Le origini della seconda guerra mondiale

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www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 28-10-09 – n. 292

Le origini della seconda guerra mondiale
 
 
di Puttini Spartaco
 
Nel corso del mese di settembre del 2009 si sono tenute le commemorazioni dello scoppio della seconda guerra mondiale. Settant’anni fa la terra tremava sotto le prime bombe che annunciavano il più grande conflitto e la più grande carneficina della storia. Inevitabilmente, oggi si è tornati con la mente a quei fatti e ci si è interrogati una volta di più sull’origine della tragedia. Così, mentre le colpe venivano distribuite con sufficienza ed un po’ all’ingrosso, la terra è tornata a tremare, stavolta sotto il peso degli spropositi.
 
Beninteso, le origini della seconda guerra mondiale hanno sempre appassionato molto ed hanno acceso il dibattito, sia all’interno della cerchia degli studiosi di storia che fuori, presso il grande pubblico ed a testimoniarlo basi considerare l’imponente elenco di pubblicazioni, scientifiche e non, che ne tratta. E’ pertanto inevitabile la presenza di un sacrosanto dibattito e di numerosi punti di vista. La questione è un’altra: trattandosi di un evento storico le origini della seconda guerra mondiale meriterebbero una trattazione improntata ad una lucida e spassionata disamina scientifica anziché ad una assertiva e piatta riproposizione di cliché basati su analogie e considerazioni superficiali che nulla hanno a che vedere con i fatti e che trovano il loro alimento soltanto in polemiche interessate a tutto fuorché alla storia.
 
Sono del parere che la storia vada lasciata agli storici e che sia dovere di questi ultimi svolgere la loro analisi e ricostruzione degli accadimenti secondo le metodologie proprie della disciplina e senza alcuna considerazione per i luoghi comuni o per gli schemi mentali che si sono andati affermando in virtù di un determinato clima politico, culturale ed ideologico, quale esso sia.
 
Anche durante questo anniversario non sono mancati sui giornali (di qualsiasi orientamento politico) i giudizi lapidari di chi ha ravvisato come causa scatenante della guerra lo “scellerato” patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939. Nella migliore delle ipotesi che in genere vengono avanzate il patto di non aggressione tra l’URSS e la Germania avrebbe dato ad Hitler quella sicurezza di cui andava in cerca per aggredire la Polonia senza incappare nel rischio di una guerra su due fronti (con gli anglo-francesi ad ovest e coi russi ad est). In riflessioni più ardite ci si è spinti (sempre più spesso) a vedere nel Patto Ribbentrop-Molotov il naturale connubio tra i due regimi “totalitari” per antonomasia che si sono ritrovati per sfidare l’ordine e la pace garantite coraggiosamente dalle così dette “democrazie” occidentali. Il Patto diviene per alcuni una vera e propria alleanza (sic!) per spartirsi le spoglie della “povera” Polonia (che nell’agiografia ufficiale viene sempre dipinta sul punto di essere martirizzata dai suoi ambiziosi e cupidi vicini) e forse anche qualcosa di più.
 
Queste affermazioni non sono affatto nuove, basti ricordare la commemorazione del 50° anniversario dello scoppio del conflitto, caduto nel 1989, o rifarsi ad una vasta pubblicistica precedente le cui tesi sono andate dilagando negli anni del revisionismo storico e del pensiero unico imperante. Purtroppo anche alcuni illustri storici hanno finito col riproporre determinate interpretazioni. Ma questo non basta per conferire autorevolezza alla disinvolta chiave di lettura con cui si cerca maldestramente di riscrivere la storia allo scopo, puramente ideologico, di incensare i regimi liberali dell’Occidente, di mettere sullo stesso banco del male assoluto il nazismo ed il comunismo (ormai accumulati dietro la fantasiosa etichetta di “totalitarismo”) e di alimentare un sentimento russofobo. La decisione dell’OSCE di considerare parimenti responsabili del conflitto Germania e Russia, proprio in virtù del Patto Ribbentrop-Molotov, non rappresenta solo un indebito sconfinamento in un campo che dovrebbe restare fuori dalle preoccupazioni dell’Organizzazione per la pace e la sicurezza in Europa ma ha anche sollevato le logiche (e legittime) reazioni indignate da parte dei russi (che in quel conflitto persero circa 24 milioni di vite umane e che sopportarono il maggior peso della guerra). Quella risoluzione rappresenta un altro sciagurato mattone nella costruzione di un nuovo muro per dividere l’Unione europea dalla Russia.
 
Queste intenzioni non sono utili alla ricostruzione storica degli avvenimenti di cui pretendono occuparsi. Nel mondo complesso delle relazioni internazionali del resto è noto che le ideologie contano fino ad un certo punto, le politiche delle Potenze rispondono a criteri più complessi. La politica dell’appeasement, cioè delle concessioni alle richieste di Hitler, non era del resto stata impostata dalle Potenze occidentali? E la Polonia non era essa stessa un regime autoritario basato su una cricca di militari? Bastano forse queste due semplici constatazioni per comprendere che la questione delle origini della seconda guerra mondiale e del ruolo e del significato che in quel contesto ebbe il Patto di non aggressione tra Germania ed Unione Sovietica possono essere comprese solo indagando lo sviluppo e le dinamiche delle relazioni che si stabiliscono tra le Potenze europee nel corso degli anni Trenta, le loro problematiche e le loro reciprocità. Perché il Patto Ribbentrop-Molotov non è stato sottoscritto nell’anno zero della storia dell’umanità. Cosa era successo prima?
 
– Le radici
 
Per onestà intellettuale occorre ammettere che le radici del nuovo conflitto che insanguinò l’Europa furono poste già nel momento in cui si spense la guerra mondiale precedente. I trattati di pace (da Versailles in poi) avevano creato nell’Europa centro-orientale vari contenziosi aperti e tutta l’area che corre dal Baltico al Mar Nero era disseminata di mine pronte a scoppiare. Gli stati successori degli ex imperi che un tempo avevano spadroneggiato nella regione erano entità estremamente fragili, che raccoglievano spesso entro il loro territorio popolazioni che dal punto di vista linguistico e culturale erano affini a popoli che vivevano oltre la frontiera. Questo fatto era aggravato dal dilagare di regimi autoritari e xenofobi in tutta la regione, cupidi di rivendicazioni ed incuranti dei diritti delle minoranze (che del resto erano spesso aizzate dai vicini ed utilizzate come potenziali teste di ponte per una loro eventuale espansione). L’Occidente ebbe gravi responsabilità in questo e non solamente perché disegnò un assetto così instabile per l’Europa ma anche perché contribuì attivamente a sostenere quei regimi (come avvenne in Polonia, ad esempio).
 
L’umiliazione inflitta alla Germania gettava il seme di un pericoloso revanscismo che non avrebbe tardato a sorgere. L’ascesa di Hitler segnò il momento culminante in cui una forza ambiziosamente revisionista nei confronti dei trattati di pace arrivò al potere a Berlino.
 
Chiunque abbia letto il “Mein Kampf” sa bene che Hitler espresse chiaramente i suoi progetti. La necessità dello spazio vitale, il Lebensraum, andava saziata alimentando con vigore la storica Drang nach Osten (spinta a oriente) verso l’Europa orientale e la Russia, una nazione che in quanto tale andava distrutta. Questo programma venne poi saldato con il collante ideologico della crociata contro il bolscevismo, uno slogan questo che alle orecchie degli ambienti di potere occidentali suonava come musica.
 
– La lunga crisi degli anni Trenta e l’URSS
 
Quando i bolscevichi presero il potere nel 1917 la Russia era un paese prostrato dai lunghi anni di guerra contro gli Imperi centrali. L’uscita di scena del paese dalla Grande guerra non portò tuttavia la pace. Contro il nuovo regime insorsero ben presto i sostenitori di quello deposto ed a questa guerra civile si sovrappose l’intervento diretto delle Grandi Potenze che miravano a stroncare sul nascere il nuovo potere sovietico. Alla fine di questo tormentato conflitto la Russia venne infine invasa dalla Polonia (1919-1921), vogliosa di approfittare dell’apparente debolezza dello Stato sovietico per strappargli l’Ucraina. Ma l’esercito polacco, che sulle prime era riuscito a giungere fino alle porte di Kiev, venne respinto dall’Armata Rossa fino a Varsavia. La guerra russo-polacca terminò con una situazione transitoria che lasciava tuttavia al regime polacco ampi territori ad est della linea Curzon, che avrebbe dovuto stabilire il confine tra i due paesi. Questo lungo ciclo di guerre lasciò indubbiamente il segno nella classe dirigente sovietica, cosciente di dover ricostruire un paese che si trovava sostanzialmente sotto assedio. La linea strategica scelta da Stalin fu quella di potenziare l’Unione Sovietica trasformandola in un grande paese industriale per consentirle di resistere all’assedio delle Potenze imperialiste. L’URSS si sentiva circondata da paesi ostili che avrebbero approfittato di ogni occasione propizia per regolare i conti con lei e con il messaggio rivoluzionario di cui era portabandiera. Per questo doveva prepararsi al peggio, anche a sostenere l’urto di un’aggressione armata che, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe stata portata contro di lei da una grande coalizione di Potenze avversarie. Questo modo di leggere la situazione internazionale dell’epoca non deve però portare a credere che al Cremlino non si registrassero differenze nella valutazione della politica estera di questo o quel paese o che si percepisse il mondo capitalista come un indistinto. Molti fatti dimostrano che a guidare la politica sovietica in quegli anni non era un’astratta visione dottrinaria ma piuttosto un crudo realismo che mostrava di saper cogliere, tra numerose sfumature, le contraddizioni che eventualmente agitavano le relazioni tra le stesse Potenze imperialiste. Le contraddizioni inter-imperialistiche, come venivano chiamate a Mosca, meritavano un’attenzione particolare perché presentavano la possibilità di dividere i nemici dell’Unione Sovietica spezzando così l’assedio tessuto a suo danno e scongiurando l’ipotesi della grande coalizione. Del resto Lenin non aveva insegnato che dalla guerra tra le Potenza imperialiste scaturiva la rivoluzione? La stessa rivoluzione bolscevica non era forse nata nel contesto della prima guerra mondiale?
 
Ad un’analisi, pur frettolosa, dei passaggi che negli anni Trenta portarono ad un’aggravarsi della situazione in Europa appare con evidenza come l’Urss abbia colto immediatamente nella Germania nazista il pericolo principale che incombeva su di essa e su tutta l’Europa e come abbia cercato di manovrare da un lato per scongiurare una grande coalizione a suo danno e dall’altro per isolare l’ambizioso regime nazista.
 
Prova ne sia che quando la Germania annesse l’Austria il governo sovietico tentò un abboccamento persino con l’Italia fascista che, almeno secondo logica avrebbe dovuto mostrare serie preoccupazioni per l’affacciarsi della Germania sui Balcani, un’area considerata a Roma come di proprio esclusivo interesse.
 
Anche gli eventi successivi dimostrarono che nella gestione della politica estera del proprio paese Stalin ed i suoi collaboratori si mostrarono sempre inclini a basarsi sulla logica dei fatti e a scegliere su calcoli di puro realismo, con un’attenzione particolare ai rapporti di forza. Su questa base verranno effettuate anche le successive proposte sovietiche per arginare il pericolo nazista e verranno tirate le eventuali conclusioni dal rifiuto delle altre Potenze a formare un sistema di sicurezza collettiva per arginare il revanscismo tedesco.
 
– Il test spagnolo
 
Già con la guerra di Spagna si ebbe con forza il sentore che un altro conflitto europeo di vaste dimensioni si stesse avvicinando. A seguito della rivolta di Franco contro la repubblica spagnola e dell’aiuto dato da Germania e Italia al suo tentativo di prendere il potere si poneva con chiarezza all’orizzonte dell’equilibrio europeo quale fosse la sfida. Hitler cercava di compattare attorno al Terzo Reich un fronte di forze revisioniste ed insoddisfatte dell’equilibrio europeo che riuscisse ad isolare la Russia e la Francia (che nel corso dell’anno precedente avevano firmato un patto di mutua assistenza per la verità piuttosto vago). Mosca e Parigi sembravano allora le due capitali dove più forti si levavano le voci della resistenza al fascismo. Ma sarebbe apparso ben presto chiaro come la Francia, la cui opinione pubblica era spaccata a metà, avrebbe languito nella irresolutezza.
 
Il governo francese guidato dal socialista Blum, giunto al potere con una coalizione di Fronte popolare comprendente anche i comunisti, chiese alle Potenze di sottoscrivere un impegno di non intervento nella guerra civile spagnola, al fine di non allargare il conflitto. Il principio che aveva ispirato Blum a formulare questa proposta nasceva dalla buona intenzione di evitare l’internazionalizzazione della crisi spagnola. L’Urss vi aderì solo in via di principio. C’è chi ha visto in questo passaggio della diplomazia sovietica un segno di difficoltà decisionale ma sembra chiara l’intenzione di Mosca di riservarsi di aderire pienamente alla proposta francese solamente se anche la Germania, l’Italia e il Portogallo (che rappresentava il vero retroterra dei rivoltosi) avessero fatto lo stesso. In caso contrario il non intervento si sarebbe risolto con l’abbandono de facto della Spagna repubblicana agli aggressori. Ed è quello che puntualmente successe. In quell’occasione va ricordato che l’Unione Sovietica, se da un lato aderì al principio del non intervento, dall’altro dopo aver denunciato le ripetute violazioni di questo da parte degli italo-tedeschi passò a sostenere la Spagna inviando armi, medicine, viveri, attrezzature e quadri militari. Nell’autunno del 1936 la Russia era di fatto coinvolta nel conflitto, seppur indirettamente. Le potenze occidentali non risposero per la verità alle sollecitazioni del ministro degli esteri sovietico Litvinov. Nel momento più drammatico della tragedia spagnola la stessa Francia, guidata da un governo di sinistra, non fece nulla per offrire un aiuto indiretto al governo repubblicano. A Londra e a Parigi la paura del comunismo aveva prevalso sulla realpolitik. Ma era l’atteggiamento francese a preoccupare di più Mosca. Nonostante Francia e Russia avessero stabilito dei legami d’intesa, nel corso di tutta la crisi il governo francese aveva concertato le proprie mosse soprattutto con Londra ed a volte si era relazionato prima con Berlino e Roma che con Mosca. Un segno indubbiamente inquietante. Ancor più allarmante era però il fatto che i francesi accettassero senza batter ciglio l’inserimento della Spagna nell’orbita filo-tedesca: dal punto di vista geopolitica la Francia si trovava ormai circondata su tre fronti (Alpi, Reno e Pirenei), un pericolo mortale che qualsiasi governo francese nel corso dei secoli precedenti aveva sempre rifiutato a costo di scendere in guerra.
 
La vicenda spagnola forniva così alcuni inquietanti spunti di riflessione a Stalin ed alla diplomazia sovietica. In primo luogo segnava la costituzione di un fronte comune delle Potenze fasciste e revisioniste che si saldava attorno alla Germania nazista. Alla fine del 1936 il Patto Antikomintern tra Berlino e Roma (cui presto si aggiunse Tokio) costituiva una minaccia concreta per l’URSS e per l’equilibrio europeo. Era il fronte che i russi definivano degli “aggressori” ai quali avrebbero dovuto opporsi i sostenitori della pace. Purtroppo anche le osservazioni che la Spagna proiettava su questi ultimi (coi quali si designavano le Potenze occidentali sommate all’URSS) non erano incoraggianti. La radicata ostilità ideologica per il regime bolscevico, percepito dalle classi dirigenti anglo-francesi come un pericolo mortale ai loro interessi, faceva sì che queste mostrassero ascolto e benevolenza nei confronti di Hitler, offrendo così un vantaggio alle mire del fuhrer. Per quanto riguardava la Francia, il primo interlocutore dei russi, pareva poi che dopo la scomparsa del ministro degli esteri Barthou (ucciso a Marsiglia nel 1934 da sicari croati) Parigi avesse perso autonomia nella definizione della propria politica estera e stesse navigando a vista all’ombra delle vele britanniche. La sfiducia storica e crescente tra sovietici ed occidentali finiva così per trovare nuovo nutrimento, come del resto il timore dei russi di trovarsi isolati di fronte alla minaccia nazista. Ciononostante Mosca continuò a sostenere il principio che la pace era indivisibile e che andasse costituito un fronte comune tra Russia, Francia e Inghilterra (da allargare eventualmente ad altre nazioni senza alcun pregiudizio per il loro regime interno) al fine di fermare Hitler.
 
Se la Spagna aveva rappresentato un test, la successiva crisi cecoslovacca rappresentò un passaggio fondamentale nella lunga discesa verso gli inferi della guerra mondiale, un passaggio che avrebbe scosso profondamente la già relativa fiducia di Stalin sulla prospettiva di una collaborazione con gli occidentali.
 
– Il nodo cecoslovacco
 
All’indomani dell’annessione dell’Austria alla Germania apparve chiaro a tutti quale sarebbe stato il nuovo obiettivo di Hitler: la Cecoslovacchia. Bastava aprire una cartina geografica per rendersene conto; la Cecoslovacchia era ormai circondata dal Terzo Reich su tutto il suo versante occidentale, il quale si incuneava profondamente nel territorio tedesco. La Cecoslovacchia aveva inoltre all’interno dei suoi confini una minoranza tedesca nel territorio dei Sudeti, lungo la frontiera con la Germania. Nella sua suggestione pangermanista il fuhrer non si sarebbe certo lasciato sfuggire l’occasione di rivendicare il ricongiungimento di quei tedeschi al Reich che andava edificando.
 
Ma la Cecoslovacchia era anche un alleato della Francia e della Russia in base ai trattati di mutua assistenza stabiliti nel corso del 1935. Nel corso di quell’anno all’intesa tra Parigi e Praga (che impegnava i francesi a soccorre i cecoslovacchi, qualora questi fossero stati aggrediti) si era aggiunta quella tra l’URSS e la Francia (in chiara funzione anti-tedesca) e quella ceco-sovietica (in base alla quale i russi sarebbero intervenuti a difesa della Cecoslovacchia successivamente ai francesi).
 
Il paese che ora si trovava nel mirino dei nazisti era quindi un perno della sicurezza europea che Mosca e Parigi avevano cercato di abbozzare. Questo faceva della crisi cecoslovacca un avvenimento cruciale per la sorte della pace europea e per quella della possibile coalizione anti-hitleriana. Nota di colore: la Cecoslovacchia era anche l’unico paese dell’Europa centro-orientale ad essere retto da un sistema democratico rappresentativo e non da una dittatura. I sostenitori della tesi della dicotomia democrazia-totalitarismo dovrebbero chiedersi perché Praga fu abbandonata dalle potenze occidentali nel 1938 che invece si mostrarono più ferme nella difesa della dittatura militare polacca l’anno successivo.
 
La Cecoslovacchia era inoltre un paese relativamente bene armato, con una buona industria pesante e con delle valide fortificazioni lungo il confine con la Germania. Perderla avrebbe significato lasciare ad Hitler le fabbriche Skoda e favorire grandemente i suoi progetti di massiccio riarmo. Come notarono molti protagonisti dell’epoca la Cecoslovacchia rappresentava il punto di miglior resistenza all’espansione hitleriana, le Potenze ne avrebbero tratto le giuste conseguenze ed avrebbero prestato fede ai patti?
 
Le rivendicazioni dei Sudeti (dapprima di autonomia e poi di ricongiungimento alla Germania) rappresentarono l’ariete usato da Hitler per sfondare le difese del piccolo ma coriaceo vicino. I Sudeti giocarono indubbiamente il ruolo di quinte colonne del Terzo Reich all’interno dello stato cecoslovacco. L’appoggio di Berlino alle loro richieste e la sistematica istigazione ad alimentare le loro rimostranze internazionalizzò ben presto la crisi cecoslovacca.
 
Francia, Cecoslovacchia ed Unione Sovietica iniziarono un periodo di febbrili consultazioni per concertare il da farsi di fronte alla tempesta che si annunciava. Alle pressanti richieste di Praga e Parigi i sovietici risposero sempre che avrebbero rispettato i termini del trattato con tutti i mezzi a loro disposizione se anche la Francia avesse fatto lo stesso. Il sistema di sicurezza saldatosi attorno alla Cecoslovacchia era infatti tale per cui la protezione sovietica sarebbe scattata solo dopo che i francesi avessero prestato il loro concorso. Questi erano i termini del trattato, ed è opportuno ricordarlo. Certamente dietro tale meccanismo si poteva intravedere il timore dei sovietici di essere trascinati in un conflitto per essere poi piantati in asso ed essere abbandonati di fronte alla Germania. Era questo un sospetto tutt altro che peregrino a giudicare dalle voci che circolavano negli ambienti irriducibilmente anticomunisti e russofobi dell’Occidente.
 
Questo meccanismo scaricava sulle spalle della Francia gran parte delle responsabilità di menare la danza. Pur tenendo conto dei costi elevatissimi che la Francia aveva pagato nel corso della prima guerra mondiale va comunque fatto notare che all’epoca non erano certo i francesi i grandi appestati d’Europa contro cui era stato eretto un cordone sanitario e praticata una politica d’isolamento. Parigi aveva accettato i termini del trattato ed era conscia della posizione che ne derivava.
 
Un problema che a Parigi ci si poneva era rappresentato dal concorso che l’Urss poteva offrire in quanto alleato, sia sul piano della volontà come su quello della possibilità concreta di venire in aiuto della Cecoslovacchia. Era questa una questione che le forti correnti che in Francia erano ostili all’intesa con Mosca agitavano continuamente, sollevando infiniti dubbi. A dissiparli sarebbe forse bastato vedere senza alcun pregiudizio gli atteggiamenti sovietici nel corso della crisi (che come vedremo si distinguevano comunque in positivo rispetto alla confusa inerzia francese ed all’atteggiamento cedevole della Gran Bretagna). Ma occorre anche ricordare che qualora i politici francesi avessero voluto trovare delle conferme alle ferme intenzioni di Stalin sarebbe bastato cercarle presso i cechi o, addirittura, presso la propria ambasciata a Mosca.
 
Il 17 marzo Litvinov aveva già affermato la disponibilità sovietica a collaborare con altre Potenze per arginare l’aggressore. Il 23 aprile l’ambasciatore cecoslovacco a Mosca, Fierlinger, rese noto al suo governo che al Cremlino si era tenuta una riunione alla presenza di Stalin dove era stato deciso che l’Urss avrebbe intrapreso assieme a Cecoslovacchia e Francia tutte le misure necessarie a prestare soccorso a Praga; lo stato dell’Armata Rossa lo consentiva. La Russia aveva già avuto modo di fornire 40 aerei da combattimento al suo piccolo alleato. A Praga, riferiva Fierlinger ai russi, si era molto incoraggiati dall’atteggiamento dell’Urss e si attribuiva la massima importanza al coordinamento con gli alleati. Tuttavia l’ambasciatore notava con perspicacia che avrebbe avuto un gran peso l’atteggiamento inglese, specie sui francesi, e che non era detto che questo fosse incoraggiante. In effetti il 7 maggio Londra, che non gradiva essere trascinata in guerra a fianco dei bolscevichi russi, aveva già invitato Praga a fare concessioni!
 
Ciononostante Litvinov rincuorò il ministro degli esteri francese Bonnet sulla fermezza sovietica ed invitò i francesi ad iniziare colloqui diretti tra gli Stati maggiori per concordare eventuali misure militari. Questa proposta venne sposata anche dall’ambasciatore francese a Mosca Coulondre e venne ribadita dai russi più volte nel corso della crisi, ma cadde nel vuoto. Il 22 agosto Litvinov si espresse assai rudemente con l’ambasciatore tedesco dicendogli che in caso di attacco tedesco egli riteneva che la Francia avrebbe marciato, che l’Inghilterra, lo volesse o meno il premier Chamberlain, sarebbe stata trascinata a sua volta in guerra e che poteva star certo del fatto che anche l’Urss avrebbe rispettato i suoi obblighi nei confronti degli alleati. Come hanno ammesso anche studiosi non certo filo-sovietici nessun diplomatico occidentale parlò mai con questa fermezza ai tedeschi durante la crisi[1]. Non a caso il ministro degli esteri cecoslovacco, Krofta, espresse a più riprese i suoi calorosi ringraziamenti al plenipotenziario russo a Praga dicendosi convinto che l’URSS “intende seriamente e senza alcuna esitazione aiutare la Cecoslovacchia in caso di bisogno reale”[2] e che ciò aveva un effetto rassicurante in quelle ore difficili.
 
Quanto all’ambasciatore francese in Unione Sovietica, Robert Coulondre, basti leggere le sue memorie. Nonostante Coulondre fosse ostile al regime sovietico ed avesse qualche pregiudizio sugli slavi era convinto della necessità dell’intesa franco-russa. Era parimenti convinto della determinazione sovietica a difendere Praga. “Il governo sovietico non si limita alle manifestazioni puramente verbali: le sue aperture a Praga sembrano indicare al contrario che pensa ad una partecipazione effettiva alla difesa della Cecoslovacchia”[3]. Riporta la notizia che l’Urss ha fornito alla Cecoslovacchia 60 bombardieri che sono già arrivati in Slovacchia e scorge chiaramente nella Cecoslovacchia minacciata la pietra angolare dell’equilibrio europeo; egli ritiene che più ancora di una diretta aggressione alla Francia sarebbe proprio un attacco tedesco al paese centro-europeo a trascinare la Russia in guerra: “L’intervento della Polonia diviene, è vero, più dubbio, ma il peso della potenza russa e quello della potenza polacca non possono essere paragonati. Nei fatti la Cecoslovacchia mi pare come il solo paese sul quale possa convergere l’azione delle tre grandi nazioni pacifiche d’Europa [Russia, Francia e Inghilterra]. Solo la loro unione immediata e l’affermazione chiara della loro volontà di difendere al bisogno con le armi questo piccolo Stato offre ancora una chance di contenere Hitler”[4].
 
Per Coulondre se un conflitto fosse scoppiato a quel punto sarebbe stato il segno che nulla avrebbe potuto evitarlo, ma sarebbe scoppiato con il sistema d’alleanze più conveniente per la Francia. Si ritiene molto soddisfatto dell’atteggiamento di Litvinov ed affatto dubbioso che i russi giocheranno la partita fino in fondo senza tentennamenti. “Io resto, da parte mia, convinto che , se i sovietici avessero preso degli impegni militari precisi per la difesa della Cecoslovacchia, li avrebbero mantenuti perché era nel loro interesse”[5]. Disgraziatamente Parigi lasciò cadere tutte le proposte di concertare congiuntamente gli aspetti militari del sostegno franco-russo ai cechi. All’ambasciata francese di Mosca Coulondre non era il solo ad avere questa certezza, Payart aveva riferito a Parigi il 5 settembre 1938 che la Cecoslovacchia era uno dei “bastioni esterni dell’Unione Sovietica [e che] l’interesse sovietico a difenderla sembra essere la migliore garanzia della sincerità delle loro intenzioni”[6].
 
Questo per ciò che attiene alle intenzioni. Per quanto riguarda la possibilità concreta che i russi potessero offrire il loro concorso nella crisi del 1938 occorre valutare la questione degli armamenti. C’è stato chi ha sostenuto che negli ambienti occidentali prevalse la tesi dell’appeasement anche per una profonda sfiducia nelle capacità militari sovietiche. Anche questo punto di vista, all’epoca sicuramente radicato in certi ambienti, merita una minima constatazione. Pur ammettendo, infatti, che le purghe di quegli anni abbiano proiettato legittimi dubbi sulle potenzialità operative dell’Armata Rossa occorre ricordare che gli occidentali avevano sicuramente a loro disposizione numerosi renseignement sulle Forze Armate dell’URSS. L’attaché militare all’ambasciata francese a Mosca, Palasse, aveva offerto ai suoi superiori un quadro piuttosto esteso delle potenzialità dell’Armata Rossa. Dal rapporto era evidente che l’Urss negli ultimi anni aveva compiuto grandi sforzi per meccanizzare il suo esercito e per sviluppare l’aviazione, basandosi sulla poderosa industria pesante frutto dei piani quinquennali; il Cremlino si preparava cioè ad affrontare una guerra moderna. Il risultato degli studi di Palasse mostrava un esercito ben equipaggiato, con un milione trecentomila uomini sotto le armi ai quali potevano sommarsi un numero elevatissimo di riserve, largamente motorizzato, che disponeva già di almeno 4500 carri armati di cui alcuni da 40 tonnellate ed un’aviazione che veniva reputata una delle migliori al mondo, coi suoi 3500 aerei di prima linea. Il grosso punto di domanda consisteva nel settore delle comunicazioni e nei trasporti interni. Coulondre ci informa che per aver inviato questo rapporto Palasse subì una forte reprimenda dai suoi superiori, che lo invitarono a moderare il suo apprezzamento dell’esercito russo. Al ponderato giudizio che sarebbe servito agli interessi della Francia, a Parigi alcuni funzionari preferirono abbandonarsi alle loro cieche propensioni ideologiche. Il giudizio che veniva offerto dalle cancellerie occidentali sulla scarsa capacità dei sovietici di portare a termine operazioni offensive appare inoltre singolare tenuto conto che tutti, dai francesi in poi, avevano studiato l’ipotesi di una guerra puramente difensiva. Il che fa pensare che secondo i calcoli dei governi inglese e francese solo ai russi sarebbe dovuto spettare il compito di combattere, mentre i loro soldati sarebbero usciti dai fortini a tempo debito.
 
Che i francesi, invece, nutrissero serie preoccupazioni per lo stato deplorevole della loro preparazione militare, specie nell’aviazione, è noto. Resta da spiegare come mai rifiutarono, ancora prima che la crisi scoppiasse, una importante fornitura di aerei da caccia sovietici. Benché il ministero dell’Aeronautica avesse giudicato positivamente l’aereo dal punto di vista tecnico, l’offerta non venne accettata perché ritenuta “umiliante”(!)[7].
 
Era evidente che l’associazione coi sovietici indispettiva parecchi a Parigi, ad assoluto discapito degli interessi nazionali francesi.
 
Veniva sollevata infine un’altra presunta incertezza circa l’aiuto che l’URSS avrebbe potuto offrire.
 
Questa riguardava il fatto che la Russia non confinava né con la Cecoslovacchia, né con la Germania. Per prestare il suo aiuto l’Armata Rossa avrebbe dovuto transitare sul territorio della Polonia e/o della Romania, due paesi che non avevano buone relazioni con Mosca. I due paesi si opponevano al passaggio dei sovietici sul loro territorio. Varsavia era particolarmente categorica: il regime polacco stava già adocchiando la possibilità di convergere coi nazisti per ottenere la sua fetta della torta cecoslovacca. Per tanto Varsavia fece tutto il possibile per vanificare qualsiasi aiuto alla Cecoslovacchia. Il ministro degli Esteri romeno dell’epoca, Nicolai Petrescu Comnen, raccontò più tardi che a Bucarest circolava con insistenza la voce che la Polonia e la Germania avessero convenuto di spartirsi le spoglie della Cecoslovacchia già da tempo, dal 1934, quando i due paesi stabilirono un patto di buon vicinato e non aggressione. Fosse o meno vero risulta indicativo che i vertici della Romania (un paese che si trovava nella singolare posizione di essere alleato sia dei cecoslovacchi che dei polacchi) nutrirono tali dubbi. Che il regime militare polacco, guidato prima da Pilsudski e poi da Beck, nutrisse ambizioni espansionistiche a spese dei vicini e provasse una malcelata ammirazione per il regime nazista era ad ogni modo acclarato (prova ne sia che a Parigi si nutrivano seri dubbi sull’affidabilità della Polonia in quanto alleato e si propendeva a credere che Varsavia si stesse sempre più allineando con la politica dell’Asse).
 
Per tutta la crisi i polacchi si caricarono di pesanti responsabilità nel vanificare ogni aiuto a Praga. Come si vide più tardi la miopia del loro regime li avrebbe ben presto condotti alla catastrofe. Credo che due esempi possano bastare ad offrirne un’idea: Varsavia protestò ufficialmente coi romeni perché avevano permesso ai cechi di sorvolare il loro territorio per portare in patria gli aerei che avevano acquistato dall’Urss ed invitò responsabili militari di Bucarest a studiare congiuntamente come arrestare i russi qualora questi avessero tentato di aprirsi con la forza un varco verso Praga. Ma la Polonia non si limitò ad interferire nella politica romena per scongiurare l’ipotesi che Bucarest acconsentisse almeno ad accettare il sorvolo del proprio territorio da parte di aerei sovietici, ma mobilitò alla frontiera cecoslovacca e disse chiaramente ai francesi che in caso in cui Parigi si fosse trovata in guerra coi tedeschi a causa della Cecoslovacchia la Polonia si sarebbe riservata il diritto di non offrire il suo aiuto.
 
Come uscirne? Dapprima i sovietici chiesero ai francesi di utilizzare la loro influenza su Varsavia e Bucarest per strappare un assenso al loro transito. Ma Bonnet rispose che i due paesi si rifiutavano categoricamente. E’ probabile che questa risposta sollevò al Cremlino dei dubbi circa la determinazione di Parigi nella crisi: era davvero possibile che la Francia non riuscisse a farsi seguire dai suoi alleati? Successivamente, quando la crisi si surriscaldò, alla ennesima richiesta di Bonnet di conoscere le intenzioni sovietiche seguì la proposta sovietica di riunire la Società delle Nazioni per ottenere una votazione contro l’aggressione che avrebbe potuto spingere la Romania ad accettare, se non altro, il sorvolo degli aerei sovietici sul suo territorio per venire incontro al paese aggredito[8]. La Romania pareva meno categorica della Polonia anche in virtù dei suoi ottimi rapporti con Praga, anche se il clima politico all’interno del paese balcanico era bollente ed erano attivi molti elementi di estrema destra filo-tedeschi. Tuttavia Comnen aveva osservato in modo sibillino che se i russi avessero sorvolato il territorio romeno tenendosi ad alta quota difficilmente la mediocre contraerea romena sarebbe riuscita a fermarli. Ricorda nelle sue memorie lo stesso Comnen, che al momento in cui Litvnov formulava queste proposte ed iniziava ad avere fiducia, Bonnet pareva accarezzare già l’idea di offrire un plebiscito ai tedeschi dei Sudeti perché scegliessero il loro destino. Inutile dire che anche l’ipotesi di ricorrere alla SdN per fare pressioni sulla Romania cadde nel vuoto.
 
Parte seconda (prossima pubblicazione)
 

[1] S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile 1936-1941; Torino: Einaudi, 1995, p. 211
[2] Alexandroski al Commissariato del Popolo agli Affari Esteri, 30 maggio 1938; in: Nouveau documents pour servir à l’histoire de Munich; Praga: Orbis, 1958, p. 40
[3] R. Coulondre, De Stalin à Hitler: souvenirs de deux ambassades 1936-1939 ; Paris: Hachette, p. 135
[4] Ibidem, p.138
[5] Ibidem p. 148
[6] M.J. Carley, 1939: l’alleanza che non si fece e l’origine della Seconda Guerra Mondiale; Napoli, La Città del Sole, 2009 p.98
[7] R.Coulondre, op. cit., p. 126-127
[8] In base al trattato della Società delle Nazioni i paesi membri avrebbero dovuto garantire il libero passaggio alle truppe dirette a sostenere il paese aggredito. Bucarest aveva già promesso a Praga che avrebbe rispettato questi obblighi. Si veda: R. Coulondre, op. cit., p. 136
– Gli occidentali e la crisi del 1938
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E gli occidentali? Come si mossero nel corso della crisi? La Gran Bretagna era assolutamente risoluta a non rischiare un conflitto generale per la Cecoslovacchia e vedeva come il fumo negli occhi il patto che i francesi avevano stretto coi sovietici. Con la fine della prima guerra mondiale Londra aveva ottenuto un duplice risultato: la sconfitta della Germania e l’isolamento della Russia dalle questioni europee. L’Inghilterra non era affatto disponibile a condurre una guerra contro la Germania a fianco dell’Unione Sovietica; con poche eccezioni gli inglesi ritenevano che i costi di una simile avventura sarebbero stati di gran lunga superiori ai benefici: l’Armata Rossa sarebbe passata sulla Polonia ed avrebbe portato il comunismo fin nel cuore dell’Europa. Questa era soprattutto l’opinione del premier Chamberlain e della sua cerchia. Londra era convinta a non farsi coinvolgere da Mosca ed operava deliberatamente per lacerare le relazioni tra russi e francesi. Chamberlain riteneva tutto sommato un male minore fare concessioni ad Hitler[1]. In fondo il fuhrer non aveva garantito che a lui interessavano solo i tedeschi e che non era sua intenzione annettersi anche cechi o slavi di altro tipo? A Londra non si credeva alla teoria di Litvinov che la pace fosse indivisibile, diversi membri conservatori pensavano che l’espansione della Germania all’est potesse benissimo, se tenuta entro giusti binari, fare il paio con la pace all’ovest.
 
Prova ne sia che per tutta la crisi del 1938 Chamberlain affrontò la questione vedendo in essa solo il problema dei Sudeti e non lo sforzo della Germania di travolgere il piccolo vicino, bastione dell’intesa franco-russa, per costruire il suo impero mittleeuropeo in attesa di nuove conquiste[2].
 
Contro questa miope politica erano per la verità assai poche le voci che si levavano oltre la Manica, tra questa quella di Winston Churchill (non già per una sua presunta simpatia filo-sovietica, ma perché riteneva, con lucido realismo, che di fronte alla crescente minaccia tedesca che si profilava all’orizzonte occorresse costruire un’alleanza della quale, dato il suo peso e la sua posizione geopolitica, doveva assolutamente far parte la Russia).
 
E’ stato sostenuto che in Gran Bretagna, come del resto in Francia, la tragedia della Grande guerra avesse lasciato nelle masse popolari una fortissima volontà di pace e che questa agì spingendo i governi francesi e inglesi verso la politica dell’appeasement. Vi è indubbiamente del vero in queste affermazioni; ma l’opinione pubblica non è mai stata una realtà abituata ad andare in giro vergine ed immacolata e bastava scorrere la grande stampa per rendersi conto di come il pericolo nazista venisse ridimensionato, ed anzi di come le richieste di Hitler alla Cecoslovacchia venissero spacciate come ragionevoli, mentre veniva esaltato oltremodo il pericolo rosso. Se è comunque utile e doveroso ricordare quel clima politico nel quadro della ricostruzione storica di quella fase della vita internazionale, bisogna anche mostrare cautela nel far discendere da quell’orientamento della pubblica opinione il fattore frenante nell’attività decisionale dei governi inglese e francese.
 
Chamberlain non aveva nessun bisogno di essere frenato: era già convinto di non fare la guerra alla Germania ed era in gran parte lui ed il suo milieu a portare avanti determinati messaggi nella pubblica opinione.
 
Per Chamberlain la Russia era solo una grande seccatura, la cui amicizia era nefasta ed avrebbe solo provocato la fuga in massa dei piccoli paesi dell’Europa orientale dalle file occidentali a quelle tedesche. Il suo pregiudizio ideologico lo portava a sottovalutarne l’importanza, la potenza e l’utilità, oltre che a metterne in dubbio l’affidabilità. (Persino l’anno successivo, quando ormai l’appeasement aveva dimostrato la sua inconsistenza, Chamberlain sostenne che il fronte orientale contro la Germania sarebbe stato la Polonia!).
 
Per quanto riguarda i francesi: il primo ministro Daladier si era già fatto notare come ministro della difesa del governo Blum per aver boicottato scientemente qualsiasi accordo militare con la Russia sovietica ed il suo ministro degli Esteri Bonnet cercò per tutta la crisi una scappatoia dagli obblighi che Parigi aveva con gli alleati, tra mille titubanze ed incertezze. Questo nonostante che per la Francia la situazione era molto più spinosa di quanto non lo fosse per l’Inghilterra. Parigi si giocava davvero le relazioni con gli alleati e rischiava di trovarsi isolata sulla scena internazionale. Chiudere la porta in faccia ai russi voleva dire affidarsi agli inglesi; ma cosa avrebbe fatto la Gran Bretagna in caso di guerra? Londra poteva inviare sul continente il risibile aiuto di due divisioni, e forse altre quattro dopo tre mesi. La Francia era assolutamente impreparata e sulle sue spalle pesava il condizionamento esercitato dalla politica britannica. Paradossalmente su Parigi pesava anche il comportamento disinvolto della Polonia. Il risultato fu che Bonnet tenne un atteggiamento chiaramente elusivo nei confronti dei sovietici per tutta la durata della crisi: dapprima chiedendo ai russi cosa avrebbero fatto e poi facendo cadere le loro proposte. Come notava Coulondre lasciar passare la crisi cecoslovacca sarebbe stato un grave errore. La Russia si sarebbe forse ritirata dalla scena, la Francia avrebbe perso le amicizie in Europa orientale. Non solo, ma in futuro il Reich avrebbe potuto minacciare la Polonia e la stessa Unione Sovietica, due paesi alleati della Francia. Cosa avrebbe fatto Parigi? Avrebbe continuato a fuggire dinnanzi alle responsabilità? E con quale frutto? Con il risultato probabile di trovarsi da sola di fronte ad Hitler per la questione dell’Alsazia-Lorena (una regione di lingua tedesca in territorio francese!), una volta che questi avesse distrutto qualsiasi resistenza all’est. Ma il discorso di Coulondre rispecchiava il lucido ragionamento di chi ha colto nel segno il problema e si ingegna per risolverlo, a Parigi non la pensavano come lui.
 
– Monaco
 
Nelle conversazioni anglo-francesi si fece strada ben presto l’idea di offrire concessioni a Hitler. In estate fu chiaro che Chamberlain mirava a garantire ad Hitler ciò che questi aveva chiesto, senza scomodare i tedeschi a dover scatenare una guerra. Dapprima il premier ventilò l’ipotesi di un plebiscito dei Sudeti, poi, di fronte alla negativa risposta cecoslovacca, arguì che se Praga non voleva cedere quel territorio alla Germania tramite i plebisciti poteva sempre cederlo senza plebiscito. Gli occidentali non si posero nemmeno il problema di sapere sa ciò che sarebbe rimasto della Cecoslovacchia avrebbe potuto rappresentare un organismo vitale. A Mosca si scrutavano le mosse occidentali con grande sospetto e tristi presagi. Il 1° settembre Bonnet informò i russi che Hitler sembrava intenzionato a scatenare una guerra pur di avere ciò che chiedeva. Il giorno dopo Litvinov formulò le proposte sovietiche: incontro tra gli Stati maggiori, appello alla SdN per forzare la Romania, conferenza anglo-franco-russa per intimare un alt ad Hitler. Bonnet nicchiò aumentando così la diffidenza dei russi, scontenti per la dipendenza francese dalla Gran Bretagna e seccati dal comportamento evasivo del governo francese in merito alla proposta di colloqui militari.
 
Qualcuno può forse congetturare ancora circa la determinazione di Stalin ad allearsi con gli occidentali per salvare la Cecoslovacchia nel 1938. Questa interpretazione non è però suffragata da elementi certi ed è fortemente improbabile alla luce della ricostruzione degli accadimenti. Tuttavia, come aveva notato già alcuni decenni fa lo storico inglese Alan John Percival Taylor, “per verificarlo, sarebbe bastato aderire alle consultazioni fra gli Stati Maggiori proposte da Litvinov. Ma Bonnet se ne guardò bene, dimostrando con ciò il suo timore che la risolutezza sovietica fosse fin troppo autentica”[3].
 
La crisi subì un’accelerazione in settembre. Il 6 settembre Krofta inviò un messaggio agli ambasciatori in cui esprimeva la necessità di sollecitare la Francia a sostenere Praga senza tentennamenti: “Se la Francia non ha aveva ancora compreso la situazione, questo avrebbe avuto sicuramente delle conseguenze gravi per la successiva evoluzione della politica europea”[4]. Il 19 settembre Parigi e Londra preferirono far pervenire a Praga la loro proposta di “mediazione” sulla base della quale la Cecoslovacchia avrebbe dovuto lasciare il territorio dei Sudeti alla Germania. Ma la Cecoslovacchia rifiutò la proposta e si preparò. Il 20 settembre l’URSS riconfermava al presidente cecoslovacco Benes che avrebbe prestato fede ai patti. Il 21 settembre Francia ed Inghilterra replicarono inviando un vero e proprio ultimatum a Praga. Se, con il suo rifiuto della “mediazione” occidentale, la Cecoslovacchia avesse provocato una guerra, la Francia e l’Inghilterra non sarebbero corse in suo aiuto. Ai cechi non restava che abbassare la testa.
 
A questo punto fu Hitler ad alzare la posta: voleva che i cechi sgombrassero il territorio dei Sudeti entro il 1° ottobre e la crisi visse il suo momento più drammatico. La Cecoslovacchia mobilitò ed i tedeschi ammassarono truppe alle frontiere. Il 22 settembre Krofta informò che anche i polacchi avevano concentrato i loro militari alla frontiera cecoslovacca e chiese ai russi di minacciare la Polonia che l’Urss avrebbe denunciato il patto di non aggressione stretto anni addietro tra Mosca e Varsavia. Detto fatto, l’ambasciatore polacco in Urss venne convocato di primo mattino per ricevere l’avvertimento sovietico. Il 24 settembre i francesi comunicarono che 15 divisioni erano state inviate verso le fortificazioni alla frontiera. Il giorno seguente i russi risposero che l’Armata Rossa era sul piede di guerra: 30 divisioni erano state inviate alle frontiere occidentali con Polonia e Romania, erano completate dai riservisti e le truppe corazzate e l’aviazione erano pronte al combattimento. Le acrobazie delle diplomazie occidentali erano finite?
 
No: il 28 settembre Chamberlain chiese un incontro ad Hitler, che si disse disposto ad una conferenza con Francia e Inghilterra con la mediazione di Mussolini. L’URSS non era menzionata e non venne nemmeno consultata. Nemmeno la Cecoslovacchia ebbe il diritto di presenziare alla riunione dove pure si decideva il suo destino! Era il trionfo dell’appeasement: l’accettazione di tutto quanto Hitler aveva reclamato per la Germania (ed anche per la Polonia e l’Ungheria). La Cecoslovacchia era ridotta ad un moncherino, formalmente sovrano, ma in balia degli eventi: con la cessione delle fortificazione di confine era impossibilitata a difendersi. I suoi confini, è vero, venivano garantiti dalla Francia e dall’Inghilterra, ma quanto valeva ancora la parola delle “democrazie” occidentali? Lo si vide nel marzo del 1939 quando, in barba a tutte le raccomandazioni che aveva dato, Hitler si prese anche ciò che restava del piccolo vicino con una passeggiata: il Reich si annetteva di fatto la Boemia e Moravia, ridotte ad un protettorato, e riduceva la Slovacchia ad un satellite sotto il governo compiacente di monsignor Tiso.
 
I fautori dell’appeasement applaudirono: la pace era salva. Il Parlamento francese votò in favore della gestione della crisi da parte del governo massicciamente 537 a favore e 75 contro. Ai 73 deputati comunisti avevano avuto il coraggio di sommare la loro voce solo il deputato di destra Kérillis ed un socialista. Ma i critici, in tutto il mondo, vedevano chiaramente che a Monaco non era stata salvata la pace ma che era stata rimandata la guerra e questa sarebbe stata combattuta in condizioni peggiori: senza la Cecoslovacchia e molto probabilmente senza l’aiuto sovietico. Perché per Mosca ora l’alleanza con la Francia non valeva il foglio su cui era scritta. L’URSS era stata trascinata sull’orlo di una guerra per essere poi abbandonata dagli occidentali. A Mosca ne avrebbero tratto le giuste conseguenze.
 
L’origine del patto Ribbentrop-Molotov si trova a Monaco. A Monaco parve chiaro che gli occidentali erano disposti ad accettare che le ambizioni di Hitler si scaricassero ad est. L’ambiguo atteggiamento degli occidentali, volto a coinvolgere l’Urss in funzione antitedesca per poi lasciarla sola di fronte ai nazisti, aveva un chiaro significato: Londra e Parigi usavano la Russia come carta per patteggiare con Hitler e spingevano Germania e URSS a fronteggiarsi, cioè cercavano di incanalare la spinta espansionista nazista in funzione antisovietica.
 
Questi fatti vanni tenuti bene a mente quando di (s)parla del patto Ribbentrop-Molotov.
 
Da parte dell’ambasciatore francese a Mosca Coulondre giungeva una sorta di riconoscimento di colpa per lo stato in cui erano piombati i rapporti tra occidentali e sovietici: “Ciò che ho potuto vedere dal mio posto lontano, è che la Francia non ha giocato nella questione cecoslovacca il ruolo che ci si poteva attendere da lei. Senza dubbio l’interesse della Gran Bretagna a difendere a Praga la pace fatta a Versailles era altrettanto grande e senza dubbio quello dell’URSS a conservare il bastione della sua frontiera occidentale era più grande ancora; ma era tuttavia la Francia che, per il gioco dei trattati con la Cecoslovacchia, doveva esporsi per prima”[5].
 
Coulondre mise anche in guardia il suo governo che l’Urss era inferocita con gli occidentali e preoccupata per la situazione che derivava dal patto di Monaco, che a Mosca era visto come una spada puntata contro la Russia, e che in tali circostanze non era escluso un cambio di direzione della politica estera sovietica verso un accomodamento con la Germania. L’ambasciatore sottolineò il pericolo che da tale situazione poteva derivare per la Francia, dato che senza l’Urss il fronte orientale contro i tedeschi era inesistente. Ma anche questa volta restò inascoltato.
 
Qualsiasi statista ha l’obbligo di garantire al suo paese la sicurezza e la pace; qualora queste due condizioni diventino impossibili da garantire e la guerra bussi alla porte è comunque suo dovere far sì che il proprio paese la possa combattere nelle condizioni migliori. L’Unione Sovietica era disposta a rischiare un conflitto per fermare Hitler nel 1938 in coalizione con Francia e Gran Bretagna. Certamente non era disposta ad affrontare la Germania da sola, ma questa questione, come ha notato Carley nei suoi studi, non fu mai posta all’ordine del giorno. Del resto nessuno aveva chiesto alla Francia di combattere da sola contro Hitler. Nel 1938 si trattava di costruire una coalizione per fermarlo: l’URSS aveva fatto delle proposte e Parigi, sospinta da Londra, le aveva rigettate. Per quale ragione la Russia avrebbe dovuto immolarsi, per gli affaristi della City? Sarebbe stata una pazzia suicida, un’idiozia e Stalin non era né un pazzo suicida né un’idiota.
 
L’insegnamento che Stalin trasse dal patto di Monaco era che l’Urss doveva prepararsi, guadagnare tempo, cercare di non restare isolata di fronte ad Hitler e, per ottenere questo, fare il possibile per provocare l’esplosione delle contraddizioni nel fronte imperialista. E’ quello che cercò di ottenere nel 1939, prima con Francia e Inghilterra (nonostante tutto) poi col patto Ribbentrop-Molotov.
 
– Dal Patto di Monaco al Patto Ribbentrop-Molotov
 
A determinare i primi mesi del 1939 furono tre eventi: il discorso di Stalin al Congresso del PCUS, la marcia tedesca su Praga (che poneva fine a quanto era virtualmente rimasto della Cecoslovacchia) e la garanzia unilaterale concessa dalla Gran Bretagna alla Polonia.
 
Al Congresso Stalin denunciò il fallimento della politica della sicurezza collettiva a causa dell’atteggiamento acquiescente degli occidentali all’aggressione fascista. Tuttavia ribadì che l’Unione Sovietica rimaneva favorevole a sostenere tutti i paesi che lottavano per la loro indipendenza contro l’aggressione anche se non si sarebbe fatta coinvolgere in una guerra per “togliere le castagne dal fuoco” a qualche guerrafondaio. Il messaggio era sufficientemente chiaro: l’atteggiamento dell’Urss, pur disponibile, non andava considerato scontato ed i sovietici non sarebbero caduti nella trappola di chi voleva che si occupassero da soli dell’aggressore, facendo da carne da cannone alle “democrazie occidentali”.
 
Molti hanno valuto vedere in questo discorso di Stalin l’inizio della svolta della Russia verso la Germania nazista, ma questa è una palese forzatura del significato del discorso tenuto dal leader sovietico. In realtà Stalin non mirava ad altro che ad avvertire gli occidentali di non tirare troppo la corda, come ha notato Carley “il discorso, nel suo complesso, non era […] che una riaffermazione della politica di Litvinov; il riferimento alle ‘castagne’ era basato sull’apprensione di venire piantato in asso da Francia e Gran Bretagna e di dover fronteggiare da solo la Germania”[6].
 
In realtà l‘inversione di marcia dei russi verso la Germania non era ancora assolutamente scontata; per buona parte del 1939 Mosca continuò infatti ad insistere per un accordo soddisfacente con gli occidentali, nonostante tutto. Del resto in quel momento non vi era ancora un contesto che potesse permettere una svolta, il rapporto tra Germania e Polonia pareva ancora improntato all’idillio; non era anzi esclusa un’alleanza dei due paesi contro l’URSS: da tempo Hitler l’aveva proposta a Varsavia e sappiamo che uno scenario del genere era da tempo tenuto presente nei piani operativi dell’Armata Rossa[7].
 
Il 15 marzo del 1939 Hitler occupò Praga. Questa mossa ebbe un duplice effetto sulle relazioni internazionali: da un lato rafforzò nell’opinione pubblica occidentale la tendenza a condannare l’appeasement, dall’altra creò il presupposto per una possibile fine della luna di miele tra Varsavia e Berlino perché adesso era la Polonia a trovarsi circondata su tre lati dal III Reich. Così la Polonia, che nel corso della crisi cecoslovacca aveva insaponato la corda del boia, si ritrovava nel mirino per la città di Danzica.
 
Dopo questi due eventi gli inglesi ripresero l’iniziativa diplomatica. Determinati ambienti a Londra segnalavano nuovo interesse per i rapporti con l’Urss e per una riproposizione della politica della sicurezza collettiva. Lungi dall’allontanare gli occidentali il discorso di Stalin, stando al giudizio dell’ambasciatore russo a Londra, Maiski, aveva ottenuto l’effetto opposto. Le voci che spingevano il gabinetto inglese a stabilire un’alleanza coi sovietici crescevano. Sventuratamente il premier Chamberlain non si era convertito a questa opzione. Da questo complicato quadro derivarono le trattative anglo-franco-russe per cercare di stabilire un’alleanza che arginasse la Germania nel corso del 1939.
 
Il 31 marzo 1939 Chamberlain annunciò la concessione della garanzia britannica alla Polonia, onde prevenire un’aggressione tedesca. Questa dichiarazione era stata presa in assoluta leggerezza, senza consultare né i francesi, né i russi. Il problema era che in caso di attacco tedesco la Polonia non avrebbe potuto resistere da sola e gli aiuti occidentali le sarebbero arrivati “post mortem”. L’unica speranza per tenere il fronte orientale era contare sull’Urss, ma Chamberlain voleva tenere i russi a distanza, utilizzandoli eventualmente per tenere in scacco la Germania ma senza associarli ad una vera alleanza per non scontentare i polacchi e per non legarsi le mani.
 
Le trattative tra occidentali e sovietici nel 1939 nascevano sotto pessime stelle. A smentire quanti sostengono che Stalin era più interessato ad un accordo con Hitler che con gli anglo-francesi è il profondo accanimento dei sovietici nel cercare un’intesa con gli occidentali che potesse garantire la sicurezza di tutti i contraenti. L’Urss si spinse persino a comunicare all’ostile regime polacco la propria disponibilità a portare il proprio aiuto. In un dialogo avuto con Litvinov l’ambasciatore polacco a Mosca fece presente che il suo governo intendeva mantenersi neutrale tra Russia e Germania. Alla replica di Litvinov, che sottolineò come la Polonia fosse alla mercé di Hitler, l’ambasciatore rispose dicendo che Varsavia si sarebbe rivolta a Mosca solo quando l’avrebbe ritenuto necessario. Il ministro degli esteri sovietico non poté far altro che mettere in guardia il suo interlocutore: “state attenti che non sia troppo tardi”.
 
Nonostante le avances occidentali crescessero l’unica cosa chiara era che Parigi e Londra desideravano che l’Urss si impegnasse ad intervenire in Europa orientale senza garantire i russi circa le conseguenze che questo loro atto avrebbe comportato. Per sventare l’ennesimo tradimento occidentale, dopo Monaco, quello che occorreva era proprio un accordo tra le parti che garantisse la reciprocità degli impegni, ma da questo orecchio gli inglesi non sentivano. La proposta inglese verteva infatti su una garanzia unilaterale dell’URSS a Polonia e Romania. Anche la prima proposta di accordo formulata dai francesi contro la Germania era priva della necessaria reciprocità. Questa posizione sembrava assunta apposta per confermare i sospetti sovietici circa un tentativo di spingere la Russia e la Germania a scannarsi a vicenda.  
 
La proposta sovietica agli occidentali fu formulata da Litvinov in quattro punti: mutua assistenza reciproca tra Francia, Inghilterra ed Urss contro l’eventuale aggressore, aiuti di tutte e tre le parti a tutti i paesi dell’Europa centro-orientale con l’inclusione degli stati baltici e della Finlandia, impegno dei tre firmatari a non concludere una pace separata, attivazione dei colloqui per concertare misure concrete. Ma gli occidentali, specialmente gli inglesi, restarono fermi nella loro intenzione di voler essere garantiti dai russi ma di non voler a loro volta garantire l’Urss. Come ha riconosciuto lo storico britannico Taylor, “Chamberlain non volle l’alleanza con la Russia sovietica, se non a condizioni impossibili”[8].
 
Vi è stato chi ha anche sostenuto che in fondo gli stessi sovietici non erano convinti della convergenza con gli occidentali e che stessero attuando un’ambigua politica di “doppio binario”, con gli anglo-francesi da una parte e coi tedeschi dall’altra. Prova ne sia il loro incaponirsi per inserire nella lista dei piccoli paesi garantiti dalle Potenze anche l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, dato che era altamente improbabile un attacco tedesco dalla Prussia orientale, attraverso gli stati baltici, verso la Russia. Il meno che si possa dire è che tali considerazioni sono imbarazzanti. L’ipotesi di un’aggressione tedesca all’Urss attraverso i paesi baltici era talmente “improbabile” che nel 1941, allo scatenarsi dell’operazione Barbarossa, una delle tre direttrici di sfondamento dei tedeschi (il gruppo armate nord agli ordini di von Leeb) prevedeva appunto di partire dalla Prussia orientale, attraversare i paesi baltici e di puntare su Leningrado! Ed è quello che fece.
 
Inoltre, come è stato già osservato da tempo, i rapporti diplomatici tra occidentali e russi dimostrano chiaramente chi frenava il raggiungimento dell’intesa: “Gli scambi diplomatici dimostrano che gli indugi furono dell’Occidente e che il governo sovietico rispose sempre con rapidità quasi fulminea. […] Se le date significano qualcosa, erano gli inglesi a menare il can per l’aia, mentre i russi non vedevano l’ora di concludere”[9].
 
Il 3 maggio 1939 Litvinov venne sostituito da Molotov al commissariato del popolo agli Affari Esteri. Per la legazione francese a Mosca era il risultato dello stallo imposto dagli anglo-francesi alle trattative. Per molti l’avvicendamento rappresentò l’abbandono da parte di Stalin della figura che più di ogni altra si era spesa per la sicurezza collettiva; l’arrivo di Molotov rappresentò il primo passo verso la Germania.
 
Queste affermazioni risultano però delle notevoli forzature: la politica sovietica infatti non cambiò direzione con l’avvicendamento. Mosca continuò a spendersi per stringere un’intesa con gli occidentali, tanto che le condizioni poste da Molotov per concludere le trattative con inglesi e francesi restarono identiche a quelle poste da Litvinov in precedenza. Molotov inviò addirittura un emissario di peso come Potemkin a Varsavia per far ragionar i restii polacchi, ma senza alcun risultato.
 
L’unica differenza rilevabile stava nei modi: Molotov fu molto più fermo di Litvinov nella gestione della trattativa diplomatica. Questo era dovuto a più fattori: in primo luogo che la crisi tra Berlino e Varsavia peggiorava e che il momento della verità si stava avvicinando; i russi non volevano arrivarci senza precise garanzie. Per questa ragione chiesero l’avvio di colloqui militari diretti per concertare misure concrete. Inoltre mano a mano che i negoziati si trascinavano cresceva il loro sospetto per le intenzioni occidentali. Non va infatti dimenticato che nel corso delle trattative gli inglesi non avevano affatto reciso i canali con i tedeschi e che tramite vari personaggi facevano giungere alle orecchie di Hitler la loro disponibilità a trovare un’intesa con il III Reich, se solo questo avesse rinunciato a minacciare l’uso della forza. Chi faceva la politica del doppio binario? I sovietici ovviamente lo sapevano. Il ministro degli esteri britannico, in questa già critica situazione, non trovò di meglio che dire che Londra era contraria alla clausola che avrebbe vietato ai contraenti una pace separata coi nazisti!
 
La sola critica che si può muovere alla diplomazia sovietica nel 1939 è di aver messo subito in chiaro quali erano le condizioni minime per un accordo. Ma erano Londra e Parigi che si erano inutilmente esposte con la loro garanzia di carta alla Polonia, non Mosca; inoltre quando ci sono degli interessi che convergono di fronte ad una minaccia comune anche le trattative più importanti e complesse finiscono con il differire notevolmente dal mercato delle vacche. Come sostenne in quei giorni Churchill ai Comuni il governo inglese doveva guardare la realtà: senza fronte orientale non ci sarebbe stata sicurezza ad occidente e senza l’Urss non ci sarebbe stato alcun fronte orientale. L’idea essenziale era che per fermare la Germania e la possibilità di una guerra occorreva saldare l’alleanza anglo-franco-russa di modo che Hitler, circondato da forze preponderanti, non osasse attaccare. Non era un’idea condivisa dal premier inglese.
 
Può essere importante ricordare che la crescente diffidenza sovietica per come gli occidentali stavano gestendo i colloqui, lungi dall’essere il frutto dell’inclinazione fortemente sospettosa del regime staliniano, veniva all’epoca giustificata da personaggi tutt’altro che filo-comunisti o filo-sovietici, come il moderato francese Mandel, che ancora a luglio disse all’ambasciatore russo a Parigi che Mosca aveva ragione di diffidare e di pretendere termini chiari, o come il solito Churchill che cominciò ad accusare il governo britannico di malafede.
 
Nel frattempo la tensione per la città di Danzica cresceva. E’ in questo contesto che si inserirono con abilità i diplomatici tedeschi per avvicinare l’Unione Sovietica. Alle prime aperture dovettero però registrare come Molotov si dimostrasse estremamente diffidente.
 
Le aperture tedesche all’Urss giungevano proprio mentre divenivano di pubblico dominio le notizie dei maldestri contatti che gli inglesi cercavano di imbastire con Hitler. E’ evidente come tale fatto possa essere risuonato tra le pareti del Cremlino. Per tutto il mese di luglio le pressioni tedesche sui sovietici continuarono. Molotov restò tuttavia diffidente, pur ascoltando i suoi interlocutori (lo sappiamo dai resoconti dell’ambasciatore tedesco nell’URSS, Schulenburg, a Ribbentrop). I russi continuarono a tener duro sulla strada dell’accordo con gli occidentali, che essi ritenevano quindi preferibile.  
 
La posizione dell’Unione Sovietica era delicata: in caso di penetrazione tedesca in Polonia la Russia si sarebbe trovata di fronte ad un pericolo immediato ed i russi erano già alle prese con una non dichiarata guerra al Giappone in Estremo oriente. Nel mese di maggio avanguardie giapponesi avevano sconfinato dalle regioni della Cina occupata verso la Mongolia e l’Estremo oriente sovietico. L’Armata Rossa aveva reagito e gli scontri si erano estesi. Ne erano derivate le battaglie di Khalkhin Gol e Nomonhan, nel corso delle quali i sovietici si erano imposti ed avevano frenato l’espansionismo nipponico nell’area. Questi fatti ebbero scarsa eco in Occidente ed ancora oggi sono fortemente sottostimati nella storiografia occidentale sulle origini della seconda guerra mondiale. Eppure, come è ovvio, devono avere avuto una loro significativa incidenza nel comportamento tenuto dai russi nell’estate 1939.
 
L’ambasciatore francese a Mosca, Naggiar, sottolineò più volte ai suoi superiori a Parigi che bisognava stringere una classica alleanza e che i russi erano sospettosi circa la riluttanza anglo-francese in merito; a Mosca si attribuiva estrema importanza alla conclusione di precisi accordi militari per far si che il patto a 3 non fosse semplicemente un pezzo di carta. Naggiar coglieva l’essenza della questione. Notava inoltre che le garanzie date in primavera ala Polonia, senza il concorso russo, erano state un grande errore perché avevano esposto Francia e Inghilterra a dare un sostegno che era impossibile garantire senza la partecipazione dell’URSS. Ora Parigi e Londra dovevano accettare la realtà e pagare il prezzo richiesto dai sovietici.
 
Sotto l’incalzare degli eventi gli occidentali finirono con l’ammorbidire le loro pretese. Ma restava da affrontare il fondamentale scoglio delle conversazioni militari. Tali negoziati cominciarono a Mosca l’11 agosto 1939.
 
La delegazione sovietica era guidata dal ministro della Difesa Voroscilov ed annoverava nelle sue file il Capo di Stato Maggiore, gen. Shaposnikov, a dimostrazione della serietà e dell’importanza che i russi attribuivano ai colloqui. Come è noto le delegazioni occidentali non erano rappresentate da figure d pari importanza. Il rappresentante inglese, Sir Reginald Drax, aveva ricevuto la precisa direttiva di far sì che i negoziati procedessero “molto lentamente” ed era stato spedito in Russia tramite un barcone merci preso in affitto che poteva avere la velocità di 13 nodi! L’ambasciatore russo a Londra, Maiski, non poté far altro che arrivare alla conclusione che “[Chamberlain] non vuole un patto tripartito. Gli servono solo dei negoziati sul punto di un’intesa, per vendere più care le sue carte ad Hitler”[10].
 
La delegazione francese, capeggiata dal gen. Doumenec, non aveva ricevuto istruzioni migliori. Le sue aspettative erano di parlare poco o di ascoltare e basta. Nel suo diario Doumenec racconta che Bonnet gli disse che poteva fare delle promesse, se costretto. “Che genere di promesse?” “Qualsiasi cosa tu ritenga necessario” rispose Bonnet. E Daladier aggiunse solo “bonne chance!” Tutto questo nonostante gli ambasciatori inglese e francese a Mosca, Seeds e Naggiar, avessero messo in guardia di non presentarsi ai sovietici a mani vuote. Gli stessi ambasciatori occidentali rimasero di sasso quando sentirono le disposizioni che i loro negoziatori avevano ricevuto perché era evidente che i russi erano pronti a concludere. Ciò che si profilava a Mosca era un disastro. Dopo aver soprasseduto per un primo momento sul fatto che né Doumenec né Drax fossero forniti del potere di concludere un qualsiasi accordo i sovietici entrarono nel vivo della discussione ponendo questioni concrete. Il dibattito si arenò ben presto ed il 17 agosto Voroscilov, in mancanza di risposte alle questioni che aveva posto, sospese i colloqui. Non sarebbero più ripresi. L’ostilità polacca ad un ingresso dell’Armata Rossa in Polonia per contrastare i nazisti giocò anche in questo caso un ruolo rilevante.
 
All’inizio di agosto i tedeschi erano tornati alla carica per arrivare ad un’intesa coi sovietici. Pur registrando le riserve sovietiche ed il fatto che a Mosca fossero molto più interessati al raggiungimento di un’onesta intesa con gli occidentali[11] la diplomazia nazista non demordeva. I tedeschi chiarirono successivamente che, a causa dell’ostilità polacca, la situazione stava precipitando e che tra breve la Germania avrebbe assunto decisioni definitive per la sistemazione del problema di Danzica; per tanto non c’era tempo per tergiversare: il III Reich era disposto a migliorare le sue relazioni con l’URSS ed a riconoscere gli interessi sovietici nella Polonia “russa” e nel Baltico. I tedeschi avrebbero accantonato le loro antiche mire sull’Ucraina ma volevano conoscere quale era l’attitudine del governo sovietico, specificando che un patto stretto dai russi con gli occidentali sarebbe stato incompatibile con il coronamento di queste offerte tedesche. L’8 agosto l’ambasciatore sovietico a Berlino, Astakhov, chiarì a Molotov i termini del problema, dalla notizia che la guerra era imminente alle offerte di accomodamento tedesche.
 
Il commento di Astakhov dava chiaramente l’idea che i sovietici non si illudevano circa il carattere di queste offerte: l’ambasciatore non nutriva alcuna fiducia in un rispetto a lungo termine di tali impegni; “ogni intesa sarebbe stata a breve allo scopo di neutralizzarci a questo prezzo in caso di guerra alla Polonia”.
 
Di fronte alla guerra che si avvicinava, alle sospette titubanze occidentali ed all’insipienza polacca Molotov decise di cambiare atteggiamento nei confronti delle aperture tedesche e chiese se la Germania sarebbe stata disposta a firmare un patto di non aggressione. L’URSS non poteva più pensare di provvedere alla propria sicurezza tramite un’intesa con gli occidentali visto che le trattative militari stavano clamorosamente naufragando. Il 19 agosto Molotov si accordò con Schulenburg per la visita di Ribbentrop a Mosca. Il 23 agosto venne firmato il patto di non aggressione tra la Germania e l’Unione Sovietica.
 
– Il significato del patto tra mito e realtà
 
Come ha notato lo storico canadese Carley riguardo al patto Ribbentrop-Molotov “è stata sviluppata una mitologia da lunga data”. Egli ha ragione di notare come tale mitologia si fosse nutrita con le inadeguate fughe di notizia sulla stampa che avevano accompagnato tutte le trattative tra sovietici e occidentali (fughe che gli stessi ambasciatori francesi e inglesi a Mosca avevano deprecato). Oggi possiamo misurare come quelle fughe di notizie incontrollate avessero lo scopo di preparare l’opinione pubblica occidentale ad un fallimento dei negoziati per incolparne i russi. Molti politici di primo piano, come Bonnet, si erano preoccupati più di questo che di ottenere il successo delle trattative. I politici anglo-francesi, che avevano preteso di disporre degli altri paesi come pedine, erano ora stizziti per essere stati giocati dall’URSS. Tranne Chamberlain, che non fu per nulla dispiaciuto, e tranne il polacco Beck, che inspiegabilmente continuava a sostenere che non era cambiato nulla.
 
In realtà lungi dall’aver stabilito un’alleanza il patto di non aggressione sancì semplicemente che le parti si sarebbero astenute dal combattersi in quel preciso momento caratterizzato dalla crisi polacca. I conti venivano rimandati. Considerando che Stalin non si fidò mai degli occidentali, nonostante ricercò accanitamente di giungere ad un’intesa accettabile con essi, è assai fantasiosa l’ipotesi che si sarebbe fidato di Hitler. La verità è che Stalin non si fidava di nessuno e cercò solo il modo che riteneva migliore per garantire la sicurezza del proprio paese. Da statista quale indubbiamente era cercò l’ipotesi migliore combinando le proprie forze con quelle anglo-francesi. Quando ciò si dimostrò impossibile, di fronte alla guerra che avanzava pericolosamente verso i confini dell’URSS e di fronte alle inaspettate aperture tedesche, scelse la strada di un accordo con la Germania che tenesse momentaneamente fuori la Russia dal conflitto.
 
Cosa ottenne Stalin col patto Ribbentropp-Molotov?
 
Ottenne più cose ad un tempo. In primo luogo guadagnò tempo per preparare il paese allo scontro inevitabile con la Germania. In secondo luogo guadagnò spazio ottenendo la possibilità di avanzare fino alla linea Curzon, riprendendo quei territori che la Polonia aveva incorporato dopo la sua proditoria aggressione all’URSS nel 1919-21, ed assorbendo nella sua orbita gli stati baltici. Con questi guadagni territoriali ora la Russia aveva un contatto diretto con la Germania, un elemento che era drammaticamente mancato durante le precedenti crisi europee, come si ricorderà.
 
Ma ciò che più contava era la conseguenza di questo patto sul sistema internazionale. La solidarietà anti-sovietica del patto Anti-komintern venne incrinata ed il Giappone, ormai privo di sponde, si trovò a dover rinunciare ad un’attiva politica anti-russa in Asia. Le Potenze occidentali vennero infine inchiodate alle loro responsabilità senza la possibilità di scaricare il peso della guerra sulla Russia. L’esplosione di un conflitto tra loro ed il III Reich avrebbe definitivamente fatto tramontare lo spettro di una grande coalizione imperialista anti-sovietica ed avrebbe fatto sì che nel momento dello scontro con i nazisti a restare isolata non sarebbe stata l’Unione Sovietica.
 
Come ha recentemente sottolineato il vicepresidente della Duma per gli Affari Internazionali, Kvizinski, il patto Ribbentrop-Molotov creò le condizioni perché l’Urss non restasse isolata a fronteggiare la minaccia nazista e generò la possibilità di varare una grande coalizione anti-hitleriana in seguito.  
 
 
 

[1] Il ruolo dei pregiudizi anticomunisti ed antisovietici nel delineare l’appeasement è efficacemente riportato da: M.J. Carley, 1939; op. cit.
[2] Litvinov espresse chiaramente una franca critica alla politica britannica direttamente al ministro degli Esteri Halifax: “Io ho espresso una franca critica di tutta la politica inglese verso la Germania spiegando, in particolare, che l’Inghilterra commetteva un grande errore prendendo per oro colato le motivazioni hitleriane nelle questioni tanto spagnole che cecoslovacche. L’Inghilterra pretende che in realtà non si tratti che dei diritti dei tedeschi dei Sudeti e che basta estendere questi diritti perché il pericolo sia fugato. Ma Hitler si preoccupa dei tedeschi dei Sudeti tanto poco quanto si occupa di quelli del Tirolo: è della conquista di terre e di posizioni strategiche ed economiche in Europa che si tratta. Tali appetiti non possono essere soddisfatti estendendo i diritti dei tedeschi dei Sudeti”; Litvinov all’ambasciata sovietica in Cecoslovacchia, 25 maggio 1938 in: Nouveaux documents; op. cit, p. 33
[3] A.J.P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale; Bari: Laterza, 1961, p. 248-249
[4] Krofta alle Legazioni di Cecoslovacchia in Gran Bretagna, in Francia e in URSS, 6 settembre 1938; in: Nouveaux documents; op. cit., p. 61
[5] R. Coulondre, op. cit., p.149
[6] M.J. Carley, 1939, op. cit., p. 145
[7] Si veda: Steven J. Main, The Red Army and the Future War in Europe 1925-40; in: Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1998, p. 171-185
[8] A.J.P. Taylor, op. cit.p. 332
[9] Ibidem, p. 335
[10] M.J. Carley, op. cit., p. 245
[11] Il 4 agosto 1939 Schulenburg scriveva a Ribbentrop: “La mia impressione generale è che il governo sovietico sia attualmente determinato a concludere un accordo con Gran Bretagna e Francia, se queste soddisferanno tutte le richieste sovietiche”. Cit. in: M.J. Carley, op. cit., p. 251

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