Una Rivoluzione contro le torture-Una Revolución contra las torturas

Una Rivoluzione contro le torture

Rafael Salas Cañizares, fusil en mano, junto a otros esbirros, provocaron las mayores torturas y asesinatos durante la dictadura batistiana en Cuba. Foto: Juventud RebeldeImage

Cañizares, fucile in mano, insieme ad altri sbirri, hanno messo in atto le più grandi torture e omicidi durante la dittatura di Batista a Cuba.

 Foto: Juventud Rebelde

pubblicata da Italia Cuba CampiFlegrei Napoli il giorno martedì 22 maggio 2012 alle ore 0.04 ·

Si lasciavano i prigionieri totalmente nudi ed orribilmente mutilati… Gli legavano un piede ad un albero e l’altro al paraurti di una jeep e si metteva in moto… Di fronte a queste barbarie fiorì l’etica della generazione martiana, che sconfisse la dittatura.

 

”Sono ormai pochissimi a conoscere fino a che punto si poteva resistere alla torture di un criminale come Esteban Ventura Novo”, assicura Orlando Fundora López, segretario generale del Sindacato Bancario prima del 1959, divenuto poi presidente del Movimento Cubano per la Pace.

Questo rivoluzionario un giorno cadde nelle mani di Ventura e dei suoi boia, il tenente Mirabal, capo del gruppo, Alfaro e Caro, membri del chiamato “duo della morte”.

”Caro mi diede un colpo sulla nuca, mi lanciò con la testa contro la scrivania di Ventura e sentii come una frattura cervicale. Mi trascinarono fino allo scantinato dove in seguito recuperai i sensi. ”

”Vidi dalla Quinta Stazione un bambino che scendeva cantando. Entrò nel patio, giusto dal punto dove mi trovavo io. Caro gli spense sulla testa il sigaro che stava fumando, ed il ragazzino salì gridando. Se questo lo facevano ad un bambino cosa dovevo aspettarmi per me? ”

”Questi due tizi apparvero impugnando un pezzo di tubo flessibile. Alfaro colpì la porta dei servizi igienici dello scantinato e la distrusse”. Era un evidente messaggio!: ”Tu sei quello che dobbiamo ammorbidire a forza di colpi”, gli disse Caro.

Alfaro gli si avvicinò al viso e gli sussurrò, minaccioso: ”Cosicché tu non sai niente di niente! ”.  Fece un salto ed allo stesso modo di come distrusse la porta, colpì con il tubo flessibile la spalla di Fundora fino alla schiena, che sentì quel pezzo di gomma rovente. Immediatamente cominciò a colpirlo più forte, non si sa per quanto tempo.

”La mia fermezza li fece infuriare, e Caro mi diede un pugno che quasi mi mise al tappeto. Caddi al suolo e udii quando diceva ad Alfaro: ”Con questo il trattamento deve essere più duro.”

”Poco dopo giunsero i due. Alfaro impugnava il tubo dal lato dell’impugnatura di bronzo. Caro si avvicinò e mi diede due schiaffi (…) Tolse il tubo ad Alfaro, lo impugnò al contrario e cominciò a colpirmi con la parte di bronzo. Provai a schivarlo, però il metallo mi colpì sul braccio sinistro e sull’osso del bacino.”

 

Fundora ha raccontato che nonostante ammortizzò un pò il colpo, gli diedero una violenta ginocchiata nei testicolo che gli provocò un dolore tale da farlo vomitare. Vomitò sangue per ore.Torturare ed uccidere era un mestiere.

”Il massacro cominciato dai principali torturatori e sbirri della dittatura, il 20 novembre del 1958, a Cabañas, allora Pinar del Río, fu un vero incubo”.

Lo ricorda René González Novales (El Rubio), nato in quella zona il 17 ottobre 1939, combattente della lotta clandestina e dell’Esercito Ribelle, oggi colonnello in pensione delle FAR.

Ha ricordato che il capitano Leovigildo Iturriaga, il capo dello Squadrone di Bahía Honda; il tenente Armando Casola; i sergenti Capó, Julián Hernández e Pedro de la Carrazana; i capi Lara e Cándido Cordero Díaz, ed il soldato Papito Rivero, tutti, al pari dei loro capi, furono dei mostri.

 

”Gareggiarono tra di loro per vedere chi utilizzava i metodo di tortura e di assassinio più barbari, a chi uccideva più contadini, lavoratori e giovani indifesi ed innocenti.

Tra le vittime ci furono quattro gruppi di fratelli: tre coppie ed un terzetto: Juan ed Enrique Pérez Ledesma; Domingo e Vicente Álvarez Núñez; Bernardino e José Isabel Miranda Aguirre. E Leandrino, Modesto e Leovigildo Trujillo Negrín”.

Dei 22 uomini uccisi, 14 erano giovani; quattro maggiori di 40 anni, senza arrivare ai 50, e quattro maggiori di questa età. A Leovigildo Trujillo Negrín gli legarono un piede ad un albero, e l’altro al paraurti di una jeep che fecero partire, rompendolo letteralmente in due.  Il suo cadavere non fu mai ritrovato. A Gonzalo Rivero Miranda -dopo averlo torturato selvaggiamente- gli aprirono la testa in due, con un violento colpo di machete.

A Regino Ramos Ramos gli legarono un filo spinato lungo i fianchi, compiendo un macabro gioco, torcendolo fino a squarciarlo e provocarne la morte, con piena lucidità.

Ai fratelli Bernardino e José Isabel Miranda Aguirre li colpirono tante volte che in seguito fu molto difficile riconoscerli. Furono ritrovati in una campo di canna da zucchero, tra San Claudio e Ricompensa. Isidoro Roque Cordero, Roberto Nodarse Blanco, Francisco Rodríguez Valdés (El Tabaquero) e Modesto Trujillo Negrín furono impiccati, dopo averli presi presso le proprie case, davanti ai propri familiari, a Cabaña, e torturati.

I criminali portarono le vittime fuori dalla Caserma di Cabaña, vestiti con uniformi, affinché nessuno capisse quello che preparavano. Dopo, nella solitudine della montagna, li torturarono, impiccarono e li seppellirono il luoghi appartati.

Ad Isidoro Roque Cordero rubarono i 70 pesos che aveva addosso.

Il cadavere di Francisco Rodríguez Valdés fu ritrovato completamente nudo ed orribilmente mutilato: con le mani legate, gli tagliarono i testicoli e glieli legarono al collo.

Nella tenuta Guasimal, nella Cañada di El Chivo, furono scoperte due fosse, con sette cadaveri. Il ritrovamento fu fatto dai fratelli Jesús e Narciso Portales, contadini della regione. È triste sapere che una donna, Evarista Roque Cordero, scoprì tra i cadaveri suo marito Domingo Álvarez Núñez e suo fratello Isidoro. È inoltre doloroso sapere che uno dei cadaveri ritrovati -dopo il trionfo della Rivoluzione- era Gonzalo Álvarez, che aveva avuto tra le vittime due figli ed un genero.

A Marcos Antonio Lafá lo portarono alla caserma di Cabañas e due giorni dopo fu torturato ed assassinato. A Hugo García Lombillo lo torturarono senza pietà e lo assassinarono sul ponte di El Bongo. Lo lanciarono nel fiume, dentro un sacco.

Furono inoltre torturati ed impiccati Pedro Torres Conde, Carmelo Barrios Montes, José Trujillo Rodríguez, Octavio Campos Concepción, José Benito Díaz e Celestino Moreno Fiallo. Quel massacro non potrà essere dimenticato. Loro furono una piccola parte degli oltre 20.000 cubani assassinati dalla sanguinaria dittatura di Batista. Contro tutto questo si fece la Rivoluzione!

[Fonti: “I miracoli non si ripetono”, testimonianza di Orlando Fundora López, mercoledì 13 maggio 2009, pagina 4. “quando uccidere era un mestiere” evocazioni del colonnello in pensione René González Novales, veterano della lotta clandestina e dell’Esercito Ribelle, domenica 23 novembre 2008, pagina 8. “Espedienti degli sconfitti” ricerca della specialista dell’Istituto di Storia di Cuba Marilú Uralde Cancio, 21 luglio 2005, pagina 4. “È morto il boia”, studio di Wilfredo Sánchez Núñez, 24 maggio 2001. Queste quattro interviste sono dell’autore. E “Fontán, lealtà a prova di tutto” articolo di Delfín Xiqués, Granma, giovedì 7 febbraio 2008]

(Luis Hernández Serrano – Trad. Granma Int.).http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2012-05-17/una-revolucion-contra-las-torturas/

na Revolución contra las torturas

Se dejaba a los prisioneros totalmente desnudos y horriblemente mutilados… Les ataban un pie a un árbol y el otro a la defensa de un jepp y lo echaban a andar… Frente a ese salvajismo creció la ética de la generación martiana, que derrotó a la dictadura

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Luis Hernández Serrano
serrano@juventudrebelde.cu
17 de Mayo del 2012 23:17:49 CDT

«Ya muy pocos saben hasta dónde se podían resistir las torturas de un criminal como Esteban Ventura Novo», asegura Orlando Fundora López, antes de 1959 secretario general del Sindicato Bancario, quien fuera presidente del Movimiento Cubano por la Paz.

Este revolucionario cayó un día en manos de Ventura y de sus verdugos, el teniente Mirabal, jefe de grupo, así como Alfaro y Caro, miembros del conocido «Dúo de la muerte».

«Caro me dio una trompada por la nuca, me tiró de cabeza contra el buró de Ventura y sentí como una fractura cervical. Me arrastraron hasta un sótano donde después recobré el conocimiento.

«Vi desde la Quinta Estación a un niño que bajaba cantando por Desagüe. Entró al patio por el lugar donde yo estaba. Caro le pegó en la cabeza el tabaco que fumaba, y el muchacho salió gritando. Si eso le hacían al niño, ¿qué podría esperar para mí?

«Esos dos tipos se aparecieron con un trozo de manguera cada uno. Alfaro le dio un manguerazo a una puerta de los servicios sanitarios de aquel sótano y la desbarató. ¡Era un evidente mensaje!: “Tú eres de los que hay que ablandar a golpes”», le dijo Caro.

Alfaro se le acercó a la cara y le susurró, amenazador: «¡Así es que tú no sabes nada de nada!». Dio un salto y como mismo destrozó la puerta, le dio un manguerazo por el hombro a Fundora que le llegó a la espalda, y sintió que aquella goma estaba como hirviendo. Inmediatamente comenzó a pegarle más duro, no se sabe qué tiempo.

«Mi firmeza los encabronó, y Caro me dio un tremendo puñetazo que casi me noqueó. Caí al suelo y oí cuando le decía a Alfaro: “Con este la candela tiene que ser más brava”.

«Poco después llegaron los dos. Alfaro tenía la manguera agarrada por la empuñadura de bronce. Caro se me acercó y me dio dos galletazos (…) Le arrebató la manguera a Alfaro, la agarró al revés y comenzó a darme con la parte de bronce. Traté de esquivarlo, pero el metal me dio en el brazo izquierdo y en el hueso de la cadera».

Contó Fundora que aunque lo amortiguó un poco, le dieron un violento rodillazo en los testículos que le provocó tal dolor que terminó vomitando. Durante muchas horas arrojó sangre.

Torturar y matar era un oficio

«La masacre iniciada por los principales torturadores y esbirros de la dictadura, el 20 de noviembre de 1958, en Cabañas, entonces Pinar del Río, fue una verdadera pesadilla».

Lo evocó René González Novales (El Rubio), nacido en aquella zona el 17 de octubre de 1939, combatiente de la lucha clandestina y del Ejército Rebelde, y hoy coronel en retiro de las FAR.

Recordó que el capitán Leovigildo Iturriaga, jefe del Escuadrón de Bahía Honda; el teniente Armando Casola; los sargentos Capó, Julián Hernández y Pedro de la Carrazana; los cabos Lara y Cándido Cordero Díaz, y el soldado Papito Rivero, todos, igual que sus jefes, fueron unos monstruos.

«Compitieron entre sí para ver quién utilizaba los métodos de tortura y asesinato más bárbaros, y quién mataba a más campesinos, trabajadores y jóvenes indefensos e inocentes. Entre los muertos había cuatro conjuntos de hermanos: tres pares y un trío: Juan y Enrique Pérez Ledesma; Domingo y Vicente Álvarez Núñez; Bernardino y José Isabel Miranda Aguirre. Y Leandrino, Modesto y Leovigildo Trujillo Negrín».

De los 22 asesinados, 14 eran jóvenes; cuatro mayores de 40 años, sin llegar a los 50, y cuatro mayores de esa edad. A Leovigildo Trujillo Negrín le ataron un pie a un árbol, y el otro a la defensa de un jepp que echó a andar, partiéndolo en dos. Su cadáver jamás apareció. A Gonzalo Rivero Miranda —luego de torturado salvajemente— le abrieron la cabeza en dos mitades, de un violento machetazo.

A Regino Ramos Ramos le amarraron un alambre de púas alrededor de la cintura, haciéndole un siniestro “tortor” con un trozo de madera dura hasta reventarlo y provocarle la muerte, en plena lucidez.

A los hermanos Bernardino y José Isabel Miranda Aguirre les dieron tantos golpes que resultó muy difícil reconocerlos después. Aparecieron tirados en un chucho de caña, entre San Claudio y Recompensa. Isidoro Roque Cordero, Roberto Nodarse Blanco, Francisco Rodríguez Valdés (El Tabaquero) y Modesto Trujillo Negrín fueron ahorcados, luego de sacarlos de sus domicilios, delante de sus familias, en Cabañas, y de torturarlos.

Los criminales sacaron a sus víctimas del Cuartel de Cabañas, vestidos de uniforme, para que nadie se diera cuenta de lo que preparaban. Después, en la soledad de los montes, los torturaron, ahorcaron y enterraron en lugares apartados. A Isidoro Roque Cordero le robaron 70 pesos que tenía.

El cadáver de Francisco Rodríguez Valdés apareció totalmente desnudo y horriblemente mutilado: con las manos atadas, le cortaron los testículos y se los amarraron al cuello.

En la finca Guasimal, en la Cañada de El Chivo, se encontraron dos fosas, con siete cadáveres. El hallazgo fue hecho por los hermanos Jesús y Narciso Portales, campesinos de la región. Es muy triste saber que una mujer, Evarista Roque Cordero, halló entre los cadáveres a su esposo Domingo Álvarez Núñez y a su hermano Isidoro. Y también es doloroso conocer que uno de los desenterrados —ya al triunfo de la Revolución— era Gonzalo Álvarez, quien tenía a dos hijos entre los muertos: Domingo y Vicente, y a un yerno.

A Marcos Antonio Lafá lo llevaron al cuartel de Cabañas y dos días más tarde fue torturado y asesinado. Y a Hugo García Lombillo lo torturaron sin piedad y lo asesinaron en el puente de El Bongo. Lo tiraron al río, metido en un saco de yute.

También fueron torturados y ahorcados Pedro Torres Conde, Carmelo Barrios Montes, José Trujillo Rodríguez, Octavio Campos Concepción, José Benito Díaz y Celestino Moreno Fiallo. Aquella masacre no podrá ser olvidada. Ellos fueron una ínfima parte de los más de 20 000 cubanos asesinados por la sangrienta dictadura de Batista. ¡Contra todo eso se hizo la Revolución!

Fuente: «Los milagros no se repiten», testimonio de Orlando Fundora López, JR, miércoles 13 de mayo 2009, página 4. «Cuando matar era un oficio», evocación del coronel en retiro René González Novales, veterano clandestino y del Ejército Rebelde, JR, domingo 23 de noviembre de 2008, página 8. «Expediente de los derrotados», investigación de la especialista del Instituto de Historia de Cuba Marilú Uralde Cancio, JR, 21 de julio 2005, página 4. «Ha muerto el verdugo», estudio de Wilfredo Sánchez Núñez, JR, 24 de mayo de 2001). Estas cuatro entrevistas son del autor. Y «Fontán, lealtad a toda prueba», artículo de Delfín Xiqués, Granma, jueves 7 de febrero 2008.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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