Stalin :Problemi economici del socialismo nell’URSS

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Stalin :Problemi economici del socialismo nell’URSS -1° febbraio 1952
 da Stalin, Opere Scelte, pag 1017-1045, Edizioni movimento studentesco, Milano, 1973
Ai partecipanti alla discussione economica
 
Osservazioni sulle questioni economiche relative alla discussione del novembre 1951
 
Ho ricevuto tutti i documenti sulla discussione economica svoltasi per giudicare il progetto di manuale di economia politica. Ho ricevuto, tra l’altro, le “Proposte per migliorare il progetto di manuale di economia politica”, le “Proposte per eliminare gli errori e le imprecisioni” nel progetto, la “Nota informativa sulle questioni in discussione”.
 
Su tutti questi materiali, come pure sul progetto di manuale ritengo necessario fare le seguenti osservazioni.
 
1. – Questione del carattere delle leggi economiche nel socialismo
 
Alcuni compagni negano il carattere obiettivo delle leggi della scienza, in particolare delle leggi dell’economia politica nel socialismo. Essi negano che le leggi dell’economia politica riflettano le leggi di sviluppo di processi che si compiono indipendentemente dalla volontà degli uomini. Essi ritengono che, data la particolare funzione assegnata dalla storia allo Stato sovietico, lo Stato sovietico e i suoi dirigenti possano abolire le vigenti leggi della economia politica, possano “formare” nuove leggi, “creare” nuove leggi.
 
Questi compagni si sbagliano profondamente. Essi come si vede, confondono le leggi scientifiche, che riflettono i processi obiettivi che si svolgono nella natura o nella società indipendentemente dalla volontà degli uomini, con le leggi che vengono emanate dai governi, create per volontà degli uomini e che hanno solo una forza giuridica. Ma non si può in nessun modo confondere queste leggi.
 
Il marxismo intende le leggi della scienza, – si tratti di leggi delle scienze naturali o di leggi dell’economia politica, – come un riflesso di processi obiettivi che si svolgono indipendentemente dalla volontà degli uomini. Gli uomini possono scoprire queste leggi, conoscerle, studiarle, tenerne conto nelle loro azioni, utilizzarle negli interessi delle società, ma non possono cambiarle o abolirle. Tanto meno essi possono formare o creare nuove leggi della scienza.
 
Significa forse questo che, per esempio, i risultati delle azioni delle leggi della natura, i risultati delle azioni delle forze della natura siano in genere irreparabili, che le azioni distruttive delle forze della natura abbiano sempre e dappertutto luogo con una violenza elementare e implacabile, che non possa venir sottoposta alla influenza degli uomini? No, non significa questo. Se si escludono i processi astronomici, geologici e alcuni altri, dove gli uomini, anche se conoscono le leggi del loro sviluppo, sono effettivamente impotenti a influire su di esse, in molti altri casi gli uomini sono lungi dall’essere impotenti per quanto concerne la possibilità di influenzare i processi della natura. In tutti questi casi gli uomini, conosciute le leggi della natura, possono, tenendone conto e basandosi su di esse, applicandole e utilizzandole abilmente, limitare la sfera della loro azione, dare alle forze distruttive della natura un altro indirizzo, rivolgere le forze distruttive della natura all’utile della società.
 
Prendiamo uno degli innumerevoli esempi. Nella remota antichità lo straripamento dei grandi fiumi, le inondazioni, la distruzione che ne conseguiva delle abitazioni e dei campi seminati erano ritenuti una sciagura irreparabile, contro la quale gli uomini erano impotenti. Tuttavia, col passar del tempo, con lo sviluppo delle conoscenze umane, allorché gli uomini impararono a costruire dighe e centrali elettriche, si rivelò possibile allontanare dalla società le sciagure delle inondazioni che prima sembravano irreparabili. Non solo, ma gli uomini impararono a imbrigliare le forze distruttive della natura, a metter loro, per così dire, il morso, a rivolgere la forza dell’acqua a vantaggio della società e a utilizzarla per l’irrigazione dei campi, per ottenerne energia.
 Significa forse questo che gli uomini in questo modo abbiano abolito le leggi della natura, le leggi della scienza, abbiano creato nuove leggi della natura, nuove leggi della scienza? No, non significa questo. Il fatto è, che tutto questo sistema di prevenzione delle azioni delle forze distruttive dell’acqua e di utilizzazione di esse nell’interesse della società si attua senza che vi sia alcuna violazione, modificazione o abolizione delle leggi della scienza, senza che si creino nuove leggi della scienza. Al contrario, tutto questo sistema si realizza sul preciso fondamento delle leggi della natura, delle leggi della scienza, perché qualsiasi violazione delle leggi della natura, la loro minima violazione porterebbe a una disorganizzazione dell’impresa, al crollo del sistema.
 
Lo stesso si deve dire delle leggi dello sviluppo economico, delle leggi dell’economia politica, – non importa se si tratti del periodo del capitalismo o del periodo del socialismo. Anche qui come nelle scienze naturali, le leggi dello sviluppo economico sono leggi obiettive, che riflettono i processi di sviluppo economico che si compiono indipendentemente dalla volontà degli uomini. Gli uomini possono scoprire queste leggi, conoscerle, e basandosi su di esse utilizzarle nell’interesse della società, dare un altro indirizzo alle azioni distruttive di alcune leggi, limitare la loro sfera di azione, dare spazio ad altre leggi che cerchino di aprirsi un varco, ma non possono distruggerle o creare nuove leggi economiche.
 
Una delle particolarità dell’economia politica sta nel fatto che le sue leggi, a differenza delle leggi delle scienze naturali, non sono eterne, che esse, o per lo meno la maggior parte di esse, vigono nel corso di un determinato periodo storico, dopo di che cedono il posto a leggi nuove. Ma esse, queste leggi, non si distruggono; bensì perdono la loro forza a causa delle nuove condizioni economiche e scompaiono dalla scena per lasciare il posto a nuove leggi, che non si creano per volontà degli uomini, ma sorgono sulla base di nuove condizioni economiche.
 Si cita l’Antidüring di Engels, la sua formula secondo cui, con la liquidazione del capitalismo e la collettivizzazione dei mezzi di produzione, gli uomini avranno il potere sui loro mezzi di produzione, conseguiranno la libertà dal giogo delle relazioni economico-sociali, diverranno “signori” della loro vita sociale. Engels chiama questa libertà “necessità cosciente”. Ma che cosa può significare “necessità cosciente”? Significa che gli uomini, avendo preso conoscenza delle leggi obiettive (“necessità”), le applicheranno in modo pienamente cosciente nell’interesse della società. Proprio per questo Engels dice nello stesso punto che:
 
“Le leggi della loro attività sociale, che sino allora stavano di fronte agli uomini come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate” (1).
 
Come si vede, la formula di Engels non parla affatto a vantaggio di coloro i quali pensano che nel socialismo si possano abolire le leggi economiche esistenti e crearne di nuove. Al contrario, essa non richiede l’abolizione, ma la conoscenza delle leggi economiche e una loro abile applicazione.
 
Si dice che le leggi economiche rivestano un carattere elementare, che le azioni di queste leggi siano irreparabili, che la società sia impotente di fronte ad esse. Ciò non è vero. Questo significa fare delle leggi dei feticci, rendersi schiavi delle leggi. È provato che la società non è impotente di fronte alle leggi, che la società può, dopo aver conosciuto le leggi economiche e basandosi su di esse, limitare la sfera della loro azione, utilizzarle nell’interesse della società e “mettere loro il morso”, come succede per quanto riguarda le forze della natura e le leggi loro, come succede nell’esempio dato sopra dello straripamento dei grandi fiumi.
 
Si cita la particolare funzione del potere sovietico nell’opera di costruzione del socialismo, funzione che gli darebbe la possibilità di sopprimere le esistenti leggi dello sviluppo economico e “formarne” delle nuove. Anche questo non è vero.
 
La particolare funzione del potere sovietico si spiega con due circostanze: in primo luogo col fatto che il potere sovietico non doveva sostituire una forma di sfruttamento con un’altra forma, come è avvenuto nelle rivoluzioni del passato, ma liquidare qualsiasi sfruttamento; in secondo luogo col fatto che, in seguito all’assenza nel paese di qualsiasi germe già formato di economia socialista, esso dovette creare, per così dire, sul “vuoto”, nuove forme socialiste di economia.
 
Compito, questo, indubbiamente difficile e complesso, che non aveva precedenti. Ciò nondimeno, il potere sovietico ha assolto questo compito con onore. Ma esso non l’ha assolto perché abbia distrutto le leggi economiche esistenti e “formato” leggi nuove, ma solo perché si è appoggiato alla legge economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive. Le forze produttive del nostro paese, specialmente nell’industria, avevano un carattere sociale; la forma della proprietà, invece, era privata, capitalistica. Basandosi sulla legge economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive, il potere sovietico ha socializzato i mezzi di produzione, li ha resi proprietà di tutto il popolo e in tal modo ha distrutto il sistema dello sfruttamento, ha creato forme socialiste di economia. Se non ci fosse stata questa legge e non si fosse appoggiato su di essa, il potere sovietico non avrebbe potuto assolvere il suo compito.
 
La legge economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive cerca da tempo di aprirsi un varco nei paesi capitalistici. Se essa non si è ancora aperto un varco e non ha trovato sbocco, ciò è stato perché incontra una fortissima resistenza da parte delle forze della società che hanno fatto il loro tempo. Qui ci imbattiamo in una altra peculiarità delle leggi economiche. A differenza delle leggi delle scienze naturali, dove la scoperta e l’applicazione di una nuova legge hanno luogo in modo più o meno pacifico, nel campo economico la scoperta e l’applicazione di una nuova legge, la quale urti gli interessi delle forze della società che hanno fatto il loro tempo, incontrano una fortissima resistenza da parte di queste forze. Occorre, di conseguenza, una forza, una forza sociale capace di superare questa resistenza. Una forza simile si è trovata nel nostro paese nella forma dell’alleanza della classe operaia e dei contadini, che rappresentano la schiacciante maggioranza della società. Una forza simile negli altri paesi capitalistici non si è ancora trovata. Qui sta il segreto del fatto che il potere sovietico sia riuscito a sconfiggere le vecchie forze della società e la legge economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive abbia ricevuto da noi pieno sbocco.
 
Si dice che la necessità dello sviluppo pianificato (proporzionale) dell’economia del nostro paese dà la possibilità al potere sovietico di sopprimere le leggi economiche esistenti e crearne delle nuove. Ciò non è affatto vero. Non si possono confondere i nostri piani annuali e quinquennali con la legge economica obiettiva dello sviluppo pianificato, proporzionale dell’economia nazionale. La legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale è sorta come contrapposizione alla legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione nel capitalismo. È sorta sulla base della socializzazione dei mezzi di produzione, dopo che la legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione aveva perduto la sua efficacia. È entrata in vigore perché una economia nazionale socialista si può avere soltanto sulla base della legge economica dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale. Questo significa che la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale dà la possibilità ai nostri organi pianificatori di pianificare in modo giusto la produzione sociale. Ma non si deve confondere la possibilità con la realtà. Si tratta di due cose differenti. Per far sì che questa possibilità diventi realtà occorre studiare questa legge economica, occorre impadronirsene, occorre imparare ad applicarla con perfetta cognizione di causa, occorre elaborare dei piani che riflettano per intiero le esigenze di questa legge. Non si può dire che i nostri piani annuali e quinquennali riflettano per intiero le esigenze di questa legge economica.
 
Si dice che alcune leggi economiche, tra cui anche la legge del valore, vigenti da noi col socialismo, siano leggi “trasformate” o persino “trasformate in modo radicale” sulla base dell’economia pianificata. Anche questo non è vero. Non si possono “trasformare” le leggi e tanto meno “in modo radicale”. Se si potessero trasformare, si potrebbero anche abolire, sostituendole con altre leggi. La tesi della “trasformazione” delle leggi è una sopravvivenza dell’erronea fomula della “distruzione” e della “formazione” delle leggi. Benché la formula della trasformazione delle leggi economiche sia oramai entrata da tempo da noi nell’uso comune, sarà meglio rinunciarvi nell’interesse dell’esattezza. Si può limitare la sfera di azione di queste o quelle leggi economiche, se ne possono prevenire le azioni distruttive, se, naturalmente, vi sono, ma non si può “trasformarle” o “distruggerle”.
 
Di conseguenza, quando si parla dell'”assoggettamento” delle forze della natura o delle leggi economiche, del “dominio” su di esse e così via, non si vuol affatto dire con questo che gli uomini possano “distruggere” le leggi della scienza o “formarle”. Al contrario, con questo si vuol dire solamente che gli uomini possono scoprire le leggi, conoscerle, impadronirsene, imparare ad applicarle con perfetta cognizione di causa, utilizzarle nell’interesse della società e in tal modo assoggettarle, raggiungere il dominio su di esse.
 
Dunque, le leggi dell’economia politica nel socialismo sono leggi obiettive, che riflettono le leggi di sviluppo dei processi della vita economica, i quali si compiono indipendentemente dalla nostra volontà. Coloro che negano questa tesi, negano in sostanza la scienza, ma negando la scienza negano con ciò stesso la possibilità di qualsiasi previsione – di conseguenza negano la possibilità che la vita economica venga diretta.
 
Si potrà dire che tutto ciò che qui si afferma è giusto e universalmente noto ma che non vi è nulla di nuovo e che, di conseguenza, non vale la pena di perdere il tempo per ripetere verità universalmente note. Certo, qui non vi è effettivamente nulla di nuovo, ma sarebbe sbagliato pensare che non valga la pena di perdere il tempo per ripetere alcune verità a noi note. Il fatto è che a noi, quale nucleo dirigente, si accostano ogni anno migliaia di nuovi giovani quadri; essi ardono dal desiderio di aiutarci, ardono dal desiderio di mostrare quel che valgono, ma non hanno una sufficiente preparazione marxista, non conoscono molte verità a noi ben note e sono costretti a vagare nelle tenebre. Essi sono colpiti dalle colossali conquiste del potere sovietico; gli straordinari successi del sistema sovietico fanno loro girare la testa ed essi cominciano a immaginare che il potere sovietico “possa tutto”, che per esso “tutto sia una bazzecola”, che esso possa sopprimere le leggi della scienza, formare nuove leggi. Come dobbiamo comportarci con questi compagni? Come educarli nello spirito del marxismo-leninismo? Io ritengo che una sistematica ripetizione delle cosiddette verità “universalmente note”, un loro paziente chiarimento sia uno dei migliori mezzi di educazione marxista di questi compagni.
 
2. – Questione della produzione mercantile nel socialismo
 
Alcuni compagni affermano che il partito ha agito erroneamente mantenendo la produzione mercantile dopo aver preso il potere e nazionalizzato i mezzi di produzione nel nostro paese. Essi ritengono che il partito allora avrebbe dovuto eliminare la produzione mercantile. A questo proposito essi citano Engels, il quale dice:
 
“Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori” (2).
 
Questi compagni sbagliano profondamente:
Esaminiamo la formula di Engels. La formula di Engels non si può considerare del tutto chiara e precisa, giacché in essa non si indica se si parli della presa di possesso da parte della società di tutti i mezzi di produzione o solamente di una parte dei mezzi di produzione; se cioè tutti i mezzi di produzione siano diventati patrimonio di tutto il popolo o solamente di una parte dei mezzi di produzione. Questa formula di Engels si può dunque interpretare in un modo o nell’altro.
 
In un altro luogo dell’Antidühring, Engels parla del possesso “di tutti i mezzi di produzione”, del possesso “di tutto il complesso dei mezzi di produzione”. Quindi Engels nella sua formula non intende parlare della nazionalizzazione di una parte dei mezzi di produzione, ma di tutti i mezzi di produzione, ossia del fatto che siano diventati patrimonio di tutto il popolo non solo i mezzi di produzione dell’industria, ma anche quelli dell’agricoltura.
 
Ne consegue che Engels intende parlare di paesi in cui il capitalismo e la concentrazione della produzione siano tanto sviluppati, non solo nell’industria, ma anche nell’agricoltura, da far sì che si possano espropriare tutti i mezzi di produzione del paese e trasformarli in proprietà di tutto il popolo. Engels ritiene, di conseguenza, che in questi paesi, oltre a collettivizzare tutti i mezzi di produzione, si debba eliminare la produzione mercantile e questo, naturalmente, è giusto.
 
Un paese di questo genere era, alla fine dello scorso secolo, al momento della pubblicazine dell’Antidühring, soltanto l’Inghilterra, dove lo sviluppo del capitalismo e la concentrazione della produzione, tanto nell’industria quanto nell’agricoltura, erano giunte a un punto tale che vi era la possibilità, in caso di presa del potere da parte del proletariato, di far diventare tutti i mezzi di produzione del paese patrimonio di tutto il popolo e di eliminare la produzione mercantile.
 
Tralascio nel presente caso la questione dell’importanza per l’Inghilterra del commercio estero, col suo enorme peso specifico nell’economia nazionale dell’Inghilterra. Ritengo che solamente studiando questa questione si potrebbe risolvere definitivamente la questione del destino della produzione mercantile in Inghilterra dopo la presa del potere da parte del proletariato e la nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione.
 
Del resto, non solamente alla fine dello scorso secolo, ma anche al giorno d’oggi nessun paese ha ancora raggiunto quel grado di sviluppo del capitalismo e di concentrazione della produzione nell’agricoltura che noi osserviamo in Inghilterra. Per quanto riguarda gli altri paesi, nonostante lo sviluppo del capitalismo nelle campagne, esiste ancora nelle campagne una classe abbastanza numerosa di piccoli e medi proprietari-produttori, la cui sorte bisognerebbe determinare in caso di presa del potere da parte del proletariato.
 
Ma ecco sorgere una questione: che cosa devono fare il proletariato e il suo partito se in un paese o in un altro, compreso fra questi il nostro paese, esistono condizioni favorevoli per la presa del potere da parte del proletariato e l’abbattimento del capitalismo; se il capitalismo nell’industria ha talmente concentrato i mezzi di produzione che si possono espropriare e dare in possesso alla società, ma se l’agricoltura, nonostante lo sviluppo del capitalismo, è ancora talmente frazionata in innumerevoli piccoli e medi proprietari-produttori, che non si presenta la possibilità di porre la questione dell’espropriazione di questi produttori?
 
A questa domanda la formula di Engels non dà risposta. Del resto, essa non doveva neppure rispondere a questa domanda, perché era sorta sulla base di un’altra questione, e precisamente della questione di quale doveva essere il destino della produzione mercantile dopo che fossero stati collettivizzati tutti i mezzi di produzione.
 
E dunque, come fare se non tutti i mezzi di produzione sono stati collettivizzati, ma lo è stata solamente una parte dei mezzi di produzione, eppure vi sono condizioni favorevoli per la presa del potere da parte del proletariato, – deve il proletariato prendere il potere e si deve subito dopo distruggere la produzione mercantile?
 
Non si può, naturalmente, considerare una risposta l’opinione di taluni pretesi marxisti, i quali ritengono che in tali condizioni bisognerebbe rinunciare alla presa del potere e aspettare finché il capitalismo sia riuscito a ridurre alla miseria milioni di piccoli e medi produttori trasformandoli in braccianti e a concentrare i mezzi di produzione nell’agricoltura, e che solo dopo di questo si possa porre la questione della presa del potere da parte del proletariato e della socializzazione di tutti i mezzi di produzione. E’ evidente che una simile “via di uscita” non può essere seguita dai marxisti se essi non vogliono definitivamente coprirsi di vergogna.
 
Non si può neppure considerare una risposta l’opinione di altri pretesi marxisti, i quali ritengono che bisognerebbe prendere il potere, passare alla espropriazione dei piccoli e medi produttori nelle campagne e socializzare i loro mezzi di produzione. Neppure questa via assurda e delittuosa può essere seguita dai marxisti, perché una via simile comprometterebbe ogni possibilità di vittoria della rivoluzione proletaria, getterebbe per lungo tempo i contadini nel campo dei nemici del proletariato.
 
E’ stato Lenin a dare una risposta a questa questione nei suoi scritti sulla Imposta in natura e nel suo celebre Piano cooperativo.
La risposta di Lenin si riduce in breve a quanto segue:
 
a) non lasciar passare le condizioni favorevoli per la presa del potere: che il proletariato prenda il potere senza aspettare fino a che il capitalismo sia riuscito a ridurre alla miseria la popolazione di molti milioni di piccoli e medi produttori individuali;
b) espropriare i mezzi di produzione nell’industria e trasformarli in patrimonio di tutto il popolo;
c) per quanto riguarda i piccoli e medi produttori individuali riunirli gradualmente in cooperative di produzione, cioè in grandi aziende agricole, i colcos;
d) sviluppare in tutti i modi l’industria e dare ai colcos la base tecnica moderna della grande produzione, ma non espropriarli, bensì, al contrario, rifornirli intensamente di trattori di prima qualità e di altre macchine;
 
e) per la saldatura economica della città e della campagna, dell’industria e dell’agricoltura, conservare per un certo tempo la produzione mercantile (scambio attraverso la compra-vendita), come unica forma di rapporti economici con la città accettabile per i contadini, e sviluppare appieno il commercio sovietico, statale e cooperativo-colcosiano, eliminando dalla circolazione delle merci ogni genere di capitalisti.
 
La storia della nostra edificazione socialista dimostra che questa via di sviluppo, tracciata da Lenin, ha dato ottima prova di sé.
Non vi può esser dubbio che per tutti i paesi capitalistici aventi una classe più o meno numerosa di piccoli e medi produttori questa via di sviluppo è l’unica possibile e razionale per la vittoria del socialismo.
 
Si dice che la produzione mercantile in qualsiasi condizione deve portare e necessariamente porterà al capitalismo. Questo non è vero. Non sempre e non in qualsiasi condizione! Non si può identificare la produzione mercantile con la produzione capitalistica. Sono due cose diverse. La produzione mercantile porta al capitalismo solamente se esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, se la forza lavoro si presenta sul mercato come una merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, di conseguenza, esiste nel paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai, privi di mezzi di produzione, sono costretti a vendere la loro forza lavoro come una merce. Senza di ciò non vi è produzione capitalistica.
 
Ebbene, e se non esistono queste condizioni che trasformano la produzione mercantile in produzione capitalistica, se i mezzi di produzione non sono più proprietà privata, ma proprietà socialista, se non esiste un sistema di lavoro salariato e la forza lavoro non è più una merce, se il sistema dello sfruttamento è già da tempo liquidato, – cosa dire allora: si può considerare che la produzione mercantile porti in ogni caso al capitalismo? No, non si può. E la nostra società è proprio una società in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione, il sistema del lavoro salariato, il sistema dello sfruttamento non esistono più da tempo.
 
Non si può considerare la produzione mercantile come qualcosa a sé stante, indipendente dalle condizioni economiche circostanti. La produzione mercantile è più antica della produzione capitalistica. Essa esisteva nel sistema schiavistico e lo serviva, e tuttavia non ha portato al capitalismo. Essa esisteva nel feudalesimo e lo serviva, e tuttavia, benché preparasse alcune condizioni della produzione capitalistica, non ha portato al capitalismo. Si domanda allora perché la produzione mercantile non può servire per un certo periodo anche la nostra società socialista senza portare al capitalismo, quando si tenga presente che la produzione mercantile non ha da noi quella diffusione illimitata e universale che ha nelle condizioni del capitalismo, quando si tenga presente che essa da noi è costretta entro limiti rigorosi, grazie a condizioni economiche decisive, quali sono la proprietà collettiva sui mezzi di produzione, la liquidazione del sistema del lavoro salariato, la liquidazione del sistema dello sfruttamento.
 
Si dice che, dopo che nel nostro paese si è stabilito il dominio della proprietà collettiva sui mezzi di produzione e il sistema del lavoro salariato e dello sfruttamento è stato liquidato, l’esistenza della produzione mercantile ha perduto ogni senso e pertanto si dovrebbe eliminare la produzione mercantile.
 
Ma anche questo non è vero. Attualmente da noi esistono due forme fondamentali di produzione socialista: la produzione statale, di tutto il popolo, e quella colcosiana, che non si può dire di tutto il popolo. Nelle aziende statali i mezzi di produzione e la produzione stessa sono proprietà di tutto il popolo. Nelle aziende colcosiane, invece, benché i mezzi di produzione (la terra, le macchine) appartengano pur essi allo Stato, tuttavia la produzione dei prodotti è proprietà dei singoli colcos, giacché nei colcos il lavoro, come le sementi, sono di proprietà dei colcos, mentre della terra, che è stata concessa ai colcos in uso eterno, i colcos dispongono di fatto come di una loro proprietà, benché non possano venderla, comprarla, darla in affitto o ipotecarla.
 
Questa circostanza porta al fatto che lo Stato può disporre solamente della produzione delle aziende statali, mentre della produzione colcosiana dispongono solamente i colcos, come di una loro proprietà. Ma i colcos non vogliono alienare i loro prodotti altrimenti che sotto forma di merci, in scambio alle quali essi vogliono ricevere le merci loro necessarie. Altri legami economici con la città che non siano quelli commerciali, che non siano lo scambio mediante compra-vendita oggi i colcos non li accettano. Per questo la produzione mercantile e la circolazione delle merci sono attualmente da noi una necessità così come lo erano, diciamo, trent’anni fa, quando Lenin proclamò la necessità di un sviluppo completo della circolazione delle merci.
 
Naturalmente, quando invece dei due fondamentali settori produttivi, quello statale e quello colcosiano, vi sarà un solo settore produttivo che abbracci tutto e abbia il diritto di disporre di tutti i prodotti di consumo del paese, allora la circolazione delle merci con la sua “economia monetaria” scomparirà, come un elemento non più necessario dell’economia nazionale. Ma finché questo non avvenga, finché sussistono due settori produttivi fondamentali, la produzione mercantile e la circolazione delle merci devono restare in vigore come elemento necessario e sotto ogni aspetto utile del sistema della nostra economia nazionale. In qual modo avverrà la creazione di un unico settore che abbracci tutto, attraverso un semplice assorbimento del settore colcosiano da parte del settore statale, il che è poco verosimile (giacché ciò sarebbe accolto come un’espropriazione dei colcos), o attraverso la organizzazione di un unico organo economico di tutto il popolo (con una rappresentanza della industria di Stato e dei colcos) che abbia il diritto di calcolare in un primo tempo tutti i prodotti di consumo del paese, e con il passare del tempo anche di distribuire i prodotti col sistema, diciamo, dello scambio in natura, – questa è una questione particolare, che richiede un esame a parte.
 
Di conseguenza, la nostra produzione mercantile non è una produzione mercantile normale, ma una produzione mercantile di tipo particolare, una produzione mercantile senza capitalisti, che ha a che fare sostanzialmente con merci di produttori socialisti riuniti (lo Stato, i colcos, le cooperative), la cui sfera di azione è limitata agli oggetti di consumo personale, che evidentemente non può in alcun modo svilupparsi come produzione capitalistica e che è destinata a servire, insieme con la sua “economia monetaria”, la causa dello sviluppo e del rafforzamento della produzione socialista.
 
Per questo non hanno affatto ragione quei compagni i quali affermano che, siccome la società socialista non liquida le forme mercantili di produzione, dovrebbero da noi ripristinarsi tutte le categorie economiche proprie del capitalismo: la forza lavoro come merce, il plusvalore, il capitale, il profitto del capitale, il tasso medio del profitto e così via. Questi compagni confondono la produzione mercantile con la produzione capitalistica e suppongono che, poiché esiste la produzione mercantile, deve esistere anche la produzione capitalistica. Essi non comprendono che la nostra produzione mercantile differisce in modo radicale dalla produzione mercantile nel capitalismo.
 
Non solo, ma io penso che sia necessario respingere anche alcuni altri concetti, desunti dal Capitale di Marx, dove Marx si è occupato dell’analisi del capitalismo, e artificiosamente applicati alle nostre relazioni socialiste.
 
Alludo fra l’altro a concetti come quelli di lavoro “necessario” e “supplementare”, di prodotto “necessario” e “supplementare”, di tempo “necessario” e “supplementare”. Marx analizzava il capitalismo per mettere in luce la fonte dello sfruttamento della classe operaia, il plusvalore, e dare alla classe operaia, priva dei mezzi di produzione, l’arme spirituale per l’abbattimento del capitalismo. Si capisce che Marx si serve nel far ciò di concetti (categorie) che rispondono perfettamente ai rapporti capitalistici. Ma sarebbe più che strano servirsi di tali concetti oggi che la classe operaia non solo non è priva del potere e dei mezzi di produzione, ma, al contrario, ha nelle sue mani il potere e possiede i mezzi di produzione. E’ abbastanza assurdo, oggi, nel nostro sistema, parlare di forza lavoro come merce e di “ingaggio” degli operai, come se la classe operaia, padrona degli strumenti di produzione, si ingaggiasse da sé o vendesse a se stessa la sua forza lavoro. Altrettanto strano è parlare oggi di lavoro “necessario” e “supplementare”, come se il lavoro degli operai, nelle nostre condizioni, dato alla società per estendere la produzione, sviluppare l’istruzione, la sanità pubblica, per organizzare la difesa e così via, non fosse altrettanto necessario per la classe operaia che è oggi al potere, del lavoro impiegato per coprire i bisogni personali dell’operaio e della sua famiglia.
 
Bisogna notare che Marx nella sua Critica del Programma di Gotha, là dove non tratta più del capitalismo, ma, fra l’altro, della prima fase della società comunista, riconosce che il lavoro dato alla società per estendere la produzione, per l’istruzione, la sanità pubblica, le spese amministrative, la formazione delle riserve e così via, è altrettanto necessario del lavoro impiegato per coprire i bisogni di consumo della classe operaia.
 
Penso che i nostri economisti debbano porre fine a questa discrepanza fra i vecchi concetti e la nuova condizione delle cose nel nostro paese socialista, sostituendo ai vecchi concetti, concetti nuovi, corrispondenti alla nuova situazione.
Abbiamo potuto tollerare questa discrepanza per un certo tempo, ma è giunto il momento in cui finalmente dobbiamo liquidarla.
 
3. – Questione della legge del valore nel socialismo
 
Talvolta si domanda: esiste e ha vigore da noi, nel nostro regime socialista, la legge del valore?
Sì, esiste e ha vigore. Là dove esistono merci e produzione mercantile, non può non esistere anche la legge del valore.
Il campo d’azione della legge del valore si estende da noi innanzitutto alla circolazione delle merci, allo scambio delle merci attraverso la compra-vendita, principalmente allo scambio delle merci di consumo individuale. Qui, in questo campo, la legge del valore conserva, naturalmente entro certi limiti, una funzione regolatrice.
 
Ma l’efficacia della legge del valore non si limita al campo della circolazione delle merci. Essa si estende anche alla produzione. In verità, la legge del valore non ha un’importanza regolatrice nella nostra produzione socialista, ma influisce tuttavia sulla produzione, e di questo non si può non tener conto nel dirigere la produzione stessa. Il fatto è che i prodotti di consumo, indispensabili per reintegrare l’impiego di forza lavoro nel processo produttivo, si producono da noi e si realizzano come merci, soggette all’influenza della legge del valore. Qui appunto si rivela l’influenza della legge del valore sulla produzione. In relazione a ciò, nelle nostre aziende hanno un’importanza attuale questioni come quella del rendimento commerciale e della gestione redditizia, del costo di produzione, dei prezzi, ecc. Perciò le nostre aziende non possono e non devono trascurare di tenere in considerazione la legge del valore.
 
E’ bene ciò? Non è male. Nelle nostre condizioni attuali effettivamente ciò non è male, perché questa circostanza educa i dirigenti della nostra economia nello spirito di una direzione razionale della produzione e li disciplina. Non è male, perché insegna ai nostri dirigenti dell’industria a calcolare le entità produttive, a calcolarle con esattezza, a tener conto con altrettanta esattezza delle cose reali della produzione e a non perdersi in chiacchiere su “dati orientativi”, campati in aria. Non è male perché insegna ai nostri dirigenti dell’industria a cercare, trovare e sfruttare le riserve nascoste, che si celano in seno alla produzione, e a non mettersele sotto i piedi. Non è male, perché insegna ai nostri dirigenti dell’industria a migliorare sistematicamente i metodi della produzione, a diminuire il costo di produzione, ad attuare un rendimento commerciale e a ottenere che le aziende siano in attivo. E’ questa una buona scuola pratica, che accelera lo sviluppo dei nostri quadri economici e la loro trasformazione in veri dirigenti della produzione socialista nella fase attuale di sviluppo.
 
Il male non è che da noi la legge del valore influisca sulla produzione. Il male è che i nostri dirigenti dell’industria e i dirigenti della pianificazione, salvo rare eccezioni, non conoscono bene l’azione della legge del valore, non la studiano e non sanno tenerne conto nei loro calcoli. Così appunto si spiega la confusione che ancora regna da noi nella questione della politica dei prezzi. Ecco uno dei tanti esempi. Qualche tempo fa si decise di regolare nell’interesse della coltivazione del cotone il rapporto tra i prezzi del cotone e del grano, di precisare i prezzi del grano venduto ai raccoglitori di cotone e di aumentare i prezzi del cotone consegnato allo Stato. A questo proposito i nostri dirigenti d’azienda e dirigenti della pianificazione avanzarono una proposta, che non poté non riempire di stupore i membri del Comitato centrale perché, secondo questa proposta, il prezzo di una tonnellata di grano doveva essere quasi uguale a quello di una tonnellata di cotone, e il prezzo di una tonnellata di grano veniva uguagliato a quello di una tonnellata di pane. Alle osservazioni dei membri del Comitato centrale che il prezzo di una tonnellata di pane deve essere superiore al prezzo di una tonnellata di grano, in considerazione delle spese supplementari relative alla macinazione e alla cottura, che il cotone costa in generale molto più caro del grano, come testimoniano anche i prezzi mondiali del cotone e del grano, gli autori della proposta non seppero rispondere nulla di sensato. Il Comitato centrale dovette quindi interessarsi direttamente della questione, diminuire i prezzi del grano e aumentare i prezzi del cotone. Che cosa sarebbe accaduto se la proposta di questi compagni fosse stata tradotta in legge? Avremmo rovinato i raccoglitori di cotone e saremmo rimasti senza cotone.
 
Ma significa tutto questo che l’influenza della legge del valore si eserciti da noi con la medesima ampiezza che nel capitalismo e che la legge del valore sia da noi la regolatrice della produzione? No, in nessun modo. In realtà il campo d’azione della legge del valore nel nostro regime economico è rigorosamente limitato e circoscritto. Si è già detto che il campo d’azione della produzione mercantile nel nostro regime è limitato e circoscritto. Lo stesso si deve dire del campo d’azione della legge del valore. Non vi è dubbio che l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione, sia nella città, che nella campagna, non possono non limitare il campo d’azione della legge del valore e il grado della sua influenza sulla produzione.
 
Nella stessa direzione agisce la legge dello sviluppo pianificato (proporzionale) dell’economia nazionale, che ha sostituito la legge della concorrenza e dell’anarchia dela produzione.
Nella stessa direzione agiscono i nostri piani annuali e quinquennali e in generale tutta la nostra politica economica, che si basa sulle esigenze della legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale.
Tutto questo insieme di elementi fa sì che da noi il campo d’azione della legge del valore sia rigorosamente limitato e che la legge del valore non possa nel nostro regime assolvere la funzione di regolatrice della produzione.
 
Così appunto si spiega il fatto “sorprendente” che, nonostante lo sviluppo ininterrotto e impetuoso della nostra produzione socialista, la legge del valore non provoca da noi crisi di sovraproduzione, mentre la stessa legge del valore, che ha nel capitalismo un vasto campo d’azione, nonostante i bassi ritmi di sviluppo della produzione nei paesi capitalistici, provoca in essi crisi periodiche di sovraproduzione.
 
Si dice che la legge del valore è una legge permanente, obbligatoria per tutti i periodi dello sviluppo storico, che anche se la legge del valore perde la sua efficacia come regolatrice dei rapporti di scambio nella seconda fase della società comunista, essa, in questa fase di sviluppo, conserverà la sua efficacia, come regolatrice dei rapporti fra le diverse branche della produzione, come regolatrice della ripartizione del lavoro fra le branche della produzione.
 
Ciò è falso del tutto. Il valore, come anche la legge del valore, è una categoria storica, legata all’esistenza della produzione mercantile. Con la scomparsa della produzione mercantile spariranno sia il valore con le sue forme, che la legge del valore.
 
Nella seconda fase della società comunista la quantità di lavoro impiegata per la produzione dei prodotti, non si misurerà per vie traverse, non tramite il valore e le sue forme, come accade nella produzione mercantile, ma direttamente e immediatamente con la quantità di tempo, con il numero delle ore impiegate nella produzione dei prodotti. Per quanto riguarda la ripartizione del lavoro fra le branche della produzione, essa non sarà regolata dalla legge del valore, che in questo periodo perde la sua efficacia, ma dall’incremento del fabbisogno di prodotti da parte della società. Sarà una società in cui la produzione verrà regolata dal fabbisogno sociale e il calcolo del fabbisogno sociale acquisterà un’importanza primordiale per gli organi pianificatori.
 
E’ completamente errata anche l’affermazione secondo cui nel nostro attuale regime economico, nella prima fase di sviluppo della società comunista, la legge del valore regolerebbe “le proporzioni” della ripartizione del lavoro tra le diverse branche della produzione.
 
Se questo fosse vero, non si capirebbe perché da noi non si sviluppa a pieno ritmo l’industria leggera, essendo più redditizia, soprattutto nei confronti dell’industria pesante, che spesso è meno redditizia, e talvolta addirittura completamente passiva.
Se questo fosse vero, non si capirebbe perché da noi non vengano chiuse le aziende dell’industria pesante per il momento ancora passive, dove il lavoro degli operai non ha la “dovuta efficacia”, e non si aprano nuove aziende dell’industria leggera incontestabilmente redditizia, dove il lavoro degli operai potrebbe avere una “maggiore efficacia”.
Se questo fosse vero, non si capirebbe perché da noi non si trasferiscano gli operai dalle aziende poco redditizie, anche se indispensabili all’economia nazionale, alle aziende più redditizie, secondo la legge del valore che regolerebbe le “proporzioni” della ripartizione del lavoro fra le branche della produzione.
 
E’ evidente che, se si seguissero le orme di questi compagni, dovremmo desistere dal dare la precedenza alla produzione dei mezzi di produzione a favore della produzione dei mezzi di consumo. Ma che cosa significa desistere dal dare la precedenza alla produzione dei mezzi di produzione? Significa eliminare la possibilità di sviluppo ininterrotto della nostra economia nazionale, perché è impossibile attuare uno sviluppo ininterrotto dell’economia nazionale senza dare, al tempo stesso, la precedenza alla produzione dei mezzi di produzione.
 
Questi compagni dimenticano che la legge del valore può regolare la produzione solo nel capitalismo, quando esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, quando esistono la concorrenza, l’anarchia della produzione e le crisi di sovraproduzione. Essi dimenticano che da noi il campo d’azione della legge del valore è limitato dall’esistenza della proprietà sociale dei mezzi di produzione, dal fatto che vige la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale e, per conseguenza, questo campo è anche limitato dai nostri piani annuali e quinquennali, che rispecchiano per approssimazione le esigenze di questa legge.
 
Alcuni compagni traggono di qui la conclusione che la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale e la pianificazione dell’economia nazionale sopprimono il principio del rendimento della produzione. Ciò è falso del tutto. Le cose stanno esattamente al contrario. Se si considera il rendimento non per aziende o branche della produzione singole e non in riferimento a un solo anno, ma per tutta l’economia nazionale e in riferimento, poniamo, a un periodo di 10-15 anni – e questo sarebbe l’unico modo giusto di affrontare la questione – il rendimento momentaneo e instabile di aziende o branche della produzione singole non può in nessun modo stare a confronto con quella forma superiore di rendimento stabile e permanente che ci viene assicurato dall’azione della legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale e dalla pianificazione dell’economia nazionale, liberandoci dalle crisi economiche periodiche, le quali distruggono l’economia nazionale e infliggono alla società un immenso danno materiale, e assicurandoci una ascesa ininterrotta dell’economia nazionale con i suoi ritmi elevati.
 
In breve: non vi è dubbio che nelle nostre attuali condizioni socialiste della produzione la legge del valore non può essere la “regolatrice delle proporzioni” nella ripartizione del lavoro fra le diverse branche della produzione.
 
4. – Questione della eliminazione del contrasto fra città e campagna, fra lavoro fisico e intellettuale e questione della liquidazione delle differenze tra di essi.
 
Questo titolo concerne numerosi problemi che si differenziano sostanzialmente l’uno dall’altro, ma che unisco in un solo capitolo non per confonderli, ma esclusivamente per brevità di esposizione.
 
Il problema della eliminazione del contrasto fra la città e la campagna, fra l’industria e l’agricoltura è un problema noto, posto già da tempo da Marx ed Engels. La base economica di questo contrasto è lo sfruttamento della campagna da parte della città, l’espropriazione dei contadini e la rovina della maggior parte della popolazione rurale in seguito a tutto il corso dello sviluppo dell’industria, del commercio e del sistema creditizio nel capitalismo. Perciò il contrasto fra la città e la campagna nel capitalismo deve considerarsi come un contrasto di interessi. Su questo terreno è sorto un atteggiamento ostile della campagna verso la città e in generale verso la “gente di città”.
 
Non vi è dubbio che con la distruzione del capitalismo e del sistema dello sfruttamento, con il consolidamento del regime socialista, nel nostro paese doveva sparire anche il contrasto di interessi tra la città e la campagna, tra l’industria e l’agricoltura. E così è accaduto. L’immenso aiuto dato ai nostri contadini dalla città socialista e dalla nostra classe operaia per liquidare i proprietari fondiari e i kulak, ha consolidato la base dell’alleanza fra la classe operaia e i contadini, mentre la fornitura sistematica di trattori di prima qualità e di altre macchine ai contadini e ai loro colcos ha trasformato in amicizia l’alleanza fra la classe operaia e i contadini. Certo, gli operai e i contadini colcosiani sono tuttora due classi, che differiscono l’una dall’altra per la loro posizione. Ma questa differenza non indebolisce in nessuna misura la loro amicizia. Al contrario, i loro interessi corrono su un’unica linea comune, sulla linea del consolidamento del regime socialista e della vittoria del comunismo. Perciò non deve far meraviglia che non sia rimasta neppure una traccia della vecchia sfiducia e, a maggior ragione, del vecchio odio della campagna per la città.
 
Tutto questo significa che la base su cui sorge il contrasto fra la città e la campagna, fra l’industria e l’agricoltura è già stata liquidata dal nostro attuale regime socialista.
Questo, naturalmente, non significa che la eliminazione del contrasto fra la città e la campagna debba portare alla “rovina delle grandi città” (vedi l’Anti-dühring di Engels). Le grandi città non solo non andranno in rovina, ma sorgeranno altre nuove grandi città, quali centri di un maggiore sviluppo culturale, centri non solo della grande industria, ma anche della lavorazione dei prodotti agricoli e di un poderoso sviluppo di tutte le branche dell’industria alimentare. Questa circostanza favorirà la fioritura culturale del paese e determinerà un livellamento delle condizioni di vita nelle città e nella campagna.
 
Una situazione analoga vi è nel problema della eliminazione del contrasto fra lavoro fisico e intellettuale. Anche questo è un problema noto, posto già da tempo da Marx ed Engels. La base economica del contrasto fra lavoro fisico e intellettuale è costituita dallo sfruttamento degli uomini che compiono il lavoro fisico da parte di coloro che rappresentano il lavoro intellettuale. Tutti conoscono il distacco che esisteva nel capitalismo fra gli uomini che compiono il lavoro fisico nelle aziende e il personale direttivo. E’ noto che sulla base di questo distacco sorse un atteggiamento ostile degli operai verso il direttore, il capo-reparto, l’ingegnere e gli altri rappresentanti del personale tecnico, considerati come nemici. Naturalmente, con la distruzione del capitalismo e del sistema dello sfruttamento, doveva scomparire anche il contrasto di interessi fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale. Ed esso effettivamente è scomparso nel nostro odierno regime socialista. Oggi gli uomini che compiono il lavoro fisico e il personale direttivo non sono nemici, ma compagni e amici, membri di un unico collettivo della produzione, vitalmente interessati al progresso e al miglioramento della produzione. Della vecchia ostilità fra loro non è rimasta traccia.
 
Un carattere completamente diverso ha il problema della scomparsa delle differenze fra la città (l’industria) e la campagna (l’agricoltura), fra il lavoro fisico e intellettuale. Questo problema non è stato posto dai classici del marxismo. E’ un problema nuovo, posto dalla pratica della nostra edificazione socialista.
Ma non è questo un problema immaginario; ha esso per noi una qualche importanza pratica o teorica? No, questo problema non si può considerare immaginario. Al contrario, esso è per noi della più alta importanza.
 
Se esaminiamo, per esempio, la differenza fra l’agricoltura e l’industria, essa, da noi, non consiste solo nel fatto che le condizioni di lavoro nell’agricoltura differiscono dalle condizioni di lavoro nell’industria, ma innanzitutto e principalmente nel fatto che nell’industria abbiamo una proprietà di tutto il popolo sui mezzi di produzione e sul prodotto dell’attività produttiva, mentre nell’agricolutra non abbiamo una proprietà di tutto il popolo, ma di gruppo, colcosiana. E’ già stato detto che questa circostanza porta al mantenimento della circolazione delle merci, che solo con la scomparsa di questa differenza fra l’industria e l’agricoltura può scomparire la produzione mercantile, con tutte le conseguenze che ne derivano. Per conseguenza, non si può negare che la scomparsa di questa sostanziale differenza tra l’agricoltura e l’industria deve avere per noi un’importanza di prim’ordine.
 
Lo stesso si deve dire del problema della eliminazione della differenza sostanziale fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale. Anche questo problema ha per noi un’importanza di prim’ordine. Prima che avesse inizio lo sviluppo dell’emulazione socialista di massa, l’ascesa dell’industria procedeva da noi a stento e molti compagni posero persino la questione di rallentare i ritmi di sviluppo dell’industria. La cosa si spiega principalmente col fatto che il livello tecnico-culturale degli operai era troppo basso e molto arretrato rispetto al livello del personale tenico. Ma le cose sono radicalmente cambiate dopo che l’emulazione socialista ebbe assunto da noi un carattere di massa. Fu appunto dopo di allora che l’industria progredì a ritmo accelerato. Perché l’emulazione socialista assunse un carattere di massa? Perché fra gli operai si formarono intieri gruppi di compagni, che non solo assimilarono un minimo di preparazione tecnica, ma andarono oltre, salirono al livello del personale tecnico, cominciarono a correggere i tecnici e gli ingegneri, a infrangere le norme esistenti come superate, a introdurre nuove norme, più moderne, ecc. Che cosa sarebbe accaduto se non singoli gruppi di operai, ma la maggioranza degli operai avesse elevato il suo livello tecnico-culturale portandolo al livello del personale tecnico e degli ingegneri? La nostra industria avrebbe raggiunto un’altezza inaccessibile all’industria degli altri paesi. Per conseguenza, non si può negare che l’eliminazione della differenza sostanziale fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale, ottenuta portando il livello tecnico-culturale degli operai al livello del personale tecnico, non può non avere per noi un’importanza di prim’ordine.
 
Alcuni compagni affermano che col tempo sparirà non solo la differenza sostanziale fra l’industria e l’agricoltura, fra il lavoro fisico e intellettuale, ma sparirà anche qualsiasi differenza fra di essi. Questo non è vero. L’eliminazione della differenza sostanziale fra l’industria e l’agricoltura non può portare all’eliminazione di qualsiasi differenza fra di esse. Una certa differenza, anche se non sostanziale, incontestabilmente rimarrà, a causa delle differenze esistenti nelle condizioni di lavoro nell’industria e nell’agricoltura. Anche nell’industria, se si considerano le sue differenti branche, le condizioni di lavoro non sono dappertutto identiche: le condizioni di lavoro, per esempio, dei minatori addetti all’estrazione del carbone differiscono dalle condizioni di lavoro degli operai di un calzaturificio meccanizzato, le condizioni di lavoro dei minatori addetti alla estrazione dei metalli differiscono dalle condizioni di lavoro degli operai addetti alle costruzioni meccaniche. Se questo è vero, a maggior ragione si dovrà conservare una certa differenza fra l’industria e l’agricoltura.
 
Lo stesso si deve dire della differenza fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale. La differenza sostanziale che esiste fra di essi, intesa come differenza di livello tecnico-culturale, sparirà incontestabilmente. Ma una certa differenza, anche se non sostanziale, continuerà a sussistere, se non altro perché le condizioni di lavoro del personale dirigente delle aziende non sono identiche alle condizioni di lavoro degli operai.
 
I compagni che affermano il contrario si basano, probabilmente, sulla nota formula contenuta in alcuni miei scritti, nei quali si parla della eliminazione della differenza fra l’industria e l’agricoltura, fra il lavoro fisico e intellettuale, senza precisare che si tratta di eliminare la differenza sostanziale e non qualsiasi differenza. I compagni hanno inteso in questo senso la mia formula, supponendo che comportasse l’eliminazione di qualsiasi differenza. Ma questo significa che la formula non era precisa, non era soddisfacente. Essa deve essere respinta e sostituita con un’altra formula, che parli della eliminazione delle differenze sostanziali e del persistere di differenze non sostanziali fra l’industria e l’agricoltura, fra il lavoro fisico e intellettuale.
 
5. -Questione della disgregazione del mercato unico mondiale e dell’approfondirsi della crisi del sistema capitalistico mondiale.
 
La disgregazione del mercato mondiale unico e universale deve considerarsi il risultato economico più importante della seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze economiche. Questa circostanza ha determinato l’ulteriore approfondimento della crisi generale del sistema capitalistico mondiale.
 
La seconda guerra mondiale stessa fu generata da questa crisi. Ciascuna delle due coalizioni capitalistiche, scagliatesi l’una contro l’altra durante la guerra, contava di schiacciare l’avversario e di conquistare il dominio mondiale. In questo esse cercavano una via di uscita dalla crisi. Gli Stati Uniti d’America contavano di eliminare la Germania e il Giappone dalla schiera dei loro concorrenti più pericolosi, di impadronirsi dei mercati esteri, delle risorse mondiali di materie prime e conquistare il dominio mondiale.
 
Ma la guerra non soddisfece queste speranze. E’ vero, la Germania e il Giappone furono messi fuori combattimento come concorrenti dei tre principali paesi capitalistici: gli Stati Uniti d’America, l’Inghilterra e la Francia. Ma in pari tempo la Cina e gli altri paesi di democrazia popolare in Europa si staccarono dal sistema capitalistico, formando insieme all’Unione Sovietica un unico e potente campo socialista, opposto al campo del capitalismo. Il risultato economico dell’esistenza di due campi opposti è stato che il mercato mondiale unico e universale si è spezzato, per cui abbiamo oggi due mercati mondiali paralleli, anch’essi opposti l’uno all’altro.
 
E’ necessario osservare che gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra con la Francia hanno favorito essi stessi, naturalmente contro la loro volontà, la formazione e il consolidamento del nuovo mercato mondiale parallelo. Essi hanno sottoposto a un blocco economico l’Urss, la Cina e i paesi europei di democrazia popolare, che non erano entrati nel sistema del “piano Marshall”, pensando con ciò di soffocarli. Ma di fatto si è avuto non un soffocamento, bensì un consolidamento del nuovo mercato mondiale.
 
Certo, l’elemento essenziale è dato qui non dal blocco economico, ma dal fatto che nel periodo dopo la guerra questi paesi si sono avvicinati economicamente e hanno avviato fra loro una collaborazione economica e una mutua assistenza. L’esperienza di questa collaborazione dimostra che nessun paese capitalistico avrebbe potuto prestare un aiuto così efficace e tecnicamente qualificato ai paesi di democrazia popolare, come quello che presta loro l’Unione Sovietica. Non si tratta solo del fatto che questo aiuto ha un costo minimo per questi paesi ed è tecnicamente di prim’ordine. Si tratta, innanzi tutto, del fatto che questa collaborazione si basa sul desiderio più sincero di aiutarsi a vicenda e di realizzare uno sviluppo economico comune. Come risultato, abbiamo ritmi elevati di sviluppo dell’industria in questi paesi. Si può affermare con sicurezza che, grazie a questi ritmi di sviluppo dell’industria, si arriverà rapidamente a ottenere che questi paesi non solo non abbiano bisogno di importare merci dai paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di esportare le merci eccedenti della loro produzione.
 
Ma da questo deriva che la sfera d’applicazione delle forze dei principali paesi capitalistici (Stati Uniti d’America, Inghilterra, Francia) alle risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà; che le condizioni del mercato mondiale di sbocco per questi paesi peggioreranno e si accentuerà la contrazione della produzione per le aziende di questi paesi. In questo consiste, propriamente, l’approfondirsi della crisi generale del sistema capitalistico mondiale per quanto riguarda la disgregazione del mercato mondiale.
 
Di questo si accorgono anche i capitalisti, perché è difficile non accorgersi della perdita di mercati come l’Urss e la Cina. Essi si sforzano di superare queste difficoltà con il “piano Marshall”, con la guerra in Corea, con la corsa degli armamenti, con la militarizzazione dell’industria. Ma questo ricorda gli annegati che si afferrano a un fuscello.
 
In riferimento a questa situazione sono sorte per gli economisti due questioni.
a) Si può affermare che sia tuttora valida la nota tesi di Stalin sulla relativa stabilità dei mercati nel periodo della crisi generale del capitalismo, enunciata prima della seconda guerra mondiale?
b) Si può affermare che sia tuttora valida la nota tesi di Lenin, da lui enunciata nella primavera del 1916, che, nonostante la putrefazione del capitalismo, “nel suo insieme il capitalismo cresce con un ritmo incomparabilmente più rapido di prima”?
Penso che non lo si possa affermare. Le nuove condizioni sorte in legame con la seconda guerra mondiale han fatto sì che entrambe queste tesi debbano considerarsi superate.
 
6. – Questione della inevitabilità delle guerre fra i paesi capitalistici.
 
Alcuni compagni affermano che in seguito allo sviluppo delle nuove condizioni internazionali dopo la seconda guerra mondiale, le guerre fra i paesi capitalistici hanno cessato di essere inevitabili. Essi ritengono che i contrasti fra il campo del socialismo e il campo del capitalismo siano più forti dei contrasti fra i paesi capitalistici; che gli Stati Uniti d’America abbiano sufficientemente soggiogato gli altri paesi capitalistici per impedire che essi combattano fra loro e si indeboliscano a vicenda; che gli uomini più intelligenti del capitalismo siano stati abbastanza istruiti dall’esperienza delle due guerre mondiali, che hanno inflitto sì gravi danni a tutto il mondo capitalistico, per permettersi di trascinare nuovamente i paesi capitalistici in una guerra fra loro, – che, in considerazione di tutto questo, le guerre tra i paesi capitalistici abbiano cessato di essere inevitabili.
 
Questi compagni sbagliano. Essi vedono i fenomeni esteriori, che affiorano alla superficie, ma non vedono le forze profonde, le quali, anche se per un momento agiscono senza farsi notare, determineranno tuttavia il corso degli avvenimenti.
Esteriormente tutto sembrerebbe andare “ottimamente”: gli Stati Uniti d’America hanno messo al passo la Europa occidentale, il Giappone e gli altri paesi capitalistici; la Germania (occidentale), l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, il Giappone, caduti tra gli artigli degli Stati Uniti di America, eseguono docilmente gli ordini degli Stati Uniti. Ma sarebbe errato pensare che questo andare “ottimamente” possa mantenersi “nei secoli dei secoli”, che questi paesi sopporteranno senza fine il dominio e l’oppressione degli Stati Uniti d’America, che essi non tenteranno di sottrarsi alla schiavitù americana e di porsi sulla strada di uno sviluppo autonomo.
 
Prendiamo prima di tutto l’Inghilterra e la Francia. Non vi è dubbio che questi paesi sono imperialistici. Non vi è dubbio che le materie prime a buon mercato e i mercati di sbocco assicurati hanno per essi un’importanza di prim’ordine. Si può ammettere che essi sopporteranno senza fine la situazione attuale, in cui gli americani, con il pretesto di “aiutarli” mediante il “piano Marshall”, si istallano nell’economia dell’Inghilterra e della Francia, cercando di trasformarla in una appendice dell’economia degli Stati Uniti d’America; in cui il capitale americano si impadronisce delle materie prime e dei mercati di sbocco delle colonie anglo-francesi, preparando così una catastrofe per gli alti profitti dei capitalisti anglo-francesi? Non sarebbe più giusto dire che l’Inghilterra capitalistica, e dopo di essa anche la Francia capitalistica, saranno costrette in fin dei conti a svincolarsi dalla stretta degli Stati Uniti d’America e a entrare in conflitto con essi per assicurarsi una situazione autonoma e, naturalmente, alti profitti?
 
Passiamo ai principali paesi vinti, alla Germania (occidentale), al Giappone. Questi paesi trascinano oggi una misera esistenza sotto lo stivale dell’imperialismo americano. La loro industria e l’agricoltura, il loro commercio, la loro politica interna ed esterna, tutta la loro esistenza è avvinta dalle catene del “regime” americano di occupazione. Ma questi paesi erano ancora ieri grandi potenze imperialistiche, che scossero le basi del dominio dell’Inghilterra, degli Stati Uniti d’America e della Francia in Europa e in Asia. Pensare che questi paesi non tenteranno nuovamente di rimettersi in piedi, di infrangere il “regime” degli Stati Uniti d’America e porsi sulla strada dello sviluppo autonomo significa credere nei miracoli.
 
Si dice che i contrasti tra il capitalismo e il socialismo sono più forti che i contrasti fra i paesi capitalistici. Teoricamente, certo, questo è vero. è vero non solo oggi, ai nostri giorni, ma era vero anche alla vigilia della seconda guerra mondiale. E lo capivano, in maggiore o minore misura, anche i dirigenti dei paesi capitalistici. Eppure la seconda guerra mondiale non incominciò con la guerra contro l’Urss, ma con la guerra fra i paesi capitalistici. Perché? Perché, in primo luogo, la guerra contro la Urss, in quanto guerra contro il paese del socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i paesi capitalistici, giacché mentre la guerra fra i paesi capitalistici pone solo la questione del predominio di determinati paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guera contro l’Urss deve invece necessariamente porre la questione dell’esistenza del capitalismo stesso. In secondo luogo, perché i capitalisti, sebbene a scopo di “propaganda” facciano chiasso circa la aggressività dell’Unione Sovietica, non credono essi stessi a questa aggressività, poiché tengono conto della politica pacifica dell’Unione Sovietica e sanno che l’Unione Sovietica non attaccherà, dal canto suo, i paesi capitalistici.
 
Anche dopo la prima guerra mondiale si riteneva che la Germania fosse stata definitivamente messa fuori combattimento, così come alcuni compagni pensano oggi che siano stati messi definitivamente fuori combattimento il Giappone e la Germania. Anche allora sulla stampa si parlava e faceva chiasso circa il fatto che gli Stati Uniti d’America avevano messo al passo l’Europa, che la Germania non avrebbe più potuto rimettersi in piedi, che non ci dovevano più essere guerre fra i paesi capitalistici. Ma cionondimeno la Germania, a distanza di circa 15-20 anni dalla sua sconfitta, si risollevò e si rimise in piedi come grande potenza, sottraendosi alla schiavitù e prendendo il cammino di uno sviluppo autonomo. È significativo inoltre che nessu altro se non l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America avevano aiutato la Germania a risollevarsi economicamente e ad accrescere il proprio potenziale economico e militare. Naturalmente, gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra, aiutando la Germania a risollevarsi economicamente, miravano a rivolgere contro l’Unione Sovietica la Germania risollevata, a servirsene contro il paese del socialismo. Ma la Germania diresse le sue forze innanzi tutto contro il blocco anglo-franco-americano, e quando la Germania hitleriana dichiarò guerra all’Unione Sovietica, il blocco anglo-franco-americano non solo non si associò alla Germania hitleriana, ma, al contrario, fu costretto a entrare in coalizione con l’Urss contro la Germania hitleriana.
 
Per conseguenza, la lotta dei paesi capitalistici per i mercati e il desiderio di sommergere i propri concorrenti si rivelarono praticamente più forti che i contrasti fra il campo dei capitalisti e il campo del socialismo.
Si domanda: quale garanzia esiste che la Germania e il Giappone non si rimettano nuovamente in piedi e non tentino di sottrarsi dalla schiavitù americana e di vivere una propria vita autonoma? Penso che non esistano garanzie di questo genere.
Ma da ciò deriva che l’inevitabilità delle guerre fra i paesi capitalistici continua a sussistere.
 
Si dice che la tesi di Lenin secondo cui l’imperialismo genera inevitabilmente le guerre deve considerarsi superata, perché attualmente si sono sviluppate potenti forze popolari che agiscono in difesa della pace, contro una nuova guerra mondiale. Questo non è vero.
 
L’attuale movimento per la pace ha lo scopo di sollevare le masse popolari alla lotta per mantenere la pace, per scongiurare una nuova gerra mondiale. Per conseguenza, esso non persegue lo scopo di rovesciare il capitalismo e di instaurare il socialismo, – esso si limita a perseguire i fini democratici della lotta per mantenere la pace. Sotto questo aspetto l’attuale movimento per mantenere la pace si distingue dal movimento svoltosi durante la prima guerra mondiale per trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, giacché questo ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini socialisti.
 
Può darsi che, per un concorso di circostanze, la lotta per la pace si sviluppi in certe zone trasformandosi in lotta per il socialismo, ma questo non sarebbe più l’attuale movimento per la pace, bensì un movimento per rovesciare il capitalismo.
La cosa più probabile è che l’attuale movimento per la pace, inteso come movimento per mantenere la pace, in caso di successo porterà a scongiurare una guerra determinata, a rinviarla per un certo tempo, a mantenere per un certo tempo una pace determinata, a costringere alle dimissioni un governo guerrafondaio sostituendolo con un altro governo, disposto a salvaguardare per un certo tempo la pace. Questa, naturalmente, è una cosa buona. Anzi, è una cosa ottima. Tuttavia questo non basta per eliminare l’inevitabilità delle guerre fra i paesi capitalistici. Non basta, perché, nonostante tutti questi successi del movimento per la difesa della pace, l’imperialismo continua a sussistere, conserva le sue forze, – e per conseguenza, continua a sussistere l’inevitabilità delle guerre.
Per eliminare l’inevitabilità delle guerre, è necessario distruggere l’imperialismo.
 
7. – Questione delle leggi economiche fondamentali del capitalismo contemporaneo e del socialismo.
 
Come è noto, la questione delle leggi economiche fondamentali del capitalismo e del socialismo ha formato ripetutamente oggetto di discussione. Sono state espresse diverse opinioni in proposito, comprese le più fantastiche. In verità, la maggioranza di coloro che hanno preso parte alla discussione ha dato uno scarso contributo alla questione e nessuna soluzione è stata indicata in proposito. Però, nessuno degli intervenuti nella discussione ha negato l’esistenza di queste leggi.
 
Esiste una legge economica fondamentale del capitalismo? Sì, esiste. Qual è questa legge, quali sono i suoi tratti caratteristici? La legge economica fondamentale del capitalismo è la legge che determina non un qualsiasi aspetto singolo o singoli processi di sviluppo della produzione capitalistica, ma tutti gli aspetti principali e tutti i processi principali di questo sviluppo, – per conseguenza, determina la sostanza della produzione capitalistica, la sua essenza.
 
Non è la legge del valore la legge economica fondamentale del capitalismo? No. La legge del valore è innanzi tutto la legge della produzione mercantile. Essa esiste prima del capitalismo e continua a sussistere, così come continua a sussistere la produzione mercantile, dopo il rovesciamento del capitalismo, per esempio nel nostro paese, pur avendo in verità un limitato campo d’azione. Naturalmente, la legge del valore, che ha un vasto campo d’azione nelle condizioni del capitalismo, assolve una grande funzione nello sviluppo della produzione capitalistica, ma non solo non determina la sostanza della produzione capitalistica e delle basi del profitto capitalistico, ma non pone neppure questi problemi. Perciò essa non può essere la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo.
 
Per le stesse considerazioni non possono essere legge economica fondamentale del capitalismo la legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione, o la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo nei diversi paesi.
Si dice che la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo è la legge del tasso medio del profitto. Questo non è vero. Il capitalismo contemporaneo, il capitalismo monopolistico, non può accontentarsi del profitto medio, che inoltre ha la tendenza a diminuire in seguito all’aumento della composizione organica del capitale. Il capitalismo monopolistico contemporaneo non cerca il profitto medio ma il massimo profitto, indispensabile per attuare una riproduzione allargata più o meno regolare.
 
Più di tutto si avvicina al concetto di legge economica fondamentale del capitalismo la legge del plusvalore, la legge della formazione e della crescita del profitto capitalistico. Essa predetermina effettivamente i tratti fondamentali della produzione capitalistica. Ma la legge del plusvalore è una legge troppo generale, che non tocca i problemi del più alto tasso del profitto, il cui conseguimento è condizione dello sviluppo del capitalismo monopolistico. Per colmare questa lacuna è necessario concretizzare la legge del plusvalore e svilupparla ulteriormente applicandola alle condizioni del capitalismo monopolistico, tenendo conto inoltre che il capitalismo monopolistico non cerca un qualsiasi profitto, ma precisamente il profitto massimo. Sarebbe appunto questa la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo.
 
I tratti principali e le esigenze della legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo potrebbero formularsi all’incirca in questo modo: realizzazione del massimo profitto capitalistico mediante lo sfruttamento, la rovina, e l’impoverimento della maggioranza della popolazione di un determinato paese, mediante l’asservimento e la spoliazione sistematica dei popoli degli altri paesi, particolarmente dei paesi arretrati, e infine, mediante le guerre e la militarizzazione dell’economia nazionale, utilizzate per realizzare i profitti massimi.
 
Si dice che il profitto medio potrebbe considerarsi tuttavia come del tutto sufficiente allo sviluppo capitalistico nelle condizioni attuali. Non è vero. Il profitto medio è il limite più basso del rendimento, oltre il quale la produzione capitalistica diventa impossibile; ma sarebbe ridicolo pensare che i cavalieri d’industria del capitalismo monopolistico contemporaneo si impadroniscano delle colonie, soggioghino i popoli e tramino le guerre solo per cercare di assicurarsi il profitto medio. No, non il profitto medio, e nemmeno il sovraprofitto, che di regola rappresenta solo una certa maggiorazione del profitto medio, ma precisamente il profitto massimo è il motore del capitalismo monopolistico. Precisamente la necessità di realizzare i profitti massimi spinge il capitalismo monopolistico a compiere passi arrischiati quali sono l’asservimento e la spoliazione sistematica delle colonie e degli altri paesi arretrati, la trasformazione di numerosi paesi indipendenti in paesi dipendenti, l’organizzazione di nuove guerre che costituiscono per i cavalieri d’industria del capitalismo contemporaneo il migliore “affare”, che permette di ricavare i profitti massimi, e infine, i tentativi di conquistare il dominio economico mondiale.
 
L’importanza della legge economica fondamentale del capitalismo consiste, fra l’altro, nel fatto che essa, determinando tutti i più importanti fenomeni nel campo dello sviluppo del modo capitalistico di produzione, le sue ascese e le sue crisi, le sue vittorie e le sue sconfitte, i suoi pregi e i suoi difetti – tutto il processo del suo contraddittorio sviluppo -, dà la possibilità di capirli e spiegarli.
 
Ecco uno fra numerosi esempi “sorprendenti”.
A tutti sono noti i fatti della storia e della pratica del capitalismo, che dimostrano l’impetuoso sviluppo della tecnica nel capitalismo, quando i capitalisti agiscono come alfieri della tecnica d’avanguardia, come rivoluzionari nel campo dello sviluppo della tecnica produttiva. Ma sono noti anche fatti d’altro genere, che dimostrano l’arresto dello sviluppo tecnico nel capitalismo, quando i capitalisti agiscono come reazionari nel campo dello sviluppo della nuova tecnica e passano non di rado al lavoro a mano.
 
Come spiegare questa contraddizione stridente? La si può spiegare soltanto con la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo, cioè con la necessità di ottenere profitti massimi. Il capitalismo è per la nuova tecnica quando essa gli promette i maggiori profitti. Il capitalismo è contro la nuova tecnica e per il passaggio al lavoro a mano, quando la nuova tecnica non gli promette più i maggiori profitti.
Così stanno le cose per quanto riguarda la legge economica fondamentale del capitalismo contemporaneo.
 
Esiste una legge economica fondamentale del socialismo? Sì, esiste. In che cosa consistono i tratti essenziali e le esigenze di questa legge? I tratti essenziali e le esigenze della legge economica fondamentale del socialismo potrebbero formularsi all’incirca in questo modo: assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore.
 
Quindi: non assicurazione dei profitti massimi, ma assicurazione del massimo soddisfacimento delle esigenze materiali e culturali della società; non sviluppo della produzione con fratture tra l’avanzata e la crisi e tra la crisi e l’avanzata, ma sviluppo ininterrotto della produzione; non interruzioni periodiche nello sviluppo della tecnica, accompagnate dalla distruzione delle forze produttive della società, ma perfezionamento continuo della produzione sulla base di una tecnica più elevata.
 
Si dice che la legge economica fondamentale del socialismo è la legge dello sviluppo pianificato, proporzionale dell’economia nazionale. Questo non è vero. Lo sviluppo pianificato dell’economia nazionale, e quindi anche la pianificazione dell’economia nazionale, che rispecchiano più o meno fedelmente questa legge, di per sé non possono esprimere nulla, se non si conosce verso quale meta procede lo sviluppo pianificato dell’economia nazionale, oppure se la meta non è chiara. La legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale può avere la dovuta efficacia solo nel caso che esista una meta verso la cui attuazione procede lo sviluppo pianificato della economia nazionale. Di per sé, la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale non può indicare questa meta. A maggior ragione la meta non può essere indicata dalla pianificazione dell’economia nazionale. Questa meta è contenuta nella legge economica fondamentale del socialismo e consiste nelle esigenze esposte sopra. Quindi, la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale può operare in tutta la sua estensione solo nel caso che poggi sulla legge economica fondamentale del socialismo.
 
Per quanto riguarda la pianificazione dell’economia nazionale, essa può ottenere risultati positivi solo se si osservano due condizioni: a) deve rispecchiare esattamente le esigenze della legge dello sviluppo pianificato della economia nazionale; b) deve uniformarsi interamente alle esigenze della legge economica fondamentale del socialismo.
 
8. – Altre questioni.
 
1. – Questione della coercizione extraeconomica nel regime feudale.
 
Naturalmente, la coercizione extraeconomica ha avuto la sua funzione nel consolidamento del potere economico dei grandi proprietari feudali, ma non fu essa la base del feudalesimo, bensì la proprietà feudale della terra.
 
2. – Questione della proprietà personale della famiglia colcosiana.
 
Sarebbe errato dire nel progetto di manuale che “ogni famiglia colcosiana ha in godimento personale una mucca, il bestiame minuto e gli animali da cortile”. In realtà, come è noto, la mucca, il bestiame minuto, gli animali da cortile, ecc. non si trovano in godimento personale, ma in proprietà personale della famiglia colcosiana. L’espressione “in godimento personale” è presa evidentemente dallo statuto modello dell’artel agricolo. Ma nello statuto modello dell’artel agricolo è stato commesso un errore. La Costituzione dell’Urss, che è stata elaborata con maggior cura, dice in modo diverso e precisamente:
“Ogni famiglia appartenente a un colcos… ha in proprietà personale l’impresa ausiliaria esistente sul suo appezzamento, la casa d’abitazione, il bestiame produttivo, gli animali da cortile e l’attrezzamento agricolo minuto”.
Questo, naturalmente, è giusto.
 
Inoltre, bisognerebbe dire in modo più particolareggiato che ogni colcosiano ha in proprietà personale da una a più mucche, secondo le condizioni locali, un certo numero di pecore, di capre, di maiali (anch’essi da uno a più secondo le condizioni locali) e un numero non limitato di volatili domestici (anatre, oche, galline, tacchini).
Questi particolari hanno una grande importanza per i nostri compagni stranieri, i quali vogliono sapere con precisione che cosa è rimasto propriamente alla famiglia colcosiana in proprietà personale, dopo che da noi è stata attuata la collettivazione dell’agricoltura.
 
3. – Questione dell’ammontare del fitto pagato dai contadini ai proprietari fondiari, e anche dell’ammontare delle spese necessarie per acquistare la terra.
 
Il progetto di manuale dice che, in seguito alla nazionalizzazione della terra, “i contadini sono stati esonerati dal pagare il fitto ai proprietari fondiari per una somma che si aggira attorno ai 500 milioni di rubli annui” (si deve dire rubli “oro”). Questa cifra dovrebbe essere precisata, perché, a mio avviso, essa tiene conto dei fitti pagati non in tutta la Russia, ma solo nella maggioranza delle province della Russia. Inoltre bisogna tenere presente che in numerose regioni periferiche della Russia il fitto si pagava in natura, il che probabilmente non è stato tenuto in considerazione dagli autori del progetto di manuale. Infine bisogna tener presente che contadini non sono stati esonerati solo dal pagamento del fitto, ma anche dalle spese annue per l’acquisto della terra. Tiene conto di questo il progetto di manuale? Mi pare che non ne tiene conto, mentre lo si dovrebbe fare.
 
4. – Questione dell’integrazione dei monopoli nell’apparato statale.
 
L’espressione “integrazione” non va bene. Questa espressione rileva in modo superficiale e descrittivo l’avvicinamento fra i monopoli e lo Stato, ma non pone in luce il significato economico di questo avvicinamento. Il fatto è che, nel processo di questo avvicinamento, non si verifica solo un’integrazione, ma una subordinazione dell’apparato statale ai monopoli. Per questo bisognerebbe togliere il termine “integrazione” e sostituirlo con l’espressione “subordinazione dell’apparato statale ai monopoli”.
 
5. – Questione dell’impiego delle macchine nella Urss.
 
Nel progetto di manuale è detto che “nell’Urss le macchine vengono impiegate in tutti i casi in cui assicurano alla società un risparmio di lavoro”. Non è affatto questo che si doveva dire. In primo luogo, le macchine nell’Urss assicurano sempre alla società un risparmio di lavoro, per cui non conosciamo casi in cui esse, nelle condizioni dell’Urss, non assicurino alla società un risparmio di lavoro. In secondo luogo, le macchine non solo assicurano un risparmio di lavoro ma in pari tempo facilitano il lavoro dei lavoratori, per cui, nelle nostre condizioni, a differenza di quanto accade nelle condizioni del capitalismo, gli operai utilizzano con grande entusiasmo le macchine nel processo lavorativo.
Si dovrebbe dire perciò che in nessun paese le macchine vengono impiegate così volentieri come nell’Urss, poiché le macchine assicurano alla società un risparmio di lavoro e facilitano il lavoro degli operai, e siccome nell’Urss non esiste disoccupazione, gli operai utilizzano con grande entusiasmo le macchine nell’economia nazionale.
 
6. – Questione della situazione materiale della classe operaia nei paesi capitalistici.
 
Quando si parla della situazione materiale della classe operaia, si allude comunemente agli operai occupati nella produzione e non si tiene conto della situazione materiale del cosiddetto esercito di riserva dei disoccupati. è giusto questo modo di considerare la questione della situazione materiale della classe operaia? Ritengo che non è giusto. Se esiste un esercito di riserva dei disoccupati, i cui componenti non possono vivere che vendendo la loro forza di lavoro, i disoccupati non possono non far parte della classe operaia; ma se essi fanno parte della classe operaia, la loro situazione di miseria non può non influire sulla situazione materiale degli operai occupati nella produzione. Ritengo perciò che nel caratterizzare la situazione materiale della classe operaia nei paesi capitalistici si dovrebbe anche tener conto della situazione dell’esercito di riserva degli operai disoccupati.
 
7. – Questione del reddito nazionale.
 
Ritengo che si dovrebbe assolutamente inserire nel progetto di manuale un nuovo capitolo sul reddito nazionale.
 
8. – Questione del capitolo speciale del manuale su Lenin e Stalin, come fondatori dell’economia politica del socialismo.
 
Ritengo che il capitolo La dottrina marxista del socialismo. V. I. Lenin e G. V. Stalin fondatori dell’economia politica del socialismo debba essere tolto dal manuale. Esso è del tutto superfluo nel manuale, perché non dice nulla di nuovo e non fa che ripetere superficialmente quanto è detto più particolareggiatamente nei capitoli precedenti del manuale.
Per quanto riguarda le rimanenti questioni non ho alcuna osservazione da fare alle “proposte” dei compagni Ostrovitianov, Leontiev, Scepilov, Gatovski, ecc.
 
9. – Importanza internazionale di un manuale marxista di economia politica.
 
Ritengo che i compagni non apprezzino tutto l’importanza di un manuale marxista di economia politica. Il manuale non è solo necessario alla nostra gioventù sovietica. Esso è particolarmente necessario ai comunisti di tutti i paesi e a coloro che simpatizzano per i comunisti. I nostri compagni stranieri vogliono sapere in che modo ci siamo liberati dalla schiavitù capitalistica, in che modo abbiamo trasformato l’economia del paese nello spirito del socialismo, come abbiamo conquistato l’amicizia dei contadini; come siamo riusciti a trasformare il nostro paese ancora sino dai tempi recenti misero e debole in un paese ricco, potente, che cosa rappresentano i colcos; perché noi, nonostante la socializzazione dei mezzi di produzione, non aboliamo la produzione mercantile, la valuta, il commercio, ecc. Essi vogliono sapere tutte queste cose e molte altre non per semplice curiosità, ma per imparare da noi e mettere a profitto la nostra esperienza per il loro paese. Per questo la pubblicazione di un buon manuale marxista di economia politica ha non solo un’importanza politica interna, ma anche una grande importanza internazionale.
 
È necessario, per conseguenza, un manuale che possa servire da libro di consultazione quotidiana della gioventù rivoluzionaria, non solo all’interno del paese, ma anche all’estero. Non deve essere troppo voluminoso, poiché un manuale troppo voluminoso non può diventare un libro di consultazione quotidiana e sarebbe difficile assimiliarlo, venirne a capo. Deve però contenere tutto l’esenziale che si riferisce sia all’economia del nostro paese, che all’economia del capitalismo e del sistema coloniale.
 
Alcuni compagni hanno proposto durante la discussione di inserire nel manuale tutta una serie di nuovi capitoli: gli storici, capitoli di storia; i politici di politica, i filosofi di filosfia, gli economisti di ecoomia. Ma ciò porterebbe ad accrescere a dismisura le proporzioni del manuale. Questo, naturalmente, non si può accettarlo. Il manuale si serve del metodo storico per illustrare i problemi dell’economia politica, ma questo non significa ancora che dobbiamo trasformare un manuale di economia politica in una storia dei rapporti economici.
 
Ci serve un manuale di 500, al massimo 600 pagine – non di più. Il manuale sarà un volume di consultazione quotidiana per l’economia politica marxista e un buon regalo ai giovani comunisti di tutti i paesi.
Del resto, dato l’insufficiente livello di sviluppo marxista della maggior parte dei partiti comunisti dei paesi esteri, questo manuale potrebbe anche essere di grande aiuto ai quadri comunisti anziani di questi paesi.
 
10. – Metodi per migliorare il progetto di manuale di economia politica.
 
Alcuni compagni, durante la discussione, “si sono scagliati” con eccessivo accanimento contro il progetto di manuale, hanno rimproverato ai suoi autori errori e omissioni, hanno affermato che il progetto non è riuscito. Questo non è giusto. Naturalmente il manuale ha errori e omissioni – essi vi sono quasi sempre in un grande lavoro. Ma comunque stiano queste cose, la stragrande maggioranza di coloro che hanno preso parte alla discussione ha riconosciuto tuttavia che il progetto di manuale può servire di base per un futuro manuale e ha solo bisogno di alcune correzioni e aggiunte. In realtà, basta solo paragonare il progetto di manuale ai manuali di economia politica che sono in circolazione, per giungere alla conclusione che il progetto di manuale è di tutta una testa superiore ai manuali esistenti. In questo è il grande merito dei suoi autori.
 
Ritengo che per migliorare il progetto di manuale si dovrebbe nominare una commissione poco numerosa, includendovi non solo gli autori del manuale e non solo coloro che condividono l’opinione della maggioranza degli intervenuti nella discussione, ma anche degli avversari della maggioranza, critici accesi del progetto di manuale.
Sarebbe bene includere nella commissione anche un esperto studioso di statistica per controllare i dati e arricchire il progetto di nuovi materiali statistici, e anche un esperto di diritto per verificare l’esattezza di certe formulazioni.
I membri della commissione dovrebbero essere per un certo tempo esonerati da qualsiasi altro lavoro e liberati completamente da qualsiasi preoccupazione materiale, affinché possano dedicarsi interamente al lavoro del manuale.
 
Inoltre si dovrebbe nominare una commissione di redazione formata, poniamo, da tre membri, incaricata di dare al manuale la redazione definitiva. Questo è indispensabile anche per ottenere quella uniformità di stile che, purtroppo, manca al progetto di manuale.
 
Il termine entro cui presentare il manuale al Comitato centrale dovrebbe essere un anno.
 
1° febbraio 1952
 
G. Stalin
 
Note:
1) F. Engels, Antidüring, Edizioni Rinascita, Roma, 1950, pag. 308
2) F. Engels, Antidüring, cit., pag 308
* l’intero documento è stato pubblicato nel volume 16°delle Opere Complete (edizione  in Inglese)
Il testo in italiano compreso :

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A)      Sugli errori del comp. L. D. Iaroscenko; 2. –Altri errori del compagno Iaroscenko;  Risposta al comp. Alessandro Ilic Notkin; Risposta ai compagni A. V. Sanina e V. C. Vensger;Vedere Teoria e Prassi (Piattaforma Comunista)

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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