Materialismo Dialettico e Materialismo Storico /El materialismo dialéctico y el materialismo histórico/J. V. Stalin DIALECTICAL AND HISTORICAL MATERIALISM

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Estratto dal vol. n°15  Op. Com. di  Giuseppe Stalin,  edizioni Nuova Unità 1974 – Storia del Partito Comunista ( b )  dell’ URSS Breve Corso

Materialismo Dialettico e Materialismo Storico


MATERIALISMO DIALETTICO E MATERIALISMO STORICO


Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito marxista-leninista. Si chiama materialismo dialettico perché il suo modo di conside­rare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per conoscere i fenomeni della natura è dialettico, mentre la sua interpretazione, la sua con­cezione di questi fenomeni, la sua teoria, è materialistica.
Il materialismo storico estende i princìpi del materialismo dialettico allo studio della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio della società, allo studio della storia della società.Definendo il loro metodo dialettico Marx ed Engels si riferiscono di soli­to a Hegel, come al filosofo che ha fissato i tratti fondamentali della dia­lettica. Questo però non vuol dire che la dialettica di Marx e di Engels sia identica a quella di Hegel. In realtà Marx ed Engels hanno preso dalla dialettica di Hegel solo il suo “nucleo razionale”, gettando via la cortec­cia idealistica hegeliana e sviluppando la dialettica, per imprimerle un carattere scientifico moderno.

“Il mio metodo dialettico — dice Marx — non solo differisce dal metodo hegeliano nella base, ma ne è diametralmente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma perfino, sotto il nome di Idea, in un soggetto indipendente, è il demiurgo (il creatore) della realtà, la quale è solo la manifestazione estrinseca dell’Idea. Per me, al contrario, l’elemento ideale non è che l’elemento materiale, trasportato e trasposto nel cervello dell’uomo”.

Definendo il loro materialismo Marx ed Engels si riferiscono di solito a Feuerbach, come al filosofo che ha ristabilito nei suoi diritti il materiali­smo. Questo però non vuol dire che il materialismo di Marx e di Engels sia identico a quello di Feuerbach. Marx ed Engels, in realtà, hanno preso dal materialismo di Feuerbach solo il “nucleo essenziale”, sviluppandolo in una teoria filosofica scientifica del materialismo e respingendone le sovrapposizioni idealistiche ed etico-religiose. È noto che Feuerbach, pur essendo fon­damentalmente materialista, insorgeva contro il termine materialismo. Engels ha dichiarato più di una volta che Feuerbach “malgrado la ‘base’ [materialistica], non si è ancora liberato dai vecchi impacci idealistici”, che “il vero idealismo di Feuerbach salta agli occhi non appena si arriva alla sua filosofia della religione e alla sua etica”.

Dialettica deriva dalla parola greca dialego, che significa conversare, pole­mizzare. Per dialettica si intendeva, nell’antichità, l’arte di raggiungere la verità, scoprendo le contraddizioni racchiuse nel ragionamento dell’avversario e superandole. Alcuni filosofi dell’antichità ritenevano che la scoperta delle contraddizioni nel pensiero e il cozzo  delle opposte opinioni fossero il mezzo migliore per scoprire la verità. 

Questo modo dialettico di pensare, esteso in seguito ai fenomeni della natura, è diventato il metodo dialettico di conoscenza della natura, metodo secondo il quale i fenomeni della natura sono perpetuamente in moto e in trasformazione e lo sviluppo della natura è il risultato dello sviluppo delle contraddizioni nella natura, il risultato dell’azione reciproca delle forze opposte nella natura. Nella sua essenza, la dialettica è diametralmente l’opposto della metafisica.

Il metodo dialettico marxista è caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:

a) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura non come un ammasso casuale di oggetti, di fenomeni, staccati gli uni dagli altri, isolali e indipendenti gli uni dagli altri, ma come un tutto coerente unico, nel quale gli oggetti, i fenomeni sono organicamente collegati tra loro, dipendono l’uno dall’altro e si condizionano reciprocamente. Perciò il metodo dialettico ritiene che nessun fenomeno della natura può essere capito se preso a sè, isolatamente, senza legami coi fenomeni che lo circondano, poiché qualsiasi fenomeno, in qualsiasi campo della natura, può diventare un assurdo se lo si considera al di fuori delle con­dizioni che lo circondano, distaccato da esse; e, al contrario, qualsiasi fenomeno può essere compreso e spiegato se lo si considera nei suoi legami inscindibili coi fenomeni che lo circondano, condizionalo dai fenomeni che lo circondano.

b) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura non come uno stato di riposo e di immobilità, di stagnazione e di immutabilità, ma come uno stato di movimento e di cambiamento perpetui, di rinnova­mento e sviluppo incessanti, dove sempre qualche cosa nasce e si sviluppa, qualche cosa si disgrega e scompare.
Perciò il metodo dialettico esige che i fenomeni vengano considerati non solo dal punto di vista dei loro mutui legami e del loro condizionamento reciproco, ma anche dal punto di vista del loro movimento, del loro cam­biamento e del loro sviluppo, dal punto di vista del loro sorgere e del loro sparire.

Per il metodo dialettico è soprattutto importante non già ciò che, a un dato momento, sembra stabile ma già comincia a deperire, bensì ciò che nasce e si sviluppa, anche se nel momento dato sembra instabile poiché per il meto­do dialettico solo ciò che nasce e si sviluppa è invincibile. “La natura intera — dice Engels — dalle sue particelle infime ai corpi più grandi, dal granellino di sabbia fino al sole, dal protista [cellula vivente pri­mitiva] fino all’uomo, si uova in un processo eterno di nascita e di distru­zione, in un flusso incessante, in perpetuo movimento e cambiamento”. Perciò, dice Engels, la dialettica “considera le cose e il loro riflesso mentale principalmente nelle loro relazioni reciproche, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e sparire”.

c) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera il processo di svi­luppo non come un semplice processo di crescenza, nel quale i cambiamen­ti quantitativi non portano a cambiamenti qualitativi, ma come uno sviluppo che passa da cambiamenti quantitativi insignificanti e latenti a cambia­menti aperti e radicali, a cambiamenti qualitativi, uno sviluppo nel quale i cambiamenti qualitativi non si producono gradualmente ma rapidamente, all’improvviso, a salti da uno stato all’altro, e non si producono a caso ma secondo leggi oggettive, come risultato dell’accumulazione d’impercettibi­le e graduali cambiamenti quantitativi.

Perciò il metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo deve essere compreso non come un movimento circolare, non come una semplici’ ripetizione di ciò che è già avvenuto, ma come un movimento progressivo, ascendente, come il passaggio dal vecchio stato qualitativo a un nuovo stato qualitativo, come uno sviluppo dal semplice al complesso, dall’inferiore al superiore. “La natura — dice Engels — è la pietra di paragone della dialettica, e le scienze naturali moderne forniscono per questa prova materiali straordina­riamente ricchi, che aumentano di giorno in giorno; esse hanno così dimo­strato che nella natura, in ultima istanza, tutto si compie in modo dialettico e non metafisico, che essa non si muove in un circolo eternamente identico che si ripeta perpetuamente, ma vive una storia reale. A questo proposito occorre innanzitutto ricordare Darwin, che ha inferto un durissimo colpo alla concezione metafisica della natura, dimostrando che l’intero mondo organico come esiste oggi, le piante e gli animali, e quindi anche l’uomo, è il prodotto di un processo di sviluppo che dura da milioni di anni”.

Caratterizzando lo sviluppo dialettico come il passaggio dai cambiamenti quantitativi a quelli qualitativi, Engels dice:

“in fisica… ogni mutamento è un passaggio dalla quantità alla qualità, la conseguenza di un mutamento quantitativo della quantità del movimento di qualsiasi forma, insita nel corpo o a lui trasmessa. Così, per esempio, la temperatura dell’acqua non ha da principio nessuna importanza per il suo stato liquido; ma, aumentando o diminuendo la temperatura dell’acqua, giunge il momento in cui il suo stato di coesione si modifica e l’acqua si trasforma, nel primo caso in vapore, nel secondo caso in ghiaccio… Così è necessario un minimo determinato di forza della corrente elettrica perché un filo di platino diventi luminoso; così ogni metallo ha la sua temperatura di fusione; così ogni liquido, a una data pressione, ha il suo punto determi­nato di congelamento e di ebollizione, nella misura in cui i nostri mezzi ci permettono di ottenere le temperature necessarie; così, infine, vi è per ogni gas un punto critico in cui, mediante una pressione e un raffreddamento adeguati, lo si può far passare allo stato liquido… Le cosiddette costanti della fisica [i punti di passaggio da uno stato all’altro] non sono, nella maggior parte dei casi, che punti nodali dove, in un corpo dato, l’aumento o la diminuzione di movimento (cambiamento quantitativo) provoca un cambiamento qualitativo del suo stato, e dove quindi la quantità si trasfor­ma in qualità”.

E a proposito della chimica Engels prosegue:”La chimica si può definire la scienza dei cambiamenti qualitativi dei corpi che si producono sotto l’influenza di cambiamenti quantitativi nei componenti dei corpi. Hegel stesso già lo sapeva… Si prenda l’ossigeno: se in una molecola si uniscono tre atomi invece di due, come ordinaria­mente, si ottiene l’ozono, un corpo che si distingue nettamente dall’ossi­geno ordinario per il suo odore e per le sue reazioni. Che dire poi delle diverse combinazioni dell’ossigeno con l’azoto o con lo zolfo, ognuna delle quali forma un corpo qualitativamente differente da tutti gli altri corpi?”.  Infine, criticando Duhring, che copre Hegel di invettive pur appropriandosi sotto mano della sua nota tesi, secondo la quale il passaggio dal regno del mondo insensibile a quello della sensazione, dal regno del mondo inorgani­co a quello della vita organica, è un salto a un nuovo stato, Engels dice:

“È questa la linea nodale hegeliana dei rapporti di misura, in cui un aumen­to o una diminuzione puramente quantitativa provoca, in punti nodali deter­minati, un salto qualitativo, come per esempio nel caso del riscaldamento o del raffreddamento dell’acqua, nel quale i punti di ebollizione e di congela­mento rappresentano i nodi dove si compie — a una pressione normale — il salto verso un nuovo stato di aggregazione, e dove, di conseguenza, la quantità si trasforma in qualità”.

d) Contrariamente alla metafisica, la dialettica parte dal principio che gli oggetti e i fenomeni della natura implicano contraddizioni interne, poiché hanno tutti un lato negativo e un lato positivo, un passato e un avvenire, elementi che deperiscono ed elementi che si sviluppano, e che la lotta tra questi opposti, tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che muore e ciò che nasce, tra ciò che deperisce e ciò che si sviluppa, è l’intimo contenuto del processo di sviluppo, il contenuto intimo della trasformazione dei cambiamenti quantitativi in cambiamenti qualitativi.

Perciò il metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo dall’inferiore al superiore si operi non già attraverso un’armonica evoluzione dei fenome­ni, bensì attraverso il manifestarsi delle contraddizioni inerenti agli oggetti, ai fenomeni, attraverso una “lotta” delle tendenze opposte che agiscono sulla base di queste contraddizioni.

“La dialettica nel senso proprio della parola — dice Lenin — è lo studio delle contraddizioni nell’essenza stessa delle cose”. E più avanti:”Lo sviluppo è la ‘lotta degli opposti”.

Tali, in breve, i tratti fondamentali del metodo dialettico marxista. Non è difficile comprendere di quale immensa importanza sia l’estensio­ne dei princìpi del metodo dialettico allo studio della vita sociale, allo studio della storia della società, di quale immensa importanza sia l’appli­cazione di questi princìpi alla storia della società, all’attività pratica del partito del proletariato. Se è vero che non vi sono al mondo fenomeni isolati, se tutti i fenomeni sono collegati tra loro e si condizionano a vicenda, è chiaro che ogni regi­me sociale e ogni movimento sociale, nella storia, devono essere giudicati non dal punto di vista della “giustizia eterna” o di qualsiasi altra idea pre­concetta, come fanno non di rado gli storici, ma dal punto di vista delle condizioni che hanno generato quel regime e quel movimento sociale, e con le quali essi sono legati.

Il regime schiavistico, nelle condizioni attuali, sarebbe un nonsenso, sareb­be un’assurdità contro natura. Il regime schiavistico, invece, nelle condizio­ni del regime della comunità primitiva in decomposizione, è un fenomeno perfettamente comprensibile e logico, poiché significa un passo in avanti rispetto al regime della comunità primitiva.Rivendicare la repubblica democratico-borghese sotto lo zarismo e nella società borghese, per esempio nella Russia del 1905, era cosa del tutto comprensibile, giusta, rivoluzionaria, perché la repubblica borghese signifi­cava allora un passo in avanti. Ma rivendicare la repubblica democratico-borghese nelle nostre attuali condizioni, nell’URSS, non avrebbe senso, sarebbe controrivoluzionario, perché la repubblica borghese è un passo indietro rispetto alla Repubblica sovietica. Tutto dipende dalle condizioni, dal luogo e dal tempo. È chiaro che, senza questo metodo storico nello studio dei fenomeni sociali, non è possibile che la scienza storica esista e si sviluppi; poiché solo un tale metodo impedisce alla scienza storica dì diventare un caos di contingenze e un cumulo dei più assurdi errori.

Proseguiamo. Se è vero che il mondo è in perpetuo movimento e sviluppo, se è vero che la scomparsa di ciò che è vecchio e la nascita di ciò che è nuovo sono una legge dello sviluppo, è chiaro che non esistono più regimi sociali “immutabili”, né “princìpi eterni” di proprietà privata e di sfrutta­mento, né “idee eterne” di sottomissione dei contdini ai proprietari fondia­ri e degli operai ai capitalisti.

Vuol dire che il regime capitalista può essere sostituito dal regime sociali­sta, nello stesso modo che il regime capitalista ha sostituito, a suo tempo, il regime feudale.

Vuol dire che è necessario fondare la propria azione non già sugli strati sociali che non si sviluppano più, ancorché rappresentino in un momento dato la forza predominante, bensì sugli strati che si sviluppano e che hanno davanti a sé l’avvenire, anche se per il momento non rappresentano la forza predominante. Nel decennio 1880-1890, al tempo della lotta dei marxisti contro i populisti, il proletariato era in Russia una piccola minoranza rispetto alla massa dei contadini, i quali formavano la stragrande maggioranza della popolazio­ne. Ma il proletariato in quanto classe si sviluppava, mentre i contadini, in quanto classe si disgregavano. Ed è proprio perché il proletariato si stava sviluppando come classe che i marxisti fondarono la loro azione su di esso. E non si sono sbagliati perché, com’è noto, il proletariato, pur essendo allo­ra una forza poco importante è divenuto in seguito una forza storica e poli­tica di prim’ordine.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario guardare avanti e non indietro.

Proseguiamo. Se è vero che il passaggio dai cambiamenti quantitativi lenti a bruschi e rapidi cambiamenti qualitativi è una legge dello sviluppo, è chiaro che i rivolgimenti rivoluzionari compiuti dalle classi oppresse rap­presentano un fenomeno assolutamente naturale e inevitabile.

Vuol dire che il passaggio dal capitalismo al socialismo e la liberazione della classe operaia dal giogo capitalistico non possono realizzarsi per mezzo di cambiamenti lenti, a mezzo di riforme, ma solo mediante un cambiamento qualitativo del regime capitalista, mediante la rivoluzione.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario essere un rivoluzionario e non un riformista.

Proseguiamo. Se è vero che lo sviluppo si compie attraverso il manife­starsi delle contraddizioni interne, attraverso il conflitto delle forze oppo­ste sulla base di queste contraddizioni, conflitto destinato a superarle, è chiaro che la lotta di classe del proletariato è un fenomeno assolutamente naturale e inevitabile.

Vuol dire che non bisogna dissimulare le contraddizioni del regime capita­lista, ma denunciarle e metterle in evidenza, che non bisogna soffocare la lotta di classe, ma condurla fino in fondo.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario condurre una poli­tica proletaria intransigente di classe, e non una politica riformista di armo­nia tra gli interessi del proletariato e gli interessi della borghesia, e non una politica di conciliazione, di “integrazione” del capitalismo nel socialismo. Così si presenta il metodo dialettico marxista nella sua applicazione alla vita sociale, alla storia della società.

A sua volta il materialismo filosofico marxista è, per la sua essenza, esattamente l’opposto dell’idealismo filosofico.

Il materialismo filosofico marxista è caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:

a) Contrariamente all’idealismo, che considera il mondo come l’incarnazio­ne dell’ “idea assoluta”, dello “spirito universale”, della “coscienza”, il materialismo filosofico di Marx parte dal principio che il mondo è, per sua natura, materiale; che i molteplici fenomeni del mondo rappresentano diversi aspetti della materia in movimento; che i mutui legami e il condizio­namento reciproco dei fenomeni accertati col metodo dialettico costituisco­no le leggi necessarie dello sviluppo della materia in movimento; che il mondo si sviluppa secondo le leggi del movimento della materia e non ha bisogno di nessuno “spirito universale”.

“La concezione materialistica del mondo — dice Engels — significa semplicemente la comprensione della natura, quale essa è, senza alcuna aggiunta estranea”.

Riferendosi alla concezione materialistica esposta dal filosofo antico Eraclito, secondo il quale “il mondo è un tutto unico, che non fu creato da alcun dio né da alcun uomo, ma fu, è e sarà una fiamma eternamente viven­te, che si avviva e si ammorza secondo leggi determinate”, Lenin dice che è un'”eccellente esposizione dei princìpi del materialismo dialettico”.

b) Contrariamente all’idealismo, il quale asserisce che solo la nostra coscienza ha un’esistenza reale, mentre il mondo materiale, l’essere, la natura esistono solo nella nostra coscienza, nelle nostre sensazioni, rappresentazioni, concetti, il materialismo filosofico marxista parte dal principio che la materia, la natura, l’essere, è una realtà oggettiva, esistente al di fuori e indipendentemente dalla coscienza; che la materia è il dato primo, perché è la fonte delle sensazioni, delle rappresentazioni, della coscienza, mentre la coscienza è il dato secondario, è un dato derivato, perché è il riflesso della materia, il riflesso dell’essere; che il pensiero è un prodotto della materia, che ha raggiunto nel suo sviluppo un alto grado di perfezione, che cioè è il prodotto del cervello, e il cervello è l’organo del pensiero; che non si può dunque separare il pensiero dalla materia se non si vuol cadere in un errore grossolano.

“Il problema supremo di tutta la filosofia — dice Engels — è quello del rapporto del pensiero coll’essere, dello spirito colla natura… I filosofi si sono divisi in due grandi campi secondo il modo in cui rispondevano a tale quesito. I filosofi che affermavano la priorità dello spirito rispetto alla natu­ra… formavano il campo dell’idealismo. Quelli che affermavano la priorità della natura appartenevano alle diverse scuole del materialismo”. E più oltre:

“… Il mondo materiale, percepibile dai sensi e a cui noi stessi appartenia­mo, è il solo mondo reale… La nostra coscienza e il nostro pensiero, per quanto appaiano soprasensibili, sono il prodotto di un organo materiale, corporeo, il cervello… La materia non è un prodotto dello spirito, ma lo spi­rito stesso non è altro che il più alto prodotto della materia”. Riferendosi al problema della materia e del pensiero, Marx dice:

“Non si può separare il pensiero dalla materia pensante.Questa materia è il substrato di tutti i cambiamenti che si operano”.
Definendo il materialismo filosofico marxista, Lenin così si esprime:

“Il materialismo ammette in generale l’esistenza dell’essere reale ogget­tivo (la materia), indipendente dalla coscienza, dalle sensazioni, dall’esperienza… La coscienza… è solo il riflesso dell’essere, nel miglio­re dei casi un riflesso approssimativamente esatto (adeguato, di una pre­cisione ideale)”. E ancora:

“La materia è ciò che, agendo sui nostri organi dei sensi, produce le sensa­zioni; la materia è una realtà oggettiva che ci è data nelle sensazioni… La materia, la natura, l’essere, il fisico è il dato primo, mentre lo spirito, la coscienza, la sensazione, lo psichico è il dato secondario “. “Il quadro del mondo è il quadro che mostra come la materia si muova e come ‘la materia pensi”. “Il cervello è l’organo del pensiero”.

c) Contrariamente all’idealismo, che contesta la possibilità di conoscere il mondo e le sue leggi, non crede alla validità delle nostre conoscenze, non riconosce la verità oggettiva e considera il mondo pieno di “cose in sé” le quali non potranno mai essere conosciute dalla scienza, il materialismo filosofico marxista parte dal principio che il mondo e le sue leggi sono per­fettamente conoscibili, che la nostra conoscenza delle leggi della natura, verificata dall’esperienza, dalla pratica, è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva; che al mondo non esistono cose inconoscibili ma solo cose ancora ignote, che saranno scoperte e conosciute grazie alla scienza e alla pratica.

Criticando la tesi di Kant e degli altri idealisti, per i quali il mondo e le “cose in sé” sarebbero inconoscibili e difendendo la nota tesi materialistica circa la validità delle nostre conoscenze, Engels scrive:

“La confutazione più decisiva di questa ubbia filosofica, come del resto di tutte le altre, è data dalla pratica, particolarmente dall’esperimento e dall’industria. Se possiamo dimostrare che la nostra comprensione di un dato fenomeno naturale è giusta, creandolo noi stessi, producendolo dalle sue condizioni e, quel che più conta, facendolo servire ai nostri finì, l’inaf­ferrabile ‘cosa in sé’ di Kant è finita. Le sostanze chimiche che si formano negli organismi animali e vegetali restarono ‘cose in sé’ fino a che la chimica organica non si mise a prepararle l’una dopo l’altra; quando ciò avvenne, la ‘cosa in sé’ si trasformò in una cosa per noi, come per esempio l’alizarina, materia colorante della garanza, che non ricaviamo più dalle radici della garanza coltivata nei campi, ma molto più a buon mercato e in modo più semplice dal catrame di carbone. Il sistema solare di Copernico fu per tre secoli un’ipotesi su cui vi era da scommettere cento, mille, dieci­mila contro uno ma pur sempre un’ipotesi. Quando però Leverrier, con i dati ottenuti grazie a quel sistema, non solo dimostrò che doveva esistere un altro pianeta ignoto fino a quel tempo, ma calcolò pure in modo esatto il posto occupato da quel pianeta nello spazio celeste, e quando in seguito Galle lo scoprì, il sistema copernicano era provato”.

Accusando di fideismo Bogdanov, Bazarov, Iusckevic e altri seguaci di Mach, e difendendo la nota tesi materialistica circa la validità delle nostre conoscenze scientifiche delle leggi della natura e circa la verità oggettiva delle leggi della scienza, Lenin dice:

“Il fideismo contemporaneo non ripudia in nessun modo la scienza; ne respinge soltanto le ‘pretese eccessive’ e cioè la pretesa di scoprire la verità oggettiva. Se esiste una verità oggettiva (come pensano i materialisti), se le scienze della natura, riflettendo il mondo esterno nell’esperienza umana, sono le sole capaci di darci la verità oggettiva, ogni fideismo deve essere respinto in modo assoluto”. (ndr Lenin- Materialismo e Empirocriticismo-1909 )

Tali, in breve, i tratti caratteristici del materialismo filosofico marxista. È facile comprendere di quale immensa importanza sia la estensione dei princì­pi del materialismo filosofico allo studio della vita sociale, allo studio della sto­ria della società, di quale enorme importanza sia l’applicazione di questi princì­pi alla storia della società, all’attività pratica del partito del proletariato.

Se è vero che i legami reciproci tra i fenomeni della natura e il loro recipro­co condizionamento rappresentano leggi necessarie dello sviluppo della natura, ne deriva che i legami e il condizionamento reciproco tra i fenomeni della vita sociale rappresentano essi pure non delle contingenze, ma delle leggi necessarie dello sviluppo sociale.
Vuol dire che la vita sociale, la storia della società, cessa di essere un cumulo di “contingenze”, giacché la storia della società si presenta come uno sviluppo della società secondo leggi determinate, e lo studio della sto­ria della società diventa una scienza.

Vuol dire che l’attività pratica del partito del proletariato deve fondarsi non già sui lodevoli desideri di “individualità eccezionali”, né sulle esigenze della “ragione”, della “morale universale”, ecc., bensì sulle leggi dello svi­luppo della società, sullo studio di queste leggi.

Proseguiamo. Se è vero che il mondo è conoscibile e se è vero che la nostra conoscenza delle leggi dello sviluppo della natura è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva, ne deriva che la vita sociale e lo sviluppo della società sono pure conoscibili, e che i dati della scienza sulle leggi dello sviluppo della società sono dati validi, che hanno il valore di verità oggettive.

Vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la com­plessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettan­to esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di svi­luppo della società per servirsene nella pratica.

Vuol dire che, nella sua attività pratica, il partito del proletariato deve richiamarsi, anziché a motivi fortuiti, alle leggi  di sviluppo della società e alle conclusioni pratiche che derivano da queste leggi. Vuol dire che il socialismo, da sogno che era d’un migliore avvenire del genere umano, diventa una scienza.Vuol dire che il legame tra la scienza e l’attività pratica, il legame della teo­ria con la pratica, la loro unità deve diventare la stella che guida la rotta del partito del proletariato.

Proseguiamo. Se è vero che la natura, l’essere, il mondo materiale è il dato primo, e la coscienza, il pensiero è il dato secondario, derivato; se è vero che il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva che esiste indipen­dentemente dalla coscienza degli uomini, e la coscienza è il riflesso di questa realtà oggettiva; ne deriva che la vita materiale della società, il suo esse­re, è pure il dato primo, mentre la sua vita spirituale è il dato secondario, derivato, che la vita materiale della società è una realtà oggettiva, la quale esiste indipendentemente dalla volontà degli uomini, mentre la vita spiri­tuale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva, un riflesso dell’essere.

Vuol dire che la fonte della formazione della vita spirituale della società, la fonte dell’origine delle idee sociali, delle teorie sociali, delle concezioni politiche, delle istituzioni politiche, si deve ricercare non già nelle idee, teo­rie, concezioni, istituzioni politiche stesse, bensì nelle condizioni della vita materiale della società, nell’essere sociale, di cui queste idee, teorie, conce­zioni, ecc. sono il riflesso.

Vuol dire che, se nei differenti periodi della storia della società si osservano diverse idee sociali, teorie, concezioni, istituzioni politiche, se, sotto il regi­me schiavistico, incontriamo determinate idee sociali, teorie, concezioni e istituzioni politiche, mentre, sotto il feudalesimo, ne incontriamo altre, e altre ancora sotto il regime capitalistico, ciò si spiega non già con la “natu­ra”, né con le “proprietà” di tali idee, concezioni, istituzioni politiche, ma con le differenti condizioni della vita materiale della società, nei differenti periodi dello sviluppo sociale.

Qual’è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società. A questo proposito Marx dice: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è al con­trario il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. (Ndr K..Marx Per la cri­tica dell’economia politica-1859): Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica e non abbandonarsi a vuote fan­tasticherie, il partito del proletariato deve fondare la sua azione non sugli astratti “princìpi della ragione umana”, ma sulle condizioni concrete della vita materiale della società, forza decisiva dello sviluppo sociale; non sui lodevoli desideri dei “grandi uomini”, ma sulle esigenze reali dello svilup­po della vita materiale della società.

Il fallimento degli utopisti e, tra di essi, dei populisti, degli anarchici, dei socialisti-rivoluzionari si spiega, fra l’altro, col fatto che essi non riconob­bero la funzione primordiale che nello sviluppo della società hanno le con­dizioni della sua vita materiale e, caduti nell’idealismo, basarono la loro attività pratica non già sulle esigenze dello sviluppo della vita materiale della società, ma, indipendentemente da esse e contro di esse, su “piani ideali” e “progetti universali”, staccati dalla vita reale della società. La forza e la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso fonda la sua azione pratica proprio sulle esigenze dello sviluppo della vita materiale della società, non staccandosi mai dalla vita reale della società. Dalle parole di Marx non deriva però che le idee e le teorie sociali, le concezioni e le istituzioni politiche non abbiano alcuna importanza nella vita della società, che non esercitino a loro volta un’influenza sull’essere socia­le, sullo sviluppo delle condizioni materiali della vita della società. Abbiamo parlato fin qui soltanto dell’origine delle idee e teorie sociali, delle concezioni e istituzioni politiche, del loro sorgere, abbiamo detto che la vita spirituale della società è il riflesso delle condizioni della sua vita materiale. Ma in quanto alla importanza delle idee e teorie sociali, delle concezioni e istituzioni politiche, in quanto alla loro funzione nella storia, il materialismo storico è ben lontano dal negarle, anzi, sottolinea la funzio­ne e l’importanza considerevoli che esse hanno nella vita e nella storia della società.

Le idee e le teorie sociali possono essere di vario tipo. Vi sono idee e teorie vecchie, che hanno fatto il loro tempo e servono gli interessi delle forze sociali in declino. La loro funzione sta nel fatto che esse frenano lo sviluppo della società, il suo progresso. Vi sono idee e teorie nuove, d’avanguardia, che servono gli interessi delle forze d’avanguardia della società. La loro funzione sta nel fatto che esse agevolano lo sviluppo della società, il suo pro­gresso; esse acquistano inoltre tanto maggiore importanza, quanto più riflet­tono fedelmente le esigenze dello sviluppo della vita materiale della società. Le idee e le teorie sociali nuove sorgono solo quando lo sviluppo della vita materiale della società pone di fronte alla società compiti nuovi. Ma, sorte che siano, diventano una forza estremamente importante, che agevola l’adempimento dei nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, che agevola il progresso della società. Ed è proprio allora che si rivela la grandissima importanza della funzione organizzatrice, mobilizzatrice e trasformatrice delle nuove idee, delle nuove teorie, delle nuove concezioni, delle nuove istituzioni politiche. Certo, se Idee e teorie sociali nuove sorgono, ciò avviene appunto perché esse sono necessarie alla società, perché senza la loro azione organizzatrice, mobilizzatrice e trasfor­matrice, è impossibile la soluzione dei problemi urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società. Suscitate dai nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, le idee e le teorie sociali nuove si aprono il cammino, diventano patrimonio delle masse popolari, le mobilita­no, le organizzano contro le forze morenti della società, e facilitano in tal modo l’abbattimento di queste forze, che intralciano lo sviluppo della vita materiale della società.

Così avviene che le idee e le teorie sociali, le istituzioni politiche suscitate dai compiti urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, dallo sviluppo dell’essere sociale, agiscano a loro volta sull’essere sociale, sulla vita materiale della società, creando le condizioni necessarie per con­durre a termine la soluzione dei compiti urgenti posti dalla vita materiale della società e per rendere possibile il suo sviluppo ulteriore. È a questo proposito che Marx dice: “La teoria diventa una forza materiale non appena conquista le masse”. Vuol dire che per poter agire sulle condizioni della vita materiale della società e affrettare il loro sviluppo, accelerare il loro miglioramento, il par­tito del proletariato si deve appoggiare su una teoria sociale, su un’idea sociale che esprima in modo giusto le esigenze dello sviluppo della vita materiale della società e sia capace, perciò, di mettere in movimento le grandi masse popolari, capace di mobilitarle e di organizzarle nel grande esercito del partito del proletariato pronto a spezzare le forze reazionarie e ad aprire la strada alle forze d’avanguardia della società. Il fallimento degli “economicisti” e dei menscevichi si spiega, fra l’altro, col fatto che essi non riconobbero la funzione mobilitante, organizzatrice e trasformatrice della teoria d’avanguardia, delle idee d’avanguardia e, caduti nel materialismo volgare, ridussero la funzione di questi fattori quasi a nulla, condannando di conseguenza il partito alla passività, alla stagnazione. La forza e la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso si appoggia su una teoria d’avanguardia che esprime in modo giusto le esi­genze dello sviluppo della vita materiale della società, che esso eleva la teoria all’alto livello che le spetta, e considera suo compito utilizzarne al massimo la forza mobilitante, organizzatrice e trasformatrice. Così il materialismo storico risolve la questione dei rapporti tra l’essere sociale e la coscienza sociale, tra le condizioni di sviluppo della vita materiale e lo sviluppo della vita spirituale della società.

IL MATERIALISMO STORICO

Rimane da chiarire una questione: che cosa si deve intendere, dal punto di vista del materialismo storico, per “condizioni della vita materiale della società” determinanti, in ultima analisi, la fisionomia della società, le sue idee, concezioni, istituzioni politiche, ecc.? Che cosa sono dunque le “condizioni della vita materiale della società”? Quali ne sono le caratteristiche?

Senza dubbio, il concetto di “condizioni della vita materiale della società” comprende innanzitutto la natura che circonda la società: l’ambiente geo­grafico, che è una delle condizioni necessarie e permanenti della vita mate­riale della società e che, evidentemente, influisce sullo sviluppo della società. Quale funzione ha l’ambiente geografico nello sviluppo della società? Non è l’ambiente geografico la forza principale che determina la fisionomia della società, il carattere del regime sociale degli uomini, il pas­saggio da un regime all’altro?

Il materialismo storico risponde negativamente a questa domanda. L’ambiente geografico è, incontestabilmente, una delle condizioni perma­nenti e necessarie dello sviluppo della società e naturalmente influisce su questo sviluppo, accelerandone o rallentandone il corso. Ma la sua influen­za non è un’influenza determinante, perché i cambiamenti e lo sviluppo della società sono di gran lunga più rapidi che i cambiamenti e lo sviluppo dell’ambiente geografico. In tremila anni sono potuti tramontare l’uno dopo l’altro, in Europa, tre ordinamenti sociali differenti: la comunità primitiva, il regime schiavistico, il regime feudale; e nell’Europa orientale, sul territo­rio dell’URSS, sono tramontati perfino quattro ordinamenti sociali. Ebbene nello stesso periodo le condizioni geografiche dell’Europa o non sono cam­biate per niente, o sono cambiate così poco che la geografia non ne parla neppure. Ciò si comprende agevolmente. Affinché cambiamenti di una certa importanza si verifichino nell’ambiente geografico sono necessari milioni di anni, mentre per i mutamenti, sia pure i più importanti, del regi­me sociale degli uomini bastano soltanto alcune centinaia o un paio di migliaia di anni.

Ma da questo consegue che l’ambiente geografico non può essere la causa principale, la causa determinante dello sviluppo sociale, poiché ciò che rimane quasi immutato durante decine di migliaia di anni non può essere la causa principale dello sviluppo di ciò che è soggetto a cambiamenti radicali nel corso di alcune centinaia di anni.

Senza dubbio, poi, anche l’aumento e la densità della popolazione devono essere compresi nel concetto di “condizioni della vita materiale della società”, perché gli uomini sono un elemento indispensabile delle condizio­ni della vita materiale della società, e senza la presenza di un certo numero di uomini non può esservi nessuna vita materiale della società. Non è l’aumento della popolazione la forza principale che determina il carattere del regime sociale degli uomini?

Il materialismo storico risponde negativamente anche a questa domanda. Certo, l’aumento della popolazione influisce sullo sviluppo della società, lo agevola o lo rallenta, ma non può esserne la forza principale, e la sua influenza sullo sviluppo sociale non può essere l’influenza determinante, perché l’aumento della popolazione, di per se stesso, non ci dà la chiave per spiegare le ragioni per cui a un determinato ordinamento sociale succede proprio quel nuovo ordinamento e non un altro, le ragioni per cui alla comunità primitiva succede proprio il regime schiavistico, al regime schiavistico il regime feudale, al regime feudale il regime borghese e non un altro qualunque.

Se l’aumento della popolazione fosse la forza determinante dello sviluppo sociale, una maggior densità di popolazione dovrebbe necessariamente generare un tipo di regime sociale rispettivamente superiore. Ma in realtà le cose non stanno così. La popolazione in Cina è quattro volte più densa che negli Stati Uniti d’America, eppure gli Stati Uniti d’America si trovano a un livello di sviluppo sociale più elevato della Cina, poiché qui continua a dominare un regime semifeudale, mentre gli Stati Uniti d’America hanno già raggiunto da molto tempo il più alto stadio di sviluppo del capitalismo. La popolazione nel Belgio è 19 volte più densa che negli Stati Uniti d’America e 26 volte più che nell’URSS, eppure gli Stati Uniti d’America sono a un livello di sviluppo sociale più elevato del Belgio e, rispetto all’URSS, il Belgio è in ritardo di un’intera epoca storica perché vi domina il regime capitalista, mentre l’URSS ha già posto fine al capitalismo e instaurato il regime socialista. Ma da questo consegue che l’aumento della popolazione non è e non può essere la forza principale nello sviluppo della società, la forza che determi­na il carattere del regime sociale, la fisionomia della società.

a) Ma allora, qual è dunque, nel sistema delle condizioni della vita materiale della società, la forza principale che determina la fisionomia della società, il carattere del regime sociale, lo sviluppo della società da un regime all’altro?
Il materialismo storico considera che questa forza è il modo con cui si ottengono i mezzi di sussistenza necessari alla vita degli uomini, il modo di produzione dei beni materiali — alimenti, indumenti, scarpe, abitazioni, combustibili, strumenti di produzione, ecc. — necessari perché la società possa vivere e svilupparsi.

Per vivere bisogna disporre di alimenti, indumenti, scarpe, abitazioni, com­bustibili, ecc.: per avere questi beni materiali è necessario produrli; e per produrli è necessario avere gli strumenti di produzione coll’aiuto dei quali gli uomini producono gli alimenti, gli indumenti, le scarpe, le abitazioni, il combustibile, ecc.; è necessario saper produrre questi strumenti, è necessa­rio sapersene servire.

Gli strumenti di produzione con l’aiuto dei quali si producono i beni materiali, gli uomini che mettono in movimento questi strumenti di produzione e producono i beni materiali, grazie a una certa esperienza della produzione e a delle abitudini di lavoro: ecco gli elementi che, presi tutti insieme, costi­tuiscono le forze produttive della società.

Ma le forze produttive non costituiscono che uno degli aspetti della produ­zione, uno degli aspetti del modo di produzione, l’aspetto che esprime l’atteggiamento degli uomini verso gli oggetti e le forze della natura, di cui essi si servono per produrre i beni materiali. L’altro aspetto della produzio­ne, l’altro aspetto del modo di produzione, è costituito dai rapporti reciproci degli uomini nel processo della produzione, dai rapporti di produzione tra gli uomini. Gli uomini lottano contro la natura e sfruttano la natura per la produzione dei beni materiali non isolatamente gli uni dagli altri, non come unità staccate le une dalle altre, ma in comune, a gruppi, in società. Perciò la produzione è sempre, in qualunque condizione, una produzione sociale. Nella produzione dei beni materiali gli uomini stabiliscono tra loro questi o quei rapporti reciproci all’interno della produzione, stabiliscono questi o quei rapporti di produzione. Questi rapporti possono essere rapporti di col­laborazione e di aiuto reciproco tra uomini liberi da ogni sfruttamento, pos­sono essere rapporti di dominio e di sottomissione, possono essere, infine, rapporti di transizione da una forma di rapporti di produzione a un’altra. Qualunque sia però il loro carattere, i rapporti di produzione costituiscono — sempre e in tutti i regimi — un elemento altrettanto indispensabile della produzione quanto le forze produttive della società” Nella produzione — dice Marx — gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto colla­borano in un determinato modo e scambiano reciprocamente le proprie attività. Per produrre, essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali”.

Dunque la produzione, il modo di produzione, abbraccia tanto le forze pro­duttive della società quanto i rapporti di produzione fra gli uomini, ed incarna così la loro unione nel processo di produzione dei beni materiali.

b) La prima particolarità della produzione consiste nel fatto che essa non rimane mai per un lungo periodo a un punto determinato, ma è in continuo mutamento e sviluppo; inoltre i cambiamenti del modo di produzione provo­cano inevitabilmente cambiamenti di tutto il regime sociale, delle idee socia­li, delle concezioni e delle istituzioni politiche, provocano una trasformazio­ne di tutto il sistema sociale e politico. Nei diversi gradi dello sviluppo sociale gli uomini si servono di differenti modi di produzione, ossia per par­lare più semplicemente, gli uomini hanno un diverso modo di vita. Nella comunità primitiva esiste un determinato modo di produzione; sotto la schia­vitù ne esiste un altro; sotto il feudalesimo un terzo, e via di seguito. In rap­porto con questi cambiamenti anche il regime sociale degli uomini, la loro vita spirituale, le loro concezioni, le loro istituzioni politiche sono diversi. Quale è il modo di produzione della società, tale sostanzialmente è la società stessa, tali le sue idee e teorie, le sue concezioni e istituzioni politiche. Ossia, più semplicemente: quale è il modo di vita degli uomini, tale è il loro modo di pensare.

Questo vuol dire che la storia dello sviluppo della società è, innanzitutto, storia dello sviluppo della produzione, storia dei modi di produzione che si susseguono nel corso dei secoli, storia dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione tra gli uomini.

Vuol dire che la storia dello sviluppo sociale è, nello stesso tempo, storia dei produttori stessi dei beni materiali, storia delle masse lavoratrici che sono le forze fondamentali del processo di produzione e producono i beni materiali necessari all’esistenza della società.

Vuol dire che la scienza storica, se vuol essere una vera scienza, non può più ridurre la storia dello sviluppo sociale alle gesta dei re e dei condottieri, alle gesta dei “conquistatori” e degli “assoggettatori” di Stati, ma deve innanzitutto essere storia dei produttori dei beni materiali, storia delle masse lavoratrici, storia dei popoli. Vuol dire che la chiave per lo studio delle leggi della storia della società bisogna cercarla non nel cervello degli uomini, e neppure nelle concezioni e nelle idee della società, ma nel modo di produzione praticato dalla società in ogni periodo storico determinato, nell’economia della società.

Vuol dire che il compito primordiale della scienza storica è quello di stu­diare e scoprire le leggi della produzione le leggi secondo le quali si svilup­pano le forze produttive e i rapporti di produzione, le leggi dello sviluppo economico della società.
Vuol dire che il partito del proletariato, se vuol essere un vero partito, deve possedere innanzitutto la conoscenza delle leggi dello sviluppo della produ­zione, la conoscenza delle leggi dello sviluppo economico della società. Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, il partito del proletariato, tanto nello stabilire il suo programma quanto nella sua attività pratica, deve ispi­rarsi innanzitutto alle leggi dello sviluppo della produzione, alle leggi dello sviluppo economico della società.

c) La seconda particolarità della produzione consiste nel fatto che i suoi cambiamenti e il suo sviluppo cominciano sempre con quelli delle forze produttive e, innanzitutto, col cambiamento e con lo sviluppo degli stru­menti di produzione. Le forze produttive sono, di conseguenza, l’elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione. Dapprima si modificano e si sviluppano le forze produttive della società e poi, in dipendenza da tali cambiamenti e conformemente ad essi si modificano i rapporti di produzio­ne tra gli uomini, i loro rapporti economici. Questo non vuol dire tuttavia che i rapporti di produzione non influiscano sullo sviluppo delle forze pro­duttive e che queste ultime non dipendano dai primi. Sviluppandosi in dipendenza dallo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo sviluppo delle forze produttive, al carattere delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo svilup­po delle forze produttive, affrettandolo o rallentandolo. È necessario inoltre osservare che i rapporti di produzione non possono troppo a lungo rimanere addietro allo sviluppo delle forze produttive e trovarsi in contraddizione con tale sviluppo, perché le forze produttive possono svilupparsi pienamen­te solo nel caso in cui i rapporti di produzione corrispondano al carattere, allo stato delle forze produttive e ne permettano il libero sviluppo. Perciò, qualunque sia il ritardo dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione devono presto o tardi finire col corri­spondere, ed è ciò che essi fanno effettivamente, al livello di sviluppo delle forze produttive, al carattere delle forze produttive. Qualora ciò non avve­nisse, l’unità delle forze produttive e dei rapporti di produzione, nel sistema della produzione, verrebbe radicalmente scossa, si verificherebbe una rottu­ra nell’insieme della produzione, una crisi della produzione, una distruzio­ne di forze produttive.

Un esempio di disaccordo tra i rapporti di produzione e il carattere delle forze produttive, un esempio di conflitto tra di essi ci è offerto dalle crisi economiche nei paesi capitalistici, dove la proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione è in flagrante disaccordo col carattere sociale del pro­cesso di produzione, col carattere delle forze produttive. Risultato di questo disaccordo sono le crisi economiche che portano a una distruzione di forze produttive; anzi, questo stesso disaccordo è la base economica della rivolu­zione sociale, destinata a distruggere i rapporti attuali di produzione e a crearne di nuovi, conformi al carattere delle forze produttive. Viceversa l’economia nazionale socialista dell’URSS, dove la proprietà sociale dei mezzi di produzione è in perfetto accordo con il carattere sociale del processo di produzione e dove perciò non esistono crisi economiche né si distruggono forze produttive, è un esempio di perfetto accordo tra i rap­porti di produzione e il carattere delle forze produttive. Le forze produttive, quindi, non sono solamente l’elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione, ma sono anche l’elemento che determi­na lo sviluppo della produzione.

Quali sono le forze produttive, tali devono essere i rapporti di produzione. Se lo stato delle forze produttive indica con quali strumenti di produzione gli uomini producono i beni materiali che sono loro necessari, lo stato dei rapporti di produzione indica a sua volta in possesso di chi si trovano i mezzi di produzione (terre, foreste, acque, sottosuolo, materie prime, strumenti di lavoro, edifici destinati alla produzione, mezzi di trasporto e di comunicazione, ecc.), indica a disposizione di chi si trovano i mezzi di pro­duzione: se a disposizione di tutta la società oppure se a disposizione di sin­goli individui, di gruppi, di classi che li utilizzano per lo sfruttamento di altri individui, gruppi o classi.

Ecco il quadro schematico dello sviluppo delle forze produttive, dai tempi più remoti ai nostri giorni: passaggio dai grossolani utensili di pietra all’arco e alle frecce e, quindi passaggio dal modo di vita fondato sulla cac­cia all’addomesticamento e allevamento primitivo del bestiame; passaggio dagli utensili di pietra a quelli metallici (ascia di ferro, aratro col vomero di ferro, ecc. ) e, quindi, passaggio alla coltivazione delle piante e all’agricol­tura; nuovo perfezionamento degli utensili metallici per la lavorazione dei materiali, passaggio alla forgia a mantice, alla produzione delle terre cotte e, quindi, sviluppo dei mestieri, separazione dei mestieri dall’agricoltura, sviluppo di una produzione artigiana indipendente e poi di una produzione manifatturiera; passaggio dagli strumenti della produzione artigiana alle macchine, e trasformazione della produzione artigiana manifatturiera in industria meccanizzata; passaggio al sistema delle macchine e sorgere della grande industria meccanizzata moderna: tale è il quadro generale, ben lungi dall’essere completo, dello sviluppo delle forze produttive della società durante la storia dell’umanità. È inoltre comprensibile che lo sviluppo e il perfezionamento degli strumenti di produzione sono stati realizzati da uomini aventi legami con la produzione, e non indipendentemente dagli uomini. Quindi, nello stesso tempo in cui sono cambiati e si sono sviluppati gli strumenti di produzione, sono cambiati e si sono sviluppati anche gli uomini, elemento essenziale delle forze produttive; sono cambiate e si sono sviluppate la loro esperienza produttiva, le loro abitudini di lavoro, la loro capacità di adoperare gli strumenti di produzione.

In accordo con questi cambiamenti e con questo sviluppo delle forze pro­duttive della società sono cambiati e si sono sviluppati, nel corso della sto­ria, i rapporti di produzione tra gli uomini, i loro rapporti economici. La storia conosce cinque tipi fondamentali di rapporti di produzione: la comunità primitiva, la schiavitù, il regime feudale, il regime capitalista e il regime socialista.

Nel regime della comunità primitiva la proprietà sociale dei mezzi di pro­duzione costituisce la base dei rapporti di produzione. Ciò corrisponde, essenzialmente, al carattere delle forze produttive in questo periodo. Gli utensili di pietra, e l’arco e le frecce apparsi più tardi, escludevano la possi­bilità di lottare isolatamente contro le forze della natura e contro le bestie feroci. Per raccogliere i frutti nelle foreste, per pescare, per costruire un’abitazione qualsiasi, gli uomini debbono lavorare in comune se non vogliono morire di fame, o essere preda delle bestie feroci, o cadere in mano alle comunità vicine. Il lavoro collettivo conduce alla proprietà collettiva, sia dei mezzi di produzione che dei prodotti. Non si ha ancora nozione della proprietà privata dei mezzi di produzione, salvo la proprietà personale di alcuni strumenti di produzione, che sono in pari tempo armi di difesa contro gli animali feroci. Non esistono ne sfruttamento né classi. Sotto il regime della schiavitù la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà del padrone di schiavi sui mezzi di produzione e anche sul produttore, sullo schiavo, che egli può vendere, comprare, uccidere come bestiame. Tali rapporti di produzione corrispondono essenzialmente allo stato delle forze produttive in questo periodo. Invece degli utensili di pietra gli uomini dispongono ora di strumenti di metallo; invece di un’economia misera e primitiva, fondata sulla caccia e che ignora tanto l’allevamento del bestiame quanto la coltivazione della terra, sorgono l’allevamento del bestiame, l’agricoltura, i mestieri, la divisione del lavoro tra questi diversi rami di produzione; diventa possibile lo scambio dei prodotti tra individui e gruppi diversi; diventa possibile l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi, l’accumulazione reale dei mezzi di produzione nelle mani di una minoranza; diventa possibile la sottomissione della maggioranza alla mino­ranza e la trasformazione dei membri della maggioranza in schiavi. Non esiste già più il lavoro comune e libero di tutti i membri della società nel processo della produzione, ma domina il lavoro forzato degli schiavi, sfrut­tati da padroni che non lavorano. Non esiste quindi più una proprietà comu­ne né dei mezzi di produzione né dei prodotti. Essa è sostituita dalla pro­prietà privata. Il padrone di schiavi è il primo e principale proprietario, il proprietario assoluto. Ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, uomini che hanno tutti i diritti e uomini che non ne hanno nessuno, un’aspra lotta di classe tra gli uni e gli altri: tale è il quadro del regime schiavistico.

Sotto il regime feudale la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà del signore feudale sui mezzi di produzione e dalla sua proprietà limitata sul produttore, sul servo, che il feudatario non può più uccidere, ma può vendere e comprare. Accanto alla proprietà feudale esiste la pro­prietà individuale del contadino e dell’artigiano sugli strumenti di produ­zione e sulla loro economia privata, basata sul lavoro personale. Tali rap­porti di produzione corrispondono essenzialmente allo stato delle forze produttive in questo periodo. L’ulteriore perfezionamento della fusione e della lavorazione del ferro, la diffusione generale dell’aratro di ferro e del telaio, lo sviluppo ulteriore dell’agricoltura, dell’orticoltura, dell’industria vinicola, della fabbricazione dei grassi, il sorgere delle manifatture accan­to alle botteghe degli artigiani: tali sono i tratti caratteristici dello stato delle forze produttive.

Le nuove forze produttive esigono che il lavoratore abbia una certa ini­ziativa nella produzione, che sia propenso e interessato al lavoro. Per questa ragione il padrone feudale rinuncia allo schiavo che non ha nes­sun interesse al lavoro e non ha nessuna iniziativa, e preferisce aver a che fare con un servo che possiede un’azienda propria, i propri strumenti di produzione e ha qualche interesse per il lavoro, interesse indispensabile perché il servo coltivi la terra e paghi al feudatario, sul proprio raccol­to, un tributo in natura.

La proprietà privata in questo periodo continua a svilupparsi. Lo sfrutta­mento è quasi altrettanto duro che in regime schiavistico; si è solo appena mitigato. La lotta di classe tra sfruttatori e sfruttati è la caratteristica fondamentale del regime feudale.

Sotto il regime capitalistico la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà capitalistica sui mezzi di produzione, mentre la proprietà sui produttori, sugli operai salariati non esiste più: il capitalista non può né ucciderli né venderli, perché essi sono liberi dalla dipendenza personale, ma sono privi dei mezzi di produzione e, per non morire di fame, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro al capitalista, a sottomettersi al giogo dello sfruttamento. Accanto alla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione esiste, ed è nei primi tempi largamente diffusa, la proprietà pri­vata del contadino e dell’artigiano — emancipatisi dalla servitù della gleba — sui mezzi di produzione: proprietà che si fonda sul lavoro personale. Le botteghe degli artigiani e le manifatture vengono sostituite da immense fab­briche e officine, fornite di macchine. I domini dei nobili, già coltivati con gli strumenti primitivi dei contadini, vengono sostituiti da grandi aziende capitalistiche, gestite con i criteri della scienza agronomica e munite di macchine agricole.
Le nuove forze produttive esigono che i lavoratori siano più progrediti e più intelligenti dei servi ignoranti e arretrati, che siano capaci di capire la mac­china e di maneggiarla nel modo dovuto.

Per questo i capitalisti preferisco­no aver a che fare con operai salariati, liberi dai vincoli servili e abbastanza progrediti per maneggiare le macchine nel modo dovuto. Ma avendo sviluppato le forze produttive in proporzioni gigantesche, il capitalismo è caduto in un groviglio di contraddizioni insolubili. Producendo quantità sempre maggiori di merci e diminuendone i prezzi, il capitalismo accentua la concorrenza, rovina la massa dei piccoli e medi proprietari priva­ti, li converte in proletari e diminuisce la loro capacità d’acquisto, in conse­guenza di che lo smercio dei prodotti diventa impossibile. Allargando la produzione e raggruppando in immense fabbriche e officine milioni di operai, il capitalismo imprime al processo della produzione un carattere sociale e mina, per questo fatto stesso, la propria base, poiché il carattere sociale del processo della produzione esige la proprietà sociale dei mezzi di produzione, mentre la proprietà dei mezzi di produzione rimane una proprietà privata, capitalistica, incompatibile col carattere sociale del processo della produzione.

Queste contraddizioni inconciliabili tra il carattere delle forze produttive e i rapporti di produzione si manifestano nelle crisi periodiche di sovrapprodu­zione, quando i capitalisti, non trovando compratori solvibili a causa della rovina delle masse, di cui essi stessi sono i responsabili, sono costretti a bruciare le derrate, a distruggere le merci, ad arrestare la produzione, a distruggere le forze produttive, mentre milioni di uomini sono costretti alla disoccupazione e alla fame,non perché manchino le merci ma perché ne sono state prodotte troppe. Ciò significa che i rapporti capitalistici di produzione hanno cessato di cor­rispondere allo stato delle forze produttive della società e sono entrati con esse in contraddizione insanabile.

Ciò significa che il capitalismo è gravido di una rivoluzione, chiamata a sostituire l’attuale proprietà capitalistica dei mezzi di produzione con la proprietà socialista. Ciò significa che un’acutissima lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori è il tratto caratteristico essenziale del regime capitalista. Nel regime socialista, che, per il momento, esiste solo nell’URSS, la pro­prietà sociale dei mezzi di produzione costituisce la base dei rapporti di produzione. Qui non esistono più né sfruttatori né sfruttati. I prodotti ven­gono ripartiti secondo il lavoro compiuto e secondo il principio: “Chi non lavora non mangia”. I rapporti tra gli uomini nel processo della produzio­ne sono rapporti di collaborazione fraterna e di mutuo aiuto socialista tra lavoratori liberi dallo sfruttamento. Qui i rapporti di produzione corri­spondono perfettamente allo stato delle forze produttive, perché il caratte­re sociale del processo della produzione è rafforzato dalla proprietà socia­le sui mezzi di produzione.

Perciò la produzione socialista nell’URSS ignora le crisi periodiche di sovrapproduzione e tutte le assurdità che le accompagnano. Perciò le forze produttive si sviluppano nell’URSS con un ritmo accelerato, dato che i rapporti di produzione che gli sono conformi gli offrono tutte le possibilità di sviluppo.

Tale è il quadro dello sviluppo dei rapporti di produzione tra gli uomini, nel corso della storia dell’umanità.
Tale è la dipendenza dello sviluppo dei rapporti di produzione dallo svilup­po delle forze produttive della società, e innanzitutto dallo sviluppo degli strumenti della produzione, dipendenza in virtù della quale i cambiamenti e lo sviluppo delle forze produttive conducono, presto o tardi, a un cambia­mento e a uno sviluppo corrispondenti dei rapporti di produzione.

“L’impiego e la creazione dei mezzi di lavoro (gli strumenti di produzione) — dice Marx — benché si trovino in germe presso qualche specie animale, caratterizzano eminente­mente il processo del lavoro umano. È perciò che Franklin definisce l’uomo a toolmaking animal, un animale fabbricatore di strumenti. Gli avanzi degli antichi mezzi di lavoro hanno, per lo studio delle forme economiche delle società scomparse, la stessa importanza che la struttura delle ossa fossili ha per la cognizione degli organismi delle specie animali estinte. Le epoche economiche si distinguono non per ciò che vi si produce, ma per il modo in cui si produce… I mezzi di lavoro non danno soltanto la misura del grado dello sviluppo della forza di lavoro umana, ma sono l’indice dei rapporti sociali in cui si lavora”. E più oltre:”I rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquistando nuove forze produttive gli uomini cambiano il loro modo di produzione, e cambiando il modo di produzione, il modo di guadagnarsi la vita, essi cambiano tutti i loro rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società diretta dal signore [feudale], il mulino a vapore, la società diretta dal capitalista industriale”.“Vi è un movimento continuo di aumento delle forze produttive, di distru­zione dei rapporti sociali, di formazione delle idee; immobile è solo l’astra­zione del movimento”.

Engels, caratterizzando il materialismo storico definito nel Manifesto del Partito comunista, dice: “La produzione economica e la struttura sociale che necessariamente ne deriva formano, in qualunque epoca storica, la base della storia politica e intellettuale dell’epoca stessa… Conforme a ciò, dopo il dissolversi della primitiva proprietà comune del suolo, tutta la storia è stata una storia di lotte di classe, di lotte tra le classi sfruttate e le classi sfruttatrici, tra classi dominate e classi dominanti, nelle varie tappe dello sviluppo sociale… Questa lotta ha ora raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa (il proletariato ) non può liberarsi dalla classe che la sfrutta e la opprime (la borghesia) senza liberare anche ad un tempo, e per sempre, tutta la società dallo sfruttamento, dall’oppressione e dalla lotta di classe…”

d) La terza particolarità della produzione sta in ciò, che il sorgere delle nuove forze produttive e dei rapporti di produzione corrispondenti non avviene al di fuori del vecchio regime, dopo la sua scomparsa, ma nel seno stesso del vecchio regime; non è il risultato di un’azione premeditata e cosciente degli uomini, ma avviene spontaneamente, indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli uomini. Esso avviene spontaneamente, indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli uomini per le seguenti due ragioni.

In primo luogo perché gli uomini non sono liberi nella scelta di questo o quel modo di produzione, perché ogni nuova generazione, al suo ingresso nella vita, trova forze produttive e rapporti di produzione già pronti, come risultato del lavoro delle generazioni precedenti, e quindi ogni nuova generazione è obbligata, in un primo tempo, ad accettare tutto ciò che trova già pronto nel dominio della produzione e ad adattarvisi, per avere la possibi­lità di produrre beni materiali.

In secondo luogo perché gli uomini, perfezionando questo o quello stru­mento di produzione, questo o quell’elemento delle forze produttive, non hanno la coscienza e la comprensione, né riflettono ai risultati sociali a cui quei perfezionamenti debbono portare; pensano semplicemente ai loro inte­ressi quotidiani, a rendere più facile il loro lavoro e ad ottenere un vantag­gio immediato e tangibile.

Quando alcuni membri della comunità primitiva cominciarono a poco a poco, e come a tastoni, a passare dagli utensili di pietra agli utensili di ferro, certamente ignoravano e non concepivano i risultati sociali cui avrebbe por­tato quell’innovazione; essi non avevano la comprensione né la coscienza del fatto che il passaggio a strumenti di metallo significava una rivoluzione nella produzione, che tale passaggio doveva portare, infine, al regime schia­vistico. Essi volevano semplicemente rendere più facile il loro lavoro e otte­nere un vantaggio immediato e sensibile; la loro attività cosciente si limitava al quadro ristretto di questo vantaggio personale, quotidiano.

Quando, durante il regime feudale, la giovane borghesia europea cominciò a costruire accanto alle piccole botteghe degli artigiani grandi manifatture, facendo in tal modo progredire le forze produttive della società, essa certa­mente non sapeva e non concepiva le conseguenze sociali cui avrebbe por­tato quell’innovazione; essa non aveva la comprensione né la coscienza del fatto che quella “piccola” innovazione doveva portare a un raggruppamento di forze sociali, il quale doveva concludersi con la rivoluzione contro il potere monarchico di cui essa tanto apprezzava la benignità, e contro la nobiltà nelle cui file sognavano spesso di entrare i suoi rappresentanti migliori. Essa voleva semplicemente ridurre il costo di produzione delle merci, gettare una maggior quantità di merci sui mercati dell’Asia e dell’America, solo allora scoperta, e trarne maggiori profitti; la sua attività cosciente si limitava al quadro ristretto di questa pratica quotidiana.

Quando i capitalisti russi insieme con i capitalisti stranieri cominciarono attivamente a introdurre in Russia la grande industria meccanizzata moderna, senza toccare lo zarismo e gettando i contadini in pasto ai gran­di proprietari fondiari, essi certo non sapevano e non concepivano le conseguenze sociali cui avrebbe portato quel poderoso aumento delle forze produttive; essi non avevano la comprensione né la coscienza del fatto che quel grande balzo delle forze produttive della società doveva portare a un raggruppamento di forze sociali che avrebbe permesso al proletariato di unire a sé i contadini e di far trionfare la rivoluzione socialista. Essi volevano semplicemente allargare al massimo grado la produzione indu­striale, impadronirsi del mercato interno immenso, monopolizzare la pro­duzione e trarre dall’economia nazionale i maggiori profitti possibili; la loro attività cosciente non superava la cerchia dei loro interessi quotidia­ni, puramente pratici. A questo proposito Marx dice:

“Nella produzione sociale della loro esistenza [ossia nella produzione dei beni materiali necessari alla vita degli uomini], gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”.

Ciò non vuol dire tuttavia che i cambiamenti nei rapporti di produzione e il passaggio dai vecchi rapporti di produzione ai nuovi avvengano pacifica­mente, senza conflitti, senza scosse. Al contrario, un tale passaggio avviene di solito mediante l’abbattimento rivoluzionario dei vecchi rapporti di pro­duzione e l’instaurazione di rapporti nuovi. Fino a un certo momento lo svi­luppo delle forze produttive e i cambiamenti nel campo dei rapporti di pro­duzione si effettuano spontaneamente, indipendentemente dalla volontà degli uomini. Ma questo solo fino a un certo momento, fino al momento in cui le forze produttive, precedentemente sorte e sviluppatesi, siano sufficientemente mature. Quando le nuove forze produttive sono giunte a maturazione, i rapporti di produzione esistenti e le classi dominanti che li perso­nificano si trasformano in una barriera “insormontabile”, che può essere tolta di mezzo solo dall’attività cosciente delle nuove classi, dall’azione violenta di queste classi, dalla rivoluzione. Appare allora in modo chiarissimo la funzione immensa delle nuove idee sociali, delle nuove istituzioni politiche, del nuovo potere politico, chiamati a sopprimere con la forza i vecchi rapporti di produzione. Sulla base del conflitto tra le nuove forze produttive e i vecchi rapporti di produzione, sulla base delle nuove esigenze economiche della società, sorgono nuove idee sociali; queste nuove idee organizzano e mobilitano le masse; le masse si uniscono in un nuovo eser­cito politico, creano un nuovo potere rivoluzionario e se ne servono per sopprimere con la forza il vecchio ordine nel campo dei rapporti di produ­zione, e per instaurarvi l’ordine nuovo. Il processo spontaneo di sviluppo cede il posto all’attività cosciente degli uomini lo sviluppo pacifico a un rivolgimento violento, l’evoluzione alla rivoluzione.

“…Il proletariato — dice Marx — nella lotta contro la borghesia si costitui­sce necessariamente in classe… per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione…”. E più avanti: “Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare con la massima rapi­dità possibile il totale delle forze produttive“.”La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova”.Ecco come la sostanza del materialismo storico è stata genialmente esposta da Marx nel 1859, nella storica prefazione alla sua celebre opera Per la cri­tica dell’economia politica:

“Nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produ­zione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costi­tuisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro i quali dette forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione — che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali — e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di con­cepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano svilup­pate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già,o almeno sono in formazione”.

Ecco ciò che insegna il materialismo marxista applicato alla vita sociale, alla storia della società. Tali sono i tratti fondamentali del materialismo dialettico e storico.

 Estraido Dal Vol. N º 15, Op. Cumpleda  de Joseph Stalin, publicado por la Nueva Unidad 1974 – Curso Corto  de Historia del Partido Comunista de bolscevico de la URSS- ‘Materialismo Dialéctico y el Materialismo Histórico

J. V. Stalin
EL MATERIALISMO DIALECTICO Y  EL MATERIALISMO HISTORICO

El materialismo dialéctico es la concepción del mundo del Partido marxista-leninista. Llámase materialismo dialéctico, porque su modo de abordar los fenómenos de la naturaleza, su método de estudiar estos fenómenos y de concebirlos, es dialéctico, y su interpretación de los fenómenos de la naturaleza, su modo de enfocarlos, su teoría, materialista.

El materialismo histórico es la extensión de los principios del materialismo dialéctico al estudio de la vida social, la aplicación de los principios del materialismo dialéctico a los fenómenos de la vida de la sociedad, al estudio de ésta y de su historia.
Caracterizando su método dialéctico, Marx y Engels se remiten generalmente a Hegel, como al filósofo que formuló los rasgos fundamentales de la dialéctica. Pero esto no quiere decir que la dialéctica de Marx y Engels sea idéntica a la dialéctica hegeliana. En realidad, Marx y Engels sólo tomaron de la dialéctica de Hegel su “médula racional”, desechando la corteza idealista hegeliana y desarrollando la dialéctica, para darle una forma científica moderna.

“Mi método dialéctico –dice Marx –no sólo es en su base distinto del método de Hegel, sino que es directamente su reverso. Para Hegel, el proceso del pensamiento, al que él convierte incluso, bajo el nombre de idea, en sujeto con vida propia, es el demiurgo (creador) de lo real, y lo real su simple forma externa. Para mí, por el contrario, lo ideal no es más que lo material traspuesto y traducido en la cabeza del hombre” (C. Marx, Palabras finales a la segunda edición alemana del t. I de El Capital ).
En la caracterización de su materialismo, Marx y Engels se remiten generalmente a Feuerbach, como al filósofo que restauró en sus derechos al materialismo. Pero esto no quiere decir que el materialismo de Marx y Engels sea idéntico al materialismo de Feuerbach. En realidad, Marx y Engels sólo tomaron del materialismo de Feuerbach su “médula esencial”, desarrollándola hasta convertirla en la teoría científico-filosófica del materialismo y desechando su escoria idealista y ético-religiosa. Es sabido que Feuerbach, que era en lo fundamental un materialista, se rebelaba contra el nombre de materialismo. Engels declaró más de una vez que, “pese al cimiento materialista, Feuerbach no llegó a desprenderse de las ataduras idealistas tradicionales”, y que “donde el verdadero idealismo de Feuerbach se pone de manifiesto es en su filosofía de la religión y en su ética” (C. Marx y F. Engels, t. XIV, págs. 652-654).

La palabra dialéctica viene del griego “dialego”, que quiere decir diálogo o polémica. Los
antiguos entendían por dialéctica el arte de descubrir la verdad poniendo de manifiesto las
contradicciones en la argumentación del adversario y superando estas contradicciones. Algunos filósofos de la antiguedad entendían que el descubrimiento de las contradicciones en el proceso discursivo y el choque de las opiniones contrapuestas era el mejor medio para encontrar la verdad. Este modo dialéctico de pensar, que más tarde se hizo extensivo a los fenómenos naturales, se convirtió en el método dialéctico de conocimiento de la naturaleza, consistente en considerar los fenómenos naturales en perpetuo movimiento y cambio, y el desarrollo de la naturaleza como el resultado del desarrollo de las contradicciones existentes en ésta, como resultado de la acción recíproca de las fuerzas contradictorias en el seno de la naturaleza.

La dialéctica es, en su base, todo lo contrario de la metafísica.

1) El método dialéctico marxista se caracteriza por los siguientes rasgos fundamentales:

a) Por oposición a la metafísica, la dialéctica no considera la naturaleza como un conglomerado casual de objetos y fenómenos, desligados y aislados unos de otros y sin ninguna relación de dependencia entre sí, sino como un todo articulado y único, en el que los objetos y los fenómenos se hallan orgánicamente vinculados unos a otros, dependen unos de otros y se condicionan los unos a los otros.

Por eso, el método dialéctico entiende que ningún fenómeno de la naturaleza puede ser
comprendido, si se le toma aisladamente, sin conexión con los fenómenos que le rodean pues todo fenómeno tomado de cualquier campo de la naturaleza, puede convertirse en un absurdo si se le examina sin conexión con las condiciones que le rodean, desligado de ellas; y por el contrario, todo fenómeno puede ser comprendido y explicado si se le examina en su conexión indisoluble con los fenómenos circundantes y condicionado por ellos.

b) Por oposición a la metafísica, la dialéctica no considera la naturaleza como algo quieto e
inmóvil, estancado e inmutable, sino como algo sujeto a perenne movimiento y a cambio constante, como algo que se renueva y se desarrolla incesantemente y donde hay siempre algo que nace y se desarrolla y algo que muere y caduca.
Por eso, el método dialéctico exige que los fenómenos se examinen no sólo desde el punto de vista de sus relaciones mutuas y de su mutuo condicionamiento, sino también desde el punto de vista de su movimiento, de sus cambios y de su desarrollo, desde el punto de vista de su nacimiento y de su muerte.
Lo que importa, sobre todo, al método dialéctico no es lo que en un momento dado parece estable pero comienza ya a morir, sino lo que nace y se desarrolla, aunque en un momento dado parezca poco estable, pues lo único que hay insuperable, según él, es lo que se halla en estado de nacimiento y de desarrollo.

“Toda la naturaleza –dice Engels –, desde sus partículas más minúsculas hasta sus cuerpos más gigantescos, desde el grano de arena hasta el sol, desde el protozoo [organismo vivo unicelular. J. St.] hasta el hombre, se halla en estado perenne de nacimiento y muerte, en flujo constante, en movimiento y cambio incesante” (Obra citada, pág. 484). Por eso, la dialéctica –dice Engels –“enfoca las cosas y sus imágenes conceptuales,
sustancialmente, en sus conexiones mutuas, en su entronque y concatenación, en su d;námica, en su proceso de génesis y desaparición” (C. Marx y F. Engels, t. XIV, pág. 23).

c) Por oposición a la metafísica, la dialéctica no examina el proceso de desarrollo como un
simple proceso de crecimiento, en que los cambios cuantitativos no se traducen en cambios
cualitativos, sino como un proceso en que se pasa de los cambios cuantitativos insignificantes y ocultos a los cambios manifiestos, a los cambios radicales, a los cambios cualitativos; en que éstos se producen, no de modo gradual, sino rápido y súbitamente, en forma de saltos de un estado de cosas a otro, y no de un modo casual, sino con arreglo a leyes, como resultado de la acumulación de una serie de cambios cuantitativos inadvertidos y graduales.
Por eso, el método dialéctico entiende que el proceso de desarrollo debe concebirse no como
movimiento circular, no como una simple repetición del camino ya recorrido, sino como un
movimiento progresivo, como un movimiento en línea ascensional, como el tránsito del viejo estado cualitativo a un nuevo estado cualitativo, como el desarrollo de lo simple a lo complejo, de lo inferior a lo superior.
“La naturaleza –dice Engels –es la piedra de toque de la dialéctica, y las modernas ciencias
naturales nos brindan como prueba de esto un acervo de datos extraordinariamente copiosos y enriquecido cada día que pasa, demostrando con ello que la naturaleza se mueve, en última instancia, por los cauces dialécticos y no por los carriles metafísicos, que no se mueve en la eterna monotonía de un ciclo constantemente repetido, sino que recorre una verdadera historia. Aquí, hay que citar en primer término a Darwin, quien, con su prueba de que toda la naturaleza orgánica existente, plantas y animales, y entre ellos, como es lógico, el hombre, es el producto de un proceso de desarrollo que dura millones de años, ha asestado a la concepción metafísica de la naturaleza el más rudo golpe” (Obra citada, pág. 3).

Caracterizando el desarrollo dialéctico como el tránsito de los cambios cuantitativos a los
cambios cualitativos, dice Engels:
“En física. . . , todo cambio es una transformación de cantidad en calidad, una consecuencia del cambio cuantitativo de la masa de movimiento de cualquier forma inherente al cuerpo o que se transmite a éste. Así, por ejemplo, el grado de temperatura del agua no influye para nada, al principio, en su estado líquido; pero, al aumentar o disminuir la temperatura del agua líquida, se llega a un punto en que su estado de cohesión se modifica y el agua se convierte, en un caso, en vapor, y en otro caso, en hielo. . . Así también, para que el hilo de platino de la lámpara eléctrica se encienda, hace falta un mínimo de corriente; todo metal tiene ru grado térmico de fusión, y todo líquido, dentro de una determinada presión, su punto fijo de congelación y de ebullición, en la medida en que los medios de que disponemos nos permiten producir la temperatura necesaria y finalmente, todo gas tiene su punto crítico, en que bajo una presión y un enfriamiento adecuados se licúa en forma de gotas. . . Las llamadas constantes de la física [los puntos de transición de un estado a otro. J. St.] no son, la mayor parte de las veces, mas que los nombres de los puntos nodulares en que la suma o la sustracción cuantitativas (cambios cuantitativos) de movimiento provocan cambios cualitativos en el estado del cuerpo de que se trata, y en que, por tanto, la cantidad se trueca en calidad” (Obra citada, págs. 527-528).

Y más adelante, pasando a la química, Engels prosigue: “Podríamos decir que la química es la ciencia de los cambios cualitativos de los cuerpos por efecto de los cambios producidos en su composición cuantitativa. Y esto lo sabía ya el mismo Hegel. . . Basta fijarse en el oxígeno: si combinamos, para formar una molécula, tres átomos en vez de dos, que es lo corriente, produciremos ozono, cuerpo que se distingue de un modo muy definido del oxígeno normal, tanto por su olor como por sus efectos. ¡Y no digamos de las diversas proporciones en que el oxígeno se combina con el nitrógeno o con el azufre, y cada una de las cuales produce un cuerpo cualitativamente distiúto de todos los de más!” (Obra citada, pág. 528). Por último, criticando a Dühring, que colma de injurias a Hegel –sin perjuicio de tomar de él, a la chita callando, la conocida tesis de que el tránsito del reino de lo insensible al reino de las sensaciones, del mundo inorgánico al mundo de la vida orgánica, representa un salto a un nuevo estado –, Engels dice: “Es, en absoluto, la línea nodular hegeliana de las proporciones de medida, en que el simple aumento o la simple disminución cuantitativa producen, al llegar a un determinado punto nodular, un salto cualitativo, como ocurre, por ejemplo, con el agua puesta a calentar o a enfriar, donde el punto de ebullición y el punto de congelación son los nódulos en que –bajo una presión normal -se produce el salto a un nuevo estado de cohesión, es decir, en que la cantidad se trueca en calidad” (Obra citada, págs. 45-46).
d) Por oposición a la metafísica, la dialéctica parte del criterio de que los objetos y los fenómenos de la naturaleza llevan siempre implicitas contradicciones internas, pues todos ellos tienen su lado positivo y su lado negativo, su pasado y su futuro, su lado de caducidad y su lado de desarrollo; del criterio de que la lucha entre estos lados contrapuestos, la lucha entre lo viejo y lo nuevo, entre lo que agoniza y lo que nace, entre lo que caduca y lo que se desarrolla, forma el contenido interno del proceso de desarrollo, el contenido interno de la transformación de los cambios cuantitativos en cambios cualitativos. Por eso, el método dialéctico entiende que el proceso de desarrollo de lo inferior a lo superior no discurre a modo de un proceso de desenvolvimiento armónico de los fenómenos, sino poniendo siempre de relieve las contradicciones inherentes a los objetos y a los fenómenos, en un proceso de “lucha” entre las tendencias contrapuestas que actúan sobre la base de aquellas contradicciones. “Dialéctica, en sentido estricto, es — dice Lenin –el estudio de las contradicciones contenidas en la esencia misma de los objetos ” (Lenin, Cuadernos filosóficos, pág. 263). Y más adelante:”El desarrollo es la ‘lucha’ de los contrarios” (Lenin, t. XIII, pág. 301).
Tales son, brevemente expuestos, los rasgos fundamentales del método dialéctico marxista. No es difícil comprender cuán enorme es la importancia que la difusión de los principios del método dialéctico tiene para el estudio de la vida social y de la historia de la sociedad y qué importancia tan enorme encierra la aplicación de estos principios a la historia de la sociedad y a la actuación práctica del Partido del proletariado.

Si en el mundo no existen fenómenos aislados, si todos los fenómenos están vinculados entre si y se condicionan unos a otros, es evidente que todo régimen social y todo movimiento social que aparece en la historia debe ser considerado, no desde el punto de vista de la “justicia eterna” o de cualquier otra idea preconcebida, que es lo que suelen hacer los historiadores, sino desde el punto de vista de las condiciones que han engendrado este régimen y este movimiento social, y a los cuales se hallan vinculados.

Dentro de las condiciones modernas, el régimen de la esclavitud es un absurdo y una necedad contraria a la lógica. En cambio, dentro de las condiciones de disgregación del régimen del comunismo primitivo, el régimen de la esclavitud era un fenómeno perfectamente lógico y natural, ya que representaba un progreso en comparación con el comunismo primitivo.

La reivindicación de la República democráticoburguesa dentro de las condiciones del zarismo y de la sociedad burguesa, por ejemplo en la Rusia de 1905, era una reivindicación perfectamente lógica, acertada y revolucionaria, pues la República burguesa representaba, en aquel tiempo, un progreso. En cambio, dentro de nuestras condiciones actuales en la U.R.S.S., la reivindicación de la República democráticoburguesa sería absurda y contrarrevolucionaria, ya que, comparada con la República Soviética, la República burguesa significa un paso atrás. Todo depende, pues, de las condiciones, del lugar y del tiempo.

Es evidente que, sin abordar desde este punto de vista histórico los fenómenos sociales, no podría existir ni desarrollarse la ciencia de la historia, puesto que este modo de abordar los fenómenos es el único que impide a la ciencia histórica convertirse en un caos de sucesos fortuitos y en un montón de los más absurdos errores.

Continuemos. Si el mundo se halla en incesante movimiento y desarrollo y si la ley de este
desarrollo es la extinción de lo viejo y el crecimiento de lo nuevo, es evidente que ya no puede haber ningún régimen social “inconmovible”, ni pueden existir los “principios eternos” de la propiedad privada y la explotación, ni las “ideas eternas” de sumisión de los campesinos a los terratenientes y de los obreros a los capitalistas.Esto quiere decir que el régimen capitalista puede ser sustituido por el régimen socialista, del mismo modo que, en su día, el régimen capitalista sustituyó al régimen feudal.

Esto quiere decir que hay que orientarse, no hacia aquellas capas de la sociedad que han llegado ya al término de su desarrollo, aunque en el momento presente constituyan la fuerza predominante,
sino hacia aquellas otras que se están desarrollando y que tienen un porvenir, aunque no sean las fuerzas predominantes en el momento actual. En la década del 80 del siglo pasado, en la época de lucha entre los marxistas y los populistas, el proletariado constituía, en Rusia, una minoría insignificante, en comparación con los campesinos individuales, que formaban la inmensa mayoría de la población. Pero el proletariado se estaba desarrollando como clase, mientras que los campesinos como clase, se disgregaban. Precisamente por esto, porque el proletariado se estaba desarrollando como clase, los marxistas se orientaron hacia él. Y no se equivocaron, puesto que, como es sabido, el proletariado se convirtió, andando el tiempo, de una fuerza de escasa importancia en una fuerza histórica y política de primer orden.

Esto quiere decir que en política, para no equivocarse, hay que mirar hacia adelante y no hacia atrás. Continuemos. Si el tránsito de los lentos cambios cuantitativos a los rápidos y súbitos cambios cualitativos constituye una ley del desarrollo, es evidente que las transformaciones revolucionarias llevadas a cabo por las clases oprimidas representan un fenómeno absolutamente natural e inevitable. Esto quiere decir que el paso del capitalismo al socialismo y la liberación de la clase obrera del yugo capitalista no puede realizarse por medio de cambios lentos, por medio de reformas, sino sólo mediante la transformación cualitativa del régimen capitalista, es decir, mediante la revolución.  Esto quiere decir que en política, para no equivocarse, hay que ser revolucionario y no reformista.

Continuemos. Si el proceso de desarrollo es un proceso de revelación de contradicciones internas, un proceso de choques entre fuerzas contrapuestas sobre la base de estas contradicciones y con el fin de superarlas, es evidente que la lucha de clases del proletariado constituye un fenómeno perfectamente natural e inevitable.

Esto quiere decir que lo que hay que hacer no es disimular las contradicciones del régimen
capitalista, sino ponerlas al desnudo y desplegarlas en toda su extensión, no es apagar la lucha de clases, sino llevarla a cabo hasta el fin.

Esto quiere decir que en política, para no equivocarse, hay que mantener una política proletaria, de clase, intransigente, y no una política reformista, de armonía de intereses entre el proletariado y la burguesía, una política conciliadora de “integración gradual” del capitalismo en el socialismo. En esto consiste el método dialéctico marxista, aplicado a la vida social y a la historia de la sociedad.

Por lo que se refiere al materialismo filosófico marxista, es en su base lo opuesto al idealismo filosófico. 2) El materialismo filosófico marxista se caracteriza por los siguientes rasgos fundamentales: a) En oposición al idealismo, que considera el mundo como la encarnación de la “idea absoluta”, del “espíritu universal”, de la “conciencia”, el materialismo filosófico de Marx parte del criterio de que el mundo es, por su naturaleza, algo material ; de que los múltiples y variados fenómenos del mundo constituyen diversas formas y modalidades de la materia en movimiento; de que los vínculos mutuos y las relaciones de interdependencia entre los fenómenos, que el método dialéctico pone de relieve, son las leyes con arreglo a las cuales se desarrolla la materia en movimiento; de que el mundo se desarrolla con arreglo a las leyes que rigen el movimiento de la materia, sin necesidad de ningún “espíritu universal”. “La concepción materialista del mundo –dice Engels –significa sencillamellte concebir la naturaleza tal y como es, sin ninguna clase de aditamentos extraños” (C. Marx y F. Engels, t. XIV, pág. 651).

Refiriendose a la concepción materialista de un filósofo de la antiguedad, Heráclito, según el cual “el mundo, que es la unidad de todo lo existente, no ha sido creado por ningún dios ni por ningún hombre, sino que ha sido, es y será eternamente un fuego vivo que se enciende y se apaga con arreglo a leyes”, dice Lenin: “He aquí una excelente definición de los principios del materialismo dialéctico” (Lenin, Cuadernos filosóficos, pág. 3I8).

b) En oposición al idealismo, el cual afirma que sólo nuestra conciencia tiene una existencia real y que el mundo material, el ser, la naturaleza, sólo existe en nuestra conciencia, en nuestras sensaciones, en nuestras percepciones, en nuestros conceptos, el materialismo filosófico marxista parte del criterio de que la materia, la naturaleza, el ser, es una realidad objetiva, que existe fuera de nuestra conciencia e independientemente de ella; de que la materia es lo primario, ya que constituye la fuente de la que se derivall las sensaciones, las percepciones y la conciencia, y la conciencia lo secundario, lo derivado, ya que es la imagen refleja de la materia, la imagen refleja del ser; de que el pensamiento es un producto de la materia que ha llegado a un alto grado de perfección en su desarrollo, y más concretamente, un producto del cerebro, y éste el órgano del pensamiento, y de que, por tanto, no cabe, a menos de caer en un craso error, separar el pensamiento de la materia. “El problema de la relación entre el pensar y el ser, entre el espíritu y la naturaleza es dice Engels –el problema supremo de toda la filosofía. . . Los filósofos se dividían en dos grandes campos, según la contestación que diesen a esta pregunta. Los que afirmaban el carácter primario del espíritu frente a la naturaleza. . . formaban en el campo del idealismo. Los otros, los que reputaban la naturaleza como lo primario, figuraban en las diversas escuelas del materialismo “(F. Engels, obra citada, págs. 16-17).
Y más adelante: “El mundo material y perceptible por los sentidos, del que formamos parte también los hombres, es el único mundo real. . . Nuestra conciencia y nuestro pensamiento, por más suprasensibles que parezcan, son el producto de un órgano material, corporal: el cerebro. La materia no es un producto del espíritu, y el espíritu mismo no es más que el producto supremo de la materia” (F. Engels, obra citada, pag. 3~2). Refiriéndose al problema de la materia y el pensamiento, manifiesta Marx: “No es posible separar el pensamiento de la materia pensante. La materia es el sujeto de todos los cambios” (Obra citada, pig. jO2).

Caracterizando el materialismo filosófico marxista, dice Lenin: “El materialismo en general reconoce la existencia objetivamente real del ser (la materia), independiente de la conciencia, de las sensaciones, de la experiencia. . . La conciencia. . . no es más que un reflejo del ser, en el mejor de los casos su reflejo aproximadamente exacto (adecuado, ideal en cuanto a precisión)” (Lenin, t. XIII, pags. 266-267). Y en otros pasajes: “Es materia lo que, actuando sobre nuestros organos sensoriales, produce las sensaciones; la materia es la realidad objetiva, que las sensaciones nos transmiten. . . La materia, la naturaleza, el ser, lo fisico, es lo primario; el espíritu, la conciencia, las sensaciones, lo psíquico, es lo secundario” (Obra citada, págs. 119-120).

-“El cuadro del mundo es el cuadro de cómo se mueve y cómo ‘piensa la materia’” (Obra
citada, pág. 288). “El cerebro es el órgano del pensamiento” (Obra citada, pág. 125).
c) En oposición al idealismo, que discute la posibilidad de conocer el mundo y las leyes por que se rige, que no cree en la veracidad de nuestros conocimientos, que no reconoce la verdad objetiva y entiende que el mundo está lleno de “cosas en sí”, que jamás podrán ser conocidas por la ciencia, el materialismo filosófico marxista parte del principio de que el mundo y las leyes por que se rige son perfectamente cognoscibles, de que nuestros conocimientos acerca de las leyes de la naturaleza, comprobados por la experiencia, por la práctica, son conocimientos veraces, que tienen el valor de verdades objetivas, de que en el mundo no hay cosas incognoscibles, sino simplemente aún no conocidas, pero que la ciencia y la experiencia se encargarán de revelar y de dar a conocer.

Criticando la tesis de Kant y de otros idealistas acerca de la incognoscibilidad del mundo y de las “cosas en sí” incognoscibles y defendiendo la consabida tesis del materialismo acerca de la veracidad de nuestros conocímientos, escribe Engels:

“La refutación más contundente de estas manías, como de todas las demás manías filosóficas, es la práctica, o sea el experimento y la industria. Si podemos demostrar la exactitud de nuestro modo de concebir un proceso natural reproduciendolo nosotros mismos, creándolo como retado de sus mismas condiciones, y si, además, lo ponemos al servicio de nuestros propios fines, daremos al traste con la ‘cosa en sí’ inasequible de Kant. Las sustancias químicas producidas en el cuerpo animal y vegetal siguieron siendo ‘cosas en sí’ inasequibles hasta que la química orgánica comenzó a producirlas unas tras otras; con ello, la ‘cosa en sí’ se convirtió en una cosa para nosotros, como, por ejemplo, la materia colorante de la rubia, la alizarina, que hoy ya no se extrae de la raíz de aquella planta, sino que se obtiene de alquitrán de hulla, procedimiento mucho mas barato y más sencillo. El sistema solar de Copernico fue durante trescientos años una hipótesis, por la que se podía apostar cien, mil, diez mil contra uno, pero, a pesar de todo, una hipótesis, hasta que Leverrier, con los datos tomados de este sistema no sólo demostró que debía necesariamente existir un planeta desconocido hasta entonces, sino que, además, determinó mediante cálculos el lugar en que este planeta tenía que encontrarse en el firmamento, y cuando después Galle descubrió efectivamente este planeta, el sistema de Copérnico quedó demostrado” (C. Marx, Obras escogidas, t. I, pág. 330). Acusando a Bogdánov, Basárov, Yushkévich y otros partidarios de Mach de fideísmo (teoría reaccionaria que prefiere la fe a la ciencia) y defendiendo la consabida tesis del materialismo de que nuestros conocimientos científicos acerca de las leyes por las que se rige la naturaleza son conocimientos veraces y de que las leyes de la ciencia constituyen verdades objetivas, dice Lenin: “El fideísmo moderno no rechaza, ni mucho menos, la ciencia; lo único que rechaza son las ‘pretensiones desmesuradas’ de la ciencia, y concretamente, sus pretensiones de verdad objetiva. Si existe una verdad objetiva (como entienden los materialistas) y si las ciencias naturales, reflejando el mundo exterior en la ‘experiencia’ del hombre, son las unicas que pueden darnos esa verdad objetiva, todo fideísmo queda refutado incontrovertiblemente” (Lenin, t. XIII, pág. 102).
Tales son, brevemente expuestos, los rasgos característicos del materialismo filosófico marxista. Fácil es comprender la importancia tan enorme que tiene la extensión de los principios del materialismo filosófico al estudio de la vida social, al estudio de la historia de la sociedad, la importancia tan enorme que tiene el aplicar estos principios a la historia de la sociedad y a la actuación práctica del Partido del proletariado.

Si la conexión entre los fenómenos de la naturaleza y su interdependencia representan las leyes por las que se rige el desarrollo de la naturaleza, de esto se deduce que la conexión e
interdependencia de los fenómenos de la vida social representan también no algo fortuito, sino las leyes por las que se rige el desarrollo de la sociedad.

Esto quiere decir que la vida social y la historia de la sociedad ya no son un conglomerado de hechos “fortuitos”, pues la historia de la sociedad se convierte en el desarrollo de la sociedad con arreglo a sus leyes, y el estudio de la historia de la sociedad adquiere categoria de ciencia.
Esto quiere decir que la actuación práctica del Partido del proletariado debe basarse, no en los buenos deseos de las “ilustres personalidades”, no en los postulados de la “razón”, de la “moral universal”, etc., sino en las leyes del desarrollo de la sociedad y en el estudio de éstas.

Prosigamos. Si el mundo es cognoscible, y nuestros conocimientos acerca de las leyes que rigen el desarrollo de la naturaleza son conocimientos veraces, que tienen el valor de verdades objetivas, esto quiere decir que también la vida social, el desarrollo de la sociedad, son susceptibles de ser conocidos; y que los datos que nos brinda la ciencia sobre las leyes del desarrollo de la sociedad son datos veraces, que tienen el valor de verdades objetivas.

Esto quiere decir que la ciencia que estudia la historia de la sociedad puede adquirir, pese a toda la complejidad de los fenómenos de la vida social, la misma precisión que la biología, por ejemplo, ofreciéndonos la posibilidad de dar una aplicación práctica a las leyes que rigen el desarrollo de la sociedad.

Esto quiere decir que, en su actuación práctica, el Partido del proletariado debe guiarse, no por estos o los otros motivos fortuitos, sino por las leyes que rigen el desarrollo de la sociedad y por las conclusiones prácticas que de ellas se derivan.

Esto quiere decir que el socialismo deja de ser un sueño acerca de un futuro mejor de la
humanidad, para convertírse en una ciencia.

Esto quiere decir que el enlace entre la ciencia y la actuación práctica, entre la teoría y la práctica, su unidad, debe ser la estrella polar que guíe al Partido del proletariado.

Prosigamos. Si la naturaleza, el ser, el mundo material es lo primario, y la conciencia, el
pensamiento, lo secundario, lo derivado; si el mundo material constituye la realidad objetiva, que existe independientemente de la conciencia del hombre, y la conciencia es la imagen refleja de esta realidad objetiva, de aquí se deduce que la vida material de la sociedad, el ser social, es también lo primario y su vida espiritual, lo secundario, lo derivado; que la vida material de la sociedad es la realidad objetiva, que existe independientemente de la voluntad de los hombres, y la vida espiritual de la sociedad el reflejo de esta realidad objetiva, el reflejo del ser.

Esto quiere decir que la fuente donde se forma la vida espiritual de la sociedad, la fuente de la que emanan las ideas sociales, las teorías sociales, las concepciones y las instituciones políticas, hay que buscarla, no en estas mismas ideas, teorías, concepciones e instituciones políticas, sino en las condiciones de la vida material de la sociedad, en el ser social, del cual son reflejos estas ideas, teorías, concepciones, etc.Esto quiere decir que, si en los diversos períodos de la historia de la sociedad nos encontramos con diversas ideas, teorías, concepciones sociales e instituciones políticas, si bajo el régimen de la esclavitud observamos unas ideas, teorías y concepciones sociales, unas instituciones políticas, bajo el feudalismo otras, y otras distintás bajo el capitalismo, la explicación de esto no reside en la “naturaleza”, ni en la “propiedad” de las ideas, teorías, concepciones e instituciones políticas
mismas, sino en las distintas condiciones de la vida material de la sociedad dentro de los diversos períodos del desarrollo social. Según sean las condiciones de existencia de la sociedad, las condiciones en que se desenvuelve su vida material, así son sus ideas, sus teorías, sus concepciones e instituciones políticas.

En relación con esto, dice Marx:
“No es la conciencia del hombre la que determina su ser, sino, por el contrario, el ser social es el que determina su conciencia” (C. Marx, Obras Escogidas, t. I, pág. 269).

Esto quiere decir que, en política, para no equivocarse y no convertirse en una colección de
vacuos soñadores, el Partido del proletariado debe tomar como punto de partida para su actuación, no los “principios” abstractos de la “razón humana”, sino las condiciones concretas de la vida material de la sociedad, que constituyen la fuerza decisiva del desarrollo social; no los buenos deseos de los “grandes hombres”, sino las exigencias reales impuestas por el desarrollo de la vida material de la sociedad. El fracaso de los utopistas, incluyendo entre ellos los populistas, los anarquistas y los socialrevolucionarios, se explica, entre otras razones, porque no teconocían la importancia primordial de las condiciones de vida material de la sociedad en cuanto al desarrollo de ésta, y, cayendo en el idealismo, erigían su actuación práctica, no sobre las exigencias del desarrollo de la vida máterial de la sociedad, sino, independientemente de ellas y en contra de ellas, sobre “planes ideales” y “proyectos universales”, desligados de la vida real de la sociedad.

La fuerza y la vitalidad del marxismo-leninismo estriban precisamente en que toma como base para su actuación práctica las exigencias del desarrollo de la vida material de la sociedad, sin desligarse jamás de la vida real de ésta.

Sin embargo, de las palabras de Marx no se desprende que las ideas y las teorías sociales, las concepciones y las instituciones políticas no tengan importancia alguna en la vida de la sociedad, que no ejerzan de rechazo una influencia sobre el ser social, sobre el desarrollo de las condiciones materiales de la vida de la sociedad. Hasta ahora, nos hemos venido refiriendo únicamente al origen de las ideas y teorías sociales y de las concepciones e instituciones políticas, a su nacimiento, al hecho de que la vida espiritual de la sociedad es el reflejo de las condiciones de su vida material. En lo tocante a la importancia de las ideas y teorías sociales y de las concepciones e instituciones políticas, en lo tocante al papel que desempeñan en la historia, el materialismo histórico no sólo no niega, sino que, por el contrario, subraya la importancia del papel y la significación que les corresponden en la vida y en la historia de la sociedad.

Pero hay diferentes ideas y teorías sociales. Hay ideas y teorías viejas, que han cumplido ya su misión y que sirven a los intereses de fuerzas sociales caducas. Su papel consiste en frenar el desarrollo de la sociedad, su marcha progresiva. Y hay ideas y teorías nuevas, avanzadas, que sirven a los intereses de las fuerzas de vanguardia de la sociedad. El papel de éstas consiste en facilitar el desarrollo de la sociedad, su marcha progresiva, siendo su importancia tanto más grande cuanto mayor es la exactitud con que tesponden a las exigencias del desarrollo de la vida material de la sociedad.
Las nuevas ideas y teorías sociales sólo surgen después que el desarrollo de la vida material de la sociedad plantea a ésta nuevas tareas. Pero después de surgir, se convierten en una fuerza de la mayor importancia, que facilita la ejecución de estas nuevas tareas plaúteadas por el desarrollo de la vida material de la sociedad, que facilita los progresos de ésta. Es aquí, precisamentej donde se acusa la formidable importancia organizadora, movilizadora y transformadora de las nuevas ideas, de las nuevas teorías y de las nuevas concepciones políticas, de las nuevas instituciones políticas.
Las nuevas ideas y teorías sociales surgen precisamente porque son necesarias para la sociedad, porque sin su labor organizadora, movilizadora y transformadora es imposible llevar a cabo las tareas que plantea el desarrollo de la vida material de la sociedad y que están ya en sazón de ser cumplidas. Y como surgen sobre la base de las úuevas tareas planteadas por el desarrollo de la vida material de la sociedad, las nuevas ideas y teorías sociales se abren paso, se convierten en patrimonio de las masas populares, movilizan y organizan a éstas contra las fuerzas sociales caducas, facilitando así el derrocamiento de estas fuerzas sociales caducas que frenan el desarrollo de la vida material de la sociedad.

He aquí cómo las ideas y teorías sociales, las instituciones políticas, que brotan sobre la base de las tareas ya maduras para su solución planteadas por el desarrollo de la vida material de la sociedad, por el desarrollo del ser social, actúan luego, a su vez, sobre este ser social, sóbre la vida material de la sociedad, creando las condiciones necesarias para llevar a término la ejecución de las tareas ya maduras de la vida material de la sociedad y hacer posible su desarrollo ulterior. En relación con esto, dice Marx:
“La teorla se convierte en una fuerza material tan pronto como prende en las masas” (C. Marx y

F. Engels, Obras Completas, t. I, pág. 406).
Esto quiere decir que para poder influir sobre las condiciones de la vida material de la sociedad y acelerar su desarrollo, acelerar su mejoramiento, el Partido del proletariado tiene que apoyarse en una teoría social, en una idea social que refleje certeramente las exigencias del desarrollo de la vida material de la sociedad y que, gracias a ello, sea capaz de poner en movimiento a las grandes masas del pueblo, de movilizarlas y organizar con ellas el gran ejército del Partido proletario, presto a aplastar las fuerzas reaccionarias y allanar el camino a las fuerzas avanzadas de la sociedad.

El fracaso de los “economistas” y de los mencheviques se explica, entre otras razones, por el hecho de que no reconocían la importancia movilizadora, organizadora y transformadora de la teoría de vanguardia, de la idea de vanguardia, y cayendo en un materialismo vulgar, reducían su papel casi a la nada, y consiguientemente condenaban al Partido a la pasividad, a vivir vegetando.

La fuerza y la vitalidad del marxismo-leninismo estriban en que éste se apoya en una teoría de vanguardia, que refleja certeramente las exigencias del desarrollo de la vida material de la sociedad, en que eleva la teoría a la altura que le corresponde y considera su deber utilizar íntegramente su fuerza de movilización, de organización y de transformación.

Así es como resuelve el materialismo histórico el problema de las relaciones entre el ser social y la conciencia social, entre las condiciones de desarrollo de la vida material y el desarrollo de la vida espiritual de la sociedad.

3) El materialismo histórico.

Resta sólo contestar a esta pregunta: ¿Qué se entiende, desde el punto de vista del materialismo histórico, por “condiciones de vida material de la sociedad”, que son las que determinan, en última instancia, la fisonomía de la sociedad, sus ideas, sus concepciones, instituciones políticas, etc.?

¿Cuáles son, en realidad, esas “condiciones de vida material de la sociedad”, cuáles son sus
rasgos característicos? Es indudable que en este concepto de “condiciones de vida material de la sociedad” entra, ante todo, la naturaleza que rodea a la sociedad, el medio geográfico, que es una de las condiciones necesarias y constantes de la vida material de la sociedad y que, naturalmente, influye en el desarrollo de ésta. ¿Cuál es el papel del medio geográfico en el desarrollo de la sociedad? ¿No será, a caso, el medio geográfico el factor fundamental que determina la fisonomía de la sociedad, el carácter del régimen social de los hombres, la transición de un régimen a otro?

El materialismo histórico contesta negativamente a esta pregunta. El medio geográfico es, indiscutiblemente, una de las condiciones constantes y necesarias del desarrollo de la sociedad e influye, naturalmente, en él, acelerándolo o amortiguándolo.

Pero esta influencia no es determinante, ya que los cambios y el desarrollo de la sociedad se producen con una rapidez incomparablemente mayor que los que afectan al medio geográfico. En el transcurso de tres mil años, Europa vio desaparecer tres regímenes sociales: el del comunismo primitivo, el de la esclavitud y el régimen feudal, y en la parte oriental de Europa, en la U.R.S.S., fenecieron cuatro. Pues bien; durante este tiempo, las condiciones geográficas de Europa o no sufrieron cambio alguno, o, si sufrieron alguno, fue tan leve, que la Geografía no cree que merece la pena registrarlo. Y se comprende que sea así. Para que el medio geográfico experimente cambios de cierta importancia, hacen falta millones de años, mientras que en unos cientos o un par de miles de años pueden producirse incluso cambios de la mayor importancia en el régimen social.

De aquí se desprende que el medio geográfico no puede ser la causa fundamental, la causa
determinante del desarrollo social, pues lo que permanece casi invariable a través de decenas de miles de años no puede ser la causa fundamental a que obedezca el desarrollo de lo que en el espacio de unos cuantos cientos de años experimenta cambios radicales.

Asimismo, es indudable que el crecimiento de la población, la mayor o menor densidad de
población es un factor que forma también parte del concepto de las “condiciones de vida material de la sociedad”, ya que entre estas condiciones materiales se cuenta como elemento necesario el hombre, y es imposible la vida material de la sociedad sin un determinado mínimo de seres humanos. ¿No será, acaso, el desarrollo de la población el factor cardinal que determina el carácter del régimen social en que viven los hombres? El materialismo histórico contesta negativamente también a esta pregunta.

Es indudable que el crecimiento de la población influye en el desarrollo de la sociedad,
facilitando o entorpeciendo este desarrollo, pero no puede ser el factor cardinal a que obedece, ni su influencia sobre el desarrollo de la sociedad puede ser una influencia determinante, ya que el crecimiento de la población de por sí no nos ofrece la clave para explicar por qué un régimen social dado es sustituido precisamente por un determinado régimen nuevo y no por otro, por qué el régimen del comunismo primitivo fue sustituido precisamente por el régimen de la esclavitud, el régimen esclavista por el régimen feudal y éste por el burgués, y no por otro cualquiera.

Si el crecimiento de la población fuese el factor determinante del desarrollo social, a una mayor densidad de población tendría que corresponder forzosamente, en la práctica, un tipo proporcionalmente más elevado de régimen social. Pero, en realidad, no ocurre así La densidad de la población de China es cuatro veces mayor que la de los Estados Unidos, a pesar de lo cual los Estados Unidos ocupan un lugar más elevado que China en lo que a desarrollo social se refiere, pues mientras que en China sigue imperando el régimen semifeudal, los Estados Unidos hace ya mucho tiempo que han llegado a la fase culminante del desarrollo del capitalismo. La densidad de población de Bélgica es 19 veces mayor que la de los Estados Unidos y 26 veces mayor que la de la U.R.S.S., y sin embargo, Norteamética sobrepasa a Bélgica en lo tocante a su desarrollo social, y la U.R.S.S. Ie lleva de ventaja toda una época histórica, pues mientras que en Bélgica impera el régimen capitalista, la U.R.S.S. ha liquidado ya el capitalismo e instaurado el régimen socialista. De aquí se desprende que el crecimiento de la población no es ni puede ser el factor cardinal en el desarrollo de la sociedad, el factor determinante del carácter del régimen social, de la fisonomía de la sociedad.

a ) ¿Cuál es, pues, dentro del sistema de las condiciones de vida material de la sociedad, el factor cardinal que determina la fisonomía de aquélla, el carácter del régimen social, el paso de la sociedad de un régimen a otro?

Este factor es, según el materialismo histórico, el modo de obtención de los medios de vida
necesarios para la existencia del hombre, el modo de producción de los bienes materiales : del alimento, del vestido, del calzado, de la vivienda, del combustible, de los instrumentos de producción, etc., necesarios para que la sociedad pueda vivir y desarrollarse.

Para vivir, el hombre necesita alimentos, vestido, calzado, vivienda, combustible, etc.; para tener estos bienes materiales, ha de producirlos y para poder producirlos necesita disponer de instrumentos de producción, con ayuda de los cuales se consigue el alimento, se fabrica el vestido, el calzado, se construye la vivienda, se obtiene el combustible, etc.; necesita saber producir estos instrumentos y servirse de ellos.

Instrumentos de producción con ayuda de los cuales se producen los bienes materiales, y
hombres que los manejan y efectúan la producción de los bienes materiales, por tener una cierta experiéncia productiva y hábitos de trabajo : tales son los elementos que, en conjunto, forman las fuerzas productivas de la sociedad.

Pero las fuerzas productivas no son más que uno de los aspectos de la producción, uno de los aspectos del modo de producción, el aspecto que refleja la relación entre el hombre y los objetos y fuerzas de la naturaleza empleados para la producción de los bienes materiales. El otro aspecto de la producción, el otro aspecto del modo de producción lo constituyen las relaciones de unos hombres con otros dentro del proceso de la producción, las relaciones de producción entre los hombres. Los hombres no luchan con la naturaleza y no la utilizan para la producción de bienes materiales aisladamente, desligados unos de otros, sino juntos, en grupos, en sociedades.

Por eso, la producción es siempre y bajo condiciones cualesquiera una producción social. Al efectuar la producción de los bienes materiales, los hombres establecen entre sí, dentro de la producción, tales o cuales relaciones mutuas, tales o cuales relaciones de producción. Estas relaciones pueden ser relaciones de colaboración y ayuda mutua entre hombres libres de toda explotación, pueden ser relaciones de dominio y subordinación o pueden ser, por último, relaciones de transición entre una forma de relaciones de producción y otra. Pero, cualquiera que sea su carácter, las relaciones de producción constituyen –siempre y en todos los regímenes –un elemento tan necesario de la producción como las mismas fuerzas productivas de la sociedad.
“En la producción –dice Marx –los hombres no actuan solamente sobre la naturale~a, sino que actúan también los unos sobre los otros. No pueden producir sin asociarse de un cierto modo, para actuar en común y establecer un intercambio de actividades. Para producir, los hombres contraen determinados vínculos y relaciones, y a través de estos vínculos y relaciones sociales, y sólo a través de ellos, es cómo se relacionan con la naturaleza y cómo se efectúa la producción” (C. Marx y F. Engels, Obras Escogidas, t. V, pág. 429).

Consiguientemente, la producción, el modo de producción, no abarca solamente las fuerzas
productivas de la sociedad, sino también las relaciones de producción entre los hombres, siendo, por tanto, la forma en que toma cuerpo la unidad de ambas dentro del proceso de la producción de bienes materiales.

b ) La primera característica de la producción es que jamás se estanca en un punto durante un largo período, sino que cambia y se desarrolla constantemente, con la particularidad de que estos cambios ocurridos en el modo de producción provocan inevitablemente el cambio de todo el régimen social, de las ideas sociales, de las concepciones e instituciones políticas, provocan la reorganización de todo el sistema social y político. En las diversas fases de desarrollo, el hombre emplea diversos modos de producción o, para decirlo en términos más vulgares, mantiene distinto género de vida. Bajo el régimen del comunismo primitivo, el modo de producción empleado es distinto que bajo la esclavitud, bajo el régimen de la esclavitud es distinto que bajo el feudalismo, etc. Y, en consonancia con esto, varían también el régimen social de los hombres, su vida espiritual, sus concepciones, sus instituciones políticas.

Según sea el modo de producción existente en una sociedad, así es también, fundamentalmente, esta misma sociedad y así son sus ideas y sus teorías, sus concepciones e instituciones políticas. O, para decirlo en términos más vulgares, según vive el hombre, así piensa.

Esto significa que la historia del desarrollo de la sociedad es, ante todo, la historia del desarrollo de la producción, la historia de los modos de producción que se suceden unos a otros a lo largo de los siglos, la historia del desarrollo de las fuerzas productivas y de las relaciones de producción entre los hombres.

Esto quiere decir que la historia del desarrollo social es, al mismo tiempo, la historia de los
propios productores de bienes materiales, la historia de las masas trabajadoras, que son las fuerzas fundamentales del proceso de producción y las que llevan a cabo la producción de los bienes materiales necesarios para la existencia de la sociedad.

Esto quiere decir que la ciencia histórica, si pretende ser una verdadera ciencia, no debe seguir reduciendo la historia del desarrollo social a los actos de los reyes y de los caudillos militares, a los actos de los “conquistadores” y “avasalladores” de Estados, sino que debe ocuparse ante todo de la historia de los productores de los bienes materiales, de la historia de las masas trabajadoras, de la historia de los pueblos.

Esto quiere decir que la clave para el estudio de las leyes de la historia de la sociedad no hay que buscarla en las cabezas de los hombres, en las ideas y concepciones de la sociedad, sino en el modo de producción aplicado por la sociedad en cada uno de sus períodos históricos, es decir, en la economía de la sociedad.

Esto quiere decir que la tarea primordial de la ciencia histórica es el estudio y el descubrimiento de las leyes de la producción, de las leyes del desarrollo de las fuerzas productivas y de las
relaciones de producción, de las leyes del desarrollo económico de la sociedad.

Esto quiere decir que el Partido del proletariado, para ser un verdadero partido, debe, ante todo, conocer las leyes del desarrollo de la producción, las leyes del desarrollo económico de la sociedad.

Esto quiere decir que en politica, para no equivocarse, el Partido del proletariado debe, ante todo, tanto en lo que se refiere a la formación de su programa como en lo que atañe a su actuación práctica, arrancar de las leyes del desarrollo de la producción, de las leyes del desarrollo económico
de la sociedad.

c ) La segunda catacterística de la producción consiste en que sus cambios y su desarrollo

arrancan siempre de los cambios y del desarrollo de las fuerzas productivas, y, ante todo, de los que afectan a los instrumentos de producción. Las fuerzas productivas son, por tanto, el elemento más dinámico y más revolucionario de la producción. Al principio, cambian y se desarrollan las fuerzas productivas de la sociedad y luego, en dependencia con estos cambios y en consonancia con ellos, cambian las relaciones de producción entre los hombres, sus relaciones económicas.

Sin embargo, esto no quiere decir que las relaciones de producción no influyan sobre el desarrollo de las fuerzas productivas y que éstas no dependan de aquéllas. Las relaciones de producción, aunque su desarrollo dependa del de las fuerzas productivas, actúan a su vez sobre el desarrollo de éstas, acelerándolo o amortiguándolo. A este propósito conviene advertir que las relaciones de producción no pueden quedarse por un tiempo demasiado largo rezagadas de las fuerzas productivas al crecer éstas, ni hallarse en contradicción con ellas, ya que las fuerzas productivas sólo pueden desarrollarse plenamente cuando las relaciones de producción están en armonía con el carácter y el estado de progreso de dichas fuerzas productivas y dan curso libre al desarrollo de éstas. Por eso,
por muy rezagadas que las relaciones de producción se queden con respecto al desarrollo de las fuerzas productivas, tienen necesariamente que ponerse y se ponen realmente –más tarde o más temprano –en armonía con el nivel de desarrollo de las fuerzas productivas y con el carácter de éstas. En otro caso, nos encontraríamos ante una ruptura radical de la unidad entre las fuerzas productivas y las relaciones de producción dentro del sistema de ésta, ante un desconyuntamiento de la producción en bloque, ante una crisis de producción, ante la destrucción de las fuerzas productivas.

Un ejemplo de desarmonía entre las relaciones de producción y el carácter de las fuerzas
productivas, un ejemplo de conflicto entre ambos factores, lo tenemos en las crisis económicas de los países capitalistas, donde la propiedad privada capitalista sobre los medios de producción está en violenta discordancia con el carácter social del proceso de producción, con el carácter de las fuerzas productivas. Resultado de esta discordancia son las crisis económicas, que conducen a la destrucción de las fuerzas productivas; y esta discordancia constituye, de por sí, la base economica de la revolución social, cuya misión consiste en destruir las relaciones de producción existentes y crear otras nuevas, que correspondan al carácter de las fuerzas productivas.

Por el contrario, el ejemp]o de una armonía completa entre las relaciones de producción y el carácter de las fuerzas productivas nos lo ofrece la economía socialista de la U.R.S.S., donde la propiedad social sobre los medios de producción concuerda plenamente con el carácter social del proceso de la producción y donde, por tanto, no existen crisis económicas, ni se producen casos de destrucción de las fuerzas productivas.

Por consiguiente, las fuerzas productivas no son solamente el elemento más dinámico y más revolucionario de la producción, sino que son, además, el elemento determinante de su desarrollo.

Según sean las fuerzas productivas, así tienen que ser también las relaciones de producción. Si el estado de las fuerzas productivas responde a la pregunta de con qué instrumentos de producción crean los hombres los bienes materiales que les son necesarios, el estado de las relaciones de producción responde ya a otra pregunta: ¿en poder de quién están los medios de producción (la tierra, los bosques, las aguas, el subsuelo, las materias primas, las herramientas y los edificios dedicados a la producción, las vías y medios de comunicación, etc.), a disposición de quién se hallan los medios de producción: a disposición de toda la sociedad, o a disposición de determinados individuos, grupos o clases que los emplean para explotar a otros individuos, grupos o clases?

He aquí un cuadro esquemático del desarrollo de las fuerzas productivas desde los tiempos
primitivos hasta nuestros días. De las herramientas de piedra sin pulimentar se pasa al arco y a la flecha y, en relación con esto, de la caza como sistema de vida a la domesticación de animales y a la ganadería primitiva; de las herramientas de piedra se pasa a las herramientas de metal (al hacha de hierro, al arado con reja de hierro, etc.) y, en consonancia con esto, al cultivo de las plantas y a la agricultura; viene luego el mejoramiento progresivo de las herramientas metálicas para la elaboración de materiales, se pasa a la fragua de fuelle y a la alfarería y, en consonancia con esto, se desarrollan los oficios artesanos, se desglosan estos oficios de la agricultura, se desarrolla la producción independiente de los artesanos y, más tarde, la manufactura; de los instrumentos artesanos de producción se pasa a la máquina, y la producción artesana y manufacturera se transforma en la industria mecánica, y, por último, se pasa al sistema de máquinas, y aparece la gran industria mecánica moderna: tal es, en líneas generales y no completas, ni mucho menos, el cuadro del desarrollo de las fuerzas productivas sociales a lo largo de la historia de la humanidad. Además, como es lógico, el desarrollo y perfeccionamiento de los instrumentos de producción corren a cargo de hombres relacionados con la producción y no se realizan con independencia de éstos; por tanto, a la par con los cambios y el desarrollo de los instrumentos de producción, cambian y se desarrollan también los hombres, como el elemento más importante que son de las fuerzas productivas, cambian y se desarrollan su experiencia en punto a la producción, sus hábitos de trabajo y su habilidad para el empleo de los instrumentos de producción.

En consonancia con los cambios y el desarrollo experimentados por las fuerzas productivas de la sociedad en el curso de la historia, cambian también y se desarrollan las relaciones de producción entre los hombres, sus relaciones económicas.

La historia conoce cinco tipos fundamentales de relaciones de producción: el comunismo
primitivo, la esclavitud, el feudalismo, el capitalismo y el socialismo.
Bajo el régimen del comunismo primitivo, la base de las relaciones de producción es la propiedad social sobre los medios de producción. Esto, en sustancia, corresponde al carácter de las fuerzas productivas durante este período. Las herramientas de piedra y el arco y la flecha, que aparecen más tarde, excluían la posibilidad de luchar aisladamente contra las fuerzas de la naturaleza y contra las bestias feroces. Si no querían morir de hambre, ser devorados por las fieras o sucumbir a manos de las tribus vecinas, los hombres de aquella época veíanse obligados a trabajar en común, y así era como recogían los frutos en el bosque, como organizaban la pesca, como construían sus viviendas, etc. El trabajo en común condujo a la propiedad en común sobre los instrumentos de producción, al igual que sobre los productos. Aún no había surgido la idea de la propiedad privada sobre los medios de producción, exceptuando la propiedad personal de ciertas herramientas, que al mismo tiempo que herramientas de trabajo eran armas de defensa contra las bestias feroces No existía aún explotación, no existían clases.

Bajo el régimen de la esclavitud, la base de las relaciones de producción es la propiedad del
esclavista sobre los medios de producción, así como también sobre los mismos productores, los esclavos, a quienes el esclavista podía vender, comprar y matar, como ganado. Estas relaciones de producción se hallan, fundamentalmente, en consonancia con el estado de las fuerzas productivas durante este período.

Ahora, en vez de herramientas de piedra, el hombre dispone ya de herramientas de metal. En vez de aquella mísera economía primitiva basada en la caza y que no conocía ni la ganadería ni la agricultura, aparecen la ganadería, la agricultura, los oficios artesanos y la división del trabajo entre estas diversas ramas de producción; aparecen la posibilidad de efectuar un intercambio de productos entre los distintos individuos y las distintas sociedades y la posibilidad de acumular riquezas en manos de unas cuantas personas; se produce, en efecto, una acumulación de medios de producción en manos de una minoría y surge la posibilidad de que esta minoría sojuzgue a la mayoría y convierta a sus componentes en esclavos. Ya no existe el trabajo libre y en común de todos los miembros de la sociedad dentro del proceso de la producción, sino que impera el trabajo forzado de los esclavos, explotados por los esclavistas, que no trabajan. No existen tampoco, por tanto, propiedad social sobre los medios de producción, ni sobre los productos. La propiedad social es sustituida por la propiedad privada. El esclavista es el primero y fundamental propietario con plenitud de derechos.
Ricos y pobres, explotadores y explotados, hombres con plenitud de derechos y hombres
privados totalmente de derechos; una furiosa lucha de clases entre unos y otros: tal es el cuadro que presenta el régimen de la esclavitud.
Bajo el régimen feudal, la base de las relaciones de producción es la propiedad del señor feudal sobre los medios de producción y su propiedad parcial sobre los productores, sobre los siervos, a quienes ya no puede matar, pero a quienes sí puede comprar y vender. A la par con la propiedad feudal existe la propiedad individual del campesino y del artesano sobre los instrumentos de producción y sobre su economía privada, basada en el trabajo personal. Estas relaciones de producción se hallan, fundamentalmente, en consonancia con el estado de las fuerzas productivas durante este período. El perfeccionamiento progresivo de la fundición y elaboración del hierro, la difusión del arado de hierro y del telar, los progresos de la agricultura, de la horticultura, de la vinicultura y de la fabricación del aceite, la aparición de las primeras manufacturas junto a los talleres de los artesanos: tales son los rasgos característicos del estado de las fuerzas productivas durante este período.

Las nuevas fuerzas productivas exigen que se deje al trabajador cierta iniciativa en la producción, que sienta cierta inclinación al trabajo y se halle interesado en él. Por eso, el señor feudal prescinde de los esclavos, que no sienten ningún interés por su trabajo ni ponen en él la menor iniciativa y prefiere entendérselas con los siervos, que tienen su propia economía y sus herramientas propias y se hallan interesados por el trabajo en cierto grado, en la medida necesaria para trabajar la tierra y pagar al señor en especie, con una parte de la cosecha.
Durante este período, la propiedad privada hace nuevos progresos. La explotación sigue siendo casi tan rapaz como bajo la esclavitud, aunque un poco suavizada. La lucha de clases entre los explotadores y los explotados es el rasgo fundamental del feudalismo.
Bajo el régimen capitalis¿a, la base de las relaciones de producción es la propiedad capitalista sobre los medios de producción y la inexistencia de propiedad sobre los productores, obreros asalariados, a quienes el capitalista no puede matar ni vender, pues se hallan exentos de los vínculos de sujeción personal, pero que carecen de medios de producción, por lo cual, para no morirse de hambre, se ven obligados a vender su fuerza de trabajo al capitalista y a doblar la cerviz al yugo de la explotación. A la par con la propiedad capitalista sobre los medios de producción, existe y se halla en los primeros tiempos muy generalizada la propiedad privada del campesino y del artesano, libres de la servidumbre, sobre sus medios de producción, propiedad privada que está basada en el trabajo personal. En lugar de los talleres de los artesanos y de las manufacturas, surgen las grandes fábricas y empresas dotadas de maquinaria. En lugar de las haciendas de los nobles, cultivadas con los primitivos instrumentos campesinos de producción, aparecen las grandes explotaciones agrícolas capitalistas, montadas a base de la técnica agraria y dotadas de maquinaria agrícola.

Las nuevas fuerzas productivas exigen trabajadores más cultos y más despiertos que los siervos, mantenidos en el embrutecimiento y en la ignorancia: trabajadores capaces de entender y manejar las máquinas. Por eso, los capitalistas prefieren tratar con obreros asalariados, libres de las cadenas de la servidumbre y lo suficientemente cultos para saber manejar la maquinaria.
Pero, después de desarrollar las fuerzas productivas en proporciones gigantescas, el capitalismo se enreda en contradicciones insolubles para él. Al producir cada vez más mercancías y hacer bajar cada vez más sus precios, el capitalismo agudiza la competencia, arruina a una masa de pequeños y renedianos propietarios, los convierte en proletarios y rebaja su poder adquisitivo, con lo cual se hace imposible la venta de las mercancías producidas. Al dilatar la producción y concentrar en enormes fábricas y empresas industriales a millones de obreros, el capitalismo da al proceso de producción un carácter social y va minando con ello su propia base, ya que el carácter social del proceso de producción reclama la propiedad social sobre los medios de producción, mientras que la propiedad sobre los medios de producción sigue siendo una propiedad privada capítalista, incompatible con el carácter social que el proceso de producción presenta.
Estas contradicciones irreductibles entre el carácter de las fuerzas productivas y las relaciones de producción se manifiestan en las crisis periódicas de superproducción, en que los capitalistas, no encontrando compradores solventes, como consecuencia del empobrecimiento de la masa de la población, provocado por ellos mismos, se ven obligados a quemar los productos, a destruir las mercancías elaboradas, a paralizar la producción y a devastar las fuerzas productivas, y en que millones de seres se ven condenados al paro forzoso y al hambre, no porque escaseen las mercancías, sino por todo lo contrario: por haberse producido en exceso.
Esto quiere decir que las relaciones capitalistas de producción ya no están en consonancia con el estado de las fuerzas productivas de la sociedad, sino que se hallan en irreductible contradicción con ellas.
Esto quiere decir que el capitalismo lleva en su entraña la revolución, una revolución que está llamada a suplantar la actual propiedad capitalista sobre los medios de producción por la propiedad socialista.
Esto quiere decir que el rasgo fundamental del régimen capitalista es la más encarnizada lucha de clases entre explotadores y explotados.
Bajo el régimen socialista, que hasta hoy sólo es una realidad en la U.R.S.S., la base de las
relaciones de producción es la propiedad social sobre los medios de producción. Aquí, ya no hay explotadores ni explotados. Los productos creados se distribuyen con arreglo al trabajo, según el principio de “el que no trabaja, no come”. Las relaciones mutuas entre los hombres dentro del proceso de producción tienen el carácter de relaciones de colaboración fraternal y de mutua ayuda socialista entre trabajadores libres de toda explotación. Las relaciones de producción se hallan en plena consonancia con el estado de las fuerzas productivas, pues el carácter social del proceso de producción es fortificado por la propiedad social sobre los medios de producción.
Por eso la producción socialista de la U.R.S.S. no conoce las crisis periódicas de superproducción ni los absurdos que éstas acarrean. Por eso, en la U.R.S.S., las fuerzas productivas se desarrollan con ritmo acelerado, ya que las relaciones de producción, al hallarse en consonancia con dichas fuerzas productivas, abren amplio cauce a este desarrollo.
Tal es el cuadro que presenta el desarrollo de las relaciones de producción entre los hombres, en el curso de la historia de la humanidad.
Tal es la relación de dependencia en que el desarrollo de las relaciones de producción se halla con respecto al desarrollo de las fuerzas productivas de la sociedad, y en primer término con respecto al desarrollo de los instrumentos de producción, relación de dependencia por virtud de la cual los cambios y el desarrollo que experimentan las fuerzas productivas se traducen, más tarde o más temprano, en los cambios y el desarrollo congruentes de las relaciones de producción.
“El uso y la creación de medios de trabajo — dice Marx — , aunque en germen son ya inherentes a ciertas especies animales, caracterizan el proceso de trabajo específicamente humano, razón por la cual Frranklin define al hombre como un animal que fabrica instrumentos. Y así como la estructura de los restos fósiles de huesos tiene una gran importancia para reconstruir la organización de especies animales desaparecidas, los vestigios de los medios de trabajo nos sirven para apreciar formaciones económicas de la sociedad ya desaparecidas. Lo que distingue a las epocas económicas unas de otras no es lo que se produce, sino cómo se produce. . . Los medios de trabajo no son solamente el barómetro del desarrollo de la fuerza de trabajo del hombre, sino también el exponente de las relaciones sociales en que se trabaja” (C. Marx, El Capttal, t. I, pa,g. 121, edicion de 1935). Y en otros pasajes: -“Las relaciones sociales están íntimamente vinculadas a las fuerzas productivas. Al adquirir nuevas fuerzas productivas, los hombres cambian de modo de producción, y al cambiar el modo de producción, la manera de ganarse la vida, cambian todas sus relaciones sociales. El molino movido a brazo nos da la sociedad de los señores feudales; el molino de vapor, la sociedad de los capitalistas industriales” (C. Marx y F. Engels, t. V, pág. 364). -“Existe un movimiento constante de incremento de las fuerzas productivas, de destrucción de las relaciones sociales y de formación de las ideas; lo único inmutable es la abstraccion del movimiento” (Obra citada, pág. 364).
Caracterizando el materialismo histórico, tal como se formula en el Manifiesto del Partido
Comunista, dice Engels: “La producción económica y la estructura social que de ella se deriva necesariamente en cada época histórica, constituyen la base sobre la cual descansa la historia política e intelectual de esa época. . . Por tanto, toda la historia de la sociedad, desde la disolución del régimen primitivo de propiedad comunal sobre el suelo, ha sido una historia de lucha de clases, de lucha entre clases explotadoras y explotadas, dominantes y dominadas, en las diferentes fases del desarrollo social. . . Ahora, esta lucha ha llegado a una fase en que la clase explotada y oprimida (el proletariado) no puede ya emanciparse de la clase que la explota y la oprime (la burguesía), sin emancipar al mismo tiempo para siempre a la sociedad entera de la explotación, la opresión y la lucha de clases. . .” (Prólogo de Engels a la edición alemana de 1883, Manifiesto del Partido Comunista ).

d ) La tercera característica de la producción consiste en que las nuevas fuerzas productivas y las nuevas relaciones de producción congruentes con ellas no surgen desligadas del viejo régimen, después de desaparecer éste, sino que se forman en el seno de él; se forman no como fruto de la acción premeditada y consciente del hombre, sino de un modo espon táneo, inconsciente, e independientemente de la voluntad de los hombres. Se forman de un modo espontáneo e independientemente de la voluntad de los hombres por dos razones.
En primer lugar, porque los hombres no son libres para elegir tal o cual modo de ptoducción, pues cada nueva generación, al entrar en la vida, se encuentra ya con un sistema establecido de fuerzas productivas y relaciones de producción, como fruto del trabajo de las pasadas generaciones, en vista de lo cual, si quiere tener la posibilidad de producir bienes materiales, no tiene, en los primeros tiempos, más remedio que aceptar el estado de cosas con que se encuentra dentro del campo de la producción y adaptarse a él.

En segundo lugar, porque, cuando perfecciona este o el otro instrumento de producción, este o el otro elemento de las fuerzas productivas, el hombre no sabe, no comprende, ni se le ocurre siquiera pensar en ello, qué consecuencias sociales puede acarrear su innovación, sino que piensa única y exclusivamente en su interés inmediato, en facilitar su trabajo y en obtener algún provecho inmediato y tangible.

Cuando algunos de los miembros de la sociedad comunista primitiva empezaron a sustituir,
paulatinamente y tanteando el terreno, las herramientas de piedra por las de hierro, ignoraban, naturalmente, y no paraban mientes en ello, qué consecuencias sociales había de tener esta innovación, no sabían ni comprendían que el paso a las herramientas metálicas significaba un cambio radical en la producción, cambio que, en fin de cuentas, conduciría al régimen de la esclavitud; lo único que a ellos les interesaba era facilitar el trabajo y conseguir un provecho inmediato y sensible; su actuación consciente se limitaba al estrecho marco de esta ventaja tangible, de carácter personal.
Cuando, dentro del período del régimen feudal, la joven burguesía europea comenzó a organizar, junto a los pequeños talleres gremiales de los artesanos, las grandes empresas manufactureras, imprimiendo con ello un avance a las fuerzas productivas de la sociedad, no sabía, naturalmente, ni paraba mientes en ello, qué consecuencias sociales había de acarrear esta innovación: no sabía ni comprendía que esta “pequeña” innovación conduciría a una reagrupación tal de las fuerzas sociales, que necesariamente desembocaría en la revolución, la cual iría dirigida contra el poder real, cuyas mercedes apreciaba tanto, y contra la nobleza, cuyo rango soñaban con escalar no pocos de sus mejores representantes; lo único que le preocupaba era abaratar la producción de mercancías, lanzar una cantidad mayor de artículos a los mercados de Asia y de América recién descubierta, y obtener mayores ganancias; su actuación consciente se limitaba al estrecho marco de esta finalidad tangible.
Cuando los capitalistas rusos, juntamente con los capitalistas extranjeros, introdujeron en Rusia de un modo intensivo la moderna gran industria mecánica, dejando intacto el zarismo y entregando a los campesinos a la voracidad de los terratenientes, no sabian, naturalmente, ni paraban mientes en ello, qué consecuencias sociales había de acarrear este importante incremento de las fuerzas productivas: no sabían ni comprendían que este importante salto que se daba en el campo de las fuerzas productivas de la sociedad conduciría a una reagrupación tal de las fuerzas sociales, que daría al proletariado la posibilidad de unir con él a los campesinos y de llevar a cabo la revolución socialista victoriosa; lo único que ellos querían era incrementar hasta el máximo la producción industrial, dominar el gigantesco mercado interior del país, convertirse en monopolistas y sacar mayores ganancias de la economía nacional; la conciencia con que realizaban aquel acto no iba más allá del horizonte empírico y estrecho de sus intereses personales.En relación con esto, dice Marx:”En la producción social de su vida [es decir, en la producción de los bienes materiales necesarios para la vida de los hombres. J. St.], los hombres contraen determinadas relaciones necesarias e independientes de su voluntad, relaciones de producción que corresponden a una determinada fase de desarrollo de sus fuerzas productivas materiales” (C. Marx, Obras Escogidas, t. I, pág. 269). Esto no significa, sin embargo, que los cambios ocurridos en las relaciones de producción y el paso de las viejas relaciones de producción a otras nuevas discurran lisa y llanamente, sin conflictos ni conmociones. Por el contrario, estos cambios revisten generalmente la forma de un derrocamiento revolucionario de las viejas relaciones de producción para dar paso a la instauración de otras nuevas. Hasta llegar a un cierto período, el desarrollo de las fuerzas productivas y los cambios que se operan en el campo de las relaciones de producción discurren de un modo espontáneo, independientemente de la voluntad de los hombres. Pero sólo hasta un determinado momento, hasta el momento en que las fuerzas productivas que surgen y se desarrollan logran madurar cumplidamente. Una vez que las nuevas fuerzas productivas están en sazón, las relaciones de producción existentes y sus representantes, las clases dominantes, se convierten en ese obstáculo
“insuperable” que sólo puede eliminarse por medio de la actuación consciente de las nuevas clases, por medio de la acción violenta de estas clases, por medio de la revolución. Aquí se destaca con gran nitidez el papel inmenso de las nuevas ideas sociales, de las nuevas instituciones políticas, del nuevo Poder político, llamados a liquidar por la fuerza las viejas relaciones de producción. Sobre la base del conflicto entre las nuevas fuerzas productivas y las viejas relaciones de producción, sobre la base de las nuevas exigencias económicas de la sociedad surgen nuevas ideas sociales, estas nuevas ideas organizan y movilizan a las masas, las masas se funden en un nuevo ejército político, crean un nuevo Poder revolucionario y utilizan este Poder para liquidar por la fuerza el viejo régimen establecido en el campo de las relaciones de producción y refrendar el régimen nuevo. El proceso espontáneo de desarrollo deja el puesto a la acción consciente del hombre, el desarrollo
pacífico a la transformación violenta, la evolución a la revolución.  -“En la lucha contra la burguesía — dice Marx –, el proletariado se constituye indefectiblemente
en clase. . . , mediante la revolución se convierte en clase dominante y, en cuanto clase dominante, destruye por la fuerza las viejas relaciones de producción” (Manifiesto del Partido Comunista, edición de 1938, pág. 52). Y en otro lugar: -“El proletariado se valdrá de su dominación politica para ir arrancando gradualmente a la burguesía todo el capital, para centralizar todos los instrumentos de producción en manos del Estado, es decir, del proletariado organizado como clase dominante, y para aumentar con la mayor rapidez posible la suma de las fuerzas productivas” (Obra citada, pág. 50). -“La violencia es la partera de toda sociedad vieja que lleva en sus entrañas otra nueva” (C. Marx, El Capital, t. II, pág. 788). He aquí en qué términos formulaba Marx, con trazos geniales, la esencia del materialismo histórico, en el memorable “prólogo” escrito en 1859 para su famoso libro Contribución a la crítica de la Economía política : “En la producción social de su vida, los hombres contraen determinadas relaciones necesarias e  independientes de su voluntad, relaciones de producción que corresponden a una determinada fase de desarrollo de sus fuerzas productivas materiales. El conjunto de estas relaciones de producción forma la estructura económica de la sociedad, la base real sobre la que se levanta la superestructura juridica y politica y a la que corresponden determinadas formas de conciencia social. El modo de producaón de la vida material condiciona el proceso de la vida social, política y espiritual en general. No es la conciencia del hombre la que determina su ser, sino, por el contrario, el ser social es el que determina su conciencia. Al llegar a una determinada fase de desarrollo, las fuerzas productivas materiales de la sociedad chocan con las relaciones de producción existentes o, lo que no es más que la expresión jurídica de esto, con lasrelaciones de propiedad dentro de las cuales se han desenvuelto hasta allí. De formas de desarrollo de las fuerzas productivas, estas relaciones se convierten en trabas suyas. Y se abre así una época de revolución social. Al cambiar la base económica, se revoluciona, más o menos rápidamente, toda la inmensa superestructura erigida sobre ella. Cuando se estudian esas transformaciones, hay que distinguir siempre entre los cambios materiales ocurridos en las condiciones económicas de producción y que pueden apreciarse con la exactitud propia de las ciencias naturales, y las formas jurídicas, políticas, religiosas, artísticas o filosóficas, en una palabra, las formas ideológicas en que los hombres adquieren conciencia de este conflicto y luchan por resolverlo. Y del mismo modo que no podemos juzgar a un individuo por lo que él piensa de sí, no podemos juzgar tampoco a estas épocas de transformación por su conciencia, sino que, por el contrario, hay que explicarse esta conciencia por las contradicciones de la vida material, por el conflicto existente entre las fuerzas productivas sociales y las relaciones de producción. Ninguna formación social desaparece antes de que se desarrollen todas las fuerzas productivas que caben dentro de ella, y jamás aparecen nuevas y más altas relaciones de producción antes de que las condiciones materiales para su existencia hayan madurado en el seno de la sociedad antigua. Por eso, la humanidad se propone siempre únicamente los objetivos que puede alcanzar, pues, bien miradas las cosas, vemos siempre que estos objetivos sólo brotan alando ya se dan o, por lo menos, se están gestando las condiciones materiales para su realización” (C. Marx, Obras Escogidas, t. I, págs. 269-270).
Tal es la concepción del materialismo marxista, en su aplicación a la vida social, en su aplicación a la historia de la sociedad.
Tales son los rasgos fundamentales del materialismo dialéctico y del materialismo histórico.

J. V. Stalin DIALECTICAL AND HISTORICAL MATERIALISM

September 1938

From J. V. Stalin, Problems of Leninism,
Foreign Languages Press, Peking, 1976

pp. 835-73.




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DIALECTICAL AND HISTORICAL
MATERIALISM

September 1938

    Dialectical materialism is the world outlook of the Marxist Leninist party. It is called dialectical materialism because its approach to the phenomena of nature, its method of studying and apprehending them, is dialectical, while its interpretation of the phenomena of nature, its conception of these phenomena, its theory, is materialistic.

    Historical materialism is the extension of the principles of dialectical materialism to the study of social life, an application of the principles of dialectical materialism to the phenomena of the life of society, to the study of society and of its history.

    When describing their dialectical method, Marx and Engels usually refer to Hegel as the philosopher who formulated the main features of dialectics. This, however, does not mean that the dialectics of Marx and Engels is identical with the dialectics of Hegel. As a matter of fact, Marx and Engels took from the Hegelian dialectics only its “rational kernel,” casting aside

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its Hegelian idealistic shell, and developed dialectics further so as to lend it a modern scientific form.

    “My dialectic method,” says Marx, “is not only different from the Hegelian, but is its direct opposite. To Hegel, . . . the process of thinking, which, under the name of ‘the Idea,’ he even transforms into an independent subject, is the demiurgos (creator) of the real world, and the real world is only the external, phenomenal form of ‘the Idea.’ With me, on the contrary, the ideal is nothing else than the material world reflected by the human mind, and translated into forms of thought.” (Marx, Afterword to the Second German Edition of Volume I of Capital.)

    When describing their materialism, Marx and Engels usually refer to Feuerbach as the philosopher who restored materialism to its rights. This, however, does not mean that the materialism of Marx and Engels is identical with Feuerbach’s materialism. As a matter of fact, Marx and Engels took from Feuerbach’s materialism its “inner kernel,” developed it into a scientific philosophical theory of materialism and cast aside its idealistic and re]igious-ethical encumbrances. We know that Feuerbach, although he was fundamentally a materialist, objected to the name materialism. Engels more than once declared that “in spite of” the materialist “foundation,” Feuerbach “remained . . . bound by the traditional idealist fetters,” and that “the real idealism of Feuerbach becomes evident as soon as we come to his philosophy of religion and ethics.” (Marx and Engels, Vol. XIV, pp. 652-54.)[1]

    Dialectics comes from the Greek dialego, to discourse, to debate. In ancient times dialectics was the art of arriving at the truth by disclosing the contradictions in the argument of an opponent and overcoming these contradictions. There were philosophers in ancient times who believed that the disclosure


    [1] “Ludwig Feuerbach and the End of Classical German Philosophy,” 1886.

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of contradictions in thought and the clash of opposite opinions was the best method of arriving at the truth. This dialectical method of thought, later extended to the phenomena of nature, developed into the dialectical method of apprehending nature, which regards the phenomena of nature as being in constant movement and undergoing constant change, and the development of nature as the result of the development of the contradictions in nature, as the result of the interaction of opposed forces in nature.

    In its essence, dialectics is the direct opposite of metaphysics.

    1) The principal features of the Marxist dialectical method are as follows:

    a) Contrary to metaphysics, dialectics does not regard nature as an accidental agglomeration of things, of phenomena, unconnected with, isolated from, and independent of, each other, but as a connected and integral whole, in which things, phenomena are organically connected with, dependent on, and determined by, each other.

    The dialectical method therefore holds that no phenomenon in nature can be understood if taken by itself, isolated from surrounding phenomena, inasmuch as any phenomenon in any realm of nature may become meaningless to us if it is not considered in connection with the surrounding conditions, but divorced from them; and that, vice versa, any phenomenon can be understood and explained if considered in its inseparable connection with surrounding phenomena, as one conditioned by surrounding phenomena.

    b) Contrary to metaphysics, dialectics holds that nature is not a state of rest and immobility, stagnation and immutability, but a state of continuous movement and change, of continuous renewal and development, where something is always arising

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and developing, and something always disintegrating and dying away.

    The dialectical method therefore requires that phenomena should be considered not only from the standpoint of their interconnection and interdependence, but also from the standpoint of their movement, their change, their development, their coming into being and going out of being.

    The dialectical method regards as important primarily not that which at the given moment seems to be durable and yet is already beginning to die away, but that which is arising and developing, even though at the given moment it may appear to be not durable, for the dialectical method considers invincible only that which is arising and developing.

    “All nature,” says Engels, “from the smallest thing to the biggest, from grains of sand to suns, from protista (the primary living cells — J. St.) to man, has its existence in eternal coming into being and going out of being, in a ceaseless flux, in unresting motion and change.” (Ibid., p. 484.)[1]

    Therefore, dialectics, Engels says, “takes things and their perceptual images essentially in their interconnection, in their concatenation, in their movement, in their rise and disappearance.” (Marx and Engels, Vol. XIV, p 23.)[2]

    c) Contrary to metaphysics, dialectics does not regard the process of development as a simple process of growth, where quantitative changes do not lead to qualitative changes, but as a development which passes from insignificant and imperceptible quantitative changes to open, fundamental changes, to qualitative changes; a development in which the qualitative changes occur not gradually, but rapidly and abruptly, taking the form of a leap from one state to another; they occur not


    [1] “Dialectics of Nature,” 1873-83.
[2] “Anti-Dühring,” September 1876-June 1878.

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accidentally but as the natural result of an accumulation of imperceptible and gradual quantitative changes.

    The dialectical method therefore holds that the process of development should be understood not as movement in a circle, not as a simple repetition of what has already occurred, but as an onward and upward movement, as a transition from an old qualitative state to a new qualitative state, as a development from the simple to the complex, from the lower to the higher:

    “Nature,” says Engels, “is the test of dialectics, and it must be said for modern natural science that it has furnished extremely rich and daily increasing materials for this test, and has thus proved that in the last analysis nature’s process is dialectical and not metaphysical, that it does not move in an eternally uniform and constantly repeated circle, but passes through a real history. Here prime mention should be made of Darwin, who dealt a severe blow to the metaphysical conception of nature by proving that the organic world of today, plants and animals, and consequently man too, is all a product of a process of development that has been in progress for millions of years.” (Ibid., p. 23.)[1]

    Describing dialectical development as a transition from quantitative changes to qualitative changes, Engels says:

    “In physics . . . every change is a passing of quantity into quality, as a result of a quantitative change of some form of movement either inherent in a body or imparted to it. For example, the temperature of water has at first no effect on its liquid state; but as the temperature of liquid water rises or falls, a moment arrives when this state of cohesion changes and the water is converted in one case into steam and in the other into ice. . . . A definite minimum current is required to make a platinum wire glow; every metal has its melting temperature; every liquid has a definite freezing point and boiling point at a given pressure, as Ear as we are able with the means at our disposal to attain the required temperatures; finally, every gas has its critical point at which, by proper pressure and cooling, it can be converted into a liquid state. . . . What are known as the constants of physics (the point at which one state passes into another — J. St.) are in most cases nothing but designations for the nodal points at which a quantitative


    [1] “Socialism Utopian and Scientific,” 1880.

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(change) increase or decrease of movement causes a qualitative change in the state of the given body, and at which, consequently, quantity is transformed into quality.” (Ibid., pp. 527-28.)[1]

    Passing to chemistry, Engels continues:

    “Chemistry may be called the science of the qualitative changes which take place in bodies as the effect of changes of quantitative composition. This was already known to Hegel. . . . Take oxygen: if the molecule contains three atoms instead of the customary two, we get ozone, a body definitely distinct in odour and reaction from ordinary oxygen. And what shall we say of the different proportions in which oxygen combines with nitrogen or sulphur, and each of which produces a body qualitatively different from all other bodies!” (Ibid., p. 528.)

    Finally, criticizing Duhring, who scolded Hegel for all he was worth, but surreptitiously borrowed from him the well known thesis that the transition from the insentient world to the sentient world, from the kingdom of inorganic matter to the kingdom of organic life, is a leap to a new state, Engels says:

    “This is precisely the Hegelian nodal line of measure relations in which at certain definite nodal points, the purely quantitative increase or decrease gives rise to a qualitative leap, for example, in the case of water which is heated or cooled, where boiling point and freezing point are the nodes at which — under normal pressure — the leap to a new aggregate state takes place, and where consequently quantity is transformed into quality.” (Ibid., pp.45-46.)[2]

    d) Contrary to metaphysics, dialectics holds that internal contradictions are inherent in all things and phenomena of nature, for they all have their negative and positive sides, a past and a future, something dying away and something developing; and that the struggle between these opposites, the struggle between the old and the new, between that which


    [1] “Dialectics of Nature.”
[2] “Anti-Dühring.”

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is dying away and that which is being born, between that which is disappearing and that which is developing, constitutes the internal content of the process of development, the internal content of the transformation of quantitative changes into qualitative changes.

    The dialectical method therefore holds that the process of development from the lower to the higher takes place not as a harmonious unfolding of phenomena, but as a disclosure of the contradictions inherent in things and phenomena, as a “struggle” of opposite tendencies which operate on the basis of these contradictions.

    “In its proper meaning,” Lenin says, “dialectics is the study of the contradiction within the very essence of things.” (Lenin, Philosophical Notebooks, p. 263.)

    And further:

    “Development is the ‘struggle’ of opposites.” (Lenin, Vol. XIII, p. 301.)[1]

    Such, in brief, are the principal features of the Marxist dialectical method.

    It is easy to understand how immensely important is the extension of the principles of the dialectical method to the study of social life and the history of society, and how immensely important is the application of these principles to the history of society and to the practical activities of the party of the proletariat.

    If there are no isolated phenomena in the world, if all phenomena are interconnected and interdependent, then it is clear that every social system and every social movement in history must be evaluated not from the standpoint of “eternal justice” or some other preconceived idea, as is not infrequently done by historians, but from the standpoint of the conditions which gave


    [1]On the Question of Dialectics,” 1915.

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rise to that system or that social movement and with which they are connected.

    The slave system would be senseless, stupid and unnatural under modern conditions. But under the conditions of a disintegrating primitive communal system, the slave system is a quite understandable and natural phenomenon, since it represents an advance on the primitive communal system.

    The demand for a bourgeois-democratic republic when tsardom and bourgeois society existed, as, let us say, in Russia in 1905, was a quite understandable, proper and revolutionary demand; for at that time a bourgeois republic would have meant a step forward. But now, under the conditions of the U.S.S.R., the demand for a bourgeois-democratic republic would be a senseless and counter-revolutionary demand, for a bourgeois republic would be a retrograde step compared with the Soviet republic.

    Everything depends on the conditions, time and place.

    It is clear that without such a historical approach to social phenomena, the existence and development of the science of history is impossible; for only such an approach saves the science of history from becoming a jumble of accidents and an agglomeration of most absurd mistakes.

    Further, if the world is in a state of constant movement and development, if the dying away of the old and the upgrowth of the new is a law of development, then it is clear that there can be no “immutable” social systems, no “eternal principles” of private property and exploitation, no “eternal ideas” of the subiugation of the peasant to the landlord, of the worker to the capitalist.

    Hence, the capitalist system can be replaced by the socialist system, just as at one time the feudal system was replaced by the capitalist system.

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Hence, we must not base our orientation on the strata of society which are no longer developing, even though they at present constitute the predominant force, but on those strata which are developing and have a future before them, even though they at present do not constitute the predominant force.

    In the eighties of the past century, in the period of the struggle between the Marxists and the Narodniks, the proletariat in Russia constituted an insignificant minority of the population, whereas the individual peasants constituted the vast majority of the population. But the proletariat was developing as a class, whereas the peasantry as a class was disintegrating. And just because the proletariat was developing as a class the Marxists based their orientation on the proletariat. And they were not mistaken; for, as we know, the proletariat subsequently grew from an insignificant force into a first-rate historical and political force.

    Hence, in order not to err in policy, one must look forward, not backward. Further, if the passing of slow quantitative changes into rapid and abrupt qualitative changes is a law of development, then it is clear that revolutions made by oppressed classes are a quite natural and inevitable phenomenon.

    Hence, the transition from capitalism to socialism and the liberation of the working class from the yoke of capitalism cannot be effected by slow changes, by reforms, but only by a qualitative change of the capitalist system, by revolution.

    Hence, in order not to err in policy, one must be a revolutionary, not a reformist.

    Further if development proceeds by way of the disclosure of internal contradictions, by way of collisions between opposite forces on the basis of these contradictions and so as to overcome these contradictions, then it is clear that the class

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struggle of the proletariat is a quite natural and inevitable phenomenon.

    Hence, we must not cover up the contradictions of the capitalist system, but disclose and unravel them; we must not try to check the class struggle but carry it to its conclusion.

    Hence, in order not to err in policy, one must pursue an un compromising proletarian class policy, not a reformist policy of harmony of the interests of the proletariat and the bourgeoisie, not a compromisers’ policy of the “growing” of capitalism into socialism.

    Such is the Marxist dialectical method when applied to social life, to the history of society.

    As to Marxist philosophical materialism, it is fundamentally the direct opposite of philosophical idealism.

    2) The principal features of Marxist philosophical materialism are as follows:

    a) Contrary to idealism, which regards the world as the embodiment of an “absolute idea,” a “universal spirit,” “consciousness,” Marx’s philosophical materialism holds that the world is by its very nature material, that the multifold phenomena of the world constitute different forms of matter in motion, that interconnection and interdependence of phenomena, as established by the dialectical method, are a law of the development of moving matter, and that the world develops in accordance with the laws of movement of matter and stands in no need of a “universal spirit.”

    “The materialistic outlook on nature,” says Engels, “means no more than simply conceiving nature just as it exists, without any foreign admixture.” (Marx and Engels, Vol. XIV, p. 651.[1]


    [1] “Dialectics of Nature.”

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    Speaking of the materialist views of the ancient philosopher Heraclitus, who held that “the world, the all in one, was not created by any god or any man, but was, is and ever will be a living flame, systematically flaring up and systematically dying down,” Lenin comments: “A very good exposition of the rudiments of dialectical materialism.” (Lenin, Philosophical Notebooks, p. 318.)

    b) Contrary to idealism, which asserts that only our consciousness really exists, and that the material world, being, nature, exists only in our consciousness, in our sensations, ideas and perceptions, the Marxist philosophical materialism holds that matter, nature, being, is an objective reality existing out side and independent of our consciousness; that matter is primary, since it is the source of sensations, ideas, consciousness, and that consciousness is secondary, derivative, since it is a reflection of matter, a reflection of being; that thought is a product of matter which in its development has reached a high degree of perfection, namely, of the brain, and the brain is the organ of thought; and that therefore one cannot separate thought from matter without committing a grave error. Engels says:

    “The question of the relation of thinking to being, the relation of spirit to nature is the paramount question of the whole of philosophy. . . . The answers which the philosophers gave to this question split them into two great camps. Those who asserted the primacy of spirit to nature . . . comprised the camp of idealism. The others, who regarded nature as primary, belong to the various schools of materialism.” (Marx, Selected Works, Vol. I, p. 329.)[1]

    And further:

    “The material, sensuously perceptible world to which we ourselves belong is the only reality. . . . Our consciousness and thinking, however supra-


    [1] “Ludwig Feuerbach and the End of Classical German Philosophy.”

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sensuous they may seem, are the product of a material, bodily organ the brain. Matter is not a product of mind, but mind itself is merely the highest product of matter.” (Ibid., p. 332.)

    Concerning the question of matter and thought, Marx says:

    “It is impossible to separate thought from matter that thinks. Matter is the subject of all changes.” (Ibid., p. 302.)[1]

    Describing Marxist philosophical materialism, Lenin says:

    “Materialism in general recognizes objectively real being (matter) as independent of consciousness, sensation, experience. . . . Consciousness is only the reflection of being, at best an approximately true (adequate, perfectly exact) reflection of it.” (Lenin, Vol. XIII, pp. 266-67.)[2]

    And further:

    — “Matter is that which, acting upon our sense-organs, produces sensation; matter is the objective reality given to us in sensation. . . . Matter, nature, being, the physical — is primary, and spirit, consciousness, sensation, the psychical — is secondary.” (Ibid., pp. 119-20.)
— “The world picture is a picture of how matter moves and of how ‘matter thinks.'” (Ibid., p. 288.)

    — “The brain is the organ of thought.” (Ibid., p. 125.)

    c) Contrary to idealism, which denies the possibility of knowing the world and its laws, which does not believe in the authenticity of our knowledge, does not recognize objective truth, and holds that the world is full of “things-in-themselves” that can never be known to science, Marxist philosophical materialism holds that the world and its laws are fully knowable, that our knowledge of the laws of nature, tested by experiment and practice, is authentic knowledge having the validity of objective truth, and that there are no things in the world which are unknowable, but only things which are as


    [1] Cited in Engels’ Special Introduction to the English Edition of 1892, Socialism: Utopien and Scientific.
[2] “Materialism and Empirio-Criticism,” February-October 1908.

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yet not known, but which will be disclosed and made known by the efforts of science and practice.

    Criticizing the thesis of Kant and other idealists that the world is unknowable and that there are “things-in-themselves” which are unknowable, and defending the well-known materialist thesis that our knowledge is authentic knowledge, Engels writes:

    “The most telling refutation of this as of all other philosophical crotchets is practice, namely, experiment and industry. If we are able to prove the correctness of our conception of a natural process by making it ourselves bringing it into being out of its conditions and making it serve our own purposes into the bargain, then there is an end to the Kantian ungraspable ‘thing-in-itself.’ The chemical substances produced in the bodies of plants and animals remained such ‘things-in-themselves’ until organic chemistry began to produce them one after another, whereupon the ‘thing-in-itself’ became a thing for us, as, for instance, alizarin, the colouring matter of the madder, which we no longer trouble to grow in the madder roots in the field, but produce much more cheaply and simply from coal tar. For 300 years the Copernican solar system was a hypothesis with a hundred, a thousand or ten thousand chances to one in its favour, but still always a hypothesis. But when Leverrier, by means of the data provided by this system, not only deduced the necessity of the existence of an unknown planet, but also calculated the position in the heavens which this planet must necessarily occupy, and when Galle really found this planet, the Copernican system was proved.” (Marx, Selected Works, Vol. I, p. 330.)[1]

    Accusing Bogdanov, Bazarov, Yushkevich and the other followers of Mach of fideism (a reactionary theory, which prefers faith to science) and defending the well-known materialist thesis that our scientific knowledge of the laws of nature is authentic knowledge, and that the laws of science represent objective truth, Lenin says:

    “Contemporary fideism does not at all reject science, all it rejects is the ‘exaggerated claims’ of science, to wit, its claim to objective truth. If objec-


    [1] “Ludwig Feuerbach and the End of Classical German Philosophy.”

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tive truth exists (as the materialists think), if natural science, reflecting the outer world in human ‘experience,’ is alone capable of giving us objecfive truth, then all fideism is absolutely refuted.” (Lenin, Vol. XIII, p. 102.)[1]

    Such, in brief, are the characteristic features of the Marxist philosophical materialism.

    It is easy to understand how immensely important is the extension of the principles of philosophical materialism to the study of social life, of the history of society, and how immensely important is the application of these principles to the history of society and to the practical activities of the party of the proletariat.

    If the connection between the phenomena of nature and their interdependence are laws of the development of nature, it follows, too, that the connection and interdependence of the phenomena of social life are laws of the development of society, and not something accidental.

    Hence, social life, the history of society, ceases to be an agglomeration of ‘accidents,” for the history of society becomes a development of society according to regular laws, and the study of the history of society becomes a science.

    Hence, the practical activity of the party of the proletariat must not be based on the good wishes of “outstanding individuals,” not on the dictates of “reason,” “universal morals,” etc., but on the laws of development of society and on the study of these laws.

    Further, if the world is knowable and our knowledge of the laws of development of nature is authentic knowledge, having the validity of objective truth, it follows that social life, the development of society, is also knowable, and that the data of


    [1] “Materialism and Empirio-Criticism.”

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science regarding the laws of development of society are authentic data having the validity of objective truths.

    Hence, the science of the history of society, despite all the complexity of the phenomena of social life, can become as precise a science as, let us say, biology, and capable of making use of the laws of development of society for practical purposes.

    Hence, the party of the proletariat should not guide itself in its practical activity by casual motives, but by the laws of development of society, and by practical deductions from these laws.

    Hence, socialism is converted from a dream of a better future for humanity into a science.

    Hence, the bond between science and practical activity, between theory and practice, their unity, should be the guiding star of the party of the proletariat.

    Further, if nature, being, the material world, is primary, and consciousness, thought, is secondary, derivative; if the material world represents objective reality existing independently of the consciousness of men, while consciousness is a reflection of this objective reality, it follows that the material life of society, its being, is also primary, and its spiritual life secondary, derivative, and that the material life of society is an objective reality existing independently of the will of men, while the spiritual life of society is a reflection of this objective reality, a reflection of being.

    Hence, the source of formation of the spiritual life of society, the origin of social ideas, social theories, political views and political institutions, should not be sought for in the ideas, theories, views and political institutions themselves, but in the conditions of the material life of society, in social being, of which these ideas, theories, views, etc., are the reflection.

    Hence, if in different periods of the history of society different social ideas, theories, views and political institutions are

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to be observed; if under the slave system we encounter certain social ideas, theories, views and political institutions, under feudalism others, and under capitalism others still, this is not to be explained by the “nature,” the “properties” of the ideas, theories, views and political institutions themselves but by the different conditions of the material life of society at different periods of social development.

    Whatever is the being of a society, whatever are the conditions of material life of a society, such are the ideas, theories, political views and political institutions of that society. In this connection, Marx says:

    “It is not the consciousness of men that determines their being, but, on the contrary, their social being that determines their consciousness.” (Marx, Selected Works, Vol. I, p. 269.)[1]

    Hence, in order not to err in policy, in order not to find itself in the position of idle dreamers, the party of the proletariat must not base its activities on abstract “principles of human reason,” but on the concrete conditions of the material life of society, as the determining force of social development; not on the good wishes of “great men,” but on the real needs of development of the material life of society.

    The fall of the utopians, including the Narodniks, anarchists and Socialist-Revolutionaries, was due, among other things, to the fact that they did not recognize the primary role which the conditions of the material life of society play in the development of society, and, sinking to idealism, did not base their practical activities on the needs of the development of the material life of society, but, independently of and in spite of


    [1]Preface to A Contribution to the Critique of Political Economy,” January 1859.

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these needs, on “ideal plans” and “all-embracing projects” divorced from the real life of society.

    The strength and vitality of Marxism-Leninism lies in the fact that it does base its practical activity on the needs of the development of the material life of society and never divorces itself from the real life of society.

    It does not follow from Marx’s words, however, that social ideas, theories, political views and political institutions are of no significance in the life of society, that they do not reciprocally affect social being, the development of the material conditions of the life of society. We have been speaking so far of the origin of social ideas, theories, views and political institutions, of the way they arise, of the fact that the spiritual life of society is a reflection of the conditions of its material life. As regards the significance of social ideas, theories, views and political institutions, as regards their role in history, historical materialism, far from denying them, stresses the important role and significance of these factors in the life of society, in its history.

    There are different kinds of social ideas and theories. There are old ideas and theories which have outlived their day and which serve the interests of the moribund forces of society. Their significance lies in the fact that they hamper the development, the progress of society. Then there are new and advanced ideas and theories which serve the interests of the advanced forces of society. Their significance lies in the fact that they facilitate the development, the progress of society; and their significance is the greater the more accurately they reflect the needs of development of the material life of society.

    New social ideas and theories arise only after the development of the material life of society has set new tasks before society. But once they have arisen they become a most potent

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force which facilitates the carrying out of the new tasks set by the development of the material life of society, a force which facilitates the progress of society. It is precisely here that the tremendous organizing, mobilizing and transforming value of new ideas, new theories, new political views and new political institutions manifests itself. New social ideas and theories arise precisely because they are necessary to society, because it is impossible to carry out the urgent tasks of development of the material life of society without their organizing, mobilizing and transforming action. Arising out of the new tasks set by the development of the material life of society, the new social ideas and theories force their way through, become the possession of the masses, mobilize and organize them against the moribund forces of society, and thus facilitate the overthrow of these forces, which hamper the development of the material life of society.

    Thus social ideas, theories and political institutions, having arisen on the basis of the urgent tasks of the development of the material life of society, the development of social being, themselves then react upon social being, upon the material life of society, creating the conditions necessary for completely carrying out the urgent tasks of the material life of society, and for rendering its further development possible.

    In this connection, Marx says:

    “Theory becomes a material force as soon as it has gripped the masses.” (Marx and Engels, Vol. I, p. 406.)[1]

    Hence, in order to be able to influence the conditions of material life of society and to accelerate their development and their improvement, the party of the proletariat must rely upon


    [1] “Introduction to A Criticism of the Hegelian Philosophy of Right,” late 1843-January 1844.

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such a social theory, such a social idea as correctly reflects the needs of development of the material life of society, and which is therefore capable of setting into motion broad masses of the people and of mobilizing them and organizing them into a great army of the proletarian party, prepared to smash the reactionary forces and to clear the way for the advanced forces of society.

    The fall of the “Economists” and the Mensheviks was due, among other things, to the fact that they did not recognize the mobilizing, organizing and transforming role of advanced theory, of advanced ideas and, sinking to vulgar materialism, reduced the role of these factors almost to nothing, thus condemning the Party to passivity and inanition.

    The strength and vitality of Marxism-Leninism is derived from the fact that it relies upon an advanced theory which correctly reflects the needs of development of the material life of society, that it elevates theory to a proper level, and that it deems it its duty to utilize every ounce of the mobilizing, organizing and transforming power of this theory.

    That is the answer historical materialism gives to the question of the relation between social being and social consciousness, between the conditions of development of material life and the development of the spiritual life of society.

    3) Historical Materialism.

    It now remains to elucidate the following question: What, from the viewpoint of historical materialism, is meant by the “conditions of material life of society” which in the hnal analysis determine the physiognomy of society, its ideas, views, political institutions, etc.?

    What, after all, are these “conditions of material life of society,” what are their distinguishing features?

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    There can be no doubt that the concept “conditions of material life of society” includes, first of all, nature which surrounds society, geographical environment, which is one of the indispensable and constant conditions of material life of society and which, of course, influences the development of society. What role does geographical environment play in the development of society? Is geographical environment the chief force determining the physiognomy of society, the character of the social system of man, the transition from one system to another, or isn’t it?

    Historical materialism answers this question in the negative.

    Geographical environment is unquestionably one of the constant and indispensable conditions of development of society and, of course, influences the development of society, accelerates or retards its development. But its influence is not the determining influence, inasmuch as the changes and development of society proceed at an incomparably faster rate than the changes and development of geographical environment. In the space of 3,000 years three different social systems have been successively superseded in Europe: the primitive communal system, the slave system and the feudal system. In the eastern part of Europe, in the U.S.S.R., even four social systems have been superseded. Yet during this period geographical conditions in Europe have either not changed at all, or have changed so slightly that geography takes no note of them. And that is quite natural. Changes in geographical environment of any importance require millions of years, whereas a few hundred or a couple of thousand years are enough for even very important changes in the system of human society.

    It follows from this that geographical environment cannot be the chief cause, the determining cause of social development; for that which remains almost unchanged in the course of tens of

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thousands of years cannot be the chief cause of development of that which undergoes fundamental changes in the course of a few hundred years.

    Further, there can be no doubt that the concept “conditions of material life of society” also includes growth of population, density of population of one degree or another; for people are an essential element of the conditions of material life of society, and without a definite minimum number of people there can be no material life of society. Is growth of population the chief force that determines the character of the social system of man, or isn’t it?

    Historical materialism answers this question too in the negative.

    Of course, growth of population does influence the development of society, does facilitate or retard the development of society, but it cannot be the chief force of development of society, and its influence on the development of society cannot be the determining influence because, by itself, growth of population does not furnish the clue to the question why a given social system is replaced precisely by such and such a new system and not by another, why the primitive communal system is succeeded precisely by the slave system, the slave system by the feudal system, and the feudal system by the bourgeois system, and not by some other.

    If growth of population were the determining force of social development, then a higher density of population would be bound to give rise to a correspondingly higher type of social system. But we do not find this to be the case. The density of population in China is four times as great as in the U.S.A., yet the U.S.A. stands higher than China in the scale of social development; for in China a semi-feudal system still prevails, whereas the U.S.A. has long ago reached the highest stage of

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development of capitalism. The density of population in Belgium is 19 times as great as in the U.S.A., and 26 times as great as in the U.S.S.R. Yet the U.S.A. stands higher than Belgium in the scale of social development; and as for the U.S.S.R., Belgium lags a whole historical epoch behind this country, for in Belgium the capitalist system prevails, whereas the U.S.S.R. has already done away with capitalism and has set up a socialist system.

    It follows from this that growth of population is not, and cannot be, the chief force of development of society, the force which determines the character of the social system, the physiognomy of society.

    a) What, then, is the chief force in the complex of conditions of material life of society which determines the physiognomy of society, the character of the social system, the development of society from one system to another?

    This force, historical materialism holds, is the method of procuring the means of life necessary for human existence, the mode of production of material values — food, clothing, foot wear, houses, fuel, instruments of production, etc. — which are indispensable for the life and development of society.

    In order to live, people must have food, clothing, footwear, shelter, fuel, etc.; in order to have these material values, people must produce them; and in order to produce them, people must have the instruments of production with which food, clothing, footwear, shelter, fuel, etc., are produced; they must be able to produce these instruments and to use them.

    The instruments of production wherewith material values are produced, the people who operate the instruments of production and carry on the production of material values thanks to a certain production experience and labour skill — all these elements jointly constitute the productive forces of society.

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    But the productive forces are only one aspect of production, only one aspect of the mode of production, an aspect that expresses the relation of men to the objects and forces of nature which they make use of for the production of material values. Another aspect of production, another aspect of the mode of production, is the relation of men to each other in the process of production, men’s relations of production. Men carry on a struggle against nature and utilize nature for the production of material values not in isolation from each other, not as separate individuals, but in common, in groups, in societies. Production, therefore, is at all times and under all conditions social production. In the production of material values men enter into mutual relations of one kind or another within production, into relations of production of one kind or another. These may be relations of co-operation and mutual help between people who are free from exploitation; they may be relations of domination and subordination; and, lastly, they may be transitional from one form of relations of production to an other. But whatever the character of the relations of production may be, always and in every system they constitute just as essential an element of production as the productive forces of society.

    “In production,” Marx says, “men not only act on nature but also on one another. They produce only by co-operating in a certain way and mutually exchanging their activities. In order to produce, they enter into definite connections and relations with one another and only within these social connections and relations does their action on nature, does production, take place.” (Marx and Engels, Vol. V, p. 429.)[1]

    Consequently, production, the mode of production, embraces both the productive forces of society and men’s relations of


    [1] “Wage Labour and Capital,” April 1849.

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production, and is thus the embodiment of their unity in the process of production of material values.

    b) The first teature of production is that it never stays at one point for a long time and is always in a state of change and development, and that, furthermore, changes in the mode of production inevitably call forth changes in the whole social system, social ideas, political views and political institutions — they call forth a reconstruction of the whole social and political order. At different stages of development people make use of different modes of production, or, to put it more crudely, lead different manners of life. In the primitive commune there is one mode of production, under slavery there is another mode of production, under feudalism a third mode of production, and so on. And, correspondingly, men’s social system, the spiritual life of men, their views and political institutions also vary.

    Whatever is the mode of production of a society, such in the main is the society itself, its ideas and theories, its political views and institutions.

    Or, to put it more crudely, whatever is man’s manner of life, such is his manner of thought.

    This means that the history of development of society is above all the history of the development of production, the history of the modes of production which succeed each other in the course of centuries, the history of the development of productive forces and of people’s relations of production.

    Hence, the history of social development is at the same time the history of the producers of material values themselves, the history of the labouring masses, who are the chief force in the process of production and who carry on the production of material values necessary for the existence of society.

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    Hence, if historical science is to be a real science, it can no longer reduce the history of social development to the actions of kings and generals, to the actions of “conquerors” and “subjugators” of states, but must above all devote itself to the history of the producers of material values, the history of the labouring masses, the history of peoples.

    Hence, the clue to the study of the laws of history of society must not be sought in men’s minds, in the views and ideas of society, but in the mode of production practised by society in any given historical period; it must be sought in the economic life of society.

    Hence, the prime task of historical science is to study and disclose the laws of production, the laws of development of the productive forces and of the relations of production, the laws of economic development of society. Hence, if the party of the proletariat is to be a real party, it must above all acquire a knowledge of the laws of development of production, of the laws of economic development of society.

    Hence, if it is not to err in policy, the party of the proletariat must both in drafting its programme and in its practical activities proceed primarily from the laws of development of production, from the laws of economic development of society.

    c) The second feature of production is that its changes and development always begin with changes and development of the productive forces, and in the first place, with changes and development of the instruments of production. Productive forces are therefore the most mobile and revolutionary element of production. First the productive forces of society change and develop, and then, depending on these changes and in conformity with them, men’s relations of production, their economic relations, change. This, however, does not mean that

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the relations of production do not influence the development of the productive forces and that the latter are not dependent on the former. While their development is dependent on the development of the productive forces, the relations of production in their turn react upon the development of the productive forces, accelerating or retarding it. In this connection it should be noted that the relations of production cannot for too long a time lag behind and be in a state of contradiction to the growth of the productive forces, inasmuch as the productive forces can develop in full measure only when the relations of production correspond to the character, the state of the productive forces and allow full scope for their development. Therefore, however much the relations of production may lag behind the development of the productive forces, they must, sooner or later, come into correspondence with — and actually do come into correspondence with — the level of development of the productive forces, the character of the productive forces. Otherwise we would have a fundamental violation of the unity of the productive forces and the relations of production within the system of production, a disruption of production as a whole, a crisis of production, a destruction of productive forces.

    An instance in which the relations of production do not correspond to the character of the productive forces, conflict with them, is the economic crises in capitalist countries, where private capitalist ownership of the means of production is in glaring incongruity with the social character of the process of production, with the character of the productive forces. This results in economic crises, which lead to the destruction of productive forces. Furthermore, this incongruity itself constitutes the economic basis of social revolution, the purpose of which is to destroy the existing relations of production and to create

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new relations of production corresponding to the character of the productive forces.

    In contrast, an instance in which the relations of production completely correspond to the character of the productive forces is the socialist national economy of the U.S.S.R., where the social ownership of the means of production fully corresponds to the social character of the process of production, and where, because of this, economic crises and the destruction of productive forces are unknown.

    Consequently, the productive forces are not only the most mobile and revolutionary element in production, but are also the determining element in the development of production.

    Whatever are the productive forces such must be the relations of production.

    While the state of the productive forces furnishes the answer to the question — with what instruments of production do men produce the material values they need? — the state of the relations of production furnishes the answer to another question — who owns the means of production (the land, forests, waters, mineral resources, raw materials, instruments of production, production premises, means of transportation and communication, etc.), who commands the means of production, whether the whole of society, or individual persons, groups, or classes which utilize them for the exploitation of other persons, groups or classes?

    Here is a rough picture of the development of productive forces from ancient times to our day. The transition from crude stone tools to the bow and arrow, and the accompanying transition from the life of hunters to the domestication of animals and primitive pasturage; the transition from stone tools to metal tools (the iron axe, the wooden plough fitted with an iron coulter, etc.), with a corresponding transition to tillage

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and agriculture; a further improvement in metal tools for the working up of materials, the introduction of the blacksmith’s bellows, the introduction of pottery, with a corresponding development of handicrafts, the separation of handicrafts from agriculture, the development of an independent handicraft industry and, subsequently, of manufacture; the transition from handicraft tools to machines and the transformation of handicraft and manufacture into machine industry; the transition to the machine system and the rise of modern large-scale machine industry — such is a general and far from complete picture of the development of the productive forces of society in the course of man’s history. It will be clear that the development and improvement of the instruments of production was effected by men who were related to production, and not independently of men; and, consequently, the change and development of the instruments of production was accompanied by a change and development of men, as the most important element of the productive forces, by a change and development of their production experience, their labour skill, their ability to handle the instruments of production.

    In conformity with the change and develapment of the productive forces of society in the course of history, men’s relations of production, their economic relations also changed and developed.

    Five main types of relations of production are known to history: primitive communal, slave, feudal, capitalist and socialist.

    The basis of the relations of production under the primitive communal system is that the means of production are socially owned. This in the main corresponds to the character of the productive forces of that period. Stone tools, and, later, the bow and arrow, precluded the possibility of men individually

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combating the forces of nature and beasts of prey. In order to gather the fruits of the forest, to catch hsh, to build some sort of habitation, men were obliged to work in common if they did not want to die of starvation, or fall victim to beasts of prey or to neighbouring societies. Labour in common led to the common ownership of the means of production, as well as of the fruits of production. Here the conception of private ownership of the means of production did not yet exist, except for the personal ownership of certain implements of production which were at the same time means of defence against beasts of prey. Here there was no exploitation, no classes.

    The basis of the relations of production under the slave system is that the slave-owner owns the means of production; he also owns the worker in production — the slave, whom he can sell, purchase, or kill as though he were an animal. Such relations of production in the main correspond to the state of the productive forces of that period. Instead of stone tools, men now have metal tools at their command; instead of the wretched and primitive husbandry of the hunter, who knew neither pasturage nor tillage, there now appear pasturage, tillage, handicrafts, and a division of labour between these branches of production. There appears the possibility of the exchange of products between individuals and between societies, of the accumulation of wealth in the hands of a few, the actual accumulation of the means of production in the hands of a minority, and the possibility of subjugation of the majority by a minority and the conversion of the majority into slaves. Here we no longer find the common and free labour of all members of society in the production process — here there prevails the forced labour of slaves, who are exploited by the non-labouring slave-owners. Here, therefore, there is no common ownership of the means of production or of the fruits of

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production. It is replaced by private ownership. Here the slave-owner appears as the prime and principal property owner in the full sense of the term.

    Rich and poor, exploiters and exploited, people with full rights and people with no rights, and a fierce class struggle between them — such is the picture of the slave system.

    The basis of the relations of production under the feudal system is that the feudal lord owns the means of production and does not fully own the worker in production — the serf, whom the feudal lord can no longer kill, but whom he can buy and sell. Alongside of feudal ownership there exists individual ownership by the peasant and the handicraftsman of his implements of production and his private enterprise based on his personal labour. Such relations of production in the main correspond to the state of the productive forces of that period. Further improvements in the smelting and working of iron; the spread of the iron plough and the loom; the further development of agriculture, horticulture, viniculture and dairying; the appearance of manufactories alongside of the handicraft workshops — such are the characteristic features of the state of the productive forces.

    The new productive forces demand that the labourer shall display some kind of initiative in production and an inclination for work, an interest in work. The feudal lord therefore discards the slave, as a labourer who has no interest in work and is entirely without initiative, and prefers to deal with the serf, who has his own husbandry, implements of production, and a certain interest in work essential for the cultivation of the land and for the payment in kind of a part of his harvest to the feudal lord.

    Here private ownership is further developed. Exploitation is nearly as severe as it was under slavery — it is only slightly

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mitigated. A class struggle between exploiters and exploited is the principal feature of the feudal system.

    The basis of the relations of production under the capitalist system is that the capitalist owns the means of production, but not the workers in production — the wage labourers, whom the capitalist can neither kill nor sell because they are personally free, but who are deprived of means of production and, in order not to die of hunger, are obliged to sell their labour power to the capitalist and to bear the yoke of exploitation. Alongside of capitalist property in the means of production, we find, at first on a wide scale, private property of the peasants and handicraftsmen in the means of production, these peasants and handicraftsmen no longer being serfs, and their private property being based on personal labour. In place of the handicraft workshops and manufactories there appear huge mills and factories equipped with machinery. In place of the manorial estates tilled by the primitive implements of production of the peasant, there now appear large capitalist farms run on scientific lines and supplied with agricultural machinery.

    The new productive forces require that the workers in production shall be better educated and more intelligent than the downtrodden and ignorant serfs, that they be able to understand machinery and operate it properly. Therefore, the capitalists prefer to deal with wage-workers, who are free from the bonds of serfdom and who are educated enough to be able properly to operate machinery.

    But having developed productive forces to a tremendous extent, capitalism has become enmeshed in contradictions which it is unable to solve. By producing larger and larger quantities of commodities, and reducing their prices, capitalism intensifies competition, ruins the mass of small and medium private owners, converts them into proletarians and

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reduces their purchasing power, with the result that it becomes impossible to dispose of the commodities produced. On the other hand, by expanding production and concentrating millions of workers in huge mills and factories, capitalism lends the process of production a social character and thus undermines its own foundation, inasmuch as the social character of the process of production demands the social ownership of the means of production; yet the means of production remain private capitalist property, which is incompatible with the social character of the process of production.

    These irreconcilable contradictions between the character of the productive forces and the relations of production make themselves felt in periodical crises of over-production, when the capitalists, finding no effective demand for their goods owing to the ruin of the mass of the population which they themselves have brought about, are compelled to burn products, destroy manufactured goods, suspend production, and destroy productive forces at a time when millions of people are forced to suffer unemployment and starvation, not because there are not enough goods, but because there is an over-production of goods.

    This means that the capitalist relations of production have ceased to correspond to the state of productive forces of society and have come into irreconcilable contradiction with them.

    This means that capitalism is pregnant with revolution, whose mission it is to replace the existing capitalist ownership of the means of production by socialist ownership.

    This means that the main feature of the capitalist system is a most acute class struggle between the exploiters and the exploited.

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The basis of the relations of production under the socialist system, which so far has been established only in the U.S.S.R., is the social ownership of the means of production. Here there are no longer exploiters and exploited. The goods prcduced are distributed according to labour performed, on the principle: “He who does not work, neither shall he eat.” Here the mutual relations of people in the process of production are marked by comradely co-operation and the socialist mutual assistance of workers who are free from exploitation. Here the relations of production fully correspond to the state of productive forces; for the social character of the process of production is reinforced by the social ownership of the means of production.

    For this reason socialist production in the U.S.S.R. knows no periodical crises of over-production and their accompanying absurdities.

    For this reason, the productive forces here develop at an accelerated pace; for the relations of production that correspond to them offer full scope for such development.

    Such is the picture of the development of men’s relations of production in the course of human history.

    Such is the dependence of the development of the relations of production on the development of the productive folces of society, and primarily, on the development of the instruments of production, the dependence by virtue of which the changes and development of the productive forces sooner or later lead to corresponding changes and development of the relations of production.

    “The use and fabrication of instruments of labour,”* says Marx, “although existing in the germ among certain species of aninals, is


* By “instruments of labour” Marx has in mind primarily instuments of production. — J. St.

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specifically characteristic of the human labour-process, and Franklin therefore defines man as a tool-making animal. Relics of bygone instruments of labour possess the same importance for the investigation of extinct economical forms of society, as do fossil bones for the determination of extinct species of animals. It is not the articles made, but how they are made, that enables us to distinguish different economical epochs. Instru ments of labour not only supply a standard of the degree of development to which human labour has attained, but they are also indicators of the social conditions under which that labour is carried on.” (Marx, Capital, Vol. I, 1935, p. 121.)

    And further:

    — “Social relations are closely bound up with productive forces. In acquiring new productive forces men change their mode of production; and in changing their mode of production, in changing the way of earning their living, they change all their social relations. The hand-mill gives you society with the feudal lord; the steam-mill, society with the industrial capitalist.” (Marx and Engels, Vol. V, p. 364.)[1]
— “There is a continual movement of growth in productive forces, of destruction in social relations, of formation in ideas; the only immutable thing is the abstraction of movement.” (Ibid., p. 364.)

    Speaking of historical materialism as formulated in The Communist Manifesto, Engels says:

    “Economic production and the structure of society of every historical epoch necessarily arising therefrom constitute the foundation for the political and intellectual history of that epoch; . . . consequently (ever since the dissolution of the primeval communal ownership of land) all history has been a history of class struggles, of struggles between exploited and exploiting, between dominated and dominating classes at various stages of social development; . . . this struggle, however, has now reached a stage where the exploited and oppressed class (the proletariat) can no longer emancipate itself from the class which exploits and oppresses it (the bourgeoisie), without at the same time for ever freeing the whole of society from exploitation, oppression and class struggles. . . .” (Engels’ Preface to the German Edition of the Manifesto.)


    [1] “Poverty of Philosophy,” 1847.

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    d) The third feature of production is that the rise of new productive forces and of the relations of production corresponding to them does not take place separately from the old system, after the disappearance of the old system, but within the old system; it takes place not as a result of the deliberate and conscious activity of man, but spontaneously, unconsciously, independently of the will of man. It takes place spontaneously and independently of the will of man for two reasons.

    Firstly, because men are not free to choose one mode of production or another, because as every new generation enters life it finds productive forces and relations of production already existing as the result of the work of former generations, owing to which it is obliged at first to accept and adapt itself to everything it finds ready-made in the sphere of production in order to be able to produce material values.

    Secondly, because, when improving one instrument of production or another, one element of the productive forces or another, men do not realize, do not understand or stop to reflect what social results these improvements will lead to, but only think of their everyday interests, of lightening their labour and of securing some direct and tangible advantage for themselves.

    When, gradually and gropingly, certain members of primitive communal society passed from the use of stone tools to the use of iron tools, they, of course, did not know and did not stop to reflect what social results this innovation would lead to; they did not understand or realize that the change to metal tools meant a revolution in production, that it would in the long run lead to the slave system. They simply wanted to lighten their labour and secure an immediate and tangible

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advantage; their conscious activity was confined within the narrow bounds of this everyday personal interest.

    When, in the period of the feudal system, the young bourgeoisie of Europe began to erect, alongside of the small guild workshops, large manufactories, and thus advanced the productive forces of society, it, of course, did not know and did not stop to reflect what social consequences this innovation would lead to; it did not realize or understand that this “small” innovation would lead to a regrouping of social forces which was to end in a revolution both against the power of kings, whose favours it so highly valued, and against the nobility, to whose ranks its foremost representatives not infrequently aspired. It simply wanted to lower the cost of producing goods, to throw larger quantities of goods on the markets of Asia and of recently discovered America, and to make bigger profits. Its conscious activity was confined within the narrow bounds of this commonplace practical aim.

    When the Russian capitalists, in conjunction with foreign capitalists, energetically implanted modern large-scale machine industry in Russia, while leaving tsardom intact and turning the peasants over to the tender mercies of the landlords, they, of course, did not know and did not stop to reflect what social consequences this extensive growth of productive forces would lead to; they did not realize or understand that this big leap in the realm of the productive forces of society would lead to a regrouping of social forces that would enable the proletariat to effect a union with the peasantry and to bring about a victorious socialist revolution. They simply wanted to expand industrial production to the limit, to gain control of the huge home market, to become monopolists, and to squeeze as much profit as possible out of the national economy.

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Their conscious activity did not extend beyond their commonplace, strictly practical interests.

    Accordingly, Marx says:

    “In the social production of their life (that is, in the production of the material values necessary to the life of men — J. St.), men enter into definite relations that are indispensable and independent [*] of their will, relations of production which correspond to a definite stage of development of their material productive forces.” (Marx, Selected Works, Vol. I, p. 269.)[1]

    This, however, does not mean that changes in the relations of production, and the transition from old relations of production to new relations of production proceed smoothly, without conflicts, without upheavals. On the contrary, such a transition usually takes place by means of the revolutionary overthrow of the old relations of production and the establishment of new relations of production. Up to a certain period the development of the productive forces and the changes in the realm of the relations of production proceed spontaneously, independently of the will of men. But that is so only up to a certain moment, until the new and developing productive forces have reached a proper state of maturity. After the new productive forces have matured, the existing relations of production and their upholders — the ruling classes — become that “insuperable” obstacle which can only be removed by the conscious action of the new classes, by the forcible acts of these classes, by revolution. Here there stands out in bold relief the tremendous role of new social ideas, of new political institutions, of a new political power, whose mission it is to abolish by force the old relations of production. Out of the


J. St.
[1] “Preface to A Contribution to the Critique of Political Economy.”

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conflict between the new productive forces and the old relations of production, out of the new economic demands of society, there arise new social ideas; the new ideas organize and mobilize the masses; the masses become welded into a new political army, create a new revolutionary power, and make use of it to abolish by force the old system of relations of production, and to firmly establish the new system. The spontaneous process of development yields place to the conscious actions of men, peaceful development to violent upheaval, evolution to revolution.

    “The proletariat,” says Marx, “during its contest with the bourgeoisie is compelled, by the force of circumstances, to organize itself as a class . . . by means of a revolution, it makes itself the ruling class, and, as such, sweeps away by force the old conditions of production. . . .” (Manifesto of the Communist Party, 1938, p. 52 )

    And further:

    — “The proletariat will use its political supremacy to wrest, by degrees, all capital from the bourgeoisie, to centralize all instruments of production in the hands of the State, i.e., of the proletariat organized as the ruling class; and to increase the total of productive forces as rapidly as possible.” (Ibid., p. 50.)
— “Force is the midwife of every old society pregnant with a new one.” (Marx, Capital, Vol. I, 1935, p. 603.)

    Here is the formulation — a formulation of genius — of the essence of historical materialism given by Marx in 1859 in his historic Preface to his famous book, A Contribution to the Critique of Political Economy :

    “In the social production of their life, men enter into definite relations that are indispensable and independent of their will, relations of production which correspond to a definite stage of development of their material productive forces. The sum total of these relations of production constitutes the economic structure of society, the real foundation, on which rises a legal and political superstructure and to which correspond definite forms of social consciousness. The mode of production of material life conditions

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the social, political and intellectual life process in general. It is not the consciousness of men that determines their being, but, on the contrary, their social being that determines their consciousness. At a certain stage of their development, the material productive forces of society come in conflict with the existing relations of production, or — what is but a legal expression for the same thing — with the property relations within which they have been at work hitherto. From forms of development of the productive forces these relations turn into their fetters. Then begins an epoch of social revolution. With the change of the economic foundation the entire immense superstructure is more or less rapidly transformed. In considering such transformations a distinction should always be made between the material transformation of the economic conditions of production, which can be determined with the precision of natural science, and the legal, political, religious, aesthetic or philosophic — in short, ideological forms in which men become conscious of this conflict and fight it out. Just as our opinion of an individual is not based on what he thinks of himself, so can we not judge of such a period of transformation by its own consciousness; on the contrary, this consciousness must be explained rather from the contradictions of material life, from the existing conflict between the social productive forces and the relations of production. No social order ever perishes before all the productive forces for which there is room in it have developed; and new, higher relations of production never appear before the material conditions of their existence have matured in the womb of the old society itself. Therefore mankind always sets itself only such tasks as it can solve; since, looking at the matter more closely, it will always be found that the task itself arises only when tbe material conditions for its solution already exist or are at least in the process of formation.” (Marx, Selected Works, Vol. I, pp. 269-70.)

    Such is Marxist materialism as applied to social life, to the history of society.

    Such are the principal features of dialectical and historical materialism.


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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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