G. STALIN :Questioni del leninismo-1926. – Cuestiones del Leninismo G. STALIN

Questioni del leninismo /Cuestiones del leninismo

All’organizzazione di Leningrado del P.C.(b) dell’U.R.S.S. dedico queste pagine.
G. STALIN

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CAPITOLO I

Definizione del leninismo L’opuscolo: « Dei principi  del leninismo » contiene la nota definizione del leninismo che ha ottenuto, pare, diritto di cittadinanza. Eccola: « Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare ». E’ giusta questa definizione? Penso che sia giusta. E’ giusta, in primo luogo, perché indica giustamente le radici storiche del leninismo, caratterizzandolo come il marxismo dell’epoca dell’imperialismo, all’opposto di certi critici di Lenin, i quali pensano a torto che il leninismo sia nato dopo la guerra imperialista. È giusta, in secondo luogo, perché mette giustamente in rilievo il carattere internazionale del leninismo, all’opposto della socialdemocrazia, che ritiene il leninismo applicabile soltanto alla situazione nazionale russa. E’ giusta, in terzo luogo, perché mette giustamente in rilievo il legame organico del leninismo con la dottrina di Marx, caratterizzandolo come il marxismo dell’epoca dell’imperialismo, contrariamente a certi critici del leninismo che non lo considerano come un ulteriore sviluppo del marxismo, ma soltanto come una restaurazione del marxismo e una applicazione di esso alla realtà russa. Tutto ciò parrebbe non aver bisogno di commenti speciali.

Tuttavia vediamo che nel nostro partito vi è della gente che ritiene necessario definire il leninismo in modo alquanto diverso. Per esempio Zinoviev pensa che: « Il leninismo è il marxismo dell’epoca delle guerre imperialiste e della rivoluzione mondiale, direttamente incominciata in un paese dove predominano i contadini ». (Il corsivo è di Zinoviev. G. St.). Che cosa possono significare le parole sottolineate da Zinoviev? Che cosa significa introdurre nella definizione del leninismo l’arretratezza della Russia, il suo carattere contadino? Significa fare del leninismo non più una dottrina proletaria internazionale, ma un prodotto delle specifiche condizioni russe. Significa fare il gioco di Bauer e di Kautsky, i quali negano che il leninismo convenga ad altri paesi, capitalisticamente più sviluppati. E’ indiscutibile che la questione contadina ha per la Russia la massima importanza, che il nostro paese è un paese rurale. Ma quale importanza può avere questo fatto per caratterizzare i principii del leninismo? Si è forse il leninismo formato soltanto sul suolo della Russia e per la Russia, e non sul terreno dell’imperialismo, non per i paesi imperialisti in generale? Forse che le opere di Lenin, come: « L’imperialismo », « Stato e rivoluzione », « La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky », La malattia infantile di “sinistra” », ecc. hanno importanza soltanto per la Russia e non per tutti i paesi imperialisti in generale? Non è forse il leninismo la generalizzazione dell’esperienza del movimento rivoluzionario di tutti i paesi? I principi della teoria e della pratica del leninismo non sono forse validi, non sono obbligatori per i partiti proletari di tutti i paesi? Aveva forse torto Lenin di dire che « il bolscevismo è un modello di tattica valido per tutti »? (Il corsivo è mio. G. St.). (« La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky », vol. XXIII, p. 386, ed. russa). Aveva forse torto Lenin di parlare dell’« importanza internazionale (il corsivo è mio. G. St.) del potere sovietico e dei principi della teoria e della tattica del bolscevismo »? (« La malattia infantile », volume XXV, pp. 171-172, ed. russa). Non sono forse giuste, per esempio, le seguenti parole di Lenin:
« In Russia la dittatura del proletariato inevitabilmente deve distinguersi dai paesi avanzati per certe particolarità, in conseguenza del carattere molto arretrato e piccolo-borghese del nostro paese. Ma le forze essenziali e le forme fondamentali dell’economia sociale sono in Russia le stesse che in qualsiasi altro paese capitalistico, cosicché queste particolarità possono riferirsi soltanto a ciò che non è l’essenziale ». (Il corsivo è mio. G. St.). (« Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato », vol. XXIV, p. 508, ed. russa). Ma se tutto questo è vero, non ne deriva che la definizione del leninismo data da Zinoviev non può essere accettata come giusta? Come conciliare con l’internazionalismo questa definizione angustamente nazionale del leninismo?

CAPITOLO II

L’essenziale nel leninismo Nell’opuscolo: « Dei principi del leninismo » è detto: « Alcuni pensano che l’essenziale del leninismo sia la questione contadina, che il punto di partenza del leninismo sia la questione dei contadini, della loro funzione, del loro peso specifico. Ciò è assolutamente falso. La questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, non è la questione contadina, ma quella della dittatura del proletariato, delle condizioni della conquista e del consolidamento dì questa dittatura. La questione contadina, come questione di un alleato del proletariato nella sua lotta per il potere, è una questione derivata ». È giusta questa tesi? Penso che sia giusta. Questa tesi scaturisce integralmente dalla definizione del leninismo. Infatti, se il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria e se il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria è la dittatura del proletariato, è chiaro che l’essenziale nel leninismo è la questione della dittatura del proletariato, l’elaborazione di questa questione, l’impostazione e la concretizzazione di questa questione. Cionondimeno Zinoviev non è d’accordo, evidentemente, con questa tesi. Nel suo articolo: « In memoria di Lenin », egli dice: « La questione della funzione dei contadini, come ho già detto, è la questione essenziale (il corsivo è mio. G. St.) del bolscevismo, del leninismo ». Questa tesi di Zinoviev, come vedete, scaturisce per intero dalla definizione sbagliata che egli dà del leninismo. Perciò essa pure è sbagliata, così come è sbagliata la sua definizione del leninismo.E’ giusta la tesi di Lenin che la dittatura del proletariato costituisce il « contenuto essenziale della rivoluzione proletaria »? (« La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky », vol. XXIII, p. 377, ed russa). Essa è assolutamente giusta. E’ giusta la tesi che il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria? Penso che è giusta. E allora che cosa ne risulta? Ne risulta che la questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, la sua base è la questione della dittatura del proletariato. Non è forse vero che le questioni dell’imperialismo, dello sviluppo a salti dell’imperialismo, della vittoria del socialismo in un solo paese, dello Stato del proletariato, della forma sovietica di questo Stato, della funzione del partito nel sistema della dittatura del proletariato, delle vie dell’edificazione del socialismo, non è forse vero che tutte queste questioni sono state elaborate precisamente da Lenin? Non è forse vero che proprio queste questioni costituiscono la base, il fondamento dell’idea della dittatura del proletariato? Non è forse vero che, senza l’elaborazione di questi problemi fondamentali, l’elaborazione della questione contadina dal punto di vista della dittatura del proletariato non sarebbe concepibile? E’ indiscutibile che Lenin fu un conoscitore della questione contadina. E’ indiscutibile che la questione contadina, come questione di un alleato del proletariato, ha un’importanza grandissima per il proletariato ed è parte integrante della questione essenziale della dittatura del proletariato. Ma non è forse chiaro che, se al leninismo non si fosse posta la questione essenziale della dittatura del proletariato, non sarebbe nemmeno sorta la questione derivata dell’alleato del proletariato, la questione dei contadini? Non è forse chiaro che se non si fosse posta al leninismo la questione pratica della conquista del potere da parte del proletariato, non sarebbe nemmeno sorta la questione dell’alleanza coi contadini? Lenin non sarebbe, come indubbiamente è, il più grande ideologo proletario, ma sarebbe un semplice « filosofo contadino », quale lo rappresentano non di rado i letterati stranieri piccolo-borghesi, se avesse elaborato la questione contadina non sulla base della teoria e della tattica della dittatura del proletariato, ma indipendentemente da questa base, all’infuori di questa base. Delle due l’una:o la questione contadina è l’essenziale nel leninismo, e allora il leninismo non è valido, non è obbligatorio per i paesi capitalistici sviluppati, per i paesi che non sono paesi contadini o l’essenziale nel leninismo è la dittatura del proletariato, e allora il leninismo è la dottrina internazionale dei proletari di tutti i paesi; è valido e obbligatorio per tutti i paesi senza eccezione, compresi i paesi capitalistici sviluppati. Qui bisogna scegliere.

CAPITOLO III

La questione della rivoluzione « permanente »Nell’opuscolo: « Dei principii del leninismo », la « teoria della rivoluzione permanente » è giudicata come una « teoria » che sottovaluta 1a funzione dei contadini. Vi è detto: « Lenin combatteva i partigiani della rivoluzione “permanente” non perché essi sostenessero la continuità della rivoluzione, giacché Lenin stesso sosteneva il punto di vista della rivoluzione ininterrotta, ma perché sottovalutavano la funzione dei contadini, che sono la più grande riserva del proletariato. ». Questa caratteristica dei « permanentisti » russi era considerata fino a questi ultimi tempi come generalmente ammessa. Tuttavia essa, pur essendo giusta in generale, non può però essere considerata come esauriente. La discussione del 1924 da una parte, e un’analisi accurata delle opere di Lenin dall’altra, hanno dimostrato che l’errore dei « permanentisti » russi non consisteva solamente nella sottovalutazione della funzione dei contadini, ma anche nella sottovalutazione delle forze e della capacità del proletariato di condurre al suo seguito i contadini, nel fatto che essi non credevano all’idea dell’egemonia del proletariato. Per questo nel mio opuscolo: « La Rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi » (dicembre 1924) ho allargato questa caratteristica e l’ho sostituita con un’altra, più completa. Ecco che cosa è detto in proposito in questo opuscolo: « Fino ad ora si era soliti mettere in rilievo un solo lato della teoria della “rivoluzione permanente”: la sfiducia nelle possibilità rivoluzionarie del movimento contadino. Oggi, per maggior esattezza, a questo lato bisogna aggiungere l’altro: la sfiducia nelle forze e nelle capacità del proletariato della Russia ». Ciò non significa, naturalmente, che il leninismo sia stato o sia contro l’idea della rivoluzione permanente (senza virgolette) enunciata da Marx dopo il 1840. Al contrario, Lenin fu l’unico marxista che comprese esattamente e sviluppò l’idea della rivoluzione permanente. La differenza tra Lenin e i « permanentisti » sta, a proposito di questo problema, nel fatto che i « permanentisti » snaturavano l’idea di Marx della rivoluzione permanente trasformandola in un principio libresco e senza vita, mentre Lenin, ne colse il senso esatto e ne fece una delle basi della sua teoria della rivoluzione. Giova ricordare che l’idea della trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione socialista, espressa da Lenin fin dal 1905, è una delle forme in cui si incarna la teoria della rivoluzione permanente di Marx. Ecco che cosa scriveva Lenin a questo proposito fin dal 1905: « Dalla rivoluzione democratica cominceremo subito, nella misura delle nostre forze, delle forze del proletariato cosciente e organizzato, a passare alla rivoluzione socialista. Noi siamo per la rivoluzione ininterrotta. (Il corsivo è mio G. St.). Non ci arresteremo a mezza strada… Senza cadere nello spirito d’avventura, senza tradire la nostra coscienza scientifica, senza perseguire una popolarità a buon mercato, possiamo dire e diciamo una cosa sola: con tutte le forze aiuteremo tutti i contadini a fare la rivoluzione democratica, affinché più facile sia a noi, partito del proletariato, passare con la massima rapidità a un compito nuovo e più elevato, alla rivoluzione socialista ». (vol. VIII, pp. 186-187, ed. russa). Ed ecco che cosa scrive Lenin su questo argomento sedici anni più tardi, dopo la conquista del potere da parte del proletariato: « I Kautsky, gli Hilferding, i Martov, i Cernov, Hillquit, Longuet, MacDonald, Turati e altri eroi del marxismo della “II internazionale e della  1/2” non hanno saputo comprendere… i rapporti tra la rivoluzione democratica borghese e la rivoluzione socialista proletaria. La prima si trasforma nella seconda (il corsivo è mio G. St.). La seconda risolve, nel corso del suo svolgimento, i problemi della prima. La seconda consolida l’opera della prima. La lotta, e soltanto la lotta, decide in quale misura la seconda riesce a superare la prima ». (« Nel quarto anniversario della Rivoluzione d’ottobre », vol. XXVII, p. 26, ed. russa). Richiamo particolarmente l’attenzione sulla prima citazione, tratta dall’articolo di Lenin: « L’atteggiamento della socialdemocrazia verso il movimento contadino », pubblicato il 1° settembre 1905. Sottolineo questo fatto a edificazione di coloro i quali, malgrado tutto, continuano ad asserire che Lenin sarebbe giunto all’idea della trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione socialista, all’idea della rivoluzione permanente, dopo l’inizio della guerra imperialista, verso il 1916. Questa citazione non lascia sussistere nessun dubbio circa il fatto che costoro cadono in un profondo errore.

CAPITOLO IV

La rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato In che cosa consistono i tratti caratteristici che distinguono la rivoluzione proletaria dalla rivoluzione borghese? La differenza tra la rivoluzione proletaria e la rivoluzione borghese potrebbe essere riassunta in cinque punti fondamentali: 1) La rivoluzione borghese incomincia, di solito, quando le forme della struttura capitalista, sorte e maturate in seno alla società feudale prima ancora di una rivoluzione aperta, sono già più o meno pronte; mentre invece la rivoluzione proletaria incomincia quando mancano del tutto, o quasi del tutto, le forme già pronte della struttura socialista. 2) Il compito fondamentale della rivoluzione borghese si riduce a conquistare il potere e a metterlo in accordo con 1’economia borghese esistente; mentre invece il compito fondamentale della rivoluzione proletaria consiste, dopo la conquista del potere, nell’edificare una economia nuova, socialista. 3) La rivoluzione borghese si conclude, di solito, con la conquista del potere; mentre invece per la rivoluzione proletaria la conquista del potere è soltanto l’inizio, e il potere viene utilizzato come leva per la trasformazione della vecchia economia e l’organizzazione di un’economia nuova. 4) La rivoluzione borghese si limita a sostituire al potere un gruppo di sfruttatori con un altro gruppo di sfruttatori: perciò non ha bisogno di demolire la vecchia macchina statale; mentre invece la rivoluzione proletaria caccia dal potere tutti, senza eccezione, i gruppi di sfruttatori, e porta al potere il capo di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati, la classe dei proletari; perciò non può fare a meno di demolire la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova. 5) La rivoluzione borghese non può raccogliere attorno alla borghesia, per un periodo di una certa durata, masse di milioni di lavoratori e di sfruttati, appunto perché essi sono lavoratori e sfruttati, mentre invece la rivoluzione proletaria, se vuole assolvere il proprio compito essenziale, che è di consolidare il potere proletario e di edificare una nuova economia socialista, può e deve legare i lavoratori e gli sfruttati al proletariato, in un’alleanza durevole, appunto perché essi sono degli sfruttati e dei lavoratori. Ecco alcune tesi fondamentali di Lenin a questo proposito: « Una delle differenze fondamentali, — dice Lenin, — tra la rivoluzione borghese e la rivoluzione socialista consiste nel fatto che per la rivoluzione borghese, che nasce dal feudalesimo, in seno al vecchio regime si creano progressivamente delle nuove organizzazioni economiche, le quali trasformano gradualmente tutti i lati della società feudale.

La rivoluzione borghese aveva davanti a sé un compito solo: spezzare, gettare via, distruggere tutte le catene delle vecchia società. Assolvendo questo compito, ogni rivoluzione borghese fa tutto quel che le è richiesto: esso stimola lo sviluppo del capitalismo. La rivoluzione socialista si trova in una situazione del tutto diversa. Quanto più è arretrato il paese nel quale, in virtù degli zig-zag della storia, ha dovuto incominciare la rivoluzione socialista, tanto più è per essa difficile il passaggio dai vecchi rapporti capitalistici ai rapporti socialisti. Ai compiti della distruzione si aggiungono qui nuovi compiti, di una difficoltà inaudita, compiti di organizzazione ». (« Rapporto sulla guerra e sulla pace al Settimo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXII, p. 315, ed. russa). « Se il genio creatore popolare della rivoluzione russa, — continua Lenin, — passato attraverso la grande esperienza del 1905, non avesse creato i Soviet sin dal febbraio 1917, in nessun caso questi avrebbero potuto prendere il potere in ottobre, perché il successo dipendeva soltanto dall’esistenza di una forma già pronta che permettesse di organizzare un movimento di milioni di uomini. Questa forma già pronta furono i Soviet, e se nel campo politico ci attendevano i brillanti successi, la vera marcia trionfale che abbiamo compiuto, ciò fu perché la nuova forma del potere politico era già pronta e a noi non rimase altro che trasformare con alcuni decreti il potere dei Soviet, dallo stato embrionale in cui si trovava nei primi mesi della rivoluzione, in una entità riconosciuta legalmente, affermatasi nello Stato russo, di trasformarlo nella Repubblica sovietica della Russia ». (Ibidem). « Restavano ancora, — dice Lenin, — due compiti di una difficoltà gigantesca, la soluzione dei quali non poteva essere in nessun modo una marcia trionfale come lo furono i primi mesi della nostra rivoluzione ». (Ibidem). « In primo luogo si trattava dei compiti d’organizzazione interna che si pongono a ogni rivoluzione socialista. La differenza tra la rivoluzione socialista e la rivoluzione borghese consiste precisamente nel fatto che nel caso di quest’ultima sono già pronte le forme dei rapporti capitalistici, mentre il potere sovietico, — proletario, — non eredita dei rapporti già pronti, se non si tien conto delle forme più sviluppate del capitalismo, le quali, in sostanza, hanno abbracciato alcune sommità ristrette dell’industria e ben poco sinora hanno toccato l’agricoltura. L’organizzazione di una statistica, il controllo delle aziende più importanti, la trasformazione di tutto il meccanismo economico statale in una sola grande macchina, in un organo economico operante in modo che centinaia di milioni di uomini siano diretti secondo un piano unico: ecco il gigantesco compito d’organizzazione che veniva a gravare sulle nostre spalle. Nelle condizioni di lavoro attuali esso non poteva assolutamente venire risolto con un “attacco alla baionetta”, così come siamo riusciti a risolvere i compiti della guerra civile ». (Ibidem, p. 316). « La seconda difficoltà gigantesca… sta nella questione internazionale. Se ci è stato facile aver ragione delle bande di Kerenski, se così facilmente abbiamo creato il potere sovietico nel nostro paese, se abbiamo ottenuto, senza la minima fatica, i decreti sulla socializzazione della terra, sul controllo operaio, — se abbiamo ottenuto tutto questo così facilmente, ciò è dovuto unicamente al fatto che una situazione favorevole ci salvò, per breve tempo, dall’imperialismo internazionale. L’imperialismo internazionale, con tutta la potenza del suo capitale, con la sua tecnica militare organizzata in modo superiore, la quale costituisce una forza effettiva, una effettiva fortezza del capitale internazionale, non poteva in nessun caso e a nessuna condizione convivere a lungo con la Repubblica sovietica, e ciò tanto per la sua situazione oggettiva quanto per gli interessi economici di quella classe capitalista di cui l’imperialismo stesso è l’incarnazione. Glielo impedivano sia i legami commerciali quanto i rapporti finanziari internazionali. In questo campo il conflitto è inevitabile. Qui sta la più grande difficoltà della rivoluzione russa, il suo più grande problema storico: la necessità di risolverei compiti internazionali, la necessità di suscitare la rivoluzione internazionale ». (Ibid., p. 317). Tale è il carattere intrinseco, tale il significato fondamentale della rivoluzione proletaria. È possibile compiere una simile trasformazione radicale dei vecchi ordinamenti borghesi senza rivoluzione violenta, senza dittatura del proletariato? È chiaro che non è possibile. Pensare che una rivoluzione simile possa compiersi pacificamente, nel quadro della democrazia borghese, adattata al dominio della borghesia, significa o aver perduto la ragione e ogni nozione del senso comune, oppure rinnegare in modo aperto e brutale la rivoluzione proletaria. Occorre insistere tanto più fortemente e categoricamente su questa affermazione in quanto ci troviamo in presenza di una rivoluzione proletaria la quale ha vinto per ora in un solo paese, circondato da paesi capitalistici nemici e la cui borghesia non può non essere appoggiata dal capitale internazionale. Ecco perché Lenin dice che « la liberazione della classe operaia è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, “ma anche senza la distruzione” dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante ». (« Stato e rivoluzione », vol. XXI, p. 373, ed. russa). « “Incominci la maggioranza della popolazione, rimanendo intatta la proprietà privata, cioè rimanendo intatti il potere e il giogo del capitale, a pronunciarsi per il partito del proletariato, e solo allora questo Partito potrà e dovrà prendere il potere”, — così parlano i democratici Piccolo-borghesi, che si chiamano “socialisti” e sono di fatto servi della borghesia. (Il corsivo è mio. G. St.). (« Le elezioni all’Assemblea costituente e la dittatura del proletariato », vol. XXIV, p. 647, ed. russa). « Noi diciamo, (il corsivo è mio. G. St.) invece: “Incominci il proletariato rivoluzionario a rovesciare la borghesia, a spezzare il giogo del capitale, a demolire l’apparato statale borghese, e allora il proletariato vittorioso potrà rapidamente guadagnare la, simpatia e l’appoggio della maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie, dando loro soddisfazione a spese degli sfruttatori” ». (Ibidem). « Per conquistare la maggioranza della popolazione, — continua Lenin, — il proletario deve, in primo luogo, abbattere la borghesia e impadronirsi del potere statale. Esso deve, in secondo luogo, instaurare il potere sovietico, facendo a pezzi il vecchio apparato statale, minando così, di colpo, il dominio, l’autorità, l’influenza della borghesia e dei conciliatori piccolo-borghesi sulle masse lavoratrici non proletarie. Esso deve, in terzo luogo, distruggere completamente l’influenza della borghesia e dei conciliatori piccolo-borghesi tra la maggioranza delle masse lavoratrici non proletarie, appagando in modo rivoluzionario i bisogni economici delle masse “a spese degli sfruttatori” ». (Ibidem, p. 641). Questi sono i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria. Quali sono, di conseguenza, i lineamenti fondamentali della dittatura del proletariato, se si ammette che la dittatura del proletariato è il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria? Ecco la definizione più generale della dittatura del proletariato, data da Lenin: « La dittatura del proletariato non è la fine della lotta di classe, ma è la continuazione di essa in forme nuove. La dittatura del proletariato è la lotta di classe del proletariato che ha vinto e ha preso nelle sue mani il potere politico, contro la borghesia sconfitta, ma non distrutta, ma non scomparsa, che continua a resistere e intensifica la propria resistenza ». (Prefazione all’edizione del discorso: « Come s’inganna il popolo », vol. XXIV, p. 311, ed. russa). Prendendo posizione contro la confusione della dittatura del proletariato con un potere « popolare », « eletto da tutti », con un potere « non di classe », Lenin dice: « La classe che ha preso nelle sue mani il potere politico, lo ha preso sapendo di prenderlo da sola. Ciò è implicito nel concetto di dittatura del proletariato. Questo concetto ha un senso soltanto quando una classe sa di prendere nelle proprie mani, da sola, il potere politico e non inganna né se stessa né gli altri con delle chiacchiere sul potere “popolare, eletto da tutti, consacrato da tutto il popolo” ». ( « Discorso al Congresso dei lavoratori dei trasporti di tutta la Russia », vol. XXVI, p. 286, ed. russa). Ciò non significa, tuttavia, che il potere di una sola classe, della classe dei proletari, la quale non lo divide e non può dividerlo con altre classi, non abbia bisogno, per raggiungere i propri scopi, dell’aiuto, dell’alleanza delle masse lavoratrici e sfruttate di altre classi. Al contrario. Questo potere, il potere, di una sola classe, può venir consolidato e realizzato integralmente solo mediante una forma particolare di alleanza della classe dei proletari con le masse lavoratrici delle classi piccolo-borghesi, prima di tutto con le masse lavoratrici contadine. Che cosa è, in che cosa consiste questa particolare forma di alleanza? Quest’alleanza con le masse lavoratrici di altre classi, non proletarie, non contraddice forse, in generale, all’idea della dittatura di una classe? Questa particolare forma di alleanza consiste nel fatto che la forza dirigente dell’alleanza è il proletariato. Questa particolare forma di alleanza consiste nel fatto che dirigente dello Stato, dirigente del sistema della dittatura del proletariato, è un solo partito, il partito del proletariato, il partito dei comunisti, il quale non divide e non può dividere la direzione con altri partiti. Come vedete, la contraddizione qui è soltanto esteriore, apparente. « La dittatura del proletariato, — dice Lenin, — è la forma particolare dell’alleanza di classe (il corsivo è mio. G. St.) tra il proletariato, avanguardia dei lavoratori, e i numerosi strati non proletari di lavoratori (piccola borghesia, piccoli proprietari, contadini, intellettuali, ecc.), o la maggioranza di essi, alleanza diretta contro il capitale, alleanza che ha per scopo il rovesciamento completo del capitale, lo schiacciamento completo della resistenza della borghesia e dei suoi tentativi di restaurazione, alleanza che ha per scopo l’instaurazione e il consolidamento definitivi del socialismo. Essa è un’alleanza di un tipo particolare, che viene conclusa in una situazione particolare, in una situazione di guerra civile, accanita, è l’alleanza dei partigiani risoluti del socialismo coi suoi alleati esitanti, qualche volta “neutrali” (allora, invece di un’intesa per la lotta l’alleanza diviene un’intesa per la neutralità), è un’alleanza tra classi che differiscono economicamente, politicamente, socialmente e spiritualmente ». (Prefazione all’edizione del discorso: « Come s’inganna il popolo », vol. XXIV, p. 311, ed. russa). Polemizzando contro una simile concezione della dittatura del proletariato, Kamenev, in uno dei suoi rapporti informativi, dice: « La dittatura non è (il corsivo è mio G. St.) l’alleanza di una classe con un’altra ». Credo che Kamenev si riferisca qui principalmente a un passo del mio opuscolo: « La Rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi », dove si dice: « La dittatura del proletariato non è una semplice gerarchia di governo “abilmente” “selezionata” dalla mano sollecita di un “esperto stratega” e che “s’appoggia giudiziosamente” su questi o quegli strati della popolazione. La dittatura del proletariato è l’alleanza di classe del proletariato con le masse lavoratrici contadine per l’abbattimento del capitale, per la vittoria definitiva del socialismo, a condizione che la forza dirigente di quest’alleanza sia il proletariato ». Sostengo in pieno questa definizione della dittatura del proletariato, perché ritengo che essa coincide in tutto e per tutto con quella di Lenin ora citata. Affermo che la dichiarazione di Kamenev, secondo cui « la dittatura non è l’alleanza di una classe con un’altra », espressa in forma così categorica, non ha nulla di comune con la teoria leninista della dittatura del proletariato. Affermo che possono parlare in questo modo soltanto coloro che non hanno compreso il senso dell’idea dell’unione, dell’idea dell’alleanza del proletariato coi contadini, dell’idea della egemonia del proletariato in questa alleanza. Possono parlare in questo modo soltanto coloro che non hanno capito la tesi di Lenin secondo la quale: « Soltanto l’intesa coi contadini (il corsivo è mio. G. St.) può salvare la rivoluzione socialista in Russia, finché non sia scoppiata la rivoluzione in altri paesi » .(« Rapporto sull’imposta in natura al Decimo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXVI, p. 238, ed. russa). Possono parlare così soltanto coloro che non hanno capito la tesi di Lenin, secondo la quale: « Il principio supremo della dittatura (il corsivo è mio. G. St.) è di mantenere l’alleanza del proletariato coi contadini, affinché il proletariato possa conservare una funzione dirigente e il potere statale ». (« Rapporto sulla tattica del P.C.(b)R. al Terzo Congresso dell’I.C. », ib., p. 460). Nel mettere in rilievo uno degli scopi principali della dittatura, lo scopo della repressione degli sfruttatori, Lenin dice: « Il concetto scientifico di dittatura non significa niente altro che un potere non limitato da nulla, non ostacolato da nessuna legge, da nessuna regola di nessun genere, poggiante direttamente sulla violenza »… « Dittatura significa, — prendetene nota una volta per sempre, signori cadetti, — un potere illimitato, che si appoggia sulla forza e non sulla legge. Durante la guerra civile ogni potere vittorioso non può essere che una dittatura ». (« Per la storia della questione della dittatura », vol. XXV, pp. 441 e 436, ed. russa). Ma, naturalmente, la dittatura del proletariato non si riduce alla sola violenza, benché non vi sia dittatura senza violenza. « Dittatura — dice Lenin — non significa soltanto violenza, benché la dittatura sia impossibile senza violenza; essa significa pure un’organizzazione del lavoro più elevata dell’organizzazione preesistente ». (« Discorso sul modo come s’inganna il popolo », vol. XXIV, p. 305, ed. russa). « La dittatura del proletariato… non è soltanto violenza contro gli sfruttatori e neppure principalmente violenza. Base economica di questa violenza rivoluzionaria, garanzia della sua vitalità e del suo successo, è il fatto che il proletariato rappresenta e realizza un tipo più alto di organizzazione sociale del lavoro rispetto al capitalismo. Questa è la sostanza. Qui sta la sorgente della forza e la garanzia della ineluttabile vittoria completa del comunismo ». (« Una grande iniziativa », ibidem, pp. 335-336). « La sua essenza fondamentale (della dittatura G. St.) sta nel grado di organizzazione e di disciplina del reparto avanzato dei lavoratori, della sua avanguardia, del suo unico dirigente, del proletariato. Il suo scopo è di creare il socialismo, di eliminare la divisione della società in classi, di fare di tutti i membri della società dei lavoratori, di togliere la base a ogni sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Questo scopo non può essere raggiunto di colpo; esso esige un periodo abbastanza lungo di transizione dal capitalismo al socialismo, perché la riorganizzazione della produzione è cosa difficile, perché occorre del tempo per operare delle trasformazioni radicali in tutti i campi della vita, perché la forza enorme dei costumi economici piccolo-borghesi e borghesi può essere superata soltanto attraverso una lotta lunga e accanita. Ed è per questo che anche Marx parla di tutto un periodo, di dittatura del proletariato, come periodo di transizione dal capitalismo al socialismo ». (« Saluto agli operai ungheresi », ibid., p. 314). Tali sono i tratti caratteristici della dittatura del proletariato.  Di qui tre lati fondamentali della dittatura del proletariato: 1) Utilizzazione del potere del proletariato per schiacciare gli sfruttatori, per difendere il paese, per consolidare i legami coi proletari degli altri paesi, per sviluppare la rivoluzione e assicurarne il trionfo in tutto il mondo. 2) Utilizzazione del potere del proletariato per staccare definitivamente dalla borghesia le masse lavoratrici e sfruttate, per consolidare l’alleanza del proletariato con queste masse, per attrarre queste masse all’edificazione del socialismo, per assicurare la direzione di queste masse da parte del proletariato al potere.3) Utilizzazione del potere del proletariato per organizzare il socialismo, per abolire le classi, per passare a una società senza classi, a una società senza Stato. La dittatura del proletariato è l’insieme di questi tre lati. Nessuno di questi lati può essere presentato come tratto caratteristico unico della dittatura del proletariato e, viceversa, basta l’assenza di uno solo di questi caratteri perché, in un paese circondato dal capitalismo, la dittatura del proletariato cessi di essere dittatura. Perciò nessuno di questi tre lati può essere lasciato in disparte senza che si corra il rischio di snaturare il concetto di dittatura del proletariato. Soltanto tutti e tre questi lati, presi insieme, ci danno un concetto completo e ben definito della dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato ha i suoi periodi, le sue forme particolari e metodi di lavoro diversi. Nel periodo della guerra civile salta agli occhi particolarmente il lato violento della dittatura. Ma da questo non deriva che nel periodo della guerra civile non si compia nessun lavoro costruttivo. Senza un lavoro costruttivo è impossibile condurre la guerra civile. Nel periodo dell’edificazione del socialismo, al contrario, salta agli occhi particolarmente il lavoro pacifico, organizzativo, culturale della dittatura, la legalità rivoluzionaria, ecc. Ma da ciò, a sua volta, non deriva che il lato violento della dittatura sia sparito, o possa sparire durante il periodo costruttivo. Gli organi di repressione, esercito e altre organizzazioni, sono necessari ora, nel periodo dell’edificazione, allo stesso modo che lo erano durante il periodo della guerra civile. Senza questi organi non si può garantire la sicurezza di nessun lavoro di edificazione da parte della dittatura. Non bisogna dimenticare che la rivoluzione ha vinto per ora in un solo paese. Non bisogna dimenticare che, finché esiste l’accerchiamento capitalistico, esisterà anche il pericolo dell’intervento, con tutte le conseguenze che ne derivano.

CAPITOLO V

Il partito e la classe operaia nel sistema della dittatura del proletariato Ho già parlato della dittatura del proletariato dal punto di vista della sua inevitabilità storica, dal punto di vista del suo contenuto di classe, dal punto di vista della sua natura statale e, infine, dal punto di vista dei suoi compiti di distruzione e di creazione, la cui realizzazione riempie un intero periodo storico, chiamato periodo di transizione dal capitalismo al socialismo. Ora dobbiamo parlare della dittatura del proletariato dal punto di vista della sua struttura, dal punto di vista del suo « meccanismo », dal punto di vista della funzione e dell’importanza delle « cinghie di trasmissione », delle « leve » e della « forza dirigente », il complesso delle quali costituisce il « sistema della dittatura del proletariato » (Lenin) e con l’aiuto delle quali si svolge il lavoro quotidiano della dittatura del pro  proletariato. Cosa sono queste « cinghie di trasmissione », queste « leve » nel sistema della dittatura del proletariato? Cosa è questa « forza dirigente »? Qual è la loro utilità? Le leve o cinghie di trasmissione sono le stesse organizzazioni di massa del proletariato, senza l’aiuto delle quali è impossibile realizzare la dittatura. La forza dirigente è il reparto avanzato del proletariato, la sua avanguardia, che è la forza essenziale di direzione della dittatura del proletariato. Queste cinghie di trasmissione, queste leve e questa forza dirigente sono necessarie al proletariato, che senza di esse verrebbe a trovarsi, nella sua lotta per la vittoria, come un esercito disarmato di fronte al capitale organizzato e armato. Queste organizzazioni sono indispensabili al proletariato che, senza di esse, sarebbe sicuramente sconfitto nella sua lotta per l’abbattimento della borghesia, nella sua lotta per il consolidamento del proprio potere, nella sua lotta per l’edificazione del socialismo. L’aiuto sistematico di queste organizzazioni e la forza dirigente dell’avanguardia sono indispensabili, perché, senza queste condizioni, è impossibile una dittatura del proletariato di una certa durata e solidità. Cosa sono queste organizzazioni? In primo luogo, i sindacati operai con le loro ramificazioni al centro e alla periferia, sotto forma di tutta una serie di organizzazioni di produzione, culturali, educative, ecc. Essi abbracciano gli operai di tutte le categorie. Non sono un’organizzazione di partito. I sindacati si possono chiamare l’organizzazione di tutta la classe operaia, che da noi è la classe dominante. Essi sono una scuola di comunismo. Essi esprimono dal loro seno i migliori elementi per il lavoro di direzione di tutti i rami dell’amministrazione. Essi realizzano il collegamento fra gli elementi avanzati e gli elementi arretrati della classe operaia. Essi uniscono le masse operaie all’avanguardia della classe operaia. In secondo luogo, i Soviet, con le loro numerose ramificazioni al centro e alla periferia, sotto forma di organizzazioni statali amministrative, economiche, militari, culturali, ecc., oltre a una quantità innumerevole di altre associazioni spontanee di massa dei lavoratori che circondano queste organizzazioni e le collegano con la popolazione. I Soviet sono l’organizzazione di massa di tutti i lavoratori della città e della campagna. Non sono un’organizzazione di partito. I Soviet sono l’espressione diretta della dittatura del proletariato. Attraverso i Soviet passano tutte le misure di ogni genere che sono destinate al consolidamento della dittatura e all’edificazione del socialismo. Attraverso i Soviet si realizza la direzione statale dei contadini da parte del proletariato. I Soviet uniscono le masse di milioni di lavoratori all’avanguardia del proletariato. In terzo luogo, la cooperazione di ogni specie, con tutte le sue ramificazioni. Essa è un’organizzazione di massa dei lavoratori, un’organizzazione non di partito, che unisce i lavoratori, innanzitutto, come consumatori e, col tempo, anche come produttori (cooperazione agricola). La cooperazione acquista un’importanza particolare dopo il consolidamento della dittatura del proletariato, durante il periodo di vasto lavoro costruttivo. Essa facilita il collegamento dell’avanguardia del proletariato con le masse dei contadini e permette di attrarre queste ultime nella corrente dell’edificazione socialista. In quarto luogo, la Federazione giovanile. Essa è un’organizzazione di massa della gioventù operaia e contadina. Non è un’organizzazione di partito, ma sta accanto al partito. Essa ha per compito di dare un aiuto al partito nell’educare la giovane generazione nello spirito del socialismo. Essa fornisce delle giovani riserve per tutte le altre organizzazioni di massa del proletariato, per tutti i rami dell’amministrazione.

La Federazione giovanile ha assunto un’importanza particolare dopo il consolidamento della dittatura del proletariato, nel periodo in cui si sviluppa ampiamente il lavoro educativo e culturale del proletariato. Infine, il partito del proletariato, la sua avanguardia. La forza del partito consiste nel fatto ch’esso assorbe tutti i migliori elementi del proletariato da tutte le sue organizzazioni di massa. La sua missione consiste nel coordinare il lavoro di tutte le organizzazioni di massa del proletariato senza eccezione e nel dirigere la loro attività verso un solo obiettivo, l’obiettivo della liberazione del proletariato. Coordinare e orientare queste organizzazioni verso un solo obiettivo è cosa assolutamente indispensabile, perché senza di essa è impossibile l’unità di lotta del proletariato, perché senza di essa è impossibile la direzione delle masse proletarie nella loro lotta per il potere, nella loro lotta per l’edificazione del socialismo. Ma soltanto l’avanguardia del proletariato, il suo partito, è capace di coordinare e orientare il lavoro delle organizzazioni di massa del proletariato. Solo il partito del proletariato, solo il partito dei comunisti è capace di assolvere questa funzione di dirigente fondamentale nel sistema della dittatura del proletariato. Perché? « Perché, in primo luogo, il partito è il punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, che hanno legami diretti con le organizzazioni proletarie senza partito e molto spesso le dirigono; perché, in secondo luogo, il partito, come punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, è la scuola migliore per la formazione di capi della classe operaia, capaci di dirigere tutte le forme di organizzazione della loro classe; perché, in terzo luogo, il partito, in quanto è la scuola migliore dei capi della classe operaia, è, per la sua esperienza e per il suo prestigio, l’unica organizzazione capace di centralizzare la direzione della lotta del proletariato e di trasformare quindi le organizzazioni operaie senza partito, di qualsiasi genere esse siano, in organi ausiliari e in cinghie di trasmissione che lo colleghino con la classe ». (« Dei principii del leninismo »). Il partito è la forza dirigente fondamentale nel sistema della dittatura del proletariato. « Il partito è la forma suprema dell’unione di classe del proletariato » (Lenin). Dunque: i sindacati, in quanto organizzazione di massa del proletariato che collega il partito alla classe, soprattutto nel campo della produzione; i Soviet, in quanto organizzazione di massa dei lavoratori che collega il partito a questi ultimi, soprattutto nel campo dell’attività statale; la cooperazione, in quanto organizzazione di massa, principalmente dei contadini, che collega il partito alle masse contadine, soprattutto nel campo economico, facendo partecipare i contadini all’edificazione socialista; la Federazione giovanile, in quanto organizzazione di massa della gioventù operaia e contadina, chiamata a facilitare all’avanguardia del proletariato l’educazione socialista della nuova generazione e la preparazione di giovani riserve; e, infine, il partito, in quanto forza dirigente fondamentale nel sistema della dittatura del proletariato, forza chiamata a dirigere tutte queste organizzazioni di massa. Tale è, a grandi linee, il quadro del « meccanismo » della dittatura, il quadro del « sistema della dittatura del proletariato ». Senza il partito, forza dirigente fondamentale, è impossibile una dittatura del proletariato di una certa durata e solidità. Sicché, per usare le parole di Lenin, « si ha in definitiva un apparato formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, proletario, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alla massa e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe ». (« La malattia infantile », volume XXV, p. 192, ed. russa). Questo non significa, naturalmente, che il partito possa o debba sostituirsi ai sindacati, ai Soviet e alle altre organizzazioni di massa. Il partito realizza la dittatura, del proletariato. Ma la realizza non direttamente, bensì con l’aiuto dei sindacati, attraverso i Soviet e le loro ramificazioni. Senza queste « cinghie di trasmissione » sarebbe impossibile una dittatura dotata di una certa solidità. «Non si può — dice Lenin — realizzare la dittatura senza alcune “cinghie di trasmissione” che vadano dall’avanguardia alla massa della classe avanzata, da questa alla massa dei lavoratori »… « Il partito, per così dire, assorbe l’avanguardia del proletariato e questa avanguardia realizza la dittatura del proletariato. Se non si ha una base come i sindacati, non è possibile realizzare la dittatura, non è possibile adempiere le funzioni statali. Bisogna quindi adempierle attraverso (il corsivo è mio. G. St.) una serie di istituzioni speciali, sia detto ancora una volta, di un tipo completamente nuovo, cioè: attraverso (il corsivo è mio. G. St.) l’apparato sovietico ». (« Sui sindacati, sul momento presente, ecc. », volume XXVI, pp. 65 e 64, ed. russa). Espressione suprema della funzione dirigente del partito, per esempio da noi, nell’Unione Sovietica, nel paese della dittatura del proletariato, deve essere considerato il fatto che, senza una direttiva del partito, nessuna questione politica od organizzativa importante viene risolta dalle nostre organizzazioni sovietiche e dalle altre organizzazioni di massa. In questo senso si potrebbe dire che la dittatura del proletariato è essenzialmente la « dittatura » della sua avanguardia, la « dittatura » del suo partito, come forza dirigente fondamentale del proletariato. Ecco che cosa diceva Lenin a questo proposito al Secondo Congresso dell’Internazionale comunista: « Tanner dice di essere per la dittatura del proletariato, ma che si rappresenta la dittatura del proletariato in modo alquanto diverso da noi. Egli dice che per dittatura del proletariato noi intendiamo in sostanza (il corsivo è mio. G. St.) la dittatura della sua minoranza organizzata e cosciente. Ed effettivamente, nell’epoca del capitalismo, quando le masse operaie sono soggette a uno sfruttamento continuo e non possono sviluppare le loro capacità umane, per i partiti politici operai il tratto più caratteristico è proprio che essi possono abbracciare soltanto una minoranza della loro classe. Il partito politico non può riunire che una minoranza della classe, allo stesso modo che gli operai veramente coscienti, in ogni società capitalista, non formano che la minoranza di tutti gli operai. Perciò siamo obbligati a riconoscere che solo questa minoranza cosciente può dirigere le grandi masse operaie e condurle al suo seguito. E se il compagno Tanner dice di essere nemico del partito, ma nello stesso tempo dice di volere che la minoranza degli operai meglio organizzati e più rivoluzionari mostri la via a tutto il proletariato, allora io dico che, in realtà, non v’è differenza fra noi ». (« Discorso sulla funzione del partito comunista al Secondo Congresso dell’I.C. », vol. XXV, P. 347, ed. russa). Ma questo vuol forse dire che fra dittatura del proletariato e funzione dirigente del partito (« dittatura » del partito) si possa mettere un segno di eguaglianza, che si possa identificare la prima con la seconda, sostituire alla prima la seconda? Naturalmente, no. Naturalmente, non lo si può. Sorin, per esempio, dice che « la dittatura del Proletariato è la dittatura del nostro partito ». (« Dottrina di Lenin sul partito », p. 95). Questa tesi, come vedete, identifica la « dittatura del partito » con la « dittatura del proletariato ». Possiamo, restando sul terreno del leninismo, ritenere giusta questa identificazione? No, non lo possiamo. Ed ecco perché. Primo. Nel passo sopra citato del discorso di Lenin al Secondo Congresso dell’Internazionale comunista, Lenin non identifica affatto la funzione dirigente del partito con la dittatura del proletariato. Egli si limita a dire che « solo una minoranza cosciente (cioè il partito. G. St.) può dirigere le grandi masse operaie e condurle al suo seguito », che precisamente in questo senso, « per dittatura del proletariato noi intendiamo, in sostanza, (il corsivo è mio. G. St.) la dittatura della sua minoranza organizzata e cosciente ». Dire « in sostanza » non significa ancora dire « per intero ». Noi diciamo spesso che la questione nazionale è, in sostanza, una questione contadina. E ciò è assolutamente giusto. Ma questo non significa ancora che la questione nazionale coincida con la questione contadina, che la questione contadina sia eguale, per ampiezza, alla questione nazionale, che la questione contadina s’identifichi con la questione nazionale. Non v’è bisogno di dimostrare che la questione nazionale è, per ampiezza, più vasta e più ricca della questione contadina. Lo stesso si deve dire, per analogia, della funzione dirigente del partito e della dittatura del proletariato. Se il partito realizza la dittatura del proletariato e se, in questo senso, la dittatura del proletariato è, in sostanza, la « dittatura » del suo partito, questo non significa ancora che la « dittatura del partito » (la sua funzione dirigente) sia identica alla dittatura del proletariato, che la prima, per ampiezza, sia eguale alla seconda. Non vi è bisogno di dimostrare che la dittatura del proletariato è, per ampiezza, più vasta e più ricca della funzione dirigente del partito. Il partito realizza la dittatura del proletariato, ma realizza la dittatura del proletariato e non una qualunque altra dittatura. Chi identifica la funzione dirigente del partito con la dittatura del proletariato, sostituisce alla dittatura del proletariato la « dittatura » del partito. Secondo. Nessuna decisione importante delle organizzazioni di massa del proletariato viene presa senza le direttive del partito. E’ del tutto giusto. Ma si può forse dire che la dittatura del proletariato si riduca alle direttive del partito? Si può forse dire, per questo motivo, che le direttive del partito possano essere identificate con la dittatura del proletariato? Naturalmente, no. La dittatura del proletariato consiste nelle direttive del partito, più l’applicazione di queste direttive da parte delle organizzazioni di massa del proletariato, più la loro messa in pratica da parte della popolazione. Come vedete, abbiamo a che fare qui con tutta una serie di transizioni e di gradi intermedi che sono ben lungi dal costituire l’aspetto meno importante della dittatura del proletariato. Tra le direttive del partito e la loro messa in pratica stanno, per conseguenza, la volontà e l’attività delle masse che sono dirette, la volontà e l’attività della classe, la sua volontà (o il suo rifiuto) di appoggiare queste direttive, la sua capacità (o incapacità) di applicare queste direttive, la sua capacità (o incapacità) di applicarle come la situazione lo esige. Non occorre dimostrare che il partito, pur avendo assunto la funzione dirigente, non può non tener conto della volontà, della situazione, del grado di coscienza delle masse che esso dirige, non può non tener conto della volontà, della situazione e del grado di coscienza della propria classe. Perciò, chi identifica la funzione dirigente del partito con la dittatura del proletariato, sostituisce alla volontà e all’attività della classe le direttive del partito. Terzo. « La dittatura del proletariato — dice Lenin — è la lotta di classe del proletariato che ha vinto e ha preso nelle sue mani il potere politico ». (Prefazione all’edizione del discorso: « Come s’inganna il popolo », vol. XXIV, p. 311, ed. russa). In che cosa può esprimersi questa lotta di classe? Essa può esprimersi in una serie di azioni armate del proletariato contro i tentativi di riscossa della borghesia rovesciata o contro l’intervento della borghesia straniera. Può esprimersi nella guerra civile, se il potere del proletariato non si è ancora consolidato. Può esprimersi, dopo che il potere si è già consolidato, in un vasto lavoro di organizzazione e di edificazione da parte del proletariato, con la partecipazione delle grandi masse. In tutti questi casi il protagonista è il proletariato come classe. Non è ancora accaduto che il partito, il partito da solo, abbia predisposto tutte queste azioni esclusivamente con le sue proprie forze, senza l’appoggio della classe. Di solito esso si limita a dirigere queste attività e le dirige nella misura in cui gode dell’appoggio della classe. Il partito, infatti, non può coincidere con la classe, non può sostituirsi ad essa. Il partito, infatti, malgrado l’importanza della sua funzione dirigente, non è tuttavia che una parte della classe. Perciò chi identifica la funzione dirigente del partito con la dittatura del proletariato sostituisce alla classe il partito. Quarto. Il partito realizza la dittatura del proletariato. « Il partito è l’avanguardia del proletariato la quale esercita il potere in modo immediato; è il dirigente » (Lenin). In questo senso il partito prende il potere, il partito governa il paese. Ma questo non significa ancora che il partito realizzi la dittatura del proletariato prescindendo dal potere statale, senza il potere statale, che il partito governi il paese prescindendo dai Soviet, e non già attraverso i Soviet. Questo non significa ancora che si possa identificare il partito con i Soviet, con il potere dello Stato. Il partito è il nocciolo del potere. Ma esso non è e non può essere identificato col potere dello Stato. « In quanto partito dirigente — dice Lenin — noi non potevamo non fondere le “gerarchie supreme” dei Soviet con le “gerarchie supreme” del partito: esse sono fuse e lo resteranno ». (« Rapporto sull’attività politica del C. C. al Decimo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXVI, p. 208, ed. russa). Ciò è del tutto giusto. Ma con ciò Lenin non vuole affatto dire che le nostre istituzioni sovietiche, per esempio, il nostro esercito, i nostri trasporti, le nostre istituzioni economiche, ecc. siano per intero istituzioni del nostro partito, che il partito possa sostituirsi ai Soviet e alle loro ramificazioni, che il partito si possa identificare col potere dello Stato. Lenin ha ripetuto sovente che « il sistema dei Soviet è la dittatura del proletariato », che « il potere sovietico è la dittatura del proletariato » (« Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato », vol. XXIV, pp. 14 e 15, ed. russa), ma non ha mai detto che il partito sia il potere statale, che i Soviet e il partito siano la stessa cosa. Il partito, che conta alcune centinaia di migliaia di membri, dirige, al centro e alla periferia, i Soviet e le loro ramificazioni che abbracciano parecchi milioni di uomini, comunisti o senza partito, ma non può e non deve sostituirsi ai Soviet. Ecco perché Lenin dice che « la dittatura viene realizzata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito comunista dei bolscevichi », che « tutto il lavoro del partito si svolge attraverso (il corsivo è mio. G. St.) i Soviet, che raggruppano le masse lavoratrici senza distinzione di professione » (« La malattia infantile », vol. XXV, pp. 192 e 193, ed. russa), che la dittatura « deve essere realizzata… attraverso (il corsivo è mio. G. St.) l’apparato sovietico ». (« Sui sindacati, sul momento presente, ecc. », vol. XXVI, p. 64, ed russa). Perciò chi identifica la funzione dirigente del partito con la dittatura del proletariato, sostituisce il partito ai Soviet, al potere statale. Quinto. L’idea di dittatura del proletariato implica l’idea di Stato. La dittatura del proletariato racchiude in sé obbligatoriamente il concetto di violenza. Senza violenza non vi è dittatura, se la dittatura viene compresa nel senso esatto della parola. Lenin definisce la dittatura del proletariato come « un potere che poggia direttamente sulla violenza » (« Sulla parola d’ordine del “disarmo” », vol. XIX, p. 315, ed. russa). Per conseguenza, parlare di dittatura del partito nei confronti della classe dei proletari e identificarla con la dittatura del proletariato, equivale a dire che il partito deve essere nei riguardi della sua classe non solamente un dirigente, non solamente un capo e un maestro, ma anche, in certo qual modo, un potere di Stato che impiega verso di essa la violenza. Perciò, chi identifica « la dittatura del partito » con la dittatura del proletariato, ammette tacitamente che si possa basare l’autorità del partito sulla violenza, il che è assurdo e assolutamente incompatibile con il leninismo. L’autorità del partito poggia sulla fiducia della classe operaia, e la fiducia della classe operaia non si acquista con la violenza — la violenza la può soltanto distruggere — ma con una giusta teoria, con una giusta politica del partito, con la devozione del partito alla classe operaia, con i suoi legami con le masse operaie e con la sua capacità di convincere le masse della giustezza delle sue parole d’ordine. Che cosa risulta da tutto questo? Risulta che: 1) Lenin non adopera la parola dittatura del partito nel senso letterale di questa parola (« potere che poggia sulla violenza »), ma in senso traslato, nel senso di direzione; 2) chi identifica la direzione del partito con la dittatura del proletariato, snatura Lenin, attribuendo a torto al partito funzioni di violenza nei confronti della classe operaia nel suo assieme; 3) chi attribuisce al partito funzioni di violenza, che gli sono estranee, nei confronti della classe operaia, viola le esigenze elementari che reggono i giusti rapporti reciproci tra l’avanguardia e la classe, tra il partito e il proletariato. Siamo giunti così ad affrontare in pieno la questione dei rapporti reciproci tra il partito e la classe, tra i membri del partito e i senza partito in seno alla classe operaia.

Lenin definisce questi rapporti come « fiducia reciproca (il corsivo è mio. G. St.) tra l’avanguardia della classe operaia e la massa operaia ». (« Discorso sui sindacati al Decimo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXVI, p. 235, ed. russa). Che significa ciò? Ciò significa, in primo luogo, che il partito deve prestare un orecchio attento alla voce delle masse, che esso deve tenere un gran conto dell’istinto rivoluzionario delle masse, che esso deve studiare l’esperienza della lotta delle masse, verificando su di essa la giustezza della propria politica, che esso deve, pertanto, non solamente insegnare, ma anche imparare dalle masse. Ciò significa, in secondo luogo, che il partito deve conquistarsi giorno per giorno la fiducia delle masse proletarie, che esso deve assicurarsi con la propria politica e col proprio lavoro l’appoggio delle masse, che esso non deve comandare, ma innanzitutto convincere, aiutando le masse a riconoscere, sulla base della loro esperienza, la giustezza della politica del partito, che esso deve, pertanto, essere il dirigente, il capo, il maestro della propria classe. Infrangere queste condizioni significa infrangere i giusti rapporti che devono esistere tra l’avanguardia e la classe, scalzare la « fiducia reciproca », spezzare la disciplina di classe e di partito. « E’ certo — dice Lenin — che ormai quasi tutti vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea, nel nostro partito, se il partito non avesse avuto l’appoggio totale e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, (il corsivo è mio. G. St.) cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto sino all’abnegazione, d’influente e capace di condurre dietro a sé o attirare gli strati arretrati ». ( « La malattia infantile », vol. XXV, p. 173, ed. russa). « La dittatura del proletariato — dice ancora Lenin — è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda la fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella, sua classe, (il corsivo è mio. G. St.) senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre con successo una lotta simile ». (Ibid., p. 190). Ma in qual modo il partito si acquista la fiducia e l’appoggio della classe? Come si crea la disciplina di ferro, indispensabile per la dittatura del proletariato, su quale terreno essa cresce? Ecco quanto dice Lenin al riguardo:

« Su che cosa si basa la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? In che modo viene messa alla prova? in che modo viene rafforzata? In primo luogo, mediante la coscienza dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di quest’avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e se volete, fino a un certo punto, di fondersi con le grandi masse dei lavoratori, (il corsivo è mio. G. St.) dei proletari, innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da quest’avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politica e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, realmente capace di essere il partito di una classe d’avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile. Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie. D’altra parte, queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario ». (Ibid., p. 174). E più oltre: « Per riportare la vittoria sul capitalismo è necessario esistano dei giusti rapporti tra il partito dirigente, il partito comunista, la classe rivoluzionaria, il proletariato e la massa, cioè l’assieme dei lavoratori e degli sfruttati. Soltanto il partito comunista, se esso è realmente l’avanguardia della classe rivoluzionaria, se comprende nel suo seno i migliori rappresentanti di questa classe, se è composto di comunisti pienamente coscienti e devoti, educati e temprati dall’esperienza di una lotta rivoluzionaria accanita, se ha saputo legarsi in modo indissolubile a tutta la vita della sua classe e, attraverso di essa, a tutta la massa degli sfruttati, e ispirare a questa classe e a questa massa una fiducia completa, (il corsivo è mio. G. St.) — solo un tale partito è capace di dirigere il proletariato nella lotta implacabile, decisiva, suprema, contro tutte le forze del capitalismo. D’altra parte, soltanto sotto la direzione d’un tale partito il proletariato è capace di spiegare tutta la potenza del suo impeto rivoluzionario, annientando l’inevitabile apatia come pure la resistenza della piccola minoranza di aristocrazia operaia corrotta dal capitalismo, dei vecchi dirigenti dei sindacati e delle cooperative, ecc. Soltanto sotto la direzione d’un tale partito il proletariato è capace di spiegare tutta la sua forza, che, in conseguenza della stessa struttura economica della società capitalista, è infinitamente più grande della sua entità numerica in rapporto alla popolazione ». (« Tesi sui compiti fondamentali del Secondo Congresso dell’I.C. », vol. XXV, p. 315, ed. russa). Da queste citazioni risulta che:

1) l’autorità del partito e la disciplina di ferro della classe operaia, indispensabili per la dittatura del proletariato, si fondano non sulla paura del partito o sui suoi diritti « illimitati », ma sulla fiducia della classe operaia nel partito, sull’appoggio del partito da parte della classe operaia;
2) la fiducia della classe operaia nel partito non si acquista di colpo, né per mezzo della violenza verso la classe operaia, ma con un lungo lavoro del partito tra le masse, con una giusta politica del partito, con la capacità del partito di convincere le masse, per loro propria esperienza, della giustezza della sua politica, si acquista con la capacità del partito di assicurarsi l’appoggio della classe operaia, di condurre al suo seguito le masse operaie;

3) senza una politica giusta del partito, corroborata dall’esperienza della lotta delle masse, e senza la fiducia della classe operaia non vi è, né vi può essere, un’effettiva direzione da parte del partito.
4) il partito e la sua attività di direzione, se il partito gode la fiducia della classe e se la direzione è una direzione effettiva, non possono essere contrapposti alla dittatura del proletariato, perché, senza una direzione da parte del partito (« dittatura » del partito ) e senza la fiducia della classe operaia nel partito stesso, una dittatura del proletariato che abbia una certa solidità è impossibile.
Se queste condizioni non esistono, autorità del partito e disciplina di ferro sono soltanto frasi vuote, oppure presunzione e avventatezza.

Non si può contrapporre la dittatura del proletariato alla direzione (« dittatura ») del partito. Non si può farlo, perché la direzione del partito è l’elemento essenziale nella dittatura del proletariato, se questa è una dittatura completa e di una certa solidità e non una dittatura come fu, per esempio, la Comune di Parigi, che era una dittatura incompleta e fragile. Non si può farlo, perché la dittatura del proletariato e la direzione del partito si trovano, per così dire, su una stessa linea di lavoro, agiscono in una stessa direzione. Il solo fatto — dice Lenin — di porre il dilemma: “dittatura del partito oppure dittatura della classe? dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?”, attesta una incredibile e irrimediabile confusione di idee… Tutti sanno che le masse si dividono in classi… che le classi sono dirette, di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici, come regola generale, sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite della maggiore autorità, dotate d’influenza e di esperienza maggiori, elette ai posti di maggiore responsabilità, e chiamate capi… Giungere… fino a contrapporre, in linea generale, la dittatura delle masse alla dittatura dei capi, è un’assurda e ridicola sciocchezza ». La malattia infantile », vol. XXV, pp. 187 e 188, ed. russa).Ciò è assolutamente giusto. Ma questa tesi giusta deriva dalla premessa che esistano giusti rapporti tra l’avanguardia e le masse operaie, tra il partito e la classe. Essa deriva dall’ipotesi che i rapporti fra l’avanguardia e la classe si mantengano, per così dire, normali, si mantengano nei limiti della « fiducia reciproca ».Ma che fare, se i giusti rapporti tra l’avanguardia e la classe, se i rapporti di fiducia reciproca tra il partito e la classe sono turbati? Che fare se il partito stesso incomincia, in un modo o in un altro, a contrapporsi alla classe, violando il principio dei giusti rapporti con la classe, violando il principio della « fiducia reciproca »? Sono possibili in generale simili casi? Sì, sono possibili. Essi sono possibili: 1) se il partito incomincia a erigere la sua autorità fra le masse non sul lavoro e sulla fiducia delle masse, ma sui suoi diritti « illimitati »; 2) se la politica del partito è manifestamente sbagliata ed esso non vuol rivedere e correggere il proprio errore; 3) se la sua politica è giusta in generale, ma le masse non sono ancora pronte ad assimilarla e il partito non vuole o non sa attendere per dare alle masse la possibilità di convincersi, per propria esperienza, della giustezza della sua politica. La storia del nostro partito offre numerosi casi simili. Diversi gruppi e frazioni nel nostro partito fallirono e si disgregarono, per aver violato una di queste tre condizioni e talora anche tutte e tre queste condizioni insieme. Ma da questo deriva che la contrapposizione della dittatura del proletariato alla « dittatura » (direzione) del partito non può essere ammessa solo: 1) se per dittatura del partito, nei confronti della classe operaia, si intende non la dittatura nel senso proprio di questa parola (« potere che poggia sulla violenza »), ma la funzione dirigente del partito, che esclude la violenza verso la classe nel suo assieme, verso la sua maggioranza, precisamente come lo intende Lenin; 2) se il partito ha le qualità richieste per essere realmente il dirigente della classe, cioè se la politica del partito è giusta, se essa è conforme agli interessi della classe; 3) se la classe, se la maggioranza della classe accetta questa politica, la assimila, si convince, grazie al lavoro del partito, della sua giustezza, se ha fiducia nel partito e lo sostiene.
La violazione di queste condizioni provoca inevitabilmente un conflitto tra il partito e la classe, una scissione tra di loro, una contrapposizione dell’uno all’altra.

Si può imporre con la forza alla classe operaia la funzione dirigente del partito? No, non si può. In ogni caso una direzione imposta con la forza non può essere veramente duratura. Il partito, se vuole rimanere il partito del proletariato, deve sapere che esso è anzitutto e soprattutto il dirigente, il capo, il maestro della classe operaia. Non dobbiamo dimenticare le parole scritte da Lenin, a questo riguardo, nel suo opuscolo « Stato e rivoluzione »: « Educando il partito operaio, il marxismo educa un’avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo (il corsivo è mio. G. St.) di tutti i lavoratori, senza la borghesia e contro la borghesia » (vol. XXI, p. 386, ed. russa). Si può forse considerare il partito come dirigente effettivo della classe se la sua politica è sbagliata, se la sua politica entra in collisione con gli interessi della classe? Naturalmente non si può. Qualora ciò avvenga, il partito, se vuole continuare a essere il dirigente, deve rivedere la sua politica, deve correggere la sua politica, deve riconoscere il suo errore e correggerlo. Per avere una conferma di questa tesi, basterebbe riferirsi a un fatto della storia del nostro partito, al periodo della abolizione del prelevamento dell’eccedenza dei prodotti agricoli, quando le masse operaie e contadine erano manifestamente malcontente della nostra politica e il partito si accinse, si accinse apertamente e lealmente alla revisione di essa. Ecco che cosa disse allora Lenin al Decimo Congresso, circa il problema dell’abolizione del prelevamento dell’eccedenza dei prodotti agricoli e dell’introduzione della nuova politica economica:

« Non dobbiamo cercare di non nascondere nulla, ma dobbiamo dire francamente che i contadini sono malcontenti della forma di rapporti che si è stabilita fra noi e loro, che essi non vogliono saperne di questa forma di rapporti e che così non si andrà avanti. Questo è indiscutibile. Questa loro volontà si è espressa in modo ben determinato. Si tratta della volontà di masse enormi della popolazione lavoratrice. Dobbiamo tenerne conto e siamo degli uomini politici abbastanza sensati per dire francamente: orsù, rivediamo la nostra politica verso i contadini » (il corsivo è mio. G. St.). (« Rapporto sull’imposta in natura al Decimo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXVI, p. 238, ed. russa).

Si può forse pensare che il partito debba assumere l’iniziativa e la direzione dell’organizzazione di azioni decisive di massa, per la semplice ragione che la sua politica è giusta in generale, e questa politica non ha ancora riscosso la fiducia e l’appoggio della classe e ciò in conseguenza, per esempio, dell’arretratezza politica di questa, se il partito non è ancora riuscito a convincere la classe della giustezza della sua politica e ciò, ad esempio, per il fatto che gli avvenimenti non sono ancora maturi? No, non si può. In questi casi il partito, se vuole essere un vero dirigente, deve saper attendere, deve convincere le masse della giustezza della sua politica, deve aiutare le masse a convincersi, per propria esperienza, della giustezza di questa politica. « Se il partito rivoluzionario — dice Lenin — non ha la maggioranza fra gli strati avanzati delle classi rivoluzionarie e nel paese, non si può parlare di insurrezione ». (« Potranno i bolscevichi conservare il potere statale? », vol. XXI, p. 282, ed. russa).

« Senza un cambiamento del modo di pensare della maggioranza della classe operaia la rivoluzione è impossibile, e questo cambiamento è il prodotto dell’esperienza politica delle masse ». (« La malattia infantile Vol. XXV, p. 221, ed. russa). « L’avanguardia proletaria è ideologicamente conquistata. Questo è l’essenziale. Senza questo, non si può fare nemmeno il primo passo verso la vittoria. Ma di qui alla vittoria la distanza è ancora abbastanza grande. Con la sola avanguardia non si può vincere. Gettare la sola avanguardia nella battaglia decisiva, prima che tutta la classe, prima che le grandi masse abbiano preso una posizione o di appoggio diretto dell’avanguardia o, almeno, di benevola neutralità verso di essa e abbiano dimostrato di essere completamente incapaci di appoggiare i suoi avversari, non sarebbe soltanto una sciocchezza, ma anche un delitto. Ma affinché effettivamente tutta la classe, affinché effettivamente le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo è necessaria l’esperienza politica delle masse stesse ». (Ibidem, p. 228).

E’ noto che il nostro partito ha agito precisamente così nel periodo che corre dalle tesi di aprile di Lenin all’Insurrezione d’ottobre del 1917. E appunto perché ha agito secondo le indicazioni di Lenin, esso è uscito vittorioso dall’insurrezione. Tali sono, in sostanza, le condizioni necessarie perché esistano dei giusti rapporti tra l’avanguardia e la classe. Che cosa significa dirigere, se la politica del partito è giusta e se i giusti rapporti tra l’avanguardia e la classe non sono violati? Dirigere, in tali condizioni, significa saper convincere le masse della giustezza della politica del partito, significa lanciare e applicare parole d’ordine tali che conducano le masse verso le posizioni del partito e le aiutino a riconoscere, attraverso la loro esperienza, la giustezza di questa politica, significa elevare le masse al livello di coscienza del partito e assicurarsi, così, l’appoggio delle masse, la loro preparazione alla lotta decisiva.

Perciò il metodo della persuasione è il metodo fondamentale di direzione della classe da parte del partito. « Se noi oggi — dice Lenin — in Russia, dopo due anni e mezzo di Vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione di ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura”, faremmo una sciocchezza, comprometteremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti consiste infatti tutto nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra di loro, nel non separarsi da loro con delle parole d’ordine di “sinistra”, cervellotiche e puerili ». (Ibidem, p. 197).

Questo non significa, naturalmente, che il partito debba convincere tutti gli operai, sino all’ultimo, e che soltanto dopo averlo fatto possa passare all’azione. Niente affatto. Questo significa solamente che, prima d’intraprendere un’azione politica decisiva, il partito deve assicurarsi, con un lavoro rivoluzionario di lunga lena, l’appoggio della maggioranza delle masse operaie, o almeno la neutralità benevola della maggioranza della classe. Nel caso contrario, la tesi di Lenin secondo la quale la conquista al partito della maggioranza della classe operaia è condizione indispensabile della vittoria della rivoluzione sarebbe priva di qualsiasi significato. E allora, che cosa fare con la minoranza, se essa non vuole sottomettersi, se essa non è d’accordo di sottomettersi alla volontà della maggioranza? Può il partito, deve il partito, se ha la fiducia della maggioranza, obbligare la minoranza a sottomettersi alla volontà della maggioranza? Sì. Lo può e lo deve fare.

La direzione si assicura col metodo della persuasione, che è il metodo fondamentale dell’azione del partito sulle masse. Ma questo non esclude, anzi presuppone, la costrizione, se questa ha per base la fiducia e l’appoggio del partito da parte della maggioranza della classe operaia e se viene applicata alla minoranza dopo che si è saputo convincere la maggioranza. Sarebbe bene ricordare i dibattiti che ebbero luogo nel nostro partito a questo proposito, al tempo della discussione sui sindacati. In che cosa consisteva allora l’errore dell’opposizione, l’errore del Comitato Centrale del Sindacato dei trasporti? Nel fatto che l’opposizione considerava possibile la costrizione? No, non consisteva in questo. L’errore dell’opposizione consistette allora nel fatto che essa, non essendo in condizione di convincere la maggioranza della giustezza della sua posizione, avendo perduto la fiducia della maggioranza, cionondimeno incominciò ad applicare la costrizione e insistette per « cacciar via » gli uomini che godevano la fiducia della maggioranza. Ecco che cosa disse allora Lenin, al Decimo Congresso del partito, nel suo discorso sui sindacati: « Per stabilire dei rapporti di fiducia reciproca tra l’avanguardia della classe operaia e la massa operaia bisognava, se il Comitato Centrale del Sindacato dei trasporti aveva commesso un errore,… bisognava correggerlo. Ma quando si incomincia a difendere questo errore, ciò diventa la fonte di un pericolo politico. Se non si fosse fatto il massimo possibile nel senso della democrazia, tenendo conto dello stato d’animo espresso qui da Kutusov, saremmo arrivati a un fallimento politico. Prima di tutto dobbiamo convincere, e poi costringere.

Dobbiamo ad ogni costo prima convincere, e poi costringere (il corsivo è mio. G. St.). Non abbiamo saputo convincere le grandi masse e abbiamo infranto il giusto rapporto che deve esistere tra l’avanguardia e le masse » (« Discorso sui sindacati », vol. XXVI, p. 235, ed. russa).La stessa cosa dice Lenin nel suo opuscolo « Sui sindacati »:« Abbiamo impiegato giustamente e con successo la costrizione quando abbiamo saputo incominciare col darle per base la persuasione » (Ibidem, p. 74).

E questo è assolutamente giusto. Senza queste condizioni, infatti, nessuna direzione è possibile. Soltanto in questo modo, infatti, si può assicurare l’unità d’azione del partito, se si tratta del partito, l’unità d’azione della classe, se si tratta della classe nel suo assieme. Altrimenti si corre alla scissione, allo sbandamento, alla decomposizione delle file della classe operaia.

Tali sono, in sostanza, le basi di una giusta direzione del partito.

Ogni altra concezione della direzione è sindacalismo, anarchismo, burocrazia, tutto quel che si vuole, ma non è bolscevismo, non è leninismo.

Non si può contrapporre la direzione (« dittatura ») del partito alla dittatura del proletariato, se esistono dei rapporti giusti tra il partito e la classe operaia, tra l’avanguardia e le masse operaie. Ma da questo deriva che, a maggior ragione, non si può identificare il partito con la classe operaia, la direzione ( « dittatura ») del partito con la dittatura della classe operaia. Per la ragione che non si può contrapporre la « dittatura » del partito alla dittatura del proletariato, Sorin è giunto alla conclusione sbagliata che: « la dittatura del proletariato è la dittatura del nostro partito ». Ma Lenin non dice solamente che tale contrapposizione è inammissibile. Egli dice pure che non è ammissibile contrapporre « la dittatura delle masse alla dittatura dei capi ». Dovremo dunque, per questa ragione, identificare la dittatura dei capi con la dittatura del proletariato? Continuando su questa via, dovremmo dire che « la dittatura del proletariato è la dittatura dei nostri capi ». Eppure, proprio a questa stoltezza porta, propriamente parlando, la politica della identificazione della « dittatura » del partito con la dittatura del proletariato.. Qual’è, in proposito, la posizione di Zinoviev?

Zinoviev, in sostanza, condivide il punto di vista di Sorin, identificando la « dittatura » del partito con quella del proletariato, con questa differenza, però, che Sorin si esprime più nettamente e più francamente, mentre Zinoviev « si destreggia ». Per convincersene, basta leggere il seguente passo del libro di Zinoviev « Il leninismo »:

« Che cos’è — dice Zinoviev — il regime esistente nell’U.R.S.S, dal punto di vista del suo contenuto di classe? E’ la dittatura del proletariato. Quale è la molla immediata del potere nell’U.R.S.S.? Chi realizza il potere della classe operaia? Il partito comunista! In questo senso esiste da noi (il corsivo è mio. G. St.) la dittatura del partito.

Qual è la forma giuridica del potere nell’U.R.S.S.? Quale è il nuovo tipo di Stato creato dalla Rivoluzione d’ottobre? E’ il sistema sovietico. L’una cosa non è affatto in contraddizione con l’altra ». Che l’una cosa non sia in contraddizione con l’altra è, naturalmente, esatto, se s’intende per dittatura del partito, in rapporto alla classe operaia nel suo insieme, la direzione da parte del partito. Ma come si può, per questa ragione, mettere un segno di eguaglianza tra dittatura del proletariato e « dittatura » del partito, tra sistema sovietico e « dittatura » del partito? Lenin identificava il sistema dei Soviet con la dittatura del proletariato e aveva ragione, perché i Soviet, i nostri Soviet sono un’organizzazione che raggruppa le masse lavoratrici attorno al proletariato sotto la direzione del partito. Ma quando, dove, in quale dei suoi scritti Lenin ha messo un segno di eguaglianza tra « dittatura » del partito e dittatura del proletariato, tra « dittatura » del partito e sistema dei Soviet, come fa ora Zinoviev? La dittatura del proletariato non è in contraddizione né con la direzione (« dittatura ») del partito e neppure con la direzione (« dittatura ») dei capi. Dovremo dunque, per questa ragione, proclamare che il nostro paese è il paese della dittatura del proletariato, cioè il paese della dittatura del partito, cioè il paese della dittatura dei capi? Eppure è proprio a questa stoltezza che porta il « principio » dell’identificazione della « dittatura » del partito con la dittatura del proletariato, sostenuto furtivamente e senza ardire da Zinoviev. Nei numerosi scritti di Lenin sono riuscito a notare solo cinque casi in cui Lenin tocca, di sfuggita, la questione della dittatura del partito.

Il primo caso è la polemica contro i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, dove egli dice:
« Quando ci si rimprovera la dittatura di un solo partito, e ci si propone, come avete inteso, un fronte unico socialista, noi diciamo: “Sì, dittatura di un solo partito! Noi siamo per essa e non possiamo abbandonare questo terreno, perché si tratta di un partito, che nel corso dei decenni ha conquistato la posizione di avanguardia di tutto il proletariato industriale delle fabbriche e delle officine” » (« Discorso al Primo Congresso dei lavoratori dell’educazione », vol. XXIV, p. 423, ed. russa).Il secondo caso è la « Lettera agli operai e ai contadini circa la vittoria su Kolciak », dove egli dice:« Si cerca di far paura ai contadini (e sono specialmente i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, tutti, compresi i più “sinistri”, che lo fanno) con lo spauracchio della “dittatura di un solo partito”, del partito dei bolscevichi-comunisti. L’esempio di Kolciak ha insegnato ai contadini a non temere questo spauracchio. O dittatura (cioè potere di ferro) dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, o dittatura della classe operaia » ( vol. XXIV, p. 436, ed. russa).

Il terzo caso è il discorso di Lenin al Secondo Congresso dell’Internazionale comunista, in polemica con Tanner, discorso che ho già citato. Il quarto caso consiste in alcune righe dell’opuscolo: « La malattia infantile ». La relativa citazione è già stata fatta. Il quinto caso è l’abbozzo di schema sulla dittatura del proletariato, pubblicato nel terzo volume della « Miscellanea leninista », col sottotitolo:« La dittatura di un solo partito », (p. 497, ed. russa).

Giova rilevare che in due casi su cinque, nell’ultimo e nel secondo caso, Lenin mette tra virgolette le parole « dittatura di un solo partito », allo scopo di ben sottolineare che questa espressione è inesatta, che essa è presa in senso traslato. Giova rilevare egualmente che, in tutti questi casi, per « dittatura del partito » nei confronti della classe operaia, Lenin intende non già la dittatura nel senso proprio della parola (« potere che si appoggia sulla violenza »), bensì la direzione da parte del partito.
E’ sintomatico che in nessuna delle sue opere principali o secondarie, dove Lenin tratta o semplicemente fa cenno della dittatura del proletariato e della funzione del partito nel sistema della dittatura del proletariato, non si trova il minimo accenno al fatto che « la dittatura del proletariato è la dittatura del nostro partito »… Al contrario, ogni pagina, ogni riga di queste opere è una protesta contro una formula simile. (ved.: « Stato e rivoluzione », « La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky », « La malattia infantile », ecc.). È ancora più sintomatico che, nelle tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale comunista sulla funzione del partito politico, elaborate sotto la direzione immediata di Lenin e a cui Lenin si riferiva di frequente nei suoi discorsi come a un modello di giusta formulazione della funzione e dei compiti del partito, non si trova neppure una parola, letteralmente neppure una, sulla dittatura del partito Che cosa vuol dire tutto questo?
Vuol dire che:a) Lenin non riteneva esatta e irreprensibile la formula « dittatura del partito » e perciò essa viene adoperata negli scritti di Lenin rarissimamente e a volte la si trova fra virgolette;

b) nei casi, poco numerosi, in cui Lenin è stato obbligato, nella polemica contro gli avversari, a parlare di dittatura del partito, egli parla di solito della « dittatura di un solo partito », cioè del fatto che il nostro partito è al potere solo, che esso non divide il potere con altri partiti, e in pari tempo egli spiega sempre che per dittatura del partito nei confronti della classe operaia bisogna intenderela direzione da parte del partito, la sua funzione dirigente;

e) in tutti i casi in cui Lenin ha giudicato necessario definire scientificamente la funzione del partito nel sistema della dittatura del proletariato, egli ha parlato esclusivamente della funzione dirigente del partito (questi casi sono legione) nei confronti della classe operaia;

d) appunto per questo a Lenin « non è venuto in mente » di introdurre nella risoluzione fondamentale sulla funzione del partito, — intendo la risoluzione del Secondo Congresso dell’Internazionale comunista, — la formula « dittatura del partito »;

e) hanno torto dal punto di vista del leninismo e sono politicamente miopi quei compagni che identificano o tentano di identificare la « dittatura » del partito, e quindi anche la « dittatura dei capi », con la dittatura del proletariato, perché in questo modo essi infrangono le condizioni che reggono i giusti rapporti fra l’avanguardia e la classe.

E non starò a dire che la formula « dittatura del partito », usata senza le riserve già indicate, può essere la fonte di molti pericoli e difetti politici nel nostro lavoro pratico. Con questa formula, usata senza riserve, si ha l’aria di dire:

a) alle masse senza partito: non osate contraddire, non osate discutere, perché il partito può tutto, perché nel nostro paese esiste la dittatura del partito;

b) ai quadri del partito: siate più audaci, stringete la vite, si può anche non prestare orecchio alla voce delle masse senza partito, nel nostro paese esiste la dittatura del partito;
e) ai dirigenti del partito: ci si può permettere il lusso di un po’ di presunzione, ci si può anche dare delle arie, poiché nel nostro paese esiste la dittatura del partito, e « quindi » anche la dittatura dei capi. Questi pericoli è bene’ tenerli presenti specialmente adesso, in un periodo di sviluppo dell’attività politica delle masse, quando la capacità del partito di prestare un orecchio attento alla voce delle masse assume per noi un’importanza particolare, quando il fatto di essere sensibili alle esigenze delle masse è il dovere fondamentale del nostro partito, quando si richiedono dal partito una particolare circospezione e una particolare flessibilità politica, quando il pericolo della presunzione è uno dei pericoli più seri che minacciano il partito nel campo di una giusta direzione delle masse.
Non si possono non ricordare le auree parole pronunciate da Lenin all’Undicesimo Congresso del nostro partito: « Nella massa del popolo, noi (comunisti. G. St.) non siamo ancora che una goccia d’acqua nel mare e possiamo esercitare il potere soltanto quando sappiamo esprimere giustamente ciò di cui il popolo ha coscienza Diversamente, il partito comunista non condurrà il proletariato e il proletariato non condurrà le masse al suo seguito e tutta la macchina andrà in pezzi » (« Rapporto politico del C.C. », vol. XXVII, p. 256, ed. russa). « Esprimere giustamente ciò di cui il popolo ha coscienza » — proprio questa è la condizione indispensabile per assicurare al partito la funzione onorifica di forza dirigente fondamentale nel sistema della dittatura del proletariato.

CAPITOLO VI

La questione della vittoria del socialismo in un solo paeseNell’opuscolo: « Dei principii del leninismo » (aprile 1924, prima edizione) vi sono due formulazioni della questione della vittoria del socialismo in un solo paese. La prima formulazione è la seguente: « Prima si considerava impossibile la vittoria della rivoluzione in un solo paese, perché si riteneva che per vincere la borghesia fosse necessaria l’azione comune del proletariato di tutti i paesi avanzati o almeno della maggior parte di essi. Oggi questo punto di vista non corrisponde più alla realtà. Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria, perché il carattere ineguale, a balzi, dello sviluppo dei diversi paesi capitalistici nel periodo dell’imperialismo, lo sviluppo delle catastrofiche contraddizioni interne dell’imperialismo, che generano delle guerre inevitabili, lo sviluppo del movimento rivoluzionario in tutti i paesi del mondo, tutto ciò determina non solo la possibilità, ma l’inevitabilità della vittoria del proletariato in singoli paesi » (« Dei principii del leninismo »). Questa tesi è assolutamente giusta e non ha bisogno di commenti. Essa è diretta contro la teoria dei socialdemocratici, i quali ritengono che la presa del potere da parte del proletariato di un solo paese, senza contemporanea rivoluzione vittoriosa in altri paesi, sia un’utopia.

Nell’opuscolo: « Dei principii del leninismo » vi è però anche una seconda formulazione (nella prima edizione). Eccola: « Ma abbattere il potere della borghesia e instaurare il potere del proletariato in un solo paese non vuole ancora dire assicurare la vittoria completa del socialismo. Lo scopo principale del socialismo, l’organizzazione della produzione socialista, rimane ancora da raggiungere. E’ possibile assolvere questo compito? E’ possibile ottenere la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese, senza gli sforzi concordi dei proletari di alcuni paesi progrediti? No, non è possibile. Per rovesciare la borghesia è sufficiente lo sforzo di un solo paese: questo è quanto ci dimostra la storia della nostra rivoluzione. Per la vittoria definitiva del socialismo, per l’organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un solo paese, soprattutto di un paese contadino come la Russia, non sono più sufficienti; per questo sono necessari gli sforzi dei proletari di alcuni paesi avanzati ». (« Dei principii del leninismo », prima edizione).

Questa seconda formulazione era diretta contro l’affermazione dei critici del leninismo, contro i trotskisti, i quali dichiaravano che la dittatura del proletariato in un solo paese, senza la vittoria in altri paesi, non può « resistere contro un’Europa conservatrice ». In questo senso — ma solo in questo senso — questa formulazione era allora (aprile 1924) sufficiente ed essa fu anche, senza dubbio, di una certa utilità.

Ma in seguito, allorquando la critica del leninismo su questo punto fu superata nel partito e si pose all’ordine del giorno una nuova questione, la questione della possibilità dell’edificazione della società socialista integrale con le forze del nostro paese, senza aiuto esterno, questa seconda formulazione apparve manifestamente insufficiente e, per conseguenza, errata.

In che cosa consiste l’insufficienza di questa formulazione? La sua insufficienza consiste nel fatto che essa riunisce in una sola questione due questioni differenti, quella della possibilità dell’edificazione del socialismo con le forze di un solo paese, cui si deve dare una risposta affermativa, e quella di sapere se un paese, in cui esiste la dittatura del proletariato, si può considerare pienamente garantito dall’intervento e, per conseguenza, dalla restaurazione del vecchio regime, senza la vittoria della rivoluzione in una serie di altri paesi, questione, questa, a cui si deve dare una risposta negativa. E non sto a dire che la suddetta formulazione può far pensare che l’organizzazione della società socialista con le forze di un solo paese è impossibile, il che, naturalmente, è errato.

Per questa ragione ho modificato, ho rettificato quella formula nel mio opuscolo « La Rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi » (dicembre 1924) scomponendo la questione in due: questione della garanzia completa contro la restaurazione del regime borghese e questione della possibilità dell’edificazione della società socialista integrale in un solo paese. A ciò sono arrivato, in primo luogo, affermando che la « vittoria completa del socialismo », considerata come « garanzia completa contro la restaurazione del vecchio regime », è possibile solamente grazie « agli sforzi concordi dei proletari di alcuni paesi » e, in secondo luogo, proclamando, sulla base dell’opuscolo di Lenin « Della cooperazione », l’incontestabile verità che noi disponiamo di tutto quanto è necessario per edificare una società socialista integrale. (« La Rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi »). Questa nuova formulazione della questione ha poi sostituito la vecchia nelle successive edizioni dell’opuscolo: « Dei principii del leninismo ». Su questo nuovo modo di formulare il problema è basata anche la nota risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito « Sui compiti dell’Internazionale comunista e del Partito comunista (bolscevico) russo », risoluzione che esamina il problema della vittoria del socialismo in un solo paese in rapporto con la stabilizzazione del capitalismo (aprile 1925), e giudica possibile e necessaria l’edificazione del socialismo mediante le sole forze del nostro paese. Essa ha anche servito di base al mio opuscolo « Bilancio dei lavori della Quattordicesima Conferenza del partito », pubblicato immediatamente dopo la Conferenza stessa, nel maggio 1925.

Circa il modo di porre la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, in questo opuscolo si dice: « Il nostro paese presenta due gruppi di contraddizioni. Il primo gruppo comprende le contraddizioni interne, esistenti tra il proletariato e i contadini (si tratta qui dell’edificazione del socialismo in un solo paese. G. St.). Il secondo gruppo comprende le contraddizioni esterne, esistenti tra il nostro paese, come paese del socialismo, e tutti gli altri paesi, come paesi del capitalismo (qui si tratta della vittoria definitiva del socialismo. G. St.) »… « Chi confonde il primo gruppo di contraddizioni, che sono perfettamente superabili mediante gli sforzi di un solo paese, col secondo gruppo di contraddizioni, che esigono, per la loro soluzione, gli sforzi dei proletari di alcuni paesi, commette un errore grossolano contro il leninismo ed è o un confusionario o un opportunista incorreggibile » (« Bilancio dei lavori della Quattordicesima Conferenza del partito »).
Circa la questione della vittoria del socialismo nel nostro paese, l’opuscolo dice:
« Noi possiamo condurre a termine l’edificazione del socialismo e lo verremo edificando, insieme coi contadini, sotto la direzione della classe operaia »… perché « in regime di dittatura del proletariato, abbiamo… tutti gli elementi necessari per edificare una società socialista integrale superando le difficoltà interne di ogni sorta, perché possiamo e dobbiamo superarle con le nostre proprie forze » (Ibidem).

Circa la questione della vittoria definitiva del socialismo, nell’opuscolo si dice:
« Vittoria definitiva del socialismo significa garanzia completa contro i tentativi d’intervento e, per conseguenza, di restaurazione, perché ogni tentativo di restaurazione che abbia una benché minima serietà può aver luogo soltanto con un serio appoggio dall’estero, soltanto con l’appoggio del capitale internazionale. Perciò, l’appoggio alla nostra rivoluzione da parte degli operai di tutti i paesi e, a più forte ragione, la vittoria di questi operai, sia pure soltanto in alcuni paesi, è condizione indispensabile perché il primo paese che ha vinto sia pienamente garantito contro i tentativi d’intervento e di restaurazione, è condizione indispensabile per la vittoria definitiva del socialismo » (Ibidem).E’ chiaro, a quanto pare. Con lo stesso spirito, com’è noto, questo problema viene trattato nel mio opuscolo « Domande e risposte » (giugno 1925) e nella relazione del Comitato Centrale al Quattordicesimo Congresso del partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S. (dicembre 1925). Questi sono i fatti. Questi fatti sono noti a tutti, senza eccezione, credo, e anche a Zinoviev.

Se ora, quasi due anni dopo la lotta ideologica in seno al partito e dopo la risoluzione approvata dalla Quattordicesima Conferenza del partito (aprile 1925), Zinoviev ritiene possibile, nella sua replica al Quattordicesimo Congresso (dicembre 1925), tirar fuori la vecchia formula, assolutamente insufficiente, dell’opuscolo di Stalin, scritto nell’aprile 1924, come base per la soluzione della questione, già risolta, della vittoria del socialismo in un solo paese, questo procedimento originale di Zinoviev prova solamente che egli si è definitivamente impantanato in questa questione. Tirar indietro il partito, dopo che esso è andato avanti, ignorare la risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito, dopo che essa è stata confermata dall’Assemblea plenaria del Comitato Centrale, vuol dire cadere in contraddizioni inestricabili, non credere alla causa della edificazione del socialismo, abbandonare la via di Lenin e confessare la propria disfatta.
Che cosa è la possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese?
E’ la possibilità di risolvere le contraddizioni tra il proletariato e i contadini poggiando sulle forze interne del nostro paese, è la possibilità della presa del potere da parte del proletariato e dell’utilizzazione del potere per edificare una società socialista integrale nel nostro paese, con la simpatia e con l’appoggio dei proletari degli altri paesi, ma senza la previa vittoria della rivoluzione proletaria negli altri paesi. Se una tale possibilità non esistesse, edificare il socialismo significherebbe edificare senza prospettive, edificare senza avere la certezza di condurre a termine l’edificazione del socialismo. E’ impossibile edificare il socialismo se non si è sicuri che è possibile condurre a termine l’edificazione, se non si è sicuri che l’arretratezza tecnica del nostro paese non è un ostacolo insormontabile all’edificazione di una società socialista integrale. Negare questa possibilità vuol dire mancare di fiducia nella causa dell’edificazione del socialismo, vuol dire abbandonare il leninismo.

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Che cosa è l’impossibilità della vittoria completa, definitiva del socialismo in un solo paese, senza la vittoria della rivoluzione in altri paesi? E’ l’impossibilità di avere una garanzia completa contro l’intervento e, quindi, contro la restaurazione del regime borghese, senza la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi. Negare questa tesi incontrovertibile vuol dire abbandonare l’internazionalismo, abbandonare il leninismo. « Viviamo — dice Lenin — non soltanto in uno Stato, ma in un sistema di Stati e l’esistenza della Repubblica dei Soviet a fianco di Stati imperialisti, per un lungo periodo di tempo, è cosa inconcepibile. Alla fine, o l’una o gli altri vinceranno.

Ma in attesa di questa soluzione, è inevitabile si produca una serie di urti terribili fra la Repubblica dei Soviet e gli Stati borghesi. Ciò significa che la classe dominante, il proletariato, se vuol dominare e se dominerà, deve provarlo anche con la sua organizzazione militare ». (« Rapporto del C. C. all’Ottavo Congresso del P.C.(b)R. », vol. XXIV, p. 122, ed. russa vol 27 edizione italiana ). «Siamo in presenza — dice Lenin in un altro passo — d’un equilibrio che è al più alto grado instabile, ma che è, indubbiamente, indiscutibilmente, un certo equilibrio. Per quanto possa durare, non lo so e penso che non è possibile saperlo. Perciò è necessaria da parte nostra una prudenza estrema. Il primo precetto della nostra politica, la prima lezione che sorge dalla nostra attività governativa di quest’anno e che tutti gli operai e contadini devono assimilare, è che occorre stare in guardia, che occorre ricordarsi che siamo accerchiati da gente, da classi e da governi, i quali manifestano apertamente l’odio più accanito contro di noi. Bisogna ricordarsi che siamo sempre a un pelo da una invasione ». (« Rapporto sulla politica interna ed estera della Repubblica al Nono Congresso dei Soviet », vol. XXVII, p. 117, ed. russa). E’ chiaro, a quanto pare.

Come concepisce Zinoviev la questione della vittoria del socialismo in un solo paese?
Ascoltate:« Per vittoria definitiva del socialismo bisogna intendere, per lo meno: 1) la soppressione delle classi e, quindi, 2) l’abolizione della dittatura di una sola classe e, nel caso nostro, della dittatura del proletariato »… « Per rendersi conto ancor più esattamente — continua Zinoviev — del modo come si pone da noi, nell’U.R.S.S., nel 1925, la questione, bisogna distinguere due cose: 1) la garanzia della possibilità di edificare il socialismo — e una tale possibilità di edificare il socialismo, evidentemente, si può concepire anche nel quadro di un solo paese, e 2) l’edificazione definitiva e il consolidamento del socialismo, cioè la realizzazione del regime socialista, della società socialista ».
Che cosa può significare tutto questo? Che Zinoviev intende, per vittoria definitiva del socialismo in un solo paese, non già la garanzia contro l’intervento e la restaurazione, ma la possibilità di condurre a termine l’edificazione della società socialista. Per vittoria del socialismo in un solo paese Zinoviev intende invece una edificazione del socialismo che non può e non deve condurre a termine l’edificazione del socialismo. Edificazione a casaccio, senza prospettive, edificazione del socialismo senza possibilità di condurre a termine l’edificazione di una società socialista, ecco la posizione di Zinoviev.
Edificare il socialismo senza aver la possibilità di condurne a termine l’edificazione; costruire sapendo che non arriverai a condurre a termine la costruzione, ecco l’assurdo a cui è arrivato Zinoviev. Ma questo significa ridersi della questione, non risolverla! Ed ecco ancora un passo della replica di Zinoviev al Quattordicesimo Congresso del partito: « Guardate, per esempio, che cosa è arrivato a dire il compagno Jakovlev all’ultima conferenza di partito della provincia di Kursk: “Possiamo noi — si domanda egli — mentre siamo circondati da ogni lato da nemici capitalisti, possiamo noi in queste condizioni condurre a termine l’edificazione del socialismo in un solo paese?” e risponde: “Basandoci su tutto quello che abbiamo detto, siamo in diritto di affermare che non soltanto edifichiamo il socialismo, ma che, pur essendo ancora soli, pur essendo sinora l’unico paese sovietico in tutto il mondo, l’unico Stato sovietico, condurremo a termine l’edificazione del socialismo”. (« Kurskaia Pravda », n. 279, 8 dicembre 1925). E’ questa una impostazione, leninista della questione, o non si sente qui puzza di ristrettezza nazionale? » (il corsivo è mio. G. St.). Così, secondo Zinoviev, riconoscere la possibilità di condurre a termine l’edificazione del socialismo in un solo paese significa dar prova di ristrettezza nazionale, mentre negare questa possibilità significa mantenersi sul terreno dell’internazionalismo. Ma se questo è vero, vale la pena, in generale, di condurre la lotta per vincere gli elementi capitalistici della nostra economia? Non si deve concludere che questa vittoria è impossibile? Capitolazione di fronte agli elementi capitalistici della nostra economia, ecco dove conduce la logica intrinseca dell’argomentazione di Zinoviev. E quest’assurdo, che non ha nulla di comune col leninismo, Zinoviev ce lo serve come « internazionalismo », come « leninismo al cento per cento ».

Affermo che, nella questione essenziale dell’edificazione del socialismo, Zinoviev si allontana dal leninismo e sdrucciola verso il punto di vista del menscevico Sukhanov. Richiamiamoci a Lenin. Ecco che cosa egli diceva a proposito della vittoria del socialismo in un solo paese, prima ancora della Rivoluzione d’ottobre, nell’agosto 1915:

« L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, (il corsivo è mio. G. St.) si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati » ( « Sulla parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa », vol. XVIII, pp. 232-233, ed. russa). Che cosa vuol dire la frase di Lenin che ho sottolineato: « Organizzata nel proprio paese la produzione socialista »? Significa che il proletariato del paese vittorioso può e deve organizzare nel proprio paese, dopo la presa del potere, la produzione socialista. E che cosa vuol dire « organizzare la produzione socialista »? Vuol dire condurre a termine l’edificazione della società socialista. Non occorre dimostrare che questa tesi netta e precisa di Lenin non ha bisogno di ulteriori commenti. In caso contrario, non sarebbero comprensibili gli appelli di Lenin alla presa del potere da parte del proletariato nell’ottobre del 1917.

Voi vedete che questa tesi precisa di Lenin differisce come il cielo dalla terra dalla « tesi » confusa e antileninista di Zinoviev, secondo la quale noi possiamo edificare il socialismo « nei quadri di unsolo paese », senza avere la possibilità di condurne a termine l’edificazione. Questo fu detto da Lenin nel 1915, prima della presa del potere da parte del proletariato. Ma forse egli cambiò opinione dopo l’esperienza dalla presa del potere, dopo il 1917? Richiamiamoci all’opuscolo di Lenin: « Della cooperazione », scritto nel 1923:« In realtà — dice Lenin — il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottega e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? (Il corsivo è mio. G. St.). Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurne a termine la costruzione » (vol. XXVII, p. 392, ed. russa).

In altre parole: possiamo e dobbiamo condurre a termine l’edificazione della società socialista integrale perché abbiamo a nostra disposizione tutto ciò che è necessario e sufficiente per questa edificazione.

Mi pare sia difficile esprimersi in modo più chiaro.

Confrontate questa tesi classica di Lenin con la replica antileninista di Zinoviev a Jakovlev e comprenderete che Jakovlev non ha fatto altro che ripetere le parole di Lenin sulla possibilità di condurre a termine l’edificazione del socialismo in un solo paese, mentre Zinoviev, attaccando questa tesi e fustigando Jakovlev, si è allontanato da Lenin e si è collocato dal punto di vista del menscevico Sukhanov, dal punto di vista dell’impossibilità di condurre a termine l’edificazione del socialismo nel nostro paese, data la sua arretratezza tecnica.

Non si capisce perché avremmo conquistato il potere nell’ottobre del 1917, se non avessimo contato di condurre a termine la costruzione del socialismo.

Non bisognava prendere il potere nell’ottobre del 1917: ecco a quale conclusione porta la logica intrinseca dell’argomentazione di Zinoviev.

Affermo inoltre che, nella questione essenziale della vittoria del socialismo, Zinoviev è andato contro le decisioni ben precise del nostro partito, fissate nella nota risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito: « Sui compiti dell’Internazionale comunista e del Partito comunista (bolscevico) russo in relazione con l’Assemblea plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista ».

Richiamiamoci a questa risoluzione. Ecco che cosa vi si dice circa la vittoria del socialismo in un solo paese:

« L’esistenza di due sistemi sociali diametralmente opposti costituisce una minaccia continua di blocco capitalistico, di altre forme di pressione economica, d’intervento armato, di restaurazione. L’unica garanzia della vittoria definitiva del socialismo, cioè garanzia contro la restaurazione, (il corsivo è mio. G. St.) è, di conseguenza, la vittoria della rivoluzione socialista in parecchi paesi… ». « Il leninismo insegna che la vittoria definitiva del socialismo, nel senso di una garanzia completa contro la restaurazione (il corsivo è mio. G. St.) dei rapporti borghesi, è possibile soltanto su scala internazionale… ». « Da questo non deriva (il corsivo è mio. G. St.) affatto che sia impossibile l’edificazione di una società socialista integrale (il corsivo è mio. G. St.) in un paese così arretrato come la Russia, senza “l’aiuto statale” (Trotski) di paesi più progrediti dal punto di vista tecnico ed economico » (ved. la risoluzione).

Voi vedete che la risoluzione interpreta la vittoria definitiva del socialismo come garanzia contro l’intervento e la restaurazione — in opposizione totale al modo come la considera Zinoviev nel suo libro « Il leninismo ».

Voi vedete che la risoluzione riconosce la possibilità di edificare la società socialista integrale in un paese così arretrato come la Russia, senza « l’aiuto statale » di paesi più progrediti dal punto di vista tecnico-economico, in opposizione totale all’affermazione contraria fatta da Zinoviev nella sua risposta a Jakovlev, nella replica al Quattordicesimo Congresso del partito.

Come chiamare questo, se non una lotta di Zinoviev contro la risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito?

Certo, le risoluzioni del partito qualche volta non sono impeccabili. Avviene che le risoluzioni del partito contengano degli errori. Generalmente parlando, si può far l’ipotesi che anche la risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito contenga qualche errore. Può darsi che Zinoviev consideri questa risoluzione come sbagliata. Ma in tal caso bisogna dirlo in modo chiaro e aperto, come si conviene a un bolscevico. Ma Zinoviev, chi sa mai perché, non agisce così. Egli preferisce seguire un’altra strada: egli attacca alle spalle la risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito, tacendone l’esistenza e senza farne la minima critica aperta. Zinoviev pensa, evidentemente, che questa sia la via migliore per raggiungere lo scopo. Ed egli non ha che uno scopo, quello di « migliorare » la risoluzione e correggere « un tantino » Lenin. Non occorre dimostrare che Zinoviev s’è sbagliato nei suoi calcoli.

Donde proviene l’errore di Zinoviev? Dov’è la radice di questo errore?

La radice di questo errore consiste, secondo me, nella convinzione di Zinoviev che l’arretratezza tecnica del nostro paese è un ostacolo insormontabile all’edificazione della società socialista integrale, che il proletariato non può condurre a termine l’edificazione del socialismo, data l’arretratezza tecnica del nostro paese. Zinoviev e Kamenev cercarono, una volta, di esporre questo argomento in una seduta del Comitato Centrale del partito, prima della Conferenza di aprile. Ma ricevettero la risposta che si meritavano e dovettero battere in ritirata, sottomettendosi formalmente al punto di vista opposto, al punto di vista della maggioranza del Comitato Centrale. Ma la sottomissione essendo stata puramente formale, Zinoviev ha continuato a lottare contro questo punto di vista. Ecco che cosa dice su questo « incidente » prodottosi nel Comitato Centrale del partito, il Comitato di Mosca, nella sua « Risposta » alla lettera della Conferenza del partito della provincia di Leningrado.

« Non molto tempo addietro Kamenev e Zinoviev sostennero nell’Ufficio politico l’opinione che non potremmo aver ragione delle difficoltà interne dovute alla nostra arretratezza tecnica ed economica, a meno che la rivoluzione internazionale non venga a salvarci. Insieme con la maggioranza del Comitato Centrale, noi riteniamo invece che possiamo edificare il socialismo, che lo edifichiamo e condurremo a termine l’edificazione, malgrado la nostra arretratezza tecnica e a dispetto di essa. Noi riteniamo che quest’edificazione sarà molto più lenta, naturalmente che se avessimo vinto in tutto il mondo, ma ciononostante continuiamo e continueremo a marciare in avanti. Riteniamo pure che il punto di vista di Kamenev e Zinoviev esprima una sfiducia nelle forze interne della nostra classe operaia e delle masse contadine che la seguono. Pensiamo che questo sia un allontanamento dalla concezione di Lenin » (« Risposta »).

Questo documento è comparso nella stampa durante le prime sedute del Quattordicesimo Congresso del partito. Zinoviev, naturalmente, aveva la possibilità di prendere posizione contro di esso subito, al congresso. È sintomatico che nè Zinoviev nè Kamenev abbiano trovato argomenti da opporre a un’accusa così grave lanciata contro di loro dal Comitato di Mosca del nostro partito. È, casuale questo fatto? Penso che non è casuale. L’accusa, non v’è dubbio, ha colpito nel segno. Zinoviev e Kamenev hanno « risposto » a quest’accusa col silenzio, perché era loro impossibile « ribatterla ».
La nuova opposizione si mostra offesa perché si accusa Zinoviev di non aver fiducia nella vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese. Ma se Zinoviev, dopo un anno intero che si discute la questione della vittoria del socialismo in un solo paese, dopo che il suo punto di vista è stato respinto dall’Ufficio politico del Comitato Centrale (aprile 1925), dopo che il partito si è già formata, su questa questione, una sua opinione determinata, fissata nella nota risoluzione della Quattordicesima Conferenza del partito (aprile 1925), se dopo tutto questo Zinoviev si decide ad attaccare il punto di vista del partito nel suo libro « Il leninismo » (settembre 1925) e al Quattordicesimo Congresso torna all’attacco, come spiegare tutto questo, questa ostinazione, questa insistenza nella difesa del proprio errore, se non col fatto che Zinoviev è infetto, irrimediabilmente infetto da sfiducia nella vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese?
Zinoviev ama considerare come internazionalismo questa sua sfiducia. Ma da quando in qua si è incominciato a considerare come internazionalismo il distacco dal leninismo in una questione cardinale del leninismo stesso?

Non sarà più giusto affermare che non il partito, ma Zinoviev pecca qui contro l’internazionalismo e contro la rivoluzione internazionale?

Infatti, che cosa è il nostro paese « del socialismo in costruzione » se non la base della rivoluzione mondiale? Ma può il nostro paese essere effettivamente la base della rivoluzione mondiale, se non è capace di condurre a termine la costruzione della società socialista? Può il nostro paese continuare a essere un formidabile centro di attrazione per gli operai di tutti i paesi, come lo è oggi indubbiamente, se non è capace di riportare la vittoria sugli elementi capitalistici della nostra economia, la vittoria nella costruzione del socialismo? Penso che non lo può. Ma non deriva da questo che la sfiducia nella vittoria dell’edificazione socialista, che la propaganda di questa sfiducia porta a esautorare il nostro paese come base della rivoluzione mondiale e che questa esautorazione del nostro paese porta a indebolire il movimento rivoluzionario mondiale? Con quale mezzo i signori socialdemocratici cercavano di allontanare da noi gli operai? Predicando loro che « i russi non avrebbero concluso nulla ». In che modo battiamo noi ora i socialdemocratici e attiriamo a noi a frotte le delegazioni operaie, rafforzando così le posizioni del comunismo in tutto il mondo? Con i nostri successi nell’edificazione del socialismo. Ma allora, non è forse chiaro che chiunque predica la sfiducia nei nostri successi nell’edificazione del socialismo aiuta indirettamente i socialdemocratici, indebolisce lo slancio del movimento rivoluzionario internazionale, abbandona inevitabilmente l’internazionalismo?…

Voi vedete che « l’internazionalismo » di Zinoviev non vale più del suo « leninismo al cento per cento » nella questione dell’edificazione del socialismo in un solo paese.
Perciò il Quattordicesimo Congresso del partito ha agito giustamente definendo le concezioni della nuova opposizione come « sfiducia nella causa dell’edificazione del socialismo » e come « deformazione del leninismo ».

 

CAPITOLO VII

La lotta per la vittoria dell’edificazione del socialismo Credo che la sfiducia nella vittoria dell’edificazione del socialismo sia l’errore fondamentale della nuova opposizione. Questo errore è, secondo me, fondamentale, perché da esso derivano tutti gli altri errori della nuova opposizione. Gli errori della nuova opposizione circa le questioni della Nep, del capitalismo di Stato, della natura della nostra industria socialista, della funzione della cooperazione in regime dì dittatura del proletariato, dei metodi di lotta contro i kulak, della funzione e del peso specifico del contadino medio, tutti questi errori derivano dal primo errore fondamentale dell’opposizione, dalla sfiducia nella possibilità di condurre a termine l’edificazione di una società socialista con le sole forze del nostro paese.
Che cosa è la sfiducia nella vittoria dell’edificazione del socialismo nel nostro paese?
E’ anzitutto, mancanza della convinzione che le masse fondamentali dei contadini, grazie alle speciali condizioni di sviluppo del nostro paese, possono essere attratte all’opera di edificazione socialista.
E’ in secondo luogo, mancanza della convinzione che il proletariato del nostro paese, avendo a sua disposizione le leve di comando dell’economia nazionale, è capace di attrarre all’opera di edificazione socialista le masse fondamentali dei contadini. Le elucubrazioni dell’opposizione circa le vie del nostro sviluppo, lo voglia essa o non lo voglia, sono fondate, tacitamente, su queste tesi. E’ possibile attrarre la massa fondamentale dei contadini sovietici all’opera di edificazione socialista?

L’opuscolo « Dei principii del leninismo » contiene, a questo proposito, due tesi fondamentali:
1) « Non si possono confondere i contadini dell’Unione Sovietica con i contadini dell’Occidente. I contadini che sono passati attraverso la scuola di tre rivoluzioni, che hanno lottato contro lo zar e il potere della borghesia insieme al proletariato e sotto la direzione del proletariato, i contadini che hanno ottenuto la terra e la pace dalla rivoluzione proletaria e sono diventati, per questo, una riserva del proletariato, questi contadini non possono non essere diversi dai contadini che hanno combattuto durante la rivoluzione borghese sotto la direzione della borghesia liberale, che hanno ricevuto la terra dalle mani di questa borghesia e sono diventati, per questo, una riserva della borghesia. Non occorre dimostrare che i contadini sovietici, abituati ad apprezzare l’amicizia politica e la collaborazione politica del proletariato, debitori della loro libertà a questa amicizia e a questa collaborazione, non possono non costituire un materiale straordinariamente favorevole per la collaborazione economica col proletariato ». 2) « Non si può confondere l’economia agricola della Russia con l’economia agricola dell’Occidente. Quivi lo sviluppo dell’economia agricola segue la linea abituale del capitalismo, che provoca una profonda differenziazione dei contadini con grandi proprietà e latifondi capitalistici privati a un estremo e col pauperismo, la miseria e la schiavitù del salariato all’estremo opposto. Quivi la disgregazione e la decomposizione, in conseguenza di ciò, sono del tutto naturali.

Non così in Russia. Da noi lo sviluppo dell’economia agricola non può seguire questa via, non foss’altro perché l’esistenza del potere sovietico e la nazionalizzazione dei principali mezzi e strumenti di produzione non permettono tale sviluppo. In Russia lo sviluppo dell’economia agricola deve seguire un’altra via, la via dell’ingresso di milioni di contadini piccoli e medi nelle cooperative, la via dello sviluppo, nelle campagne, di un movimento cooperativo di massa, appoggiato dallo Stato per mezzo di crediti a condizioni di favore. Lenin indicava giustamente, negli articoli sulla cooperazione, che lo sviluppo dell’economia agricola doveva battere da noi una strada nuova, la strada della partecipazione della maggioranza dei contadini all’edificazione socialista per mezzo della cooperazione, la strada della penetrazione graduale del principio del collettivismo nell’agricoltura, prima nel campo della vendita e poi nel campo della produzione dei prodotti agricoli »… « Non occorre dimostrare che l’enorme maggioranza dei contadini si metterà volentieri su questa nuova via di sviluppo, respingendo quella dei latifondi capitalistici privati e della schiavitù del salariato, che è la via della miseria e della rovina ». Sono giuste queste tesi? Penso che entrambe queste tesi sono giuste e inconfutabili per tutto il nostro periodo di edificazione nel quadro della Nep.

Esse non fanno che esprimere alcune note tesi di Lenin circa la alleanza del proletariato coi contadini, circa l’incorporazione delle aziende contadine nel sistema di sviluppo socialista del paese, circa il fatto che il proletariato deve marciare verso il socialismo, in unione con le masse fondamentali dei contadini, circa il fatto che l’adesione di milioni di contadini alla cooperazione è la strada maestra dell’edificazione socialista nelle campagne e che, dato lo sviluppo della nostra industria socialista, « il semplice sviluppo della cooperazione s’identifica per noi con lo sviluppo del socialismo » (« Della cooperazione », vol. XXVII, p. 396, ed. russa).

Infatti, quale via può e deve seguire lo sviluppo dell’azienda contadina nel nostro paese?
L’azienda contadina non è un’azienda capitalistica. L’azienda contadina, se si considera la maggioranza schiacciante delle aziende contadine, è un’azienda di piccola produzione mercantile. E che cosa è una azienda contadina di piccola produzione mercantile? È un’azienda che si trova al bivio tra il capitalismo e il socialismo. Essa può evolvere verso il capitalismo, come avviene oggi nei paesi capitalistici, o verso il socialismo, come deve avvenire da noi, nel nostro paese, in regime di dittatura del proletariato.

Donde proviene quest’instabilità, quest’assenza di indipendenza dell’azienda contadina? Come spiegarla? Essa si spiega con la dispersione delle aziende contadine, con la loro disorganizzazione, con la loro dipendenza dalla città, dall’industria, dal sistema di credito, dal carattere del potere nel paese e, infine, si spiega col principio generalmente noto che la campagna segue e deve seguire la città dal punto di vista tanto materiale che culturale.

La via capitalistica di sviluppo dell’azienda contadina significa sviluppo attraverso una profonda differenziazione dei contadini, con i grandi latifondi a uno degli estremi e l’impoverimento in massa all’altro estremo. Questa via di sviluppo è inevitabile nei paesi capitalistici, perché la campagna, l’azienda contadina, è dipendente dalla città, dall’industria, dal credito concentrato nella città, dal carattere del potere, e perché in città regnano la borghesia, l’industria capitalistica, il sistema di credito capitalistico, il potere di Stato capitalistico. E’ obbligatoria questa via di sviluppo delle aziende contadine nel nostro paese, dove la città ha un aspetto del tutto diverso, dove l’industria si trova nelle mani del proletariato, dove i trasporti, il sistema di credito, il potere dello Stato, ecc. sono concentrati nelle mani del proletariato, dove la nazionalizzazione delle terre è legge generale nel paese? Naturalmente, non è obbligatoria.

Al contrario, appunto perché nel nostro paese la città dirige la campagna e nella città domina il proletariato, che ha nelle sue mani tutti i posti di comando dell’economia nazionale, appunto per questo le aziende contadine devono seguire nel loro sviluppo un’altra via, la via dell’edificazione socialista. Qual è questa via? È la via dell’incorporazione in massa di milioni di aziende agricole in tutte le branche della cooperazione, la via dell’unione attorno all’industria socialista delle aziende contadine disperse, la via dell’introduzione dei principii del collettivismo fra i contadini, prima nel campo dello smercio dei prodotti agricoli e dell’approvvigionamento delle aziende contadine in prodotti della città e, in seguito, nel campo della produzione agricola.

 Quanto più si va avanti, tanto più questa via diviene, in regime di dittatura del proletariato, inevitabile, perché la cooperazione per lo smercio dei prodotti, la cooperazione per l’approvvigionamento e, infine, la cooperazione per il credito e per la produzione (cooperative agricole) rappresentano l’unica via che permette di elevare il benessere delle campagne, sono l’unico mezzo per salvare le grandi masse contadine dalla miseria e dalla rovina.
Si dice che da noi i contadini, per la loro condizione, non sono per il socialismo e che, per conseguenza, non sono capaci di uno sviluppo socialista. Certo, è vero che i contadini, per la loro condizione, non sono per il socialismo. Ma questo non è un argomento contro l’evoluzione delle aziende contadine sul cammino del socialismo, dal momento che è provato che la campagna segue la città e in città è l’industria socialista che comanda. Neppure durante la Rivoluzione d’ottobre i contadini erano socialisti per la loro condizione e non volevano affatto instaurare nel nostro paese il socialismo.

Quel che essi volevano allora era, soprattutto, la liquidazione del potere dei grandi proprietari fondiari e la fine della guerra, la conclusione della pace. Ciononostante essi seguirono allora il proletariato socialista. Perché? Perché il rovesciamento della borghesia e la presa del potere da parte del proletariato socialista erano allora l’unica via d’uscita dalla guerra imperialista, l’unico mezzo per fare la pace. Perché altre vie allora non ve ne erano e non ve ne potevano essere. Perché il nostro partito allora riuscì a scoprire, a trovare quel grado di unione e di subordinazione degli interessi specifici dei contadini (rovesciamento dei grandi proprietari fondiari, pace) agli interessi generali del paese (dittatura del proletariato), che era accettabile e vantaggioso per i contadini. E i contadini, benché non fossero per il socialismo, seguirono allora il proletariato socialista.
La stessa cosa si deve dire dell’edificazione socialista nel nostro paese e dell’attrazione dei contadini nella corrente di questa edificazione. Il contadino per la sua condizione non è per il socialismo. Ma deve mettersi e si metterà necessariamente sulla via dello sviluppo socialista, perché non vi sono e non vi possono essere altre vie per salvare i contadini dalla miseria e dalla rovina, all’infuori dell’alleanza col proletariato, all’infuori dell’alleanza con l’industria socialista, all’infuori dell’inserzione dell’azienda contadina nella corrente generale dello sviluppo socialista mediante l’incorporazione in massa dei contadini nelle cooperative. Perché proprio mediante l’incorporazione in massa dei contadini nelle cooperative? Perché nell’incorporazione in massa nelle cooperative « abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell’interesse privato, dell’interesse commerciale privato, con la verifica e col controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell’interesse privato all’interesse generale » (Lenin), che è accettabile e vantaggioso per il contadino e che assicura al proletariato la possibilità di attrarre la massa fondamentale dei contadini all’opera dell’edificazione socialista. Appunto perché è nell’interesse dei contadini di organizzare la vendita delle loro merci e il rifornimento di macchine per le loro aziende attraverso le cooperative, appunto per questo essi devono mettersi e si metteranno in massa sulla via della cooperazione.
Ma che cosa significa l’incorporazione in massa delle aziende contadine nelle cooperative, sotto l’egida dell’industria socialista?

Significa l’uscita delle piccole aziende contadine mercantili dalla vecchia via capitalista, che porta alla rovina in massa dei contadini, e il passaggio a una nuova via di sviluppo, alla via dell’edificazione socialista. Ecco perché la lotta per una nuova via di sviluppo dell’azienda contadina, la lotta per attrarre la massa fondamentale dei contadini all’opera di edificazione del socialismo è il compito immediato del nostro partito. Perciò il Quattordicesimo Congresso del Partito comunista (bolscevìco) dell’U.R.S.S. ha agito giustamente, stabilendo che: « La via principale da seguire per l’edificazione del socialismo nella campagna consiste nell’attrarre all’organizzazione cooperativa la massa fondamentale dei contadini e nell’assicurare a questa organizzazione uno sviluppo socialista, utilizzando, superando ed eliminando gli elementi capitalistici esistenti tra i contadini, e ciò sotto la direzione economica sempre più forte dell’industria statale socialista, delle istituzioni di credito statale e delle altre leve di comando che sono nelle mani del proletariato » (« Risoluzioni del Congresso sul rapporto del Comitato Centrale »).
Il più grave errore della nuova opposizione è che essa non crede a questa nuova via di sviluppo dei contadini, non vede o non comprende l’inevitabilità di questa via di sviluppo sotto la dittatura del proletariato. E non lo comprende perché non crede alla vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese, non crede alla capacità del nostro proletariato di condurre al suo seguito i contadini sul cammino del socialismo. Di qui l’incomprensione del doppio carattere della Nep, la esagerazione dei lati negativi della Nep e il fatto di considerare la Nep prevalentemente come una ritirata.
Di qui l’esagerazione dell’importanza degli elementi capitalistici nella nostra economia, la sottovalutazione dell’importanza delle leve del nostro sviluppo socialista (industria socialista, sistema creditizio, cooperazione, potere del proletariato, ecc.).

Di qui l’incomprensione del carattere socialista della nostra industria di Stato e i dubbi sulla giustezza del piano cooperativo dì Lenin. Di qui l’esagerazione del processo di differenziazione nella campagna, il panico di fronte al kulak, la sottovalutazione della funzione del contadino medio, i tentativi di sabotare la politica del partito che tende a garantire una solida alleanza col contadino medio, di qui, in generale, i salti da un estremo all’altro nelle questioni della politica del partito nella campagna.
Di qui l’incomprensione del lavoro gigantesco che il partito compie per attrarre masse di milioni di operai e di contadini a edificare l’industria e l’agricoltura, a fare uno sforzo per vivificare la cooperazione e i Soviet, ad amministrare il paese, a lottare contro le tendenze burocratiche, a condurre una lotta per il miglioramento e la trasformazione del nostro apparato di Stato. Questa lotta segna una nuova fase della nostra evoluzione e senza di essa non è concepibile nessuna edificazione socialista.

Di qui la disperazione e lo smarrimento di fronte alle difficoltà della nostra edificazione, i dubbi sulla possibilità di industrializzare il nostro paese, le chiacchiere pessimiste sulla degenerazione del partito, ecc. A casa loro, a casa dei borghesi, tutto va più o meno bene; a casa nostra. a casa dei proletari, tutto va più o meno male: se la rivoluzione non si affretta a venirci in aiuto dall’Occidente, la nostra causa è perduta; tale è il tono generale della nuova opposizione, ed esso è, secondo me, un tono da liquidatori, che l’opposizione spaccia, non si sa perché (forse per prenderci in giro), per « internazionalismo ». La Nep è il capitalismo, dice l’opposizione. La Nep è prevalentemente una ritirata, dice Zinoviev. Tutto questo, naturalmente, è falso. In realtà, la Nep è la politica del partito, politica che ammette la lotta fra gli elementi socialisti e gli elementi capitalistici e mira alla vittoria degli elementi socialisti sugli elementi capitalistici. In realtà, la Nep è stata una ritirata soltanto al principio, ma essa è stata concepita in modo da permettere, nel corso della ritirata, di raggruppare le forze e passare all’offensiva. In realtà noi siamo all’offensiva già da alcuni anni e conduciamo l’offensiva con successo, sviluppando la nostra industria, sviluppando il commercio sovietico, soppiantando il capitale privato. Ma quale è il senso esatto della tesi: la Nep è il capitalismo, la Nep è prevalentemente una ritirata? Da che cosa deriva questa tesi?

Essa deriva dall’ipotesi errata che ciò che avviene qui da noi in questo momento non è né più né meno che una restaurazione del capitalismo, né più né meno che un « ritorno » al capitalismo. Solo con questa ipotesi si possono spiegare i dubbi dell’opposizione circa la natura socialista della nostra industria. Solo con questa ipotesi si può spiegare il panico dell’opposizione davanti al kulak. Solo con questa ipotesi si può spiegare la fretta con cui l’opposizione si è aggrappata alle statistiche inesatte sulla differenziazione dei contadini. Solo con questa ipotesi si può spiegare la singolare facilità con la quale l’opposizione ha dimenticato che il contadino medio è qui da noi la figura centrale dell’agricoltura. Solo con questa ipotesi si possono spiegare la sottovalutazione del peso specifico del contadino medio e i dubbi a proposito del piano cooperativo di Lenin. Solo con questa ipotesi si può « motivare » la mancanza di fiducia della nuova opposizione nella nuova via di sviluppo della campagna, nella via di sviluppo che consiste nell’attrarre la campagna all’edificazione socialista.
In realtà, oggi nel nostro paese non è in corso un processo unilaterale di restaurazione del capitalismo, ma un duplice processo di sviluppo del capitalismo e di sviluppo del socialismo, un processo contraddittorio di lotta degli elementi socialisti contro gli elementi capitalistici un processo di liquidazione degli elementi capitalistici. da parte degli elementi socialisti. Ciò è indiscutibile tanto per la città, dove la base del socialismo è l’industria di Stato, quanto per la campagna, dove il punto di appoggio essenziale per lo sviluppo del socialismo è la cooperazione delle masse, legata all’industria socialista.

Una restaurazione pura e semplice del capitalismo è impossibile non fosse altro perché da noi il potere è proletario, la grande industria, è nelle mani del proletariato, i trasporti e il credito si trovano a disposizione dello Stato proletario. La differenziazione non può assumere le stesse proporzioni di prima, la massa principale dei contadini rimane composta di contadini medi e il kulak non può riconquistare la sua forza di prima, non fosse altro perché la terra nel nostro paese è nazionalizzata, non è più oggetto di scambio, e la nostra politica in materia di commercio, di credito, d’imposte e di cooperazione tende a limitare le tendenze sfruttatrici dei kulak, a elevare il benessere delle grandi masse contadine e a livellare gli estremi nella campagna. Senza contare che la lotta contro i kulak da noi oggi non segue solamente la vecchia linea, la linea dell’organizzazione dei contadini poveri contro i kulak, ma segue anche una linea nuova, la linea del rafforzamento dell’alleanza del proletariato e dei contadini poveri con le masse dei contadini medi, contro i kulak. Il fatto che l’opposizione non comprende il senso e l’importanza della lotta contro i kulak secondo questa nuova linea, conferma ancora una volta che l’opposizione si smarrisce per la vecchia strada di sviluppo della campagna, per la strada dello sviluppo capitalistico, quando il kulak e il contadino povero rappresentavano le forze principali nella campagna e il contadino medio « veniva scomparendo ». La cooperazione è una varietà del capitalismo di Stato, dice l’opposizione richiamandosi allo scritto di Lenin sull’« Imposta in natura », e non crede, perciò, alla possibilità di utilizzare la cooperazione come punto di appoggio essenziale per lo sviluppo del socialismo. Anche qui l’opposizione commette un errore grossolano. Un tale giudizio sulla cooperazione era sufficiente e soddisfacente nel 1921, quando venne scritta l’« Imposta in natura », quando non avevamo un’industria socialista sviluppata, quando Lenin concepiva il capitalismo di Stato come la possibile forma principale della nostra economia e considerava la cooperazione in connessione col capitalismo di Stato. Ma un tale giudizio è oggi insufficiente e superato dalla storia, poiché da allora i tempi sono cambiati, l’industria socialista si è sviluppata, e il capitalismo di Stato non si è radicato nella misura desiderabile e la cooperazione, che abbraccia oggi più di dieci milioni di uomini, si viene collegando strettamente alla industria socialista. Come spiegare altrimenti il fatto che due anni soli dopo la pubblicazione dell’« Imposta in natura », nel 1923, Lenin incominciava a considerare la cooperazione in un altro modo, ritenendo che « nelle nostre condizioni la cooperazione coincide di regola completamente col socialismo »? (« Della cooperazione », vol. XXVII, p. 396, ed. russa). Come spiegare questo cambiamento se non col fatto che, durante questi due anni, l’industria socialista era già riuscita a svilupparsi, il capitalismo di Stato non si era radicato nella dovuta misura, per cui Lenin incominciava a considerare la cooperazione non più in connessione col capitalismo di Stato, ma in connessione con l’industria socialista?
Le condizioni di sviluppo della cooperazione erano cambiate. Doveva cambiare anche il modo di considerare la questione della cooperazione. Ecco, ad esempio, un passo notevole, preso dall’opuscolo di Lenin « Della cooperazione » (1923), che illumina questo problema: « In regime di capitalismo di Stato (il corsivo è mio. G. St.) le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste di Stato, in primo luogo come aziende private, in secondo luogo come aziende collettive. Nel nostro regime attuale (il corsivo è mio. G. St.) le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono (il corsivo è mio. G. St.) dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e su mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia » (volume XXVII, p. 396, ed. russa).
In queste poche righe sono risolte due grandi questioni. Primo: che il « nostro regime attuale » non è capitalismo di Stato. Secondo: che le aziende cooperative, se si considerano in connessione col « nostro regime », « non si distinguono » dalle aziende socialiste. È difficile, credo, esprimersi più chiaramente.

Ma ecco ancora un altro passo dello stesso opuscolo di Lenin:« Il semplice sviluppo della cooperazione s’identifica per noi (salvo la « piccola » riserva sopra indicata) con lo sviluppo del socialismo. Siamo obbligati quindi ad ammettere che tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subito un cambiamento radicale » (Ibidem). È evidente che nell’opuscolo « Della cooperazione » ci troviamo dinanzi a un nuovo giudizio sulla cooperazione, cosa che la nuova opposizione non vuole ammettere e si sforza di passare sotto silenzio a dispetto dei fatti, a dispetto dell’evidenza, a dispetto del leninismo. Una cosa è la cooperazione considerata in connessione col capitalismo di Stato, un’altra cosa è la cooperazione considerata in connessione con l’industria socialista.
Da questo, tuttavia, non si può trarre la conclusione che tra l’« Imposta in natura » e l’opuscolo « Della cooperazione » vi sia un abisso. Ciò sarebbe evidentemente sbagliato. Basta riferirsi, per esempio, al seguente passo dell’« Imposta in natura » per cogliere subito il legame indissolubile che esiste tra l’« Imposta in natura » e l’opuscolo « Della cooperazione » circa il giudizio sulla

cooperazione. Eccolo: « Passare dalle concessioni al socialismo significa passare da una forma di grande produzione a un’altra forma di grande produzione. Passare dalla cooperazione dei piccoli produttori al socialismo significa passare dalla piccola produzione alla grande, significa cioè compiere un passaggio complicato, che però, in caso di successo, è in grado di abbracciare una massa più grande di popolazione, è in grado di strappare le radici più profonde e più resistenti dei vecchi rapporti presocialisti (il corsivo è mio. G. St.) e perfino precapitalistici, che sono i più ostinati nel resistere a qualsiasi “innovazione” » (vol. XXVI, p. 337, ed. russa).

Da questa citazione si vede che già al tempo dell’« Imposta in natura », quando non avevamo ancora un’industria socialista sviluppata, Lenin riteneva possibile la trasformazione della cooperazione, in caso di successo, in un potente mezzo di lotta contro i rapporti « presocialisti » e, di conseguenza, anche contro i rapporti capitalistici. Credo che sia proprio quest’idea che, in seguito, ha servito a Lenin come punto di partenza per il suo opuscolo « Della cooperazione ».
Ma che cosa risulta da tutto ciò?

Da ciò risulta che la nuova opposizione pone la questione della cooperazione in modo non marxista, ma metafisico. Essa considera la cooperazione non come un fenomeno storico, in connessione con altri fenomeni, col capitalismo di Stato (1921), per esempio, o con l’industria socialista (1923), ma come qualche cosa di fisso e determinato una volta per sempre, come una « cosa in sé ».
Di qui gli errori dell’opposizione a proposito della cooperazione, di qui la sua sfiducia nello sviluppo della campagna nella direzione del socialismo passando attraverso alla cooperazione, di qui il fatto che la opposizione si smarrisce per la vecchia strada, per la strada dello sviluppo capitalistico della campagna.

Tali sono, in sostanza, le vedute della nuova opposizione circa le questioni pratiche dell’edificazione socialista.La conclusione è una sola: la linea dell’opposizione, dato che essa abbia una linea, le esitazioni e le oscillazioni dell’opposizione, la sua sfiducia e il suo sgomento davanti alle difficoltà conducono alla capitolazione di fronte agli elementi capitalistici della nostra economia. Infatti se la Nep è prevalentemente una ritirata, se la natura socialista dell’industria statale viene messa in dubbio, se il kulak è quasi onnipotente, se si hanno poche speranze nella cooperazione, se l’importanza del contadino medio diminuisce progressivamente, se la nuova via di sviluppo della campagna è da mettere in dubbio, se il partito quasi degenera e la rivoluzione in Occidente non è ancora così vicina, che cosa resta dopo tutto questo nell’arsenale dell’opposizione, su che cosa conta essa nella lotta contro gli elementi capitalistici della nostra economia? Non si può andare alla battaglia armati della sola « Filosofia dell’epoca ».E’ chiaro che l’arsenale della nuova opposizione è piuttosto misero, dato che si possa chiamarlo arsenale. Non è un arsenale per la lotta. A più forte ragione non è un arsenale per la vittoria. E’ chiaro che con un tale arsenale il partito, se impegnasse battaglia, sarebbe perduto « in quattro e quattr’otto » e non gli resterebbe che capitolare immediatamente di fronte agli elementi capitalistici della nostra economia. Perciò il Quattordicesimo Congresso del partito ha avuto pienamente ragione di decidere che « la lotta per la vittoria dell’edificazione socialista nell’U.R.S.S. è il compito fondamentale del nostro partito »; che una delle condizioni indispensabili per l’adempimento di questo compito è « la lotta contro la sfiducia nella causa dell’edificazione del socialismo nel nostro paese e contro i tentativi di considerare le nostre aziende, le quali sono aziende di “tipo socialista conseguente” (Lenin), come delle aziende “capitaliste di Stato” »; che « tali correnti ideologiche, rendendo impossibile un atteggiamento cosciente delle masse verso l’edificazione del socialismo in generale e l’industria socialista in particolare, non possono che frenare lo sviluppo degli elementi socialisti dell’economia e facilitare la lotta del capitale privato contro di essi »; che «il congresso considera perciò che un grande lavoro di educazione è necessario per sormontare queste deformazioni del leninismo » (Risoluzione sul rapporto del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S.).
L’importanza storica del Quattordicesimo Congresso del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S. consiste nel fatto che ha saputo mettere a nudo sino alla radice gli errori della nuova opposizione, ha respinto la sua sfiducia e i suoi piagnistei, ha indicato in modo chiaro e preciso la via della lotta ulteriore per il socialismo, ha dato al partito la prospettiva della vittoria e in questo modo ha armato il proletariato di una fede incrollabile nella vittoria dell’edificazione socialista

25 gennaio 1926.

(Questa opera è tratta dal testo “Stalin – Opere scelte” Edizioni Movimento Studentesco Prima Edizione, Marzo 1973, presentato nella traduzione italiana a suo tempo pubblicata dalle Edizioni in Lingue Estere di Mosca)

 Cuestiones del leninismo Dedico estas páginas a la organización de Leningrado del PCUS (B)

G. STALIN J. V. Stalin CUESTIONES DEL LENINISMO

De la colección:

J. V. Stalin, Cuestiones del leninismo

EDICIONES EN LENGUAS EXTRANJERAS
PEKINPrimera edición 1977

págs. 162-238.




 I N D I C E

CUESTIONES DEL LENINISMO

162

I.

 DEFINICION DEL LENINISMO

162

II.

 LO FUNDAMENTAL EN EL LENINISMO

165

III.

 LA CUESTION DE LA REVOLUCION “PERMANENTE”

167

IV.

 LA REVOLUCION PROLETARIA Y LA DICTADURA DEL
PROLETARIADO

170

V.

 EL PARTIDO Y LA CLASE OBRERA DENTRO DEL
SISTEMA DE LA DICTADURA DEL PROLETARIADO

180

VI.

 LA CUESTION DEL TRIUNFO DEL SOCIALISMO EN UN
SOLO PAIS

208

  VII.

 LA LUCHA POR EL TRIUNFO DE LA EDIFICACION
SOCIALISTA

223

NOTAS

pág. 162

 

A LA ORGANIZACION DE LENIN-
GRADO DEL P.C.(b) DE LA U.R.S.S.

J. STALIN

I

DEFINICION DEL LENINISMO

    En el folleto Los fundamentos del leninismo se da la conocida definición del leninismo, que ha obtenido ya, por lo visto, carta de ciudadanía. Dice así:

    “El leninismo es el marxismo de la época del imperialismo y de la revolución proletaria. O más exactamente: el leninismo es la teoría y la táctica de la revolución proletaria en general, la teoría y la táctica de la dictadura del proletariado en particular”[21].

    ¿Es exacta esta definición?

    Yo entiendo que sí lo es. Es exacta, en primer lugar, porque indica acertadamente las raíces históricas del leninismo, con ceptuándolo como el marxismo de la época del imperialismo por oposición a algunos críticos de Lenin, que entienden equivocadamente que el leninismo surgió después de la guerra im-

pág. 163

perialista Es exacta, en segundo lugar, porque señala acertadamente el carácter internacional del leninismo, por oposición a la socialdemocracia, que entiende que el leninismo sólo es aplicable a las condiciones nacionales rusas. Es exacta, en tercer lugar, porque señala acertadamente la ligazón orgánica que existe entre el leninismo y la doctrina de Marx, conceptuándolo como el marxismo de la época del imperialismo, por oposición a algunos críticos del leninismo, que no ven en éste un nuevo desarrollo del marxismo, sino simplemente la restauración del marxismo y su aplicación a la realidad rusa.

    No creemos que sea necesario detenerse a comentar esto.

    Sin embargo, en nuestro Partido hay, por lo visto, quienes consideran necesario definir el leninismo de un modo algo diferente. Así, por ejemplo, Zinóviev cree que:

    “El leninismo es el marxismo de la época de las guerras imperialistas y de la revolución mundial, revolución que se ha iniciado directamente en un país en que predomina ei campesinado “.

    ¿Qué pueden significar las palabras subrayadas por Zinóviev? ¿Qué significa introducir en la definición del leninismo el atraso de Rusia, su carácter campesino?

    Significa convertir el leninismo, doctrina proletaria internacional, en un producto de las condiciones específicas rusas.

    Significa hacer el juego a Bauer y Kautsky, que niegan la posibilidad de aplicar el leninismo a otros países más desarrollados en el sentido capitalista.

    Es indudable que la cuestión campesina tiene para Rusia una importancia grandísima, que nuestro país es un país campesino. Pero ¿qué importancia puede encerrar este hecho, a la hora de definir los fundamentos del leninismo? ¿Acaso el leninismo se formó exclusivamente en las condiciones de Rusia y para Rusia, y no en las condiciones del imperialismo y para

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los países imperialistas en general? ¿Acaso obras de Lenin como El imperialismofase superior del capitalismo [22], El Estado y la revolución [23], La revolución proletaria y el renegado Kautsky [24], La enfermedad infantil del “izquierdismo” en el comunismó [25], etc. sólo tienen importancia para Rusia y no para los países imperialistas en general? ¿Acaso el leninismo no es la síntesis de la experiencia del movimiento revolucionario de todos los países? ¿Acaso los fundamentos de la teoría y de la táctica del leninismo no son válidos y obligatorios para los partidos pro]etarios de todos los países? ¿Acaso Lenin no tenía razón cuando decía que “el bolchevismo puede servir de modelo de táctica para todos”? (v. t. XXIII, pág. 386). ¿Acaso Lenin no tenía razón cuando hablaba de “la significación internacional * del Poder Soviético y de los fundamentos de la teoría y de la táctica bolcheviques”? (v. t. XXV, págs. 17I-172). ¿Acaso no son exactas, por ejemplo, las siguientes palabras de Lenin?

    “En Rusia, la dictadura del proletariado tiene que distinguirse inevitablemente por ciertas particularidades en comparación con los países avanzados, como consecuencia del inmenso atraso y del carácter pequeñoburgués de nuestro país. Pero las fuerzas fundamentales — y las formas fundamentales de la economía social — son, en Rusia, las mismas que en cualquier país capitalista, por lo que estas particularidades pueden referirse tan sólo a lo que no es esencial “* (v. t. XXIV, pág. 508).

    Y si todo eso es cierto, ¿no se desprende, acaso, de ello que la definición del leninismo que da Zinóviev no puede considerarse exacta?

    ¿Cómo se puede compaginar esta definición del leninismo, que lo limita a un marco nacional, con el internacionalismo?


          * Subrayado por mí.

J. St.

pág. 165

IILO FUNDAMENTAL EN EL LENINISMO

    En el folleto Los fundamentos del leninismo se dice:

    “Algunos piensan que lo fundamental en el leninismo es la cuestión campesina, que el punto de partida del leninismo es la cuestión del campesinado, de su papel, de su peso específico. Esto es completamente falso. La cuestión fundamental del leninismo, su punto de partida, no es la cuestión campesina, sino la cuestión de la dictadura del proletariado, de las condiciones en que ésta se conquista y de las condiciones en que se consolida. La cuestión campesina, como cuestión del aliado del proletariado en su lucha por el Poder, es una cuestión derivada”[26].

    ¿Es exacto este planteamiento?

    Yo entiendo que sí lo es. Este planteamiento se desprende íntegramente de la definición del leninismo En efecto, si el leninismo es la teoría y la táctica de la revolución proletaria, y si lo que constituye el contenido fundamental de la revolución proletaria es la dictadura del proletariado, resulta evidente que lo principal en el leninismo es la cuestión de la dictadura del proletariado, es el estudio de esta cuestión, es su fundamentación y concretación.

    Sin embargo, Zinóviev no está, por lo visto, de acuerdo con este planteamiento. En su artículo En memoria de Lenin, dice:

    “La cuestion del papel del campesinado es, como ya he dicho, la cuestión fundamental * del bolchevismo, del leninismo”.

    Como veis, este planteamiento de Zinóviev se desprende íntegramente de su falsa definición del leninismo. Por eso, es tan falso como su definición del leninismo.


          * Subrayado por mí.

J. St.

pág. 166

    ¿Es exacta la tesis de Lenin de que la dictadura del proletariado forma “el contenido esencial de la revolución proletaria”? (v. t. XXIII, pág. 337). Indiscutiblemente, es exacta. ¿Es exacta la tesis de que el leninismo es la teoría y la táctica de la revolución proletaria? Entiendo que es exacta. ¿Qué se deduce entonces de esto? De esto se deduce que la cuestión fundamental del leninismo, su punto de partida, su base, es la cuestión de la dictadura del proletariado.

    ¿Acaso no es cierto que la cuestión del imperialismo, la cuestión del desarrollo a saltos del imperialismo, la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país, la cuestión del Estado del proletariado, la cuestión de la forma soviética de este Estado, la cuestión del papel del Partido dentro del sistema de la dictadura del proletariado, la cuestión de los caminos de la edificación del socialismo; acaso no es cierto que todas estas cuestiones fueron esclarecidas precisamente por Lenin? ¿Acaso no es cierto que son precisamente estas cuestiones las que forman la base, el fundamento de la idea de la dictadura del proletariado? ¿Acaso no es cierto que sin esclarecer estas cuestiones fundamentales sería inconcebible el esclarecimiento de la cuestión campesina desde el punto de vista de la dictadura del proletariado?

    Es indudable que Lenin era un profundo conocedor de la cuestión campesina. Es indudable que la cuestión campesina, como la cuestión del aliado del proletariado, tiene grandísima importancia para el proletariado y es parte integrante de la cuestión fundamental, la cuestión de la dictadura del proletariado. Pero ¿acaso no es evidente que si ante el leninismo no se hubiera planteado la cuestión fundamental, la de la dictadura del proletariado, no habría existido tampoco la cuestión derivada de ésta, la cuestión del aliado del proletariado, la cuestión de los campesinos? ¿Acaso no es evidente que si ante

pág. 167

el leninismo no se hubiera planteado la cuestión práctica de la conquista del Poder por el proletariado, no habría existido tampoco la cuestión de la alianza con el campesinado?

    Lenin no sería el ideólogo más grande del proletariado como indiscutiblemente lo es, sino que sería un simple “filósofo campesino”, como con frecuencia lo pintan los filisteos literarios del extranjero, si en vez de esclarecer la cuestión campesina sobre la base de la teoría y la táctica de la dictadura del proletariado, lo hubiese hecho independientemente y al margen de esta base.

    Una de dos:

    o bien la cuestión campesina es lo fundamental en el leninismo, y entonces el leninismo no es válido ni obligatorio para los países desarrollados en el sentido capitalista, para los países que no son campesinos;

    o bien lo fundamental en el leninismo es la dictadura del proletariado, y entonces el leninismo es la teoría internacional de los proletarios de todos los países, válida y obligatoria para todos los países, sin excepción, incluyendo los países desarrollados en el sentido capitalista.

    Hay que optar por una de las dos cosas.

IIILA CUESTION DE LA REVOLUCION “PERMANENTE”

    En el folleto Los fundamentos del leninismo, a la “teoría de la revolución permanente” se la juzga como una “teoría” que menosprecia el papel del campesinado. Allí se dice lo siguiente:

pág. 168

    “Así, pues, Lenin no combatía a los partidarios de la revolución ‘permanente’ por la cuestión de la continuidad, pues el propio Lenin sostenía el punto de vista de la revolución ininterrumpida, sino porque menospreciaban el papel de los campesinos, que son la reserva más importante del proletariado”[27].

    Hasta estos últimos tiempos, esta caracterización de los “permanentistas” rusos gozaba del asentimiento general. Sin embargo, aun siendo en general acertada, no puede considerarse todavía como completa. La discusión de 1924, de una parte, y, de otra, el estudio minucioso de las obras de Lenin han demostrado que el error de los “permanentistas” rusos no consistía solamente en menospreciar el papel del campesinado, sino también en menospreciar la fuerza y la capacidad del proletariado para conducir a los campesinos tras de sí, en la falta de fe en la idea de la hegemonía del proletariado.

    Por eso, en mi folleto La Revolución de Octubre y la táctica de los comunistas rusos (diciembre de 1924) amplié esta caracterización y la sustituí por otra más completa. He aquí lo que se dice en el citado folleto:

    “Hasta ahora solía señalarse un solo lado de la teoría de la ‘revolución permanente’: la falta de fe en las posibilidades revolucionarias del movimiento campesino. Ahora, para ser justos, hay que completar ese lado con otro: la falta de fe en las fuerzas y en la capacidad del proletariado de Rusia”[28].

    Esto no significa, naturalmente, que el leninismo haya estado o esté en contra de la idea de la revolución permanente, sin comillas, proclamada por Marx en la década del 40 del siglo pasado[29]. Al contrario, Lenin fue el único marxista que supo comprender y desarrollar de un modo acertado la idea de la revolución permanente. La diferencia entre Lenin y los “permanentistas”, en esta cuestión, consiste en que los “permanentistas” tergiversaban la idea de la revolución permanente de Marx, convirtiéndola en sapiencia inerte y libresca, mientras

pág. 169

que Lenin la tomo en su forma pura e hizo de ella uno de los fundamentos de su teoría de la revolución. Conviene recordar que la idea de la transformación de la revolución democrático-burguesa en revolución socialista, expresada por Lenin ya en 1905, es una de las formas en que encarna la teoría de la revolución permanente de Marx. He aquí lo que Lenin escribía a este respecto ya en 1905:

    “De la revolución democrática comenzaremos a pasar en seguida, y precisamente en la medida de nuestras fuerzas, de las fuerzas del proletariado consciente y organizado, a la revolución socialista. Nosotros somos partidarios de la revolución ininterrumpida [*]. No nos quedaremos a mitad de camino. . .
Sin caer en el aventurerismo, sin traicionar nuestra conciencia científica, sin buscar popularidad barata, podemos decir y decimos solamente una cosa: ayudaremos con todas nuestras fuerzas a todo el campesinado a hacer la revolución democrática para que a nosotros, al Partido del proletariado, nos sea más fácil pasar lo antes posible a una tarea nueva y superior: a la revolución socialista” (v. t. VIII, págs. 186-187).

    Y he aquí lo que dice Lenin a este propósito dieciséis años más tarde, después de la conquista del Poder por el proletariado:

    “Los Kautsky, los Hilferding, los Mártov, los Chernov, los Hillquit, los Longuet, los Mac-Donald, los Turati y otros héroes del marxismo ‘segundo y medio’ no han sabido comprender . . . la correlación entre la revolución democrático-burguesa y la revolución proletaria socialista. La primera se transforma en la segunda *. La segunda resuelve de paso los problemas de la primera. La segunda consolida la obra de la primera. La lucha, y solamente la lucha, determina hasta qué punto la segunda logra rebasar a la primera” (v. t. XXVII, pág. 26).

    Llamo especialmente la atención acerca de la primera cita tomada del artículo de Lenin La actitud de la socialdemocracia


          * Subrayado por mí.

J. St.

pág. 170

ante el movimiento campesino, publicado el 1 de septiembre de 1905. Subrayo esto para conocimiento de aquellos que aun siguen afirmando que Lenin no llegó a la idea de la transformación de la revolución democrático-burguesa en revolución socialista, es decir, a la idea de la revolución permanente, hasta después de empezada la guerra imperialista. Esta cita no deja lugar a dudas de quc esa gente se equivoca de medio a medio

IVLA REVOLUCION PROLETARIA Y
LA DICTADURA DEL PROLETARIADO

    ¿Cuáles son los rasgos característicos de la revolución proletaria, que la distinguen de la revolución burguesa?

    La diferencia entre la revolución proletaria y la revolución burguesa podría resumirse en cinco puntos fundamentales:

    1) La revolución burguesa comienza, generalmente, ante la presencia de formas más o menos plasmadas de economía capitalista, formas que han surgido y madurado en el seno de la sociedad feudal ya antes de la revolución manifiesta; mientras que la revolución proletaria comienza con la ausencia total o casi total de formas plasmadas de economía socialista.

    2) La tarea fundamental de la revolución burguesa se reduce a conquistar el Poder y ponerlo en consonancia con la economía burguesa existente; mientras que la tarea fundamental de la revolución proletaria consiste en construir, una vez conquistado el Poder, una economía nueva, la economía socialista.

    3) La revolución burguesa termina, generalmente, con la conquista del Poder; mientras que para la revolución proleta-

pág. 171

ria la conquista del Poder no es más que el comienzo, con la particularidad de que en este caso el Poder se utiliza como palanca para transformar la vieja economía y organizar la nueva.

    4) La revolución burguesa se limita a sustituir en el Poder a un grupo de explotadores por otro grupo de explotadores, razón por la cual no necesita destruir la vieja máquina del Estado; mientras que la revolución proletaria arroja del Poder a todos los grupos explotadores, sin excepción, y coloca en él al jefe de todos los trabajadores y explotados, a la clase de los proletarios, razón por la cual no puede dejar de destruir la vieja máquina del Estado y sustituirla por otra nueva.

    5) La revolución burguesa no puede agrupar en torno a la burguesía, por un período más o menos largo, a los millones de hombres de las masas trabajadoras y explotadas, precisamente porque se trata de trabajadores y explotados; mientras que la revolución proletaria puede y debe unirlos al proletariado en una alianza duradera, precisamente por tratarse de trabajadores y explotados, si es que quiere cumplir su tarea fundamental de consolidar el Poder del proletariado y construir una nueva economía, la economía socialista.

    He aquí algunas tesis fundamentales de Lenin a este respecto:

    “Una de las diferencias fundamentales — dice Lenin — entre la revolución burguesa y la revolución socialista consiste en que para la revolución burguesa, que brota del feudalismo, se van creando gradualmente, en el seno del viejo régimen, nuevas organizaciones económicas que modifican poco a poco todos los aspectos de la sociedad feudal. La revolución burguesa tenía una sola tarea: barrer, arrojar, romper todas las ataduras de la sociedad anterior. Al cumplir esta tarea, toda revolución burguesa cumple con todo lo que de ella se exige: intensifica el desarrollo del capitalismo.
Muy distinta es la situación en que se halla la revolución socialista. Cuando más atrasado es el país que, en virtud de los zigzags de la historia, ha tenido que comenzar la revolución socialista, más difícil le resulta

pág. 172

pasar de las viejas relaciones capitalistas a las relaciones socialistas. Aquí, a las tareas destructivas se añaden otras nuevas, de inaudita dificultad: las tareas de organizacion” (v. t. XXII, pág. 315).
“Si la obra creadora popular de la revolución rusa — prosigue Lenin –, que pasó por la gran experiencia de 1905, no hubiera creado los Soviets ya en febrero de 1917, éstos no habrían podido, en modo alguno, tomar el Poder en octubre, pues el éxito sólo dependía de que el movimiento, que abarcaba a millones de hombres, contase con formas de organización ya plasmadas. Estas formas ya plasmadas fueron los Soviets, y por eso en el terreno político nos esperaban tan brillantes éxitos y una marcha triunfal ininterrumpida como la que hemos realizado, pues la nueva forma del Poder político estaba ya dispuesta y solo nos restaba transformar mediante algunos decretos aquel Poder de los Soviets que en los primeros meses de la revolución se hallaba en estado embrionario, en la forma legalmente reconocida y afianzada en el Estado ruso: en la República Soviética de Rusia” (v. t. XXII, pág. 315).
“Quedaban todavía — dice Lenin — dos problemas de una dificultad inmensa, cuya solución no podía ser de ningún modo aquel camino triunfal por el que avanzó en los primeros meses nuestra revolución” (v. lugar citado, pág. 315).
“En primer lugar, las tareas de organización interna, que se le plantean a toda revolución socialista. La diferencia entre la revolución socialista y la revolución burguesa está precisamente en que en el segundo caso existen formas plasmadas de relaciones capitalistas, mientras que el Poder Soviético, Poder proletario, no se encuentra con relaciones plasmadas, si se prescinde de las formas más desarrolladas del capitalismo, que en el fondo sólo abarcan a unas pocas posiciones elevadas de la industria y aun muy escasamente a la agricultura. La organización de la contabilidad, el control sobre las empresas más fuertes, la transformación de todo el mecanismo económico del Estado en una sola gran máquina, en un organismo económico que funcione de modo que centenares de millones de personas se rijan por un solo plan: he ahí la formidable tarea de organización que cayó sobre nuestros hombros. Dadas las condiciones actuales del trabajo, este problema no admitía en absoluto una solucion audaz, como las que solíamos dar a los problemas de la guerra civil” (v. lugar citado, pág. 316).
“La segunda dificultad inmensa . . . era la cuestión internacional. Si hemos podido acabar tan fácilmente con las bandas de Kerenski, si hemos instaurado con tanta facilidad nuestro Poder, si hemos conseguido sin la menor dificultad los decretos de socialización de la tierra y del control obrero; si hemos logrado tan fácilmente todo esto, se debe exclusivamente

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a que las condiciones favorables creadas durante breve tiempo nos protegieron contra el imperialismo internacional. El imperialismo internacional, con todo el poderío de su capital, con su máquina bélica altamente organizada, que constituye la verdadera fuerza, la verdadera fortaleza del capital internacional, no podía, en modo alguno ni bajo ninguna condición, acostumbrarse a vivir al lado de la República Soviética, tanto por su situación objetiva como por los intereses económicos de la clase capitalista que en él encarna; no podía, en virtud de los vínculos comerciales, de las relaciones financieras internacionales. Aquí el conflicto es inevitable. En ello reside la más grande dificultad de la revolución rusa, su problema histórico más grande: la necesidad de resolver los problemas internacionales, la necesidad de provocar la revolución internacional” (v. t. XXII, pág. 317).

    Tal es el carácter intrinseco y el sentido fundamental de la revolución proletaria.

    ¿Se puede llevar a cabo una reconstrucción tan radical del viejo régimen, del régimen burgués, sin una revolución violenta, sin la dictadura del proletariado?

    Evidentemente que no. Quien crea que semejante revolución puede llevarse a cabo pacificamente, sin salirse del marca de la democracia burguesa, adaptada a la dominación de la burguesía, ha perdido la cabeza y toda noción del sentido común, o reniega cinica y abiertamente de la revolución proletaria.

    Hay que subrayar este planteamiento con tanta mayor fuerza y tanto más categóricamente, por cuanto se trata de una revolución proletaria que hasta ahora sólo ha triunfado en un país, cercado por países capitalistas hostiles y cuya burguesía no puede por menos de ser apoyada por el capital internacional.

    Por eso dice Lenin que:

    “La liberación de la clase oprimida no sólo es imposible sin una revolución violenta, s i n o  t a m b i é n  s i n  l a  d e s t r u c c i ó n del aparato del Poder estatal, creado por la clase dominante” (v. t. XXI, pag. 373).

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    “‘Que antes — manteniéndose en pie la propiedad privada, es decir, el Poder y el yugo del capital — la mayoría de la población se pronuncie a favor del partido del proletariado; sólo entonces podrá y deberá éste tomar el Poder’, dicen los demócratas pequeñoburgueses, de hecho criados de la burguesía, que se llaman ‘socialistas ‘”[*] (v. t. XXIV, pág. 647).
“‘Que antes el proletariado revolucionario derribe a la burguesía, acabe con la opresión del capital, destruya el aparato del Estado burgués; entonces podrá el proletariado victorioso ganarse rápidamente las simpatías y el apoyo de la mayoría de las masas trabajadoras no proletarias, satisfaciendo las neccsidades de estas masas a expensas de los explotadores’, decimos nosotros “* (v. lugar citado).
“Para atraer a su lado a la mayoría de la población, el proletariado — prosigue Lenin — tiene, en primer lugar, que derribar a la burguesía y adueñarse del Poder del Estado; tiene, en segundo lugar, que implantar el Poder Soviético, haciendo añicos el viejo aparato estatal, con lo cual quebranta inmediatamente la dominacion, el prestigio y la influencia de la burguesía y de los conciliadores pequeñoburgueses entre las masas trabajadoras no proletarias. Tiene, en tercer lugar, que acabar con la iníluencia de la burguesía y de los conciliadores pequeñoburgueses entre la mayoría de las masas trabajadoras no proletarias, dando satisfacción revolucionaria a las necesidades económicas de estas masas a e x p e n s a s  d e  l o s  e x p l o t a d o r e s ” (v. lugar citado, pág. 641).

    Tales son los signos caracteristicos de la revolución proletaria.

    ¿Cuáles son, en relación con esto, los rasgos fundamentales de la dictadura del proletariado, si se reconoce que la dictadura del proletariado forma el contenido fundamental de la revolución proletaria?

    He aquí la definición más general de la dictadura del proletariado que da Lenin:

    “La dictadura del proletariado no es la terminación de la lucha de clases, sino su continuación bajo nuevas formas. La dictadura del proletariado es la lucha de clase del proletariado que ha triunfado y ha tomado en sus manos el Poder político contra la burguesía que ha sido vencida, pero que no ha sido aniquilada, que no ha desaparecido, que no


          * Subrayado por mí.

J. St.

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ha dejado de oponer resistencia; contra la burguesía cuya resistencia se ha intensificado” (v. t. XXIV, pág. 311).

    Al oponerse a que se confunda la dictadura del proletariado con un Poder “de todo el pueblo”, “elegido por todos”, con un Poder “que no es de clase”, Lenin dice:

    “La clase que ha tomado en sus manos el Poder politico, lo ha tomado consciente de que es ella sola [*] la que se hace cargo de él. Esto entra en el concepto de dictadura del proletariado. Y este concepto sólo tiene sentido cuando una clase sabe que es ella sola la que toma en sus manos el Poder político y no se engaña a si misma ni engaña a los demás hablando de un Poder ‘de todo el pueblo, elegido por todos y refrendado por todo el pueblo'” (v. t. XXVI, pág. 286).

    Sin embargo, esto no significa que el Poder de una sola clase, la clase de los proletarios, Poder que ésta no comparte ni puede compartir con otras clases, no necesita, para alcanzar sus objetivos, la ayuda de las masas trabajadoras y explotadas de otras clases, la alianza con esas masas. Al contrario, este Poder, el Poder de una sola clase, sólo se puede afianzar y ejercer totalmente mediante una forma especial de alianza de la clase de los proletarios con las masas trabajadoras de las clases pequeñoburguesas, y ante todo, con las masas trabajadoras del campesinado.

    ¿Cuál es esta forma especial de alianza y en qué consiste? ¿No se encuentra, en general, esta alianza con las masas trabajadoras de otras clases no proletarias en contradicción con la idea de la dictadura de una sola clase?

    Lo que distingue a esta forma especial de alianza es que el proletariado constituye en ella la fuerza dirigente. Lo que distingue a esta forma especial de alianza es que el dirigente del Estado, el dirigente en el sistema de la dictadura del proletariado, es un solo partido, el Partido del proletariado, el Partido


          * Subrayado por mí.

J. St.

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Comunista, que no comparte ni puede compartir la dirección con otros partidos.

    Como veis, no se trata más que de una contradicción aparente.

    “La dictadura del proletariado — dice Lenin — es una forma especial de alianza de clase [*] entre el proletariado, vanguardia de los trabajadores, y las numerosas capas trabajadoras no proletarias (pequeña burguesía, pequeños patronos, campesinos, intelectuales, etc.) o la mayoría de ellas, alianza dirigida contra el capital, alianza cuyo objetivo es el detrocamiento completo del capital, el aplastamiento completo de la resistencia de la burguesía y de sus tentativas de restauración, alianza cuyo objetivo es la instauración y la consolidacion definitiva del socialismo. Es una alianza de tipo especial, que se forma en condiciones especiales, precisamente en las condiciones de una furiosa guerra civil; es una alianza de los partidarios resueltos del socialismo con sus aliados vacilantes, y a veces con los ‘neutrales’ (en cuyo caso, de pacto de lucha, la alianza se convierte en pacto de neutralidad); es una alianza entre clases diferentes desde el punto de vista económicopoliticosocial y espititual “* (v. t. XXIV, pág. 311).

    Tratando de rebatir esta interpretación de la dictadura del proletariado, Kámenev dice en uno de sus informes de orientación:

    “La dictadura no es * la alianza de una clase con otra”.

    Creo que Kámenev se refiere aquí, ante todo, a un pasaje de mi folleto La Revolución de Octubre y la táctica de los comunistas rusos, donde se dice:

    “La dictadura del proletariado no es una simple élite gubernamental, ‘inteligentemente’ ‘seleccionada’ por la mano solícita de un ‘estratega experimentado’ y que ‘se apoya sabiamente’ en tales o cuales capas de la población. La dictadura del proletariado es la alianza de clase del proletariado y de las masas trabajadoras del campo para derribar el capital, para el triunfo definitivo del socialismo, a condición de que la fuerza dirigente de esa alianza sea el proletariado”[30].


          * Subrayado por mi.

J. St.

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    Sostengo enteramente esta definición de la dictadura del proletariado, pues entiendo que coincide íntegra y plenamente con la definición de Lenin que acabo de citar.

    Afirmo que la declaración de Kámenev de que “la dictadura no es la alianza de una clase con otra”, hecha de una forma tan categórica, no tiene nada que ver con la teoría leninista de la dictadura del proletariado.

    Afirmo que de este modo sólo pueden hablar quienes no hayan comprendido el sentido que encierra la idea de la ligazón, de la alianza entre el proletariado y el campesinado, la idea de la hegemonía del proletariado dentro de esta alianza.

    Unicamente pueden hablar así quienes no hayan comprendido la tesis leninista de que:

    “Sólo el acuerdo con el campesinado [*] puede salvar a la revolución socialista en Rusia, en tanto que no estalle la revolución en otros países” (v. t. XXVI, pág. 238).

    Unicamente pueden hablar así quienes no hayan comprendido la tesis de Lenin de que:

    “El principio supremo de la dictadura * es mantener la alianza entre el proletariado y el campesinado, para que el proletariado pueda conservar el papel dirigente y el Poder estatal” (v. lugar citado, pág. 460).

    Señalando uno de los objetivos más importantes de la dictadura, el de aplastar a los explotadores, Lenin dice:

    “Cientificamente, dictadura no significa más que un Poder no limitado por nada, no restringido por ninguna ley, absolutamente por ninguna regla, un Poder que se apoya directamente en la violencia” (v. t. XXV, pág. 44~).
“Dictadura significa — ¡tenedlo cn cuenta de una vez para siempre, señores demócratas constitucionalistas! — un Poder ilimitado que se apoya en la fuerza, y no en la ley. Durante la guerra civil, el Poder victorioso, sea el que fuere, sólo puede ser una dictadura” (v. t. XXV, pág. 436).


          * Subrayado por mi.

J. St.

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    Pero, naturalmente, la dictadura del proletariado no se reduce solamente a la violencia, aunque sin violencia no puede haber dictadura.

    “Dictadura — dice Lenin — no significa solamente violencia, aunque aquélla no es posible sin la violencia; significa también una organización del trabajo superior a la precedente” (v. t. XXIV, pág. 305).
“La dictadura del proletariado. . . no es sólo el ejercicio de la violencia sobre los explotadores, ni siquiera es principalmente violencia. La base económica de esta violencia revolucionaria, la garantia de su vitalidad y de su éxito, está en que el proletariado representa y pone en práctica un tipo más elevado de organización social del trabajo que el del capitalismo. Esto es lo esencial. En ello radica la fuerza y la garantía del triunfo inevitable y completo del comunismo” (v. t. XXIV, pags. 335-336).
“Su esencia fundamental (es decir, la de la dictadura. J. St.) reside en la organización y disciplina del destacamento avanzado de los trabajadores, de su vanguardia, de su único dirigente: el proletariado. Su objetivo es crear el socialismo, suprimir la división de la sociedad en clases, con vertir a todos los miembros de la sociedad en trabajadores, destruir la base sobre la que descansa toda explotación del hombre por el hombre. Este objetivo no puede alcanzarse de un golpe; ello exige un periodo de transición bastante largo del capitalismo al socialismo, tanto porque reorganizar la producción es empresa dificil, como porque se necesita tiempo para introducir cambios radicales en todos los dominios de la vida, y porque la enorme fuerza de la costumbre de dirigir de un modo pequeñoburgués y burgués la economia, sólo puede superarse en una lucha larga y tenaz. Precisamente por esto habla Marx de todo un periodo de dictadura del proletariado como período de transición del capitalismo al socialismo” (v. lugar citado, pág. 314).

    Tales son los rasgos característicos de la dictadura del proletariado.

    De aquí los tres aspectos fundamentales de la dictadura del proletariado:

    1) Utilización del Poder del proletariado para aplastar a los explotadores, para defender el país, para consolidar los lazos con los proletarios de los demás países, para desarrollar y hacer triunfar la revolución en todos los países.

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    2) Utilización del Poder del proletariado para apartar definitivamente de la burguesía a las masas trabajadoras y explotadas, para consolidar la alianza entre el proletariado y estas masas, para hacer participar a estas masas en la edificación socialista, para asegurar al proletariado la dirección estatal de estas masas.

    3) Utilización del Poder del proletariado para organizar el socialismo, para suprimir las clases, para pasar a una sociedad sin clases, a la sociedad socialista.

    La dictadura proletaria es la suma de estos tres aspectos. Ni uno solo de estos aspectos puede considerarse como el único rasgo característico de la dictadura del proletariado; y a la in versa, basta con que falte aunque sólo sea uno de ellos, para que, existiendo el cerco capitalista, la dictadura del proletariado deje de ser dictadura. Por eso, no se puede prescindir de ninguno de estos tres aspectos sin correr el riesgo de tergiversar la idea de la dictadura del proletariado. Solamente estos tres aspectos, juntos, nos dan una idea completa y acabada de la dictadura del proletariado.

    La dictadura del proletariado tiene sus periodos, sus formas especiales, sus diversos métodos de trabajo. Durante el período de la guerra civil, salta sobre todo a la vista el lado de violencia de la dictadura. Pero de aquí no se desprende, ni mucho menos, que durante el periodo de la guerra civil no se efectúe ninguna labor constructiva. Sin una labor constructiva es imposible sostener la guerra civil. Por el contrario, durante el período de edificación del socialismo, salta sobre todo a la vista la labor pacifica, organizadora y cultural de la dictadura, la legalidad revolucionaria, etc. Pero de aquí no se desprende tampoco, ni mucho menos, que el lado de violencia de la dictadura haya desaparecido o pueda desaparecer durante el período de edificación. Los órganos de represión, el ejército y otros

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organismos, siguen siendo tan necesarios ahora, en el período de edificación, como lo fueron en el período de la guerra civil. Sin estos organismos no se puede asegurar, por poco que sea, la labor constructiva de la dictadura. No debe olvidarse que hasta ahora la revolución no ha triunfado más que en un solo país. No debe olvidarse que, mientras exista el cerco capitalista, subsistirá el peligro de intervención, con todas las consecuencias derivadas de este peligro.

VEL PARTIDO Y LA CLASE OBRERA
DENTRO DEL SISTEMA DE LA DICTADURA
DEL PROLETARIADO

    Más arriba he hablado de la dictadura del proletariado desde el punto de vista de su inevitabilidad histórica, desde el punto de vista de su contenido de clase, desde el punto de vista de su carácter como Estado y, por último, desde el punto de vista de sus tareas destructoras y creadoras, que se realizan a lo largo de todo un período histórico, llamado período de transición del capitalismo al socialismo.

    Ahora hemos de hablar de la dictadura del proletariado desde el punto de vista de su estructura, desde el punto de vista de su “mecanismo”, desde el punto de vista del papel y del sig nificado de las “correas de transmisión”, “palancas” y “fuerza orientadora”, que en conjunto forman el “sistema de la dictadura del proletariado” (Lenin ) y por medio de las cuales ésta realiza su labor diaria.

    ¿Cuáles son esas “correas de transmisión” o “palancas” dentro del sistema de la dictadura del proletariado? ¿Cuál es esa “fuerza orientadora”? ¿Para qué son necesarias?

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    Las palancas o correas de transmisión son aquellas organizaciones de masas del proletariado, sin ayuda de las cuales es imposible ejercer la dictadura.

    La fuerza orientadora es el destacamento de avanzada del proletariado, su vanguardia, que constituye la fuerza dirigente fundamental de la dictadura del proletariado.

    El proletariado necesita esas correas de transmisión, esas palancas y esa fuerza orientadora porque sin ellas se encontraría, en su lucha por el triunfo, en la situación de un ejército inerme frente al capital organizado y armado. El proletariado necesita estas organizaciones porque sin ellas sería derrotado indefectiblemente en su lucha por el derrocamiento de la burguesía, en su lucha por la consolidación de su propio Poder, en su lucha por la edificación del socialismo. La ayuda sistemática de estas organizaciones y la fuerza orientadora de la vanguardia son necesarias porque sin estas condiciones es imposible una dictadura del proletariado más o menos duradera y estable.

    ¿Cuáles son estas organizaciones?

    En primer lugar, los sindicatos obreros, con sus ramificaciones en el centro y en la periferia, bajo la forma de toda una serie de organizaciones de empresa, culturales, educativas, etc. Estas organizaciones agrupan a los obreros de todos los oficios. No son una organización de partido. Puede decirse que los sindicatos son la organización de toda la clase obrera, que en nuestro país es la clase dominante. Los sindicatos son una escuela de comunismo. Destacan de su seno a los mejores hombres para la labor dirigente en todas las ramas de la administración. Sirven de enlace entre los elementos avanzados y los elementos rezagados de la clase obrera. Unen a las masas obreras con la vanguardia de la clase obrera.

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    En segundo lugar, los Soviets, con sus numerosas ramificaciones en el centro y en la periferia, bajo la forma de organizaciones administrativas, económicas, militares, culturales y demás organizaciones del Estado, unidas a las innumerables asociaciones de masas de los trabajadores, creadas por iniciativa de éstos, que rodean a esas organizaciones y las unen con la población. Los Soviets son una organización de masas de todos los trabajadores de la ciudad y del campo. No son una organización de partido. Los Soviets son la expresión directa de la dictadura del proletariado. A través de los Soviets se realizan todas y cada una de las medidas de consolidación de la dictadura y de la edificación del socialismo. Por medio de los Soviets el proletariado ejerce la dirección estatal de los campesinos. Los Soviets unen a las masas de millones de trabajadores con la vanguardia del proletariado.

    En tercer lugar, todos los tipos de cooperativas, con todas sus ramificaciones. La cooperativa no es una organización de partido; es una organización de masas de los trabajadores que los agrupa, ante todo, como consumidores y también, con el transcurso del tiempo, como productores (en las cooperativas agrícolas). Esta organización adquiere una importancia especial después de la consolidación de la dictadura del proletariado, durante el período en que se desarrolla ampliamente la labor de construcción. La cooperación facilita la ligazón entre la vanguardia del proletariado y las masas campesinas y permite atraer a éstas al cauce de la edificación socialista.

    En cuarto lugar, la Unión de la Juventud. Es ésta una organización de masas de la juventud obrera y campesina. No es una organización de partido, pero es afín al Partido. Su misión es ayudar al Partido a educar a la joven generación en el espíritu del socialismo. Proporciona reservas jóvenes a todas las demás organizaciones de masas del proletariado, en todas

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las ramas de la administración. La Unión de la Juventud ha adquirido una importancia especial después de la consolidación de la dictadura del proletariado, durante el período en que se desarrolla ampliamente la labor cultural y educativa del proletariado.

    Por último, el Partido del proletariado, su vanguardia. La fuerza del Partido consiste en que absorbe a los mejores hombres del proletariado, salidos de todas sus organizaciones de masas. Su misión consiste en unificar la labor de todas las organizaciones de masas del proletariado, sin excepción, y en encauzar su actividad hacia un mismo objetivo, hacia la liberación del proletariado. Y esto, coordinar y encauzar a estas organizaciones hacia un mismo objetivo, es absolutamente necesario, pues de otro modo es imposible la unidad de la lucha del proletariado, de otro modo es imposible dirigir a las masas proletarias en su lucha por el Poder, en su lucha por la edificación del socialismo. Pero sólo la vanguardia del proletariado, su Partido, es capaz de coordinar y encauzar la labor de las organizaciones de masas del proletariado. Sólo el Partido del proletariado, sólo el Partido de los comunistas es capaz de desempeñar este papel de dirigente principal dentro del sistema de la dictadura del proletariado.

    ¿Por qué?

    “Primero, porque el Partido es el punto de concentración de los mejores elementos de la clase obrera, directamente vinculados a las organizaciones sin-partido del proletariado y que con frecuencia las dirigen; segundo, porque el Partido, como punto de concentración de los mejores elementos de la clase obrera, es la mejor escuela de formación de jefes de la clase obrera, capaces de dirigir todas las formas de organización de su clase; tercero, porque el Partido, como la mejor escuela para la formación de jefes de la clase obrera, es, por su experiencia y su prestigio, la única organización capaz de centralizar la dirección de la lucha del proletariado, haciendo así de todas y cada una de las organizaciones sin-partido de la

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clase obreta organismos auxiliares y correas de transmisión que unen al Partido con la clase” (v. Los fundamentos del leninismo [31]).

    El Partido es la fuerza dirigente fundamental dentro del sistema de la dictadura del proletariado.

    “El Partido es la forma superior de unión de clase del proletariado” (Lenin ).

    Así, pues, los sindicatos, como organización de masas del proletariado, que liga al Partido con la clase, sobre todo en el terreno de la producción, los Soviets, como organización de masas de los trabajadores, que liga al Partido con éstos, sobre todo en el terreno de la labor estatal, las cooperativas, como organización de masas, principalmente del campesinado, que liga al Partido con las masas campesinas, sobre todo en el terreno económico, en el terreno de la atracción de los campe sinos a la edificación socialista; laUnión de la Juventud, como organización de masas de la juventud obrera y campesina, llamada a facilitar a la vanguardia del proletariado la educación socialista de la nueva generación y la formación de reservas juveniles; y, finalmente, el Partido, como fuerza orientadora fundamental dentro del sistema de la dictadura del proletariado, llamada a dirigir a todas estas organizaciones de masas. Tal es, a grandes trazos, el cuadro del “mecanismo” de la dictadura, el cuadro del “sistema de la dictadura del proletariado”.

    Sin el Partido, como fuerza dirigente fundamental, no puede haber una dictadura del proletariado más o menos duradera y estable.

    De este modo, para decirlo con las palabras de Lenin, “se obtiene, en conjunto, un aparato proletario, formalmente no comunista, flexible y relativamente amplio, potentísimo, por medio del cual el Partido está estrechamente ligado a la clase

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y a las masas y a través del cual se ejerce, bajo la dirección del Partido, la dictadura de la clase ” (v. t. XXV, pág. 192).

    Esto no significa, naturalmente, que el Partido pueda o deba sustituir a los sindicatos, a los Soviets y a las demás organizaciones de masas. El Partido ejerce la dictadura del proletariado, pero no la ejerce directamente, sino con la ayuda de los sindicatos, a través de los Soviets y de sus ramificaciones. Sin estas “correas de transmisión”, sería imposible una dictadura más o menos estable.

    “No es posible — dice Lenin — ejercer la dictadura sin que haya algunas ‘correas de transmisión’ entre la vanguardia y la masa de la clase avanzada, entre ésta y la masa de los trabajadores” (v. t. XXVI, pág. 65).
“El Partido absorbe, por decirlo así, a la vanguardia del proletariado, y esta vanguardia ejerce la dictadura del proletariado. Y sin una base como los sindicatos, no se puede ejercer la dictadura, no se pueden cumplir las funciones del Estado. Estas, a su ve2, tienen que reali2arse a través * de una serie de instituciones especiales, también de nuevo tipo; concretamente: a través * del aparato soviético” (v. t. XXVI, pág. 64).

    La expresión suprema del papel dirigente del Partido, por ejemplo, en nuestro país, en la Unión Soviética, en el país de la dictadura del proletariado, es el hecho de que no hay una sola cuestión política o de organización importante que los Soviets u otras organizaciones de masas de nuestro país resuelvan sin las directivas del Partido. En este sentido, podría decirse que la dictadura del proletariado es, en el fondo, la “dictadura” de su vanguardia, la “dictadura” de su Partido, como fundamental fuerza dirigente del proletariado. He aquí lo que Lenin decía a este respecto en el II Congreso de la Internacional Comunista[32]:


          * Subrayado por mi.

J. St.

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    “Tanner dice que él es partidario de la dictadura del ptoletariado, pero que concibe la dictadura del proletariado en fonna algo distinta a como la concebimos nosotros. Dice que,en esencia [*] nosotros entendemos por dictadura del proletariado la dictadura de su minoría organizada y consciente.
En efecto, en la época del capitalismo, cuando las masas obreras so hallan sometidas a permanente explotación y no pueden desarrollar sus facultades humanas, lo que más caracteriza a los partidos políticos obreros es, precisamente, el hecho de que éstos sólo puedeo abarcar a una minoría de su clase. Un partido político sólo puede agrupar a la minoría de la clase, del mismo modo que los obreros realmente conscientes de toda sociedad capitalista sólo forman una minoría dentro de la totalidad de los obreros. Esto nos obliga a reconocer que sólo esta minoría consciente puede dirigir a las grandes masas obreras y hacer que la sigan. Y si el camarada Tanner afirma que es enemigo del partido, pero que al mismo tiempo es partidario de que la minoría de los obreros mejor organizados y más revolucionarios señale el camino a todo el proletariado, entonces yo digo que, en realidad, no hay diferencia entre nosotros” (v. t. XXV, pág. 347)

    Sin embargo, esto no debe interpretarse en el sentido de que entre la dictadura del proletariado y el papel dirigente del Partido (“dictadura” del Partido) se puede poner un signo de igualdad, que se puede identificar la primera con el segundo, que se puede sustituir la primera por el segundo. Sorin, por ejemplo, dice que “la dictadura del proletariado es la dictadura de nuestro Partido “. Como veis esta tesis identifica la “dictadura del Partido” con la dictadura del proletariado. ¿Puede reputarse exacta esta identificación sin salirse del terreno del leninismo? No, no se puede. Y he aquí por qué.

    Primero. En el pasaje arriba citado de su discurso ante el II Congreso de la Internacional Comunista, Lenin no identifica en modo alguno el papel dirigente del Partido con la dictadura del proletariado. Dice únicamente que “sólo la minoría consciente (es decir, el Partido. J. St.) puede dirigir a las grandes


          * Subrayado por mi.

J. St.

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masas obreras y hacer que la sigan” y que en este sentido, precisamente, “entendemos, en esencia [*], por dictadura del proletariado la dictadura de su minoría organizada y consciente”.

    Decir “en esencia” no equivale a decir “íntegramente”. Con frecuencia decimos que la cuestión nacional es, en esencia, la cuestión campesina. Y esto es muy cierto. Pero esto no significa todavía que la cuestión nacional coincida en toda su extensión con la cuestión campesina, que la cuestión campesina sea, por sus proporciones, igual a la cuestión nacional, que la cuestión campesina equivalga a la cuestión nacional. Huelga demostrar que la cuestión nacional es, por sus proporciones, una cuestión más amplia y más rica en contenido que la cuestión campesina. Otro tanto cabe decir, por analogía, del papel dirigente del Partido y de la dictadura del proletariado. Si el Partido ejerce la dictadura del proletariado, y en este sen tido la dictadura del proletariado es, en esencia, la “dictadura” de su Partido, esto no significa todavía que la “dictadura del Partido” (su papel dirigente) sea idéntica a la dictadura del proletariado, que la primera sea, por sus proporciones, igual a la segunda. Huelga demostrar que la dictadura del proletariado es, por sus proporciones, más amplia y más rica en con tenido que el papel dirigente del Partido. El Partido ejerce la dictadura del proletariado, la del proletariado, y no otra cualquiera. Quien identifica el papel dirigente del Partido con la dictadura del proletariado, sustituye la dictadura del proletariado por la “dictadura” del Partido.

    Segundo. Ni una sola decisión importante de las organizaciones de masas del proletariado se adopta sin las directivas del Partido. Esto es muy cierto. Pero ¿significa esto, acaso,


          * Subrayado por mi.

J. St.

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que la dictadura del proletariado se reduzca a las directivas del Partido? ¿Significa esto, acaso, que, por tal razón, las directivas del Partido puedan identificarse con la dictadura del proletariado? ¡Naturalmente que no! La dictadura del proletariado consiste en las directivas del Partido, más el cumplimiento de estas directivas por las organizaciones de masas del proletariado, más su puesta en práctica por la población. Aquí tenemos, como puede verse, toda una serie de transiciones y grados intermedios, que constituyen un elemento nada despreciable de la dictadura del proletariado. Entre las directivas del Partido y su puesta en práctica, media, pues, la voluntad y la acción de los dirigidos, la voluntad y la acción de la clase, su disposición (o su falta de disposición) a apoyar estas directivas, su aptitud (o ineptitud) para cumplirlas, su aptitud (o ineptitud) para cumplirlas precisamente en la forma que exige la situación. No creo que sea preciso demostrar que el Partido, que se ha hecho cargo de la dirección, no puede dejar de tener en cuenta la voluntad, el estado y el grado de conciencia de los dirigidos, no puede descartar la voluntad, el estado y el grado de conciencia de su clase. Por eso, quien identifica el papel dirigente del Partido con la dictadura del proletariado, sustituye la voluntad y la acción de la clase por las directivas del Partido.

    Tercero. “La dictadura del proletariado — dice Lenin — es la lucha de clase del proletariado que ha triunfado y ha tomado en sus manos el Poder político” (v. t. XXIV, pág. 311). ¿Cómo puede manifestarse esta lucha de clase? Puede manifestarse en una serie de acciones armadas del proletariado contra las intentonas de la burguesía derrocada o contra la intervención de la burguesía extranjera. Puede manifestarse en la guerra civil, si el Poder del proletariado no se ha consolidado aún. Puede manifestarse, ya después de la consolidación del Poder,

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en una amplia labor organizativa y constructiva del proletariado, atrayendo a esta obra a las grandes masas. En todos estos casos, el personaje en acción es el proletariado comoclase. No se ha dado el caso de que el Partido, de que el Partido solo, haya organizado todas estas acciones única y exclusivamente con sus fuerzas, sin el apoyo de la clase. Generalmente, el Partido no hace más que dirigir estas acciones, y las dirige en la medida en que cuenta con el apoyo de la clase. Pues el Partido no puede coincidir en extensión con la clase, no puede sustituirla. Pues el Partido, con toda la importancia de su papel dirigente, sigue siendo, no obstante, una parte de la clase. Por eso, quien identifica el papel dirigente del Partido con la dictadura del proletariado, sustituye la clase por el Partido.

    Cuarto. El Partido ejerce la dictadura del proletariado. “El Partido es la vanguardia del proletariado, vanguardia que ejerce directamente el Poder; el Partido es el dirigente” (Lenin )[33]. En este sentido, el Partido toma el Poder, el Partido gobierna el país. Pero esto no significa que el Partido ejerza la dictadura del proletariado pasando por alto el Poder del Estado, sin el Poder del Estado; que el Partido gobierne el país prescindiendo de los Soviets, y no a través de los Soviets. Esto no quiere decir todavía que se pueda identificar al Partido con los Soviets, con el Poder del Estado. El Partido es el núcleo central del Poder. Pero no es el Poder del Estado ni se le puede identificar con él.

    “Como partido gobernante — dice Lenin –, no podíamos dejar de fundir las ‘capas superiores’ de los Soviets con las ‘capas superiores’ del Partido: en nuestro país, están y se guirán estando fundidas” (v. t. XXVI, pág. 208). Esto es muy cierto. Pero con esto Lenin no quiere decir, ni mucho menos, que todas nuestras instituciones soviéticas — por ejemplo, nuestro ejército, nuestro transporte, nuestras instituciones eco-

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nómicas, etc. — sean instituciones de nuestro Partido, que el Partido pueda sustituir a los Soviets y a sus ramificaciones, que pueda identificarse al Partido con el Poder del Estado. Lenin ha dicho más de una vez que “el sistema de los Soviets es la dictadura del proletariado”, que “el Poder Soviético es la dictadura del proletariado” (v. t. XXIV, págs. 15 y 14), pero no ha dicho nunca que el Partido sea el Poder del Estado, que los Soviets y el Partido sean una y la misma cosa. El Partido, que cuenta con centenares de miles de miembros, dirige los Soviets y sus ramificaciones en el centro y en la periferia, que abarcan decenas de millones de personas, comunistas y sin-partido. Pero el Partido no puede ni debe sustituirlos. Por eso, Lenin dice que “la dictadura la ejerce el proletariado organizado en los Soviets y dirigido por el Partido Comunista Bolchevique”, que “toda la labor del Partido se realiza a través [*] de los Soviets, que agrupan a las masas trabajadoras, sin distinción de oficios” (v. t. XXV, págs. 192 y 193), que la dictadura “ha de ejercerse. . . a través * del aparato soviético” (v. t. XXVI, pág. 64). Por eso, quien identifica el papel dirigente del Partido con la dictadura del proletariado, sustituye los Soviets, es decir, el Poder del Estado, por el Partido.

    Quinto. El concepto de dictadura del proletariado es un concepto estatal. La dictadura del proletariado encierra forzosamente la idea de violencia. Sin violencia no puede haber dictadura, siempre y cuando que la dictadura se entienda en el sentido exacto de la palabra. Lenin define la dictadura del proletariado como “Poder que se apoya directamente en laviolencia ” (v. t. XIX, pág. 315). Por eso, hablar de dictadura del Partido con respecto a la clase de los proletarios e identificarla


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con la dictadura del proletariado, significa decir que el Partido debe ser, en cuanto a su clase, no sólo el dirigente, no sólo el jefe y el maestro, sino una especie de dictador que emplea la violencia con respecto a ella, lo cual, naturalmente, es falso de raíz. Por eso, quien identifica la “dictadura del Partido” con la dictadura del proletariado, presupone tácitamente que el prestigio del Partido se puede basar en la violencia ejercida con respecto a la clase obrera, cosa absurda y absolutamente incompatible con el leninismo. El prestigio del Partido descansa en la confianza de la clase obrera. Pero la confianza de la clase obrera no se adquiere por la violencia — la violencia no hace más que destruir la confianza –, sino por la teoría acertada del Partido, por la política acertada del Partido, por la fidelidad del Partido a la clase obrera, por su ligazón con las masas de la clase obrera, por su disposición y por su capacidad para convencer a las masas de lo acertado de sus consignas.

    ¿Qué es lo que se desprende de todo esto?

    De esto se desprende:

    1) que Lenin no habla de dictadura del Partido en el sen tido literal de la palabra (“Poder que se apoya en la violencia”), sino en un sentido figurado, indicando con ello que el Partido ejerce la dirección de un modo exclusivo;

    2) que quien identifica la dirección del Partido con la dictadura del proletariado, tergiversa a Lenin, atribuyendo falsamente al Partido funciones de violencia con respecto a la clase obrera en su conjunto;

    3) que quien atribuye al Partido funciones de violencia, que no le son propias, con respecto a la clase obrera en su conjunto, falta a las exigencias elementales a que deben responder, para ser acertadas, las relaciones entre la vanguardia y la clase, entre el Partido y el proletariado.

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    De este modo, entramos de lleno en la cuestión de las relaciones entre el Partido y la clase, entre los miembros del Partido y los sin-partido de la clase obrera.

    Lenin las define como relaciones de “confiaza mutua [*] entre la vanguardia de la clase obrera y la masa obrera” (v. t. XXVI, pág. 235).

    ¿Qué significa esto?

    Significa, en primer lugar, que el Partido debe estar muy atento a la voz de las masas; que debe tener muy en cuenta el instinto revolucionario de las masas; que debe estudiar la experiencia de la lucha de las masas, comprobando a través de ella si su política es acertada; que, por tanto, no sólo debe enseñar a las masas, sino también aprender de ellas.

    Significa, en segundo lugar, que el Partido debe conquistar, día tras día, la confianza de las masas proletarias; que, mediante su política y su labor, debe ganarse el apoyo de las masas; que no debe ordenar, sino ante todo persuadir, ayudando a las masas a convencerse por propia experiencia de lo acertado de la política seguida por el Partido; que, por tanto, debe ser el dirigente, el jefe y el maestro de su clase.

    Faltar a estas condiciones equivale a infringir las relaciones que deben existir entre la vanguardia y la clase, quebrantar la “confianza mutua” y destruir tanto la disciplina de clase como la de partido.

    “Seguramente — dice Lenin –, hoy casi todo el mundo ve ya que los bolcheviques no se hubieran mantenido en el Poder, no digo dos años y medio, sino ni siquiera dos meses y medio, sin la disciplina rigurosísima, verdaderamente férrea, de nuestro Partido, sin el apoyo total e incondicional prestado e él por toda la mesa de la clase obrera *, es decir, por


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todo lo que ella tiene de consciente, honrado, abnegado, influyente y capaz de conducir tras de sí o de arrastrar a las capas atrasadas” (v. t. XXV, pág. 173).
“La dictadura del proletariado — dice Lenin más adelante — es una lucha tenaz, cruenta e incruenta, violenta y pacífica, militar y económica, pedagógica y administrativa, contra las fuerzas y las tradiciones de la vieja sociedad. La fuerza de la costumbre de millones y decenas de millones de hombres es la fuerza más terrible. Sin un partido férreo y templado en la lucha, sin un partido que goce de la confianza de todo lo que haya de bonrado dentro de la clase [*], sin un partido que sepa pulsar el estado de espíritu de las masas e influir sobre él, es imposible llevar a cabo con éxito esta lucha” (v. t. XXV, pág. Igo).

    Pero ¿cómo adquiere el Partido esta confianza y este apoyo de la clase? ¿Cómo se forja en la clase obrera la férrea disciplina, necesaria para la dictadura del proletariado? ¿Sobre qué terreno brota?

    He aquí lo que dice Lenin a este respecto:

    “¿Cómo se mantiene la disciplina del partido revolucionario del proletariado? ¿Cómo se comprueba? ¿Cómo se refuerza? Primero, por la conciencia de la vanguardia proletaria y por su fidelidad a la revolución, por su firmeza, por su espíritu de sacrificio, por su heroísmo. Segundo, por su capacidad de ligarse, de acercarse y, hasta cierto punto, si queréis, de fundirse con las más amplias masas trabajadoras *, en primer término con las masas proletarias, pero también con las masas trabajadoras no proletarias. Tercero, por lo acertado de la dirección política que ejerce esta vanguardia, por lo acertado de su estrategia y de su táctica políticas, a condición de que las masas más extensas se convenzan de ello por experiencia propia. Sin estas condiciones, no es posible la disciplina en un partido revolucionario verdaderamente apto para ser el partido de la clase avanzada, llamada a derrocar a la burguesía y a transformar toda la sociedad. Sin estas condiciones, los intentos de implantar una disciplina se convierten, inevitablemente, en una ficción, en una frase, en gestos grotescos. Pero, por otra parte, estas condiciones no pueden brotar de golpe. Van formándose solamente a través de una labor prolongnda, a través de una dura experiencia; su formación sólo se facilita con una acertada teoría revolucionaria que, a su vez, no es un dogma, sino que


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sólo se forma definitivamente en estrecha relación con la experiencia práctica de un movimiento verdaderamente de masas y verdaderamente revolucionario” (v. t. XXV, pág. 174).

    Y en otro lugar:

    “Para alcanzar la victoria sobre el capitalismo, hace falta una correlación acertada entre el partido dirigente — el Partido Comunista –, la clase revolucionaria — el proletariado — y las masas, es decir, la totalidad de los trabajadores y explotados. Sólo el Partido Comunista, si realmente forma la vanguardia de la clase revolucionaria, si encuadra a los mejores representantes de la misma, si está formado por comunistas conscientes y fieles a carta cabal, instruidos y templados en la experienca de una tenaz lucha revolucionaria, si ha sabido ligarse inseparablemente a toda la vida de su clase y, a través de ella, a toda la masa de los explotados, e inspirar a esta clase y a esta masa confianza plena [*]; sólo un partido de esta naturaleza es capaz de dirigir al proletariado en la lucha más implacable, en la lucha decisiva, en la lucha final, contra todas las fuerzas del capitalismo. Por otra parte, sólo bajo la direccion de un partido de esta naturaleza puede el proletariado desplegar toda la potencia de su empuje revolucionario, reduciendo a la nada la inevitable apatía — en ocasiones resistencia — de esa pequeña minoría que integran la aristocracia obrera, corrompida por el capitalismo, los viejos líderes de las tradeuniones y de las cooperativas, etc.; sólo así puede el proletariado desplegar toda su fuerza, que, por la estructura económica misma de la sociedad capitalista, es inconmensurablemente mayor que la proporción que representa en la población” (v. t. XXV, pág. 315).

    De estas citas se desprende lo siguiente:

    1) que el prestigio del Partido y la disciplina férrea de la clase obrera, indispensables para la dictadura del proletariado, no se basan en el temor ni en los derechos “ilimitados” del Partido, sino en la confianza que la clase obrera deposita en el Partido, en el apoyo que la clase obrera presta al Partido;

    2) que la confianza de la clase obrera en el Partido no se adquiere de golpe ni por medio de la violencia sobre la clase obrera, sino mediante una larga labor del Partido entre las


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masas, mediante una acertada poiítica del Partido, por la capacidad del Partido para lograr que las masas se persuadan por propia experiencia de lo acertado de la política del Partido, por la capacidad del Partido para asegurarse el apoyo de la clase obrera y hacer que le sigan las masas de la clase obrera;

    3) que sin una acertada política del Partido, reLorzada por la experiencia de la lucha de las masas, y sin la confianza de la clase obrera, no hay ni puede haber verdadera labor de dirección del Partido;

    4) que el Partido y su dirección, si este goza de la confianza de la clase y si esa dirección es una verdadera dirección, no pueden ser opuestos a la dictadura del proletariado, pues sin la dirección del Partido (“dictadura” del Partido), que goza de la confianza de la clase obrera, no puede haber una dictadura del proletariado más o menos estable.

    Si no se dan estas condiciones, el prestigio del Partido y la disciplina férrea de la clase obrera seran frases hueras o baladronadas y afirmaciones aventuradas.

    No se puede contraponer la dictadura del proletariado a la direccion (“dictadura”) del Partido. No se puede, puesto que la labor de dirección del Partido es lo principal de la dictadura del proletariado, si se trata de una dictadura más o menos estable y completa, y no como, por ejemplo, la Comuna de París, que fue una dictadura incompleta e inestable. No se puede, puesto que la dictadura del proletariado y la labor de dirección del Partido siguen, por decirlo así, una misma línea de trabajo, actúan en la misma dirección.

    “El solo hecho — dice Lenin — de plantear la cuestión de ‘¿dictadura del Partido o dictadura de la clase?, ¿dictadura (partido) de los jefes o dictadura (partido) de las masas?’, atestigua la más increible e irremediable confusión de ideas. . . De todos es sabido que las masas se dividen en clases. . . , que las clases están, habitualmente y en la mayoría de los casos, por lo menos en los países civilizados modernos, dirigidas

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por partidos políticos; que los partidos políticos estan dirigidos, por regla general, por grupos más o menos estables, integrados por las persorlas más prestigiosas, influyentes y expertas, elegidas para los cargos de mayor responsabilidad y llamadas jefes. . . Llegar . . . a contraponer la dictadura de las masas a la dictadura de los jeres es un absurdo ridículo y una necedad” (v. t. XXV, págs. 187 y 188).

    Esto es muy cierto. Pero esta tesis acertada parte de la premisa de que existan relaciones acertadas entre la vanguardia y las masas obreras, entre el Partido y la clase. Parte del supuesto de que las relaciones entre la vanguardia y la clase sigan siendo, por decirlo asi, normales, se mantengan dentro de los límites de la “confianza mutua”.

    Ahora bien, ¿y si son infringidas las relaciones acertadas entre la vanguardia y la clase, las relaciones de “confianza mutua” entre el Partido y la clase?

    ¿Y si el propio Partido comienza a ponerse, de un modo o de otro, frente a la clase, violando los principios en que se basan las relaciones acertadas con la clase, violando los principios en que se basa la “confianza mutua”?

    ¿Pueden darse, en general, casos de éstos?

    Sí, pueden darse.

    Y pueden darse:

    1) si el Partido comienza a erigir su prestigio entre las masas, no sobre la base de su labor y de la confianza de estas masas, sino sobre la base de sus derechos “ilimitados”;

    2) si la política del Partido es manifiestamente falsa, y el Partido no quiere revisarla ni corregir su error;

    3) si, aun siendo su política, en general, acertada, las masas no están todavia preparadas para asimilarla, y el Partido no quiere o no sabe esperar a que las masas puedan convencerse por su propia experiencia de lo acertado de la política del Partido y trata de imponérsela.

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    La historia de nuestro Partido ofrece toda una serie de casos de éstos. Diversos grupos y fracciones de nuestro Partido han fracasado y se han disgregado por haber faltado a una de estas tres condiciones, y a veces a las tres juntas.

    Pero de aquí se desprende que contraponer la dictadura del proletariado a la “dictadura” (dirección) del Partido, sólo puede reputarse falso en los casos siguientes:

    1) si la dictadura del Partido respecto a la clase obrera no se entiende como una dictadura en el sentido directo de esta palabra (“Poder que se apoya en la violencia”), sino tal y precisamente como la entiende Lenin: como la dirección del Partido, que descarta toda violencia sobre la clase obrera en su conjunto, sobre su mayoría;

    2) si el Partido cuenta con las condiciones necesarias para ser el verdadero dirigente de la clase; es decir, si la política del Partido es acertada, si esta política corresponde a los intereses de la clase;

    3) si la clase, si la mayoría de la clase acepta esta política, la hace suya, se convence, gracias a la labor del Partido, de lo acertado de esta política, confía en el Partido y lo apoya.

    Si se falta a estas condiciones, surge inevitablemente un conflicto entre el Partido y la clase, una escisión entre ellos, su contraposicion.

    ¿Se puede, acaso, imponer por la fuerza a la clase la direccion del Partido? No, no se puede. En todo caso, semejante dirección no podría ser más o menos duradera. El Partido, si quiere mantenerse como Partido del proletariado, debe saber que, ante todo y sobre todo, es el dirigenteel jefe y el maestro de la clase obrera. No podemos olvidar las palabras escritas por Lenin a este propósito en el folleto El Estado y la revolución:

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    “Educando al Partido obrero, el marxismo educa a la vanguardia del proletariado, vanguardia capaz de tomar el Poder y de conducir a todo el pueblo al socialismo, de diligir y organizar el nuevo régimen, de ser el maestroel dirigente y el jefe [*] de todos los trabajadores y explotados en la obra de organizar su propia vida social sin la burguesía y contra la burguesía” (v. t. XXI, pág. 386).

    ¿Puede, acaso, considerarse el Partido como el verdadero dirigente de la clase, si su política es desacertada, si su política choca con los intereses de la clase? ¡Naturalmente que no! En tales casos, el Partido, si quiere mantenerse como dirigente, debe revisar su política, debe corregir su política, debe reconocer su error y enmendarlo. En confirmación de esta tesis, podríamos remitirnos aunque sólo fuese a un hecho tomado de la historia de nuestro Partido: al período de la abolición del sistema de contingentación, cuando las masas obreras y campesinas estaban manifiestamente descontentas de nuestra política y cuando el Partido accedió, franca y honradamente, a revisar esa política. He aquí lo que dijo entonces Lenin, en el X Congreso, a propósito de la abolición del sistema de contingentación y de la implantación de la nueva política económica:

    “No debemos tratar de ocultar nada, sino decir francamente que el campesinado está descontento de la forma de relaciones establecidas entre él y nosotros, que no quiere esa forma de relaciones y que no está dis puesto a seguir asi. Esto es indiscutible. Esta voluntad se ha manifestado de un modo resuelto. Es la voluntad de masas enormes de la población trabajadora. Debemos tenerla en cuenta, y somos políticos lo suficientemente sensatos para decir abiertamente: ¡Vamos a revisar nuestra política con respecto al campesinado! “* (v. t. XXVI, pág. 238).

    ¿Puede, acaso, considerarse que el Partido debe asumir la iniciativa y la dirección en la organización de las acciones decisivas de las masas basándose sólo en que su política es, en


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general, acertada, si esta política no goza aún de la confianza y del apoyo de la clase, a causa, pongamos por ejemplo, del atraso político de ésta, si el Partido no ha logrado convencer aún a la clase de lo acertado de su política, a causa, pongamos por ejemplo, de que los acontecimientos no están todavía lo suficientemente maduros? No, no se puede. En tales casos, el Partido, si quiere ser un verdadero dirigente, debe saber esperar, debe convencer a las masas de lo acertado de su política, debe ayudar a las masas a persuadirse por experiencia propia de lo acertado de esta política.

    “Si el partido revolucionario — dice Lenin — no cuenta con la mayoría dentro de los destacamentos de vanguardia de las clases revolucionarias ni dentro del país, no se puede hablar de insurrección” (v. t. XXI, pág. 282).
“Si no se produce un cambio en las opiniones de la mayoría de la clase obrera, la revolución es imposible, y ese cambio se consigue a través de la experiencia política de las masas” (v. t. XXV, pág. 221).
“La vanguardia proletaria está conquistada ideológicamente. Esto es lo principal. Sin ello es imposible dar ni siquiera el primer paso hacia el triunfo. Pero de esto al triunfo hay todavía un buen trecho. Con la vanguardia sola es imposible triunfar. Lanzar sola a la vanguardia a la batalla decisiva, cuando toda la clase, cuando las grandes masas no han adoptado aún una posición de apoyo directo a esta vanguardia o, al menos, de neutralidad benévola con respecto a ella y no son completamente incapaces de apoyar al adversario, seria no sólo una estupidez, sino, además, un crimen. Y para que realmente toda la clase, para que realmente las grandes masas de los trabajadores y de los oprimidos por el capital lleguen a ocupar esa posición, la propaganda y la agitación, solas, son insuficientes. Para ello se precisa la propia experiencia política de las masas” (v. lugar citado, pág. 228).

    Es sabido que así fue como procedió nuestro Partido durante el período que media entre las Tesis de Abril de Lenin y la insurreccion de Octubre de 1917. Y precisamente por haber actuado conforme a estas indicaciones de Lenin, fue por lo que triunfó en la insurrección.

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    Tales son, en lo esencial, las condiciones para que las relaciones entre la vanguardia y la clase sean acertadas.

    ¿Qué significa dirigir, si la política del Partido es acertada y no se infringen las relaciones acertadas entre la vanguardia y la clase?

    Dirigir, en estas condiciones, significa saber convencer a las masas del acierto de la política del Partido; significa lanzar y poner en práctica consignas que lleven a las masas a las posiciones del Partido y les ayuden a convencerse por su propia experiencia del acierto de la política del Partido; significa elevar a las masas al nivel de conciencia del Partido y asegurar así el apoyo de las masas, su disposición para la lucha decisiva.

    Por eso, el método fundamental en la dirección de la clase obrera por el Partido es el método de la persuasión.

    “Si hoy, en Rusia — dice Lenin –, después de dos años y medio de triunfos sin precedentes sobre la burguesía de Rusia y la de la Entente, estableciéramos como condición para el ingreso en los sindicatos el ‘reconocimiento de la dictadura’, cometeriamos una tontería, quebrantariamos nuestra influencia sobre las masas y ayudaríamos a los mencheviques, pues la tarea de los comunistas consiste en saber convencer a los elementos atrasados, en saber trabajar entre ellos, y no en aislarse de ellos mediante consignas sacadas de la cabeza e infantilmente ‘izquierdistas'” (v. t. XXV, pág. 197)

    Esto no significa, naturalmente, que el Partido deba convencer a todos los obreros, del primero al último; que sólo después de haberlos convencido a todos se pueda pasar a los hechos, que sólo entonces se pueda empezar a actuar. ¡Nada de eso! Significa únicamente que, antes de lanzarse a acciones políticas decisivas, el Partido debe asegurarse, mediante una labor revolucionaria prolongada, el apoyo de la mayoría de las masas obreras o, por lo menos, la neutralidad benévola de la mayoría de la clase. De lo contrario, carecería en absoluto de sentido la tesis leninista que plantea como condición indispensable

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para el triunfo de la revolución que el Partido conquiste a la mayoría de la clase obrera.

    Ahora bien, ¿qué ha de hacerse con la minoría, si ésta no quiere, si no está de acuerdo en someterse de buen grado a la voluntad de la mayoría? ¿Puede el Partido, debe el Partido, gozando de la confianza de la mayoría, obligar a la minoría a someterse a la voluntad de la mayoría? Sí, puede y debe hacerlo. La dirección se asegura por el método de persuadir a las masas, como método fundamental del Partido para influir sobre éstas. Pero ello no excluye el empleo de la coerción, sino que, por el contrario, lo presupone, siempre y cuando que esta coerción se base en la confianza y en el apoyo que la mayoría de la clase obrera presta al Partido, siempre y cuando que esta coerción se emplee con respecto a la minoría después de haber sabido convencer a la mayoría.

    Sería conveniente recordar las controversias suscitadas a este respecto en nuestro Partido en la época de la discusión sobre los sindicatos. ¿En qué consistió entonces el error de la oposición, el error del Tsektrán[34]? ¿Acaso en que la oposicion considerara posible por aquel entonces emplear la coerción? No, no era en eso. El error de la oposición consistió entonces en que, sin estar en condiciones de persuadir a la mayoría de lo acertado de su posición y habiendo perdido la confianza de la mayoría, comenzó, no obstante, a emplear la coerción, a insistir en “sacudir” a los hombres que gozaban de la confianza de la mayoría.

    He aquí lo que dijo entonces Lenin, en el X Congreso del Partido, en su discurso sobre los sindicatos:

    “Para establecer relaciones mutuas, una confianza mutua entre la van guardia de la clase obrera y la masa obrera, era necesario, si el Tsektrán habia cometido un error . . . , era necesario que lo corrigiese. Pero si se empieza a defender el error, esto se convierte en fuente de un peligro

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político. Si no se hubiese hecho todo lo posible para ampliar la democracia, teniendo en cuenta el estado de ánimo que expresa aquí Kutuzov, hubieramos llegado a la bancarrota política. Ante todo debemos persuadiry luego recurrir a la coerción. Cueste lo que cuesteprimero de bemos persuadiry luego recurrir a la coerción [*]. No hemos sabido convencer a las grandes masas y hemos infringido la correlación acertada entre la vanguardia y las masas” (v. t. XXVI, pág. 235).

    Esto mismo dice Lenin en su folleto Sobre los sindicatos [35]:

    “Sólo hemos empleado acertada y eficazmente la coercion, cuando hemos sabido crearle antes la base de la persuasión” (v. lugar citado, pág. 74).

    Y esto es muy cierto, pues sin ajustarse a esas condiciones no hay dirección posible; pues sólo de ese modo se puede asegurar la unidad de acción en el Partido, si se trata del Partido, o la unidad de acción de la clase, si se trata de la clase en su totalidad. De otro modo, sobreviene la escisión, la confusión, la descomposición dentro de las filas de la clase obrera.

    Tales son, en general, las bases en que ha de descansar la dirección acertada de la clase obrera por el Partido.

    Toda otra interpretación de lo que significa la dirección, es sindicalismo, anarquismo, burocratismo, todo lo que se quiera menos bolchevismo, menos leninismo.

    No se puede contraponer la dictadura del proletariado a la dirección (“dictadura”) del Partido, si existen relaciones acertadas entre el Partido y la clase obrera, entre la vanguardia y las masas obreras. Pero de aquí se desprende que con mucha menos razón se puede identificar el Partido con la clase obrera, la dirección (“dictadura”) del Partido con la dictadura de la clase obrera. Basándose en que la “dictadura” del Partido no se puede contraponer a la dictadura del proletariado, Sorin


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llega a la conclusión falsa de que “la dictadura del proletariado es la dictadura de nuestro Partido “.

    Pero Lenin no sólo dice que esa contraposición es inadmisible, sino que dice al mismo tiempo que es inadmisible contraponer la “dictadura de las masas a la dictadura de los jefes”. ¿No se os ocurre identificar, basándoos en esto, la dictadura de los jefes con la dictadura del proletariado? De pensar así, deberíamos decir que “la dictadura del proletariado es la dictadura de nuestros jefes “. A esta necedad precisamente es a lo que conduce, propiamente hablando, la política que identifica la “dictadura” del Partido con la dictadura del proletariado. . .

    ¿Cuál es la posición de Zinóviev a este respecto?

    Zinóviev mantiene, en el fondo, el mismo punto de vista de identificar la “dictadura” del Partido con la dictadura del proletariado que mantiene Sorin, con una diferencia, sin embargo: la de que Sorin se expresa con más claridad y franqueza, mientras que Zinóviev “da rodeos”. Para convencerse de ello, basta leer el siguiente pasaje del libro de Zinóviev El leninismo:

    “¿Qué representa — dice Zinóviev — el régimen existente en la U.R.S.S., desde el punto de vista de su contenido de clase? Es la dictadura del proletariado. ¿Cuál es el resorte inmediato del Poder en la U.R.S.S.? ¿Quién ejerce el Poder de la clase obrera? ¡EI Partido Comunista! En este sentido, en nuestro país* rige la dictedura del Partido. ¿Cuál es la forma jurídica del Poder en la U.R.S.S.? ¿Cuál es el nuevo tipo del régimen de Estado creado por la Revolución de Octubre? El sistema soviético. Lo uno no contradice en modo alguno a lo otro”.

    Lo de que lo uno no contradice a lo otro es, naturalmente, cierto, si por dictadura del Partido respecto a la clase obrera en su conjunto se entiende la dirección del Partido. Pero ¿cómo se puede, sobre esta base, poner un signo de igualdad entre la dictadura del proletariado y la “dictadura” del Partido, entre


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el sistema soviético y la “dictadura” del Partido? Lenin identificaba el sistema de los Soviets con la dictadura del proletariado, y tenía razón, pues los Soviets, nuestros Soviets, son la organización cohesionadora de las masas trabajadoras en torno al proletariado, bajo la dirección del Partido. Pero ¿cuándo, donde, en qué obra pone Lenin un signo de igualdad entre la “dictadura” del Partido y la dictadura del proletariado, entre la “dictadura” del Partido y el sistema de los Soviets, como lo hace ahora Zinóviev? No sólo no está en contradicción con la dictadura del proletariado la dirección (“dictadura”) del Partido, sino que tampoco lo está la dirección (“dictadura”) de los jefes. ¿No se os ocurre proclamar, basándoos en esto, que nuestro país es el país de la dictadura del proletariado, es decir, el país de la dictadura del Partido, es decir, el país de la dictadura de los jefes? A esta necedad precisamente es a lo que conduce el “principio” de la identificación de la “dictadura” del Partido con la dictadura del proletariado, que Zinóviev sustenta furtiva y tímidamente.

    En las numerosas obras de Lenin, sólo he logrado anotar cinco casos en los que Lenin toca de pasada el problema de la dictadura del Partido.

    El primer caso, en una polémica con los eseristas y los mencheviques, donde dice:

    “Cuando se nos reprocha la dictadura de un solo partido y se nos propone, como habéis oído, un frente único socialista, decimos: ‘Sí. ¡dictadura de un solo partido! Sobre este terreno pisamos y no podemos salirnos de él, pues se trata de un partido que ha conquistado, a lo largo de varios decenios, el puesto de vanguardia de todo el proletariado fabril e industrial'” (v. t. XXIV, pág. 423).

    El segundo caso, en la “Carta a los obreros y campesinos con motivo de la victoria sobre Kolchak”, donde dice:

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    “Tratan de intimidar a los campesinos (particularmente los mencheviques y los eseristas, todos ellos, hasta los de ‘izquierda’) con el espantajo de la ‘dictadura de un solo partido’, del partido de los bolcheviques comunistas.
Con el ejemplo de Kolchak, los campesinos han aprendido a no temer a este espantajo.
O la dictadura (es decir, el poder férreo) de los terratenientes y de los capitalistas, o la dictadura de la clase obrera” (v. t. XXIV, pág. 436).

    El tercer caso, en el discurso pronunciado por Lenin en el II Congreso de la Internacional Comunista, en la polémica con Tanner. Este discurso lo he citado ya más arriba[*].

    El cuarto caso, en unas líneas del folleto La enferinedad infantil del “izquierdismo” en el comunismo. Las citas correspondientes han quedado ya transcritas más arriba[**].

    Y el quinto caso, en el esbozo de esquema de la dictadura del proletariado, publicado en el tercer tomo de la Recopilación Leninista, en el que hay un punto que dice: “Dictadura de un solo partido” (v. t. III de la Recopilación Leninista, pág. 497).

    Es necesario indicar que en dos casos de los cinco, en el último y en el segundo, Lenin pone entre comillas las palabras “dictadura de un solo partido”, queriendo hacer resaltar, manifiestamente, el sentido inexacto y figurado de esta fórmula.

    Es necesario indicar también que, en todos estos casos, Lenin entiende por “dictadura del Partido” la dictadura (“el poder férreo”) con respecto a “los terratenientes y los capitalistas”, y no con respecto a la clase obrera, pese a las calumniosas supercherías de Kautsky y compañía.

    Es significativo que ni en una sola de sus obras, ni en las fundamentales ni en las secundarias, en las que Lenin trata o


          * Véase el presente libro, págs. 39-40. (

N. de la Red.

      )  [

Nota del Transcritor

      : Las páginas corectas son

185-86

      . —

DJR

      ]
          **

Idem

      , págs. 47, 48, 49, 50, 51, 54, 55. 56. (

N. de la Red.

      )

pág. 206

simplemente menciona la dictadura del proletariado y el papel del Partido en el sistema de la dictadura del proletariado, se alude siquiera a que “la dictadura del proletariado es la dictadura de nuestro Partido”. Por el contrario, cada página, cada línea de estas obras es un grito de protesta contra seme jante fórmula (v. El Estado y la revoluciónLa revolución proletaria y el renegado KautskyLa enfermedad infantil del “izquierdismo” en el comunismo, etc.).

    Y aun es más significativo que en las tesis del II Congreso de la Internacional Comunista[36] sobre el papel del partido político, redactadas bajo la dirección inmediata de Lenin y a las que Lenin alude reiteradamente en sus discursos como a un modelo de definición acertada del papel y de las tareas del Partido, no encontremos ni una palabra, literalmente ni una sola, sobre la dictadura del Partido.

    ¿Qué indica todo esto?

    Indica:

    a) que Lenin no consideraba irreprochable ni exacta la fórmula “dictadura del Partido”, razón por la cual muy rara vez la empleaen sus obras y la pone a veces entre comillas;

    b) que en los pocos casos en que Lenin se veía obligado, en sus polémicas con los adversarios, a hablar de la dictadura del Partido, hablaba generalmente de “dictadura de un solo partido”; es decir, de que nuestro Partido está en el Poder solo, de que no comparte el Poder con otros partidos, y, además, siempre aclaraba que por dictadura del Partido con respecto a la clase obrera se debe entender la dirección del Partido, su papel dirigente;

    c) que en todos los casos en que Lenin creía necesario definir científicamente el papel del Partido dentro del sistema de la dictadura del proletariado, hablaba exclusivamente (y estos

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casos son miles) del papel dirigente del Partido con respecto a la clase obrera,

    d) que fue precisamente por esto por lo que a Lenin no “se le ocurrió” incluir en la resolución fundamental sobre el papel del Partido — me refiero a la resolución del II Congreso de la Internacional Comunista — la fórmula “dictadura del Partido”,

    e) que no tienen razón desde el punto de vista del leninismo y padecen miopía política los camaradas que identifican o tratan de identificar la “dictadura” del Partido — y también, por consiguiente, la “dictadura de los jefes” — con la dictadura del proletariado, pues con ello infringen las condiciones para que las relaciones entre la vanguardia y la clase sean acertadas.

    Y no hablemos de que la fórmula “dictadura del Partido”, tomada sin las reservas indicadas más arriba, puede crear toda una serie de peligros y de desventajas políticas en nuestra labor práctica. Con esta fórmula, tomada sin reservas, es como si se dijese:

    a) a las masas sin-partido: Ino os atreváis a contradecir, no os atreváis a razonar, porque el Partido lo puede todo, ya que tenemos la dictadura del Partido!

    b) a los cuadros del Partido: ¡actuad con mayor osadía, presionad con mayor rigor, se puede no prestar oído a la voz de las masas sin-partido, pues tenemos la dictadura del Partidol

    c) a los dirigentes del Partido: ¡podéis permitiros el lujo de cierta suficiencia y, tal vez, hasta podéis caer en el engreimiento, puesto que tenemos la dictadura del Partido y, “por consiguiente”, la dictadura de los jefes!

    Es conveniente recordar estos peligros precisamente ahora, en el período de ascenso de la actividad política de las masas, cuando la disposición del Partido a prestar oído atento a la

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voz de las masas tiene para nosotros una importancia especial; cuando el prestar atención a las exigencias de las masas es el mandamiento fundamental de nuestro Partido; cuando se requiere del Partido una prudencia y una flexibilidad especiales en su política; cuando el peligro de caer en el engreimiento es uno de los peligros más serios que amenazan al Partido en la obra de dirigir acertadamente a las masas.

    No se puede por menos de recordar las preciosas palabras pronunciadas por Lenin en el XI Congreso de nuestro Partido:

    “A pesar de todo, nosotros (los comunistas. J. St.) somos en la masa del pueblo como una gota en el mar, y sólo podemos gobernar cuando expresamos acertadamente lo que el pueblo piensa. De otra manera, el Partido Comunista no conducirá al proletariado, ni el proletariado conducirá a las masas, y toda la máquina se desmoronará” (v. t. XXVII, pág. 256).

    “Expresar con acierto lo que el pueblo piensa “: ésta es, precisamente, la condición indispensable que garantiza al Partido el honroso papel de fuerza dirigente fundamental en el sistema de la dictadura del proletariado.

VILA CUESTION DEL TRIUNFO DEL SOClALISMO
EN UN SOLO PAIS

    El folleto Los fundamentos del leninismo (primera edición, mayo de 1924) contiene dos formulaciones de la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país. La primera dice así:

    “Antes se creía imposible la victoria de la revolución en un solo país, suponiendo que, para alcanzar la victoria sobre la burguesía, era necesaria la acción conjunta de los proletarios de todos los países adelantados o, por lo menos, de la mayoría de ellos. Ahora, este punto de vista ya no

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corresponde a la realidad. Ahora hay que partir de la posibilidad de este triunfo, pues el desarrollo desigual y a saltos de los distintos países capitalistas en el imperialismo, el desarrollo, en el seno del imperialismo, de contradicciones catastróficas que llevan a guerras inevitables, el incremento del movimiento revolucionario en todos los países del mundo; todo ello no sólo conduce a la posibilidad, sino también a la necesidad del triunfo del proletariado en uno u otro país” (v. Los fundamentos del leninismo [37]).

    Este planteamicnto es completamente acertado y no necesita comentarios. Combate la teoría de los social-demócratas, que consideran como una utopía la toma del Poder por el proletariado en un solo país, si no va acompañada al mismo tiempo de la revolución victoriosa en otros países.

    Mas en el folleto Los fundamentos del leninismo hay también otra formulación, que dice:

    “Pero derrocar el Poder de la burguesía e instaurar el Poder del proletariado en un solo país no significa todavía garantizar el triunfo completo del socialismo. Queda por cumplir la misión principal del socialismo: la organización de la producción socialista. ¿Se puede cumplir esta misión, se puede lograr el triunfo definitivo del socialismo en un solo país sin los esfuerzos conjuntos de los proletarios de unos cuantos países adelantados? No, no se puede. Para derribar a la burguesía, bastan los esfuerzos de un solo país, como lo indica la historia de nuestra revolución. Para el triunfo definitivo del socialismo, para la organización de la producción socialisia, ya no bastan los esfuerzos de un solo país, sobre todo de un país tan campesino como Rusia; para esto hacen falta los esfuerzos de los proletarios de unos cuantos países adelantados” (v. Los fundamentos del leninismo, primera edición[38]).

    Esta segunda formulación combate la afirmación de los críticos del leninismo, de los trotskistas, de que la dictadura del proletariado en un solo país, sin el triunfo en otros países, no podría “sostenerse frente a la Europa conservadora”.

    En este sentido — pero sólo en este sentido –, esa formulación era entonces (mayo de 1924) suficiente, y fue, sin duda, de cierta utilidad.

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    Pero más tarde, cuando ya se había vencido dentro del Partido la crítica al leninismo en este aspecto y se puso a la orden del día una nueva cuestión, la cuestión de la posibilidad de edificar la sociedad socialista completa con las fuerzas de nuestro país y sin ayuda exterior, la segunda formulación resultó ser ya insuficiente a todas luces y, por tanto, inexacta.

    ¿En qué consiste el defecto de esta formulación?

    Su defecto consiste en que funde en una sola dos cuestiones distintas: la cuestión de la posibilidad de llevar a cabo la edificación del socialismo con las fuerzas de un solo país, cuestión a la que hay que dar una respuesta afirmativa, y la cuestión de si un país con dictadura del proletariado puede considerarsecompletamente garantizado contra la intervención y, por tanto, contra la restauración del viejo régimen, sin una revolucion victoriosa en otros países, cuestión a la que hay que dar una respuesta negativa. Esto, sin hablar de que dicha formulación puede dar motivo para creer que es imposible organizar la sociedad socialista con las fuerzas de un solo país, cosa que, naturalmente, es falsa.

    Basándome en esto, en mi folleto La Revolución de Octubre y la táctica de los comunistas rusos (diciembre de 1924), he modificado y corregido esta formulación, dividiendo la cues tión en dos: en la cuestión de la garantía completa contra la restauración del régimen burgués y en la cuestión de la posibilidad de edificar la sociedad socialista completa en un solo país. He conseguido esto, primero, al presentar “la victoria completa del socialismo” como “garantía completa contra la restauración del antiguo orden de cosas”, garantía que sólo se puede obtener mediante “los esfuerzos conjuntos de los proletarios de unos cuantos países”, y, segundo, al proclamar, basándome en el folleto de Lenin Sobre la cooperación [39], la verdad indiscutible de que contamos con todo lo necesario para edificar la

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sociedad socialista completa (v. La Revolución de Octubre y la táctica de los comunistas rusos )[*].

    Esta nueva formulación es la que sirvió de base a la conocida resolución de la XIV Conferencia del Partido Sobre las tareas de la Internacional Comunista y del P.C.(b) de Rusia [40], que trata de la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país, en relación con la estabilización del capitalismo (abril de 1925), y que considera posible y necesaria la edificación del socialismo con las fuerzas de nuestro país.

    Esta formulación ha servido también de base a mi folleto Balance de los trabajos de la XIV Conferencia del P.C.(b) de Rusia, publicado inmediatamente después de esta Conferencia, en mayo de 1925.

    Respecto al planteamiento de la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país, he aquí lo que se dice en este folleto:

    “Nuestro país nos muestra dos grupos de contradicciones. Uno de ellos lo forman las contradicciones interiores, entre el proletariado y el campesinado (aquí se trata de la edificación del socialismo en un solo país. J. St.). El otro, las contradicciones exteriores, entre nuestro país, como país del socialismo, y todos los demás países, como países del capitalismo (aquí se trata del triunfo definitivo del socialismo. J. St.)” . . . “Quien confunde el primer grupo de contradicciones, que es perfectamente posible vencer con los esfuerzos de un solo país, con el segundo grupo de contradicciones, para vencer las cuales hacen falta los esfuerzos de los proletarios de unos cuantos países, comete un gravísimo error contra el leninismo, y es un confusionista o un oportunista impenitente” (v. Balance de los trabajos de la XIV Conferencia del P.C.(b) de Rusia [41]).

    Respecto a la cuestión del triunfo del socialismo en nuestro país, este folleto dice:

    “Podemos llevar a cabo la edificación del socialismo, y lo iremos edificando juntamente con el campesinado y bajo la dirección de la clase


          * Esta nueva formulación vino luego a reemplazar a la vieja en las ediciones posteriores del folleto

Los fundamentos del leninismo.

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obreca” . . . , pues “bajo la dictadura del proletariado se dan en nuestro país. . . todas las premisas necesarias para edificar la sociedad socialista completa, venciendo todas y cada una de las dificultades internas, pues podemos y debemos vencerlas con nuestras propias fuerzas” (v. lugar citado[42]).

    Respecto a la cuestión del triunfo definitivo del socialismo, el folleto dice:

    “El triunfo definitivo del socialismo es la garantía completa contra las tentativas de intervención y, por tanto, también de restauración, pues una tentativa de restauracion de alguna importancia sólo puede producirse con un considerable apoyo del exterior, con el apoyo del capital internacional. Pot eso, el apoyo de los obreros de todos los países a nuestra revolución, y con mayor razón el triunfo de estos obreros, aunque sólo sea en unos cuantos países, es condición indispensable para garantizar plenamente al primer país victorioso contra las tentativas de intervención y de restauración, es condición indispensable para el triunfo definitivo del socialismo” (v. lugar citado[43]).

    Me parece que está claro.

    Es sabido que en igual sentido se interpreta este problema en mi folleto Preguntas y respuestas (junio de 1925) y en el in forme político del C.C. ante el XIV Congreso del P.C.(b) de la U.R.S.S.[44] (diciembre de 1925).

    Tales son los hechos.

    Creo que estos hechos los conocen todos los camaradas, y Zinóviev entre ellos.

    Si hoy, casi a los dos años de la lucha ideológica sostenida en el seno del Partido, y después de ]a resolución adoptada en la XIV Conferencia del Partido (abril de 1925), Zinóviev, en su discurso de resumen, pronunciado en el XIV Congreso del Partido (diciembre de 1925), cree posible sacar a relucir la vieja fórmula, completamente insuficiente, del folleto de Stalin, es crito en abril de 1924, como base para resolver el problema ya resuelto del triunfo del socialismo en un solo país, este modo de proceder peculiar de Zinóviev sólo atestigua que se ha

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hecho un verdadero lío en esta cuestión. Tirar del Partido hacia atrás, cuando ya éste había ido adelante, eludir la resolución de la XIV Conferencia del Partido, después de haber sido confirmada por el Pleno del C.C.[45], significa atascarse irremisiblemente en contradicciones, no tener fe en la edificación del socialismo, desviarse del camino de Lenin y suscribir la propia derrota.

    ¿Qué significa la posibilidad del triunfo del socialismo en un solo país?

    Significa la posibilidad de resolver las contradicciones entre el proletariado y el campesinado con las fuerzas internas de nuestro país, la posibilidad de que el proletariado tome el Poder y lo utilice para edificar la sociedad socialista completa en nuestro país, contando con la simpatía y el apoyo de los proletarios de los demás países, pero sin que previamente triunfe la revolución proletaria en otros países.

    Sin esta posibilidad, la edificación del socialismo es una edificación sin perspectivas, una edificación que se realiza sin la seguridad de llevarla a cabo. No se puede edificar el socialismo sin tener la seguridad de que es posible dar cima a la obra, sin tener la seguridad de que el atraso técnico de nuestro país no es un obstáculo insuperable para la edificación de la sociedad socialista completa. Negar esta posibilidad es no tener fe en la edificación del socialismo, es apartarse del leninismo.

    ¿Qué significa la imposibilidad del triunfo completo y de finitivo del socialismo en un solo país sin el triunfo de la revolución en otros países?

    Significa la imposibilidad de tener una garantía completa contra la intervención y, por consiguiente, contra la restauración del régimen burgués, si la revolución no triunfa, por lo menos, en varios países. Negar esta tesis indiscutible es apartarse del internacionalismo, es apartarse del leninismo.

pág. 214

    “No vivimos solamente — dice Lenin — dentro de un Estado, sino dentro de un sisterna de Estados, y no se concibe que la República Soviética pueda existir mucho tiempo al lado de los Estados imperialistas. En fin de cuentas, acabará triunfando lo uno o lo otro. Pero antes de que se llegue a esto, es inevitable una serie de choques terribles entre la República Soviética y los Estados burgueses. Esto significa que si la clase dominante, el proletariado, quiere dominar y ha de dominar, tiene que demostrarlo también por medio de su organización militar” (v. t. XXIV, pág. 122).
“Estamos — dice Lenin en otro lugar — ante un equilibrio sumamente inestable, pero, con todo, ante cierto equilibrio indudable, indiscutible. ¿Durará mucho tiempo? Lo ignoro, y no creo que pueda saberse. Por eso, debemos mostrar la mayor prudencia. Y el primer mandamiento de nuestra política, la primera enseñanza que se deriva de nuestra labor de gobierno durante este año, enseñanza que todos los obreros y campesinos deben aprender, es la necesidad de estar en guardia, la de tener presente que nos hallamos rodeados de hombres, de clases y de gobiernos que manifiestan abiertamente el mayor odio hacia nosotros. Es preciso tener presente que estamos siempre a un paso de una intervención” (v. t. XXVII, pág. 117).

    Me parece que está claro.

    ¿Cómo presenta Zinóviev la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país?

    Escuchad:

    “Por triunfo definitivo del socialismo se debe entender, por lo menos: 1) la supresión de las clases y, por tanto, 2) la abolición de la dictadura de una sola clase, en este caso, de la dictadura del proletariado” . . . “Para percatarse con mayor exactitud — dice más adelante Zinóviev — de cómo se plantea este problema en nuestro país, en la U.R.S.S., en 1925, hay que distinguir dos cosas: 1) la posibilidad garantizada de edificar el socialismo, posibilidad que también puede concebirse plenamente, claro está, en el marco de un solo país, y 2) la edificación definitiva y la consolidación del socialismo, es decir, la creación del régimen socialista, de la sociedad socialista”.

    ¿Qué puede significar todo esto?

    Que Zinóviev no entiende por triunfo definitivo del socialismo en un solo país la garantía contra la intervención y la

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restauración, sino la posibilidad de llevar a cabo la edificación de la sociedad socialista. Y por triunfo del socialismo en un solo país Zinóviev entiende una edificación del socialismo que no puede ni debe conducir a la edificación completa del socialismo. Una edificación al azar, sin perspectivas, una edificación del socialismo emprendida con la imposibilidad de llevar a cabo la edificación de la sociedad socialista: tal es la posición de Zinóviev.

    Edificar el socialismo sin la posibilidad de llevar a cabo su edificación, edificar a sabiendas de que la edificación no se llevará a cabo: he ahí a qué incongruencias llega Zinóviev.

    ¡Pero esto es burlarse del problema, y no resolverlo!

    He aquí otro pasaje tomado del discurso de resumen de Zinóviev en el XIV Congreso del Partido:

    “Ved, por ejemplo, a dónde ha ido a parar el camarada Yákovlev en la última Conferencia del Partido de la provincia de Kursk. ‘Estando rodeados de enemigos capitalistas por todas partes, ¿acaso podemos, en estas condiciones — pregunta –, llevar a cabo la edificación del socialismo en un solo país?’ Y contesta: ‘Basándonos en todo lo expuesto, tenemos derecho a decir que no sólo estamos edificando el socialismo, sino que, a pesar de ser por el momento los únicos, a pesar de ser el único país soviético, el único Estado soviético del mundo, llevaremos a cabo la edificación del socialismo’ (Kúrskaia Pravda, núm. 279, 8 de diciembre de 1925). ¿Acaso es ésta una manera leninista de plantear el problema? — pregunta Zinóviev –, ¿acaso no huele esto a estrechez nacional? “*.

    Por tanto, según Zinóviev, resulta que reconocer la posibilidad de llevar a cabo la edificación del socialismo en un solo país significa adoptar una posición de estrechez nacional, y negar esta posibilidad significa adoptar la posición del internacionalismo.

    Pero, de ser esto cierto, ¿acaso valdría la pena de luchar por el triunfo sobre los elementos capitalistas de nuestra econo-


          * Subrayado por mí.

J. St.

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mía? ¿No se desprende de aquí la imposibilidad de este triunfo?

    Capitulación ante los elementos capitalistas de nuestra economía: he aquí a lo que conduce la lógica interna de la argumentación de Zinóviev.

    ¡Y esta incongruencia, que no tiene nada que ver con el leninismo, Zinóviev nos la ofrece como “internacionalismo”, como “leninismo cien por cien”!

    Yo afirmo que, en el importantisimo problema de la edificación del socialismo, Zinóviev se aparta del leninismo, rodando hacia las concepciones del menchevique Sujánov.

    Recurramos a Lenin. He aquí lo que ya antes de la Revolución de Octubre, en el mes de agosto de 1915, decía Lenin acerca del triunfo del socialismo en un solo país:

    “La desigualdad del desarrollo económico y político es una ley absoluta del capitalismo. De aquí se deduce que es posible que la victoria del socialismo empiece por anos cuantos países capitalistas, o incluso por un solo país capitalista. El proletariado triunfante de este país, después de expropiar a los capitalistas y de organizar la producción socialista dentro de sus fronteras *, se enfrentará con el resto del mundo, con el mundo capitalista, atrayendo a su lado a las clases oprimidas de los de mas países, levantando en ellos la insurrección contra los capitalistas, empleando, en caso necesario, incluso la fuerza de las armas contra las clases explotadoras y sus Estados” (v. t. XVIII, pags. 232-233).

    ¿Qué significa la frase de Lenin que subrayamos: “después de organizar la producción socialista dentro de sus fronteras”? Significa que el proletariado del país victorioso, después de la toma del Poder, puede y debe organizar en su país la producción socialista. ¿Y qué significa “organizar la producción socialista”? Significa llevar a cabo la edificación de la sociedad socialista. No creo que haga falta demostrar que este


          * Subrayado por mí.

J. St.

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planteamiento de Lenin, claro y terminante, no necesita más comentarios. De otro modo, serian incomprensibles los llamamientos de Lenin para que el proletariado tomase el Poder en octubre de 1917.

    Veis, pues, que este planteamiento tan claro de Lenin se distingue como el cielo de la tierra del “planteamiento” con fuso y antileninista de Zinóviev, de que podemos emprender la edificación del socialismo “en el marco de un solo país” aun siendo imposible acabar de edificarlo.

    El planteamiento de Lenin corresponde a 1915, antes de que el proletariado tomara el Poder. Pero ¿se modificaron, tal vez, sus concepciones después de la experiencia de la toma del Poder, después de 1917? Consultemos el folleto de Lenin Sobre la cooperación, escrito en 1923:

    “En efecto — dice Lenin –, todos los grandes medios de producción en poder del Estado y el Poder del Estado en manos del proletariado; la alianza de este proletariado con millones y millones de pequeños y muy pequeños campesinos; asegurar la dirección de los campesinos por el proletariado, etc., ¿acaso no es esto todo lo que se necesita para edificar la sociedad socialista completa partiendo de la cooperación, y nada más que de la cooperación, a la que antes tratábamos de mercantilista y que ahora, bajo la Nep, merece también, en cierto modo, el mismo trato; acaso no es esto todo lo imprescindible para edificar la sociedad socialista completa? * Eso no es todavía la edificación de la sociedad socialista, pero sí todo lo imprescindible y lo suficiente para esta edificación “* (v, t. XXVII, pág. 392).

    En otras palabras: podemos y debemos edificar la sociedad socialista completa, pues disponemos de todo lo necesario y lo suficiente para esta edificación.

    Parece que es dificil expresarse con mayor claridad.

    Comparad este planteamiento clásico de Lenin con el réspice antileninista de Zinóviev a Yákovlev, y comprenderéis que


          * Subrayado por mí.

J. St.

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Yákovlev no hizo sino repetir las palabras de Lenin sobre la posibilidad de llevar a cabo la edificación del socialismo en un solo país, mientras que Zinóviev, al manifestarse en contra de este planteamiento, al fustigar a Yákovlev, se apartó de Lenin, adoptando el punto de vista del menchevique Sujánov, el punto de vista de la imposibilidad de llevar a cabo la edificación del socialismo en nuestro país, en razón de su atraso técnico.

    No se comprende entonces para qué tomamos el Poder en octubre de 1917, si no nos proponíamos llevar a cabo la edificación del socialismo.

    No se debió tomar et Poder en octubre de 1917: he aquí la conclusión a que conduce la lógica interna de la argumentación de Zinóviev.

    Afirmo, además, que, en la importantísima cuestión del triunfo del socialismo, Zinóviev procede en contra de acuerdos precisos de nuestro Partido, estampados en la conocida resolución de la XIV Conferencia del Partido “Sobre las tareas de la Internacional Comunista y del P.C.(b) de Rusia, en relación con el Pleno ampliado del C.E. de la Internacional Comunista”.

    Veamos esta resolución. He aquí lo que dice acerca del triunfo del socialismo en un solo país:

    “La existencia de dos sistemas sociales diametralmente opuestos provoca la amenaza constante de un bloqueo capitalista, de otras formas de presión económica, de la intervcnción armada y de la restauración. La única garantía para el triunfo definitivo del socialismo, es decir, la garantía contra la restauración *, es, por tanto, la revolución socialista victoriosa en varios países. . .” “El leninismo enseña que el triunfo definitivo del socialismo, en el sentido de garantía completa contra la restauración de las relaciones burguesas, sólo es posible en un plano internacional. . .” “De aquí no se desprende * en modo alguno que sea imposible la edificación de la sociedad socialista completa * en un país tan atrasado como


          * Subrayado por mí.

J. St.

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Rusia sin la ‘ayuda estatal’ (Trotski) de los países más desarrollados en el aspecto tecnico y económico” (v. la resolución[46]).

    Veis, pues, que esta resolución presenta el triunfo definitivo del socialismo como una garantía contra la intervención y la restauración, todo lo contrario de cómo lo presenta Zinóviev en su libro El leninismo.

    Veis, pues, que esta resolución reconoce la posibilidad de edificar la sociedad socialista completa en un país tan atrasado como Rusia sin la “ayuda estatal” de los países más desarrollados en el aspecto técnico y económico, o sea, todo lo contrario de lo que afirma Zinóviev en el réspice que da a Yákovlev en su discurso de resumen pronunciado en el XIV Congreso del Partido.

    ¿Qué otro nombre merece esto más que el de lucha de Zinóviev contra la resolución de la XIV Conferencia del Partido?

    Naturalmente, a veces las resoluciones del Partido no son intachables. Puede ocurrir que las resoluciones del Partido contengan errores. Hablando en términos generales, podemos suponer que la resolución de la XIV Conferencia del Partido contiene también ciertos errores. Es posible que Zinoviev considere que esta resolución es equivocada. Pero, en este caso, hay que decirlo clara y francamente, como corresponde a un bolchevique. Sin embargo, Zinóviev no lo hace, por algún motivo. Prefiere seguir otro camino, el camino de atacar por la espalda la resolución de la XIV Conferencia del Partido, silenciando esta resolución, sin criticarla abiertamente en lo más mínimo. Zinóviev cree, por lo visto, que este camino le conduce mejora su objetivo. Y su objetivo no es más que uno: “mejorar” la resolución y enmendarle la plana “un poquito” a Lenin. No creo que sea preciso demostrar que Zinóviev se ha equivocado en sus cálculos.

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    ¿De dónde proviene el error de Zinóviev? ¿Dónde reside la raíz de su error?

    La raíz de este crror reside, a mi juicio, en que Zinóviev está convencido de que el atraso técnico de nuestro país es un obstáculo insuperable para la edificación de la sociedad socialista completa, de que el proletariado no puede llevar a cabo la edificación del socialismo debido al atraso técnico de nuestro país. Zinóviev y Kámenev habían intentado una vez exponer este argumento en una de las sesiones de C.C. del Partido, en vísperas de la Conferencia celebrada por el Partido en abril[47]. Pero se les dio la réplica adecuada, y se vieron obligados a retroceder, sometiéndose formalmente al punto de vista opuesto, al punto de vista de la mayoría del C.C. Pero, con ese sometimiento formal Zinóviev ha proseguido durante todo el tiempo su lucha contra este punto de vista de la mayoría del C.C. He aquí lo que dice a propósito de este “incidente”, producido en el C.C. del P.C.(b) de Rusia, el Comité de Moscú de nuestro Partido, en su “Respuesta” a la carta de la Conferencia del Partido de la provincia de Leningrado[48];

    “No hace mucho tiempo, Kámenev y Zinóviev mantuvieron en el Buro Político el punto de vista de que, a causa de nuestro atraso técnico y económico, no podremos vencer las dificultades interiores, a menos de que venga a salvarnos la revolución internacional. Pero nosotros, con la mayoría del C.C., entendemos que podemos edificar el socialismo, que lo estamos edificando y que terminaremos de edificarlo, no obstante nuestro atraso técnico y a pesar de él. Entendemos que esta edificación irá, naturalmente, mucho más despacio de lo que iría bajo las condiciones de un triunfo mundial, pero, sin embargo, avanziamos y seguiremos avanzando. Entendemos asimismo que el punto de vista de Kámenev y Zinóviev expresa la falta de fe en las fuerzas internas de nuestra clase obrera y de las masas campesinas que la siguen. Creemos que sustentar ese punto de vista es desviarse de la posición mantenida por Lenin” (v. la “Respuesta”).

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    Este documento apareció en la prensa durante las primeras sesiones del XIV Congreso del Partido. Zinóviev pudo, naturalmente, manifestarse en contra de este documento ya en el mismo Congreso. Es significativo que Zinóviev y Kámenev no encontrasen argumentos que oponer a esta grave acusación lanzada contra ellos por el Comité de Moscú de nuestro Partido. ¿Es esto casual? Yo creo que no es casual. Por lo visto, la acusación acertó en el blanco. Zinóviev y Kámenev dieron la callada por “respuesta” a esta acusación, porque no tenían con qué “matarla”.

    La “nueva oposición” se siente ofendida porque se acuse a Zinóviev de falta de fe en el triunfo de la edificación socialista en nuestro país. Pero si Zinóviev, después de un año entero de discutirse la cuestión del triunfo del socialismo en un solo país; después de haber sido rechazado por el Buró Político del C.C. (abril de 1925) el punto de vista de Zinóviev; después de haberse formado en el Partido una opinión definida a este respecto, expresada en la conocida resolución de la XIV Conferencia del Partido (abril de 1925); Si, después de todo esto, Zinóviev se decide a manifestarse en su libro El leninismo(septiembre de 1925) en contra del punto de vista del Partido; si, más tarde, repite estas manifestaciones en el XIV Congreso, ¿cómo puede explicarse todo ello, esa obstinación, esa contumacia en defender su error, como no sea porque Zinóviev esté contaminado, incurablemente contaminado, de la falta de fe en el triunfo de la edificación socialista en nuestro país?

    Zinóviev quiere presentar su falta de fe como internacionalismo. Pero ¿desde cuándo se acostumbra entre nosotros a considerar como internacionalismo el desviarse del leninismo en una cuestión cardinal del leninismo?

    ¿No sería más exacto decir que quien peca aquí contra el internacionalismo y la revolución internacional, no es el Par-

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tido, sino Zinóviev? ¿Pues qué es nuestro país, el país del “socialismo en construcción”, sino la base de la revolución mundial? Pero ¿puede, acaso, nuestro país ser la verdadera base de la revolución mundial si no es capaz de llevar a cabo la edificación de la sociedad socialista? ¿Acaso puede nuestro país seguir siendo el poderoso centro de atracción para los obreros de todos los países, como lo es indudablemente en la actualidad, si no es capaz de conseguir dentro de sus fronteras el triunfo sobre los elementos capitalistas de nuestra economía, el triunfo de la edificación socialista? Yo entiendo que no. ¿Y acaso no se desprende de esto que la falta de fe en el triunfo de la edificación socialista, que el predicar esta falta de fe conduce a desprestigiar a nuestro país como base de la revolución mundial, y que este descrédito de nuestro país conduce, a su vez, a debilitar el movimiento revolucionario mundial? ¿Cuáles eran los medios de que se valían los señores socialdemócratas para ahuyentar de nuestro lado a los obreros? Ellos afirmaban que “los rusos no conseguirán nada” ¿Con qué batimos nosotros ahora a los socialdemócratas, atrayendo una serie interminable de delegaciones obreras y reforzando con ello las posiciones del comunismo en el mundo entero? Con nuestros éxitos en la édificación del socialismo. ¿Y acaso no está claro, después de esto, que quien predica la falta de fe en nuestros éxitos en la edificación del socialismo, ayuda indirectamente a los socialdemócratas, debilita la amplitud del movimiento revolucionario intcrnacional, se aparta inevitablemente del internacionalismo? . . .

    Como veis, el “internacionalismo” de Zinóviev no sale mejor parado que su “leninismo cien por cien” en lo referente a la edificación del socialismo en un solo país.

    Por eso, el XIV Congreso del Partido ha procedido acertadamente al definir las concepciones de la “nueva oposición”

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como “falta de fe en la edificación del socialismo” y como “tergiversación del leninismo”[49].

VIILA LUCHA POR EL TRIUNFO DE
LA EDIFICACION SOCIALISTA

    Entiendo que la falta de fe en el triunfo de la edificación socialista es el error fundamental de la “nueva oposición”. Este error es, a mi juicio, el fundamental, porque de él derivan todos los demás errores de la “nueva oposición”. Sus errores en las cuestiones de la Nep, del capitalismo de Estado, del carácter de nuestra industria socialista, del papel de la cooperación bajo la dictadura del proletariado, de los métodos de lucha contra los kulaks, del papel y del peso del campesinado medio; todos estos errores derivan del error fundamental de la oposición, de su falta de fe en la posibilidad de llevar a cabo la edificación de la sociedad socialista con las fuerzas de nuestro país.

    ¿Qué significa la falta de fe en el triunfo de la edificación socialista en nuestro país?

    Significa, ante todo, falta de seguridad en que las masas fundamentales del campesinado, debido a determinadas condiciones del desarrollo de nuestro país,puedan incorporarse a la edificación socialista.

    Significa, en segundo lugar, falta de seguridad en que el proletariado de nuestro país, dueño de las posiciones dominantes de la economía nacional, sea capaz de atraer a las masas fundamentales del campesinado a la edificación socialista.

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    De estas tesis parte tácitamente la oposición en sus razonamientos sobre el camino de nuestro desarrollo, y lo mismo da que lo haga consciente o inconscientemente.

    ¿Se puede incorporar a la masa fundamental del campesina do soviético a la edificación socialista?

    En el folleto Los fundamentos del leninismo hay a este respecto dos tesis esenciales:

    1) “No hay que confundir al campesinado de la Unión Soviética con el campesinado del Occidente. Un campesinado que ha pasado por la escuela de tres revoluciones, que ha luchado del brazo del proletariado y bajo la dirección del proletariado contra el zar y el Poder burgués, un campesinado que ha recibido de manos de la revolución proletaria la tierra y la paz y que, por ello, se ha convertido en reserva del proletariado, este campesinado no puede por menos de diferenciarse del campesinado que ha luchado en la revolución burguesa bajo la dirección de la burguesía liberal, ha recibido la tierra de manos de esta burguesía y se ha convertido, por ello, en reserva de la burguesía. Huelga demostrar que el campesino soviético, acostumbrado a apreciar la amistad política y la colaboración política del proletariado y que debe su libertad a esta amistad y a esta colaboración, no puede por menos de estar extraordinariamente predispuesto a colaborar económicamente con el proletariado”.
2) “No hay que confundir la agricultura de Rusia con la del Occidente. En el Occidente, la agricultura se desarrolla siguiendo la ruta habitual del capitalismo, en medio de una profunda diferenciación de los campesinos, con grandes fincas y latifundios privados capitalistas en uno de los polos, y, en el otro, pauperismo, miseria y esclavitud asalariada. Allí son completamente naturales, a consecuencia de ello, la disgregación y la descomposición. No sucede asi en Rusia. En nuestro país, la agricultura no puede desarrollarse siguiendo esa ruta, ya que la existencia del Poder Sovietico y la nacionalización de los instrumentos y medios de producción fundamentales no permiten semejante desarrollo. En Rusia, el desarrollo de la agricultura debe seguir otro camino, el camino de la cooperación de millones de campesinos pequeños y medios, el camino del desarrollo de la cooperación en masa en el campo, fomentada por el Estado mediante créditos concedidos en condiciones ventajosas. Lenin indicaba acertadamente, en sus artículos sobre la cooperación, que el desarrollo de la agricultura de nuestro país debía seguir un camino nuevo, incorporando a la mayoría de los campesinos a la edificación socialista a través de la

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cooperación, introduciendo gradualmente en la economía rural el principio del colectivismo, primero en la venta de los productos agrícolas y después en su producción. . .
No creo que sea necesario demostrar que la inmensa mayoría de los campesinos seguirá de buen grado esta nueva vía de desarrollo, rechazando la vía de los latifundios privados capitalistas y de la esclavitud asalariada, la vía de la miseria y de la ruina”[50].

    ¿Son exactas estas tesis?

    Yo creo que estas dos tesis son exactas e irrefutables para todo nuestro periodo de edificación, bajo las condiciones de la Nep.

    No son sino la expresión de las conocidas tesis de Lenin de la alianza del proletariado y el campesinado, de la incorporación de las haciendas campesinas al sistema del desarrollo socialista del país, de la necesidad de que el proletariado marche hacia el socialismo con las masas fundamentales del campesinado; de que la incorporación de las masas de millones y millones de campesinos a la cooperación es el principal camino de la edificación socialista en el campo; de que, con el crecimiento de nuestra industria socialista, “para nosotros, el simple desarrollo de la cooperación se identifica. . . con el desarrollo del socialismo” (v. t. XXVII, pág. 396).

    En efecto, ¿cuál es el camino que puede y debe seguir en nuestro país el desarrollo de la economía campesina?

    La economia campesina no es una economía capitalista. La economia campesina, si nos fijamos en la aplastante mayoría de las haciendas campesinas, es una economía de pequeña producción mercantil. ¿Y qué es la economía campesina de pequeña producción mercantil? Es una economía que se halla en una encrucijada entre el capitalismo y el socialismo. Puede evolucionar hacia el capitalismo, que es lo que ocurre actualmente en los países capitalistas, o hacia el socialismo, que es

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lo que debe ocurrir en nuestro país, bajo la dictadura del proletariado.

    ¿De dónde provienen esa inestabilidad y esa falta de independencia de la economía campesina? ¿Cómo se explican?

    Se explican por la dispersión de las haciendas campesinas, por su falta de organización, por su dependencia de la ciudad, de la industria, del sistema de crédito, del carácter del Poder imperante en el país; finalmente, por el bien conocido hecho de que el campo marcha y tiene necesariamente que marchar, tanto en el aspecto material como en el cultural, tras la ciudad.

    El camino capitalista de desarrollo de la economía campesina pasa a través de una profundísima diferenciación del campesinado, creando, en un polo, grandes latifundios y, en el otro polo, depauperación en masa. Este camino de desarrollo es inevitable en los países capitalistas, porque el campo, la economía campesina, depende de la ciudad, de la industria, del crédito concentrado en la ciudad, del carácter del Poder, y en la ciudad impera la burguesía, la industria capitalista, el sistema capitalista de crédito, el Poder capitalista del Estado.

    ¿Es acaso forzoso que las haciendas campesinas sigan este camino en nuestro país, donde la ciudad presenta una fisonomía completamente distinta, donde la industria está en manos del proletariado, donde los transportes, el sistema de crédito, el Poder del Estado, etc. están concentrados en manos del proletariado, donde la nacionalización de la tierra es ley que rige para todo el país? ¡Naturalmente que no es forzoso! Por el contrario, precisamente porque la ciudad dirige al campo, y quien impera en la ciudad en nuestro país es el proletariado, en cuyas manos están todas las posiciones dominantes de la economía nacional; precisamente por esto, las haciendas campesinas tienen que seguir en su desarrollo otro camino, el camino de la edificación socialista.

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    ¿En qué consiste este camino?

    Este camino consiste en incorporar en masa los millones de haciendas campesinas a todas las formas de la cooperación; en unir las haciendas campesinas dispersas en torno a la industria socialista; en implantar los principios del colectivismo entre el campesinado, primero en lo tocante a la venta de los productos agrícolas y al abastecimiento de las haciendas campesinas con artículos de la ciudad, y luego en lo que se refiere a la producción agrícola.

    Y cuanto más lejos se vaya, más inevitable será este camino en las condiciones de la dictadura del proletariado, pues la incorporación al régimen cooperativo en el terreno de la venta, en el abastecimiento y, por último, en el terreno del crédito y de la producción (cooperativas agrícolas), es el único camino para elevar el bienestar en el campo, es el único medio para salvar a las grandes masas campesinas de la miseria y de la ruina.

    Se dice que, por su situación, el campesinado de nuestro país no es socialista y que, debido a esto, es incapaz de desarrollar se en un sentido socialista. Naturalmente, es cierto que el campesinado, por su situación, no es socialista. Pero esto no es un argumento en contra del desarrollo de las haciendas cam pesinas por el camino del socialismo, una vez sentado que el campo sigue a la ciudad y que en la ciudad domina la industria socialista. Durante la Revolución de Octubre, el campe sinado tampoco era socialista por su situación y no quería, ní mucho menos, implantar el socialismo en nuestro país. Luchaba entonces, principalmente, por acabar con el poder de los terratenientes, poner fin a la guerra y establecer la paz. Y, sin embargo, siguió entonces al proletariado socialista. ¿Por qué? Porque el derrocamiento de la burguesía y la toma del Poder por el proletariado socialista era entonces el único camino pa-

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ra salir de la guerra imperialista, el único camino para establecer la paz. Porque entonces no había ni podía haber otros caminos. Porque nuestro Partido logró entonces hallar, descubrir un grado de conjugación de los intereses específicos del campesinado (el derrocamiento de los terratenientes, la paz) con los intereses generales del país (dictadura del proletariado), un grado de subordinación de los primeros a los segundos que resultó aceptable y ventajoso para el campesinado. Y, pese a no ser socialista, el campesinado siguió entonces al proletariado socialista.

    Lo mismo hay que decir acerca de la edificación socialista en nuestro país y de la incorporación del campesinado a los cauces de esta edificación. El campesinado no es socialista por su situación. Pero tiene que seguir, y seguirá forzosamente, el camino del desarrollo socialista, pues fuera de la alianza con el proletariado, fuera de la ligazón con la industria socialista, fuera de la incorporación de las haciendas campesinas al cauce general del desarrollo socialista mediante la incorporación en masa del campesinado al régimen cooperativo, no hay ni puede haber otros caminos para salvar al campesinado de la miseria y de la ruina.

    ¿Por qué ha de ser precisamente mediante la incorporación en masa del campesinado al régimen cooperativo?

    Porque en la incorporación en masa al régimen cooperativo “hemos encontrado el grado de conjugación de los intereses privados, de los intereses comerciales privados, con los intereses generales, los métodos de comprobación y de control de los intereses privados por el Estado, el grado de su subordinación a los intereses generales” (Lenin )[51], aceptable y ventajoso para el campesinado y que permite al proletariado incorporar a la masa fundamental del campesinado a la edificación socialista.

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El campesinado encuentra ventajas en organizar la venta de sus mercancías y en el abastecimiento de sus haciendas con máquinas mediante el sistema de la cooperación, y, precisamente por ello, el campesinado tiene que seguir y seguirá el camino de la incorporación en masa al régimen cooperativo.

    ¿Y qué significa la incorporación en masa de las haciendas campesinas al régimen cooperativo, contando con la supremacía de la industria socialista?

    Significa que la economía campesina de pequeña producción mercantil abandonará el viejo camino capitalista — que entraña la ruina en masa del campesinado — y tomará un nuevo camino, el camino de la edificación socialista.

    He aquí por qué la lucha por el nuevo camino de desarrollo de la economía campesina, la lucha por la incorporación de la masa fundamental del campesinado a la edificación del socialismo es una tarea inmediata de nuestro Partido.

    El XIV Congreso del P.C.(b) de la U.R.S.S. ha procedido, por tanto, acertadamente, al decir que:

    “El camino fundamental de la edificación del socialismo en el campo, a condición de que sea cada vez mayor la dirección económica ejercida por la industria estatal socialista, por las instituciones estatales de crédito y por otras posiciones dominantes en manos del proletariado, es el de incorporar la masa fundamental del campesinado a la organización cooperativa y asegurar el desarrollo socialista de esta organización, utilizando venciendo y eliminando a sus elementos capitalistas” (v. la resolución del Congreso sobre el informe del C.C.[52]).

    El profundísimo error de la “nueva oposición” consiste en no tener fe en este nuevo camino de desarrollo del campesinado, en no ver o no comprender que bajo la dictadura del pro letariado ese camino es inevitable. Y no lo comprende porque no tiene fe en el triunfo de la edificación socialista en nuestro país, porque no tiene fe en la capacidad de nuestro proletaria-

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do para conseguir que el campesinado le siga por el camino del socialismo.

    De aquí la incomprensión del doble carácter de la Nep, la exageración de los lados negativos de la Nep y su interpretación como un retroceso, fundamentalmente.

    De aquí que se exagere el papel de los elementos capitalistas de nuestra economía y se menosprecie el papel de las palancas de nuestro desarrollo socialista (la industria socialista, el sistema de crédito, la cooperación, el Poder del proletariado, etc.).

    De aquí la incomprensión del carácter socialista de nuestra industria estatal y las dudas en cuanto al acierto del plan cooperativo de Lenin.

    De aquí que se exagere la diferenciación en el campo; de aquí el pánico ante el kulak y que se menosprecie el papel de los campesinos medios; de aquí los intentos de malograr la política del Partido encaminada a asegurar una alianza sólida con el campesino medio, y, en general, los continuos saltos de un extremo a otro en la cuestión de la política del Partido en el campo.

    De aquí la incomprensión de la enorme labor realizada por el Partido para incorporar a las masas de millones y millones de obreros y de campesinos a la construcción de la industria y de la agricultura, a la obra de vivificar las cooperativas y los Soviets, a la administración del país, a la lucha contra el burocratismo, a la lucha por el mejoramiento y la transformación de nuestro aparato estatal, lucha que marca una nueva fase de desarrollo y sin la que no es concebible ninguna edificación socialista.

    De aquí la desesperación y la desorientación ante las dificultades de nuestra obra de edificación, las dudas respecto a la posibilidad de llevar a cabo la industrialización de nuestro

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país, la charlatanería pesimista sobre la degeneración del Partido, etc.

    Allí, en el campo burgués, todo marcha más o menos bien; en cambio en nuestro campo, en el campo proletario, todo marcha más o menos mal; si la revolución de los países occidentales no llega a tiempo, nuestra causa está perdida: he ahí el tono general de la “nueva oposición”, tono que es, a mi juicio, liquidacionista, pero que la oposición quiere hacer pasar, por alguna razón (probablemente, para despertar la hilaridad), por “internacionalismo”.

    La Nep es el capitalismo, dice la oposición. La Nep es, fundamentalmente, un retroceso, dice Zinóviev. Todo eso es, naturalmente, falso. En realidad, la Nep es una política del Partido que admite la lucha entre los elementos socialistas y capitalistas y que se propone el triunfo de los elementos socialistas sobre los elementos capitalistas. En realidad, sólo el comienzo de la Nep ha sido un repliegue; pero lo que se persigue es efectuar en el curso del repliegue un reagrupamiento de fuerzas e iniciar la of ensiva. En realidad, llevamos ya unos cuantos años luchando con éxito a la of ensiva: vamos desarrollando nuestra industria, desarrollando el comercio soviético, desalojando de sus posiciones al capital privado.

    Pero ¿cuál es el sentido de la tesis de que la Nep es el capitalismo, de que la Nep es, fundamentalmente, un retroceso? ¿De qué parte esta tesis?

    Parte del falso supuesto de que en nuestro país se está llevando a cabo actualmente una simple restauración del capitalismo, un simple “retorno” del capitalismo. Sólo este supuesto puede explicar las dudas de la oposición respecto al carácter socialista de nuestra industria. Sólo este supuesto puede explicar el pánico de la oposición ante el kulak. Sólo este supuesto puede explicar la prisa con que la oposición se ha agarrado a

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las cifras falsas sobre la diferenciación del campesinado. Sólo este supuesto puede explicar que la oposición olvide con tanta facilidad que el campesino medio es, en nuestro país, la figura central de la agricultura. Sólo este supuesto puede explicar el menosprecio del peso del campesino medio y las dudas respecto al plan cooperativo de Lenin. Sólo este supuesto puede “motivar” la falta de fe de la “nueva oposición” en el nuevo camino de desarrollo del campo, en el camino de la incorporación del campo a la edificación socialista.

    En realidad, en nuestro país no se está produciendo actualmente un proceso unilateral de restauración del capitalismo, sino un proceso bilateral de desarrollo del capitalismo y de desarrollo del socialismo, un proceso contradictorio de lucha de los elementos socialistas contra los elementos capitalistas, un proceso en el que los elementos socialistas van venciendo a los elementos capitalistas. Esto es tan indiscutible respecto a la ciudad, donde la base del socialismo es la industria del Estado como respecto al campo, donde el asidero fundamental para ei desarrollo socialista es la cooperación en masa ligada con la industria socialista.

    La simple restauración del capitalismo es imposible, por el mero hecho de que el Poder, en nuestro país, es un Poder proletario, de que la gran industria está en manos del proletariado, de que los transportes y el crédito se hallan a disposición del Estado proletario.

    La diferenciación en el campo no puede revestir las proporciones anteriores, el campesino medio sigue constituyendo la masa fundamental del campesinado, y el kulak no puede recobrar su fuerza anterior, aunque sólo sea por el hecho de que en nuestro país la tierra está nacionalizada, ha dejado de ser una mercancía y nuestra política comercial, crediticia, fiscal y cooperativa tiende a restringir las tendencias explotadoras

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de los kulaks, elevar el bienestar de las grandes masas del campesinado y nivelar los extremos en el campo. Prescindo del hecho de que la lucha contra los kulaks se desarrolla actualmente en nuestro país no sólo en la vieja dirección, en la de organizar a los campesinos pobres contra los kulaks, sino también en una nueva dirección, en la de consolidar la alianza del proletariado y de los campesinos pobres con las masas de campesinos medios contra los kulaks. El que la oposición no comprenda el sentido y el alcance de la lucha contra los kulaks en esta segunda dirección, confirma una vez más que la oposición se desvía hacia el viejo camino de desarrollo del campo, hacia el camino del desarrollo capitalista, en el que el kulak y los campesinos pobres constituían las fuerzas fundamentales del campo, mientras que los campesinos medios “mermaban”.

    La cooperación es una modalidad del capitalismo de Estado, dice la oposición, remitiéndose al folleto de Lenin El impuesto en especie [53], razón por la cual la oposición no tiene fe en la posibilidad de utilizar la cooperación como asidero principal para el desarrollo socialista. La oposición comete también aquí un error gravísimo. Esta interpretación de la cooperación era suficiente y satisfactoria en 1921, cuando fue escrito el folleto El impuesto en especie, cuando no teníamos una industria socialista desarrollada, cuando Lenin concebía el capitalismo de Estado como posible forma fundamental de nuestra actividad económica y veía las cooperativas en conexión con el capitalismo de Estado. Pero hoy, este modo de tratar el asunto ya no basta y está superado por la historia, pues de entonces acá los tiempos han cambiado, la industria socialista se ha desarrollado, el capitalismo de Estado no ha echado raíces en la medida apetecida, y la cooperación, que hoy abarca más de una decena de millones de miembros, ha comenzado a ligarse ya con la industria socialista.

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    ¿Cómo, si no, puede explicarse que, ya a los dos años de haber escrito El impuesto en especie, es decir, en 1923, Lenin comenzase a considerar la cooperación de un modo distinto, entendiendo que “bajo nuestras condiciones, a cada paso la cooperación coincide plenamente con el socialismo”? (v. t. XXVII, pág. 396).

    ¿Cómo se explica esto si no es por el hecho de que durante estos dos años la industria socialista tuvo tiempo de desarrollarse, mientras que el capitalismo de Estado no arraigó lo bastante, razón por la cual Lenin comenzó a considerar la cooperación, ya no en conexión con el capitalismo de Estado, sino en conexión con la industria socialista?

    Las condiciones de desarrollo de la cooperación habían cambiado. Y, con ellas, tenía que cambiar también el modo de abordar el problema de la cooperación.

    He aquí, por ejemplo, un notable pasaje tomado del folleto de Lenin Sobre la cooperación (1923), que arroja luz en este problema:

    “En el capitalismo de Estado *, las empresas cooperativas se diferencian de las empresas capitalistas de Estado, en primer lugar, en que son empresas privadas y, cn segundo lugar, en que son empresas colectivas. Bajo nuestro régimen actual *, las empresas cooperativas se diferencian de las empresas capitalistas privadas por ser empresas colectivas, pero no se diferencian * de las empresas socialistas, siempre y cuando que se basen en la tierra y empleen medios de producción pertenecientes al Estado, es decir, a la clase obrera” (v. t. XXVII, pág. 396).

    En este breve pasaje se resuelven dos grandes problemas. Primero, el problema de que “nuestro régimen actual” no es el capitalismo de Estado. Segundo, el problema de que las empresas cooperativas, consideradas en conexión con “nuestro régimen”, “no se diferencian” de las empresas socialistas.


          * Subrayado por mí.

J. St.

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    Creo que es difícil expresarse con mayor claridad.

    Y he aquí otro pasaje tomado del mismo folleto de Lenin:

    “Para nosotros, el simple desarrollo de la cooperación se identifica (salvo la ‘pequeña’ excepción indicada más arriba) con el desarrollo del socialismo, y al mismo tiempo nos vemos obligados a reconocer el cambio radical producido en todo nuestro punto de vista sobre el socialismo” (v. lugar citado).

    Es evidente que el folleto Sobre la cooperación nos sitúa an te un nuevo modo de apreciar la cooperación, cosa que la “nueva oposición” no quiere reconocer, silenciándolo cuida dosamente, a despecho de la realidad, a despecho de la verdad evidente, a despecho del leninismo.

    Una cosa es la cooperación considerada en conexión con el capitalismo de Estado y otra cosa es la cooperación considerada en conexión con la industria socialista.

    Sin embargo, de esto no se puede sacar la conclusión de que entre el trabajo El impuesto en especie y el folleto Sobre la cooperación media un abismo. Esto es, naturalmente, falso. Basta con remitirse, por ejemplo, al siguiente pasaje tomado de El impuesto en especie, para comprender en seguida el lazo indisoluble que hay entre este trabajo y el folleto Sobre la cooperación, en lo que se refiere al modo de apreciar la cooperación. He aquí el pasaje en cuestión:

    “El paso de la práctica concesionista al socialismo es el paso de una forma de gran producción a otra forma de gran producción. El paso de la cooperación de los pequeños productores al socialismo es el paso de la pequeña producción a la gran producción, es decir, una transición más compleja, pero capaz, en cambio, de abarcar, en caso de éxito, a masas más extensas de la población, capaz de extirpar raíces más pro fundas y más vivaces de las vicjas relaciones presocialistas *, e incluso precapitalistas, que son las que más resistencia oponen a toda ‘innovación'” (v. t. XXVI, pág. 337).


          * Subrayado por mí.

J. St.

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    Por esta cita se ve que ya en el período de El impuesto en especie, cuando todavía no teníamos una industria socialista desarrollada, Lenin reputaba posible transformar la cooperación, en caso de éxito, en un poderoso medio de lucha contra las relaciones “presocialistas”, y, por tanto, contra lasrelaciones capitalistas también. Creo que fue precisamente esta idea la que le sirvió más tarde de punto de partida para su folleto Sobre la cooperación.

    Pero ¿qué se desprende de todo esto?

    De todo esto se desprende que la “nueva oposición” no aborda el problema de la cooperación de un modo marxista, sino de una manera metafísica. No ve en la cooperación un fenómeno histórico, enfocado en conexión con otros fenómenos, en conexión, por ejemplo, con el capitalismo de Estado (en 1921) O con la industria socialista (en 1923), sino como algo inmutable, plasmado de una vez para siempre, como una “cosa en sí”.

    De aquí provienen los errores de la oposición en el problema de la cooperación; de aquí su falta de fe en que el campo se desarrolle hacia el socialismo a través de la cooperación; de aquí su desviación hacia el viejo camino, hacia el camino de desarrollo capitalista del campo.

    Tal es, en términos generales, la actitud de la “nueva oposición” ante los problemas prácticos de la edificación socialista.

    Sólo cabe una conclusión: la línea de la oposición — en la medida en que tiene una línea –, las vacilaciones y titubeos de la oposición, su falta de fe en nuestra causa y su desorientación frente a las dificultades, llevan a la capitulación ante los elementos capitalistas de nuestra economía.

    En efecto, si la Nep es, fundamentalmente, un retroceso, si se pone en duda el carácter socialista de la industria de Estado, si el kulak es casi omnipotente, si hay que cifrar pocas

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esperanzas en la cooperación, si el papel del campesino medio baja en proporción progresiva, si el nuevo camino de desarrollo del campo es dudoso, si el Partido degenera o poco menos, y si la revolución en los países occidentales no está todavía cerca, ¿qué queda, después de todo esto, en el arsenal de la oposición?, ¿con qué cuenta la oposición para la lucha contra los elementos capitalistas de nuestra economía? Pues no se puede emprender la lucha contando solamente con la “Filosofía de la época”[54].

    Es evidente que el arsenal de la “nueva oposición”, si es que a eso se le puede llamar arsenal, no tiene nada de envidiable. No es un arsenal de armas para la lucha. Y mucho menos para el triunfo.

    Es evidente que el Partido se vería perdido en “un dos por tres” si se lanzara a la pelea con semejante arsenal. Tendría que capitular lisa y llanamente ante los elementos capitalistas de nuestra economía.

    Por eso, el XIV Congreso del Partido ha procedido con to do acierto al dejar sentado que “la lucha por el triunfo de la edificación socialista en la U.R.S.S. es la tarea fundamental de nuestro Partido”; que una de las condiciones para cumplir esta tarea es “la lucha contra la falta de fe en la edificación del socialismo en nuestro país y contra las tentativas de considerar a nuestras empresas, que son empresas ‘de tipo consecuentemente socialista’ (Lenin ), como empresas capitalistas de Estado”; que “semejantes corrientes ideológicas, al hacer imposible una actitud consciente de las masas ante la edificación del socialismo en general y de la industria socialista en particular, sólo sirven para frenar el desarrollo de los elementos socialistas de la economía y para facilitar la lucha del capital privado contra ellos”; y que “el Congreso considera, por tanto, necesario desplegar una amplia labor educativa con el fin

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de eliminar estas tergiversaciones del leninismo” (v. la resolución sobre el informe del C.C. del P.C.(b) de la U.R.S.S.[55]).

    La significación histórica del XIV Congreso del P.C.(b) de la U.R.S.S. consiste en que ha sabido poner al desnudo hasta sus raíces los errores de la “nueva oposición”, en que ha repudiado su falta de fe y sus lamentaciones, en que ha trazado clara y nítidamente el camino para seguir luchando por el socialismo, en que ha dado al Partido perspectivas de triunfo y, con ello, ha infundido al proletariado una fe inquebrantable en el triunfo de la edificación socialista.

25 de enero de 1926.

J. V. Stalin, Obras, t. VIII.

NOTAS

      [21] Véase pág. 3 del presente libro.    [pág. 162]

      [22] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXII.    [pág. 164]

      [23] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXV.    [pág. 164]

      [24] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXVIII.    [pág. 164]

      [25] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXI.    [pág. 164]

      [26] Véase pág. 53 del presente libro.    [pág. 165]

      [27] Lugar citado, pág. 34.    [pág. 168]

      [28] Lugar citado, pág. 138.    [pág. 168]

    pág. 967

      [29] Véase C. Marx y F. Engels, Mensaje del Comité Central a la Liga de los ComunistasObras Escogidas en dos tomos.    [pág. 168]

      [30] Véase pág. 124 del presente libro.    [pág. 176]

      [31] Lugar citado, pág. 108.    [pág. 184]

      [32] El II Congreso de la Internacional Comunista se celebró del 19 de julio al 7 de agosto de 1920, J. V. Stalin cita un pasaje del discurso pronunciado por V. I. Lenin “Sobre el papel del Partido Comunista”.    [pág. 185]

      [33] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXII.    [pág. 189]

      [34] Tsektrán: Comité Central del Sindicato Unico de Ferroviarios y de Trabajadores del Transporte Fluvial y Marítimo, constituido en septiembre de 1920. En este año y a principios de 1921, la dirección del Tsektrán se hallaba en manos de los trotskistas, que aplicaban en el trabajo sindical exclusivamente el método de la coerción y el de ordeno y mando. El Primer Congreso Unificado de toda Rusia de los ferroviarios y de los trabajadores del transporte fluvial y marítimo, celebrado en marzo de 1921, expulsó de la dirección del Tsektrán a los trotskistas, eligió un nuevo Comité Central del sindicato y trazó nuevos métodos de trabajo sindical.    [pág. 201]

      [35] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXII.    [pág. 202]

      [36] Las tesis del II Congreso de la Internacional Comunista sobre “El papel del Partido Comunista en la revolución proletaria” fueron aprobadas como resolución del Congreso (v. Ia resolución en el t. XXV de las Obras Completas de V. I. Lenin, págs. 560-566, 3a ed. en ruso).    [pág. 206]

      [37] Véase pág. 37 del presente libro.    [pág. 209]

      [38] Véase el folleto de J. V. Stalin Acerca de Lenin y el leninismo, pág. 60, ed. en ruso, 1924.    [pág. 209]

      [39] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXIII.    [pág. 210]

      [40] Véase la resolución de la XIV Conferencia del Partido “Sobre las tareas de la Internacional Comunista y del P.C.(b) de Rusia, en relación con el Pleno ampliado del Comité Ejecutivo de la Internacional Comunista” en “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 211]

      [41] Véase J. V. Stalin, Obras, t. VII.    [pág. 211]

      [42] Lugar citado, págs. 113 y 118-119.    [pág. 212]

      [43] Lugar citado, pág. 121.    [pág. 212]

      [44] Lugar citado, págs. 269-408.    [pág. 212]

    pág. 968

      [45] Se alude al Pleno del Comité Central del P.C.(b) de Rusia celebrado del 23 al 30 de abril de 1925. El Pleno ratificó las resoluciones aprobadas por la XIV Conferencia del P.C.(b) de Rusia, entre ellas una “Sobre las tareas de la Internacional Comunista y del P.C.(b) de Rusia, en relación con el Pleno ampliado del Comité Ejecutivo de la Internacional Comunista”, en la que se da la orientación marcada por el Partido en el problema del triunfo del socialismo en U.R.S.S. (v. “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 213]

      [46] Véase “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 219]

      [47] Se alude a la XIV Conferencia del P.C.(b) de Rusia, celebrada del 27 al 29 de abril de 1925.    [pág. 220]

      [48] La respuesta del Comité de Moscú del P.C.(b) de Rusia a la carta de la XXII Conferencia de la organización del Partido de la provincia de Leningrado, carta que era una maniobra fraccional de los partidarios de Zinóviev y Kámenev, fue publicada el 20 de diciembre de 1925 en el núm. 291 de Pravda.    [pág. 220]

      [49] Véase “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 223]

      [50] Véase págs. 6365 y 66 del presente libro.    [pág. 225]

      [51] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXIII.    [pág. 228]

      [52] Véase “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 229]

      [53] Véase V. I. Lenin, Obras Completas, t. XXXII.    [pág. 233]

      [54] “Filosofía de la época”. Título de un artículo antipartido escrito por Zinóviev en 1925. V. la crítica de este artículo en el t. VII de las Obras de J. V. Stalin.    [pág. 237]

      [55] Véase “El P.C.U.S. Resoluciones y acuerdos de los Congresos, Conferencias y Plenos del C.C.”, parte II.    [pág. 238]

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    ...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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