare russa » l’impronta della loro lotta di classe, l’impronta della coerenza proletaria, della decisione proletaria, del « giacobinismo plebeo ». I borghesi colti di tutta la Russia cercano in mille modi e per mille vie — libri * – * cfr. PROKOPOVIC, La questione operaia in Russia. -, conferenze, discorsi, conversazioni, ecc. — di inculcare negli operai l’idea della sobrietà (borghese), dello spirito politico (liberale), del realismo (opportunista), della lotta di classe (alla Brentano), delle organizzazioni sindacali (alla Hirsch-Duncker), ecc. Le due ultime parole d’ordine sono particolarmente comode per i borghesi del partito « democratico costituzionale », o osvobozdentsy, poiché in apparenza coincidono con le parole d’ordine marxiste, poiché una piccola omissione, una leggera deformazione sono sufficienti per poterle confondere facilmente con le parole d’ordine socialdemocratiche, o per farle talvolta passare per tali. Così, per esempio, l’organo liberale legale Rassviet (sul quale cercheremo un giorno di intrattenerci più particolareggiatamente coi lettori del Proletari) non di rado dice cose talmente « ardite » sulla lotta di classe, sulla possibilità che il proletariato sia truffato dalla borghesia, sul movimento operaio, sull’iniziativa del proletariato, ecc. ecc., che un lettore disattento e un operaio non evoluto potrebbero facilmente prendere il suo « socialdemocratismo » per oro colato. In realtà si tratta di una contraffazione borghese del socialdemocratismo, di una falsificazione e deformazione opportunista dell’idea della lotta di classe.
Alla base di questa gigantesca (per la sua larga influenza sulle masse) falsificazione borghese c’è la tendenza a ridurre il movimento operaio essenzialmente a un movimento professionale, a tenerlo il più lontano possibile da una politica indipendente (cioè rivoluzionaria e orientata verso la dittatura democratica) e « ad offuscare nel loro [degli operai] spirito l’idea della rivoluzione popolare russa con l’idea della lotta di classe ».
Come il lettore vede, abbiamo capovolto la formula dell’Osvobozdenie. Formula eccellente, che riflette perfettamente due punti di vista circa la funzione del proletariato nella rivoluzione democratica: il punto di vista borghese e il punto di vista socialdemocratico. La borghesia vuole che il proletariato riduca la sua attività al solo movimento professionale e vuole, con ciò, « offuscare nel suo spirito l’idea della rivoluzione popolare russa con l’idea della lotta di classe » (secondo Brentano), precisamente come gli autori bernsteiniani del Credo offuscavano nella coscienza degli operai l’idea della lotta politica con l’idea di un movimento « puramente operaio ». La socialdemocrazia vuole, al contrario, sviluppare la lotta di classe del proletariato affinché questo assuma una funzione dirigente nella rivoluzione popolare russa; vuole cioè far giungere questa rivoluzione fino alla dittatura democratica del proletariato e dei contadini.
La nostra è una rivoluzione di tutto il popolo, dice la borghesia al proletariato. In quanto classe distinta tu devi quindi limitarti alla tua lotta di classe; devi, in nome del « buon senso », rivolgere la tua attenzione principalmente ai sindacati e alla loro legalizzazione; devi considerare appunto questi sindacati come « il punto di partenza essenziale della tua educazione politica e della tua organizzazione »; devi elaborare, in un periodo rivoluzionario, soprattutto delle risoluzioni « serie », sul genere di quelle, della nuova Iskra; devi dimostrarti benevolo verso le risoluzioni « più favorevoli ai liberali »; devi preferire i dirigenti che tendono a divenire dei « dirigenti pratici del movimento politico reale della classe operaia »; devi « salvaguardare gli elementi realistici della concezione marxista del mondo » (se per sfortuna sei già contaminato dalle « rigide formule » di questo catechismo « non scientifico »).
La nostra è una rivoluzione di tutto il popolo, dice la socialdemocrazia al proletariato. In quanto classe più avanzata, e unica classe rivoluzionaria fino in fondo, tu devi quindi, non solo tendere a parteciparvi con la massima energia, ma anche ad avervi una funzione dirigente. Non devi quindi rinchiuderti nel quadro di una lotta di classe concepita in senso ristretto, soprattutto nel senso di un movimento professionale, ma devi, al contrario, cercare di allargare il quadro e il contenuto della tua lotta di classe, facendovi rientrare non solo tutti i compiti dell’attuale rivoluzione russa, democratica e popolare, ma anche quelli della futura rivoluzione socialista. Ecco perché, senza trascurare il movimento professionale, senza rinunciare a utilizzare anche la più piccola libertà che la legalità ti offre, tu devi, nell’epoca della rivoluzione, mettere in primo piano i compiti dell’insurrezione armata, della formazione di un esercito rivoluzionario e di un governo rivoluzionario, unici mezzi che conducono alla vittoria completa del popolo sullo zarismo, alla conquista di una repubblica democratica e di una vera libertà politica.
È superfluo parlare dell’atteggiamento ambiguo, inconseguente, e col quale naturalmente simpatizza la borghesia, che i neoiskristi, grazie alla loro « linea » sbagliata, hanno preso, nelle loro risoluzioni, su questo problema.
2. IL COMPAGNO MARTYNOV « APPROFONDISCE »
ANCORA UNA VOLTA LA QUESTIONE
Passiamo all’analisi degli articoli di Martynov pubblicati nei numeri 102 e 103 dell’Iskra. Non risponderemo naturalmente ai tentativi da lui fatti per dimostrare che la nostra interpretazione di alcuni brani di Engels e di Marx è sbagliata e la sua è giusta. Questi tentativi sono così poco seri, i sotterfugi di Martynov sono così evidenti, la questione è così chiara che non sarebbe interessante riparlarne ancora una volta. Ogni lettore capace di pensare capirà facilmente egli stesso le manovre puerili fatte da Martynov per ritirarsi su tutta la linea, e specialmente quando apparirà la traduzione completa dell’opuscolo di Engels: I bakunisti al lavoro, e di quello di Marx: Indirizzo del Consiglio della Lega dei comunisti30, marzo 1850, a cura di un gruppo di collaboratori del Proletari. Basta citare un brano dell’articolo di Martynov perché la sua ritirata diventi cosa evidente per il lettore.
« L’Iskra riconosce — dice Martynov nel n. 103 — che la formazione di un governo provvisorio è una delle vie possibili e utili per lo sviluppo della rivoluzione e nega l’utilità della partecipazione dei socialdemocratici al governo provvisorio borghese precisamente per favorire la conquista completa, nel futuro, della macchina dello Stato per la rivoluzione socialista ». In altre parole, l’Iskra ha ora riconosciuto l’assurdità di tutte le paure che le incutevano la responsabilità del governo rivoluzionario per il Tesoro e le banche, il pericolo e l’impossibilità di prendere nelle proprie mani le « prigioni », ecc. Continua però come prima ad imbrogliare le cose, confondendo la dittatura democratica con la dittatura socialista. Confusione inevitabile, che le serve per coprire la ritirata.
Ma, tra i confusionari della nuova Iskra, Martynov si distingue come un confusionario di prima classe, un confusionario — mi si permetta la parola — geniale. Ingarbugliando la questione con i suoi sforzi per « approfondirla », egli giunge quasi sempre ad « escogitare » nuove formule che rivelano perfettamente tutta la falsità della sua posizione. Ricordatevi come all’epoca dell’economismo egli « approfondiva » Plekhanov e creava di getto questa formula: « Lotta economica contro i padroni e contro il governo ». Sarebbe difficile trovare in tutti gli scritti degli economisti una formula più felice per rivelare tutto ciò che questa tendenza ha di falso. Oggi è la stessa cosa. Martynov serve ora con lo stesso zelo la nuova Iskra, e quasi ogni volta che prende la parola ci fornisce una nuova magnifica documentazione per giudicare della falsità della posizione della nuova Iskra. Egli dichiara nel n. 102 che Lenin « ha di soppiatto sostituito l’uno all’altro i concetti di rivoluzione e di dittatura » (p. 3, colonna 2).
È a questa imputazione che si riducono in sostanza tutte le accuse che ci lanciano i neoiskristi. E come siamo grati a Martynov di quest’accusa! Che inapprezzabile servizio ci rende nella nostra lotta contro il neoiskrismo formulando in tal modo la sua accusa! Decisamente dovremmo chiedere alla redazione dell’Iskra che lanci più spesso contro di noi Martynov per « approfondire » gli attacchi contro il Proletari e per formularli dal « punto di vista dei veri principi ». Perché quanto più Martynov si sforza di ragionare secondo i principi, tanto meno gli riesce, e tanto più mostra in modo saliente gli errori dei neoiskristi, tanto meglio perviene ad eseguire su di lui e sui suoi amici l’utile operazione pedagogica : reductio ad absurdum (ridurre all’assurdo i principi della nuova Iskra).
Il Vperiod e il Proletari « sostituiscono » l’uno all’altro i concetti di rivoluzione e di dittatura. L’Iskra non vuole una tale « sostituzione ». È proprio così, egregio compagno Martynov! Avete detto inavvertitamente una grande verità. Avete confermato con una nuova formula la nostra affermazione: l’Iskra si trascina a rimorchio della rivoluzione, devia, nella definizione dei suoi obiettivi, verso le idee degli osvobozdentsy, mentre il Vperiod e il Proletari lanciano parole d’ordine che fanno avanzare la rivoluzione democratica.
Non lo capite, compagno Martynov? La questione è importante e ci sforzeremo di darvi una spiegazione circostanziata.
Il carattere borghese della rivoluzione democratica si manifesta fra l’altro nel fatto che diverse classi, diversi gruppi e strati sociali, quali riconoscono pienamente la proprietà privata e l’economia mercantile, e sono incapaci di uscire da questo quadro, giungono per forza di cose a riconoscere che l’autocrazia e, in generale, tutto il regime feudale non servono più e rivendicano anch’essi la libertà. Il carattere borghese di questa libertà, che la « società » rivendica ed è difesa con un torrente di parole (niente altro che parole!) dai grandi proprietari fondiari e dai capitalisti, diventa quindi sempre più chiarro. E al tempo stesso la differenza radicale tra la lotta degli operai e quella della borghesia per la libertà, tra la democrazia proletaria e la democrazia liberale diventa sempre più evidente. La classe operaia e i suoi rappresentanti coscienti avanzano e spingono innanzi questa lotta, senza aver paura di condurla a termine, anzi, aspirando a oltrepassare di gran lunga l’ultimo limite della rivoluzione democratica. La borghesia è inconseguente e cupida: non accetta le parole d’ordine della libertà che parzialmente e con ipocrisia. Tutti i tentativi di segnare con un tratto particolare, con « paragrafi » appositamente elaborati (del genere di quelli della risoluzione di Starover o della conferenza) il limite al di là del quale comincia l’ipocrisia degli amici borghesi della libertà, o, se volete, questo tradimento della libertà da parte dei suoi amici borghesi, tutti questi tentativi sono condannati inevitabilmente a fallire, poiché la borghesia, che si trova tra due fuochi (l’autocrazia e il proletariato), è capace di cambiare in mille modi e con mille mezzi la sua posizione e le sue parole d’ordine, adattandosi di un pollice a destra e di un pollice a sinistra, mercanteggiando senza fine e facendo costantemente il sensale. Il compito della democrazia proletaria non consiste nell’inventare tali « paragrafi » senza vita, ma nell’esercitare un’instancabile critica della situazione politica in sviluppo, nello smascherare le inconseguenze e i tradimenti, sempre nuovi e imprevisti, della borghesia.
Ricordatevi la storia degli articoli politici del signor Struve nelle pubblicazioni illegali, la storia della guerra condotta contro di lui dalla socialdemocrazia, e capirete chiaramente in qual modo la socialdemocrazia, campione del democratismo proletario, ha adempiuto questo compito. Il signor Struve cominciò con l’annunciare una parola d’ordine nel puro spirito di Scipov: «diritti e potere agli zemstvo» ( si veda il mio articolo nella Zarià: I persecutori degli « zemstvo » e gli Annibali del liberalismo 31). La socialdemocrazia lo denunciò e lo spinse verso un programma nettamente costituzionalista. Quando queste « spinte » ebbero raggiunto il loro effetto, grazie al corso particolarmente rapido degli avvenimenti rivoluzionari, la lotta si orientò verso il seguente problema del democratismo: non soltanto una Costituzione qualsiasi, ma assolutamente il suffragio universale, diretto, uguale e a scrutinio segreto. Dopo « aver strappato » all’« avversario » anche questa nuova posizione (l’accettazione del suffragio universale da parte dell’« Unione per la liberazione »), continuammo l’assalto, rivelammo l’ipocrisia e la menzogna del sistema bicamerale, l’accettazione incompleta del suffragio universale da parte degli osvobozdentsy, smascherando la loro democrazia da sensali, testimoniata dal loro spirito monarchico, oppure, in altre parole, il cattivo mercato che gli eroi borghesi dell’« Unione » facevano degli interessi della grande rivoluzione russa.
La selvaggia ostinazione dell’autocrazia, i progressi giganteschi della guerra civile, la situazione senza uscita nella quale i monarchici avevano gettato la Russia cominciarono infine ad aprire uno spiraglio nei cervelli più chiusi. La rivoluzione diventava un fatto. Per riconoscere la rivoluzione non occorreva ormai più essere un rivoluzionario. Il governo autocratico di fatto si decomponeva — e si decompone — agli occhi di tutti. Come un liberale (signor Gredeskul) ha giustamente rilevato nella stampa legale, si è creato di fatto uno stato di cose in cui non vi è sottomissione a questo governo. Nonostante tutta la sua forza apparente, l’autocrazia ha rivelato la sua impotenza. Gli avvenimenti della rivoluzione in corso hanno semplicemente cominciato a togliere di mezzo quest’organismo parassitario che imputridisce mentre è ancora in vita. Costretti a basare la loro attività (o piuttosto i loro traffici politici) sui rapporti esistenti e di fatto stabiliti, i borghesi liberali hanno cominciato a comprendere la necessità di riconoscere la rivoluzione. Non perché siano dei rivoluzionari, ma benché non lo siano. Lo fanno per necessità e a malincuore, vedendo con rabbia i successi della rivoluzione, accusando di rivoluzionarismo l’autocrazia che non vuole transazioni ma una lotta a morte. Mercanti nati, essi odiano la lotta e la rivoluzione, ma le circostanze li costringono a mettersi sul terreno della rivoluzione, poiché altro terreno non esiste.
Assistiamo così a uno spettacolo oltremodo comico. Le prostitute del liberalismo borghese tentano di drappeggiarsi nella toga dei rivoluzionarismo. Gli osvobozdentsy — risum teneatis, amici! — cominciano a parlare in nome della rivoluzione! Gli osvobozdentsy affermano che « non temono la rivoluzione » (signor Struve, n. 72 dell’Osvobozdenie) !!! Gli osvobozdentsy accampano la pretesa di « mettersi alla testa della rivoluzione»!!!
Questo fatto eccezionalmente significativo caratterizza, più che il progresso del liberalismo borghese, i successi reali del movimento rivoluzionario, che ha saputo imporsi. La borghesia stessa comincia a rendersi conto che è molto più vantaggioso mettersi sul terreno della rivoluzione, tanto l’autocrazia è scossa. Ma d’altra parte questo fatto, il quale attesta che il movimento nel suo insieme si eleva ad uno stadio nuovo, superiore, ci assegna dei compiti anch’essi nuovi, anch’essi superiori. Il riconoscimento della rivoluzione da parte della borghesia non può essere sincero, indipendentemente dalla buona fede di questo o quel suo ideologo. Anche in questo stadio superiore del movimento la borghesia non può non portare con sé la sua cupidigia, la sua inconseguenza, il suo mercantilismo e i suoi meschini sotterfugi reazionari. Nel momento attuale dobbiamo formulare in altro modo i compiti concreti, immediati della rivoluzione, in nome del nostro programma e per lo sviluppo di questo programma. Ciò che ieri era sufficiente, oggi non lo è più. Ieri forse era sufficiente esigere che si riconoscesse la rivoluzione quale parola d’ordine democratica d’avanguardia. Oggi è troppo poco. La rivoluzione ha saputo imporsi persino al signor Struve. Oggi la classe d’avanguardia deve determinare esattamente il contenuto stesso degli obiettivi immediati ed impellenti di questa rivoluzione. I signori Struve, pur riconoscendo la rivoluzione, lasciano immediatamente intravedere come sempre le loro orecchie d’asino e riprendono ancora una volta la vecchia canzone della possibilità di una soluzione pacifica, di un appello di Nicola che inviti al potere i signori osvobozdentsy, ecc. ecc. Questi signori riconoscono la rivoluzione per poi truffarla e tradirla col minore dei rischi. Sta a noi dire ora al proletariato e al popolo intero che la parola d’ordine « rivoluzione » non basta, mostrare la necessità di una definizione chiara, che non possa dar luogo ad equivoci, di una definizione conseguente e decisiva del contenuto stesso della rivoluzione. E questa definizione ci è data appunto da una parola d’ordine, la sola capace di esprimere con esattezza la « vittoria decisiva » della rivoluzione: dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini 32.
L’abuso delle parole è un fenomeno comune in politica. Parecchie volte, per esempio, si autodefinirono « socialisti » sia i partigiani del liberalismo borghese in Inghilterra (« noi siamo ora tutti socialisti »: « We all are socialists now », disse Harkort), sia i partigiani di Bismarck e gli amici del papa Leone XIII. Si può benissimo abusare della parola « rivoluzione », e a un determinato stadio del movimento questo abuso è inevitabile. Quando il signor Struve parlò in nome della rivoluzione, ci venne involontariamente alla mente Thiers. Qualche giorno prima della rivoluzione di febbraio, questo nano mostruoso, quest’ideale rappresentante politico della venalità della borghesia, aveva fiutato l’approssimarsi della tempesta popolare. E dichiarò dalla tribuna parlamentare ch’egli era del partito della rivoluzione! (cfr. La guerra civile in Francia, di Marx33). Il significato politico del passaggio degli osvobozdentsy al partito della rivoluzione è perfettamente identico a quel « passaggio » di Thiers. Poiché i Thiers russi hanno incominciato a dire di essere del partito della rivoluzione, ciò significa che la parola d’ordine della rivoluzione non basta più, non dice nulla, non determina nessun obiettivo; la rivoluzione è divenuta un fatto, e dalla sua parte sono passati in gran numero gli elementi più disparati.
Che cos’è in realtà la rivoluzione dal punto di vista marxista? E’ l’abbattimento violento della sovrastruttura politica invecchiata, il cui crollo viene a un certo momento determinato dal suo contrasto con i nuovi rapporti di produzione. Il contrasto dell’autocrazia con tutto il regime capitalistico in Russia, con tutto ciò che lo sviluppo democratico borghese richiede, ha determinato oggi un crollo tanto più forte quanto più a lungo questo contrasto è stato artificiosamente mantenuto. La sovrastruttura scricchiola disperatamente, cede alla pressione, si indebolisce. Il popolo deve egli stesso, a mezzo dei rappresentanti delle sue diverse classi e dei suoi diversi gruppi, crearsi una nuova sovrastruttura. A un determinato momento diviene chiaro per tutti che la vecchia sovrastruttura ormai non serve più. Tutti riconoscono la rivoluzione. Ora si tratta di determinare quali classi precisamente, e come precisamente, devono edificare la nuova sovrastruttura. Se non lo si determina, la parola d’ordine della rivoluzione è oggi vacua, senza contenuto, giacché la debolezza dell’autocrazia fa divenire « rivoluzionari » anche i granduchi e le Moskovskie Viedomosti! Se non lo si determina non si può parlare degli obiettivi democratici avanzati della classe d’avanguardia. E può determinarlo la parola d’ordine: dittatura democratica degli operai e dei contadini. Questa parola d’ordine indica quali sono le classi su cui si possono e si devono appoggiare i nuovi « edificatori » della nuova sovrastruttura, il suo carattere (dittatura « democratica », a differenza di quella socialista) e il mezzo per edificarla (dittatura, cioè repressione violenta della resistenza violenta, armamento delle classi rivoluzionarie del popolo). Chi non accetta oggi la parola d’ordine della dittatura democratica rivoluzionaria, la parola d’ordine dell’esercito rivoluzionario, del governo rivoluzionario, dei comitati contadini rivoluzionari o non comprende e non comprenderà mai i compiti della rivoluzione, non sa determinare quei suoi nuovi compiti superiori che il momento attuale impone, oppure, abusando della parola d’ordine «rivoluzione », inganna il popolo e tradisce la rivoluzione.
Primo caso: il compagno Martynov e i suoi amici. Secondo caso: il signor Struve e tutto il partito « democratico costituzionale » degli zemtsy.
Il compagno Martynov è stato così perspicace e ingegnoso da muoverci l’accusa di aver « sostituito » l’uno all’altro i concetti di dittatura e di rivoluzione proprio nel momento in cui lo sviluppo della rivoluzione richiedeva di determinarne gli obiettivi con la parola d’ordine della dittatura! Il compagno Martynov ha avuto ancora una volta la sfortuna di rimanere alla coda, di rimanere incagliato al penultimo gradino, al livello degli « osvobozdentsy », poiché il riconoscere la « rivoluzione » (a parole) e il non voler riconoscere la dittatura democratica del proletariato e dei contadini (cioè la rivoluzione nei fatti) corrisponde appunto alla posizione politica degli osvobozdentsy, cioè agli interessi della borghesia monarchica liberale. La borghesia liberale, per bocca del signor Struve, si pronuncia oggi per la rivoluzione. Il proletariato cosciente esige, per bocca dei socialdemocratici rivoluzionari, la dittatura del proletariato e dei contadini. E qui interviene nella disputa il saggio della nuova Iskra, gridando: non osate sostituire l’uno all’altro i concetti di rivoluzione e di dittatura! Non è dunque forse vero che la falsa posizione dei neoiskristi li condanna a trascinarsi sempre alla coda degli osvobozdentsy?
Abbiamo dimostrato che gli osvobozdentsy salgono uno ad uno (non senza l’influenza delle spinte incoraggianti della socialdemocrazia) i gradini che conducono a riconoscere la democrazia. L’oggetto della nostra discussione con essi all’inizio fu: scipovismo (diritti e potere agli zemstvo) o costituzionalismo? In seguito: suffragio limitato o suffragio universale? Poi: riconoscimento della rivoluzione o mercato da sensali con l’autocrazia? E infine, oggi: riconoscimento della rivoluzione senza dittatura del proletariato e dei contadini o riconoscimento della rivendicazione della dittatura di queste classi nella rivoluzione democratica? E’ possibile e probabile che gli osvobozdentsy (quelli odierni o i loro successori nell’ala sinistra della democrazia borghese, poco importa) salgano ancora un gradino, che riconoscano cioè col tempo (forse nell’epoca in cui il compagno Martynov sarà salito ancora di un gradino) anche la parola d’ordine della dittatura. Anzi, sarà inevitabilmente così se la rivoluzione russa avanzerà con successo e riporterà una vittoria decisiva. Quale sarà allora la posizione della socialdemocrazia? La vittoria completa della rivoluzione attuale segnerà la fine della rivoluzione democratica e l’inizio di una lotta decisiva per la rivoluzione socialista. Il soddisfacimento delle rivendicazioni degli odierni contadini, la sconfitta totale della reazione, la conquista della repubblica democratica segneranno la fine completa del rivoluzionarismo della borghesia e persino della piccola borghesia, e l’inizio di una vera lotta del proletariato per il socialismo. Quanto più la rivoluzione democratica sarà completa, tanto più questa nuova lotta avrà un corso rapido, esteso, netto e deciso. La parola d’ordine della dittatura « democratica » esprime per l’appunto questo carattere storicamente limitato della rivoluzione attuale e la necessità di una nuova lotta, sul terreno di nuovi ordinamenti, per la liberazione completa della classe operaia da ogni oppressione e da ogni sfruttamento. In altre parole, quando la borghesia democratica o la piccola borghesia saranno salite ancora di un gradino, quando non solo la rivoluzione, ma la vittoria completa della rivoluzione sarà diventata un fatto reale, allora « sostituiremo » (suscitando forse le orribili urla dei nuovi futuri Martynov) alla parola d’ordine della dittatura democratica quella della dittatura socialista del proletariato, ossia della rivoluzione socialista integrale.

3. LA CONCEZIONE BORGHESE VOLGARE DELLA
DITTATURA E LA CONCEZIONE DI MARX

Mehring racconta nelle note di cui corredò la sua edizione degli articoli di Marx, pubblicati nel 1848 nella Nuova gazzetta renana, che le pubblicazioni borghesi facevano tra l’altro la seguente accusa a questo giornale: la Nuova gazzetta renana avrebbe rivendicato « l’instaurazione immediata della dittatura come unico mezzo per realizzare la democrazia ». (Marx, Nachlass, v. III, p. 53). Dal punto di vista borghese volgare il concetto di dittatura e il concetto di democrazia si escludono l’un l’altro. Non comprendendo la teoria della lotta di classe, assuefatto a vedere sulla scena della lotta politica le meschine baruffe dei diversi gruppi e cóteries della borghesia, il borghese per dittatura intende l’assenza di ogni libertà e di ogni garanzia democratica, l’arbitrio generalizzato, l’abuso generalizzato del potere nell’interesse personale del dittatore. In fondo, è proprio questa concezione borghese volgare che trapela nel nostro Martynov, allorché, per concludere la sua « nuova campagna » nella nuova Iskra, spiega la predilezione del Vperiod e del Proletari per la parola d’ordine della dittatura col fatto che Lenin « desidera ardentemente tentare la sua sorte » (Iskra, n. 103, p. 3, colonna 2). Per spiegare a Martynov la differenza che esiste tra il concetto di dittatura di una classe e quello di dittatura di un individuo, tra i compiti della dittatura democratica e quelli della dittatura socialista, non sarà inutile soffermarci sulle concezioni della Nuova gazzetta renana.
« Ogni organizzazione provvisoria dello Stato — scrive la Nuova gazzetta renana il 14 settembre 1848 — dopo la rivoluzione esige la dittatura, e una dittatura energica. Noi abbiamo sin dall’inizio rimproverato a Camphausen [presidente del consiglio dei ministri dopo il 18 marzo 1848] di non agire in modo dittatoriale, di non spezzare ed estirpare immediatamente i resti delle vecchie istituzioni. E mentre il signor Camphausen si cullava nelle illusioni costituzionali, il partito vinto [ossia il partito della reazione] rafforzava le sue posizioni nella burocrazia e nell’esercito e, qua e là, si arrischiava persino a riprendere di nuovo apertamente la lotta ».
Con queste parole — come disse giustamente Mehring — viene riassunto in poche tesi ciò che è stato sviluppato con ricchezza di particolari dalla Nuova gazzetta renana, in lunghi articoli sul ministero Camphausen. Che cosa ci dicono queste parole di Marx? Che il governo rivoluzionario provvisorio deve agire dittatorialmente (tesi che, nel sacro orrore per la parola d’ordine della dittatura, l’Iskra non ha mai potuto comprendere), che il compito di questa dittatura è di distruggere i resti delle vecchie istituzioni (appunto ciò che è indicato con tanta chiarezza nella risoluzione del III Congresso del POSDR sulla lotta contro la controrivoluzione e che è omesso nella risoluzione della conferenza, come abbiamo mostrato più sopra). Infine e in terzo luogo da queste parole risulta che Marx sferzava i democratici borghesi per le loro « illusioni costituzionali » nell’epoca della rivoluzione e della guerra civile aperta. Il vero senso di queste parole risulta con particolare rilievo dall’articolo della Nuova gazzetta renana del 6 giugno 1848. « Un’Assemblea costituente popolare — scriveva Marx — deve essere innanzi tutto un’assemblea attiva, rivoluzionariamente attiva. L’Assemblea di Francoforte si occupa invece di esercizi scolastici di parlamentarismo e lascia al governo il compito di agire. Ammettiamo che questo dotto concilio riesca, dopo matura riflessione, ad elaborare il migliore ordine del giorno e la migliore Costituzione. A che varranno il migliore ordine del giorno e la migliore Costituzione, se nel frattempo i governi tedeschi avranno già messo all’ordine del giorno la baionetta? »
Ecco il senso della parola d’ordine: dittatura. Si può vedere da ciò quale sarebbe stato l’atteggiamento di Marx verso le risoluzioni che chiamano vittoria decisiva « la decisione di organizzare l’Assemblea costituente », o invitano « a rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria »!
Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti esclusivamente con la forza. Le classi più reazionarie sono abitualmente le prime a ricorrere alla forza, alla guerra civile, a « mettere all’ordine del giorno la baionetta », come ha fatto e continua a fare sistematicamente, inflessibilmente, sempre e dappertutto l’autocrazia russa sin dal 9 gennaio. E dal momento che si è creata una tale situazione, dal momento che la baionetta figura realmente in testa all’ordine del giorno politico e che l’insurrezione si è dimostrata necessaria e urgente, le illusioni costituzionali e gli esercizi scolastici di parlamentarismo non servono più che a nascondere il tradimento della rivoluzione da parte della borghesia, a nascondere il modo in cui essa « si allontana » dalla rivoluzione. La classe effettivamente rivoluzionaria deve allora enunciare precisamente la parola d’ordine della dittatura.
A proposito dei compiti di questa dittatura, Marx scriveva, sempre nella Nuova gazzetta renana: « L’Assemblea nazionale avrebbe dovuto agire dittatorialmente contro le velleità reazionarie dei governi che avevano fatto il loro tempo; e allora si sarebbe conquistato nell’opinione popolare una forza tale contro la quale tutte le baionette si sarebbero spezzate… Quest’Assemblea, al contrario, stanca il popolo tedesco con discorsi tediosi, invece di trascinarlo al suo seguito o di esserne trascinata ». L’Assemblea nazionale avrebbe dovuto, secondo Marx, « eliminare dal regime che di fatto esiste in Germania tutto ciò che è contrario al principio della sovranità del popolo », e quindi « consolidare il terreno rivoluzionario sul quale essa poggia e salvaguardare, contro tutti gli attacchi, la sovranità del popolo conquistata dalla rivoluzione ».
I compiti che Marx assegnava nel 1848 al governo rivoluzionario o alla dittatura si riducevano quindi in sostanza innanzi tutto alla rivoluzione democratica: difesa contro la controrivoluzione ed eliminazione effettiva di tutto ciò che è contrario alla sovranità del popolo. Questo e null’altro è la dittatura democratica rivoluzionaria.
Proseguiamo. Quali erano le classi che, secondo Marx, potevano e dovevano adempiere questo compito (applicare fino in fondo il principio della sovranità del popolo e respingere gli attacchi della controrivoluzione)? Marx parla del « popolo ». Ma noi sappiamo che egli combatte sempre implacabilmente contro le illusioni piccolo-borghesi sull’unità del « popolo », sull’assenza della lotta in seno al popolo. Dicendo « popolo » Marx non velava con questo termine la distinzione fra le classi, ma comprendeva in questa nozione determinati elementi, capaci di condurre a termine la rivoluzione.
Dopo la vittoria del proletariato berlinese del 18 marzo — scriveva la Nuova gazzetta renana — i risultati della rivoluzione si sono rivelati duplici: « Da una parte, l’armamento del popolo, la libertà di associazione, la sovranità del popolo effettivamente conquistata; dall’altra, il mantenimento della monarchia e il ministero Camphausen-Hansemann, un governo cioè di rappresentanti della grande borghesia. La rivoluzione ha avuto così risultati di due tipi, che dovevano inevitabilmente addivenire a una rottura. Il popolo ha vinto; esso ha conquistato libertà di carattere decisamente democratico, ma il dominio effettivo non è passato nelle sue mani, ma nelle mani della grande borghesia. Insomma, la rivoluzione non è stata condotta a termine. Il popolo ha lasciato ai rappresentanti della grande borghesia il compito di formare il ministero, e questi rappresentanti della grande borghesia hanno subito rivelato i loro intenti, proponendo un’alleanza alla vecchia nobiltà prussiana e alla burocrazia. Arnim, Kanitz e Schwerin sono entrati nel ministero.
«Per paura del popolo, vale a dire del proletariato e della borghesia democratica, la grande borghesia, sin dall’inizio antirivoluzionaria, ha concluso con la reazione un’alleanza difensiva e offensiva» (il corsivo è nostro).
Così, non soltanto la « decisione di organizzare l’Assemblea costituente » non è ancora sufficiente per la vittoria decisiva della rivoluzione, ma non lo è neppure la sua convocazione effettiva! Anche dopo una vittoria parziale nella lotta armata (vittoria degli operai berlinesi sulle truppe, 18 marzo 1818) è possibile una rivoluzione « incompleta », « non portata a termine ». Da che cosa dipende dunque la possibilità di portare a termine la rivoluzione? Da questo: in quali mani passa il dominio effettivo, in quelle dei Petrunkevic e dei Rodicev, no, scusate, dei Camphausen e degli Hansemann, oppure nelle mani del popolo, cioè degli operai e della borghesia democratica. Nel primo caso la borghesia avrà il potere e il proletariato la « libertà di critica », la libertà di « rimanere il partito di estrema opposizione rivoluzionaria ». Subito dopo la vittoria, la borghesia concluderà un’alleanza con la reazione (ciò che avverrebbe inevitabilmente anche in Russia se, ad esempio, gli operai pietroburghesi riportassero solo una vittoria parziale nella battaglia di strada contro le truppe e lasciassero ai signori Petrunkevic e soci il compito di formare il governo). Nel secondo caso, la dittatura democratica rivoluzionaria, cioè la vittoria completa della rivoluzione, sarebbe possibile.
Non ci resta che determinare con maggiore precisione ciò che Marx intendeva propriamente per « borghesia democratica.» (demokratische Búrgerschaft), che egli chiamava, insieme con gli operai, «popolo », contrapponendola alla grande borghesia.
Il seguente brano dell’articolo della Nuova gazzetta renana del 29 luglio 1848 dà una chiara risposta a questa domanda: « … La rivoluzione tedesca del 1848 non è che una parodia della Rivoluzione francese del 1789.
« Il 4 agosto 1789, tre settimane dopo la presa della Bastiglia, il popolo francese in una sola giornata ebbe ragione di tutti gli obblighi feudali.
« L’11 luglio del 1848, quattro mesi dopo le barricate del marzo, gli obblighi feudali hanno avuto ragione del popolo tedesco. Teste Gierke cum Hansemann * – * « Testimoni: signori Gierke e Hansemann ». Hansemann rappresentava nel ministero il partito della grande borghesia (in russo: Trubetskoi o Rodicev, ecc.). Gierke, ministro dell’agricoltura nel gabinetto di Hansemann, aveva elaborato il progetto « ardito dell’abolizione degli obblighi feudali », per così dire « senza indennizzo ». In realtà il progetto prevedeva unicamente l’abolizione degli obblighi piccoli e insignificanti e il mantenimento degli obblighi più importanti o l’indennizzo. Il signor Gierke era un qualcosa del genere dei signori Kablukov, Manuilov, Herzenstein e di tutti gli altri amici liberali borghesi del mugik i quali desiderano l’« espansione della proprietà terriera contadina », ma non vogliono ledere gli interessi dei grandi proprietari fondiari -.
.
«La borghesia francese del 1789 non abbandonò nemmeno per un istante i suoi alleati, i contadini. Essa sapeva che la base del suo dominio era l’abolizione del feudalesimo nei villaggi e il sorgere di una classe libera di contadini proprietari (grundbesitzenden).
«La borghesia tedesca del 1848 tradisce senza alcuno scrupolo i contadini, i suoi alleati più naturali, che sono carne della sua carne e senza i quali è impotente di fronte alla nobiltà.
« Il mantenimento dei diritti feudali, la loro consacrazione sotto l’apparenza (illusoria) di un riscatto: tale è il risultato della rivoluzione tedesca del 1848. La montagna ha partorito un topo! ».
Brano molto istruttivo, che ci fornisce quattro tesi importanti: 1) la rivoluzione tedesca incompiuta differisce dalla rivoluzione francese portata a termine per il fatto che la borghesia tradì non solamente la democrazia in generale, ma anche i contadini in particolare. 2) L’attuazione completa di una rivoluzione democratica ha per base la creazione di una libera classe contadina. 3) Creare questa classe significa abolire gli obblighi feudali, distruggere il feudalesimo; ma ciò non è ancora affatto la rivoluzione socialista. 4) I contadini sono gli alleati « più naturali » della borghesia, e appunto della borghesia democratica, la quale, senza di essi, è «impotente» di fronte alla reazione.
Tutte queste tesi, quando siano adattate alle nostre particolarità nazionali concrete, quando si sostituisca alla parola feudalesimo il termine servitù della gleba, possono essere applicate per intero alla Russia del 1905. Non v’è dubbio che gli insegnamenti tratti dall’esperienza tedesca, illustrata da Marx, non possono condurci a nessun’altra parola d’ordine di vittoria decisiva della rivoluzione che non sia quella di dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Non v’è dubbio che le principali parti integranti del « popolo », che Marx contrapponeva nel 1848 alla reazione che resisteva e alla borghesia traditrice, sono il proletariato e i contadini. Non vi è dubbio che anche da noi, in Russia, la borghesia liberale e i signori osvobozdentsv tradiscono e tradiranno i contadini, cercheranno cioè di cavarsela con una pseudoriforma, si schiereranno dalla parte dei grandi proprietari fondiari nella lotta decisiva tra questi ultimi e i contadini. Solo il proletariato è capace di sostenere fino all’ultimo i contadini in questa lotta. Non vi è alcun dubbio, infine, che anche da noi, in Russia, il successo della lotta contadina, il passaggio cioè di tutta la terra ai contadini — essendo l’appoggio sociale della rivoluzione condotta a termine — significherebbe una rivoluzione democratica completa, ma niente affatto una rivoluzione socialista, né la « socializzazione » di cui parlano gli ideologi della piccola borghesia, i socialisti-rivoluzionari. Il successo dell’insurrezione contadina, la vittoria della rivoluzione democratica sbarazzeranno semplicemente il cammino per la lotta vera e decisiva per il socialismo sul terreno della repubblica democratica. I contadini, come classe di proprietari fondiari, avranno in questa lotta la stessa funzione di tradimento e di incostanza che la borghesia ha oggi nella lotta per la democrazia. Dimenticarlo vuol dire dimenticare il socialismo, ingannare se stessi e gli altri sui veri interessi e sui compiti del proletariato.
Perché non vi siano lacune nell’esposizione delle concezioni di Marx nel 1848, è necessario rilevare una differenza essenziale esistente fra la socialdemocrazia tedesca di quell’epoca (o partito comunista del proletariato, per parlare il linguaggio allora in uso) e la socialdemocrazia russa odierna. Diamo la parola a Mehring:
« La Nuova gazzetta renana entrò nell’arena politica come ” organo della democrazia “. E’ impossibile non vedere l’idea che passa come un filo rosso per tutti i suoi articoli. Ma, direttamente, essa difendeva più gli interessi della rivoluzione borghese contro l’assolutismo e il feudalesimo che non gli interessi del proletariato contro quelli della borghesia. Sulle sue colonne troverete pochi articoli sul movimento specificamente operaio durante la rivoluzione, benché non si debba dimenticare che a fianco della Nuova gazzetta renana usciva due volte la settimana, sotto la direzione di Moll e di Schapper, un giornale dell’Associazione operaia di Coloni34. In ogni caso, quello che salta agli occhi a un lettore contemporaneo è lo scarso interesse della Nuova gazzetta renana per il movimento operaio tedesco dell’epoca, benché il militante più capace di questo movimento, Stephan Born, fosse stato allievo di Marx e di Engels a Parigi e a Bruxelles: nel 1848 egli era corrispondente del loro giornale a Berlino. Born racconta nelle sue Memorie che né Marx, né Engels mai gli rivolsero una parola di disapprovazione per la sua agitazione operaia. Ma dichiarazioni posteriori di Engels permettono di supporre che essi fossero malcontenti almeno dei metodi di questa agitazione. Il loro malcontento era fondato, in quanto Born era costretto a fare molte concessioni alla coscienza classista del proletariato, ancora molto arretrata nella maggior parte della Germania, concessioni che, dal punto di vista del Manifesto del partito comunista, non reggevano alla critica. Ed era infondato in quanto Born riusciva tuttavia a mantenere a un livello relativamente elevato l’agitazione che dirigeva… Non vi è dubbio che Marx e Engels avessero politicamente e storicamente ragione quando ritenevano che l’interesse fondamentale della classe operaia esigeva anzitutto che si stimolasse il più possibile la rivoluzione borghese… Nondimeno abbiamo una prova meravigliosa del modo in cui l’istinto elementare del movimento operaio sa correggere le concezioni dei più grandi pensatori nel fatto che nell’aprile 1849 essi si pronunziarono per una organizzazione specificamente operaia, e decisero di partecipare al congresso operaio, organizzato soprattutto dal proletariato dell’Est-Elba (Prussia orientale) ».
Così, soltanto nell’aprile 1849, quasi un anno dopo l’inizio della pubblicazione del giornale rivoluzionario (la Nuova gazzetta renana cominciò le sue pubblicazioni il 1° giugno 1848), Marx e Engels si pronunziarono per una organizzazione operaia distinta! Sino a quel momento si erano limitati a dirigere un « organo della democrazia », che non aveva nessun legame organizzativo con il partito operaio indipendente. Questo fatto, mostruoso e inconcepibile secondo il nostro attuale modo di vedere, ci dimostra all’evidenza la grandissima differenza esistente tra il partito tedesco di quell’epoca e il Partito operaio socialdemocratico russo dei nostri giorni. Questo fatto ci dimostra come le caratteristiche proletarie del movimento, la corrente proletaria, si facessero sentire molto più debolmente nella rivoluzione democratica tedesca (a causa dell’arretratezza della Germania nel 1848, sul piano economico e quello politico: spezzettamento dello Stato). Non bisogna dimenticarlo valutando le numerose dichiarazioni fatte da Marx in quell’epoca, e un po’ più tardi, sulla necessità di un’organizzazione indipendente per il partito del proletariato. Perché Marx potesse giungere a una simile conclusione pratica fu necessario un anno di esperienza della rivoluzione democratica, talmente l’atmosfera della Germania in quell’epoca era filistea e piccolo-borghese. Per noi questa conclusione è ormai una salda conquista, già vecchia di mezzo secolo di esperienza della socialdemocrazia internazionale. Conquista dalla quale cominciammo l’organizzazione del Partito operaio socialdemocratico russo. Così, ad esempio, da noi sarebbe cosa inconcepibile l’esistenza di giornali rivoluzionari del proletariato staccati dal partito socialdemocratico del proletariato e che potessero agire anche solo per un istante semplicemente come « organi della democrazia ».
Ma la contraddizione, che cominciava appena a delinearsi tra Marx e Stephan Born, da noi esiste in forma tanto più accentuata quanto più possente diviene la corrente proletaria nel torrente democratico della nostra rivoluzione. Nel parlare del probabile malcontento che l’agitazione di Stephan Born doveva suscitare in Marx ed Engels, Mehring si esprime in termini troppo anodini ed evasivi. Ecco ciò che Engels scriveva nei riguardi di Born nel 1885 (nella prefazione a Enthùllungen ùber den Kommunistenprozess zu Kóln, Zurigo, 1885).
I membri della Lega dei comunisti 35 erano dappertutto alla testa del movimento democratico piú avanzato, dimostrando in questo modo che la Lega era un’eccellente scuola d’azione rivoluzionaria. « A Berlino il compositore tipografo Stephan Born, che era stato membro attivo della Lega a Bruxelles e a Parigi, fondò una Fratellanza operaia [Arbeiterverbriiderung] che ebbe una discreta diffusione ed esistette sino al 1850. Born, giovane di molto talento, ma che aveva un po’ troppa fretta di diventare un astro politico, ” fraternizzava ” con gli elementi più disparati [Kreti und Plethi] pur di raccogliere gente attorno a sé, e non era per niente l’uomo che potesse portare l’unità nelle opposte tendenze, la luce nel caos. Perciò nelle pubblicazioni ufficiali della sua associazione le vedute propagate nel Manifesto comunista si intrecciano e si confondono con reminiscenze e aspirazioni corporative, avanzi di Louis Blanc e di Proudhon, idee protezionistiche, ecc.; in breve, egli voleva essere tutto per tutti [Allen alles sein]. Specialmente ci si occupò di organizzare scioperi, associazioni di mestiere, cooperative di produzione, dimenticando che si trattava anzitutto di conquistarsi con vittorie politiche il terreno sul quale soltanto cose simili potevano avere una esistenza durevole [il corsivo è nostro]. Quando poi le vittorie della reazione fecero sentire ai dirigenti della Fratellanza la necessità di entrare in modo diretto nella lotta rivoluzionaria, essi vennero naturalmente lasciati in asso dalla massa disorientata che avevano raccolto attorno a sé. Born partecipò all’insurrezione di Dresda nel maggio 1849 e ne scampò felicemente. Ma la Fratellanza operaia di fronte al grande movimento politico del proletariato aveva mantenuto la posizione di una società a parte, la quale aveva per lo più un’esistenza fittizia e una funzione tanto subordinata che la reazione trovò necessario sopprimerla solo nel 1850 e sopprimere le sue successive incarnazioni solo molti anni dopo. Born, il cui vero nome è Buttermilch [latte quagliato * – * nel tradurre Engels, commisi a questo proposito un errore nella prima edizione, avendo preso la parola Buttermilch per un nome comune. Quest’errore procurò naturalmente immenso piacere ai menscevichi. Koltsov scrisse che « avevo approfondito Engels » (riprodotto nella raccolta In due anni). Plekhanov ricorda ancor oggi questo errore nel Tovaristc. In una parola, si è trovato un modo eccellente per passare sotto silenzio la questione delle due tendenze nel movimento operaio del 1848 in Germania: la tendenza di Born (apparentata ai nostri economisti) e la tendenza marxista. E’ più che naturale che si sfrutti l’errore di un contraddittore anche quando si tratta unicamente del cognome di Born. Ma eludere l’essenza della questione delle due tattiche mediante correzioni a una versione significa capitolare di fronte alla sostanza dei dissenso [Nota dell’autore all’edizione del 1907]. – ], non diventò un astro della politica, ma un piccolo professore svizzero, che non traduce più Marx in linguaggio corporativo, ma il mite Renan nel suo proprio tedesco dolciastro » 36.
Ecco come Engels valutava le due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica!
I nostri neoiskristi pencolano anch’essi verso l’« economismo » con uno zelo così eccezionale che si meritano gli elogi della borghesia monarchica per « la lucidità di mente » in loro sopravvenuta. Raccolgono anch’essi attorno a sé gli elementi più disparati, adulano gli « economisti », attirano demagogicamente la massa arretrata con le parole d’ordine della« attività indipendente », della « demagogia », della« autonomia », ecc. ecc. Spesso le loro associazioni operaie esistono anch’esse unicamente sulle pagine della nuova Iskra alla Khlestakov 37. Le loro parole d’ordine e le loro risoluzioni rivelano la stessa incomprensione dei compiti « del grande movimento politico del proletariato ».

NOTE

1 Le Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica furono scritte a Ginevra e pubblicate alla fine del luglio 1905 nella stessa città a cura del Comitato centrale del POSDR. Nello stesso anno ne uscirono due altre edizioni per una tiratura complessiva di 10.000 copie: una del CC del POSDR e l’altra del comitato di Pietroburgo.
Il libro venne diffuso clandestinamente in tutto il paese. Il 19 febbraio 1907 la commissione pietroburghese per la stampa ne ordinò il sequestro e, il 22 dicembre, il tribunale ne ordinò la distruzione.
Nello stesso 1907 Lenin incluse lo scritto nella raccolta In dodici anni, corredandolo di nuove note.
2 Cfr., nel presente volume, pp. 132-141.
3 La Commissione di Bulyghin, costituita nel febbraio 1905 con decreto dello zar e presieduta da Bulyghin, ministro degli interni, elaborò il progetto di legge per l’istituzione di una Duma consultiva e il regolamento per la sua elezione, che furono pubblicati insieme col manifesto dello zar del 19 agosto dello stesso anno. I bolscevichi proclamarono il boicottaggio attivo alla Duma di Bulyghin, e il governo non riuscì a convocarla perché fu spazzata via dall’ondata rivoluzionaria.
4 Partito democratico costituzionale (cadetti): il più importante partito borghese in Russia, costituitosi formalmente nell’ottobre 1905. Nacque dalla fusione dell’« Unione per la liberazione » e dell’« Unione degli zemtsy costituzionalisti ». L’« Unione per la liberazione » era un’organizzazione politica clandestina, fondata a Pietroburgo nel gennaio 1904. Ne fu presidente il grande proprietario fondiario Petrunkevic. Raggruppava gli intellettuali liberali borghesi che fin dal 1902 si erano raccolti attorno al giornale Osvobozdenie, pubblicato all’estero, e alcuni rappresentanti della « sinistra » del movimento degli zemtsy.
5 Cfr. La lotta rivoluzionaria e la mediazione dei liberali e I compiti democratici del proletariato rivoluzionario, nel v. 8 della presente edizione.
6 Cfr., nel presente volume, pp. 26, 31, 69, 72, 73.
7 Si tratta della piattaforma « costituzionale » di uno dei capi del movimento liberale della fine del secolo scorso e dell’inizio del novecento, D. N. Scipov, che propugnava il mantenimento del potere autocratico, limitato però da una Costituzione elargita dallo zar.
8 Cfr. Tesi su Feuerbach in appendice a: Friedrich Engels, Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, Roma, Edizioni Rinascita, 1947, p. 80.
9 L’uomo nell’astuccio è il protagonista del racconto omonimo di Cekhov.
10 Last but not least: ultimo ma non meno importante.
11 Cfr. « Rivoluzionari» in guanti bianchi nel v. 8 della presente edizione.
12 La risoluzione di Starover sull’atteggiamento verso i liberali era stata approvata al II Congresso del POSDR. Lenin critica la risoluzione anche nell’articolo Democrazia operaia e democrazia borghese (cfr. il v. 8 della presente edizione).
13 Il Congresso di Breslavia del Partito socialdemocratico della Germania ebbe luogo nel 1895.
14 Lenin criticò aspramente la posizione di Nadezdin fin dal 1902, nel Che fare? (cfr., nella presente edizione, v. 5, pp. 319-489).
15 Cfr. il v. 8 della presente edizione.
16 Lenin si richiama qui agli articoli: La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio e La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini (cfr. il v. 8 della presente edizione).
17 Nel 1874 un gruppo di emigrati blanquisti, ex membri della Comune di Parigi, pubblicò a Londra il programma deriso da Engels (cfr. Zwei Flúgskundgebungen in Engels, Internationales aus dem « Volksstaat », Berlin, Dietz, 1957, S. 39-56).
18 Il programma di Erfurt fu approvato dal Congresso di Erfurt tenutosi nell’ottobre 1891.
19 Nella prima edizione delle Due tattiche questa nota di Lenin, scritta nel luglio 1905, venne omessa. Fu pubblicata per la prima volta nel 1926, nella Miscellanea di Lenin, V.
20 Cfr. Lettera di Engels a Turati, 26 gennaio 1894, in appendice a: Lenin, Sul movimento operaio italiano, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, pp. 195-197.
21 Cfr. La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio nel v. 8 della presente edizione.
22 Cfr. il v. 8 della presente edizione.
23 Cfr. Il governo rivoluzionario provvisorio nel v. 8 della presente edizione e I bakunisti al lavoro. Appunti sull’insurrezione spagnuola dell’estate 1873, in: Karl Marx-Friedrich Engels, Contro l’anarchismo, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 17-42.
24 « Credo »: nome dato al manifesto pubblicato da un gruppo di « economisti » (Prokopovic, la Kuskova e altri, divenuti in seguito cadetti). Lenin denunciò la posizione del gruppo nello scritto Protesta dei socialdemocratici russi (cfr., nella presente edizione, v. 4, pp. 167-181).
25 Cfr. Critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in Karl Mark, Scritti politici giovanili. Torino, Einaudi, 1950 p. 404.
26 Louis Eugène Varlin (1839-1871), operaio francese, membro della I Internazionale; fece parte del Comitato centrale della guardia nazionale e della Comune di Parigi; venne assassinato dai versagliesi.
27 Lenin criticò a fondo lo « statuto organizzativo » approvato dalla conferenza menscevica del 1905 nell’articolo Un terzo passo indietro (cfr. il v. 8 della presente edizione) e nella Prefazione all’opuscolo « Gli operai e la scissione del partito » (cfr., nel presente volume, pp. 148-153).
28 Cfr. Le lotte di classe in Francia, in Karl Marx-Friedrich Engels, Il 1848 in Germania e in Francia, Roma, Edizioni Rinascita, 1948, p. 223.
29 Hirsch-Dunker: liberali borghesi tedeschi che nel 1868 fondarono in Germania dei sindacati. Essi erano fautori, come l’economista borghese Brentano, dell’«armonia degli interessi di classe » e cercavano di distogliere gli operai dalla rivoluzione e dalla lotta di classe contro la borghesia, di circoscrivere il movimento sindacale alle casse di mutuo soccorso e alle organizzazioni culturali-educative.
30 L’articolo I bakunisti al lavoro. Appunti sull’insurrezione spagnuola dell’estate 1873 fu tradotto in russo. Lenin ne fece la revisione, e lo scritto venne pubblicato in opuscolo nel 1905 a Ginevra dalle edizioni del CC del POSDR e nel 1906 a Pietroburgo (per la traduzione italiana cfr. I bakunisti al lavoro, cit.).
L’Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, scritto da Marx e da Engels nel marzo 1850, fu pubblicato in russo a Pietroburgo nel 1906 in appendice all’opuscolo: Karl Marx, Il processo dei comunisti a Colonia (per la traduzione italiana cfr. Karl Marx-Friedrich Engels, Il Partito e l’Internazionale, Roma, Edizioni Rinascita, 1848, pp. 87-98).
31 Cfr., nella presente edizione, v. 5, pp. 23-67.
32 Il lungo brano che segue, fino al capoverso che comincia con le parole: « Abbiamo dimostrato… », era stato omesso nella prima edizione delle Due tattiche. Venne pubblicato per la prima volta nella Pravda, n. 112, 22 aprile 1940.
33 Cfr. Il Partito e l’Internazionale, cit., p. 162.
34 Il titolo del giornale era Zeitung des Arbeiter-Vereins zu Kóln.
35 Lega dei comunisti: prima organizzazione internazionale del proletariato rivoluzionario, fondata nell’estate del 1874 a Londra al congresso dei delegati delle organizzazioni proletarie internazionali. Ne furono dirigenti e organizzatori Marx e Engels, che scrissero, per incarico della Lega, il Manifesto del partito comunista (cfr. Roma. Edizioni Rinascita, 1953). La Lega esistette sino al 1852 e i suoi dirigenti svolsero in seguito una funzione importante nella I Internazionale. Cfr. Per la storia della Lega dei comunisti in Il Partito e l’Internazionale, cit., pp. 11-31.
36 Ivi, pp. 25-26.
37 Khlestakov, personaggio della commedia di Gogol, Il revisore, tipo di spaccone e mentitore irrefrenabile.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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