Perché l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo

Perché l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo

pubblicata da Antonio Dangelo il giorno giovedì 30 dicembre 2010 alle ore 0.59 ·

Perché l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo

La strategia politico-militare

Il controverso patto di non aggressione (non un’alleanza, come spesso surrettiziamente si dice) tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, stipulato il 23 agosto 1939, che sorprese ed indubbiamente disorientò i partiti comunisti e i movimenti antifascisti in tutto il mondo (e che viene stigmatizzato dai nemici dell’URSS e dai trotzkisti come un tipico esempio del cinismo di Stalin e come un puntello fornito dalla patria del socialismo al nemico principale del proletariato e dei popoli liberi), era in realtà la sola alternativa rimasta aperta per il governo sovietico contro il rischio che, nell’isolamento dalle altre potenze imperialiste e sostanzialmente con il loro avallo, l’Unione Sovietica si trovasse ad affrontare da sola l’offensiva nazista.

Il patto fu la prima mossa di una strategia volta a rimandare per un certo lasso di tempo l’attuazione di una invasione considerata inevitabile ed a creare una cintura di Stati cuscinetto che ne evitasse l’impatto diretto. Le mosse successive della politica estera dell’URSS furono le seguenti:

1. Apertura di trattative con la Romania, dalla quale ottenne vantaggi territoriali di grande importanza strategica; conclusione di patti di mutua assistenza con la Lituania, l’Estonia e la Lettonia (le quali, per decisone dei loro popoli, nell’agosto del 1940, entrarono a far parte dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche).

2. Vista l’inutilità di ogni tentativo di trattativa con il governo finlandese (fortemente compromesso con il nazismo) al fine di ottenere la concessione in affitto dell’isola di Hangö, punto strategico che avrebbe permesso l’attacco immediato a Leningrado, in cambio dell’offerta di territori molto più estesi, l’URSS dichiarò guerra alla Finlandia e la costrinse a cedere l’isola. Questo atto di guerra contro un piccolo Stato attirò contro l’URSS accuse di imperialismo, senza tener conto dell’appoggio politico e in armamenti dato da Francia ed Inghilterra al governo della Finlandia perché non addivenisse ad un accordo, pacifico e vantaggioso, con l’URSS.

Questi comportamenti da parte delle potenze imperialiste risalivano a molti anni addietro, fino dal fallimento della Conferenza di Ginevra sul disarmo (febbraio 1932 – ottobre 1933) – che si chiuse con il ritiro della Germania dalla Società delle Nazioni – ed avevano un’unica radice: quella di considerare il primo Stato socialista come il nemico principale che, con il pericolo del “contagio” bolscevico, minacciava gli interessi capitalisti largamente rappresentati anche in Germania. Infatti, dal novembre 1924 all’agosto 1931 la Germania aveva ricevuto dalle banche americane e da vari paesi europei, a cominciare dall’Inghilterra, prestiti a lungo e breve termine per 25 miliardi e mezzo di marchi. Di essi il 7% a lungo termine erano statunitensi. La rinascita del potenziale economico-militare della Germania alimentò le aspirazioni tedesche alla revanche, favorì l’ascesa del nazismo e la sua politica di militarizzazione dell’industria. Allo sviluppo dell’industria bellica tedesca contribuirono la Standard Oil, la Dupont de Nemour e la Chase National Bank, che avevano rapporti strettissimi con le banche e con i consorzi dell’industria pesante (Krupp) e del settore bellico della Germania.

Invano il governo dell’Unione Sovietica aveva, fino dalla nascita e dall’espandersi dei regimi fascisti e nazisti in Europa, insistito sulla politica della “sicurezza collettiva”. A partire dalla conferenza di Monaco (28-30 settembre 1938), a cui parteciparono Francia, Inghilterra ed i due regimi fascisti, Germania e Italia, con l’esclusione della Cecoslovacchia, che era parte in causa, nonché dell’URSS, risultò chiaro che le potenze imperialiste, dando il loro consenso alla Germania per l’occupazione del territorio dei Sudeti erano disposte a venire a patti con i fascismi europei, purché questi volgessero le loro mire espansionistiche verso oriente e si preservassero i loro interessi. Gli appetiti di Hitler non si limitarono alla proclamazione di uno Stato slovacco satellite della Germania, ma la Wehrmacht marciò su Praga il 15 marzo 1939.

Nel marzo del 1939 i governi dell’Inghilterra e della Francia aprirono trattative con il governo sovietico per la conclusione di un patto tripartito di mutua assistenza, ma ponendo condizioni inaccettabili. Il governo sovietico fu costretto a respingere queste condizioni e propose che si cominciassero ad esaminare i provvedimenti concreti di lotta contro le possibili aggressioni. Nell’estate del 1939 giunsero a Mosca una missione militare inglese ed una francese. Si poté ben presto constatare che esse erano formate da rappresentanti di secondo piano e che non avevano alcuna facoltà di concludere trattati ed accordi. Al fallimento dei negoziati contribuì notevolmente il governo della Polonia, dominato da gruppi di militari accanitamente antisovietici, che rifiutò l’aiuto militare dell’URSS. Durante questi inconcludenti colloqui, il governo di Londra trattava segretamente con la Germania hitleriana, arrivando a proporre un vero e proprio accordo sulla spartizione del mondo.

Fu in questo quadro che maturò il patto sovietico-tedesco dell’agosto 1939, di cui abbiamo parlato all’inizio.

L’invasione della Polonia, il 1° settembre dello stesso anno, provocò l’entrata in guerra dell’Inghilterra e della Francia e dette inizio al secondo conflitto mondiale. Tuttavia né Francia, né Inghilterra portarono alcun aiuto al loro alleato. Il governo ed il Comando supremo della Polonia fuggirono all’estero con la riserva aurea nazionale. Malgrado isolati episodi di eroismo, l’esercito nazionale si dissolse e, quando divenne evidente il pericolo che, con l’occupazione dell’Ucraina e della Bielorussia occidentali, le armate naziste si sarebbero attestate ai confini dell’URSS, le truppe sovietiche, nel settembre del 1939, entrarono in Polonia occupando, senza incontrare resistenza alcuna, ma anzi con il consenso della popolazione che non voleva finire sotto il tallone di Hitler, queste due regioni che avevano appartenuto alla Russia e che le erano state strappate con la forza nel 1920.

Come è noto, il 10 maggio 1940 cominciò l’offensiva sul fronte occidentale delle truppe naziste, che penetrarono nel Belgio, nell’Olanda e nel Lussemburgo ed entrarono in Francia. Il 10 giugno cadde Parigi. Dopo la capitolazione della Francia, tutta l’Europa, ad eccezione delle isole britanniche si trovò sotto il potere di Hitler.

Fu allora che lo Stato Maggiore nazista dette il via all’ “operazione Barbarossa”. Ai confini dell’URSS furono spiegate 190 divisioni tedesche, dotate dei più moderni mezzi tecnici e che contavano sull’appoggio di 3900 aerei. Il 22 giugno 1941, senza alcun ultimatum, né dichiarazione di guerra, le truppe naziste lanciarono contro l’URSS tutta la potenzialità bellica di cui disponevano. Se, come abbiamo visto, la strategia del governo sovietico in politica estera aveva impedito l’isolamento dell’URSS e che si ripetesse la coalizione di tutti gli Stati imperialisti verificatasi nel primo dopoguerra, se con il patto di non aggressione con i nazisti si era guadagnata una pausa di respiro considerevole, non altrettanto adeguata fu la preparazione militare di difesa, rispetto alle strategie militari ed ai mezzi impiegati. L’errore di ritenere che Hitler non avrebbe violato, senza alcun pretesto, il patto e di sottovalutare gli evidenti preparativi delle armate naziste che premevano alle frontiere colse impreparata l’Armata Rossa ed aumentò in maniera esponenziale le perdite nel primo periodo dell’attacco e dell’invasione nemica. Innumerevoli furono gli episodi di eroismo che, fino dai primi giorni, contrastarono il passo al nemico e permisero all’esercito sovietico di riorganizzarsi, ma i sovietici dovettero subire pesanti sconfitte per tutto il primo e secondo anno di guerra. L’accerchiamento di Leningrado (che costò 600 mila morti per fame e freddo), la caduta di Kiev, l’assedio di Mosca furono episodi tragici che fecero temere a tutti i popoli che gemevano sotto il nuovo “ordine nazista” e che vedevano nell’URSS l’ultimo bastione sicuro contro il nazi-fascismo, che anch’esso sarebbe caduto. La riscossa cominciò con la storica e vittoriosa resistenza di Stalingrado, con la disfatta dell’armata nazista assediante e con la ripresa dell’iniziativa sovietica su tutti i fronti. Le sorti della guerra si invertirono a sfavore dei nazisti nella battaglia di Kursk, nella quale i sovietici riuscirono a fermare l’ultima grande offensiva lanciata da Hitler nella primavera del 1943, molto prima che le potenze alleate si decidessero ad aprire il fronte occidentale con lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944). Furono le truppe dell’Armata Rossa a liberare i prigionieri sopravvissuti nei campi di annientamento dell’Europa Orientale ed il 2 maggio la bandiera rossa con falce, martello e stella a cinque punte sventolò sul Reichstag a Berlino.

Fin qui le ragioni politico-militari della vittoria sovietica sul nazismo. Ma nessuna strategia militare avrebbe potuto conseguirla pagando un prezzo tanto alto senza le ragioni politiche e sociali che animarono l’intero popolo sovietico a lottare nelle file dell’Armata Rossa e nelle formazioni partigiane per la vita e l’esistenza di una patria (la guerra fu chiamata Grande Guerra Patriottica) che riconosceva come una società propria, conquistata e diretta – pur tra le innumerevoli contraddizioni – da una classe operaia che aveva preso nelle sue mani il proprio destino, da una popolazione contadina che aveva visto per la prima volta appagata la sua fame di terra e che, attraverso le convulsioni della lotta di classe nelle diverse fasi (della NEP, della lotta contro i kulak), affrontava e sperimentava la grande rivoluzione del passaggio dalla proprietà individuale a quella collettiva e alla meccanizzazione delle colture agricole.

Le conquiste economiche e sociali della Rivoluzione d’Ottobre

Nell’industria

La produzione industriale dell’URSS ebbe, nel giro di 26 anni, una crescita più rapida di quella degli altri paesi industrializzati, crescita che aumentò dal 3,7 % nel 1929, all’11,5 % nel 1938, a circa il 12% nel 1939. Con questi risultati l’URSS si piazzò al 3° posto dei grandi paesi industrializzati, dopo gli Stati Uniti e la Germania, superando la Gran Bretagna e la Francia.

Nel corso dei due primi piani quinquennali si costruirono più di 2500 fabbriche ed imprese, molte di esse, tra cui la fabbrica di trattori di Stalingrado ed il complesso siderurgico di Magnitogorsk si potevano definire “giganti industriali”. Con lo sviluppo dell’industria, l’URSS divenne quasi completamente indipendente dall’estero. Le importazioni di materie prime (carbone, zinco, alluminio, ecc.) e di macchinari cessarono completamente o diminuirono drasticamente. Di alcuni prodotti si cominciò non solo la produzione, ma anche l’esportazione.

Uno dei risultati più importanti dell’economia pianificata socialista dell’URSS fu il trasferimento del centro di gravità industriale verso est. Prima della guerra del 1914 i 2/3 delle industrie russe erano concentrate tra San Pietroburgo, Mosca e l’Ucraina; la Siberia, l’Asia Centrale e il Kasakstan, e cioè il 76% del territorio russo, non possedeva che il 6% dell’industria. Le regioni di produzione delle materie prime erano a grandi distanze dalle industrie di lavorazione, comportando altissimi costi di produzione dei prodotti finiti. Ricerche geologiche sulle ricchezze naturali del paese scoprirono o permisero di esplorare a fondo vasti giacimenti di materie prime, rendendo possibile lo sfruttamento, in zone per il passato inesplorate, di grandi giacimenti di carbone, di minerali di ferro, di riserve di petrolio, di rame, di zinco e di piombo. Si sviluppò così, per portare un esempio, la seconda base carbonifera dell’URSS, il bacino di Kuznietsk. Questa decentralizzazione comportava necessariamente lo sviluppo dei trasporti, altro obiettivo fondamentale che si era posto il primo piano quinquennale.

Un altro risultato fondamentale della politica di industrializzazione consistette nel rinnovamento completo dell’apparato produttivo mediante lo sviluppo dell’elettrificazione, il cui utilizzo si quadruplicò nel corso dei due primi piani quinquennali, e della meccanizzazione della produzione. Per fare un esempio, la meccanizzazione della produzione del carbone raggiunse il 90%. Lo sviluppo della produzione di macchine utensili, e nella fattispecie delle macchine tessili, portò con sé quello dell’industria del cotone. L’industria leggera veniva così incontro alla domanda di generi di consumo per la popolazione, il cui livello di vita era migliorato. Infatti, dopo gli anni del “comunismo di guerra”, i salari degli operai erano aumentati e la durata della giornata lavorativa era stata ridotta a 7 ore giornaliere e a 6 per i lavori più pesanti.

Gli enormi investimenti per lo sviluppo dell’intero apparato produttivo, non potendo basarsi sui prestiti esteri delle banche internazionali, contavano invece, oltre che sulle imposte sui redditi delle imprese statali ed in misura minore sulle imposte sui redditi privati (molto basse per gli operai ed impiegati di Stato, più alte per gli artigiani ed i liberi professionisti), su un’alta produttività e sull’abbassamento dei costi di produzione. I lavoratori furono i veri protagonisti dello sviluppo industriale appena descritto. Prima il movimento di emulazione socialista, poi quello stakanovista e delle brigate d’assalto. Nella società borghese (dove vige la schiavitù del lavoro salariato per molti e il privilegio del non lavoro per pochi) il record di Stakanov viene dileggiato (dagli utopisti del “diritto all’ozio”) e presentato come l’alienazione o la costrizione a cui erano sottoposte le masse operaie sovietiche. In realtà i record di produttività conseguiti dai lavoratori di avanguardia sovietici (soprattutto giovani) erano l’effetto dell’entusiasmo di sperimentare per la prima volta nella storia i cambiamenti dei rapporti di produzione basati sull’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e su una diversa concezione del lavoro. Gli stakanovisti erano tutt’altro che animali da soma costretti a sopportare le più inumane fatiche, al contrario erano i pionieri del passaggio dalla priorità della tecnica alla priorità dei quadri tecnici, gli “uomini nuovi” provenienti dalla classe operaia, che venivano formati nei complessi scolastici per studi medi e superiori di ingegneria, chimica, scienze minerarie, ecc. Come diceva Stalin: “… Erano prevalentemente operai ed operaie, giovani o di media età, colti e tecnicamente preparati… Essi sono immuni dal conservatorismo e dal tradizionalismo di alcuni ingegneri, tecnici e dirigenti di aziende… Il movimento stakanovista rappresenta l’avvenire della nostra industria, reca in sé il germe del futuro slancio culturale e tecnico della classe operaia e ci apre la sola strada per la quale possiamo raggiungere quegli alti indici produttivi indispensabili per passare dal socialismo al comunismo ed eliminare il contrasto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale” . A conclusione del secondo piano quinquennale, alla fine del 1937, l’industria dell’URSS raggiungeva il 428% rispetto al livello produttivo del 1929 ed in confronto all’anteguerra era più che quintuplicata.

Nell’agricoltura

Il passaggio dalla Nuova Politica Economica (NEP) alla collettivizzazione e alla lotta contro i kulak e per l’abolizione del mercato capitalista che nell’ambito della NEP aveva preso piede, fu una lotta estremamente dura nella società e all’interno del Partito comunista.

Nel 1927 persisteva la parcellizzazione delle grandi aziende capitaliste espropriate ed assegnate nel 1918 alle unità familiari di ex braccianti e contadini poveri. Le aziende contadine piccole e piccolissime, specialmente dell’area cerealicola, praticavano un’economia arretrata ed erano in grado di fornire alle città solo poco più di 1/3 dei cereali che l’agricoltura poteva vendere nel mercato dell’anteguerra. Questa crisi era accompagnata da quella dell’allevamento del bestiame.

La soluzione in un’economia socialista non poteva essere che la meccanizzazione e quindi la collettivizzazione dell’agricoltura, cioè il raggruppamento graduale delle piccole e piccolissime aziende nella coltivazione in comune della terra per mezzo di cooperative, avvalendosi di macchine agricole e dei procedimenti scientifici delle colture intensive.

Nel 1929, l’anno che Stalin chiamò della grande svolta , si verificò l’ingresso nei kolchoz non più di gruppi isolati di contadini, ma di villaggi e, a volte, di interi circondari. Questo significava l’adesione dei contadini medi alle cooperative agricole di produzione. Fu l’effetto del grande impulso alla produzione agricola realizzato nei sovchoz (aziende agricole di Stato) e dello sviluppo delle Stazioni di macchine agricole e di trattori che offrivano soluzioni fino ad allora impensate per lo sfruttamento delle terre incolte, per le seminagioni e per i raccolti meccanizzati di vaste aree, in particolare delle colture cerealicole. Gli anni successivi, dal 1930 al 1934, videro il passaggio dalle limitazioni imposte ai kulak alla loro eliminazione “in quanto classe”. Bisogna ricordare che i kulak avevano contrastato in ogni modo il crescente movimento contadino che si volgeva in favore della collettivizzazione, mediante sabotaggi, incendi ed assassinii, macellando il proprio bestiame ed incitando i contadini a fare altrettanto e ad entrare nudi nei kolchoz. L’ostilità dei kulak era favorita, da un lato, dalle correnti di destra all’interno del Partito che li sostenevano e, dall’altro lato, da tutta una serie di errori e forzature di sinistra, commessi da parte di zelanti funzionari, i quali sostituirono il libero consenso con la costrizione, affrettarono arbitrariamente i tempi scaglionati di collettivizzazione che erano stati assegnati alle regioni e imposero la socializzazione integrale dei beni degli aderenti alle cooperative. Questi gravi errori determinarono arretramenti nella produzione e nella consegna dei prodotti allo Stato. Furono corretti con l’adozione, nel febbraio del 1935, dello statuto dell’artel agricolo (cooperativa nella quale erano collettivizzati soltanto i principali mezzi di produzione) e con la conferma della concessione ai kolchoz di tutte le terre da essi coltivate in godimento perpetuo.

Con il passaggio di tutta le terre del villaggio ai kolchoz, comprese quelle di proprietà dei kulak, i contadini iniziarono ad espropriarli e a cacciarli dalle terre. Fu una lotta di classe dal basso, appoggiata dall’alto da leggi drastiche che abolivano i diritti di proprietà e di sfruttamento di mano d’opera da parte dei kulak. Verso la fine del 1934 i kolchoz raggruppavano circa i ¾ delle aziende contadine dell’URSS e circa il 90% di tutta la superficie seminata. L’agricoltura impiegava 281.000 trattori e 32.000 mietitrebbia. Il piano della consegna del grano fu adempiuto tre mesi prima che nel 1932. Alla fine del secondo piano quinquennale, realizzato prima del termine prestabilito, si verificò un’ascesa senza precedenti in tutti i settori della produzione agricola. I kolchoz da soli (senza tener conto dei sovchoz) diedero al paese più di 1.700 milioni di pud di grano mercantile, ossia almeno 400 milioni di pud in più di quanto avessero messo sul mercato nel 1913 i grandi proprietari terrieri, i kulak ed i contadini nel loro complesso.

Nell’istruzione

Con l’introduzione dell’istruzione generale obbligatoria e con la costruzione di nuove scuole, non solo fu sconfitto l’analfabetismo, ma il livello di cultura in tutta l’URSS si elevò straordinariamente. Il numero degli allievi delle scuole elementari passò da 8 milioni nel 1914 a 28 milioni nell’anno scolastico 1936-1937. Quello degli studenti degli istituti d’istruzione superiore, da 112.000 nel 1914, a 542.000 nell’anno scolastico 1936- 1937. Impressionanti anche i risultati nella formazione delle varie categorie professionali degli intellettuali. I quadri intellettuali nel 1937 avevano raggiunto la cifra complessiva di 9,6 milioni di persone. Diamo alcune cifre riguardanti diverse categorie professionali nel 1937: 969.000 maestri (213.000 nel 1914); 132.000 medici (19.785 nel 1913); 250.000 ingegneri; 80.000 tra scienziati e professori; 150.000 artisti, ecc. Il dato caratteristico era la loro composizione sociale. A differenza delle società capitaliste, la maggioranza della nuova classe intellettuale sovietica proveniva dalle file della classe operaia e, per completare il quadro dello sforzo compiuto nel campo culturale e dare solo un cenno delle conquiste delle donne in ogni campo politico e sociale, argomento su cui speriamo di ritornare, ricordiamo soltanto che in Unione Sovietica (sempre facendo riferimento al 1937) circa un uomo su dieci ed una donna su dodici avevano frequentato una scuola secondaria o una scuola secondaria superiore.

La politica delle nazionalità

I fondamenti del patto costitutivo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche garantivano: la libera adesione ed uguaglianza delle nazioni; il diritto ad un’esistenza statale indipendente; l’uguaglianza giuridica dei membri dell’Unione; il diritto ad uscire dall’Unione per decisione unilaterale. Nel capitolo della Costituzione del 1936, riguardante gli organi del potere di Stato dell’URSS, veniva stabilito che il Soviet Supremo dell’URSS (potere legislativo) si componesse di due Camere: il Soviet dell’Unione e il Soviet delle Nazionalità e che le due Camere avessero uguali diritti . Siamo anche qui costretti, per ragioni di spazio, ad omettere la questione importantissima della lotta ideologica che Stalin condusse contro due tendenze opposte, ugualmente errate, presenti nel Partito: quella dello sciovinismo grande-russo e quella dello sciovinismo nazionalista. Vi facciamo solo cenno per far presente che sarebbe importantissimo studiare a fondo queste tendenze per interpretare tutti i tentativi attuali – provenienti dall’esterno e dall’interno – di frantumazione della Federazione Russa. Le Repubbliche federate, le Repubbliche autonome e le regioni autonome (le tre categorie di appartenenza all’Unione) godettero in pratica della loro piena autonomia che consistette, come spesso giustamente si sottolinea, nel favorire, da parte del governo centrale, lo sviluppo delle culture nazionali, ivi comprese le lingue locali, ma soprattutto nei grandi avanzamenti economici (investimenti industriali, comunicazioni), culturali (scuole, università, biblioteche, ecc.) e sociali. Il successo di questa politica fu dimostrato – con la verità inoppugnabile dei fatti – dal fallimento del tentativo, da parte dell’invasore nazista, di puntare sulle divisioni etniche. Diversamente a quanto si verificò in vari Stati “democratici” europei, nell’URSS non ci furono governi collaborazionisti alla Quisling o Pétain, né diserzioni di massa. Al contrario, i popoli di tutte le nazionalità e le etnie, nella stragrande maggioranza, lottarono uniti contro le forze armate nemiche, portatrici della teoria delle “razze inferiori”, consapevoli che la vittoria del nazismo avrebbe significato non solo la perdita dell’autonomia, ma la loro riduzione in schiavitù.

Per concludere, non possiamo non paragonare questa unità sostanziale, sia pure raggiunta attraverso contraddizioni ed errori, con l’attuale disegno eterodiretto dei nazional-separatisti, che ha il suo culmine nella guerra in Cecenia, prova generale della totale balcanizzazione della Federazione Russa. Questo disegno è parte della strategia, già attuata con successo nei Balcani, in Afghanistan e che si prospetta per l’Irak, che si inserisce nel quadro di una nuova spartizione del mondo ad opera delle potenze imperialiste e degli USA in prima fila. Infine, a proposito della Nato, è istruttivo paragonare la strategia dell’Unione Sovietica alle soglie della seconda guerra mondiale, che conseguì il fine di precostituire una cintura di Stati amici e neutrali, per ammortizzare il primo impatto dell’assalto nazista, con l’acquiescenza dimostrata da Putin al vertice Russia – Nato di Roma (vedi la dichiarazione del CC del VKPB, pubblicata in questa stessa pagina). Egli evidentemente preferisce correre il pericolo costituito dall’accerchiamento di Stati membri della Nato, zelanti neofiti ed aspiranti tali, che preme ai confini della Russia, foriero di ogni ricatto e al limite di atti di guerra, in cambio di un ruolo, che la stessa dichiarazione definisce giustamente “di vassallo”. 

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust3c11.htm

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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