Enver Hoxa : L’Eurocomunismo è anticomunismo .cap 2° Prima parte- L’EUROCOMUNISMO — IDEOLOGIA DI SOTTOMISSIONE ALLA BORGHESIA E ALL’IMPERIALISMO

Image

Cap .II

L’EUROCOMUNISMO — IDEOLOGIA DI SOTTOMISSIONE ALLA BORGHESIA

E ALL’IMPERIALISMO

Il revisionismo moderno, come abbiamo accennato sopra, è nato nel periodo di acutizzazione della crisi generale del capitalismo. Esso si alleò alla borghesia e all’imperialismo unendosi ai loro tentativi volti a contenere ed evitare la grossa ondata delle rivoluzioni proletarie, della lotta di liberazione nazionale e del movimento democratico popolare e antimperialista. In quanto tale, il nuovo revisionismo non poteva fare a meno di assumere forme e aspetti diversi, di servirsi di metodi e tattiche che si adattassero alle esigenze del capitale di ogni paese. Esso assunse il suo maggiore sviluppo, la sua estensione nel movimento comunista e operaio dopo la comparsa sulla scena del revisionismo kruscioviano. Per la borghesia e per l’imperialismo, il tradimento verificatosi in Unione Sovietica era un aiuto incalcolabile nei momenti più difficili che stavano attraversando. Esso consentì al grande capitale di colpire la teoria marxista-leninista e la pratica dell’edificazione socialista, di far sorgere dubbi sulla strategia rivoluzionaria del proletariato e di far degenerare ideologicamente e politicamente i partiti comunisti. In primo luogo, a subire una forte scossa ideologica furono i partiti comunisti ed operai dell’Europa Occidentale che seguirono la linea traditrice di Tito-Krusciov. In questi partiti, il terreno era già stato appianato da tempo per abbracciare e ulteriormente sviluppare le idee e le pratiche revisioniste kruscioviane. La loro degenerazione ideologica e organizzativa, in misura e forme diverse, era già incominciata prima. Teorie e pratiche pseudorivoluzionarie venivano atattuate da tempo nelle loro file.

 

Gli inizi del revisionismo moderno nei partiti comunisti dell’Europa Occidentale

Durante la Seconda Guerra mondiale erano venuti a crearsi in Europa molti fattori positivi, che rendevano possibile e indispensabile la trasformazione della lotta antifascista in una profonda rivoluzione popolare. Il fascismo aveva soppresso non solo l’indipendenza nazionale dei paesi occupati, ma anche tutte le libertà democratiche, aveva sepolto anche la stessa democrazia borghese. La lotta contro il fascismo doveva essere quindi non solo una lotta per la liberazione nazionale, ma anche una lotta per la difesa e lo sviluppo della democrazia. I partiti comunisti dovevano mirare a collegare questi due obiettivi con la lotta per il socialismo.

Nei paesi dell’Europa Centrale e Sudorientale i partiti comunisti seppero connettere i compiti della lotta per l’indipendenza e la democrazia con la lotta per il socialismo. Essi elaborarono ed applicarono una politica che portò all’instaurazione dei regimi di una nuova democrazia popolare. D’altro canto, i partiti comunisti dell’Europa Occidentale non seppero approfittare delle favorevoli situazioni create dalla Seconda Guerra mondiale e dalla vittoria sul fascismo. Ciò dimostrava che essi non avevano compreso né applicato a dovere gli orientamenti del VII Congresso dell’InternazionaleComunista1. 1 Questo congresso svolse i suoi lavori dal 25 luglio al 21

Questo congresso raccomandava ai partiti di creare in determinate condizioni,pur opponendosi al fascismo e combattendolo, le possibilità per la formazione di governi di un fronte unico, che sarebbero completamente diversi dai governi socialdemocratici. Essi sarebbero serviti per passare dalla fase della lotta contro il fascismo,

alla fase della lotta per la democrazia e il socialismo. Ma in Francia e in Italia la lotta contro il fascismo non portò alla formazione di governi del tipo richiesto dal Comintern. Dopo la fine della guerra, in questi paesi vennero al potere governi di tipo borghese. La partecipazione dei comunisti a questi governi non mutò il loro carattere. Anche il Partito Comunista Francese che, in linea generale, fino alla fine della Seconda Guerra mondiale aveva mantenuto una linea giusta, non riuscì a correggere e a superare gli errori, le manchevolezze e le deviazioni su determinati problemi Che

provenivano, tra l’altro, anche dall’assenza di analisi realistiche delle situazioni interne ed esterne. Il Partito Comunista Francese svolse un ruolo di prim’ordine nella creazione del Fronte popolare in Francia. Fu esso a lanciare la parola d’ordine del Fronte popolare al suo Congresso di Nantes nel 1935, parola d’ordine che ebbe vasta risonanza

fra le masse del popolo francese. Il Comintern apprezzò molto il lavoro e gli sforzi del Partito Comunista

Francese per la creazione del Fronte popolare. Tuttavia, occorre rilevare che il PCF non

seppe o non potè approfittare delle situazioni e utilizzarle a favore della classe operaia. Il partito comunista parlava apertamente del pericolo del fascismo interno ed esterno che minacciava

la Francia e denunciava questo pericolo, scendeva nelle strade, aspettando però che tutte le misure contro di esso venissero prese dai governi «legali», dai governi borghesi formati e combinati da un parlamento borghese. Ciò apparve al tempo della formazione del Fronte popolare, che fu un successo per il Partito Comunista Francese, poiché, nelle complesse situazioni di quell’epoca, sbarrò

la via all’instaurazione di un governo fascista in Francia. Il governo Blum, pur avendo adottato provvedimenti a favore della classe operaia, violò e tradì il programma del Fronte popolare nella politica interna ed estera. Il Partito comunista, che non partecipava al governo del Fronte popolare, ma lo sosteneva al parlamento, non fu in grado di impedire questo processo. La lotta e le azioni di

massa, gli scioperi e le dimostrazioni furono sostituiti dagli incontri settimanali che Leon Blum faceva nella sua residenza con Thorez e Duclos. Il capo del governo del Fronte popolare era socialista, e i socialisti occupavano nel governo un

posto preminente, ma l’apparato governativo al centro e alla base restò quello che era. L’esercito rimase «la grande muette*». * In francese nel testo Esso si trovava sotto il comando, come durante i precedenti governi, della casta reazionaria degli ufficiali usciti dalle scuole militari borghesi, che preparavano quadri per opprimere il popolo francese e per conquistare colonie, ma non per combattere il fascismo e la reazione.

Il Partito Comunista Francese non portava a fondo le sue azioni, non si organizzava per una vera lotta contro il fascismo e la reazione. La propaganda e l’agitazione, le dimostrazioni e gli scioperi che esso dirigeva, non erano nella linea tesa

a prendere il potere dalle mani della borghesia. Indipendentemente dal fatto che esso non negava i princìpi base del marxismo-leninismo, l’attività e la lotta di questo partito assumevano senza volerlo e senza rendersene conto i tratti di una lotta per le riforme, per le rivendicazioni economiche sui piano sindacale. I sindacati, naturalmente, svolgono un ruolo rivoluzionario, quando sono guidati correttamente e quando vi si crea una situazione rivoluzionaria, altrimenti il movimento sindacale si converte in una routine manipolata dai vertici sindacali, le cui posizioni sono ora giuste ora deviazionistiche, ora liberali e ora opportunistiche, ma che, in ultima analisi, si riducono a discussioni infruttuose e a compromessi con il padronato.

Quando scoppiò la guerra di Spagna, il Partito Comunista Francese, con l’agitazione e la propaganda ed anche con aiuti materiali sostenne attivamente il Partito Comunista Spagnolo e il popolo spagnolo nella loro lotta contro Franco. Esso fece appello perché fossero inviati volontari in Spagna, appello che fu accolto da migliaia di aderenti al partito ed altri antifascisti francesi, di cui tre mila caddero da eroi in terra spagnola. Alcuni principali dirigenti presero direttamente parte alla lotta o si recarono in Spagna in diverse occasioni. I volontari che partivano da molti paesi per inquadrarsi nelle brigate internazionali, nella maggior parte passavano dalla Francia per recarsi in Spagna. Era il Partito Comunista Francese quello che organizzava il loro transito. Durante la guerra di Spagna, i comunisti e la classe operaia francese acquistarono una nuova esperienza nelle battaglie e questo andò ad aggiungersi alla vecchia tradizione delle lotte rivoluzionarie del proletariato francese.

Ciò costituiva un prezioso capitale, un’esperienza rivoluzionaria acquisita nelle lotte di classe organizzate e condotte frontalmente contro la feroce reazione franchista, contro i fascisti italiani e i nazisti tedeschi, come anche contro la reazione francese e quella mondiale. Questo capitale rivoluzionario avrebbe dovuto servire al partito nei critici momenti della Seconda Guerra mondiale e durante l’occupazione della Francia, ma in realtà non fu utilizzato.

Il Partito Comunista Francese denunciò la politica di Monaco, che si concretizzò nelle concessioni che i vari Daladier e Bonnet fecero a Hitler, vendendo gli interessi del popolo cecoslovacco, affinché costui rivolgesse la sua macchina di guerra contro l’Unione Sovietica. Esso sostenne senza titubanze il patto di non aggressione tedesco-sovietico e tenne fronte alle calunnie e alle persecuzioni della borghesia. Fece appello perché fosse organizzata la resistenza e si levò coraggiosamente nella lotta contro gli occupanti tedeschi e i loro collaboratoridi Vichy. Questa lotta incominciata con azioni, scioperi, dimostrazioni, sabotaggi, andò allargandosi. I F.T.A. (Francs-tireurs et partisans), creati dal Partito comunista, erano le uniche formazioni che si battevano contro gli occupanti, mentre i réseaux gaullisti non erano altro, come lo dimostra il loro nome, che reti di servizi segreti istituiti per raccogliere informazioni militari utili agli alleati.

Mentre i gaullisti raccomandavano di aspettare lo sbarco, per gettarsi poi in azione, il Partito comunista si batteva valorosamente per la liberazione del paese.  Durante la lotta di liberazione, il Partito Comunista Francese organizzò ed estese la resistenza contro gli occupanti, s’impegnò per la formazione del fronte antifascista ed ottenne qualche risultato in questo senso. Tuttavia, come fu confermato dai fatti, esso non pensò né progettò la presa del potere, oppure rinunciò a quest’idea anche se l’avesse concepita. Ciò è dimostrato dal fatto che durante la guerra il partito creò numerosi Comitati di Liberazione Nazionale, ma senza impegnarsi in tal senso e non prendendo provvedimenti affinché questi comitati si affermassero come nuclei del nuovo potere. Le formazioni partigiane rimasero dal principio alla fine di scarsa entità e senza nessi organici fra loro. Il partito non impostò mai la questione della creazione di grandi formazioni, di un autentico esercito di liberazione nazionale. Il Partito Comunista Francese proseguì una lotta antifascista, che esso stesso guidava, ma non la. convertì in una lotta rivoluzionaria di tutto il popolo. Ma c’è dell’altro, esso ritenne più opportuno e più «rivoluzionario» pregare de Gaulle affinché accettasse nel suo Comitato «Francia Libera » anche un suo rappresentante. In altri termini ciò voleva significare: «Signor de Gaulle, vi prego, accettate anche me nel vostro comitato». Ciò voleva significare: «Signor de Gaulle, il Partito Comunista Francese e le forze partigiane si mettono sotto il vostro comando e sotto quello del Comitato «Francia Libera»». Ciò voleva significare : «Signor de Gaulle, noi comunisti non intendiamo fare nessuna specie di rivoluzione né prendere il potere, vogliamo solo che nella futura Francia venga ripreso il vecchio gioco dei partiti, il gioco «democratico », e che nel futuro governo, proporzionalmente ai voti ottenuti, entriamo a far parte anche noi».

Mentre i comunisti francesi agivano in questo modo, la borghesia preparava ed organizzava le sue forze per impossessarsi del potere in Francia, il che doveva avvenire appena gli alleati angloamericani fossero sbarcati. Il Comitato Nazionale, formato e guidato dal gruppo di de Gaulle a Londra e convertito in governo ad Algeri, doveva essere la forza più adatta per impossessarsi del potere.

E doveva fare ciò naturalmente con il concorso delle forze che la borghesia aveva preparato e messo in moto all’interno, con il concorso del vecchio esercito comandato da generali che, dopo aver servito Pétain, si erano messi al servizio di de Gaulle, quando era ormai chiaro che la nave tedesca stava per affondare.

Questa era una situazione pericolosa che il Partito Comunista Francese non giudicò né valutò correttamente, oppure non approfondì il problema. Esso temeva le eventuali complicazioni con le forze

alleate che erano sbarcate, temeva de Gaulle e le forze che si erano raccolte attorno a lui, temeva dunque la guerra civile e soprattutto la guerra con gli anglo-americani. Il Partito comunista dimenticò l’esempio degli eroici comunardi che, circondati dagli eserciti tedeschi di Bismarck, si ribellarono ai versigliesi «assaltando i cieli», come diceva Marx, e crearono la Comune di Parigi. «Bisognava misurare le proprie forze», potrebbero affermare i teorici che intendono

giustificare questo fatale errore commesso dal Partito Comunista Francese durante la Seconda

Guerra mondiale. Naturalmente, bisognava misurare le proprie forze. Ma dal momento che i comunardi, senza un partito, senza un’organizzazione, senza legami con le masse contadine e il resto della Francia, circondati dalle truppe straniere di occupazione, attaccarono e presero il potere, la classe operaia francese, con alla testa il suo partito, temprata nelle lotte, illuminata dal marxismo-leninismo ed avendo nella sua lotta un grande e potente alleato, come l’Unione Sovietica, alla testa delle masse lavoratrici e dei veri patrioti, avrebbe potuto compiere con un successo cento volte maggiore l’immortale opera dei comunardi. La direzione del Partito Comunista, in generale, si mostrò molto inetta, troppo debole per realizzare con coraggio e maturità i desideri e le aspirazioni dei militanti comunisti e del proletariato francese che si erano battuti con eroismo e risolutezza contro gli occupanti hitleriani. Esso non procedette sulla via marxista-leninista, sulla via della lotta rivoluzionaria. Esso non camminò sulle

tracce dei comunardi.

La lotta antifascista in Italia aveva le sue caratteristiche e i suoi tratti particolari, ma gli obiettivi che si era posti la direzione del Partito Comunista Italiano, le sue esitazioni e le sue concessioni sono simili a quelli del Partito Comunista Francese.

All’inizio della Seconda Guerra mondiale la maggior parte dei quadri dirigenti del Partito Comunista Italiano si trovava in Francia. Essi caddero quasi tutti nelle mani della polizia. Tra loro c’era lo stesso segretario generale del Partito, Palmiro Togliatti, il quale, appena scarcerato, nel marzo del 1941 partì alla volta dell’Unione Sovietica. Benché il Partito Comunista Italiano si fosse mantenuto su giuste posizioni nei confronti della guerra aggressiva scatenata dalle potenze fasciste, denunciandola come una guerra imperialistica di rapina, la sua attività rimase limitata. Tutti gli

sforzi di questo partito consistettero nel creare una coalizione dei partiti antifascisti in esilio, si limitarono ad alcuni appelli, risoluzioni e pubblicazioni propagandistiche.

Nel marzo del 1943, il partito che a partire dalla metà del 1942 aveva incominciato a svolgere la sua attività all’interno del paese, riuscì ad organizzare in varie zone una serie di potenti scioperi, che testimoniavano l’intensificarsi del movimento popolare antifascista. Questi scioperi affrettarono lo svolgersi degli avvenimenti, che portarono al rovesciamento di Mussolini. La paura della rivoluzione aveva spinto la borghesia italiana e il simbolo della sua dominazione, il re, a chiamare al potere nel 1922 Mussolini. Questa stessa paura spinse la borghesia e il re a togliere a Mussolini il potere nel luglio del 1943. Mussolini fu rovesciato con un colpo di Stato della casta dirigente. Questo colpo era opera del re, di Badoglio e degli altri gerarchi del fascismo. Consapevoli dell’inevitabile disfatta dell’Italia, essi volevano prevenire così il pericolo del sollevamento della classe operaia e del popolo italiano nella lotta e nella rivoluzione, che non solo avrebbero abbattuto il fascismo e la monarchia, ma avrebbero anche messo in pericolo la dominazione stessa della borghesia italiana in quanto classe.  Il movimento di resistenza del popolo italiano contro il fascismo prese un grande sviluppo specie dopo la capitolazione dell’Italia. Nell’Italia del Nord, ancora occupata dai tedeschi, su iniziativa del partito fu organizzata la lotta di liberazione che coinvolse vaste masse di operai, contadini, intellettuali antifascisti ecc. Furono create grandi e regolari formazioni partigiane, di cui la stragrande maggioranza era guidata dal partito. Oltre alle unità e ai reparti partigiani, nel Nord Italia furono creati, sempre su iniziativa del Partito comunista, dei comitati di liberazione nazionale. Il partito si adoperò affinché questi comitati divenissero i nuovi organi del potere democratico, ma in realtà essi rimasero coalizioni dei vari partiti. Ciò non consentì loro di trasformarsi in

autentici organi del potere popolare. Mentre nel Nord Italia la lotta del partito si sviluppava in generale sulla giusta via e poteva portare non solo alla liberazione del paese, ma anche all’ instaurazione del potere popolare, nel Sud e nel quadro nazionale il partito non poneva affatto il compito della presa del potere.

Esso chiedeva solo la formazione di un governo forte ed investito di autorità e non lottava per abbattere la monarchia e Badoglio. Il programma del Partito comunista, nel momento in cui nel paese esistevano condizioni favorevoli per portare avanti la rivoluzione, era un programma minimo. Il partito era favorevole ad una soluzione parlamentare nel quadro legale dell’ordine borghese. La sua massima pretesa era la partecipazione al governo con due o tre ministri. In questo modo il Partito Comunista Italiano entrò nelle combinazioni politiche borghesi, facendo uno dopo l’altra concessioni senza principio. Alla vigilia della liberazione del paese esso disponeva di una grande forza politica e militare che non seppe o non volle utilizzare e depose volontariamente le armi di fronte alla borghesia. Esso rinunciò alla via rivoluzionaria e s’impegnò nella via parlamentare, che gradualmente lo trasformò da un partito della rivoluzione, in un partito borghese della classe operaia avente come obiettivo le riforme sociali.

Annunci

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in Enver Hoxha, ENVER HOXHA : L'EUROCOMUNISMO E’ ANTICOMUNISMO. Contrassegna il permalink.