SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33) 4-12 Luglio 1928 SUL PROGRAMMA DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA Discorso del 5 luglio 1928 11° volume delle opere complete di G.STALIN . edizioni Nuova Unità

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SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33)

4-12 Luglio 1928
SUL PROGRAMMA DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Discorso del 5 luglio 1928


Soprattutto compagni, bisogna esaminare la questione dell’ampiezza del progetto del programma dell’Internazionale Comunista (34).
Si dice che il progetto di programma sia troppo grande, troppo ampio. Si vorrebbe ridurlo alla meta, ad un terzo. Si chiede che il programma contenga alcune formule generali, che ci si limiti a questo e che tali formule vengano chiamate programma. Penso che queste richieste siano prive di fondamento. Chi chiede la riduzione del programma alla meta o addirittura a un terzo, non capisce i compiti dinanzi a cui si sono trovali gli autori del progetto di programma.
Si tratta del fatto che il programma dell’ I.C. non può essere il programma del Partito di un qualsiasi paese, oppure, diciamo, un programma per sole nazioni «civilizzate». Il programma deve abbracciare tutti i partiti comunisti del mondo, tutte le nazioni, tutti i paioli. sia bianchi che di colore. Questo é il tratto principale e più caratteristico del progetto di programma. Ma come si possono cogliere le esigenze più importanti e le linee principali del lavoro di tutte le sezioni dell’ I.C., tanto di quelle orientali che di quelle occidentali, se si riduce il programma alla mota o a un terzo? Provino i compagni a risolvere questo compito insolubile. Perciò penso che, se si riducesse il programma alla metà oppure a un terzo, questo non sarebbe più un programma, ma una vuota elencazione di formule astratte. che nulla porrebbero offrire alle sezioni dell’ I.C..
Gli autori del programma si sono trovati dinanzi a un duplice compito: da una parte, cogliere quel che vi è di principale e fondamentale in tutti i Partiti comunisti del mondo; dall’altra parte, cogliere questo aspetto principale e fondamentale, in modo che le singole tesi del programma non siano formule vuote, ma guide pratiche per i più diversi paesi e popoli, per i più diversi partiti comunisti e gruppi comunisti. Ammettere che è del tutto indispensabile risolvere questo duplice compito con un progetto di programma breve e ristretto.
La cosa più curiosa è che gli stessi compagni, i quali propongono la riduzione del programma alla metà o addirittura a un terzo. Fanno, al tempo stesso, proposte che hanno la tendenza a raddoppiare se non a triplicare l’attuale progetto di programma. Infatti se nel progetto di programma si danno formulazioni dettagliate sui sindacati, sulle cooperative, sulla cultura. sullo minoranze nazionali in Europa ecc. non è chiaro allora che non può derivarne una riduzione del programma? L’attuale progetto di programma dovrebbe essere raddoppiato se non triplicato.
La stessa cosa bisogna dire dei compagni. che chiedono che il programma sia una direttiva concreta per i partititi comunisti o che in esso venga spiegata qualsiasi cosa, comprese le singole tesi di programma. Primo, non si può pretendere che il programma sia solo una direttiva o in primo luogo una direttiva. Ciò è sbagliato. Non si può avanzare una simile pretesa nei confronti di un programma, anche a voler completamente prescindere dal fatto che l’accoglimento di una tale richiesta allargherebbe incredibilmente l’ampiezza del programma. Secondo non si può spiegare in un programma ogni cosa, comprese le singole tesi esplicative o teoriche del programma. Per questo ci sono i commenti al programma. Non si deve confondere un programma con commenti.
La seconda questione riguarda la struttura del programma e l’ordinamento dei singoli capitoli all’interno del progetto di programma.
Alcuni compagni chiedono di mettere alla fine del programma il capitolo sullo scopo finale del movimento sul comunismo. Penso che anche questa richiesta sia infondata. Fra il capitolo sulla crisi del capitalismo e il capitolo sul periodo di transizione. si trova, nel progetto di programma, il capitolo sul comunismo, sul sistema economico comunista. E giusto un simile ordinamento dei capitoli? Penso che sia completamente giusto. Non si può parlare dei periodo di transizione senza prima parlare di quel sistema economico, in questo caso il sistema economico comunista, verso cui il programma rivendica la transizione. Si parla del periodo di transizione, della transizione dal capitalismo ad un altro sistema economico. Ma transizione verso che cosa, verso quale sistema? E’ di questo che bisogna parlare, prima di caratterizzare il periodo stesso di transizione. Il programma deve procedere da ciò che è sconosciuto a ciò che è conosciuto, da ciò che è meno conosciuto a ciò che è più conosciuto. Parlare della crisi del capitalismo e poi del periodo di transizione, senza prima trattare il sistema verso cui bisogna compiere la transazione. significa confondere il lettore e violare un’esigenza elementare della pedagogia, di cui deve anche tener conto il progetto di programma Un programma però, deve facilitare e non rendere difficile l passaggio del lettore da ciò che è meno noto.
Altri compagni sono dell’opzione che il paragrafo sulla socialdemocrazia non debba essere incluso nel secondo capitolo del progetto di programma, in cui si parla della prima fase della rivoluzione proletaria, e della parziale stabilizzazione del capitalismo. Credono di sollevare con ciò una questione che riguarda la struttura del programma. Ciò è sbagliato, compagni. In realtà abbiamo a che fare con una questione politica. Togliere dal secondo capitolo il paragrafo sulla socialdemocrazia, significa, commette un errore politico in una delle questioni più importanti, riguardanti le cause della parziale stabilizzazione del capitalismo. Questo non è una operazione di struttura del programmi, ma di valutazione della situazione politica nel periodo della parziale stabilizzazione, di valutazione del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia come uno dei fattori di questa stabilizzazione. Questi compagni devono sapere che non possiamo togliere dal paragrafo della socialdemocrazia dal capitolo sulla parziale stabilizzazione del capitalismo, perché questa stessa stabilizzazione non può essere spiegata, senza caratterizzare il ruolo della socialdemocrazia, come uno dei fattori più importanti della stabilizzazione. Altrimenti si dovrebbe anche togliere da questo capitolo il paragrafo sul fascismo e inserire questo paragrafo assieme a quello della socialdemocrazia, nel capitolo dei partiti. Ma, togliere questi due paragrafi, sul fascismo e sulla socialdemocrazia, dal capitolo che tratta della parziale stabilizzazione del capitalismo, significa disarmarsi umana da soli e privarsi di ogni possibilità di spiegare la stabilizzazione capitalista. E’ chiaro, che non possiamo accedere a tale richiesta.
La questione della NEP e del comunismo di guerra. La NEP è la politica della dittatura proletaria rivolta al superamento degli elementi capitalistici e alla edificazione dell’economia socialista attraverso lo scambio diretto del mercato, mediante il mercato, e non invece attraverso lo scambio diretto di prodotti, senza mercato, con esclusione del mercato. Possono i paesi capitalisti, almeno quelli più sviluppare, fare a meno della NEP nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo? Penso che non possono. In questa o quella misura, la Nuova Politica Economica con i suoi rapporti di mercato e I’utilizzazione di questi rapporti di mercato nel periodo della dittatura del proletariato è assolutamente indispensabile per ogni paese capitalista.
Da noi ci sono compagni che contestano questa tesi. Ma cosa significa, contestare questa tesi?
Significa in primo luogo partire dal presupposto che, immediatamente dopo l’ascesa al potere proletario, disporremmo subito di apparati per la distribuzione e il rifornimento, pronti al cento per cento, che medino lo scambio fra città e campagna, fra industria e piccola produzione, che rendano possibile stabilire subito uno scambio diretto di prodotti senza mercato senza scambio di merci, senza economia monetaria. Basta solo porsi il problema per capire come sia assurda una tale ipotesi.
Significa in secondo luogo partite dal presupposto che la rivoluzione proletaria, dopo la presa del potere del proletariato, debba prendere la strada dell’espropriazione della piccola e media borghesia e addossarsi il peso enorme di procurare lavoro ai milioni di nuovi disoccupati, creati artificialmente e di provvedere alla loro sussistenza. Basta porsi appena il problema per capire come sarebbe assurda e duri e stupida una simile politica della dittatura del proletariato. Un vantaggio della NEP, fra l’altro è proprio di liberare la dittatura del proletariato da queste e simili difficoltà.
Da ciò segue, però, che la NEP costituisce in tutti i paesi una fase inevitabile della rivoluzione socialista.
Vale lo stesso per il comunismo di guerra? Si può dire che il comunismo di guerra costituisca una fase fase inevitabile della rivoluzione proletaria? No non si può dire. Il comunismo di guerra é una politica della dittatura proletaria, dettata dalla situazione di guerra e di intervento, volta a stabilire lo scambio, diretto di prodotti fra città e campagna, non mediante il mercato, ma escludendo il mercato, attraverso misure di carattere essenzialmente extra-economico e in parte militare; allo scopo di organizzate la distribuzione del prodotti in modo di assicurare l’approvvigionamento degli eserciti rivoluzionari sul fronte, nonché degli operai nelle retrovie. Se non ci fossero stati la situazione di guerra e l’intervento, è chiaro che non ci sarebbe stato neppure il comunismo di guerra. Perciò non si può affermare che il comunismo di guerra sia una fase di sviluppo economicamente inevitabile della rivoluzione proletaria.
Sarebbe sbagliato. credere che la dittatura proletaria nell’URSS abbia iniziata la ma la sua attività economica col comunismo di guerra. Verso questo punto di vista scivolano alcuni compagni. Ma questo punto di vista è sbagliato. AI contano, la dittatura proletaria ha iniziato da noi il suo lavoro di edificazione non col comunismo di guerra, ma con l’annuncio dei principi della cosiddetta Nuova Politica Economie. Tutti conoscono l’opuscolo di Lenin, apparso all’inizio del 1918 su «I compiti immediati del potere sovietico» (35), in cui Lenin spiegava per la pinna volta i principi della Nuova Politica Economica. Questa politica veniva pero temporaneamente interrotta a causa delle condizioni create dall’intervento, e solo, tre anni dopo, dopo la fine della guerra e dell’intervento, potevano ritornare ad esso. Ma il fatto che la dittatura proletaria dell’URSS doveva ritornate ai principi della Nuova Politica Economica, già annunciati all’inizio del 1918. questo fatto mostra con rutta chiarezza come la dittatura proletaria deve iniziare il suo lavoro di edificazione il giorno dopo la rivoluzione e su che cosa deve fondare il suo lavoro di edificazione, se si parte naturalmente da considerazioni economiche.
Talvolta il comunismo di guerra viene confuso con al guerra civile, si identifica il primo con la seconda. Ciò è naturalmente sbagliato. La presa del potere da parte del proletariato nell’ottobre del 1917 fu senz’altro una forma della guerra civile. Sarebbe però sbagliato, dire che avremmo cominciato subito nell’ ottobre del 1917 con l’introduzione del comunismo di guerra. Ci si può pensare senz’altro immaginare una condizione di guerra civile, senza che vengano impiegati metodi del comunismo di guerra, senza che si rinunci ai principi dello Nuova Politica Economica, come é stato il caso da noi all’inizio del 1918 fino all’intervento.
Si dice, che le rivoluzioni proletarie si svolgerebbero isolatamente e pertanto, nessuna rivoluzione proletaria potrebbe evitare l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra. Ciò è sbagliato. Dopo che abbiamo raggiunto il consolidamento del potere sovietico nell’URSS, una crescita dei Partiti Comunisti nei paesi decisivi del capitalismo e un rafforzamento dell’Internazionale Comunista, non potranno e non dovranno più esserci rivoluzioni proletarie isolate. Non bisogna trascurare fattori come la crisi sempre più acuta del capitalismo mondiale, come l’esistenza dell’Unione Sovietica e la crescita del comunismo in tutti i paesi (Internazionale: «In Ungheria però, la rivoluzione era isolata»). Questo avveniva nel 1919 (36). Adesso, invece, siamo nel 1928. E’ sufficiente richiamare alla memoria la risoluzione in Germania, nel 1923 (37), quando la dittatura proletaria nell’URSS 11 si preparava ad un diretto appoggio della rivoluzione tedesca, per capire il carattere del tutto relativo e condizionato dell’argomentazione di alcuni compagni. (Interruzione: Rivoluzione isolata in Germania, isolamento fra Francia e Germania».)
Confondete la distanza spaziale con l’isolamento politico. Naturalmente la distanza spaziale è importale. Ma non si può confonderla tuttavia con l’isolamento politico.
E gli operai nei paesi degli interventisti — credete che questi operai staranno zitti in caso di intervento, per esempio contro la rivoluzione tedesca, e che non attaccheranno alle spalle gli interventisti?
E l’URSS e il suo proletariato — credete che la rivoluzione proletaria nell’URSS assisterà tranquillamente all’attività degli interventisti?
Per danneggiare gli interventisti, non occorre necessariamente essere collegati geograficamente con il paese della rivoluzione. A tale scopo è sufficiente colpire gli interventisti nei punti più vulnerabili del loto territorio taccia, in modo che avvertano il pericolo e comprendano tutta la realtà della solidarietà proletaria. Immaginiamo di sfidare l’Inghilterra borghese nella regione di Leningrado, e di procurargli danni notevoli. Segue forse che l’Inghilterra si deve vendicare su noi necessariamente Leningrado? No.
Si potrebbe vendicare su noi, da qualche parte, a Batum, a Odessa, a Baku oppure, diciamo, a Wladiwostok. Lo stesso vale per le forme di aiuto e sostegno che la dittatura proletaria dà alla rivoluzione proletaria in uno dei paesi, ad es dell’Europa contro gli interventisti imperialisti.
Se però non si può dire che l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra siano un fenomeno indispensabile per tutti i paesi, si può e si deve tuttavia ammettere che sono più o meno probabili. Perciò sono d’accordo, senza approvarne l’argomentazione, con la conclusione di quei compagni che si potrebbe sostituire, nel progetto di programma, la formula che il comunismo di guerra è possibile per i paesi della rivoluzione proletaria in una data situazione internazionale, con la formula che l’intervento e il comunismo di guerra sono più o meno probabili.
La questione della nazionalizzazione della terra. Non sono d’accordo con i compagni che propongono, di cambiare la formula sulla nazionalizzazione della terra, per i paesi capitalistici sviluppati, e che pretendono di proclamare in questi paesi la nazionalizzazione di tutta la terra subito il primo giorno della rivoluzione proletaria.
Inoltre, non sono d’accordo con i compagni che propongono di non dire niente sulla nazionalizzazione di tutta la terra nei paesi capitalistici sviluppati. Secondo la mia opinione sarebbe meglio parlare sulla futura nazionalizzazione di tutta la terra, come, del resto viene fatto nel progetto di programma, con l’aggiunta che al contadini piccoli c medi viene garantito il diritto all’uso della terra.
Hanno torto quei compagni, che credono che tanto più facilmente si potrebbe effettuare la nazionalizzazione di tutta la terra quanto più sia sviluppato il capitalismo in un paese. Al contrario, quanto più sviluppato è il capitalismo in un paese, tanto più difficile diventa effettuare la nazionalizzazione di furia la terra, perché tanto più forti sono li le tradizioni della proprietà privata della terra, e tanto più difficile è di conseguenza, combattere queste tradizioni.
Leggete le tesi di Lenin sulla questione agraria al II Congresso dell’IC (38), in cui egli mette apertamente in guardia contro passi affrettati e incauti in questa direzione — e capirete come sia sbagliata l’affermazione di questi compagni. Nei paesi capitalistici sviluppati, la proprietà privata della terra esiste da centinaia d’anni, il ché non si può dire dei paesi capitalistici meno sviluppati, dove il principio della proprietà privata non poteva ancora penetrare nella carne e nel sangue dei contadini. Da noi, in Russia, i contadini dicevano persino per un po’ di tempo che la terra era di nessuno, che era la terra di dio. Si spiega così anche, che Lenin già nel 1906, in attesa della rivoluzione democratica-borghese, dava (da noi) la parola d’ordine della nazionalizzazione di tutta la terra, con garanzia del diritto all’uso della terra per i contadini piccoli e medi, partendo dal presupposto che i contadini l’avrebbero capito e avrebbero avuto comprensione per ciò.

Non é forse caratteristico che lo Stesso Lenin nel 1920 sul II Congresso dell’IC metteva in guardia i Partiti comunisti dei paesi capitalistici svilup-pati contro il lancio immediato della parola d’ordine della nazionalizzazione di luna la terra, perché questa parola d’ordine non sarebbe stata immediatamente accettabile per i contadini di questi paesi, compenetrati dall’istinto di proprietari. Possiamo trascurare questa differenza e non tener conto delle indicazioni di Lenin? E’ chiaro che non possiamo.
La questione del contenuto del progetto di programma. Risulta che alcuni compagni sono del parere che il progetto di programma, per quanto riguarda il suo contenuto, non sia in tutto e per tutto internazionale, in quanto avrebbe, come dicono, un carattere «troppo russo». Qui non ho sentito obiezioni del genere. Ma simili obiezioni vengono fatte, come risulta, in certi ambienti intorno all’IC.
Cosa ha potuto dare pretesto ad osservazioni del genere?
Forse il fatto, che il progetto di programma contiene un capitolo specifico sull’URSS? Ma cosa c’è di male? Forse che, per il suo carattere, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale, e non invece soprattutto una rivoluzione internazionale? Perché allora la chiamiamo la base del movimento rivoluzionario di tutto il mondo, la leva dello sviluppo rivoluzionario di tutti i paesi, la patria del proletariato mondiale?
Da noi c’era della gente, ad es. la nostra opposizione, che considerava la rivoluzione in URSS una rivoluzione esclusivamente o principalmente nazionale. Ma si sono rotte le ossa. Strano che, come risulta, ci sia della gente intorno all’I.C., pronta a seguire le orme dell’opposizione.
Forse che, per il suo tipo, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale? La nostra rivoluzione, è invece una rivoluzione sovietica e la forma sovietica dello Stato proletario è una forma più o meno obbligatoria anche per la dittatura del proletariato negli altri paesi. Non a caso, Lenin diceva che la rivoluzione in URSS ha inaugurato una nuova era nel Corso della storia, l’era dei soviet. Non ne segue allora, che la nostra rivoluzione, non solo per il suo carattere ma anche per il suo tipo, è in primo luogo una rivoluzione internazionale, che fornisce un quadro di ciò che sostanzialmente dovrà essere la rivoluzione proletaria in ogni paese?
Non c’è dubbio, che il carattere internazionale della nostra rivoluzione imponga alla dittatura proletaria nell’URSS certi obblighi nei confronti dei proletari e delle masse oppresse di tutto il mondo. Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell’esistenza della dittatura pro-letaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi. Ma cosa ne segue? Ne segue, almeno che la nostra rivoluzione è una parte della rivoluzione mondiale, è la base e lo strumento del movimento rivoluzionario del mondo intero.
Non c’è neppure dubbio che non solo la rivoluzione nell’URSS ha obblighi nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e li assolve, ma che anche i proletari di tutti i paesi hanno determinati obblighi piuttosto seri nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS. E’ loro dovere, sostenere il proletariato dell’URSS nella sua lotta contro nemici interni ed esterni, lottare contro una guerra, diretta allo strangolamento della dittatura proletaria nell’URSS. propagandare nel caso di un attacco all’URSS, il passaggio immediato diretto degli eserciti dell’imperialismo dalla parte della dittatura proletaria nell’URSS. Non ne segue allora che la rivoluzione nell’URSS è collegata inseparabilmente con il movimento rivoluzionario in altri paesi, che il trionfo della risoluzione URSS è un trionfo della rivoluzione in tutto il mondo?
Si può parlare, dopo tutto questo, della rivoluzione nell’URSS come di una rivoluzione esclusivamente nazionale, come di una rivoluzione isolata, non collegata col movimento rivoluzionario in tutto il mondo?
E viceversa, si può capire forse, dopo tutto questo, qualcosa del movimento rivoluzionario del mondo, al di fuori della connessione con la rivoluzione proletaria nell’URSS?
Che valore avrebbe un programma dell’I.C., che tratta della rivoluzione proletaria mondiale se tralasciasse la questione di fondo, la questione del carattere e dei compiti della rivoluzione proletaria nell’URSS, la questione dei suoi doveri nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e nei confronti dei proletari di tatti i paesi nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS?
Perciò sono del parere che le obiezioni relative Al «carattere russo» del progetto di programma dell’I.C., hanno, per esprimermi con la massima delicatezza, un impronta poco bella, un sapore spiacevole.
Passiamo alle singole osservazioni.
Sono del parere che hanno ragione i compagni che propongono di cambiare a pagina 55 del progetto di programma la frase, che riguarda i ceti lavoratori della campagna «che seguono la dittatura del proletariato». Questa frase è un evidente malinteso oppure forse un errore di correzione. Bisogna cambiarla.
Ma questi compagni hanno completamente torto, quando propongono di inserire nel progetto di programma tutte le definizioni che Lenin ha dato della dittatura del proletariato. A pagina 52 viene data la seguente definizione della dittatura del proletariato che è tratta, sostanzialmente, da Lenin:

«La dittatura del proletariato è la prosecuzione della sua lotta di classe, in nuove condizioni. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, una lotta cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare e economica, pedagogica e amministrativa contro le poterne e tradizioni della vecchia società, contro i nemici esterni capitalistici, contro i residui delle classe sfruttatrici all’interno del paese, contro i germi di una nuova borghesia, che si sviluppano sul terreno della produzione mercantile non ancora superata» (39).

Il progetto di programma contiene inoltre una serie di altre definizioni della dittatura, relative a questi o quei compiti della dittatura nei diversi stadi della rivoluzione proletaria. Penso che sia più che sufficiente. (Interruzione: «Una delle formulazioni di Lenin è stata tralasciata»). In Lenin ci sono pagine intere sulla dittatura del proletariato. Se inseriamo tutto ciò nel progetto di programma, temo che la sua ampiezza si triplicherebbe almeno.
Sbagliata è anche l’obiezione di alcuni compagni relativa alla tesi della neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente nelle sue tesi al Il Congresso dell’Internazionale Comunista, che i partiti comunisti, alla vigilia della presa del potere e nel primo stadio della dittatura del proletariato nei paesi capitalisti, al massimo possono contare su una neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente che i partiti comunisti possono contare sull’instaurazione di una solida alleanza col contadino medio, solo dopo il consolidamento della dittatura del proletariato. E’ chiaro che nella stesura del progetto di programma non potevamo trascurare questa indicazione di Lenin, a parte il fatto che questa indicazione corrisponde nel modo più preciso alle esperienze della nostra rivoluzione.
Sbagliato è pure l’osservazione di una serie di compagni riguardante la questione nazionale. Questi compagni non hanno motivo di affermare che il progetto di programma non tenga conto dei momenti nazionali del movimento rivoluzionario. La questione delle colonie è sostanzialmente una questione nazionale. Nel progetto di programma si parla in modo sufficientemente pregnante dell’oppressione imperialista, dell’oppressione nelle colonie, dell’autodeterminazione nazionale, del diritto delle nazioni e delle colonie alla separazione ecc.
Se questi compagni intendono le minoranze nazionali nell’Europa centrale, allora si può menzionare questa questione nel progetto di programma, sono però contrario a trattare specificamente la questione nazionale nell’Europa centrale nel progetto di programma.
Infine sulle osservazioni di una serie di compagni, riguardanti la Polonia come di un paese che rappresenta il secondo tipo dello sviluppo verso la dittatura proletaria. Questi compagni credono che sia sbagliata la classificazione dei paesi in tre tipi, in paesi con capitalismo molto sviluppato (America, Germania, Inghilterra), in paesi con capitalismo malamente sviluppato (Polonia, Russia prima della rivoluzione di febbraio ecc.) e in paesi coloniali. Sostengono che la Polonia debba essere inserita nel primo tipo di paesi, che si possa parlare solo di due tipi di paesi, di paesi capitalisti e di paesi coloniali.
Ciò è sbagliato, compagni. Oltre i paesi capitalistici sviluppati, in cui la vittoria della rivoluzione porterà subito alla dittatura proletaria, ci sono altri paesi. in cui il capitalismo è poco sviluppato, pesi con residui feudali, con una specifica questione agraria, di tipo antifeudale (Polonia. Romania ecc.), dove la piccola borghesia, in particolare i contadini, avranno da dire senz’altro una parola importante in caso di esplosione rivoluzionaria e dove la vittoria della rivoluzione, per portare alla dittatura del proletariato, poni rendere e renderà certamente necessari certi stadi intermedi, di-ciamo la dittatura del proletariato e dei contadini.
Anche da noi c’era gente, come per esempio Trotzki che, prima della rivoluzione di febbraio, sosteneva che i contadini non avrebbero avuto una seria importanza. che la parola d’ordine del momento sarebbe stata «via lo zar, governo degli operai » Sapete che Lenin prese decisamente le distanze da una parola d’ordine del genere, che si rivolse contro la sottovalutazione del ruolo e del peso specifico della piccola borghesia e in particolare dei contadini. Diversi credevano allora che dopo il rovesciamento dello zarismo, il proletariato avrebbe subito occupato la posizione dominante. Ma cosa accadde in realtà? In realtà, subito dopo la rivoluzione di febbraio si fecero avanti i milioni delle masse piccolo borghesi, e dettero il sopravvento ai partiti piccolo borghesi, ai social-rivoluzionari e al menscevichi. I social-rivoluzionari e i menscevichi che fino ad allora erano stati partiti del tutto insignificanti, diventarono «all’improvviso» la forza dominante nel paese. Perché mai? Perché le masse a milioni della piccola borghesia appoggiavano in un primo tempo i social-rivoluzionari e i menscevichi.
Così si spiega, fra l’altro, il fatto che da noi la dittatura proletaria sia stata instaurata come risultato di una trasformazione più o meno rapida della rivoluzione democratica-borghese nella rivoluzione socialista.
E’ difficile dubitare che la Polonia e la Romania fanno parte di quei paesi che, sulla via per la dittatura del proletariato, devono attraversare in modo più o meno rapido certi stadi intermedi.
Perciò penso che hanno torto questi compagni, quando contestano l’esistenza di tre tipi di sviluppo rivoluzionario sulla via per la dittatura del proletariato. Polonia e Romania rappresentano il secondo tipo.
Queste, compagni, sono le mie osservazioni sul progetto di programma dell’I.C.
Per quanto riguarda lo stile del progetto di programma oppure alcune singole formulazioni, non posso affermare che il progetto di programma sia perfetto a questo riguardo. Probabilmente si renderà necessario effettuare alcuni miglioramenti, precisazioni, di semplificare forse lo stile ecc. Ma ciò è compito della commissione por il programma del VI Congresso dell’I.C. (40).

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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