Nadezhda Konstantinovna Krupskaja:Scritti di Pedagogia,

 INDICE

Introduzione. N. K. Krupskaja, eminente pedagogista sovietica (1869-1939)

I. L’educazione comunista dei fanciulli

– Marx sull’educazione comunista della giovane generazione.

– Lenin e l’istruzione popolare (Estratto).

– Gli ideali dell’educazione socialista (dal discorso alla Conferenza delle organizzazioni proletarie culturali ed educative) .

– II problema dell’educazione comunista (Estratto).

– Sul sistema dell’istruzione popolare (Estratto).

II. L’educazione prescolastica

– La donna lavoratrice (1899) – La donna e l’educazione dei bambini (Estratto)

– Sui nidi e i campetti per l’infanzia.

– Una questione importante.

– Note ai materiali sull’educazione prescolastica.

– Statuto del giardino d’infanzia (Approvato dal Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR) – Principi generali

– Intervento alla conferenza degli addetti agli istituti prescolastici.

– Misure per migliorare l’educazione prescolastica (discorso alla conferenza dei responsabili dei settori prescolastici) – (Estratto).

– Sulle peculiarità dell’età prescolastica.

– Attenzione alla salute dei ragazzi.

– La funzione del gioco nel giardino d’infanzia.

– Sui giocattoli per i bambini.

– Che libri dare ai bambini in età prescolastica? (dalle osservazioni al piano editoriale della «Molodaja gvardija»)

III. La scuola come centro organizzativo del lavoro didattico-educativo.

– A proposito della scuola socialista.

– A proposito dei fini della scuola (Estratto).

– L’educazione sociale (Estratto).

. I

. II

– L’educazione politico-sociale nella scuola di 2° grado (Tesi del rapporto alla Prima conferenza delle scuole di 2° grado di tutta la Russia).

– Sul lavoro collettivo dei bambini.

– Autogestione scolastica e organizzazione del lavoro.

– Sul lavoro socialmente necessario della scuola (Estratto).

– Per una educazione internazionalista (Intervento alla serata dedicata alla Settimana internazionale dell’infanzia).

– L’educazione internazionalista dei fanciulli nella scuola primaria.

– Come e cosa dovremo raccontare di Lenin ai fanciulli.

– Lenin e la morale comunista.

– La preparazione del leninista (Discorso al VI Congresso dell’Unione della gioventù comunista leninista della Russia).

– La funzione dei pionieri nella scuola (dal rapporto ” L’educazione politico-sociale nella scuola di 2° grado » alla Prima Conferenza panrussa delle scuole di 2° grado).

– L’educazione leninista dei pionieri (Rapporto alla Conferenza internazionale dei pionieri)

. Lenin e i fanciulli .

. Per una educazione internazionalista.

. Come deve essere un comunista.

. La causa di Lenin è invincibile.

. Il movimento dei pionieri come problema pedagogico.

– La scuola politecnica e l’organizzazione dei pionieri (Estratto).

– Sull’amicizia (Estratto) ………..

– Sull’amicizia dei ragazzi di tutte le nazionalità ‘ (lettera ai pionieri).

– Sulla vita al campeggio (lettera ai pionieri).

IV. Contenuto dell’istruzione e metodi di insegnamento.

– La dottrina di Marx come guida per l’azione del pedagogo sovietico (Estratto).

– Di quali libri di testo abbiamo bisogno (Estratto).

– I nostri classici come strumento per lo studio delia realtà (Estratto).

– Sui compiti dell’educazione artistica.

– II metodo dialettico per lo studio delle singole discipline

– A proposito delle metodiche particolari.

– Sul cinema per l’infanzia.

– La metodica dei compiti a casa.

– Sull’insegnamento della letteratura.

– L’essenziale nell’insegnamento della matematica.

– Lenin sullo studio delle lingue straniere.

– Sul politecnicismo.

– La differenza tra l’istruzione professionale e quella politecnica.

– Scuola di vita (Estratto) – II politecnicismo non è una materia speciale

– La scelta della professione

. 1

. 2

. 3

V. Lavoro extrascolastico. – La famiglia e la scuola. – Il maestro del popolo.

– Per il più ampio sviluppo delle nuove generazioni (Intervento alla Conferenza panrussa per il lavoro extrascolastico) (Estratto).

– Come educare i bambini.

– II libro per l’infanzia come arma possente dell’educazione socialista.

– A proposito del libro per l’infanzia (Estratto).

. I libri per i ragazzi dagli 8 ai 13 anni.

. I libri per l’età di transizione.

– L’autodidattismo dei giovani (relazione alia Sezione di’ istruzione politica del V Congresso panrusso dell’Unione russa della gioventù comunista) (Estratto).

– La salda famiglia sovietica.

– Portare la dottrina di Marx – Lenin tra le masse insegnanti.

– Cosa deve sapere l’insegnante per essere un buon maestro sovietico.

– Su Lev Tolstoj (ricordi).

– Si è avverato il sogno di Ilic.

Note

INTRODUZIONE

N. K. Krupskaja, eminente pedagogista sovietica

(1869-1939)

Il nome di Nadezhda Konstantinovna Krupskaja si inserisce nel novero dei maggiori pensatori e pedagogisti. Preminente fu la sua funzione nella fondazione della nuova pedagogia socialista e del sistema d’istruzione sovietico.

Imponente e molteplice è il retaggio pedagogico di N. K. Krupskaja, esso abbraccia gli aspetti più diversi della cultura, dell’istruzione, dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni.

I suoi scritti sono tuttora di un inestimabile aiuto nella formazione di rapporti sociali comunisti, nell’educazione di una personalità umana armoniosa e onnilateralmente sviluppata. Attualmente nell’Unione Sovietica è stato portato a compimento il passaggio alla scuola decennale dell’obbligo, sono state create condizioni eccezionalmente favorevoli al processo di formazione e educazione onnilaterale dei giovani. Parlando dei successi raggiunti dall’URSS nel campo dell’istruzione, la gente sovietica ricorda con riconoscenza la figura di N. K. Krupskaja, che per tutta la vita si consacrò alla lotta per la felicità del popolo lavoratore, per la nuova società comunista, per l’educazione dell’uomo nuovo. Tutta la vita di questa donna, eminente rivoluzionaria, compagna e amica fedele di Vladimir Ilic Lenin, rappresenta un esempio di come si possa servire la grande causa dell’emancipazione dell’umanità dall’oppressione.

N. K. Krupskaja nacque il 26 febbraio 1869 in una famiglia d’elevata cultura. Il padre, Konstantin Ignatievic, e la madre, Elisaveta Vassilevna, circondarono la figlia di ogni attenzione educandola nel solco delle migliori tradizioni dell’umanesimo, dell’internazionalismo e della fedeltà ai principi. Nel 1887 N. K. Krupskaja terminò con onore gli studi ginnasiali a Pietroburgo e si dedicò all’insegnamento. Poco più tardi si iscrisse alla Sezione di matematica dei Corsi femminili superiori di Pietroburgo (Corsi Bestuzhev) e subito dopo entrò a far parte di un circolo marxista studentesco. In seguito scriverà:

“II marxismo mi ha dato la felicità più grande che una persona possa sognare: sapere dove andare, la quiete fiducia nell’esito finale della causa cui ho legata la propria vita”. La Krupskaja continuò l’insegnamento a Pietroburgo. I suoi allievi erano operai, tra i quali svolse un notevole lavoro politico. Quell’attività, come dovette ricordare lei stessa, le dette molto « nel senso che venni a comprendere l’ambiente operaio, la vita quotidiana degli operai. Quegli anni coincisero con gli anni in cui in me acquistava forma e si irrobustiva la concezione del mondo marxista. Appena mi si appalesò la funzione che la classe operaia era chiamata ad assumersi nella causa dell’emancipazione di tutti i lavoratori, inesorabilmente mi sentii attratta dall’ambiente operaio, dal lavoro tra gli operai”

Un intensa attività politica, l’arresto, l’esilio, i lunghi anni dell’emigrazione, ecco le tappe della rivoluzionaria professionale N. K. Krupskaja, ecco le fasi di una lotta per la vittoria della rivoluzione proletaria, per la vittoria del socialismo.

Nonostante l’enorme attività di partito la Krupskaja si occupa sempre di problemi pedagogici. Scrive il libro La donna lavoratrice, pubblica articoli sulle riviste russe di pedagogia, partecipa, come capo delegazione, alla Conferenza internazionale della donna a Berna (1915), lavora ad uno studio di ampio respiro uscito nel 1917 col titolo di Istruzione popolare e democrazia, in cui mette in luce l’inconsistenza della scuola borghese, sottolinea l’esigenza di un nuovo sistema di istruzione popolare. Lenin valutò molto positivamente quel lavoro e in una lettera allo scrittore Maxim Gorkij, eminente protagonista della cultura socialista e dell’istruzione, scrisse : « L’autrice si occupa di pedagogia da molto tempo, più di vent’anni. Nell’opuscolo sono raccolte sia osservazioni personali, sia materiali sulla nuova scuola in Europa e in America. Dall’indice vedrete che la prima parte contiene anche una rassegna storica delle concezioni democratiche. Anche questo è molto importante, poiché di solito le concezioni deigrandi democratici del passato sono esposte in modo inesatto o da un punto di vista erroneo… I mutamenti avvenuti nella scuola dell’epoca contemporanea, impcrialistica, sono tracciati in base ai materiali degli ultimi anni e offrono un quadro assai interessante per la democrazia in Russia il 1*

Dopo la vittoria della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre del 1917 la Krupskaja dedicò tutte le sue forze all’edificazione del primo Stato dei lavoratori al mondo, alla causa dell’istruzione popolare e all’educazione dei cittadini della società socialista. In diversi suoi scritti pose in evidenza il significato internazionale del marxismo nelle questioni dell’istruzione, della cultura e dell’educazione. Nell’URSS, diceva, si realizzano praticamente le idee di Marx nel campo dell’istruzione popolare. “Ci aiuta tutta la sua (di Marx – A. F.) teoria, generalmente intesa, ci aiuta il suo metodo dello studio dialettico dei fenomeni”.

Nei suoi articoli, nei suoi interventi la Krupskaja evidenziò lo sviluppo dato da Lenin ai principi marxisti sull’educazione e l’istruzione. I problemi della cultura e dell’istruzione, sottolineava la Krupskaja, conviene considerarli in tutti i loro rapporti e interconnessioni. A proposito dei metodi della ricerca pedagogica rilevava : “Ci servono non solo le citazioni di Marx, Engeis, Lenin sui problemi dell’educazione, ma dobbiamo recepire sino in fondo tutta la pedagogia marxista dal punto di vista del marxismo-leninismo”.

Nei suoi lavori posteriori alla Grande rivoluzione socialista d’Ottobre noi troviamo degli esempi di concreta applicazione delle tesi da lei stessa avanzate. Tutto il suo sistema pedagogico è attraversato dalla tesi della sostanza di classe dell’educazione e dell’istruzione, dall’esigenza di denunciare i pedagogisti borghesi e la tesi sulla “neutralità” e aclassicità dell’educazione. “La pedagogia non è una placida laguna priva di ogni lotta. La pedagogia – ella scrisse – è uno dei settori più importanti della lotta di classe per il socialismo”.

La Krupskaja sottolineava costantemente la profonda differenza di principio tra la scuola socialista e quella borghese. Ma nel contempo, analizzando dal punto di vista marxista la storia del pensiero e delle concezioni pedagogiche, seppe individuare ed accogliere dal passato tutti gli elementi positivi suscettibili di utilizzazione nella fondazione di una pedagogia e di una scuola socialiste. Richiamò costantemente l’attenzione dei maestri sovietici su tutto quanto vi fosse di prezioso in pedagogisti come Maria Montessori, Giovanni Pestalozzi, Friedrich Frobel ed altri studiosi progressisti di vari paesi.

I lavori di N. K. Krupskaja sono importanti in quanto essi mirano al futuro, ma nello stesso tempo aiutano, oggi come ieri, a costruire quel futuro, giacché nello studio dei problemi dell’educazione ella seppe sempre prendere l’abbrivo dalle prospettive di sviluppo della società sovietica.

Il retaggio pedagogico di N. K. Krupskaja abbraccia un’ampia cerchia di problemi generali e particolari della storia della pedagogia, della teoria pedagogica, della prassi dell’istruzione popolare, propri del sistema dell’educazione comunista sovietica dell’uomo nuovo.

I

N. K. Krupskaja considerava l’educazione comunista in una visione unitaria delle sue componenti, ritenendo l’educazione della morale comunista la componente portante e inalienabile del processo educativo.

Dai testi degli articoli e dei discorsi compresi nella prima parte del presente volume si vede che il concetto di morale comunista, per la Krupskaja, comprendeva la formazione di un’avanzata concezione del mondo e di quei convincimenti che trovano espressione in un nuovo atteggiamento verso il lavoro e la proprietà socialista, nella capacità di subordinare gli interessi personali a quelli sociali. N. K. Krupskaja collegava l’educazione delle nuove generazioni nello spirito della moralità comunista alla critica dell’ideologia e della morale borghesi, alla lotta contro le varie teorie anticomuniste che corrompono la coscienza della gioventù. Lei vedeva inoltre uno dei compiti dell’educazione nella difesa dei bambini dall’influenza della morale borghese attraverso una critica argomentata e la contrapposizione, quella della morale comunista.

Un aspetto importantissimo dell’educazione etica della gioventù concerne l’educazione dell’umanesimo socialista, dell’amore e del rispetto per la personalità dell’uomo sovietico. A base di questa educazione deve essere posta la fiducia dell’educatore per l’educando, la capacità di vedere in questi una personalità. In vari lavori di N. K. Krupskaja è possibile seguire la concretizzazione dell’umanesimo socialista nell’educazione internazionalista delle giovani generazioni, nell’educazione di sentimenti d’amicizia tra bambini di differente nazionalità, di solidarietà con i lavoratori di tutto il mondo in lotta per la libertà e l’indipendenza.

La Krupskaja annetteva una grande importanza all’educazione degli scolari nello spirito del collettivismo, alla formazione, nelle giovani generazioni, di una nuova psicologia collettivistica. Fu tra i primi pedagogisti sovietici a spiegare il significato del collettivismo ai fini dei compiti morali dell’educazione. Nel fare ciò la Krupskaja sottolineava che in un collettivo di bambini si sviluppa il senso di responsabilità di ognuno per l’attività e il comportamento di tutti, e nel contempo il senso di responsabilità del collettivo per ogni suo componente. Il sentirsi continuamente membro di un collettivo, ella diceva, riveste un enorme significato, inquantocché nel collettivo si dilegua il senso di vulnerabilità e di solitudine, i bambini imparano a vivere gli interessi dei propri compagni, apprendono ad essere corresponsabili delle azioni comuni. Nel contempo la Krupskaja sottolineava senza posa che il collettivo sovietico non assorbe la personalità, ma al contrario, la privilegia determinando le premesse per lo sviluppo delle doti, delle capacità e delle inclinazioni individuali.

Rivolgendosi ai maestri e agli educatori, la Krupskaja sottolineò con forza che le giovani generazioni dovessero essere educate non attraverso la contemplazione passiva, ma nella edificazione partecipe della vita nuova. Nel processo di educazione, nel lavoro svolto fuori delle mura scolastiche, nell’attività delle organizzazioni dei pioneri e del Komsomol N. K, Krupskaja riteneva indispensabile educare i giovani all’amore per la patria socialista, perché in essi sempre viva fosse la fierezza per il proprio popolo e l’immediata volontà di difendere le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre.

II

Nel sistema dell’educazione socialista N. K. Krupskaja pose in particolare risalto l’organizzazione degli istituti prescolastisi e di conseguenza le questioni concernenti il contenuto, le forme e i metodi educativi della prima infanzia. Nella seconda parte di questo volume vi sono diversi articoli per l’appunto dedicati a questo problema.

Nel sistema di istruzione popolare da lei elaborato l’educazione prescolastica, concepita però sempre in stretto legame con l’ambiente familiare, viene considerata un elemento primario. A questo proposito la Krupskaja diceva che bisognava lanciare un ponte tra l’educazione familiare a quella sociale.

La Krupskaja vedeva inoltre i problemi dell’educazione prescolastica in stretta connessione con i compiti generali dell’edificazione socialista e le condizioni concrete di ogni fase storica determinata, con le peculiarità della città e della campagna e tenendo conto delle tradizioni, degli usi e dei tratti specifici. Nel definire i fini e i compiti dell’educazione prescolastica la Krupskaja era dell’avviso che la realtà circostante e il collettivo esercitassero una funzione altamente significativa nel processo formativo del fanciullo. Nei suoi articoli ella elaborò in modo profondo e sistematico le questioni riguardanti lo sviluppo fisico e l’educazione morale ed estetica dei bambini.

” Educare la coscienza, svegliare il pensiero, organizzare il pensiero infantile», questi i compiti che la Krupskaja pose agli educatori a proposito dello sviluppo intellettivo e dell’educazione dei fanciulli. Nei lavori di N. K. Krupskaja incontriamo molteplici gemme di riflessione sulla psicologia dell’infanzia, sulle peculiarità delle varie età del fanciullo che l’educatore è obbligato a tener presente. Sarebbe infatti un errore disastroso ignorare il fattore età, soffocare l’attivismo, l’autonomia, la vivacità del bambino. Al contrario, i compiti dell’educazione prescolastica trovano attuazione nell’attività più disparata e prima di tutto nel gioco in quanto forma specifica dell’attività del fanciullo. Le opinioni di N. K. Krupskaja sull’essenza del gioco oggi sono, nella pedagogia prescolastica sovietica, a base della teoria del gioco.

Nelle note ai materiali sull’educazione prescolastica la Krupskaja indicava che «per i fanciulli il lavoro si fonde col gioco ». In età prescolastica il fanciullo si appassiona al processo stesso del lavoro, all’azione col materiale, spesso muta i fini della sua attività, però è necessario educarlo al rispetto di determinati impegni di lavoro. La Krupskaja definisce a questo proposito la cerchia concreta delle consuetudini di lavoro che il bambino deve assimilare.

Di notevole interesse è l’elaborazione data dalla Krupskaja ai problemi della letteratura per l’infanzia e ai principi guida della lettura dei bambini. Secondo lei la letteratura per l’infanzia deve essere innanzitutto d’alto livello artistico. La seconda esigenza concerne la specificità dell’età. La terza, il linguaggio, che deve essere particolarmente nitido e impeccabile.

N. K. Krupskaja lavorò in modo attivo e partecipe all’elaborazione del progetto di Statuto della scuola materna, guidò la commissione di studio del nuovo programma degli istituti prescolastici, si adoperò per l’organizzazione di apposite facoltà per maestre giardiniere, lavorò alla generalizzazione e alla diffusione delle esperienze pedagogiche più avanzate tra gli educatori delle scuole materne.

III

Su una posizione marxista-leninista N. K. Krupskaja studiò molteplici problemi fondamentali quali l’essenza e la necessità dell’educazione, i fattori formativi della personalità dell’allievo, l’interdipendenza e l’interazione tra educazione e sviluppo, tra personalità e collettivo.

Nei suoi scritti pedagogici hanno trovato elaborazione i problemi della didattica come conoscenza acquisita nel processo d’insegnamento, l’essenza dell’istruzione politecnica, i principi e metodi dell’insegnamento in generale. Il contributo scientifico di N. K. Krupskaja alla teoria dell’insegnamento riveste tuttora un valore d’attualità per la soluzione dei problemi dell’istruzione popolare.

Considerando la personalità come un concetto sociale e lo sviluppo del fanciullo come un processo storicamente condizionato, la Krupskaja riserva ampio spazio all’ambiente sociale nella formazione della personalità dell’alunno. Presentando l’ambiente sociale come una delle condizioni per lo sviluppo della personalità del bambino, la Krupskaja sottolinea immancabilmente che questo processo deve essere organizzato e finalizzato allo scopo che si intende perseguire. L’influsso dell’ambiente sociale sullo sviluppo della personalità, secondo lei, si attua attraverso la scuola, gli insegnanti, la famiglia, però la scuola rimane « lo strumento principale dell’educazione».

Negli articoli di N. K. Krupskaja compresi nel presente volume vengono inoltre lumeggiati essenziali problemi di principio come il nesso tra educazione e sviluppo della personalità. La vitalità e l’efficacia delle idee della Krupskaja sull’interdipendenza tra educazione e sviluppo della personalità si manifestano non già in una semplice enunciazione teorica, ma si materializzano in una esposizione concreta e circostanziata dei metodi di insegnamento nei vari gruppi e nelle varie fasi dello sviluppo intellettivo al fine di una elevata efficienza di tutto il processo educativo.

Le concezioni didattiche di N. K. Krupskaja sono una componente inscindibile del suo sistema pedagogico e non hanno perso di significato per il lavoro nella scuola ai giorni nostri. In effetti la Krupskaja elaborò le basi della didattica sovietica da lei considerata la teoria dell’istruzione politecnica generale. Nei suoi lavori trovò piena e completa attuazione il principio leninista del legame tra l’insegnamento e la vita. La Krupskaja era dell’avviso che la scuola non dovesse impartire solamente delle conoscenze, ma prima di tutto dovesse insegnare all’alunno ad applicare, a realizzare quelle conoscenze. Nei suoi studi trovò approfondimento l’idea dell’insegnamento progressivo.presentò inoltre tutto un sistema di metodi pedagogici per lo sviluppo delle doti conoscitive e dell’attività del processo didattico.

IV

N. K. Krupskaja serbò molta attenzione ai problemi riguardanti il contenuto dell’istruzione, che intendeva collegare sempre più strettamente a tutta l’edificazione socialista. In alcuni articoli compresi nel presente volume vengono definite le basi scientifiche di singole discipline, sono elaborati i principi guida dei programmi scolastici, dei libri di testo, dei manuali. La Krupskaja concepiva l’istruzione politecnica come una componente ineliminabile dell’educazione comunista. L’istruzione politecnica peraltro era vista da lei,in connessione con il lavoro produttivo, come problema pedagogico e storico sociale legato alla soppressione delle differenze essenziali tra lavoro fisico e lavoro intellettuale, tra la città e la campagna, in quanto condizione dell’edificazione della società socialista. Nella Krupskaja l’accezione del politecnicismo come ampio processo sociale teso alla costruzione delle basi tecnico-materiali del socialismo e all’educazione di un uomo onnilateralmente sviluppato, presupponeva un legame con i bisogni immediati dell’economia nazionale.

La Krupskaja vedeva una delle più importanti funzioni della scuola politecnica nella preparazione degli alunni ad una scelta cosciente della professione e cioè all’orientamento professionale. La formazione delle tendenze professionali, la preparazione degli alunni alla scelta del mestiere vengono considerati parte di un grande problema: l’orientamento scientifico della professione, la definizione di idoneità attitudinale dell’individuo verso una determinata attività.

La Krupskaja non si limitò a porre in luce e a concretizzare la teoria marxista-leninista sull’essenza sociale del politecnicismo, ma apportò un determinato contributo all’elaborazione dell’istruzione politecnica, di cui definì i metodi di attuazione nella scuola. “II politecnicismo scrisse la Krupskaja – si ripropone di studiare la tecnica moderna, le sue realizzazioni maggiori, le sue fondamenta, i rapporti produttivi intersettoriali, le tendenze di sviluppo della tecnica moderna“.

Per individuare l’essenza dell’istruzione politecnica la Krupskaja prendeva a riferimento l’analisi della moderna produzione e le sue prospettive di sviluppo. Il principio dell’istruzione politecnica si presenta nei lavori della Krupskaja come una legge oggettiva scientifica. Le sue opinioni sulle basi scientifico-naturali e tecnico-scientifiche della produzione ci forniscono tuttora un prezioso orientamento.

L’istruzione politecnica – sottolineava N. K. Krupskaja – non è una disciplina e tantomeno può essere circoscritta alla « lezione di lavoro », deve essere connessa alla matematica, alle scienze naturali e alle discipline sociali. Ma lo studio teorico delle basi tecnico-scientifiche non esaurisce ancora il politecnicismo, in quanto esso esige una partecipazione diretta degli alunni al lavoro produttivo. La Krupskaja, che sempre difese il principio del legame tra insegnamento e lavoro produttivo, sottolineava a questo proposito che, in primo luogo, il lavoro deve essere teoricamente recepito; in secondo luogo, il lavoro deve tendere alla padronanza degli strumenti, dei metodi e dei processi tipici della produzione; in terzo luogo, il lavoro deve essere subordinato a dei fini didattico-educativi.

Il cospicuo retaggio della Krupskaja sui problemi dell’istruzione politecnica è attualmente alla base di tutto il sistema dell’istruzione socialista. Le idee pedagogiche sul politecnicismo e l’esperienza di quegli anni rivestono tuttora un vivo ed attuale interesse.

In tutti i lavori della Krupskaja concernenti il processo d’insegnamento è rinvenibile un elemento comune. Ella afferma che senza un sistema d’assimilazione scientificamente organizzato è impossibile ottenere uno sviluppo delle facoltà intellettive e una sensibilizzazione dell’autonomia negli alunni, e quindi nella teoria e nella prassi pedagogica è necessario ricercare creativamente i mezzi suscettibili di stimolare il pensiero e ottenere l’assimilazione delle conoscenze attraverso la via meno dispendiosa. Ogni materia scolastica deve portare l’alunno ad una concezione materialistica, alla comprensione del mondo circostante, all’applicazione intelligente delle conoscenze acquisite. In vari suoi lavori (accolti nel presente volume) ella mostra come bisogna servirsi del metodo dialettico: le materie scolastiche devono essere intimamente connesse, finalizzate ad uno scopo unico, dovrà cioè essere stabilito un legame tra la teoria e la pratica, tra la scienza e la vita, il che costituisce la condizione indispensabile dell’insegnamento di ogni disciplina. Nelle opere della Krupskaja troviamo inoltre preziose indicazioni metodologiche sull’insegnamento di determinate materie specifiche.

V

Al nome di N. K. Krupskaja sono legati la fondazione, lo sviluppo e l’attività delle organizzazioni dei pionieri e dei giovani comunisti (Komsomol). La Krupskaja vedeva il fine principale del Komsomol .e dell’organizzazione dei pionieri nell’educazione dei fanciulli e dei giovani nello spirito del comunismo. Era per lei inoltre importante sottolineare il carattere autonomo di queste organizzazioni. Nella quinta parte del presente volume sono stati raccolti articoli e discorsi nei quali la Krupskaja poneva ai pionieri il compito di inserirsi attivamente nella lotta per il comunismo. Spiegava a questo proposito che la vita umana diventa più ricca, più interessante, più luminosa quando la causa comune viene considerata come personale. L’aiuto reciproco, l’amicizia, l’attività sociale, il lavoro sono tutti fattori che educano l’uomo nuovo. Tutto ciò deve per l’appunto essere coltivato nelle organizzazioni infantili e giovanili.

Alla Krupskaja spetta il merito di aver elaborato i principi pedagogici dei pionieri e del Komsomol e dell’autogestione scolastica. Tra questi i principali sono: democrazia, umanesimo, attivismo e autonomia. La Krupskaja sottolinea che l’autonomia e lo spirito d’iniziativa considerati come principio d’attività delle organizzazioni infantili rivestono grande importanza ai fini dell’educazione politica e ideologica. Perché le norme morali della società si trasformino in intime esigenze, bisogna, secondo Lenin, saper ritrovare in se stessi le idee del comunismo. E la Krupskaja indica che nel collettivo infantile sono molto importanti i rapporti ispirati al senso della comunità e della collaborazione, dell’aiuto e dell’assistenza. Nei rapporti fondati sull’amicizia e il cameratismo lei individuava un fattore importante per lo sviluppo morale della personalità.

Per la Krupskaja la disciplina è l’importantissima qualità della personalità creativa, qualità, come ella diceva, indispensabile per la lotta comune e il lavoro comune. Nei suoi lavori il problema di come educare una cosciente disciplina viene sempre affrontato da una posizione profondamente umanistica. È decisivo conquistare l’attenzione dei bambini, appassionarli a delle attività comuni, proporre loro occupazioni interessanti tenendo conto peraltro dell’età, del carattere, rispettando i bambini, ma senza cedere ai loro capricci. Nello spezzare una lancia contro la disorganizzazione, l’irresponsabilità, la volgarità la Krupskaja rammentava ai pedagoghi che la disciplina dovesse essere fondata sul convincimento inferiore e sull’amicizia del collettivo. I pensieri di N. K. Krupskaja sulla disciplina cosciente erano tesi al futuro. «Se guarderemo in avanti, costruiremo delle organizzazioni per l’infanzia saldate da aspirazioni e emozioni insieme vissute, ove i bambini si sentiranno dei compagni”.

Nell’accezione della democrazia e dell’umanesimo la Krupskaja includeva l’autonomia e l’attivismo sociale. L’autonomia, ella diceva, è un approccio creativo, è una attività creativa delle giovani generazioni forte dello spirito d’iniziativa, della capacità di organizzare il proprio lavoro, il tempo libero, ecc. L’autonomia è connessa allo spirito della critica e dell’autocritica, alla valutazione delle proprie conoscenze, del proprio comportamento; l’autonomia è una delle condizioni necessario per educare la convinzione. N. K. Krupskaja raccomandava a questo proposito di riflettere attentamente sulle parole di Lenin che “… senza una completa autonomia, la gioventù non potrà educare nelle sue file dei buoni socialisti e non potrà prepararsi a far progredire il socialismo” 2*.

Acuta conoscitrice del mondo spirituale dei fanciulli, delle particolarità individuali e di quelle dell’età, la Krupskaja consigliava di studiare i bambini nelle condizioni naturali del gioco, dello studio e del lavoro e non già per giungere a deduzioni passive e a vuote definizioni psicologiche, ma, al contrario, per guidare lo sviluppo fisico e spirituale del fanciullo. La Krupskaja ha lasciato delle ricerche profondamente scientifiche su ogni singola fase dell’educazione dell’insegnamento avanzando delle proposte concrete circa l’organizzazione razionale della vita e dell’attività dei fanciulli.

È significativo che nelle questioni dell’educazione la Krupskaja si ispiri sempre al fattore sociale. Quando parla dei problemi pedagogici non si chiude mai nell’ambito ristretto della scuola, ma affronta l’educazione delle giovani generazioni in tutta la sua globalità, in tutte le sue connessioni. Secondo la Krupskaja i compiti educativi devono essere affrontati e risolti attraverso gli sforzi congiunti della scuola, degli organismi extrascolastici, delle organizzazioni infantili e giovanili, della famiglia e dell’opinione pubblica.

N. K. Krupskaja dedicò molta della sua attenzione all’attività delle case editrici e della stampa periodica per l’infanzia. Recensiva piani editoriali, libri, si incontrava con scrittori, funzionar! Di biblioteche scolastiche, si manteneva in corrispondenza con pionieri e scolari, studiava i loro interessi. La Krupskaja considerava di grande importanza l’arte cinematografica in quanto infinite sono le sue possibilità di rappresentare la realtà. Sottolineava l’eccezionale potere persuasivo dell’immagine cinematografica sull’immaginazione infantile, ritenendo il cinema un possente fattore di educazione. Nel contempo richiamava i cineasti alle particolarità della percezione infantile, riteneva pertanto che fosse doveroso scegliere nella massa sconfinata dei fatti soltanto i più importanti, toccanti e mostrarli nei loro giusti legami, nel loro sviluppo dialettico.

Nei lavori di N. K. Krupskaja trovarono esposizione problemi di capitale rilievo come il nesso tra scuola e famiglia. Nel riconoscere che ai fini della formazione di elevate doti morali nella gioventù alla scuola è affidata una funzione primaria, la Krupskaja sottolinea sempre che gli sforzi di questa saranno coronati da successo soltanto se appoggiati dalle famiglie. L’educazione familiare è una componente inalienabile di tutto il sistema educativo dell’uomo nuovo. Le basi dell’educazione morale vengono gettate per l’appunto all’interno della famiglia, dove il bambino sin dai primissimi anni segue l’esempio dei genitori, osserva i loro rapporti, la loro partecipazione alla vita sociale, il loro atteggiamento verso il lavoro, i libri, ecc. Per l’educazione morale delle giovani generazioni è tutt’altro che trascurabile il livello culturale generale dei genitori, la loro conoscenza dei principi pedagogici e psicologici.

Per la Krupskaja la professione del maestro è la più responsabile e la più nobile. Per diventare l’autentico educatore dell’uomo nuovo in primo luogo il maestro deve accedere al marxismo leninismo, divenire un militante dedito all’edificazione della nuova società socialista. Il maestro è un esempio da seguire, un modello da imitare, egli con tutta la sua attività opera sulla coscienza degli alunni. Per i ragazzi, diceva la Krupskaja, le idee non sono separabili dalla personalità umana, pertanto l’esempio personale del maestro esercita una forza enorme nella formazione delle doti morali dell’uomo. «Cosa può dare prestigio al maestro?» – chiedeva la Krupskaja per rispondere con la sua tipica franchezza e precisione : « Onestà, sincerità, inflessibilità, conoscenza degli alunni, continuo autoperfezionamento, conoscenza dell’ambiente, della materia insegnata, dei metodi, delle vie e dei mezzi di un efficace insegnament».

N. K. Krupskaja riteneva necessario che ogni maestro vedesse nel fanciullo una personalità, con rispetto considerasse le sue legittime esigenze, apprezzasse l’opinione degli alunni. Ella avanzava l’esempio del grande scrittore e pedagogo russo Lev Tolstoj, che con tanta sensibilità e discrezione sapeva trattare i bambini.

Il maestro sovietico, diceva l Krupskaja, è prima di tutto un cittadino, un militante per il futuro luminoso dell’umanità. Senza conoscere la vita, senza la posizione del militante, del portatore di cultura, il pedagogo non può essere ne un buon educatore ne un buon insegnante. Per organizzare correttamente il lavoro scolastico con gli alunni è necessario conoscere la vita degli allievi, sapere cosa fanno fuori della scuola, quali sono i loro interessi, le loro esperienze di lavoro, il loro ambiente sociale. A questa idea N. K. Krupskaja ritornò più di una volta: «… è importante conoscere gli interessi del fanciullo, le sue opinioni, le sue aspirazioni, la sua esperienza di vita, è necessario conoscere l’ambiente che lo circonda, le condizioni in cui egli vive. Senza una tale conoscenza dei ragazzi è impossibile organizzare non solo l’educazione, ma neanche il lavoro didattico».

La Krupskaja esaminava i problemi dell’educazione e dell’istruzione delle giovani generazioni sempre in modo ampio senza trascurare le particolarità del momento e le prospettive di sviluppo sociale. Fu appunto questo approccio dialettico marxista ai problemi dell’educazione che ha infuso tanta vitalità e attualità alle idee della Krupskaja, che continuano a destare l’interesse dei pedagogisti di vari paesi.

Nell’Unione Sovietica, in tutti i paesi della comunità socialista esiste e opera con successo il sistema di insegnamento più avanzato e più democratico. Il sistema socialista dell’istruzione popolare oggi si trova ad affrontare nuovi, maggiori e più elevati impegni. Il decimo piano quinquennale, che il popolo sovietico ha varato nel 1976, è un nuovo passo importante nello sviluppo della scuola sovietica. Nel suo grande e creativo lavoro ogni maestro si china sulle opere di N. K. Krupskaja per ritrovarvi una risposta ai quesiti più diversi della teoria e della prassi educativa.

Le opere pedagogiche dell’eminente pedagogista e marxista N. K. Krupskaja continuano ad essere la fonte cui l’immenso esercito dei maestri e degli educatori di tutto il mondo si rivolgono per attingervi un consiglio prezioso per i più diversi problemi che il loro difficile, ma nobile mestiere invariabilmente presenta.

A. I. Foteeva

(1) V. I. Lenn, Opere complete. Editori Riuniti, Roma, 1954-1970, v. 36, p. 268.

(2) V. I. Lenin. op. cit., v. 23, p. 162.

I. L’EDUCAZIONE COMUNISTA DEI FANCIULLI

Marx sull’educazione comunista della giovane generazione (1)

Marx non ci ha lasciato un lavoro appositamente dedicato all’educazione della giovane generazione, ma, come è noto, nelle sue opere possiamo rinvenire tutta una serie di opinioni sul problema della ristrutturazione dell’educazione che, in quanto congeniali a tutta la sua dottrina, sono per noi una guida per l’azione.

Chiunque è a conoscenza dell’enorme significato avuto dal Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx e da Engeis all’inizio della rivoluzione del 1848. In questa opera concisa e animata di passione rivoluzionaria sono esposte le idee dei comunisti sullo sviluppo sociale. Nel Manifesto si parla del come e del dove va lo sviluppo sociale, del rapporto tra ideologia ed economia, delle classi, della lotta di classe, della funzione del proletariato in questa lotta e dell’inevitabilità della sua vittoria, dell’inevitabilità del passaggio dal regime capitalista a quello comunista. A questo riguardo nel Manifesto vengono toccate anche le questioni dell’educazione di quella generazione che avrebbe da costruire il comunismo. «Come per il borghese – si dice nel Manifesto – la cessazione della proprietà di classe significa cessazione della produzione stessa, cosi cessazione della cultura di classe (il corsivo è nostro. – N.K.) è per lui lo stesso che cessazione della cultura in genere.

“La cultura di cui egli deplora la perdita è per l’enorme maggioranza degli uomini il processo di trasformazione in macchina » 1*

Nel porre in luce il carattere di classe della cultura in genere gli autori del Manifesto sottolineano che la grande industria sfrutta a dismisura i bambini, costringe gli operai a sfruttare i propri figli, distrugge le antiche tradizioni familiari, taglia le radici dell’educazione familiare. Nella società capitalista l’educazione è interamente di classe. I comunisti intendono modificare il carattere dell’educazione. Ecco cosa dice in proposito il Manifesto del Partito comunista: «Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Noi questo delitto lo confessiamo.

“Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale all’educazione domestica noi sopprimiamo i legami più intimi.

“Ma non è anche la vostra educazione determinata dalla società, dai rapporti sociali entro ai quali voi educate, dall’intervento più o meno diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, ecc.? Non sono i comunisti che inventano l’influenza della società sull’educazione; essi ne cambiano soltanto il carattere; essi strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.

“Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti tra i genitori e i figli diventano tanto più nauseanti, quanto più, in conseguenza della grande industria, viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro i». 2*

Il Manifesto indica una serie di misure che il proletariato dovrà portare a compimento quando prenderà il potere. Tra queste al n. 10 sono indicate le misure riguardanti l’educazione. Si tratterà di «educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Unificazione dell’educazione e della produzione materiale, ecc. 3* In Marx questo punto è collegato con tutta una serie di misure tra le quali il passaggio degli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, eguale obbligo di lavoro per tutti, unificazione del lavoro industriale con quello agricolo, graduale estinzione dell’antagonismo tra città e campagna.

Il secondo capitolo del Manitesto si conclude con le seguenti parole: «Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti 4*.

Di che si tratta? Della teoria del libero sviluppo (2) ? Possibile che Marx ne fosse un seguace? Non comprenderemo questo passo se non terremo conto che Marx per libertà comprende una cosa completamente diversa rispetto ai rappresentanti della borghesia. ” Ma non polemizzate con noi applicando all’abolizione della proprietà borghese le vostre concezioni borghesi della libertà, della cultura, del diritto, ecc. Le vostre idee sono anch’esse un prodotto dei rapporti borghesi di produzione e di proprietà 5*. E più in là si aggiunge: “Le idee di libertà di coscienza e di religione non furono altro che l’espressione del dominio della libera concorrenza nel campo della coscienza» 6*.

Nell’Anti-Dùhring Engeis scrive: Hegel (3) fu il primo a rappresentare in modo giusto il rapporto di libertà e necessità. Per lui la libertà è il riconoscimento della necessità. «Cieca è la necessità solo nella misura in cui non viene compresa “. La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l’esistenza fisica e spirituale dell’uomo stesso: due classi di leggi che possiamo separare l’una dall’altra tutt’al più nell’idea, ma non nella realtà. Libertà del volere non significa altro perciò che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali: essa è perciò necessariamente un prodotto dello sviluppo storico” 7*.

Se con questo punto di vista andiamo a considerare le succitate parole: “Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti », comprenderemo che la società pienamente emancipata dal giogo capitalista, in cui non vi saranno più le classi e la lotta di classe, sarà accompagnata da un tale fiorire della scienza, da una tale conoscenza delle leggi di natura e dello sviluppo dell’umanità che ad ognuno sarà garantito lo sviluppo più completo e onnilaterale, ed ogni membro di questa associazione, di questa unione sarà collegato cosi strettamente, cosi organicamente a tutta l’associazione e al suo generale progredire che tutta la sua attività, tutta la sua vita, sarà al servizio dell’ulteriore sviluppo di questa futura società senza classi.

Nel Manifesto del Partito comunista viene sottolineato continuamente che l’economia è base dell’ideologia. “Ci vuole forse una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche le loro concezioni, i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza?

“Che cos’altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione spirituale si trasforma insieme con quella ma feriale? Le idee dominanti di un’epoca furono sempre soltanto le idee della classe dominante.

“Si parla di idee che rivoluzionano tutta una società; con ciò si esprime soltanto il fatto che in seno alla vecchia società si sono formati gli elementi di una società nuova, che con la dissoluzione dei vecchi rapporti di esistenza procede di pari passo il dissolvimento delle vecchie idee 8*.

Marx non si limitava a constatare dei fatti, ma indicava sempre una via d’uscita. Già nelle Tesi su Feuerbach (4) (1845) Marx scrive: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo” 9*.

E per trovare le vie giuste per modificarlo egli studiò lo sviluppo delle condizioni materiali, quei loro elementi che servivano da strumento per modificare tutto il regime sociale.

È interessante a questo riguardo la lettera di Marx ad Annenkov (5) scritta prima del Manifesto, il 28 dicembre 1846. In quella lettera Marx scriveva : ” Per il signor Proudhon (6) la divisione del lavoro è una cosa perfettamente semplice. Ma anche il regime di casta non era forse una divisione particolare del lavoro? Non era forse il regime delle gilde un’altra divisione del lavoro? E la divisione del lavoro nel sistema manifatturiero – che in Inghilterra ha inizio nel XVII secolo e termina nell’ultima parte del XVIII – non è forse anch’esso totalmente diversa dalla divisione del lavoro nella grande industria moderna?…

“L’organizzazione interna delle nazioni con tutte le loro relazioni internazionali, non è forse nient’altro che l’espressione di una particolare divisione del lavoro? E queste non debbono forse cambiare quando cambia la divisione del lavoro?

“I signor Proudhon ha capito cosi poco il problema della divisione del lavoro che egli non menziona mai neanche la separazione tra città e campagna, che in Germania, per esempio, si determinò tra il IX e il XII secolo. Cosicché per il signor Proudhon, che non ne conosce ne l’origine ne lo sviluppo, questa separazione diventa una legge eterna » 10*. In Miseria della filosofia (scritta nel 1847) Marx indica brillantemente come nella continua divisione del lavoro è necessario individuare gli aspetti positivi di questa tendenza. Marx scrive che “la caratteristica peculiare della divisione del lavoro nella società moderna sta nel fatto di generare le specializzazioni, i tipi e, con esse, l’idiotismo del mestiere ” (il corsivo è nostro. – N.K.) 11*

Nel citare l’idiotismo professionale Marx rileva nel contempo che l’ulteriore sviluppo della divisione del lavoro favorirà la fine di questo idiotismo. In Miseria della filosofia egli parla dell’influenza che la fabbrica automatica (non una abbrica qualunque ma proprio quella automatica) avrà sul progresso degli operai :

“Ciò che caratterizza la divisione del lavoro nella fabbrica meccanizzata è che il lavoro vi ha perduto ogni carattere di specializzazione. Ma dal momento che ogni sviluppo speciale cessa, il bisogno di universalità, la tendenza verso uno sviluppo integrale dell’individuo, comincia a farsi sentire. La fabbrica meccanica cancella le specializzazioni e l’idiotismo del mestiere » 12*.

Marx amava i fanciulli. In Per la critica dell’economia politica, pubblicata per la prima volta nel 1859, c’è un passo sui bambini che, seppure fatto di sfuggita, è molto significativo in quanto ci fa capire perché Marx amasse i bambini e cosa egli scorgesse in loro. Parlando dell’arte egli scrive:

“Un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità primordiale?” 13*

Marx non era uno specialista in senso ristretto. Egli conosceva la letteratura alla perfezione, comprendeva l’arte e comprendeva i bambini.

Sono forse parecchi coloro che sanno osservare i bambini da questo punto di vista? Lo sapeva fare Lev Tolstoj (7), che sapeva si guardare ai bambini con gli occhi del grande artista, però non potè comprendere la sua epoca. Marx invece comprendeva sia la sua epoca, sia i bambini. Ogni moderno educatore deve apprendere da Marx questa profonda comprensione del fanciullo.

Questo amore suscitava in Marx un senso di violento sdegno per lo sfruttamento capitalista del lavoro infantile. Ma non è solo l’amore per i fanciulli che spinge Marx a dedicare tanto spazio del primo volume del Capitale alla condizione dell’infanzia nel capitalismo. In un capitolo solo. La giornata lavorativa, Marx cita più di venti esempi dell’orribile sfruttamento cui i bambini erano sottoposti in fabbrica, riportando questi fatti da documenti ufficiali (come i rapporti degli ispettori di fabbrica, atti processuali, atti di governo). Quest’argomento occupa uno spazio non minore anche nel capitolo Macchine e grande industria.

Con tocchi magistrali Marx mostra tutta la pochezza legislativa dell’Inghilterra riguardo alla protezione del lavoro infantile; egli indica come i capitalisti trovano mille vie per evitare pure quegli ostacoli che pone la legge e come essi guastano, nel fisico e nella mente, le giovani generazioni.

Marx scrisse di tutto ciò perché nel lavoro dell’infanzia veniva a riflettersi come in una goccia d’acqua la tendenza del regime capitalista ad uno smisurato sfruttamento delle masse.

Studiando da una parte lo sviluppo dell’industria e l’incidenza che determinate sue modificazioni hanno sulle masse lavoratrici e, d’altro canto, la situazione dei fanciulli nella produzione, Marx si ingegna d’individuare i principi fondamentali dell’educazione sociale, affinché la giovane generazione risultasse capace di riorganizzare radicalmente la società capitalistica.

Ecco un passo dal capitolo Macchine e grande industria in cui si mostra come l’industria moderna esige dall’operaio uno sviluppo onnilaterale.

“II principio della grande industria di risolvere nei suoi elementi costitutivi ciascun processo di produzione, in sé e per sé considerato e senza tener nessun conto della mano dell’uomo, ha creato la modernissima scienza della tecnologia. Le policrome configurazioni del processo di produzione sociale apparentemente prive di nesso reciproco e stereotipe, si scomposero in applicazioni delle scienze naturali, consapevolmente pianificate e sistematicamente scompartite a seconda dell’effetto utile che si aveva di mira. La tecnologia ha scoperto anche le poche grandi torme fondamentali del movimento nelle quali si svolge di necessità ogni azione produttiva del corpo umano, nonostante la molteplicità degli strumenti adoperati: proprio come la meccanica sa che nelle macchine si ha una costante riproduzione delle potenze meccaniche elementari, e non si lascia ingannare dalla massima complicazione del macchinario. La industria moderna non considera e non tratta mai come definitiva la forma di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione passata era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Cosi essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi 14*.

«… La grande industria, con le sue stesse catastrofi, fa si che il riconoscimento della variazione dei lavori e quindi della maggior versatilità possibile dell’operaio come legge sociale generale della produzione e l’adattamento delle circostanze alla attuazione normale di tale legge, diventino una questione di vita o di morte. Per essa diventa questione di vita o di morte sostituire a quella mostruosità che è una miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilità assoluta dell’uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all’individuo parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l’individuo totalmente sviluppato, per il quale differenti funzioni sociali sono modi di attività che si danno il cambio l’uno con l’altro. Un elemento di questo processo di sovvertimento, sviluppatesi spontaneamente sulla base della grande industria, sono le scuole politecniche e agronomiche, un altro elemento sono le « écoles d’enseignement professionel » nelle quali i figli degli operai ricevono qualche istruzione in tecnologia e nel maneggio pratico dei differenti strumenti di produzione. Se la legislazione nelle fabbriche, che è la prima concessione strappata a gran fatica al capitale, combina col lavoro di fabbrica soltanto l’istruzione elementare, non c’è

dubbio che l’inevitabile conquista del potere politico da parte della classe operaia conquisterà anche

all’istruzione tecnologica teorica e pratica il suo posto nelle scuole degli operai. Non c’è dubbio neppure che la forma capitalistica della produzione e la situazione economica degli operai che le corrisponde siano diametralmente antitetiche a questi fermenti rivoluzionar! e alla loro

meta, che è l’abolizione della vecchia divisione del lavoro » 15*.

Vediamo cosi l’enorme funzione che Marx riservava all’educazione sociale delle giovani generazioni nella ristrutturazione della società capitalistica e nell’edificazione socialista L’educazione sociale deve formare degli uomini sviluppati onnilateralmente. Questa esigenza scaturisce dal carattere stesso della grande industria. I fanciulli devono assimilare una vasta somma di conoscenze, devono imparare a lavorare. Lo studio della legislazione di fabbrica inglese riguardo alla tutela del lavoro infantile aveva portato Marx proprio a questa conclusione : « Una commissione parlamentare d’inchiesta sul lavoro infantile era stata nominata fin dal 1840. La sua relazione del 1842 dispiegava, come dice N.W. Senior (8), “il quadro più terribile dell’avidità dell’egoismo e della crudeltà dei capitalisti e dei genitori, della miseria, degradazione e distruzione dei fanciulli e degli adolescenti, che mai abbia colpito gli occhi del mondo…” Questa relazione (del 1842) è rimasta inosservata per vent’anni durante i quali a quei ragazzi, cresciuti senza la minima idea ne di una istruzione scolastica, ne di affetti familiari naturali, si è permesso di diventare i genitoridella generazione attuale 16*.

La commissione impose che il lavoro infantile in fabbrica fosse regolato per via legislativa.

« Ma la desolazione intellettuale, prodotta artificialmente con la trasformazione di uomini immaturi in semplici macchine per la fabbricazione di plusvalore, da tenersi ben distinta da quella ignoranza naturale e spontanea che tiene a maggese senza corromperne la capacità di sviluppo, cioè la stessa fecondità naturale, ha finito per costringere perfino il parlamento inglese a fare dell’istruzione elementare condizione obbligatoria per legge del consumo “produttivo” di fanciulli al di sotto dei quattordici anni di età, per tutte le industrie soggette alla legge sulle fabbriche» 17*.

« Per quanto nel complesso appaiano misere, le clausole sull’educazione dell’Atto sulle fabbriche proclamavano che l’istruzione elementare è una condizione obbligatoria del la-

voro. Il loro successo dimostrò per la prima volta la possibilità di collegare l’istruzione e la ginnastica col lavoro manuale, e quindi anche il lavoro manuale con l’istruzione e la ginnastica. Presto gli ispettori di fabbrica scoprirono dalle deposizioni dei maestri di scuola che i ragazzi di fabbrica, benché usufruiscano solo di metà delle lezioni ricevute dagli scolari regolari delle scuole diurne, imparano quanto loro, e spesso di più.

“La cosa è semplice. Quelli che stanno a scuola solo mezza giornata son sempre freschi e quasi sempre sono atti e ben disposti a ricevere l’istruzione loro impartita. Il sistema metà lavoro e metà scuola fa si che ognuna delle due occupazioni sia riposo e ristoro dall’altra, ed è quindi molto più adatto per il bambino che l’ininterrotta continuazione dell’uno o dell’altro lavoro. È impossibile che un ragazzo che sta seduto a scuola fin dal primo mattino, e specialmente poi nella stagione calda, possa gareggiare con un altro che se ne viene dal suo lavoro fresco e sveglio” 18*.

Altre prove si trovano nel discorso del Senior al Congresso sociologico di Edimburgo del 1863. In questo discorso il Senior dimostra fra l’altro anche come la giornata scolastica unilaterale, improduttiva e prolungata dei bambini appartenenti alle classi superiori e alle classi medie aumenta inutilmente il lavoro degli insegnanti, « mentre sperpera il tempo, rovina la salute e la energia dei bambini non solo senza frutto, ma anche, assolutamente, con grave danno ». Dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen (9), è nato il germe della educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo 19*.

Pensava forse Marx che l’insegnamento del lavoro dalla fabbrica doveva passare alla scuola? Nient’af fatto. Nel riconoscere la necessità della scuola politecnica egli si pronunciava tuttavia per il lavoro dei ragazzi in fabbrica. “.. .Perquanto terribile e repellente appaia la dissoluzione della vecchia famiglia entro il sistema capitalistico, cionondimeno la grande industria crea il nuovo fondamento economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini d’ambo i sessi nei processi di produzione socialmente organizzati al di là della siero, domestica 20* (corsivo è nostro. – N.K.). Nel parlare dello straordinario sfruttamento dei fanciulli da parte dei genitori, specialmente nell’industria domestica, e nell’indicare che il sistema capitalistico di sfruttamento eliminando la base economica corrispondente al potere dei genitori lo trasforma in abuso, Marx dice che ” era necessario proclamare il diritto dei fanciulli”. ” Ragazzi e adolescenti hanno diritto ad essere

protetti dalla legislazione contro l’abuso di autorità paterna, che spezza prematuramente la loro forza fisica, e li degrada nella scala degli esseri morali e intellettuali” 21*. II significato decisivo dei fanciulli e degli adolescenti dei due sessi nel processo sociale organizzato modifìca anch’esso i rapporti tra padri e figli rendendo quest’ultimi più indipendenti e più coscienti.

” È altrettanto evidente che la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, benché nella sua forma spontanea e brutale cioè capitalistica, dove l’operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produzione per l’operaio, che è pestifera fonte di corruzione e schiavitù, non potrà viceversa non rovesciarsi, in circostanze corrispondenti, in fonte di sviluppo di qualità umane 22*.

Il lavoro in comune con gli adulti facilita lo sviluppo dei fanciulli.

Noi sappiamo cosa Marx scriveva a proposito dell’influenza della fabbrica automatica sullo sviluppo degli operai. Nel primo volume del Capitale, nel capitolo sulla cooperazione Marx parla della funzione educativa del lavoro comune.

“Astrazione fatta dal nuovo potenziale di forza che deriva dalla fusione di molte forze in una sola forza complessiva, il semplice contatto sociale genera nella maggior parte dei lavori produttivi una emulazione e una peculiare eccitazione degli spiriti vitali (animai spirits) le quali aumentano la capacità di rendimento individuale dei singoli 23*.

Nel settembre 1866 a Ginevra si tenne il I Congresso dell’Internazionale (10), ove fu approvata una risoluzione redatta da Marx :

“Noi riteniamo che la tendenza dell’industria moderna ad attrarre i bambini e gli adolescenti di ambo i sessi alla grande causa della produzione sociale, benché nell’ordinamento capitalistico abbia assunto delle forme mostruose, sia una tendenza progressista, sana e legittima. In un ordinamento sociale razionale ogni ragazzo dall’età di nove anni deve di-ventare un lavoratore produttore cosi come ogni adulto idoneo al lavoro deve sottostare alla legge generale della natura e cioè per mangiare deve lavorare e lavorare non solo con l’intelletto ma anche con le mani…

“Da quanto premesso noi diciamo che ai genitori e agli imprenditori in nessun caso dovrà essere permesso ricorrere al lavoro dei bambini e degli adolescenti qualora non sia accoppiato all’educazione.

“Per educazione noi intendiamo tré cose :

“In primo luogo : educazione dell’intelletto.

“In secondo luogo : educazione fisica come viene data dalle scuole di ginnastica e dagli esercizi militari.

“In terzo luogo : insegnamento tecnico che faccia conoscere i principi fondamentali di tutti i processi della produzione e dia nel contempo al bambino e all’adolescente la perizia necessaria a servirsi degli strumenti di produzione più elementari”.

Soffermiamoci ora su due opere di Marx La guerra civile in Francia (1871) (11) e Critica al Programma di Cotha (1875) (12), nelle quali possiamo scorgere altri aspetti della posizione di

Marx nei confronti della scuola.

“Sbarazzatasi dell’esercito permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza della repressione spirituale, il “potere dei preti”, sciogliendo ed espropriando tutte le Chiese in quanto enti possidenti. I sacerdoti furono restituiti alla quiete della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. Tutti gli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Cosi non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le avevano imposto i pregiudizi di classe e la forza del governo”. 24*

Marx loda la Comune per aver subito sottratto la scuola e tutti gli istituti scolastici all’influenza della Chiesa e dello Stato borghese, del governo borghese, che prendeva tutte le misure per offuscare la coscienza delle masse sin dalla prima infanzia.

È interessante un altro passo di La guerra civile in Francia. Nell’indicare che la Comune intendeva porre i contadini sotto la guida ideale delle città distrettuali garantendo loro in tal modo degli autentici rappresentanti dei loro interessi nella persona degli operai urbani, Marx scrive :

“La Comune avrebbe liberato il contadino dall’imposta del sangue; gli avrebbe dato un governo a buon mercato; avrebbe trasformato le sue odierne sanguisughe, il notaio, l’avvocato, l’usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati eletti da lui e davanti a lui responsabili; lo avrebbe liberato dalla tirannide della garde champétre, del gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito all’istupidimento ad opera dei preti l’istruzione illuminata del maestro elementare” 25*.

Nel criticare il Programma di Gotha, approvato con alcune modifiche al congresso della socialdemocrazia tedesca nel maggio del 1875, Marx si pronuncia pure sui problemi dell’istruzione. Cosi egli critica il punto riguardante ” la limitazione del lavoro femminile e il divieto del lavoro infantile”.

“Divieto del lavoro dei fanciulli”. Qui era assolutamente necessario dare i limiti d’età.

“II divieto generale del lavoro dei fanciulli è incompatibile con l’esistenza della grande industria, ed è perciò un vano, pio desiderio.

“La sua attuazione – quando fosse possibile – sarebbe reazionaria, perché se si regola severamente la durata del lavoro secondo le diverse età e si prendono altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, una combinazione tempestiva tra il lavoro produttivo e l’istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione della odierna società » 26*.

Nell’esaminare il punto in cui a nome del partito operaio tedesco si rivendicava « educazione popolare generale ed uguale per tutti da parte dello Stato. Istruzione generale obbligatoria, insegnamento gratuito r, Marx scrive :

– “Educazione popolare uguale per tutti’! che cosa ci s’immagina con queste parole? Si crede forse che nella società odierna (e solo di essa si tratta) l’educazione possa essere uguale per tutte le classi? Oppure si vuole che anche le classi superiori debbano essere coattivamente ridotte a quel minimo di educazione – la scuola elementare – che solo è compatibile con le condizioni economiche, non soltanto dei lavoratori salariati, ma anche dei contadini?

“Istruzione obbligatoria generale. Insegnamento gratuio”. La prima esiste anche in Germania, il secondo nella Svizzera e negli Stati Uniti per le scuole elementari. Se in alcuni Stati dell’America del Nord anche gli istituti di istruzione superiore sono “gratuiti”, in linea di fatto ciò significa sol tanto che si sopperisce alle spese per l’educazione delle classi superiori coi mezzi forniti dalla cassa generale delle imposte. ..

“II paragrafo sulle scuole avrebbe dovuto per lo meno chiedere scuole tecniche (teoriche e pratiche) collegate alla scuola elementare.

“È assolutamente da respingere una “educazione popolare da patte dello Stato”. Fissare con una legge generale i mezzi delle scuole elementari, la qualifica del personale insegnante, i rami d’insegnamento, ecc., e, come accade negli Stati Uniti, sorvegliare per mezzo di ispettori dello Stato l’adempimento di queste prescrizioni legali, è qualcosa di affatto diverso dal nominare lo Stato educatore del popolo! Sono invece da escludere tanto il governo che la Chiesa da ogni influenza nella scuola. Nel Reich prussiano-tedesco (e non si ricorra alla magra scusa di dire che si parla di uno “Stato futuro”, abbiamo veduto come stanno le cose a questo proposito) è lo Stato, al contrario, che ha bisogno di un’assai rude educazione da parte del popolo” 27*.

Marx voleva strappare dalle mani della Chiesa e dello Stato borghese l’educazione delle giovani generazioni. Egli si battè con calore contro i lassaliani (13), i quali invece pensavano che si potesse andare a dei compromessi con il governo borghese, attendersi da esso delle riforme suscettibili di aiutare la classe operaia e tanto meno delle riforme capaci di preparare una svolta radicale in tutto l’ordinamento sociale. Marx voleva che l’educazione dei fanciulli e degli adolescenti fosse impostata in modo tale da poter diventare un potente strumento per la trasformazione della società moderna.

Siamo ben lontani dall’aver esaurito le citazioni di Marx sull’educazione e la scuola. Queste da noi riportate hanno ispirato l’impostazione della nostra scuola sovietica. Nella misura delle nostre forze e delle nostre capacità noi aspiriamo a portare l’educazione delle giovani generazioni al l’altezza che Marx avrebbe voluto vedere nell’epoca della dittatura del proletariato. Ma nel nostro lavoro non ci aiutanoperò soltanto le indicazioni dirette di Marx. Ci conforta tutta la sua dottrina in generale, ci aiuta il suo metodo dello studio dialettico dei fenomeni. Noi riusciremo a realizzare in modo più pieno e a portare avanti i principi di Marx dopo che la sua dottrina sarà diventata patrimonio delle più vaste masse. E a questo noi lavoriamo indefessamente.

Lenin e l’istruzione popolare (14)

Estratto

II compagno Lenin tenne costantemente presenti i problemi dell’istruzione popolare, sui quali ebbe a pronunciarsi in varie occasioni. In genere ciò accadde dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Fino a quando l’autocrazia manteneva la scuola sotto la sua mano pesante era alquanto insensato parlare della scuola e dell’istruzione popolare. L’attenzione allora era focalizzata sul come creare le condizioni minime per riorganizzare la scuola.

Ma già nel 1897, nell’articolo Perle della progettomania populista Vladimir Ilic aveva espresso il suo pensiero a proposito: “… Non si può concepire l’ideale di una società futura senza unire l’istruzione al lavoro produttivo della giovane generazione: ne l’istruzione e l’educazione avulse da un lavoro produttivo, ne il lavoro produttivo avulso dall’istruzione e dall’educazione potrebbero essere posti all’altezza richiesta dall’attuale livello della tecnica e dal presente stato delle cognizioni scientifiche” 28*.

È questo il punto di vista di Marx allora scarsamente conosciuto dagli stessi marxisti. Vladimir Ilic indicò a proposito: ”I grandi utopisti del passato 29* avevano già espresso quest’idea, che è interamente condivisa dai “discepoli”… 30*.

Questo punto di vista fu da lui seguito inoltre nell’elaborazione del programma del PCR (15).

Sempre nell’articolo Perle della progettomania populista il compagno Lenin spiega dettagliatamente la differenza tra la scuola di casta e la scuola di classe, differenza che ancor oggi non tutti hanno afferrato sino in fondo.

“La scuola di casta esige che l’allievo appartenga a una determinata casta. La scuola di classe ignora le caste, conosce soltanto dei cittadini. Essa chiede a tutti gli studenti una cosa sola: che paghino per la loro istruzione. La scuola di classe non ha affatto bisogno di programmi diversi per i ricchi e per i poveri, perché coloro che non hanno i mezzi per pagare le tasse scolastiche, per acquistare i libri di testo, per mantenere l’allievo durante tutto il periodo scolastico, sono semplicemente esclusi dall’istruzione media. La scuola di classe non presuppone l’esclusività di classe: al contrario, a differenza delle caste, le classi consentono sempre il libero passaggio di singoli individui da una classe all’altra.

“… La scuola di classe, se viene organizzata in modo coerente, ossia se è stata liberata da ogni residuo di spirito di casta, presuppone necessariamente un unico tipo generale di scuola 31*.

Sono queste parole scritte nel 1897…

… Da quel 1897 sono passati parecchi anni. Nel 1917 venne abbattuta l’autocrazia e dinanzi al popolo si dischiuse la possibilità di un’eccezionale edificazione e Vladimir Ilic, nel suo discorso del 28 agosto 1918 al I Congresso dell’istruzione (16), due giorni prima che la socialista-rivoluzionaria Kaplan sparasse contro di lui, parlò della funzione della scuola

nella Russia sovietica…

… È significativo che in quel discorso Vladimir Ilic è come se riprendesse il filo del ragionamento interrotto nel 1897. In questo primo discorso sull’istruzione popolare egli si sofferma di nuovo sul carattere di classe della scuola… Colpisce l’importanza che Vladimir Ilic in questo discorso attribuisce alla scuola ai fini dell’educazione delle masse popolari, quale fortissima arma della lotta di classe la scuola fosse per lui. Egli ripete più di una volta questo concetto.

Detto che “anche la nostra scuola sarà di classe, ma perseguirà esclusivamente gli interessi dei ceti lavoratori della popolazione”, egli conclude il suo discorso con l’appello: ”È necessario applicare tutte le forze, l’energia e le conoscenze per edificare al più presto l’edificio della nostra futura scuola del lavoro, l’unica che saprà tutelarci da qualsiasi altro scontro mondiale e macello come quello che dura già da cinque anni 32*.

E proprio perché Vladimir Ilic attribuiva alla scuola un’enorme importanza il suo discorso è rivolto non solo ai gruppi insegnanti, ma ai ceti lavoratori della popolazione…

… Il 2 ottobre del 1920 nel suo discorso al III Congresso della gioventù comunista di tutta la Russia (17) Vladimir Ilic espose in modo più completo le sue idee sulla scuola sovietica: “La vecchia scuola dichiarava di voler creare un uomo con una cultura completa, di voler insegnare le scienze in generale. Sappiamo che questo era falso da cima a fondo, perché tutta la società era fondata e si reggeva sulla divisione degli uomini in classi, in sfruttatori e in oppressi. È naturale che tutta la vecchia scuola, imbevuta di spirito di classe, impartisse il sapere saltante ai figli della borghesia. Ogni sua parola veniva adeguata agli interessi della borghesia. In queste scuole la giovane generazione degli operai e dei contadini non era tanto educata quanto ammaestrata nell’interesse della borghesia. Veniva istruita in modo da poter fornire a essa servi idonei, capaci di procurarle il profitto e che al tempo stesso non turbassero la sua quiete e il suo ozio. Pertanto, nel rinnegare la vecchia scuola, ci siamo proposti di derivareda essa soltanto quello che ci serve per ottenere un’effettiva formazione comunista” 33*.

E poi:

“Quando sentiamo attaccare la vecchia scuola, spesso da parte dei rappresentanti della gioventù e anche da alcuni sostenitori della nuova educazione, quando sentiamo dire che nella vecchia scuola si studiava meccanicamente, diciamo che bisogna prendere da essa quel che c’era di buono. Non dobbiamo imitare la vecchia scuola, ingombrando la mente del giovane con una gran mole di nozioni, per nove decimi inutili e per un decimo travisate, ma questo non significa che possiamo limitarci alle deduzioni comuniste e imparare soltanto le parole d’ordine comuniste. Non si crea cosi il comunismo. Si può diventare comunisti soltanto se si arricchisce la propria memoria con la conoscenza di tutti i tesori che l’umanità ha creato.

“Non abbiamo bisogno d’un apprendimento mnemonico, ma abbiamo necessità di sviluppare e perfezionare la memoria di ogni studente attraverso la conoscenza dei fatti fondamentali, perché il comunismo si trasformerà altrimenti in una parola vuota, in una semplice insegna, e il comunista non sarà altro che un millantatore, se nella sua coscienza non saranno rielaborate tutte le cognizioni ricevute. Queste cognizioni non dovete solo impararle, ma impararle in modo da assumere verso di esse un atteggiamento critico, da non infarcire la vostra mente con un ciarpame inutile… “ 34*

Più volte egli si soffermò su questa idea nel suo discorso al congresso dei giovani comunisti.

“… Dobbiamo – egli ripeteva – far proprio tutto l’insieme delle conoscenze umane e di impadronirsi di esso in modo che il comunismo non sia, tra voi, qualcosa che è stato imparato meccanicamente, ma qualcosa che avete meditato voi stessi e che consista nelle stesse conclusioni che sono inevitabili sul piano della cultura moderna… “ 35*.

Ma i giovani non solo il comunismo devono imparare!

“Dinanzi a voi sta il compito della rinascita economica del paese, il compito di riorganizzare e ricostruire l’agricoltura e l’industria su una base moderna, che poggia a sua volta sulla scienza, sulla tecnica e sull’elettricità. Voi capite benissimo che con gli analfabeti non si può giungere all’elettrificazione e che non basta saper leggere e scrivere. Non basta capire che cos’è l’elettricità: bisogna sapere come applicarla tecnicamente all’industria e all’agricoltura e ai singoli rami industriali e agricoli. Dobbiamo impararlo noi stessi, dobbiamo insegnarlo a tutta la nuova generazione lavoratrice” 36*.

“Non avremmo fiducia nello studio, nell’educazione e nel la formazione – proseguiva Vladimir Ilic – se fossero confinati esclusivamente nella scuola e avulsi dalla vita tempestosa… Durante gli anni di studio la scuola deve fare dei giovani i combattenti per l’emancipazione dagli sfruttatori 37*.

“Soltanto nel lavoro comune con gli operai e i contadini si può diventare dei veri comunisti” 38*.

E più avanti Lenin disse che bisognava impostare tutta l’istruzione in modo tale che ogni giorno, in ogni villaggio, in ogni città i giovani potessero affrontare praticamente un problema determinato del lavoro comune, sia pure il più semplice, il più piccolo.

La scuola, diceva Vladimir Ilic, deve insegnare ai bambini e giovani a mettere insieme il loro lavoro, diventarne coscienti e quindi realizzarlo in piena disciplina.

Queste le pietre miliari che, individuate da Vladimir Ilic, devono divenire realtà ad opera dei maestri col concorso dei ceti lavoratori della popolazione.

Gli ideali dell’educazione socialista

(dal discorso alla Conferenza delle organizzazioni proletarie culturali ed educative) (18)

L’ambiente esercita un’enorme influenza sull’educazione dell’uomo e perciò ai fini dell’educazione enorme è il significato della riorganizzazione dell’ordinamento sociale. Noi però parleremo dell’educazione in una accezione più limitata, presumendo l’influenza educativa da esercitare sulla nostra giovane generazione in modo organizzato. I giovani devono avere un’ampia educazione sociale e pertanto le scuole devono essere pubbliche. L’idea dell’egemonia della classe operaia già ora investe profondamente le giovani generazioni. Abbiamo visto a Pietrogrado (19) i giovani adunarsi al Campo di Marte e dire che l’egemonia appartiene alla classe operaia. A dire queste cose erano spesso ragazzi di 13-14 anni, ed era evidente che quelle idee avevano su di loro una forte presa.

Educare significa agire in modo programmato sulle giovani generazioni al fine di ottenere un tipo determinato di persona umana. Certo, gli ideali dell’educazione si differenziano assai in funzione dell’evoluzione della vita, ed è possibile individuare le modificazioni intervenute in questi ideali, ma ciò non rientra nel mio compito. Indicherò soltanto che oggi diventano sempre più pressanti le idee dell’educazione sociale socialista… Converrà ricordare che la borghesia organizzava l’educazione sociale in modo tale da impartire ai suoi figli un’educazione che essa riteneva conveniente; e alla classe operaia, un’educazione completamente diversa. Se guardiamo alle scuole esistenti nell’Europa occidentale vedremo che l’educazione riveste un chiaro carattere di classe. Vi sono scuole per ragazzi di sangue blu e per i ragazzi di sangue comune. Tutte le scuole aperte all’enorme massa dei lavoratori sono enti educativi chiamati ad educare dei sudditi obbedienti, cioè quelle persone di cui la borghesia ha bisogno. La borghesia ha capito da tempo che attraverso l’istruzione generale obbligatoria essa viene ad avere a sua disposizione tutti i figli del proletariato. Il noto pedagogista Kerschensteiner (20) dice con molta franchezza che non è la somma delle conoscenze impartite dalla scuola elementare ad essere importante ma il fatto che la scuola possa educare degli operai. È necessario inculcare al bambino il senso dell’obbedienza incondizionata, perché sappia eseguire in modo preciso e accurato i compiti affidatigli. È necessario insegnargli ad esser servizievole…

… Ne consegue quindi che la scuola, per otto anni, non fornisce delle vere e proprie nozioni, ma addomestica i ragazzi. Si tratta di una specie di enti d’ammaestramento. In primo piano viene posto il principio dell’obbedienza; se il ragazzo non obbedisce ciecamente, intervengono le percosse.

La scuola borghese si pone l’obiettivo di educare delle determinate concezioni. Vediamo, per esempio, che durante le lezioni di storia il corso delle civiltà viene rappresentato come una sequela di guerre nelle quali si distinguono gli eroi nazionali che vengono elogiati e si educa ad odiare gli altri popoli. Questo lo si fa alle lezioni di storia e alle lezioni di morale alle quali il maestro conversando con gli allievi si sforza di inculcare in loro concezioni borghesi. In poche parole, la scuola fa fede al suo compito: instilla il suo spirito. Lev Tolstoj racconta che voleva accogliere nella sua scuola il figlio di un mercante di bestiame, ma questi gli rispose: “Non posso darvi mio figlio perché devo instillargli il mio spirito ». Per l’appunto cosi vengono educati i figli dei lavoratori.

Obiettivi completamente diversi persegue la borghesia nell’educare i suoi figli. Se prendiamo le scuole diffusesi negli ultimi tempi, i cosiddetti ginnasi educativi rurali, vediamo che queste scuole, dotate di tutte le comodità, rispondono agli ultimi dettami della scienza. I ragazzi vivono in mezzo alla natura, distaccati dalla vita quotidiana, nelle condizioni in cui non possono osservare le miserie della vita, è come se si trovassero sotto vetro. I ragazzi fanno tutte le materie. C’è anche il lavoro, ma un lavoro per gioco: il figlio del ricco borghese pianta cavoli, li cura e poi li vende alla cuoca per qualche copeco. E questo si chiama lavoro pedagogico benché non abbia nulla di educativo. La scuola fondata dalla borghesia è un derivato del regime borghese. In essa un abisso passa tra la scienza, ovvero il lavoro intellettuale, e il lavoro manuale. Già Lassalle (21) indicava la necessità di collegare il lavoro con la scienza. La borghesia invece si arrovella per fare il contrario. Le masse lavoratrici ricevono soltanto gli avanzi della scienza, mentre coloro che non hanno mai lavorato manualmente stanno nelle Università, nelle accademie ed elaborano vari problemi scientifici. Nella scuola il lavoro manuale è privo di significato o riveste un qualche significato pedagogico e igienico. Nei programmi dei ginnasi rurali è detto: “Queste scuole sono destinate a coloro che dovranno esercitare una funzione determinata nella grande industria e nel commercio, essere amministratori in India, gestori in qualche lontana colonia ». In altre parole qui vengono educati uomini di carattere, con un serio bagaglio intellettuale, ma coscientemente tagliati fuori dalle ampie masse lavoratrici, lontani dalla vita. Le cosiddette scuole medie esistenti nell’Europa occidentale si ripropongono di educare i quadri della burocrazia. Il pedagogista Paulsen (22) ha scritto: “II nostro ginnasio ha lo scopo di educare l’impiegato, il subalterno, che per dirigenti principali avranno i giovani della borghesia educati in istituti e scuole privilegiate e per esecutori e aiutanti i licenziati delle scuole medie”. Cosi è fatta l’istruzione popolare nei paesi borghesi, e per di più bisogna tener presente che gli insegnanti vengono educati in uno spirito borghese. Gli insegnanti vengono severamente selezionati dimodocché nella scuola popolare non possano capitare maestri dalle menti aperte, maestri socialisti…

Ora, se prendiamo in considerazione gli ideali socialisti dell’educazione, vediamo che essi sono diametralmente opposti a quelli borghesi. È necessario educare i giovani nello spirito socialista perché oggi ci troviamo alla vigilia della rivoluzione socialista mondiale. Nel Manifesto del Partito comunista Marx ed Engeis scrissero che lo spettro rosso della rivoluzione vagava sull’Europa. Ora questo è diventato ancor più reale…

Per erigere un nuovo ordinamento bisogna educare una nuova generazione. In Francia si usa dire: “I morti acchiappano i vivi”, ed ecco che questo morto regime acchiappa il nuovo, gli impedisce di dispiegarsi, di costruire in modo nuovo una nuova vita. Nelle sue scuole, e nelle scuole popolari la borghesia, come ho già indicato, usava buttare il lavoro fuori bordo. Oggi invece è il momento di porre il lavoro collettivo al centro dell’attenzione. L’educazione deve consistere nell’organizzare la vita dei ragazzi in modo tale che alla sua base vi sia il lavoro collettivo e vario, illuminato dalla luce della scienza. Questo sarà il lavoro che educherà tra i ragazzi dei socialisti.

La borghesia organizzava le scuole professionali. Le fabbriche e le officine avevano bisogno di operai addestrati e quindi la borghesia organizzava le scuole professionali. Ma quale insegnamento veniva colà impartito? Capitava di frequente che dopo aver finito la scuola e perso parecchi anni e acquisito una grande abilità nel proprio campo gli allievi rimanevano senza un tozzo di pane quando il progresso tecnico creava delle macchine nuove. La borghesia impartiva agli operai delle anguste cognizioni specialistiche, non forniva un’ampia istruzione politecnica che facesse conoscere le varie branche della produzione. Prima la macchina compiva soltanto il movimento principale e l’uomo era quelle braccia che aiutavano la macchina a compiere tutta una serie di movimenti supplementari. Adesso la tecnica si sviluppa in una diversa direzione e la macchina compie non soltanto il movimento principale ma anche quelli supplementari. Con le nuove macchine ci vogliono meno operai, che però devono essere meglio addestrati. Per effetto del progresso tecnico si contrae il numero degli operai non addestrati, mentre è richiesto un numero maggiore di operai qualificati, a conoscenza di tutta una serie di specializzazioni. Prendiamo per esempio la composizione tipografica. Prima vi era soltanto la composizione a mano, e quindi bastava saper leggere; oggi la composizione a macchina esige che il lavoratore sappia scrivere a macchina, conosca la tecnica, l’elettrotecnica. Dal tipografo oggi si esigono tutte queste conoscenze, tutta una serie di cognizioni di nuovo tipo.

Marx dedicava molto tempo ai problemi dell’educazione, indicava che il nesso tra istruzione e lavoro produttivo è la leva capace di capovolgere e trasformare la società moderna: tale educazione politecnica è la condizione necessaria dell’istruzione onnilaterale. Nelle nostre scuole non insegneremo una branca di lavoro specifica, ma punteremo a impartire un’istruzione politecnica. Nel paese borghese vigeva una netta divisione tra città e campagna. Nel socialismo tale divisione non deve esserci, pertanto nell’ambito dell’istruzione politecnica noi introduciamo la conoscenza dell’agricoltura.

Noi concepiamo una scuola che in estate andrà a stabilirsi in qualche comune agricola, ove gli allievi, in seno alla natura, studieranno le scienze agrarie, mentre d’inverno nelle fabbriche potranno apprendere i processi produttivi. Nel primo ciclo, nelle prime classi elementari, si dovrà studiare ciò che è più vicino alla vita quotidiana, per esempio varie cognizioni artigianali; nelle classi superiori invece bisognerà studiare tutto ciò in modo generale, ma ancor più importante però è che lo studio non sia meccanico.

… Bisogna che il lavoro sia illuminato dalla luce della scienza e fornisca la comprensione della produzione nel suo complesso, la comprensione della vita sociale. Pertanto molto profondo è il legame tra l’istruzione e le nozioni scientifiche. La scuola deve diventare scuola del lavoro produttivo.

Nella scuola borghese si è sempre cercato di dividere gli alunni tra di loro. Il noto pedagogista francese Cusinet (23) scrisse che, qualora non si riuscisse a dividere gli alunni, il maestro si troverebbe ad aver di fronte la massa compatta della scolaresca contro la quale sarà impotente. Il maestro quindi deve far di tutto per dividere gli allievi. Dalla massa egli deve isolare alcuni alunni e allora riuscirà ad avere la meglio sulla scolaresca. Tale metodo repellente soltanto la borghesia poteva inventarlo.

… Nella scuola socialista non può esserci nulla di simile. Questa scuola si pone lo scopo di educare negli alunni gli istinti sociali, modificare l’ambiente della scuola in modo tale da soffocare gli istinti individualistici. Il lavoro stesso deve essere organizzato in modo da soddisfare gli istinti sociali. Lo sviluppo degli istinti sociali deve attraversare come un filo rosso tutta la vita della scuola.

Nel regime borghese all’operaio viene indicato un determinato lavoro che lui deve eseguire.

Nel socialismo, quando gli operai stessi sono padroni della vita, essi devono imparare l’organizzazione.

L’elemento peculiare della scuola socialista è nell’organizzazione pianificata; il socialismo è un genere particolare di organizzazione e quindi è estremamente importante fornire ai ragazzi nella scuola la possibilità di acquisire una certa esperienza organizzativa. Nella scuola in cui gli allievi sono obbligati a rispondere ciò che hanno appreso dai libri questa esperienza non c’è; nella scuola in cui il lavoro produttivo assolve invece una funzione primaria, si svilupperà anche l’esperienza organizzativa. È necessario presentare il lavoro in modo tale che i ragazzi stessi prendano parte alla sua organizzazione e allora l’abitudine all’organizzazione del lavoro avrà un significato enorme.

Il compito immenso dell’organizzazione della vita avanza lentamente per la carenza di abitudini organizzative, abitudini che per l’appunto daranno alle masse operaie la possibilità di organizzare la produzione effettivamente negli interessi dei lavoratori.

Il lavoro riveste ancora un altro significato educativo. Nella scuola borghese tutto si regge sulla disciplina esteriore, mentre proprio la partecipazione al processo creativo e specialmente al lavoro, quando sono in tanti ad operare, conferisce all’educazione una disciplina interiore. Se non in tempo non raccoglierai niente. È la forza stessa delle cose che educa il ragazzo, lo costringe a dominare la stanchezza, la scarsa volontà, giacché è evidente la finalità per cui si opera. Se il senso della disciplina viene educato nel lavoro, allora la disciplina smette di essere esteriore. Certo, sarebbe impossibile vivere in nessuna società se gli uomini fossero privi di autodisciplina, ma è importante che la disciplina sorga non dall’esterno ma dalla coscienza dell’uomo. Nella scuola socialista è molto importante sviluppare questa disciplina inferiore. Inoltre l’attività produttiva insegnerà al ragazzo a conoscere se stesso, a misurare le proprie forze, le proprie capacità.

È molto importante per l’educazione che il ragazzo possa sviluppare le sue capacità in vari campi. Nella scuola spesso si sviluppa soltanto la memoria: leggere, raccontare, imparare a memoria. Spesso, invece, un bimbo di scarse capacità mnemoniche può essere molto sviluppato e dotato.

Il regime socialista si pone il compito di rendere il lavoro meno monotono e gravoso. Se il ragazzo riuscirà a sviluppare tutte le sue doti, gli sarà molto più agevole scegliere la professione a lui più confacente e allora il lavoro non gli sarà faticoso. Nello stesso modo il lavoro collettivo educa tutta una serie di doti preziose. Il fanciullo impara a far buon uso del tempo, ad organizzare il proprio lavoro.

Il capitale usava organizzare il lavoro in modo determinato: esigeva di intensificare il lavoro, guardava alle braccia del lavoratore come ad un oggetto di sfruttamento e organizzava il lavoro operaio soltanto nei propri interessi. Anche in un paese socialista l’operaio dovrà interessarsi a che il suo lavoro sia produttivo. Dovrà saper sviluppare le sue forze, aver cura e far buon uso del tempo. In un paese socialista ciò sarà organizzato dal punto di vista del risparmio delle forze dell’uomo. Il carattere della nostra scuola socialista determina tutta una serie di qualità necessarie all’operaio che intende abolire la società capitalistica…

Il problema dell’educazione comunista (24)

Estratto

I problemi dell’educazione cambiano a seconda degli obiettivi che essa si prefigge.

Volendo fare dei propri figli dei guerrieri duri, impavidi, crudeli, irresistibili, gli spartani (25) impartivano loro un’educazione di eccezionale severità, li tempravano tisicamente, li rendevano specialisti delle arti marziali ai quali sconosciuta era qualsiasi altra forma d’attività. Sin dalla prima infanzia inculcavano loro inoltre una particolare concezione del mondo che li portava a disprezzare la vita pacifica, le sue gioie e il lavoro, a odiare implacabilmente lo straniero.

Nell’Antica Grecia schiavista l’educazione doveva rendere l’uomo capace di godere nel modo più completo dei piaceri della vita. La ginnastica, i giochi, la musica, la scultura tendevano ad un fine edonistico. L’educazione fisica ed estetica si accompagnava all’educazione di quella particolare cecità morale che faceva ritenere fenomeni normali l’esistenza della schiavitù e il comportamento più duro nei confronti degli schiavi.

E l’educazione dello schiavo? Le punizioni corporali, che dovevano portare ad una obbedienza cieca e indiscussa, l’addestramento alla fatica dell’animale da soma, l’insegnamento di un mestiere.. .

Il problema dell’educazione, cosi come la Chiesa l’ha affrontato in tutti i tempi, consisteva nel rendere l’uomo servo di Dio, timoroso di guardare e di vedere, incapace di un qualsivoglia giudizio… I padri della Chiesa hanno sempre tentato di uccidere nel bambino il pensiero autonomo, la sete di sapere, la gioia della vita.

“Non è terribile – mi scrisse una volta un allievo delle scuole serali, operaio specializzato – non è terribile essere schiavo dell’uomo. Si capisce che bisogna lottare. Essere invece servo di Dio è di gran lunga peggiore, perché alla lotta nemmeno pensarci”.

… La borghesia educa i suoi figli in scuole speciali, dove vengono educati i padroni della vita, gli uomini che in avvenire dovranno comandare e godere dei beni della vita. Nelle scuole popolari invece, nelle scuole dove studiano i figli degli operai e dei contadini, si assiste ad un sistematico annebbiamento dello spirito. Là vengono educati i servi sottomessi del capitale…

Quando nell’ottobre del 1917, in Russia, i lavoratori presero il potere, essi conquistarono la possibilità di educare le giovani generazioni come ritenevano necessario. Gli organi dell’istruzione vennero a trovarsi dinanzi a tutta una serie di nuovi compiti educativi. Abbattendo il potere dell’agrario e del capitalista la Rivoluzione d’Ottobre pose inizio alla liquidazione della società divisa in classi e alla trasformazione di tutta la popolazione in repubblica dei lavoratori.

È naturale che nella Repubblica sovietica non può esserci posto per due sistemi educativi, uno per l’educazione dei padroni e l’altro per l’educazione dei subordinati.

Ecco perché il primo atto del Commissariato del popolo per l’istruzione (26) è stata la proclamazione di un sistema unico di educazione, di una “scuola unica”, gratuita, che, divisa in due gradini, fornisca una seria preparazione alla vita e al lavoro (27). Rendere effettivamente accessibile ad ogni ragazzo la scuola novennale biciclica è il primo problema che nel campo dell’istruzione si trovi ad affrontare la Russia sovietica. La guerra e il dissesto economico ci hanno impedito finora di portare a soluzione questo problema dell’educazione comunista.

La Rivoluzione di febbraio (28) proclamò l’uguaglianza giuridica dell’uomo e della donna; il potere sovietico fa tutto il possibile per trasformare questa uguaglianza giuridica in uguaglianza effettiva. Si comprende quindi perché il Commissariato del popolo all’istruzione tenti di rendere la scuola, in tutti i suoi gradi, analogamente accessibile alla popolazione femminile e a quella maschile. Ragazzi e ragazze studiano nella stessa scuola, dagli stessi insegnanti, con gli stessi programmi, sugli stessi libri di testo. Vuoi dire che anche a questo riguardo disponiamo di un sistema educativo unico.

Un tempo i bambini andavano a scuola soltanto per studiare, ma ora che la guerra ha strappato dalle famiglie milioni di padri, che l’economia dissestata, la vita impongono la più ampia partecipazione al lavoro delle madri, delle sorelle maggiori, la scuola viene ad assumere molte funzioni che un tempo spettavano alla famiglia. Nella Russia sovietica la scuola si impegna sempre più a che i ragazzi siano sazi, calzati e vestiti e non manchi loro il necessario. La miseria e il dissesto economico pongono gravi ostacoli alla nostra politica scolastica, ma ciò nondimeno la refezione e la fornitura agli scolari di indumenti e calzature sono diventate un fenomeno regolare. È venuto cosi ad assumere una forma precisa il compito che il potere sovietico si trova ad affrontare: attraverso la scuola il potere sovietico deve assumersi l’onere del mantenimento di tutti gli allievi.

Anche un’altra funzione della famiglia passa sempre di più alla scuola: prima la famiglia forniva al ragazzo una generica educazione al lavoro, gli insegnava cioè a lavorare; ora che l’attività lavorativa si svolge sempre di più fuori delle mura domestiche, pure questa funzione deve essere assunta dalla scuola. La scuola di insegnamento diventa economicamente inconcepibile. Qualora trascuri lo sviluppo della laboriosità delle giovani generazioni la scuola riduce la somma generale delle forze produttive del paese. Ecco perché pure in paesi borghesi come l’America e la Germania si incomincia a pensare a come trasformare la scuola dell’insegnamento in scuola del lavoro.

Il comunismo propone una organizzazione pianificata e razionale della produzione in cui non deve andare dispersa nessuna forza, nessuna capacità. L’utilizzazione razionale delle forze presuppone una loro opportuna educazione pianificata. La preparazione delle giovani generazioni alla produzione comunista costituisce uno dei più importanti problemi del comunismo. Ecco perché il Commissario del popolo all’istruzione si è posto il compito di fondare per l’appunto la “scuola unica del lavoro”.

Però c’è scuola del lavoro e scuola del lavoro. Essa può rivestire un carattere grettamente artigianale, da economia domestica, può coltivare nei ragazzi la laboriosità, la diligenza, la pazienza. D’altro canto la scuola del lavoro può avere un carattere politecnico. Ma questo carattere politecnico non deve significare che il ragazzo abbia da imparare alcuni mestieri, come vorrebbero alcuni pedagogisti. La scuola politecnica deve fornire un’immagine della vita economica del paese nel suo insieme, far conoscere l’agricoltura, l’industria estrattiva e quella di trasformazione con le sue branche principali: metalmeccanica, tessile e chimica. Questa conoscenza deve essere fornita attraverso libri di testi, illustrazioni, cinematografo, visitando musei, mostre, fabbriche e partecipando alla produzione. Quest’ultima circostanza è particolarmente importante. Soltanto lavorando su un determinato materiale l’adolescente impara a conoscerlo. Il metodo lavorativo è il metodo d’insegnamento migliore. Nel processo produttivo l’allievo studia nella maniera migliore la fisica, la chimica, le leggi della meccanica. Egli impara ad osservare, a controllare le sue osservazioni attraverso l’esperimento, impara a servirsi del libro come di uno strumento di lavoro, impara ad applicare i dati scientifici al lavoro quotidiano. Soltanto dopo aver imparato a lavorare un materiale l’adolescente avrà coscienza dei problemi produttivi che insorgono nel lavoro. La storia di ogni branca economica studiata acquisterà per l’adolescente che vi lavora un significato del tutto nuovo; egli comprenderà il senso del progresso in quel dato settore e la funzione, in quella produzione specifica, del vapore, dell’elettricità, comprenderà la colossale funzione della scienza nella produzione moderna. La scuola politecnica viene cosi ad avere il compito di formare non già lo specialista in senso ristretto, ma una persona che comprenda tutte le interconnessioni tra i vari settori della produzione, la funzione e le tendenze di sviluppo di ognuno di essi, di educare una persona che sappia ciò che bisogna fare in ogni dato momento, educare cioè il padrone della produzione nel senso più vero della parola. Questo da una parte. Dall’altra, la scuola politecnica deve fare dell’allievo un partecipe attivo di quella produzione, deve cioè munirlo della capacità di affrontare in modo giusto ogni lavoro, di imparare nel corso del lavoro, di lavorare in modo cosciente, creativo, di sapersi orientare rapidamente sul lavoro. La scuola politecnica non fornisce uno specialista finito ma da la possibilità all’allievo di imparare rapidamente e a fondo il mestiere prescelto, elimina il danno della specializzazione angusta, agevola il passaggio da un mestiere all’altro, ma ciò che è più importante essa dischiude l’orizzonte necessario per edificare la nuova vita.

La scuola politecnica prepara al lavoro, però essa deve preparare a lavorare non solo individualmente ma collettivamente e qui risulta importantissima la capacità di organizzarsi per il lavoro. Nel regime feudale l’organizzatore del lavoro era il feudatario o il suo gerente. Nel capitalismo, erano il capitalista e soprattutto l’ingegnere, il direttore di fabbrica, ecc. ad organizzare il lavoro degli operai all’interno della fabbrica, ma sempre negli interessi del capitalista. Da noi, nella Russia sovietica, la vecchia organizzazione capitalista del lavoro si è disgregata. Gli operai che si sono scrollati di dosso il giogo del capitale si trovano ad affrontare un compito di straordinaria difficoltà e importanza: organizzare il lavoro negli interessi di tutta la società comunista non solo in singole fabbriche, ma in tutto il paese. Conquistato il potere, i comunisti affrontano ora il problema dell’organizzazione e della divisione del lavoro. A questo proposito vediamo ad ogni passo la deficienza di consuetudini organizzative. Soltanto uomini eccezionalmente dotati risultano all’altezza della situazione, e per il resto ci imbattiamo continuamente nell’insulsaggine, nell’ignoranza dell’abc della scienza dell’organizzazione…

Perché da noi, nella Russia sovietica, cresce cosi rigoglioso il burocratismo? Quale ne è la causa? La nostra incapacità di organizzare la propria attività.

Perché mai – diranno i nemici del potere sovietico – gli operai hanno preso il potere se poi non sanno organizzare niente? Si, per la scienza si paga, e gli operai della Russia si trovano a pagare caro per apprendere l’arte dell’organizzazione. E hanno dovuto impararla non già in pensioni per giovinette nobili, ma nel pieno della guerra, in mezzo alle distruzioni, quando ogni errore comportava gravi conseguenze. Ma non c’era nessuna altra alternativa. In caso contrario saremmo rimasti schiavi del capitale. La capacità d’organizzazione acquista un significato di particolare importanza nel dato momento storico. Base del comunismo infatti è il lavoro sociale meravigliosamente, razionalmente organizzato nell’interesse di tutta la collettività. Ecco perché la scuola politecnica insieme all’avviamento al lavoro deve infondere negli allievi anche delle qualità organizzative. Ciò significa che l’addestramento al lavoro deve svolgersi in circostanze aperta all’iniziativa organizzativa dei lavoratori. Il modo migliore sarebbe quello in cui i compiti di lavoro verranno assegnati a singoli gruppi di allievi, gruppi che inoltre dovranno crescere di numero e assumere compiti sempre più difficili. Vi sono anche giochi specifici che favoriscono lo sviluppo delle capacità organizzative. Il capitalismo comprese il significato del gioco nella vita infantile e lo trasformò in strumento per fare delle giovani generazioni dei servi del capitalismo imbevuti di ideologia borghese. Il movimento dei boy scout, alimentando l’iniziativa puerile e il libero esprimersi delle doti fisiche e spirituali dei giovani, ha reso al regime borghese un servigio non indifferente. Indipendentemente dalla sua volontà l’adolescente si trovava ad essere imbevuto di sciovinismo, in lui si sviluppava l’ammirazione per la casta militare, per la forza bruta, per il potere, egli recepiva delle idee prettamente borghesi praticamente su tutti i fenomeni della vita sociale. Possiamo però utilizzare l’esperienza del movimento dei boy scout, infondergli uno spirito completamente diverso, un nuovo contenuto, renderlo uno strumento per educare una concezione del mondo comunista. Non possiamo ignorare uno strumento importante di educazione di abitudini e d’azione comune, uno strumento di sviluppo delle capacità organizzative come il gioco.

L’autogestione scolastica agisce nella stessa direziono.

La scuola che il potere sovietico aspira a fondare, soddisfa le esigenze del più completo democratismo: essa è uguale per tutti. Questa scuola soddisfa le esigenze dello sviluppo economico favorendo la migliore preparazione delle vive forze produttive. Questa scuola soddisfa la più acuta esigenza della classe operaia nel dato momento storico: favorisce la trasformazione della classe operaia conquistatrice del potere in padrone e organizzatore collettivo della produzione.

Sul sistema dell’istruzione popolare (29)

Estratto

II sistema dell’istruzione popolare nell’URSS deve essere tale da dare a tutti i ragazzi senza distinzione di sesso e di nazionalità la possibilità di sviluppare tutte le proprie capacità, di accedere a tutte le conoscenze accumulate dall’umanità, di imparare ad applicare queste conoscenze alle condizioni concrete della vita; esso deve aiutarli a vivere collettivamente, a lavorare e a creare nuove forme di vita.

Il sistema dell’istruzione popolare deve abbracciare inoltre tutta la gioventù, forgiare dei lavoratori capaci, necessari al paese, coscienti e attivi costruttori del socialismo.

Questo sistema deve servire le masse di operai e contadini, giovani e adulti, che durante il passato regime non avevano la possibilità di ricevere le cognizioni più elementari. Il nostro sistema di istruzione popolare deve diventare non solo un conduttore del comunismo in generale, ma conduttore di un’influenza ideale, organizzativa, educativa del proletariato sui ceti semiproletari e non proletari delle masse lavoratrici. Questo nostro sistema non può semplicemente ricalcare le orme di quello esistente nei paesi borghesi, non può essere ricalcato sul modello prerivoluzionario. Questo sistema deve essere fondato su criteri completamente diversi radicalmente opposti a quelli su cui si erigono i sistemi borghesi di istruzione popolare.

Nel programma del PC(b)R (30) sono stati formulati i principi del nostro sistema di istruzione popolare. Il paragrafo 12 del nostro programma parla dell’istruzione prescolastica, scolastica, professionale e politica di bambini, adolescenti e adulti. A proposito dell’istruzione prescolastica si riconosce l’esigenza di “creare una rete di istituzioni prescolastiche: nidi, giardini, focolari, ecc., per2migliorare l’educazione sociale ed emancipare la donna”. Riguardo all’istruzione scolastica è avanzata la necessità di: 1) “un’istruzione gratuita, obbligatoria, generale e politecnica (conoscenza pratica e teorica di tutte le principali branche produttive) per tutti i ragazzi d’ambo i sessi sino al diciassettesimo anno d’età; 2) “piena attuazione dei principi della scuola unica del lavoro, con insegnamento in idioma materno, classi uniche per ambo i sessi, insegnamento assolutamente laico, libero cioè da qualsiasi influenza religiosa, nel quale si realizza la stretta connessione tra studio e lavoro produttivo per la preparazione di cittadini onnilateralmente sviluppati della società comunista”; 3) “partecipazione della popolazione lavoratrice alla causa dell’istruzione”.

Sull’istruzione professionale è detto: “ampio sviluppo dell’istruzione professionale a partire dal 17-esimo anno d’età in collegamento con cognizioni politecniche generali”. Riguardo all’istruzione politica (31) è detto: 1) è necessario “lo sviluppo della più ampia propaganda delle idee comuniste utilizzando a questo fine l’apparato e gli strumenti del potere statale”; 2) “ampio aiuto statale all’autodidattismo e allo sviluppo autonomo degli operai e dei contadini”; 3) “ampia accessibilità alla scuola superiore per tutti i volenterosi di studiare e in primo luogo per gli operai”. Questi sono i principi del nostro sistema di istruzione popolare.

È ovvio che per tradurre in realtà questi principi ci vuole un lungo lavoro; per realizzarli nel nostro paese arretrato si impone tutta una serie di misure provvisorie.

Nella sua lettera a Sorge (32) del 20 giugno 1881 Marx a proposito della nazionalizzazione della rendita fondiaria scrisse che tra le altre misure era ammissibile anche questa. “Tali misure… scriveva Marx – sono piene di intime contraddizioni, il che, in genere, è tipico delle iniziative di transizione” 39*.

Riflettendo su queste parole di Marx e considerando da questa visuale le iniziative prese dal potere sovietico negli undici anni della sua esistenza, scorgi quante contraddizioni fossero insite nelle misure principali del potere sovietico e come queste contraddizioni vengano meno gradualmente nel corso dello sviluppo.

Tutta la NEP (33) è zeppa di contraddizioni interne che soltanto gradualmente potranno essere superate.

Parimenti pure le iniziative formulate nel programma del PC(b)R per realizzare i principi del nostro sistema di istruzione popolare, sono permeate di intime contraddizioni che soltanto gradualmente potranno essere risolte.

Prendiamo quanto meno la risoluzione presa dal CC del PC(b)R alla fine d’ottobre del 1920 sulla riduzione temporanea dell’istruzione dell’obbligo che interessa tutti i bambini e gli adolescenti dai 15 ai 17 anni. Nel programma questa età è fissata a 17 anni.

Pure questa risoluzione cela delle contraddizioni interiori. Da una parte è come se fosse un arretramento nei confronti dei principi della scuola unica politecnica del lavoro e, dall’altra, è una misura indispensabile per concentrare tutte le forze sull’istruzione primaria e renderla veramente generale. Questa contraddizione potrà essere liquidata soltanto quando saremo molto avanzati nell’introduzione dell’istruzione generale. Quando potremo elevare l’indice di età la risoluzione definita provvisoria dal CC del PC(b)R diventerà superflua.

Nessuna misura è isolata e Vladimir Ilic, che fu promotore, al CC, della risoluzione sulla riduzione del limite d’età per la scuola generale, nello stesso tempo insistette che fossero introdotti nell’istruzione professionale degli elementi politecnici.

Nell’articolo L’attività del Commissariato del popolo per l’istruzione pubblica Vladimir Ilic indica che alla riunione di partito del dicembre 1920 (34) fu impostata erroneamente la questione dell’istruzione politecnica e accenna alle direttive date in proposito dal CC: “II problema dell’istruzione politecnica è stato risolto, fondamentalmente, dal programma del nostro partito, nei paragrafi 1 e 8 del capitolo dedicato all’istruzione pubblica. È a questi punti del programma che si riferisce la direttiva del CC. Il paragrafo 1 parla dell’insegnamento politecnico prima dei 17 anni, il paragrafo 8 del “largo sviluppo dell’insegnamento professionale per le persone che abbiano superato i 17 anni d’età, in relazione con le conoscenze politecniche generali” 40* (corsivo di V. I.).

Ad ogni grossa tappa della nostra edificazione socialista dobbiamo chiederci attentamente se le forme delle nostre scuole e degli altri istituti scolastici, la sostanza del loro lavoro, le misure in corso nel campo dell’istruzione corrispondano, da una parte, ai principi del nostro sistema di istruzione popolare e alle possibilità della fase attuale, dall’altra.

La prossima riunione di partito, fissata per il febbraio 1929 (35), affronterà per l’appunto i problemi dell’istruzione popolare da questo angolo visuale.

La riunione dovrà accertare evidentemente fino a che punto il contenuto dell’insegnamento nella scuola di sette anni e tutta la sua struttura corrispondano ai principi fissati dal nostro programma del partito oltre a vedere quali potranno essere, nel momento attuale, le iniziative da prendere per consolidare, sviluppare e migliorare la scuola di sette anni.

Ma la questione fondamentale della riunione dovrà essere il problema dell’istruzione media professionalizzata e professionale (8″ e 9″ classe del secondo grado, scuola professionale di fabbrica, scuola tecnica specializzata), del carattere dell’insegnamento in queste scuole, dell’abbinamento di elementi della stretta specializzazione e del politecnismo in queste scuole, del tirocinio che vi si svolge, del legame con le esigenze dell’economia e della cultura in sviluppo, e i genere della funzione dell’istruzione professionale in tutto il nostro sistema di istruzione popolare.

Al momento attuale è questo un problema di eccezionale importanza e quindi dovrà essere elaborato in modo definitivo, dovranno essere decise le iniziative che potranno porre la nostra istruzione media professionale al posto che le compete…

… Nella fase attuale le questioni dell’istruzione assumono un carattere di particolare asprezza, in questi problemi diventa sempre più necessaria da una parte una linea precisa, coerentemente di principio, e dall’altra la consapevolezza dell’esperienza acquisita nel campo dell’istruzione popolare e la conoscenza di tutti i bisogni della tappa attuale nella costruzione del socialismo…

1* Marx-EngeIs, Manifesto del Partito comunista. Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 81.

2* Ibidem, pp. 82-83.

3* Ibidem, p. 89.

4* Marx-EngeIs, Manifesto del Partito comunista, cit. p. 90.

5* Ibidem, p. 82.

6* Ibidem, p. 86.

7* Marx-EngeIs, Opere complete. Editori Riuniti, Roma, 1974, v. XXV, pp. 108-109

8* Marx-EngeIs, Manifesto del Partito comunista, cit., pp. 85-86.

9* Marx-EngeIs, Opere complete, cit., v.V, p. 5.

10* Ibidem, v. VI, p. 200.

11* Marx-EngeIs, Opere complete, cit., v. VI, p. 200.

12* Ibidem.

13* s.a.s.Marx-EngeIs, Opere scelte. Editori Riuniti, 1974, pp. 741-742.

14* K. Marx, II capitale. Roma, Editori Riuniti,Vili ed., libro I, pp. 533-534.

15* K. Marx, II capitale, cit. pp. 534-535.

16* K. Marx, II capitale, cit., p. 539.

17* Ibidem, p. 443.

18* Ibidem, pp. 529-530.

19* K. Marx, II capitale, cit., pp. 529-530.

20* Ibidem, p. 536.

21* Ibidem.

22* K. Marx, II capitale, cit., pp. 536-537.

23* Ibidem, p. 367.

24* Marx-EngeIs, Opere scelte. Roma, Editori Riuniti, III ed., 1974, p.909.

25* Marx-EngeIs, Opere scelte, cit., pp. 914-915.

26* Ibidem, p. 974.

27* Marx-EngeIs, Opere scelte, cit., pp. 972-973.

28* V. I. Lenin, op cit.. v. 2, p. 467.

29* Soprattutto Robert Owen. (N.d.A.)

30* “Discepoli”, cosi, per superare le barriere censorie, si chiamavano allora i marxisti. (N.d.A.)

31* V. I. Leniti, op. cit., v. 2, p. 458.

32* Citato da Krupskaja dal testo pubblicato sulla Frauda n. 184 del 30 agosto 1918 (N.d.R.)

33* V. I. Lenin, op. cit., v. 31, p. 271.

34* V. I Lenin, op. cit., v. 31, p. 273.

35* Ibidem, p. 274.

36* Ibidem, p. 275.

37* M- ibidem, p. 280.

38* V. I Lenin, op. cit., v. 31, p. 283.

39* Marx-EngeIs, Opere, II ed. russa, v. 35, p. 164.

40* V. I. Lenin, op. cit., v. 32, p. 108.

 II. L’EDUCAZIONE PRESCOLASTICA

La donna lavoratrice (1899) (36)

La donna e l’educazione dei bambini

Estratto

Per la donna lavoratrice la vita familiare è legata alla cura incessante dei figli. Di regola di educazione nemmeno si può parlare, si tratta semplicemente del come sfamare i figli.

Con la comparsa dei figli alla contadina aumentano le preoccupazioni. Infatti mica si può lavorare e accudire ai bambini! Il lavoro non aspetta e allora la contadina va a lavorare lasciando i bambini alle cure di qualche vecchietta o dei figli più grandicelli. Chiunque sia stato in campagna sa cosa significhi. Al lattante viene dato il biberon col latte acido (la madre può allattarlo soltanto quando capita), erbe di ogni genere, qualche pezzette di pane nero masticato; il piccolo viene cullato fino a quando non perde conoscenza, in un izba non ventilata il bambino viene tenuto avvolto in un tulup e alla sera lo portano fuori quasi seminudo. Si sente continuamente che qualche “balia” di 6-8 anni o ha fatto cadere il bambino, o l’ha scottato, oppure ha fatto qualcuna di quelle cose che vengono in testa soltanto ad un bambino di sei anni… Ma pure se è madre stessa ad occuparsi del suo bambino le cose non è che vadano molto meglio. Lei non sa assolutamente come è fatto l’organismo umano, come si sviluppa il bambino, cosa bisogna fare perché il bambino cresca forte, robusto, sano. Nelle sue cure la contadina si fa guidare dagli usi e dai pregiudizi. Ma anche se sapesse cosa bisogna fare con tutto il suo desiderio non ci riuscirebbe. Il bambino ha bisogno di pulizia, calore, aria fresca e nell’izba ci vivono- dieci persone, manca il combustibile, nell’izba ci sono i tulup, i vitelli, ecc. Che cosa ci si possa fare? Si ammala il bambino e la madre non sa assolutamente come aiutarlo e molto spesso non c’è nessun posto dove curarlo. Peggio ancora se la malattia è infettiva: vaiuolo, scarlattina, ecc. Il bambino malato dovrebbe essere isolato, ma come fare quando in campagna nell’izba ci vive tutta la famiglia? E i bambini si infettano l’un l’altro e muoiono non avendo ricevuto alcun soccorso. Non c’è niente di strano se in campagna la metà dei bambini non arriva al quinto anno d’età. Sopravvivono soltanto i più robusti.

E adesso vediamo come stanno le cose con l’educazione scolastica dei figli dei contadini. Molto spesso in campagna non c’è nessuna scuola e si impara a leggere in modo casuale. Ma anche quando la scuola c’è spesso i genitori non possono mandarvi i figli. I figli sono necessari in casa, devono accudire alle sorelline e ai fratellini minori, pascolare le pecore, devono aiutare in casa e a volte non hanno nessun vestito per andare a scuola, specialmente se essa si trova nel villaggio vicino. I bambini che vanno a scuola imparano a leggere, a scrivere e a far di conto e mica bene. Da noi in Russia le scuole sono molto cattive, ai maestri è vietato insegnare qualsiasi cosa oltre che leggere e scrivere. Al governo conviene mantenere il popolo nell’ignoranza e quindi a scuola è proibito raccontare ai bambini o dare loro da leggere dei libri su come gli altri popoli hanno conquistato la libertà, quali leggi hanno e quali ordinamenti; è proibito spiegare perché un popolo ha certi ordinamenti e altri popoli ordinamenti diversi, perché ci sono i ricchi e ci sono i poveri. In una parola, nelle scuole è vietato dire la verità e i maestri devono soltanto insegnare ai ragazzi ad adorare Dio e lo zar. I capi stanno attenti a che gli insegnanti non si lascino scappare nemmeno una parola di verità e poi si cerca di scegliere i maestri tra chi meno ne capisce. E cosi il bambino finisce la scuola ignorante come l’aveva iniziata.

Di regola la madre è incapace di insegnare qualcosa ai suoi figli perché essa stessa non sa niente 1*. Ecco che cosa dice della condizione delle contadine russe Lev Tolstoj nel suo dramma II potere delle tenebre per bocca del soldato in congedo: “Ma cosa sapete voi donne? Siete come tanti cuccioli ciechi che mettono il naso nel letame. L’uomo almeno va soldato, conosce la ferrovia, va in città. Ma voi cosa sapete, cosa avete visto in vita vostra? A parte le vostre sconcezze di femmine non sapete niente”. Al massimo la donna insegnerà al figlio a rispettare la quaresima e gli altri riti religiosi, a temere Dio e gli adulti, a onorare i ricchi; gli insegnerà la docilità e la pazienza… Difficilmente però ciò li renderà più felici e più liberi e arriveranno a capire il senso di frasi come “tutti per uno, uno per tutti” o meglio sapranno lottare per la giustizia e per la verità.

Ciò che abbiamo detto della contadina come educatrice è applicabile anche alla madre occupata in attività artigianali. Essa sa altrettanto poco quanto la contadina, è oberata di lavoro, è altrettanto impotente nell’educazione dei propri figli. Nell’industria artigianale i bambini vengono avviati al lavoro dai cinque-otto anni. Vengono loro affidate operazioni abbastanza semplici, ma lavorano però alla pari degli adulti e spesso un uguale numero di ore. Questa attività è esiziale per l’organismo infantile, mina la salute, ottunde le capacità intellettuali del bambino. Senza movimento, senza aria pura, nell’izba soffocante il bambino langue, il lavoro monotono dalla mattina alla sera non alimenta la sua intelligenza, non lo sviluppa e cosi diventa fiacco, ottuso. Di scuola manco a parlarne. L’artigiano può riuscire a sfamarsi in qualche modo solo quando tutta la famiglia, vecchi e bambini compresi, lavora senza posa. Altro che scuola!

La donna di fabbrica è in genere di salute cagionevole. L’organismo femminile sopporta ancora peggio le nocive condizioni del lavoro di fabbrica. E la donna debole, malata genera figli deboli. “Sposandosi – ha scritto un sociologo – le operaie delle fabbriche di fiammiferi (e in queste fabbri che le maestranze sono in maggioranza costituite di donne e bambini) producono una generazione debole e sfiancata come la loro, logorata da tutta una serie di malattie che portano alla tomba anzi tempo”. Nella nostra legislazione operaia non vi sono limiti o privilegi per le donne incinte. Soltanto nelle regole sul deposito e l’uso del capitale delle multe è detto che da quel fondo è possibile concedere dei sussidi alle donne nell’ultima fase di gravidanza e che sospendanoil lavoro due settimane prima del parto. In tal modo non è contemplato alcun obbligo a concedere dei sussidi, si dice soltanto che i sussidi « possono » essere concessi, e la decisione in materia viene lasciata al fabbricante. In pratica i sussidi non vengono dati quasi in nessun luogo. Non ricevendo un sussidio e timorosa di perdere il posto, la donna lavora in fabbrica sino quasi all’ultimo giorno e riprende servizio subito dopo il parto. Ecco perché tra le donne di fabbrica sono cosi frequenti gli aborti, i parti prematuri e tutta una sequela di malattie femminili. La donna di fabbrica ha molte difficoltà con i bambini. Al suo ritorno dalla fabbrica, stanca, deve mettersi a lavare, rattoppare, rassettare, deve dar da mangiare, deve lavare i bambini. A volte le tocca passare la notte insonne accanto ad un bambino malato. Di regola la madre è più che contenta quando qualche vicina suggerisce di dare al bambino un infuso di papavero, allora il bambino dorme tranquillo, e la madre è felice. Non ha idea che con quella bevanda intossica il suo bambino (il papavero contiene molto oppio e l’oppio è un terribile veleno) e che, bevendo quell’infuso, in seguito il bambino potrà diventare un idiota. Al mattino, andando al lavoro, la donna di fabbrica affida i suoi figli alle cure di qualche vecchia vicina, e quando sono diventati più grandicelli se la vedono da soli. I bambini crescono letteralmente in mezzo alla strada. Mangiano insufficientemente, si gelano, vanno con gli abiti a pezzi, sporchi e sin dalla prima infanzia vedono di tutto: ubriachi, debosciati, liti. Cosi crescono bambini in età prescolastica. In città le scuole ci sono, ma quelle comunali sono di regola affollate e quindi è difficile essere ammessi, mentre presso le fabbriche non sempre ci sono le scuole. La legge “affida” ai fabbricanti il compito di aprire scuole per i figli degli operai senza farne un obbligo. E cosi a scuola non vanno affatto tutti i figli degli operai. Quando i figli arrivano all’età per essere assunti (secondo la nostra legislazione operaia i ragazzi possono essere ingaggiati al lavoro all’età di dodici anni) allora incominciano a mantenersi da soli e in breve diventano completamente in dipendenti. In genere la donna di fabbrica incontra con i bambini guai e preoccupazioni, ci sta insieme di rado e i figli crescono per metà estranei per lei.

Se teniamo conto delle difficoltà che la lavoratrice incontra con i figli, specialmente se il figlio è illegittimo e quindi il suo mantenimento cade interamente sulla madre, comprendiamo perché spesse volte la donna sia costretta ad affidare i suoi figli o ad un orfanotrofio, oppure a qualche donna che ci si dedica appositamente. Non una volta sola sui giornali è apparsa la notizia che in questa o quella grande città industriale era stata scoperta una “fabbrica d’angeli”. In questi casi si tratta di una donna che per una certa somma prende a balia dei neonati e un po’ con la fame, un po’ con l’oppio o con altri analoghi sistemi, si ingegna a spedirli quanto più presto è possibile all’altro mondo, facendo di loro degli “angeli”. Si fa la causa, la fabbricante di “angeli” viene spedita all’ergastolo, e in qualche altro posto si apre una nuova fabbrica d’angel” generata dalle stesse condizioni e cioè dall’impossibilità per la lavoratrice di fabbrica di poter allevare il proprio bambino.

Lo stesso destino aspetta il bambino anche della donna che lavora a servizio. La domestica non ha il diritto di avere una famiglia. Quando si prende una domestica si avanza sempre la condizione che non riceva uomini e con estrema difficoltà viene assunta una donna sposata che debba ricevere le visite del marito. Una donna con prole non viene poi mai presa a servizio. Significa che andando a lavorare come domestica la donna cede al padrone tutto il suo tempo. A questo riguardo la sua condizione è peggiore di quella dell’operaia. Quella almeno dopo aver lavorato le sue ore può fare quello che vuole, la domestica invece, vivendo in casa del padrone, non è mai libera di se stessa. Tutto il suo tempo appartiene al padrone e il padrone di regola non ammette che la domestica dedichi qualche ora al bambino e quindi volente o nolente deve affidare anche lei il suo bambino a qualcuno. Gran parte del suo salario se ne va allora per il mantenimento del bambino, oppure e e la soluzione del brefotrofio…

E cosi abbiamo visto che nella maggioranza dei casi la donna lavoratrice si trova nella totale impossibilità di educare i suoi figli. Non è affatto preparata alla funzione di educatrice, non sa cosa è utile e cosa è nocivo al suo bambino, non sa cosa insegnargli e come… Senza aver prima imparato non aggiusti nemmeno una vecchia pianella” dice nel suo celebre opuscolo sul movimento operaio femminile in Germania la socialista tedesca Zetkin 2*. Possibile che per educare un uomo non ci voglia nessuna preparazione specifica?! Ma anche se la donna lavoratrice fosse preparata alla funzione di educatrice, nelle condizioni in cui vive attualmente sarebbe praticamente la stessa cosa. Non avrebbe ne tempo ne mezzi per educare i suoi figli. Può preoccuparsi soltanto di una cosa: che i suoi figli siano sazi, calzati e vestiti. Ma molto spesso non riesce a garantire loro una esistenza sazia e allora è costretta a lasciarli in balia del destino. Questa la situazione nell’attuale regime.

Come sarà impostato il problema dell’educazione nel regime socialista? Noi abbiamo già detto che i socialisti vogliono l’educazione pubblica dei bambini… Questi orribili socialisti – esclama il borghese furente – vogliono distruggere la famiglia, strappare i figli ai genitori!.. Tutto ciò ovviamente è una assurdità, non c’è nessuno che parli o che abbia intenzione di togliere i figli ai genitori. Quando si parla di educazione pubblica dei bambini si intende prima di tutto che l’onere del mantenimento dei figli sarà tolto ai genitori e che lo Stato assicurerà al bambino non solo i mezzi necessari alla sua esistenza, ma si interesserà a che egli abbia tutto ciò di cui avrà bisogno per svilupparsi nel modo più completo. Il periodo più difficile è quello dell’educazione prescolastica. Già oggi nei paesi occidentali esistono i cosiddetti “giardini d’infanzia”, ove le madri, andando al lavoro, lasciano i loro bambini sino all’ora del ritorno a casa. Le madri possono lavorare tranquille perché nel giardino ai loro bambini non può succeder nulla di male. Nel giardino di infanzia lavorano parecchie maestre giardiniere che ne hanno cura. Risate e chiacchierio riempiono i locali. A prima vista sembra che in questa scuola materna non ci sia nessun ordine, ma è solo una impressione. I bambini seguono un rigido piano di attività. Innanzitutto sono divisi in gruppi e ogni gruppo segue una sua attività. Nel giardino i bambini zappettano, annaffiano le piante, in cucina puliscono le verdure, lavano i piatti, piallano, incollano, cuciono, disegnano, cantano, leggono, giocano. Ogni gioco, ogni occupazione serve a insegnare qualcosa. Ma prima di tutto il bambino viene abituato all’ordine, al lavoro, impara a non litigare con i compagni e cedere loro senza lacrime e capricci. Le maestre sanno tener occupati bambini di tre-quattro anni, li nutrono secondo gli orari e li mettono a letto. Sul pavimento vengono disposti dei pagliericci e i bambini dormono tutti insieme sotto una unica coperta. Che differenza tra la vita del giardino d’infanzia e quella di casa ove i bambini sono condannati a vagare da un angolo all’altro senza che nessuno si occupi di loro. “Non dar fastidio! Vattene di qua! Smettila!” – queste le parole che più di frequente sentono i bambini a casa. Certo dobbiamo dire che finora di buoni giardini di infanzia ve ne sono pochi anche nell’Europa occidentale. Ma ne abbiamo descritto uno soltanto per dimostrare che l’educazione dei bambini può iniziare dalla più tenera età e che in giardino d’infanzia pubblico i bambini passano il tempo molto più allegramente che a casa e con utilità imparabilmente maggiore. Se attualmente sono possibili dei giardini di infanzia nella società socialista saranno di gran lunga migliori. Dato che in tali giardini saranno educati i figli di tutti i mèmbri della società, tutti saranno interessati a che siano fatti nel modo migliore possibile. Dal giardino d’infanzia i bambini passeranno alla scuola. Nella società socialista ovviamente la scuola non sarà affatto simile a quella attuale. Nella scuola futura gli alunni apprenderanno molto di più, nello stesso tempo si abitueranno al lavoro produttivo. E, questa è la cosa più importante, la scuola non insegnerà soltanto, ma svilupperà nei ragazzi tutte le forze, fisiche e spirituali, farà di loro cittadini utili alla società, energici.

Il borghese che non ha nessuna preoccupazione per nutrire i suoi figli, che può mettere a loro disposizione alcune camere luminose, può fornire loro ogni genere di comodità, che può prendere a servizio balie, nutrici, governanti e maestri, può mettersi di guardare in cagnesco l’educazione pubblica dei ragazzi. La donna lavoratrice non può non apprezzare tutti i benefici dell’educazione pubblica. L’istinto materno la porta a desiderare l’educazione pubblica dei bambini, il regime socialista, la vittoria della causa operaia!

Sui nidi e i campetti per l’infanzia (37

Abbiamo bisogno dei nidi e dei campetti d’infanzia? La lavoratrice lascia la casa per otto ore; come se la passa il suo bambino in questo tempo? Peccato che i bambini sino a tre anni non sappiano raccontare alle madri cosa significa a quell’età vivere senza le cure necessarie: quando fa male la pancia per un cibo non adatto, quando il corpicino delicato si macera nei panni bagnati, quando non si respira, manca l’aria, la luce, quando gridi e gridi e non succede niente. Se chiedessimo ai bambini e se loro potessero rispondere, non dovremmo convincere le madri che i nidi sono necessari. Comunque ci sono le cifre che parlano. Prima della guerra da noi in Russia più della metà di tutti i bambini moriva prima del quinto anno d’età. Perché morivano? Per l’insufficienza e l’inadeguatezza delle cure. I figli dell’operaia e della contadina morivano di più. Cosi era prima della guerra. E adesso come stanno le cose? Di parecchio si è andato avanti? Per migliorare le cose bisogna insegnare alle madri come accudire il proprio bambino. Meglio di tutti questo compito lo assolveranno nei consultori, lo faranno vedere nei nidi, nei campetti per l’infanzia. Alcuni pensano che è meglio prendere una donna o una ragazza, cosi oltre a stare attenta al bambino darà una mano anche in casa. Può darsi che in casa sarà un aiuto, ma il bambino a causa di un’assistenza inadeguata può morire o rimanere malato per tutta la vita.

Ecco perché il potere sovietico chiama le contadine e lavoratrici ad unirsi per organizzare insieme una giusta assistenza ai bambini aprendo nidi d’infanzia e campetti.

Ci vogliono senz’altro dei buoni nidi e dei campetti che siano aperti nelle ore comode per la lavoratrice e là dove alla lavoratrice è più comodo. Bisogna che le lavoratrici prendano parte al dibattito sull’ordine interno dei nidi, dei campetti, ricevano tutte le spiegazioni e le indicazioni necessarie.

Ci vogliono forse i nidi e i campetti per le mogli degli operai, per le madri che non vanno in fabbrica? Si che ci vogliono, perché attraverso i nidi d’infanzia e i campetti la madre può imparare ad accudire come si deve il suo bambino. Grazie al nido e al campetto la moglie dell’operaio può guadagnare alcune ore di libertà avendo la possibilità di dedicarsi meglio alle faccende di casa, di liquidare la sua ignoranza, di leggere il giornale o un libro utile, di compiere qualche attività sociale.

Amerà forse meno la madre il suo bambino allorché diventerà più sano, più allegro, più sviluppato e che lei meno notti insonni dovrà trascorrere al capezzale del suo bimbo piangente e meno dovrà avvertire la sua incapacità di dargli aiuto? Amerà forse meno la madre il suo bambino perché egli giocherà una mezza giornata in un altro ambiente con altri ragazzini, dormirà là e riceverà il cibo non dalle sue mani? Ben poco darà al suo bambino quella madre che per questo l’amerà meno.

Quando l’operaio torna a casa, ha voglia di riposarsi, di starsene seduto in tranquillità, di scambiare qualche parola con la moglie. Verrà forse a mancare la famiglia perché il bambino sarà più sano, più allegro, più sviluppato e che la moglie sarà meno tormentata dalle preoccupazioni e che avrà una maggiore possibilità di parlare di ciò che ha incuore?

Lavoratrici e operaie, operate per l’apertura di nidi d’infanzia e di campetti! Giovani comunisti, pionieri, aiutate le madri in questo lavoro, qui potete fornire un aiuto notevole!

Una questione importante (38)

È uscito un libro molto interessante di L. M. Sabsovic Le città del futuro e l’organizzazione della vita socialista (39). Adesso non toccherò tutta una serie di problemi trattati nel libro, ma mi soffermerò soltanto sull’educazione dei bambini. L’autore avanza di questo problema una soluzione del tutto errata. Egli scrive: “L’educazione dei bambini sin dalla più tenera età può essere organizzata e impostata razionalmente soltanto come educazione pubblica”.

Con questo possiamo essere d’accordo. Ma subito dopo viene un’interpretazione del tutto originale del significato di educazione sociale. Indicando che i bambini sono ritenuti “proprietà” dei genitori, l’autore dice:

“Nelle condizioni socialiste, data la socializzazione dell’educazione, i bambini non saranno più “proprietà” dei genitori, ma “proprietà” dello Stato, che si assume tutti i compiti e tutte le cure della loro educazione. Pertanto, come prima conseguenza dell’educazione pubblica, i bambini non dovranno più vivere con i genitori. Sin dalla nascita dovranno essere ospitati in apposite “case del bambino”, arredate secondo l’ultima parola della pedagogia socialista e dotate delle migliori condizioni per la loro educazione fisica e per lo sviluppo in loro delle inclinazioni migliori e più sane”.

L’autore continua col dire che l’influenza dei genitori nella maggioranza dei casi è soltanto nociva e quindi le “case del bambino” dovranno trovarsi lontano dalle famiglie. L. Sabsovic progetta inoltre degli speciali insediamenti di ragazzi, “le cittadine dei ragazzi”, in cui dovranno vivere ragazzi e adolescenti sino ai 16-17 anni (cfr. pagg. 36-37).

Simili progetti possono solo compromettere la causa dell’educazione pubblica e dimostrano soltanto quali misere idee ha certa gente del socialismo.

I bambini saranno “proprietà” non dei genitori, ma dello Stato. I bambini non saranno proprietà di nessuno, tanto più che lo Stato stesso continuerà ad essere emarginato dall’opinione pubblica organizzata, e cioè ad estinguersi ancor di più. Noi non concepiamo l’uomo del futuro come una specie di macchina insensibile che ha soffocato in sé tutti i sentimenti naturali. L. Sabsovic pensa che dall’affetto dei genitori venga fuori un danno soltanto e quindi bisognerà eliminarlo senz’altro. Indubbiamente, in un ambiente borghese o piccolo borghese spesso l’affetto prende forme distorte, degenera, il bimbo viene viziato eccessivamente, gli vengono educati vari sentimenti antisociali. Ma cambia la situazione, si estingue la proprietà privata, si estingue l’atteggiamento di proprietà verso la moglie, il bambino. I sentimenti materni e paterni non devono essere soffocati, perché essi scorreranno per un altro alveo e saranno forieri di maggiore felicità sia per i bambini che per i genitori. Avranno quindi ragione quegli operai, quelle lavoratrici che non vorranno dare i loro bambini alle “cittadine dei ragazzi” di Sabsovic.

L’educazione pubblica significa qualcosa di completamente diverso. L’educazione deve spettare non già a certe signorine “istitutrici”, come si esprimeva Ilic, od a pedagogisti lontani dalla lotta febbrile e dalla vita, bensì alle masse lavoratrici stesse. Quando Vladimir Ilic parlava della scuola sovietica, non a caso egli disse che essa doveva seguire la via del socialismo ” insieme al suo popolo liberato dalle catene della schiavitù “. Per tanto tempo, per dodici anni, abbiamo sostenuto che le scuole, le case per l’infanzia e tutte le istituzioni per l’infanzia non devono essere qualcosa di chiuso, separato dalla vita. Cercavamo di elaborare i programmi scolastici in modo tale da collegarli quanto più possibile alla vita. Nel programma di partito si parla dei consigli dell’istruzione popolare. Attraverso i consigli scolastici, attraverso le sezioni dell’istruzione popolare, noi vogliamo attrarre all’educazione dei ragazzi gli operai e le operaie, la massa fondamentale dei contadini e principalmente dei colcosiani, ed invece vengono a proporci di inviare i bambini “nelle cittadine dei ragazzi”.

Proprio cosi alcuni, all’inizio della rivoluzione, concepivano l’educazione pubblica. Disponiamo dell’amara esperienza delle case per l’infanzia (40), che spesso slittavano sulla via delle istituzioni chiuse. E noi sappiamo pure quali ne sono state le conseguenze.

Noi dobbiamo fare in modo di creare delle forme di educazione pubblica che non strappino i ragazzi all’influenza dell’ambiente operaio e contadino, che non strappino i bambini ai genitori, ma che contemporaneamente estirpino il male dell’attuale educazione.

Adesso stiamo aprendo delle camere per l’infanzia presso i comitati di caseggiato (41). È una piccola parte di quanto dovremmo fare. Nelle nuove case dobbiamo costruire non già le camere per l’infanzia, ma i piani o i settori per l’infanzia. La parte migliore dell’edificio, la più luminosa, quella esposta a Mezzogiorno, con veranda, dovrà essere ceduta ai ragazzi; il settore e la parte della casa per l’infanzia devono essere costruiti in modo particolare: nido, giardino d’infanzia, camere per gli scolari, dove i ragazzi possano passare il tempo libero, leggere, disegnare, cantare, correre, giocare, dove possano fare ciò che vogliono, dove possano organizzarsi e ricevere la guida necessaria. È necessario istituire dei turni di padri e madri. Bisogna che i genitori abbiano la possibilità di essere vicini al bambino nelle ore libere, di parlargli, ecc. Il settore per l’infanzia dovrà trasformarsi gradualmente in convitto per i bambini. E i genitori, dinanzi ai quali si svolgerà il processo educativo dei loro figli, impareranno i principi dell’educazione.

I settori per l’infanzia, le case per i bambini, dove i ragazzi potranno nutrirsi, essere accuditi, emanciperanno la donna. I bambini cesseranno di essere per lei un peso. Verranno a costituirsi nuovi rapporti tra padri e figli.

Ovviamente ci vogliono dei convitti per l’infanzia anche fuori dei grandi caseggiati. Ci sono parecchi ragazzi che dalla campagna vanno a studiare in città, ci sono molti ragazzi i cui genitori partono in missione, vi sono ragazzi che vivono soltanto con un genitore il quale si risposa: per questi ragazzi ci vuole il convitto. Non la casa per l’infanzia non il brefotrofio, ma per l’appunto un convitto. Oggi i ragazzi che arrivano dalla campagna trovano alloggio con difficoltà, prendono a servizio una cuoca, vivono un po’ alla ventura. Bisogna aiutarli a sistemarsi come si deve.

Tutto ciò deve essere previsto nella costruzione delle nuove città.

Insieme ai convitti per i bambini bisogna costruire le scuole. Come? Non abbiamo ancora progetti finiti, motivati di grandi scuole. È necessario elaborarli al più presto, aprire su di essi il più vasto dibattito. Bisogna avvicinare le scuole alla produzione, alle aziende, bisogna avere nelle scuole dei laboratori. Su tutto ciò si deve riflettere per bene. Ora che l’industrializzazione del paese, la riconversione su basi collettivistiche dell’agricoltura creano le premesse per l’apertura di scuole politecniche, è necessario elaborare in modo particolarmente accurato i progetti delle nuove scuole. Non si può costruire delle scuole previste soltanto per il processo didattico.

Nelle nuove case da ergere bisogna costruire i settori per l’infanzia, bisogna costruire nuove scuole. Alla nuova vita e alla nuova scuola bisogna cucire un vestito nuovo, quello vecchio non sta loro più bene.

Note ai materiali sull’educazione Prescolastica (42)

Nei nostri giardini d’infanzia dobbiamo rendere felici i bambini, non pensare soltanto a come fare di loro di futuri scolari esemplari, ma come fare affinché il giardino d’infanzia diventi per loro una seconda casa, cui è piacevole andarci. “Un’infanzia felice” può animare tutta la vita.

Purtroppo di ciò si parla poco nei materiali che mi sono stati sottoposti.

È ridicolo pensare che per rendere i ragazzi felici sia necessario comprare loro giocattoli più costosi, nutrirli con le migliori leccornie, portarli ogni giorno al balletto, al teatro, al cinema, farli andare con le mutandine di seta e raccontare loro le favole più inverosimili.

Chi pensa cosi non conosce i bambini, non li capisce, crede di educare in loro tanti signorini.

Ma non si tratta di questo. L’importante è conoscere bene i ragazzi, sapere cosa li interessa, cosa li rende contenti, cosa li annoia, cosa li offende. Bisogna saper mettersi al loro posto, entrare nei loro panni. Bisogna conoscere la cerchia delle loro idee, delle loro abitudini, bisogna conoscere e capire i ragazzi. Soltanto quando li si comprende è possibile circondarli di una vera sollecitudine materna, renderli felici.

Dai materiali letti si ricava l’impressione che abbiamo dimenticato che dobbiamo far conoscere ai ragazzi la vita che ci circonda, allargare i loro orizzonti, sembra che noi guardiamo ai ragazzi soltanto in quanto oggetto della nostra educazione, addirittura nemmeno come la famosa cera con la quale plasmare la figurina che si vuole, ma piuttosto come un tronco d’albero da piallare.

Teniamo i nostri bambini tra le quattro mura, creiamo per loro una atmosfera specifica, li nutriamo soltanto di favole stupide, insensate o incomprensibili, facciamo perdere loro il vezzo di osservare la vita, consentiamo loro di parlare soltanto di giocattoli e di favole, di cose che non esistano nella vita, cerchiamo di apparire severi di fronte ad essi, ci lambicchiamo i cervelli, li trasformiamo in cavie da esperimento.

Noi dobbiamo rispettare i diritti del bambino, e prima di tutto il suo diritto all’istruzione, all’istruzione confacente alla sua età e cioè la possibilità di toccare e annusare ogni cosa, tentare di farci qualcosa una decina di volte, una decina di volte esaminarla da tutte le parti, di ripetere una decina di volte il suo nome. Bisogna andare incontro al suo desiderio di accedere a più orizzonti tramite l’osservazione della natura viva, degli uomini vivi, del loro lavoro, dei rapporti che tra di loro intercorrono. Quest’ultimo aspetto per esempio è completamente trascurato dai nostri giardini di infanzia, che degli uomini, del loro lavoro, dei loro interessi non ne parlano mai, e questo è un grave errore. Osservate i ragazzini di campagna come imparano presto a osservare la gente, ricordate la vostra infanzia. Le prime impressioni rimangono per tutta la vita. Perché mai allontanare i ragazzi dalla conoscenza della gente? Perché non portare i ragazzi sui campi e non mostrare loro come si lavora, perché non portarli in una fucina, in una falegnameria, in una cucina, perché non dedicare alcune ore alla settimana ad incontri con operai e colcosiani? Per i bimbi in età prescolastica il diritto all’istruzione significa diritto a conoscere la vita che ci circonda.

E quale può essere il diritto al lavoro dei bambini in età prescolastica? Per i bambini il lavoro si incontra col gioco. Per i bambini sono privi di significato i concetti base: pasticcia con l’argilla con l’intenzione di ricavarci un gattino e ne cava fuori un uomo; però sin dalla prima infanzia bisogna addestrare il bambino a mettere a posto le sue cose, a spolverare, lavare le posate, raccogliere le bacche, a dar da mangiare alle galline, ai cani. È da tener presente però che i ragazzi ci tengono al controllo di persone capaci. A cinque anni una bambina si mette a cucire e dopo tre punti scappa dalla nonna: “Nonna, va bene cosi?”. “Bene, bene!”. E cosi un poco alla volta la piccola impara. La bambina sarà capace per ore di cucire insieme dei ritagli di stoffa. Bisogna usare attenzione al lavoro infantile. E poi come amano i bambini assolvere incarichi diversi!

Diritto al riposo. I bambini si stancano rapidamente e quindi l’orario deve essere molto flessibile. Non 45 minuti, non 30 minuti per materia, ma alternare gli studi con il canto, lasciarli correre in una stanza vuota, oppure in cortile, giocare con un cane, eccetera. Ci vorranno delle brandine, eccetera. Bisogna ricordare che i bambini si stancano molto presto, quindi non trascinarli dietro alle mostre, al cinema, non annoiarli con giocattoli troppo complicati.

Diritto all’assistenza sociale e cioè sollecitudine per i bambini bisognosi.

Diritto dei ragazzi di tutte le nazionalità ad essere circondati di cure.

Sarebbe ovviamente ridicolo e mostruoso parlare ai bambini dei diritti, della Costituzione dell’URSS (43); qui bisogna essere molto attenti per non scivolare nel sinistrismo e cioè nella sopravvalutazione delle forze e dello sviluppo dei bambini. È una forma di sinistrismo, per esempio, dire che per i piccoli che non sanno nulla al di fuori del proprio villaggio, della propria strada, l’amor di patria presupponga una conoscenza delle strutture statali, dell’economia, perché non c’è niente di peggio che costringere i bambini a ripetere parole che non capiscono. Non dei diritti bisogna parlare loro, bensì impostare tutto il lavoro educativo prescolastico in modo tale da essere esso tutto permeato dello spirito della Costituzione dell’URSS.

Nei materiali a me sottoposti non c’è niente inoltre sul lavoro artistico (44), che esercita una funzione importante nella conoscenza che i ragazzi avranno del mondo che li circonda.

A proposito dello sviluppo del linguaggio è importante evitare non solo ogni bamboleggiamento, ma anche la riduzione del vocabolario individuale, l’inselvatichimento del discorso attraverso la limitazione dell’orizzonte infantile.

Durante l’insegnamento bisogna insegnare a leggere testi basati su vocaboli conosciuti ai ragazzi e che sono continuamente ripetuti nella vita quotidiana. Non si deve permettere che si scriva a stampatello, ma sin dall’inizio bisogna insegnare a scrivere in corsivo, facendo in modo di sviluppare la capacità di scrittura (sviluppare la mano) attraverso il disegno, il ricamo e qualsiasi altro sistema.

Ma la cosa più importante nell’attività prescolastica è l’educazione sociale, l’educazione della capacità di vivere, giocare e lavorare in armonia. È questa in primo luogo una questione organizzativa. Il lavoro nei giardini d’infanzia è vario e dischiude la possibilità di varie combinazioni, offre la possibilità di organizzare piccoli gruppi di gioco, e cosi per il lavoro, qui bisogna pensarci bene come e con chi organizzare i gruppi di ragazzi. È un problema questo su cui non si è riflettuto abbastanza, benché abbia un’importanza decisiva. Bisogna sapere organizzare il lavoro collettivo generale di classe, ma per i bambini d’età prescolastica è indispensabile impostare ampiamente anche il lavoro di gruppo, il controllo di esso, lo scambio di esperienze.

L’abitudine al lavoro collettivo nei bambini si sviluppa lavorando sulle prime in due, in tre, molto gradualmente, e questa è una cosa su cui bisognerà riflettere. Non possiamo ammettere una semplice imitazione dell’ordine scolastico.

Sono importanti i giochi che affinano la capacità di autocontrollo. Nel lavoro educativo è particolarmente importante il fine dell’educazione. Se l’obiettivo non è chiaro, se si riduce all’educazione di ragazzini obbedienti, non sarà possibile educare una disciplina cosciente.

Ed infine l’ultima questione riguarda il lavoro con i genitori. È una questione grossa, importante. Bisogna interessarsi del livello dei genitori stessi, dell’aiuto da fornire loro nel lavoro autodidattico, perché acquisiscano un minimo di conoscenze pedagogiche, facciano della pratica nei giardini d’infanzia, alla cui attività devono essere chiamati.

Perché poi sono “scomparsi” Pestalozzi (45), Fròbel (46), Montessori (47), tutta l’esperienza europea e americana? Ci serve molto.

Dove è andato a finire il problema del carattere differenziato del lavoro da svolgere in tutta una serie di repubbliche e regioni nazionali? Questione questa molto importante.

Statuto del giardino d’infanzia (48)

Approvato dal Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR (49)

Principi generali

1. Il giardino d’infanzia è l’ente di Stato al servizio dei bambini di ambo i sessi dai 3 ai 7 anni, avente lo scopo di garantire loro uno sviluppo onnilaterale e una educazione nello spirito del comunismo.

 Nota. Qualora al compimento del settimo anno d’età i bambini non possano essere ammessi alle classi scolastiche preparatorie, essi andranno a costituire un gruppo speciale del giardino d’infanzia.

2. Ogni giardino d’infanzia della RSFSR, indipendentemente dall’organizzazione di appartenenza, dovrà svolgere la sua attività sulla base dello Statuto del giardino d’infamia e delle indicazioni approvate dal Commissariato del popolo all’istruzione della RSFSR.

3. La sollecitudine per la salute dei bambini, del loro sviluppo fisico deve ispirare tutta l’attività del giardino d’infanzia. A questo principio dovrà corrispondere l’idoneità dei locali (che dovranno essere luminosi, spaziosi, con sistema di ventilazione, normale temperatura, ecc.). Il giardino d’infanzia deve garantire ai bambini la possibilità di trascorrere lunghi periodi all’aria aperta, di lavarsi, fare il bagno, di dormire, riposarsi, alimentarsi in modo sano. Non devono essere ammessi giochi, spettacoli, racconti o metodi educativi che eccitano il sistema nervoso dei bambini.

Tutto il regime del giardino d’infanzia deve corrispondere alle peculiarità di età dei bambini, educare in loro le giuste norme di igiene e del vivere comune. Nei giardini l’infanzia deve essere assicurata l’assistenza medica.

Progetto originario dei principi generali

3. Il gardino di infanzia deve creare per i bambini la possibilità di uno sviluppo intellettuale generale. Deve sviluppare i sensi (e in primo luogo vista, udito, tatto) garantendo in tal modo una esatta attività sensoriale, rafforzando la memoria visiva e auditiva con giochi, disegno, scultura, canto, studio dell’ambiente e della natura. Riveste un particolare significato lo sviluppo del linguaggio. Uno dei compiti del giardino d’infanzia consiste nell’insegnare ad ascoltare e ad esprimere i propri pensieri con parole appropriate, estendendo gradualmente il patrimonio linguistico dei bambini. Tutte le attività del giardino d’infanzia si svolgono nella lingua materna dei bambini.

4. Il giardino d’infanzia deve fornire ai bambini un giusto minimo di abitudini al lavoro: vestirsi, lavarsi, rassettare, usare la matita, le forbici, gli attrezzi-giocattoli come vanghetta, rastrello, martello, ecc., rivestire un libro con carta di giornale, legare qualcosa con spago, dar da mangiare alle galline, ai cani, ecc. Queste abitudini insegnano come comportarsi, ad avere cura delle cose. Ad apprendere queste abitudini possono giovare l’uso di giocattoli appositamente scelti e l’osservazione del lavoro degli adulti.

5. Ai fini dell’educazione comunista tenendo presente l’età e la conoscenza del mondo che hanno i bambini, bisogna offrire loro racconti di forma e contenuto appropriati sulla vita della nostra patria, sull’attività delle fabbriche, dei colcos, degli istituti di studio e di ricerca, sul come i capi e i cittadini operano per rendere a tutti la vita sazia, sana, interessante, felice. Bisogna parlare dell’amicizia dei popoli, di Lenin. Bisogna parlare della vita nei paesi capitalistici, di come alcuni vivono sul lavoro degli altri, della guerra, del fatto che noi siamo contro la guerra ma che siamo pronti a difendere la nostra patria, dell’Armata Rossa (50), di Voroscilov (51).

Nel contempo bisogna organizzare tutta la vita del giardino d’infanzia in modo che i bambini imparino ad aiutarsi a vicenda, perché il gioco e tutte le altre attività sviluppino in loro il senso del collcttivismo, li abituino ad agire in modo organizzato, a rispettare le regole interne, a giocare con i più piccoli, ad aiutare i pionieri e gli adulti.

6. Il giardino di infanzia deve essere la dimostrazione pratica di come bisogna educare i bambini in età prescolastica e aiutare i genitori nell’educazione domestica.

7. Attraverso le organizzazioni sovietiche e sindacali il giardino d’infanzia deve rendere conto del lavoro svolto.

 Intervento alla conferenza degli addetti agli istituti prescolastici (52)

Compagni, non parlerò di come bisogna organizzare i giardini d’infanzia. A riguardo esiste già una grossa esperienza,abbiamo numerosi ottimi giardini d’infanzia. Intendo parlare dei problemi che interessano evidentemente tutti noi.

Uno di questi è dato dalle dimensioni insufficienti di tutta la faccenda. Gli edifici vengono costruiti lentamente. Noi, inoltre, in modo ancora insufficiente, a mio avviso, mobilitiamo la gente alla ricerca di locali adatti, appartamenti dove si possa sviluppare l’attività prescolastica. Quando mi fanno vedere un buon giardino d’infanzia oppure vedo in fotografia un buon giardino d’infanzia penso sempre: va bene, ma ve ne sono tanti di questi giardini d’infanzia? E noi dobbiamo servire con i giardini d’infanzia tutti i bambini, perché il giardino d’infanzia esercita una grande influenza sull’educazione dei bambini, pure su quella domestica, è un centro organizzativo. Nei giardini d’infanzia esistono determinate regole che organizzano la vita dei bambini; i bambini acquisiscono diverse abitudini culturali, imparano a vivere in modo ordinato, giocano insieme, in modo organizzato si lavano le manine, recitano versi, cantano canzoncine. Il giardino d’infanzia dona loro molta felicità.

Ma io non ne parlerò, mi soffermerò sulla mobilitazione dell’opinione pubblica. Mi sembra che la causa dell’educazione prescolastica sia cosi importante da esigere un assai maggiore impegno delle masse. È indispensabile che ogni direttore di giardino d’infanzia sappia collegarsi strettamente al Soviet rurale, al Soviet cittadino, con i più ampi ceti degli intellettuali rurali e con gli intellettuali urbani.

Non si può dire che ciò riguardi soltanto le maestre giardiniere (53), ma anche insegnanti propagandiste, bibliotecarie, le mogli di ingegneri e tecnici. Oggi in generale in campagna vi sono numerosi quadri intellettuali sovietici, vicini alle masse.

Ricordo come è cresciuta la nuova, l’attuale intellighenzia, cresciuta interamente con il potere sovietico. Non dimenticherò mai come nei primi anni fosse difficile, come tutti agognassero al sapere e come non si sapesse dove andare. Racconto sempre una storia rimastami impressa. C’era un giovanotto che dopo la scuola elementare voleva andare all’Università. Non sapeva cosa insegnassero all’Università e come si studiasse all’Università. Se ne venne a piedi da Tuia o da Riazan, con i calzari di betulla, con un sacco in spalla. Non sapeva nemmeno che esistesse un ente come il Commissariato del popolo all’istruzione. Si sedette sotto il monumento a Lomonossov (54), che conosceva perché lo aveva imparato a scuola. Aveva deciso che qualora avesse trovato il monumento a Lomonossov e si fosse seduto accanto, sarebbe finito all’Università. E non si sbagliò. Gli studenti scorsero quel giovanotto di campagna, videro la perplessità sul suo volto e gli si avvicinarono. Si informarono su cosa desiderasse. Lo portarono al Commissariato del popolo all’istruzione e là qualcuno lo sistemò in una facoltà operaia e poi all’Università. Col tempo divenne un importante funzionario sovietico ed oggi lavora nelle file intellettuali.

Certo, tutto questo appartiene al passato, ai tempi in cui andava all’Università chi a mala pena sapeva leggere. I nostri intellettuali di oggi sono arrivati al sapere per le vie più diverse. Vi è chi ha studiato nelle scuole normali e vi sono coloro che invece sono arrivati al sapere per le vie più inconsuete.

Penso che gli intellettuali rurali di oggi siano sensibili al vostro appello e vi aiutino nel vostro lavoro. Conosco propagandisti, insegnanti, bibliotecari che, se affrontano questo aspetto della questione, spesso riescono trovare tali vie e possibilità per sistemare sulle prime un piccolo giardino d’infanzia da trasformare in seguito in una grossa istituzione, circondata dalle attenzioni dell’opinione pubblica. Di esempi del genere ve ne sono parecchi.

Bisogna scrollare un po’ la gente. Oggi di intellettuali ce no sono di più e la gente di campagna è un’altra, è diventata cosciente. Oggi non c’è più la paura dei primi anni del potere sovietico, quando le madri temevano che dal giardino d’infanzia i loro figli sarebbero stati presi nell’Armata Rossa. La campagna non è più ignorante come una volta.

Certo vi sono relitti del passato, ma essi si appalesano in altri campi e tra l’altro nell’incapacità di educare i bambini in modo nuovo, fare di loro, sin dalla più tenera età, degli esseri sociali. Adesso stiamo attraversando un periodo particolare. È uscito il manuale di storia del Partito comunista che illumina tutto il cammino di lotta contro lo zarismo, per la dittatura del proletariato seguendo una esposizione facile e piana. È uscita poi la significativa risoluzione del CC del PC(b)R sull’impostazione della propaganda. Non penso che qualcuna delle maestre giardiniere bolsceviche iscritte o meno al partito qui presente possa dire che tutto questo non la riguarda. È questa infatti una risoluzione che esprime delle direttive non solo per i militanti del partito, ma per l’attività generale su tutti i fronti dell’edificazione socialista. Qui si parla della lotta contro il burocratismo e dell’attenzione che esige ognuno che studi la storia del partito e dell’aiuto che bisogna concedergli. Nella risoluzione vi è tutta una massa di simili indicazioni che ognuno che lavori sul fronte culturale è impegnato a leggere una decina di volte per esaminare e valutare la loro pratica applicazione al proprio lavoro. Là ci si appella decisamente alle lotte contro il burocratismo. Ed ognuno si chiederà: non vi è in me un atteggiamento burocratico verso il bambino, non è possibile che io lo consideri in modo errato? Ognuno assumerà un atteggiamento critico verso se stesso, verso il proprio lavoro e

penserà a come aiutare i compagni a migliorare la loro attività.

Dinanzi a tutti noi, comunisti e senza partito, si trova il problema del come meglio realizzare, nel proprio posto di lavoro, la risoluzione del partito sulla propaganda. E io non penso che ciò non riguardi i lavoratori degli istituti prescolastici. Ciò ovviamente non significa che essi si metteranno semplicemente a studiare la storia del partito e la risoluzione sulla propaganda; qualora ne insorgerà l’esigenza, potranno rivolgersi ai compagni più edotti, i bibliotecari potranno aiutarli, ascolteranno le conferenze che adesso riceveranno nuovo impulso. Per di più non accadrà più che il conferenziere, finito di parlare, saluta e se ne va, ma dopo la conferenza egli discuterà con il pubblico, fornirà delle indicazioni sul come studiare in modo individuale per assimilare le cose sentite, sul cosa leggere. Penso che questa risoluzione sulla propaganda imprimerà tutta una svolta culturale nel nostro paese. Adesso vado alle riunioni di bibliotecari, di insegnanti delle scuole per adulti, sono venuta da voi perché so che qui sono presenti bolscevichi, militanti e non militanti, desiderosi di conoscenze sulla storia del partito, la quale li aiuterà a costruire meglio il comunismo. Il nostro problema riguarda l’educazione dei bambini. Noi vogliamo educarli nello spirito comunista. Ciò ovviamente non significa che per i piccini che non sanno leggere riempiremo il giardino d’infanzia di striscioni e parole d’ordine bolsceviche. Sarebbe semplicemente ridicolo. L’educazione comunista dei bambini non consiste nel costringerli a imparare a memoria qualche incomprensibile parola d’ordine. Bisogna saper educare in loro, sin dalla più tenera età, dei collettivisti, sviluppare in loro il senso della solidarietà, dell’amicizia tra bambini e bambine, tra bambini di diversa nazionalità, educare in loro una ferma volontà, l’interesse per la vita che li circonda, per il lavoro e lo studio.

Ecco come io ricordo la mia infanzia. Avevo cinque anni quando ci trovammo a vivere in Polonia. Nel cortile c’erano delle gallerie coperte dove si faceva il bucato e si appendevano i panni ad asciugare. Vi si incontravano bambini di varie nazionalità. Ricordo come un ragazzino ebreo mi dette una volta un pezzo di pane e strutto, come i bambini polacchi mi offrirono dei pasticcini e i bambini tartari mi fecero provare la carne di cavallo. Sin dall’infanzia bisogna educare l’amicizia nei ragazzi. In seguito bisogna educare in loro un atteggiamento di serietà per tutto ciò che dice l’insegnante, che viene discusso nel gruppo.

Qui bisogna aver molta cura dei nervi dei bambini e conoscerli a fondo. Tutto ciò significa educazione comunista. I bambini bisogna conoscerli. Una compagna or ora ci ha parlato di un bambino che aveva paura dei rospi, ed io mi sono ricordata che a cinque anni avevo paura degli spazzacamini. Avevo letto in un libro che gli spazzacamini fanno cose terribili e cosi ne avevo una paura matta. Ricordo che a quell’epoca si viveva nelle ristrettezze, in una stanza sola accanto alla cucina. Ed ecco che un giorno in cucina si presento uno spazzacamino. Io scappai nella stanza nel terrore, dico ai genitori che è venuto lo spazzacamino e tremo di paura. Loro non mi dissero niente, poi mio padre mi

chiese:

– Starà pulendo la rocca del camino?

– Si.

– Probabilmente avrà caldo? Perché non gli porti del tè?

Visto quell’incarico: portargli il tè, dimenticai tutta la mia paura e feci amicizia con lo spazzacamino.

A mio avviso è molto importante che un direttore di giardino d’infanzia esperto, un educatore capace, debba saper dare una mano alle aiutanti volontarie affinché imparino il mestiere. Si rende necessario svolgere con loro un ampio lavoro, in quanto, benché sia strano, c’è ancora gente che dice: il bambino è mio e se voglio lo mando a passeggiare e se non voglio non lo mando, se voglio gli dò da mangiare e se non voglio non glielo dò, se voglio lo picchio e se voglio lo accarezzo. Contro queste opinioni, contro l’opinione che il bambino sia una proprietà, bisogna lottare. Non sospetto che le nostre maestre giardiniere pensino cosi, ma molti genitori e molte aiutanti volontarie sono ancora in preda a queste concezioni del passato: il bambino è mio e ci faccio quel che mi pare.

Bisogna sviluppare ampiamente la propaganda della giusta educazione. Purtroppo a questo riguardo disponiamo ancora di pochi libri di divulgazione dedicati al lavoro educativo. Ce ne vogliono parecchi di libri sul come un bambino deve essere educato, come nel bambino si forma la coscienza, come si formano in lui le opinioni.

Un’enorme importanza riveste la propaganda giusta, di massa, dei principi dell’educazione infantile. E bisogna che questo lavoro sia condotto non già in modo astratto, ma nel modo più semplice e concreto possibile. A questo proposito si deve operare alla creazione dell’apposita letteratura. Con la compagna Voikova (55) abbiamo cercato nei vecchi libri ciò che facesse al caso nostro. Ma c’è poca roba. La compagna Voikova farà bene a utilizzare questa conferenza per consigliarsi sul cosa dobbiamo dare ai genitori, all’ampia massa delle aiutanti volontarie, perché comprendano l’importanza di questo lavoro.

Con i genitori c’è da svolgere un duplice lavoro. Da una parte bisogna far toccare le cose con mano. Ricordo una donna che aveva paura di dare i bambini al giardino d’infanzia, che si nascondeva per vedere cosa facessero nel giardino. Oggi non c’è più nessuno che spii di nascosto, comunque bisogna mostrare in modo più ampio come funziona un giardino d’infanzia. Bisogna far vedere tutta una serie di cose. Dobbiamo attrarre all’attività prescolastica le più vaste masse popolari. Le operaie e le contadine, che ben conoscono la vita, possono dare buoni consigli alle lavoratrici dei giardini d’infanzia.

Quindi il primo compito consiste nel mobilitare l’opinione pubblica, gli intellettuali e le larghe masse. In seguito bisognerà avanzare delle proposte concrete sul come e sul cosa fare.

È molto importante fare attenzione al personale di servizio, alle inservienti. Nelle istituzioni prescolastiche vi sono tremila inservienti analfabeti, il che non può non avere un’influenza sull’impostazione del lavoro nei giardini d’infanzia. È necessario liquidare l’analfabetismo tra le inservienti dei giardini d’infanzia e svolgere tra di loro un grosso lavoro culturale.

Desidero toccare un’altra questione. È necessario che le lavoratrici delle istituzioni prescolastiche pensino ad auto-perfezionarsi. Ognuno di noi ha da lavorare per perfezionarsi, perché la vita esige di studiarla con grande attenzione, di organizzarsi, di agire in molti casi in modo autonomo. Noi indichiamo alle biblioteche di avere sempre pronti quei libri di cui necessitano le lavoratrici prescolastiche, ci vuole però che ognuna lavori in modo autonomo

Poi riguardo ai giovani. Ho ricevuto tempo fa una lettera da Tuia. Un gruppo di madri iscritte al Komsomol scrive: cosa dobbiamo fare, siamo del Komsomol e pure piano piano ci allontaniamo dal lavoro sociale. Non mi soffermerò dettagliatamente sulle cause di questo allontanamento. Evidente mente sono state trascurate, nessuno si è interessato di dare loro in lettura qualche buon libro, nessuno le ha consigliate di lavorare in modo autonomo; la cosa più importante è che i figli delle nostre iscritte al Komsomol frequentano ancora scarsamente i giardini d’infanzia. Penso che le direttrici dei giardini d’infanzia debbano preoccuparsi di attrarre un numero maggiore di figli di giovani iscritti al Komsomol.

Un’altra osservazione. C’è stato un tempo quando alcuni dicevano che l’educazione sociale è quella più importante, mentre l’educazione familiare è cosa secondaria. Non si può porre cosi la questione. Le due forme di educazione devono essere connesse. Ricordo che, mi sembra a Saratov, ci fu il progetto di raccogliere tutti i bambini in un posto lontano dai genitori. Dovemmo batterci a fondo contro tale idea. L’affetto familiare infatti è un sentimento che da molta gioia e noi non vogliamo affatto liquidarlo. Deve essere molto stretto il nesso tra educazione sociale e educazione familiare.

Penso che illustrando i problemi concernenti l’educazione prescolastica le masse colcosiane e operaie si sentiranno portate verso il sapere, dimodocché questo lavoro di educazione verrà a coincidere con un’attività di massa tra gli adulti. La lavoratrice penserà: “ecco dunque come bisogna trattare il bambino, sarebbe interessante leggere qualche libro sul come costruire la vita in genere”, e questo problema ne susciterà tanti altri. In tal modo attraverso i giardini d’infanzia voi potete aiutare la crescita culturale di tutta la popolazione.

Mi sembra che le lavoratrici prescolastiche possono porre alle madri tutta una serie di questioni politiche molto importanti, possono, lavorando con le madri, elevare il tono culturale dei ceti più arretrati. Bisogna utilizzare qualsiasi strumento, bisogna utilizzare il cinema. Vi sono film che mo strano non solo la nostra vita eroica, ma anche la vita dell’infanzia. Guardi e pensi che ormai non c’è più niente da fare, invece non è affatto cosi. È importante sviluppare il lavoro in estensione e in profondità. E ovviamente bisognerà riflettere ancora parecchio sulle cose. A voler lavorare seriamente alla propria autoeducazione si vedrà chiaramente quali sono i nostri compiti e come dobbiamo fare per trasformare i bambini in attivisti sociali che dovranno poi prendere il nostro posto. Queste sono le cose principali.

Misure per migliorare l’educazione Prescolastica (56)

(Discorso alla conferenza dei responsabili dei settori prescolastici)

Estratto

 Compagni, prima di venire da voi ho avuto un breve colloquio con i capi del. movimento dei pionieri di 12 paesi. Costoro hanno posto la questione dell’educazione prescolastica. Io ho lodato a dismisura la nostra educazione prescolastica, ho parlato di come crescono i ragazzi, di come si sviluppa in loro l’interesse per i problemi sociali, di come in loro si determina un preciso atteggiamento per tutta una serie di fenomeni. Ho raccontato di come, trovandomi a Orekhovo-Zuevo, sono entrata in un giardino d’infanzia in cappotto e subito una bambinetta con severità mi ha redarguito; “Zia, non conosci i regolamenti, come mai entri col cappotto?” L’interprete invece ha tradotto le parole della bambina cosi: “Da noi è proibito entrare col cappotto”, ed io sono stata costretta a correggerla. Non si tratta infatti di una cosa proibita. La peculiarità dei bambini è proprio nel capire come bisogna comportarsi e non nel sottomettersi ad un divieto. La bambina capiva per l’appunto che non si doveva entrare col cappotto e quindi cosi bisognava tradurre.

Ho parlato di come è cresciuto questo movimento, di come nel 1919 i contadini avevano timore dei giardini d’infanzia, di come presentavano petizioni con tante firme con la richiesta di non prendere i bambini nei giardini d’infanzia e di non farli diventare dei soldati. Ho detto che oggi in ogni riunione operaia i problemi più acuti sono proprio quelli dell’insegnamento prescolastico. Sono stata di recente a Orekhovo-Zuevo ad una riunione sulle biblioteche e ho notato che gli operai non è che si interessassero molto della questione all’ordine del giorno, ma soprattutto dell’educazione prescolastica. Questa questione, cui ognuno è direttamente interessato, è ormai matura e deve quindi essere affrontata su larga scala. Già ora le vie dell’educazione prescolastica sono state più o meno individuate, però ci tocca affrontare un lavoro organizzativo enorme. Bisogna attrarre la popolazione stessa, bisogna investire con l’educazione prescolastica tutti i bambini in età prescolastica. Ho avuto occasione di parlare di educazione prescolastica con un’americana e questa mi ha chiesto : « Come mai le madri sono d’accordo ad affidare i loro bambini agli enti prescolastici? ». Mi pareva che si parlasse in due lingue diverse. Io dico: “E come non essere d’accordo se lavora in fabbrica. Se non lo facesse dovrebbe chiudere in casa il proprio bambino!” “E quelle che non sono occupate?”. “Quelle fanno dell’attività sociale”. – “Una madre potrebbe rimanere in casa e pensare al bambino!” A quell’americana sembrava del tutto incomprensibile il nostro ritmo di vita che vede la donna calata nel lavoro produttivo, colcosiano, sociale. Il nostro modo di vivere è tale che l’attività produttiva e quella sociale assorbono tutto il tempo della madre. E pertanto per quella americana era del tutto incomprensibile che la madre riuscisse ad aiutare il giardino d’infanzia e quindi ad educare non solo il suo bambino, ma anche quelli degli altri.

Il nostro movimento prescolastico si distingue per il fatto di essere stato costruito sul nulla. E chiaro che è più facile costruire sul nulla che spezzare il vecchio, perché in quel caso rimangono sempre residui del vecchio, rimangono le tradizioni, mentre noi non avevamo niente. Per noi è molto importante portare questa cosa sino alla fine e penso che lo faremo.

Certo c’è l’immenso problema del come attrarre tutta la popolazione a questa causa. Abbiamo a questo proposito l’interessante esperimento di Saratov. Mi hanno raccontato di

come hanno attirato la popolazione. Prima di tutto è particolarmente interessante la retta differenziata per l’educazione prescolastica. Giacché non si poteva adottare un metro uguale per tutte, si è stabilito che ogni lavoratrice, ogni madre dichiarasse coscienziosamente quanto guadagna per poi stabilire insieme quanto spendeva a casa per il bambino e quanto potesse spendere per il giardino d’infanzia. Alcune madri che guadagnavano poco sono state del tutto esonerate da ogni pagamento. Non è stato seguito, dunque, un principio burocratico ed era la madre stessa a stabilire quanto pagare. Se invece si segue un’altra linea e incominciamo a chiedere tutta una serie di certificati sull’entità del salario mettiamo in moto un tale meccanismo burocratico che in seguito ci soffocherà. È molto meglio affrontare questo problema come a Saratov, basandosi sulla fiducia. La fiducia è inoltre un fattore educativo. Perché me è piaciuto l’esperimento di Saratov? Perché esso suscita un atteggiamento cosciente. Penso che noi risolveremo questo problema per l’appunto quando la popolazione non cederà formalmente i loro figli ai giardini d’infanzia, ma comprenderà tutto il significato del giardino d’infanzia e si metterà ad aiutarlo a seconda delle proprie forze. L’aiuto della popolazione riveste un’importanza eccezionale per il giardino d’infanzia. Probabilmente ne abbiate già parlato parecchie volte e quindi possiamo fare a meno di ripeterlo. Dovrete sapere che quando una qualsiasi attività assume una vasta portata, sussiste sempre il pericolo del burocratismo. Mi limiterò soltanto a quanto ho già detto, ma comunque vorrei destare in voi un senso d’allarme, affinchè nella ricerca delle vie di soluzione dei problemi riguardanti la cooperazione sociale non vi fermiate su un punto di vista formalistico, ma portiate le questioni della propaganda e della agitazione all’altezza che loro compete, interessiate la popolazione all’attività del giardino d’infanzia e ascoltiate la sua opinione a riguardo. Bisogna prestarvi ascolto perché a volte possono sfuggire certe cose che bisognava assolutamente eliminare. Questa è una cosa che volevo dirvi.

C’è dell’altro. Oggi nella sfera scolastica capita di dire spesso che i ragazzi di oggi sarebbero diversi da quelli di ieri. Gli scolari scrivono di sé: “Siamo ragazzi svegli”, ed è vero. Oggi i ragazzi sono in gamba, hanno sempre la parola pronta, intervengono alle riunioni, ecc. A volte un pioniere può dire certe cose che ti chiedi con stupore come abbia fatto a pensarci. Ma da ciò non possiamo assolutamente concludere, come invece spesso accade, che i ragazzi possano fare di tutto. I ragazzi da soli non conoscono il limite delle proprie forze. A loro sembra veramente di poter far tutto. Alla commissione esecutiva del Consiglio dei commissari del popolo (57) sarà affrontato il problema della condizione sanitaria dei nostri ragazzi e della scuola. A questo proposito ho dovuto prendere conoscenza di alcuni documenti. Viene fuori un quadro alquanto terribile. Per quanto riguarda la crescita dei ragazzi, le cose vanno bene, non c’è male per quanto riguarda l’alimentazione, purtroppo la circonferenza toracica è scarsa, la muscolatura pure, e da qui discendono, come dicono i medici, fenomeni di affaticamento, insonnia, irritazione, nervosismo, scarsa concentrazione, ecc.

I ragazzi crescono nevrastenici. Riteniamo che possano fare di tutto e li carichiamo troppo. Attualmente a dodici anni un bambino è occupato dalle 5 alle 7 ore, a 14-15 fino a 12 ore, e i pionieri attivisti arrivano fino alle 15 ore. Cioè il doppio della normale giornata lavorativa di un adulto. Sono i ragazzi stessi che vogliono lavorare come i grandi. Ciò è tipico sia per il pioniere che per il non pioniere, sia per prima che per adesso. È naturale che i ragazzi desiderino fare come i grandi; è un sentimento naturale, però ignorano il limite delle loro forze, e i grandi intanto non avvertono il pericolo. Qui bisogna essere particolarmente attenti alla salute dei ragazzi nel senso che dobbiamo evitare di caricarli troppo. Dobbiamo aver cura delle forze dei ragazzi, non dobbiamo sovraffaticarli.

Per esempio, quando elaboriamo i programmi non riusciamo ad affrontarli metodicamente. Ne viene fuori un programma lungo tré verste, vogliamo infilarlo in qualche modo e non ci riusciamo. Non ci rammarichiamo troppo e ci aggiungiamo un’ora e invece di cinque ne mettiamo sei. Ecco che atteggiamento. Noi non risparmiarne sufficientemente le forze dei ragazzi. Negli ultimi tempi mi occupo del problema prescolastico e temo che, puntando a grandi traguardi, esageriamo le forze dei nostri bambini. Ho paura che vi si possa abbandonare le posizioni che deteniamo nella sfera prescolastica. Se paragoniamo la scuola e gli enti prescolastici vediamo subito che in questi ultimi le cose stanno ottimamente per quanto riguarda le mani pulite, i lettini singoli e il vitto… Nella scuola invece, per quanto riguarda la difesa della salute, sussistono delle deficienze. Prima c’era la fase quando ci si occupava di questo, adesso invece ci si preoccupa di incrementare i programmi, della qualità degli studi. Come contemperare queste questioni con lo studio? Come contemperare lo studio con la difesa della salute? Per ora questo fatto viene trascurato. Bisogna consolidare quanto abbiamo già raggiunto nel campo dell’istruzione prescolastica e nel contempo rafforzare l’agitazione che viene condotta tra la popolazione per la salute degli scolari. Un’altra questione riguarda il sovraffaticamento. Qual è per noi la cosa più importante? Noi abbiamo bisogno di fornire delle abitudini organizzative, la capacità di lavorare nel collettivo, di subordinare la propria volontà a quella del collettivo. Tutto ciò riveste per il futuro un enorme significato. Se invece noi rincorriamo la quantità delle nozioni possiamo affossare quell’ottima cosa. Cos’è importante, per esempio, nella politecnicizzazione? È importante che vi sia un interesse per la tecnica. Passa nel cielo un aeroplano e i bambini ne parleranno da soli. Non si deve far passare questa cosa in sordina, ma bisogna parlarne con loro a volontà. Oppure, per esempio, i bambini hanno visto un’automobile. È un fatto interessante per loro. Questo interesse non deve essere soffocato, ma al contrario alimentato. Oppure si tratta di una macchina da cucire. Bisogna parlare della macchina, destare nei bambini l’interesse per la tecnica. I bambini devono conoscere i colori, le dimensioni, la durezza dei metalli. Quando per esempio ad un bimbetto di cinque anni la nutrice dice: “Non picchiare con la zappetta la scala che la rompi”, bisogna vedere con quanto disprezzo egli risponde: “Come posso rompere una scala di pietra con una zappetta di legno?… ”. Qui scorgiamo già degli elementi di educazione politecnica. Bisogna fornire ai ragazzi delle nozioni sui colori, la durezza dei metalli, spiegare il mondo che ci circonda. Bisogna fornire ai ragazzi delle abitudini di lavoro collettivo, di organizzazione, ma in nessun modo dovremo trasformare i bambini in tanti pappagallini. E dire che ai genitori invece è una cosa che piace. “Ha appena cinque anni e dice certe cose, sa addirittura parole come “capo” del proletariato, sa della rivoluzione mondiale”. Ma cosa sa? Qui è molto importante non fare dei bambini dei pappagalli. Ovviamente non si deve soffocare il pensiero e a volte, se la cosa interessa, al bambino si può pure parlare della rivoluzione mondiale. O se nel deserto ci sono o meno le cooperative : che lavori il pensiero infantile… Facciamo in modo da evitare anche in questo caso una sopravvalutazione delle forze dei bambini… Come possiamo mettere le cose a posto se ignoreremo le capacità fisiche del bambino, ignoreremo quello che può fare, se non prenderemo in considerazione le particolarità proprie alla sua età? Come può fare la pedagogia a non studiare il bambino col quale ha a che fare? Finanche in fabbrica esaminano e valutano la materia prima. Come possiamo fare invece a non valutare la materia prima con la quale avremo a che fare? Anche se guardiamo la cosa da un punto di vista filosofìco non va, perché Kant (58) diceva si che bisogna separare le scienze naturali da quelle sociali, i fenomeni sociali da quelli naturali, ma Hegel e i marxisti dicono che bisogna studiare nel modo più completo, bisogna guardare allo studio in modo serio e profondo. Pertanto noi dobbiamo studiare il bambino non già come un animale, bensì tener presente tutto il suo sviluppo e l’influenza dell’ambiente senza trascurare le particolarità dell’età. Questa è una questione particolarmente acuta sia per l’età scolastica che per quella prescolastica. Una delle esigenze dell’età prescolastica riguarda la possibilità di osservare liberamente l’ambiente che ci circonda, di accumulare esperienza. Da noi succede che si sottovaluti la funzione del gioco. Da noi i pionieri non giocano affatto, e spesso questa deficienza si osserva anche in età prescolastica. I ragazzi invece devono giocare… per sviluppare l’autocontrollo. Quando un bambino scappa dall’altra parte o viola le regole del gioco, si trova ad avere contro la pubblica opinione e cosi incomincia a imparare a controllarsi.

Il gioco è un modo per conoscere l’ambiente. Il gioco riveste un significato enorme. Se i bambini non giocano, le cose vanno male, perché significa che sono o malati o vittima dei nostri errori pedagogici.

Gli adulti invece giocano e come giocano. Osservate la gente nelle case di cura: di quanti giochi è intessuto il tempo libero. Per i bambini il gioco è un lavoro e il gioco ai fini dell’educazione politecnica acquista molta importanza.

Eccezionale è il significato del gioco per il politecnicismo. È importantissimo che il bambino impari a costruire le case cosi come le vede, perché allora nel processo del gioco imparerà a studiare giustamente i materiali e le forme. Se invece lo chiudete all’interno di determinati limiti ristretti costringendolo a ripetere la stessa cosa, lo sviluppo verrà ad essere ridotto.

Che non mi si sospetti di parlare a favore della libera educazione (59). Si tratta di una cosa completamente diversa. Significa che sui bambini non possiamo influire in modo determinato. Sui bambini dobbiamo influire e dobbiamo fortemente influire, però sempre in modo da lasciare campo libero allo sviluppo delle loro forze, non dobbiamo portarli per mano, dirigere ogni loro parola, ma concedere la possibilità di uno sviluppo onnilaterale nel gioco, nei rapporti con gli altri, nell’osservazione dell’ambiente, e non porre ciò nei limiti scolastici. Ecco cosa volevo dire sui metodi, sull’importanza del gioco, sul fatto che l’educazione politecnica non consiste affatto nel fornire forme e strumenti di lavoro. Non tanto in questo quanto nello studio dei materiali, nello studio della forza consiste il politecnismo. L’esperienza puerile è ancora molto limitata, egli deve apprendere ancora parecchio e quindi il metterlo in condizione di ricevere tutto ciò

è fattore di eccezionale importanza.

Diceva bene Rousseau (60) che l’influenza maggiore l’educatore l’esercita nella primissima età e che mano mano che il bambino cresce l’influenza diviene sempre più scarsa. Si tratta di un paradosso caro ai metodi di Rousseau, però contiene un grano di verità. Le prime impressioni guidano tutta l’attività del bambino. Se affrontiamo come si deve l’educazione prescolastica nel contempo porteremo la scuola ad un livello più alto, e la scuola produrrà un effetto maggiore. Allora sarà possibile l’impostazione della nuova scuola sovietica, con nuovi metodi di lavoro, pero dovremo guardare non soltanto al bambino di oggi, ma anche a quello di domani. Avrà un enorme valore per tutto lo sviluppo futuro del ragazzo, per il successo del suo lavoro ciò che egli riceve nella prima infanzia. Le impressioni della prima infanzia lasciano un’impronta su tutta l’educazione ulteriore e sullo sviluppo dell’uomo. Spesso ci vogliono anni e anni per eliminare qualche forte impressione erronea ricevuta nell’infanzia.

Involontariamente mi sovviene la mia infanzia. Verso i cinque anni leggevo la favola dell’orso che dice: “Chi sta seduto sulla mia pelliccia, chi sta filando la mia lana… “. Ricordo ancora il terrore che mi incutevano quelle parole. A quattordici anni dovevo ancora farmi forza, costringermi a guardare in tutte le finestre buie per cancellare quella impressione dell’infanzia.

Ogni falsa impressione, qualsiasi inezia in età infantile resta poi impressa per lunghi anni; una paura, uno stato di profonda depressione, un’offesa; tutto ciò viene a rifrangersi nel futuro e quante forze bisogna poi spendere per superarlo.

E qui bisogna prestare ai bambini un’enorme attenzione, ci vuole l’enorme capacità di trattarli nel modo più semplice. Bisogna inoltre munirli di cognizioni piuttosto vaste. Se invece peccheremo di zelo livellando tutto sulla scuola, commetteremo un grave errore.

Attualmente è molto acuto il problema dei gruppi zero (61) e di come ridurre di un anno la fase prescolastica. Penso che a questa età (7 anni) l’ambiente prescolastico non sia più soddisfacente per il bambino. Il fanciullo incomincia a studiare per fatti suoi, vuole andare a scuola.

Da noi la scuola inizia a otto anni (62), è troppo tardi. In campagna saranno pienamente d’accordo a mandare i bambini a scuola a sette anni. L’economia domestica non ha bisogno di un bambino di sette anni, mentre per un ragazzo di 13-14 anni c’è già contesa. Ed è importante specialmente in campagna organizzare questi gruppi zero.

E ovviamente il gruppo zero deve funzionare per metà con i metodi del giardino d’infanzia e per metà con quelli scolastici. Spesso osserviamo che un bambino va benissimo

nel giardino d’infanzia, poi va a scuola e incominciano amarezze e prodezze di vario genere. Qui manca una fase transitoria di cui si avverte l’esigenza. Penso che in una certa misura nei gruppi zero debbano essere seguiti i metodi del giardino d’infanzia, ma che nello stesso tempo debba già iniziare uno studio sistematico. Questi gruppi zero possono assolvere una grande funzione e costituire la fase transitoria dall’istituto prescolastico alla scuola. Non è giusto che attualmente si organizzino i gruppi zero soltanto nei quartieri operai. A questo proposito dobbiamo equiparare la città e la campagna.

Estremamente importante è la propaganda dei gruppi zero. Poi occorre che i gruppi zero si trovino sotto lo sguardo delle maestre giardiniere perché il processo didattico non divenga meramente scolastico. È questo un compito non indifferente. A Mosca ho parlato con funzionar! Dei gruppi zero. Mi sembra che le cose vadano abbastanza bene, perché vi è un buon numero di ex maestre giardiniere. Per parecchie cose, per esempio la salute, stanno sempre all’erta. Per quanto riguarda il legame con la popolazione, in quanto si tratta della parte positiva degli istituti prescolastici, si può dire che ne comprendono l’importanza. Comunque non sono in grado di parlarne in modo più particolareggiato.

Ecco, mi sembra che sia un enorme problema organizzativo attrarre la popolazione, della quale è facile parlare nelle riunioni, benché io riesca a capire quante difficoltà esistano a riguardo. L’altro compito consiste nel non essere al disotto dei successi che esistono nell’ambiente prescolastico, al contrario questi successi devono essere consolidati ed estesi. Non dobbiamo poi sopravvalutare le forze del fanciullo, bensì dargli la possibilità di esprimersi completamente. Qui i giochi, l’acquisizione di esperienze diverse sono in primo piano. Più che correre appresso ad un alto numero di nozioni, dobbiamo far apprendere a vivere e a lavorare in collettivo, a pensare con coscienza, a prendere posizione su determinate questioni. Per i gruppi zero ci vuole la propaganda di tutto ciò e un aiuto.

Ecco quanto avevo intenzione di dire a questo proposito. Vi sono però ancora parecchie questioni grosse. Negli ultimi tempi non ho avuto modo di seguire questi problemi, comunque mi sembra che, se metteremo a posto come si deve l’attività prescolastica, potremo esercitare una funzione enorme nella educazione della generazione per il nuovo Stato socialista.

Sulle peculiarità dell’età prescolastica (63)

In un articolo giovanile, del 1842, Marx sulla Rheinische Zeitung (64) fa alcune osservazioni sui bambini, che pur dette di sfuggita, faranno contenti i nostri insegnanti che studiano le peculiarità del pensiero infantile nei vari periodi.

Marx scrive quanto segue:

“I bambini, parlando di se stessi, di regola al posto di dire “io” si chiamano per nome: “Georg”, eccetera».

La maggioranza dei genitori sa quanto giusta sia questa osservazione di Marx.

Marx continua: “Lo spazio è la prima cosa che si impone all’attenzione del fanciullo con la sua grandezza. È la prima grandezza con la quale il fanciullo si imbatte nel mondo. Il fanciullo per tanto ritiene che l’uomo di alta statura sia un grande uomo. 3*

Letto questo passo di Marx, mi sono messa ad osservare i disegni dei nostri ragazzi ed ho riscontrato una massiccia conferma di questa idea di Marx. Nei disegni infantili Lenin e Voroscilov che intervengono ai comizi sono rappresentati come autentici giganti, tutti intorno gli altri sono visti come dei nanetti.

L’osservazione di Marx sull’identificazione operata dai ragazzi tra i concetti di “grande” e “grosso” ci porta a guardare con maggiore attenzione i disegni dei ragazzi. È sorprendente come in questi disegni si manifesti la concezione che i ragazzi hanno dell’ambiente che li circonda.

Più volte ho avuto occasione di esaminare il quaderno di un bambino di sette anni, allievo di un gruppo zero. Nei suoi disegni si rifletteva sorprendentemente la sua concezione del lavoro.

Nelle prime pagine gli uomini erano rappresentati con le braccia conserte. Poi egli si era messo a disegnare uomini con le braccia distinte, e ogni mano impugnava un oggetto diverso, un secchio, per esempio, o una scopa. In seguito sono apparsi l’accetta e la vanga. Più tardi l’uomo si è trovato vicino ad un trattore che toccava con una mano ed infine il mezzo meccanico e l’uomo che tiene il volante con due mani.

Nei disegni dei bambini in età prescolastica con stupefacente evidenza si riflette l’idea che hanno dell’ambiente che li circonda. In età prescolastica i bambini pensano in modo estremamente concreto, pensano attraverso immagini vive. Per loro il colore è particolarmente importante. Se, racconciando una favola ad un bambino, dite che una bambina aveva un vestitino rosa, andrete incontro ad una ondata di sdegno se la prossima volta direte che il vestito era azzurro: “Possibile che hai dimenticato che il vestito era rosa?”.

Questa estrema concretezza a volte rende difficile comprendere il significato non letterale di certe parole.

L’incapacità di pensare in modo astratto è una nota peculiarità dei bambini in età prescolastica. È inoltre caratteristica la spinta all’imitazione. Il bimbo prescolare non si stanca mai di imitare, perché per lui imitare significa ambientarsi. Oppure egli, sempre con interesse, può ascoltare decine di volte lo stesso racconto, gli stessi versi. Li conosce già da parecchio a memoria ma continua a ripeterli.

I bambini molto spesso ripetono ciò che sentono dire dai grandi, ma senza comprenderne il significato. A volte gli adulti si stupiscono che i bambini dicano certe cose molto acute senza badare che ai bambini sfugge il significato di quanto dicono. Questa è una cosa che specialmente sfugge ai genitori. Gli adulti arrivano a considerare poco sviluppato il bambino riflessivo che invece vuoi capire le cose che sente senza riuscirci sempre perché incapace di trovare le parole adatte e ritengono particolarmente dotato il bambino che ripete le parole degli altri senza capirle.

È cosi capita che le forze di un bambino vengano o sottovalutate o sopravvalutate.

Nel primo caso il pedagogo ignora e non vede quali sono gli interessi del bambino, è incapace di avvicinarlo, di destare la sua attenzione, non sa cosa dirgli e cosa fargli fare.

Nel secondo caso il pedagogo equipara il fanciullo allo scolaro e gli dice cose che egli non può capire.

Nel primo caso viene ignorata la necessità nello studio; nel secondo ai fanciulli d’età prescolare vengono imposti metodi e sistemi di insegnamento assolutamente al di sopra delle loro forze.

Bisogna tener conto delle peculiarità d’età dei ragazzi, bisogna imparare ad adeguarsi al loro livello di sviluppo nel- l’organizzare i giochi, durante la lettura, le gite, il lavoro.

Bisogna studiare criticamente anche l’esperienza di Fròbel e della Montessori e tutta la pluriennale esperienza sovietica al fine di mettere a punto per i fanciulli in età prescolastica un programma efficace e interessante, tenendo conto delle loro conoscenze, del loro sviluppo, dei loro interessi.

Il problema è urgente e bisognerà lavorarci in pieno.

Attenzione alla salute dei ragazzi (65)

Dobbiamo allevare ragazzi sani. Il giardino d’infanzia ha il compito importantissimo di educare nei bambini quelle abitudini che irrobustiscono la salute. Sin dalla prima infanzia dobbiamo insegnare che prima di mangiare bisogna lavarsi le mani, che ognuno deve mangiare nel suo piatto, che si deve essere puliti, con i capelli tagliati, che bisogna spazzolare i vestiti, pulirsi i piedi, non bere l’acqua non potabile, osservare le ore dei pasti e del sonno, essere quanto più possibile all’aria aperta. I nostri giardini d’infanzia fanno parecchio in questa direzione, ma bisogna fare ancora di più. Ci vuole che negli istituti prescolastici si faccia una maggiore attenzione allo studio delle regole di sanità e di igiene. Bisogna che ogni giardino d’infanzia, ogni istituto prescolastico si trasformi in focolaio di propaganda dei principi di sanità e igiene tra i genitori.

Una studentessa che d’estate aveva lavorato in un giardino d’infanzia d’Astrakhan mi ha raccontato di essere rimasta sorpresa nel vedere che le madri calmucche, dopo che era stato spiegato loro come lavare i ragazzi e come tenerli puliti, si erano messe con molto zelo a tradurre quelle raccomandazioni in realtà. Le madri russe sulle prime si erano quasi offese e soltanto in seguito si erano date da fare per non rimanere indietro. Il giardino d’infanzia può svolgere la propaganda sanitaria con la forza dell’esempio. Le maestre giardiniere sanno bene quanto nei primi tempi si è dovuto lottare per vincere la resistenza dei genitori contrari a far tagliare i capelli ai bambini, per l’aria aperta; essi non volevano aprire le finestrelle, imbacuccavano troppo i bambini, ecc.

Dato l’ampio sviluppo del movimento colcosiano, i colcos aprono propri giardini d’infanzia, spesso però capita che come maestre giardiniere prendano delle ragazzine o delle vecchiette a mezza paga che trattano bene i bambini, ma che non ci pensano a volte a tenerli all’aria aperta invece che in una izba soffocante, non sanno cosa dar loro da mangiare, ecc. Bisogna con loro organizzare il lavoro, insegnare come tutelare la salute dei bambini. Il Commissariato alla sanità (66) deve pubblicare con tirature massicce fascicoli divulgativi. Come tutelare la salute dei nostri bambini.

Bisogna organizzare il controllo sociale su come viene curata la salute dei bambini nei giardini d’infanzia e nei campi per l’infanzia.

Bisogna dire che nei migliori giardini d’infanzia si possono già contare dei grandi successi. I bambini si sono abituati a lavarsi le mani prima dei pasti, a indossare vestiti puliti, a dormire dopo pranzo, a non entrare in casa con i cappotti…

Le regole sanitarie si fanno strada tra i bambini.

Bisogna pensare a organizzare una sana alimentazione dei fanciulli nei giardini d’infanzia e a casa.

Noi sappiamo come Lenin si preoccupava della salute dei bambini e come negli anni di fame maggiore fece emanare decreti sull’alimentazione gratuita dei bambini…

Nel campo della tutela della salute dei bambini prescolari, e in quello del loro sviluppo fisico è stato fatto parecchio, specialmente in città. La campagna è ancora indietro. È particolarmente importante dotare delle necessarie cognizioni a riguardo le maestre giardiniere dei giardini d’infanzia e dei campi per l’infanzia delle campagne e nelle regioni autonome nazionali. In questo caso è importante lo studio delle peculiarità nazionali, il che sarà d’aiuto nel trovare il modo

più giusto per affrontare questi problemi.

Bisogna studiare tutta l’esperienza già esistente e rifletterci sopra molto profondamente.

La funzione del gioco nel giardino d’infanzia (67)

Per i bambini in età prescolastica il gioco riveste un significato eccezionale, per loro il gioco è studio, è lavoro, per loro il gioco è una seria forma d’educazione.

Per fanciulli in età prescolare il gioco è un modo per conoscere l’ambiente. Giocando egli impara a conoscere i colori, le forme, le proprietà dei materiali, i rapporti spaziali e numerici, studia le piante, gli animali. La scelta dei giocattoli acquista un significato particolare nel giardino d’infanzia.

Bisogna mettere a disposizione giocattoli semplici ed economici, perché non vengano mantenuti sotto una campana di vetro, ma servano a far giocare i bambini senza il timore che si rompano. Bisognerà stabilire una quantità minima di giocattoli necessari per un giardino d’infanzia, corredarli di indicazioni sul loro uso. Bisognerà indicare quali giocattoli è possibile fare da soli con facilità e senza spese particolari, chi invitare a questo lavoro.

Per quanto riguarda i giochi questi rivestono un grande significato organizzativo. Il fanciullo capisce che bisogna rispettare le regole del gioco, perché senza il rispetto delle regole non riesce nessun gioco. È da questo punto di vista che bisogna scegliere i giochi, passando da quelli con poche regole semplici a quelli con regole complesse. È importante a questo proposito che siano i bambini stessi a seguire il rispetto delle regole. Ricordo l’impressione che mi fecero dei bimbi che giocavano nel Giardino d’Estate (68), presso il monumento a Krylov (69). Quando per due volte mi misi a correre nella dirczione opposta a quella necessaria, fui esclusa dal gioco.

– Bimba, non si può giocare con tè, non rispetti le regole del gioco – mi fu detto.

I giochi che esigono il rispetto di regole precise disciplinano, bisogna badare solo a che non siano noiosi e quindi dovranno essere variati. Inoltre nei giochi dovranno essere introdotte di più forme d’attività come canto, danza e marcia. Tutto ciò è interessante per i bimbi ed inoltre li disciplina.

Ci sono molti vecchi giochi che insegnano l’autocontrollo. C’erano giochi durante i quali bisognava evitare determinate parole, oppure di ridere. Per esempio il gioco: “La signora vi manda cento rubli, comprate quel che volete, non dite ne no e ne si, non comprate il bianco, ne il nero” suscitava risate e allegria a non finire.

È molto importante non standardizzare i giochi e dare libero campo all’iniziativa infantile. È importante che i bambini inventino loro stessi dei giochi, ponendosi determinati obiettivi: costruire una casa, andare a Mosca, fare il cucinino, ecc. Il processo del gioco consiste nel raggiungimento dell’obiettivo prefisso; i ragazzi elaborano un piano, scelgono i mezzi necessari. Non fa niente che il treno prescelto sia fatto di sedie e la casa di schegge. Nel gioco il bambino impara ad affrontare le difficoltà, a conoscere l’ambiente circostante, a cercare una via d’uscita. Tali giochi educano degli organizzatori pertinaci, trascinatori.

Nella misura in cui i bambini crescono e si sviluppa la loro coscienza, i fini dei giochi diventano più complessi, più precisi e pian piano il gioco si trasforma in attivitàsociale.

Il pedagogo non deve limitare l’iniziativa dei ragazzi, scoraggiarli oppure imporre loro determinati giochi. Deve solo preoccuparsi di evitare i giochi pericolosi, capaci di suscitare sentimenti nocivi, ecc. Però tutto ciò deve essere fatto con abilità, con cautela, in modo che i ragazzi accettino volentieri i consigli dell’educatore. L’insegnante, il capo squadra dei pionieri, il responsabile del Komsomol devono avere quel tatto particolare che consente di divenire il capo voluto e accettato dai ragazzi.

Sui giocattoli per i bambini (70)

Parlando del giocattolo non possiamo partire dall’idea che esso debba piacere all’adulto, bensì dobbiamo affrontarlo partendo da ciò che piace al bimbo e da che cosa gli serve.

È importante definire per quale età ci vuole un determinato giocattolo.

Più di tutti il giocattolo serve al bimbo d’età prescolare. Ci vuole un giocattolo di massa, economico, accessibile atutti.

Quale giocattolo ci vuole per i più piccini?

I bimbi della prima età prescolare non conoscono ancora bene l’ambiente che li circonda. Lo studiano con l’osservazione, l’imitazione, ripetendo senza posa gli stessi movimenti, le stesse parole, gli stessi giochi. Bisogna fare attenzione a questa attività e fornire i giocattoli capaci di stimolarla, organizzarla, dirigerla.

Il bimbo non sa ancora distinguere bene i colori. Bisogna dargli dei giocattoli che lo aiutino a distinguere i colori (vanno molto bene vari pezzi di stoffa con i quali coprire la bambola, cerchietti e scatoline multicolori).

Il bimbo non distingue ancora le grandezze, quindi bisogna dargli giocattoli capaci di aiutarlo a comprenderle.

Vanno molto bene i giocattoli come le uova che vanno uno nell’altro, scatolette, animaletti di legno di varia misura, figure di persone. I bambini possono cosi disporre questi pupazzi per ordine di altezza, grandezza: un paio di vec- chietti, due bimbette, due maschietti, due grandi, tré femminucce, cinque maschietti e cosi via. I pupazzi devono essere semplici e per forma e per colore non devono distrarre i ragazzi dall’idea principale.

I ragazzi ignorano ancora le distanze. Bisogna dare loro una lavagnetta e dei gessetti, perché imparino a tracciare delle linee di varia grandezza, nelle più varie direzioni per poi cancellare e iniziare da capo.

Ci vogliono delle palle morbide che si possano lanciare in alto, in basso, far rotolare senza il timore di rompere qualcosa e far male a qualcuno.

I ragazzi non hanno ancora molto sviluppato il senso del tatto. Bisogna dar loro quindi oggetti duri, morbidi, lisci, ruvidi; insegnare loro a distinguerli al tatto, per esempio tirandoli fuori da un sacchetto, uno ad uno.

Sta bene dare ai fanciulli in età prescolare vari strumenti sonori come campanelle, tamburini (questi ovviamente non sono giocattoli con cui giocarci in casa).

È importante che il bimbo abbia un bambolotto non brutto, che non si rompa e si possa lavare, vestire e svestire e nel contempo imparare a disfare i laccetti, ad abbottonarsi. Il bambolotto deve essere semplice, poco costoso, ma bello e che non si possa rovinare tanto facilmente.

È importante fornire al bambino dei recipienti infrangibili da disporre in bell’ordine, riempire di sabbia, di chicchi. A bambini di questa età non è necessario dare elefanti, tigri, orsacchiotti, dato che non conoscono ancora come sono quelli veri. L’orsacchiotto gli piace perché è morbido, perché le zampette si muovono. È meglio dare gatti, cani, cavalli di pezza che i bambini conoscono dal vivo molto più probabilmente.

Bisogna dare cubetti (meglio se grandi ma leggeri) ed altri materiali di legno con i quali giocare alle costruzioni.

In estate vanno bene vanghette di legno, carriole, cestini, secchielli con quali raccogliere quel che si vuole.

In inverno vanno benissimo gli slittini.

Quali sono i giocattoli che interessano di più i bambini più grandicelli, ma sempre d’età prescolastica?

Se ai più piccini piace giocare da soli, i più grandicelli invece giocano con maggiore entusiasmo quando sono insieme.

Se i piccoli si interessano al singolo gatto, cane, mucca, cavallo, femminuccia, maschietto, zio o zia, i più grandicelli si che s’interessano a tutto ciò, ma considerato in movimento, in una determinata situazione. È allora che le immagini e il loro carattere sono particolarmente importanti.

Il più grandicello si interessa alla gente che lo circonda. Ecco la madre, cosa fa? Ecco il padre, cosa fa? Cosa fa il fratello maggiore? È attratto prima di tutto da ciò che capisce, conosce, non già dall’esotismo, dalle cose che ignora, ma dalla vita, dalla gente che conosce personalmente.

Sono molto importanti le immagini a ritaglio di questo tipo. In passato sul cartone era disegnato un turco che fumava la pipa, oppure un vecchio seduto su un ceppo. Accanto è lasciato lo spazio per altre immagini. “Ed ecco viene una bambina”: si mette al posto libero la figura della bambina vestita di rosa. Oggi il contenuto dovrà essere diverso, ma potrebbe essere conservato lo schema del libro-giocattolo. Può essere molto interessante se il materiale sarà vicino alla comprensione del piccolo.

Se osservate i disegni fatti dai bambini di 4-5 anni vedete che i soggetti si trovano sempre in una ben precisa situazione. I particolari non li colpiscono ancora. Questa è l’età in cui si comincia a disegnare, bisogna dare ai bambini carta e pastelli colorati.

L’ultima età prescolastica è la più difficile per quanto riguarda i giocattoli, in quanto l’ambiente in cui vivono i bambini è molto diversificato. A questa età i ragazzi hanno bisogno di concretezza.

Per questa età i giocattoli devono quindi aiutare nello studio della concreta realtà che ci circonda. A questa età va molto bene il teatro per l’infanzia. Petruska (una specie di Pulcinella. -N.d.T.), per esempio, piace molto ai bambini, ma la rappresentazione deve essere più concreta, meno astrattamente cerebrale. A volte l’adulto non comprende perché un bimbo ride, o di cosa ha paura. L’adulto deve studiare accuratamente la peculiarità dell’età infantile. Deve fare altrettanto chi costruisce i giocattoli, perché altrimenti il giocattolo non farà la gioia del bambino e non aiuterà la sua crescita, il suo sviluppo.

In questo articolo sono state esposte soltanto alcune considerazioni sui giocattoli per i bimbi in età prescolastica. Non bisogna scervellarsi tanto, specialmente per quanto riguarda la veste esteriore dei giocattoli, l’importante è la semplicità e il basso costo. Attualmente l’ampio sviluppo dei nidi e dei giardini d’infanzia pone con forza il problema del giocattolo per i bambini. È una cosa cui bisogna pensare seriamenti

Che libri dare ai bambini in età prescolastica? (71)

(dalle osservazioni al piano editoriale della «Molodaja gvardija») (72)

Età prescolastica. In questa età manca l’idea più elementare degli oggetti e delle rispettive caratteristiche, si ha un’idea molto vaga dei numeri, del tempo e dello spazio. I bambini sono attratti dalla gente, e le loro azioni elementari, le loro peculiarità elementari sono le cose più interessanti; sono attratti dagli animali. La cerchia delle osservazioni è molto limitata. In città ancor più che in campagna. Il vocabolario è assai limitato. Il disegno è più eloquente della parola, nel disegno troviamo il centro di gravita dei libri per bambini. Le didascalie vengono scritte per gli adulti, e pertanto possono essere stampate in piccoli caratteri; bisogna tener presente il vocabolario del bambino, scrivere in rima dei versi di grande semplicità.

Nelle favole lo si osserva. Prendiamo, per esempio, la favola dei tré orsi, in cui la questione della grandezza delle ciotole, dei cucchiai e dei lettini occupa una posizione centrale…

Gli scrittori che scrivono per i bambini d’età prescolastica devono studiare con particolare attenzione le particolarità di questo periodo, la situazione, l’ambiente che circonda i fanciulli (questi hanno molto ristretta la cerchia delle loro osservazioni, non sanno enucleare il singolo oggetto dal l’ambiente circostante, lo prendono sempre collegato alla situazione, pensano in modo terribilmente concreto), bisogna studiare il loro vocabolario.

Impaginazione: i libri per i più piccini devono essere su cartone (altrimenti vengono subito strappati), i disegni devono essere grandi, vivaci, ma non bisogna rappresentare singoli oggetti, questi devono sempre essere considerati insieme all’ambiente. Molto bene quando una situazione viene ripetuta in più disegni cambiando soltanto l’azione…

Bisogna rappresentare assolutamente gli uomini.

Sono dell’avviso che le storie per i bambini d’età prescolastica devono essere molto semplici.

Per esempio. Dal padre del piccolo Petia arriva lo zio Piotr dalla campagna. Costui è l’immagine stessa della forza, il suo comportamento è esemplare per Petia. Zio Piotr va a lavorare nella fabbrica del padre. La fabbrica acquista un interesse particolare anche per Petia.

È importante mostrare come arriva in casa, con un pesante sacco in spalla, l’aspetto che ha, alto, robusto, voce tonante; come la mamma di Petia si affaccenda col samovar, come egli prende Petia a cavalluccio e lui sente i muscoli delle braccia; vede come è rispettoso verso la nonna, come il padre è contento della sua venuta.

Questo come esempio. In ogni caso bisogna mostrare la gente ai ragazzi: la Guardia Rossa, l’Operaio, la Contadina.

Bambini della prima età prescolastica: 4-6 anni. Qui ci vogliono le stesse cose elementari, ma già con una conoscenza più profonda degli oggetti e degli uomini. Ci vuole più dinamismo. Descrizione dei giochi, loro contenuto. Come si rispettano le regole del gioco, nel lavoro in generale, nel giardino d’infanzia. Adesso oramai bisogna approffondire che cos’è il bene e cos’è il male e perché; più sull’esempio degli adulti che su quello dei bambini. La fabbrica, il colcos (per i ragazzi di città) sono cose lontane, al di fuori del campo d’osservazione. Non occorre quindi affrettarsi a raccontare cose incomprensibili. Bisogna parlare più dei giochi che dei giocattoli. Bisogna darli i giocattoli e non parlarne. Nell’età prescolastica è necessario gettare le basi della morale comunista, parlare del lavoro sociale dei bambini, dei rapporti tra i bimbi, dell’amicizia che lega i compagni, del lavoro in comune.

Le favole dovranno essere scelte con grande cautela. Dovranno essere escluse le favole terrificanti, che colpiscono i nervi, quelle sui diavoli, le streghe… Non importa se le bestie parlino tra di loro, dato che il bimbo sa che non sappiano parlare; sono buone quelle favole che fanno con scere meglio, più in profondità gli uomini e la realtà, sono cattive quelle che occultano la realtà, suscitano interessi piccolo-borghesi, sentimenti di schiavitù, inclinazioni religiose. Le favole di Andersen (73) vanno bene per i più grandicelli.

È opportuno ricordare che i bambini in età prescolastica, compresi quelli più grandi, incontrano delle difficoltà con i concetti astratti… Tutti i concetti devono essere esposti in una forma arciconcreta. Bisogna allargare il loro orizzonte, gettare le fondamenta di una concezione materialistica, della morale comunista sempre ricordando che i bambini non sono ancora capaci di pensare in modo astratto.

1* La donna in casa è una schiava e la sua condizione subordinata le lascia addosso una sua impronta. È un essere oppresso, senza diritti. (N.d.A.)

2* Zetkin una delle maggiori dirigenti del movimento operaio femminile in Germania. (N.d.A.)

3* Marx-EngeIs, Opere, II ed. russa, v. I, p. 30, 32.

III. LA SCUOLA COME CENTRO ORGANIZZATIVO

DEL LAVORO DIDATTICO-EDUCATIVO

 A proposito della scuola socialista (74)

Nello Stato borghese, indifferente sia monarchia oppure repubblica, la scuola è l’arma dell’asservimento morale delle vaste masse popolari.

In tale Stato il fine della scuola non è dettato dagli interessi dei discenti, ma da quelli della classe dominante, ovverossia della borghesia, e gli interessi degli uni e dell’altra si differenziano spesso in modo sostanziale.

Il fine a sua volta condiziona tutta l’organizzazione dell’attività scolastica, tutta la struttura della vita scolastica, tutta l’essenza dell’insegnamento scolastico e dell’educazione.

Se prendiamo in considerazione gli interessi della borghesia, la scuola persegue fini diversi e differenti a secondo della popolazione scolastica che vi avrà accesso.

Se la scuola è riservata ai figli della classe dominante, allora si propone di preparare degli uomini capaci di dirigere e di godersi la vita. L’esempio tipico di una scuola del genere è dato dai cosiddetti “ginnasi di campagna” o dalle “nuove scuole” sorte in questi ultimi tempi in quasi tutti i paesi d’Europa e dove l’aristocrazia del denaro e quella intellettuale educano i propri discendenti. La retta in questi ginnasi di campagna è molto elevata. Di regola sono organizzati in ricchi possedimenti, sono dotati di tutte le comodità, attrezzati secondo l’ultima parola della scienza. Gli allievi sono circondati di cure e carezze. Godono di ampie libertà, dell’autogestione, hanno la fiducia degli insegnanti. Gli insegnanti migliori aprono loro gli occhi sulle bellezze della natura e delle arti, li conducono nel sancta sanctorum delle scienze. Alla salute e alle discipline fisiche viene riservata una accurata attenzione. Nel contempo nei ragazzi si tenta di sviluppare la forza di volontà, la pertinacia, il senso degli affari, l’autocontrollo e il controllo degli altri. Gli insegnanti si ingegnano inoltre di gettare in loro le solide basi di una concezione borghese del mondo, che vengono considerate storicamente, eticamente e filosoficamente. Ciò è facilitato dalla circostanza che nei ginnasi di campagna i ragazzi sono separati dalla vita reale con i suoi dolori, le sue contraddizioni, con la sua lotta. A compagno di banco non avranno mai il figlio di un operaio la cui famiglia muore di fame perché non c’è lavoro. Le idee che gli vengono inculcate sulla proprietà non verranno mai ad essere messe in dubbio nemmeno dal racconto della balia che, mentre indovina tutti i suoi desideri, sa raccontare favole fantastiche, per esempio della felicità che ci fu una volta in paese quando deviò un vagone pieno di tè e tutti gli abitanti si caricarono di quanto più tè potettero. ricordi dell’infanzia non lo porteranno a recare aiuto là dove regna il dolore e la tristezza.

Se invece la scuola è prevista per i figli della piccola borghesia, essa allora si propone di educare i quadri della burocrazia e quelli intellettuali che per una fetta della torta sociale aiuteranno la classe dominante ad esercitare la sua funzione dirigente. Questo è il fine della maggioranza delle scuole medie e superiori che formano funzionar! di ogni genere e rango, servi qualificati della borghesia. Nelle scuole di questo tipo si rivolge particolare attenzione all’educazione dell’obbedienza, dell’accuratezza, della diligenza. In compenso viene soffocata la capacità di pensare in modo autonomo, di osservare, trarre delle conclusioni. In maggioranza le nozioni offerte hanno un carattere astratto, libresco. Questa scuola allontana dal lavoro fisico e rende la persona inidonea a qualsiasi altro lavoro che non sia quello impiegatizio. Questa persona viene ad essere completamente subordinata alla classe dominante, alla quale obbedisce e della quale mangia il pane. La scienza libresca aliena dalla vita, isola gli allievi delle scuole medie e superiori dalle masse lavoratrici, li rende estranei a queste. Negli allievi di queste scuole viene inculcato con cura particolare il culto dello Stato borghese.

Per quanto riguarda le scuole popolari, la borghesia tenta

di prendere completamente nelle sue mani l’educazione dei figli dei proletaria riservandosi cosi una influenza eccezionale sulle nuove generazioni. La scuola diventa cosi obbligatoria.

Fino ad epoca recente la scuola popolare è stata una scuola di studio. Essa forniva agli allievi delle nozioni elementari: è più facile dirigere delle masse istruite che non quelle incapaci di leggere i regolamenti o le disposizioni governative, incapaci di apporre la propria firma, di fare qualche semplice conticino. Quanto più un paese è industrialmente sviluppato, tanto maggiori sono le cognizioni che si esigono dall’operaio e dal contadino. La scuola concede queste nozioni, ma è come un dono dei Danai (75): le cede a condizione che gli allievi assimilino l’ideologia borghese. L’ordinamento borghese discende dal Signore Iddio, si tratta dell’ordinamento più razionale, più giusto, dell’ordinamento migliore, questo è il succo dell’insegnamento. I capi, i dirigenti, sono gli uomini migliori, a costoro si dovrà obbedienza assoluta. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto l’alunno si allena a scuola ad obbedire, a rispettare gli anziani. Sin dai primissimi anni si insegna a chinarsi dinanzi alla forza, alla ricchezza, all’istruzione borghese. Le lezioni di lingua e letteratura, geografia, storia sono una occasione per inculcare il più sfrenato sciovinismo. La scuola punta a soffocare negli alunni il senso della solidarietà. Il sistema di lodi, ricompense, punizioni, voti serve a suscitare tra gli allievi la concorrenza, la « competizione ». In altri termini la scuola popolare si propone di instillare negli alunni la morale borghese, ottundere l’autocoscienza di classe, al fine di renderli un gregge obbediente, facile da comandare.

Certamente, a seconda del grado di sviluppo storico e industriale del singolo paese mutano le condizioni della scuola di classe. Nei paesi d’avanguardia le scuole sono più perfezionate, i metodi sono più eleganti, gli scopi più sfu mati, benché la sostanza rimanga sempre quella. Prendiamo, per esempio, l’accessibilità all’istruzione media per i figli degli operai. In Russia, sino a poco tempo fa, i “figli delle cuoche” non venivano proprio ammessi nella scuola media… In Inghilterra invece non è affatto difficile passare dalla scuola elementare a quella media. Al contrario, esistono numerose borse di studio che consentono agli alunni più ingegnosi e più diligenti delle elementari di passare alla scuola media e alla scuola superiore. La borghesia inglese ragiona cosi: la scuola media si propone di preparare intelligenti servitori dello Stato borghese; la classe operaia, in quanto costituita di uomini addetti al lavoro manuale, non può educare i propri figli in scuole che allontanano dal lavoro manuale; alla scuola media possono accedere soltanto pochi eletti che cosi facendo abbandonano la propria classe ed entrano nella classe privilegiata degli impiegati dello Stato. Se le persone più dotate e più ingegnose abbandonano l’ambiente operaio, il vantaggio è tutto della borghesia, in quanto la classe operaia perde in tal modo i suoi capi, s’indebolisce, diventa una massa informe, mentre i ranghi dei servitori dello Stato si rafforzano. Cosi viene affrontato il problema dell’accesso alla scuola media. La soluzione può essere differente, ma la sostanza è sempre la stessa: la scuola media non è accessibile agli ampi ceti della popolazione e di conseguenza il sapere continua ad essere un privilegio di classe.

In Russia la borghesia ha parlato molto dell’istruzione generale, di riforma scolastica e senza limitarsi alle parole si è anche adoperata per realizzare queste riforme (76). L’ha fatto perché comprendeva benissimo che quanto più perfezionata sarà la scuola borghese tanto più perfezionata sarà l’arma di cui la borghesia potrà disporre per asservire le masse popolari. Senza modificare i fini della istruzione media e superiore, senza eliminare dalla scuola media e dalla scuola superiore il suo carattere intellettualistico, avulso dalla vita, senza collegare lo studio con il lavoro produttivo è impossibile modificare il carattere di classe della scuola.

Il governo operaio e contadino, intento ad osservare gli interessi delle masse popolari, deve spezzare il carattere di classe della scuola, renderla accessibile, in tutti i suoi gradi, a tutti i ceti della popolazione, e non soltanto a parole ma nei fatti. L’istruzione rimarrà privilegio di classe della borghesia sino a quando non saranno modificate le finalità della scuola. La popolazione è interessata a che le scuole elementare, media e superiore abbiano un unico scopo generale: educare degli uomini sviluppati in tutti i sensi, con coscienti e organizzati istinti sociali, con una integra e personalmente sofferta concezione del mondo, capaci di comprendere tutto ciò che avviene intorno a loro nella natura e nella vita sociale, degli uomini preparati teoricamente e praticamente ad ogni genere di lavoro, sia manuale che mentale, capaci di costruire una vita sociale razionale, ricca di contenuto, bella e felice. Di costoro ha bisogno la società socialista, senza di loro il socialismo non potrà realizzarsi completamente.

Come dovrà essere la scuola adatta a formare uomini simili?

In primo luogo, la scuola dovrà fare tutto il possibile per irrobustire la salute e accrescere le forze della nuova generazione: dovrà assicurare ai ragazzi vitto sano, buon sonno, indumenti comodi e caldi, igiene personale, aria pura, moto a sufficienza. Le classi dominanti forniscono tutto questo ai loro figli, ma è necessario che ciò sia garantito a tutti ragazzi, indipendentemente dalla condizione patrimoniale dei genitori. In estate la scuola dovrà trasferirsi in campagna. Sin dalla prima infanzia la scuola dovrà accrescere e sviluppare i sensi: vista, udito, tatto, eccetera, in quanto questi sono gli organi con i quali l’uomo conosce il mondo esterno. Dalla loro acutezza, perfezione e sviluppo dipende la forza e la varietà delle impressioni. I pedagogisti, e specialmente Frobel, da tempo hanno indicato che sin dai primissimi anni è necessario fornire ai bambini una quantità sufficiente di stimoli uditivi, visivi, muscolari, ecc., al fine di sistematizzarli, dando al bambino la possibilità di esercitare continuamente i suoi sensi. Il bambino è spinto all’osservazione molto presto, bisogna insegnargli a farlo. Il sistema dei giocattoli della Montessori tende ad addestrare i più piccini, e non a parole, ma con una scelta di giocattoli, ad osservare la realtà e ad allenare i loro sensi. Molto presto il bambino incomincia anche ad esprimere, con i modi più vari, le impressioni raccolte, con il movimento, con la parola, con la mimica. Bisogna dargli la possibilità di ampliare la sfera di espressione delle impressioni raccolte. Bisogna fornirgli il materiale adatto: argilla, carta e matita, costruzioni, bisogna insegnargli a padroneggiare tale materiale. L’espressione materiale delle impressioni raccolte costituisce un ottimo strumento per il loro controllo e arricchimento. Bisogna incentivare in ogni modo l’attività creativa del fanciullo, qualunque sia la sua forma d’espressione. L’arte e il linguaggio sono strumenti validissimi di comunicazione tra gli uomini, un mezzo per comprendere se stessi e gli altri.

Per la maggioranza della popolazione l’ambiente familiare non è tale da sviluppare i sentimenti del fanciullo e la creatività infantile. Ci vuole quindi un numero sufficiente di giardini d’infanzia per accogliere tutti i bambini. Questi devono essere organizzati in modo tale da offrire spazio al l’individualità di ogni singolo bambino, non devono essere caserme per piccoli obbligati a marciare a colpi di campanello, a muoversi secondo gli ordini della maestra, obbligati a “scimmiottare” come ebbe a dire una lavoratrice francese quando le chiesero cosa insegnassero ai bambini nelle scuole materne del suo paese. Nel regime borghese molto spesso i giardini d’infanzia per i figli degli operai degenerano in caserme. Questi fenomeni non devono aver luogo nel socialismo.

Quando il bambino incomincia ad esprimere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, egli si interessa ai pensieri e ai sentimenti altrui. In questo periodo di sviluppo (più o meno dai 7 ai 12 anni, benché le oscillazioni individuali possano essere molto sensibili) per il bambino l’oggetto più interessante da osservare è un’altra persona. In questo periodo è molto forte lo spirito d’imitazione, che spesso altro non è che una forma particolare di creatività e cioè l’incarnazione nei pensieri e nei sentimenti altrui. Questo è il periodo quando nel fanciullo incominciano a svilupparsi con forza gli istinti sociali, e la vita umana e le relazioni umane balzano al centro della sua attenzione. La scuola deve irrobustire e approfondire questi primi istinti sociali del fanciullo, gli deve svelare che il lavoro è alla base della vita sociale, spiegare i piaceri del lavoro creativo e produttivo, lo deve far sentire particella della società, suo utile membro. L’alto senso d’imitazione favorisce l’apprendimento di varie attitudini al lavoro, insegnargli a lavorare. È d’estrema importanza che il lavoro abbia un carattere collettivo, giacché in tal modo si impara a vivere e ad operare insieme. Il lavoro consente di valutare giustamente le proprie forze evitando ogni esagerazione o sottovalutazione a riguardo. Il lavoro in comune, i giochi in comune con i coetanei, la partecipazione, nelle forme più diverse, al lavoro e alla vita degli adulti, forniscono un ricco materiale perché nel bambino vengano a formarsi dei principi d’etica sociale.

In questa fase di sviluppo la scuola, continuando il lavoro del giardino d’infanzia deve far si che la naturale aspirazione del bambino all’attività creativa sia convogliata verso una forma di lavoro produttivo e utile al prossimo. La scuola deve fornire attitudini generali al lavoro, deve dare la possibilità di osservare i rapporti sociali, di imparare a vivere con gli altri, di aiutarsi a vicenda, di vivere insieme le stesse impressioni. Il periodo che va dai 7 ai 12 anni corrisponde alla fase in cui i bambini frequentano la scuola elementare. Ma questa scuola cosa dava? Insegnava a leggere, a scrivere, a far di conto, forniva alcune idee altrui da imparare meccanicamente. Ma non dava alcuna attitudine al lavoro, non forniva alcun materiale per il lavoro, ne indicazioni, ne tempo. La scuola moderna è una scuola di studio e non di lavoro. La scuola moderna soffoca gli istinti sociali dei bambini invece di svilupparli, non prende in alcuna considerazione il gioco, il lavoro collettivo, la partecipazione dei fanciulli al lavoro e alla vita degli adulti. La scuola allontana i bambini dalla vita, dagli adulti, restringe il loro campo d’osservazione. La scuola distoglie i bambini dall’organizzazione, si intromette ad ogni passo. La scuola elementare, ovviamente unica per tutti, deve avere principalmente un carattere pratico, seguire largamente il principio del lavoro e deve rafforzare gli istinti sociali.

Il secondo gradino scolastico interessa l’età quand le impressioni ricevute vengono approfondite, sistematizzate, rielaborate. È questo il periodo dello studio. Il ragazzo e la ragazza studiano se stessi, la società, i vari campi del sapere. In questa fase è particolarmcnte marcato il lavorio del pensiero critico. È questo il periodo formativo dell’uomo. È straordinariamente importante che in questo periodo possa disporre di una massa sufficiente di impressioni e di fatti. Questi fatti vengono organizzati secondo una data prospettiva, si manifesta l’esigenza di illuminarli da ogni angolazione, è la fase in cui si forma la concezione del mondo, quando è particolarmente importante dare agli alunni un metodo, una bussola per organizzare le conoscenze acquisite. Sono anni questi in cui tra gli alunni si avverte un certo indebolimento della volontà, l’individualità definitivamente formatasi si rivolge verso la vita inferiore, la vita esteriore si articola secondo un ordine prestabilito. È di estrema importanza che per quel tempo il giovane o la ragazza abbia già acquisito una salda abitudine al lavoro e alla vita sociale. In questo periodo, quando l’espressione creativa del proprio “io” subisce una certa flessione, bisognerà apprendere il meccanismo stesso del lavoro nelle varie sfere della produzione.

La scuola media, che abbraccia questi anni di vita scolastica, attualmente non presta affatto attenzione all’individualità dell’alunno, trascura l’esigenza di una rielaborazione autonoma dell’esperienza acquisita. Nella scuola media attuale il lavoro produttivo, lo sviluppo degli istinti sociali hanno una funzione praticamente nulla, in essa si pratica lo stesso studio che in quella elementare, lo stesso soffocamento dell’individualità, lo stesso insegnamento libresco, la stessa alienazione dalla vita sociale.

La scuola superiore punta alla specializzazione, perciò, in sostanza, essa non può essere aperta a tutti e quindi qui ci asterremo dal parlarne.

Dunque, giardino d’infanzia, scuola elementare, scuola media, ecco gli anelli strettamente interconnessi dello sviluppo sociale. Essenzialmente la scuola socialista dovrà differire da quella attuale per il suo fine, unico, che è quello di sviluppare l’alunno nel modo più completo possibile; la scuola socialista non dovrà soffocare l’individualità, ma soltanto aiutarla a formarsi. La scuola socialista è una scuola libera, dove non dovrà esservi posto per il dressage, l’addestramento da caserma, lo studio formale.

Tuttavia, aiutando ognuno a formarsi una personalità, la scuola dovrà preparare l’alunno ad esprimere questa personalità nel lavoro socialmente utile. Perciò la seconda peculiarità della scuola socialista dovrà consistere nell’ampio sviluppo del lavoro infantile produttivo.’Oggi molto si parla del metodo di lavoro, ma nella scuola socialista bisognerà non solo applicare il metodo di lavoro, vi dovrà essere organizzato il lavoro infantile produttivo. I socialisti sono contrari allo sfruttamento del lavoro infantile, però sono certo favorevoli a quel lavoro, adeguato alle capacità del bambino, che abbia una funzione formativa e di sviluppo. Il lavoro produttivo non si limita a fare del bambino, in futuro, un utile membro della società, ma lo rende tale già oggi e la coscienza di questo fatto ha per il bambino un enorme valore educativo. La scuola borghese fornisce non pochi esempi di come si può organizzare il lavoro produttivo infantile: organizzazione di squadre di lavoro urbano e rurale, raccolta di dati statistici, smistamento e distribuzione postale, preparazione di indumenti per i soldati, pulizia delle strade (in America), cucina, contabilità, analisi di genuità dei prodotti alimentari, affissione di manifesti, distribuzione dei giornali, preparazione di materiali didattici, ecc. Tutti questi esperimenti di lavoro produttivo dovranno essere raccolti, sistematizzati, sviluppati, organizzati, generalizzati. Gli insegnanti dovranno essere aiutati dai sindacati, dalle cooperative, dalle organizzazioni contadine. Si tratta di una iniziativa importante, del tutto realizzabile e bisognerà darsi immediatamente da fare. Ovviamente la scuola che organizzerà il lavoro produttivo infantile somiglierà poco a quella attuale, ma in compenso da mille fili sarà legata alla vita, alla realtà. L’introduzione del lavoro produttivo strettamente connesso all’insegnamento renderà l’insegnamento stesso cento volte più vivo e più profondo. Questa scuola preparerà delle persone in ogni senso pronte al lavoro, capaci di intraprendere qualsiasi lavoro, di adattarsi ad ogni macchina, ad ogni condizione della produzione. Saranno d’altro canto persone ugualmente idonee lavoro intellettuale, finora sfera riservata di un ceto privilegiato, che invece tutta la popolazione dovrà essere capace di compiere per emanciparsi dalla burocrazia e diventare padrone della propria vita.

La scuola socialista è concepibile soltanto in determinate condizioni sociali, in quanto diventa socialista non perché è diretta da socialisti, ma perché i suoi fini corrispondono alle esigenze della società socialista. Anche nella società capitalista potevano nascere in certi casi delle scuole che si proponevano di educare degli uomini onnilateralmente sviluppati, con una chiara individualità, con dei forti istinti sociali, idonei sia al lavoro manuale che a quello intellettuale. Ma nel regime capitalista tali scuole potevano essere al massimo dei fenomeni singoli, scarsamente vitali. Il ragazzo educato in tale scuola ricadeva in una atmosfera che molto rapidamente annullava tutti i frutti di quell’educazione. Nella società costruita sulla divisione del popolo tra nobili e plebei, tra addetti al lavoro manuale e a quello mentale, le sue doti al lavoro “universale” si atrofizzavano. Per di più la scelta diun dato tipo di lavoro non veniva a dipendere dalla sua volontà, ma dalla sua borsa e dai suoi legami nella società. Il nullatenente, con dei legami soltanto nell’ambiente operaio, indipendentemente dalla sua vita finiva nella categoria addetta al lavoro manuale e, capitato in essa, doveva tirare la carretta insieme agli altri che vivono vendendo la propria forza lavoro, e di conseguenza la sua spiccata individualità diventava soltanto un impedimento, rendendo quel lavoro obbligatorio ancor più monotono, più pesante e insopportabile. Gli istinti sociali fortemente sviluppati potevano trovare applicazione soltanto nel caso il giovane avesse avuto la natura del combattente, negli altri diventavano una fonte di tormenti. Nella società capitalista la scuola socialista poteva educare dei combattenti soltanto in casi eccezionali, giacché il combattente doveva affrontare l’impervia scuola della vita, e la scuola socialista, innestata nel regime borghese, più che altro poteva essere una pianta esotica, una istituzione avulsa dalla vita. Giacché la scuola socialista non poteva essere nel regime capitalistico un’organizzazione vitale, nel migliore dei casi diventava un interessante esperimento pedagogico. Poteva essere soltanto un’attività privata e non statale, perché la classe borghese, la classe dominante stabiliva la fisionomia della scuola statale e gli obiettivi che essa avanzava erano completamente diversi. Nell’organizzare l’attività scolastica la borghesia partiva dai suoi interessi, dalla necessità di perpetuare la propria egemonia di classe e non già si ispirava al bene dell’individuo e della società.

Soltanto un governo popolare può organizzare la scuola partendo dal bene dell’individuo e della società. Ma il bene dell’individuo e il bene della società verranno interpretati in modo diverso a seconda del momento in cui il governo popolare si troverà al potere. Se vi si trova nel periodo in cui dominano i rapporti capitalistici, allora il governo popolare è interessato soltanto a creare una scuola possibilmente più democratica. La democratizzazione della scuola democratizza il sapere impedendo che esso divenga patrimonio esclusivo della classe dominante. Tale tipo di scuola democratizzata esiste in America, una scuola creata da un governo uscito vittorioso dalla guerra di secessione degli stati del nord contro quelli del sud (77).

Ma quando il governo popolare si trova al potere nel momento in cui monta la rivoluzione sociale, esso, sempre partendo dal bene dell’individuo e della società, deve spezzare la vecchia scuola di classe trasformatasi in una stridente contraddizione e creare una scuola che corrisponda alle esigenze del momento. E un nascente regime socialista ha bisogno di educare uomini idonei per quel regime. Se segno distintivo del regime capitalistico era un insensato sfruttamento della forza lavoro, un eccessivo lavoro di alcuni contrapposto all’ozio forzato di altri, segno distintivo del regime socialista dovrà essere una giusta, razionale e pianificata distribuzione del lavoro tra tutti gli uomini, la trasformazione del lavoro in attività volontaria da obbligatoria che era prima. Pertanto ci vorranno uomini ugualmente adeguati al lavoro intellettuale e a quello manuale, capaci di adeguarsi alle condizioni in continuo rinnovamento della produzione, capaci di imprimere al lavoro l’impronta della propria individualità. Di per sé il carattere della produzione educherà gli uomini in questo senso, li rigenererà in questa direzione; comunque la transizione dal lavoro obbligatorio a quello volontario, dal lavoro uniforme, grettamente specialistico ad un lavoro onnilaterale si presenta come un lungo processo, sulle prime molto difficile, specialmente in un paese cosi incolto come la Russia, dal livello generale di istruzione cosi basso. Questo processo potrà trasformare tutta la società soltanto con la nuova generazione educata in condizioni completamente diverse. È della scuola socialista il compito di educare questa generazione futura.

A proposito dei fini della scuola (78)

Estratto

… È assolutamente giusto che in tutti i tempi lo Stato abbia posto alla scuola un fine determinato; anche il potere sovietico lo pone alla scuola. Negarlo significherebbe opporsi all’evidenza. Che lo Stato borghese abbia perseguito i propri interessi di classe nel creare il sistema della pubblica istru zione è anche questo fuori di dubbio e difficilmente l’affermazione susciterà obiezioni. Dovremmo forse fermarci su un paese circa il quale in molti possono nascere dei dubbi, sull’America. Siamo abituati a guardare all’America come al paese ove nella scuola si pratichi un’educazione autentica, non classista. Basta però conoscere più da vicino la moderna scuola americana per comprendere che, pensando cosi, sbagliamo di grosso. Senza parlare delle scuole speciali per negri, in America tutta la scuola è satura di uno spirito sciovinista arciborghese…

… Lo Stato borghese pone alla scuola l’obiettivo di servire da strumento del dominio di classe della borghesia.

Qual è l’obiettivo che si pone lo Stato proletario? La risposta sembra ovvia: servire da strumento del dominio di classe del proletariato. Tale risposta sembra ovvia in quanto la domanda è posta in modo ingiusto. “Stato proletario” è un termine di cui si abusa. Il proletariato prende il potere non già per porre la classe operaia in una condizione di privilegio, ma per distruggere qualsiasi dominio di classe, distruggere qualsiasi Stato (cfr. Lenin, Stato e rivoluzione) … Quale obiettivo pone la classe operaia alla scuola?

È questo un obiettivo in linea con gli obiettivi generali della classe operaia. Questo obiettivo consiste nell’educare una generazione idonea a realizzare i fini della classe operaia. Come deve essere pertanto questa generazione? Permeata sino in fondo di istinti collettivistici, chiaramente consapevole per che cosa lotta la moderna classe d’avanguardia, consapevole che gli ideali della classe operaia sono in linea con lo sviluppo sociale e che di conseguenza sono reali e attuabili. La giovane generazione deve vedere chiaramente la strada che porta alla realizzazione dei fini della classe operaia, deve sapere seguire questa strada.

E la borghesia e la classe operaia pongono alla scuola determinati obiettivi, ma la borghesia scorge nella scuola uno strumento di dominio di classe, mentre il proletariato guarda alla scuola come ad uno strumento per educare una generazione capace di porre fine all’egemonia di classe. I fini dell’egemonia borghese portano al soffocamento della personalità dell’enorme maggioranza dei ragazzi, all’offuscamento della loro coscienza e questi fini vanno contro gli interessi della giovane generazione; i fini che pone alla scuola la classe operaia conducono allo sviluppo dellpersonalità di ogni ragazzo, all’ampliamento delle sue cognizioni, all’approfondimento della sua coscienza, all’arricchimento delle sue emozioni, sono fini in linea con gli interessi della giovane generazione. Ecco dov’è la differenza tra i fini che si pone la borghesia e quelli che si pone il proletariato…

… I fini della classe operaia non sono loro estranei, non si contrappongono agli interessi della giovane generazione. Pertanto, credo, ogni insegnante che ami il suo lavoro e i ragazzi si convincerà gradualmente di dover lavorare non per paura ma per coscienza all’attuazione degli obiettivi che la classe operaia pone alla scuola.

L’educazione sociale (79)

Estratto

L’educazione sociale è costituita dall’educazione: 1) degli istinti sociali, 2) della coscienza sociale, 3) delle abitudini sociali.

I

Sin dai primissimi anni è necessario porre il bambino in condizione che viva, giochi, lavori, divida gioie e dolori con gli altri bambini. È necessario che questa vita in comune sia quanto più possibile completa, felice e radiosa. Le emozioni collettive devono avere nel bambino un risvolto gioioso.

Ciò non significa che bisognerà continuamente eccitare i bambini, scuotere i loro nervi, sottoporli a stress emotivi. Ai fini di uno sviluppo normale della sfera emotiva del fanciullo la tranquillità è altrettanto necessaria che ai fini del suo sviluppo intellettivo. Non c’è niente di peggio che trasformare la vita del bambino in una sequela di feste, di spettacoli, di sollazzi, ecc. Questo da un lato. Dall’altro, anche singole emozioni possono avere un significato negativo e sconvolgere tutto l’organismo…

… Gli psicologi moderni dimostrano che l’emozione è alla base dell’interesse, dell’attenzione, della memoria, della volontà. L’emozione determina la direzione dell’interesse, l’interesse condiziona l’attenzione, l’attenzione la memoria e cosi di seguito. L’emozione però non deve soffocare le altre sfere della vita spirituale.

Per la vita ci vogliono uomini normalmente sviluppati e non degli esaltati. E gli uomini normali possono essere creati da una normale vita collettiva nella quale i ragazzi partecipano attivamente. La partecipazione attiva modifica tutto il tono delle emozioni. . . La vita collettiva dei ragazzi deve essere piena di un’attività libera e felice, e allora essa educa degli uomini con un istinto sociale fortemente sviluppato.

Il regime borghese, fondato sui principi della libera concorrenza, trasformava la vita in una lotta per l’esistenza in cui gli interessi del singolo individuo si contrapponevano a quelli di tutti gli altri, si trovavano in contraddizione con gli interessi di tutta la comunità. Tutto l’assetto sociale era in contrasto con lo sviluppo degli istinti sociali. Pure la famiglia agiva nella stessa dirczione. La famiglia si contrapponeva alla società. Mi viene in mente un episodio dell’infanzia di Pierre Loti (80), l’arciborghese scrittore francese. Nel Romanzo di un fanciullo, nel quale egli descrive la sua infanzia, egli ci parla della lotta interiore che dovette affrontare. Abitavano in una città di mare della Bretagna, sempre zeppa di marinai che vivevano una intensa vita sociale. Il tredicenne Loti avrebbe voluto confondersi con quella folla, vivere la sua vita. Ma la madre e le zie, la famiglia che egli molto amava, paventavano l’influenza che la strada poteva avere su di lui. Gli donavano libri costosi, collezioni di stupende conchiglie. Loti descrive l’intima lotta che egli doveva affrontare. L’affetto per la famiglia lo portò a soffocare l’istinto sociale e cosi divenne non un grande scrittore capace di esprimere gli umori delle masse, per il quale forse aveva le doti, ma un romanziere borghese dolciastro e sentimentale. In questa stessa direzione agisce la scuola borghese col suo sistema di lodi e di rimproveri, di voti, di premi e di punizioni… Nella scuola borghese il maestro aspirava a comandare mettendo gli uni contro gli altri, separando le pecore dai capretti. In questa stessa direzione agisce la religione, inquantocché isola l’uomo dalla società, lo prende isolato, al di fuori della vita sociale, lo tratta solo come individuo e come tale lo espone all’ira e alla misericordia del Signore. È ovvio quindi che l’individualismo abbia avuto una vita fiorente nella società borghese. Benché, in singoli casi, personalità d’altissimo livello siano state portatrici dell’individualismo, in genere il distacco dell’uomo dalla società è stato foriero di eccezionale povertà di pensiero e di sentimento, di un immiserlmento emotivo. La piccola borghesia fu per l’appunto l’espressione di questo distacco della personalità umana dalla società.

Ma all’interno stesso della società borghese cresceva il ceto in cui era assente questa contrapposizione tra persona umana e società. Questo ceto era la classe operaia. Le condizioni di lotta e di esistenza stringevano i mèmbri della classe operaia in un tutto unico. Lavorando in fabbrica, ogni momento l’operaio vede che il suo lavoro è coordinato con il lavoro degli altri, come l’esecuzione di una qualsiasi funzione è necessaria per tutta una serie di altre azioni che come risultato hanno il prodotto finito. Tutto ciò, come d’altronde tutta la vita di fabbrica, forma l’abitudine all’attività comune, alla vita collettiva. Il successo della lotta di classe dipende dalla resistenza, dalla coesione e dalla disciplina degli operai. Il lavoro, le condizioni di esistenza, la lotta di classe, tutto ciò irrobustisce nei lavoratori gli istinti sociali. Gli interessi della classe operaia non sono contrapposti a quelli sociali. Seguono la stessa linea. La missione storica della classe operaia consiste nella distruzione di tutte le classi sociali.

Già oggi si è notevolmente affievolita, all’interno della classe operaia, la lotta tra gli interessi personali e quelli sociali. Tra questi interessi esiste una piena armonia solo nella società comunista. Ciò non significa che la personalità sarà soffocata dalla società come è stato nella società primitiva, nelle comunità feudali, ecc., verrà a cessare la discordia interna, lo sdoppiamento interno. Al contrario, vi sarà lo sviluppo della personalità che attingerà forza e potenza dalla vita collettiva.

Nella nostra epoca di transizione la scuola deve favorire in ogni modo lo sviluppo degli istinti sociali nei bambini e negli adolescenti.

Certamente a ciò dovrà concorrere in primo luogo tutto l’ordinamento scolastico, tutta la vita scolastica, giochi, lezioni, lavoro, ecc. Ma la scuola non deve ricordare una famiglia borghese alquanto più allargata. All’insegna delle “nuove scuole del lavoro” spesso vengono aperte delle scuole proprio di questo tipo: placide baie in mezzo al mare tempestoso…

… La scuola che si ripropone di educare negli alunni gli istinti sociali, non può isolarsi. È necessario allargare la gamma delle emozioni sociali nei fanciulli, avvicinare la scuola alla vera vita sociale. Certamente è bene che le scuole siano collegate tra loro. Ma questi legami possono ridursi però ad un semplice scambio di visite, come a quelle che un tempo si scambiavano i ragazzi delle famiglie borghesi. Non è opportuno quindi scorgere un significato eccezionale nei legami tra le scuole. È di gran lunga più importante organizzare un legame tra gli alunni e i giovani operai e i giovani contadini. Da questo punto di vista acquista un importante significato l’organizzazione di cellule scolastiche del KSM (81). Attraverso il Komsomol gli alunni stringono un legame con i giovani delle fabbriche e delle campagne, entrano nella loro vita più da vicino. È necessario soltanto che le cellule scolastiche del Komsomol comprendano giustamente la loro funzione nella scuola. Non sarebbe male se imparassero un po’ di psicologia… e se facessero in modo da attrarre ogni alunno al lavoro attivo, affidare ad ognuno un incarico specifico, come raccogliere e rilegare i libri per la biblioteca, insegnare a leggere e scrivere agli altri militanti, partecipare all’attività dei loro circoli, al lavoro con i pionieri, collaborare alla pubblicazione di fogli, manifesti, giornali e riviste del Komsomol, partecipare ai gruppi sanitari insieme ai giovani comunisti. ecc. ecc. La migliore cellula del Komsomol sarà quella che meglio delle altre riuscirà a utilizzare la scuola negli interessi della gioventù operaia e contadina.

Sarebbe inoltre di utilità che la scuola aprisse le porte ai giovani operai e contadini facendovi penetrare un soffio di vita autentica.

E’ necessario però che la scuola sia collegata non solo alla vita dei giovani, ma anche a quella degli adulti, e in primo luogo a quella della classe operaia…

…Gli alunni delle altre scuole dovranno avvicinarsi pure loro alla vita della classe operaia ovunque ve ne sia la più piccola occasione. Ma come fare? C’è chi pensa che sia sufficiente far partecipare bambini e adolescenti alle feste operaie come il 1° Maggio, gli anniversari della Rivoluzione d’Ottobre, ecc. Il che di per sé è cosa ottima, ma troppo esigua. Bisogna cercare le vie per allacciare dei legami tra le scuole e le fabbriche. .. Ci sembra inoltre opportuno affrontare il problema del patrocinio (82). Una fabbrica, diciamo, si assume una responsabilità materiale nei confronti della scuola, a beneficio della quale effettuerà dei versamenti. Significa che ogni operaio della fabbrica patrocinante si sente impegnato ad aiutare, nel proprio ambito, la scuola: andare per esempio al club della scuola e parlare della propria difficile infanzia, oppure della lotta che in passato la fabbrica ha sostenuto contro i padroni, oppure assumersi la responsabilità e la guida di qualche circolo di falegnameria o di meccanica fondato dagli alunni, oppure organizzare visite di alunni in fabbrica, mostrare loro le macchine in funzione, oppure indire insieme alla scolaresca un sabato comunista a favore della scuola, o invitare i ragazzi ad una riunione di fabbrica, al club di fabbrica, ecc. D’altro canto, ogni scolaro, ogni gruppo di alunni devono pensare cosa fare per la fabbrica patrocinante: aiutare i nidi d’infanzia della fabbrica, organizzare qualche allegra iniziativa per i bimbi ospiti del giardino d’infanzia della fabbrica, decorare il club di fabbrica con manifesti, assicurare alla fabbrica un servizio di distribuzione di lettere e giornali, dare una mano in campo sanitario, ecc. ecc. Tutto ciò serve ad allacciare un legame spirituale tra la fabbrica e la scuola, crea quella affinità spirituale con la classe operaia cosi necessaria alla giovane generazione. Se andrà avanti l’idea attualmente avanzata del reciproco patrocinio tra fabbriche e volasi (circoscrizioni amministrative. – N.d.T.), le scuole dovranno parteciparvi attivamente. La scuola di fabbrica o la scuola patrocinata dalla fabbrica dovrà aiutare la scuola rurale con la quale entra in rapporto di reciproco patrocinio: preparerà per essa materiali didattici, raccoglierà e consegnerà i libri occorrenti, preparerà relazioni; in estate gli alunni della scuola di città andranno in campagna durante il raccolto a dare una mano ai compagni della scuola rurale, oppure li accoglieranno in città, dove li accompagneranno in visita. D’altra parte le scuole rurali si manterranno in corrispondenza con la scuola patrocinante di città, parleranno del proprio lavoro, aiuteranno come potranno, ospiteranno in campagna i ragazzi di città, ecc.

Nelle località rurali converrà raggruppare le scuole intorno ai sovcos, agli enti culturali, ecc.

È di grande importanza l’affiatamento tra i giovani operai e i giovani contadini, tra gli studenti e i lavoratori. Questo affiatamento più di ogni altra cosa favorirà lo sviluppo degli istinti sociali tra i ragazzi e gli adolescenti.

II

L’attività nella sfera della vita sociale suscita per quest’ultima un interesse più vivo. L’educatore deve saper utilizzare tale interesse per suscitare nei discenti un atteggiamento cosciente per il mondo circostante e la comprensione dei fenomeni sociali.

Spesso si parla delle lezioni di politica a scuola. Per lezioni di politica si intende non solo il chiarimento degli avvenimenti politici, ma in genere di tutti i fenomeni della vita sociale contemporanea a differenza delle scienze civiche in cui domina la storia. Nelle vecchie scuole il mondo contemporaneo era completamente ignorato. Non era difficile che al ginnasio si arrivava con la storia al massimo sino alla Rivoluzione francese… La scuola esiste per la vita e quindi al centro delle scienze civiche deve essere posto il mondo contemporaneo. Il passato, la storia deve servire soltanto a precisare, a chiarire il presente. Questa è una cosa che gli americani, ultrapratici e noncuranti delle tradizioni come sono, hanno compreso benissimo. In verità essi illustrano il mondo contemporaneo da un punto di vista Grassamente borghese, ma questo è già un altro problema. Comunque è del tutto esatta la valutazione che essi danno del rapporto tra la storia e l’insegnamento dell’epoca contemporanea…

Lavorare collettivamente non significa solo lavorare insieme, nello stesso locale o compiere lo stesso lavoro. Questa è la forma più elementare di collaborazione. Si chiama collettivo quel lavoro che ha un fine comune. Per raggiungerlo di regola è ammessa e a volte si esige una determinata e complessa suddivisione del lavoro. Una locomotiva è il prodotto di un lavoro collettivo, benché scaturisca da una complessa organizzazione del lavoro. Ogni operaio compie la sua parte di lavoro, ben sapendo però che senza una rapida e precisa esecuzione della parte di lavoro che egli compie si fermerà tutto il lavoro generale. Il sentirsi continuamente una componente di un unico meccanismo ha un enorme significato educativo e disciplinare.

La scuola deve educare i ragazzi e gli adolescenti a porsi degli obiettivi produttivi, sulle prime semplici, elementari, immediati, in seguito più complessi e distanziati. La scuola deve insegnare a discutere, a tracciare rapidamente le vie più rapide ed economiche per raggiungere lo scopo prefisso, a valutare i mezzi a disposizione, tra cui le proprie forze, per poi passare ad una rapida, chiara e precisa esecuzione del lavoro. Poniamo che un gruppo di ragazzi si offra di pulire un giardino. Prima di tutto bisognerà discutere e precisare il tipo di lavoro, poi la sua suddivisione nelle varie operazioni, il numero della gente che ci vorrà, quanti e quali strumenti, e dove prenderli, come affidare ad ognuno il proprio lavoro, quando incominciare, ecc. Le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più chiaro e preciso sarà il piano di lavoro. La scuola del lavoro deve per l’appunto insegnare a elaborare collettivamente il piano collettivo di attività, a rispettare la ripartizione del lavoro e la sua esecuzione.

Queste stesse abitudini sono necessario nella sfera del lavoro intellettuale. Per organizzare una riunione, un giornale murale, per raccogliere dei materiali, compiere una ricerca statistica, studiare insieme qualche questione è necessario aver coltivate le abitudini del lavoro collettivo, e queste le deve dare la scuola.

Come ripartire il lavoro, come aiutarsi a vicenda è cosa che bisogna imparare cosi come bisogna imparare a lavorare collettivamente nel campo del lavoro manuale.

Le abitudini al lavoro collettivo determinano contemporaneamente delle abitudini organizzative e l’abitudine all’autodisciplina. Sia le une che l’altra rivestono un enorme significato nell’organizzazione della vita collettiva.

Nella scuola dell’insegnamento, dove agli alunni non vengono proposti degli obiettivi generali concreti, di regola l’autogestione va a rilento. Là invece dove agli alunni vengono avanzati dei concreti compiti di lavoro, l’autogestione assume un carattere di gran lunga più vitale e viene avviata molto più facilmente.

Ma cosi come i compiti di lavoro devono essere avanzati incominciando da quelli più elementari e immediati, passando gradualmente a quelli più complessi e distanziati, anche all’autogestione degli alunni non conviene dare di colpo una forma complessa. Nelle classi inferiori i ragazzi si organizzeranno di tanto in tanto per affrontare dei problemi temporanei, nelle classi superiori l’organizzazione dovrà investire tutti gli aspetti della vita e sfociare in uno statuto determinato.

Un’educazione sociale giustamente impostata deve non solo aiutare i ragazzi a guardare con coscienza ai fenomeni della vita sociale, ma insegnare loro a costruire con impegno questa vita.

L’educazione politico-sociale nella scuola di 2° grado

(Tesi del rapporto alla Prima conferenza delle scuole di 2° grado di tutta la Russia) (83)

1. Nell’URSS il potere appartiene ai lavoratori. Essi l’hanno preso per ricostruire tutta la vita sui principi del socialismo cioè del collettivismo. Il compagno Lenin considerava per l’appunto compito principale del nostro tempo la rieducazione delle più vaste masse popolari nello spirito del collettivismo attraverso la cooperazione, ovverosia attraverso l’unità degli sforzi economici dei produttori isolati.

2. L’educazione politico-sociale nella scuola di 2° grado deve perseguire lo scopo di educare dei collettivisti, cioè degli uomini capaci di affrontare qualsiasi problema dal punto di vista dellatotalità, capaci di lavorare e vivere in modo collettivo, di aiutarsi in tutto a vicenda.

3. Prima di tutto è necessario fornire ai ragazzi tutta una sene di emozioni che generino il desiderio di lavorare collettivamente. Tali emozioni possono venire dalla partecipazione a determinate festività, ancor di più dalla partecipazione del collettivo ad attività lavorative, a qualche lavoro sociale.

4. Tutte le lezioni dovranno svolgersi in modo tale che l’alunno si abitui ad affrontare qualsiasi oggetto di studio dal punto di vista degli interessi generali, dal punto di vista dell’interesse del collettivo.

5. È indispensabile fornire ai ragazzi l’abitudine a elaborare una opinione collettiva, l’abitudine a controllare la propria esperienza con quella degli altri.

6. È importante sviluppare la capacità di lavorare collettivamente, di porre a se stesso dei compiti chiari e precisi, di riflettere sulle vie per il loro adempimento, a suddividere le funzioni, ad assumere una parte di lavoro adeguata alle proprie forze, ad elaborare un piano generale di lavoro, ad aiutarsi a vicenda, a discutere i risultati.

7. Strumento importante di educazione deve essere l’autogestione scolastica. Le assemblee generali devono educare nei ragazzi la capacità di elaborare una opinione collettiva, a pianificare insieme il lavoro e insieme valutarne i risultati, ad affrontare insieme le eventuali difficoltà. Rendendosi conto del lavoro che bisognerà compiere, l’assemblea generale dovrà dividere il lavoro tra tutti i ragazzi raggnippati in vari collettivi. Ogni collettivo suddivide a sua volta il lavoro tra i ragazzi che lo costituiscono, valuta il lavoro compiuto, ne rende conto all’assemblea generale, ecc. L’autogestione deve corrispondere ai principi di edificazione del potere sovietico e non del potere democratico-borghese.

8. Il piano Dalton (84), che, diffusosi spontaneamente nelle nostre scuole, da ai ragazzi alcune abitudini di pianificazione e di verifica del proprio lavoro, dovrà essere integrato con i metodi della pianificazione e della verifica del lavoro collettivo.

9. La scuola di 2° grado, come tutta la scuola sovietica, non dovrà chiudersi nelle quattro mura, ma dovrà condurre un lavoro sociale. Anche in questo lavoro ci vorrà pianificazione, verifica del lavoro compiuto, capacità di ripartizione delle forze. A questo lavoro è indispensabile trascinare tutti gli alunni.

10. È ovvio che il Komsomol e i reparti dei pionieri dovranno partecipare nel modo più attivo a tutto questo lavoro.

All’interno della scuola devono apprendere a lavorare in modo organizzato con una massa disorganizzata di ragazzi, imparare a influenzare da compagni questa massa, a diventarne l’elemento trascinatore. Nel contempo, pur trascinando la massa dei ragazzi, il Komsomol e i pionieri non devono aspirare a conquistare posti di comando, ma devono agire principalmente con la forza dell’esempio. Il Komsomol e i pionieri non devono guardare agli alunni di 2° grado come a dei rivali, ma devono diventarne amici, attirarli nella propri sfera di influenza.

Del lavoro sociale il Komsomol e i pionieri sono i principali organizzatori. Del pari sono l’anello di congiunzione tra la vasta massa degli alunni e tutto il movimento giovanile.

11. Da altro canto il Komsomol e i reparti dei pionieri devono prendere dalla scuola tutto ciò che essa può dare, altrimenti il Komsomol e il movimento giovanile non potranno dispiegare in pieno il proprio lavoro.

Sul lavoro collettivo dei bambini (85)

 Spesso rimproveriamo ai bambini l’ozio e la pigrizia, dimenticando che i bambini sono bambini e che ciò che a noi sembra un gioco per loro è un lavoro in piena regola.

Il bambino intaglia nella corteccia d’albero una barchetta. Per un adulto quella può sembrare un’occupazione da niente, una cosa puerile e inutile, ma ciò nondimeno egli osserva con interesse i modelli delle nuove macchine. Ebbene, intagliando la sua barchetta il bambino impara, impara nella pratica, con l’esperienza alcune leggi naturali, conosce le proprietà dei materiali di cui la barca è fatta, impara a maneggiare lo strumento col quale lavora. Sbaglia profondamente quella madre che getta nella stufa la barchetta del figlio, perché cosi gli impedisce di diventare un operaio qualificato.

A volte i ragazzi tutti insieme si mettono a fare qualche cosa. A volte costruiscono in cortile una stufa, oppure si applicano a un modello d’aeroplano, addobbano qualche angolo, con un quadro, delle cornici, oppure zappettano un’aiuola, ecc.

Meglio di tutto se l’adulto non si intromette, perché la sua autorità, le sue doti sovrastanno a tal punto quelle del fanciullo che il gioco perderà di interesse per i bambini, se invece i bambini stessi si rivolgono ad un adulto per un aiuto, un consiglio, egli dovrà intervenire con tutta serietà.

Il lavoro in comune dei bambini merita uno speciale apprezzamento, perché costituisce la premessa del lavoro collettivo. In questo lavoro collettivo le forze del fanciullo si dispiegano nel modo migliore. Ricordo come nell’infanzia noi, tre bambine di dieci-undici anni, decidemmo di organizzare un giardino zoologico per bambini. Per prima cosa dovemmo trovare i soldi. Raccogliemmo in casa tutte le bottigliette e i flaconcini che riuscimmo a trovare e li vendemmo in farmacia… Poi ci mettemmo d’accordo con una donna per ricamare delle fettucce a tanto il centesimo, ricordo che ricamammo con enorme zelo… In biblioteca mettemmo a soqquadro tutti i cataloghi per cercare dei libri sugli animali. Cercammo in tutti i negozi delle stampe d’animali, squinternammo un paio di libri illustrati, lavorammo di forbici e di colla e alla fine preparammo il nostro giardino zoologico. Per un adulto quel nostro giardino non era altro che un gioco qualsiasi, mentre quante cose noi imparammo e quante affinità scoprimmo durante quel lavoro. . .

… Bisogna sostenere in ogni modo e aiutare i gruppi di lavoro che sorgono su iniziativa dei ragazzi. L’abitudine al lavoro comune, benché temporaneo e avente un obiettivo prettamente infantile, ha comunque un enorme significato. Questi gruppi coltivano l’abitudine al lavoro collettivo.

Parliamo della collettivizzazione dell’agricoltura, delle mense, dei laboratori di riparazione, delle comuni per abitazione, di come organizzare tutta la vita su principi collettivistici perché comprendiamo che questa organizzazione è la migliore garanzia contro la povertà e gli altri aspetti negativi della vita disorganizzata, dissociata, in cui homo homini lupus est. Sarebbe ridicolo ritenere però che tutto ciò possa essere organizzato da un qualche dicastero, dobbiamo essere noi stessi a promuovere l’organizzazione del lavoro collettivo in tutte le sfere della vita.

Per quanto riguarda i ragazzi, dobbiamo educarli sin dall’infanzia a vivere e a lavorare in comune. Partendo da questo punto di vista dovremo sviluppare e aiutare in ogni modo tutte le associazioni e i gruppi di lavoro dei ragazzi. Lo esige l’impostazione generale dell’edificazione del socialismo.

Per ora siamo molto poveri per aprire in tutto il paese giardini d’infanzia (86), club e laboratori infantili, però possiamo, e ciò dipende unicamente da noi, coprire tutto il paese con piccole associazioni infantili d’attività provvisorie. Tali associazioni sono tra l’altro un ottimo rimedio contro la delinquenza minorile.

In seguito la scuola, le organizzazioni dei pionieri potranno convogliare in un unico alveo organizzato questa attività collettiva. L’abitudine alle associazioni lavorative renderà molto più fruttuosa e molto più agevole l’attività della scuola e l’attività dei ragazzi. Dobbiamo imparare a rispettare e ad aiutare il lavoro dei bambini.

Autogestione scolastica e organizzazione del lavoro (87)

II proletariato aspira a conquistare il potere statale non

già per assicurarsi diritti particolari e privilegi, ma per ristrutturare tutta la società in modo che non vi sia più posto per l’oppressione e lo sfruttamento.

Però volerlo non basta, occorre saperlo fare. L’URSS si trova dinanzi al problema di tale ristrutturazione. Ma ad ogni passo ci tocca constatare che nonostante l’enorme dispendio

di energia rivoluzionaria e di forze, spesso in un campo o in un altro otteniamo risultati relativamente modesti soltanto perché lamentiamo una carenza di abitudini organizzative. Vengono scritti e stampati dei buoni libri di testo che però non vengono mandati tempestivamente a destinazione la scuola rimane senza libri e tutta l’energia per scriverli stamparli, ecc., risulta gettata al vento. Si ottengono i fondi per la refezione scolastica, però non si riesce a organizzare tempestivamente l’acquisto dei viveri o non riescono a conservarli adeguatamente… Indicono un sabato comunista, raccolgono la gente e dimenticano di munirsi di scope e di pale, la gente rimane inutilizzata e perde inutilmente del tempo.

…Che bisogni porre chiaramente un obiettivo, valutare le forze necessarie per raggiungerlo, preparare le condizioni materiali, scegliere la gente, formulare un piano esatto di lavorazione nessuno lo mette in dubbio. Chi è che dubita che in ogni lavoro prima di tutto ci vogliano conti esatti e stimeprecise?..

… Possiamo dire con assoluta certezza che alla nuova generazione le abitudini organizzative sono necessarie più che a noi. E noi dobbiamo andare loro in aiuto. Certamente la vita stessa insegnerà ai giovani l’arte dell’organizzazione però ci vuole che pure la scuola faccia tutto il possibile a questo riguardo. Le questioni concernenti l’organizzazione di tutta la vita della scuola, delle lezioni, del lavoro, del tempo libero dei ragazzi devono essere al centro dell’attenzione degli insegnanti.

L’educazione nei ragazzi di determinate abitudini organizzative deve essere una delle principali funzioni della scuola.

Alla scuola il fanciullo arriva già con alcuni principi organizzativi che nel gioco hanno avuto una delle fonti più importanti. Quando nel giardino d’infanzia o a scuola si parla di gioco si parla più di tutto non del gioco in generale, ma… si discute sulle capacità che un dato gioco sviluppa, su quale gioco educa la disciplina, l’autocontrollo, l’agilità, ecc. Quando leggi i manuali, i programmi scolastici sui giochi nella scuola ti viene un senso di rammarico e di offesa.. . I giochi preferiti e i giochi più necessari ai bambini sono quelli in cui i bambini stessi si pongono un obiettivo preciso: come costruire una casa, andarsene a Mosca, preparare un pranzetto, ammazzare un orso e cosi via. Lo svolgimento del gioco consiste nel raggiungimento di questo obiettivo: il fanciullo fa dei piani, sceglie i mezzi per realizzarli. Poco male che il treno su cui viaggia sia fatto di seggiole e che la casa di legnetti, non è questo l’importante: la fantasia infantile vi aggiungerà il resto. È importante il processo stesso di elaborazione del piano. Sono importanti i giochi solitari, sono importanti i giochi di gruppo. Nei giochi collettivi vengono fuori i ragazzi organizzatori, i capi capaci di puntare tenacemente all’obiettivo, capaci di trascinare gli altri. Quale sia la funzione del gioco libero nell’educazione delle doti organizzative è un problema che, sebbene di primaria importanza, è stato scarsamente trattato dalla letteratura pedagogica.. . È importante studiare gli obiettivi che si pongono i ragazzi delle varie età, delle varie classi e come questi mutano in seguito alle letture, ai racconti, ecc. Studiare come vengono realizzati, individuare qua la differenza tra ragazzi sviluppati e no. La letteratura può fornire un copioso materiale a riguardo. In maggioranza gli scrittori hanno ricordi infantili molto vivi, benché essi siano rivissuti attraverso la psiche degli adulti. Bisognerebbe svolgere un ampio lavoro di ricerca sui giochi.

Ad un dato livello di sviluppo il fanciullo non viene più soddisfatto dagli schemi consueti (treni di sedie e case di legnetti) e incomincia a valutare la realtà dei mezzi d’attuazione. Cambia pure il carattere degli obiettivi che egli si pone. Nel primissimo periodo gli obiettivi del gioco hanno un carattere semplicemente imitativo con obiettivi che soltanto per modo di dire possono essere definiti tali. In seguito gli obiettivi acquistano un senso e una precisa motivazione.

In condizioni normali probabilmente la transizione dal gioco all’organizzazione della vita e al lavoro seguirebbe questo iter: gli obiettivi diventerebbero sempre più razionali, i mezzi sempre più concreti, le abitudini organizzative acquisite nel gioco si trasformerebbero in abitudini lavorative e di vita organizzata. Imponendo al ragazzo i metodi dell’uomo adulto nei confronti di ogni realtà la scuola riserva al gioco ben poco spazio. Sottovaluta la funzione organizzativa del gioco. Troppo brusco è il passaggio dal gioco al lavoro serio, tra il gioco libero e le lezioni regolamentate dalla scuola si apre un divario. Ci vogliono delle forme di transizione. tenendo conto dell’animo delicato dei ragazzi di quest’età. Sarà necessario concedere largo spazio a organizzazioni come quella dei pionieri, idonee a soddisfare l’esigenza del gioco ancora molto forte negli adolescenti.

Di regola la scuola non prende in considerazione le abitudini organizzative che il fanciullo acquisisce nel processo del gioco. Nella vecchia scuola l’organizzazione delle lezioni e di tutta la vita scolastica non offriva la possibilità di applicare in qualche modo quelle abitudini, che di conseguenza col tempo si atrofizzavano. La scuola del lavoro invece offre la possibilità di applicare e di sviluppare queste doti. In questo è la sua forza. Certo essa dischiude tali possibilità soltanto se il problema viene giustamente impostato. E una delle condizioni per il giusto funzionamento della scuola del lavoro risiede nel nesso organico che deve esserci tra la scuola e l’autogestione scolastica.

Nella scuola dell’insegnamento tutta l’attività dell’alunno si riduceva ad una funzione auditiva e mnemonica. La vita scolastica era pertanto scialba e povera di contenuto. Non c’era dove apprendere l’arte dell’organizzazione. Tutt’altra cosa è la scuola del lavoro. Essa non presuppone soltanto che il ragazzo ascolti e ricordi, ma che osservi, confronti, faccia esperimenti, lavori creativamente. La vita scolastica è ricca di movimento, di emozioni. Sarà necessario lavorare perché questa vita scorra con gioia, in modo organizzato. Essa entra a fatica nell’ambito degli orari esistenti. Bisogna rifletterci sopra, impostare le cose, concordarle. Ma bisognerà rifletterci non da soli, ma tutti insieme. La vita stessa esige questo dibattito comune, esige sforzi comuni, esige una suddivisione del lavoro. La scuola del lavoro è inconcepibile senza l’autogestione. E noi vediamo che ovunque viene aperta una scuola del lavoro contemporaneamente viene organizzata l’autogestione.

Giacché le forme attuali della scuola del lavoro non si sono ancora cristallizzate, non si sono ancora definite le forme della autogestione scolastica. Queste forme soltanto adesso incominciano a delinearsi. Nelle scuole troviamo comitati d’organizzazione, comitati di lavoro, comitati di studio ed altri, incontriamo artel di lavoro di vario genere. Le forme dell’autogestione devono corrispondere alle funzioni organizzative degli alunni stessi. È ovvio che al primo grado, là dove l’ampiezza dell’attività è minore, le funzioni più limitate e i compiti più semplici, anche le forme dell’autogestione saranno più primitive, più vicine ad una democrazia primitiva. Al secondo grado, dove l’attività è maggiore, il lavoro è più complesso ed esige una certa specializzazione, l’autogestione assumerà delle forme più complesse e più definite.

È importante tener sempre presente che perché l’autogestione abbia veramente una funzione educatrice e disciplinatrice sui ragazzi essa deve essere recepita come una necessità che scaturisce da una precisa esigenza. Soltanto allora i ragazzi la considereranno con la dovuta serietà. L’autogestione per l’autogestione viene concepita dai ragazzi come un gioco, che può pure interessare, ma che alla lunga viene a noia.

Ad iniziare dalle classi inferiori l’autogestione scolastica acquista delle forme sempre più profonde e complesse. Pertanto l’autogestione deve essere concepita come un processo, una crescita organizzativa.

Però non bisogna concludere che questo processo debba per forza svolgersi al di fuori di ogni influenza. L’influenza maggiore sarà esercitata (nei gruppi e nelle classi superiori) dalla coesistenza di forme più complesse e più perfezionate di autogestione, le quali diventano la meta cui bisogna puntare. Là dove esistono dell’autogestione forme elementari e

forme più complesse, l’esistenza stessa di quest’ultime servirà

ad accelerare lo sviluppo dell’autogestione nei gruppi inferiori.

Quale deve essere la funzione del maestro nell’organizzazione dell’autogestione scolastica?

Se egli è in buoni rapporti con i ragazzi l’estraniarlo dalla discussione dei problemi giovanili sarebbe accolto negativamente. E estraniarsi non può. Certamente egli dovrà avere una posizione quanto è più possibile passiva, evitare di pesare con la propria autorità e di assumere un lavoro che invece è molto importante che facciano i ragazzi stessi.

In sostanza, il maestro deve influire sull’elaborazione delle forme più giuste di autogestione, ma la sua influenza deve essere indiretta. Egli cioè dovrà aiutare i ragazzi a prendere coscienza di quei problemi organizzativi nei quali essi si imbattono durante il gioco e nella vita.

Durante le lezioni, le escursioni, al tavolo di lavoro egli dovrà indirizzare l’attenzione dei ragazzi sui problemi organizzativi: deve mostrare come proporre un obiettivo, come raggiungerlo senza un inutile dispendio di tempo e di energia, come unificare gli sforzi, come suddividere il lavoro, come tener conto delle forze, come valutare il lavoro compiuto, ecc. ecc. Gradualmente i ragazzi acquisiranno l’abitudine ad affrontare collettivamente i problemi avanzati dalla vita e ciò darà loro la possibilità di riflettere con coscienza a come organizzarsi meglio per risolvere i problemi che hanno di fronte e cioè la questione dell’autogestione. Dopo questo lavoro gli alunni saranno di gran lunga più preparati a comprendere i compiti dell’autogestione e in modo di gran lunga migliore li tradurranno in realtà.

Sul lavoro socialmente necessario della scuola (88)

Estratto

Tra le abitudini che la scuola sovietica deve dare all’alunno la più importante è quella del responsabile sociale, ma del responsabile sociale non isolato, ma collettivista. ..

…Nel modo più ampio possibile dobbiamo utilizzare tutte le condizioni esistenti per superare sul piano ideale la psicologia da piccolo proprietario. E la scuola deve essere un punto di forza in questa battaglia. Dalla prima all’ultima riga i libri di testo devono essere impregnati di spirito collettivistico. Attraverso i libri dobbiamo educare sistematicamente i ragazzi ad affrontare ogni problema dal punto di vista della totalità. Per ora riusciamo male ad affrontare qualsiasi problema, semplice o difficile che sia, in modo che il bambino si abitui a considerarsi come parte di un tutto. Dobbiamo imparare.

Un’altra cosa ancora. Si è già scritto parecchio che l’autogestione scolastica deve essere organizzata in modo tale che i ragazzi imparino a risolvere le proprie questioni di vita scolastica pratica partendo dal punto di vista di tutto il gruppo, di tutta la classe, di tutta la scuola. L’autogestione deve dare l’abitudine di risolvere collettivamente, con sforzi comuni i problemi posti dalla vita. Si è parlato molto che è importante organizzare l’autogestione in modo da coinvolgere tutta la massa dei ragazzi, che ognuno abbia un determinato incarico sociale di cui sia responsabile nei confronti del collettivo.

Sarebbe errato però se ci limitassimo a che nella scuola fossero posti dei compiti in uno spirito collettivista e che l’autogestione scolastica fosse permeata di spirito collettivista, benché siano questi dei problemi di straordinaria importanza. Dobbiamo insegnare a tutti i ragazzi un approccio sociale e collettivista a tutti i fenomeni della vita sociale.

Prima di tutto dobbiamo destare nei ragazzi un profondo interesse per i fenomeni della vita sociale… È importante che i ragazzi, oltre a notare il fango e le pozzanghere del loro villaggio, avvertano un senso di insofferenza per quel fango e per quelle pozzanghere, ci vuole che quel fango e quelle pozzanghere non diano loro quiete. È buona quella scuola che sappia educare i ragazzi in modo che tutti i problemi sociali diventino i loro problemi. Tutto ciò non riguardava la vecchia scuola. La scuola sovietica, si.

Ma questa è soltanto la metà del problema. Ci vuole l’abitudine ad affrontare ogni questione attivamente. Per esempio, la strada è cattiva, deve essere riparata. I ragazzi lo capiscono. È un fatto che li riguarda. Ma il passo seguente deve essere questo: cosa può fare il nostro collettivo scolastico per eliminare questo difetto? E qui inizia un lavoro di eccezionale importanza, vengono soppesate le forze a disposizione, viene valutata la propria capacità, viene elaborato il piano di lavoro. Manca l’abilità! La si può acquisire? Quando farlo e in che modo? Basteranno le forze? Come è meglio ripartire il lavoro? Si arriva alla conclusione che da soli è impossibile cavarsela. Con chi mettersi d’accordo? Chifar partecipare al lavoro? Come fare?

La valutazione delle proprie forze e delle proprie capacità, la capacità di compiere un lavoro insieme agli altri rappresenta il problema cui i ragazzi hanno di fronte. Qui bisogna far si che i ragazzi riflettano da soli su questi problemi, che sbaglino e poi aiutarli a imparare sugli errori.

Là dove l’insegnante assegna agli alunni i compiti settimanali di lavoro sociale e alla fine controlla, il lavoro è impostato male. L’insegnante può suggerire l’iniziativa, aiutare col consiglio, ma non deve essere un protagonista. I ragazzi stessi devono sapersi porre dei compiti e poi devono impa rare a valutarne i risultati.. . Ammettiamo che l’insegnante proponga. .. un compito ai ragazzi e poi controlli il risultato. È giusta questa impostazione? No, è errata. Prima di tutto i ragazzi da soli… devono lavorare sulle proprie conoscenze, devono esaminarsi a vicenda. Devono tracciare il piano di lavoro, ripartirlo. E che dire del controllo? .. Ci vuole un controllo effettuato dalla vita stessa, dai risultati ottenuti e non un’esposizione formale dinanzi al collettivo o all’insegnante. I ragazzi vedono che la pompa dell’estintore è guasta. Il fatto li preoccupa e allora si danno da fare. La verifica è data dal funzionamento della pompa.

La scuola deve insegnare a proporsi dei compiti sociali e ad affrontarli collettivamente, ad attrarre forze nuove nel collettivo (per esempio, adulti esperti), a cercare l’intesa con gli altri collettivi interessati anch’essi alla soluzione dei compiti avanzati. Non è tanto importante per la scuola l’aspetto quantitativo delle cose da fare – “meglio poco, ma meglio” – quanto sono importanti le abitudini sociali che la scuola può trasmettere.

Da noi pure i pionieri non sanno svolgere il lavoro sociale. Essi, ancor più spesso della scuola, guardano al lavoro sociale come ad una agitazione di cui non si accertano i risultati, ancor meno sanno soppesare le proprie forze, dividere il lavoro, in essi c’è ancora molta presunzione accoppiata all’incapacità di collaborare con altre organizzazioni. Le abitudini al lavoro sociale, che la scuola deve impartire, saranno poi dai ragazzi trasferiti ai reparti di pionieri, attraverso i pionieri queste abitudini passeranno alla massa dei ragazzi non organizzati. La giovane generazione crescerà come massa di elementi sociali capaci di affrontare collettivamente, tutti insieme, i problemi sociali.

Su questo vale la pena di lavorare.

Per una educazione internazionalista

(Intervento alla serata dedicata alla Settimana internazionale dell’infanzia) (89)

Compagni, oggi ci siamo riuniti per discutere i problemi riguardanti l’educazione

internazionalista delle giovani generazioni. Ogni marxista, ogni insegnante marxista ha letto ovviamente il Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels. È questa un’opera che riveste un enorme significato in quanto in essa, in modo breve e conciso, sono esposti i principi della teoria marxista, sino in fondo permeata di spirito internazionalista. Il Manifesto del Partito comunista termina con l’appello: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”. E questo un appello che per lunghi anni ha avuto ed ha tuttora un enorme significato. In questa parola d’ordine risiede la garanzia di vittoria della rivoluzione mondiale.

Compagni, tutte le opere di Marx, di Engels sono permeate di questo spirito internazionalista e indicano con chiarezza e precisione la forza che viene dall’unità dei lavoratori e come quest’unità è una garanzia di vittoria.

E questa teoria di Marx ha esercitato sul movimento operaio russo un’influenza eccezionale. Il nostro movimento operaio russo si è sviluppato in stretta connessione col movimento internazionale. Se il proletariato è riuscito a trionfare e conquistare il potere in un paese relativamente arretrato come il nostro, lo si deve solo al fatto che il nostro movimento operaio aveva assimilato tutta l’esperienza del movimento operaio internazionale; e soltanto grazie alla sua stretta unità col movimento operaio internazionale e all’assimilazione della sua esperienza esso era riuscito a salire sul piano organizzativo e ideale all’altezza dalla quale colse la vittoria.

Se prendete in esame il lavoro del nostro partito dalla sua fondazione, vedrete come esso è tutto ispirato all’internazionalismo, vedrete come questo spirito internazionalista passa attraverso tutta la dottrina di Lenin, tutto il programma del partito. E oggi che tutto il potere si trova nelle mani della classe operaia, noi sappiamo che sia in politica estera che in politica interna il nostro partito attua le idee fondamentali dell’internazionalismo.

Compagni, come educatori dediti all’educazione delle giovani generazioni noi certamente abbiamo coscienza dell’enorme significato che riveste l’educazione delle giovani generazioni nello spirito dell’internazionalismo.

Ovviamente non è importante che i fanciulli imparino sin dalla tenera età delle parole d’ordine, è importante invece che avvertano un legame d’amicizia e di cameratismo con i lavoratori di tutto il mondo. Noi dobbiamo educare i ragazzi di giorno in giorno anche sul piano emotivo in modo che crescano dei veri comunisti capaci di portare a termine la causa dei loro padri. Pertanto, compagni, con vigilanza e attenzione particolari, dobbiamo far si che il lavoro quotidiano non metta in ombra i problemi dell’educazione internazionalista della gioventù. Attualmente gli insegnanti si trovano dinanzi ad un compito enorme. Quest’anno come non mai la scuola si organizza per migliorare la qualità di tutto il lavoro, la qualità dell’organizzazione. Ma questo compito non riduce, ma al contrario sottolinea la necessità dell’educazione internazionalista. E la nostra organizzazione dei pionieri, che dentro e fuori la scuola deve guidare e aiutare i giovani a divenire degli autentici comunisti, deve essere sempre all’erta.

Vogliamo. .. sensibilizzare l’attenzione del corpo accademico e delle organizzazioni dei pionieri affinchè nemmeno per un minuto scemi la tensione dell’educazione internazionalista.

Dobbiamo arrivare ad uno scambio di esperienze perché in futuro l’educazione internazionalista della gioventù venga condotta possibilmente meglio e più a fondo.

L’educazione internazionalista dei fanciulli nella scuola primaria (90)

L’educazione internazionalista dei fanciulli nella scuola primaria è un problema molto serio. C’è da dire che le impressioni dell’infanzia influiscono profondamente su tutta la formazione ulteriore dell’uomo, su tutta l’organizzazione del suo comportamento.

Sarebbe un grave errore pensare che l’educazione internazionalista possa ridursi ad un apprendimento di alcuni concetti e parole d’ordine. Tutta la politica del potere sovietico verso le nazionalità che popolano l’URSS educa all’internazionalismo: il nostro paese rappresenta l’ambiente più favorevole allo sviluppo dell’internazionalismo. Però, nemmeno per un istante, possiamo dimenticare il nostro passato. Tutta la politica del governo zarista diffondeva il più sfrenato sciovinismo da grande potenza tra i russi e un feroce nazionalismo, una chiusura nazionalista tra le nazionalità oppresse, unite soltanto dal giogo della nazione dominante. Sarebbe quindi ingenuo supporre che nella vita di tutti i giorni e nelle opinioni delle masse sia scomparso ogni residuo di sciovinismo da grande potenza, che sino in fondo sia scomparsa la sfiducia verso i russi, che non ci siano più umori nazionalistici e che il nemico di classe non sfrutti nei suoi interessi questi umori, questo retaggio del passato.

Non possiamo affidarci alla spontaneità. La scuola non deve soltanto insegnare, deve essere anche un centro di educazione comunista. E l’educazione internazionalista è una delle componenti dell’educazione comunista.

L’educazione internazionalista è parte integrante dell’educazione comunista.

L’educazione internazionalista deve essere un compito quotidiano, che non può essere limitato ai comizi o alle feste internazionalisti. Tutto il lavoro scolastico deve essere permeato di internazionalismo.

Da noi alle scuole elementari l’insegnamento si svolge nella lingua materna degli alunni prendendo in considerazione non l’origine, ma la lingua in cui i bambini parlano effettivamente.

Però nell’educare ragazzi di diverse nazionalità in varie scuole può nascere tra di loro un certo distacco. Qui ci vuole vigilanza. È necessario che i ragazzi della scuola di una data nazionalità conoscano meglio la vita delle altre nazionalità. È necessario che l’insegnante non racconti soltanto come quella data nazionalità era oppressa durante lo zarismo, il che di per sé è ovvio, ma che illustri gli aspetti positivi del carattere di quella nazionalità, che metta in risalto quelle pagine storiche che meglio illustrano il valore della data nazionalità. Dei ragazzi russi di un orfanotrofio dell’Asia centrale una volta mi scrissero per dirmi che il loro insegnante parlava dell’arretratezza della popolazione locale, di come era oppressa dallo zarismo e che loro avevano promesso che, divenuti grandi, avrebbero aiutato quella popolazione a conquistarsi una cultura. A prima vista sembrerebbe che tutto vada bene, è un male però che dei ragazzi guardino dall’alto ad una nazionalità culturalmente arretrata. Rispondendo a quei ragazzi scrissi che anche tra noi c’è parecchia ignoranza, riportai molti esempi del genere e poi chiesi se loro giocavano con i ragazzi di quella nazionalità, se sapevano quanto fossero agili e audaci, feci alcuni esempi.

Bisogna richiamare l’attenzione dei ragazzi sugli aspetti positivi del carattere delle varie nazionalità, mostrare il loro coraggio, il loro eroismo nella lotta rivoluzionaria, ecc. ecc. Possiamo trovarne molti di questi momenti. Prendiamo ad esempio l’antisemitismo. Capita spesso di imbattersi in fenomeni residui di antisemitismo. A volte, senza rendersi conto del significato delle loro parole, i ragazzi possono dire: “gli ebrei sono la borghesia”. Bisogna fare qua molta attenzione. Perché questo atteggiamento negativo verso gli ebrei sia superato bisogna raccontare episodi d’eroismo di ebrei, di combattenti ebrei per il socialismo, della tenacia e della laboriosità degli operai ebrei.

È molto importante utilizzare a questi fini la letteratura (sia russa che nazionale). Ma la scelta dovrà essere fatta con molta oculatezza, perché a volte pecchiamo di superficialità. Facciamo un esempio. C’è di Lev Tolstoj un racconto. II prigioniero del Caucaso, che in genere viene dato ai ragazzi in lettura. Si tratta di un’opera d’alto valore artistico, che però, se data senza alcuna spiegazione, può generare dell’odio per i tartari che fanno dei prigionieri oggetto di mercato. Questo racconto può essere corredato di una apposita introduzione nella quale si può confrontare l’atteggiamento dei ricchi tartari verso il prigioniero e quello della bambina tartara. Bisognerà poi dare in lettura qualche altro racconto per mostrare come l’imprenditore russo sfruttava i lavoratori delle altre nazionalità della Russia. È molto importante utilizzare la letteratura nazionale, farla conoscere ai ragazzi di tutte le nazionalità.

Ma non basta far conoscere teoricamente ai ragazzi la vita delle nazionalità vicine, è importante curare un effettivo avvicinamento dei ragazzi delle varie scuole con scolaresche di diverse nazionalità. Qui occorre che gli insegnanti e la scuola siano aiutati dai pionieri, dall’opinione pubblica sovietica. Bisognerà organizzare degli incontri costanti tra gli alunni delle scuole per ragazzi di diverse nazionalità. In questo campo l’arte può assolvere una funzione tutta particolare. Bisognerà far si che i ragazzi vadano insieme al cinema, partecipino a teste, gite, escursioni. È molto importante scegliere le migliori canzoni delle varie nazionalità, affini alla sensibilità dei fanciulli, tradurle, spiegarle e organizzare dei cori in comune per la loro esecuzione. Ciò accomuna moltissimo.

Nella vita dei ragazzi il gioco riveste un significato notevole. È molto importante studiare i giochi dei ragazzi di vane nazionalità, analizzarli, sceglierne le forme più interessanti, infondergli un contenuto moderno e in certi casi modificare pure i loro scopi concreti. Vi possiamo trovare materiale veramente interessante. Nella scuola primaria bisogna dedicare al gioco più attenzione di quanto oggi si faccia. Non dobbiamo dimenticare che per i ragazzi il gioco è un vero e proprio studio.

Unisce anche il lavoro in comune. Le stazioni tecniche per ragazzi (91), dove lavorano insieme fanciulli di diverse nazionalità, rivestono un significato pedagogico di grande rilevanza. È un fatto molto unitario lavorare insieme alla costruzione di un qualche modellino o alla fabbricazione di qualche oggetto utile.

Nelle classi superiori bisogna organizzare già alcune forme di lavoro sociale come sabati comunisti (92) in aiuto ai giardini e alle piazzuole d’infanzia, per addobbare il club, dare una mano alla biblioteca, ecc. Questi sabati comunisti dovranno essere organizzati in modo particolare, interessante per non stancare i ragazzi. È importante porsi un obiettivo preciso. Si possono organizzare sabati comunisti di aiuto scolastico reciproco. Per esempio la scuola con alunni russi costruisce qualcosa per la scuola con alunni tartari e viceversa.

I giochi in comune, le gite insieme, il lavoro in comune suscitano il desiderio di studiare la lingua della nazionalità con la quale si ha a che fare. Nella Russia prerivoluzionaria i russi si rifiutavano ritenendo che non fosse degno di loro – studiare le lingue delle nazionalità oppresse: era quella

una classica forma di sciovinismo da grande potenza.

Nella terza e nella quarta classe della scuola primaria bisogna organizzare dei circoli per lo studio della lingua della nazionalità con la quale si è in continuo contatto. Questi circoli potranno avere un ampio sviluppo ed esercitare una funzione di alto rilievo nell’avvicinamento delle nazionalità. Le lezioni dovranno svolgersi secondo il cosiddetto metodo fonetico prendendo come base le peculiarità di pronuncia di ogni lingua. È questo in genere uno dei metodi più appropriati per lo studio delle lingue estere e in questo caso è ancor più giusto, perché questi circoli hanno proprio il fine di insegnare a parlare la lingua che parlano i compagni con i quali si è continuamente in contatto. Tali circoli sono molto utili per destare un interesse per una data lingua, che poi nelle classi superiori dovrà essere studiata più a fondo.

Oltre a questo, durante le lezioni di geografia è importante parlare delle nazionalità che abitano le diverse regioni; durante le lezioni di storia e di scienza civica bisogna parlare della politica zarista e di quella del potere sovietico, del ruolo di Lenin nell’attuazione della politica di uguaglianza delle nazionalità. Nelle repubbliche e nelle regioni nazionali a questa questione bisognerà riservare un’attenzione maggiore di quanto indicato nel programma generale. Ovviamente nell’esposizione storica si dovranno evitare le formulazioni complicate, le parole d’ordine, ecc. L’esposizione dovrà essere concreta, particolarmente comprensibile ai ragazzi, avvincente. Bisognerà raccontare come il potere zarista creava dure condizioni di vita per le nazionalità, esacerbava il fanatismo religioso, manteneva le nazionalità nell’ignoranza, accentuava le differenze di classe e l’oppressione all’interno di ogni nazionalità, teneva in schiavitù la donna.

La questione dell’educazione internazionalista deve iniziare dalle questioni delle singole nazionalità esistenti nell’URSS, perché in questo caso si tratta per i ragazzi di problemi evi-

denti e vicini. Ma ovviamente non dovremo fermarci qui. Da queste questioni bisognerà gettare un ponte verso l’educazione internazionalista a livello mondiale. Bisognerà raccontare come gli Stati imperialistici più forti rapinano quelli più deboli. A proposito della politica coloniale si dovrà parlare della guerra imperialistica e di quanto sangue è costata ai lavoratori. Poi occorre raccontare con quanta tenacia i bolscevichi lottano per la pace, contro la nuova guerra di rapina che gli imperialisti vorrebbero scatenare. Bisognerà dire come gli operai di tutti i paesi debbano unirsi per controbattere i capitalisti e impedire la guerra. Bisognerà parlare del 1° Maggio e anzi organizzare il 1° Maggio con particolare cura nelle scuole.

Nelle biblioteche scolastiche e per l’infanzia si può e si deve raccogliere tutta un’apposita letteratura.

Bisogna cogliere l’occasione di ogni arrivo di stranieri per invitare gli operai stranieri nelle nostre scuole, nei nostri club, ecc.

Bisogna far si che sui giornali dei pionieri si parli di più degli altri paesi. I ragazzi devono imparare a leggere i giornali con una carta geografica in mano, a raccogliere ritagli di giornali, a disegnare carte geografiche, i ragazzi devono leggere di più sui paesi stranieri. Certamente i ragazzi riceveranno nozioni più dettagliate sui paesi stranieri nella scuola media, però sin dalla scuola primaria dovranno ricevere una certa carica, sin dalla scuola primaria in loro dovrà destarsi l’interesse per i problemi della situazione internazionale.

Bisognerà compiere ogni sforzo perché la parola d’ordine “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” diventi loro cara e vicina.

Come e cosa dovremo raccontare di Lenin ai fanciulli (93)

C’è chi pensa che ai fanciulli si debba parlare soltanto dell’infanzia di Lenin e che soltanto questo interessi loro. Non è esatto. I nostri bambini si interessano a tutta la vita di Lenin e lo possono dimostrare le guide del Museo di Lenin (94).

Certamente bisognerà parlare dell’infanzia di Lenin, ma come? Non c’è nulla di peggio che rappresentare Ilic – comesi è fatto per un certo periodo di tempo – come un angioletto, cortese, obbediente, che senza mai una monelleria era sempre chino sui libri a studiare con diligenza, insomma il primo della classe. Altri poi aggiungevano l’immagine di un Ilic bambino prodigio.

Dell’infanzia di Lenin bisognerà parlare in modo diverso. Bisogna ricordare suo padre (95), che, uscito da una famiglia povera, divenne direttore delle scuole primarie. Qui occorre ricordare l’epoca di allora, dura e pesante per i contadini, l’ignoranza che allora regnava nelle campagne, come dovunque ancora si avvertiva l’anelito della servitù della gleba. Il padre di Vladimir Ilic odiava la servitù della gleba. Egli voleva che la vita cambiasse per il meglio e dedicava tutto il suo tempo, tutte le sue forze all’organizzazione di scuole per i figli dei contadini. Ilic senti parlare molto del triste destino dei contadini dalla sua bambinaia, per la quale nutriva un tenero affetto. Lenin prestava ascolto ai discorsi del padre con gli altri insegnanti. Ilia Nicolajevic amava i versi di Nekrassov (96) e dei poeti dell’Iskra (97), i quali fustigavano il regime esistente e gli intellettuali dell’epoca. Bisogna parlare inoltre dei libri per l’infanzia di allora, come La capanna dello zio Tom (98) parlava dell’America, della guerra degli Stati del Nord contro gli Stati del Sud per l’abolizione della schiavitù dei negri e come su questo sfondo risaltasse con evidenza l’oppressione del potere zarista sugli inorodtsy (99). Ilia Nicolajevic si prendeva cura dei bambini ciuvasci, mordvini, dei loro studi. A scuola Ilic con particolare sensibilità trattava i ragazzi d’altra nazionalità. È necessario inoltre ricordare l’insurrezione polacca (100) e come il governo zarista trattò gli insorti. Occorre raccontare del 1881, dell’assassinio di Alessandro II, di come Ilic prestava ascolto ai discorsi del fratello maggiore e della sorella (101), di come egli decise fermamente di diventare rivoluzionario, di come egli sopportava l’arresto e poi la condanna a morte dell’amato fratello maggiore, di come vide chiaramente l’esigenza di seguire una strada diversa, la strada della lotta di massa della classe operaia.

I fanciulli devono sapere come egli cominciò ad autoperfezionarsi, come, preparandosi a divenire rivoluzionario, egli dedicasse ogni istante libero alla lettura di libri sulla lotta della classe operaia, la rivoluzione, come avesse rinunciato al pattinaggio, alle lezioni di latino che tanto gli piacevano, di come egli crebbe, di come andò educandosi pensatore, rivoluzionario, capace di penetrare nei segreti della vita.

Converrà parlare della madre di Ilic (102), della sua sollecitudine per il marito, al quale creava le condizioni più propizie per il lavoro e il riposo, delle sue cure per i figli, della sua capacità di cementare il nucleo familiare e organizzare i figli con l’ausilio della musica. Sarà opportuno rammentare il discorso da lei avuto con i gendarmi e con l’amato figlio maggiore condannato a morte, bisognerà ricordare il suo coraggio e lo smisurato rispetto che per lei avevano tutti i figli.

Ilic fu un organizzatore sin dalla prima infanzia: organizzava i giochi, sapeva trattare con i più piccoli, aiutava i compagni di ginnasio. A questo punto si deve parlare del ginnasio classico di una volta, dell’odio che egli nutriva per lo studio “cattedratico”, del suo atteggiamento critico per la scienza avulsa dalla vita.

Sullo sfondo di questo racconto acquisterà una luce particolare tutta l’ulteriore attività di Ilic, come egli sin da giovane lavorò sulle opere di Marx e Engeis, la sua partecipazione ai circoli, al movimento studentesco, al lavoro di circolo a Samara (103).

Parlando di Ilic organizzatore della socialdemocrazia, del suo lavoro nei circoli, occorre soffermarsi dettagliatamente sul significato del movimento operaio, spiegare perché la classe operaia non potè non porsi alla testa del movimento rivoluzionario, delle speranze che in essa riponevano Marx ed Engeis, della certezza che Ilic ebbe nella sua vittoria. A questo punto bisognerà parlare anche del socialismo.

In seguito si dovrà raccontare come Ilic utilizzò il periodo di detenzione per lo studio e l’attività organizzativa. Nei racconti sul periodo d’esilio bisogna parlare non tanto delle partite di caccia e dell’amore per il pattinaggio quanto del lavoro con i contadini, della sua corrispondenza con i com pagni.

Parlando della vita di Ilic all’estero è molto importante spiegare ai fanciulli il significato del giornale illegale panrusso che diceva sempre tutta la verità agli operai (104), si dovrà parlare del movimento operaio internazionale, dell’Internazionale (105), dei bolscevichi, fiduciosi nella vittoria del movimento operaio e dei menscevichi che non credevano nel movimento operaio e lo tradirono. Ovviamente non converrà scendere nei particolari delle divergenze.

Si dovrà parlare inoltre del 1905 (106), degli anni della reazione, dell’emigrazione russa, della certezza nella vittoria, della guerra del 1914 (107), della Rivoluzione d’Ottobre, della guerra civile (108). Bisogna soffermarsi sulla lotta contro gli agrari e i capitalisti, sullo sviluppo economico e culturale del paese, sull’alleanza con i contadini, sull’adesione al potere sovietico della parte migliore degli intellettuali, sulla morte di Ilic e sul Ventennale del potere sovietico (109).

Bisogna parlare soltanto delle cose più essenziali, più importanti, più centrali. Meno parole d’ordine e più racconti semplici e comprensibili.

Ovviamente si dovrà tener conto dell’età dei ragazzi, delle loro conoscenze. In un modo bisognerà parlare agli allievi della scuola primaria, in un altro a quelli delle classi superiori, però agli uni e agli altri dovrà essere chiara l’immagi- ne di Lenin, combattente contro ogni oppressione, ogni sfruttamento, combattente per una vita sana, colta, illuminata di tutti i lavoratori, cioè di un combattente per il socialismo. Non c’è dubbio che i ragazzi comprenderanno tutto ciò.

Non si deve rappresentare Ilic come una specie di mentore che non fa altro che raccomandare ai ragazzi di studiare, studiare e studiare (tra l’altro queste parole furono dette a persone adulte) (110). I ragazzi non devono avere l’impressione che l’affetto di Ilic per loro si esprimesse soltanto nell’organizzazione dei divertimenti, nei doni, nelle feste di Capodanno. Lui non aveva nulla contro le feste, ma si prese cura di inviare ai bambini qualche leccornia per il Capodanno del 1918 perché a quell’epoca i fanciulli mangiavano poco e male, i dolci nemmeno li vedevano, ma «friggevano le patate nell’acqua », come ebbe a dirmi un ragazzine della scuola in cui fu organizzata per l’appunto quella festa (111).

A Lenin piaceva chiacchierare e scherzare con i bambini, giocare con loro. Si interessava in ogni modo della loro alimentazione, della salute, faceva si che i figli dei genitori meno abbienti ricevessero indumenti e calzature, si occupava dell’organizzazione degli orfanotrofi, della protezione del lavoro dell’infanzia, prendeva a cuore la protezione sociale dell’infanzia. Figlio di un insegnante, direttore delle scuole primarie, egli propugnò l’introduzione della scuola generale, la creazione di una autentica scuola sovietica. Egli studiava con cura tutto ciò che Marx e Engeis avevano scritto sulla scuola, sull’educazione, agognava la nuova scuola socialista. Ex alunno del ginnasio classico, tipica scuola media di vecchio tipo, egli odiava la scuola del passato col suo nozionismo imparaticcio, col suo distacco dalla vita reale. Egli vedeva, sapeva che nella vecchia scuola l’intelletto degli alunni era gravato di nozioni delle quali nove su dieci erano inutili e una su dieci falsa. Egli esigeva che nella scuola sovietica i ragazzi ricevessero soltanto le cose più importanti, essenziali, le basi della scienza, che la teoria fosse strettamente connessa alla pratica, che si insegnasse loro il lavoro manuale e mentale. Egli esigeva che la scuola sovietica non fosse di staccata dalla vita, dall’edificazione socialista. Ilic voleva che a scuola i ragazzi formassero un collettivo solidale capace di svolgere del lavoro sociale. Egli parlò di tutto ciò al III Congresso del Komsomol nel 1920 (112). Tutti i ragazzi delle classi superiori, tutti i dirigenti del Komsomol devono conoscere questo discorso e considerarlo una guida per l’azione.

Bisogna raccontare agli scolari di ogni età come Ilic voleva che i ragazzi crescessero comunisti coscienti, capaci di continuare la causa dei padri e difenderla con le armi in

pugno.

Insegnanti e dirigenti del Komsomol dovranno lavorare parecchio per saper educare dei veri leninisti. Per questo bisognerà imparare, tra l’altro, a raccontare ai ragazzi i momenti più importanti, più essenziali della vita di Ilic. E di conseguenza bisognerà organizzare l’attività dei ragazzi. E qui ci vorrà un ampio scambio di esperienze.

Lenin e la morale comunista (113)

Lenin apparteneva alla generazione che era cresciuta sotto 1 influsso di Pissarev, Stcedrin, Nekrassov, Dobroliubov Cernyscevskij (114), della poesia democratico-rivoluzionaria degli anni ’60 i poeti dell’Iskra irridevano spietatamente gli strascichi dei vecchi costumi feudali, fustigavano la depravazione, il servilismo, l’adulazione, la doppiezza, la meschinità piccolo-borghese, il burocratismo. Gli scrittori degli anni 60 insegnavano ad osservare la vita, a individuare le sopravvivenze del vecchio regime feudale. Sin dalla prima giovinezza Lenin prese in odio il modo di vita piccolo-borghese i pettegolezzi, gli intrattenimenti volgari, la vita familiare “al di fuori degli interessi sociali”, la riduzione della donna a oggetto di diletto, di sollazzi oppure a schiava sottomessa. Egli deprezzava la vita permeata di falsità, di arrangiamenti. A Ilic piacevano particolarmente il romanzo di Cernyscevsl Che fare?, la pungente satira di Stcedrin, i poeti dell ‘Iskra, dei quali sapeva a memoria innumerevoli versi gli piaceva Nekrassov.

Per lunghi anni Vladimir Ilic dovette vivere nell’emigrazione: in Germania, Svizzera, Inghilterra, Francia. In questi paesi frequentava le riunioni operaie, osservava la vita e i costumi degli operai, il loro modo di passare il tempo, nei caffé, nelle passeggiate. Capitava di osservare l’enorme influenza del ambiente borghese, sulla famiglia e sul modo di vivere degli operai. Quell’influenza si manifestava in mille modi. Quando vivevamo in Francia saltava particolarmente agli occhi la contraddizione tra il generale orientamento rivoluzionano degli operai e i costumi volgari, piccolo-borghesi.

Ali estero vivevamo piuttosto modestamente, più che altro in camere d’affitto a basso prezzo, dove c’era gente di ogni sorte, mangiavamo presso varie padrone di case oppure in trattorie economiche. A Parigi a Ilic piaceva molto frequentare i caffé in cui i chansonier si esibivano con canzoni di costume democratiche rivolte contro la democrazia borghese e i vari aspetti della vita. A Ilio piacevano in modo particolare le canzoni di Montégus (115). Figlio di un comunardo, questi scriveva buoni versi sulla vita dei sobborghi. Durante una serata Ilic si mise a chiacchierare con Montégus e fecero le ore piccole a parlare della rivoluzione, del movimento operaio, del socialismo creatore di un nuovo modo di vita, una vita socialista.

Vladimir Ilic legava sempre strettamente le questioni morali ai problemi filosofici generali. Nella società schiavista agli schiavi si chiedeva obbedienza e sottomissione e la religione ordinava loro come comportarsi. La religione forniva tutta una serie di regole di condotta. Questo codice di morale religiosa veniva presentato come raccolta di comandamenti imposi al popolo dal Signore Iddio. Tali “comandamenti” di condotta si sono conservati nel capitalismo e venivano dai capitalisti diffusi, in quanto a loro conveniva che i lavoratori si comportassero da schiavi. Ovviamente il codice morale e le regole di condotta sono stati adeguati alle condizioni dello sfruttamento capitalistico.

Nella società divisa in classi è esistita in ogni epoca e per ogni classe una morale particolare, una raccolta di regole di comportamento elaborate dalla classe dominante. Vi sono cosi regole di condotta per gli appartenenti alla classe degli sfruttatori e regole di condotta – diverse – per gli appartenenti alla classe degli sfruttati. Queste regole vengono insegnate durante apposite lezioni nelle scuole dei paesi borghesi.

La psicologia idealista ha sviluppato tutta una serie di teorie sui cosiddetti “principi connaturati dell’anima”, sull’ “innata moralità” dell’uomo. Tali teorie idealistiche ben si amalgamavano con i codici morali religiosi e borghesi, con le abitudini di vita ereditate dal passato.

Parlando il 2 ottobre 1920 al III Congresso del Komsomol Vladimir Ilic si soffermò sulla morale comunista, spiegò con semplici esempi concreti l’essenza della morale comunista. Egli disse che la morale feudale e borghese era stata tutto un inganno, una presa in giro, l’intontimento degli operai e dei contadini negli interessi dei feudali e dei capitalisti, mentre la moralità comunista fuoriesce dagli interessi della lotta di classe del proletariato. Egli disse che la moralità comunista doveva tendere ad elevare la società umana, ad emanciparla dallo sfruttamento del lavoro. La morale comunista è fondata sulla lotta per il consolidamento e il trionfo del comunismo. Con esempi concreti Lenin dimostrò tutta l’importanza dell’unione, dell’autocontrollo, del lavoro indefesso per rendere sempre più saldo il nuovo ordine sociale; egli indicò quale grande cosciente disciplina fosse per questo necessaria, quale solidarietà fosse necessaria per far fronte ai compiti preposti. Lenin disse ai giovani che bisognava consacrare tutto il proprio lavoro, tutte le proprie forze alla causa comune.

E la vita di Lenin fu un esempio a riguardo. Perché altrimenti Ilic non poteva, non sapeva vivere. Non era un asceta, gli piaceva pattinare e andare in bicicletta, arrampicarsi sulle montagne, andare a caccia, amava la musica, amava la vita in tutta la sua proteiforme bellezza, amava i compagni, la gente. Tutti conoscono la sua semplicità, la sua risata allegra, contagiosa. Ma in lui ogni cosa era subordinata alla lotta perché tutti potessero vivere una vita luminosa, colta, agiata, ricca di gioia e piena di contenuto. Più di tutto era rallegrato dai successi in questa lotta. La sua vita personale di per sé diveniva un tutt’uno con la sua attività pubblica.

Durante l’emigrazione, vivendo in paesi dove, benché vigesse un ordinamento capitalistico, il movimento socialdemocratico era più o meno legalizzato (la Francia, l’Inghilterra, la Germania prebellica) spesso ci capitava d’osservare come qualche grosso dirigente socialdemocratico potesse pronunciare infiammati discorsi molto radicali e poi essere nella vita privata, nell’ambiente familiare un autentico piccolo borghese, un borghese suo malgrado, come dicono i francesi. Il regime capitalistico, tutto l’ambiente circostante esercitano una cosi forte influenza sulla sua psicologia che nemmeno se ne accorge. Per lui la moglie non è un amico e un compagno, ma una massaia, una serva, oppure un balocco, un oggetto di piacere per il soddisfacimento dei suoi appetiti sessuali; i figli sono una proprietà di cui si può fare quel che si vuole: batterli, viziarli, caricarli di lavoro oppure far crescerli nell’ozio. C’è un racconto molto significativo di John Reed (116) Figlia della rivoluzione, in cui si parla di una fanciulla, figlia di un operaio comunardo, sorella di un socialista, che si sente soffocare nella trivialità domestica intrisa di spirito piccolo-borghese. Incapace di trovare una via d’uscita quella fanciulla s’incammina sulla strada della prostituzione.

Nel suo discorso al III Congresso del Komsomol Ilic indicò come liberarsi dall’influenza dell’ambiente piccolo-borghese. Egli additò alle giovani generazioni la via della lotta, insegnò a vivere degli interessi della società intera. Lenin pose in tutta la sua importanza la questione del lavoro sociale della donna lavoratrice, della contadina, della sua partecipazione alla dirczione del paese. Egli pose il problema del lavoro sociale dei fanciulli, lavoro che, non chiuso nelle quattro mura della scuola, costituisce un aiuto per gli adulti, per gli operai e i contadini.

Nell’emancipazione della donna vantiamo dei grossi successi e qui ha esercitato una funzione di particolare importanza la collettivizzazione agricola.

Il Komsomol, organizzando i ragazzi, dai dodici anni di età, nei reparti dei pionieri, insegna loro le regole di condotta che scaturiscono dalla morale comunista. Il Komsomol insegna i ragazzi ad aiutare gli adulti nella loro attività sociale, a lottare contro tutte le manchevolezze che ancora ci circondano, contro l’ubriachezza, il turpiloquio, insegna ai pionieri a difendere le bambine. A casa i ragazzi lottano perché le bambine vadano a scuola, perché non siano gravate di eccessivo lavoro domestico e quindi loro stessi aiutano le madri. I pionieri insegnano a leggere alle madri e alle domestiche, non permettono che i piccoli siano percossi. Il Komsomol insegna ai pionieri a sentirsi mèmbri attivi della società, a lottare contro i relitti delle antiche abitudini, spiega il danno delle credenze religiose, insegna a difendere le proprie idee.

I pionieri rapidamente si sono conquistati autorità e prestigio. Ma negli ultimi tempi si assiste ad un calo della loro attività. Bisognerà imprimervi nuovo impulso, bisognerà educare dei degni successori ai quadri del Komsomol.

Negli ultimi tempi alcuni funzionari e attivisti del Komsomol hanno subito un calo politico, hanno ceduto nell’ambiente domestico all’influenza borghese, hanno dimenticato come deve essere un comunista, per quali obiettivi lui lotta. Ovviamente si tratta di casi isolati; però ogni giovane comunista deve sapersi controllare, qui ci vuole molta oculatezza, bisogna essere molto esigenti verso se stessi e non a parole, ma nei fatti, bisogna essere leninisti sino in fondo nella vita privata e nella vita sociale, bisogna saper subordinare gli interessi personali a quelli della causa comune senza mai dimenticare che l’ambiente domestico non è separato dalla vita sociale e dalla politica.

Tutto ciò riguarda gli scolari e gli studenti iscritti al Komsomol in misura ancora maggiore. Qui bisogna fare attenzione a che non ci sia alcuna cesura dalla vita reale, dall’edificazione socialista, dalle masse, perché non vi sia carrierismo, perché non fiorisca rigoglioso l’individualismo borghese…

… Possiamo essere certi che il Komsomol non tradirà le speranze che in esso vengono riposte.

La preparazione del leninista

(Discorso al VI Congresso dell’Unione della gioventù comunista leninista della Russia) (117)

Compagni, trent’anni fa, nel suo opuscolo Cosa sono gli “amici del popolo” Lenin riportava partecipe i versi di Lesing (118): “Chi non loderà un Klopstock (119)? Ma forse che ognuno lo leggerà? No. Noi vogliamo essere meno onorati, ma letti un po’ più attentamente!”. Io penso che questa citazione, nella quale si dice che noi vorremmo essere meno glorificati, ma più letti, può essere riferita anche a Lenin stesso. Spesso egli parlando usava con disprezzo la parola “icona” quando si trattava di qualche vecchio rivoluzionario privo ormai di qualsiasi ascendenza, le cui parole non esercitavano più alcuna influenza, che però veniva circondato di onori e di elogi. Lenin diceva allora: “Ebbene, è già un’icona” a e nelle sue opere vi sono dei passi dove si dice che l’icona è un qualcosa cui si può pregare, inginocchiarsi, segnarsi, ma che in nessun modo influisce sulle azioni degli uomini.

Lenin non deve essere trasformato in icona. È necessario che le sue idee servano da quida per l’azione. Questo è il pensiero che, secondo me, dovrebbe ispirare quei giovani comunisti che intendono diventare leninisti.

Voi, compagni, volete diventare leninisti. Per questo dovete imparare a servire la causa dell’emancipazione dei lavoratori, la causa del comunismo.

Prima della guerra, nel periodo di sviluppo pacifico, in alcuni paesi spesso i socialisti pensavano che per essere membro del partito fosse sufficiente avere la tessera, essere abbonato al giornale socialista, frequentare le riunioni. Noi ovviamente non possiamo pensarla cosi. Viviamo in una epoca in cui comprendiamo lucidamente che la vita privata non può essere separata da quella sociale. Prima non si comprendeva che tale distacco tra vita privata e vita sociale fa si che prima o poi il militante tradisca la causa del comunismo. Dobbiamo aspirare a legare la nostra vita privata alla causa della lotta, alla causa dell’edificazione del comumsmo.

Ciò, ovviamente, non vuoi dire che dobbiamo rinunciare alla vita privata. Il partito del comunismo non è una setta e quindi non possiamo propagare un tale ascetismo. Durante un’assemblea di fabbrica mi capitò una volta di sentire un’operaia che, rivolta alle sue compagne, diceva: “Compagne operaie, dovete tener presente che entrando nel partito dovete rinunciare al marito e ai figli!”. Certamente non possiamo affrontare cosi le cose. Non si tratta di rinunciare al marito e ai figli, bensì di educare i figli come combattenti per il comunismo e far si che anche il marito diventi uno di loro. Bisogna saper fondere la propria vita con quella sociale. E ciò non è ascetismo. Al contrario, proprio in questo modo, proprio facendo diventare la causa comune dei lavoratori una causa personale la vita privata diventa più ricca. Non diventa più povera, ma offre emozioni cosi profonde e cosi limpide che la vita domestica piccolo-borghese non ha potuto mai dare. E oggi tra i compiti che ci sono di fronte c’è proprio la capacità di fondere la propria vita con l’opera generale a favore del comunismo, con il lavoro e la lotta dei lavoratori per l’edificazione del comunismo. Voi giovani incominciate appena a costruire la propria vita. Voi potete costruirla in modo tale che non vi sia nessun distacco tra la vita personale e quella sociale.

Compagni, Vladimir Ilic scriveva che non vi può essere movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria. Egli molto lavorò all’elaborazione di questa teoria rivoluzionaria. Ogni rivoluzionario necessita di un obiettivo chiaramente definito e profondamente conosciuto e che siano ben definite le vie per raggiungerlo, perché, se egli non vedrà dove andare e come andarci, qualunque sia la passione che metterà nel suo lavoro, cadrà continuamente in errore.

Per saper distinguere nella propria attività l’essenziale dal secondario è indispensabile avere chiara coscienza dell’obiettivo e delle vie per raggiungerlo. Vladimir Ilic aveva questa dote, sapeva distinguere l’essenziale dal secondario. Lottando, per il secondario a volte si può indietreggiare pur di conquistare l’essenziale. Gli opportunisti si distinguono dai rivoluzionar! proprio perché essi cedono sull’essenziale, sul principale, dimenticano l’obiettivo ed infine vi rinunciano. Ed ecco noi vediamo come nel corso di tutta la sua attività Vladimir Ilic abbia lottato contro l’opportunismo, contro l’incapacità di difendere l’essenziale, la causa principale. Sussiste un altro errore: chi non sa distinguere l’essenziale dal secondario spesso diventa succubo della frase rivoluzionaria. Anche la lotta contro la frase rivoluzionaria attraversa come un filo rosso tutta l’attività di Vladimir Ilic. La teoria rivoluzionaria non è un dogma, egli diceva, ma una guida per l’azione, una guida per il lavoro. Sempre da questo punto di vista bisogna affrontare la teoria. Nel momento attuale a tutti noi è straordinariamente importante lo studio della teoria rivoluzionaria. In senso economico l’URSS è un paese arretrato e pertanto il proletariato presenta numerose stratificazioni. Vi sono gli strati più avanzati, gli addetti alla grande industria, vi sono strati meno avanzati, vi sono gli artigiani, e tra i diversi gruppi notevole è la differenziazione della coscienza di classe. Ciò vuoi dire che non ogni bocca proletaria dice la verità proletaria. Bisogna saper distinguere l’ideologia d’avanguardia del proletariato, e pertanto per i giovani è estremamente importante studiare con attenzione la teoria rivoluzionaria.

Non si può credere a tutto, ognuno deve ragionare con la propria testa. Bisogna riflettere su ogni cosa e controllare come si deve. Questo è uno dei compiti della gioventù, questo è uno dei compiti dei giovani comunisti che intendono divenire leninisti. Vladimir Ilic diceva che la teoria fornisce la guida per l’azione. E in effetti soltanto perché si faceva guidare dalla teoria rivoluzionaria egli sapeva individuare quell’obiettivo immediato che nel dato momento doveva essere raggiunto.

La chiara comprensione dell’obiettivo e delle vie per raggiungerlo tempra dovutamente il rivoluzionario. Irrobustisce la sua decisione nel momento dell’offensiva e non gli permette di lasciarsi sopraffare dal panico durante la ritirata. “Dobbiamo svolgere sempre il nostro lavoro quotidiano ed essere sempre pronti a tutto – scriveva Lenin – perché è quasi impossibile prevedere l’avvicendarsi dei periodi di esplosione e dei periodi di calma, e quando ciò è possibile non si può approfittarne per rimaneggiare l’organizzazione, dato che in un paese autocratico la situazione può mutare improvvisamente. . . E non si può pensare che la rivoluzione si svolga in un solo atto.. . la rivoluzione sarà una successione rapida di esplosioni più o meno violente, alternantisi con fasi di calma più o meno profonde. Perciò il contenuto essenziale dell’attività del nostro partito, il fulcro della sua attività, deve consistere nel lavoro che è possibile e necessario sia nei periodi delle esplosioni più violente che in quelli di calma completa, cioè in un’agitazione politica unificata per tutta la Russia, che illumini tutti gli aspetti della vita e si rivolga alle masse più larghe. Ma questo lavoro non può essere compiuto nella Russia attuale senza un giornale per tutta la Russia che si pubblichi molto spesso. L’organizzazione che si costituirà di per sé intorno al giornale, l’organizzazione dei suoi collaboratori (nel senso largo della parola, cioè di tutti coloro che se ne occuperanno) sarà precisamente pronta a tutto, sia a salvare l’onore, il prestigio e la tradizione del partito nei momenti di peggiore “depressione” rivoluzionaria che a preparare, a decidere e ad attuare l’insurrezione armata di tutto il popolo.” 1*

Bisogna saper accettare il compromesso qualora esso è inevitabile. “II compito di un partito veramente rivoluzionario – scriveva Vladimir Ilic nel settembre 1917 nel Rabocij Put – non consiste nel proclamare un’impossibile rinunzia a qualsiasi compromesso, ma nel saper conservare, attraverso tutti i compromessi inevitabili, la fedeltà ai principi, alla propria classe, al proprio compito rivoluzionario, alla preparazione della rivoluzione e all’educazione delle masse popolari per la vittoria della rivoluzione.“ 2*

Certamente non sempre è piacevole scendere al compromesso. Vladimir Ilic soleva dire che la lotta politica non somiglia al marciapiede di Corso Nevskij (120). Più di una volta capita di camminare nella fanghiglia.

Vladimir Ilic aveva in spregio la vacuità, la iattanza, esigeva da ogni rivoluzionario, da ogni militante il lavoro più assiduo.

E questo un lavoro spesso poco piacevole, poco affascinante, ma ad esso non può rinunciarvi nessun rivoluzionario, perché per la causa ci vuole non soltanto il lavoro ad effetto, ma pur l’attività di tutti i giorni, priva di lustro esteriore.

“Per mancanza di fiducia nel lavoro pesante, lento, difficile, gravoso, si cade nel panico e si cerca una soluzione facile. . . “. 3* – ebbe a scrivere Vladimir Ilic.

Lavorare assiduamente per raggiungere l’obiettivo prefisso, senza perdersi d’animo: questo il dettame di Ilic.

Bisogna legare la propria vita al lavoro per la causa del comunismo, seguire la teoria rivoluzionaria, valutare lucidamente la vita, non temere il lavoro tenace, allora saprete divenire dei leninisti.

Compagni del Komsomol, avete tutta la vita davanti, voi vivete in un momento di enorme svolta sociale, prendete la bandiera di Lenin e, marciando al passo con le masse, in testa alle masse, andate verso il grandioso obiettivo.

La funzione dei pionieri nella scuola

(dal rapporto «L’educazione politico-sociale nella scuola di 2° grado» alla Prima Conferenza panrussa delle scuole di 2° grado) (121)

…Negli ultimi tempi sia tra i giovani del Komsomol che tra gli insegnanti esiste la chiara coscienza che tra i giovani, i ragazzi d’avanguardia e gli insegnanti ci vuole il più stretto lavoro comune. Noi della generazione anziana dobbiamo imparare un poco a guardare la vita con occhio diverso. Grazie al fatto di essere cresciuta in condizioni totalmente diverse, spesso la gioventù trova istintivamente il modo più giusto di affrontare un determinato problema e qui il lavoro in comune con gli insegnanti è particolarmente importante. E all’insegnante che intende rinnovarsi e comprendere la nuova vita questo lavoro con i giovani è di un’eccezionale utilità. D’altra parte i giovani, se lavorano da soli, molto spesso non vanno là dove dovrebbero e possono strafare in modo incredibile. Inoltre non c’è una sufficiente garanzia che i giovani sappiano distinguere bene tra gli obiettivi immediati e quelli remoti. I giovani ardono dal desiderio di rifare tutto, di ricostruire ogni cosa in un istante. Qui è del tutto indispensabile che i giovani lavorino con calma e tranquillità con gli insegnanti.

L’insegnante d’avanguardia necessita d’altro canto di un aiuto da parte del Komsomol e dei pionieri. Il Komsomol e i pionieri si trovano ad affrontare gli stessi problemi della scuola: creare una generazione totalmente nuova e quindi bisogna marciare a fianco a fianco. Ogni insegnante sa che a volte persino una parola buttata giù a sproposito da un ragazzo può gettare una luce nuova sull’impostazione che l’insegnante deve dare ad un determinato problema.

Ritengo che la nostra scuola sovietica debba differenziarsi nettamente da quella borghese proprio per la concordia e la collaborazione che devono regnare tra i giovani e gli insegnanti. È importante ovviamente che a questo proposito i giovani non si propongano di mandare la scuola in frantumi, di imporre alla scuola i loro acerbi punti di vista; il partito combatte a sufficienza tali orientamenti. Anche gli elementi più coscienti del Komsomol e dei pionieri comprendono alla perfezione che quella non è la via, che bisogna seguire una strada diversa. Il Komsomol e i pionieri comprendono che il loro movimento ne sarà sminuito se dalla scuola non otterranno tutto ciò che essa può dare. Se la scuola verrà a dare loro ciò di cui non hanno bisogno, il lavoro del Komsomol e dei pionieri, impegnati nell’educazione delle giovani generazioni secondo uno spirito nuovo, verrà a complicarsi enormemente. È estremamente importante che vi siano dei rapporti normali. Tutto ciò rieduca anche l’insegnante, perché è ancora forte la vecchia abitudine di guardare ai ragazzi come ad una massa di subordinati, di cui non si deve tener conto, come nel vecchio regime, il quale ancora a lungo farà sentire la sua influenza su di noi. Ogni insegnante deve lottare con se stesso, deve rieducarsi. Ogni insegnante deve sapere guardare ai giovani come al nostro futuro, circondarli di tutta l’attenzione possibile, imparare a crescerli come collettivo. Ma ovviamente anche i giovani devono prendere coscienza che senza la scuola, senza delle cognizioni sistematiche non diverranno mai degli autentici lavoratori.

È importante inoltre che vengano a crearsi dei rapporti normali tra i ragazzi, cioè tra gli iscritti e i non iscritti al Komsomol. Ovviamente seguendo il vecchio sistema d’educazione e una forma di autogestione dove sono attivi soltanto i comitati scolastici ed altre analoghe organizzazioni che co mandano tutti gli altri ragazzi, non vi potranno essere rapporti normali con i giovani comunisti e i pionieri. Da una parte si farà sentire un certo malcontento che si riverserà sui militanti del Komsomol e i pionieri, o ci si lamenterà del comando, e d’altra parte tra i mèmbri del Komsomol e i pionieri vi sarà la tendenza ad occupare i posti di direzione. Tutto ciò corrompe il Komsomol e i pionieri, ostacola la solidarietà tra il Komsomol, i pionieri e tutti gli altri. Questa aspirazione al comando è suggerita appunto dalle vecchie forme di gestione…

Al Komsomol e ai pionieri aderiscono i ragazzi migliori, i più organizzati, quelli capaci di agire in modo concorde. Costoro porteranno nella scuola l’abitudine al lavoro collettivo e alla vita collettiva. Saranno loro i principali organizzatori, i portatori delle principali iniziative. Senza il Komsomol e senza i pionieri l’insegnante si troverebbe in difficoltà ad organizzare la nuova autogestione, in quanto i ragazzi non organizzati spesso guardano al maestro come alla forza risolutrice, in loro ancora debole è la capacità di pensare in modo autonomo, di lavorare in modo indipendente. Sarà possibile dispiegare sino in fondo questa capacità soltanto quando i ragazzi più avanzati, il Komsomol e i pionieri insegneranno loro a lavorare in maniera diversa. E ovviamente con i pionieri e il Komsomol la scuola camminerà più spedita per la sua strada. Certo, una autogestione autentica può essere organizzata soltanto nella scuola in cui tra la teoria e la pratica è stato gettato un ponte. Può essere realizzata là dove la scuola non si rinchiude nelle quattro mura, nella scuola che organizza la vita prima all’interno e poi all’esterno sviluppando il lavoro sociale sulla base della propria attività scolastica. Sarebbe estremamente dannoso, inammissibile che le scuole e case dell’infanzia si rinchiudessero nelle quattro mura. In verità, nel regime borghese vengono esperiti dei tentativi di organizzazioni collettive, ma in genere si tratta di organizzazioni molto ristrette, che si contrappongono alle altre, quando proprio questa contrapposizione non deve esistere.

È indispensabile che ogni organizzazione scolastica esca dall’ambito della scuola. È importante fornire ai ragazzi la più ampia gamma di profonde emozioni non solo nell’ambito della scuola. È importante renderli solidali e concordi con gli operai, con i contadini poveri e medi. Pertanto la adesione dei ragazzi al lavoro collettivo, come i sabati comunisti in fabbrica, la partecipazione alle riunioni in cui avviene il processo di avvicinamento tra giovani e operai, il lavorare insieme alle masse – e il lavoro meglio di ogni cosa avvicina la gente – avranno un valore colossale ai fini dell’educazione del giovane all’iniziativa sociale. La scuola dovrà quindi collegarsi con ampie organizzazioni operaie, perché l’organizzazione operaia per il fatto stesso di esistere educa gli operai e può e deve educare i ragazzi. Altrettanto può dirsi della campagna, dove la scuola gode di eccezionali possibilità di lavoro sociale; qui è importante che 1 ragazzi si sentano cittadini utili, costruttori della nuova vita. E necessario e importante rafforzare tutto ciò con qualche potente carica emotiva suscettibile di legare i ragazzi alla massa dei contadini. Seguendo la stessa via è importante suscitare nel ragazzo il desiderio e la volontà di lavorare per l’utilità generale.

L’educazione leninista dei pionieri

(Rapporto alla Conferenza internazionale dei pionieri)(122)

Lenin e i fanciulli

Innanzitutto consentitemi di porgere il saluto più caloroso

ai pionieri di vari paesi qui convenuti.

Compagni, voi volete sapere cosa Lenin pensasse dei pionieri. C’è da dire purtroppo che il movimento dei pionieri incominciò a svilupparsi quando egli già si trovava sulle soglie della morte. Non disponiamo quindi di suoi appositi messaggi ai giovani pionieri. C’è però il discorso che egli nel 1920 rivolse al Congresso del Komsomol. Un discorso questo tradotto ormai in numerose lingue e che probabilmente molti di voi avranno letto o che in ogni caso potrete leggere.

Molto spesso rivolgendosi agli adulti Lenin parlava dei fanciulli. Come guardava loro? Egli diceva: ”bbiamo imparato e impariamo rapidamente a lottare, e a lottare non da soli come i migliori tra i nostri padri… Noi lottiamo meglio dei nostri padri. I nostri figli lotteranno ancora meglio e vinceranno”. 4*

Di questa speranza nelle giovani generazioni, che cioè i figli degli operai, i figli dei lavoratori di tutti i paesi avrebbero saputo organizzarsi per lottare col vecchio mondo, col mondo del capitalismo sino alla vittoria del socialismo e al trionfo della causa della classe operaia, Lenin era profondamente convinto. Spesso, parlando con i bambini. Poteva chiedere con tono semischerzoso: “È vero che da grande diventerai un buon comunista?”. Certo, era quella una celia, indicatrice però del suo vivo desiderio che ogni fanciullo diventasse un comunista cosciente, continuatore della causa per la quale avevano coraggiosamente lottato e lottano i nvoluzionari di tutto il mondo.

È importante però, compagni, non tanto ciò che Lenin diceva ai fanciulli e dei fanciulli quanto tutta la sua vita, tutta la sua lotta. Noi sappiamo che Lenin ebbe sempre un grande obiettivo dinanzi: la lotta contro il capitalismo, la lotta per il socialismo. Qualunque cosa egli facesse, a qualsiasi riunione egli intervenisse, egli pensava sempre alla stessa cosa: all’utilità che quell’intervento o quel suo articolo poteva arrecare alla causa della lotta della classe operaia per il socialismo.

Per una educazione internazionalista

Lenin era mi internazionalista, non poteva non essere un internazionalista. Lenin crebbe e studiò in una sperduta città sul Volga, a Simbirsk (oggi Ulianovsk)… Là non c’erano fabbriche, officine, gli operai mancavano quasi del tutto. Durante la sua formazione rivoluzionaria nel nostro paese non c’era ancora un movimento operaio. E cosi, compagni, se Lenin non avesse appreso dal movimento operaio degli altri paesi, dai grandi teorici della classe operaia, da Marx e Engeis, mai sarebbe diventato chi poi divenne in realtà. Osservando la vita che lo circondava Lenin imparò a odiare lo sfruttamento e l’oppressione, ma solo dai grandi combattenti per il socialismo egli apprese come lottare per eliminarli. Ecco perché tutta la sua dottrina, tutta la sua lotta sono intimamente internazionalisti. Sin dall’infanzia egli vide come quotidianamente il potere zarista opprimesse le minoranze nazionali, ebrei, tartari, mordvini, soffocasse tutte le numerose nazionalità che oggi abitano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Costoro non godevano del diritto allo studio, disponevano di un numero irrisorio di scuole, erano privi di ogni diritto. E Lenin, che viveva sul Volga, osservava i ragazzi delle altre nazionalità, i piccoli tartari, i piccoli ebrei e vedeva in quali opprimenti condizioni fossero costretti a vivere. In lui si faceva strada la volontà di aiutarli e nel contempo lo sdegno per il loro stato. Tutta la sua attività rivoluzionaria fu permeata dello spirito di fraternità con le nazionalità oppresse. Quando si interessava al movimento americano come prima domanda chiedeva: e gli americani come trattano i negri? Quando egli studiava e osservava da vicino il movimento operaio inglese era interessato ad una questione: come si comportano gli operai inglesi, come si comportano le masse lavoratrici inglesi con le nazionalità delle colonie britanniche? Quando si interessava al movimento tedesco e francese rivestiva per lui un’eccezionale importanza la questione coloniale. Egli diceva: è necessaria la fratellanza dei popoli, ci vuole l’amicizia, la lotta unitaria per il socialismo. Riusciremo a vincere soltanto quando la classe operaia di tutti i paesi lotterà concorde per un grande obiettivo, per il socialismo. E nel suo lavoro egli faceva di tutto per rafforzare l’Internazionale, irrobustire il movimento operaio internazionale. Egli si rallegrava enormemente per il movimento giovanile in ascesa. Cosi egli si sarebbe oggi rallegrato con tutto il cuore vedendo che voi giovani comprendete tutto il significato del movimento internazionale, tutto il significato dell’organizzazione.

Come deve essere un comunista

Lenin appartenne a quella generazione che assisté alla lotta dei primi socialisti, i quali lottavano contro il regime zarista col terrore, terrorizzando cioè singoli oppressori particolar- mente violenti, li assalivano a colpi di pistola, lanciavano bombe contro di loro. Allora i singoli rivoluzionari compivano atti d’eroismo, andavano incontro alla morte, ma lot-

tavano isolatamente e quella lotta dava scarsi risultati. Il fratello maggiore di Lenin (123), di alcuni anni più anziano, anche lui decise di lottare contro lo zar. Egli prese parte ad un attentato contro lo zar, fu arrestato e giustiziato. Quella tremenda emozione, l’uccisione del fratello maggiore, portò il giovane Lenin a pensare che la lotta isolata, benché ricca di abnegazione e di eroismo, dia scarsi risultati.

Lenin arrivò alla conclusione che avrebbe potuto vincere soltanto la classe operaia che doveva organizzarsi nel miglior modo possibile. Egli diceva spesso che nell’organizzazione risiede la nostra forza principale. Dal vecchio ed eroico movimento contro lo zarismo, dagli eroi di “Narodnaja Volja” (cosi si chiamava il partito da cui provenivano i rivoluzionari isolati disposti a lottare contro lo zarismo) il nostro movimento ha ereditato la volontà di lottare sino alla fine.

Lenin scrisse che il comunista deve essere pronto a tutto, deve essere pronto a sacrificare la vita per la causa operaia, pronto a lavorare nella clandestinità, a nascondersi e a lavorare in modo tale che nessuno nemmeno sappia il suo nome. Egli deve portare avanti, senza stanchezza, la lotta quotidiana. In caso di guerra civile egli deve impugnare il fucile e lottare sulle barricate. Egli deve saper svolgere il lavoro quotidiano, anche il più semplice e non appariscente, ma utile per la causa.

Cosi diceva Lenin. E il nostro Partito comunista si organizza cosi. Ogni comunista sa che deve essere pronto a tutto, a difendere con le armi in pugno la causa della classe operaia cosi come egli deve essere pronto al lavoro quotidiano, semplice ma necessario per organizzare le vaste masse operaie e contadine, per la propaganda e l’agitazione. Lenin esortava molto spesso a lavorare in modo concorde e organizzato. Egli scrisse parecchio sulla coesione, sul lavoro concorde e con l’esempio dimostrò come bisognava lavorare in modo concorde e unitario. E questo esempio del lavoro di Lenin e di tutto il Partito comunista ha contagiato le masse.

Se lanciamo uno sguardo al passato, vediamo che sin dalle origini del movimento operaio nel nostro paese i fanciulli hanno sempre partecipato a questa lotta. E durante la rivoluzione del 1905 (124) i fanciulli salirono sulle barricate. Se andate al Museo della Rivoluzione di Mosca (125), potete vedere la foto di un ragazzo ucciso dai gendarmi a colpi di baionetta. Se fate attenzione al corso della rivoluzione del 1917, vedrete che i fanciulli vi presero parte insieme agli adulti. Infine, durante la guerra civile, i ragazzi si batterono con tenacia uguale agli adulti.

La causa di Lenin è invincibile

Nel 1919, nel pieno della guerra civile, mi trovai negli Urali. Là dove iniziano gli Urali si trova la fabbrica di Izhevsk. I bianchi (126) attaccarono la fabbrica, sterminarono la popolazione adulta. Rimasero stupiti nel vedere che esisteva un’organizzazione di ragazzi, fanciulli di 10-12-14 anni avevano una propria organizzazione, un club, avevano la bandiera rossa. I bianchi nel trovare quel club fucilarono quasi tutti i ragazzi. Quando alcuni mesi dopo rientrammo a Izhevsk. Gli operai ci portarono là dove c’era stato il club e dove lavoravano di già i superstiti di quella strage, che avevano ricostituito la loro organizzazione.

È molto importante per voi studiare il movimento che c’è stato in Russia, la lotta e i successi che abbiamo avuto, dobbiamo però imparare anche noi dalle altre nazionalità. Oggi nel nostro paese può darsi che i bambini vivano meglio, non devono sostenere lotte disperate come negli altri paesi, però si trovano a lavorare molto e lottare contro le sopravvivenze del passato, contro gli antiquati rapporti di proprietà, contro coloro che pensano soltanto ai propri egoistici interessi. In questa attività quotidiana possiamo imparare parecchio dagli altri paesi, dall’America, dalla Germania, dalla Francia. Dobbiamo mutuare da loro conoscenze e tecnica per armarsi meglio in vista della lotta. Voi giovani pionieri dovete mantenere uno stretto contatto tra di voi e soltanto allora potrete adempiere i precetti di Lenin, soltanto allora sarete degli autentici leninisti. Oggi la dottrina di Lenin è penetrata nelle masse, adesso non c’è soltanto Lenin ma ci sono milioni di leninisti. E quindi per avvicinarsi a questi milioni c’è bisogno di un lavoro fraterno, da compagni.

Consentitemi di augurarvi, cari ragazzi, di avere successo in questa lotta. È una lotta che continuerà ancora per parecchi anni, ma al pari di Lenin anche noi siamo fermamente convinti, tutto il nostro partito, tutto il Komsomol, tutti i pionieri sono convinti che la causa iniziata da Lenin è invincibile !

Il movimento dei pionieri come problema pedagogico (127)

Più di una volta abbiamo detto che la scuola e il movimento dei pionieri (128) puntano ad un unico obiettivo: fare del fanciullo un combattente e un costruttore del nuovo regime. Nella scuola però il centro di gravita poggia sullo studio, nel movimento dei pionieri questo si trasferisce all’educazione. L’insegnamento e l’educazione sono strettamente connessi, si autocompletano, si intrecciano, restando però sempre due problemi diversi. L’educazione è il compito principale del movimento dei pionieri: educare una nuova gioventù capace di portare avanti sino alla fine l’edificazione del socialismo e del comunismo. Edificare il socialismo non significa soltanto elevare la produttività del lavoro, sviluppare l’economia. Un’economia pubblica altamente sviluppata è soltanto la base, il fondamento che garantisce la possibilità del benessere generale. L’edificazione del socialismo consiste invece in una nuova organizzazione di tutto il tessuto sociale, in una nuova struttura sociale, in nuovi rapporti tra gli uomini. Noi vogliamo edificare non soltanto una vita sazia, bensì una vita luminosa.

Se la popolazione adulta deve essere rieducata nello spirito del socialismo, tanto più la nuova generazione deve essere educata in questo spirito. Cosa vuoi dire educazione nello spirito del socialismo? Vladimir Ilic decifrava questo nuovo spirito con parole di grande semplicità. Alla conferenza degli operai e dei soldati rossi senza partito egli disse: “Prima dicevano: “ognuno per sé e Dio per tutti”, e abbiamo visto quanto male ne è uscito fuori. Adesso diciamo invece: “uno per tutti, tutti per uno” (129).

Queste parole, benché pronunciate non a proposito dell’educazione, a mio parere danno una chiara impostazione di tutto il problema educativo del nostro tempo. Bisogna trasformare i ragazzi in collettivisti. Come fare? Qui ci imbattiamo in un serio problema pedagogico.

La borghesia educa in modo differente i figli dei lavoratori e i figli degli agrari e dei capitalisti. Dei primi tenta di fare degli schiavi obbedienti e dei secondi dei capi. Lavorando con i figli dei lavoratori punta a cancellare l’individualità, a impedire lo sviluppo della personalità del fanciullo; tutti i metodi educativi tendono a spersonalizzare i ragazzi, a renderli passivi. Verso coloro che resistono a tale procedimento si gioca la carta dell’ascesa sociale, si tenta di metterli gli uni contro gli altri, di trasformarli in servi fedeli della borghesia. Con figli delle classi dominanti si seguono altri metodi educativi. Di essi la borghesia tenta di plasmare degli individualisti contrapposti alla massa, al collettivo, capaci di primeggiare sulla massa.

L’educazione sovietica tende invece a sviluppare in ogni fanciullo tutte le sue doti, a vivificare la sua attività, la sua coscienza, a sviluppare onnilateralmente la sua personalità, la sua individualità. Pertanto da noi i metodi di educazione sono diversi da quelli seguiti nella scuola popolare borghese. Ma i nostri metodi sono radicalmente diversi pure da quelli applicati nell’educazione dei figli della borghesia. La borghesia punta a educare degli individualisti pronti a porre sopra ogni cosa il proprio “io , che si contrappongono alla massa. Noi invece vogliamo educare degli uomini onnilateralmente sviluppati, forti nel fisico e nello spirito, non degli individualisti ma dei collettivisti, che non si contrappongono al collettivo, ma che ne costituiscono la forza, che portano ad un nuovo livello il significato del collettivo. L’educazione comunista segue metodi differenti. Noi riteniamo che soltanto nel collettivo possa svilupparsi nel modo più ampio e completo possibile la personalità del fanciullo. Il collettivo non assorbe la personalità del fanciullo, ma influisce sulla qualità e sul contenuto dell’educazione.

A questo riguardo il movimento dei pionieri può fare parecchio. Ma che via deve seguire nel lavoro educativo? Prima di tutto bisogna offrire al pioniere-scolaro l’occasione di emozioni comuni. Il fanciullo che vive solo in famiglia, che la madre premurosa protegge dalle “influenze nocive” e dagli altri ragazzi non diventerà mai un collettivista.

I reparti dei pionieri devono tener presente che la partecipazione del pioniere all’attività del reparto deve offrirgli una serie di emozioni insieme agli altri ragazzi. Ciò non vuoi dire che bisogni sollazzare i ragazzi e organizzare spettacolini e matinée. Le feste non c’entrano, è tutta la vita quotidiana del reparto dei pionieri che deve essere luminosa e ricca d’emozioni. Capita purtroppo invece che si indice una riunione, ma il capo ritarda, la gente non sa che fare, oppure si sollevano problemi ormai tediosi come i danni del fumo, la disciplina, oppure ai ragazzi fanno lezione di politica… È inevitabile che un reparto simile si dissolverà.

Ha un grande valore organizzare come si deve un bei coro, oppure dei giochi fantasiosi e più profondi di contenuto, organizzare la lettura in comune di qualche libro avvincente, ecc. Tutto ciò avvicina i ragazzi, li rende solidali, una gioia o un dolore insieme vissuti renderanno questi vincoli ancora più stretti. È importante badare meno alle formalità e più al contenuto. £ importante quali giochi saranno organizzati, perché ci sono certi giochi che ostacolano lo sviluppo degli istinti collettivistici, che invece di stringere i ragazzi li dividono; è importante quali libri saranno letti: cianfrusaglia individualistica o opere veramente di valore.

Il secondo elemento della concordia è dato da una conocenza più da vicino della situazione domestica e scolastica dei compagni, e dall’aiuto che può essere loro dato. Chi sa di più deve aiutare chi sa di meno a fare i compiti, chi mangia bene deve dividere con chi ha bisogno, chi è troppo carico di incombenze domestiche dovrà essere aiutato dai compagni. Bisognerà aiutarsi a vicenda nell’ambito di ogni manipolo, di ogni reparto.

Il terzo elemento è dato da uno studio interessante comune, da libri letti insieme, da gite, giornali murali, libriccini e diari pubblicati in collaborazione, ecc. ecc. A questo punto bisognerà fare molta attenzione a che non ci sia una divisione tra un gruppo attivo, pieno zeppo di lavoro, e di un gruppo passivo al quale non si permette di fare niente. Sarà necessario affrontare il problema del lavoro in collaborazione, della giusta divisione del lavoro, di un’equa assegnazione di compiti, dell’affinità dell’interesse particolare dei ragazzi con gli obiettivi generali di un collettivo operaio.

Il quarto elemento concerne il lavoro e il nesso tra il lavoro individuale e quello collettivo, la formazione di consuetudini al lavoro individuale e collettivo, il giusto coordinamento, la valutazione del lavoro svolto, il controllo reciproco, la collaborazione in ogni sfera della vita economica.

Il quinto elemento è dato dalla disciplina interiore e volontaria. Nell’articolo La grande iniziativa sui sabati comunisti in cui Lenin contrappone la disciplina imposta del regime capitalistico alla disciplina socialista volontaria e cosciente, si indica come affrontare il problema della disciplina e delle punizioni nella scuola e nei reparti dei pionieri.

Ed infine l’ultimo elemento è dato dal lavoro sociale, dall’applicazione delle conoscenze e delle consuetudini acquisite nel lavoro collettivo per il bene comune. La questione della scelta del lavoro sociale. Il lavoro sociale come scelta volontaria e cosciente, decisione collettiva, pianificazione collettiva, valutazione delle possibilità e delle forze. Gran parte del di- scorso di Vladimir Ilic al III Congresso del Komsomol è dedicata al lavoro sociale, al lavoro collettivo socialmente utile.

A questa questione è connesso il problema dell’aiuto che gli operai e le operaie devono fornire nel processo dell’educazione collettiva e dell’autoeducazione dei ragazzi; è connesso inoltre il problema del rapporto tra scuola e movimento dei pionieri.

Nei problemi qui tratteggiati si cela tutta una serie di questioni di estrema importanza. Dovranno lavorarci sopra i capi del movimento dei pionieri e gli insegnanti.

La scuola politecnica e l’organizzazione dei pionieri (130)

Estratto

Noi costruiamo la repubblica del lavoro. Nell’epoca schiavista, feudale e capitalistica il lavoro era considerato una punizione divina. Dio maledi Adamo e lo condannò ad un durissimo destino. “ Col sudore della tua fronte ti guadagnerai il Pane” – gli disse. Cosi racconta la leggenda cristiana. Nei primi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre era ancora ferma nella coscienza della gente questa concezione del lavoro, considerato una maledizione. “Nel socialismo – scrivevano gli

scolari – non lavorerà più nessuno”. Ora però di anno in anno l’entusiasmo del lavoro investe il paese in modo sempre più ampio; l’emulazione socialista e il lavoro d’assalto educano una nuova concezione del lavoro. “I comunisti adorano il lavoro, la parola lavoro viene scritta sempre con la maiuscola” – strillano gli emigrati bianchi (131). Odiano inoltre l’idea stessa della scuola politecnica da loro rappresentata come una scuola a lavoro forzato. La nostra scuola politecnica è cessata già di essere un ” esperimento » interessante perché politecnica diventa tutta la nostra rete scolastica. Abbiamo già realizzato la scuola quadriennale dell’obbligo. Nei prossimi anni la sfera dell’obbligo scolastico politecnico arriverà sino alla settima classe. È appunto la scolarità generale che esalta il significato della scuola politecnica. Sin dagli anni ’90, nell’articolo Perle della progettomania populista. Lenin, scriveva: “… non si può concepire l’ideale di una società futura senza unire l’istruzione al lavoro produttivo, ne il lavoro produttivo avulso dall’istruzione e dall’educazione potrebbero essere posti all’altezza richiesta dall’attuale livello della tecnica e dal presente stato delle cognizioni scientifiche”.

E in seguit: “Per unire il lavoro produttivo generale con l’istruzione generale occorre, evidentemente, imporre a tutti l’obbligo di partecipare al lavoro produttivo. Può sembrare che si tratti di cosa d’una chiarezza lampante. In realtà, però, non è cosi. Il nostro “populista” (132) risolve il problema nel senso che l’obbligo del lavoro fisico deve essere stabilito come un principio generale, ma soltanto per i poveri e non

per tutti” 5*

La quantità si trasforma in qualità. In forza della sua generalità la scuola politecnica diviene l’arma per eliminare la divisione della società in nobili e plebei, in uomini del braccio e uomini della mente, perché, dando a ognuno la conoscenza e la capacità di lavorare, sgombra la via verso la società senza classi.

Ma c’è politecnicizzazione e politecnicizzazione. Spesso per politecnicizzazione si intende fornire ai ragazzi un certo bagaglio di nozioni artigianali. Si insegna a rilegare libri, a costruire sgabelli, a riparare serrature e tutto qui. Ad ogni passo ci imbattiamo in questa contraffazione dell’idea poli tecnica. Dobbiamo combatterla. Non possiamo accettare che la politecnicizzazione sia ridotta all’apertura di laboratori di falegnameria e di officine meccaniche.

È indispensabile che l’attività delle oiiicine sia organicamente connessa a quella della fabbrica, secondo un piano determinato, che quel lavoro sia necessario alla produzione cui la scuola è collegata, che si tratti effettivamente di un lavoro produttivo. D’altra parte è necessario che l’attività nelle officine fornisca una determinata cultura del lavoro e non di quello artigianale, ma del lavoro moderno, corrispondente all’attuale livello di sviluppo della tecnica e della scienza. Nelle officine scolastiche il lavoro dovrà svolgersi parallelamente allo studio della fabbrica allargato a tutta la branca produttiva, alla sua storia.

Oggi si lavora alla compilazione della storia delle fabbriche. Questa storia dovrà essere studiata a scuola e là dove questa storia non esiste bisognerà impegnarvi gli alunni dei gruppi scolastici superiori (VIIIe IX).

A volte lo studio della fabbrica viene compreso in modo semplicistico, cioè come studio della tecnica. Non è meno importante invece lo studio della forza lavoro nella fabbrica, delle diverse specializzazioni, e non del solo gruppo dirigente, ma di tutti i lavoratori. Questo studio è molto importante in quanto fornisce un orientamento professionale nient’affatto trascurabile per i giovani. L’uomo produce il massimo di energia nel lavoro preferito e più confacente. In questo lavoro egli fornisce il massimo anche alla produzione. La giusta scelta della professione significa parecchio. Ed infine bisognerà studiare l’organizzazione del lavoro nella produzione. Le questioni riguardanti l’organizzazione della produzione hanno un valore enorme per l’edificazione del socialismo. E gli alunni della nostra scuola sovietica, la quale dovrà formare degli attivi e coscienti costruttori della società socialista senza classi, devono apprendere i principi dell’organizzazione socialista del lavoro.

…Vladimir Ilic diceva che i programmi devono dare una precisa cerchia di nozioni in ogni campo, ma solo i fautori della vecchia scuola possono affermare che deve trattarsi proprio della cerchia di nozioni della vecchia scuola. Sarebbe questo un modo di calunniare Lenin. La cerchia delle conoscenze deve essere rigorosamente delimitata nei programmi della scuola politecnica, ma essa deve essere decisa partendo da un punto di vista comunista e non già feudale o capitalistico. Lenin parlava sempre dell’esigenza di concordare strettamente la teoria con la pratica, diceva che: “Uno dei mali e delle calamità più gravi, lasciatici in eredità dalla vecchia società capitalistica, è il completo distacco tra il libro e la vita… “ 6*. Ed ora che va avanti l’edificazione socialista sarebbe forse giusto che, giacché vengono diminuite le ore di alcune materie e tante nozioni secondarie dovranno essere eliminate e si esige una grande razionalizzazione nell’insegnamento, la scuola evitasse di parlare dell’edificazione socialista e non spendesse nemmeno una parola per un problemaessenziale, quello dell’organizzazione?..

… L’organizzazione dei pionieri ha dato molto alla nuova generazione. Ha coltivato la capacità di agire collettivamente, ha formato una disciplina intcriore, ha dato una determinata carica comunista. Non possiamo sottovalutare questo lavoro. Oggi questa organizzazione conta milioni di aderenti.

Oggi il Komsomol ha il compito di programmare il lavoro dei pionieri per il prossimo piano quinquennale.

Attualmente tutto il paese si trova ad affrontare il compito di impadronirsi di tutte le conquiste della scienza e della tecnica moderne. I giovani, che dovranno battersi con rabbia in questo campo, devono guadagnare assolutamente la collaborazione dei pionieri. Lo esige la Risoluzione del CC (133). La scuola politecnica è la via che porta alla conquista del sapere. Nella tappa odierna lottare per una vera scuola politecnica significa lottare per la conquista del sapere e della tecnica. Oggi bisogna lottare per tutta la scuola politecnica. Questa scuola appartiene a noi, in essa vengono formati i futuri militanti del Komsomol. Il Komsomol può fare parecchio per la creazione di una scuola veramente politecnica. E il Komsomol deve insegnare ai pionieri a lottare per essa. In ogni scuola, in ogni gruppo i pionieri dovranno essere una salda organizzazione, un reparto d’avanguardia nella lotta per il sapere, devono riuscire a trascinare tutta la massa dei ragazzi. Nella scuola i pionieri dovranno lottare per il sapere in modo unitario e concorde. Ogni pioniere deve sentirsi un militante di questa organizzazione in lotta per il sapere e una disciplina cosciente, deve partecipare energicamente a questa battaglia. Ma non solo all’interno della scuola i pionieri devono battersi per il sapere. Tutta l’organizzazione dei pionieri deve fare molta attenzione a questi problemi e non nel senso che i pionieri devono prendere un libro in mano in ogni momento libero, ma nel senso che l’attività extrascolastica dei ragazzi deve essere strutturata in modo tale che pur riposando i ragazzi rendano la loro vita più interessante, più ricca di contenuto, imparino a giudicare la vita, a studiare dagli adulti, a sfruttare ogni occasione per impegnare le proprie conoscenze al fine di trasformarla, di migliorarla. Il pioniere attivista nella conquista del sapere, deve essere nel contempo un attivista impegnato ad applicare questo sapere nella vita pratica. Il pioniere non è soltanto un “buon alunno” che in classe ha paura di muoversi e che impara a puntino le lezioni. Egli è un alunno che riflette su ciò che impara, che si interessa allo studio, che si impegna a che tutti nella sua classe possano studiare normalmente. È un alunno che sa autocontrollarsi a scuola e fuori della scuola.

Con questi compiti i nostri pionieri affrontano il prossimo piano quinquennale. Con il loro esempio dovranno trascinare tutti i ragazzi. Il Komsomol andrà in aiuto. La nostra nuova generazione imparerà a lavorare sia tisicamente che intellettualmente. Il pioniere sarà sempre pronto alla lotta per la causa operaia, per la causa di Lenin.

Un caloroso saluto a tutti i pionier !

Sull’amicizia (134)

Estratto

I pionieri e i capipionieri sono attualmente molto interessati al problema dell’amicizia. Vi racconterò in proposito qualche mio ricordo che a mio avviso illumina questa questione.

A Ufà, dove ero confinata, c’era anche la confinata Borosdic-Ananina, che con sua madre era stata coinvolta nel processo di Alexandr Ilic (135), il fratello di Vladimir Ilic. La madre era stata condannata ai lavori forzati, là si era sposata, mentre lei, a soli 17 anni, era stata condannata al domicilio coatto in una zona del Nord. Anche lei si era sposata, aveva avuto una bambina e poi se ne era andata dalla madre. La madre pure aveva avuto un bambino e cosi i due piccoli crebbero insieme ed erano molto affezionati. In seguito Borosdic-Ananina ebbe il permesso di trasferirsi a Ufà con sua figlia Marusia di 5-6 anni. La bimba provava una forte nostalgia per il suo amichetto e la mamma la consolava dicendole che forse si sarebbero presto rivisti. Un giorno rassettando la stanza trovò in un cassetto un “deposito clandestino”. Per tutto un mese la bimba vi aveva nascosto tutti i cioccolatini e i biscottini che aveva ricevuto per darli al suo amichetto. La bambina si comportava cosi da autentico compagno e arrivava sino a privarsi dei dolci per il suo amico.

Ed ecco un episodio della mia infanzia. All’inizio frequentai a Leningrado il ginnasio di Stato e poi mio padre mi fece passare a un ginnasio privato. Per composizione sociale degli alunni era un ginnasio molto strano. C’erano molti figli di funzionar! liberali e reazionari, ma anche non pochi figli di rivoluzionari, scrittori, musicisti, attori. Del ginnasio era direttore A. Ja. Gerdt (136), naturalista di notevole levatura, che negli anni della reazione aveva osato insegnare la teoria evoluzionistica…

Allora mia amica era Sascia, figlia di una rivoluzionaria, che, benché di due anni più piccola, era molto più sviluppata ed esercitò su di me una forte influenza. La madre trattava le sue due figlie in modo particolare, parlava con loro di tante cose, concedeva loro molta indipendenza. Al ginnasio Sascia strinse amicizia con la Davydova, figlia dell’alierà direttore del Conservatorio, anch’essa fanciulla di talento. Le due bambine erano appassionate di letteratura, durante gli intervalli stavano sempre insieme a confabulare. Sascia raccontò alla Davydova che sua madre era una rivoluzionaria e che casa sua era frequentata da Zheliabov (137) e da altri rivoluzionari. Davydova riferì tutto alla madre, e costei si presentò da Gerdt per esigere con sdegno che mettesse fine alle influenze nocive cui era sottoposta sua figlia. Gerdt mandò a chiamare la madre di Sascia per informarla delle lagnanze della Davydova. Venuta a conoscenza dell’accaduto. Sascia, aveva allora 12 anni, decise di troncare con la Davydova. “Non diventerà mai una rivoluzionaria, una rivoluzionaria deve essere una “tomba”, e Lida non ci riuscirà mai”. E Sascia, pur soffrendone molto, cessò di frequentarla.

Con Sascia stringemmo amicizia. Aveva per me una grande sollecitudine e prima di tutto si ingegnava d’aiutarmi in ogni modo perché diventassi una rivoluzionaria. Mi procurava i romanzi di Mikhajlov-Sceller.. . (138), si dava pensiero che partecipassi alle serate organizzate dalla madre per i suoi amici rivoluzionari, che andassi agli spettacoli degli attori ucraini, ecc. Con Sascia si discorreva di tutto ciò che ci interessava. La nostra era una solida amicizia…

In seguito, ormai grande e divenuta comunista, capii tutto il significato dell’amicizia e come essa aiuta nel lavoro, come è importante l’aiuto dei compagni, la sollecitudine di un compagno vicino, ma che nello stesso tempo, se un amico, fosse anche il più intimo, difende un errato punto di vista, se le sue azioni nocciono alla causa, bisogna farvi fronte e con lui bisogna rompere ogni rapporto d’amicizia. Questa è la morale del comunista: subordinare tutte le proprie azioni agli interessi della causa.

Se osserviamo la vita di Ilic, vediamo come egli sempre si prendesse cura dei compagni… Al confino, nell’emigrazione, egli si preoccupava sempre di aiutare i compagni a trovare una sistemazione materiale, ma non si preoccupava meno di mantenere viva in loro la carica rivoluzionaria, perché sfruttassero quel periodo per studiare, per fare esperienza rivoluzionaria. Nel contempo lottava contro i pettegolezzi, contro i sospetti, contro le vendette personali… Egli era un compagno e un amico esemplare. Sappiamo tuttavia che se qualcuno dei suoi compagni, anche dei suoi amici più intimi, incominciava a difendere un falso punto di vista, quando scorgeva che con le sue parole, con le sue azioni questo compagno danneggiava la causa, allora gli si rivoltava contro nel modo più deciso, rompendo ogni rapporto da compagni e d’amicizia.

Alcuni insegnanti e dirigenti del Komsomol (139) non sanno come affrontare i ragazzi e non sanno conquistare presso di loro un’autentica autorità e diventare contemporaneamente degli amici per loro. Sono privi cioè di esperienza pedagogica.

Citerò un altro esempio dei miei anni di ginnasio. Avevamo un ottimo insegnante di lingua e letteratura russa. Egli sapeva come destare in noi un enorme interesse per la letteratura, la storia della lingua, il folclore, ci insegnava come scrivere i componimenti e coscienziosamente guardare alle opere letterarie che studiavamo. Ma prima di tutto ci affascinava il fatto che ci trattava come adulte, ci parlava con tutta serietà, sapeva essere molto esigente e contemporaneamente eccitava la nostra iniziativa, ci insegnava a lavorare collettivamente. A nessuna di noi poteva mai venire in testa di ingannarlo, di scrivere un compito di russo per qualcuna di noi al fine di aiutarla a ricevere immeritamente un voto più alto.

Ci insegnava a valutare le votazioni con molta serietà. Egli ci fece questa proposta: “Questi sono i voti del trimestre. Vediamo insieme se sono stato giusto nel valutare le vostre conoscenze. Posso aver sbagliato infatti. Non vi chiedo che mi diciate che a qualcuno ho messo un voto troppo alto, ma di indicarmi chi, a vostro avviso, ha ricevuto un voto troppo basso. Per costoro avrò il massimo delle attenzioni, chi invece ha avuto un voto immeritamente alto pensi a studiare per esserne degno veramente”. Ricordo con quale accuratezza ci controllammo a vicenda, come venimmo a sapere il grado di conoscenza di ognuno, ricordo la vasta attività che ci si sviluppò intorno a questo fatto e come tutti quanti ci demmo da fare per recuperare, i consigli che ci davamo. A nostro avviso soltanto tre-quattro persone ricevevano un voto inferiore a quello dovuto. L’insegnante le interrogava cosi più di frequente, seguiva attentamente il loro lavoro.

Più tardi mi trovai a leggere l’articolo di un pedagogo francese nel quale si scriveva che l’insegnante deve addestrare i ragazzi a riferirgli tutte le monellerie, le gherminelle dei compagni. Questo pedagogo francese, tipico rappresentante della scuola borghese, più di tutto aveva timore del collettivo degli alunni, non ammetteva l’amicizia tra gli scolari, li metteva l’uno contro l’altro. Leggendo quell’articolo mi vennero alla mente i metodi del nostro insegnante di russo il quale non temeva il collettivo degli alunni, ma sapeva però orientare l’opinione collettiva degli scolari in un alveo determinato trasformandola in strumento ausiliare dello studio.

Ritengo che il dirigente del Komsomol deve insegnare ai pionieri la solidarietà del collettivo, a lavorare insieme in modo concorde, a orientare questo lavoro in un alveo determinato, e cioè a studiare sul serio e ad aiutare gli altri per intima necessità e non in forza di un incarico ricevuto. Ma il dirigente del Komsomol deve insegnare altresì a difendere la propria opinione dinanzi ai compagni, a lottare per essa “senza guardare in faccia a nessuno”. Quando pure sia l’amico più intimo a sbagliare, bisognerà discutere, lottare. D’altra parte il dirigente del Komsomol deve lottare contro i pettegolezzi e gli intrighi, contro le accuse in mala fede, contro gli inutili puntigli.

Il dirigente del Komsomol deve saper guadagnarsi l’affetto e il rispetto dei ragazzi. Soltanto allora, nei momenti difficili della vita i ragazzi si rivolgeranno a lui non con una lamentela, ma per un consiglio. Ed egli nei suoi consigli deve avere un riguardo particolare per i ragazzi. Allora i suoi consigli avranno un grande effetto educativo, allora egli sarà una vera autorità, un autentico educatore.

Sull’amicizia dei ragazzi di tutte le nazionalità (140)

(lettera ai pionieri)

Cari ragazzi, sapete che al tempo dello zar gli agrari e i capitalisti sfruttavano e opprimevano le nazionalità che abitavano la Russia. Queste nazionalità sono parecchie ed allora erano prive di ogni diritto. Il governo zarista faceva di tutto per impedire che tra le nazionalità sorgessero rapporti di amicizia, al contrario, venivano aizzate le une contro le altre: i tartari contro gli armeni (nel 1905 si arrivò ad atti di genocidio tra armeni e tartari), i russi contro gli ebrei, ecc. Avrete letto senz’altro dei pogrom feroci che i centoneri (141) organizzavano contro gli ebrei. I centoneri irrompevano nelle case di ebrei, mandavano in pezzi ogni cosa, rapinavano i loro beni, malmenavano e assassinavano vecchi, donne e bambini. Tutto ciò avveniva impunemente. Tra i filistei era ampiamente diffusa la credenza che i non russi appartenessero ad una razza inferiore…

Il governo zarista manteneva le popolazioni della Russia nell’ignoranza per sfruttarle meglio. Non poche nazionalità erano addirittura prive di una propria scrittura, ad altre veniva proibito di stampare libri e giornali nella propria lingua.

Il Potere sovietico immediatamente pose fine a tutto questo, concesse a tutte le nazionalità dei diritti uguali a quelli dei russi e continua a manifestare la massima sollecitudine per le nazionalità arretrate. Cresce e si irrobustisce l’amicizia tra le nazionalità che abitano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

È ovvio quindi che i pionieri delle varie nazionalità devono fare amicizia tra loro, aiutarsi a vicenda. Di regola è cosi che succede. Ma capita però anche che i pionieri russi pensino che i ragazzi delle altre nazionalità siano culturalmente più arretrati. I pionieri – russi – di un orfanotrofio del Tagikistan una volta mi scrissero cosi : « Viviamo in mezzo ai tagiki. Noi sappiamo che il governo zarista li opprimeva. Quando ci faremo grandi li aiuteremo a diventare colti”. In risposta scrissi loro che i cittadini delle nazionalità un tempo oppresse dallo zarismo oggi studiano con zelo e molti sono diventati personalità di rilievo. Scrissi che dovevano stare più vicino ai ragazzi tagiki, stringere con loro amicizia, che tra i ragazzi delle altre nazionalità parecchi sono molto disciplinati, sanno lavorare come si deve, cantare, disegnare, sanno sparare molto bene al bersaglio. Da questi ragazzi si può imparare molto, ma bisogna anche aiutarli e trasmettere loro le nostre conoscenze. Ci vuole l’amicizia tra i ragazzi di tutte le nazionalità…

Cari ragazzi, pionieri di tutte le nazionalità dell’URSS!

Dai padri e dalle madri, dagli anziani molti hanno sentito che gli agrari e i capitalisti russi sfruttavano il vostro popolo, lo mantenevano nell’ignoranza e nell’ineguaglianza. Può darsi che in qualcuno di voi sorga un senso di sfiducia verso i ragazzi russi. Lenin si preoccupava, tutto il partito oggi si preoccupa che le nazionalità dell’URSS godine gli stessi diritti, che possano svilupparsi e rafforzarsi, che possano vivere bene i ragazzi di tutte le nazionalità, maschietti e femminucce. Non avete nessun motivo per starvene separati, fate amicizia con i ragazzi russi, aiutatevi reciprocamente negli studi, nell’attività sociale, lottate insieme per il socialismo, per una vita soddisfatta, sana, colta e luminosa, per la causa di Lenin.

Attualmente in tutte le scuole si introduce l’insegnamento della lingua russa. La conoscenza di una lingua comune, del russo, oltre quella madre, avvicinerà ancor di più i popoli dell’URSS. In russo vi sono moltissimi libri che parlano della rivoluzione, dei nemici contro i quali si deve lottare, di come bisogna modificare la nostra vita. In russo vi sono molti libri di testo, molti lavori scientifici. Bisogna aprire a tutte le nazionalità questa ricca letteratura, aiutarle a impadronirsi della scienza.

La lingua delle diverse nazionalità spesso è molto differente dal russo. Vi sono lingue, per esempio, ove non esiste la differenza tra il genere maschile e femminile e quindi i ragazzi quando iniziano a studiare il russo fanno a lungo confusione tra maschile e femminile… E quando c’è il det tato nonostante tutti gli sforzi fanno molti errori.

Per imparare a scrivere e leggere bene prima di tutto devono imparare a parlare russo. E ciò dipende dalla pratica.

L’amicizia con i ragazzi russi, i giochi insieme, le gite, i racconti in russo, le poesie russe che si ricordano facilmente, le canzoni russe aiuteranno i ragazzi di diversa nazionalità a imparare la lingua russa.

Mio padre era un rivoluzionario (142). Desiderava che io facessi amicizia con i ragazzi delle altre nazionalità. Quando avevo cinque anni abitavamo a Varsavia. Ed io nel cortile giocavo con bambini polacchi, ebrei, tartari. Giocavamo molto bene insieme, in allegria. Ci offrivamo a vicenda tutto ciò che avevamo. I ragazzi tartari mi portavano nella tenda ove abitavano insieme ai genitori, che facevano i muratori, e mi offrivano carne di cavallo, che mi sembrava molto buona. C’era un ragazzo ebreo di tré anni più grande, mi trattava molti bene e io gli volevo bene, lui mi offriva pane con strutto. I ragazzi polacchi mi offrivano dei pasticcini. Io non ricordo cosa dessi loro, so però che stavamo molto bene insieme. Quando poi, fattami più grande, venni a sapere che c’era gente che offendeva i bambini ebrei, che non li ammetteva nei giardini pubblici, non li faceva studiare, che teneva i polacchi in disparte, mi sentii prendere dallo sdegno. In seguito sono stata nella Regione di Poltava e là giocavo con i ragazzi ucraini di campagna, ho imparato a parlare l’ucraino e da allora mi sono sempre piaciute le canzoni ucraine, gli alberi ucraini in fiore. Anche oggi mi fa molto piacere ricevere lettere dai ragazzi ucraini.

Il padre di Vladimir Ilic era direttore delle scuole popolari di Simbirsk. Egli aveva sempre cura dei fanciulli non russi: mordvini, ciuvasci, ecc. Vladimir Ilic vedeva questo e gli piaceva. E alla classe superiore del ginnasio per tutto un anno studiò con un compagno ciuvascio Ogorodnikov, lo aiutò a prepararsi alla scuola superiore e lo aiutò veramente,

il ragazzo andò molto bene agli esami.

Io spero con forza che voi ragazzi, qualunque sia la vostra nazionalità, sappiate essere amici e aiutarvi a vicenda nello studio, nell’educazione del carattere, nella capacità di lavorare. Cosi diverrete, anche in questo campo, degli autentici leninisti,

Sulla vita al campeggio

(lettera ai pionieri) (143)

Cari ragazzi, incomincia la vostra vita al campeggio (144), e ci vuole che essa vi dia il più possibile. Cosa farete? “Che strana domanda ! – diranno molti di voi. – Abbiamo studiato, adesso riposeremo”. Però c’è riposo e riposo. C’è il riposo che può dare parecchio sia nel senso di diventare più robusti e più coscienti e c’è pure il riposo che fa stancare e istupidire.

A volte i ragazzi pensano che il riposo non sia altro che ozio totale o un ininterrotto divertimento.

L’anno scorso alcuni pionieri dicevano che al campeggio si annoiavano perché non c’erano barche, palloni, ecc. Se capitava di dover fare qualche servizio come rassettare il letto, lavare i piatti, si lamentavano di stancarsi. Ovviamente non voglio fare generalizzazioni, però lamentele del genere ci sono state. Lo possono confermare alcuni capipionieri.

Prima di tutto bisogna sfruttare la permanenza al campeggio per irrobustirsi e guadagnare in salute. Bisogna trascorrere la maggior parte del tempo all’aria aperta. Non si deve stare in una stanza afosa giocando a dama, oppure a leggere sino a perdere la testa. Bisogna stare sempre all’aria aperta, muoversi, camminare, ma senza eccessi.

A questa età un’eccessiva attività fisica può soltanto nuocere alla salute, quindi non si dovrà imitare gli adulti. La cosa più importante è il regime: alzarsi e coricarsi ad orario, non leggere a letto, non starsene ore intere in acqua, mangiare a ore fisse, seguire le regole igieniche (lavarsi le mani prima dei pasti, non bere acqua fredda quando si è sudati).

Ma questo è solo un aspetto della faccenda. L’altro aspetto, non meno importante, vuole che si utilizzi la vita al campeggio per acquisire quelle abitudini senza le quali non si diventa un autentico leninista. L’uomo di partito, il giovane comunista è sempre colui che sa subordinare gli interessi personali a quelli generali.

Perché ovunque la gente onora i nostri aviatori? (145) Perché hanno rischiato la vita in trasvolate d’enorme valore scientifico. Perché tanto entusiasmo per gli eroi spagnoli? (146) Perché non si risparmiano, non risparmiano i loro figli nella lotta per la causa dei lavoratori. Se qualcuno di voi ha letto la storia del nostro partito comunista avrà visto che i militanti sempre e ovunque hanno fatto tutto il possibile per rendere vicina e comprensibile a tutti la causa per cui si lotta, per avviare una vita luminosa e colta, felice per tutti, hanno spiegato come bisogna organizzarsi.

Cari ragazzi, dovete coltivare in voi le doti dei combattenti per la causa di Lenin.

Ognuno di voi deve ricordare che non si può essere degli egoisti viziati occupati soltanto a divertirsi, ma bisogna imparare a guardare con occhio esperto la vita, bisogna imparare a svolgere un’utile attività sociale. Non bisogna montarsi la testa, ma controllarsi ad ogni momento, autoeducarsi e non lamentarsi piangendo: “Ci educano male!”.

L’attività sociale educa ad una disciplina cosciente, affratella, insegna a conoscersi meglio, ad aiutarsi reciprocamente nello studio, nel lavoro, insegna a rispettarsi.

Ed ecco che al campeggio il lavoro dischiude dinanzi a voi un ampio campo di attività sociale adatta a tutti quanti.

Non bisogna vivere isolati, ma stringere amicizia con i ragazzi dei colcos e dei sovcos vicini, sapere meglio come vivono, come è organizzata la vita culturale nel villaggio, discutere insieme con i ragazzi di campagna cosa si può fare per aiutarli e nello stesso tempo cosa si può imparare da loro. Insegnate loro le nuove canzoni, parlate di come si vive in città, delle vostre letture, date una mano alle scuole materne, ai giardini d’infanzia, alla biblioteca, al club, al museo, organizzate circoli di vario genere (d’elettricità, di igiene e sanità, ecc). Già parecchi pionieri hanno svolto molto bene questo lavoro.

Svolgendo questa attività sociale, che deve essere sempre discussa insieme, aiutandovi a vicenda, vi preparate a diventare militanti del Komsomol, i quali oggi più che mai si impegnano nel lavoro necessario al nostro partito, necessario alla patria.

Siate sempre pronti alla lotta per la causa di Lenin!

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1* V. I. Lenin,o p. cit,v. 5,pp.475-476.

2* Ibidem, v. XXV, p.291.

3* V. I. Lenin, op. cit. v. XXII, pp. 480-481.

4* V. I. Lenin, op. cit., v. XIX, p. 213.

5* V. I. Lenin, op. cit., v. II, p. 467.

6* V. I. Lenin, op. cit., v. XXI, p. 270.

IV. CONTENUTO DELL’ISTRUZIONE E METODI DI INSEGNAMENTO

La dottrina di Marx come guida per l’azione del pedagogo sovietico (147)

Estratto

«La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta» – ha scritto Lenin…

.. .E il pedagogo sovietico deve armarsi di questa dottrina, essa lo aiuterà a seguire la giusta via nell’educazione delle giovani generazioni.

Sarebbe però un errore grossolano pensare che per l’insegnante sia sufficiente conoscere i passi da Marx dedicati all’educazione e all’insegnamento. Il maestro deve ben sapere la sostanza della dottrina di Marx, di quella dottrina che, come diceva Lenin, da «agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell’oppressione borghese» 1*.

Sin dall’organizzazione del Commissariato per l’istruzione popolare Lenin esigeva che i programmi scolastici fossero elaborati in modo tale da gettare le basi di tutta la concezione del mondo marxista. La concezione del mondo marxista è materialista. Secondo questo punto di vista nei programmi un posto di prim’ordine deve essere riservato alle scienze naturali. Marx però insegnava che ogni fenomeno deve essere considerato in tutti i suoi nessi e i suoi rapporti, ogni fenomeno deve essere considerato nel suo sviluppo. Vladimir Ilic sottolineò in modo particolare questo aspetto della faccenda nel dibattito sui sindacati del 1921. Anche nei nostri programmi dobbiamo tenerne conto: essi devono essere elaborati non soltanto sulla base della concezione materialista, ma anche sulla base del materialismo dialettico. I nostri programmi dovranno pertanto riservare una attenzione particolare alla teoria evoluzionistica, alla teoria di Darwin, alla geologia che illustra determinati momenti dell’origine della Terra e della sua storia. Ma Marx ed Engeis studiavano dal punto di vista del materialismo dialettico non soltanto i fenomeni della natura, bensì i fenomeni della società, i fenomeni del presente e del passato della vita sociale. Il materialismo storico ha un valore enorme in quanto esso non si limita a descrivere gli avvenimenti storici, ma ne spiega le cause e cosi facendo ci porta a comprendere la realtà e ci fa capire come bisogna trasformare il mondo capitalistico in socialista, ci fa capire cos’è il socialismo.

Valutando tutta l’enorme importanza di un cambiamento dei programmi Lenin voleva che essi fossero realizzati secondo lo spirito marxista. Egli rimproverò Lunaciarskij (148) di scarsa attenzione a questo problema e insistette con forza che fosse organizzata la sezione pedagogica in seno al Consiglio accademico di Stato (CAS) (149). Pur essendo malato, Lenin continuò a interessarsi all’attività della sezione.

In che dirczione doveva svolgersi la ristrutturazione dei programmi. Essa non doveva consistere solo in una dilatazione dei programmi tramite l’ammissione di materie supplementari. Al contrario, nel suo discorso al III Congresso del Komsomol Lenin disse che la vecchia scuola caricava la memoria degli alunni di una farraggine di cose per i nove decimi inutili. Di tutto questo si sarebbe dovuto fare piazza pulita. Bisognava riservare molto più tempo all’insegnamento delle scienze naturali, in modo però da fornire l’essenziale senza inutili particolari, legando la teoria con la pratica, prendendo i fenomeni nel loro sviluppo. Bisognava fare particolare attenzione all’insegnamento della biologia, all’esposizione razionale della teoria evoluzionistica e all’insegnamento della geologia. Aveva un particolare significato il nesso tra la biologia e i principi di igiene e agronomia; tra la geologia e la geografia; tra lo studio della struttura della Terra e la pedologia. Nei nuovi programmi un posto eccezionale doveva essere lasciato alla storia. Nella vecchia scuola la storia veniva insegnata sui testi di Ilovajskij (150). L’insegnamento della storia si riduceva ad una indicazione di avvenimenti storici avulsi dalla rispettiva epoca storica, staccati dalla struttura sociale. Bisognava modificare i programmi secondo le esigenze del materialismo storico. Bisognava creare un corso di storia succinto e popolare che fornisse l’essenziale. Ed infine bisognava dare ai ragazzi un’idea del mondo circostante, perché capissero in che dirczione andava tutta la trasformazione dell’ordinamento sociale. La letteratura doveva aiutare questa comprensione. Tutte le nozioni dovevano essere insegnate in modo nuovo, i programmi dovevano gettare le basi di una concezione del mondo organica, strettamente connessa alla riflessione sugli avvenimenti della vita quotidiana.

Il materialismo storico aiutò Marx ad analizzare profondamente la propria epoca (Marx nacque il 5 maggio 1818 e mori nel 1883).

Era quella l’epoca del capitalismo in via di sviluppo. Marx stabili che la società capitalistica è una società di classe, egli individuò le cause della divisione della società in classi. La borghesia è la classe degli sfruttatori, il proletariato è la classe degli sfruttati. La base dello sfruttamento è data dalla proprietà privata sui mezzi e gli strumenti di produzione.

D’altra parte Marx mise in luce gli interessi contrapposti tra borghesia e proletariato in tutta la loro profondità. Marx indicò che per estirpare il male alla radice bisognava strappare alla borghesia gli strumenti di produzione, socializzarli e che a questi fini avrebbe lottato la classe ad essi più interessata: la classe operaia.

Queste idee fondamentali nel loro complesso furono esposte per la prima volta da Marx e da Engels, suo amico e compagno di lavoro, nel Manifesto dei comunisti, scritto nel 1847 quando in Francia e in Germania maturava la rivoluzione del 1848. Il Manifesto nacque nel fuoco della lotta rivoluzionaria e si chiudeva con l’appello «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Quando negli anni ’90 in Russia incominciò a svilupparsi il movimento operaio, Lenin decise che fosse indispensabile far conoscere in primo luogo agli operai i principi del marxismo. Il Manifesto dei comunisti allora non era stato ancora tradotto in russo, e noi marxisti dell’epoca l’avevamo letto nell’originale tedesco. Quando a Sciuscenskoje (151) davo lezioni all’operaio finlandese Oscar Engberg, anch’egli condannato al confino, Vladimir Ilic mi consigliò di iniziare le lezioni con l’esposizione dei principi teorici marxisti cosi precisamente e concisamente formulati nel Manifesto e di tradurgli i passi più importanti (avevamo il testo tedesco) e poi di passare allo studio di singoli capitoli del Capitale. Da allora sono trascorsi quasi 40 anni, ed io avevo dimenticato l’episodio quando l’anno scorso al Museo di Lenin si presentò Oscar, il quale dopo il confino era ritornato in Finlandia, per donare al Museo i quaderni ove egli sotto mia dettatura aveva scritto la traduzione di alcuni brani del Manifesto dei comunisti.

A mio parere, nelle scuole magistrali bisognerebbe assolutamente insegnare i principi del marxismo, studiare Il Manifesto dei comunisti. Ciò aiuterebbe il maestro a capire meglio cosa e come bisogna insegnare a scuola. Lo studente delle magistrali capirà perché bisogna fare un’attenzione tutta particolare all’insegnamento delle scienze naturali e della storia, come bisogna insegnare queste materie e come devono essere impostate le questioni dell’educazione…

Di quali libri di testo abbiamo bisogno (152)

Estratto

…11 libro di testo deve dare prima di tutto un materiale concreto che dovrà essere assimilato. Il libro di testo è prima di tutto un prontuario, un manuale. Il materiale informativo deve essere verificato dal punto di vista della scientificità. Bisogna vedere se il materiale è stato scelto rigorosamente dal punto di vista del suo significato scientifico, se i fatti riportati rivestono un significato primario per la data branca della scienza. Inoltre dalla somma generale dei fatti necessari e scientificamente controllati bisognerà scegliere quelli socialmente significativi, cioè quei dati la cui conoscenza è indispensabile per analizzare giustamente la vita sociale e il lavoro in quel dato momento, in quella data città, in quella data zona. Ci vuole inoltre una forma di esposizione che renda i fatti in questione facilmente assimilabili, interessanti, comprensibili e vicini al discente. Qui c’è una grande difficoltà: bisogna sapere cos’è interessante e accessibile al ragazzo di una data età, di una data regione, di un dato strato sociale. Bisogna sapere come affrontare il bambino, il ragazzo, l’allievo.

È eccezionalmente importante saper collegare i fatti con esempi concreti, collegarli giustamente, sistematizzarli.

È necessario inoltre che il libro di testo sia strutturato in modo da offrire nel contempo anche il piano di lavoro col materiale in questione. È necessario che ogni nuovo fatto ampli la capacità dell’allievo di «vedere», la capacità di saper individuare nella realtà e nella totalità dell’esperienza umana i fenomeni analoghi, di determinare la loro collocazione nella catena della fattualità. Da qui l’esigenza di tutta una serie di esercizi appropriati.

Un altro aspetto di eccezionale importanza concerne la capacità di saper trarre delle conclusioni concrete dalle conoscenze neo-acquisite, di applicarle senza indugi alla vita e alla sua trasformazione. Pertanto ogni nuovo elemento di conoscenza deve essere seguito da una serie di compiti capaci di stimolare nella pratica questa capacità applicativa.

…La conferenza di partito 2* ha sottolineato in particolare l’esigenza di dare un carattere maggiormente politecnico a tutto il nostro insegnamento, di porre la produzione, il lavoro al centro dello studio, di collegare più intimamente lo studio con la politica, con la vita quotidiana, con tutta l’edifica- zione del socialismo. Ci vuole pertanto un grande e approfondito lavoro per creare dei libri di testo corrispondenti. Se ne avverte un acuto bisogno. È questo un problema che non tollera indugi. Si tratta di un compito primario. È necessario che i libri di testo diventino sovietici non esteriormente ma intimamente, diventino uno strumento nella trasformazione della nostra scuola in quella scuola che esige il programma del nostro partito.

I nostri classici come strumento per lo studio della realtà (153)

Estratto

Si sa come Lenin sapesse penetrare nella vita, e specialmente nella vita degli operai e dei contadini, cogliere i loro umori, i loro pensieri, le loro emozioni. Una osservazione lanciata a caso, una domanda, una canzone, il silenzio stesso, tutto ciò era per lui un copioso materiale da cui ricavare l’immagine della realtà da decifrare con straordinaria precisione. Qualsiasi artista potrebbe invidiare la capacità d’osservazione di Ilic.

Ma egli osservava non come «contemplatore », o «osservatore obiettivo» che se ne sta in disparte o guarda dal finestrino del treno. A Lenin la capacità d’osservazione era indispensabile per afferrare il capo del filo, per sciogliere di volta in volta l’arduo groviglio dei rapporti umani al fine di indirizzarli nel giusto alveo.

I giovani devono imparare da Lenin questa capacità d’osservazione e di trarre delle giuste conclusioni. Lenin fu un grande ottimista animato da una immensa fiducia nella forza creativa e nella potenza della classe operaia. Tutto il suo lavoro scientifico lo portò al convincimento che la vittoria della classe operaia fosse inevitabile. Fu per questo che anche nei momenti delle sconfitte più rovinose riusciva a pensare a preparare e organizzare la vittoria. Ma mai perdeva la lucidità del pensiero. L’incapacità di guardare in faccia la realtà, per quanto essa fosse amara, era per lui l’opportunismo più nocivo. La gioventù deve apprendere da Lenin il suo ottimismo e la sua lucidità di pensiero.

Indirizzando il pensiero a fenomeni determinati il marxismo dette a Lenin la capacità di osservare. Però molto lo aiutò anche la letteratura.

Gogol (154), Turghenev (155), Tolstoj, Stcedrin, Nekrassov, sui quali egli si formò, gli insegnarono a guardare criticamente la realtà circostante…

…I nostri classici, e ognuno a suo modo, ci hanno insegnato a vedere con occhio critico la realtà, ci hanno dato la conoscenza degli uomini, la conoscenza della vita. Nella loro critica c’era molto pessimismo, il pessimismo di una classe morente. Ma contro quel pessimismo Lenin fu presto messo in guardia dai critici pubblicisti che analizzavano i nostri letterati e – nella misura consentita dalla censura – sollevavano il sipario sul corso dello sviluppo sociale. Herzen (156), Belinskij (157). Dobroliubov, e particolarmente Cernyscevskij, davano una determinata tendenza di pensiero, una guida per l’azione e – sia pure in forme generalissime, allusive – spingevano a cercare la via e le forze capaci di modificare la realtà.

Se esaminiamo le opere di Lenin scorgiamo che in ogni volume egli cita i nostri classici, che nella sua memoria erano rimaste incise le figure di certe persone e come queste immagini lo aiutassero nella valutazione della gente e delle situazioni. D’altra parte vediamo quanto abbiano influito sul pensiero di Lenin e sulle sue impostazioni teoriche le opere dei nostri pubblicisti, soprattutto di Cernyscevskij.

Fu per questo, per il tanto di cui Lenin era debitore nei loro confronti, di Herzen, Belinskij, Dobroliubov, Cernyscevskij, che dopo la Rivoluzione d’Ottobre egli si pronunciò a più riprese per una massiccia riedizione delle loro opere.

Nel valutare gli avvenimenti del 1905 Lenin scrisse (158) che quello era stato il tempo che aveva visto avverarsi il sogno di Nekrassov circa la diffusione dei nostri scrittori in edizioni economiche per le campagne…

In seguito, in occasione della morte di Tolstoj, Lenin scrisse (159) che ci voleva una rivoluzione socialista perché Tolstoj, con la sua aspra critica del regime zarista, dei rapporti di classe, dei tribunali, della scuola, penetrasse tra le masse popolari.

Da allora sono trascorsi parecchi anni. Si è modificata tutta la struttura sociale. I bersagli contro cui erano stati diretti gli strali dei nostri letterati appartengono ormai al passato.

Vuoi dire ciò forse che nelle nostre scuole non dobbiamo studiare i classici?

Ovviamente dobbiamo studiarli, ma è importante sapere cosa scegliere, come analizzare queste opere, come illuminarle perché diventino un aiuto nella comprensione della realtà.

Uno studio della storia giustamente impostato ci aiuta a comprendere più intimamente la realtà.

Uno studio della letteratura passata giustamente impostato ci aiuta a comprendere il mondo contemporaneo…

… Non soltanto lo scrittore ma chiunque non voglia rinchiudersi a chiave nel suo studio, ma lavorare calato nella realtà e incontrarsi in ogni momento con la gente, con i loro dolori, le loro gioie ha l’obbligo di conoscere e di vedere la vita.

Sui compiti dell’educazione artistica (160)

Insegnare ai ragazzi a lavorare e vivere collettivamente è uno dei compiti attuali dell’educazione moderna. Nell’epoca del passaggio dal capitalismo al socialismo questo compito assume un valore di eccezionale portata.

… Ora ci rendiamo conto con maggiore chiarezza che il passaggio dal capitalismo al socialismo non consiste soltanto nella socializzazione dei mezzi di produzione, ma contemporaneamente nel rinnovarsi dell’animo umano, nell’evolversi degli individualisti, cosi come il capitalismo li aveva educati, in collettivisti, in uomini capaci di legare il proprio «io» al collettivo, capaci di trovare in questa comunione una gioia nuova, in grado di affrontare ogni questione dal punto di vista della totalità.

Dobbiamo renderci conto che uno stretto legame tra gli uomini, l’affinità e la capacità di comprendersi reciprocamente costituiscono una delle premesse più indispensabili per la realizzazione del collettivismo.

La parola è il mezzo di comunicazione tra gli uomini. Noi vediamo come la nostra rivoluzione abbia elevato questa nostra capacità di parlare. Prima le masse erano terribilmente incapaci di esprimere con le parole le loro idee, non sapevano parlare, adesso invece parlano. A tanti ha insegnato la rivoluzione, a tanti ha insegnato a parlare il periodo postrivoluzionario… Checché facciano le guardie bianche, la gente ha imparato a parlare e quindi a capirsi meglio.

Ma la parola non è l’unico mezzo di comunicazione tra gli uomini.

Quando il linguaggio umano non era ancora sviluppato e quindi poteva esprimere molto poco (come nei popoli selvaggi primitivi) erano fortemente sviluppate altre forme di espressione del pensiero e dei sensi; la mimica, il gesto, l’intonazione. L’intonazione curata dal ritmo diventava musica; la mimica, il gesto si trasformavano in movimento ritmico, in danza. Non lo so con precisione – sono alquanto lontana dall’arte – mi sembra però che lo studio della musica e delle danze e in genere dell’arte dei popoli di basso livello culturale gettava nuova luce sul significato della musica, della danza, del canto…

La conoscenza di questa storia è indispensabile se vogliamo elaborare un’educazione artistica dei fanciulli, in quanto essa può svelarci dei metodi completamente nuovi di educazione artistica.

Il bambino impara a parlare gradualmente, per molto tempo il suo bagaglio linguistico è misero, limitata la costruzione della frase, le emozioni invece ‘sono forti, dispone di pensieri e di sensi determinati. Anche il fanciullo ricorre all’intonazione, alla mimica, al gesto, forme queste che nell’infanzia sono molto più sviluppate che nell’età adulta.

La voglia di comunicare con gli altri aumenta nel bambino a misura che impara ad esprimersi. L’età compresa tra i 7 e i 12 anni è segnata dallo sviluppo degli istinti sociali. La capacità di esprimere i propri pensieri, i propri sentimenti è un elemento che avvicina.

Di regola la famiglia e la scuola puntano a limitare l’autoespressione del fanciullo. Con l’età il fanciullo diventa perciò meno « vivace », meno espansivo. Spesso gli insegnano la musica e la danza, a recitare dei versi, ma non è la stessa cosa, non si tratta di esprimere i propri pensieri, i propri sentimenti, ma di imitare gli altri e nella maggioranza dei casi, di imitare gli adulti.

È giusto soffocare la mimica, il gesto, l’intonazione a misura che si arricchisce il linguaggio? No. Anche negli adulti queste forme di espressione facilitano la comprensione reciproca. Qual è l’oratore che più fa presa sul pubblico? Quello che si esprime con una voce legnosa, senza intonazione, con un viso immobile come una maschera, senza movimenti, oppure colui che anima il suo discorso di espressione, i cui occhi si accendono d’emozione, nel cui viso e nei gesti si riflettono i pensieri e i sentimenti?… Ovviamente non si tratta di modulare la voce o di compiere gesti teatrali o di correre per la tribuna: il pubblico operaio e contadino esige pure nei gesti e nell’intonazione, cosi come nelle parole, che esista una corrispondenza tra la forma e il contenuto. Ma non c’è dubbio che il secondo oratore sarà di parecchie volte più efficace del primo.

La musica, la danza, il teatro hanno su di noi una presa enorme se corrispondono alle nostre emozioni…

L’insufficienza dell’espressione verbale dei nostri pensieri diventava particolarmente acuta durante il periodo rivoluzionario suscitando in noi il desiderio di trovare nuove forme d’espressione, benché per la verità non molto felici…

Dobbiamo adoperarci per offrire alla giovane generazione la possibilità di esprimere nel modo più completo e diverso il proprio pensiero, le proprie sensazioni? Penso di si. Perché la ricerca dell’espressione più idonea affina il pensiero, interiorizza i sentimenti. Nell’esprimersi l’uomo cresce. Come nel processo della comunicazione verbale, orale e scritta, l’uomo viene a conoscere meglio il proprio pensiero, cosi nell’esprimere le proprie emozioni col canto, la danza e la mimica, l’uomo conosce meglio se stesso. Mi sembra che col detto «conosci tè stesso» gli antichi non pensassero ad una continua autoanalisi, ma per l’appunto a questa autoconoscenza nel processo della comunicazione.

Nel corso dell’educazione artistica è particolarmente importante non soffocare la crescita naturale dell’individuo nel canto, nel ritmo, nella musica, nella danza; non imporre al ragazzo quelle complesse forme d’espressione che la comunicazione ha assunto negli adulti.

Tanto spesso gli adulti non comprendono il fanciullo, il carattere delle sue percezioni, il suo modo di esprimersi… Comprendono, per esempio, gli adulti che per il fanciullo la forma è inscindibile dal contenuto? Fate attenzione a come il fanciullo ascolta una favola: ripetendola una seconda volta non vi permetterà di cambiare nemmeno una parola: se la prima volta la bimba portava un abito celeste, la seconda volta non potrà essere vestita di rosa… Il fanciullo percepisce integralmente la forma e il contenuto… Anche tra la gente incolta si nota la stessa cosa. L’ho osservato nella scuola domenicale per semianalfabeti. Per loro fare il riassunto è incredibilmente difficile e non perché non abbiano capito il senso della lettura, ma in quanto desiderano ripetere tutto parola per parola: per loro la forma è inseparabile dal contenuto. Se poi si tratta di fare il riassunto di qualche favola o di qualche poesia, le difficoltà diventano ancora maggiori, perché la persona poco colta tenta di ripetere il più esattamente possibile le stesse parole e anche la ritmica. Vi sono stati dei casi in cui degli alunni durante le prove per iscritto cercavano addirittura di esprimersi in versi…

Bisogna osservare il più possibile i fanciulli quando esprimono se stessi artisticamente. Pure nel disegno infantile si esprime integrità e indissolubilità delle immagini. Il fanciullo non disegna mai dei singoli particolari, ma tutto il panorama, un intero girotondo, tenta di rappresentare la scena cosi come l’ha vista.

Da qui discende la necessità di trasmettere degli elementi artistici a tutta la nostra attività scolastica…

Ma la capacità di esprimere se stessi è soltanto una faccia della medaglia, l’altra consiste nel capire gli altri. Per questo bisogna avere delle emozioni affini. Per comprendere un altro bisogna aver visto parecchio nella propria vita. L’uomo che non ha mai avuto forti emozioni, che non ha mai pensato, non riuscirà mai a capire gli altri.

Ma da solo l’uomo può svilupparsi sino ad un certo punto, abbastanza modesto. Da quel momento la sua esperienza si deve innestare all’esperienza del prossimo. Per un ragazzo in via di sviluppo l’esperienza degli altri affine alla sua che offre un termine di confronto, gli è di stimolo. Quanto più ampia sarà questa esperienza che egli assorbe, assimila, tanto più egli riuscirà a ricavarne, tanto più collettivista egli

crescerà.

È indispensabile insegnare al fanciullo ad accogliere l’esperienza altrui. E qui l’arte può dare veramente parecchio. Non si tratta solo di imparare ad ascoltare il discorso di un altro, ma di imparare a comprendere la sua intonazione, il suo canto, imparare a leggergli in faccia, a leggere i suoi movimenti, i suoi gesti, i suoi disegni…

Di Lenin si dice spesso che egli sapeva ascoltare gli operai e i contadini. Ma egli non ascoltava soltanto, bensì recepiva ogni intonazione dell’oratore, ogni suo gesto, afferrandone gli umori, il grado di sincerità, ecc.

Come fare perché i ragazzi imparino a percepire le emozioni altrui? Mi sembra che la base deve essere data dalle emozioni collettive, dal canto corale di qualche canzone preferita, da movimenti collettivi (giochi), ma anche da un lavoro collettivo accompagnato da un canto, da una felicità collettiva, da una qualsiasi emozione comune.

È particolarmente importante dare spazio alle emozioni collettive verso i 7-12 anni, quando nel fanciullo è vivo l’istinto sociale, è forte la volontà di fare tutto insieme. Qui l’arte può essere di grande ausilio.

La scuola di 1° grado deve fornire una solida base di istinto sociale formalizzato, perché quel processo di approfondimento, peculiare dell’adolescenza, possa svilupparsi nel modo più normale possibile richiamandosi per l’appunto a delle solide consuetudini sociali collettivistiche…

A proposito dell’educazione artistica insorge tutta una serie di importantissimi problemi. Bisognerà esperire nuove vie.

Con l’arte bisognerà aiutare il fanciullo ad avere coscienza dei propri pensieri, a pensare in modo più chiaro e sentire in modo più profondo; bisognerà aiutare il fanciullo a trasformare questa conoscenza di se stesso in strumento per conoscere gli altri, per stringersi ancor di più al collettivo, per crescere insieme agli altri puntando insieme ad una vita totalmente nuova, piena di profonde ed elevate emozioni.

Il metodo dialettico per Io studio delle singole discipline (161)

Alla fine del dicembre 1920 e nel gennaio 1921, durante il dibattito sui sindacati, si discusse della funzione dei sindacati in quella data fase di sviluppo. Nella discussione di quel problema Lenin spiegò in poche parole come bisognava affrontare marxisticamente una data materia, un fenomeno o un problema, partendo sempre dal punto di vista del metodo dialettico. Ecco cosa egli scrisse :

«Per conoscere realmente un oggetto bisogna considerare, studiare tutti i suoi aspetti, tutti i suoi legami e le sue “mediazioni”. Non ci arriveremo mai interamente, ma l’esigenza di considerare tutti gli aspetti ci metterà in guardia dagli errori e dalla fossilizzazione. Questo in primo luogo. In secondo luogo, la logica dialettica esige che si consideri l’oggetto nel suo sviluppo, nel suo “moto proprio” (come dice talvolta Hegel), nel suo cambiamento… In terzo luogo, tutta la pratica umana deve entrare nella “definizione” completa dell’oggetto, sia come criterio di verità, sia come determinante pratica del legame dell’oggetto con ciò che occorre all’uomo. In quarto luogo, la logica dialettica insegna che “non esiste verità astratta, la verità è sempre concreta”, come amava dire, dopo Hegel, il defunto Plekhanov» (162) 3*.

Queste poche parole di Lenin sono il risultato del suo lungo lavoro sui problemi filosofici. Di filosofia Lenin si occupò non perché si trattava di una «disciplina molto interessante», ma perché in essa Lenin cercava una guida per l’azione. Lui la trovò nel materialismo dialettico, che gli dette la facoltà di penetrare a fondo nei fenomeni e di trovare le vie per esercitare una influenza organizzata su questi fenomeni. Il metodo dialettico gli dette una eccezionale lungimiranza, fermezza d’opinione e la capacità di individuare l’elemento più importante e più essenziale di ogni problema.

Chiunque voglia comprendere il leninismo sino in fondo dovrebbe, forte delle righe succitate, analizzare tutta una serie di opere di Lenin seguendo il suo modo di trattare ogni problema. Facciamo un esempio. Negli anni ’90 si discuteva se in Russia si sviluppasse o meno il capitalismo. Era quella una questione d’estrema attualità alla quale era subordinato tutto il carattere dell’attività rivoluzionaria che bisognava portare innanzi. Lenin si accinge allora a un grande trattato Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Egli trovò la soluzione e fu chiaro che strada bisognava seguire : organizzare la presa di coscienza delle masse operaie.

In Lenin la scelta degli argomenti tu sempre attuale: ogni articolo, ogni scritto forniva una risposta determinata al quesito: Che fare? Ogni opera, ogni articolo è una guida per l’azione.

Lo sviluppo del capitalismo è affrontato in tutta la sua concretezza. Non il capitalismo in generale, ma il capitalismo concreto, il capitalismo in un periodo determinato nel nostro paese allora arretrato. La concretezza nell’impostazione di tutte le questioni è un elemento caratteristico di tutte le opere di Lenin. Lenin affronta lo sviluppo del capitalismo non in modo unilaterale, ma nella sua totalità, esamina il capitalismo nella città e nella campagna, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni.

Nel modo leninista di affrontare i problemi è peculiare l’ampiezza dell’impostazione. Lenin affronta lo sviluppo del capitalismo in Russia in tutti i suoi nessi e connessi. Nonostante che scrivesse legalmente in un momento in cui la censura zarista era particolarmente virulenta e quindi non sempre era possibile mettere i punti sulle “i”, Ilic riuscì lo stesso a mettere in luce i punti di contatto del capitalismo russo con il recente regime feudale, esaminare il capitalismo nelle sue connessioni con tutto l’assetto sociale, con il livello culturale della popolazione, ecc. Lenin esaminava sempre i diversi problemi in tutti i loro nessi e connessi. Ecco perché, se esaminiamo come egli abbia affrontato la stessa questione in epoche diverse, in varie fasi di sviluppo, possiamo seguire tutto l’iter delle connessioni che egli esamina, possiamo vedere come ogni volta egli affronti la stessa questione in modo nuovo.

Nel tracciare il quadro dello sviluppo del capitalismo in Russia alla fine del secolo scorso Ilic fornì addirittura una montagna di dati di fatto, studiò tutta l’esperienza allora accumulata dalle molteplici forme di sviluppo del capitalismo nel nostro paese, scegliendo gli elementi più tipici, più peculiari. Con cura estrema Lenin studiò tutti i dati, tutta l’esperienza d’allora. Studiando l’esperienza dei paesi ove il capitalismo era più sviluppato, egli capi quali erano i punti su cui fosse necessario soffermarsi in modo particolare: egli studiò tutta l’esperienza umana in quel dato campo affrontando su questo sfondo la nostra esperienza. Ed infine egli affrontò tutta la questione nella sua dinamica di sviluppo. Tutto ciò gli permise di trarre delle conclusioni che, in quanto esatte, avevano una grande forza di persuasione. L’insegnante di ogni singola materia deve rendersi conto che per diventare un buon insegnante deve conoscere sino a fondo la sua disciplina. Ovviamente questa condizione da sola non basta ma è sempre una condizione indispensabile. Quando si studia una qualsiasi disciplina, sia questa lingua e letteratura, scienza civica, storia, geografìa, matematica, fisica, chimica, biologia, pedagogia, bisogna studiarla in modo onnilaterale. E qui assume particolare importanza l’approccio dialettico. E qui che le indicazioni di Lenin sono particolarmente importanti…

… Prendiamo la matematica. Come prima esigenza del metodo dialettico dobbiamo abbracciarne tutti gli aspetti, tutti i suoi legami, tutte le sue interconnessioni, se vogliamo veramente conoscere questa materia. Il matematico deve conoscere le branche fondamentali della matematica, deve comprendere come sono collegate tra di loro, come una branca completa l’altra. Ma questo è ancora insufficiente. È indispensabile conoscere i problemi che essa risolve. Nell’affrontare cosi la matematica bisognerà rendersi conto della funzione che essa esercita nello studio dei fenomeni e delle forze della natura, nello sviluppo della tecnica, ecc. D’altro canto sarà doveroso avere coscienza del come il progredire della tecnica, dell’industria, della pianificazione spinge innanzi lo sviluppo della matematica. È indispensabile gettare dei ponti ben saldi tra la matematica e l’astronomia, la geografia fisica, la fisica, la chimica, lo studio della società. Se non comprendiamo che tra la matematica e le scienze sociali esistono dei fili di collegamento non riusciremo a capire perché Marx ed Engels abbiano tanto studiato la matematica. Cosa li spingeva a farlo: una pura curiosità oppure una profonda comprensione del ruolo che la matematica esercita nelle scienze sociali?

È estremamente importante vedere come e per quale influenza si sia sviluppata la matematica, individuare i punti chiave di tale sviluppo, prendere la matematica nel suo sviluppo. Ciò permetterà di prendere coscienza di quei momenti su cui l’insegnante dovrà soffermarsi specificatamente, facendo emergere le difficoltà che bisognerà superare nell’insegnamento in quella data branca della matematica.

In seguito, riflettendo sul corso di matematica, è necessario rendersi conto di come in ogni fase bisogna gettare un ponte tra la teoria e la pratica, porre in evidenza tutto il valore della matematica per la soluzione di problemi di vitale importanza. Questo collegamento tra teoria e pratica è particolarmente importante per afferrare tutto il romanticismo, l’affascinante poesia della matematica; tutto ciò desta l’iniziativa, incita il pensiero. L’insegnante di matematica con particolare attenzione deve elaborare insieme ai suoi allievi quei compiti di vitale significanza che stimolano gli allievi in questa dirczione. La verità deve essere concreta. Bisogna sa per illustrare con esempi concreti anche i concetti matematici più astratti.

Lev Tolstoj, appassionato di paradossi, soleva affermare che un professore di matematica incapace di esporre i principi della matematica superiore in modo accessibile a tutti fosse un buono a nulla. Quest’affermazione è in gran parte vera. Gli insegnanti di matematica che affronteranno dialetticamente la loro disciplina riusciranno a risolvere questo problema in modo più completo e più profondo.

Prendiamo un’altra disciplina: la geografia economica. Anche qui ci vuole uno studio onnilaterale, anche qui bisogna fare attenzione al suo sviluppo generale, bisogna esaminare questa scienza in legame allo sviluppo delle altre scienze naturali che pongono in luce le ricchezze e le possibilità produttive di ogni regione, le sue prospettive; bisogna individuare il suo nesso con le ricerche geologiche, con i successi della biologia da una parte e dall’altra bisognerà porla in relazione con lo sviluppo della tecnica e delle forme economiche socialiste, quindi affrontare gli immani problemi della localizzazione economica dell’URSS, mostrare cos’era la geografia economica nel capitalismo e cosa diventa nel regime socialista, indicare le prospettive di sviluppo di questa scienza, porre in luce il legame tra la geografia economica e la ricostruzione di tutta la base elettroenergetica della nostra economia.

Bisogna collegare lo studio della geografia economica con i compiti pratici dell’economia pianificata, con l’aiuto di determinati esempi mostrare come la geografia economica può aiutare a razionalizzare l’economia, ed infine è necessario elaborare un piano concreto di ricerche, naturalistiche ed economiche, su una data regione, ricavandone dei risultati pratici.

La geografìa economica è la scienza ove il metodo dialettico è suggerito dalla vita stessa…

Non ci soffermeremo su scienze come biologia, fisica, chimica, perché qui le cose sono chiare. Prendiamo per esempio una scienza sociale d’altro genere come la letteratura. Ognuno sa come essa sia organicamente legata alla scienza della società. Nell’epoca zarista era questa la scienza attraverso la quale di contrabbando veniva introdotta la politica, era la scienza che insegnava a vedere la vita con occhi attenti e coscienti, a guardare criticamente il regime sociale circostante. Senza un ponte robusto tra la scienza della società e la letteratura la scienza sociale languisce, scompaiono in essa le immagini vive degli uomini. Non per caso Plekhanov diceva che lo studio di G. Uspenskij (163) e degli altri scrittori di quel periodo di transizione – dal regime feudale al regime capitalistico – non è meno importante di tutta una serie di ricerche scientifiche. La letteratura è sempre imbevuta di politica e di conseguenza il suo studio non può essere apolitico. La letteratura è organicamente legata alla linguistica. Se volessimo considerare la linguistica come una raccolta di definizioni e di regole ortografiche, allora questa «linguistica» potrebbe essere separata con un muro di pietra dalla letteratura; se invece avvertiamo come la lingua è legata alle emozioni degli uomini, alla vita, al lavoro, al pensiero, ci appaiono in tutta la loro miseria i vari discorsi sul distacco della letteratura dallo studio del linguaggio… Di giorno in giorno più calda, più possente, più copiosa, più internazionale diverrà la lingua del paese ove milioni di braccia costruiscono il nuovo regime socialista. Nella misura in cui si estenderà e si approfondirà il processo di alfabetizzazione generale, nella misura in cui il sapere penetrerà nelle masse, si farà sempre più salda l’alleanza tra la scienza e il lavoro; nella misura in cui sarà liquidata la frattura tra cultura della città e cultura della campagna, nella misura in cui si svilupperà la collettivizzazione in campagna aumenterà il bagaglio delle parole e dei concetti, si semplificherà la struttura del linguaggio e più limpido e più espressivo si farà il discorso. È forse mai possibile separare la letteratura dalla linguistica? La letteratura dalla storia? Nella storia della letteratura si rispecchia inevitabilmente il corso dello sviluppo sociale, le peculiarità dell’epoca. La letteratura è legata all’arte, alla musica, alle arti figurative. Lo sa chiunque. La letteratura si ricollega al lavoro con forza sempre maggiore. La letteratura fu distaccata dalle scienze esatte, dall’opera di trasformazione della Terra, dalla lotta per la conquista delle forze naturali. Ma nella misura in cui la carica romantica di queste scienze coinvolgerà le masse, verrà a modificarsi anche il contenuto della letteratura, si allargherà la cerchia dei temi da essa abbracciati e la letteratura verrà a porsi al servizio delle scienze esatte e aiuterà le masse a comprendere meglio e più in profondità i successi da esse raccolti e i problemi da esse affrontati. La letteratura dovrà essere studiata in tutte le sue connessioni, dovrà essere studiata nel suo sviluppo. Ma nel contempo la letteratura deve essere strettamente legata a tutto ciò che oggi ci è necessario. La letteratura dovrà affrontare problemi immani, alcuni dei quali sono stati da me toccati in precedenza. La letteratura dovrà diventare un elemento

dell’edificazione socialista.

Mi astengo dal trattare le altre discipline.

Se l’insegnante non è un «uomo nell’astuccio» (164), il metodo dialettico applicato allo studio della sua materia gli darà moltissimo. Veramente affascinato dallo studio di quella disciplina, egli riuscirà senz’altro a trasmettere il suo interesse anche agli allievi.

Ma l’insegnante di una data disciplina non deve limitarsi a conoscere la sua materia a fondo, non deve soltanto imparare a insegnarla in modo chiaro, popolare e concreto, tenendo sempre presente i nessi con i compiti attuali dell’edificazione socialista. Questa capacità farà di lui un buon propagandista. Però per diventare insegnante di una scuola primaria e secondaria nello studio della sua materia egli dovrà introdurre un altro elemento ancora. Egli dovrà sempre affrontare questo studio dal punto di vista del pedologo che conosce tutte le particolarità legate all’età degli allievi, il livello di sviluppo dei ragazzi di oggi, età per età, il grado delle loro conoscenze e ne sappia tener conto. Soltanto allora egli potrà risolvere giustamente il problema della «metodica particolare», rinvenire i metodi di insegnamento più razionali.

A proposito delle metodiche particolari (165)

Prima di tutto bisogna stabilire cos’è una metodica particolare.

Qualsiasi metodica rappresenta la somma dei metodi che aiutano ad apprendere nel modo più completo e profondo. Questi metodi dovranno essere elaborati secondo il punto di vista della teoria della conoscenza. Devono formare nell’allievo la capacità di ragionare logicamente, di trarre da determinate premesse le dovute conclusioni (tutto ciò è dato dalla logica formale del cui insegnamento nella scuola Lenin fu fautore). Ciò non vuoi dire che nella scuola dobbiamo insegnare la teoria della logica formale, ma che dobbiamo insegnare la capacità d’osservazione, di trarre delle conclusioni, di arrivare a delle generalizzazioni, ecc. Ogni metodista deve perciò essere versato nella logica formale, conoscere i suoi elementi essenziali. Questo è affidato alla psicologia materialistica.

Ogni metodista dovrà però conoscere il metodo dialettico, cioè conoscere qual è il fondamento della scienza, saperla cogliere in tutti i suoi nessi e connessi, nello sviluppo, nel legame con la pratica. La metodica particolare deve rifarsi da una parte alla conoscenza (nostra, materialistica) delle basi della scienza e dall’altra deve richiamarsi alla comprensione dei fondamenti della psicologia scientifica. Tutto ciò farà capire al metodista cosa e come insegnare. Il metodista deve conoscere le vie di sviluppo delle forme della percezione, di come essa viene rielaborata, si trasforma in azione, deve conoscere le vie di sviluppo del pensiero, i legami tra teoria e pratica da una parte e le peculiarità del pensiero infantile dall’altra.

Ogni scienza ha una sua peculiarità. Conoscenza di questa peculiarità, sua spiegazione, esame, alla luce di peculiarità, di quegli aspetti del pensiero che facilmente possono essere sviluppati con l’aiuto della data scienza.

Oggi che il problema di elevare la qualità dell’insegnamento scolastico è posto con tanta gravita il come insegnare assume una importanza eccezionale. L’insegnamento è un’arte. Per apprendere quest’arte bisogna imparare ad applicare tutta una serie di metodi, in altre parole bisogna conoscere la metodica dell’insegnamento. Una metodica è costituita da una serie di metodi singoli collegati tra di loro in un sistema determinato. La parola «metodo» viene dal greco e significa «via». Il metodo (nel senso pedagogico del termine) è la somma dei criteri di tipo determinato applicati nell’insegna-

mento. Si parla di «metodo orale», di «metodo visivo», «metodo di lavoro», ecc. Si parla di «metodica della lettura in classe», di «metodica dell’interrogazione », ecc. Metodiche particolari vengono di regola chiamate le metodiche di singole discipline.

Il come insegnare dipende dal fine che ci proponiamo, cioè dobbiamo sapere per quale motivo si insegna una data cosa: perché l’allievo l’impari a memoria, perché la capisca o impari a fare altrettanto. Il come insegnare dipende inoltre dal contenuto stesso dell’insegnamento, cioè da cosa vogliamo insegnare ed infine a chi intendiamo insegnare.

Ammettiamo che il maestro vuole che i ragazzi imparino i nomi delle principali città della Germania. Allo scopo egli dovrà impiegare quei metodi che favoriscono l’apprendimento mnemonico: pronunciare esattamente ogni nome, scriverlo chiaramente sulla lavagna, farlo ripetere in coro dai ragazzi, darlo loro da scrivere. Ci si può servire di un cartello con quei nomi perché rimangano impressi nella memoria, si può insegnare come imparare a memoria. È un’altra cosa se il maestro vuole che l’allievo comprenda un qualche fenomeno, oppure il funzionamento di una macchina. In questo caso bisogna saper mostrare, spiegare. Se invece bisogna insegnare la bella scrittura, allora si deve mostrare come si fa, bisogna allenare la mano, ci vogliono gli esercizi.

I metodi dipendono pure da cosa si insegna. L’insegnamento della storia si avvarrà di metodi diversi dall’insegnamento dell’algebra e quelli dell’algebra saranno diversi da quelli della fisiologia, ecc.

I metodi dipendono dagli allievi cui l’insegnamento è destinato. Un ragazzo di campagna ha una cerchia di conoscenze, quello di città una cerchia diversa. I bambini piccoli non sono avvezzi al pensiero astratto, non sanno trarre delle conclusioni; l’adolescente invece ha già tutta un’altra cerchia di attitudini. I ragazzi inoltre hanno tipi diversi di percezione: chi ha memoria auditiva, chi visiva, chi motoria. Alcuni hanno una cerchia di concezioni, altri una cerchia diversa, ecc. Bisogna conoscere bene l’allievo, tutto il gruppo degli allievi per saperli affrontare come si deve…

Nella scuola sovietica noi puntiamo a educare dei costruttori del socialismo coscienti e onnilateralmente sviluppati e quindi tentiamo di fornire agli allievi una comprensione la più profonda possibile dell’oggetto d’insegnamento. Ci vogliono pertanto metodi complessi, una maggiore conoscenza dei ragazzi e la capacità di saperli affrontare. Ovviamente anche i nostri ragazzi devono ricordare parecchio a memoria: nomi, denominazioni, date, però bisognerà sempre distinguere ciò che bisogna imparare da ciò che bisogna capire. In alcuni libri di testo americani si adopera un carattere differente per le cose che devono essere imparate e per quelle che devono essere capite. È un mezzo questo che fa risparmiare tempo. Con carattere diverso viene stampato anche l’essenziale e ciò che serve solo da elemento illustrativo, da spiegazione. Bisogna razionalizzare il processo mnemonico perché non richieda troppo tempo.

Bisogna concentrare l’attenzione sulla spiegazione dei concetti essenziali, sistematizzarli, iniziare dai più semplici e proseguendo basarsi sempre su ciò che i ragazzi hanno già imparato. Questa è la parte più difficile della metodica, la meno elaborata. In questo campo deve svilupparsi il massimo lavoro della psicologia scientifica. In questo campo sarà necessario rielaborare molti metodi in modo completamente nuovo.

Educare gli allievi a capire è una questione strettamente collegata all’applicazione, sin dai primi passi, del metodo dialettico di studio degli oggetti e dei fenomeni, quando l’oggetto viene studiato in tutta la sua concretezza, in modo onnilaterale, in tutti i suoi nessi e connessi, quando viene considerato nel suo sviluppo e viene strettamente legato agli scopi per i quali viene studiato, ecc. Il materiale deve essere fornito al discente nella forma più apposita affinché egli stesso possa rifletterci sopra in modo autonomo.

Per quanto riguarda il controllo ovviamente anche qui ci vogliono metodi differenziati, si tratti di controllo del grado di comprensione di un determinato materiale o di controllo dell’apprendimento. Il controllo dell’apprendimento richiede un approccio di gran lunga più semplice e meccanico di quello della comprensione. In quest’ultimo caso è impor- tante che l’allievo non si limiti soltanto a ripetere quanto scritto nel libro di testo ma sappia fare un esempio, rispondere ad una domanda che sottintende la comprensione del materiale. Questo aspetto della questione è scarsamente analizzato. Più di tutto viene effettuato un controllo mnemonico e per di più molto superficiale.

Infine il problema dell’apprendimento di attitudini è legato alle questioni di psicologia scientifica.

Il nesso tra teoria e pratica esige dal metodista una attenzione particolare. Lenin diceva che: «Uno dei mali e delle calamità più gravi, lasciatici in eredità dalla vecchia società capitalistica, è il completo distacco tra il libro e la vita pratica », diceva che questo distacco «costituiva il tratto più ripugnante della vecchia società borghese». 4*

Ma metodicamente questo nesso non è stato ancora analizzato e si trasforma ad ogni passo in un nesso esteriore, meramente formale, la teoria viene degradata e sostituita da nozioni staccate.

Sul cinema per l’infanzia (166)

A. Il cinema come strumento didattico. È un tema questo scarsamente elaborato nella nostra letteratura pedagogica ed inoltre il cinema non viene ancora utilizzato da noi come strumento didattico, mentre proprio come tale il cinema ha un enorme avvenire.

L’importanza dell’immagine visiva non viene messa in dubbio da nessuno. Chiunque capisce che nel ragazzo è necessario che alle parole corrisponda una immagine determinata. I libri per l’infanzia e i libri di testo sono corredati di illustrazioni. I bambini sono terribilmente avidi di figure. Lo sa chiunque. Sulle pareti delle scuole più ricche si vedono spesso immagini di paesi lontani, figure di animali, di terre tropicali. Pure la lampada magica offre una immagine, però più vivace, più capace di calamitizzare l’attenzione del ragazzo. Lo stereoscopio permette di vivacizzare la prospettiva. Gli animali imbalsamati, le collezioni di monete, i modelli di vari

oggetti perseguono un identico obiettivo: collegare nel ragazzo la parola ad una immagine determinata. Ma c’è il guaio che la figura, la fotografia, la lampada magica, il modello danno un’immagine morta, senza movimento e senza vita. È questo un difetto spesso rilevato dai fautori delle escursioni. Durante un’escursione il ragazzo osserva l’oggetto nel suo ambiente naturale, in movimento. A questo riguardo l’escursione è insostituibile, peccato che essa sia connessa a tutta una serie di difficoltà e quindi le osservazioni possibili durante una escursione sono necessariamente limitate. Il metodo delle escursioni deve essere quindi completato con la dimostrazione di oggetti, di fenomeni e di avvenimenti ad esse inaccessibili. Ma questi devono essere proposti al ragazzo nella forma più viva, in movimento, per mezzo del cinema.

… Il cinema mostrerà ai ragazzi la natura, essi vedranno il mare e i monti i campi, i fiumi, vedranno la taiga e le foreste tropicali, il mare in tempesta, l’aurora boreale, le cavallette e gli orsi bianchi. Scenderanno nelle miniere, sul fondo del mare, vedranno le aquile e il Niagara. Quale descrizione potrà mai fornire una colossale riserva di immagini come il cinema! Al cinema i ragazzi vedranno come l’uomo, padrone della natura, utilizza le sue forze, la pone al suo servizio. Questo aspetto è particolarmente importante. Il cinema può svelare ai ragazzi i misteri della natura: come cresce il grano, come cambia la forma delle piante, ecc. Al cinema il ragazzo vedrà come batte il cuore umano, come funzionano i polmoni. Il cinema può dare al fanciullo una vivida immagine del lavoro, può far capire la fatica di lavorare con la zappa e come l’uomo è arrivato al trattore, come dall’artigianato si è passato alla fabbrica. Dinanzi ai suoi occhi può passare tutta la storia del lavoro. Anche la vita sociale, per mezzo del cinema, può essere presentata in modo più ampio.

Però bisogna saper utilizzare il cinema come strumento didattico. Le pellicole dovranno essere presentate secondo una certa logica e non come si faceva una volta facendo vedere prima un’oasi e poi un vermiciattolo. Al cinema bisogna arrivare preparati, dopo aver affrontato preventivamente il materiale, dopo averlo illustrato, allora il cinema provocherà un’impressione di gran lunga maggiore. Infine bisognerà presentare poco materiale per volta, dopo il cinema il materiale dovrà essere spiegato di nuovo ed infine, se i ragazzi lo desidereranno, si dovrà ripetere quel film.

… Perché l’alunno recepisca l’immagine proposta dal cinema è necessario che egli sia ad essa preparato emotivamente. E questo deve saperlo fare l’insegnante. Per esempio in campagna c’è una donna che ha un figlio marinaio nella Baltflot (167). Essa può raccontare ai ragazzi qualcosa sul servizio militare in marina, su come suo figlio è stato in un sommergibile, ecc. Dopo di che si può leggere un qualche racconto sulla Marina, sul mare. Ecco la carica emotiva. Cosi il mare e il cinema verranno recepiti in modo completamente diverso.

Come durante le escursioni noi insegniamo agli alunni avedere, cosi al cinema dobbiamo insegnare a vedere i film.

Il cinema come strumento didattico potrà far sviluppare nel ragazzo la memoria visiva, necessaria ad ogni lavoratore, sia esso contadino, ingegnere, agronomo o medico. Il cinema educherà il pensiero, fornirà materiali di confronto.

Sarebbe auspicabile analizzare come i ragazzi recepiscono il cinema e che queste considerazioni sul cinema fossero controllate in pratica.

La metodica dei compiti a casa (168)

I compiti a casa hanno un grande valore. Se giustamente organizzati essi abituano al lavoro autonomo, educano il senso di responsabilità, aiutano ad assimilare le conoscenze e le attitudini.

È assolutamente indispensabile insegnare ai ragazzi a lavorare in modo autonomo. La scuola migliore fornisce soltanto un corredo di conoscenze relativamente piccolo. La vita moderna invece richiede tutta una massa di cognizioni generali e specialistiche. Il progresso della tecnica, il progresso della scienza, l’avvicendarsi delle funzioni e il continuo mutamento dei problemi da affrontare, la necessità di valutare e risolvere nuovi problemi impongono che si sappia lavorare in modo autonomo per acquisire nozioni varie.

Se andiamo ad esaminare come lavoravano Darwin (169), Edison (170), Marx, Engels, Lenin scorgiamo in loro una gigantesca perseveranza nel lavoro, la capacità di svolgere tutta una massa di lavoro minuzioso, di osservare, fare delle generalizzazioni. L’uomo che non sa studiare da solo ma si limita ad assimilare ciò che gli dice il maestro e il professore andando dietro alle loro opinioni vale ben poco. Dobbiamo insegnare alle giovani generazioni a studiare, a conquistare il sapere in modo autonomo. Ecco uno dei problemi più importanti che dovrà affrontare la nostra scuola sovietica. Noi dobbiamo apprendere la metodica dell’insegnamento. Qui ci devono aiutare con la loro esperienza gli insegnanti con una lunga anzianità di servizio, a questo proposito possono darci parecchio.

Nel suo discorso al IV Congresso del Komintern (171) Lenin disse che «nel prossimo periodo l’essenziale è lo studi»” 5*, «… anche i compagni stranieri debbono studiare ; non come studiarne noi, cioè non per imparare a leggere, a scrivere e a comprendere ciò che si legge, della qual cosa abbiamo ancora bisogno» 6*. «Noi studiarne nel senso generale della Parola». 7* Più volte Lenin sottolineò l’importanza di imparare ad apprendere.

E noi abbiamo il dovere di insegnare ad imparare anche alle giovani generazioni. I compiti a casa devono aiutare i ragazzi a studiare in modo autonomo.

Si può imparare soltanto se contemporaneamente apprendiamo tutta una serie di attitudini e quanto più è elementare la nozione, quanto più l’età è minore tanto più tempo ci vuole per formare una determinata attitudine. Osservate i bambini piccoli e vedrete che per un numero infinito di volte possono ripetere lo stesso movimento, la stessa parola, la stessa espressione e senza che la cosa venga a noia in quanto impadronendosi di quella facoltà si sentono cresciuti.

I compiti a casa devono aiutare a conquistare determinate attitudini, il lavoro autonomo su di esse dovrà rendere lo studio in classe ancor più ricco di contenuto. Il lavoro a casa può e deve eguagliare il livello delle nozioni nei ragazzi e in tal modo rendere più efficace l’opera della scuola. Ma i compiti a casa hanno pure un altro valore in quanto essi possono e devono servire ad educare una disciplina cosciente, possono e devono educare un senso di responsabilità.

I compiti a casa però sono come un coltello a doppio taglio e se organizzati non metodicamente possono portare a risultati contrari: insegnare a prendere le cose sotto gamba, a negligere i propri doveri acquisendo abitudini negative che ostacolano gli studi e spianano la strada all’inganno. I compiti a casa inoltre possono sovraccaricare i ragazzi senza alcuna necessità.

Adesso che introduciamo come sistema i compiti a casa dobbiamo preoccuparci di elaborarne scrupolosamente la metodica.

Mi soffermerò su alcuni problemi.

Prima di tutto dovrà essere assicurata la possibilità difare i compiti; l’allievo dovrà avere cioè il quaderno, la penna o la matita, il libro di testo, tempo e luogo ove fare i compiti. E questo non è tanto semplice come può sembrare a prima vista… Con i libri di testo si incontravano delle difficolta pure nella vecchia scuola. Gli allievi di famiglie bisognose, che non potevano comprare i libri, o non facevano i compiti o erano costretti a chiedere in prestito i libri dai compagni più facoltosi…

È molto importante inoltre che vi sia il posto ove fare i compiti, il che, date le attuali condizioni d’alloggio, non sempre è problema facilmente risolvibile. Ed infine tra le ragioni principali che impediscono di fare i compiti nella scuola di massa c’è questa: i ragazzi sono oberati di lavoro domestico: badare ai fratellini e alle sorelline, commissioni di vario genere e per le bambine i servizi di casa, ecc.

Introducendo i compiti a casa è necessario prendere tutta una serie di misure che rendano possibile fare i compiti. La soluzione migliore sarebbe la scuola a tempo pieno… (172).

Nelle biblioteche per l’infanzia gli americani hanno libri di testo in grande quantità. I ragazzi che non possono comprarli vanno a consultare in biblioteca. Le sale di lettura sono fatte in modo tale da poterci studiare…

Dobbiamo sviluppare largamente il sistema delle camere e delle isbe per l’infanzia ove consultare libri di testo, libri di lettura e studiare tranquillamente. Bisogna incrementare l’organizzazione di camere per l’infanzia presso gli attivi di caseggiato (173), nei club, negli uffici, nelle isbe. Qui può venire un grosso aiuto dai sindacati, dalle associazioni di caseggiato, dalle cooperative, dall’associazione «Amico dei ragazzi» (174). È necessario che queste camere siano vicine a casa e siano organizzate tenendo conto delle differenze di età. Bisognerà vedere cosa potranno fare le biblioteche al riguardo.

L’altra questione è l’adeguatezza dei compiti. Data la mancanza, sino agli ultimi tempi, di una sistematizzazione e conoscendo male il volume delle conoscenze dei ragazzi molto spesso vengono assegnati compiti impossibili da tare. Spesso si assegna a leggere un libro che non si trova da nessuna parte oppure – e questo in città – di misurare la «crescita del vernino»; di calcolare il numero dei contadini medi nel villaggio; di calcolare il numero degli analfabeti tra uomini, donne e fanciulli (nel corso di una sola serata); di scrivere un tema su un argomento del tutto sconosciuto, come per esempio nel quarto gruppo «Sui compiti attuali del partito ». Basta dare una occhiata ai nostri libri di testo più recenti, scritti secondo la falsariga dei libri per gli operai, per trovare centinaia di compiti assolutamente non adatti.

Spesso vengono dati gli stessi compiti ad alunni completamente diversi per età, preparazione ed esperienza di vita. I compiti inadatti servono solo a rovinare l’alunno, lo inducono ad un atteggiamento di negligenza verso i suoi doveri.

È necessario spiegare molto accuratamente i compiti da fare. Non basta dire di studiare da pagina x a pagina y, ma bisogna spiegare come fare il compito nel modo migliore e nel tempo più breve, come affrontare le difficoltà che si incontreranno, indicare a che cosa si dovrà fare particolare attenzione. In genere questo lavoro di spiegazione non viene compiuto. Bisogna organizzarlo. Sarà opportuno pubblicare a questo riguardo un opuscolo apposito che aiuti l’insegnante a organizzare la spiegazione e la consultazione degli alunni attraverso gli allievi delle classi superiori e i volontari della cultura (175).

È necessario che all’allievo sia chiaro lo scopo del compito e che esso lo esalti. Allora con passione potrà compiere parecchio lavoro poco interessante, ma utile. Quanto più l’alunno è piccolo tanto più interessante deve essere il compito stesso. Il lavoro interessante è più facile da realizzare, insegna meglio a lavorare, educa meglio un atteggiamento cosciente verso il lavoro.

Come fare per rendere interessante il compito più abituale dipende dall’abilità dell’insegnante. Di regola il più interessante è quel compito che sviluppa al massimo l’attività autonoma del ragazzo, vivacizza il suo pensiero. Noi non dobbiamo rimpinzare i ragazzi di nozioni, ma di organizzare nel modo migliore le loro forze facendo confluire nel giusto alveo il loro interesse. Nelle scuole borghesi danno appositamente ai ragazzi un lavoro tedioso, avvilente, per esempio nella scuola di massa durante le ore di lavoro si danno da dipanare gomitoli aggrovigliati che sarebbero il mezzo migliore per insegnare ai ragazzi ad essere pazienti sin da piccoli. Noi invece non vogliamo insegnare una pazienza da schiavi, ma un atteggiamento cosciente verso il lavoro. Pertanto bisognerà tenerne conto elaborando i nostri compiti.

Nei compiti a casa è da escludere una linea di parità tra gli alunni. Bisogna individualizzare i compiti, tenendo conto delle singole lacune, della somma di cognizioni di ogni alunno, ai più bravi non si dovranno dare compiti che li portino avanti agli altri, ma che servano ad approfondire le loro conoscenze migliorandone la qualità.

Bisogna pure aver presente che un identico compito richiede un tempo di esecuzione diverso a seconda degli alunni. Non lo si dovrà dimenticare assegnando le lezioni.

I compiti a casa diventano utili se viene organizzato il controllo sulla loro esecuzione, sulla qualità dell’esecuzione. La mancanza di controllo disorganizza gli alunni, sminuisce il loro senso di responsabilità. È un fattore disorganizzante anche un controllo episodico, non sistematico.

Ci vuole un controllo continuo.

Ma questo controllo dovrà ricadere soltanto sulle spalle dell’insegnante? Sarebbe una fatica troppo grande per lui. Sarà necessario creare intorno a tutto ciò un’intera organizzazione, attirarvi i volontari della cultura, gli alunni stessi.

Ovviamente parte di questo lavoro inevitabilmente ricadrà sull’insegnante. Bisognerà quindi studiare le forme di controllo, renderlo agevole. Senza controllo sull’esecuzione i compiti a casa potranno portare solo ad un risultato negativo.

Ecco alcune mie idee nate in merito alla questione dei compiti a casa.

Sull’insegnamento della letteratura (176)

La letteratura è un potente strumento d’influenza sulle giovani generazioni. La letteratura può aiutare a far comprendere loro la vita e gli uomini, i loro pensieri, i loro problemi, le loro emozioni. La letteratura può insegnare come avvicinarsi agli uomini, come influire su di loro. La letteratura influisce sulla morale e sul comportamento dell’uomo, sulla sua concezione del mondo. In modo particolare influisce sugli adolescenti, sui giovani, sull’età di formazione dell’uomo.

L’influenza della letteratura si fa sentire ancor più fortemente nei periodi di transizione, quando muta l’assetto sociale e di conseguenza cambiano le idee vecchie e tradizionali sui fenomeni e sui rapporti umani. Però, non ogni opera letteraria è capace di «accendere i cuori» e di portare in avanti. C’è anche la letteratura che spinge indietro, verso il vecchio, che offusca la vista, disorienta. Non possiamo chiudere gli occhi dinanzi a questo fatto. Questa letteratura agisce come un tossico e contro di essa dobbiamo proteggerci.

Tutto ciò ci dice quanto sia importante impostare giustamente l’insegnamento della letteratura nella nostra scuola. Sarebbe però un grave errore pensare di costringere questo studio sul letto di Procuste del «corso scolastico».

Prima di passare al problema di come impostare l’insegnamento della letteratura vorrei soffermarmi sull’influenza che la letteratura ebbe su Vladimir Ilic e su ciò che egli riuscì a prendere da essa.

Da giovane Vladimir Ilic lesse moltissime opere di narrativa. Anna Ilinicna (177) ebbe a raccontare che durante gli ultimi anni del ginnasio Vladimir Ilic dedicava una massa di tempo alla lettura di Turghenev. Egli conosceva bene i cosiddetti classici, cioè Gogol, Pushkin, (178) Lermontov (179), Nekrassov, Turghenev, Lev Tolstoj, Stcedrin. Conosceva altrettanto bene Belinskij, Dobroliubov, Pissarev, Herzen, Cernyscevskij.

Se esaminiamo le opere complete di Lenin vediamo che fa continuamente riferimento agli scrittori e ai pubblicisti sunnominati. Alcuni passi vengono citati più volte e si avverte la forte impressione che a suo tempo avevano esercitato su di lui. Per esempio, egli più volte cita le amare parole di Cernyscevskij sui “grandi-russ”i: «Misera nazione, nazione di schiavi, dall’alto in basso tutti schiavi». Nell’articolo “Della fierezza nazionale dei grandi-russi”, scritto nel dicembre del 1914, di quelle parole da la seguente valutazione: «Gli schiavi grandi-russi (schiavi nei confronti della monarchia zarista), aperti o mascherati, non amano ricordare queste parole. E secondo noi questo era il linguaggio del vero amor di patria, di un amore che soffre della mancanza di spirito rivoluzionario tra le masse della popolazione grande-russa. Questo spirito non esisteva allora. Oggi è ancora debole, ma esiste. Noi siamo pervasi da un sentimento di fierezza nazionale: la nazione grande-russa ha anch’essa creato una classe rivoluzionaria, ha anch’essa dimostrato di saper dare all’umanità dei grandi esempi di lotta per la libertà e per il socialismo… 8*…

… Lenin parlava sempre con calore di Cernyscevskij, lo chiamava «il grande rivoluzionario russo», scrisse del democratismo contadino di Cernyscevskij, di come egli sapesse in condizioni insostenibili dire la verità sia tacendo sia schernendo i liberali. Lenin imparò da Cernyscevskij a odiare il liberalismo e l’ enfatismo liberale. Mi meravigliava sempre come Lenin conoscesse bene finanche le opere di narrativa di Cernyscevskij, come per esempio Che tare? e come le ricordasse. ..

. .Accanto al nome di Cernyscevskij Ilic ricorda immancabilmente quello di Dobroliubov…

A Herzen dedica Lenin un articolo prezioso (180), scritto con straordinario calore. Alcune citazioni di Herzen, insieme alla valutazione della sua funzione e del valore, devono essere incluse nei nostri programmi di letteratura. Parecchie volte Lenin ricorda la lettera di Belinskij a Gogol, definisce Belinskij precursore della socialdemocrazia russa…

Nell’articolo: Ancora ima campagna contro la democrazia (1912), parlando del 1905, Lenin dice che quello era stato l’anno in cui si era realizzato il sogno di Nekrassov sul tempo in cui il contadino avrebbe letto Belinskij e Gogol…

Ilic desiderava che fosse accessibile alle masse non solo la lettera di Bclinskij a Gogol, ma anche le opere di Lev Tolstoj. Ecco cosa egli scrisse in occasione della morte di Tolstoj: «L’epoca della preparazione della rivoluzione in uno dei paesi soffocati dai signori feudali ha segnato, grazie alla geniale opera illuminatrice di Tolstoj, un passo avanti nello sviluppo artistico di tutta l’umanità.

«… Per fare delle sue opere un effettivo patrimonio di tutti, occorre la lotta, e una lotta contro il regime sociale che ha condannato milioni e milioni di uomini all’ignoranza, all’avvilimento, a un lavoro forzato e alla miseria, occorre la rivoluzione socialista.

«E Tolstoj non ha dato solo opere letterarie, che le masse sempre apprezzeranno e leggeranno quando esse stesse si creeranno condizioni umane di vita dopo aver abbattuto il giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, egli ha saputo, con grande forza, farsi interprete dello stato d’animo delle grandi masse, oppresse dall’ordinamento attuale, descrivere le loro condizioni, esprimere il loro spontaneo sentimento di protesta e di sdegno. Appartenendo egli principalmente al periodo che va dal 1861 al 1904, Tolstoj incarnò nelle sue opere, in modo straordinariamente spiccato – sia come artista, sia come pensatore e apostolo – i tratti della peculiarità storica di tutta la prima rivoluzione russa, la sua forza e la sua debolezza» 9*.

Gli articoli di Lenin contengono, si può dire, delle indicazioni precise su cosa dare di Tolstoj nei programmi di letteratura, e come darlo, come analizzare queste opere, come valutarle.

… Se Ilic credeva che ci voleva la rivoluzione socialista per rendere Tolstoj accessibile alle masse, bisognerebbe riflettere seriamente su cosa e come dare di Tolstoj alle giovani generazioni nei programmi di letteratura.

Immediatamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre Lenin esigette la riedizione dei classici, chiese che le opere di Herzen, Cernyscevskij, Belinskij, Dobroliubov, Tolstoj, Nekrassov, Gogol, Pushkin e di altri autori fossero pubblicate in edizioni economiche e fornite alle biblioteche popolari.

Lenin considerava Turghenev un liberale portato verso una costituzione moderata, monarchica e aristocratica, però lo conosceva molto bene. Egli cita Memorie di un cacciatore (181), il racconto Borgomastro, ove un feudatario «colto», perché a pranzo era stato servito del vino non riscaldato, senza grida e senza rumore, a bassa voce ordina: «In quanto a Fiodor… si provveda», cioè che venga mandato alla stalla (182).

Ilic cita molto Nekrassov, che era uno dei suoi poeti preferiti.

Cita molto Stcedrin, riporta il passo di Stcedrin sull’evoluzione del liberale russo il quale inizia «col domandare alle autorità delle riforme “nella misura del possibile”, continua con l’elemosinare “suvvia, almeno qualche cosa” e finisce con l’assumere l’eterno ed invariabile atteggiamento “che conviene alla sua viltà”». Quest’ultima espressione la cita spesso insieme all’altro detto di Stcedrin: «le orecchie non crescono più alte della fronte». Lenin prende il tipo di ludushka Golovliov da “I signori Golovliov” e il tipo di Balalajkin da “Idillio moderno” (183). È evidente come Ilic si appassiona a come Stcedrin schernisce l’ordinamento dell’epoca. Bisogna dare Stcedrin nel corso di letteratura? Certo che bisogna. Ed inoltre si dovrà indicare cosa egli deride.

La satira di Gogol, la satira di Stcedrin insegnano parecchio. Insegnano a valutare criticamente la vita. Bisogna soltanto mettere l’accento su cosa bisogna ridere. Perché c’è critica e critica…

Tra i compiti del corso di letteratura vi è quello di insegnare a criticare. Ecco perché nel corso di letteratura l’analisi delle opere letterarie deve essere in primo piano.

L’analisi delle opere, legata indissolubilmente all’analisi della realtà, deve essere una delle più importanti componenti del corso di letteratura. Non è tanto importante che in classe si leggano parecchi libri di narrativa; è importante invece che venga preso qualche libro tipico, che ne venga data una completa valutazione marxista-leninista e che l’alunno da quelle opere impari a capire la vita, impari a «vedere» la vita in tutta la sua profondità e la sua molteplicità.

E di eccezionale importanza saper valutare le opere date in lettura. Non possiamo sempre mantenere l’alunno al guinzaglio. È necessario che egli sappia cavarsela da solo, valutando giustamente le opere letterarie. Allora non sarà un gran male se casualmente gli capiterà tra le mani qualche robetta da poco. Perché egli sarà protetto da quell’influenza nociva.

Ovviamente non è soltanto il corso di letteratura, ma tutto il programma, tutto il carattere dell’attività scolastica e non scolastica dell’alunno che devono aiutarlo ad avvicinarsi nel modo più giusto alle opere letterarie, ma qui il corso di letteratura deve avere una funzione primaria fornendogli i criteri necessari.

Non citerò più Lenin. Aggiungerò soltanto che egli utilizzava alcune opere come documenti tipici, idonei a tracciare un autentico stato di cose. Molte opere letterarie forniscono un’immagine dell’ordine sociale più e meglio di qualsiasi manuale statistico. Lenin sapeva utilizzare tali opere nei suoi scritti. A questi fini egli si serviva di G. Uspenskij, Korolenko (184), eccetera.

Nella nostra epoca di edificazione del socialismo la letteratura ha un valore enorme e pertanto il corso di letteratura deve essere studiato nel modo più accurato investendo del dibattito l’opinione pubblica.

Prima di tutto è importante la scelta delle opere letterarie. Bisogna dare degli scrittori moderni le opere più artistiche, più elevate; mostrare come sono strettamente legate alla vita, come esse illuminano la vita, insegnano a capirla… Oltre alla narrativa moderna bisogna prendere la pubblicistica che offre un’analisi della realtà. Degli scrittori e dei pubblicisti moderni bisognerà fornire i criteri necessari di valutazione. È necessario che l’alunno comprenda l’enorme valore della letteratura socialista, capisca che suo fine è insegnare ad odiare l’oppressione, lo sfruttamento, «tutto ciò che è ignobile, vile, malvagio» (185), la grettezza e la piccineria piccolo-borghese. È necessario che l’alunno comprenda che la letteratura socialista deve affinare lo sguardo, insegnare a guardare in faccia la verità, deve insegnare a capire la gente, i loro ideali, a ispirarli, a irrobustire la volontà. Bisogna far capire cosa sia il carattere di classe della letteratura, far capire in che modo una qualsiasi opera letteraria porti acqua al mulino di una data classe.

Il corso di letteratura ha un significato enorme dal punto di vista dell’educazione comunista e quindi la sua elaborazione non può essere delegata a qualche insegnante e ad un paio di letterati. Il valore di questo corso va ben al di là della pedagogia.

Dopo aver fatto comprendere la funzione della letteratura con degli esempi più indicativi dell’epoca moderna, bisogna approfondire questa cognizione con lo studio dei classici. La storia della letteratura non dovrà essere fine a se stessa, ma far capire meglio l’epoca moderna, la letteratura moderna. Questo da una parte; dall’altra, dovrà far comprendere meglio la storia. Quest’ultimo compito esige che tra il corso di storia e quello di letteratura vi sia una stretta connessione, prevista nella struttura stessa del programma di studi.

Più di qualsiasi altra materia la letteratura deve far affidamento all’attività autonoma dei ragazzi. È necessario sviluppare in loro l’interesse per la letteratura e la lettura; bisogna fornire degli elenchi di opere da leggere con relative annotazioni; è necessario che i ragazzi trascrivano sistematicamente dei passi dalle opere lette motivando perché hanno scelto quei passi e perché quei passi li hanno interessati. È necessario che i ragazzi arrivino fino a scrivere delle recensioni. I temi in classe rivestono un significato tutto particolare per l’apprendimento del corso di letteratura. È necessario che i ragazzi indichino da soli questi temi.

Tutto ciò esige che queste questioni vengano intensamente dibattute. Nel corso di letteratura sarà opportuno ricorrere al metodo a squadre. Supponiamo che due, tre, cinque ragazzi si interessino ad una data opera, ammettiamo, ad esempio, un libro di Stcedrin. L’insegnante in classe fornisce alcuni criteri su come affrontare quell’opera; tra i ragazzi interessati si organizza una squadra che analizza e apre un dibattito su di essa secondo i criteri proposti in classe dall’insegnante. Durante il dibattito nei ragazzi insorgono nuovi problemi e per risolverli ci si rivolge all’insegnante. Se la questione è importante e l’insegnante vede che in essa si cela l’incomprensione di qualche aspetto generale, allora egli la sottopone all’attenzione di tutta la scolaresca e guida l’intelligenza dei ragazzi in una determinata direzione. È eccezionalmente importante organizzare delle giornate o delle serate dedicate alla letteratura, alle quali i ragazzi, organizzati in squadre, tengano delle relazioni sul lavoro svolto. L’impostare giustamente l’insegnamento della letteratura ha un enorme significato, oggi più che mai. Bisogna soltanto saper destare nei ragazzi il desiderio di lavorare in modo autonomo, insegnare loro a lavorare collettivamente in questo settore, organizzare questa loro attività, aiutarli.

L’essenziale nell’insegnamento della matematica (186)

…La matematica appartiene a quelle scienze che hanno un enorme significato nella formazione dell’attitudine di riflettere logicamente e di generalizzare. È questa una scienza ove la sistematizzazione è essenziale, una scienza che mostra palesemente tutto l’enorme valore che ha il nesso tra la teoria e la prassi. È indispensabile però che l’insegnamento della matematica nella scuola per gli adulti sia impostato come si deve.

Inizierò con qualche ricordo di infanzia.

Io ho frequentato un ginnasio in cui c’era un ottimo corpo insegnanti. Fui ammessa alla terza. Avevo allora dodici anni. Sapevo bene ciò che ci voleva per essere ammessa (le quattro operazioni), però l’aritmetica mi era indifferente. La nostra insegnante di aritmetica era una maestra molto brava, laureata all’Università di Zurigo. In breve l’aritmetica divenne la mia materia preferita. Studiavamo i decimali e i primi rudimenti di algebra. La soluzione dei problemi era al centro dell’attenzione. L’insegnante concentrava l’attenzione sulla spiegazione dei problemi. Noi dovevamo spiegare perché ci voleva quella data operazione e non un’altra. Il che ci faceva comprendere a fondo la soluzione dei problemi.

Molto spesso i problemi vengono risolti dai ragazzi ad occhio. Alla fine del libro degli esercizi prima si trovavano le soluzioni. Dopo aver risolto il problema l’alunno andava a vedere se il risultato corrispondeva. In caso contrario ricominciava da capo, al posto della moltiplicazione faceva la divisione, eccetera. Spesso l’alunno dice: «Posso trovare la soluzione, ma non so spiegare perché». La spiegazione imponeva di comprendere a fondo le operazioni, portava a pensare logicamente. Quando nel 1921 durante il dibattito sui sindacati Lenin disse che la scuola primaria deve insegnare a pensare logicamente, io ricordai come lavorava la nostra insegnante di ginnasio. Ci insegnava a trovare da noi le regole. Studiavamo i decimali. In genere i ragazzi confondono sempre cosa bisogna sommare, moltiplicare. Lei non spiegava le regole, ma ci insegnava a trovarle da soli. Noi lo facevamo e le trascrivevamo in classe ove, mancando i ripetitori, l’autonomia del nostro lavoro era garantita. Noi eravamo molto fieri di saper trovare le regole. Nessuno ci diceva che in quel modo imparavamo a pensare logicamente, però era proprio cosi. La nostra insegnante ci insegnava inoltre a generalizzare. Si incominciò da problemi tipo. Ci propose di cercare nei libri di esercizi dei problemi analoghi. Fu quella una cosa che ci appassionò moltissimo. Il lavoro sui problemi tipo ci portò a comprendere l’algebra e la sua importanza.

Nelle classi superiori insegnava l’algebra un matematico appassionato della sua materia. Insegnava pure ai Corsi femminili superiori (187). Ma il suo insegnamento era molto astratto, la teoria era disgiunta dalla pratica e quindi l’insegnamento della trigonometria era molto noioso. Nemmeno una parola si diceva sul perché fosse necessaria la trigonometria. Da lui però imparammo a capire il significato della sistematizzazione nella matematica, a capire che la matematica è come una catena di concetti, quando viene a cadere un anello diventa incomprensibile tutto il resto. Se l’allievo non comprende il senso della divisione, non capirà niente dell’algebra.

L’insegnamento della geometria era un punto debole. Sul libro di testo imparavamo a memoria i teoremi. Era una noia da morire, si allenava la memoria, ma non già il pensiero logico. Non si parlava assolutamente di come la geometria fosse legata alle discipline pratiche e a quali. C’era un distacco assoluto tra teoria e pratica…

Fui costretta presto a guadagnarmi la vita; sin dalla quinta incominciai a dare lezioni private, a fare lavori di copiatura. Mi venivano molto bene le lezioni di aritmetica e algebra. Mi aiutava in questo il fatto che controllavo sempre se negli allievi vi erano delle lacune. Dopo l’ottava classe divenni ripetitore del pensionato presso il ginnasio ove studiavano una ventina di allieve di varie classi; poi incominciai a insegnare in una scuola dove venivano impartite lezioni di cucito. Contemporaneamente conquistai il diritto a frequentare i corsi primari cittadini della Società tecnica (allora diretta dal professor Nebolsin) (188). Nelle scuole della Società tecnica le lezioni di aritmetica erano impostate meglio, si l5* faceva più attenzione alla spiegazione dei problemi, alla loro enunciazione e al calcolo orale. Il calcolo orale è molto importante per imparare a far di conto rapidamente.

Quando più tardi arrivai ad insegnare nelle scuole per adulti mi accorsi che in maggioranza gli adulti sapevano fare a mnte calcoli anche abbastanza complicati. Bisognava soltanto tradurre quella capacità nel linguaggio delle cifre, dei concetti e dei segni matematici. Chi insegna ad un adulto cosi come si insegna ad un bambino, costringendolo a perdere tempo in cose che egli già sa, dissiperà inutilmente il suo tempo. L’insegnante degli adulti è obbligato a tener conto del tempo degli allievi. Io facevo di tutto per rispettarlo. Due anni fa ho ricevuto la lettera di un operaio di una fabbrica di Balasciov. Mi diceva che ai primi degli anni ’90 mi aveva avuto per insegnante alla scuola serale-domenicale (45 anni or sono) e che io gli spiegavo i problemi molto bene e che lui capiva come risolverli. Quell’operaio era un amico di I. V. Babushkin (189).

Quando (nel 1889) dopo un’interruzione si aprirono i Corsi femminili superiori (i Corsi Bestuzhev), mi iscrissi alla sezione di matematica. Studiavo con passione. Ricordo con quanto piacere ascoltavo le lezioni del professor Imscenetskij (190) di geometria analitica, in cui parlava di come applicare alla geometria i metodi algebrici. Però ai Corsi rimasi non molto. Proprio in quel primo anno di esistenza dei Corsi entrai nel circolo marxista e mi appassionai talmente alla teoria di Marx che decisi di dedicarmi seriamente allo studio del marxismo. Era difficile contemporaneamente lavorare e frequentare i Corsi. Mi trovai di fronte al dilemma : cosa mi darà lo studio della matematica. Infastidivo tutti con questa domanda. Mi guardavano tutti con stupore, mi spiegavano quale importanza avesse la matematica per l’astronomia e la tecnica. Ma questo lo sapevo pure io, nessuno però riuscì a spiegarmi in modo intelligibile quale significato potesse avere la matematica per le scienze sociali. Abbandonai i Corsi e mi dedicai allo studio del I volume del Capitale e poi a quello dell’Anti-Dùhring di Engels, in cui cosi strettamente viene legata la teoria marxista ai problemi dell’insegnamento di ciò che i giovani devono imparare a scuola. Queste due opere mi insegnarono a comprendere tutto il significato che riveste la matematica per le scienze sociali. Il I volume del Capitale mi svelò tutta l’importanza della statistica per determinare gli sviluppi della lotta di classe. Lo studio dell’Anti-Dùhring mi aiutò a capire quanto importante è la matematica per l’elaborazione di una concezione del mondo materialistica e non tanto materialistica, quanto dialettico-materialistica. Sempre daìI’Anti-Dùhring seppi quanto tempo Marx ed Engels avessero dedicato allo studio della matematica. Si, è molto robusto il ponte tra la matematica e le scienze sociali!

Alla fine del 1936 l’Istituto Marx-Engels-Lenin presso il CC del PC(b) dell’URSS (191) ha pubblicato i protocolli della Conferenza londinese della I Internazionale (192) (17-23 settembre 1871). È questo un documento di eccezionale rilevanza per la storia del movimento rivoluzionario internazionale. A quella conferenza fu approvata la risoluzione: Sulla statistica generale della classe operaia. Le questioni del calcolo statistico erano state vivamente caldeggiate da Marx.

Leggendo con quanta pressanza Marx difendeva la necessità di portare gli operai allo studio statistico delle condizioni di lavoro, ricordo come nel 1895, tornato dall’estero, ove aveva potuto conoscere le risoluzioni del Congresso ginevrino della I Internazionale, Vladimir Ilic faceva lezioni agli operai. Dopo aver letto un determinato capitolo del Capitale, per esempio, sulla durata della giornata lavorativa, Ilic chiedeva che gli operai raccogliessero dati precisi sulla loro giornata di lavoro in tutti i reparti. Quella raccolta toglieva molto tempo agli operai, ma li aiutava però a com prendere meglio le forme di sfruttamento. Quando poi quei dati furono pubblicati in volantino tutta la fabbrica fu in agitazione. Vladimir Ilic era sempre del fermo proposito che gli operai partecipassero attivamente alla raccolta di dati statistici, lo ricordava continuamente nelle riunioni della nostra organizzazione di Pietrogrado.

In seguito, durante il potere sovietico, Vladimir Ilic voleva che l’insegnamento della statistica fosse compreso nei programmi scolastici. Ne I compiti immediati del potere sovietico Ilic scrisse: «Nella società capitalistica la statistica era oggetto di competenza esclusiva dei “funzionari statali” o di ristretti specialisti: noi dobbiamo portarla tra le masse, popolarizzarla… »10*.

Ma a che cosa bisogna fare attenzione, a mio modo di vedere, nell’insegnamento della matematica nelle scuole per adulti?

1. Non mettere gli adulti sullo stesso piano dei ragazzi. Tener conto nell’insegnamento che in maggioranza gli adulti sanno fare calcoli a mente e quindi spostare il centro di gravita del calcolo matematico sulla comprensione matematica delle nozioni esistenti. Questo farà risparmiare tempo.

2. Fare particolare attenzione alla spiegazione dei problemi, alla deduzione delle regole, alla generalizzazione, a tutto ciò che insegna a pensare logicamente.

3. Prestare particolare attenzione al nesso tra teoria e prassi, tra la matematica e quella vita sociale che gli allievi ben conoscono, con i fatti noti delle scienze naturali e della tecnica. Bisogna concentrare un’attenzione tutta particolare alla statistica, secondo le raccomandazioni di Lenin, la quale riveste un valore superiore quando le masse affluiscono in numero sempre maggiore alla costruzione del socialismo e quando viene attuata un’economia pianificata.

4. Avendo presente l’eccezionale significato della sistematizzazione è opportuno controllare la presenza o meno di lacune nelle nozioni del corso precedente. È particolarmente

importante quando si lavora con allievi meno preparati.

5. Prestare attenzione alla geometria. Collegarla con lo studio del disegno tecnico, la planimetria e i principi di topografia.

6. Mostrare come la matematica (scienza fondamentale) ha sue ramificazioni in tutta una serie di scienze applicate e come la conoscenza dei principi matematici favorisce lo studio delle scienze applicate.

Lenin sullo studio delle lingue straniere (193)

Lenin conosceva parecchie lingue straniere. Sapeva bene tedesco, francese, inglese, li studiava e traduceva da queste lingue, leggeva il polacco e l’italiano. Nutriva un grande interesse per le lingue straniere. Per «riposarsi» poteva leggere per ore un qualche vocabolario.

Molti separano lo studio delle lingue straniere da quello della lingua madre, mentre tra di esse sussiste un nesso inscindibile. Lo studio delle lingue straniere arricchisce la lingua madre, la rende più vivida, più flessibile, più incisiva. Chi ha studiato il lessico di Lenin sa quanto sia dovizioso, appassionato ed espressivo…

Quali lingue straniere Lenin aveva studiato negli anni di scuola? Lenin aveva frequentato il ginnasio classico e nei ginnasi classici si studiavano oltre la lingua madre, slavo, latino, greco, francese, tedesco; sei lingue: tré vive e tré morte.

Le lingue morte di regola venivano insegnate in modo che non erano d’aiuto nello studio di quelle vive.

Cosa so di come Lenin studiasse a scuola le lingue?

Una volta ricordò un insegnante di tedesco che nelle classi inferiori del ginnasio lo aveva lodato per la sua buona conoscenza della grammatica. La madre di Ilic parlava molto bene il tedesco e questo ovviamente influiva sulle nozioni del figlio. In gioventù pensava di conoscere bene il tedesco, lo sapeva meglio dei suoi compagni di scuola.

Ilic mi raccontò ancora che un tempo si era cosi appassionato allo studio del latino che ne risentiva lo studio delle altre materie, e allora smise quello studio autonomo supplementare del latino. Quando sentii questa storia mi meravigliai enormemente che ci si potesse appassionare al latino. La nostra generazione nutriva un atteggiamento negativo per i ginnasi classici, in cui lo studio era staccato dalla vita. Noi giovani eravamo per le scuole reali. Per noi il ginnasio classico era la personificazione del soffocamento, con conoscenze defunte e a tutti inutili, del sapere vivo e necessario per costruire la nuova vita. Era questo infatti il fine perseguito dal governo zarista quando al posto delle scienze naturali metteva in programma le lingue classiche. Ma Vladimir Ilic approfondendo da solo lo studio delle lingue morte seppe ricavarne molta utilità. Il latino influì sulla struttura del suo discorso, lo rese più ordinato e appassionato… Lo slavo lo aiutò a capire meglio la morfologia della lingua madre e il suo sviluppo. Il vecchio sapere (latino e slavo) sin dalla scuola servi a Ilic per una conoscenza approfondita delle lingue moderne.

Quando nella primavera del 1895 Vladimir Ilic era ancora convalescente dopo la polmonite, insieme traducevamo qualche opuscolo tedesco e discutevamo molto vivacemente su cosa e come tradurre. Ma quando nell’estate del 1895 arrivò a Berlino si accorse di capire molto male la lingua parlata. In una lettera alla madre scrisse: «Quel che va molto male è la lingua: comprendo il tedesco parlato infinitamente peggio del francese. I tedeschi hanno una pronuncia che mi suona cosi strana che non riesco a capire le parole neppure nei discorsi, mentre in Francia in casi simili ho capito quasi tutto fin dalla prima volta. L’altro ieri sono stato a teatro, davano I tessitori di Hauptmann. Per quanto prima della rappresentazione avessi letto tutto il dramma per poter seguire lo spettacolo (il corsivo è mio.-N.K.,), non sono riuscito ad afferrare tutte le frasi. Del resto, non mi scoraggio e mi dispiace soltanto di non aver abbastanza tempo per studiare a fondo la lingua» 11*

Finito in prigione nel gennaio del 1896 chiese alla sorella Anna di mandargli dei vocabolari: «Sto traducendo dal tedesco, di modo che sarei contento di avere il dizionario di Paviovskij» 12*. Durante l’esilio Lenin si accinse a tradurre dall’inglese un libro di Webb e nel marzo del 1898 scrisse alla sorella Anna: «Ti vorrei pregare di trovarmi dei manuali per lo studio dell’inglese. Sono riuscito ad ottenere una traduzione, un grosso libro di Webb, e ho una gran paura di fare degli sbagli.

»Mi occorrerebbero:

« 1) una grammatica inglese soprattutto per la sintassi, con una parte riguardante gli idiotismi. Se N.K. (194) non ha il Nurok (mi pare che l’avesse, ma non so se fosse suo), mandamelo per l’estate, sempre che tu o Maniascia non ne abbiate bisogno. Se si potesse trovare un buon manuale in inglese sarebbe un’ottima cosa.

« 2) Un dizionario dei nomi propri e di quelli geografici. La traduzione e traslitterazione dall’inglese è molto difficile, e temo di fare degli sbagli. Non so se esistano dizionari che facciano al caso mio. Se non si trova alcuna notizia in merito nel Libro dei libri o in qualche altro indicatore o catalogo, non sarebbe possibile ricorrere a qualche altra fonte? Sempre se si presenterà l’occasione (non voglio badare a spese, poiché il compenso sarà discreto, e il primo saggio deve essere fatto bene), altrimenti non vale la pena di affannarsi troppo. Dovrò anche ricevere la traduzione tedesca di questo libro, di maniera che comunque ce la farò» 13*.

Quando arrivai a Sciuscenskoe portai il Nurok sul quale avevo studiato in prigione. Ilic conosceva l’inglese meglio di me, io addirittura non avevo nessuna idea della pronuncia e pronunciavo le parole alla francese. Vladimir Ilic aveva ascoltato come l’insegnante di inglese di sua sorella Olga le insegnava a leggere ad alta voce in inglese. Comunque per quanto riguarda la pronuncia nemmeno lui era molto forte. Riimparai la pronuncia secondo le sue indicazioni però quando quattro anni più tardi arrivammo a Londra non capivamo nessuno e nessuno capiva noi. E cosi ricominciammo tutto daccapo.

Dopo il nostro arrivo a Londra incominciammo piano piano familiarizzarci anche con la pronuncia, frequentavamo le riunioni, ascoltavamo gli interventi in inglese, andavamo a sentire i discorsi in Hyde Park, chiacchieravamo con la padrona di casa. Facevamo scambio di lezioni con due inglesi. Noi insegnavamo loro il russo e loro a noi l’inglese. Ci dette molto lo scambio di lezioni con signor Rymond, direttore di una grossa libreria, che conosceva dodici lingue, parlava anche il russo, ma pronunciava le parole russe alla maniera inglese. In primo luogo queste lezioni erano gratuite, ed inoltre molto visibilmente mettevano in luce le peculiarità della lingua. Il signor Rymond era un filologo e le sue conversazioni linguistiche con Ilic erano molto interessanti.

Nell’ottobre del 1902 in una lettera alla madre Vladimir Ilic scrive di aver già imparato la lingua praticamente e nel dicembre di quell’anno consiglia a sua sorella Maria (195) di studiare pure lei l’inglese secondo il metodo Toussaint (196) «poiché – scrive – Toussaint è ottimo. Prima non avevo fiducia in questo sistema, ma ora mi sono convinto che è l’unico veramente serio. E se, terminata la prima parte del manuale, prende qualche lezione da uno straniero autentico, si può imparare in maniera perfetta. Ora esistono i dizionari di Toussaint con indicazione della pronuncia» 14*.

Per uno studio più approfondito del tedesco nel dicembre del 1898 Vladimir Ilic chiese dall’esilio di mandargli oltre al vocabolario di Paviovskij anche una traduzione tedesca di Turghenev: «Una qualsiasi opera di Turghenev va bene, ci è indifferente quale, purché la traduzione sia buona. La grammatica tedesca dovrebbe essere completa il più possibile, soprattutto per quanto riguarda la sintassi. Meglio se fosse in tedesco» 15*.

La traduzione di Turghenev gli serviva per studiare il tedesco col sistema della traduzione inversa. Nel maggio del 1901 in una lettera scritta da Monaco a suo cognato Mark Timofeevic Elisarov (197) finito in quel tempo in prigione, gli consiglia quale regime seguire: «… per il lavoro intellettuale gli ho raccomandato particolarmente le traduzioni, per di più in due sensi, cioè dapprima da una lingua straniera in russo, per iscritto, e poi di nuovo dalla traduzione russa nella lingua straniera. Posso dire per esperienza chequesto è il metodo più razionale per studiare una lingua» 16*

Munirsi dei migliori vocabolari con l’indicazione della pronuncia, munirsi di manuali tipo Toussaint, studiare la grammatica nel modo più completo e sui migliori libri di testo, abbinare lo studio della lingua sui manuali tipo Toussaint all’ascolto della lingua viva di uno straniero ed infine praticare lo scambio di lezioni di lingua e le traduzioni inverse: questo era per Lenin il modo migliore per studiare una lingua straniera. Ovviamente con la premessa di conoscere bene la propria lingua, la sua struttura. E alla sintassi sia della lingua madre che della lingua straniera Lenin prestava un’attenzione particolare.

Oltre a conoscere francese, tedesco, inglese, Lenin studiava il polacco e l’italiano, capiva il ceco e lo svedese.

Quando nella seconda emigrazione, nell’estate del 1908 dopo essere stata ammessa a Ginevra ai corsi di sei settimane per maestri stranieri insegnanti di francese, parlai a Ilic dei metodi di insegnamento, e raccontai che al centro dell’insegnamento c’era la fonetica, si teneva conto delle peculiarità della lingua madre, si organizzavano continuamente in classe dei colloqui e che a quei corsi si praticava ampiamente l’ascolto dei passi in buon francese incisi su dischi (linguaphone), lui si interessò molto a tale impostazione, guardò i nostri libri di testo, fu eccezionalmente d’accordo con questo metodo e disse che bisognava estenderne il più possibile l’uso.

Ora da noi si avverte un’enorme spinta per lo studio delle lingue straniere, penso dunque che sapere come Lenin studiasse le lingue straniere rivesta un particolare interesse.

Sul politecnicismo (198)

1. Il nostro è stato finora uno dei paesi più industrialmente arretrati. Ora si avvia sulla strada dell’industrializzazione e pratiche di lavoro valide per secoli vengono a scomparire, vengono emarginate dalla grande industria moderna costruita sulla base dell’ultima parola della tecnica. È in corso la ricostruzione di tutta l’economia nazionale.

2. Però anche indipendentemente dalla nostra arretratezza la grande industria moderna, alla quale punta il nostro paese, non è un qualcosa di stabile. Essa, come già a suo tempo ebbe a rilevare Marx, è caratterizzata da costanti mutamenti nei processi di produzione, da costanti mutamenti nelle basi tecniche della produzione, da una riorganizzazione per cosi dire permanente della produzione. Dall’operaio moderno si esige quindi la capacità di adattarsi a condizioni di produzione in costante mutamento, di impadronirsi di nuovi metodi di produzione. E nel nostro paese poi, ove nel modo più celere possibile dobbiamo riorganizzare la base produttiva ai fini dell’edificazione del socialismo, ove nella ricostruzione esercita una tale funzione la cooperazione della popolazione, ove non si può rivoluzionare l’economia nazionale senza la partecipazione delle masse, come sottolineava ininterrottamente Lenin, la cultura politecnica delle masse assume una funzione colossale.

3. La ricostruzione di tutta l’economia nazionale suscita nelle masse e anche nelle masse giovanili, un interesse per la tecnica, il che crea delle premesse favorevoli per l’educazione politecnica, la quale approfondisce questo interesse e gli da una base scientifica.

4. È necessario che i nostri enti, a cominciare dal giardino d’infanzia, non soffochino questo interesse, ma lo sviluppino in ogni modo, con l’informazione su determinati fatti, con la riflessione scientifica attraverso determinati libri di lettura, con la dimostrazione pratica, escursioni, osservazioni, attraverso lo studio del processo del lavoro, ecc. Bisogna appassionare gli allievi con l’aspetto romantico della tecnica moderna.

5. Al fine della conoscenza pratica della tecnica moderna dovremo utilizzare ogni centrale elettrica, ogni officina ferroviaria di riparazione, ogni trattore, ogni macchina da cucire, ogni laboratorio, ogni fabbrica, ogni stabilimento.

6. Qual è il contenuto dell’educazione politecnica? Sarebbe un errore pensare che si riduca soltanto all’acquisizione di una somma determinata di attitudini (come pensa Gastev (199)) o alla pluriprofessionalità, come ritengono altri, o solo allo studio delle forme moderne, quelle più elevate, della tecnica (come considera Pankevic (200). Il politecnicismo è tutto un sistema basato sullo studio della tecnica nelle sue forme più diverse, considerata nel suo sviluppo e in tutte le sue interconnessioni. Qui rientra lo studio della «tecnologia naturale » come Marx chiamava la natura, e della tecnologia dei materiali, e lo studio degli strumenti di produzione, dei meccanismi e dell’energetica. Ne fa parte inoltre lo studio della base geografica dei rapporti economici, dell’influenza dei metodi di estrazione e produzione sulle forme sociali del lavoro e dell’influenza di quest’ultime su tutto l’ordinamento sociale.

7. Il politecnicismo non è una qualche materia di insegnamento, esso deve permeare tutte le discipline, esprimersi nella scelta del materiale, nella fisica, nella chimica, nelle scienze naturali e nell’educazione civica. È necessario un coordinamento di queste discipline e un loro nesso con l’attività pratica, specialmente con l’insegnamento del lavoro produttivo. Soltanto un tale nesso potrà conferire all’insegnamento del la voro produttivo un carattere politecnico.

8. È ovvio che un programma strutturato politecnicisticamente esige dagli allievi, più di ogni altro, la capacità di osservare, approfondire e controllare le proprie osservazioni attraverso l’esperimento, la pratica e specialmente attraverso la pratica lavorativa, esige la capacità di fissare le proprie osservazioni e di trame le dovute deduzioni.

9. L’insegnamento del lavoro produttivo deve dare nella scuola politecnica oltre alle pratiche di lavoro generali (indirizzare il lavoro verso obiettivi precisi, pianificare il lavoro, calcolare, disegnare, suddividere il lavoro, lavorare in collettivo, economizzare il materiale, saper adoperare gli strumenti, raggiungere un grado di precisione compatibile con l’età, ecc.,) anche la capacità di concepire i processi di lavoro dal punto di vista della tecnica, dell’organizzazione del lavoro, del significato sociale, (ovviamente sempre secondo un grado compatibile con l’età e l’esperienza degli allievi).

10. La padronanza di determinate pratiche permette di approfondire l’impostazione del lavoro socialmente utile della scuola, la quale ha un’enorme importanza ai fini del lavoro collettivo e di un approccio sociale al lavoro da parte dei ragazzi.

11. Le classi di disegno libero e tecnico, i laboratori e le officine, i settori sperimentali fanno parte dell’indispensabile attrezzatura della scuola. La scuola però dovrà puntare ad organizzare il lavoro dei ragazzi direttamente nella produzione.

12. Ovviamente la scuola politecnica è diversa a seconda dei suoi gradi. Al primo grado l’educazione del lavoro porta inevitabilmente un carattere generale. Ma nella scuola settennale si prende già come punto di partenza una qualche branca produttiva determinata (come è il caso della SGC (201) e della SFS (202). La scuola settennale però è priva di una specializzazione. Essa ha l’obiettivo di far comprendere le basi della produzione, i rapporti tecnici ed economici di un dato settore con gli altri, di collegare la teoria con la pratica. Nella seconda tappa viene già data una determinata specializzazione, ma questa è concepita in modo tale da ampliare la cultura politecnica degli allievi oltre che formare quelle doti necessario nella specializzazione data.

13. La scuola politecnica si differenzia da quella professionale in quanto in essa il centro di gravita risiede nella comprensione dei processi di lavoro, nello sviluppo della dote di collegare la teoria con la pratica, di capire l’interdipendenza tra fenomeni noti, mentre nella scuola professionale il centro di gravita è spostato sull’apprendimento di determinate mansioni e operazioni.

14. La natura della grande industria moderna è tale però che essa esige degli specialisti capaci di adattarsi alle condizioni della produzione in continuo mutamento, quindi pure nella scuola professionale (perlomeno nelle branche interessate dalla grande industria) incomincia ad entrare sempre di più una base politecnica.

15. Ma un’educazione politecnica giustamente impostata genera un operaio onnilateralmente sviluppato inutile per il capitalista. Ecco perché nel capitalismo la scuola politecnica non potrà mai svilupparsi completamente.

16. Lo sviluppo della scuola politecnica nel nostro paese sovietico è ostacolato dal debole progresso della grande industria. Però di anno in anno questo ostacolo verrà ad essere eliminato e la scuola sovietica verrà ad assumere un carattere politecnico sempre più marcato.

La differenza tra l’istruzione professionale e quella politecnica (203)

Si comprende meglio la differenza tra l’istruzione professionale e quella politecnica facendo un esempio concreto. Prendiamo l’industria tessile. Nell’industria tessile vi sono numerose professioni: tessitore, filatore, tintore, ecc. Per essere un buon tessitore bisogna conoscere a fondo il telaio moderno, conoscere bene le proprietà della materia prima, bisogna acquisire delle attitudini specifiche. Quando le industrie tessili erano dotate di telai a mano ci voleva una lunga preparazione professionale. Ci volevano anni di lavoro per acquistare la necessaria abilità.

Come si acquistava questa abilità?

All’operaio adulto veniva assegnato un apprendista che

per mesi lo osservava lavorare, lo aiutava, preparava il filato, era pronto a correre di qua e di là. Col tempo l’operaio lo faceva lavorare al telaio e gradualmente l’apprendista imparava l’arte della tessitura a mano. L’operaio adulto riceveva dall’apprendista un aiuto concreto. Ecco perché i vecchi tessitori sono favorevoli all’apprendistato individuale.

Col passare del tempo il telaio meccanico ha emarginato quello a mano. È cambiato il carattere del lavoro. Finora ci vuole una grossa abilità, però di tipo diverso. Oggi il tessitore deve conoscere come si deve il suo telaio, deve servire contemporaneamente più telai e molto rapidamente deve effettuare quelle operazioni non ancora meccanizzate, come spostare leve, schiacciare bottoni, ecc.

L’apprendistato individuale è cambiato. Il lavoro manuale è scomparso. Il lavoro del tessitore è diventato di maggiore responsabilità e all’apprendista non si possono più affidare le mansioni dell’operaio adulto. L’apprendistato individuale vive i suoi ultimi giorni. E la scuola professionale viene a prendere il suo posto.

Se la scuola professionale è bene attrezzata l’allievo potrà conoscere a fondo la macchina e imparare a lavorarci. Per essere all’altezza del suo compito la scuola professionale deve essere bene attrezzata, il che costa molto caro. Scuole professionali del genere sono molto poche. Ma giacché sono bene impostate danno un’ottima qualifica.

C’è da dire però che la tecnica non sta mai ferma. Una qualsiasi scoperta rende inutile un’attitudine acquisita con tanta fatica. La macchina incomincia a fare ciò che faceva l’uomo. In un paese arretrato ove il lavoro manuale assolve ancora una grande funzione, dove le fabbriche vengono ammodernate con lentezza, le scuole professionali e finanche l’apprendistato individuale esercitano un ruolo impor tante.

Ma in un paese in fase di rapida industrializzazione è necessario che allievi abbiano una concezione generale della produzione, sappiano come si sviluppa la tecnica, possano lavorare ad ogni macchina, abbiano cioè una cultura generale del lavoro, abbiano una conoscenza generale dei materiali, ecc Chi riceve una preparazione siffatta potrà adeguarsi senza difficolta ai continui mutamenti della tecnica. Nella produzione sarà un operaio qualificato, ma qualificato in modo moderno e non antico.

Cosa insegnerà la scuola settennale di fabbrica? Non insegnerà la tessitura o la filatura a mano o a macchina, ma insegnerà quel tanto che i ragazzi devono sapere della produzione. Prima di tutto illustrerà la funzione dell’industria tessile nel1 economia mondiale e nell’economia nazionale. Farà conoscere ali allievo come si svilupperà l’industria tessile nel paese. L allievo verrà a sapere quali sono i centri dell’industria tessile, poi egli apprenderà con quali materie prime lavorano le fabbriche: lino, cotone, lana, seta, seta artificiale, ecc dove sono i centri delle materie prime, come questi si svilupperanno nel prossimo futuro. Apprenderà le varie caratteristiche della materia prima, i metodi perfezionati di produzione e conservazione. In seguito l’allievo conoscerà la struttura della fabbrica, le varie branche della produzione tessile che esigono una determinata qualifica. Studierà le macchine tessili imparerà a disegnarle, imparerà la storia dell’industria tessile conoscerà i perfezionamenti moderni. In officine speciali vedrà macchine di vario tipo, imparerà a lavorarci, vedrà perché le nuove macchine sono migliori delle vecchie, imparerà a curarne la manutenzione, apprenderà come trattarle. Imparerà inoltre la forza motrice di una macchina, da quella manuale all’elettricità.

La scuola deve destare negli allievi un enorme interesse per la produzione, il desiderio di portarla ad un livello sempre più alto. D’altro canto la scuola settennale di fabbrica farà conoscere l’organizzazione del lavoro in fabbrica, illustrerà l’organizzazione del lavoro in generale, sia individuale che sociale. Insegnerà come creare le necessarie condizioni di igiene, i principi dell’antinfortunistica in qualsiasi fabbrica e in quella tessile in particolar modo. Infine la scuola illustrerà la storia del movimento operaio e sindacale nel nostro paese e nei paesi capitalistici, la lotta internazionale degli operai e in primo luogo degli operai tessili.

Tutto ciò darà all’allievo non già una professione ristretta che domani potrebbe divenire inutile, ma un ampia istruzione politecnica, fornirà quelle pratiche di lavoro che gli permetteranno di entrare in fabbrica già operaio cosciente e capace, al quale sarà sufficiente solo un breve addestramento specifico.

Scuola di vita

Estratto

IL POLITECNICISMO NON È UNA MATERIA SPECIALE

L’insegnamento del lavoro produttivo nella scuola politecnica deve sviluppare negli allievi da una parte le attitudini di lavoro generali (indirizzare il lavoro verso obiettivi precisi, pianificare il lavoro, calcolare, disegnare, suddividere il lavoro, lavorare in collettivo, economizzare il materiale, saper adoperare gli strumenti, raggiungere un grado di precisione compatibile con l’età) e dall’altra parte anche la capacità di concepire i processi di lavoro dal punto di vista della tecnica, dell’organizzazione del lavoro, del significato sociale (ovviamente sempre secondo un grado compatibile con l’età e l’esperienza degli allievi).

Il politecnicismo non è una qualche materia di insegnamento, esso deve permeare tutte le discipline, deve esprimersi nella scelta del materiale sia nella fisica, sia nella chimica, sia nelle scienze naturali e nell’educazione civica. È necessario un coordinamento di queste discipline e un loro nesso con l’attività pratica, specialmente con l’insegnamento del lavoro produttivo. Soltanto un tale nesso potrà conferire all’insegnamento del lavoro produttivo un carattere politecnico.

È ovvio che un programma politecnicamente strutturato, esige dagli allievi, più di ogni altro, la capacità di osservare, approfondire e controllare le proprie osservazioni attraverso l’esperimento, la pratica e specialmente attraverso la pratica lavorativa, esige la capacità di fissare le proprie osservazioni e di trame le dovute deduzioni.

La scelta della professione (204)

1

La scelta della professione ha un valore enorme. L’uomo deve attingere gioia dal lavoro e non già disgusto. La scelta della professione è giusta quando l’uomo è interessato a ciò che fa, è innamorato, come si dice, del proprio lavoro. Soltanto allora potrà attingere gioia dal lavoro, soltanto allora potrà elevare al massimo e senza stanchezza l’intensità del lavoro, soltanto allora egli potrà dare qualcosa di prezioso.

La scelta della professione ha avuto sempre un grande valore, ma ora nell’URSS diventa un problema di eccezionale acutezza, in quanto il paese si trova dinanzi alla necessità di elevare la produttività del lavoro nell’industria e dinanzi al suo rapido sviluppo…

È necessario che la scelta della professione sia impostata giustamente.

Nei paesi borghesi questo problema viene enormemente ristretto e viene risolto essenzialmente con i test (prove di forza, d’acutezza visiva, di riflessi, ecc.). La scienza borghese ha fatto parecchio in questa direzione. E noi dobbiamo studiare i risultati ottenuti e applicare quelli accettabili. Ma nei paesi capitalistici la divisione in classe pone dei limiti alla scelta della professione. E noi invece puntiamo a spezzare questi limiti. Qualcosa è stato già rotto. A questo riguardo ha avuto una grande funzione l’ammissione di operai e contadini alle facoltà operaie (205) e agli istituti universitari. Però è ancora poco. Soltanto una scelta professionale esattamente impostata può trasformare il lavoro in fonte di gioia. Tutta l’attività scolastica deve essere orientata in modo tale da aiutare il ragazzo nella scelta della professione. Nella scuola didattica manca il terreno su cui le attitudini e gli interessi dei ragazzi potrebbero manifestarsi. Questi vengono semplicemente soffocati. Soltanto con una vasta attività sociale e di lavoro la scuola può dispiegare le forze del bambino aiutandolo a

«conoscere se stesso», a prendere coscienza delle proprie attitudini e dei propri interessi.

È importante però che questo interesse cosciente possa irrobustirsi e da casuale possa divenire permanente.

Mi sembra che qui possa esercitare una grossa funzione il sistema dei circoli scolastici. Vivendo la vita del circolo il ragazzo può scoprire con precisione se un dato lavoro lo soddisfa e fino a che punto lo interessi.

Però l’attività dei circoli scolastici dovrà essere impostata in modo diverso da quello attuale.

Ovviamente non dico nemmeno che i circoli non possono essere obbligatori, perché in tal caso se ne perde tutto il senso. È inconcepibile che i circoli si trasformino in continuazione delle lezioni scolastiche.

La partecipazione all’attività dei circoli deve essere volontaria. Un’altra cosa è il carattere che deve avere la direzione del circolo. A volte il circolo si mette a dare lezioni supplementari, diciamo di chimica, e a dirigerle va l’insegnante. Questa impostazione è sbagliata. Nel circolo è importante l’attività collettiva autonoma ove chi è più forte aiuta chi è più debole, ma il circolo non è che trovi tutto pronto, ma deve trovare da sé le vie da percorrere, da solo sviluppa l’attività, può quindi commettere degli errori, ma sugli errori si impara. È inammissibile che il circolo venga tenuto sotto tutela. Ci vuole un aiuto, non tutela.

Poi c’è il carattere del circolo. I nostri circoli sono ben poco diversificati. Abbiamo circoli d’arte drammatica, sportivi, letterari, per giovani naturalisti, adesso incominciano ad apparire circoli agricoli, cooperativi, circoli per radioamatori.

Penso che ci vorrebbero inoltre circoli pedagogici e circoli tecnici (elettrotecnici, meccanici, ecc.) e circoli produttivi in genere. Quanto più diversi saranno i circoli tanto più facilmente il ragazzo riuscirà a individuare quello che fa per lui e a svilupparvi la sua attività.

I circoli bene impostati aiutano nella differenziazione degli interessi infantili, li approfondiscono e rendono molto più semplice la scelta della professione.

Bisogna generalizzare diligentemente tutta l’esperienza già esistente, tenerne conto, apprezzarla, farla conoscere ai ragazzi. Bisogna organizzare un numero maggiore di circoli, di quelli più preferiti, bisognerà elaborare per loro dei programmi tipo d’attività. Attraverso la scuola bisogna propagandare un determinato tipo di circoli. Per esempio bisogna propagandare i circoli elettrotecnici, i quali, secondo l’articolo di Vladimir Ilic, potrebbero servirsi di ogni centrale elettrica delle vicinanze per studiare l’elettricità.

Bisogna rifletterci sopra su come meglio impostare l’attività dei circoli scolastici.

2

Una giusta scelta della professione ha un enorme valore per la causa, per la produzione e per il lavoratore stesso.

Se facciamo fare il conducente di tram ad un tipo miope, che si perde d’animo nei momenti difficili, sempre distratto, possiamo dire in anticipo che metterà la gente sotto oppure farà deragliare la vettura con tutti i passeggeri. Se mettiamo un tipo deboluccio ad un lavoro che esige molta forza fisica, costui sarà stroncato dalla fatica senza riuscire a far niente. Se mettiamo a fare il maestro un tipo malato di nervi o un ignorante riuscirà soltanto a rovinare i ragazzi.

Ecco perché quando si sceglie la gente bisogna sapere esattamente che lavoro affidare ad ognuno. Il «profilo» del lavoratore, cioè l’insieme delle qualità, delle conoscenze e delle attitudini che egli deve avere per una data specializzazione ha un valore enorme. La borghesia ha capito da tempo questa verità e vi dedica molto tempo e molta attenzione. Esiste tutta una serie di ricerche scientifiche che ci dicono quali devono essere le doti di un pilota, di un macchinista, di un addetto ad una determinata macchina utensile, di un capo operaio, di un ingegnere, ecc. C’è addirittura una scienza speciale, la «professiografia» che studia le doti necessario per ogni professione. Noi dobbiamo studiare con particolare attenzione questi lavori e ricavarne tutto ciò che ci serve…

Ovviamente dobbiamo avere un atteggiamento critico nei confronti della psicotecnica borghese in quanto essa affronta la questione dal suo punto di vista classista borghese ed ha una misura per la gente che ha una posizione, per i possidenti e i loro figli, ed un’altra per i figli dei lavoratori. Ha una misura per il lavoro maschile ed un’altra per quello femminile. Inoltre, e qui bisogna fare particolare attenzione, la psicotecnica borghese affronta la scelta degli addetti soltanto dal punto di vista della produzione, curandosi ben poco degli effetti che un dato lavoro può avere sull’addetto, sulla rapidità con la quale una data fatica consuma le forze del lavoratore.

Nel Paese dei Soviet, invece, siamo interessati non solo alla produzione, ma ci interessa la massa operaia, ci interessa l’operaio che vi lavora. La psicotecnica socialista deve concentrare la sua attenzione sul lavoratore, su come una data professione favorisce il suo sviluppo generale, su come una data professione gli da soddisfazione e gioia.

L’esperienza dimostra che la specializzazione che da all’uomo una soddisfazione maggiore è in genere quella in cui egli può dare il massimo alla produzione.

Quando la scelta della professione viene affrontata giustamente gli interessi del lavoratore e della produzione vengono a coincidere, ma proprio per trovare la giusta impostazione bisogna avere sempre presente gli interessi del lavoratore.

Nell’attuale fase di sviluppo del nostro paese dinanzi alla psicotecnica socialista si profila in modo urgente il problema – già impostato a suo tempo da Engels, ma che può essere risolto soltanto nel Paese dei Soviet – della combinazione delle professioni…

Nella vita ne incontriamo esempi diversi: oggi operaio metallurgico, domani presidente di un colcos, dopodomani capo di un commissariato… Oggi operaia tessile, domani deputato del Soviet cittadino, dopodomani studentessa del Politecnico e poi ingegnere.

Il lavoro nei Soviet, il lavoro sociale parallelo a quello di fabbrica, nel colcos crea nuovi tipi di lavoratori. Da una parte il lavoro tecnico e dall’altra quello intellettuale. Ma se noi vogliamo aver presente la società senza classi – e non possiamo non averla presente e non operare per la sua attuazione tanto più che questo compito è stato avanzato in tutta la sua altezza dalla XVII Conferenza del partito (206) – dobbiamo riconoscere che la combinazione razionale delle professioni è una questione di grande serietà che esige un lavoro serio.

In questo ambito dobbiamo puntare ad una tale combinazione di professioni che da una parte ci dia delle professioni sulla linea del lavoro fisico e dall’altra professioni sulla linea del lavoro intellettuale. Unendo giustamente le une alle altre e sviluppando questa iniziativa in modo massiccio, spezzeremo alla radice la divisione sociale tra lavoratori intellettuali e lavoratori manuali.

Le facoltà operaie, i diversi corsi propedeutici, tutto il sistema dell’istruzione operaia nell’URSS hanno fatto moltissimo per aprire veramente e non a parole soltanto le porte delle università agli operai e ai contadini. Però non possiamo dimenticare che molti studenti guardano all’università come all’istituzione che assicura loro « una posizione », come alla via per liberarsi dal lavoro manuale. È questo un relitto dell’epoca in cui gli uomini facevano della cultura un privilegio, quando il lavoro manuale era considerato un’attività in qualche modo umiliante. La cultura continua a rimanere un privilegio nei paesi capitalistici, ma non deve esserlo nel socialismo.

Non si tratta di trasformare un numero maggiore di operai in intellettuali, oppure nello smettere di essere operai, ma di costruire su basi completamente diverse la divisione del lavoro.

C’è una altra questione: il cambio della professione. Non pensiamo che l’uomo debba essere legato per l’eternità ad una professione.

«L’industria moderna non considera e non tratta mai come definitiva la forma di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione passata era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Cosi essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi » 17* – scriveva Marx.

Marx parla dell’industria nell’epoca capitalistica. Ma pure nel socialismo la base tecnica dell’industria non diventa una cosa stabile, al contrario, si accelerano i ritmi delle scoperte scientifiche e ciò la rivoluziona sempre di più. Ovviamente la pianificazione economica renderà più ordinata anche la distribuzione della forza lavoro, eliminerà il dispendio improduttivo delle forze, però non seguirà la linea che legasse per sempre l’operaio ad una data funzione, ad una data macchina. L’istruzione politecnica comporterà un’enorme razionalizzazione nel necessario cambio delle funzioni, questo cambio verrà regolamentato, ma diventerà sempre più frequente.

Oggi lo sviluppo della grande industria nel nostro paese come non mai illustra con evidenza questo concetto di Marx. Ovviamente non ne consegue che questa distribuzione delle masse operaie, questo cambio delle funzioni non debbano essere regolati. Regolarli è assolutamente necessario. Ma per regolare giustamente questa mobilità bisognerà comunque conoscere bene le varie specializzazioni, il profilo psicotecnico di ognuna di esse. Altrimenti questo lavoro darebbe uno scarso effetto. Sappiamo che nei paesi capitalistici gli operai qualificati cambiano molto spesso specializzazione (le ricerche hanno dimostrato che questa sostituzione è del tutto normale) ma in genere si tratta di specializzazioni che esigono un tipo omogeneo di lavoratore.

Inoltre, sempre nell’interesse della produzione e per soddisfare gli interessi dei lavoratori, ci vuole una cultura politecnica generale che dia la capacità di impostare bene qualsiasi lavoro; ci vuole la capacità di lavorare sia manualmente che intellettualmente, dispiegando tutte le proprie forze, regolando come si deve il proprio lavoro, trovando una via d’uscita da qualsiasi difficoltà.

La politecnicizzazione della nostra scuola, inferiore, media e superiore, deve servire moltissimo per eliminare la frattura tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. La politecnicizzazione seppellirà definitivamente la vecchia divisione capitalistica del lavoro in intellettuali e in operai. Parlando della scuola politecnica e dell’insegnamento politecnico generale obbligatorio sottolineiamo scarsamente la funzione della scuola politecnica nell’edificazione del socialismo e nell’abolizione della divisione sociale del lavoro ereditata dal capitalismo. Ovviamente la scuola politecnica potrà risolvere questo compito soltanto a condizione che sappia affrontare giustamente il concetto stesso di politecnicismo. Bisogna lottare con violenza contro la riduzione del politecnicismo alle botteghe di falegname e di meccanico, contro il suo distacco dalla produzione nazionale e dalla restante attività scolastica. Diventa sempre più chiaro che il politecnicismo deve comprendere tassativamente anche l’organizzazione scientifica del lavoro e l’orientamento professionale. Se studiarne accuratamente una componente essenziale della produzione come la macchina utensile dobbiamo con analoga accuratezza studiare l’altra componente essenziale della produzione: l’operaio e le peculiarità del suo lavoro in ogni professione…

In genere dopo la scuola settennale l’allievo ha una idea alquanto pallida delle doti che bisogna avere per compiere un dato lavoro con il massimo successo. In genere i ragazzi vogliono entrare nell’industria metalmeccanica e non solo perché li la paga è più alta ma anche perché i metalmeccanici hanno una funzione guida nell’industria nazionale e perché hanno esercitato una funzione guida nella rivoluzione.

Sognando di diventare meccanici o tornitori i ragazzi credono che questa sia la loro vocazione. In genere i ragazzi ignorano, e la scuola finora non li aiuta in questo, il meccanismo dell’economia socialista, ove ogni produzione, in quanto componente dell’economia nazionale, è ad essa organicamente connessa. La scuola non insegna loro nemmeno come meglio utilizzare le proprie forze. La nostra gioventù lavora su tutti i fronti con grande entusiasmo.

Ma l’entusiasmo giovanile non elimina affatto la questione di una più razionale distribuzione delle forze. E una distribuzione razionale delle forze più l’entusiasmo proletario giovanile porteranno la nostra economia a tali vette che accelereranno ancor di più i ritmi dei nostri successi. L’istruzione politecnica creerà una cultura del lavoro capace di rendere tutto il lavoro qualitativamente diverso, socialista sino in fondo…

3

La libera scelta della professione ha un enorme valore. Quando l’uomo ama il suo lavoro, vi attinge gioia e soddisfazione, può manifestare in esso una ricca iniziativa, senza stanchezza può elevarne l’intensità.

Nel diritto feudale la scelta della professione era decisa dal ceto di appartenenza. Il lavoro manuale era il duro destino del contadino, era un lavoro fatto a mazzate. Il lavoro manuale era considerato una maledizione. Secondo l’antica leggenda Dio aveva cosi maledetto Adamo e la sua discendenza: «Lavorerai col sudore della tua fronte». La storia medievale ci offre una vivida immagine del pesante lavoro forzato cui erano condannate sterminate masse di popolazione.

La rivoluzione francese borghese emancipò le masse. Senza questa emancipazione giuridica il capitalismo non avrebbe potuto svilupparsi. I combattenti di quella rivoluzione credevano che fosse venuta l’emancipazione generale del lavoro. Rousseau con particolare calore canta la libertà della scelta della professione. Però, per dirla con Nekrassov: «al posto delle catene feudali gli uomini ne inventarono parecchie altre» (207) e il passaggio dall’ordinamento feudale a quello della «schiavitù salariata» soltanto a un ceto determinato e relativamente limitato portò la libertà della scelta della professione.

La lacerazione della società in ceti cedette il passo alla divisione in classi che impediva la libera scelta della professione. Per legge ognuno fu libero di scegliere la professione preferita, mentre nella pratica fu creato tutto un sistema di ostacoli. Uno degli ostacoli più efficaci fu costituito dal sistema capitalistico dell’istruzione pubblica. Lo sviluppo della tecnica, il lavoro collettivo di fabbrica richiedevano un minimo di cultura. Ecco perché in una serie di paesi capitalistici da tempo è stata introdotta la scuola primaria dell’obbligo che, condita dal veleno della religione e della morale borghese, è organizzata in modo da dare una immagine falsata del passato e del presente.

In quel sistema non era affatto facile passare dalla scuola primaria a quella media, dato che il programma della scuola primaria non era in linea con quello della scuola media. La scuola media prepara i funzionari dell’apparato statale, fornisce le nozioni necessario a coloro che dovranno eseguire gli ordini dei padroni. Principalmente vi affluiscono i figli della piccola borghesia, dei nobili caduti in miseria, di mercanti piccoli e medi, del ceto impiegatizio, di contadini arricchiti, ecc.

Esistono vari tipi di scuola media che forniscono nozioni ad un dato livello e che preparano i ragazzi a delle «professioni intellettuali» ben determinate. La scuola media infatti apriva la strada alle cosiddette «professioni intellettuali». La piccola borghesia si adoperava per dare ai figli la possibilità di accedere alla scuola media. La scuola media poteva realizzare il sogno di liberarsi una volta per sempre dalle pesanti fatiche del lavoro manuale e di «diventare qualcuno». Le scuole medie inoltre dischiudevano la porta dell’università che preparava specialisti d’alto livello, meglio pagati. Per i futuri «capitani d’industria» e per i «timonieri dell’apparato statale» venivano create delle scuole apposite, privilegiate (licei, collegi in mezzo alla natura).

Tutto il sistema dell’istruzione pubblica era profondamente finalizzato al consolidamento del regime capitalistico. La libertà di scelta della professione era alquanto problematica. Durante la guerra imperialistica sulla stampa pedagogica tedesca venne vivacemente discussa la promozione delle persone più capaci, di maggior talento. Ma non si trattava di dare ad ognuno la possibilità di dispiegare le proprie capacità, ma di selezionare e mettere al servizio del capitale le persone più in gamba, di come metterle alla difesa del sistema capitalistico e renderle servi degli sfruttatori.

Dallo zarismo il potere sovietico ha ricevuto in eredità questo stesso sistema capitalistico dell’istruzione, farcito perdipiù con il retaggio del diritto feudale, dell’oscurantismo generale e con l’arbitrio.

Sin dai suoi primi passi il potere sovietico ha incominciato a infrangere le barriere di classe, ha ristrutturato tutto il sistema della pubblica istruzione, ha tentato di armare di sapere gli operai, ha scelto in tutta la somma del sapere ciò che era l’essenziale per la crescita culturale delle masse.

E stata creata la scuola del lavoro unica, dai programmi scolastici è stato gettato via tutto l’insulso vecchiume, sono state organizzate le facoltà operaie, agli operai e ai contadini sono state concesse tutte le agevolazioni possibili per l’ammissione agli istituti medi e superiori. La ristrutturazione di tutto il sistema della pubblica istruzione secondo nuovi principi è avvenuta nel fuoco della guerra civile, nel fuoco della ristrutturazione di tutta la società. Si capisce dunque come sia stato difficile ottenere anche le cose più semplici, come sia stato difficile realizzare persino l’istruzione primaria universale. Il fronte culturale è stato sempre un fronte di lotta…

Oggi il volto del nostro paese è cambiato sino a divenire irriconoscibile. Con lo sviluppo della grande industria, con la collettivizzazione dell’agricoltura, con la sua meccanizzazione sono state create le basi per un avvicinamento tra città e campagna, è diventato più vasto l’orizzonte della gente, è aumentata la coscienza delle masse. La vita delle persone è diventata più varia, s’accentua conseguenza questa dello sviluppo della scienza e della tecnica – l’affinità tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sono stati abbattuti i vecchi ostacoli che impedivano alle masse l’accesso al sapere.

Attualmente nell’URSS sono state create tutte le principali premesse per una libera scelta della professione. Ma ciò ovviamente non significa che in qualche misura possiamo abbassare la guardia sul fronte della cultura…

Nemmeno per uno istante possiamo dimenticare di ampliare sin dai primissimi anni attraverso il lavoro scolastico ed extrascolastico l’orizzonte generale e politecnico delle nuove generazioni ricordando che la ristrettezza dell’uno e dell’altro limita la libertà di scelta della professione e rende questa scelta un fatto casuale.

Dobbiamo continuare a spezzare tutti i resti celati dei tra mezzi tra la scuola primaria, media e superiore, dobbiamo esaminare i programmi sino in fondo, sfrondarli da tutte le inezie che vi abbondano oscurando l’essenza delle scienze, dobbiamo lottare per uno stretto nesso tra teoria e pratica.

Dobbiamo lottare contro i residui delle vecchie idee sul lavoro manuale visto come una maledizione cui sarebbero stati condannati da Dio milioni di persone. Dobbiamo lottare contro l’aspirazione di arrivare ad ogni costo all’università, di «diventare qualcuno», di diventare ingegneri. In questa aspirazione spesso si riflettono le vecchie opinioni sugli uomini del lavoro, della gente che guardava dall’alto in basso coloro che erano impegnati nel lavoro manuale. Il movimento stakhanovista (208) aiuterà ad estirpare rapidamente questo vecchio pregiudizio.

Dobbiamo irrobustire in ogni modo la salute dei nostri ragazzi, dobbiamo curare la loro alimentazione, il loro riposo, dobbiamo preoccuparci del loro sviluppo fisico generale, dello sviluppo in loro della memoria visiva, uditiva, delle principali attitudini al lavoro.

Durante il predominio dell’artigianato la scelta della professione era determinata in genere dalla professione dei genitori. Allora la qualità del lavoro dipendeva dall’esperienza. Per acquisirla bisognava iniziare a lavorare sin dall’infanzia. La scelta prematura della professione rientrava quindi nella regola. In realtà, nell’artigianato avevano un valore enorme certe esperienze tecniche particolari che venivano acquisite nel corso di anni. Di conseguenza l’apprendistato durava molto a lungo e l’allenamento iniziava sin da piccoli. Era un fatto tipico la scelta precoce della professione; per essere più esatti si dovrebbe dire che non c’era nessuna scelta. La professione dei figli veniva ereditata dai genitori.

La tecnica moderna ha modificato radicalmente il carattere dell’apprendistato. Oggi dall’apprendista che si prepara ad una determinata professione non si esige più un addestramento strettamente tecnico, ma la capacità di manovrare una macchina utensile, di organizzare nel modo più razionale l’attività, una conoscenza generale della produzione nel suo complesso. Non è un caso che molti giovani stakhanovisti vengano dalle scuole di fabbrica per apprendisti209.

La nostra scuola generale deve dare agli alunni una esperienza generale di lavoro secondo l’esigenza della tecnica moderna aprendo loro in tal modo l’accesso a tutta una serie di professioni. Bisogna evitare di affrettarsi nella scelta della professione. Contro la scelta precoce della professione Lenin levò con energia il suo monito.

Vi sono delle professioni che esigono delle doti speciali: udito e vista perfetti, capacità tattili particolarmente sviluppate, uno speciale allenamento dei centri nervosi, ecc. Di questi problemi si occupa una apposita scienza: la psicotecnica, che ha un grande valore per la selezione attitudinale in varie professioni. Con la psicotecnica si possono proteggere le persone da tutta una serie di errori durante la scelta della professione. Sarebbe però ridicolo se volessimo ridurre tutto alla psicotecnica. Questa è una scienza ausiliare. È l’ordinamento sociale l’elemento fondamentale che determina la scelta della professione. Soltanto l’ordinamento socialista garantisce la più libera scelta della professione alle più larghe masse della popolazione.

In conclusione alcune parole sui ragazzi particolarmente dotati. Costoro, al pari di tutti gli altri, devono avere diritto all’istruzione generale. Dobbiamo garantire loro la possibilità del più ampio sviluppo in una normale scuola sovietica, ricordando che a costringere il ragazzo precocemente nell’ambito di una data specializzazione gli si preclude la possibilità di applicare al massimo le sue doti. Facciamo un esempio. C’è un ragazzo con una meravigliosa memoria visiva. Disegna molto bene. Sin da piccolo lo si manda in una scuola professionale dove impara la tecnica del disegno, nessuno però pensa a dargli una cultura generale, nessuno coltiva in lui un approccio comunista ai fenomeni della vita, nessuno si preoccupa di educare in lui un vero comunista, un collettivista. Ed ecco che cresce un disegnatore di talento che ti disegna alla perfezione un bei cestino di frutta, ma è incapace di esprimere col suo disegno, in modo più chiaro delle parole, una qualsiasi peculiarità del regime socialista.

Dobbiamo invece adoperarci perché sia la scuola normale che quella professionale educhino in lui il comunista, e soltanto allora egli potrà mettere a frutto come si deve il suo talento.

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1* V. I. Lenin, op. cit., v. XIX, p. 9.

2* La II Conferenza di partito per l’istruzione popolare (aprile1930).

3* V. I. Lenin, op. cit., v. XXXII, p. 81.

4* V. I. Lenin, op. cit., V. XXXI, pp. 270-271.

5* V. I. Lenin, op. cit., v. 33, p. 397.

6* Ibidem, p. 396.

7* V. I. Lenin, op. cit., v. 33, p. 397.

8* V. I. Lenin, op. cit., v. 21, p. 91.

9* V. I. Lenin, op. cit.. v. XVI, pp. 298-299.

10* V. I. Lenin, op. cit., v. XXVII, p. 233.

11* V. I. Lenin, op. cit., v. XXXVII, p. 57.

12* Ibidem, p. 65.

13* V. I. Lenin, op. cit., pp. 127-128.

14* V. I. Lenin, op. cit., p. 255.

15* Ibidem, p. 160.

16* Ibidem, pp. 237-238.

17* K. Marx, II capitale, 1. I, sez. IV, cap.13, pp. 533-534.

V. LAVORO EXTRASCOLASTICO

LA FAMIGLIA E LA SCUOLA

IL MAESTRO DEL POPOLO

Per il più ampio sviluppo delle nuove generazioni

(Intervento alla Conferenza panrussa per il lavoro extrascolastico) (210)

Estratto

Tutti i compagni qui presenti si rendono conto chiaramente che il lavoro extrascolastico riveste un grande valore tutto particolare.

Se prima veniva sottovalutata la scuola e l’insegnamento scolastico, veniva misconosciuto il significato della sistematizzazione nell’attività scolastica e la scuola veniva sottovalutata ai fini dell’educazione comunista, oggi spesso possiamo imbatterci in un’altra deviazione: nella sottovalutazione del lavoro extrascolastico. Non lo si dice apertamente, ma spesso si pensa cosi: c’è soltanto la scuola, tutto il resto non significa niente. E un punto di vista sbagliato. Il lavoro extrascolastico può e deve aiutare la scuola a portare la sua attività all’altezza che le è necessaria.

Parliamo dell’educazione comunista, ma questa non può essere condotta soltanto in ore determinate. È necessario che tutta la vita dei ragazzi sia indirizzata in modo tale da educare dei veri comunisti. A questo riguardo il lavoro extrascolastico assolve, certo, una grande funzione.

Inoltre noi spesso dimentichiamo gli immensi cambiamenti che sono intervenuti nella nostra vita quotidiana. Parliamo spesso dei genitori, ma bisogna andare a vedere come è fatta oggi la famiglia. Non è più infatti la famiglia di una volta accentrata sulla proprietà privata. A casa prima i ragazzi vedevano cucinare, cucire e una certa organizzazione del lavoro intorno a questo cucinare e a questo cucire. Vedevano il lavoro domestico, vi prendevano parte; oggi invece in gran parte questo lavoro viene effettuato fuori delle mura domestiche. Oggi la famiglia non si presenta più come un collettivo di lavoro e nella maggioranza dei casi il lavoro si svolge al di fuori della famiglia.

Cosa ne discende? Che è necessario essere molto attenti verso l’organizzazione della vita infantile nelle ore extrascolastiche. A volte il problema lo si risolve creando le «scuole a tempo pieno» (211). Ma non è proprio ciò che ci vuole perché le scuole a tempo pieno continuano a funzionare secondo i metodi delle ore di scuola. Sono molto poche quelle scuole ove, al di là del tempo scolastico, sanno organizzare le ore rimanenti in modo diverso. E invece è indispensabile organizzarle in modo diverso.

Bisogna dare alla personalità del ragazzo la possibilità di svilupparsi in modo completo e qui il lavoro extrascolastico può esercitare una funzione eccezionale. Nella scuola esiste un determinato programma, una sistematica determinata cui i ragazzi devono abituarsi.

Certo un maestro di talento sa organizzare ogni lezione in modo tale da sviluppare l’individualità di ogni ragazzo. Ma bisogna tener conto dell’età e in questo senso l’insegnante extrascolastico deve saper organizzare il proprio lavoro in modo che lo sviluppo delle individualità vada di pari passo con l’educazione del collettivista, di una persona incapace di concepirsi al di fuori del collettivo.

È molto importante lottare contro l’individualismo che veniva educato dal regime capitalistico, quando ognuno immaginava di essere una personalità eccezionale al di sopra della massa. Abbiamo tutta una serie di libri che coltivano il distacco della personalità dal collettivo. La nostra attività educatrice deve saper combinare la capacità di educare un collettivista e la capacità di dargli in questo ambiente collettivo la possibilità di svilupparsi come individuo. Penso che a questo riguardo il lavoro extrascolastico possa fare parecchio.

Se osserviamo i bambini vediamo l’enorme funzione del gioco nel lavoro educativo.

Da noi c’è il problema del giocattolo.

Dobbiamo creare giocattoli che ci permettano di formare un collettivista e che contemporaneamente sviluppino l’individualità dei ragazzi. Il gioco è più importante del giocattolo. Il gioco ha un valore immenso, perché il gioco insegna ai ragazzi ad essere organizzati, educa i ragazzi… vediamo che esso offre ai ragazzi la possibilità di sviluppare l’iniziativa.

Ritengo che sia un nostro grande difetto il non aver creato un vero gioco che educhi come si deve i ragazzi, che dia loro la possibilità di manifestarsi appieno. Abbiamo ormai giochi diversi… È necessario che il gioco consolidi il collettivo e nello stesso tempo insegni l’autocontrollo, ad organizzarsi nell’azione, la capacità di osservazione. Tutta una serie di doti è possibile educare col gioco, il gioco ha un enorme valore pure dal punto di vista educativo. Ricordiamo il vecchio gioco, molto semplice da fare in casa: non ridere quando si raccontano storielle comiche. Uno mantiene un viso impassibile, l’altro si ingegna di raccontare cose cosi comiche da suscitare per forza il riso. Cosi si rafforza l’autocontrollo.

Nella formazione del carattere l’autocontrollo ha una enorme importanza. Anche la capacità di osservazione è una dote che bisogna educare. Vi sono tantissimi giochi che aiutano a formare queste doti. Ovviamente vi sono giochi d’ogni genere, quelli aventi, per esempio, soltanto un significato fisico; benché non sia male giocare a rimpiattino, a tirar bastoni non ci si può limitare soltanto a questi; è importante organizzare quei giochi che sviluppano nei ragazzi l’iniziativa. Fortissima è l’esigenza del gioco. È presente anche negli adolescenti. Apparentemente gli adolescenti sembrano disprezzare il gioco, però giocano volentieri con i fratelli piccoli e giocando con loro giocano pure loro. Perché ai fratellini piace giocare con i fratelli maggiori? È ovvio perché costoro vi partecipano attivamente.

Ma poi il gioco infantile si trasforma nel lavoro, nell’attività sociale. E ciò è necessario. I traguardi dei giochi cessano di attivizzare ed è necessario sostituirli con le finalità del lavoro sociale…

Prendiamo, per esempio, la questione dell’educazione internazionalista. I ragazzi ripetono bene le parole d’ordine però non conoscono la sostanza dei concetti internazionalisti, non sanno cosa vuoi dire la lotta di classe. Nel momento attuale ognuno sente che nell’aria c’è odore di guerra, che la guerra può scoppiare da un momento all’altro come fu nel 1914. Lo si vede benissimo dai giornali. Dobbiamo farsi che i nostri ragazzi siano educati in modo comunista, che siano animati da una forte carica, che sappiano l’essenziale: che i proletari di tutti i paesi devono unirsi, che i proletari di tutti i paesi sono interessati soltanto alla rivoluzione mondiale, devono rendersi conto che il nostro paese ha una responsabilità particolare perché marcia in avanguardia, perché deve essere la brigata d’assalto del proletariato mondiale…

Ognuno sa quale sia la forza dell’opinione pubblica per i ragazzi; formalmente si tratta di una cosa ma in effetti i ragazzi si pongono altre finalità. È molto importante come si forma questa opinione pubblica dei ragazzi, è importante organizzarli in modo tale che tra i ragazzi si formi l’opinione pubblica che ci è necessaria. Questo saper affrontare i ragazzi e sviluppare la loro iniziativa è importantissimo.

… Non dobbiamo dimenticare che la nostra scuola deve essere scuola del lavoro. La scuola politecnica non è esattamente la stessa cosa. Si tratta di conoscere la tecnica moderna, di capire gli elementi comuni tra le diverse branche della produzione, si tratta della cultura generale la quale fa capire cos’è l’economia pianificata e porta a partecipare ad essa. Non dobbiamo sostituire l’una con l’altra. Fornendo ai ragazzi delle nozioni politecniche dobbiamo dare loro anche una cultura generale del lavoro e portarli a rendere più colta tutta la nostra vita quotidiana.. .

Il lavoro extrascolastico non deve distaccarsi dalle condizioni generali, non deve essere sospeso in aria. Deve organizzare i ragazzi alla lotta per una nuova vita, per una più elevata cultura di vita, rendendo i ragazzi partecipi del nostro grande cantiere.

Come educare i bambini (212)

La cosa più importante è non guardare al bambino come ad una proprietà vivente con la quale si può fare ciò che si vuole, non guardare al bambino come ad uno schiavo, ad un peso o un giocattolo.

Bisogna imparare a guardare al bambino come ad una persona, debole ancora, bisognosa di aiuto, di difesa, che non è ancora un combattente e un costruttore, ma pur sempre un uomo e per di più un uomo del futuro. Bisogna imparare a vedere in lui il futuro compagno di lotta. Cosi Lenin guardava ai ragazzi. Egli aveva cura di loro, si preoccupava della loro alimentazione, di come venivano riforniti, della costruzione di scuole, biblioteche per l’infanzia, ecc.; egli sapeva giocare con loro, a volte con uno scompiglio smoderato, sapeva mettersi nei loro panni, ma nello stesso tempo di cose serie egli parlava loro molto seriamente, specialmente agli adolescenti; non sopportava le scapestrataggini e la dissolutezza tipiche di certe famiglie intellettuali: cosi non si educa un combattente della causa del proletariato. «Noi lottiamo meglio dei nostri padri. I nostri figli lotteranno ancora meglio e vinceranno… – egli scrisse. – Noi gettiamo già le fondamenta del nuovo edificio e i nostri figli lo porteranno a termine» 1*. Ecco perché Lenin chiamava le lavoratrici ad insegnare ai figli a lottare senza pietà contro la borghesia. Le lavoratrici, secondo lui, «diranno ai loro figli: “Presto sarai cresciuto. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiar bene le armi. È una scienza necessaria ai proletari: no, non per sparare sui tuoi fratelli, sugli operai degli altri paesi… Ma per combattere contro la borghesia del tuo paese, per mettere fine allo sfruttamento, alla miseria e alle guerre”» 2*. Lenin voleva che le giovani generazioni fossero educate idonee alla lotta anche sul fronte del lavoro; ecco perché egli si pronunciava per l’educazione politecnica, per il lavoro collettivo della gioventù. Cosi bisogna educare i nostri ragazzi, educarli alla lotta, alle vittorie sul fronte del lavoro, educare i ragazzi come coscienti collettivisti.

Il libro per l’infanzia come arma possente dell’educazione socialista (213)

II libro per l’infanzia costituisce un’arma possente dell’educazione. L’infanzia è una età in cui tutte le impressioni vengono recepite in modo particolarmente acuto e lasciano una impronta profonda per tutta la vita. Noi parliamo molto dell’influenza dell’ambiente e della strada, della necessità di tener conto di queste influenze, di convogliarle in un alveo determinato, di come contrastare alcune di queste influenze… Il libro per l’infanzia è una delle armi più possenti dell’educazione socialista delle giovani generazioni. Non bisogna dimenticare inoltre che il libro eleva al massimo la qualità dello studio scolastico. Fate un confronto tra i bambini che leggono e quelli che non prendono in mano nessun libro eccetto quelli di testo. Vedrete una enorme differenza di cultura. Quelli che leggono imparano a studiare da soli dai libri, sanno orientarsi nei libri, sanno trovarvi le risposte alle domande che li interessano. Il libro, non meno della scuola, è necessario alle giovani generazioni.

La cosa più importante è il contenuto del libro per l’infanzia. Il contenuto deve essere significativo…

Il contenuto del libro per l’infanzia deve essere comunista. Con ciò non si vuoi dire che i libri per l’infanzia devono soltanto esporre il programma del partito e le risoluzioni dei suoi congressi, ma essi dovranno dare ai bambini quei concetti e quelle immagini vive che possano aiutarli a divenire comunisti coscienti…

Attraverso la letteratura per l’infanzia dobbiamo gettare nelle giovani generazioni le fondamenta di una concezione materialista del mondo. È questo un compito grande e importante e del tutto attuabile. Può essere attuato però a condizione che gli scrittori per l’infanzia riescano a mostrare ai ragazzi le cose e gli avvenimenti in tutta la loro concretezza, in tutti i loro nessi, considerati nel loro sviluppo, a condizione che riescano a dare ai ragazzi una valutazione esatta e comprensibile di questi avvenimenti mostrandone i legami con l’epoca contemporanea. In altre parole, la letteratura per l’infanzia necessita di un metodo dialettico al pari di qualsiasi altra divulgazione. Quanto detto è valido totalmente anche per quanto riguarda la spiegazione del mondo contemporaneo. Non è ammesso nessun abbellimento della realtà, i ragazzi sono molto sensibili verso ogni nota stonata, però dobbiamo aiutare i ragazzi a comprendere la realtà e ad influire su di essa. È necessario che la letteratura comunista per l’infanzia armi i ragazzi per la lotta e per l’edificazione, susciti in loro un interesse adeguato e li organizzi in questa direzione.

È assolutamente evidente che ci vuole una lotta inconciliabile contro i libri per l’infanzia pervasi da una ideologia a noi estranea. I ragazzi hanno poca esperienza e quindi sono indifesi di fronte ad una ideologia estranea esposta, di regola, in modo occulto ma in una forma molto emozionale. Con ciò non si vuoi dire assolutamente che bisogna buttare nella stufa qualsiasi cosa che sia stata scritta da non comunisti. Ci vuole una scelta intelligente, ci vogliono delle prefazioni per molti libri per l’infanzia, ci vogliono commenti che diano un materiale supplementare moderno.

Il libro per l’infanzia non deve essere per forza un’opera di narrativa. È molto necessario, e se ne avverte un forte bisogno, un libro per l’infanzia d’informazione. Ci vuole un’enciclopedia comunista per ragazzi, ci vuole un’enciclopedia politecnica per ragazzi, un’enciclopedia agraria per ragazzi, un’enciclopedia di giochi, ecc. Al contenuto è strettamente legata l’illustrazione. Neppure le illustrazioni possono essere vuote di contenuto, ma devono essere significative, non devono falsificare la realtà, ma presentarla nel modo più ricco e preciso, devono suscitare pensieri e sentimenti ben determinati.

A parte la questione del contenuto è importante la questione della presentazione. È necessario che il libro per ragazzi sia scritto in modo semplice e chiaro, senza paroloni difficili e contorsioni sintattiche, non gravato da inutili minuzie e in modo che l’essenziale salti con evidenza in primo piano. Ogni cosa deve essere esposta in movimento, in azione, nelle sue connessioni. Se il libro è di narrativa, la trama deve essere affine agli interessi infantili, deve commuovere i lettori, avvincerli. Qui è importante orientarsi sull’età, sull’esperienza dei ragazzi. In modi diversi si deve raccontare la stessa cosa ai bambini d’età prescolastica, agli scolari di primo grado, agli adolescenti ed inoltre ai ragazzi di città e a quelli di campagna, perché l’esperienza di vita di costoro è diversa. Però per nessuna età ci vuole un libro che adulteri la realtà e che orienti il lettore in modo inesatto. E il valore artistico non diminuisce, ma al contrario aggrava la nocività di un tale libro. Un libro mistico scritto ad alto livello artistico è dieci volte più nocivo di un libro noioso d’analogo contenuto. Di conseguenza di cento volte aumenta il valore di un libro giustamente impostato qualora scritto ad un alto livello artistico. Il nemico di classe utilizza l’arte nei suoi interessi. I nostri scrittori per l’infanzia debbano imparare a scrivere artisticamente e in maniera chiara. Bisogna studiare come determinati libri vengono accolti dai ragazzi di diversi ceti sociali. Non possiamo parlare del ragazzo in genere, ma bisogna scoprire come un dato libro viene accolto dai figli degli operai, dei contadini medi, dai figli dei poveri, ecc. È necessario porre su una base di classe lo studio degli interessi dei nostri piccoli lettori. Soltanto allora impareremo a scrivere per i ragazzi.

Abbiamo la necessità di creare nuovi quadri di scrittori per l’infanzia. Dobbiamo attrarre a questa causa i giovani scrittori d’origine operaia e colcosiana. I nuovi quadri devono essere preparati molto accuratamente.

Adesso è necessario prestare la massima attenzione al libro per l’infanzia. Negli ultimi anni si sono prodotti nel GIZ (214) degli indubbi miglioramenti. Una grande svolta si osserva nei libri di informazione per i ragazzi più grandicelli. Non sono pochi i libri su problemi seri scritti in modo semplice, interessante ed editi ottimamente. ..

È necessario concentrare il massimo dell’attenzione sul fronte del libro per l’infanzia. I nostri giovani crescono non già di giorno in giorno, ma di ora in ora. Le giovani generazioni si trovano dinanzi a problemi di immensa importanza. Affinchè possano risolverli, noi dobbiamo fornire loro le conoscenze necessario, il convincimento necessario. Ai bambini, agli adolescenti dobbiamo dare una nostra letteratura, sovietica, comunista. E questo è un argomento su cui merita lavorare.

A proposito del libro per l’infanzia (215)

Estratto

I libri per i ragazzi dagli 8 ai 13 anni

I ragazzi di questa età hanno già una certa esperienza di vita: sanno che cani e gatti non parlano con voce umana e che lavabi e spazzole non saltano per la stanza. A 8-9 anni i ragazzi sono dei grandi realisti e non si fanno fuorviare da cavalli e cani parlanti. Hanno già conosciuto più o meno il mondo che li circonda accessibile alla osservazione, sono attratti dalle cose lontane, dalle cose che ignorano ma che vogliono conoscere. Dai 10 ai 13 anni i ragazzi vanno pazzi per i libri alla Jules Verne (216) e alla Mayne Reid (217), che allargano il loro orizzonte. Sono affascinati da Figli della selva e da L’isola misteriosa, dai viaggi di ogni genere. Da altra parte sono attratti da una più profonda conoscenza del mondo, dalla vita degli animali, da esperimenti di ogni genere, dal lavoro. A questa età il libro può trasformarsi in strumento di lavoro. «Come fare da sé»: questi temi hanno un grande fascino per i ragazzi. Però è particolarmente importante saper dare ai ragazzi le giuste indicazioni per fare in due, in tre, in cinque, su come suddividere tra di loro il lavoro e come aiutarsi a vicenda.

A questa età il ragazzo non conosce invece la gente, i rapporti sociali e se ne interessa moltissimo. I più grandicelli ai racconti di animali incominciano a preferire gli uomini. Studiano con attenzione gli uomini e i rapporti tra di loro. E qui il libro deve andare in aiuto ai ragazzi. Per i ragazzi di 8-10 anni il libro deve presentare alcuni tipi elementari di uomini, abbastanza in risalto, deve porre in luce i rapporti sociali e qui la favola e il racconto hanno un grande valore. Ovviamente non si tratta della favola fantastica, ma della favola d’ambiente quotidiano che schematizzi delle relazioni sociali già note. Tutto sta nella scelta delle favole. Ma ancor più importanti sono i racconti reali che illustrano la vita vera. Qui bisogna adattarsi ai bisogni del bambino, evi tare le lunghe descrizioni e i ragionamenti, ma offrire delle immagini vivide, presentarle in movimento. A questa età i ragazzi non fanno molta attenzione alla forma perché sono avvinti dal contenuto, dall’azione. Sono importanti i tipi, è importante la trama. Il ragazzo non ha ancora l’età per apprezzare le analisi psicologiche e tutte le varie sfumature nei caratteri, ha bisogno di tipi in rilievo e di vederli in azione. A questa età andrebbero bene le biografie, di regola però non sono scritte come servono ai bambini, in esse viene prestata attenzione a quegli aspetti che non interessano il piccolo lettore. Le biografie che meglio avvincono i ragazzi sono quelle come la biografia di Sofia Perovskaja (218). L’infanzia in un ambiente nobiliare, la rottura con la famiglia, il lavoro in campagna, in caseificio, vede come il governo zarista appoggia gli agrari e opprime il popolo, diventa rivoluzionaria, non si risparmia, aiuta a compiere il regicidio, e va serena alla morte. Qui è importante l’integrità del carattere, qui la persona è presentata nell’azione, non ci sono cincischiature. Il tema è grande, ma viene trattato per i ragazzi. Oppure la storia di un bambino ebreo che vive nella miseria in un villaggio. Viene maltrattato dalla gente. Poi la vita cambia: il ragazzo è diventato medico e si incontra col ragazzo che lo derideva, oggi operaio cosciente, insieme ricordano il passato e criticano con forza i vecchi ordinamenti. I ragazzi leggono avidamente questi racconti.

Perché c’è dinamismo, chiarezza dell’idea fondamentale. È ciò che vuole un ragazzo di 8-12 anni.

Il bambino vuole sapere cos’è il bene e cos’è il male.

A questa età egli elabora le basi della sua etica. Sembra strano, ma i racconti « istruttivi » non lo irritano. È contento invece quando l’autore lo aiuta a trarre delle conclusioni da determinati fatti, non ama però i ragionamenti su ciò che è bene e ciò che è male, se si tratta di soli ragionamenti non basati sui fatti. .. Ai ragazzi non piace quando si descrive loro della gente che è difficile capire. A questa età è particolarmente pericolosa la morale piccolo-borghese. Il ragazzo non dispone ancora di criteri suoi, sono appena appena in via di formazione. È ancora privo di un approccio critico riguardo ai giudizi morali.

Ecco perché se il bimbo in età prescolare deve essere principalmente difeso da streghe e orchi e da tutte quelle immagini che lo disorientano, i ragazzi dagli 8 ai 13 anni devono essere protetti dalla morale borghese, dalle valutazioni fuorvianti dei rapporti sociali. Ma dalla morale borghese non dobbiamo difenderci tramite una critica parolaia, bensì contrapponendovi la morale comunista rivestita di immagini vivide, appassionanti, vive. La moderna letteratura per l’infanzia ha qui il suo punto debole. È questo il campo ove ci vuole un lavoro di grande intensità.

Se ai più piccini la caricatura è quasi incomprensibile, a 8-13 anni i ragazzi amano molto il comico. Cosi come per loro è importante capire ciò che è male e ciò che è bene, altrettanto importante è comprendere quali combinazioni di grandezze, di personalità, di rapporti sociali corrispondano alla realtà o meno. Ridono di cuore leggendo Gogol, piacciono loro i racconti umoristici di Cecov, di Gorbunov (219), osservano le vignette nei giornali. Sono molto contenti di capire che quanto è scritto è ridicolo.

All’età della pubertà, periodo di transizione molto difficile sotto molti aspetti, l’adolescente deve arrivare avendo dalla sua già un metodo di indagine verso i fenomeni naturali, per la valutazione egli uomini e dei rapporti umani.

I libri per l’età di transizione

È questa l’età in cui, sotto l’influenza dei processi che avvengono nell’organismo dell’adolescente, in esso vengono a svilupparsi sentimenti ed emozioni che in precedenza gli erano estranei. Egli incomincia a guardare molto più emotivamente a molte questioni, diventa più esigente verso di sé e gli altri uomini. Ovviamente negli adolescenti tutto ciò si manifesta in modo diverso, comunque rimane sempre l’età più instabile, più critica, meno equilibrata. A questa età l’adolescente teme in modo particolare l’influenze altrui, è chiuso in se stesso ed anche alle persone con le quali è in buoni rapporti spesso preferisce un libro. È questa l’età dell’autoaffermazione, un’età decisiva. Hanno quindi un valore enorme il bagaglio che l’adolescente ha acquisito nel periodo precedente, dai 7 ai 12 anni, i principi etici che si sono in lui formati, l’idea che si è fatto dei rapporti umani.

A questa età l’adolescente non è più soddisfatto dalla descrizione di tipi e rapporti umani elementari, benché ami leggere anche la letteratura corrispondente all’età precedente, egli è interessato a fenomeni più complessi. Nel campo delle scienze naturali è interessato dai problemi della riproduzione, dell’ereditarietà, della variabilità delle specie, dall’attività del cervello umano; a livello della società l’adolescente è attratto prima di tutto dalla lotta intcriore dei diversi orientamenti, dalla contraddittorietà degli impulsi e dal modo di superarla; nel campo sociale è interessato dalla struttura sociale, dalla giustizia realizzata in essa. L’adolescente è scandalizzato dallo sfruttamento e da ogni ingiustizia sociale contro la quale è pronto a lottare e di cui cerca subito una via d’uscita.. . È affascinato da romanzi sociali d’ogni genere e ricerca una via d’uscita per l’ordinamento sociale. A questa età è molto sensibile alla propaganda delle idee socialiste. Ovviamente questi interessi dell’adolescente non sempre sono presenti allo stato di coscienza e molto dipende dall’ambiente.

Egli è nettamente ostile ad ogni moralizzazione, ad ogni imposizione di idee altrui; dall’adolescente si sentono continuamente frasi del genere: «non vi impicciate, lo so pure io, non sono piccolo, lo so senza di voi».

Nelle parole degli adulti e nei libri l’adolescente è capace di cogliere anche la più piccola nota falsa, pertanto è molto esigente nei confronti della forma. Se a 8-13 la forma gli interessava scarsamente, nell’età di transizione vuole della buona letteratura.

Oltre quello artistico l’adolescente esige dal libro altri requisiti. Egli non crede più sulla parola. Ha bisogno di osservazioni personali, ha bisogno delle fonti. Il metodo d’indagine è quello che più lo soddisfa.

Tutto ciò determina il carattere della letteratura per gli adolescenti i quali, in verità, tentano di leggere ogni cosa, guardano negativamente ai suggerimenti e di conseguenza tanto più importante diventa mettere a loro disposizione dei cataloghi composti intelligentemente.

L’autodidattismo dei giovani

(relazione alla Sezione di istruzione politica

del V Congresso panrusso dell’Unione russa della gioventù comunista) (220)

<b>Estratto

Compagni, mi è stato proposto di tenere una relazione sull’autodidattismo. Riflettendoci sopra mi sono fermata sul titolo da dare alla relazione, non già La questione dell’autodidattismo, ma Sull’organizzazione dell’autodidattismo. Attualmente, in questo momento, è enorme la spinta verso il sapere. Non c’è nessuna conferenza contadina che non avanzi il problema della scuola, in cui non si sentano appunti al suo indirizzo, che non si dica che non c’è questo e non c’è quest’altro. Attualmente pure tra i giovani si osserva una certa svolta verso il sapere. In passato, nel primo anno della rivoluzione, i giovani misero da parte i libri e si dedicarono soltanto al lavoro organizzativo, partecipavano a tutti i comizi. Più tardi i giovani si sono gettati sui libri ed hanno incominciato a studiare come mai avevano fatto… Questa esigenza di conoscenze aumenta di giorno in giorno. La stessa cosa ha dimostrato il vostro congresso.

In tutte le relazioni dei comunisti viene ripetuto, con voci diverse, che bisogna studiare, studiare e studiare. Il problema principale è del come studiare. È questo un problema di eccezionale importanza, perché un conto sono le buone intenzioni e un conto è come utilizzarle.. .

Per acquistare conoscenze uno strumento, ma uno strumento essenziale, è dato dalla capacità di servirsi del libro. Qui bisogna sapere come si deve leggere, come scegliere il materiale da leggere, come affrontarlo, come assimilarlo. Tutte queste questioni hanno un valore eccezionale. . .

… Inoltre è necessaria un’organizzazione dello studio autodidatta, è indispensabile che gli organi statali vadano in aiuto di coloro che intendono studiare da soli.

Prima di tutto mi soffermerò sul problema di come scegliere il materiale da studiare. Ovviamente non si può studiare tutto ciò che e è. La biblioteca è zeppa di libri in cui troviamo l’esperienza umana di secoli. Lo specialista ha bisogno di studiare il suo campo in modo molto particolareggiato. Ma la persona comune deve estrarre dal mare sconfinato del sapere soltanto quelle conoscenze che gli servono per la vita, che possano aiutarlo ad organizzare la sua vita, il suo lavoro, a organizzare i suoi rapporti con gli altri uomini. Pertanto bisogna sapere cosa scegliere da queste nozioni, e cosa deve sapere per i suoi fini colui che si appresta allo studio. I fini ovviamente possono essere tra i più diversi. Quando parliamo dello studio autodidatta abbiamo presente che esso ha per fine l’acquisizione di una determinata cerchia di nozioni che aiutano ad orientarsi negli avvenimenti correnti e nel mondo circostante. Ed ecco, soffermandoci sulle conoscenze che bisogna ricavare dai libri, vediamo che la prima questione che chiunque studi da solo deve chiarire a se stesso riguarda la comprensione della vita sociale, la comprensione dei rapporti che esistono tra i vari elementi che formano la vita sociale.

Dove prende la gente una determinata ideologia, determinati punti di vista, convincimento, su quale terreno crescono? Cosa sono le classi sociali? Oppure qual è il rapporto tra la politica e l’economia?

Se non comprendiamo queste questioni, se non comprendiamo l’astuto meccanismo dell’ordinamento capitalistico, allora non ci spiegheremo come noi comunisti dobbiamo costruire la società comunista. E la questione degli elementi che costituiscono la vita sociale e dei rapporti che esistono tra di loro è uno dei problemi più essenziali la cui soluzione deve essere ricercata e può essere trovata nei libri.

L’altra questione, anch’essa importantissima, riguarda la tendenza dello sviluppo sociale. Noi possiamo comprendere perfettamente il rapporto esistente tra i vari elementi che compongono la struttura della società moderna, ma possiamo non capire assolutamente un’altra cosa : come si sviluppa questa società, e questo ha una importanza eccezionale. Se possiamo comprendere e intuire le leggi per le quali la società si sviluppa, allora capiremo un’altra cosa e cioè che questo sviluppo sociale porta inevitabilmente all’ordinamento comunista. Ed avere questo convincimento è estremamente importante, perché qualunque possano essere gli insuccessi che toccherà subire nella lotta per il comunismo, e i tempi difficili che può capitare di attraversare, la convinzione dell’inevitabilità del comunismo infonde una straordinaria saldezza. Se non si ha coscienza, se non si comprende dove va lo sviluppo sociale, allora spesso capita cosi: le cose vanno bene e la gente aderisce al comunismo, poi vengono i momenti difficili, l’organizzazione viene distrutta, come capitava nel passato, si creano delle condizioni estremamente pesanti; se manca la comprensione e la conoscenza delle leggi di sviluppo dei rapporti sociali, se si ignora dove va lo sviluppo sociale, in molti si fa strada il pessimismo, insorge il desiderio di lasciare il partito, la gente incomincia a pensare che tutto ciò per cui si è lottato è in sostanza inutile e che non può portare a nessun risultato. Ecco perché comprendere l’essenza dello sviluppo sociale è estremamente importante.

C’è inoltre la questione che abbiamo ricordato prima: il ruolo della personalità nella storia, il ruolo del singolo individuo nella vita sociale. Sappiamo che l’uomo è il prodotto delle condizioni circostanti, sappiamo che le condizioni esterne influiscono su di lui, su tutto il suo carattere, sul suo modo di pensare; tutto ciò possiamo apprenderlo dai libri. Però insorge il quesito: cosa egli può fare per riorganizzare la vita? È questa una sfera di questioni di massima importanza. Qui certamente il marxista deve avere coscienza che qualsiasi personalità, considerata isolatamente, al di fuori della classe nella quale esiste, ha un valore estremamente ridotto. Per quanto egli sia geniale, se è un isolato, se non è legato ad una classe determinata, l’uomo conta straordinariamente poco. Ma se invece l’uomo si riconosce in quanto membro di una classe determinata e con essa procede di pari passo, se egli si lega alla classe d’avanguardia, con la classe che ha dinanzi a sé il futuro, alla quale è riposta la grande missione di liberare tutta l’umanità, allora egli diviene una forza determinata e la sua forza come personalità si moltiplica.

Ed ecco che queste questioni riguardo a ciò che l’uomo singolo può fare per modificare l’ordinamento esistente in una forma o nell’altra interessano anche la gioventù odierna cosi come interessavano i giovani dell’epoca passata. Anche a questi quesiti il libro deve offrire una risposta.

Parlo delle questioni riguardanti la vita sociale.

Però, vi è tutta un’altra serie di problemi estremamente importanti. Sono i problemi riguardanti la natura. Anch’essi devono essere esattamente studiati. Ricordo che tanto tempo fa lavorai per cinque anni in una scuola serale domenicale, li avevo occasione di parlare molto spesso con gli operai a proposito di tante di queste questioni. Si parlava anche in occasione della consegna dei libri. Ricordo un episodio. Avevamo una biblioteca. Un giorno ci arrivo e vedo un postino che prima prendeva in biblioteca solo il Vecchio e il Nuovo testamento. Il postino aveva partecipato ad una gita e li qualcuno gli aveva mostrato come il bruco assume il colore delle foglie che lo circondano. Il postino si sta seduto e ragiona ad alta voce. «Ecco, ho visto con i miei occhi, come il bruco prende il colore delle foglie. Significa che quel che dicono gli scienziati è esatto e allora sarà esatto anche quando dicono che Dio non esiste».

Cosi le scienze naturali ebbero un’eccezionale funzione rivoluzionante. Le scienze naturali servono inoltre a chiarire all’uomo il suo rapporto con la natura. Lo studio delle leggi della natura è enormemente importante perché la persona che studia da sola possa trovare una risposta a una serie di questioni che l’interessano: come è nata la Terra, come sono mutati gli animali e le piante, l’origine delle specie, l’origine dell’uomo. Ovviamente tutto ciò non deve essere recepito in forma dogmatica, come semplice affermazione. Voglio richiamarmi ancora una volta alla mia esperienza scolastica. Ricordo che una volta, piena di entusiasmo, parlavo della rotazione della Terra. Ed ecco che uno degli allievi mi dice: «Sarà veramente cosi, ma diteci piuttosto come si è potuto a saperlo?». Il problema è proprio questo: come si fa a sapere? Non basta dire come è stato, ma bisogna conoscere come lo si è saputo.

Quando ad una persona viene spiegato qualcosa con l’aiuto di strumenti, di esperimenti vari, quando gli si mostra attraverso quali ragionamenti si arriva alla conoscenza degli avvenimenti del passato, allora la sua concezione del mondo acquista una coloritura completamente diversa. Ecco perché sono importanti queste questioni.

Adesso è diventato di moda dire che il libro è necessario per il lavoro. Certo, il libro è necessario per il lavoro, il libro è uno strumento di lavoro. Con un libro possiamo fare un disegno, possiamo apprendere le verità matematiche necessario al nostro lavoro; possiamo imparare tutta una massa di leggi naturali che è necessario conoscere; in questo senso il libro è veramente uno strumento di lavoro. Ma coloro che dicono che il libro è uno strumento di lavoro spesso a questa idea aggiungono: e in nessun modo debba servire alla formazione di una concezione del mondo. Ma allora di quali elementi è fatta una concezione del mondo? Ciò significa un rapporto cosciente verso la vita e la natura circostante. E quanto più cosciente, quanto più chiara sarà la comprensione del rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e la vita sociale, tanto maggiore sarà il potere che l’uomo avrà sulla natura e sugli avvenimenti. Pertanto è assolutamente campato in aria affermare che l’elaborazione di una concezione sarebbe non corrispondente allo spirito dei tempi. Andare a spiegare queste questioni è estremamente importante per chiunque, perché è importantissimo sapere secondo quali leggi si sviluppano la natura e la società. I marxisti (e ovviamente i comunisti in quanto marxisti) hanno sempre indicato la necessità di studiare queste leggi. Il materialismo economico è una determinata illustrazione del nostro rapporto con gli avvenimenti sociali. Di conseguenza affermare che non si deve elaborare una concezione del mondo è una frase vuota in netta contraddizione con la concezione marxista di tale questione. Ciò per quanto riguarda la scelta del materiale.

Adesso si deve passare a come studiare il materiale necessario. Anche questa, ovviamente, è una questione di eccezionale importanza. Da cosa incominciare? Ovviamente bisognerà scegliere quella materia che maggiormente interessa. Bisogna prendere un libro adeguato. Se una persona poco colta affronta Marx e tenta di venirne a capo, sarà un’incredibile perdita di forze e di energie, perché sino a quando non sarà padrone della tecnica della lettura e non conoscerà i principi della matematica non ce la farà a cavarsela con quel libro. Bisogna quindi scegliere un libro alla propria portata e tra i libri di questo genere bisogna prendere che interessa, e se l’interesse è sufficientemente ampio… Se l’interesse è sufficientemente ampio, se uno si interessa, diciamo, di scienze naturali e un altro dell’organizzazione della vita operaia ognuno deve prendere ed iniziare dalla materia che più interessa. Perché assimilare ciò che si legge è possibile soltanto quando c’è un interesse per l’argomento. Altrimenti bisogna sempre tenersi all’erta, bisogna costringersi a concentrarsi. Tutti coloro che hanno studiato nella scuola didattica sanno come sia difficile starsene seduti alle lezioni quando non si è interessati alla materia. Lo stesso alunno che non è in grado di ascoltare il maestro spiegare una cosa che non lo interessa può starsene per più di un’ora, senza interruzione, a sentire un oratore che parla di questioni che invece lo interessano. Quindi se chi pratica l’autodidattismo legge ciò che lo interessa non ha bisogno di scuotersi, di controllarsi per non distrarsi. Egli può concentrarsi su quella questione e poi organizzare intorno ad essa tutte le altre cognizioni. Un lettore alle prime armi legge un dato libro, ci riflette su. Vi saranno dei problemi che lo interessano e che in quel libro non ha ben capito. Nascerà l’esigenza di leggere ancora su qualche altra questione. Leggerà e nasceranno problemi nuovi e in tal modo verrà a costituirsi una cerchia di cognizioni organizzate intorno al problema fondamentale che più lo inte ressa. Pertanto quando leggono i giovani di campagna e i giovani di città, i quali hanno interessi differenti e nei quali l’attenzione è diretta su materie differenti, con una determinata organizzazione del materiale è possibile che dai libri ricavino la stessa cosa, diverso comunque sarà il loro atteggiamento verso le cognizioni acquisite. Invece, nelle nostre scuole di ogni genere, comprese quelle di partito, spesso non si tiene presente la necessità di organizzare il materiale intorno al problema che maggiormente interessa gli allievi e quindi avviene che l’allievo di campagna e quello di città vengono trattati allo stesso modo. Invece ci vuole un’impostazione diversa e da questo dipende il successo, dipende quanto la gente saprà concentrarsi e fare attenzione al problema in questione. Altrimenti abbiamo soltanto un’ enorme perdita di forze e di energie…

… Dico quindi che è molto importante incominciare dalle materie che rappresentano un interesse e intorno ad esse organizzare il sapere.

È importante inoltre saper affrontare il libro in un modo determinato. Prendiamo un libro, per esempio, saltiamo da una pagina all’altra, leggiucchiamo qua e là e pensiamo di aver letto un libro. Da una lettura siffatta si ricava ben poco, bisogna imparare a leggere i libri, imparare come rendersi conto di ciò che si è letto per avere con chiarezza un quadro e un piano della lettura fatta. Prendiamo la polemica. A volte leggerla è interessante, è vivace, però nella polemica si può vedere che non si sa contro cosa si discute, che all’avversario viene addebitata un’idea che lui non ha mai formulato. La stessa cosa capita nelle discussioni orali, nelle conversazioni, spesso si perde un tempo tremendo in chiacchiere inutili. La lettura più redditizia è quella in cui ti rendi conto di cosa vuole l’autore, allorché non gli addebiti pensieri altrui e prendi le cose cosi come sono. Ciò non vuoi dire che dobbiamo ricordare parola per parola, no, bisogna saper arrivare alla sostanza. Quindi in primo luogo afferrare l’idea dell’autore e in secondo luogo esporre quella idea a se stessi, seguire il corso del ragionamento, vedere se l’autore la pensa proprio cosi, provare ad affrontare il problema in modo diverso.

Quando si studia è altrettanto importante prendere degli appunti. Ovviamente non vuoi dire che dobbiamo trascrivere tutto di seguito. Una persona poco esperta se gli piace una pagina la trascrive tutta quanta, arriva a scrivere un quaderno intero e alla fine non riesce a trovare più il filo. Bisogna sapere come prendere appunti. Bisogna ricopiare determinate cifre o date, singoli fatti e disporli in modo da poterli trovare immediatamente senza dover mettersi a frugare nel quaderno, ove è più difficile raccapezzarsi che nel libro. Certo, a volte capita che si devono studiare determinati libri per un qualche scopo ben preciso. Per esempio si studia un libro per una polemica. Allora ci vuole una citazione. In genere però bisogna trascrivere soltanto l’essenziale, qualora non si perseguono altri fini.

Poi, dopo aver letto un libro bisogna imparare a rendersi conto di ciò che si è letto, bisogna chiedersi qual è stata la sua utilità, se conteneva qualcosa per allargare l’orizzonte, oppure se il libro in questione ha dato assolutamente poco.

Ecco cosa si può dire a proposito della scelta dei libri. Per l’autodidattismo ci vogliono cataloghi ragionati di vario genere, non quelli che ci sono adesso, in cui vengono elencati i libri senza qualsiasi prospettiva, senza indicarne le difficoltà. Vengono date soltanto delle notizie generiche sul libro e poi scegli come vuoi, ma cosa prendere e dove prenderlo è questione che i lettori ai primi passi non sanno. Bisogna compilare cataloghi di altro genere, ove sia indicato che tipo di libro e, se va bene per i principianti, a quale pagina si può leggere di un determinato argomento…

Bisogna dire inoltre che i libri hanno si una grande importanza, ma non sono l’unica fonte dell’autodidattismo. Bisogna imparare non solo dai libri, ma anche dalla vita. Per esempio non sarebbe male prendere l’abitudine di conversare con le persone sulla loro professione. Se parlate con uno psicologo, mettetevi a parlare di psicologia. Se attaccate discorso con un medico potete sapere da lui notizie determinate del suo campo egli potrà dirvi molte cose preziose. Ogni operaio col quale vi incontrate può parlarvi del suo mestiere delle condizioni di vita e di lavoro. Se affronterete in tal modo ogni singola persona, allargherete cosi la vostra cultura.

C’è inoltre tutta una massa di altre vie; per esempio le visite organizzate hanno un enorme valore, a patto però che siano ben preparate e che non si riducano ad una perdita di tempo oppure ad una passeggiata amena. È necessario pubblicare una serie di guide che possano servire durante queste visite. Adesso sono in preparazione alcuni libri che indicano cosa vedere in certe fabbriche, cosa c’è da vedere in una fabbrica tessile e cosa c’è da vedere in una fabbrica metalmeccanica; in altri termini queste visite vengono messe a punto e in questo modo possono essere affrontate tali questioni. Bisogna imparare ad osservare la vita e a ricavarvi il più possibile.

Adesso mi soffermerò su alcuni indicazioni che, benché possano sembrare delle inezie, hanno un grande valore. Inizierò da come distribuire giustamente il proprio tempo.

È necessario studiare di mattina. Ognuno lo sa per esperienza. Certo ci sono i nevrastenici i quali al mattino non riescono a fare niente, ma penso che tra di voi non ci siano individui cosi delicati di nervi da non poter studiare di mattina. Per una persona sana lo studio mattutino è quello migliore, perché le impressioni del giorno prima si sono già attutite, sbiadite e non danno più fastidio nel lavoro.

Ma oltre allo studio del mattino bisogna sempre saper guadagnare tempo e noi purtroppo perdiamo tempo in chiacchiere inutili, non sempre incominciamo a lavorare al momento giusto, viviamo senza un piano preciso…

Se ci mettiamo ad osservare come è organizzata la nostra vita ci accorgiamo che si perde una massa di energie, di tempo e di forze. Se si vuole veramente raggiungere qualcosa nella vita bisogna imparare a distribuire come si deve il proprio tempo. C’è un libro di Sergheenko (221) intitolato Vita di Tolstoj. Si parla di come lavorava Tolstoj. Tolstoj divideva il suo tempo molto rigidamente: si alzava ad una determinata ora, scriveva un numero determinato di ore, dedicava un numero determinato di ore agli incontri con la gente, alla conversazione e alla lettura. Se prendete un qualsiasi lavoratore di qualsiasi branca vedrete che riesce a fare parecchio colui che sa distribuire il proprio tempo come si deve.

C’è poi un’altra verità elementare: bisogna lavorare in condizioni favorevoli. Chi non lo sa? Eppure quando si analizza l’impostazione del lavoro in America si vede che là questa questione viene studiata e discussa a fondo. Quando ti siedi a studiare prima bisogna ventilare come si deve la stanza, perché non ci sia fumo, perché con l’aria pura funziona bene il cuore, il cervello riceve parecchio sangue e quindi il lavoro procede bene. Non è difficile aprire il finestrino. Però, chi è che fa attenzione a queste piccolezze?…

… Bisogna attrarre l’attenzione dei giovani sulla giusta impostazione del lavoro nelle biblioteche. Per chiunque la cosa più normale è trasferire quanto meno una parte dello studio in biblioteca. C’è poi un’altra cosa. Quando si legge certe attitudini devono diventare un fatto automatico. Per esempio bisogna abituarsi a leggere rapidamente con gli occhi. Senza di ciò non vi sarà un vero e proprio lavoro. Anche questa sembra una verità assiomatica, però viene male recepita. Invece bisogna non solo saper leggere parecchio e velocemente, ma anche abituarsi a prendere appunti, bisogna imparare a lavorare secondo un determinato sistema.

Nel lavoro il sistema ha un valore enorme. Con un sistema determinato è possibile finanche osservare in modo diverso. Se ci avviciniamo ad un libro con un determinato sistema ne otterremo un risultato completamente diverso. Si dice che Napoleone passando in rivista un reggimento notava quale dei soldati avesse un bottone staccato. Gli ufficiali sudavano a ispezionare i reggimenti e non vedevano niente, Napoleone invece notava tutto. Aveva un sistema determinato di ispezione e cosi non gli sfuggiva nessuna inezia. In ogni campo c’è un sistema particolare, il botanico per esem pio ha il suo sistema. Osserva un fiore e vede subito come sono disposte le varie parti, come è il polline, come sono gli stami. Pure il pittore ha un suo sistema e pertanto lui non noterà gli stami, ma vedrà la bellezza delle forme, la combinazione dei colori, l’illuminazione, ecc. È quindi assolutamente importante che la persona elabori un suo sistema. È necessario che il servirsi del proprio sistema diventi un fatto meccanico.

Poi a proposito della suddivisione del lavoro. Questa ovviamente è una questione abbastanza difficile per uno che pratichi l’autodidattismo, perché per poter suddividere il lavoro bisogna esserne padrone totalmente. E qui la scuola ha determinati vantaggi rispetto ali’autodidattismo perché nella scuola c’è l’insegnante che conosce la materia nel suo complesso e quindi sa come suddividere le varie questioni…

Gli insegnanti capaci ed esperti non si limitano a dare agli allievi i libri in mano, ma li suddividono in varie parti, in lezioni, danno delle indicazioni su cosa si deve leggere, ecc., per un autodidatta invece è enormemente difficile abbracciare la materia da studiare perché egli inizia soltanto a studiarla. Ha bisogno di una serie di manuali che lo aiutino e gli indichino come suddividere il lavoro. Bisogna formarsi l’abitudine di affrontare il lavoro ogni volta con un piano determinato, sapendo come suddividerlo. Bisogna arrivare a formarsi questa abitudine…

… Il problema dell’autodidattismo adesso ha una importanza eccezionale, bisogna prestargli la massima attenzione. Ciò che ho detto ha soltanto lo scopo di indicare che questa attività deve essere organizzata nel modo migliore.

La salda famiglia sovietica (222)

La vita in trasformazione ci pone in tutta la sua altezza il problema della famiglia, dei rapporti tra marito e moglie, tra i genitori e i figli, il problema dell’educazione delle giovani generazioni.

Questo problema può essere risolto giustamente soltanto sulla base della morale comunista. Qui ci si imbatte in grandi difficoltà e la difficoltà maggiore consiste nel fatto che le vecchie concezioni si mascherano un po’ ovunque sotto orpelli nuovi e moderni. Ci vuole una grande vigilanza. La vigilanza maggiore deve essere usata nella lotta contro la morale piccolo-borghese, contro le concezioni piccolo-borghesi sulla famiglia e l’educazione dei figli.

Già Marx ed Engeis scrissero che soltanto all’interno del proletariato possono sorgere nuove forme di rapporti matrimoniali, di un matrimonio non per calcolo ma fondato sull’attrazione reciproca, sull’amore reciproco, sulla fiducia reciproca e sull’affinità delle idee.

Nel Paese dei Soviet sono state create le condizioni che emancipano la donna dalle vecchie e pesanti forme dei rapporti matrimoniali.

Ma nella vita quotidiana ci sono ancora molti residui del passato. La psicologia piccolo-borghese tenta di penetrare in ogni fessura.

Fino a quando nelle campagne c’era l’azienda privata, chiusa in se stessa, separata dalla vita sociale, erano vivi i residui del passato e soltanto con molta lentezza questi veni- vano ad essere superati. La collettivizzazione dell’agricoltura, la modificazione di tutta l’organizzazione del lavoro hanno liberato la donna. Nel colcos la donna è diventata una forza e ciò ha comportato la nascita di nuovi rapporti tra l’uomo e la donna; i rapporti familiari hanno incominciato a cambiare radicalmente.

Nel nostro paese è stato già costruito il socialismo, di ora in ora cresce la coscienza delle masse lavoratrici. Il partito, il Komsomol, i sindacati, i Soviet concentrano la loro attenzione per elevare il livello culturale di tutta la popolazione. Sono state create le premesse materiali per ristrutturare tutta la vita domestica (nuove condizioni d’abitazione; aumenta il numero delle mense, dei nidi e dei giardini d’infanzia, dei club, dei parchi di cultura, ecc.). Di giorno in giorno si irrobustiscono le nuove forme familiari fondate su una profonda fiducia reciproca, sull’amore, sull’affinità ideale, sull’attrazione naturale.

Ed infine la questione dell’educazione.

La donna è una madre, presente o futura. In essa molto forti sono gli istinti materni. Questi istinti sono anch’essi una grande forza che danno alla madre una gioia immensa.

La madre è una educatrice naturale. Enorme è la sua influenza sui figli, specialmente sui piccoli. E noi sappiamo quale impronta su tutto il carattere dell’uomo, su tutto il suo sviluppo ulteriore venga impressa dai primi anni di vita. Tutto il problema è dunque come educare.

Uno dei grandi fondatori del marxismo, Friedrich Engels, amico e compagno di Marx, scriveva che, se le idee per cui noi figli dei tempi nuovi lottiamo sono vere, allora non è lontano il tempo in cui i cuori femminili incominceranno a battere per l’ideale dello spirito contemporaneo cosi caldamente come attualmente battono per la fede beghina dei padri; e soltanto quando le giovani generazioni incominceranno ad assorbirlo col latte materno, il nuovo trionferà.

Oggi quando guardi le nostre lavoratrici, le nostre colcosiane vedi come i loro cuori battono con calore per il socialismo, per la dottrina di Marx, Engeis, Lenin e avverti tutto l’enorme valore che tutto ciò ha per l’educazione delle giovani generazioni.

… I nostri istituti prescolastici, la nostra scuola sovietica devono indicare alla madre come educare i ragazzi facendo di loro degli uomini nuovi: i costruttori del socialismo. L’educazione sociale, che viene impartita negli istituti prescolastici e nelle scuole, abbinata all’educazione familiare, quando il cuore materno batte con calore per il socialismo, creerà una stupenda generazione di uomini. Le giovani del Komsomol, tutto il Komsomol devono sviluppare in questa dirczione un ampio lavoro.

Portare la dottrina di Marx-Lenin tra le masse insegnanti (223)

Gli insegnanti sovietici considerano con rispetto la memoria di Lenin. Gli insegnanti sanno bene cosa egli diceva sugli insegnanti negli ultimi anni di vita, conoscono il suo articolo Paginette di diario.( 224) Però pochi sanno che già nel 1899, nell’elaborare al confino il progetto di programma del nostro partito, cosi Lenin scrisse del maestro popolare: «Non bisogna poi dimenticare nemmeno gli intellettuali delle campagne, per esempio i maestri di scuola, che si trovano in uno stato di tale avvilimento materiale e spirituale, osservando cosi da vicino, facendone anche l’esperienza diretta, la mancanza di diritti e l’oppressione del popolo che non vi può essere dubbio che anch’essi (con l’ulteriore sviluppo del movimento) simpatizzeranno sempre più con le idee socialdemocratiche» 3*.

La dottrina del marxismo-leninismo, la dottrina del comunismo deve essere vicina all’insegnante come la sua stessa causa. La conoscenza del marxismo-leninismo aiuterà gli insegnanti a portarsi su un livello spirituale più elevato. La vita si sviluppa a ritmi molto rapidi, si sviluppa nelle contraddizioni; bisogna vedere chiaramente, bisogna comprendere la dirczione dello sviluppo sociale, vedere a capire con lucidità cosa nella vita sia condannato alla morte dal corso di sviluppo e cosa invece dovrà crescere e svilupparsi. Lo studio del marxismo-leninismo aiuterà gli insegnanti a diventare autentici maestri delle giovani generazioni, ad impartire loro la necessaria educazione comunista, a fornire loro quelle conoscenze che i ragazzi devono apprendere per essere in realtà e non solo a parole i costruttori della società senza classi, della società comunista…

Cosa deve sapere l’insegnante per essere un buon maestro sovietico (225)

II miglioramento della qualità dell’insegnamento nella scuola esige che l’insegnante sappia insegnare. Cosa ci vuole?…

L’insegnante prima di tutto deve conoscere la sua materia, la scienza che egli insegna, le sue basi. Deve comprendere l’essenza stessa della sua scienza, il suo stato attuale, le tappe principali del suo sviluppo, i suoi nessi con le altre scienze, con la società, deve sapere il suo peso specifico nella costruzione del socialismo, il suo nesso con la vita, con la pratica. In una parola, egli deve essere padrone della base dialettica della scienza, l’unico elemento che possa mettere in luce tutta la specificità, la peculiarità di quella data scienza. La base della scienza può essere compresa scolasticamente. L’insegnante sovietico deve comprenderne la dialettica.

La conoscenza delle basi dialettiche della scienza che viene insegnata è una condizione necessaria, ma nient’affatto sufficiente. L’altra condizione è data dalla capacità di trasmettere agli altri le proprie cognizioni, la capacità di presentare la materia, il fenomeno, e non genericamente, ma mostrare in esso l’essenza, la cosa più importante, ricorrendo a tutti i mezzi della tecnica moderna. Egli deve saper spiegare i fenomeni, capire a questo proposito la funzione della concretezza, saper passare dal concreto al generale, deve essere padrone del metodo analitico e sintetico, egli deve saper dimostrare agli allievi la giustezza delle sue affermazioni, egli deve aiutare gli allievi ad assimilare, a ricordare il materiale e ad imparare come utilizzare nella pratica le nozioni ricevute, come trasformarle in leva dello sviluppo…

Ed infine, in terzo luogo, l’insegnante deve conoscere le peculiarità d’età nella percezione e nel pensiero del ragazzo, le condizioni di sviluppo in ogni età, il volume di esperienze dei ragazzi moderni, il carattere e la profondità di queste esperienze. È da questa angolazione che devono essere ponderati i metodi dell’insegnamento ai ragazzi.

L’insegnante di una qualsiasi disciplina deve conoscere le basi dialettiche della sua scienza, i metodi generali di insegnamento, deve essere al corrente delle particolarità di età nel pensiero del fanciullo, deve conoscere il volume e il carattere delle sue esperienze.

Ma ogni materia, ogni ramo dello scibile ha sue peculiarità, sue difficoltà che si riflettono con particolare nitidezza nella storia di quel campo del sapere; ha un suo metodo prevalente di conoscenza (per esempio nelle scienze naturali un ruolo eccezionale è riservato all’osservazione e all’esperimento; nella matematica, alla logica formale, ecc.); ha un suo criterio di connessione tra teoria e pratica (nella matematica c’è un criterio di connessione con la pratica, nella letteratura un altro, nelle scienze naturali un terzo, ecc.) Grazie a tali peculiarità ogni disciplina deve essere analizzata tenendo conto di doverla insegnare a fanciulli di età diversa, della sua suddivisione e del come insegnarla. Ecco dov’è l’essenza delle metodiche particolari.

Noi dobbiamo studiare tutta l’esperienza umana nel campo dell’istruzione, l’esperienza di quei paesi che per lungo tempo sono stati all’avanguardia nello sviluppo culturale e specialmente dovremo analizzare e rielaborare questa esperienza da un punto di vista applicabile alle nostre condizioni. Disponiamo di una ricchissima esperienza dell’Occidente, degli USA, della Russia prerivoluzionaria. Questa esperienza deve essere studiata a fondo e rielaborata. Deve essere studiato e analizzato l’enorme lavoro creativo svolto dai nostri insegnanti durante tutto il periodo del Potere sovietico in ogni campo del sapere.

Il fornire al giovane insegnante le tecniche di insegnamento ha pure delle sue specificità. Ci vuole divulgazione, concretezza, esemplificazione, ci vuole un tirocinio correttamente impostato.

Lo studio delle basi teoriche del processo d’insegnamento, l’osservazione di questo processo in atto, l’analisi di quanto si osserva, la sistematizzazione della pratica d’insegnamento di ogni disciplina costituiscono il nuovo compito che esige un enorme lavoro collettivo da parte dei pedagogisti sovietici.

Su Lev Tolstoj (226)

(ricordi)

Per la prima volta sentii parlare di Lev Tolstoj quando avevo una decina d’anni. Mia madre leggeva con grande passione Guerra e pace. Mi lesse l’episodio di Petja Rostov, della sua esaltazione per la guerra e della sua morte. E stranamente per me l’immagine di Petja si accoppiava alla mostra di Verestciaghin (227) che avevo visto quello stesso anno. Da allora incominciai ad amare Tolstoj.

Incominciai a leggerlo verso i tredici anni, parecchie volte lessi e rilessi tutti i suoi racconti e romanzi, soltanto Anna Karenina lo lessi, non so perché, più tardi, verso i sedici anni. Allora mi piaceva in modo particolare Felicità familiare.

Quando mi capitò tra le mani il volume con le opere pedagogiche di Tolstoj ne fui affascinata, a quell’epoca sognavo di diventare una maestra di campagna. Cosa mi piaceva, nell’adolescenza, di Tolstoj? In primo luogo che conosceva bene la campagna e la sua vita. Io conoscevo la campagna, avevo non pochi amici tra i ragazzi di campagna e vedevo che Tolstoj la rappresentava cosi com’era. Poi mi piaceva che egli in ogni fanciullo vedeva l’uomo e che lo rispettava in quanto persona umana. A casa i miei genitori parlavano spesso di educazione. Ascoltandoli mi ero convinta che ai bambini deve essere concessa quanta più indipendenza è possibile e che bisogna far loro da tutore il meno possibile. Con ardore difendevo i miei diritti di ragazza…

Avevo ancora un ricordo molto vivo dei tormenti affrontati in una scuola per tutto un anno, di come avevo patito il formalismo e la sfiducia costante degli insegnanti e specialmente della dama di classe e di come mi ero sentita calpestata e inutile, di come avevo evitato gli altri ragazzi. E quindi ero riconoscente a Tolstoj di rispettare il fanciullo. Mi piacque molto che Tolstoj avesse scritto l’articolo: Chi e da chi deve imparare: i ragazzi di campagna da noi oppure noi dai ragazzi di campagna? ; per tutta la vita mi rimase impressa la storia come Tolstoj aveva scritto, insieme ai ragazzi, un racconto e come poi la notte se ne andava per il villaggio a parlare delle cose che più avevano a cuore. Mi rimase inoltre impressa la scena in cui una bambina che se ne stava sempre silenziosa, sotto l’influenza del racconto di Tolstoj, prima timidamente e poi con coraggio crescente si era messa a parlare. Avvertivo quello che aveva provato Tolstoj; aveva scritto di aver avuto l’impressione di scoprire un mistero, come se avesse visto sbocciare un fiore sotto i suoi occhi (228). Mi sembrava che Tolstoj capisse che i bambini devono essere affrontati con molta cautela, che bisogna dar loro la possibilità di spiegare le proprie forze, di comprendere la vita.

Mi piaceva che Tolstoj criticava la scuola moderna e che cercava la possibilità di renderla migliore, più vicina e più utile ai bambini. Odiavo ogni schiavitù e volevo che la scuola fosse libera. Mi commuoveva che Tolstoj, autore di un romanzo stupendo come Guerra e pace, si preoccupava che i ragazzi avessero di che leggere e che pensava a come insegnare loro a cantare. E non solo se ne preoccupava, ma non aveva vergogna di riconoscere gli errori commessi.

Spinta dal bisogno ben presto incominciai a dare lezioni private e subito applicai i metodi di Tolstoj, consideravo i ragazzi come degli uguali, ascoltavo attentamente cosa dicevano, cosa volevano e in breve mi convinsi che proprio cosi bisogna trattare i ragazzi. Sono grata a Tolstoj per le gioie provate: conobbi cosa vuoi dire la calda riconoscenza infantile, provai cosa significa la fiducia dei bambini, e vidi come era semplice, trattandoli in un certo modo, ottenere da loro un atteggiamento serio per il lavoro e di come è facile aiutarli a studiare con successo.

E adesso, quarantacinque anni più tardi, non ho cambiato idea. E tuttora desidero che i ragazzi vengano educati non per diventare degli schiavi, ma dei liberi cittadini e adesso continuo a pensare che non valga nulla quell’insegnante che non sa rispettare la personalità del fanciullo, non ne tiene conto, convinto di poter educare con la scala delle punizioni e con le misure repressive «il costruttore del socialismo».

… Tolstoj sapeva ritrarre la vita cosi bene, sapeva guardare in modo tale da insegnare al lettore a vederla nella sua luce naturale, a comprenderne tutte le complessità. Ricordo l’impressione che, dopo aver finito il ginnasio, mi fece il volume di Tolstoj in cui c’erano gli articoli Lavoro e lusso. Ispezione di un dormitorio (229). Erano quelli anni di una reazione sorda, e la critica appassionata di Tolstoj lacerava quel silenzio di tomba, dava la sveglia, non dava pace. L’«autocritica » del regime nobiliare e borghese era come una corrente d’aria fresca. Non sono mai stata «tolstoiana» nel senso vero della parola, ma sono profondamente grata a Tolstoj di avermi insegnato a guardare la vita negli occhi senza paura. Penso che Tolstoj abbia aiutato parecchi, ma parecchi a diventare rivoluzionari.

Si è avverato il sogno di Ilic (230)

Definiamo gli scrittori ingegneri dell’animo umano. Una definizione ottima, onorevole. Ma con le mani dei soli ingegneri non porti avanti le cose, senza gli uomini addetti alle macchine, senza gli stakhanovisti dell’industria non ci si porta alle vette desiderate, senza i lavoratori d’avanguardia colcosiani, senza trattoristi, allevatori, ecc. non dai da mangiare al paese, non rendi sazia la vita di milioni di persone. Senza gli insegnanti, senza gli addetti alla macchina pedagogica, senza coloro che allevano gli uomini del regime socialista, gli scrittori, ingegneri dell’animo umano, non possono ristrutturare come si deve la nostra vita, la nostra cultura.

Non è quindi una combinazione l’ottima risoluzione del governo sull’aumento degli stipendi agli insegnanti e specialmente ai maestri elementari… In questi giorni ho parlato con un professore universitario. Una persona anziana, con i capelli bianchi. Per caso si venne a parlare dell’aumento di stipendio agli insegnanti rurali e improvvisamente si mette a piangere. Non era mai stato insegnante rurale, ma lo era stato suo padre, il quale aveva lavorato nel già governatorato di Simbirsk sotto la dirczione di Ilia Nicolajevic Ulianov,

padre di Lenin.

Ho davanti a me la lettera della compagna Bogojavlenskaja di Tuia che scrive: «Ho iniziato l’attività pedagogica a sedici anni in un oscuro villaggio sperduto a trenta chilometri dalla città più vicina… Dopo aver lavorato sette anni sono andata all’Università, studiavo e lavoravo, per me e per i miei fratelli; dei genitori non serbo alcun ricordo perché sono morti quando eravamo ancora piccoli. Mi veniva a costare parecchio quel pezzo di pane e lo studio, ho avuto una vita difficile e nessuno se ne era mai interessato. Potete immaginare la gioia che adesso ha illuminato questa vita. Mi ha colpito più di tutto la sollecitudine del partito e del governo per noi insegnanti. Quanta attenzione, quanta cura dedicano al popolo della nostra patria felice!…

«… Si può diventare maestri soltanto per vocazione, per il grande amore che si nutre per questo lavoro e per i ragazzi. Il vero maestro non abbandonerà mai il suo posto, ha lavorato in condizioni difficili e sino alla fine di queste difficoltà non ha abbandonato il suo posto, rimanendo un lavoratore onesto e inflessibile del fronte dell’educazione dei futuri combattenti per il comunismo».

La compagna Bogojavlenskaja scrive poi che la sollecitudine dimostrata dal partito e dal governo obbligano gli insegnanti a dare prova di nuovo entusiasmo nel lavoro, a mettervi tutte le forze, tutte le loro conoscenze per «educare nei loro allievi l’amore per il comunismo, per la causa iniziata da Vladimir Ilic, perché difendano con onore e con fermezza la patria dalle cavallette borghesi e dagli oppressori, per educare in loro la dedizione al Partito comunista. Io mi assumo questo impegno e con onore e con fierezza vi farò fede e di questo vi do la mia parola d’onore».

L’onda d’entusiasmo levatasi tra le masse insegnanti non può non toccare anche i nostri giovani, i ragazzi e le ragazze del Komsomol. L’esempio di insegnanti come la compagna Bogojavlenskaja non può non contagiarli.

Ricordo come, da piccola, fossi rimasta colpita dall’entusiasmo della giovane maestra di campagna Alexandra Timofeevna Javorskaja (231), come per parecchi anni avessi sognato di fare anch’io l’insegnante di campagna, come cercassi ogni materiale sulle scuole rurali. Mi fecero un’enorme impressione gli scritti pedagogici di Tolstoj, che negli anni ’70 organizzò nella sua tenuta una scuola rurale. Allora Tolstoj era ancora lontano da ogni specie di «tolstoismo», si dedicava con amore all’insegnamento, scriveva cose stupende sugli allievi, sui ragazzi, sui metodi di insegnamento, sulla capacità di avvicinare i ragazzi, sapeva benissimo mettere in luce tutta la poesia, tutta la felicità che da il lavoro di maestro. Egli scrisse di una ragazzina che andava a scuola, scarsamente attiva, sempre in disparte e come dopo un racconto letto dal maestro si mettesse a parlare con scioltezza e con proprietà. Tolstoj aveva scritto di aver avuto la sensazione di vedere sbocciare un fiore sotto i suoi occhi.

Più tardi quando ebbi l’occasione di insegnare mi appassionavo sempre nel vedere come i ragazzi crescono, come si dispiegano le loro forze, come fiorisce la loro personalità. Il maestro è avvinto proprio da questo: dallo sviluppo della personalità del fanciullo. Adesso l’opera del maestro è cento volte più interessante, adesso anche i ragazzi sono diversi e precisi e chiari sono gli scopi dell’educazione. E più facile lavorare, è più facile destare il pensiero, forgiare il collettivista.

Come Ilic sognava la nuova scuola, permeata dallo spirito del comunismo, la scuola che avrebbe dovuto educare i futuri comunisti, come voleva che il maestro crescesse politicamente e capisse sino in fondo i compiti che aveva dinanzi!

Il Komsomol deve dedicare a questa causa il meglio delle sue forze.

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1* V. I. Lenin, op.cit., v. XIX, p. 213.

2* Ibidem, v. XXIII, pp.80-81.

3* V. I. Lenin, op. cit., v. IV, p. 255.

NOTE

I. L’EDUCAZIONE COMUNISTA DEI FANCIULLI

1. L’articolo Marx sull’educazione comunista della giovane generazione fu pubblicato per la prima volta dalla rivista Bolscevik n. 5, 1933 (cosi si chiamava allora la Kommunist, rivista teorica del CC del PCUS). In una serie di scritti, tra cui anche l’articolo in questione, la Krupskaja, nell’esporre le idee di Marx sull’educazione delle giovani generazioni, le sviluppa ulteriormente nel contesto della concreta situazione storica.

2. La teoria del «libero sviluppo “o della” libera educazione» è una teoria pedagogica piccolborghese che idealizza il fanciullo come «immagine primaria della verità e della bellezza» e presuppone un suo sviluppo autonomo. I seguaci di questa teoria, basandosi sull’interpretazione anarchica dei concetti di libertà e coercizione, credevano ingenuamente che fosse possibile educare una «personalità libera» nelle condizioni di una società antagonistica di classe. Negando la lotta di classe, erano dell’avviso che il rinnovamento dell’assetto sociale dovesse essere realizzato attraverso la libera educazione. Krupskaja criticò aspramente questa teoria prendendo spunto dalle opinioni di Marx in merito.

3. Hegel, Georg Wilhelm Friedrich (1770-1831), filosofo tedesco, idealista oggettivo. Nel campo della pedagogia fu seguace del neoumanesimo (corrente del pensiero pedagogico sorta in Germania a metà del Settecento e che si richiamava alla cultura antica). Secondo Hegel il compito della scuola dovrebbe essere l’educazione sociale e quello della famiglia, lo sviluppo dell’individualità.

4. Feuerbach, Ludwig (1804-1872), filosofo materialista tedesco. Le Tesi su Feuerbach furono scritte da Marx nel 1845 e pubblicate per la prima volta da Engels nel 1888 come appendice a Ludwig Feuerbach e la fine della filosofia classica tedesca.

5. Annenkov, Pavel Vassilievic (1812-1887), letterato e critico russo; conosceva K. Marx di persona e nel 1846 fu con lui in corrispondenza.

6. Proudhon, Pierre-Joseph (1809-1865), filosofo, economista e sociologo francese di tendenze piccolo-borghesi, teorico dell’anarchismo. Le idee reazionarie di Proudhon furono aspramente criticate da Marx nella sua Miseria della filosofia (1847).

7. Tolstoj. Leu Nikolajevic (1828-1910), scrittore e filosofo russo, pedagogista di tendenze umanistiche, profondo conoscitore del mondo spirituale dei fanciulli. Scrisse vari libri per l’infanzia, arricchì la scienza pedagogica di preziose idee, lottò contro il formalismo nell’istruzione e nell’educazione, criticò senza riserve i vizi della scuola di casta (sistema scolastico nella Russia prerivoluzionaria secondo cui le possibilità degli individui di ricevere un’istruzione dipendevano dalla loro appartenenza a questa o a quella casta). Nelle idee pedagogiche di Tolstoj vi erano non poche contraddizioni, ma essendo esse profondamente democratiche, la loro influenza sui pedagogisti d’avanguardia russi e stranieri fu enorme. Krupskaja apprezzava altamente le ricerche pedagogiche di Tolstoj. Il presente volume (pp. 284-286) comprende il suo articolo Su Lev Tolstoj (ricordi).

8. Senior, Nassau William (1790-1864), economista inglese, accanito difensore dei rapporti capitalistici, si pronunciò contro la riduzione della giornata lavorativa.

9. Owen, Robert (1771-1858), socialista utopista, esponente del pensiero socialista inglese; riteneva che, cambiando le condizioni della vita e impostando in modo giusto l’educazione, si potessero creare dei «caratteri razionali» e quindi liquidare la miseria e gli arbitri. Nelle sue attività pedagogiche cercò di realizzare il principio dello sviluppo onnilaterale e di collegare il processo didattico al lavoro produttivo. Nell’esperienza pedagogica di Owen Marx scorse il germe dell’educazione futura.

10. I Internazionale, la prima associazione internazionale del proletariato fondata e diretta da Marx ed Engels. Sorta a Londra il 28 settembre 1864 si sciolse nel 1876. La I Internazionale gettò le basi dei partiti operai nei paesi europei e americani. Grazie alla sua attività si rafforzarono i legami internazionali degli operai di diversi paesi

11. La guerra civile in Francia (1871), opera di Marx dedicata all’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi e al suo significato storico mondiale.

12. Nella Critica al Programma di Gotha (1875) Marx si oppose decisamente al progetto di programma (opportunista) della socialdemocrazia tedesca. In quest’opera Marx mise in luce i principali problemi teorici del comunismo scientifico, sviluppò la tesi sull’ineluttabilità della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato, forni un’analisi scientifica della futura società comunista.

13. Lassaliani, vedi nota 21.

14. L’articolo Lenin e l’istruzione popolare fu steso da N. K. Krupskaja in vista del I Congresso degli insegnanti dell’URSS (gennaio 1925). Nel tentativo di aiutare le masse popolari a comprendere le idee di Lenin sull’educazione dell’uomo nuovo, la Krupskaja non si stancava di spiegare agli insegnanti il significato dell’attività di Lenin nel campo dell’istruzione popolare.

15. Programma del PCR, la Krupskaja allude al Programma del PC(b)R adottato nel 1919 dall VIII Congresso del partito. (PC(b)R: Partito comunista (dei bolscevichi) di Russia, cosi si chiamava il PCUS nel periodo 1918-1925.)

16. Al I Congresso dell’istruzione, riferimento al I Congresso dell’istruzione di tutta la Russia, tenutosi a Mosca dal 25 agosto al 4 settembre 1918, nel corso del quale fu discusso e adottato il progetto di Principi della scuola di lavoro unica; il congresso tirò inoltre le somme del lavoro svolto nel campo dell’istruzione popolare dall’ottobre 1917 e tracciò la via da seguire per il suo ulteriore sviluppo. Lenin parlò al congresso definendo uno dei principi basilari della pedagogia sovietica il legame della scuola con la vita, con la politica del partito, con i compiti dell’edificazione socialista.

17. Unione dei Giovani Comunisti di Russia fu costituita al suo Primo congresso nell’ottobre 1918. Nel 1926 assunse la denominazione attuale di Unione leninista dei giovani comunisti dell’URSS (Komsomol). È una organizzazione sociale autonoma che raggruppa nelle sue file vaste masse dei giovani sovietici d’avanguardia. I suoi fini e compiti sono comunisti, è la riserva del PCUS, il suo primo aiuto nell’edificazione di una nuova società, nell’educazione delle giovani generazioni. Per i suoi grandissimi meriti di fronte alla Patria il Komsomol è stato insignito di sei ordini dell’Unione Sovietica.

18. Discorso di Krupskaja alla conferenza delle organizzazioni proletarie di cultura («Proletkult») il 20 settembre 1918.

La «Proletkult», sorse nel 1917, come un’organizzazione per coordinare le tendenze artistiche di vario genere tra le masse proletarie. I suoi aderenti però iniziarono a propagandare l’idea antimarxista sulla possibilità di creare una cultura « puramente proletaria », distaccata dalle precedenti esperienze culturali, basata sul rifiuto del retaggio classico. Lenin denunciò decisamente le viziose idee dei teorici della «Proletkult». L’organizzazione si sciolse nel 1932.

19. Pietrogrado, cosi, prima del gennaio 1924, si chiamava Leningrado, il più importante centro industriale, culturale e scientifico dell’URSS dopo Mosca.

20. Kerschensteiner, Georg (1854-1932), pedagogista reazionario tedesco. N. K. Krupskaja scrisse che egli era lontano da ogni specie di democrazia, si genufletteva davanti allo Stato borghese, cui si ispirava nella sua attività pedagogica. Lo scopo principale della scuola, secondo lui, sarebbe quello d’inculcare sistematicamente nei bambini la cieca obbedienza e l’abitudine al lavoro. La funzione sociale di un’educazione del genere consiste nel distogliere la giovane generazione dalla lotta politica.

21. Lassalle, Ferdinand (1825-1864), esponente del movimento operaio tedesco, fondatore di una particolare corrente opportunistica. Nel 1860 fu tra i fondatori dell’Associazione generale degli operai tedeschi. I classici del marxismo-leninismo giudicarono positivamente la sua attività per la riunificazione degli operai. Però le sue tesi sociologiche derivavano, nel loro insieme, da concezioni idealistiche sullo sviluppo della società, di cui negava la lotta di classe. Un’analisi critica delle sue idee è fornita da La critica al Programma di Gotha di Marx e dai Quaderni filosofici di Lenin.

22. Paulsen. Friedrich (1846-1908), filosofo e pedagogista tedesco. Espose la necessità di una scuola unica e di eguagliare nei diritti l’istruzione reale e quella umanistica.

23. Cusinet, Roger (1881-1960), pedagogista francese, seguace della education nuovelle, fondatore e divulgatore del metodo di gruppo nel lavoro scolastico, secondo cui i scolari scelgono da soli la forma degli studi, mentre all’insegnante viene riservato il ruolo di osservatore. Il metodo Cusinet preso nel suo insieme compromette il principio dell’insegnamento sistematico, ed è educativo solo in apparenza. Nel testo si tratta di un suo articolo apparso nel 1912 sulla rivista francese La revue pedagogique.

24. Pubblicato per la prima volta sulla rivista Kommunistka (La comunista), nn. 8-9, 1921.

25. Educazione spartana, sistema educativo militare per formare soldati forti e devoti alla patria, vigente in Sparta nei secoli VII-VI a.C.

26. Il Commissariato del popolo per l’istruzione fu costituito nella Repubblica dei Soviet nel 1917 quale centro direttivo nella sfera dell’istruzione e della cultura. N. K. Krupskaja fu il vice del primo Commissario all’istruzione A. V. Lunaciarskij (vedi nota 148). Nel 1946 il Commissariato prese il nome di Ministero dell’istruzione pubblica. Nell’URSS ogni repubblica federata e autonoma ha un proprio Ministero dell’istruzione pubblica.

27. Il primo Atto del Commissariato del popolo per l’istruzione, Principi della scuola unica di lavoro della RSFSR, fu la prima legge sovietica sui principi dell’istruzione popolare adottati nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia (RSFSR) (emanata il 16 ottobre 1918).

28. Rivoluzione di febbraio, la rivoluzione democratica borghese russa del 1917: la seconda rivoluzione democratica borghese, che abbatté lo zarismo e istaurò nel paese il dualismo del potere nella persona del Governo provvisorio borghese e dei Soviet dei deputati operai e soldati. (La prima rivoluzione democratica borghese in Russia risale al periodo del 1905-1907.)

29. L’articolo fu scritto in vista della convocazione della Seconda conferenza di partito per l’istruzione popolare; apparve nella rivista Na putiakh k novoj shkole (Sulla via della scuola nuova), organo teorico del Commissariato per l’istruzione della RSFSR, nn. 10-11 del 1928.

30. PC(b) dell’URSS, Partito Comunista (dei bolscevichi) dell’URSS, cosi si chiamò il PCUS dal 1925 al 1952. La Krupskaja allude al programma di partito approvato nel 1919 dalI’VIII Congresso del PC(b)R.

31. L’istruzione politica di massa, si tratta del lavoro politico-educativo di massa svolto in quegli anni tra la popolazione adulta.

32. Sorge, Friedrich Albert (1828-1906), esponente del movimento operaio tedesco, allievo e seguace di Marx ed Engeis, fondatore di una sezione della I Internazionale negli USA. La sua attività fu molto apprezzata da Lenin.

33. NEP, la nuova politica economica seguita dallo Stato sovietico nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo. La nuova politica economica (1921-1928) consisteva nell’alleanza tra il proletariato e le più vaste masse contadine.

Se i grandi proprietari terrieri e i capitalisti potevano essere espropriati, i piccoli produttori, cioè i contadini lavoratori, dovevano essere rieducati. Allo scopo era necessario svolgere un cauto lavoro educativo a lungo termine, tenendo conto dei legami preesistenti tra l’industria e l’agricoltura. In quel periodo l’unione commerciale tra l’industria di Stato e i piccoli produttori agricoli si presentava oggettivamente necessaria, dato che la giovane repubblica si riproponeva di ripristinare e sviluppare il settore agricolo. L’ammissione, in certi limiti, del capitale privato, conservando nelle mani dello Stato proletario le leve di comando dell’economia popolare, fu realizzato in vista della vittoria degli elementi socialisti su quelli capitalistici, del consolidamento della dittatura del proletariato, della liquidazione delle classi sfruttatrici e dell’affermazione del sistema socialista in URSS.

Le basi della nuova politica economica furono elaborate da Lenin.

34. La Prima conferenza di partito per l’istruzione popolare (dicembre 1920-gennaio 1921) esaminò il problema dello sviluppo della scuola nell’edificazione pacifica e tracciò il profilo di una nuova scuola di sette anni per i ragazzi dagli 8 ai 15 anni. Il programma di partito adottato alI’VIII Congresso del PC(b)R prevedeva una istruzione unica politecnica per tutti i ragazzi fino ai 17 anni. La conferenza però, in merito all’istruzione politecnica, scivolò su dissertazioni astratte. Si ebbe il tentativo di sostituire la politecnicizzazione con pratiche artigianali. A nome del CC del partito Lenin indicò quell’errore ai partecipanti alla conferenza. Sulla base delle sue indicazioni, accanto alla scuola di sette anni fu conservata la scuola di nove anni. Nell’articolo L’attività del Commissariato del popolo per l’istruzione Lenin criticò aspramente gli errori della conferenza.

35. Conferenza di partito, nel 1929-1930 si tennero conferenze di partito per discutere i problemi dell’istruzione popolare nelle repubbliche federate. Su iniziativa del CC del partito la Seconda conferenza di partito per i problemi dell’istruzione popolare si tenne a Mosca nel 1930.

II. L’EDUCAZIONE PRESCOLASTICA

36. La donna lavoratrice, il primo libro di Krupskaja, scritto nel 1899 nel villaggio di Sciuscenskoje (Siberia), dove la Krupskaja condivideva il confino di Lenin. Uscito per la prima volta nel 1901, fu messo all’indice dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905. L’idea del libro apparteneva a Lenin, il quale aveva aiutato la Krupskaja nella stesura del volume con consigli e materiali. Dopo la Grande rivoluzione socialista d’Ottobre (1917) il libro fu più volte ristampato.

37. Sui nidi e campetti d’infanzia, l’articolo è preceduto dalla seguente nota di N. K. Krupskaja: «Quest’articolo è stato scritto nel 1926. Oggi non c’è più bisogno di convincere le operaie e colcosiane dell’utilità dei nidi e giardini d’infanzia, ma l’articolo in parola non è affatto invecchiato, oggi è particolarmente importante mobilitare le masse per l’organizzazione di nidi e giardini d’infanzia».

Giardino d’infanzia: istituzione per l’educazione pubblica dei bambini in età prescolastica. Nell’URSS in tali istituzioni si effettua lo sviluppo onnilaterale e un’educazione comunista dei bambini dai 3ai 7 anni.

Nido d’infanzia: istituzione per l’educazione pubblica della prima infanzia (fino ai 3 anni) ; qui si svolge il lavoro per l’educazione fisica, morale ed estetica del fanciullo. Ai bambini vengono prestate le cure igieniche, si effettuano provvedimenti sanitari tesi a rinvigorire i bambini, a favorire lo sviluppo della parola, dei sentimenti, delle percezioni, della memoria, dell’attenzione e del pensiero.

Campetti d’infanzia: istituzioni educative prescolastiche di carattere stagionale, funzionanti soprattutto d’estate nelle città e borgate operaie, oppure nelle zone agricole nel periodo dei lavori campestri.

38. “Una questione importante”, l’articolo apparve per la prima volta sulla Frauda, n. 273 del 23 novembre 1929.

39. Il libro di L. M. Sabsovic Le città del futuro e l’organizzazione del modo di vita socialista usci a Mosca nel 1929. L’autore avanzava la proposta di separare completamente i bambini dalla famiglia. La Krupskaja criticò aspramente il libro, indicando come tali opinioni fossero in contrasto con i principi dell’educazione pubblica dei bambini nel socialismo.

40. Case per l’infanzia, orfanotrofi di Stato organizzati nei primi anni del potere sovietico. Attualmente nell’URSS gli orfani vengono ospitati, educati e istruiti (istruzione media) in apposite scuole-convitto.

41. Comitati di caseggiato, organizzazioni preposte alla manutenzione delle case d’abitazione.

42. Il 7 febbraio 1937 all’esame di N. K. Krupskaja fu presentata una serie di materiali elaborati da specialisti di educazione prescolastica del Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR. Le note al riguardo furono pubblicate per la prima volta nel 1937.

43. Costituzione dell’UKSS, legge fondamentale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

44. Sul lavoro artistico, lavoro svolto tra i bambini per avvicinarli alle arti figurative, una delle forme dell’educazione estetica effettuata per mezzo della pittura, del disegno, della scultura e dell’arte applicata.

45. Pestalozzi, Johann Heinrìch (1746-1827), pedagogista svizzero d’ispirazione democratica, uno dei fondatori della scuola popolare. Riteneva che fosse possibile migliorare la condizione dei contadini più poveri educando e perfezionando la natura umana senza intaccare le basi dell’ordinamento esistente. Attribuendo grande importanza allo sviluppo delle capacità del fanciullo, alle sue percezioni dell’ambiente circostante attraverso i sensi e le osservazioni concrete, Pestalozzi scorgeva nell’educazione al lavoro uno dei principali fattori formativi della personalità.

Nel campo dell’educazione morale partiva dall’amore del bimbo per la madre. Questo amore naturale doveva essere proiettato dapprima ai mèmbri della famiglia, poi agli uomini del proprio ambiente e, finalmente, a tutta l’umanità. L’esempio personale dell’educatore era considerato il mezzo più importante dell’educazione morale. La Krupskaja diceva che le opere di Pestalozzi erano pervase da un ardente amore per il popolo. Egli avanzò i principi della coerenza e della gradualità nel processo didattico la cui osservanza avrebbe dovuto garantire un’assimilazione più profonda. Tuttavia la sua metodica non era priva di formalismo, in quanto l’essenza borghese delle sue concezioni filosofiche gli impediva di comprendere il carattere di classe dell’educazione nella società antagonistica. Le opere di Pestalozzi che sviluppavano la tesi sull’istruzione scolastica in continuo sviluppo, esercitarono un’influenza positiva sullo sviluppo della pedagogia.

46. Fróbel, Friedrich Wilgelm August (1782-1852), pedagogista tedesco, teorico dell’educazione prescolastica, seguace di Pestalozzi. Creò un sistema originale dell’educazione prescolastica che ebbe diffusione in molti paesi europei e americani nella seconda metà dell’Ottocento. Nel 1837 fondò la prima istituzione prescolastica denominata “giardino d’infanzia” che preparava i bambini per la scuola. Il sistema di Fróbel ha alcuni tratti negativi tra cui, in particolare, un’eccessiva regolamentazione dell’attività infantile che deprime l’iniziativa del fanciullo.

47. Montessori, Maria (1870-1952), pedagogista italiana che dedicò tutta la sua vita alla causa dell’educazione dell’infanzia. Fondò la “Casa dei bambini”, universalmente nota, al cui lavoro prendevano parte attiva i genitori. Le idee di Montessori esercitarono un’influenza notevole sullo sviluppo della teoria e della prassi pedagogiche ed ebbero seguaci in molti paesi del mondo, compresa anche la Russia. La Krupskaja si interessò sempre alle opinioni e alle esperienze della Montessori e consigliava spesso il personale addetto all’educazione prescolastica di studiare l’esperienza dell’illustre pedagogista italiana.

48. Lo statuto del giardino d’infanzia fu redatto dalla Krupskaja negli anni 1937-1938.

49. Il Commissariato del popolo per l’istruzione, vedi nota 26.

50. L’Armata Rossa, cosi fino al 1946 si chiamò l’Esercito Sovietico.

51. Voroscilov, Kliment Eiremovic (1881-1969), uomo politico e generale sovietico.

52. Questo discorso fu pronunciato da N. K. Krupskaja il 17 novembre 1938 alla conferenza repubblicana dei responsabili delle sezioni prescolastiche dei Commissariati del popolo per l’istruzione delle repubbliche autonome e dei capi degli enti regionali per l’istruzione popolare.

53. Si tratta delle funzionane del Commissariato per l’istruzione preposte ai bambini dell’età prescolastica.

54. Il monumento a Lomonossov. Lomonossov, Mikhail Vassilievic (1711-1765), scienziato illuminista russo; l’Università di Mosca porta il suo nome.

55. Con la compagna Volkova. Volkova, Evdokija Iosifovna, responsabile del dipartimento per l’educazione prescolastica del Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR negli anni 1936-1952;

56. Questo discorso fu pronunciato dalla Krupskaja alla conferenza dei responsabili dei settori prescolastici nel 1931.

57. Consiglio dei commissarì del popolo, il supremo organo esecutivo dell’URSS, delle repubbliche federate e autonome, costituito al II Congresso panrusso dei Soviet (1917); dal 1946 prese il nome di Consiglio dei ministri dell’URSS.

58. Kant, Immanuel (1724-1804), filosofo tedesco, fondatore dell’idealismo classico tedesco.

59. La libera educazione, vedi nota 2.

60. Rousseau, Jean-Jacques (1712-1778), filosofo e pedagogista francese, esponente dell’ala sinistra piccolo-borghese dell’illuminismo francese. Espose alla critica la dottrina dell’educazione feudale di casta ed elaborò una propria teoria educativa. Intese l’educazione come sviluppo autonomo della personalità del fanciullo, portatore innato del bene. Considerava il lavoro un importante fattore educativo. I fondatori del marxismo-leninismo valuntarono positivamente il suo ruolo storico, rilevando nel contempo il suo idealismo e la sua limitatezza borghese.

61. I gruppi zero, gruppi scolastici (classi) che preparavano i bambini alla prima classe seguendo i metodi adottati nelle istituzioni prescolastiche tra i più grandicelli. Sorti negli anni 1926-1927, esistettero fino alla metà degli anni ’30.

62. Attualmente nell’URSS i bambini vanno a scuola a sette anni. I compiti affidati un tempo ai gruppi zero sono svolti dai giardini d’infanzia,

63. L’articolo fu scritto nel 1936.

64. ” Gazzetta renana ; quotidiano tedesco in opposizione al governo prussiano reazionario; usci a Colonia dal 1842 al 1843; Marx ne fu direttore dall’ottobre 1842.

65. L’articolo fu scritto nel 1936.

66. Il Commissariato del popolo per la sanità. Dal 1946 prese il nome di Ministero della sanità dell’URSS.

67. L’articolo fu scritto nel 1936.

68. Giardino d’Estate, il più antico giardino di Leningrado, fondato nel 1704.

69. Krylov, Ivan Andtejevic (1769-1844), scrittore e drammaturgo

russo.

70. L’articolo fu scritto nel 1937.

71. L’articolo fu steso tra il 1926 e il 1932.

72. Molodaja gvardija (Giovane guardia), casa editrice specializzata nei libri per l’infanzia e per ì la gioventù. La sua fondazione fu decisa nel 1922 al V Congresso del Komsomol. N. K. Krupskaja prestò molta cura al lavoro della casa editrice correggendone i piani e consigliando i redattori. Oggi la «Molodaja gvardija» è una delle maggiori case editrici sovietiche, fa capo al CC del Komsomol.

73. Andersen. Hans Christian (1805-1875), scrittore danese, famoso soprattutto per le Fiabe, capolavoro della letteratura per l’infanzia.

III. LA SCUOLA COME CENTRO ORGANIZZATIVO DEL LAVORO DIDATTICO-EDUCATIVO

74. L’articolo fu scritto nel 1918.

75. Timeo Danaos et dona terentes, famoso verso di Virgilio che allude al cavallo di Troia.

76. In Russia, a partire dagli anni “60 del secolo scorso, le forze progressiste puntarono alla scuola generale elementare. Il governo zarista, però, blocco l’iniziativa sul nascere.

77. N. K. Krupskaja considerava oggettivamente alcuni tratti progressisti della scuola ottocentesca dell’Europa occidentale e degli USA (rispetto alla scuola classista di casta della Russia zarista), consigliando nel contempo di guardare alla scuola americana da una posizione di principio.

78. L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel 1923.

79. L’articolo fu scritto nel 1923.

80. Loti, Pierre (1850-1923), scrittore francese, autore di romanzi esotici. Non riuscì mai a comprendere il significato terribile delle conquiste coloniali.

81. Cellule KSM, cellule di base del Komsomol, vedi nota 17.

82. Patrocinio, cosi nell’URSS si schiama l’aiuto multiforme e sistematico prestato alle istituzioni prescolastiche, scolastiche ed extrascolastiche da parte dei lavoratori. In qualità di patroni si presentano collettivi aziendali, scientifici, ecc. Il patrocinio è molto diffuso nell’URSS, in esso trova espressione la sollecitudine che il popolo lavoratore nutre per i fanciulli.

83. La I Conferenza panrussa delle scuole di secondo grado si tenne a Mosca il 5-10 luglio 1925. N. K. Krupskaja vi tenne una relazione il cui testo è compreso nel presente volume.

84. Dalton-plan (dalla città di Dalton, USA), forma organizzativa del processo didattico che realizza l’idea dell’insegnamento individua lizzato. Fu elaborata all’inizio degli anni ’20 del nostro secolo da seguaci della Montessori.

85. Pubblicato per la prima volta nella rivista O nascikh detiakh (Sui nostri bambini), nn. 2-3 del 1928.

86. Oggi nell’URSS i giardini d’infazia sono molto diffusi. Vengono aperti secondo il piano statale di sviluppo dell’economia popolare. Praticamente ogni famiglia può affidare i bambini dai 3 ai 7 anni a un giardino d’infanzia con una permanenza giornaliera o settimanale.

87. L’articolo fu scritto nel 1923 e pubblicato lo stesso anno sulla rivista Na putiakh k novoj shkole (n. 3). Secondo la Krupskaja l’autogestione infantile dovrebbe tra l’altro educare negli alunni attitudini organizzative.

88. L’articolo fu scritto nel 1926.

89. Settimane internazionali dell’infanzia vennero indette nell’URSS negli anni ’20 e ’30 allo scopo di diffondere il movimento comunista infantile, di consolidare la solidarietà proletaria tra i bambini dei lavoratori di tutto il mondo. La Krupskaja tenne questo discorso inaugurale 1-11 ottobre 1933.

90. L’articolo fu pubblicato sulle riviste Revolutsia i natsionalnosti (La rivoluzione e le nazionalità), n. 4, 1935 e Prosvestcenie natsionalnostei (L’istruzione delle nazionalità), n. 3, 1935.

91. Le stazioni tecniche per ragazzi, istituzioni extrascolastiche in cui, sotto la guida di insegnanti-ingegneri, i ragazzi migliorano le loro conoscenze nel campo della tecnica, si occupano della costruzione di vari modelli e di altro lavoro creativo.

92. Sabati comunisti, lavoro volontario senza retribuzione eseguito nei giorni festivi, espressione concreta dell’atteggiamento comunista verso il lavoro.

93. L’articolo fu pubblicato per la prima volta sulla Uciteiskaja gazeta (Giornale degli insegnanti), n. 12 del 20 gennaio 1938. N. K. Krupskaja considerava molto importante educare i bambini e i giovani sull’esempio della vita e dell’attività di Lenin. Scrisse vari articoli su Lenin: L’infamia e gli anni verdi di llic. Il nostro migliore amico, Lenin e il partito, ecc. Inoltre pubblicò articoli in cui consigliava gli educatori su come e cosa raccontare agli alunni di Lenin.

94. Museo di Lenin, Museo centrale «Lenin» fondato nel 1936 a Mosca. Raccoglie manoscritti, libri e opuscoli di Lenin, nonché numerosi documenti legati alla sua vita. A questi materiali si aggiungono organicamente varie opere d’arte a lui dedicate.

95. Il padre di llic (di V. I. Lenin), Ulianov, Ilia Nikolajevic (1831-1886), pedagogista democratico, organizzatore e dirigente dell’istruzione pubblica nel governatorato di Simbirsk (oggi Regione di Ulianovsk). Prestò molta attenzione all’istruzione dei ciuvasci, mordvini, tartari (residenti nella zona del Volga); trattava con molta cura gli insegnanti aiutandoli a perfezionare l’insegnamento, si preoccupava del miglioramento della loro condizione. La vita e l’attività di I. N. Ulianov offrono un brillante esempio di come servire gli interessi del popolo.

96. Nekrassov, Nikolaj Alexeeuic (1821-1877), poeta russo le cui opere mostrarono con forza straordinaria la misera vita dei contadini russi, il destino della donna, l’arroganza dei proprietari fondiari russi.

97. I poeti dell’Iskra, poeti russi facenti capo alla rivista rivoluzionaria democratica Iskra (1831 1887). Su iniziativa di Gorkij nel 1933 fu pubblicata la raccolta I poeti dell’Iskra.

98. “La capanna dello zio Tom”, famoso romanzo di antischiavista Harriet Beecher Stowe (1811 1896).

99. Inorodtsy (di origine straniera), cosi il governo zarista chiamava ufficialmente le popolazioni non russe che abitavano in genere le regioni orientali della Russia.

100. Sull’insurrezione polacca, si tratta dell’insurrezione polacca del 1863, repressa dall’autocrazia russa.

101. Il fratello e la sorella maggiori: il fratello di Lenin Alexandr Ilic Ulianov (1866-1887), rivoluzionario, avversario acerrimo dello zarismo. Prese parte attiva alla preparazione dell’attentato ad Alessandro III. L’attentato falli, A. I. Ulianov fu arrestato e giustiziato. La sorella di Lenin: Anna Ilinicna Elisarova-Ulianova (1864-1935), rivoluzionaria di professione, attivista del Partito comunista.

102. La madre di Ilic, Maria Alexandrovna Ulianova (1835-1916), persona di grande cultura e di eccellenti capacità pedagogiche.

103. Samara, oggi la città di Kujbyscev, capoluogo di regione.

104. Il giornale panrusso illegale, si allude all’Iskra, primo giornale politico panrusso illegale dei marxisti rivoluzionari, organo del POSDR. Lenin ne fu fondatore e direttore. Il primo numero dell’infera usci nel 1901 a Lipsia, i seguenti a Monaco e Ginevra. Dopo l’uscita del n. 51 nella redazione del giornale prevalsero i menscevichi e Lenin l’abbandonò.

105. L’Internazionale, si tratta dell’Internazionale comunista (la III Internazionale), organizzazione rivoluzionaria del proletariato che fu in vita dal 1919 al 1943 rappresentando l’unione dei partiti comunisti di vari paesi.

106. Sul 1905, sulla rivoluzione del 1905-1907, la prima rivoluzione popolare dell’epoca dell’imperialismo. Per il suo contenuto sociale fu una rivoluzione borghese democratica.

107. Sulla guerra del 1914, sulla prima guerra mondiale del 1914-1918, guerra di conquista tra le due maggiori coalizioni di Stati imperialisti.

108. Sulla guerra civile, la guerra civile del 1918-1920 in Russia, guerra condotta dagli operai e dai contadini lavoratori della Russia sovietica contro le forze controrivoluzionarie interne ed esterne, per la difesa delle conquiste della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre.

109. L’articolo fu scritto nel 1938, per XX anniversario della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre.

110. Studiare, studiare e studiare il comunismo, motto lanciato da Lenin nel 1920 al III Congresso del Komsomol. In quell’occasione Lenin formulò il programma di educazione comunista della gioventù.

111. Si allude alla festa di Capodanno a Gorki, villaggio situato a 20 chilometri da Mosca. Lenin e Krupskaja si recavano a Gorki per riposare. Lenin vi trascorse gli ultimi mesi della sua vita. Attualmente il villaggio (Gorki Leninskie) è noto in tutto il mondo come sezione del Museo centrale di Lenin.

112. Al III Congresso del Komsomol, a questo congresso (1920) Lenin pronunciò il discorso Sui compiti delle unioni giovanili in cui mise in rilievo l’importanza, per il Komsomol, di saper unire l’istruzione, l’insegnamento e l’educazione dei giovani al lavoro degli operai e dei contadini, in quanto soltanto nel lavoro comune si può diventare veri comunisti.

113. L’articolo fu scritto in occasione del 17° anniversario del discorso di Lenin Sui compiti delle unioni giovanili, pronunciato al III Congresso del Komsomol. Fu pubblicato per la prima volta sulla Komsomoiskaja Pravda, n. 227 del 2 ottobre 1937.

114. Pissareu, Stcedrin, Nekrassov, Dobroliubou, Cernysceuskij: scrittori, poeti e pubblicisti, rivoluzionari democratici.

Pissareu, Dmitrij Ivanovic (1840-1868), filosofo e pubblicista russo, apologeta delle scienze, soprattutto di quelle naturali. Considerava compito della scuola generale la preparazione di individui istruiti, di alta moralità, robusti, volenterosi, in grado di pensare criticamente e di lavorare. Difese il diritto della donna all’istruzione al pari dell’uomo.

Stcedrin, N. (pseudonimo di Mikhail Evgrafovic Saltykov) (1826-1889), scrittore, critico e teorico letterario russo. Dedicò il suo talento ai problemi sociali scrivendo satire politiche. I personaggi da lui creati sono rimasti come simboli dell’arbitrio e del burocratismo che regnavano nella Russia prerivoluzionaria.

Nekrassov, Nikolaj Alexeevic, vedi nota 96.

Dobroliubou, Nikolaj Alexandrovic (1836-1861), filosofo, critico letterario e pubblicista russo. Nei suoi scritti di letteratura e pedagogia denunciò la politica zarista sull’istruzione popolare definendola politica dell’annientamento delle aspirazioni popolari al sapere. Propugnò un’istruzione mirante alla formazione dell’uomo sviluppato onnilateralmente, difensore attivo degli interessi popolari.

Cernyscevskij, Nikolaj Gavrilovic (1828-1889), scienziato e scrittore russo, capo del movimento rivoluzionario democratico in Russia. Scorgeva il fine del sapere nella trasformazione rivoluzionaria della vita e, partendo da questa posizione, considerava molto importante l’istruzione del popolo quale mezzo per conquistare la libertà. Nel contempo era conscio del fatto che il problema dell’istruzione popolare poteva essere risolto definitivamente soltanto dopo aver liquidato con la rivoluzione il giogo politico ed economico. Secondo una espressione di Lenin “dalle opere di Cernyscevskij alita lo spirito della lotta di classe”.

115. Montégus, pseudonimo di Gaston Brunswick. Suo padre e suo nonno furono comunardi. Le sue canzoni furono rivolte contro l’arbitrio dei militari e contro i costumi borghesi da filistei. Lenin lo incontro nel quartiere Latino dove in una casa privata era stato dato un concerto a beneficio dei rivoluzionari russi.

116. Reed, John (1887-1920), uno dei fondatori dei Partito comunista americano, scrittore e pubblicista, attivista del Movimento operaio internazionale. Il suo libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo, è famoso in tutto il mondo. Fu sepolto a Mosca, davanti al muro del Cremlino. Il racconto cui si riferisce la Krupskaja fu tradotto in russo e pubblicato nel 1928 con la sua prefazione.

117. Il VI Congresso del Komsomol leninista di Russia si tenne a Mosca il 12-18 luglio 1924. Il congresso approvò il manifesto secondo cui il Komsomol cominciò a chiamarsi leninista. Il manifesto poneva in risalto che tutta la gioventù lavoratrice del paese dei Soviet era fermamente decisa ad imparare a vivere, studiare e lavorare secondo l’esempio di Lenin. La Krupskaja pronunciò il discorso pubblicato nel presente volume nella prima giornata del congresso.

118. Lessing, Gotthold Ephraim (1729-1781), scrittore, umanista e critico tedesco. Lenin cita brani di una sua poesia nell’opera Che cosa sono gli ” amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici.

119. Klopstock, Friedrich Cottlieb (1724-1803), scrittore tedesco, classico della letteratura germanica.

120. Riferimento alle parole di Cernyscevskij : «II cammino storico non è il marciapiede del Corso Nevskij», perifrasate da Lenin. Il Corso Nevskij, la via centrale di Pietroburgo (Leningrado).

121. La I Conferenza panrussa delle scuole di 2° grado si tenne a Mosca nell’agosto 1929.

122. Verso il 1927 l’organizzazione dei pionieri dell’URSS aveva già sviluppato determinati legami internazionali. Al convegno dei pionieri

sovietici di quell’anno giunsero le delegazioni inglese, tedesca e fran-

cese. La Krupskaja vi pronunciò un discorso.

123. Il fratello maggiore di Lenin, vedi nota 101.

124. La rivoluzione del 1905, vedi nota 106.

125. Il Museo della Rivoluzione, il Museo della rivoluzione e dell’edificazione socialista dell’URSS fondato nel 1924 a Mosca dispone di una ricchissima raccolta di cimeli storico rivoluzionari che tracciano le principali tappe di lotta della classe operaia e dei contadini russi a partire dagli anni ’90 del secolo scorso fino alla vittoria della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre del 1917, nonché dei successi dell’edificazione socialista nell’URSS.

126. Negli anni della guerra civile in URSS (1918-1920) vennero chiamati «bianchi» coloro che appartenevano alle forze controrivoluzionarie esterne ed inteme, le quali, guidate dagli imperialisti stranieri, avevano iniziato l’offensiva militare contro la giovane repubblica sovietica.

127. L’articolo fu pubblicato sulla Ucitelskaja gazata, n 15 dell’8 aprile 1927.

128. Il movimento dei pionieri, movimento infantile sorto nel 1922 sotto la guida del Komsomol. Il movimento si è dato la forma dell’organizzazione dei pionieri con a capo un Consiglio eleggibile. L’attività dell’organizzazione si svolge sulla base di varie iniziative autonome. Si tratta di un collettivo infantile che prende parte attiva all’educazione morale e politica dei pionieri, stimola in essi l’interesse per lo studio, il lavoro, lo sport, le attività artistiche. A capo delle organizzazioni dei pionieri vi sono i militanti del Komsomol. La Krupskaja prestò molta cura alla creazione dell’organizzazione dei pionieri, al suo contenuto, all’aspetto formale e alla sua attività. Molti tra i suoi scritti sono dedicati al lavoro dell’organizzazione dei pionieri, a come deve essere un capopionieri.

Attualmente l’Organizzazione dei pionieri dell’URSS «Lenin» raggruppa nelle sue file praticamente tutti gli alunni delle scuole medie. Ogni alunno trova in essa la sua prima scuola comunista. Gli allievi delle magistrali vengono preparati al lavoro con i pionieri di varia età; in alcuni istituti pedagogici esistono cattedre di pedagogia per l’attività nel movimento pionieristico.

129. La Krupskaja riferisce qui le parole di Lenin dal suo discorso alla conferenza di operai e soldati rossi senza partito del rione di Presnia (24 gennaio 1920) : «Ognuno per sé e Dio per tutti; e quanti malanni ne sono venuti fuori!».

130. L’articolo fu pubblicato per la prima volta sulla Komsomolskaja pravda, n. 118 del 23 maggio 1932.

131. Gli emigrati bianchi, coloro che abbandonarono la Russia dopo la vittoria della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre.

132. Populista, esponente del populismo, sistema filosofico politico della democrazia contadina piccolo-borghese. Il suo tratto caratteristico consiste nell’abbinamento della democrazia agraria al socialismo utopistico contadino, nella speranza di evitare la via di sviluppo capitalista.

133. Si allude alla risoluzione del CC del PC(b)R Sul lavoro dell’organizzazione dei pionieri del 21 aprile 1932.

134. Pubblicato per la prima volta sulla Komsomolskaja Pravda, n. 42 del 21 febbraio 1936.

135. Ne! processo di Alexandr Ilic, fratello di Vladimir Ilic, vedi nota 101.

136. Gerdt, Alexandr Jakovleuic (1841-1888), pedagogista russo, fu tra i primi a trattare nel manuale di zoologia i principi del darwinismo.

137. Zheliabou, Andrej Ivanouic (1850-1881), rivoluzionario populista russo. Giustiziato per aver partecipato all’attentato contro Alessandro II nel 1881.

138. Mikhajlov-Sceller, Sceller, Alexandr Konstantinovic (pseudonimo A. Mikhajlov) (1838-1900), scrittore democratico russo, godette molta popolarità tra i giovani degli anni ’60-’70 dell’Ottocento.

139. Dirigente del Komsomol, capo cellula del Komsomol eleggibile dai suoi mèmbri.

140. È una delle numerose lettere indirizzate dalla Krupskaja ai pionieri, pubblicata sulla rivista Pioner, n. 6 del 1938.

141. I centoneri, bande armate di squadristi organizzate nel 1905 in Russia per contrastare il movimento rivoluzionario ed effettuare dei pogrom tra la popolazione ebrea.

142. Mio padre era un rivoluzionario: Krupskij, Konstantin Ignatievic (1838-1883). Come ne ebbe a dire la Krupskaja «egli si è formato come rivoluzionario sotto l’influenza di Cernyscevskij ed Herzen».

143. Questa lettera ai pionieri fu pubblicata per la prima volta sulla Pionerskaja Pravda, n. 92 dell’8 luglio 1937 con il titolo: Fare il campeggio con interesse e utilità.

144. La vita in campeggio, la vita dei ragazzi nei campeggi dei pionieri, istituzioni extrascolastiche che provvedono al riposo estivo degli alunni della I-VIII classe. La loro fondazione risale al 1922. L’organizzazione del riposo dei bambini sovietici è oggetto di particolare cura da parte dello Stato sovietico, del Partito comunista e dei sindacati. È universalmente noto il campeggio di «Artek», situato sul litorale del Mar Nero.

145. Si tratta di V. P. Ckalov. G. F. Bajdukov e A. V. Beliakov, Eroi dell’Unione Sovietica che effettuarono la prima trasvolata polare senza scalo Mosca-Vancouver (18-20 giugno del 1937).

146. La Krupskaja si riferisce ai militanti del Fronte popolare di Spagna in lotta contro il fascismo. La lotta (1936-1939) fu guidata dal Partito comunista spagnolo.

IV. CONTENUTO DELL’ISTRUZIONE E METODI D’INSEGNAMENTO

147. L’articolo fu scritto nel 1938.

148. Lunaciarskij, Anatolij Vassilievic (1875-1933), primo Commissario del popolo per l’istruzione della Russia sovietica (1917-1929).

149. Sezione pedagogica del Consiglio accademico di Stato (CAS): centro direzionale e metodologico del Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR (1919-1932) ; presiedeva alle questioni economiche, organizzative e didattiche dell’insegnamento. La sezione pedagogica pubblicò la rivista Na putiakh k novoj shkole.

150. llovajskij, Dmitrij Ivanovic (1832-1920), storico e pubblicista russo, autore di originali manuali di storia della Russia prerivoluzionaria d’indirizzo aristocratico-monarchico.

151. Sciuscenskoje, villaggio siberiano in cui Lenin fu confinato dal 1897 al 1900. La Krupskaja, arrestata nel 1896, vi scontò il confino insieme a Lenin.

152. L’articolo fu scritto nel 1930.

153. L’articolo fu scritto nel 1932.

154. Gogol, Nikolaj Vassilievic (1809-1852), scrittore russo.

155. Turghenev, Ivan Sergheevic (1818-1883), classico della letteratura russa.

156. Herzen, Alexandr Ivanouic (1812-1870), scrittore e pubblicista russo, uno dei primi socialisti russi, oppositore attivo del giogo poli tico e sociale. Fondò a Londra la “Libera tipografia russa”. Dal 1857 al 1867 pubblicò la rivista Kolokol (La campana), che ebbe un ruolo importante nello sviluppo politico della Russia. Nell’articolo In memoria di Herzen Lenin lo defini fondatore del socialismo russo sottolineando che egli «per primo alzò la grande bandiera della lotta rivolgendo alle masse la libera parola russa».

157. Belinskij, Vissarion Crigorievic (1811-1848), filosofo e critico letterario russo, fu tra i ì fondatori della pedagogia rivoluzionaria democratica. Propugnò l’idea dell’istruzione onnilaterale uguale per tutti che dovesse dare nozioni approfondite sulla natura, la società e sull’uomo, sostenne la necessità di sviluppare le inclinazioni innate del bambino conferendo particolare importanza all’educazione morale della nuova generazione. Si opponeva decisamente alle punizioni che offendono la dignità umana dei fanciulli. Molti tra i suoi scritti sono dedicati ai problemi della letteratura per l’infanzia e alla pedagogia della lettura infantile.

158. Si allude all’articolo di Lenin Ancora una crociata contro la democrazia (1912), in cui egli cita brani del poema di Nekrassov Chi vive bene in Russia?

159. Riferimento all’articolo di Lenin L. N. Tolstoj (1910).

160. L’articolo fu scritto nel 1921.

161. L’articolo fu scritto nel 1933.

162. Plekhanov, Georghij Valentinovic (1856-1918), fondatore del primo gruppo marxista russo « Osvobozhdenie truda » (L’emancipazione del lavoro) a Ginevra (1883). Dopo il II Congresso del POSDR (1903) passò dalla parte dei menscevichi.

163. Uspenskij, Gleb Ivanovic (1843-1902), scrittore russo, rivoluzionario democratico, che rispecchiò nei suoi libri la grave condizione del popolo russo oppresso dall’autocrazia.

164. L’uomo nell’ astuccio, titolo di un noto racconto di Cecov (1860-1904), espressione proverbiale che caratterizza una persona chiusa in se stessa.

165. L’articolo fu scritto nel 1932.

166. L’articolo fu scritto nel 1927-1928.

167. La flotta del Baltico.

168. L’articolo fu scritto nel 1931.

169. Darwin. Charles Robert (1809-1882), naturalista inglese, autore della teoria sull’evoluzione delle specie mediante la selezione naturale.

170. Edison, Thomas Alva (1847-1931), inventore americano, ideò numerosi apparecchi elettrici e fondò società per lo sfruttamento dei brevetti e la realizzazione pratica delle sue invenzioni.

171. Komintern, l’Internazionale comunista (1919-1943), vedi nota105.

172. Scuola a tempo pieno, scuola generale in cui gli alunni si trovano con gli insegnanti durante tutta la giornata (incluso il doposcuola). Questo tipo di scuola, in cui oltre l’insegnamento gratuito si offre anche il vitto, è molto diffuso nell’URSS.

173. Vedi nota 41.

174. L’associazione i Amico dei ragazzi» (1924-1935), un’associazione volontaria fondata su iniziativa di N. K. Krupskaja, allo scopo di attrarre le masse alla difesa dell’infanzia. Forni un valido aiuto allo Stato nella sua opera per il ricupero sociale degli orfani, nell’organizzazione dell’attività infantile extrascolastica. Aveva il proprio organo di stampa: la rivista Amico dei ragazzi (1925 1933). Cessò la sua attività con l’estinguersi del fenomeno dei bambini abbandonati.

175. Volontari della cultura, negli anni ’20 e ’30 i volontari dediti ai provvedimenti di carattere culturale. In particolare fecero molto perla liquidazione dell’analfabetismo.

176. L’articolo fu scritto nel 1932.

177. Anna llinicna, vedi nota 101.

178. Pushkin, Alexandr Sergheevic (1799-1837), poeta russo che esercitò un’enorme influenza morale ed estetica su numerose generazioni. Uno dei maggiori e più amati poeti della Russia.

179. Lermontov, Mikhail Yurievic (1814-1841), poeta russo, confinato nel Caucaso per aver scritto la poesia Alla morte del poeta in cui accusò l’autocrazia dell’uccisione del Pushkin. La sua opera influì notevolmente sullo sviluppo del pensiero sociale ed estetico russo e fu molto apprezzata dalla critica rivoluzionaria democratica russa. È molto amato e apprezzato dai sovietici.

180. Si allude all’articolo di Lenin In memoria di Herzen, (1912) scritto in occasione del centenario della nascita di questi.

181. Dalle Memorie di un cacciatore, opera di I. S. Turghenev di cui fa parte il racconto Borgomastro.

182. Alla stalla, cioè far frustare.

183. I signori Coloviiov, Idillio moderno: romanzi di Saltykov-Stcedrin.

184. Korolenko. Vladimir Calaktionovic (1853-1921), scrittore, umanista e pubblicista russo di tendenze progressiste.

185. Citazione dal poema di Nekrassov Sascia.

186. L’articolo fu scritto sulla base dell’intervento di N. K. Krupskaja alla conferenza degli insegnanti di matematica delle scuole medie per adulti tenutasi presso il Commissariato del popolo per l’istruzione della RSFSR nel 1937. La Krupskaja mise in rilievo la specificità dell’insegnamento della matematica agli adulti.

187. I corsi femminili superiori, ossia i Corsi Bestuzhev (dal nome del loro primo direttore prof. Bestuzhev-Riumin), scuola superiore femminile aperta a Pietroburgo nel 1878 sotto la pressione del movimento rivoluzionario democratico. La sua esistenza fu sostenuta da pubbliche elargizioni in quanto il governo zarista rifiutò ogni aiuto finanziario.

188. Nebolsin, A. C. (1842-1917), personalità nel campo dell’istruzione professionale in Russia, presidente della Commissione permanente per l’istruzione tecnica presso la Società tecnica russa.

189. Babushkin, Ivan Vassilievic (1873-1906), operaio metalmeccanico russo, attivista del POSDR; frequentando la Scuola serale domenicale di Pietroburgo ebbe per insegnante la Krupskaja. Fu tra i fondatori dell’Unione per l’emancipazione della classe operaia a Pietroburgo.

190. Imscenetskij, Vassilij Grigorievic (1832-1892) accademico, professore di matematica, insegnò ai Corsi Bestuzhev.

191. L’Istituto Marx-Engels-Lenin presso il CC del PC(b)R, attualmente Istituto di marxismo leninismo presso il CC del PCUS, istituto di ricerca scientifica del PCUS fondato a Mosca nel 1931.

192. La I Internazionale, vedi nota 10.

193. L’articolo fu scritto nel 1937.

194. N. K., Lenin si riferisce a Nadezhda Konstantinovna Krupskaja.

195. Maria llinicna. sorella di Lenin.

196. Toussaint, Charles, filologo francese, uno dei creatori del metodo dell’autoinsegnamento.

197. Elisarov, Maria. Timofeevic (1862-1919), rivoluzionario russo, uomo di Stato sovietico, marito di Anna llinicna Ulianova, sorella di Lenin.

198. Nelle tesi Sul politecnicismo e negli altri articoli di questa rubrica è data la definizione dell’essenza e degli obiettivi dell’istruzione politecnica, è messa in luce la relazione tra l’istruzione politecnica e quella professionale. Le tesi furono scritte dalla Krupskaja nel 1929.

199. Castev, Alexej Kapitonovic (1882-1938), poeta proletario, lavorò nel campo dell’organizzazione scientifica del lavoro essendo a capo dell’Istituto del lavoro. Fu criticato dalla Krupskaja per aver staccato l’insegnamento delle attitudini professionali dalla preparazione politecnica generale.

200. Pankevic, Pavel Jakovlevic (1880-1941), personalità nel campo dell’istruzione popolare, autore di vari scritti sui problemi del politecnicismo.

201. SGC, scuola della gioventù contadina, dove gli alunni oltre alle discipline generali studiavano l’agronomia e i principi dell’organizzazione dell’agricoltura. Nel 1934, essendosi affermato nel paese un unico tipo di scuola generale, cessò di esistere.

202. SFS, scuola di fabbrica di sette anni, scuola d’insegnamento generale in stretti rapporti con la fabbrica presso cui veniva fondata. Nel 1934 fu riorganizzata nella scuola media inferiore.

203. L’articolo fu scritto nel 1930.

204. Qui in ordine cronologico sono presentati tré articoli scritti dalla Krupskaja sotto lo stesso titolo La scelta della professione negli anni 1925, 1932 e 1935.

205. I rabfak, facoltà operaie, istituzioni scolastiche d’insegnamento generale che a partire dal 919 prepararono operai e contadini alle scuole superiori. Il loro obiettivo era quello di democratizzare la compagine studentesca, di formare specialisti altamente qualificati provenienti dall’ambiente operaio e contadino.

206. La XVII Conferenza del PC(b) dell’URSS si tenne nel 1932.

207. In Nekrassov si legge: « …al posto delle reti feudali gli uomini ne inventarono parecchie altre» (La libertà, 1861).

208. Il movimento stakhanovista, movimento di massa degli innovatori della produzione socialista (operai e contadini) per l’aumento della produttività del lavoro e per un uso migliore dei mezzi tecnici. Sorse nel 1935 come nuova tappa dell’emulazione socialista e fu chiamato dal nome dell’iniziatore Alexej Grigorievic Stakhanov (nato nel 1905), minatore del Bacino carbonifero del Donets.

209. FZU, scuole di apprendistato di fabbrica, istituzioni scolastiche sovietiche per la preparazione di operai qualificati tra i giovani. Le prime scuole FZU risalgono al 1920.

V. LAVORO EXTRASCOLASTICO. FAMIGLIA E SCUOLA.

MAESTRO POPOLARE

210. La Conferenza panrussa per il lavoro extrascolastico cui prese parte la Krupskaja si tenne nel novembre 1933.

211. Scuola a tempo pieno, vedi nota 172.

212. L’articolo fu scritto nel 1930.

213. L’articolo fu scritto nel 1931.

214. GIZ, edizioni di Stato con un apposito settore dedicato alla letteratura per l’infanzia. Nel 1933, su iniziativa di A. M. Gorkij, fu fondata la casa editrice « Detskaja literatura » (Letteratura per l’infanzia), una delle maggiori dell’URSS, specializzata nelle pubblicazioni destinate all’infanzia. Attualmente essa pubblica libri per bambini, adolescenti e giovani con una tiratura annuale di oltre 600 milioni di volumi.

215. L’articolo fu scritto nel 1926.

216. Verne. Jules (1828-1905), scrittore francese, creatore del romanzo fantascientifico. Diede un’interpretazione poetica ed eroica della scienza e della tecnica. L’isola misteriosa è uno dei romanzi preferiti dagli adolescenti.

217. Reid, Thomas Mayne, scrittore di lingua inglese, nato in Irlanda, autore dei romanzi d’avventure ambientati in America tra cui i più popolari sono: II cavaliere sema testa. II capo bianco. Figli della selva.

218. Perovskaja, Sofia Lvovna (1853-1881), rivoluzionaria russa, attivista della società segreta «La volontà del popolo». Fu giustiziata per aver preso parte all’attentato contro lo zar Alessandro II.

219. Gorbunov, Ivan Fiodorovic (1831-1896), attore e scrittore russo.

220. La relazione L’autodidattismo dei giovani fu tenuta nell’ottobre 1922 in una delle sezioni del V Congresso del Komsomol.

221. Sergheenko, Piotr: Alexeevic (1854-1930), critico e pubblicista russo, biografo di L. N. Tolstoj. Qui la Krupskaja si riferisce al suo libro Come vive e lavora il conte L. N. Tolstoj.

222. L’articolo fu scritto nel 1936.

223. L’articolo fu scritto nel 1932.

224. «Paginette di diario», scritto di Lenin che risale al 1923. In quest’articolo, uno tra i suoi ultimi, Lenin scrisse: «Da noi il maestro popolare deve essere posto all’altezza su cui egli non arrivava mai, non arriva e non può arrivare in una società borghese».

225. L’articolo fu scritto per il giornale Za kommunisticeskoje vospitanie (Per l’educazione comunista), e pubblicato nel n. 140 del 20 giugno 1933.

226. Lev Tolstoj è entrato nella storia della pedagogia russa quale eminente pedagogo-umanista, autore di metodi pedagogici progressisti tendenti a sviluppare l’iniziativa e la creatività nei bambini. N. K. Krupskaja studiò con molto interesse il sistema pedagogico di Tolstoj scoprendone tutte le contraddizioni; però pur rilevandole, manifestò sempre una grande stima verso il grande artista e pedagogo.

227. Veresiciaghin, Vassilij Nikolajevic (1842-1904), pittore russo, si distinse soprattutto come battaglista.

228. Si tratta di un episodio biografico di Tolstoj di cui egli parlò nel suo articolo La scuola di Jasnaja Poliana, a novembre e dicembre: «Di recente sono riuscito a notare un tale fiorire dell’attenzione in una bimba molto depressa che da un mese non apriva bocca… ».Image

229. Si tratta dell’articolo di Tolstoj Cosa mai dobbiamo fare?

230. L’articolo fu scritto nel 1936.

231. Jauorskaja, Alexandra Timoteevna, maestra di una scuola rurale di cui la Krupskaja fece conoscenza all’età di 11 anni riportandone una forte impressione. Ne fa cenno nell’opera autobiografica La mia vita.

FINE

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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