CONTRO LA VOLGARIZZAZIONE DELLA PAROLA D’ORDINE DELL’AUTOCRITICA-11° volume delle opere complete di G.Stalin . Edizioni Nuova Unità .J. V. Stalin -AGAINST VULGARISING THE SLOGAN OF SELF-CRITICISM

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CONTRO LA VOLGARIZZAZIONE DELLA PAROLA D’ORDINE DELL’AUTOCRITICA

La parola d’ordine dell’autocritica non deve essere considerata qualcosa di transitorio e fugace. L’autocritica è un metodo particolare, un metodo bolscevico per l’educazione dei quadri di Partito nonché della classe operaia in generale, nello spirito dello sviluppo rivoluzionario. Già Marx parlò dell’autocritica come di un metodo per il rafforzamento della rivoluzione proletaria (29). Per quanto riguarda l’autocritica nel nostro Partito, l’inizio dell’autocritica risale al sorgere del bolscevismo nel nostro paese, risale ai primi giorni della sua formazione come corrente rivoluzionaria particolare all’interno del movimento operaio.
Com’è noto, Leniti, già nella primavera del 1904, quando i bolscevichi non formavano ancora un Partito politico autonomo, ma lavoravano assieme ai menscevichi all’interno di un unico partito socialdemocratico, com’è noto, già allora Lenin ha chiamato il Partito all’ «autocritica e allo smascheramento spietato dei propri difetti». Lenin scrisse allora nel suo opuscolo
Un passo avanti e due indietro:

«Essi (cioè gli avversari dei marxisti. G. St.) si agitami e manifestano una gioia maligna quando osservano le nostre discussioni; essi tenteranno certamente di servirsi, pei loro fini, di passi staccati dell’opuscolo dove tratto delle deficienze e delle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da questi colpi di spillo, per continuare, malgrado ciò, il loro lavoro di autocritica e smascheramento spietate dei propri difetti (*), che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio. Si provino invece i signori avversari a presentarci il quadro della reale situazione esistente nei loro “partiti” un quadro che si avvicini anche solo di lontano a quello offerto dagli atti del secondo congresso!» (Opere scelte, p. 230) (30).
Perciò hanno del tutto torto i compagni i quali credono che l’autocritica sia un fenomeno transitorio, una moda che verrà in breve superata, com’è di solito superata una qualsiasi moda. In realtà, l’autocritica è un’arma del bagaglio del bolscevismo, da tener continuamente presente e che agisce continuamente; essa è inseparabilmente legata con l’intera natura del bolscevismo, con il suo spirito rivoluzionario.
Talvolta si afferma, che l’autocritica sarebbe una buona cosa per un partito, che non è ancora giunto al potere e che non ha « niente da perdere», mentre l’autocritica sarebbe invece pericolosa e dannosa per un partito che è già giunto al potere, che è circondato da forze nemiche e contro cui i nemici potrebbero utilizzare la rivelazione delle sue debolezze. Ciò è falso. Ciò è assolutamente falso! Al contrario, proprio perché il bolscevismo è giunto al potere, proprio perché i bolscevichi potrebbero diventare superbi, a causa dei successi della nostra edificazione, proprio perché i bolscevichi potrebbero perdere di vista le proprie debolezze e facilitare così la causa dei loro nemici – proprio per questo l’autocritica è particolarmente necessaria adesso, dopo la conquista del potere.
Lo scopo dell’autocritica è di scoprire e eliminare i nostri difetti, le nostre debolezze: non è chiaro allora che l’autocritica, nelle condizioni della dittatura del proletariato, può solo facilitare la lotta del bolscevismo contro i nemici della classe operaia? Lenin prese in considerazione questa particolarità della situazione dopo la conquista del potere da parte dei bolscevichi, allorché egli, nel suo scritto L’estremismo malattia infantile del comunismo, nell’aprile-maggio 1920, affermava:

«l’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e più sicuri per giudicare se un partito è serio. se adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore (*), scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama adempiere il proprio dovere, educare e istruire la classe e quindi le masse» (4 ed., vol. 31, p. 39, russo).

Lenin aveva mille volte ragione, quando diceva all’XI Congresso nel marzo 1922:

«Il proletariato non ha paura di ammettere che nella rivoluzione gli è riuscito magnificamente questo o quello, mentre questo o quell’altro è fallito Tutti i partiti rivoluzionari che sono periti fino ad oggi, sono periti perché cadevano nella presunzione, non sapevano vedere in che cosa consistesse la loro forza e perché avevano paura di parlare delle loro debolezze (*). Ma noi non periremo perché non abbiamo paura di parlare delle nostre debolezze. perché impareremo a superarle» (4 ed.. vol. 33, p. 278, russo).

Da ciò deriva fina sola conclusione: senza autocritica, non c’è vera educazione del Partito, della classe, delle masse; senza vera educazione del Partito, della classe, delle masse – niente bolscevismo.
Perché la parola d’ordine dell’autocritica ha acquistato un significato particolarmente attuale proprio adesso, proprio in questo momento storico, proprio nell’anno 1928?
Perché l’acutizzazione dei rapporti di classe, sia all’interno che all’esterno, balza agli occhi più evidente che non uno o due anni fa.
Perché il lavoro sotterraneo dei nemici di classe del potere sovietico, che utilizzano le nostre debolezze e i nostri errori contro la classe operaia del nostro paese appaiono ora più evidenti che non uno o due anni fa.
Perché gli insegnamenti dell’affare Schachty e delle «manovre per il rifornimento di grano» degli elementi capitalistici delle campagne, più i nostri errori nella pianificazione, non possono e non devono trascorrere senza lasciare tracce in noi.
Se vogliamo rafforzare la rivoluzione e affrontare armati i nostri nemici, allora dobbiamo ai più presto liberarci dei nostri errori e delle nostre debolezze, che sono stati scoperti mediante l’affare Schachty e le difficoltà in occasione del rifornimento di grano.
Se non vogliamo essere travolti da «sorprese» e «casi» di ogni genere, facendo la gioia dei nemici della classe operaia, allora dobbiamo scoprire al più presto le nostre debolezze e i nostri errori non ancora sto. perii, ma certo presenti.
Esitare dinanzi a ciò significherebbe facilitare il lavoro dei nostri nemici, aggravare le nostre debolezze c i nostri errori. Ma è impossibile assolvere a tutti questi compiti senza dispiegare l’autocritica, senza rafforzare l’autocritica, senza coinvolgere a milioni le masse della classe operaia e dei contadini nello scoprimento e eliminazione delle nostre debolezze e dei nostri difetti.
La sessione plenaria d’aprile del CC c della CCC aveva perciò pienamente ragione quando nella sua risoluzione sull’affare Schachty dichiarava:

«La condizione principale per garantire l’efficace esecuzione di tutte le misure previste dev’essere l’effettiva realizzazione della parola d’ordine del XV Congresso sull’autocritica» (*) (31).

Ma per poter dispiegare l’autocritica, dev’essere superata in primo luogo tutt’una serie di ostacoli, che sbarrano la strada al Partito. Di ciò fanno parte l’arretratezza culturale delle masse, la mancanza di forze culturali nell’avanguardia proletaria, la nostra pigrizia, la nostra «arroganza comunista» ecc. Ma uno degli ostacoli peggiori, se non il peggiore di tutti, è il burocratismo dei nostri apparati. Si tratta del fatto, che all’interno delle nostre organizzazioni di Partito, dello Stato, del sindacato, delle cooperative, e di ogni genere, sono presenti elementi burocratici. Si tratta di elementi burocratici, che vivono delle nostre debolezze e dei nostri errori, che temono come il fuoco la critica delle masse, il controllo delle masse, e che ci impediscono di sviluppare l’autocritica, ci impediscono di liberarci dalle nostre debolezze e dai nostri errori. Il burocratismo nelle nostre organizzazioni non è semplicemente da considerare come il tran tran e la routine degli uffici. Il burocratismo è un’espressione dell’influenza borghese sulle nostre organizzazioni. Lenin aveva ragione quando diceva:

« …è necessario che noi comprendiamo che la lotta contro il burocratismo è una lotta assolutamente necessaria e che è tanto complicata quanto è complicata la lotta contro gli elementi piccoli-borghesi. Nel nostro ordinamento statale, il burocraticismo è diventato talmente il punto critico, che se ne Paria nel nostro programma di partito, per il fatto che esso è in connessione con l’elemento piccolo borghese e con la sta dispersione» (*) (4 ed., vol. 32, p. 167, russo).

Con tanta maggiore insistenza bisogna condurre la lotta contro il burocratismo delle nostre organizzazioni, se vogliamo veramente svilupare l’autocritica e liberarci dalle imperfezioni della nostra edificazione.
Con insistenza tanto maggiore dobbiamo mobilitare a milioni le masse degli operai c dei contadini per la critica dal basso, per il controllo dal basso. che sono il più importante rimedio contro il burocratismo.
Lenin aveva ragione, quando diceva:

« “Se dobbiamo condurre la lotta contro il burocraticismo, dobbiamo coinvolgere le larghe masse” … e infatti, “si può eliminare forse il burocraticismo in un altro modo se non coinvolgendo gli opera e i contadini?” » (*) (4 ed.. vol. 31, p. 398, russo).

Per «coinvolgere» le masse a milioni, però, bisogna sviluppare la democrazia proletaria in tutte le organizzazioni di massa della classe operaia e soprattutto nel Partito stesso. Senza questa condizione, l’autocritica è una nullità, un niente, una frase.
Non abbiamo bisogno di un’autocritica qualsiasi. Abbiamo bisogno di un’autocritica, che innalzi il livello culturale della classe operaia, sviluppi il suo spirito di lotta, consolidi la sua fiducia nella vittoria, accresca le sue forze e che la aiuti a diventare il vero padrone del paese.
Alcuni credono che, una volta che ci sia l’autocritica, non ci sarebbe più bisogno di disciplina del lavoro, si potrebbe abbandonare il lavoro e occuparsi di chiacchiere su cose di ogni genere. Ciò non sarebbe autocritica, ma sarebbe una beffa nei confronti della classe operaia. L’autocritica è necessaria, non per distruggere la disciplina del lavoro, ma per consolidarla, per farla diventare una disciplina del lavoro cosciente che riesca a resistere alla sciatteria piccolo-borghese.
Altri credono che, una volta che ci sia l’autocritica, non ci sarebbe più bisogno di una direzione, si potrebbe abbandonare il timone e lasciar tutto al « orso naturale delle cose». Ciò non sarebbe autocritica, ma una vergogna. L’autocritica è necessaria, non per indebolire la direzione, ma per rafforzarla, per trasformarla da una direzione sulla carta e poco autorevole in una direzione legata alla realtà e realmente autorevole.
C’è però, anche un «autocritica» di tipo diverso, un’«autocritica» che porta alla distruzione dello spirito di Partito, alla denigrazione del potere sovietico, all’indebolimento della nostra edificazione, alla disgregazione dei quadri dell’economia, al disarmo della classe operaia, a chiacchiere su una degenerazione. Proprio a un’ «autocritica» del genere ci ha invitato ieri l’opposizione trotskista. E’ superfluo dire, che il Partito non ha niente in comune con questa «autocritica». E’ superfluo dire che il Partito combatterà con tutte le forze, con tutti i mezzi un’ «autocritica» del genere.
Bisogna distinguere severamente fra questa «autocritica» a noi estranea, disgregatrice, antibolscevica, e la nostra, l’autocritica bolscevica, il cui scopo è coltivare lo spirito di Partito, consolidare il potere sovietico, migliorare la nostra edificazione, rafforzare i nostri quadri dell’economia. armare la classe operaia.
La campagna per il rafforzamento dell’autocritica è da noi iniziata solo da pochi mesi. Ci mancano ancora i dati necessari per poter fare il primo bilancio della campagna. Ma già adesso si può dire che la campagna comincia a dare buoni risultati.
E’ innegabile che l’ondata dell’autocritica comincia a crescere e ad allargarsi, include strati sempre più larghi della classe operaia e li coinvolge nell’edificazione socialista. Ne fanno testimonianza fatti come la ripresa dei consigli per la produzione e delle commissioni temporanee di controllo.
Certo, ci sona ancora tentativi di archiviare indicazioni fondate e verificate dei consigli per la produzione e delle commissioni temporanee di controllo. Bisogna combattere molto energicamente, contro questi tentativi che hanno lo scopo di togliere agli operai ogni voglia per l’autocritica. Ma non c’è motivo di dubitare che in futuro tentativi burocratici di questo tipo saranno spazzati via dall’ondata crescente dell’autocritica.
Non si può neppure contestare che i nostri quadri dell’economia, come conseguenza dell’autocritica, diventano più attenti, più vigilanti, cominciano ad affrontare con maggiore serietà le questioni della direzione dell’economia e che i nostri quadri di Partito, dei soviet, del sindacato e tutti gli altri possibili quadri diventano più vigili, reagiscono con maggiore sensibilità ai bisogni delle masse.
Certo, non si può credere che la democrazia all’interno del Partito e, in generale, la democrazia operaia nelle organizzazioni di massa della classe operaia sia già pienamente realizzata. Tuttavia non c’è motivo di dubitare che questa cosa verrà portata avanti con l’ulteriore sviluppo della campagna.
Neppure si può negare, che la nostra stampa. come risultato dell’autocritica, è diventata più viva e maggiormente legata alla realtà e che squadre dei nostri collaboratori della stampa come per es. le organizzazioni dei corrispondenti degli operai e contadini cominciano già a trasformarsi in una seria forra politica.
Certo, la nostra stampa si muove qua e la ancora alla superficie, non ha ancora imparato a passare da singole osservazioni critiche a una critica più approfondita e da una critica approfondita a una generalizzata, dei risultati della critica, alla dimostrazione delle conquiste che grazie alla critica sono state raggiunte nella nostra edificazione. Ma non si può dubitare che questo lavoro verrà portato avanti nel corso ulteriore della campagna.
E’ tuttavia necessario sottolineare accanto ai lati positivi della nostra campagna anche quelli negativi. Intendo le deformazioni della parola d’ordine dell’autocritica che si notano già adesso all’inizio della campagna e che suscitano il pericolo di una volgarizzazione della parola d’ordine dell’autocritica, se non vengono subito combattute.
l) E’ soprattutto necessario sottolineare che in una serie di organi di stampa si è fatta notare la tendenza a trasferire la tendenza a trasferire la campagna dal piano di una critica oggettiva dei limiti della nostra edificazione socialista al piano del clamore propagandistico contro gli eccessi nella vita personale. Può sembrare incredibile. Ma purtroppo è la verità.
Prendiamo ad es. il giornale «Wlastj Truda» (potere del lavoro), l’organo del comitato di distretto e del comitato esecutivo di distretto di Irkutsk (n. 128). Vi si trova un’intera pagina che rigurgita di «parole d’ordine» che reclamizzano: «Una vita sessuale sfrenata e borghese», «Un bicchierino tira l’altro». e La casetta privata e lo sguardo fisso sulla propria vacca », «banditi del letto matrimoniale», «Uno sparo, che non partì» ecc. ecc. Ci si chiede. cosa può aver in comune questo chiasso «critico» degno della «Birshowka» (32), con l’autocritica bolscevica, il cui scopo è di migliorare la nostra edificazione socialista? Può ben darsi che l’autore di questo clamore sia comunista. Può darsi che sia pieno di odio furibondo contro i «nemici di classe» del potere sovietico. Ma è fuori dubbio Me, in questo caso, si allontana dalla giusta via, che volgarizza la parola d’ordine dell’autocritica e parla un linguaggio che non è della nostra classe.
2) E’ necessario inoltre sottolineare che persino organi di stampa. a cui, m generale, non manca la capacità di criticare in modo giusto – che persino questi delle volte si lasciano trascinare in una critica per la critica, che trasformano la critica in uno sport. in sensazionalismo. Prendiamo ad es. la «Komsomoslkaja Pravda» . Sono noti a tutti i meriti della «Komsomoslkaja Pravda» per lo sviluppo dell’autocritica. Ma prendiamo gli ultimi numeri di questo giornale e esaminiamo la «critica» ai dirigenti del consiglio centrale dei sindacati dell’Unione Sovietica, che é composta da tutt’una serie di inammissibili caricature questo tema. Ci si chiede, chi ha bisogno di una tale «critica» c che risultati può produrre, se non il discredito della parola d’ordine dell’autocritica? A cosa serviva una «critica» simile, naturalmente se si hanno in mente gli interessi della nostra edificazione socialista e non invece una facile sensazione inscenata per far ridacchiare i piccolo-borghesi? L’autocritica esige naturalmente l’impiego di tutte le armi, fra cui anche la «cavalleria leggera». Ma ne segue forse che la cavalleria leggera dev’essere una cavalleria alla leggera?
3) Infine è necessario. sottolineare che in tutt’una serie di nostre organizzazioni. é presente una certa tendenza a trasformare l’autocritica in una campagna d’odio contro i nostri economisti, a sfruttarla per discreditare gli economisti agli occhi della classe operaia. E’ un fatto, che alcune organizzazioni nell’Ucraina e nella Russia centrale hanno inizialo una campagna di odio contro i nostri migliori economisti, la cui unica colpa consiste nel non essere immuni al cento per cento da errori. Come si potrebbero diversamente comprendere le decisioni di organizzazioni locali sulla destinazione di questi economisti, decisioni senza alcuna forza vincolante, ma che mirano evidentemente a screditare gli economisti? Come si potrebbe altrimenti comprendere che si criticano gli economisti, ma non gli si dà la possibilità di rispondere alla critica? Da quanto in qua. si la passare per autocritica un tribunale alla «Schemjaka» (**).
Naturalmente, non possiamo pretendere che la critica sia esatta al cento per cento. Se la critica viene dal basso. non dobbiamo lasciare inosservata neppure una critica esatta soltanto al 5-10 per cento. Questo è giusto. Ma ne segue forse, che dobbiamo pretendere dagli economisti che siano immuni da errori al cento per cento? Esistono veramente uomini che siano immuni al cento per cento da errori? E’così difficile capire che ci vogliono anni e anni per la formazione di quadri dell’economia, che dobbiamo trattare gli economisti in modo estremamente canto e avveduto? E’ così difficile capire che abbiamo bisogno dell’autocritica non per una campagna d’odio centro i quadri dell’economia, ma per il loro miglioramento e rafforzamento?
Criticate i difetti della nostra edificazione, ma non volgarizzate la parola d’ordine dell’autocritica e non trasformatela in uno strumento per esercizi di propaganda su temi come «banditi dal letto matrimoniale», e «un colpo che non puri» e altri ancora.
Criticate i difetti della nostra edificazione. Ma non discreditate la parola d’ordine dell’autocritica e non trasformatela in una cucina per la preparazione di facili sensazioni.
Criticate i difetti della nostra edificazione, ma non deformate la parola d’ordine dell’autocritica e non trasformatela in uno strumento di odio contro i nostri economisti e altri funzionati.
E la cosa fondamentale: Non sostituite la critica di massa dal basso con un fiume di parole «critiche» dall’alto, date la possibilità alle masse della classe operaia di sviluppare la loro attività e di manifestare la loto iniziativa creativa per l’eliminazione dei nostri difetti, per il miglioramento della nostra edificazione.
G Stalin

«Pravda» n.146
26 giugno 1928

NOTE

(*) Il corsivo è mio (G. St.).
(**) Schemjaka – Tribunale – secondo un vecchio racconto russo sul giudice ingiusto Schemjaka (N.d.T.)

J. V. Stalin AGAINST VULGARISING THE SLOGAN OF SELF-CRITICISM

Pravda, No. 146, June 26, 1928

From J. V. Stalin, Works Foreign Languages Publishing House,
Moscow, 1954,

Vol. 11, pp. 133-44.



The slogan of self-criticism must not be regarded as something temporary and transient. Self-criticism is a specific method, a Bolshevik method, of training the forces of the Party and of the working class generally in the spirit of revolutionary development. Marx himself spoke of self-criticism as a method of strengthening the proletarian revolution.[35] As to self-criticism in our Party, its beginnings date back to the first appearance of Bolshevism in our country, to its very inception as a specific revolutionary trend in the working-class movement.

    We know that as early as the spring of 1904, when Bolshevism was not yet an independent political party but worked together with the Mensheviks within a single Social-Democratic party — we know that Lenin was already calling upon the Party to undertake “self-criticism and ruthless exposure of its own shortcomings.” Here is what Lenin wrote in his pamphlet One Step Forward, Two Steps Back :

    “They (i.e., the opponents of the Marxists — J. St.) gloat and grimace over our controversies; and, of course, they will try to pick isolated passages from my pamphlet, which deals with the defects and shortcomings of our Party, and to use them for

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their own ends. The Russian Social-Democrats are already steeled enough in battle not to be perturbed by these pin-pricks and to continue, in spite of them, their work of self-criticism and ruthless exposure of their own shortcomings,[*] which will unquestionably and inevitably be overcome as the working-class movement grows. As for those gentlemen, our opponents, let them try to give us a picture of the true state of affairs in their own parties even remotely approximating that given by the minutes of our Second Congress!” (Vol. VI, p. 161.[36])

    Therefore, those comrades are absolutely wrong who think that self-criticism is a passing phenomenon, a fashion which is bound speedily to go out of existence as every fashion usually does. Actually, self-criticism is an indispensable and permanent weapon in the arsenal of Bolshevism, one that is intimately linked with the very nature of Bolshevism, with its revolutionary spirit.

    It is sometimes said that self-criticism is something that is good for a party which has not yet come to power and has “nothing to lose,” but that it is dangerous and harmful to a party which has already come to power, which is surrounded by hostile forces, and against which an exposure of its weaknesses may be exploited by its enemies.

    That is not true. It is quite untrue! On the contrary, just because Bolshevism has come to power, just because Bolsheviks may become conceited owing to the successes of our work of construction, just because Bolsheviks may fail to observe their weaknesses and thus make things easier for their enemies — for these very reasons self-criticism is particularly needed now, after the assumption of power.


          * My italics. —

J. St.

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    The purpose of self-criticism being to disclose and eliminate our errors and weaknesses, is it not clear that in the conditions of the dictatorship of the proletariat it can only facilitate Bolshevism’s fight against the enemies of the working class? Lenin took into account these specific features of the situation which had arisen after the Bolsheviks had seized power when, in April May 1920, he wrote in his pamphlet “Left-Wing” Communisman Infantile Disorder :

    “The attitude of a political party towards its own mistakes is one of the most important and surest ways of judging how serious the party is and how it in practice fulfils its obligations to wards its class and the toiling massesFrankly admitting a mistake,[*] ascertaining the reasons for it, analysing the circumstances which gave rise to it, and thoroughly discussing the means of correcting it — that is the earmark of a serious party; that is the way it should perform its duties, that is the way it should educate and train theclass, and then the masses ” (Vol. XXV, p. 200).

    Lenin was a thousand times right when he said at the Eleventh Party Congress in March 1922:

    “The proletariat is not afraid to admit that this or that thing has succeeded splendidly in its revolution, and this or that has not succeeded. All revolutionary parties which have hitherto perished, did so because they grew conceited, failed to see where their strength lay, and feared to speak of their weaknesses.* But we shall not perish, for we do not fear to speak of our weaknesses and shall learn to overcome them” (Vol. XXVII, pp. 260-61).

    There is only one conclusion: that without self-criticism there can be no proper education of the Party, the class, and the masses; and that without proper


          * My italics. —

J. St.

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education of the Party, the class, and the masses, there can bo no Bolshevism.

    Why has the slogan of self-criticism acquired special importance just now, at this particular moment of history, in 1928?

    Because the growing acuteness of class relations, both in the internal and external spheres, is more glaringly evident now than it was a year or two ago.

    Because the subversive activities of the class enemies of the Soviet Government, who are utilising our weaknesses, our errors, against the working class of our country, are more glaringly evident now than they were a year or two ago.

    Because we cannot and must not allow the lessons of the Shakhty affair and the “procurement manoeuvres” of the capitalist elements in the countryside, coupled with our mistakes in planning, to go unheeded.

    If we want to strengthen the revolution and meet our enemies fully prepared, we must rid ourselves as quickly as possible of our errors and weaknesses, as disclosed by the Shakhty affair and the grain procurement difficulties.

    If we do not want to be caught unawares by all sorts of “surprises” and “accidents,” to the joy of the enemies of the working class, we must disclose as quickly as possible those weaknesses and errors of ours which have not yet been disclosed, but which undoubtedly exist.

    If we are tardy in this, we shall be facilitating the work of our enemies and aggravating our weaknesses and errors. But all this will be impossible if self-crit-

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icism is not developed and stimulated, if the vast masses of the working class and peasantry are not drawn into the work of bringing to light and eliminating our weaknesses and errors.

    The April plenum of the C.C. and C.C.C. was therefore quite right when it said in its resolution on the Shakhty affair:

    “The chief condition for the successful accomplishment of all the indicated measures is the effective implementation of the slogan of self-criticism issued by the Fifteenth Congress.”[37]

    But in order to develop self-criticism, we must first overcome a number of obstacles standing in the way of the Party. These include the cultural backwardness of the masses, the inadequate cultural forces of the proletarian vanguard, our conservatism, our “communist vainglory,” and so on. But one of the most serious obstacles, if not the most serious of all, is the bureaucracy of our apparatus. I am referring to the bureaucratic elements to be found in our Party, government, trade-lmion, co-operative and all other organisations. I am referring to the bureaucratic elements who batten on our weaknesses and errors, who fear like the plague all criticism by the masses, all control by the masses, and who hinder us in developing self-criticism and ridding ourselves of our weaknesses and errors. Bureaucracy in our organisations must not be regarded merely as routine and red-tape. Bureaucracy is a manifestation of bourgeois influence on our organisations. Lenin was right when he said:

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    “. . . We must realise that the fight against bureaucracy is an absolutely essential one, and that it is just as complicated as the fight against the petty-bourgeois elemental forces. Bureaucracy in our state system has become a malady of such gravity that it is spoken of in our Party programme, and that is because it is connected with these petty-bourgeois elemental forces and their wide dispersion “[*] (Vol. XXVI, p. 220).

    With all the more persistence, therefore, must the struggle against bureaucracy in our organisations be waged, if we really want to develop self-criticism and rid ourselves of the maladies in our constructive work.

    With all the more persistence must we rouse the vast masses of the workers and peasants to the task of criticism from below, of control from below, as the principal antidote to bureaucracy.

    Lenin was right when he said:

    “If we want to combat bureaucracy, we must enlist the co-operation of the rank and file “. . . for “what other way is there of putting an end to bureaucracy than by enlisting the co-operation of the workers and peasants ?”* (Vol. XXV, pp. 496 and 495.)

    But in order to “enlist the co-operation” of the vast masses, we must develop proletarian democracy in all the mass organisations of the working class, and primarily within the Party itself. Failing this, self criticism will be nothing, an empty thing, a mere word.

    It is not just any kind of self-criticism that we need. We need such self-criticism as will raise the cultural level of the working class, enhance its fighting spirit, fortify its faith in victory, augment its strength and help it to become the real master of the country.


          * My italics. —

J. St.

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    Some say that, once there is self-criticism, we do not need labour discipline, we can stop working and give ourselves over to prattling a little about everything. That would be not self-criticism but an insult to the working class. Self-criticism is needed not in order to shatter labour discipline, but tostrengthen it, in order that labour discipline may become conscious discipline, capable of withstanding petty-bourgeois slackness.

    Others say that, once there is self-criticism, we no longer need leadership, we can abandon the helm and let things “take their natural course.” That would be not self-criticism but a disgrace. Self-criticism is needed not in order to relax leadership, but to strengthen it, in order to convert it from leadership on paper and of little authority into vigorous and really authoritative leadership.

    But there is another kind of “self-criticism,” one that tends to destroy the Party spirit, to discredit the Soviet regime, to weaken our work of construction, to corrupt our economic cadres, to disarm the working class, and to foster talk of degeneration. It was just this kind of “self-criticism” that the Trotsky opposition was urging upon us only recently. It goes without saying that the Party has nothing in common with such “self-criticism.” It goes without saying that the Party will combat such “self-criticism” with might and main.

    A strict distinction must be drawn between this “self-criticism,” which is alien to us, destructive and anti-Bolshevik, and our, Bolshevik self-criticism, the object of which is to promote the Party spirit, to consolidate the Soviet regime, to improve our constructive

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work, to strengthen our economic cadres, to arm the working class.

    Our campaign for intensifying self-criticism began only a few months ago. We have not yet the necessary data for a review of the first results of the campaign. But it may already be said that the campaign is beginning to yield beneficial fruits.

    It cannot be denied that the tide of self-criticism is beginning to mount and spread, extending to ever larger sections of the working class and drawing them into the work of socialist construction. This is borne out if only by such facts as the revival of the production conferences and the temporary control commissions.

    True, there are still attempts to pigeon-hole well-founded and verified recommendations of the production conferences and temporary control commissions. Such attempts must be fought with the utmost determination, for their purpose is to discourage the workers from self-criticism. But there is scarcely reason to doubt that such bureaucratic attempts will be swept away completely by the mounting tide of self-criticism.

    Nor can it be denied that, as a result of self-criticism, our business executives are beginning to smarten up, to become more vigilant, to approach questions of economic leadership more seriously, while our Party, Soviet, trade-union and all other personnel are becoming more sensitive and responsive to the requirements of the masses.

    True, it cannot be said that inner-Party democracy and working-class democracy generally are already fully establishcd in the mass organisations of the working class. But there is no reason to doubt that further

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advances will be made in this field as the campaign unfolds.

    Nor can it be denied that, as a result of self-criticism, our press has become more lively and vigorous, while such detachments of our press workers as the organisations of worker and village correspondents are already becoming a weighty political force.

    True, our press still continues at times to skate on the surface; it has not yet learned to pass from individual critical remarks to deeper criticism, and from deep criticism to drawing general conclusions from the results of criticism and making plain what achievements have been attained in our constructive work as a result of criticism. But it can scarcely be doubted that advances will be made in this field as the campaign goes on.

    However, along with these good aspects of our campaign, it is necessary to note some bad aspects. I am referring to those distortions of the slogan of self-criticism which are already occurring at the beginning of the campaign and which, if they are not resisted at once, may give rise to the danger of self-criticism being vulgarised.

    1) It must be observed, in the first place, that a number of press periodicals are betraying a tendency to transplant the campaign from the field of business like criticisms of shortcomings in our socialist construction to the field of ostentatious outcries against excesses in private life. This may seem incredible. But, unfortunately, it is a fact.

    Take the newspaper Vlast Truda, for example, organ of the Irkutsk Okrug Party Committee and Okrug Soviet Executive Committee (No. 128). There you will

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find a whole page peppered all over with ostentatious “slogans,” such as: “Sexual Promiscuity — a Bourgeois Vice”; “One Glass Leads to Another”; “Own Cottage Calls for Own Cow”; “Double-Bed Bandits”; “A Shot That Misfired,” and so on and so forth. What, one asks, can there be in common between these “critical” shrieks, which are worthy of Birzhovka,[38] and Bolshevik self-criticism, the purpose of which is to improve our socialist construction ? It is very possible that the author of these ostentatious items is a Communist. It is possible that he is burning with hatred of the “class enemies” of the Soviet regime. But that he is straying from the right path, that he is vulgarising the slogan of self-criticism, and that his voice is the voice not of our class, of that there cannot be any doubt.

    2) It must be observed, further, that even those organs of the press which, generally speaking, are not devoid of the ability to criticise correctly, that even they are sometimes inclined to criticise for criticism’s sake, turning criticism into a sport, into sensation-mongering. Take Komsomolskaya Pravda, for example. Everyone knows the services rendered by Komsomolskaya Pravda in stimulating self-criticism. But take the last issues of this paper and look at its “criticism” of the leaders of the All-Union Central Council of Trade Unions — a whole series of impermissible caricatures on the subject. Who, one asks, needs “criticism” of this kind, and what effect can it have except to discredit the slogan of self-criticism? What is the use of such “criticism,” looked at, of course, from the standpoint of the interests of our socialist construction and not of cheap sensation-mongering designed to give the phi-

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listine something to chuckle over? Of course, all forms of arms are required for self-criticism, including the “light cavalry.” But does this mean that the light cavalry must be turned into light-minded cavalry?

    3) It must be observed, lastly, that there is a definite tendency on the part of a number of our organisations to turn sell-criticism into a witch-hunt against our business executives, into an attempt to discredit them in the eyes of the working class. It is a fact that certain local organisations in the Ukraine and Central Russia have started a regular witch-hunt against some of our best business executives, whose only fault is that they are not 100 per cent immune from error. How else are we to understand the decisions of the local organisations to remove these executives from their posts, decisions which have no binding force whatever and which are obviously designed to discredit them? How else are we to understand the fact that tbese executives are criticised, but are given no opportunity to answer the criticism? When did we begin to pass off a “Shemyaka court”* as self-criticism?

    Of course, we cannot demand that criticism should be 100 per cent correct. If the criticism comes from below, we must not ignore it even if it is only 5 or 10 per cent correct. All that is true. But does this mean that we must demand that business executives should be l00 per cent immune from error? Is there any one in creation who is immune from error 100 per cent? Is it so hard to understand that it takes years and years to


          * A “Shemyaka court”: an unjust conrt. (From an ancient Russian story about a judge named Shemyaka.) —

Tr

      .

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train our economic cadres and that our attitude towards them must be one of the utmost consideration and solicitude? Is it so hard to understand that we need self-criticism not for the sake of a witch-hunt against our economic cadres, but in order to improve and perfect them?

    Criticise the shortcornings of our constructive work, but do not vulgarise the slogan of self-criticism and do not turn it into a medium for ostentatious exercises on such themes as “Double-Bed Bandits,” “A Shot That Misfired,” and so on.

    Criticise the shortcomings in our constructive work, but do not discredit the slogan of self-criticism and do not turn it into a means of cooking up cheap sensations.

    Criticise the shortcomings in our constructive work, but do not pervert the slogan of self-criticism and do not turn it into a weapon for witch-hunts against our business or any other executives.

    And the chief thing: do not substitute for mass criticism from below “critical” fireworks from above ; let the working-class masses come into it and display their creative initiative in correcting our shortcomings and in improving our constructive work.

Pravda, No. 146,
June 26, 1928

NOTES

  [35] K. Marx, The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte (see K. Marx and F. Engels, Selected Works, Vol. I, Moscow 1951, p. 228).    [p.133]

  [36] See V. I. Lenin, Works, 4th Russ. ed., Vol. 7, p. 190.    [p.134]

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  [37] See Resolutions and Decisions of C.P.S.U. CongressesConferences and Central Committee Plenums, Part II, 1953, p. 390.    [p.137]

  [38] Birzhovka (Birzheviye Vedomosti — Stock Exchange News ) — a bourgeois newspaper founded in St. Petersburg in 1880. Its unscrupulousness and venality made its name a by-word. At the end of October 1917 it was shut down by the Revolutionary Military Committee of the Petrograd Soviet.    [p.142]

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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