La transizione al socialismo /Questioni di metodo e di sostanza/La transición hacia el socialismo, las cuestiones de método y de sustancia

La transizione al socialismo ; Questioni di metodo e di sostanza

di Amedeo Curatoli

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In Unione Sovietica c’è mai stato il socialismo? Oppure – accantonata la parentesi romantica (e incruenta) della presa del Palazzo d’Inverno – nei mesi successivi all’Ottobre e negli anni seguenti al 1917 non è accaduto nulla di nuovo sotto il sole che illumina le vaste terre sovietiche? Insomma, lì in Urss si è realizzato un “socialismo” oppure un “capitalismo” (magari di Stato)?

La stessa domanda vale per la Cina: cosa sta accadendo in quel grande paese dell’Estremo Oriente: stanno tentando vie nuove, inedite, di edificazione “socialista”, oppure è tutto un imbroglio, si tratta, anche lì, solo e sempre di “capitalismo” (magari ancora più feroce di quello a cui siamo abituati noi)?

Tralasciamo per ora la Cina e occupiamoci dell’Unione Sovietica. L’occasione ce la dà un da poco nato Centro Studi sulla Transizione (al socialismo nell’Urss) cui hanno dato il loro contributo molti compagni, fra i quali diversi professori universitari. Questo centro studi – si suppone – alla fine dovrà sciogliere l’enigma ed emettere un verdetto: SI, in Urss la “transizione” al socialismo c’è stata; oppure NO, “credevano” di fare qualcosa che somigliasse al socialismo, ma si è trattato di “altro” (vale a dire: capitalismo sotto mentite spoglie). Ora, prima di svolgere delle riflessioni su alcuni saggi scritti per l’occasione, potrebbe essere utile ripercorrere, fugacemente, la storia della grande polemica che si sviluppò in Urss dal 1924 al 1927, una polemica di carattere teorico di importanza cruciale, potremmo dire di portata storica, poiché l’esito di quella discussione avrebbe investito il destino stesso dell’Unione Sovietica. La divergenza verteva proprio sul punto specifico sul quale, a quanto pare, si dovrebbe esprimere il suddetto Centro Studi sulla Transizione: è (è stato) possibile costruire il socialismo in un solo paese in assenza dello scoppio della rivoluzione almeno in alcuni paesi avanzati dell’Occidente, oppure non è (non è stato) possibile?

Dicevamo che il contrasto divampò nell’arco di tempo di 4 anni, dal ‘24 al ‘27, ma esso ebbe i suoi prodromi in anni precedenti, e protagonisti e fautori delle due posizioni teoriche contrapposte furono Trotski da una parte e Lenin dall’altra. Dire che fu Stalin ad “inventarsi” il socialismo in un solo paese è un falso storico di Trotskij e dei suoi discepoli. Maitan, che è un autorevole esponente del trotskismo italiano, dice: “Questa teoria del socialismo in un solo paese , come è noto (??) era stata enunciata per la prima volta da Stalin, ispirato da Bucharin, nell’autunno del 1924 e Trotskij vi si era immediatamente opposto” (L.Maitan: “Destino di Trotski” – Rizzoli pag.73). Ma come andarono effettivamente le cose?

Nel 1906, nel saggio “La nostra rivoluzione”, Trotski, che si occupò della questione ben 18 anni prima di quando afferma Maitan, scrisse: “Senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere, la classe operaia della Russia non potrà né mantenersi al potere né trasformare il suo dominio provvisorio in una dittatura socialista durevole. Non si può dubitare nemmeno un istante” (cit. da Stalin, Opere complete, edizioni Rinascita, vol. 7° pag. 131). E bisogna dire che per tutta la sua vita, effettivamente, “nemmeno per un istante” Trotskij ebbe dubbi o ripensamenti su quest’idea. Alcuni anni dopo, in un articolo che dimostrava l’erroneità della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (sostenuta da Trotskij) Lenin spiegò che avanzare una simile prospettiva “potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese”. Più avanti aggiunse: “L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente”. (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 556). Nella sua polemica risposta, Trotskij ammetteva sì che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo avrebbe potuto produrre provvisoriamente la comparsa di una sola rivoluzione sociale vittoriosa, tuttavia aggiungeva: “Considerare le prospettive della rivoluzione sociale nel quadro nazionale significherebbe diventare vittime di quella stessa grettezza nazionale che costituisce l’essenza del socialpatriottismo” Qui Trotskij taccia Lenin implicitamente di “grettezza nazionale” e “social-patriottismo” proprio perché Lenin (e non Stalin) enunciò a chiare lettere la tesi della possibilità del socialismo in un solo paese. Siamo nel 1915, mancavano 2 anni alla rivoluzione, la divergenza su questo argomento era soltanto occasionale, e, necessariamente, di carattere puramente teorico. Né Trotskij (che entrò nel partito bolscevico pochi mesi prima dell’Ottobre), osò riproporla, apertamente, come suo cavallo di battaglia, all’indomani della conquista del potere. La mole di decisioni da prendere era davvero gigantesca, e il carattere delle scelte politiche, in quei primi anni terribili ma anche esaltanti, era emergenziale: l’emergenza assolutamente primaria consisteva nel salvare, a qualunque costo, la giovane repubblica dei Soviet dagli imperialisti e dalle Guardie bianche. Tuttavia ancora in altre tre occasioni, nel 1921, 1922 e 1923 la polemica Trotskij-Lenin, sotterranea e non ancora dirompente (acquisterà questo carattere solo nel confronto con Stalin) ebbe per oggetto, di nuovo, la questione della possibilità di edificazione del socialismo. Nel 1921, dopo la vittoria nella guerra civile contro i generali bianchi, quando all’ordine del giorno vennero posti i problemi della edificazione, Lenin definì la Nuova politica economica (Nep) come via che conduceva alla vittoriosa edificazione del socialismo, e qualche mese dopo Trotskij, nella prefazione all’opuscolo “Il 1905” enuncia una tesi opposta dichiarando che “le contraddizioni nella situazione del governo operaio, in un paese arretrato, con una maggioranza schiacciante di popolazione contadina, potranno trovare la loro soluzione soltanto su scala internazionale, sull’arena della rivoluzione mondiale del proletariato” (Cit. da: Stalin, vol. 7° pag. 232). Un anno dopo, alla dichiarazione di Lenin fatta ad un plenum del Soviet di Mosca secondo cui “Dalla Russia della Nep nascerà la Russia socialista”, Trotskij rispose, nel poscritto al “Programma di pace”: “Un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa” (Ibid. pag. 232). Infine, siamo nel 1923, poco prima di morire, nell’articolo “Sulla cooperazione” Lenin ribadì, inequivocabilmente, che nell’Unione Sovietica esisteva “tutto ciò che è necessario per costruire una società socialista integrale” (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 1798). E’ opportuno anche ricordare (ma solo di sfuggita, se no rischiamo di andare fuori tema) che Trotskij, in questo stesso arco di tempo, anche su altre questioni di grande portata ebbe contrasti con Lenin, e cioè sia sulla firma della pace di Brest-Litovsk sia sulla valutazione della Nep. Sulla prima questione egli assunse un atteggiamento classicamente ultrasinistro poiché, in contrasto con le decisioni prese dal Comitato centrale di firmare immediatamente la pace, con la sua linea temporeggiatrice “né pace né guerra”, egli che era il negoziatore a Brest, fu responsabile di immense perdite territoriali, nel senso che diede tempo, di fatto, alla Germania, di conquistare Lettonia, Estonia e di far staccare dalla neonata Repubblica sovietica l’Ucraina divenuta “protettorato tedesco” cioè uno stato vassallo della Germania. Fu questa la più grave divergenza scoppiata nel partito bolscevico ma – per onorare la verità della storia – il portabandiera dell’opposizione irriducibile alla firma di pace fu Bucharin, e Trotskij si mise “dietro” quella bandiera. Sulla seconda questione (la valutazione della Nep), Trotski mostrò l’altro lato della sua personalità, opposto e simmetrico all’estremismo: egli che non aveva alcuna fiducia nelle possibilità di edificazione socialista, dopo la svolta che metteva fine al “comunismo di guerra” ed inaugurava la Nep, propugnava grandi concessioni al capitale privato sotto forma di società miste per azioni.

La malattia e la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, diedero un’accelerazione, per così dire, all’iniziativa di Trotskij. Anche in questa occasione egli non si smentì: senza valutare i rapporti di forza interni, e definendo la maggioranza del partito “la frazione capeggiata da Stalin” andò ad una guerra decisa e determinata, volta a conquistare di slancio (poiché riteneva presumibilmente del tutto maturi i tempi) la leadership del partito bolscevico. Fu quest’errore di valutazione che lo spinse a rendere irrimediabilmente antagonistici i suoi rapporti con il partito di Lenin: egli usò un linguaggio talmente violento, e lanciò delle accuse così gravi, da distruggere ogni possibilità di ritorno indietro. Fu una lotta all’ultimo sangue, senza spazi di mediazione. Trotskij non solo accusò Stalin di essere l’artefice di un Termidoro (cioè di una controrivoluzione), ma, coerentemente con questa analisi affermò pure che, in caso di attacco all’Urss, anche se il nemico era a 80 chilometri da Mosca, anzi proprio per questo, dovere dei veri rivoluzionari (cioè di coloro che condividevano le sue idee) consisteva nello “spazzare via il pattume” “nell’interesse della vittoria dello stato operaio”. Il ‘pattume’ era, ovviamente, la maggioranza del partito. Espose questa tesi in una lettera inviata ad un membro (che non era neanche di parte trotskista!) della Commissione centrale di controllo (citata in: Stalin, op. complete, vol. 10° pag. 62). In questa lettera egli paragonava la futura azione dei “veri rivoluzionari” al comportamento che, all’inizio della Prima guerra mondiale, ebbe Clemenceau, un energico uomo politico francese, che, con i tedeschi a 80 chilometri da Parigi, estromise dal potere i membri del precedente governo. Il fatto che Trotskij con la sua famosa ‘tesi Clemenceau’ – così passerà alla storia – parlasse apertamente di un possibile colpo di Stato in caso di attacco all’Urss, rivela non solo il clima rovente e – ripetiamo – irrimediabilmente antagonista che egli impresse alla polemica, ma anche il suo incredibile soggettivismo che lo indusse a ritenere se stesso, a dispetto dell’andamento concreto della lotta in seno al partito e all’Internazionale comunista (in cui era in assoluta minoranza), il salvatore delle sorti della Rivoluzione proletaria.

Non fu, quello, uno scontro basato semplicemente su scambi di accuse roventi come vuol far credere non solo la storiografia trotskista ma anche quella socialdemocratica o borghese, le quali ultime, nella quasi totalità, danno credito a Trotskij perché sono schierate (per la convenienza strumentale che alimenta la lotta di classe anche nel campo della storiografia) dalla parte di Trotski. Non si trattò di una lite, ma di un grandioso dibattito, fu una battaglia politica e ideologica che si dispiegò in campo aperto, su posizioni teoriche contrapposte ma chiaramente enunciate, non dissimulate dal politichese e dal ‘fair play’ che è nel nostro stile di comunisti occidentali. La lotta si svolse sul terreno della “Rivoluzione permanente” da una parte, e del leninismo dall’altra: lo scontro passò al vaglio di ben 3 Congressi (13°,14°, 15°) e due Conferenze nazionali di partito. Questa polemica investì il movimento comunista mondiale: in quegli anni si svolsero anche diverse runioni del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nei quali si riverberò il contrasto di linee che si svolgeva nel partito sovietico. Nel 1925, quando in Italia c’era già la dittatura fascista, nelle cellule clandestine del Pcd’I si studiava un opuscolo dal titolo “Materiale per il congresso N. 3” (congresso che si svolgerà a Lione l’anno successivo). Questa pubblicazione conteneva, per intero, “Le lezioni dell’Ottobre” di Trotski (scritto in polemica soprattutto contro Zinoviev e Kamenev) nonché una sua lettera a Olminski “sulle sue divergenze di vedute con il Partito bolscevico”; vi era poi una breve “postilla” di Kamenev a questa lettera e un articolo della Pravda dal titolo: “Come non si deve scrivere la storia della Rivoluzione di Ottobre” (Reprint Feltrinelli, 51 pagine). Dunque, i partiti comunisti erano perfettamente informati dei termini dello scontro in corso. I militanti comunisti di ogni paese, lungi dall’essere marionette plagiate e orientate dalla longa manus di un deus ex-machina (Stalin), versione tanto stupida (e offensiva della intelligenza dei comunisti) quanto ridicolmente infantile, scelsero “da che parte stare” sulla base di un confronto di documenti originari. Kamenev, che insieme a Zinoviev era la punta di lancia della critica (meglio sarebbe dire della controffensiva) nei riguardi di Trotskij, scrisse, nella suddetta postilla: “La pretesa di Trotskij di trasformare il leninismo per atteggiarsi a creatore della sola teoria rivoluzionaria giusta si manifesta nettamente in questa lettera; essa è così ridicola, ha un carattere sì apertamente personale che non vale neanche più di discuterne. La lettera di Trotskij ha confermato definitivamente le peggiori supposizioni” (Op.cit. pag. 41). Giova anche ricordare che Kamenev e Zinoviev, i quali avevano un largo seguito nel Comitato provinciale di Leningrado, nel 1924 proposero di espellere dal partito Trotskij. Il Comitato centrale vi si oppose, ma qualche tempo dopo Kamenev ne chiese, questa volta, l’esclusione dall’Ufficio politico. Anche allora il Comitato centrale respinse la proposta. Al 14° Congresso del partito (1925), nel ricordare questi episodi, Stalin disse: “Non fummo d’accordo con Zinoviev e Kamenev, perché sapevamo che la politica dell’amputazione comportava gravi pericoli per il partito, che il metodo dell’amputazione, il metodo del salasso – ed essi chiedevano sangue – era pericoloso, contagioso” (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 430).

Inaspettatamente, da che erano i più decisi oppositori di Trotskij (“chiedevano sangue”) Zinoviev e Kamenev con una scandalosa operazione che oggi definiremmo “politicista” si convertirono, di lì a poco, al trotskismo, al punto che, al 14° Congresso, si assunsero l’onere di difendere e rilanciare le tesi trotskiste in una controrelazione di Zinoviev (pubblicata dagli Editori Riuniti a cura di Lisa Foa). Ma come poté accadere? Evidentemente, anche loro, considerate insormontabili le difficoltà di andare avanti nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, persero la fiducia nella possibilità di costruire il socialismo, e, inevitabilmente, forzatamente, si allearono con l’avversario di ieri, con colui che prima di loro e meglio di loro si era battuto da sempre per dimostrare la tesi dell’impossibilità di edificare il socialismo in Urss senza il soccorso di altre rivoluzioni vittoriose. Ma perché quest’operazione di “trasloco” verso le posizioni trotskiste potesse passare senza suscitare troppo sconcerto, Trotski perdonò Zinoviev e Kamenev per le critiche che costoro gli mossero in passato, e questi ultimi, a loro volta, perdonarono Trotskij per gli attacchi che egli fece loro. Infatti, nel luglio 1926 Zinoviev dichiarò: “Noi diciamo che oggi non vi può essere più alcun dubbio che il nucleo fondamentale dell’opposizione del 1923 (allude alle “Lezioni dell’Ottobre” di Trotskij) come ha dimostrato l’evoluzione della linea direttiva della frazione (vale a dire della maggioranza del Comitato Centrale) ha messo giustamente in guardia contro i pericoli di uno spostamento dalla linea proletaria e contro il minaccioso sviluppo del regime di burocrazia di partito”. Nello stesso mese, Trotskij dichiarò: “Non v’è dubbio che nelle ‘Lezioni dell’Ottobre’ ho legato gli spostamenti opportunistici della politica ai nomi di Zinoviev e Kamenev. Come testimonia l’esperienza della lotta ideologica in seno al Comitato Centrale, questo è stato un errore grossolano. La spiegazione di questo errore consiste nel fatto che io non avevo la possibilità di seguire la lotta ideologica in seno al gruppo dirigente dei sette e di accertare con tempestività che gli spostamenti opportunistici erano provocati dal gruppo capeggiato dal compagno Stalin, contro i compagni Zinoviev e Kamenev” (Cit. in Stalin, Opere complete, vol. 8° pag. 290-291). Il commento di Stalin fu che Trotskij rinnegò apertamente le sue ‘Lezioni dell’Ottobre’ accordando “un’amnistia” a Zinoviev e Kamenev in cambio dell’ “amnistia” accordata a Trotskij da Kamenev e Zinoviev. Definì tutta questa operazione un “mercato diretto e aperto, senza princìpi”.

La teoria dell’impossibilità del socialismo in un solo paese che fu contrastata dalla maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, e in prima persona da Stalin, si andò arricchendo, nel corso degli anni, di nuovi elementi. Questa teoria, che la stessa pratica quotidiana del potere sovietico smentiva sistematicamente, aveva bisogno di essere puntellata con sempre nuovi argomenti.

Kamenev, per esempio, nel 1926, affermò che Lenin (nell’articolo del 1915 che più su abbiamo ricordato contro la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa), quando scrisse che era possibile il socialismo in un solo paese, alludeva non alla Russia ma ad altri paesi capitalistici! Si trattava di un’evidente falsificazione del pensiero di Lenin, era il misconoscimento della passione, della determinazione, dell’audacia di guardare in avanti, del disprezzo delle idee dogmatiche e libresche che caratterizzarono la “prassi” di questo grande rivoluzionario. Egli mostrò di avere queste doti massimamente quando agì da statista, quando diede prova di saper legare il marxismo al socialismo (i cui destini sono intimamente connessi). Non sopportava lo scolasticismo, i richiami dogmatici al socialismo preconizzato da Marx, ma valutava sempre con grandiosa lucidità le condizioni storiche determinate, concrete in cui si svolgeva la vicenda della lotta di classe interna e internazionale (i meriti del Lenin statista saranno riconosciuti anche da storici non marxisti, come Carr). Dunque, l’affermazione di Kamenev che Lenin a tutto pensava tranne che alla Russia (quando enunciò la teoria del socialismo in un solo paese) rivela che l’opposizione trotskista, pur di avvalorare la propria tesi, non si sarebbe fermata di fronte a nulla.

In quello stesso periodo, cioè dopo nove anni di esistenza e “buona salute” dell’Urss, Trotskij, avvertendo evidentemente il peso della smentita delle sue catastrofiche previsioni, tentò di cavarsela con un nuovo argomento. Sì, è vero, egli affermò, dissi in passato che il potere sovietico non avrebbe potuto far fronte ad un’Europa conservatrice, ma l’Europa di oggi non è più conservatrice ma liberale (come a dire: ieri avevo ragione, ma oggi la “fase” è mutata)! “E quale importanza può avere – rispose polemicamente Stalin – per l’integrità e la sicurezza della nostra repubblica questa ‘sottile’ e ridicola distinzione fra un’Europa conservatrice e un’Europa ‘liberale’? Forse la Francia repubblicana e l’America democratica non sono ugualmente intervenute contro il nostro paese nel periodo di Kolciak e Denikin, non meno dell’Inghilterra monarchica e conservatrice?” (Stalin, cit. pag. 417).

Trotskij arrivò finanche ad abbandonare il suo originario argomento forte che poggiava sulle contraddizioni interne, sulle contraddizioni fra il proletariato e i contadini ritenute insuperabili e quindi foriere di un sicuro fallimento della possibilità del socialismo in Urss. Rinunciò a questa tesi sostituendola con un’altra: sottolineò le contraddizioni esterne, quelle che opponevano l’economia dell’Urss da una parte, all’economia mondiale capitalistica dall’altra, anch’esse ritenute insuperabili data la (presunta da Trotskij) onnipotenza del capitalismo mondiale.

Questo grande dibattito investì, come dicevamo all’inizio, il destino dell’Urss. Trotskij era un uomo d’azione, uno che intendeva tradurre in linea politica concreta i suoi convincimenti teorici e politici: quando disse che la rivoluzione russa “getterà sul piatto della bilancia della lotta di tutto il mondo la sua colossale forza statale e politica” (cit. da Stalin vol. 8° pag.347) in queste parole vi sono le premesse di una possibile politica avventurista che avrebbe potuto tramutarsi in una catastrofe. Trotskij non scherzava, se fosse prevalsa la sua linea, a giudicare dalla visione della rivoluzione proletaria che egli aveva, e di cui era portatore convinto e determinato, non avrebbe proposto ai bolscevichi di abbandonare il potere. Cosa che invece fu detta in una risoluzione del Comitato di Mosca, redatta da “autentici comunisti” che recitava testualmente: “Noi crediamo sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet che sta diventando ormai puramente formale” e che Lenin bollò come “cosa strana e mostruosa” (Lenin, Opere complete ,vol 27  editori Riuniti, pag.53). Che Trotskij fosse un uomo d’azione e non semplicemente il teorico della Rivoluzione permanente, lo dimostrò inequivocabilmente quando divenne il capo indiscusso e carismatico della rete cospirativa segreta che egli dirigeva da Città del Messico, nella quale confluirono le opposizioni interne, fossero esse di “destra” o di “sinistra” ma che erano tutte accomunate dall’assoluta mancanza di fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Anche Bucharin, nel corso della lotta al trotskismo, perse questa fiducia, ed egli, come precedentemente accadde a Zinoviev e Kamenev, fu inevitabilmente sospinto, data la logica ferrea della lotta frazionistica che si svolgeva in quelle condizioni storiche, a mettersi sotto la direzione di Trotskij nell’impresa cospirativa. Immersi ormai in un ignobile lavoro clandestino antisovietico di sabotaggio e terrorismo politico a tutti i livelli, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Tukacevskij (degli alti gradi dell’Armata Rossa), Yagoda (vice capo dei Servizi segreti) – per citare gli esponenti più in vista – divennero uomini a doppia faccia, persone che nei loro cupi conciliaboli, giudicavano i succesi delle realizzazioni sovietiche alla stregua di loro sconfitte personali, salvo poi a magnificarle ipocritamente in riunioni ufficiali. Al primo processo di Mosca (che fu, come gli altri due successivi, un processo pubblico seguito dalla stampa mondiale presente in aula) contro il centro clandestino Trotskij-Zinoviev, quest’ultimo confessò: “Nella seconda metà dell’anno 1932 noi abbiamo capito che i nostri calcoli sulla possibilità di veder aumentare le difficoltà nel paese fallivano. Cominciammo a comprendere che il Partito e il suo Comitato centrale vincevano progressivamente queste difficoltà. Ma durante l’anno 1932, noi bruciavamo d’odio contro il Comitato Centrale del Partito e contro Stalin”. A sua volta, Kamenev dichiarò: “Non ci rimanevano che due vie possibili: o liquidare la nostra lotta…oppure continuarla, ma senza poter più contare su un qualsiasi sostegno delle masse, senza l’appoggio di una piattaforma politica, senza possedere una bandiera, ossia ricorrendo solo al terrore politico. E questa seconda strada è quella che noi abbiamo scelto. Questa decisione ci è stata suggerita dal rancore illimitato che noi sentivamo nei riguardi della direzione del Partito e del paese e della nostra avidità di potere, che noi abbiamo altre volte avvicinato fin quasi averlo a portata di mano, e dal quale siamo stati rigettati indietro dall’evoluzione della storia” (Cit. in: Dimitrov, Ercoli, Krupskaia, Fischer, Ponomarev: “Il complotto contro la rivoluzione russa”, edizioni EAR, 1945, pagg. 101-102). Bucharin, la cui partecipazione alla cospirazione fu scoperta due anni dopo, disse ipocritamente in questa occasione (era direttore delle Isvestia): “Sono contento che tutta questa storia sia stata scoperta prima della guerra e che i nostri organi siano in condizione di scoprire tutto questo putridume prima della guerra in modo che noi possiamo uscirne vittoriosamente, perché se questo non l’avessimo scoperto prima, ma solo durante la guerra, ciò avrebbe portato a sconfitte del tutto straordinarie e durissime per tutta la causa del socialismo” (cit. in: Silvio Pons: “Stalin e la guerra inevitabile”, Einaudi 1995, pag. 137).

A dispetto della sfiducia e del pessimismo che portò alla rovina questi “bolscevichi della prima ora”, la giovane repubblica dei Soviet stava compiendo un’impresa di portata storica mondiale, mai vista prima di allora, nelle difficili condizioni e dell’accerchiamento capitalistico ma che godeva però anche dell’appoggio dei proletari di tutto il mondo e dei popoli oppressi delle colonie. Fu un’esperienza irta di pericoli ma anche di prospettive luminose. L’Urss non era il Montenegro. Chi ebbe un’illimitata fiducia nella potenza della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta in un paese grande un sesto delle terre emerse fu Lenin. Chi ereditò quella fiducia e la determinazione ad andare avanti fu un partito, fu un gruppo dirigente (non erano soltanto Zinoviev, Kamenev e Bucharin i bolscevichi della prima ora) che serrarono le fila sotto la direzione di Stalin e provarono al mondo che l’Urss, a dispetto del dogma di Trotskij, Kamenev, Zinoviev e Bucharin riuscì a vincere la sua scommessa con la storia. Nel 1925, quando la Russia cominciava a risollevarsi dallo sfacelo di due anni di guerra civile, quando cioè sia nel settore industriale che in quello agricolo a stento si raggiungevano i livelli produttivi d’anteguerra dell’epoca zarista, Stalin affermò che “nel suo insieme il nostro è un regime di transizione dal capitalismo al socialismo” (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 350). L’obiettivo primario – perché quella transizione potesse realizzarsi – fu di mettersi sulla via dell’industrializzazione fondata sui Piani quinquennali. Già Lenin, nel 1921, aveva avvertito che “se non si salverà, se non si riorganizzerà l’industria pesante, non potremo costruire nessuna industria, e senza industria noi periremo, in generale, come paese socialista” (Lenin, “L’Internazionale comunista”, ediz. Rinascita, pag.377). Disse anche: “Noi esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale principalmente con la nostra politica economica” (cit. in Stalin, vol 7° pag. 152). E infatti, la grande impresa dell’industrializzazione, lungi dall’avere soltanto un’importanza interna, avrebbe rivestito anche un significato ed un carattere internazionale. Non si deve dimenticare che lo sviluppo economico generale dell’Urss avvenne in concomitanza con la grande crisi di sovrapproduzione che a partire dal 1929 scosse il mondo capitalistico. La repubblica dei Soviet dimostrò che l’economia di un paese socialista, dove i mezzi di produzione e il commercio estero sono nazionalizzati, non subisce più il contraccolpo delle fluttuazioni cicliche del mercato mondiale ma si sviluppa conformemente alle proprie leggi. Se il paese dei Soviet non fosse stato unito, e il partito che lo governava non avesse riscosso la stima e l’appoggio dei popoli delle varie nazionalità, esso non avrebbe mai potuto reggere l’aggressione delle armate hitleriane che costò a quei popoli un olocausto di oltre venti milioni di morti. Se non ci fosse stato l’appoggio dei popoli sovietici al governo, l’Urss sarebbe stata piegata militarmente e conquistata, come accadde ai paesi dell’Europa occidentale. Se l’Esercito Rosso non fosse stato motivato, disciplinato e bene armato, in nessun modo avrebbe potuto essere l’artefice, dopo Stalingrado, di quella grande controffensiva che lo portò fin nel cuore di Berlino dove fu issata la bandiera rossa sulle macerie del Terzo Reich. Questa può sembrare retorica, e certamente come tale sarà fastidiosamente respinta dagli insaziabili e fiscali comunisti critici d’oggigiorno, i quali, nei riguardi dell’Urss di quell’epoca, si comportano come spietati ed esigenti professori universitari pronti a bocciare al minimo errore. Ecco con quali parole “boccia” quella storia un quotidiano che si definisce comunista: “Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato dalla storia grande e terribile dei tentativi di costruire una società comunista. Forse fin dall’inizio, del pensiero di Marx si è teso a privilegiare il fondamentale concetto di uguaglianza. Quando questo concetto si è inverato in esperienze statuali ha reso muti ed inerti i soggetti che si sono battuti per realizzarlo” (Liberazione del 3 febbraio 2004). E la guerra civile contro Kolciak e Denikin, l’industrializzazione, i piani quinquennali, lo stakanovismo, il movimento colcosiano, la guerra antinazista? Non è forse un falso storico ‘sorvolare’ su queste imprese, far finta che non siano esistite o, peggio ancora, rappresentare i soggetti che quelle imprese realizzarono (poeticamente definite inveramento in esperienze statuali) come “muti” e “inerti”? Non è ridicolo oltre che falso? Il compito dei comunisti è di ribadire alcune verità seppellite sotto un cumulo di falsificazioni. Essi hanno il dovere di difendere la storia e le tradizioni del comunismo perché la difesa, critica sì ma intransigente, di quella vera rivoluzione socialista vittoriosa consentirà un’indagine approfondita volta a capire perché in Urss, negli anni ’20, ’30 e ’40 non vi è stata non la transizione al socialismo, ma la mancata realizzazione del comunismo. I comunisti devono studiare e dibattere come mai sia stata possibile la svolta devastante del 20° Congresso, e come mai, alla fine di una parabola discendente, si sia verificato il crollo completo. A tale proposito, c’è una chiave di lettura intelligente, proposta da Losurdo, dei limiti storici e teorici dell’epoca della direzione staliniana. Quest’analisi è incentrata sul contrasto irrisolvibile (e irrisolto) fra la diffusa utopia dell’estinzione dello Stato, e lo stato d’eccezione perenne in cui procedé quell’esperienza, per cui, nel mentre si continuava ad attendere messianicamente che si tramutasse in realtà l’affascinante previsione di Marx (fatta propria da Lenin e dai bolscevichi), lo Stato socialista, lungi dall’estinguersi, andava sempre più caratterizzandosi come soffocante apparato repressivo che non lasciava scampo a nessun tipo di dissenso, ma che, anzi, lo criminalizzava. Fu questo circolo vizioso, originato da una situazione di accerchiamento capitalistico (uno storico marxista non dovrebbe mai dimenticarlo) a determinare una dialettica negativa che rese drammaticamente irraggiungibile la democratizzazione della società sovietica. L’analisi proposta da Losurdo mette a confronto una determinata situazione storica, e i limiti teorici derivanti da un’idea dogmatica (l’estinzione dello Stato) che rendono impossibile quel processo di apprendimento (che consiste nell’adeguare con una certa tempestività un determinato bagaglio teorico alla pratica concreta di una determinata situazione storica). Un tale approccio, che non è per nulla giustificazionista, ancora non è divenuto oggetto di dibattito (anche polemico, naturalmente).

Ritornando al Centro Studi sulla Transizione di cui si parlava all’inizio, bisogna dire che non una sola delle relazioni presentate da svariati autori (che aveva come oggetto specifico la transizione al socialismo in Urss) ha parlato, non diciamo diffusamente, ma neanche accennato di sfuggita, al dibattito che in quel paese si svolse proprio sul problema centrale della “transizione”: se cioè era possibile o non possibile transitare verso il socialismo in un solo paese. In una di queste relazioni (autore: G. Pala), corredata da un’accurata (e strumentale) raccolta di citazioni, sembrerebbe quasi che Lenin si fosse pentito amaramente di aver preso il potere. Si, è vero, non manca un omaggio di maniera all’importanza storica della Rivoluzione d’Ottobre, però…ritorna sempre la vecchia tesi dell’impossibilità di costruire il socialismo se non su scala mondiale. Dice infatti l’autore: “Soltanto allorché nel mercato mondiale possa diventare dominante, esercitando la propria egemonia, il modo di produzione…socialista, quest’ultimo potrà sbarazzarsi in un sol colpo del nemico di classe”. E’ questa la mirabile prospettiva che sta dinanzi a noi: attendiamo che nel mercato mondiale si compia il miracolo che l’egemonia socialista soppianti quella capitalista piuttosto che star lì ad attardarci ancora a sognare “la costruzione del socialismo qua e là”. Quindi: socialismo in tutto il mondo, non socialismo qua e là. Quanto tempo occorrerà perché si compia il miracolo? L’autore in questione cita la battuta di un suo amico, che egli giudica “largamente condivisibile”: per il comunismo c’è tempo – dice il suo amico – occorre aspettare un millennio dopo la riforma luterana, occorre aspettare il 2517. E, nell’estenuante attesa, mentre maturano, da qui al 2517 le “condizioni materiali per la transizione”, “l’unico problema all’ordine del giorno non può che essere l’accumulazione delle forze del proletariato mondiale”. E su che base il “proletariato mondiale” dovrebbe “accumulare le sue forze” se gli predichiamo che il socialismo non c’è mai stato, che il socialismo è una chimera? (Abbiamo forse dimenticato che dopo l’Ottobre il “proletariato mondiale” diceva “facciamo come la Russia!” poi divenuto successivamente qui da noi in Italia “ha da venì…!” ?). Contro coloro che si dilungano a cercare di dimostrare invece che il socialismo ha fatto la sua apparizione sul globo terrestre, l’autore scaglia i suoi strali, dice di loro che “non sanno neppure dove sta di casa il dr. Ramboz” (che sarebbe Marx), che sono portatori “di miti topici, sotto la specie di dogmi”, che il crollo del socialismo (che lui chiama realsocialismo riferendolo all’Urss -di socialismo in Cina neanche a parlarne) era “inevitabile” perché si trattava di un “coccio stretto tra i vasi di ferro del capitale”, eccetera. Anche Bertinotti, prima di scoprire il pacifismo, la non violenza, l’inutilità di lottare per la conquista del potere, quando ancora non aveva deciso di “rinnegare il leninismo” parlava di “rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale”. “Lo dico e lo penso da più di 25 anni” – leggiamo sul Manifesto del 4 febbraio di quest’anno- “la violenza politica non ha prodotto, alla lunga, nessun superamento del capitalismo, da nessuna parte (anche perché non si può superarlo se non in tutto il mondo)”.

In un altro “contributo” dato al Centro studi per la transizione (relatore R. Giacomini), si dice che le vecchie divergenze fra Stalin e Trotskij “si fecero scontro aperto e frontale negli anni trenta dopo l’avvento di Hitler in Germania”. E’ un’affermazione totalmente falsa: lo scontro con Trotskij sulle prospettive della rivoluzione (quello sì – come abbiamo tentato di dimostrare – fu uno scontro aperto e frontale!) si risolse nel 1927. Negli anni trenta Trotskij non contava più nulla: nell’isolamento della sua protetta casa messicana poteva scrivere ciò che voleva, con tutta la virulenza del suo livore contro l’Urss di Stalin (e ne vomitò di veleno, altro che!), ma era ormai un uomo sconfitto, che con rinnovato accanimento sognava soltanto – dando direttive pazzesche ai congiurati interni che pagarono quasi tutti con la vita – di accedere al potere con metodi terroristici, e per questo egli faceva affidamento sulla sconfitta militare dell’Urss. Dalle parole (che abbiamo citato) del relatore, qualcuno che non conosce la nostra storia, potrebbe farsi l’idea che di fronte al movimento comunista mondiale raccolto attorno all’Internazionale (la vera), seguita da centinaia di milioni di proletari, si sia eretta in tutta la sua potenza, frutto della sovrumana energia di Trotskij, un’altra Internazionale (la falsa) attorno a cui si riunì un infimo numero di intellettuali radicali e comunisti critici rissosi che con gran fatica Trotskij riusciva a tenere insieme. Più avanti il relatore scrive: “Non meno radicale è l’antagonismo Trotskij-Stalin sulla guerra. Stalin in quanto ha paura della guerra e cerca di evitarla e starne fuori è un conservatore, un difensore dello statu quo, un nemico della rivoluzione. Viceversa la guerra è la grande occasione della IV Internazionale, che è già bell’e pronta e più forte di quanto fossero i bolscevichi alla vigilia della prima guerra imperialista”. Tante parole, altrettante falsità. E’ vero, la cosiddetta quarta Internazionale era già bell’e pronta quando scoppiò la guerra, era bell’e pronta, confidando sulla vittoria dei nazisti, ad andare al potere dopo la sconfitta e l’asservimento dell’Urss. Accreditare poi l’idea che la IV Internazionale fosse più forte dei bolscevichi alla vigilia della Prima guerra è mostruoso, è revisionismo storico.

I comunisti non hanno bisogno di un siffatto Centro Studi sulla Transizione, già siamo immersi in una cultura, attualmente maggioritaria, di negazione e denigrazione della storia del socialismo “novecentesco”. E’ inutile che ci mettiamo a dare una mano al Manifesto e a Liberazione. Che razza di Centro Studi sarebbe se partissimo da posizioni trotskiste? Di trotskismo (inteso in senso lato, nel senso dell’ultrasinistrismo radicale che produce l’insopportabile figura del comunista critico alla Ingrao) ce n’è già in abbondanza. Dovendo fare una battaglia controcorrente, è bene che noi, a questa battaglia, ci andiamo, magari in pochi, ma a ranghi serrati, per motivi di ordine pratico: per non ritornare sempre al punto di partenza, come al Gioco dell’oca. Soltanto la figura sociale del comunista critico – ammesso che sia in buona fede e creda davvero in quello che dice, cosa di cui è lecito sospettare – può alimentare la catastrofica illusione di sempre, la catastrofica illusione di tutti i riformismi, secondo la quale “un altro mondo è possibile” senza scardinare prima – non certo con i piagnistei e gli appelli alla ragione – il marcio mondo borghese capitalistico che ci circonda.

Amedeo Curatoli

La transición hacia el socialismo, las cuestiones de método y de sustancia

La transición al socialismo

Las cuestiones de método y de sustancia

Amedeo Curatoli

En la Unión Soviética nunca ha habido socialismo? O – dejar a un lado el paréntesis romántica (y sin derramamiento de sangre) de la toma del Palacio de Invierno – en los meses posteriores a octubre y los años siguientes a 1917, no ha ocurrido nada nuevo bajo el sol que ilumina la tierra soviética vasta? En resumen, existe en la URSS ha creado un “socialista” o “capitalista” (tal vez del estado)?

La misma pregunta se aplica a China: lo que está sucediendo en este gran país del Lejano Oriente están tratando de formas nuevas, inéditas, de la construcción “socialista”, o es un fraude, es aún allí, sólo y siempre ” el capitalismo “(tal vez incluso más feroz que estamos acostumbrados a nosotros)?

Dejemos de lado por ahora la Unión Soviética, China y se refieren a nosotros mismos. La ocasión nos da el recientemente creado Centro de Estudios para la Transición (al socialismo en la URSS), que han contribuido a muchos compañeros, entre ellos profesores de varias universidades. Este centro de estudios – supuestamente – con el tiempo debe resolver el enigma y emitir un veredicto: Sí, en la URSS, la “transición” al socialismo no fue, o no “cree” que hacer algo que se parecía al socialismo, pero era un “otro” (es decir: el capitalismo disfrazado). Ahora, antes de hacer las reflexiones de ensayos escritos para la ocasión, podría ser útil para volver, brevemente, la historia de la gran controversia que se desarrolló en la URSS desde 1924 hasta 1927, una controversia de una posición teórica crítica, podríamos decir importancia histórica, ya que el resultado de ese debate habría invertido el destino de la Unión Soviética. El desacuerdo se refería a la derecha en el punto específico en el que, al parecer, se debe expresar que el Centro de Estudios de la Transición: es (era) posible construir el socialismo en un país sin el estallido de la revolución, al menos en algunos de los países avanzados ” Occidente, o no es (no era) posible?

Hemos dicho que el conflicto estalló en un período de 4 años, a partir de ’24 a ’27, pero tenía sus antecedentes en años anteriores, y los jugadores y simpatizantes de las dos posturas teóricas se oponían por Trotsky y Lenin en el otro lado . Decir que Stalin era “inventar” el socialismo en un solo país es una historia falsa de Trotsky y sus seguidores. Maitan, que es el principal exponente del trotskismo italiano, dice: (?) “Esta teoría del socialismo en un solo país, como es bien conocido había sido colocado por primera vez desde que Stalin, Bujarin, inspirado en el otoño de 1924 y Trotsky estaba allí justo enfrente “(L.Maitan:” El destino de Trotsky “- página Rizzoli 73). Sin embargo, como ha sucedido esto?

En 1906, en su ensayo “Nuestra Revolución”, Trotsky, que abordó la cuestión durante 18 años antes, cuando dice Maitan, escribió: “Sin el apoyo directo del proletariado europeo en el poder, la clase obrera de Rusia no puede mantener o el poder o la convierten en una regla temporal permanente de la dictadura socialista. Uno no puede dudar ni por un momento “(citado por Stalin, Collected Works, vol. 7 ° p. 131). Hay que decir que a lo largo de su vida, de hecho, “ni por un momento” tenía Trotsky dudas o segundos pensamientos sobre esta idea. Algunos años más tarde, en un artículo que mostraba la falacia de la consigna de los Estados Unidos de Europa (con el apoyo de Trotsky), Lenin explicó que el avance de ese punto de vista “podría crear la opinión errónea de la imposibilidad de la victoria del socialismo en un solo país “. Más tarde agregó: “La desigualdad del desarrollo económico y político es una ley absoluta del capitalismo, es posible que el triunfo del socialismo en algunos países o incluso en un país capitalista se toman por separado.». (Lenin, Obras Escogidas, Editorial Progreso, p. 556). En su respuesta polémica, por lo que Trotsky admitió que la ley del desarrollo desigual del capitalismo produciría temporalmente la apariencia de una revolución victoriosa social por sí sola, pero agregó: “Tenga en cuenta las perspectivas de la revolución social en el marco nacional serían las víctimas de la estrechez del mismo país que es la esencia del patriotismo social “Aquí Trotsky Lenin implícitamente silenciosa” estrechez nacional “y” social-patriotismo “, precisamente porque Lenin (y Stalin) de enunciar con claridad la tesis de la posibilidad del socialismo en un solo país. Estamos en 1915, faltan 2 años de la revolución, la divergencia en esta cuestión era sólo ocasional, y, necesariamente, puramente teórico. Ni Trotsky (quien se unió al Partido Bolchevique unos meses antes de octubre), se atrevió a presentarlo de nuevo, abiertamente, como su fuerte, después de la conquista del poder. La mayor parte de las decisiones eran realmente gigantesca, y el carácter de las decisiones políticas, en los terribles primeros años, pero también emocionante, tenía de emergencia: la situación de emergencia absoluta principal era salvar a toda costa, la joven República de los Soviets de los imperialistas y la por la Guardia Blanca. Pero aún así otras tres ocasiones, en 1921, 1922 y 1923, la polémica de Lenin y Trotsky, bajo tierra y no disruptiva (Comprar este personaje sólo en comparación con Stalin) tenía por objeto, de nuevo, la cuestión de la posibilidad de construir el socialismo. En 1921, después de la victoria en la guerra civil contra los generales blancos, y se han colocado en la agenda de los problemas de la construcción, que Lenin llamaba la Nueva Política Económica (NEP) como el camino que condujo a la exitosa construcción del socialismo, y algunos meses después Trotsky, en el prefacio de “La 1905”, señala un punto de vista contrario afirmando que “las contradicciones de la situación de gobierno de los trabajadores, en un país atrasado con una población mayoritariamente campesina, se encuentra la única solución a escala internacional, en ‘arena de la revolución mundial del proletariado “(cit. en:. Stalin, vol 7 ° p 232.). Un año más tarde, Lenin hizo la declaración en un pleno del Soviet de Moscú que “desde la Rusia NEP vendrá la Rusia socialista”, dijo Trotsky, en el epílogo a “Programa de Paz”: “Un aumento real de la economía socialista en Rusia será posible sólo después de la victoria del proletariado en los países más importantes de Europa “(ibid., p. 232). Por último, estamos en 1923, poco antes de su muerte, en el artículo “Sobre la Cooperación”, insistió Lenin, de manera inequívoca, que la Unión Soviética no era “todo lo necesario para construir una sociedad socialista completa” (Lenin, Obras Escogidas, Editorial Progreso , p. 1798). Es también debería mencionar (pero sólo de paso, si no en peligro de ir fuera de tema) que Trotsky, en este mismo lapso de tiempo, incluso sobre otras cuestiones de gran importancia tuvo desacuerdos con Lenin, y que es la firma de la paz de Brest -Litovsk y la evaluación de la NEP. La primera pregunta que tuvo un ultraizquierdista clásica, ya que, en contraste con las decisiones adoptadas por el Comité Central para firmar inmediatamente la paz, con su temporizados línea de “ni paz ni guerra”, que era el negociador en Brest, fue responsable de gran pérdidas territoriales, en el sentido que le dio tiempo, de hecho, a Alemania, para ganar Letonia, Estonia y para desconectarse de la recién formada República Soviética de Ucrania se convirtió en “protectorado alemán”, que es un estado vasallo de Alemania. Este fue el desacuerdo más grave se desató en el partido bolchevique, pero – en honor a la verdad de la historia – el buque insignia inquebrantable oposición a la firma de la paz fue Bujarin y Trotsky estaba “detrás” de la bandera. La segunda pregunta (la evaluación de la NEP), Trotsky mostró otra faceta de su personalidad, en comparación con el extremismo y el simétrico: que no tenía ninguna confianza en la posibilidad de la construcción socialista, después de la revolución que puso fin al “comunismo de guerra “e inauguró la NEP, abogando por mayores concesiones al capital privado en la forma de sociedad anónima.

La enfermedad y la muerte de Lenin, el 21 de enero de 1924, dio una aceleración, por así decirlo, la iniciativa de Trotsky. Incluso en esta ocasión no se le negó: ignorando el equilibrio interno de poder, y la definición de la mayoría del partido “del pueblo dirigido por Stalin” fue a la guerra decidido y determinado a ganar impulso nuevo (presumiblemente porque se sentía totalmente maduro veces) la dirección del Partido Bolchevique. Fue este error de apreciación que lo impulsó a realizar su relación irremediablemente antagónicas con el partido de Lenin, que utilizó un lenguaje tan violento, y lanzó acusaciones de tal gravedad como para destruir cualquier posibilidad de volver atrás. Fue una lucha a muerte, sin dejar espacio para la mediación. No sólo Trotsky acusó a Stalin de ser el arquitecto de un termidor (es decir, un contador), pero, de acuerdo con este análisis también indicó que en caso de ataque a la URSS, incluso si el enemigo estaba a 80 kilómetros de Moscú, aunque Por esta razón, el deber de los revolucionarios (es decir, los que han compartido sus puntos de vista) era la de “acabar con la basura”, “La victoria en el interés del estado de los trabajadores”. La “basura” era, por supuesto, la mayoría del partido. Expuso esta teoría en una carta a un miembro (que no era aún parte de los trotskistas!) De la Comisión de Control Central (citado en:.. Stalin, op completa, vol En la página 10 62.). En esta carta se comparó la acción de los futuros “revolucionarios” a un comportamiento que, al comienzo de la Primera Guerra Mundial, tenía Clemenceau, un político francés energética, que, con los alemanes a 80 km de París, expulsados del poder a los miembros el gobierno anterior. El hecho de que Trotsky, con su famosa “tesis Clemenceau ‘- que pasará a la historia – que él habló abiertamente de un posible golpe de estado en caso de ataque a la URSS, pone de manifiesto no sólo el clima cálido y – repito – irremediablemente antagónicas que se imprime en el controversia, sino también su subjetivismo increíble que le llevó a creer, a pesar de la lucha de dell’andamento real dentro del Partido y la Internacional Comunista (que estaba en absoluta minoría), el salvador de la suerte de la revolución proletaria.

No había, lo que, en una batalla basada simplemente en el intercambio de acusaciones calientes como él quiere creer que los historiadores no sólo, sino también trotskista socialdemócrata y burgués, que el pasado, en casi todo, dar crédito a Trotsky, ya que se despliegan (por conveniencia instrumentales la alimentación de la lucha de clases en el campo de la historiografía) de la parte de Trotsky. No fue una pelea, pero un gran debate, fue una batalla política e ideológica que se desarrolló en el campo abierto, pero en la oposición a las posiciones teóricas claramente establecidos, no disimulada por la jerga política y “juego limpio”, que es nuestra manera de Occidental comunistas. La pelea se llevó a cabo sobre el terreno de la “revolución permanente”, por un lado, y el otro del leninismo: la lucha fue a la selección de hasta 3 Congresos (13 °, 14 °, 15 °) y dos congresos nacionales del partido. Esta controversia barrió el movimiento comunista mundial: en esos años también jugó varias runioni del Comité Ejecutivo Ampliado del Partido Comunista, que repercutió en el contraste de las líneas que se desarrollaron en el partido soviético. En 1925, cuando Italia era ya la dictadura fascista, en las células clandestinas del PCI está estudiando un folleto titulado “Material N º 3 para que el Congreso” (conferencia que se celebrará en Lyon del año siguiente). Esta publicación contiene, en su totalidad, “Lecciones de Octubre” de Trotsky (escrito en protesta principalmente contra Zinoviev y Kamenev) y una carta a Olminski “en sus diferencias de opinión con el Partido Bolchevique” y no era entonces un corto ” apostilla “de Kamenev en esta carta y un artículo en Pravda titulado” ¿Cómo no escribir la historia de la Revolución de Octubre “(Libros de la reimpresión, 51 páginas). Por lo tanto, los partidos comunistas estuvieran plenamente informados de los términos de la batalla en curso. Los militantes comunistas en cada país, lejos de ser títeres de lavado de cerebro y dirigida por el brazo largo de un deus ex machina (Stalin), versión que estúpida (e insultar la inteligencia de los comunistas) lo ridículamente infantil, eligió “su lado” sobre la base de una comparación de los documentos originales. Kámenev, Zinóviev juntos fue la punta de lanza de la crítica (la mayoría diría que el contador) en relación con Trotsky, escribió en esta posdata: “La demanda de Trotsky a su vez el creador del leninismo a posar como la única teoría revolucionaria justa es manifiesta claramente en esta carta, es tan ridículo, tiene un carácter tan abiertamente personal que ya ni siquiera vale la pena discutir. carta de Trotsky finalmente ha confirmado las peores hipótesis “(op. cit. p. 41). También hay que recordar que Kámenev y Zinóviev, que tenía un gran número de seguidores en el Comité Provincial de Leningrado en 1924, propuso expulsar a Trotsky del partido. El Comité Central se opuso, pero algún tiempo después le pidió a Kamenev, esta vez por la exclusión política. Aún así, el Comité Central rechazó la propuesta. En el 14 º Congreso del Partido (1925), al recordar estos episodios, Stalin dijo: “No estábamos de acuerdo con Zinoviev y Kamenev, porque sabíamos que la política de la amputación involucrados serios peligros para la fiesta, que el método de la amputación El método de derramamiento de sangre – y le preguntaron por la sangre – que era peligroso y contagioso “(Stalin, op cit vol 7 ° p 430….).

Inesperadamente, en el que eran los más fuertes opositores de Trotsky (“le preguntó por la sangre”), con una escandalosa Zinoviev y Kamenev que la operación que podríamos llamar “politicista” se convirtió, poco después, al trotskismo, hasta el punto que el 14 º Congreso emprendió el costo de defender y revivir la tesis trotskista de Zinoviev en un informe de la lucha contra el (publicado por la Editorial Progreso de Lisa FOA). Pero, ¿cómo pudo suceder esto? Evidentemente, también, considerar las dificultades insuperables para avanzar en las condiciones de cerco capitalista, que perdió la confianza en la posibilidad de construir el socialismo, e, inevitablemente, por la fuerza, aliado con el enemigo de ayer, con la persona delante de ellos y mejor que ellos siempre habían luchado para probar la tesis de la imposibilidad de construir el socialismo en la URSS sin la ayuda de otras revoluciones triunfantes. ¿Pero por qué esta operación de “moverse” hacia posiciones trotskistas podían ir sin causar demasiada confusión, Trotsky, Zinoviev y Kamenev perdón por las críticas que se movieron en el pasado, y el segundo, a su vez, perdonó a Trotsky por los ataques que les hizo. De hecho, en julio de 1926 Zinoviev declaró: “Nosotros decimos que hoy no puede haber ninguna duda de que la oposición fundamental de 1923 (en alusión a las” lecciones de Octubre “de Trotsky), como lo demuestra la evolución de la directriz fracción (es decir, la mayoría del Comité Central) ha advertido acertadamente contra los peligros de pasar de una línea proletaria y en contra del desarrollo amenazante del sistema de la burocracia del partido. ” Ese mismo mes, Trotsky declaró: “No hay duda de que en las” Lecciones de Octubre “Até política oportunista se traslada a los nombres de Zinoviev y Kamenev testigo de la experiencia de la lucha ideológica en el seno del Comité Central, este. fue un error. La explicación de este error es que tuve la oportunidad de seguir la lucha ideológica en el seno del equipo de liderazgo de siete años en el momento oportuno y asegurarse de que los movimientos fueron causados por grupos de oportunistas encabezados por el camarada Stalin, en contra de los camaradas Zinoviev y Kámenev “(cit. en Stalin, Collected Works, vol. 8 ° p. 290-291). El comentario de que Stalin fue Trotsky abiertamente renunció a sus “Lecciones de Octubre” por la concesión de una “amnistía” a Zinoviev y Kamenev, a cambio de “amnistía” concedida a Trotsky por Kámenev y Zinóviev. Llamó a toda la operación de un “mercado directo y abierto, sin principios.”

La teoría de la imposibilidad del socialismo en un país que se opuso la mayoría de la líder bolchevique, y personalmente por Stalin, se fue enriqueciendo, a lo largo de los años, nuevos elementos. Esta teoría, que la misma práctica diaria de la Unión Soviética rechazó sistemáticamente, tenía que ser apuntalado con la cantidad de nuevos temas.

Kámenev, por ejemplo, en 1926, afirmó que Lenin (en 1915, la mayoría de los cuales hemos mencionado en contra de la consigna de los Estados Unidos de Europa), cuando escribió que era posible el socialismo en un solo país, no se alude a Rusia, sino a otros países capitalistas! Se trataba de una falsificación evidente del pensamiento de Lenin, era una negación de la pasión, la determinación, la audacia de mirar hacia adelante, y el desprecio de los estudiosos ideas dogmáticas que caracterizan la “práctica” de este gran revolucionario. Él demostró estas cualidades sobre todo cuando han actuado como un estadista, cuando dio pruebas de ser capaz de unirse al socialismo, el marxismo (cuyos destinos están íntimamente ligados). Odiaba a la escolástica, el socialismo apelaciones dogmática defendida por Marx, pero siempre se evalúan con gran lucidez ciertas condiciones históricas, con práctica se desarrolló la historia de la lucha de clases, interno e internacional (los méritos de estadista, Lenin será reconocida incluso por los historiadores Los marxistas no lo hacen, como Carr). Por lo tanto, la afirmación de Kámenev que Lenin creía que todo, excepto para Rusia (cuando enunció la teoría del socialismo en un solo país) revela que la oposición trotskista, sino para justificar su caso, se detendría ante nada .

En ese mismo período, es decir, después de nueve años de existencia y de “buena salud” de la URSS, Trotsky, al parecer sintiendo el peso de la negación de sus previsiones catastróficas, trató de salir con un nuevo tema. Sí, es cierto, dijo, le dije antes de que los soviéticos no podían hacer frente a la Europa conservadora, pero en la actualidad Europa ya no es conservador, pero liberal (como si fuera a decir que estaba bien ayer, pero hoy en día “fase” ha cambiado),! “Y ¿qué importa – respondió Stalin polémico – de la integridad y la seguridad de nuestra república esta distinción conservadora ‘delgado’ y ridículo entre Europa y” liberal “una Europa Quizás el republicano francés y América democrática no se intervino igualmente en contra de nuestro país durante el período de Kolchak y de Denikin, no menos conservadora y monárquica de Inglaterra? ” (Stalin, cit. P. 417).

Trotsky llegó incluso a abandonar su argumento original, que se basaba en fuertes contradicciones internas, las contradicciones entre el proletariado y los campesinos consideran insuperables y por lo tanto trae consigo un cierto fracaso de la posibilidad del socialismo en la URSS. Renunció a este punto de vista, su sustitución por otro: las contradicciones externas señalado, quienes se oponían a la economía de la URSS, por un lado, la otra economía capitalista mundial, también cree que es insalvable, dada la omnipotencia (alegado por Trotsky) del capitalismo mundial.

Este gran debate invertido, como hemos dicho al principio, el destino de la URSS. Trotsky era un hombre de acción, una línea tenía la intención de traducir en políticas prácticas y teóricos de la política de sus convicciones: Cuando dijo que la revolución rusa “poner en la balanza de la lucha en todo el mundo, el poder del estado colosal y la política” ( cit. por Stalin vol. pag.347 8 °) en estas palabras son las condiciones para un aventurero potencial político que podría convertirse en una catástrofe. Trotsky no era una broma, aunque su línea había prevalecido, a juzgar por la visión de la revolución proletaria que tenía, y él era el portador convencido y decidido, no habría llevado a los bolcheviques a abandonar el poder. Lo que en cambio se ha dicho en una resolución del Comité de Moscú, extraído de “comunistas auténticos” que recitó textualmente: “Creemos que es en el mejor interés de la revolución internacional admite la eventual pérdida del poder soviético que se está convirtiendo en puramente formal” y que Lenin calificó como “extraño y monstruoso” (Lenin, Obras Escogidas, Editorial Progreso, pag.1053). Trotsky era un hombre de acción y no solamente la revolución permanente teórico, demostró de forma inequívoca cuando se convirtió en el jefe indiscutible de la red y la conspiración carismático secreto que salió corriendo de la Ciudad de México, en el que la oposición interna se reunieron, eran de ” derecha “o” izquierda “, pero todos estaban unidos por la absoluta falta de confianza en la posibilidad de construir el socialismo en un solo país. Incluso Bujarin, en el curso de la lucha contra el trotskismo, la pérdida de esta confianza, y él, como ya ocurrió con Zinoviev y Kamenev, fue conducido, inevitablemente, dada la férrea lógica de la lucha entre facciones que tuvo lugar en las condiciones históricas, a colocarse bajo la dirección de Trotsky conspiración en la empresa. Inmerso en un trabajo clandestino ahora infame de sabotaje y antisoviética terrorismo político en todos los niveles, Zinoviev, Kamenev, Bujarin, Tukacevskij (las altas esferas del Ejército Rojo), Yagoda (Jefe Adjunto de los servicios secretos), por nombrar varios miembros prominentes en la punto de vista – se convirtió en doble cara los hombres, las personas en sus reuniones secretas oscuras, que juzga el éxito en los logros de la forma soviética como su personal de derrotas, pero luego hipócritamente magnificarle en las reuniones oficiales. En primer proceso de Moscú (que era, al igual que los otros dos más tarde, un proceso público seguido por la prensa mundial en la sala del tribunal) contra el centro clandestino de Trotsky-Zinoviev, éste confesó: “En la segunda mitad de 1932 se entiende que nuestros cálculos sobre la posibilidad de ver más difícil en el país no. Comenzamos a entender que el Partido y su Comité Central poco a poco se sobrepuso a estas dificultades. Sin embargo, durante el año 1932, que bruciavamo de odio contra el Comité Central del Partido y contra Stalin. ” A su vez, Kamenev declaró: “Quedaban sólo dos maneras posibles: o bien liquidar o continuar con nuestra lucha … pero sin ser capaz de depender de ningún apoyo de las masas, sin el apoyo de una plataforma política, sin tener una bandera , es decir, utilizando sólo el terror político. Y la segunda forma es la que elegimos. Esta decisión nos fue sugerida por el resentimiento que sentía se ilimitada con respecto a la dirección del Partido y del país y de nuestro deseo de poder, hemos otras veces se acercó casi a la mano, y que nos fueron devueltos por la evolución de la historia “(cit. en: Dimitrov, Hércules, Krupskaya, Fischer, Ponomarev:” La conspiración contra la revolución rusa “, publicado por EAR , 1945, p. 101-102). Bujarin, cuya participación en la conspiración fue descubierta dos años más tarde, dijo hipócritamente en esta ocasión (fue director de Isvestia): “Me alegro de que todo esto ha sido descubierto antes de la guerra y que nuestros cuerpos son capaces de descubrir todo esto putrefacción antes de la guerra para que podamos salir victoriosos, porque si no hubiéramos descubierto esto antes, pero sólo durante la guerra, esto llevó a la derrota por completo extraordinaria y muy duro por la causa del socialismo “(citado en: Silvio Pons: “Stalin y la guerra inevitable”, Einaudi, 1995, p 137)..

A pesar de la desconfianza y el pesimismo que condujo a la caída de estos “primera hora de los bolcheviques”, la joven República de los Soviets estaba haciendo la empresa de la historia mundial, nunca lo había visto antes, y en las difíciles condiciones de cerco capitalista, pero Pero también contó con el apoyo de los trabajadores del mundo y los pueblos oprimidos de las colonias. Fue una experiencia llena de peligros, pero también brillantes perspectivas. La URSS no era Montenegro. Los que tenían una confianza inmensa en el poder de la Revolución de Octubre tuvo lugar en un país tan grande de una sexta parte de la tierra era Lenin. ¿Quién heredó la confianza y la determinación de seguir adelante era una fiesta, era un equipo ejecutivo (no sólo eran horas Zinoviev, Kamenev y Bujarin primero de los bolcheviques), que cerró con un alza de las filas bajo el liderazgo de Stalin y demostró al mundo que la URSS , a pesar del dogma de Trotsky, Kamenev, Zinoviev y Bujarin logró ganar su apuesta con la historia. En 1925, cuando Rusia comenzó a recuperarse de los restos de dos años de guerra civil, que es cuando los sectores industriales y agrícolas apenas se alcanzarán los niveles de producción antes de la guerra de la era zarista, Stalin dijo que “en su conjunto la nuestra es una transición del capitalismo al socialismo “(Stalin, op. cit. vol. 7 ° p. 350). El objetivo principal – ya que la transición se podría lograr – fue a tomar el camino de la industrialización sobre la base de los planes quinquenales. Incluso Lenin, en 1921, advirtió que “si no ahorra, si reorganiza la industria pesada, no podemos construir cualquier industria, y perecerán sin la industria, en general, como un país socialista” (Lenin, “La Internacional Comunista “, ed. Renacimiento, pag.377). También dijo: “Ejercemos nuestra influencia en la revolución internacional sobre todo con nuestra política económica” (citado en Stalin, vol 7 ° p 152.). De hecho, la gran empresa de la industrialización, lejos de importancia meramente interno, el significado de una y participó también de carácter internacional. No hay que olvidar que el desarrollo económico general de la Unión Soviética se llevó a cabo en conjunción con la gran crisis de sobreproducción en 1929 sacudió al mundo capitalista. La república de los Soviets demostrado que la economía de un país socialista, donde los medios de producción y el comercio exterior se nacionalizó, ya no padecen los estragos de las fluctuaciones cíclicas del mercado mundial, pero se desarrolla de acuerdo con sus leyes. Si el país de los Soviets no se habían unido, y el partido que gobernó él había ganado la estima y el apoyo de personas de diversas nacionalidades, nunca podría soportar la agresión de los ejércitos de Hitler que le costó a estas personas un holocausto más de veinte millones de muertos. Si no fuera por el apoyo de los pueblos del gobierno soviético, la URSS se habría doblado y conquistado militarmente, tal como ocurrió en Europa occidental. Si el Ejército Rojo no había sido motivado, disciplinado y bien armado, y de ninguna manera podría haber sido el autor, después de Stalingrado, de la gran contraofensiva que lo llevó en el corazón de Berlín, donde fue izada la bandera roja sobre las ruinas de la Tercera Reich. Esto puede parecer retórica, y como tal, sin duda incómodo rechazada por el fiscal insaciable y los críticos comunistas de hoy, que, hacia la URSS en ese momento, se comportan como profesores despiadados y exigentes dispuestos a rechazar el más mínimo error. Eso es lo que las palabras “bola” que la historia de un periódico que se autodenomina comunista, “El siglo que dejamos atrás estuvo marcado por la historia grande y terrible de los intentos por construir una sociedad comunista. Tal vez desde el principio, la idea de Marx ha tendido a centrarse en el concepto fundamental de la igualdad. Cuando este concepto se inverato en el estado de experiencia ha hecho que las personas mudas e inertes que lucharon para lograrlo “(Liberación del 3 de febrero de 2004). Y la guerra civil contra Kolchak y de Denikin, la industrialización, los planes quinquenales, el Stakanovism, el movimiento campesino, la guerra contra los nazis? ¿No es ‘mosca’ una historia falsa sobre estas empresas, pretender que no han existido o, peor aún, las personas que representan a esas empresas se dieron cuenta (cumplimiento poéticamente definida experiencias en el estado) como “tonto” y “inerte”? Es ridículo, así como falsas? La tarea de los comunistas es reiterar algunas verdades enterradas bajo un montón de falsificaciones. Ellos tienen el deber de defender la historia y las tradiciones del comunismo ya la defensa, pero la crítica tan intransigente que la revolución socialista exitosa permitirá una investigación detallada para comprender por qué en la URSS en los años 20, 30 y 40 no hay transición al socialismo, pero la no realización del comunismo. Los comunistas tienen que estudiar y discutir por qué era posible la vuelta devastadora del 20 º Congreso, y por qué, al final de una espiral descendente, se ha producido un colapso total. En este sentido, hay una clave para el inteligente, propuesto por Losurdo, los límites históricos y teóricos de la época de la dirección estalinista. Este análisis se centra en el contraste irresoluble (y resolver) entre la utopía de la extinción generalizada del Estado, y perpetuo estado de excepción en el que procedió de esa experiencia, así que, mientras seguían esperando que se convirtió en mesiánicamente En realidad la predicción fascinante de Marx (apropiada por Lenin y los bolcheviques), el Estado socialista, lejos dall’estinguersi, se caracteriza cada vez más como asfixiante aparato de represión que no dejaba de escape para cualquier tipo de disidencia, sino, más bien, el tipificar como delito. Fue este círculo vicioso, que se originó a partir de una situación de cerco capitalista (un historiador marxista nunca se debe olvidar) para determinar una dialéctica negativa que produce la democratización drásticamente inalcanzable de la sociedad soviética. El análisis propuesto por Losurdo compara una situación histórica concreta, y los límites teóricos derivados de una idea dogmática (la extinción del Estado) que hacen imposible que el proceso de aprendizaje (que es la adaptación de una cierta actualidad con un fondo específico la teoría a la práctica actual de una situación histórica específica). Este enfoque, que no es de ninguna justificación, aún no convertido en un tema de debate (aunque polémica, por supuesto).

Volviendo al Centro de Estudios de la Transición que se mencionó al principio, hay que decir que ninguno de los informes presentados por diversos autores (que se ocupaba específicamente de la transición al socialismo en la URSS) se ha pronunciado, no dicen mucho, pero ni siquiera se menciona en el Escapa al debate en este país se llevó a cabo la derecha en el problema central de la “transición”: si era posible o no es posible la transición hacia el socialismo en un solo país. En uno de estos informes (Autor: G. Pala), acompañado de una precisa (y fundamental) colección de citas, parece como si Lenin se hubiera arrepentido amargamente de haber tomado el poder. Sí, no me perdí un tributo a la importancia histórica de la Revolución de Octubre, pero … siempre devuelve el viejo argumento de la imposibilidad de construir el socialismo si no en todo el mundo. De hecho, el autor dice: “Sólo cuando el mercado mundial puede llegar a ser dominante y ejerce su hegemonía, el modo de producción socialista …, se librará una vez del enemigo de clase.” Y ‘Esta es la maravillosa perspectiva que se abre ante nosotros: esperar a que el mercado mundial que logra el milagro de que suplantar la hegemonía capitalista y no socialista, sentado allí siguen existiendo soñando con la “construcción del socialismo aquí y allá.” Entonces: el socialismo en todo el mundo y no el socialismo aquí y allá. ¿Cuánto tiempo se tarda en lograr el milagro? El autor en cuestión se refiere al ritmo de su amigo, a quien considera “ampliamente compartida”: el comunismo no es el momento – dice a su amigo – que tenemos que esperar un milenio después de la Reforma luterana, debe esperar hasta 2517. Y, nell’estenuante espera, mientras madura entre ahora y 2517 “las condiciones materiales para la transición”, “el único tema en el orden del día no puede ser que la acumulación de fuerzas del proletariado mundial.” Y en qué se basa el “proletariado mundial” debería “aumentar sus fuerzas” si predicamos que el socialismo nunca sucedió, que el socialismo es una quimera? (¿Hemos olvidado que después de la Revolución de Octubre el “proletariado mundial”, dijo “hacemos como Rusia!” Más tarde se convirtió para nosotros aquí en Italia “tiene que veni …”?). Contra los que exagere en lugar de tratar de demostrar que el socialismo ha hecho su aparición en el mundo, el autor lanza sus flechas, les dice que “ni siquiera sé dónde está mi hogar dr. Ramboz” (lo que Marx), que son portadores “de los mitos de actualidad, bajo la especie de dogma”, que el colapso del socialismo (que él llama realsocialismo que se refiere al socialismo en la URSS y China no va a hablar) era “inevitable” porque era un “olla a cabo entre las ollas de hierro de capital”, y así sucesivamente. Incluso Bertinotti, antes de descubrir el pacifismo, la no violencia, la inutilidad de la lucha por la conquista del poder, cuando aún no había decidido “negar leninismo” habló de “la revolución como fenómeno mundial indivisible”. “Yo digo y creo que más de 25 años” – leyó el Manifiesto del 4 de febrero del año este tipo de violencia “política no se tradujo en el largo plazo, no hay superación del capitalismo, en cualquier lugar (ya que no puede superar si no todo el mundo). ”

En otro “aporte” dado a la centro de estudios para la transición (Relator R. Giacomini), se dice que las viejas diferencias entre Stalin y Trotsky “se convirtió en un conflicto abierto y frontal en los años treinta después de la llegada de Hitler en Alemania.” Y la afirmación totalmente falsa: el enfrentamiento con Trotsky sobre las perspectivas de la revolución (el – como hemos intentado demostrar – se trataba de una confrontación y la frente!) Se resolvió en 1927. En los años treinta, Trotsky no importa nada en el aislamiento de su casa protegida mexicana podría escribir lo que quisiera con toda la virulencia de su odio contra la Unión Soviética de Stalin (y me vomitó el veneno, por supuesto!), Pero fue ahora un hombre derrotado, sólo soñaba que con renovada ferocidad – dando instrucciones a los conspiradores locos internos que pagaron casi toda la vida – el acceso al poder a través de métodos terroristas, y para ello se basó en la derrota militar de la URSS. De las palabras (que hemos citado) de los altavoces, alguien que no conoce nuestra historia, podría tener la impresión de que al frente del movimiento comunista mundial se reunieron en torno a la Internacional (true), seguido por cientos de millones de proletarios, es erigida en toda su potencia, el resultado del poder sobrehumano de Trotsky, otro internacional (falso) en torno al cual reunió a un porcentaje insignificante de los intelectuales radicales y críticos comunistas peleándose con gran dificultad que Trotsky pudo mantenerse unida. Más tarde, el ponente afirma:. “. No menos radical es el antagonismo Trotsky-Stalin en la guerra de Stalin porque tiene miedo de la guerra y trata de evitar y mantenerse al margen de un conservador, un defensor del status quo, un enemigo de la revolución de contraste la guerra es la gran ocasión de la Cuarta Internacional, que es ready-made y más fuerte de lo que eran los bolcheviques en vísperas de la primera guerra imperialista. ” Tantas palabras, tantas falsedades. Es s cierto, la Cuarta Internacional fue llamado ready-made, cuando estalló la guerra, estaba ya preparado, confiado en la victoria de los nazis llegaron al poder después de la derrota y el sometimiento de la URSS. A continuación, acreditar la idea de que la Cuarta Internacional era más fuerte que los bolcheviques en vísperas de la Primera Guerra es monstruoso, es el revisionismo histórico.

Los comunistas no tienen necesidad de un Centro de Estudios sobre la transición, ya estamos inmersos en una cultura, en la actualidad la mayoría, de la negación y la denigración de la historia del socialismo “del siglo XX”. Es inútil que s llegamos a echar una mano al Manifiesto y Liberación. ¿Qué clase de un centro de estudios sería si partissimo posiciones trotskistas? Del trotskismo (en un sentido amplio, es decir, dell’ultrasinistrismo radical produce la figura de la insoportable Ingrao crítico Comunista) ya hay un montón. Tener que hacer una batalla contra la corriente, es bueno que nosotros, en esta batalla, vamos allí, tal vez en unos pocos, pero en orden cerrado, por razones prácticas: para los que no siempre regresan al punto de partida, como juego de la oca. Sólo la figura del crítico social comunista – si de buena fe y realmente creo en lo que dice, algo que se sospecha – puede alimentar la ilusión de la más catastrófica, la ilusión catastrófica de todo el reformismo, que “un Otro mundo es posible “sin menoscabo de la primera – no ciertamente con el lloriqueo y apela a la razón – el podrido mundo de la burguesía capitalista que nos rodea.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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