Lenin – LA CATASTROFE IMMINENTE E COME LOTTARE CONTRO DI ESSA(Opere vol. 25).V. I. Lenin – THE IMPENDING CATASTROPHE AND HOW TO COMBAT IT

Lenin – LA CATASTROFE IMMINENTE E COME LOTTARE CONTRO DI ESSA

Scritto tra il 10 e il 14 settembre 1917, pubblicato in opuscolo alla fine di ottobre del 1917 (Opere vol. 25).

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LA CARESTIA SI AVVICINA

 

La Russia è minacciata da una catastrofe inevitabile. I trasporti ferroviari sono incredibilmente disorganizzati e la disorganizzazione aumenta. Le ferrovie si arresteranno. La fornitura delle materie prime e del carbone per le fabbriche cesserà e cesserà il rifornimento di cereali. I capitalisti sabotano (danneggiano, bloccano, minano, frenano) scientemente e incessantemente la produzione, con la speranza che una catastrofe inaudita porti al crollo della repubblica e della democrazia, dei soviet e, in generale, delle associazioni proletarie e contadine, faciliti il ritorno alla monarchia e la restaurazione dell’onnipotenza della borghesia e dei grandi proprietari fondiari.

Una catastrofe di ampiezza senza precedenti e la carestia ci minacciano inesorabilmente. Tutti i giornali ne hanno parlato infinite volte. I diversi partiti e i soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, hanno approvato un numero inverosimile di risoluzioni nelle quali si riconosce che la catastrofe è inevitabile, imminente, che bisogna combatterla strenuamente, che il popolo deve fare “sforzi eroici” per scongiurare il disastro, ecc.

Tutti lo dicono. Tutti lo riconoscono. Tutti lo constatano. E non si fa nulla.

Sono passati sei mesi di rivoluzione. La catastrofe si avvicina sempre più. Si è giunti alla disoccupazione di massa. Si pensi: nel paese vi è penuria di merci; il paese è in preda alla rovina perché mancano i prodotti, manca la manodopera mentre si hanno in quantità sufficiente grano e materie prime; e in questo paese, in un momento così critico, la disoccupazione ha assunto un carattere di massa! Quale prova occorre ancora per dimostrare che in sei mesi di rivoluzione (che alcuni chiamano grande, ma che, per il momento, sarebbe più giusto chiamare putrida), con una repubblica democratica ove abbondano le associazioni, gli organismi, le istituzioni che si dicono orgogliosamente “democratiche rivoluzionarie”, non si è fatto proprio nulla di serio contro la catastrofe, contro la carestia? Ci avviciniamo al crollo con rapidità crescente, poiché la guerra non attende e la disorganizzazione che essa porta in tutti i campi della vita nazionale si aggrava sempre più.

E tuttavia basterebbe un po’ d’attenzione e di riflessione per convincersi che esistono i mezzi per combattere la catastrofe e la carestia, che i provvedimenti da adottare sono assolutamente chiari, semplici, realizzabili, adeguati alle forze del popolo e che questi provvedimenti non si prendono unicamente, esclusivamente perché la loro attuazione recherebbe pregiudizio ai profitti inauditi di un pugno di grandi proprietari fondiari e di capitalisti!

E un fatto. Posso affermare con certezza che non troverete un solo discorso, un solo articolo di giornale di qualsiasi tendenza, una sola risoluzione di qualsiasi assemblea o istituzione che non riconosca in termini chiari e precisi quali dovrebbero essere i provvedimenti fondamentali, principali, per combattere, per scongiurare la catastrofe e la carestia. Questi provvedimenti sono: controllo, sorveglianza, censimento, regolamentazione da parte dello Stato, ripartizione razionale della manodopera nella produzione e nella distribuzione, risparmio delle forze del popolo, soppressione di ogni loro sperpero, economia di queste forze. Controllo, sorveglianza, censimento: ecco da che cosa `si deve incominciare per lottare contro la catastrofe e la carestia. Ecco ciò che è incontestabile e che tutti riconoscono. Ma è precisamente ciò che non si fa per tema di attentare all’onnipotenza dei proprietari fondiari e dei capitalisti, ai loro profitti smisurati, inauditi, scandalosi profitti che essi intascano grazie all’alto costo della vita, alle forniture militari (per la guerra ora “lavorano”, direttamente o indirettamente, quasi tutti), profitti che tutti conoscono, che tutti osservano e a proposito dei quali tutti danno in esclamazioni.

Ma non si fa assolutamente nulla per istituire con qualche serietà un controllo, una sorveglianza e un censimento da parte dello Stato.

 

INERZIA TOTALE DEL GOVERNO

 

Ovunque si sabotano in modo sistematico, incessante, ogni controllo, ogni sorveglianza e censimento, ogni tentativo compiuto in questo senso dallo Stato. E bisogna essere incredibilmente ingenui per non comprendere – o estremamente ipocriti per fingere di non comprendere – da dove proviene questo sabotaggio e con quali mezzi viene attuato, poiché questo sabotaggio, esercitato dai banchieri e dai capitalisti, questo siluramento di ogni controllo, di ogni sorveglianza e di ogni censimento, si adatta alle forme politiche di una repubblica democratica, all’esistenza di istituzioni “democratiche rivoluzionarie”. I singoli capitalisti hanno magnificamente assimilato questa verità, che a parole tutti i fautori del socialismo scientifico riconoscono, ma che i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari si sono sforzati di dimenticare appena i loro amici hanno avuto dei posticini di ministri, di sottosegretari, ecc. La verità è precisamente questa: l’essenza economica dello sfruttamento capitalista non viene affatto intaccata se alle forme monarchiche di governo si sostituiscono forme democratiche repubblicane; e, viceversa, per salvaguardare con lo stesso successo il profitto capitalista in regime di repubblica democratica come sotto la monarchia autocratica, basta cambiare la forma della lotta per l’intangibilità e la santità del profitto.

Il sabotaggio moderno, il più recente, il sabotaggio democratico repubblicano di ogni controllo, di ogni censimento e sorveglianza si fa così: i capitalisti (come, s’intende, tutti i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari) a parole riconoscono “con calore” il “principio” del controllo e la sua necessità, ma insistono semplicemente sulla sua applicazione “graduale”, metodica e “regolata dallo Stato”. In realtà sotto queste belle parole si nasconde il siluramento del controllo, che è ridotto a zero, a una finzione, a una commedia. Tutti i provvedimenti seri e pratici vengono differiti e si creano istituzioni di controllo straordinariamente complicate, ingombranti, burocratiche, senza vita, che dipendono interamente dai capitalisti e che non fanno e non possono fare assolutamente nulla.

Perché queste non sembrino asserzioni gratuite, ci appelleremo a testimoni menscevichi e socialisti-rivoluzionari, cioè appunto a coloro che hanno avuto la maggioranza nei soviet durante i primi sei mesi di rivoluzione, che hanno partecipato al “governo di coalizione” e che, quindi, sono politicamente responsabili di fronte agli operai e ai contadini russi per la loro compiacenza verso i capitalisti, per il siluramento di ogni controllo da parte di questi ultimi.

L’organo ufficiale del più elevato tra i cosiddetti organismi “investiti dei pieni poteri” (non si scherza!) della democrazia “rivoluzionaria”, le Izvestia del CEC (Comitato Esecutivo Centrale del congresso dei soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini di tutta la Russia), nel n. 164 del 7 settembre 1917 ha pubblicato una risoluzione approvata da un’istituzione apposita che si occupa dei problemi del controllo, creata da questi stessi menscevichi e socialisti-rivoluzionari e che si trova interamente nelle loro mani. Questa istituzione apposita è la “Sezione economica” del Comitato Esecutivo Centrale. La risoluzione riconosce ufficialmente, come un fatto, “l’inerzia totale degli organismi centrali costituiti presso il governo e incaricati di regolare la vita economica”.

Davvero: si potrebbe forse immaginare una testimonianza più eloquente del fallimento della politica menscevica e socialista-rivoluzionaria, firmata di propria mano dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari?

Già sotto lo zarismo si era riconosciuta la necessità di regolare la vita economica e varie istituzioni erano state create a tale scopo. Ma sotto lo zarismo lo sfacelo non aveva cessato di aumentare, raggiungendo proporzioni spaventose. Fu riconosciuto immediatamente che compito del governo repubblicano, rivoluzionario era di prendere provvedimenti seri e decisivi per mettere fine allo sfacelo. Quando si formò, con la partecipazione dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, il “governo di coalizione”, in una sua dichiarazione solenne rivolta al popolo, in data 6 maggio, esso promise e prese l’impegno d’istituire il controllo e la regolamentazione della vita economica da parte dello Stato. Gli Tsereteli e i Cernov, come tutti i capi menscevichi e socialisti-rivoluzionari, giuravano e spergiuravano che non solo essi erano responsabili del governo, ma che gli “organi della democrazia rivoluzionaria investiti dei pieni poteri” che si trovavano nelle loro mani, sorvegliavano effettivamente l’attività del governo e la controllavano.

Dal 6 maggio sono passati quattro mesi, quattro lunghi mesi durante i quali la Russia ha sacrificato centinaia di migliaia di soldati in un’assurda “offensiva” imperialista, nel corso dei quali la rovina e la catastrofe si sono avvicinate a passi da gigante, mentre la stagione estiva offriva tutte le possibilità di fare molte cose sia nel campo dei trasporti fluviali che nel campo dell’agricoltura e delle ricerche minerarie, ecc. E dopo quattro mesi i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari sono costretti a riconoscere ufficialmente “l’inerzia totale” delle istituzioni di controllo costituite presso il governo!!

E questi menscevichi e socialisti-rivoluzionari, con un’aria seria da uomini di Stato, ciarlano oggi (scriviamo queste righe precisamente alla vigilia della Conferenza Democratica del 12 settembre 68) della possibilità di porre rimedio al male, sostituendo alla coalizione con i cadetti una coalizione con i Kit Kityc [ricco mercante, personaggio di una commedia allora assai nota] del commercio e dell’industria, con i Riabuscinski, i Bublikov, i Terestcenko e soci!

Vien fatto di chiedersi: come spiegare questa sorprendente cecità dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari? Li si deve considerare come dei politici alle prime armi, che per stoltezza o ingenuità estreme non sanno quel che si fanno e sbagliano in buona fede? Oppure l’abbondanza di posticini di ministro, di sottosegretario, di governatore generale, di commissario, ecc. ha la proprietà di generare una cecità particolare, una cecità “politica”?

 

I PROVVEDIMENTI PER IL CONTROLLO

SONO UNIVERSALMENTE NOTI E DI FACILE APPLICAZIONE

 

Ma, ci si potrebbe domandare, i mezzi e i provvedimenti per effettuare il controllo sono forse qualcosa di eccezionalmente complicato, difficile, non ancora sperimentato e persino sconosciuto? Si possono forse spiegare le dilazioni col fatto che gli uomini di Stato del partito cadetto, della classe industriale e commerciale, dei partiti socialista-rivoluzionario e menscevico da sei mesi sudano sangue per trovare, studiare, scoprire i provvedimenti e i mezzi per effettuare il controllo, ma il problema è incredibilmente difficile e continua a rimanere insoluto?

Niente affatto! Si cerca appunto di presentare le cose in questo modo e di “gettar polvere negli occhi” al lavoratore isolato più arretrato, ignorante, intimidito e ai perbenisti che tutto credono e nulla approfondiscono. In realtà persino lo zarismo, persino il “vecchio regime”, costituendo i comitati di mobilitazione industriale, sapeva quale era il provvedimento essenziale, il mezzo e il metodo principale per esercitare il controllo: creare organizzazioni della popolazione secondo le varie professioni, i tipi di attività e i rami di lavoro, ecc. Ma lo zarismo temeva l’aggregazione e l’organizzazione della popolazione e perciò limitava in tutti i modi, ostacolava artificiosamente questo mezzo e metodo di controllo universalmente noto, particolarmente facile e perfettamente applicabile.

Tutti gli Stati belligeranti, schiacciati dal peso enorme e dalle calamità della guerra, soffrendo in maggiore o minore misura dello sfacelo e della carestia, hanno già da lungo tempo stabilito, definito, applicato e messo alla prova una serie di provvedimenti per effettuare il controllo, che, quasi sempre, si riducono a raggruppare la popolazione, a creare e incoraggiare associazioni di ogni genere, alle quali partecipano rappresentanti dello Stato e poste sotto il suo controllo, ecc. Tutti questi provvedimenti sono universalmente noti. Se ne è parlato e scritto molto. Le leggi sul controllo, promulgate dalle potenze belligeranti progredite, sono state tradotte in lingua russa o esposte in tutti i loro particolari sulla nostra stampa.

Se il nostro governo volesse realmente applicare il controllo in modo serio e fattivo, se le sue istituzioni non si fossero condannate, con il loro servilismo verso i capitalisti, a una “inerzia totale”, lo Stato non avrebbe che da attingere a piene mani nell’abbondante riserva dei provvedimenti di controllo già noti, già applicati. Il solo ostacolo che vi si frappone – ostacolo che i cadetti, i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi celano agli occhi del popolo – è, e continua ad essere, il fatto che il controllo rivelerebbe i favolosi profitti dei capitalisti e colpirebbe questi profitti.

Per meglio chiarire questa importantissima questione (che in sostanza è la questione del programma di ogni governo veramente rivoluzionario che voglia salvare la Russia dalla guerra e dalla carestia), enumereremo le principali misure di controllo e le esamineremo una ad una.

Vedremo che per un governo che non si chiamasse democratico rivoluzionario solo per scherzo, sarebbe stato sufficiente, fin dalla prima settimana della sua formazione, decretare (decidere, ordinare) l’applicazione dei principali provvedimenti di controllo, stabilire sanzioni serie – e non risibili – contro i capitalisti che avessero cercato di sottrarvisi in modo fraudolento e invitare la popolazione stessa a sorvegliare i capitalisti, a vigilare affinché essi rispettassero scrupolosamente le decisioni sul controllo, e il controllo sarebbe stato da lungo tempo applicato in Russia.

Ecco i principali di questi provvedimenti:

1)                      Fusione di tutte le banche in una sola banca e controllo delle sue operazioni da parte dello Stato, oppure nazionalizzazione delle banche.

2)                      Nazionalizzazione dei sindacati [associazioni di settore] capitalisti, cioè dei monopoli capitalisti più importanti (sindacato dello zucchero, del petrolio, del carbone, della metallurgia, ecc.).

3)                      Abolizione del segreto commerciale.

4)                      Cartellizzazione forzata (cioè obbligo per tutti gli industriali, commercianti e padroni in generale di raggrupparsi in associazioni e unioni).

5)                      Raggruppamento obbligatorio della popolazione in società di consumo, o incoraggiamento a tale associazione, e controllo di queste società.

Esaminiamo quale importanza avrebbe ciascuno di questi provvedimenti a condizione di essere applicato con spirito democratico e rivoluzionario.

 

NAZIONALIZZAZIONE DELLE BANCHE

 

Le banche, come è noto, sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalista dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” ed eludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere.

Controllare e regolare il rifornimento del grano e in generale la produzione e la distribuzione dei prodotti senza controllare, regolare, le operazioni di banca è un nonsenso. Sarebbe dare la caccia a eventuali “copechi” e chiuder gli occhi su milioni di rubli (euro). Le banche moderne si sono così strettamente e indissolubilmente fuse col commercio (del grano e di qualunque altro prodotto) e con l’industria, che senza “mettere le mani” sulle banche è assolutamente impossibile fare qualcosa di serio, di “democratico rivoluzionario”.

Ma forse “mettere le mani” sulle banche è un’operazione molto difficile e complicata per lo Stato? Di solito si cerca di spaventare i perbenisti proprio in questo modo. E sono naturalmente i capitalisti e i loro difensori che lo fanno, perché ci trovano la loro convenienza.

In realtà la nazionalizzazione delle banche, che non toglie nemmeno un copeco (centesimo) a nessun “proprietario”, non presenta assolutamente nessuna difficoltà di carattere tecnico e culturale. Essa è ostacolata esclusivamente dalla sordida cupidigia di un misero pugno di ricconi. Se la nazionalizzazione delle banche viene così spesso confusa con la confisca dei beni privati, la colpa di tale confusione è della stampa borghese che ha tutto l’interesse a ingannare la gente.

La proprietà dei capitali concentrati nelle banche e che sono l’oggetto delle loro operazioni, viene autenticata da documenti stampati o manoscritti, chiamati azioni, obbligazioni, cambiali, ricevute, ecc. Nessuno di questi documenti viene annullato o modificato con la nazionalizzazione delle banche, con la fusione, cioè, di tutte le banche in una sola banca di Stato. Chi aveva 15 rubli sul libretto di una Cassa di risparmio, rimane possessore dei suoi 15 rubli anche dopo la nazionalizzazione delle banche, e chi aveva 15 milioni, anche dopo la nazionalizzazione delle banche rimane in possesso dei suoi 15 milioni, sotto forma di azioni, obbligazioni, cambiali, titoli di credito, ecc.

In che consiste dunque l’importanza della nazionalizzazione delle banche?

Nel fatto che un controllo effettivo sulle singole banche e sulle loro operazioni è impossibile (anche se il segreto commerciale è abolito, ecc.), perché è impossibile seguire quei complicatissimi, imbrogliati e astuti procedimenti di cui si fa uso nello stendere i bilanci, nel formare imprese fittizie e filiali, nel far intervenire uomini di paglia e così via. Solo la fusione di tutte le banche in una sola, fusione che di per sé non porta nessun cambiamento nelle relazioni di proprietà, che non toglie, lo ripetiamo, a nessun proprietario nemmeno un copeco, rende possibile un effettivo controllo, a condizione, naturalmente, che vengano attuati tutti i provvedimenti fin qui e di seguito indicati. Solo la nazionalizzazione delle banche permette di ottenere che lo Stato sappia dove e come, da che parte e in che momento, scorrono i milioni e i miliardi. E solo il controllo esercitato sulle banche – questo centro, questo fulcro e meccanismo essenziale della circolazione capitalista – permetterebbe di organizzare sul serio, e non a parole, il controllo su tutta la vita economica, sulla produzione e distribuzione dei principali prodotti, di organizzare quella “regolamentazione della vita economica” che altrimenti sarebbe inevitabilmente condannata a rimanere una frase ministeriale, destinata ad ingannare il popolino. Solo il controllo sulle operazioni di banca, a condizione che esse vengano effettuate in un’unica banca di Stato, permetterebbe di organizzare, con nuovi provvedimenti facilmente attuabili, la riscossione effettiva dell’imposta sul reddito, senza che sia possibile occultare i beni e gli introiti, poiché attualmente quest’imposta si riduce in gran parte a una finzione.

Basterebbe appunto decretare la nazionalizzazione delle banche: la realizzerebbero i direttori e gli impiegati stessi. Qui non occorre nessun apparato speciale, nessuno speciale provvedimento preparatorio da parte dello Stato: questo provvedimento può essere attuato con un solo decreto, “di colpo”, poiché la possibilità economica di un tale provvedimento è stata fornita appunto dal capitalismo che nel suo sviluppo è giunto sino alle cambiali, alle azioni, alle obbligazioni, ecc. Non resta dunque che da unificare la contabilità. Se lo Stato democratico rivoluzionario decidesse di convocare immediatamente, per telegrafo, in ogni città delle assemblee e in ogni regione e in tutto il paese dei congressi di direttori e di impiegati per la fusione immediata di tutte le banche in una sola banca di Stato, questa riforma verrebbe effettuata in qualche settimana. Proprio i direttori e gli alti funzionari, s’intende, opporrebbero resistenza, cercherebbero di ingannare lo Stato, di menare le cose per le lunghe, ecc., dato che quei signori perderebbero i loro posticini particolarmente redditizi, perderebbero la possibilità di lanciarsi in operazioni fraudolente particolarmente lucrative. Qui è il nocciolo della questione. Ma la fusione delle banche non presenta nessuna difficoltà tecnica. Se il potere statale fosse rivoluzionario non solo a parole (non temesse cioè di rompere con le vecchie concezioni e lo spirito abitudinario) e fosse democratico non solo a parole (agisse cioè nell’interesse della maggioranza del popolo e non di un pugno di ricchi), sarebbe sufficiente decretare, come misura di punizione, la confisca dei beni e l’arresto di quei direttori, membri di amministrazioni e grandi azionisti che tentassero la minima manovra dilatoria o cercassero di nascondere i documenti e i rendiconti. Basterebbe, per esempio, raggruppare a parte gli impiegati poveri e concedere dei premi a chi fra di loro scoprisse le frodi e le manovre dilatorie dei ricchi, e la nazionalizzazione delle banche avverrebbe senza urti e scosse, in un battibaleno.

I vantaggi della nazionalizzazione delle banche sarebbero immensi per tutto il popolo, e non tanto per gli operai (poiché gli operai hanno poco a che fare con le banche) quanto, particolarmente, per le masse dei contadini e dei piccoli imprenditori. L’economia di lavoro sarebbe enorme; e, supponendo che lo Stato mantenga lo stesso numero di impiegati bancari, ciò verrebbe tuttavia a costituire un passo notevole verso l’universalizzazione dell’uso delle banche, verso la moltiplicazione delle loro succursali; le operazioni diverrebbero più accessibili, ecc. Sarebbero precisamente i piccoli proprietari, i contadini, che potrebbero ottenere crediti a condizioni molto più facili e accessibili. E lo Stato potrebbe per la prima volta anzitutto esaminare tutte le principali operazioni finanziarie, senza possibilità di occultamento, quindi controllarle, poi regolare la vita economica e, infine, ottenere milioni e miliardi per le grandi operazioni di Stato, senza dover pagare “per i servizi resi” “provvigioni” esorbitanti ai signori capitalisti. Ecco perché – e solamente per questo – tutti i capitalisti, tutti i professori borghesi, tutta la borghesia e tutti i suoi servitori, i Plekhanov, i Potresov e soci, sono pronti a lottare con la bava alla bocca contro la nazionalizzazione delle banche e ad addurre migliaia di pretesti contro questo provvedimento di estrema facilità e urgenza, benché, anche dal punto di vista della difesa del paese, cioè dal punto di vista militare, questo provvedimento presenti immensi vantaggi, elevi in grandissima misura la “potenza militare” del paese.

Ma qui ci si potrebbe obiettare: perché dunque Stati così progrediti quali la Germania e gli Stati Uniti di America attuano una ammirevole “regolamentazione della vita economica” senza neppure pensare a nazionalizzare le banche?

Perché – risponderemo noi – questi Stati, anche se uno è una monarchia e l’altro è una repubblica, sono tutti e due Stati non solo capitalisti, ma anche imperialisti. Come tali, essi attuano le trasformazioni che sono loro necessarie seguendo la via burocratica reazionaria, mentre noi qui parliamo della via democratica rivoluzionaria.

Questa “piccola differenza” è di capitale importanza. Di solito “non si usa” pensarvi. Le parole “democrazia rivoluzionaria” sono diventate da noi (soprattutto per i socialisti-rivoluzionari e per i menscevichi) una frase quasi convenzionale come l’espressione “grazie a Dio”, usata anche da persone che non sono tanto ignoranti da credere in Dio, o come l’espressione “onorevole cittadino”, con la quale ci si rivolge persino ai collaboratori del Dien o dell’Edinstvo, benché quasi tutti comprendano che questi giornali sono stati fondati e sono finanziati dai capitalisti nell’interesse dei capitalisti e che, quindi, la collaborazione di sedicenti socialisti a tali giornali è molto poco “onorevole”.

Se le parole “democrazia rivoluzionaria” non si adoperassero come un’abituale frase pomposa, non come un appellativo convenzionale, ma pensando al loro significato, essere democratico vorrebbe mettere in primo piano, di fatto, gli interessi della maggioranza del popolo e non quelli della sua minoranza; essere rivoluzionario vorrebbe dire demolire nel modo più risoluto e implacabile tutto ciò che è dannoso e antiquato.

Sia in America sia in Germania i governi e le classi dirigenti non pretendono nemmeno, per quanto si sappia, di avere il titolo di “democrazia rivoluzionaria”, che invece pretendono (e che prostituiscono) i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi. In Germania vi sono in tutto quattro grandi banche private di importanza nazionale; in America due: per i re della finanza che sono a capo di queste banche è più facile, più comodo, più conveniente associarsi privatamente, occultamente, in modo reazionario e non rivoluzionario, burocratico e non democratico, corrompendo i funzionari dello Stato (e questa è una regola generale in America e in Germania), mantenendo il carattere privato delle banche proprio per poter conservare il segreto delle operazioni, proprio per poter percepire dallo Stato milioni e milioni di “soprapprofitti”, proprio per assicurarsi la possibilità di combinazioni finanziarie fraudolente.

Sia l’America sia la Germania “regolano la vita economica” in modo da creare un ergastolo militare per gli operai (e in parte per i contadini) e un paradiso per i banchieri e per i capitalisti. La loro regolamentazione consiste nello “spremere” gli operai fino a ridurli alla fame, mentre ai capitalisti si assicurano (in segreto, in modo burocratico-reazionario) profitti superiori a quelli dell’anteguerra.

Anche per la Russia imperialista repubblicana è ben possibile seguire tale strada; ed essa viene appunto seguita non solo dai Miliukov e dagli Scingarev, ma anche da Kerenski, Terestcenko, Nekrasov, Bernatski, Prokopovic e soci, che difendono anch’essi, in modo burocratico-reazionario, l’“inviolabilità” delle banche e il loro sacro diritto a profitti favolosi. Ma diciamo piuttosto la verità: nella Russia repubblicana si vuole regolare la vita economica in modo burocratico reazionario, ma “spesso” non si sa come attuare tale obiettivo data l’esistenza dei “soviet”, che il Kornilov numero uno non è riuscito a sciogliere, ma che tenterà di sciogliere un Kornilov numero due…

Questa è la verità. E questa verità semplice, per quanto amara, è più atta ad illuminare il popolo che non le menzogne inzuccherate sulla “nostra” “grande” democrazia “rivoluzionaria”…

 

La nazionalizzazione delle banche renderebbe estremamente facile la nazionalizzazione simultanea delle assicurazioni, cioè la fusione di tutte le compagnie di assicurazione in una sola, la centralizzazione della loro attività, il controllo da parte dello Stato. Congressi degli impiegati delle società di assicurazioni attuerebbero anche in questo caso la fusione, immediatamente e senza nessuno sforzo, se lo Stato democratico rivoluzionario la decretasse e ordinasse ai direttori delle amministrazioni di queste società, ai grandi azionisti, di attuarla senza il minimo ritardo, sotto la stretta responsabilità di ciascuno di essi. I capitalisti hanno investito centinaia di milioni nelle assicurazioni e tutto il lavoro vi è effettuato da impiegati. La fusione delle compagnie di assicurazione porterebbe a un ribasso dei premi di assicurazione e darebbe un gran numero di agevolazioni e di facilitazioni a tutti gli assicurati, permetterebbe di aumentarne il numero con lo stesso impiego di energie e di mezzi. Nessuna, assolutamente nessun’altra ragione, fuorché le vecchie concezioni, lo spirito consuetudinario e la cupidigia di un pugno di titolari di posticini lucrativi, si oppone a questa riforma la quale, d’altronde, aumenterebbe anche la “capacità di difesa” del paese, economizzando il lavoro del popolo e aprendo serie possibilità, di fatto e non a parole, per la “regolamentazione della vita economica”.

 

LA NAZIONALIZZAZIONE DEI SINDACATI CAPITALISTI

 

Ciò che distingue il capitalismo dai vecchi sistemi precapitalisti di economia nazionale è che esso ha stabilito una connessione e un’interdipendenza molto strette fra i suoi vari rami di attività. Senza di che, sia detto tra parentesi, nessun passo verso il socialismo sarebbe tecnicamente realizzabile. Ma il capitalismo moderno, col dominio delle banche sulla produzione, ha portato al più alto grado questa interdipendenza dei vari rami dell’economia nazionale. Le banche e i rami più importanti dell’industria e del commercio si sono indissolubilmente fusi. Ciò significa, da una parte, che non si possono nazionalizzare le sole banche senza attuare provvedimenti diretti a istituire il monopolio dello Stato sui sindacati del commercio e dell’industria (monopolio dello zucchero, del carbone, del ferro, del petrolio), senza nazionalizzare questi sindacati. Ciò significa, d’altra parte, che la regolamentazione della vita economica, se la si vuol realizzare in modo serio esige che si nazionalizzino simultaneamente le banche e i sindacati

Prendiamo come esempio il sindacato dello zucchero. Esso si ere già costituito sotto lo zarismo e aveva allora portato a un ampio raggruppamento di fabbriche capitaliste e di officine capitaliste perfettamente attrezzate. E, naturalmente, questo raggruppamento era imbevuto da cima a fondo di spirito reazionario e burocratico; esso assicurava profitti scandalosi ai capitalisti e riduceva i suoi impiegati e i suoi operai in condizioni di completa schiavitù, li umiliava, li degradava, li privava di tutti i diritti. Già allora lo Stato controllava e regolava la produzione, a profitto dei magnati della finanza, dei ricchi.

Resta quindi solo da trasformare la regolamentazione burocratico-reazionaria in una regolamentazione democratico-rivoluzionaria mediante semplici decreti sulla convocazione di congressi degli impiegati ingegneri, direttori ed azionisti, sull’istituzione di una contabilità unificata, sul controllo da parte dei sindacati operai, ecc. È la cosa più semplice del mondo; eppure non viene attuata! ! In regime di repubblica democratica l’industria dello zucchero rimane di fatto sottoposta a una regolamentazione burocratico-reazionaria; tutto rimane come prima: sperpero del lavoro del popolo, inerzia e stagnazione, arricchimento dei Bobrinski e dei Terestcenko. Invitare a dar prova d’iniziativa indipendente la democrazia e non la burocrazia, gli operai e gli impiegati e non i “re dello zucchero”: ecco ciò che si potrebbe e si dovrebbe fare in pochi giorni, di colpo, se i socialisti-rivoluzionari e menscevichi non annebbiassero la coscienza del popolo con piani di “coalizione” precisamente con questi re dello zucchero, di una coalizione con i ricchi, appunto, che rende assolutamente inevitabili l’“inerzia totale” del governo nella regolamentazione della vita economica. *

 

* Queste righe erano già scritte quando lessi sui giornali che il governo di Kerenski istituiva il monopolio dello zucchero, e lo istituiva, naturalmente, con procedimenti burocratico-reazionari, senza congressi di impiegati e operai, senza pubblicità, senza imbrigliare i capitalisti!!

 

Prendete l’industria del petrolio. Essa era già stata “socializzata” in grandissime proporzioni da tutto il precedente sviluppo del capitalismo. Un paio di re del petrolio: ecco chi manipola i milioni e le centinaia di milioni. La loro occupazione: tagliare le cedole, intascare i profitti favolosi che fruttano le loro “imprese” già organizzate praticamente, tecnicamente, socialmente su scala nazionale e già dirette da centinaia e migliaia di impiegati, ingegneri, ecc. La nazionalizzazione dell’industria petrolifera è possibile subito, ed è obbligatoria per uno Stato democratico, rivoluzionario, soprattutto quando esso è in preda a una gravissima crisi, quando bisogna ad ogni costo risparmiare il lavoro del popolo ed aumentare la produzione dei combustibili. È evidente che il controllo burocratico qui non servirà a nulla, non cambierà niente, giacché i “re del petrolio” avranno ragione dei Terestcenko, dei Kerenski, degli Avxentiev e degli Skobelev con la stessa facilità con cui ebbero ragione dei ministri zaristi, mediante dilazioni, pretesti, promesse e con la corruzione diretta o indiretta della stampa borghese (ciò si chiama “opinione pubblica”, che Kerenski e Avxentiev “tengono in gran conto”), con la corruzione dei funzionari (che i Kerenski e gli Avxentiev lasciano ai loro posti nel vecchio apparato dello Stato rimasto intatto).

Per fare qualcosa di serio bisogna passare – e passare in modo veramente rivoluzionario – dalla burocrazia alla democrazia; dichiarare cioè la guerra ai re del petrolio e agli azionisti, decretare la confisca dei loro beni e la pena della prigione per il differimento della nazionalizzazione dell’industria del petrolio, per l’occultamento dei redditi e dei conti, per il sabotaggio della produzione, per il rifiuto a prendere provvedimenti atti ad aumentare la produzione. Bisogna fare appello all’iniziativa degli operai e degli impiegati, convocarli immediatamente in conferenze e congressi e concedere loro una certa parte dei benefici, a condizione che essi istituiscano un ampio controllo ed aumentino la produzione. Se questi provvedimenti democratici rivoluzionari fossero stati presi subito, sin dall’aprile 1917, la Russia, uno dei paesi più ricchi del mondo per le sue riserve di combustibile liquido, avrebbe potuto durante l’estate, utilizzando i trasporti fluviali e marittimi, fare molto, moltissimo per rifornire il popolo di combustibile in quantità sufficiente.

Né il governo borghese, né quello della coalizione dei socialisti-rivoluzionari, dei menscevichi e dei cadetti, hanno fatto assolutamente nulla; si sono limitati a giocare burocraticamente alle riforme. Non hanno osato prendere un solo provvedimento veramente democratico rivoluzionario. Gli stessi re del petrolio, la stessa stagnazione, lo stesso odio degli impiegati e degli operai contro gli sfruttatori, e, di conseguenza, la stessa disorganizzazione, lo stesso sperpero del lavoro del popolo: tutto come sotto lo zarismo; di mutato vi sono solo le intestazioni sulle carte che entrano ed escono dalle cancellerie “repubblicane”.

Nell’industria del carbone – non meno “matura” dal punto di vista tecnico e culturale per la nazionalizzazione e non meno vergognosamente amministrata dai rapinatori del popolo, dai re del carbone – assistiamo a una serie di fatti lampanti di sabotaggio diretto, di deterioramento diretto e di arresto della produzione da parte degli industriali. Persino la Rabociaia Gazieta, giornale menscevico, ministeriale, ha riconosciuto questi fatti. Ebbene? Non si è fatto assolutamente nulla all’infuori delle vecchie conferenze “paritetiche” burocratico-reazionarie dove gli operai e i banditi del sindacato del carbone hanno un egual numero di rappresentanti! ! Nessun provvedimento democratico-rivoluzionario; neppure l’ombra di un tentativo per istituire il solo controllo reale, il controllo dal basso, esercitato dai sindacati degli impiegati, degli operai, mediante il terrore verso gli industriali del carbone che portano il paese alla rovina e paralizzano la produzione! Ma come! non siamo noi “tutti” per la “coalizione”, se non con i cadetti almeno con i circoli industriali e commerciali? Ma questa coalizione significa appunto lasciare il potere ai capitalisti, lasciarli impuniti, permettere loro di frenare la produzione, di far ricadere tutto sulle spalle degli operai, di accrescere lo sfacelo economico e preparare in tal modo una nuova rivolta alla Kornilov!

 

ABOLIZIONE DEL SEGRETO COMMERCIALE

 

Senza l’abolizione del segreto commerciale il controllo sulla produzione e sulla distribuzione o non rimane che una vana promessa, necessaria unicamente ai cadetti per ingannare i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, e ai socialisti-rivoluzionari e ai menscevichi per ingannare le classi lavoratrici, oppure può essere attuato solo con mezzi e provvedimenti burocratico-reazionari. Per quanto ciò sia evidente per ogni persona che giudichi spassionatamente la cosa, per quanto la Pravda (che è stata soppressa in primo luogo proprio per questo dal governo di Kerenski, servitore del capitale) abbia reclamato con insistenza l’abolizione del segreto commerciale, né il nostro governo repubblicano, né “gli organismi autorizzati della democrazia rivoluzionaria” hanno neppure pensato a questa prima condizione del controllo effettivo.

Qui appunto è la chiave di volta di ogni controllo. È precisamente questo il punto più vulnerabile del capitale che spoglia il popolo e sabota la produzione. E precisamente per questo i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi temono di toccare questo tasto.

L’argomento abituale dei capitalisti, che la piccola borghesia ripete senza riflettere, è che in generale l’economia capitalista non ammette assolutamente l’abolizione del segreto commerciale, dato che la proprietà privata dei mezzi di produzione, la dipendenza delle piccole aziende dal mercato rendono necessaria la “sacra inviolabilità” dei libri commerciali e delle operazioni commerciali, comprese, naturalmente, quelle bancarie.

Coloro che in una forma o nell’altra ripetono questo argomento o altri analoghi si lasciano ingannare ed essi stessi ingannano il popolo chiudendo gli occhi su due fatti essenziali, fondamentali e notori della vita economica moderna. Primo fatto: il grande capitalismo, cioè le particolarità dell’organismo economico delle banche, dei sindacati capitalisti, delle grandi officine, ecc. Secondo fatto: la guerra.

Precisamente il grande capitalismo moderno, che si trasforma ovunque in capitalismo monopolista, toglie ogni parvenza di fondatezza al segreto commerciale, ne fa un’ipocrisia e uno strumento che serve unicamente a dissimulare le frodi finanziarie e i profitti esorbitanti del grande capitale. La grande economia capitalista, per la sua stessa natura tecnica è un economia socializzata; essa lavora  cioè per milioni di persone e associa con le sue operazioni direttamente o indirettamente, centinaia, migliaia e decine di migliaia di famiglie. È una cosa ben diversa dall’economia del piccolo artigiano o del contadino medio, i quali in generale non tengono nessun libro contabile e perciò non hanno nulla a che vedere con l’abolizione del segreto commerciale!

Del resto, in una grande azienda, le operazioni sono conosciute da centinaia di persone, e anche più. La legge che protegge il segreto commerciale non serve ai bisogni della produzione o dello scambio, ma alla speculazione e al lucro nella loro forma più brutale: la frode vera e propria che, com’è noto, è particolarmente diffusa nelle società anonime, mascherata abilmente con conti e bilanci manipolati in modo da ingannare il pubblico.

Se nella piccola economia mercantile, cioè fra i piccoli contadini e gli artigiani, la cui produzione non è socializzata ma sparsa e frazionata, il segreto commerciale è inevitabile, nella grane economia capitalista proteggere questo segreto significa proteggere i privilegi e i profitti letteralmente di un pugno di persone contro tutto il popolo. Ciò è già stato riconosciuto dalla legge, in quanto essa fa obbligo alle società anonime di render pubblici i loro bilanci, ma questo controllo – attuato in tutti i paesi progrediti e anche in Russia – è appunto un controllo burocratico-reazionario, che non apre gli occhi al popolo, che non permette di conoscere tutta la verità sulle operazioni delle società anonime.

Per agire in modo democratico-rivoluzionario si dovrebbe emanare immediatamente una nuova legge che abolisca il segreto commerciale, che esiga dalle grandi aziende e dai ricchi i resoconti finanziari più completi, e che conferisca a ogni gruppo di cittadini, che raggiunga un numero sufficiente per esprimere un parere democraticamente valido (per esempio mille o diecimila elettori), il diritto di verificare tutti i documenti di qualsiasi grande azienda. Questo provvedimento è interamente e facilmente attuabile: basterebbe un semplice decreto; esso, e solo esso, darebbe libero corso all’iniziativa popolare del controllo esercitato dai sindacati degli impiegati, dai sindacati degli operai e da tutti i partiti politici; esso, e solo esso, renderebbe il controllo efficace e democratico.

Aggiungete a questo la guerra. L’immensa maggioranza delle aziende commerciali e industriali non lavora oggi per il “mercato libero”, ma per lo Stato, per la guerra. Per questo ho già detto sulla Pravda che coloro che ci oppongono l’argomento dell’impossibilità d’instaurare il socialismo mentono, e mentono tre volte, perché non si tratta affatto d’instaurare il socialismo ora, subito, dall’oggi al domani, ma di svelare il saccheggio dell’erario.

L’azienda capitalista che lavora “per la guerra” (cioè l’azienda legata direttamente o indirettamente alle forniture militari) ne trae profitti enormi; e i signori cadetti, insieme ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari che si oppongono all’abolizione del segreto commerciale non sono null’altro che degli ausiliari, dei complici nel saccheggio dell’erario.

La guerra costa attualmente alla Russia cinquanta milioni di rubli al giorno. Questi cinquanta milioni vanno nella maggior parte a finire nelle mani dei fornitori dell’esercito. Di questi cinquanta milioni almeno cinque milioni al giorno, e più probabilmente dieci milioni e più, rappresentano i “profitti legittimi” dei capitalisti e dei funzionari che sono in qualche modo legati ad essi. Sono soprattutto le grandi ditte e le banche che, anticipando fondi per le operazioni delle forniture di guerra, ne traggono profitti favolosi, precisamente saccheggiando l’erario, poiché non si potrebbero chiamare altrimenti queste manovre volte a ingannare e a scorticare il popolo “in occasione” delle calamità della guerra, “in occasione” della morte di centinaia di migliaia, di milioni di uomini.

I profitti scandalosi sulle forniture di guerra, i “titoli di credito” occultati dalle banche, i nomi di coloro che si arricchiscono grazie al crescente costo della vita sono “a tutti” noti; nella “società” se ne parla con un sorriso ironico; persino la stampa borghese che, come regola generale, tace i fatti “spiacevoli” ed elude le questioni “delicate”, fornisce a questo proposito non poche indicazioni concrete. Tutti sanno e tutti tacciono, tollerano e si conciliano con un governo che parla con eloquenza del “controllo” e della “regolamentazione”!!

I democratici rivoluzionari, se fossero veramente rivoluzionari e democratici, promulgherebbero immediatamente una legge per sopprimere il segreto commerciale, per obbligare i fornitori e i commercianti a rendere dei conti, per proibire loro di abbandonare il loro genere di occupazione senza il permesso delle autorità, pena la confisca dei beni e la fucilazione * per l’occultamento dei profitti e l’inganno del popolo, legge che organizzerebbe la verifica e il controllo dal basso, democraticamente, da parte del popolo stesso, dei sindacati degli impiegati, degli operai e dei consumatori, ecc.

 

* Ho già avuto occasione di indicare nella stampa bolscevica che l’unico argomento contro la pena di morte che si può considerare giusto è quello che si riferisce alla sua applicazione nei riguardi delle masse dei lavoratori da parte degli sfruttatori per mantenere lo sfruttamento. È poco probabile che un governo rivoluzionario, quale che sia, possa fare a meno della pena di morte contro gli sfruttatori (cioè contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti).

 

I nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi meritano a giusto titolo il nome di democratici spauriti, poiché su questo problema ripetono quel che dicono tutti i piccoli borghesi spauriti, e cioè che i capitalisti “scapperebbero” se si prendessero provvedimenti “troppo severi”, che senza i capitalisti “noi” non potremmo cavarcela, che anche i milionari anglo-francesi che ci “sostengono” forse “si offenderebbero”, ecc. Si potrebbe pensare che i bolscevichi propongano qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’umanità, che non è mai stato sperimentato, un qualcosa di “utopistico”, mentre in realtà già 125 anni or sono, in Francia, uomini che erano dei veri “democratici rivoluzionari”, realmente convinti del carattere giusto, difensivo, della guerra da essi condotta, uomini che realmente si appoggiavano sulle masse del popolo, anch’esse sinceramente convinte della stessa cosa, seppero esercitare un controllo rivoluzionario sui ricchi e ottenere risultati dinanzi ai quali s’inchinò il mondo intero. E durante i cinque quarti di secolo trascorsi, lo sviluppo del capitalismo, avendo creato le banche, i sindacati, le ferrovie, ecc. ecc. ha reso cento volte più semplici e facili i provvedimenti per un controllo veramente democratico da parte degli operai e dei contadini sugli sfruttatori, sui grandi proprietari fondiari e sui capitalisti.

In fondo, tutta la questione del controllo si riduce a stabilire chi è che controlla e chi è controllato, cioè quale classe esercita il controllo e quale lo subisce. Da noi, in una Russia repubblicana, con la partecipazione degli “organismi autorizzati” di una democrazia cosiddetta rivoluzionaria, sino ad oggi si riconosce e si lascia ai proprietari fondiari e ai capitalisti la funzione del controllo. Si ha come risultato inevitabile un banditismo capitalista che suscita l’indignazione di tutto il popolo, e lo sfacelo economico che viene artificiosamente alimentato dai capitalisti. Bisogna passare decisamente, irrevocabilmente, senza tema di rompere con ciò che è vecchio, senza tema di edificare arditamente il nuovo, al controllo esercitato dagli operai e dai contadini sui grandi proprietari fondiari e sui capitalisti. Ma è ciò che i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi temono come il fuoco.

 

L’ASSOCIAZIONE FORZATA DEI CAPITALISTI IN SINDACATI

 

La cartellizzazione forzata, cioè l’associazione forzata, per esempio di industriali, in sindacati capitalisti, è già stata praticamente applicata dalla Germania. Anche qui non vi è nulla di nuovo. Anche qui, per colpa dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, noi assistiamo alla più completa stagnazione della Russia repubblicana, che codesti poco onorevoli partiti “intrattengono” con lo spettacolo della quadriglia da essi danzata ora con i cadetti, ora con i Bublikov, ora con Terestcenko e Kerenski.

La cartellizzazione forzata è da una parte un mezzo che serve allo Stato per stimolare lo sviluppo del capitalismo, che conduce, ovunque, dappertutto, all’organizzazione della lotta di classe, all’aumento del numero, della varietà e dell’importanza dei sindacati capitalisti. Ma dall’altra parte questa “cartellizzazione” forzata è la necessaria condizione preliminare di ogni controllo serio e di ogni risparmio del lavoro del popolo.

La legge tedesca obbliga per esempio i padroni delle concerie di una determinata località o di tutto il paese ad organizzarsi in sindacato; un rappresentante del governo inoltre fa parte del consiglio di amministrazione di questo sindacato per esercitarvi un controllo. Tale legge, direttamente, di per sé, non intacca in alcun modo i rapporti di proprietà, non toglie nemmeno un copeco a nessun proprietario e non decide ancora se il controllo dovrà essere esercitato nelle forme, nel senso, nello spirito burocratico-reazionario o democratico-rivoluzionario.

Tali leggi potrebbero e dovrebbero essere promulgate da noi immediatamente, senza perdere nemmeno una settimana di tempo prezioso, e lasciando che la situazione sociale stessa determini le forme più concrete per la loro applicazione, la rapidità della loro applicazione e i mezzi per controllarla, ecc. Per promulgare una tale legge lo Stato non ha bisogno né di un apparato speciale, né di ricerche speciali, né di qualsiasi studio preliminare. Occorre semplicemente che sia deciso a rompere con certi interessi privati dei capitalisti che “non sono abituati” a una simile ingerenza nei loro affari, che non intendono perdere i soprapprofitti che una gestione all’antica, oltre alla mancanza di controllo, assicura loro.

Non occorre nessun apparato, nessuna “statistica” (che Cernov vorrebbe sostituire all’iniziativa rivoluzionaria dei contadini) per promulgare una tale legge, perché la sua applicazione dovrà essere affidata ai fabbricanti e agli industriali stessi, alle forze sociali esistenti, dovrà avvenire sotto il controllo delle forze sociali (cioè non governative, non burocratiche), anch’esse esistenti, ma che devono assolutamente appartenere ai cosiddetti “strati inferiori”, cioè alle classi oppresse, sfruttate, che nella storia sono sempre state infinitamente superiori agli sfruttatori per la loro attitudine all’eroismo, all’abnegazione, alla disciplina fraterna.

Supponiamo che da noi esista un governo veramente democratico e rivoluzionario e che esso decreti: è fatto obbligo a tutti i fabbricanti e a tutti gl’industriali di ogni ramo della produzione che occupano, poniamo, almeno due operai, di raggrupparsi immediatamente in associazioni di distretto e di governatorato. La responsabilità di una rigorosa applicazione della legge ricade innanzitutto sui fabbricanti, sui direttori, sui membri dei consigli di amministrazione, sui grandi azionisti (poiché sono loro i veri capi dell’industria moderna, i suoi veri padroni). Nel caso in cui essi si rifiutassero di cooperare all’applicazione immediata della legge, verrebbero considerati come disertori del servizio militare e come tali puniti, rispondendo con i loro beni in base al principio della responsabilità collettiva, uno per tutti, tutti per uno. La responsabilità ricade inoltre su tutti gli impiegati, obbligati anch’essi a formare un unico sindacato, e su tutti gli operai raggruppati nel loro sindacato. La “cartellizzazione” ha per scopo di istituire una contabilità il più possibile completa, rigorosa e particolareggiata e soprattutto di coordinare le operazioni per l’acquisto delle materie prime, per lo smercio dei prodotti, per il risparmio delle risorse e delle forze del popolo. Grazie al raggruppamento in un solo sindacato delle aziende sparse, quest’economia raggiungerebbe immense proporzioni, come c’insegnano le scienze economiche, come ci mostra l’esempio di tutti i sindacati, cartelli e trust. Inoltre, lo ripetiamo ancora una volta, questa cartellizzazione di per sé non cambia di un iota i rapporti di proprietà e non toglie neppure un copeco a nessun proprietario. Questo è un fatto che va particolarmente sottolineato, dato che la stampa borghese “spaventa” di continuo i piccoli e i medi padroni, dicendo loro che i socialisti in generale e i bolscevichi in particolare, vorrebbero “espropriarli”. Quest’affermazione è una menzogna patente, perché i socialisti, anche nel caso di una rivoluzione socialista completa, non vogliono, non possono espropriare e non esproprieranno i piccoli contadini. Noi parliamo invece sempre e unicamente dei provvedimenti più indispensabili e urgenti che sono già stati presi nell’Europa occidentale e che una democrazia più o meno conseguente dovrebbe prendere immediatamente da noi per lottare contro la catastrofe imminente che ci minaccia.

L’associazione dei piccoli e piccolissimi padroni in sindacati incontrerebbe serie difficoltà di carattere tecnico e culturale, dato l’estremo frazionamento delle loro aziende, la tecnica primitiva di queste ultime, l’analfabetismo o la poca istruzione dei loro proprietari. Ma proprio queste aziende potrebbero non essere contemplate da questa legge (come si è già detto nell’esempio ipotetico da noi riportato più sopra); e la loro mancata associazione, e a maggior ragione il loro ritardo nell’associarsi, non potrebbero rappresentare un ostacolo serio, poiché l’immenso numero di piccole aziende ha una funzione minima nel volume globale della produzione, nell’economia nazionale in generale; e per di più esse dipendono spesso in un modo o nell’altro dalle grandi aziende.

Solo le grandi aziende hanno un’importanza decisiva; e qui esistono i mezzi tecnici e culturali e le forze necessarie per la “cartellizzazione”; quel che manca perché questi mezzi e queste forze vengano messi in moto è l’iniziativa di un potere rivoluzionario, iniziativa ferma, risoluta, di una severità implacabile verso gli sfruttatori.

Più il paese è povero di forze tecnicamente istruite e in generale di forze intellettuali, più è urgente la necessità di decretare nel modo più rapido e risoluto la cartellizzazione forzata, di cominciare ad attuarla dalle grandissime e grandi aziende, perché appunto la cartellizzazione economizzerà le forze intellettuali e darà la possibilità di utilizzarle pienamente e di ripartirle razionalmente. Se persino i contadini russi, nei villaggi più remoti, sotto il governo zarista, nonostante le migliaia di ostacoli che venivano loro opposti, dopo il 1905 seppero fare un grande passo avanti nella creazione di associazioni di ogni genere, è ovvio che il raggruppamento delle grandi e medie aziende industriali e commerciali potrebbe essere attuato in pochi mesi, e anche più rapidamente, a condizione che esse vi fossero costrette da un governo veramente democratico-rivoluzionario, che poggi sul sostegno, sulla partecipazione, sugli interessi, sul vantaggio delle “classi inferiori”, della democrazia, degli impiegati, degli operai e che chiami queste forze a esercitare il controllo.

 

REGOLAMENTAZIONE DEL CONSUMO

 

La guerra ha costretto tutti i paesi belligeranti e molti Stati neutrali a ricorrere alla regolamentazione del consumo. È comparsa la tessera del pane, che è diventata una cosa abituale e ha portato con sé altre carte annonarie. La Russia non è rimasta fuori e anch’essa ha istituito le tessere del pane.

Ma questo esempio ci permette appunto di mettere a confronto nel modo migliore, mi sembra, i metodi burocratici reazionari di lotta contro la catastrofe – metodi che tendono a ridurre al minimo le riforme – e i metodi democratici rivoluzionari che, per meritare questo nome, devono proporsi come compito immediato di rompere in modo radicale con ciò che è vecchio e sorpassato e di accelerare quanto più è possibile la marcia in avanti.

La tessera del pane, questo modello tipico di regolamentazione del consumo negli Stati capitalisti moderni, si prefigge un solo compito e serve (nel migliore dei casi) a un solo scopo: distribuire la quantità di grano disponibile in modo che basti a tutti. Si stabilisce il massimo del consumo, non certamente per tutti i prodotti, ma soltanto per i prodotti principali, “popolari”: e questo è tutto. Non ci si preoccupa di nient’altro. Si calcola burocraticamente la disponibilità di grano, la si divide per il numero di abitanti, si stabilisce una norma di consumo, la s’introduce e ci si limita a questo. Gli articoli di lusso non si toccano, dato che “comunque” sono pochi e “in ogni caso”, per il loro prezzo elevato, non sono alla portata della borsa del “popolo”. Perciò in tutti i paesi belligeranti, senza alcuna eccezione, e persino in Germania, paese che credo possa essere considerato senza tema di contestazione un modello della regolamentazione più accurata, pedante e rigorosa del consumo, persino in Germania vediamo che i ricchi eludono continuamente qualsiasi “norma” di consumo. Anche questo è a “tutti” noto; “tutti” ne parlano con un sorrisetto ironico; sulla stampa socialista tedesca – e talvolta anche su quella borghese – nonostante la ferocia della censura tedesca con i suoi rigori da caserma, si possono vedere di continuo trafiletti e notizie sul “menu” dei ricchi, sui ricchi che ricevono pane bianco a volontà in un certo luogo di cura (facendosi passare per malati lo frequentano tutti coloro che hanno molto denaro), sui ricchi che invece dei semplici cibi popolari consumano cibi scelti, rari, ricercati.

Lo Stato capitalista reazionario, che teme di minare le basi del capitalismo, le basi della schiavitù salariata, le basi del dominio economico dei ricchi, teme di sviluppare l’iniziativa degli operai, e in generale dei lavoratori, teme di “suscitare” le loro pretese. A uno Stato siffatto non occorre altro che la tessera del pane. Uno Stato simile non perde di vista nemmeno per un istante, qualsiasi cosa faccia, il suo scopo reazionario: rafforzare il capitalismo, impedire che esso venga scosso, limitare la “regolamentazione della vita economica” in generale, e la regolamentazione del consumo in particolare, esclusivamente ai provvedimenti che sono assolutamente necessari per assicurare al popolo l’alimentazione, senza azzardarsi a regolare veramente il consumo con un controllo sui ricchi, imponendo, a loro che stanno meglio, sono più privilegiati, sazi e ben pasciuti in tempo di pace, gli oneri maggiori in tempo di guerra.

La soluzione burocratico-reazionaria del problema che la guerra ha posto ai popoli si limita alla tessera del pane e all’eguale ripartizione dei prodotti “popolari” assolutamente indispensabili all’alimentazione, senza rinunciare minimamente alla linea burocratica e reazionaria, senza rinunciare cioè al seguente obiettivo: non suscitare l’iniziativa dei poveri, del proletariato, delle masse del popolo (del “demos”), non ammettere il loro controllo sui ricchi e lasciare a questi ultimi il massimo di scappatoie affinché possano rifarsi con generi di lusso. E in tutti i paesi, lo ripetiamo, persino in Germania – della Russia è inutile parlare – si lascia una quantità di scappatoie; il “basso popolo” soffre la fame mentre i ricchi se ne vanno nei luoghi di cura e completano la magra razione ufficiale con “supplementi” di ogni genere e non si lasciano controllare.

Nella Russia, che ha fatto or ora la rivoluzione contro lo zarismo in nome della libertà e dell’eguaglianza, nella Russia, diventata di colpo una repubblica democratica per le sue istituzioni politiche effettive, ciò che colpisce particolarmente il popolo, ciò che suscita particolarmente il malcontento, l’irritazione, la collera e lo sdegno delle masse è la facilità – che tutti vedono – con cui i ricchi si sottraggono “al tesseramento del pane”. Questa facilità è estrema. “Di sottomano” e a prezzi molto elevati, soprattutto quando “si hanno delle aderenze” (che soltanto i ricchi hanno) ci si procura tutto e in gran quantità. È il popolo che ha fame. La regolamentazione del consumo è contenuta nei limiti più ristretti, reazionari, burocratici. Il governo non ha la minima intenzione, non cerca minimamente di stabilire questa regolamentazione sulla base di principi veramente democratici rivoluzionari.

“Tutti” soffrono a stare in coda, ma i ricchi mandano le persone di servizio a far la fila e prendono persino una domestica apposita per farlo! Eccovi lo “spirito democratico”!

Una politica democratica rivoluzionaria non si limiterebbe, durante le calamità inaudite che il paese attraversa, a stabilire la tessera del pane per lottare contro la catastrofe imminente. Aggiungerebbe al tesseramento, in primo luogo, il raggruppamento obbligatorio di tutta la popolazione in società di consumo, poiché senza tale raggruppamento il controllo sul consumo non potrebbe essere esercitato in pieno e, in secondo luogo, il lavoro obbligatorio per i ricchi, affinché essi compiano gratuitamente il lavoro di segretari e altre funzioni analoghe in queste società di consumo; in terzo luogo, la ripartizione eguale tra la popolazione di tutti, effettivamente tutti, i generi di consumo, affinché gli oneri della guerra siano ripartiti in modo veramente equo; in quarto luogo un’organizzazione del controllo che permetta alle classi povere della popolazione di controllare il consumo delle classi ricche.

L’applicazione in questo campo di una vera democrazia, la manifestazione, da parte delle classi più bisognose, di un vero spirito rivoluzionario nell’organizzazione del controllo, stimolerebbero potentemente la tensione di tutte le forze intellettuali esistenti, lo sviluppo delle energie veramente rivoluzionarie di tutto il popolo. Oggi invece i ministri della Russia repubblicana e democratica rivoluzionaria, esattamente come i loro compari di tutti gli altri Stati imperialisti, pronunciano parole pompose sul “lavoro comune a vantaggio del popolo”, sulla “tensione di tutte le forze”, ma il popolo vede, intuisce, sente, quanto siano ipocrite queste parole.

Risultato: si segna il passo e la disorganizzazione aumenta in modo irresistibile, la catastrofe si avvicina, perché il nostro governo non può istituire un ergastolo militare per gli operai alla maniera di Kornilov o di Hindenburg, o sul modello di tutti gli Stati imperialisti: sono ancora troppo vive nel popolo le tradizioni, i ricordi, le tracce, le abitudini e le istituzioni della rivoluzione; ma il nostro governo non vuole fare nessun passo serio sulla via democratico-rivoluzionaria, poiché è impigliato interamente, da capo a piedi, nei rapporti di dipendenza verso la borghesia, nella “coalizione” con essa, nel timore di nuocere ai suoi reali privilegi.

 

IL GOVERNO SABOTA IL LAVORO

DELLE ORGANIZZAZIONI DEMOCRATICHE

 

Abbiamo esaminato diversi mezzi e metodi per lottare contro la catastrofe e la carestia. Abbiamo visto ovunque quanto sia irriducibile l’antagonismo esistente tra la democrazia, da una parte, e il governo e il blocco dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi che lo sostengono, dall’altra parte. Per provare che questi antagonismi esistono nella realtà e non soltanto nella nostra esposizione e che la loro irriducibilità è dimostrata in pratica da conflitti che hanno una portata nazionale, sarebbe sufficiente ricordare due “bilanci” e insegnamenti particolarmente tipici di questo semestre della storia della nostra rivoluzione.

Il primo insegnamento è la storia del “dominio” di Palcinski. L’altra è la storia del “dominio” e della caduta di Pescekhonov.

In sostanza i provvedimenti sopra descritti per lottare contro la catastrofe e la carestia si riducono a promuovere in tutti i modi (compresa la costrizione) l’“associazione” della popolazione e innanzitutto della democrazia, vale a dire della maggioranza della popolazione; quindi, anzitutto, delle classi oppresse, degli operai e dei contadini, e soprattutto dei più poveri. E la popolazione stessa, per lottare contro le inaudite difficoltà, gli oneri e le calamità della guerra, ha incominciato a mettersi spontaneamente su questo cammino.

Lo zarismo intralciava con tutti i mezzi le associazioni libere e autonome della popolazione. Ma dopo la caduta della monarchia zarista, le organizzazioni democratiche incominciarono a sorgere e a svilupparsi rapidamente in tutta la Russia. La catastrofe fu combattuta dalle organizzazioni democratiche sorte spontaneamente, da ogni genere di comitati di rifornimento e di approvvigionamento, da riunioni convocate per discutere il problema dei combustibili, ecc. ecc.

Ma ciò che è appunto degno di maggior rilievo nella storia dei sei mesi della nostra rivoluzione, per la questione in esame, è che il governo che si pretende repubblicano rivoluzionario, governo appoggiato dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari in nome “degli organismi della democrazia rivoluzionaria investiti dei pieni poteri”, questo governo ha combattuto contro le organizzazioni democratiche e le ha vinte!!

Palcinski si è conquistato con questa lotta la più triste e la più grande notorietà in tutta la Russia. Egli agiva dietro le spalle del governo, senza intervenire apertamente di fronte al popolo (esattamente come preferivano, in generale, agire i cadetti, i quali mettevano volentieri avanti, “per il popolo”, Tsereteli, mentre regolavano essi stessi alla chetichella tutti gli affari più importanti). Palcinski intralciava e sabotava tutti i provvedimenti seri presi dalle organizzazioni democratiche formate dalla popolazione, poiché nessun serio provvedimento poteva essere preso senza “incidere” sui profitti esorbitanti e sull’arbitrio dei pescecani. E Palcinski era appunto il fedele servitore e difensore dei pescecani. Egli giunse – e questo fatto venne riportato dai giornali – ad annullare senz’altro le disposizioni di queste organizzazioni democratiche!!

Tutta la storia del “dominio” di Palcinski – ed egli “dominò” per lunghi mesi, e precisamente quando Tsereteli, Skobelev, Cernov erano “ministri” – non è che un unico, inaudito scandalo, un sabotaggio della volontà del popolo, delle decisioni della democrazia, per compiacere i capitalisti e saziare la loro sordida avidità. I giornali naturalmente non potevano pubblicare che un’infima parte delle “gesta” di Palcinski; un’inchiesta esauriente sui metodi da lui usati per intralciare la lotta contro la carestia, potrà farla soltanto un governo proletario veramente democratico quando avrà conquistato il potere e sottoposto al tribunale del popolo, senza nulla celare, gli affari di Palcinski e dei suoi simili.

Forse ci si obietterà che Palcinski era un’eccezione e che, d’altronde, è stato rimosso dal suo posto. Ma il male è che Palcinski non è affatto un’eccezione, ma una regola; che con l’allontanamento di Palcinski le cose non sono affatto andate meglio; che il suo posto è stato preso da altri Palcinski, con altri nomi; e che tutta l’“influenza dei capitalisti, tutta la politica di sabotaggio della lotta contro la carestia, fatta per compiacerli, sono rimaste quali erano. Poiché Kerenski e soci non sono che un paravento per mascherare e difendere gli interessi dei capitalisti.

Le dimissioni di Pescekhonov, ministro degli approvvigionamenti, ne sono la prova più evidente. Com’è noto, Pescekhonov è un populista moderato, moderatissimo. Ma egli voleva lavorare onestamente per organizzare gli approvvigionamenti, mantenendosi in contatto con le organizzazioni democratiche e appoggiandosi ad esse. Quel che è più interessante nell’esperienza dell’attività di Pescekhonov e nelle sue dimissioni è che questo moderatissimo populista, membro del partito “socialista-popolare”, pronto a qualsiasi compromesso con la borghesia, si è visto tuttavia costretto a dare le dimissioni! Poiché il governo di Kerenski, per compiacere i capitalisti, i grandi proprietari fondiari e i kulak, ha aumentato i prezzi di calmiere del grano!!!

Ecco come M. Smit, nel giornale Svobodnaia Gizn, n. 1 del 2 settembre, descrive questo “provvedimento” e la sua importanza:

 

“Qualche giorno prima che il governo decidesse di aumentare i prezzi di calmiere, in seno al Comitato nazionale degli approvvigionamenti si svolse questa scena: il rappresentante della destra, Rolovic, difensore accanito degli interessi del commercio privato e nemico implacabile del monopolio del grano e dell’ingerenza dello Stato nella vita economica, dichiarò apertamente, con un sorriso di compiacimento, che, secondo informazioni a lui pervenute, il prezzo di calmiere del grano sarebbe stato ben presto aumentato.

In risposta, il rappresentante del soviet dei deputati degli operai e dei soldati dichiarò che lui non ne sapeva nulla, che finché la rivoluzione fosse durata in Russia non poteva avvenire una cosa simile, e che, in ogni caso, il governo non poteva farla senza consultare gli organi legittimi della democrazia: il Consiglio economico e il Comitato nazionale degli approvvigionamenti. Il rappresentante del soviet dei deputati contadini fece sua questa dichiarazione.

Ma, ahimè! i fatti dovevano apportare in questa controversia una crudele rettifica: non i rappresentanti della democrazia, ma il rappresentante degli elementi abbienti, aveva ragione. Risultò che egli era assai ben informato sull’attentato che si preparava contro i diritti della democrazia, benché i rappresentanti di quest’ultima avessero respinto con sdegno l’eventualità stessa di un simile attentato”.

 

Così, sia il rappresentante degli operai che il rappresentante dei contadini dichiararono nettamente, a nome della stragrande maggioranza del popolo, qual era la loro opinione, ma il governo di Kerenski fece il contrario, nell’interesse dei capitalisti!

Il rappresentante dei capitalisti, Rolovic, era dunque perfettamente informato, all’insaputa della democrazia; esattamente nello stesso modo che, come abbiamo sempre osservato e osserviamo tuttora, i giornali borghesi Riec e Birgiovka sono benissimo informati di ciò che avviene nel governo di Kerenski.

Che cosa dimostra questa impeccabile informazione? È chiaro: dimostra che i capitalisti hanno i loro “espedienti” e di fatto detengono il potere. Kerenski è l’uomo di paglia che essi fanno agire come e quando è loro necessario. Gli interessi di decine di milioni di operai e di contadini sono sacrificati per salvaguardare i profitti di un pugno di ricchi.

Come reagiscono a questa rivoltante mistificazione del popolo i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi? Hanno forse rivolto un appello agli operai e ai contadini dichiarando che dopo questo fatto il posto di Kerenski e dei suoi colleghi non può essere che la prigione?

Dio ce ne scampi! I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, nella veste della “Sezione economica” che è nelle loro mani, si sono limitati a votare la minacciosa risoluzione da noi già menzionata. In questa risoluzione essi dichiarano che l’aumento dei prezzi del grano, decretato dal governo di Kerenski, è un “provvedimento funesto che assesta un gravissimo colpo al sistema dell’approvvigionamento e a tutta la vita economica del paese” e che questi funesti provvedimenti sono stati applicati in aperta “violazione” della legge!!

Tali sono i risultati della politica di intesa, della politica del flirt con Kerenski e del desiderio di “risparmiarlo”!

Il governo viola la legge adottando, per fare piacere ai ricchi, ai grandi proprietari fondiari e ai capitalisti, un provvedimento che rovina tutta l’opera di controllo, di approvvigionamento e di risanamento delle finanze, scosse sino all’impossibile, e i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi continuano a parlare d’intesa con i circoli industriali e commerciali, continuano a conferire con Terestcenko, a risparmiare Kerenski e si limitano a votare, in segno di protesta, una risoluzione di carta, che il governo passa tranquillamente agli archivi!!

Ecco dove appare con particolare evidenza questa verità: i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi hanno tradito il popolo e la rivoluzione e i bolscevichi diventano ora i veri capi delle masse, anche di quelle socialiste-rivoluzionarie e mensceviche.

La conquista del potere da parte del proletariato, con il partito bolscevico alla testa, è infatti la sola cosa che potrebbe por fine alle infamie commesse da Kerenski e soci e rinnovare l’attività delle organizzazioni democratiche di rifornimento, di approvvigionamento, ecc., che Kerenski e il suo governo sabotano.

I bolscevichi agiscono – l’esempio citato lo dimostra con perfetta evidenza – come rappresentanti degli interessi di tutto il popolo, per assicurare il rifornimento e l’approvvigionamento, per soddisfare i bisogni più immediati degli operai e dei contadini, contro la politica esitante, indecisa dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, che è un vero tradimento e che ha condotto il paese a una vergogna come l’aumento del prezzo del grano!

 

LA BANCAROTTA FINANZIARIA

E I PROVVEDIMENTI PER COMBATTERLA

 

L’aumento del prezzo di calmiere sul grano ha anche un altro aspetto. Quest’aumento significa un nuovo aumento caotico dell’emissione di carta-moneta, un nuovo passo in avanti dell’alto costo della vita, l’aggravamento del dissesto finanziario e l’avvicinamento della bancarotta finanziaria. Tutti riconoscono che l’emissione di carta-moneta è la peggior forma di prestito forzoso, che essa peggiora soprattutto la situazione degli operai, della parte povera della popolazione ed è la fonte principale del dissesto finanziario.

E il governo Kerenski, sostenuto dai socialisti-rivoluzionari e dai menscevichi, ricorre appunto a questo provvedimento!

Per combattere seriamente il dissesto finanziario e l’inevitabile bancarotta, non v’è altro mezzo che quello di rompere in modo rivoluzionario con gli interessi del capitale e di organizzare un controllo veramente democratico, cioè “ dal basso ”, il controllo degli operai e dei contadini poveri sui capitalisti, cioè il mezzo di cui abbiamo parlato in tutta la nostra precedente esposizione.

L’emissione illimitata di carta moneta incoraggia la speculazione, permette ai capitalisti di accumulare milioni e crea immense difficoltà all’allargamento, tanto necessario, della produzione, poiché i prezzi già elevati dei materiali, del macchinario, ecc. continuano a salire e aumentano a sbalzi. Come si può porre rimedio al male, quando i ricchi nascondono le ricchezze accumulate con la speculazione?

Si può istituire un’imposta progressiva sul reddito, con un’aliquota molto elevata per i redditi grandi e grandissimi. Il nostro governo, seguendo le orme degli altri governi imperialisti, l’ha istituita. Ma essa rimane in gran parte una finzione, lettera morta, perché, in primo luogo, il danaro si svaluta con rapidità crescente e, in secondo luogo, i redditi vengono tanto più dissimulati quanto più la loro fonte è la speculazione e quanto meglio è salvaguardato il segreto commerciale.

Per rendere quest’imposta reale e non fittizia, occorre un controllo effettivo, che non rimanga sulla carta. Ma il controllo sui capitalisti è impossibile se esso rimane burocratico, la burocrazia essendo legata e intrecciata alla borghesia con mille fili. Per questo negli Stati imperialisti dell’Europa occidentale, siano essi monarchie o repubbliche, il risanamento finanziario si ottiene unicamente a prezzo dell’istituzione dell’“obbligo del lavoro”, che crea per gli operai un ergastolo militare, oppure la schiavitù militare.

Il controllo burocratico-reazionario è l’unico mezzo che gli Stati imperialisti conoscono – e non fanno eccezione nemmeno le repubbliche democratiche, la Francia e l’America – per far ricadere gli oneri della guerra sul proletariato e sulle masse lavoratrici.

La contraddizione fondamentale della politica del nostro governo consiste proprio nel fatto che il governo è costretto, per non inimicarsi la borghesia, per non rompere la “coalizione” con essa, ad effettuare un controllo burocratico-reazionario, che esso chiama “democratico-rivoluzionario”, ingannando così ad ogni passo il popolo, irritando ed esasperando le masse che solo ieri hanno rovesciato lo zarismo.

Ma sono precisamente i provvedimenti democratici-rivoluzionari che, raggruppando in associazione le classi oppresse, gli operai e i contadini, cioè le masse, darebbero la possibilità d’istituire il più efficace controllo sui ricchi e di lottare con il miglior esito contro l’occultamento dei redditi.

Si cerca d’incoraggiare la circolazione degli assegni bancari per lottare contro l’inflazione. Questo provvedimento non ha alcuna importanza per i poveri perché essi, in ogni caso, vivono alla giornata, compiono in una settimana il loro “ciclo economico”, restituendo ai capitalisti i magri soldi che sono riusciti a guadagnarsi. Per ciò che concerne i ricchi, la circolazione degli assegni bancari potrebbe avere un’immensa importanza; essa permetterebbe allo Stato, soprattutto se combinata con provvedimenti quali la nazionalizzazione delle banche e l’abolizione del segreto commerciale, di controllare veramente i redditi dei capitalisti, di imporre loro in modo effettivo il pagamento delle imposte, di “democratizzare” (e al tempo stesso risanare) veramente il sistema finanziario!

Ma l’ostacolo che vi si frappone è appunto il timore di attentare ai privilegi della borghesia e di rompere la “coalizione” con essa. Infatti, senza provvedimenti veramente rivoluzionari, senza la più rigorosa coercizione, i capitalisti non si sottometteranno a nessun controllo, non sveleranno i loro bilanci, non metteranno le loro riserve di carta-moneta “sotto il controllo” dello Stato democratico.

Nazionalizzando le banche, emanando una legge che renda obbligatorio per tutti i ricchi l’uso degli assegni bancari, sopprimendo il segreto commerciale, punendo con la confisca dei beni l’occultamento dei profitti, ecc. ecc., gli operai e i contadini, riuniti in associazioni, potrebbero con estrema facilità rendere effettivo e universale il controllo sui ricchi, controllo che restituirebbe all’erario la carta-moneta da esso emessa, togliendola a coloro che la detengono, a coloro che la occultano.

Ma per far questo occorre una dittatura rivoluzionaria della democrazia, diretta dal proletariato rivoluzionario; la democrazia deve cioè diventare di fatto rivoluzionaria. Qui sta il nocciolo della questione. Ma è appunto ciò che non vogliono i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi che ingannano il popolo coprendosi con la bandiera della “democrazia rivoluzionaria” e appoggiano di fatto la politica burocratica e reazionaria della borghesia, il cui motto è, come sempre: “après nous le déluge”, dopo di noi il diluvio!

Di solito non avvertiamo nemmeno fino a che punto si sono radicati in noi le abitudini e i pregiudizi antidemocratici a proposito della sacra proprietà borghese. Quando un ingegnere o un banchiere pubblicano le entrate e le spese di un operaio, dati sul salario e sulla produttività del suo lavoro, si considera la cosa arcilegale e giusta. Nessuno pensa di vederci un’intromissione nella vita privata dell’operaio, né un “atto di spionaggio o una delazione” da parte dell’ingegnere. La società borghese considera il lavoro e il guadagno degli operai salariati come un libro aperto che le appartiene, che ogni borghese ha il diritto di consultare in ogni momento per denunciare un “lusso” che l’operaio si permette, la sua pretesa “pigrizia”, ecc.

E il controllo inverso? E se i sindacati degli impiegati, dei contabili e dei domestici fossero invitati dallo Stato democratico a controllare le entrate e le spese dei capitalisti, a pubblicarne i dati e ad aiutare il governo nella lotta contro l’occultamento dei profitti?

Quali grida selvagge leverebbe la borghesia contro lo “spionaggio”, contro le “delazioni”! Quando i “signori” controllano i loro servitori, quando i capitalisti controllano gli operai, si considera che ciò è nell’ordine delle cose. La vita privata del lavoratore e dello sfruttato non è considerata inviolabile; la borghesia ha il diritto di esigere da ogni “schiavo salariato” che egli le renda dei conti e di rivelare in qualunque momento al pubblico le sue entrate e le sue spese. Ma se gli oppressi tentassero di controllare l’oppressore, di svelare le sue entrate e uscite, di denunciare il suo lusso, non fosse che in tempo di guerra, quando questo lusso è la causa diretta della carestia e della morte di interi eserciti al fronte, oh! no, la borghesia non tollererebbe lo “spionaggio” e la “delazione”!

La questione si riduce sempre a questo: il dominio della borghesia è incompatibile con una democrazia vera, veramente rivoluzionaria. Nel secolo XX, in un paese capitalista non si può essere democratici rivoluzionari se si ha paura di marciare verso il socialismo.

 

È POSSIBILE ANDARE AVANTI

SE SI TEME DI MARCIARE VERSO IL SOCIALISMO?

 

A un lettore nutrito delle idee opportuniste correnti fra i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, quanto precede può facilmente suggerire la seguente obiezione: in sostanza, la maggior parte dei provvedimenti qui descritti non sono democratici, sono già provvedimenti socialisti!

Questa obiezione comune, che ricorre spesso in questa o quella forma sulla stampa borghese, socialista-rivoluzionaria e menscevica è una difesa reazionaria di un capitalismo arretrato, una difesa alla Struve. Noi, si dice, non siamo ancora maturi per il socialismo, è ancora troppo presto per “instaurarlo”, la nostra rivoluzione è borghese; bisogna perciò essere i servitori della borghesia (benché 125 anni or sono i grandi rivoluzionari borghesi della Francia abbiano reso grande la propria rivoluzione mediante il terrore contro tutti gli oppressori, i grandi proprietari fondiari, i capitalisti!).

Questi marxisti mancati, servitori della borghesia, ai quali si sono uniti anche i socialisti-rivoluzionari che ragionano in questo modo, non comprendono (se si esaminano le basi teoriche delle loro concezioni) che cosa è l’imperialismo, che cosa sono i monopoli capitalisti, che cosa è lo Stato, che cosa è la democrazia rivoluzionaria. Poiché, una volta compreso ciò, si deve riconoscere che non si può andare avanti senza marciare verso il socialismo.

Tutti parlano dell’imperialismo. Ma l’imperialismo non è altro che il capitalismo monopolista.

Che anche in Russia il capitalismo sia diventato monopolista lo testimoniano con sufficiente evidenza il “Produgol”, il “Prodamet”, il sindacato dello zucchero, ecc. Lo stesso sindacato dello zucchero è una prova lampante della trasformazione del capitalismo monopolista in capitalismo monopolista di Stato.

Ma che cos’è lo Stato? È l’organizzazione della classe dominante; in Germania, per esempio, quella degli junker e dei capitalisti. Per questo, ciò che i Plekhanov tedeschi (Scheidemann, Lensch, ecc.) chiamano “socialismo di guerra”, in realtà non è altro che il capitalismo di guerra, il capitalismo monopolista di Stato, oppure, per parlare in modo più semplice e schietto, un ergastolo militare per gli operai, la protezione militare dei profitti dei capitalisti.

Ma provatevi un po’ a sostituire allo Stato degli junker e dei capitalisti, allo Stato dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, uno Stato democratico rivoluzionario, uno Stato, cioè, che distrugga in modo rivoluzionario tutti i privilegi e non tema di attuare in modo rivoluzionario la democrazia più completa! Vedrete che il capitalismo monopolista di Stato, in uno Stato veramente democratico rivoluzionario, significa inevitabilmente e immancabilmente un passo, e anche più d’un passo, verso il socialismo!

Infatti se una grandissima azienda capitalista diventa un monopolio, vuol dire che essa lavora per tutto il popolo. Se è diventata un monopolio di Stato, vuol dire che lo Stato (cioè l’organizzazione armata della popolazione e in primo, luogo – in regime democratico rivoluzionario – degli operai e dei contadini) dirige tutta questa impresa. Nell’interesse di chi?

O nell’interesse dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, e allora non avremo uno Stato democratico rivoluzionario, ma burocratico reazionario, una repubblica imperialista;

o nell’interesse della democrazia rivoluzionaria, e questo sarà allora un passo verso il socialismo.

Perché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato. O, in altre parole: il socialismo, non è altro che il monopolio capitalista di Stato messo al servizio di tutto il popolo e che, proprio per questo, ha cessato di essere monopolio capitalista. Non vi è via di mezzo. Il corso obiettivo dello sviluppo è tale che partendo dai monopoli (di cui la guerra ha decuplicato il numero, la funzione e l’importanza) non si può andare avanti senza marciare verso il socialismo.

O si è democratici rivoluzionari nei fatti, e allora non si deve temere di marciare verso il socialismo.

O si teme di marciare verso il socialismo, si condanna questa marcia, adducendo, come fanno Plekhanov, Dan e Cernov, che la nostra rivoluzione è borghese, che non si può “instaurare” il socialismo, ecc., e allora si scivolerà irresistibilmente verso Kerenski, Miliukov e Kornilov; si soffocheranno cioè in modo burocratico reazionario le aspirazioni democratiche rivoluzionarie delle masse operaie e contadine.

Non c’è via di mezzo.

E in ciò sta la contraddizione fondamentale della nostra rivoluzione.

Nella storia in generale, e durante la guerra in particolare, non si può segnare il passo. Bisogna avanzare o indietreggiare. Nella Russia del secolo XX, che ha conquistato la repubblica e la democrazia per via rivoluzionaria, è impossibile avanzare senza marciare verso il socialismo, senza muovere dei passi verso il socialismo (passi condizionati o determinati dal livello della tecnica e della cultura: non si può “introdurre” la grande azienda meccanizzata nell’agricoltura a piccola economia contadina, non la si può sopprimere nella produzione dello zucchero).

Ma aver paura di andare avanti vuol dire andare indietro; ed è appunto ciò che fanno i signori Kerenski, con gran giubilo dei Miliukov e dei Plekhanov, con la stolta complicità degli Tsereteli e dei Cernov.

La dialettica della storia vuole appunto che la guerra, che ha straordinariamente accelerato la trasformazione del capitalismo monopolista in capitalismo monopolista di Stato, abbia con ciò avvicinato in modo sorprendente l’umanità al socialismo.

La guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista. E non solo perché la guerra con i suoi orrori genera l’insurrezione proletaria – nessuna insurrezione creerà il socialismo se esso non è maturo economicamente – ma perché il capitalismo monopolista di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo.

I nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi affrontano il problema del socialismo in modo dottrinario. Lo affrontano dal punto di vista della dottrina che hanno imparato a memoria e mal compreso. Presentano il socialismo come un avvenire lontano, ignoto, oscuro.

Ma il socialismo oggi ci guarda da tutte le finestre del capitalismo moderno, e il socialismo si delinea direttamente e praticamente in ogni provvedimento importante che costituisce un passo avanti sulla base di questo stesso capitalismo moderno.

Che cos’è il servizio del lavoro obbligatorio per tutti?

È un passo avanti sulla base del moderno capitalismo monopolista, è un passo verso la regolamentazione di tutta la vita economica secondo un determinato piano d’insieme, un passo verso il risparmio del lavoro del popolo, per prevenire lo sperpero insensato che ne fa il capitalismo.

In Germania gli junker (grandi proprietari fondiari) e i capitalisti istituiscono il servizio del lavoro obbligatorio per tutti, che diventa allora fatalmente un ergastolo militare per gli operai.

Ma prendete questa stessa istituzione e riflettete all’importanza che avrebbe in uno Stato democratico rivoluzionario. Il servizio del lavoro obbligatorio per tutti, istituito, regolato e diretto dai soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, non è ancora il socialismo, ma non è più il capitalismo. È un passo gigantesco verso il socialismo, un passo dopo il quale, se viene mantenuta una completa democrazia, non si può tornare indietro, verso il capitalismo, senza ricorrere a inaudite violenze contro le masse.

 

LA GUERRA E LA LOTTA CONTRO LA ROVINA ECONOMICA

 

La questione dei provvedimenti da prendere per lottare contro la catastrofe imminente ci porta a lumeggiare un’altra questione importantissima: il legame tra politica interna e politica estera, o, in altre parole, il rapporto tra la guerra di conquista, imperialista e la guerra rivoluzionaria, proletaria; tra la guerra criminale di rapina e la guerra democratica, giusta.

Tutti i provvedimenti per lottare contro la catastrofe da noi descritti rafforzerebbero straordinariamente, come abbiamo già rilevato, la capacità di difesa o, in altre parole, la potenza militare del paese. Questo da un lato. Dall’altro lato, questi provvedimenti non potranno essere attuati senza trasformare la guerra di conquista in guerra giusta, senza trasformare la guerra condotta dai capitalisti nell’interesse dei capitalisti in una guerra condotta dal proletariato nell’interesse di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati.

Infatti, la nazionalizzazione delle banche e dei sindacati capitalisti, con l’abolizione del segreto commerciale e l’istituzione del controllo operaio sui capitalisti, significherebbe non solo un’immensa economia del lavoro del popolo, la possibilità di risparmiare forze e mezzi, ma significherebbe anche un miglioramento nella situazione delle masse lavoratrici, della maggioranza della popolazione. Nella guerra moderna, com’è a tutti noto, l’organizzazione economica ha un’importanza decisiva. In Russia vi è una sufficiente quantità di grano, di carbone, di petrolio, di ferro: sotto questo rapporto la nostra situazione è migliore di quella di qualsiasi altro paese belligerante europeo. E se lottasse contro la rovina economica con i mezzi sopra indicati, mobilitando per questa lotta l’iniziativa delle masse, migliorandone le condizioni, nazionalizzando le banche e i sindacati capitalisti, la Russia utilizzerebbe la sua rivoluzione e il suo carattere democratico per portare tutto il paese a un livello di organizzazione economica infinitamente superiore.

Se, invece di formare una “coalizione” con la borghesia che intralcia tutti i provvedimenti di controllo e sabota la produzione, i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi avessero, nell’aprile, attuato il passaggio del potere ai soviet e avessero speso le loro forze non giocando all’“altalena ministeriale”, non per cercarsi burocraticamente dei posti accanto ai cadetti, nelle poltrone di ministro o di sottosegretario, ma per dirigere gli operai e i contadini nell’esercizio del loro controllo sui capitalisti, nella loro guerra contro i capitalisti, la Russia sarebbe ora un paese in piena trasformazione economica, dove la terra apparterrebbe ai contadini, dove le banche sarebbero nazionalizzate, sarebbe cioè sotto questi aspetti (e queste sono basi economiche estremamente importanti della vita attuale) superiore a tutti gli altri paesi capitalisti.

La capacità di difesa, la potenza militare di un paese in cui le banche sono nazionalizzate è superiore a quella di un paese in cui le banche rimangono nelle mani di privati. La potenza militare di un paese contadino, in cui la terra è nelle mani di comitati contadini, è superiore a quella di un paese con grandi proprietà fondiarie.

Si citano continuamente l’eroico patriottismo e i prodigi di valore militare dei francesi nel 1792-1793. Ma si dimenticano le condizioni materiali, storiche ed economiche che, sole, resero possibili questi prodigi. La distruzione veramente rivoluzionaria del feudalesimo in decadenza, il passaggio di tutto il paese – con una rapidità, risolutezza, energia ed abnegazione veramente democratiche e rivoluzionarie – a un modo di produzione più elevato, alla libera proprietà della terra da parte del contadino: queste sono le condizioni materiali ed economiche che, con una prodigiosa “rapidità”, salvarono la Francia, rigenerandone, rinnovandone la base economica.

L’esempio della Francia prova una cosa e una sola: per rendere la Russia atta a difendersi, per suscitare anche in essa “prodigi” di eroismo di massa, bisogna spazzare con inesorabilità “giacobina” tutto ciò che è vecchio, e rinnovare, rigenerare la Russia economicamente. Ma non lo si può fare, nel XX secolo, semplicemente spazzando via lo zarismo (non si limitò a questo la Francia, 125 anni or sono). Né lo si può fare con la sola soppressione rivoluzionaria della grande proprietà fondiaria (che noi non abbiamo attuato – nemmeno questo! – poiché i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi hanno tradito i contadini), con il solo passaggio della terra ai contadini. Poiché viviamo nel XX secolo e il dominio sulla terra senza il dominio sulle banche non può portare nella vita del popolo la rigenerazione e il rinnovamento.

Il rinnovamento delle condizioni materiali, della produzione era, nella Francia della fine del XVIII secolo, legato al suo rinnovamento politico e spirituale, alla dittatura della democrazia rivoluzionaria e del proletariato rivoluzionario (dal quale la democrazia non si era separata e col quale era quasi fusa), alla guerra implacabile contro tutto ciò che era reazionario. Tutto il popolo, e particolarmente le masse, cioè le classi oppresse, erano pervase da un entusiasmo rivoluzionario illimitato; tutti consideravano la guerra una guerra giusta, difensiva, ed essa era realmente tale. La Francia rivoluzionaria si difendeva contro I’Europa monarchica reazionaria. Non nel 1792-1793, ma molti anni più tardi, dopo la vittoria della reazione nell’intero paese, la dittatura controrivoluzionaria di Napoleone trasformò le guerre difensive della Francia in guerre di conquista.

E in Russia? Noi continuiamo la guerra imperialista nell’interesse dei capitalisti, in alleanza con gli imperialisti, in virtù dei trattati segreti conclusi dallo zar con i capitalisti d’Inghilterra, ecc., promettendo in questi trattati ai capitalisti russi il saccheggio di terre altrui, Costantinopoli, Leopoli, l’Armenia, ecc.

Finché la Russia non avrà proposto una pace giusta e non avrà rotto con l’imperialismo, la guerra da essa condotta rimarrà una guerra ingiusta, reazionaria, di conquista. Il carattere sociale della guerra, il suo vero significato non sono determinati dalla posizione che occupano le truppe nemiche (come credono i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, abbassandosi fino alla volgarità di un lavoratore arretrato e ignorante). Quale politica fa continuare la guerra (“la guerra è la continuazione della politica”)? qual è la classe che conduce la guerra e per quali fini la conduce? Sono questi i problemi che determinano il carattere della guerra.

Non si può, in forza di trattati segreti, condurre le masse a una guerra di rapina e contare sul loro entusiasmo. La classe d’avanguardia della Russia rivoluzionaria, il proletariato, comprende sempre più chiaramente quanto sia delittuosa questa guerra, e la borghesia non solo non è riuscita a convincere le masse del contrario, ma anzi, la coscienza del carattere delittuoso della guerra aumenta. Il proletariato delle due capitali è diventato in Russia definitivamente internazionalista!

Come parlare ancora di entusiasmo delle masse per la guerra!

Una cosa è indissolubilmente legata all’altra, la politica interna a quella estera. Non si può rendere il paese capace di difendersi senza il sublime eroismo del popolo che effettua audacemente e risolutamente grandi trasformazioni economiche. E non si può suscitare l’eroismo delle masse senza rompere con l’imperialismo, senza proporre a tutti i popoli una pace democratica, senza trasformare in tal modo la guerra criminale, di conquista e di rapina in una guerra giusta, difensiva e rivoluzionaria.

Solo una rottura conseguente, senza riserve, con i capitalisti, nella politica interna e in quella estera, può salvare la nostra rivoluzione e il nostro paese, stretto nella morsa di ferro dell’imperialismo.

 

DEMOCRAZIA RIVOLUZIONARIA

E PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO

 

Per essere veramente rivoluzionaria la democrazia della Russia attuale deve unirsi strettamente al proletariato, appoggiandolo nella sua lotta, poiché il proletariato è la sola classe rivoluzionaria fino in fondo.

Tale è la conclusione a cui porta l’esame dei mezzi atti a lottare contro la catastrofe imminente, che minaccia di assumere dimensioni inaudite.

La guerra ha generato una crisi così estesa, ha costretto le forze materiali e morali del popolo a una tale tensione, ha assestato colpi così rudi a tutta l’attuale organizzazione sociale, che l’umanità si trova di fronte a questa alternativa: o perire, o affidare la propria sorte alla classe più rivoluzionaria per passare quanto più rapidamente e radicalmente è possibile a un modo di produzione superiore.

In virtù di molteplici cause storiche, – maggiore arretratezza della Russia, particolari difficoltà da essa incontrate nel condurre la guerra, decomposizione estrema dello zarismo, ricordo vivissimo delle tradizioni del 1905 – in Russia la rivoluzione è scoppiata prima che negli altri paesi. La rivoluzione ha fatto sì che la Russia, per ciò che si riferisce alla sua struttura politica, ha raggiunto in pochi mesi i paesi avanzati.

Ma ciò non basta. La guerra è inesorabile, essa pone la questione con un’acutezza spietata: o perire, o raggiungere i paesi più progrediti e superarli anche economicamente.

Ciò è possibile perché abbiamo davanti agli occhi l’esperienza già pronta di un gran numero di paesi progrediti, i risultati già pronti della loro tecnica e della loro cultura. Siamo appoggiati moralmente dal movimento di protesta contro la guerra che si estende in Europa, dall’atmosfera creata dalla rivoluzione operaia mondiale che avanza. Ciò che ci stimola, che ci sprona è una libertà democratica rivoluzionaria eccezionalmente rara in tempi di guerra imperialista.

Perire o lanciarsi avanti a tutto vapore, così la storia pone il problema.

E l’atteggiamento del proletariato verso i contadini in tale momento ribadisce – modificandola adeguatamente – la vecchia tesi bolscevica: strappare i contadini all’influenza della borghesia. Questo è il solo pegno della salvezza della rivoluzione.

I contadini sono l’elemento più numeroso di tutta la massa piccolo-borghese.

I nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi si sono assunti una funzione reazionaria: mantenere i contadini sotto l’influenza della borghesia, condurre i contadini alla coalizione con la borghesia e non con il proletariato.

L’esperienza della rivoluzione istruisce rapidamente le masse. E la politica reazionaria dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi fallisce: essi sono stati battuti nei soviet delle due capitali.[a Pietrogrado il 31 agosto (13 settembre), a Mosca il 5 (18) settembre 1917] In questi due partiti democratici piccolo-borghesi l’opposizione “di sinistra” si rafforza. Il 10 settembre 1917, la conferenza dei socialisti-rivoluzionari di Pietrogrado ha dato una maggioranza di due terzi ai socialisti-rivoluzionari di sinistra, che sono inclini all’unione con il proletariato e respingono l’alleanza (coalizione) con la borghesia.

I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi ripetono la contrapposizione tanto cara alla borghesia: borghesia e democrazia. Ma in fondo tale contrapposizione è altrettanto insensata quanto il confronto fra chilogrammi e metri.

Esiste una borghesia democratica, esiste una democrazia borghese; soltanto un’ignoranza completa sia in fatto di storia che in fatto di economia politica potrebbe portare a negarlo.

I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi avevano bisogno di questa falsa contrapposizione per nascondere il fatto incontestabile che fra la borghesia e il proletariato sta la piccola borghesia. Questa, inevitabilmente, data la sua posizione economica di classe, oscilla tra la borghesia e il proletariato.

I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi spingono la piccola borghesia a un’alleanza con la borghesia.

Qui è l’essenza di tutta la loro “coalizione”, di tutta la coalizione ministeriale, di tutta la politica di Kerenski, tipico semicadetto. In sei mesi di rivoluzione questa politica ha subìto un fallimento completo.

I cadetti manifestano una gioia maligna: la rivoluzione ha fatto fallimento, la rivoluzione non è riuscita ad avere ragione né della guerra, né dello sfacelo economico.

Non è vero. Sono i cadetti e i socialisti-rivoluzionari con i menscevichi che hanno fatto fallimento, perché questo blocco ha governato la Russia per sei mesi, e in questi sei mesi ha aggravato lo sfacelo economico, ha reso più intricata e difficile la situazione militare.

Quanto più il fallimento dell’alleanza della borghesia con i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi sarà completo, tanto più rapidamente il popolo si istruirà, tanto più facilmente troverà la giusta soluzione: alleanza dei contadini poveri, cioè della maggioranza dei contadini, con il proletariato.

V. I. Lenin – THE IMPENDING CATASTROPHE AND HOW TO COMBAT IT

 Published at the end of October 1917 in pamphlet form by Priboi Publishers

 Published according to the manuscript

 From V. I. Lenin, Collected Works, 4th English Edition, First printing 1964 Vol. 25, pp. 323-69.  Translated from the Russian Edited by Stephan Apresyan

THE IMPENDING CATASTROPHE AND HOW TO COMBAT IT

 Famine Is Approaching . . . . . . . . . . . .

Complete Government Inactivity . . . . . . . . .

Control Measures Are Known to All and Easy to Take . .

Nationalisation of the Banks . . . . . . . . . .

Nationalisation of the Syndicates . . . . . . . .

Abolition of Commercial Secrecy . . . . . . . .

Compulsory Association . . . . . . . . . . .

Regulation of Consumption . . . . . . . . . .

Government Disruption of the Work of the Democratic

Organisations . . . . . . . . . . . . . .

Financial Collapse and Measures to Combat It. . . . .

Can We Go Forward If We Fear to Advance Towards

Socialism? . . . . . . . . . . . . . . .

The Struggle Against Economic Chaos — and the War . .

The Revolutionary Democrats and the Revolutionary

Proletariat . . . . . . . . . . . . . . .

Famine Is Approaching

Unavoidable catastrophe is threatening Russia. The railways are incredibly disorganised and the disorganisation is progressing. The railways will come to a standstill. The delivery of raw materials and coal to the factories will cease. The delivery of grain will cease. The Gapitalists are deliberately and unremittingly sabotaging (damaging, stopping, disrupting, hampering) production, hoping that an unparalleled catastrophe will mean the collapse of the republic and democracy, and of the Soviets and proletarian and peasant associations generally, thus facilitating the return to a monarchy and the restoration of the unlimited power of the bourgeoisie and the landowners.

The danger of a great catastrophe and of famine is imminent. All the newspapers have written about this time and again. A tremendous number of resolutions have been adopted by the parties and by the Soviets of Workers’, Soldiers’ and Peasants’ Deputies — resolutions which admit that a catastrophe is unavoidable, that it is very close, that extreme measures are necessary to combat it, that “heroic efforts” by the people are necessary to avert ruin, and so on.

Everybody says this. Everybody admits it. Everybody has decided it is so.

Yet nothing is being done.

Six months of revolution have elapsed. The catastrophe is even closer. Unemployment has assumed a mass scale. To think that there is a shortage of goods in the country, the country is perishing from a shortage of food and labour, although there is a sufficient quantity of grain and raw materials, and yet in such a country, at so critical a moment, there is mass unnemployment! What better evidence is

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needed to show that after six months of revolution (which some call a great revolution, but which so far it would perhaps be fairer to call a rotten revolution), in a democratic republic, with an abundance of unions, organs and institutions which proudly call themselves “revolutionary democratic”, absolutely nothing of any importance has actually been done to avert catastrophe, to avert famine? We are nearing ruin with increasing speed. The war will not wait and is causing increasing dislocation in every sphere of national life.

Yet the slightest attention and thought will suffice to satisfy anyone that the ways of combating catastrophe and famine are available, that the measures required to combat them are quite clear, simple, perfectly feasible, and fully within reach of the people’s forces, and that these measures are not being adopted only because, exclusively because, their realisation would affect the fabulous profits of a handful of landowners and capitalists.

And, indeed, it is safe to say that every single speech, every single article in a newspaper of any trend, every single resolution passed by any meeting or institution quite clearly and explicitly recognises the chief and principal measure of combating, of averting, catastrophe and famine. This measure is control, supervision, accounting, regulation by the state, introduction of a proper distribution of labour-power in the production and distribution of goods, husbanding of the people’s forces, the elimination of all wasteful effort, economy of effort. Control, supervision and accounting are the prime requisites for combating catastrophe and famine. This is indisputable and universally recognised. And it is just what is not being done from fear of encroaching on the supremacy of the landowners and capitalists, on their immense, fantastic and scandalous profits, profits derived from high prices and war contracts (and, directly or indirectly, nearly everybody is now “working” for the war), profits about which everybody knows and which everybody sees, and over which everybody is sighing and groaning.

And absolutely nothing is being done to introduce such control, accounting and supervision by the state as would he in the least effective,

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COMPLETE GOVERNMENT INACTIVITY

There is a universal, systematic and persistent sabotage of every kind of control, supervision and accounting and of all state attempts to institute them. And one must be incredibly naïve not to understand, one must be an utter hypocrite to pretend not to understand, where this sabotage comes from and by what means it is being carried on. For this sabotage by the bankers and capitalists, their frustration of every kind of control, supervision and accounting, is being adapted to the state forms of a democratic republic, to the existence of “revolutionary-democratic” institutions. The capitalist gentlemen have learnt very well a fact which all supporters of scientific socialism profess to recognise but which the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries tried to forget as soon as their friends had secured cushy jobs as ministers, deputy ministers, etc. That fact is that the economic substance of capitalist exploitation is in no wise affected by the substitution of republican-democratic forms of government for monarchist forms, and that, consequently, the reverse is also true — only the form of the struggle for the inviolability and sanctity of capitalist profits need be changed in order to uphold them under a democratic republic as effectively as under an absolute monarchy.

The present, modern republican-democratic sabotage of every kind of control, accounting and supervision consists in the capitalists “eagerly” accepting in words the “principle” of control and the necessity for control (as, of course, do all Mensheviks and Socialist-Revolutionaries), insisting only that this control be introduced “gradually”, methodically and in a “state-regulated” way. In practice, how ever, these specious catchwords serve to conceal the frustration of control, its nullification, its reduction to a fiction, the mere playing at control, the delay of all business-like and practically effective measures, the creation of extraordinarily complicated, cumbersome and bureaucratically lifeless institutions of control which are hopelessly dependent on the capitalists, and which do absolutely nothing and cannot do anything.

So as not to trot out bald statements, let us cite witnesses from among the Mensheviks and Socialist-Revolu-

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tionaries, i.e., the very people who had the majority in the Soviets during the first six months of revolution, who took part in the “coalition government” and who are therefore politically responsible to the Russian workers and peasants for winking at the capitalists and allowing them to frustrate all control.

Izvestia TsIK (i.e., the newspaper of the Central Executive Committee of the All-Russia Congress of Soviets of Workers’, Soldiers’ and Peasants’ Deputies), the official organ of the highest of the so-called “fully authorised” (no joke!) bodies of “revolutionary” democracy, in issue No. 164, of September 7, 1917, printed a resolution by a special control organisation created and run by these very Mensheviks and Socialist-Revolutionaries. This special institution is the Economic Department of the Central Executive Committee. Its resolution officially records as a fact “the complete inactivity of the central bodies set up under the government for the regulation of economic life “.

Now, how could one imagine any more eloquent testimony to the collapse of the Menshevik and Socialist-Revolutionary policy than this statement signed by the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries themselves?

The need for the regulation of economic life was already recognised under tsarism, and certain institutions were set up for the purpose. But under tsarism economic chaos steadily grew and reached monstrous proportions. It was at once recognised that it was the task of the republican, revolutionary government to adopt effective and resolute measures to put an end to the economic chaos. When the “coalition” government was formed with the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries participating, it promised and undertook, in its most solemn public declaration of May 6, to introduce state control and regulation. The Tseretelis and Chernovs, like all the Menshevik and Socialist-Revolutionary leaders, vowed and swore that not only were they responsible for the government, but that the “authorised bodies of revolutionary democracy” under their control actually kept an eye on the work of the government and verified its activities.

Four months have passed since May 6, four long months, in which Russia has sacrificed the lives of hundreds of

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thousands of soldiers for the sake of the absurd imperialist “offensive”, in which chaos and disaster have been advancing in seven-league strides, in which the summer season afforded an exceptional opportunity to do a great deal in the matter of water transport, agriculture, prospecting for minerals, and so on and so forth — and after four months the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries have been obliged officially to admit the “complete inactivity” of the control institutions set up under the government!!

And these Mensheviks and Socialist-Revolutionaries, with the serious mien of statesmen, now prate (I am writing this on the very eve of the Democratic Conference of September 12[116]) that matters can be furthered by replaciug the coalition with the Cadets by a coalition with commercial and industrial Kit Kityches,[117] the Ryabushinskys, Bu blikovs, Tereshchenkos and Co.

How, one may ask, are we to explain this astonishing blindness of the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries? Are we to regard them as political babes in the wood who in their extreme foolishness and naïveté do not realise what they are doing and err in good faith? Or does the abundance of posts they occupy as ministers, deputy ministers, governors-general, commissars and the like have the property of engendering a special kind of “political” blindness?

CONTROL MEASURES ARE KNOWN TO ALL AND EASY TO TAKE

One may ask: aren’t methods and measures of control extremely complex, difficult, untried and even unknown? Isn’t the delay due to the fact that although the statesmen of the Cadet Party, the merchant and industrial class, and the Menshevik and Socialist-Revolutionary parties have for six months been toiling in the sweat of their brow, investigating, studying and discovering measures and methods of control, still the problem is incredibly difficult and has not yet been solved?

Unfortunately, this is how they are trying to present matters to hoodwink the ignorant, illiterate and downtrodden muzhiks and the Simple Simons who believe everything and never look into things. In reality, however, even tsarism,

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even the “old regime”, when it set up the War Industries Committees[118] knew the principal measure, the chief method and way to introduce control, namely, by uniting the population according to profession, purpose of work, branch of labour, etc. But tsarism feared the union of the population and therefore did its best to restrict and artificially hinder this generally known, very easy and quite practical method and way of control.

All the belligerent countries, suffering as they are from the extreme burdens and hardships of the war, suffering — in one degree or another — from economic chaos and famine, have long ago outlined, determined, applied and tested a whole series of control measures, which consist almost invariably in uniting the population and in setting up or encouraging unions of various kinds, in which state representatives participate, which are under the supervision of the state, etc. All these measures of control are known to all, much has been said and written about them, and the laws passed by the advanced belligerent powers relating to control have been translated into Russian or expounded in detail in the Russian press.

If our state really wanted to exercise control in a business like and earnest fashion, if its institutions had not condemned themselves to “complete inactivity” by their servility to the capitalists, all the state would have to do would be to draw freely on the rich store of control measures which are already known and have been used in the past. The only obstacle to this — an obstacle concealed from the eyes of the people by the Cadets, Socialist-Revolutionaries and Mensheviks — was, and still is, that control would bring to light the fabulous profits of the capitalists and would cut the ground from under these profits.

To explain this most important question more clearly (a question which is essentially equivalent to that of the programme of any truly revolutionary government that would wish to save Russia from war and famine), let us enumerate these principal measures of control and examine each of them.

We shall see that all a government would have had to do, if its name of revolutionary-democratic government were not merely a joke, would have been to decree, in the

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very first week of its existence, the adoption of the principal measures of control, to provide for strict and severe punishment to be meted out to capitalists who fraudulently evaded control. and to call upon the population itself to exercise supervision over the capitalists and see to it that they scrupulously observed the regulations on control — and control would have been introduced in Russia long ago. These principal measures are:

(1) Amalgamation of all banks into a single bank, and state control over its operations, or nationalisation of the banks.

(2) Nationalisation of the syndicates, i.e., the largest, monopolistic capitalist associations (sugar, oil, coal, iron and steel, and other syndicates).

(3) Abolition of commercial secrecy.

(4) Compulsory syndication (i.e., compulsory amalgamation into associations) of industrialists, merchants and employers generally.

(5) Compulsory organisation of the population into consumers’ societies, or encouragement of such organisation, and the exercise of control over it.

Let us see what the significance of each of these measures would be if carried out in a revolutionary-democratic way.

NATIONALISATION OF THE BANKS

The banks, as we know, are centres of modern economic life, the principal nerve centres of the whole capitalist economic system. To talk about “regulating economic life” and yet evade the question of the nationalisation of the banks means either betraying the most profound ignorance or deceiving the “common people” by florid words and grandiloquent promises with the deliberate intention of not fulfilling these promises.

It is absurd to control and regulate deliveries of grain, or the production and distribution of goods generally, without controlling and regulating bank operations. It is like trying to snatch at odd kopeks and closing one’s eyes to millions of rubles. Banks nowadays are so closely and intimately bound up with trade (in grain and everything else) and with industry that without “laying hands” on the

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banks nothing of any value, nothing “revolutionary-democratic”, can be accomplished.

But perhaps for the state to “lay hands” on the banks is a very difficult and complicated operation? They usually try to scare philistines with this very idea — that is, the capitalists and their defenders try it, because it is to their advantage to do so.

In reality, however, nationalisation of the banks, which would not deprive any “owner” of a single kopek, presents absolutely no technical or cultural difficulties, and is being delayed exclusively because of the vile greed of an insignificant handful of rich people. If nationalisation of the banks is so often confused with the confiscation of private property, it is the bourgeois press, which has an interest in deceiving the public, that is to blame for this widespread confusion.

The ownership of the capital wielded by and concentrated in the banks is certified by printed and written certificates called shares, bonds, bills, receipts, etc. Not a single one of these certificates would be invalidated or altered if the banks were nationalised, i.e., if all the banks were amalgamated into a single state bank. Whoever owned fifteen rubles on a savings account would continue to be the owner of fifteen rubles after the nationalisation of the banks; and whoever had fifteen million rubles would continue after the nationalisation of the banks to have fifteen million rubles in the form of shares, bonds, bills, commercial certificates and so on.

What, then, is the significance of nationalisation of the banks?

It is that no effective control of any kind over the individual banks and their operations is possible (even if commercial secrecy, etc., were abolished) because it is impossible to keep track of the extremely complex, involved and wily tricks that are used in drawing up balance sheets. founding fictitious enterprises and subsidiaries, enlisting the services of figureheads, and so on, and so forth. Only the amalgamation of all banks into one, which in itself would imply no change whatever in respect of ownership. and which, we repeat, would not deprive any owner of a single kopek, would make it possible to exercise real con-

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trol — provided, of course, all the other measures indicated above were carried out. Only by nationalising the banks can the state put itself in a position to know where and how, whence and when, millions and billions of rubles flow. And only control over the banks, over the centre, over the pivot and chief mechanism of capitalist circulation, would make it possible to organise real and not fictitious control over all economic life, over the production and distribution of staple goods, and organise that “regulation of economic life” which otherwise is inevitably doomed to remain a ministerial phrase designed to fool the common people. Only control over banking operations, provided they were concentrated in a single state bank, would make it possiblet if certain other easily-practicable measures were adopted, to organise the effective collection of income tax in such a way as to prevent the concealment of property and incomes; for at present the income tax is very largely a fiction.

Nationalisation of the banks has only to be decreed and it would be carried out by the directors and employees themselves. No special machinery, no special preparatory steps on the part of the state would be required, for this is a measure that can be effected by a single decree, “at a single stroke”. It was made economically feasible by capitalism itself once it had developed to the stage of bills, shares, bonds and so on. All that is required is to unify accountancy. And if the revolutionary-democratic government were to decide that immediately, by telegraph, meetings of managers and employees should be called in every city, and conferences in every region and in the country as a whole, for the immediate amalgamation of all banks into a single state bank, this reform would be carried out in a few weeks. Of course, it would be the managers and the higher bank officials who would offer resistance, who would try to deceive the state, delay matters, and so on, for these gentlemen would lose their highly remunerative posts and the opportunity of performing highly profitable fraudulent operations. That is the heart of the matter. But there is not the slightest technical difficulty in the way of the amalgamation of the banks; and if the state power were revolutionary not only in word (i.e., if it did not fear to do away with inertia and routine), if it were

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democratic not only in word (i.e., if it acted in the interests of the majority of the people and not of a handful of rich men), it would be enough to decree confiscation of property and imprisonment as the penalty for managers, board members and big shareholders for the slightest delay or for attempting to conceal documents and accounts. It would be enough, for example, to organise the poorer employees separately and to reward them for detecting fraud and delay on the part of the rich for nationalisation of the banks to be effected as smoothly and rapidly as can be.

The advantages accruing to the whole people from nationalisation of the banks — not to the workers especially (for the workers have little to do with banks) but to the mass of peasants and small industrialists — would be enormous. The saving in labour would be gigantic, and, assuming that the state would retain the former number of bank employees, nationalisation would be a highly important step towards making the use of the banks universal, towards increasing the number of their branches, putting their operations within easier reach, etc., etc. The availability of credit on easy terms for the small owners, for the peasants, would increase immensely. As to the state, it would for the first time be in a position first to review all the chief monetary operations, which would be unconcealed, then to control them, then to regulate economic life, and finally to obtain millions and billions for major state transactions, without paying the capitalist gentlemen sky-high “commissions” for their “services”. That is the reason — and the only reason — why all the capitalists, all the bourgeois professors, all the bourgeoisie, and all the Plekhanovs, Potresovs and Co., who serve them, are prepared to fight tooth and nail against nationalisation of the banks and invent thousands of excuses to prevent the adoption of this very easy and very pressing measure, although even from the standpoint of the “defence” of the country, i.e., from the military standpoint, this measure would provide a gigantic advant age and would tremendously enhance the “military might” of the country.

The following objection might be raised: why do such advanced states as Germany and the U.S.A. “regulate

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economic life” so magnificently without even thinking of nationalising the banks?

Because, we reply, both these states are not merely capitalist, but also imperialist states, although one of them is a monarchy and the other a republic. As such, they carry out the reforms they need by reactionary-bureaucratic methods, whereas we are speaking here of revolutionary-democratic methods.

This “little difference” is of major importance. In most cases it is “not the custom” to think of it. The term “revolutionary democracy” has become with us (especially among the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks) almost a conventional phrase, like the expression “thank God”, which is also used by people who are not so ignorant as to believe in God; or like the expression “honourable citizen”, which is sometimes used even in addressing staff members of Dyen or Yedinstvo, although nearly everybody guesses that these newspapers have been founded and are maintained by the capitalists in the interests of the capitalists, and that there is therefore very little “honourable” about the pseudo-socialists contributing to these newspapers.

If we do not employ the phrase “revolutionary democracy” as a stereotyped ceremonial phrase, as a conventional epithet, but reflect on its meaning, we find that to be a democrat means reckoning in reality with the interests of the majority of the people and not the minority, and that to be a revolutionary means destroying everything harmful and obsolete in the most resolute and ruthless manner.

Neither in America nor in Germany, as far as we know, is any claim laid by either the government or the ruling classes to the name “revolutionary democrats”, to which our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks lay claim (and which they prostitute).

In Germany there are only four very large private banks of national importance. In America there are only two. It is easier, more convenient, more profitable for the financial magnates of those banks to unite privately, surreptitiously, in a reactionary and not a revolutionary way, in a bureaucratic and not a democratic way, bribing government officials (this is the general rule both in America and

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in Germany ), and preserving the private character of the banks in order to preserve secrecy of operations, to milk the state of millions upon millions in “super-profits”, and to make financial frauds possible.

Both America and Germany “regulate economic life” in such a way as to create conditions of war-time penal servitude for the workers (and partly for the peasants) and a paradise for the bankers and capitalists. Their regulation consists in “squeezing” the workers to the point of starvation, while the capitalists are guaranteed (surreptitiously, in a reactionary-bureaucratic fashion) profits higher than before the war.

Such a course is quite possible in republican-imperialist Russia too. Indeed, it is the course being followed not only by the Milyukovs and Shingaryovs, but also by Kerensky in partnership with Tereshchenko, Nekrasov, Bernatsky, Prokopovich and Co., who also uphold, in a reactionary-bureaucratic manner, the “inviolability” of the banks and their sacred right to fabulous profits. So let us better tell the truth, namely, that in republican Russia they want to regulate economic life in a reactionary-bureaucratic manner, but “often” find it difficult to do so owing to the existence of the “Soviets”, which Kornilov No. 1 did not manage to disband, but which Kornilov No. 2 will try to disband.

That would be the truth. And this simple if bitter truth is more useful for the enlightenment of the people than the honeyed lies about “our”, “great”, “revolutionary” democracy.

* *

*

Nationalisation of the banks would greatly facilitate the simultaneous nationalisation of the insurance business, i.e., the amalgamation of all the insurance companies into one, the centralisation of their operations, and state control over them. Here, too, congresses of insurance company employees could carry out this amalgamation immediately and without any great effort, provided a revolutionary-democratic government decreed this and ordered directors and big shareholders to effect the amalgamation without the slightest delay and held every one of them strictly accountable for it. The capitalists have invested hundreds

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of millions of rubles in the insurance business; the work is all done by the employees. The amalgamation of this business would lead to lower insurance premiums, would provide a host of facilities and conveniences for the insured and would make it possible to increase their number without increasing expenditure of effort and funds. Absolutely nothing but the inertia, routine and self-interest of a handful of holders of remunerative jobs are delaying this reform, which, among other things, would enhance the country’s defence potential by economising national labour and creating a number of highly important opportunities to “regulate economic life” not in word, but in deed.

NATIONALISATION OF THE SYNDICATES

Capitalism diflers from the old, pre-capitalistic systems of economy in having created the closest interconnection and interdependence of the various branches of the economy. Were this not so, incidentally, no steps towards socialism would be technically feasible. Modern capitalism, under which the banks dominate production, has carried this interdependence of the various branches of the economy to the utmost. The banks and the more important branches of industry and commerce have become inseparably merged. This means, on the one hand, that it is impossible to nationalise the banks alone, without proceeding to create a state monopoly of commercial and industrial syndicates (sugar, coal, iron, oil, etc.), and without nationalising them. It means, on the other hand, that if carried out in earnest, the regulation of economic activity would demand the simultaneous nationalisation of the banks and the syndicates.

Let us take the sugar syndicate as an example. It came into being under tsarism, and at that time developed into a huge capitalist combine of splendidly equipped refineries. And, of course, this combine, thoroughly imbued with the most reactionary and bureaucratic spirit, secured scandalously high profits for the capitalists and reduced its employees to the status of humiliated and downtrodden slaves lacking any rights. Even at that time the state controlled and regulated production — in the interests of the rich, the magnates.

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All that remains to be done here is to transform reactionary-bureaucratic regulation into revolutionary-democratic regulation by simple decrees providing for the summoning of a congress of employees, engineers, directors and shareholders, for the introduction of uniform accountancy, for control by the workers’ unions, etc. This is an exceedingly simple thing, yet it has not been donel Under what is a democratic republic, the regulation of the sugar industry actually remains reactionary-bureaucratic; everything remains as of old — the dissipation of national labour, routine and stagnation, and the enrichment of the Bobrinskys and Tereshchenkos. Democrats and not bureaucrats, the workers and other employees and not the “sugar barons”, should be called upon to exercise independent initiative — and this could and should be done in a few days, at a single stroke, if only the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks did not befog the minds of the people by plans for “association” with these very sugar barons, for the very association with the wealthy from which the “complete inaction” of the government in the matter of regulating economic life follows with absolute inevitability, and of which it is a consequence.[*]

Take the oil business. It was to a vast extent “socialised” by the earlier development of capitalism. Just a couple of oil barons wield millions and hundreds of millions of rubles, clipping coupons and raking in fabulous profits from a “business” which is already actually, technically and socially organised on a national scale and is already being conducted by hundreds and thousands of employees, engineers, etc. Nationalisation of the oil industry could be effected at once by, and is imperative for, a revolutionary-democratic state, especially when the latter suffers from an acute crisis and when it is essential to ecanomise national labour and to increase the output of fuel at all costs. It is clear that here bureaucratic control can achieve nothing, can change nothing, for the “oil barons” can cope with the

* These lines had been written when I learnt from the newspapers that the Kerensky government is introducing a sugar monopoly, and, of course, is introducing it in a reactionary-bureaucratic way, without congresses of workers and other employees, without publicity, and without curbing the capitalists!

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Tereshchenkoc, the Kerenskys, the Avksentyevs and the Skobelevs as easily as they coped with the tsar’s ministers — by means of delays, excuses and promises, and by bribing the bourgeois press directly or indirectly (this is called “public opinion”, and the Kerenskys and Avksentyevs “reckon” with it), by bribing officials (left by the Kerenskys and Avksentyevs in their old jobs in the old state machinery which remains intact).

If anything real is to be done bureaucracy must be abandoned for democracy, and in a truly revolutionary way, i.e., war must be declared on the oil barons and shareholders, the confiscation of their property and punishment by imprisonment must be decreed for delaying national;sation of the oil business, for concealing incomes or accounts, for sabotaging production, and for failing to take steps to increase production. The initiative of the workers and other employees must be drawn on; they must be immediately summoned to conferences and congresses; a certain propor tion of the profits must be assigned to them, provided they institute overall control and increase production. Had these revolutionary-democratic steps been taken at once, immediately, in April 1917, Russia, which is one of the richest countries in the world in deposits of liquid fuel, could, using water transport, have done a very great deal during this summer to supply the people with the necessary quantities of fuel.

Neither the bourgeois nor the coalition Socialist-Revolutionary-Menshevik-Cadet government has done anything at all. Both have confined themselves to a bureaucratic playing at reforms. They have not dared to take a single revolutionary-democratic step. Everything has remained as it was under the tsars — the oil barons, the stagnation, the hatred of the workers and other employees for their exploiters, the resulting chaos, and the dissipation of national labour — only the letterheads on the incoming and outgoing papers in the “republican” offices have been changed!

Take the coal industry. It is technically and culturally no less “ripe” for nationalisation, and is being no less shamelessly managed by the robbers of the people, the coal barons, and there are a number of most striking facts of direct sabotage, direct damage to and stoppage of production

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by the industrialists. Even the ministerial Rabochaya Gazeta of the Mensheviks has admitted these facts. And what do we find? Absolutely nothing has been done, except to call the old, reactionary-bureaucratic meetings “on a half-and-half basis” — an equal number of workers and bandits from the coal syndicate! Not a single revolutionary-democratic step has been taken, not a shadow of an attempt has been made to establish the only control which is real — control from below, through the employees’ union, through the workers, and by using terror against the coal industrialists who are ruining the country and bringing production to a standstill! How can this be done when we are “all” in favour of the “coalition” — if not with the Cadets, then with commercial and industrial circles. And coalition means leaving power in the hands of the capitalists, letting them go unpunished, allowing them to hamper affairs, to blame everything on the workers, to intensify the chaos and thus pave the way for a new Kornilov revolt!

ABOLITION OF COMMERCIAL SECRECY

Unless commercial secrecy is abolished, either control over production and distribution will remain an empty promise, only needed by the Cadets to fool the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, and by the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks to fool the working classes, or control can be exercised only by reactionary-bureaucratic methods and means. Although this is obvious to every unprejudiced person, and although Pravda per sistently demanded the abolition of commercial secrecy* (and was suppressed largely for this reason by the Kerensky government which is subservient to capital), neither our republican government nor the “authorised bodies of revolutionary democracy” have even thought of this first step to real control.

This is the very key to all control. Here we have the most sensitive spot of capital, which is robbing the people and sabotaging production. And this is exactly why the

* See present edition, Vol. 24, pp. 521-22, and this volume, pp. 140-41. –Ed.

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Socialist-Revolutionaries and Mensheviks are afraid to do anything about it.

The usual argument of the capitalists, one reiterated by the petty bourgeoisie without reilection, is that in a capitalist economy the abolition of commercial secrecy is in general absolutely impossible, for private ownership of the means of production, and the dependence of the individual undertakings on the market render essential the “sanctity” of commercial books and commercial operations, including, of course, banking operations.

Those who in one form or another repeat this or similar arguments allow themselves to be deceived and themselves deceive the people by shutting their eyes to two fundamental, highly important and generally known facts of modern economic activity. The first fact is the existence of large-scale capitalism, i.e., the peculiar features of the economic system of banks, syndicates, large factories, etc. The second fact is the war.

It is modern large-scale capitalism, which is everywhere becoming monopoly capitalism, that deprives commercial secrecy of every shadow of reasonableness, turns it into hypocrisy and into an instrument exclusively for concealing financial swindles and the fantastically high profits of big capital. Large-scale capitalist economy, by its very technical nature, is socialised economy, that is, it both operates for millions of people and, directly or indirectly, unites by its operations hundreds, thousands and tens of thousands of families. It is not like the economy of the small handicraftsman or the middle peasant who keep no commercial books at all and who would therefore not be affected by the abolition of commercial secrecy!

As it is, the operations conducted in large-scale business are known to hundreds or more persons. Here the law protecting commercial secrecy does not serve the interests of production or exchange, but those of speculation and profit-seeking in their crudest form, and of direct fraud, which, as we know, in the case of joint-stock companies is particularly widespread and very skilfully concealed by reports and balance-sheets, so compiled as to deceive the public.

While commercial secrecy is unavoidable in small commodity production, i.e., among the small peasants and

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handicraftsmen, where production itself is not socialised but scattered and disunited, in large-scale capitalist production, the protection of commercial secrecy means protection of the privileges and profits of literally a handful of people against the interest of the whole people. This has already been recognised by the law, inasmuch as provision is made for the publication of the accounts of joint-stock companies. But this control, which has already been introduced in all advanced countries, as well as in Russia, is a reactionary-bureaucratic control which does not open the eyes of the people and which does not allow the whole truth about the operations of joint-stock companies to become known.

To act in a revolutionary-democratic way, it would be necessary to immediately pass another law abolishing com mercial secrecy, compelling the big undertakings and the wealthy to render the fullest possible accounts, and investing every group of citizens of substantial democratic numerical strength (1,000 or 10,000 voters, let us say) with the right to examine all the records of any large undertaking. Such a measure could be fully and easily effected by a simple decree. It alone would allow full scope for popular initiative in control, through the office employees’ unions, the workers’ unions and all the political parties, and it alone would make control effective and democratic.

Add to this the war. The vast majority of commercial and industrial establishments are now working not for the “free market”, but for the government, for the war. This is why I have already stated in Pravda that people who counter us with the argument that socialism cannot be introduced are liars, and barefaced liars at that, because it is not a question of introducing socialism now, directly. overnight, but of exposing plunder of the state.*

Capitalist “war” economy (i.e., economy directly or indirectly connected with war contracts) is systematic and legalised plunder, and the Cadet gentry, who, together with the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries, are opposing the abolition of commercial secrecy, are nothing but aiders and abettors of plunder.

* See: pp. 68-69 of this volume. –Ed.

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The war is now costing Russia fifty million rubles a day. These fifty million go mostly to army contractors. Of these fifty, at least five million daily, and probably ten million or more, constitute the “honest income” of the capitalists, and of the officials who are in one way or another in collusion with them. The very large firms and banks which lend money for war contracts transactions thereby make fantastic profits, and do so by plundering the state, for no other epithet can be applied to this defrauding and plundering of the people “on the occasion of” the hardships of war, “on the occasion of” the deaths of hundreds of thousands and millions of people.

“Everybody” knows about these scandalous profits made on war contracts, about the “letters of guarantee” which are concealed by the banks, about who benefits by the rising cost of living. They are smiled on in “society”. Quite a number of precise references are made to them evenin the bourgeois press, which as a general rule keeps silent about “unpleasant” facts and avoids “ticklish” questions. Everybody knows abaut them, yet everybody keeps silent, everybody tolerates them, everybody puts up with the government, which prates eloquently about “control” and “regulation”!!

The revolutionary democrats, were they real revolutionaries and democrats, would immediately pass a law abolishing commercial secrecy, compelling contractors and merchants to render accounts public, forbidding them to abandon their field of activity without the permission of the authorities, imposing the penalty of confiscation of property and shooting* for concealment and for deceiving the people, organising verification and control from below, democratically, by the people themselves, by unions of workers and other employees, consumers, etc.

Our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks fully deserve to be called scared democrats, for on this question

* I have already had occagion to point out in the Bolshevik press that it is right to argue against the death penalty only when it is applied by the exploiters against the mass of the working people with the purpose of maintaining exploitation. (See pp. 265-68 of this volume. –Ed.) It is hardly likely that any revolutionary government whatever could do without applying the death penalty to the exploiters (i.e., the landowners and capitalists).

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they repeat what is said by all the scared philistines, namely, that the capitalists will “run away” if “too severe” measures are adopted, that “we” shall be unable to get along without the capitalists, that the British and French millionaires, who are, of course, “supporting” us, will most likely be “offended” in their turn, and so on. It might be thought that the Bolsheviks were proposing something unknown to history, something that has never been tried before, some thing “utopian”, while, as a matter of fact, even 125 years ago, in France, people who were real “revolutionary democrats”, who were really convinced of the just and defensive character of the war they were waging, who really had popular support and were sincerely convinced of this, were able to establish revolutionary control over the rich and to achieve results which earned the admiration of the world. And in the century and a quarter that have since elapsed, the development of capitalism, which resulted in the creation of banks, syndicates, railways and so forth, has greatly facilitated and simplified the adoption of measures of really democratic control by the workers and peasants over the exploiters, the landowners and capitalists.

In point of fact, the whole question of control boils down to who controls whom, i.e., which class is in control and which is being controlled. In our country, in republican Russia, with the help of the “authorised bodies” of supposedly revolutionary democracy, it is the landowners and capitalists who are still recognised to be, and still are, the controllers. The inevitable result is the capitalist robbery that arouses universal indignation among the people, and the economic chaos that is being artificially kept up by the capitalists. We must resolutely and irrevocably, not fearing to break with the old, not fearing boldly to build the new, pass to control over the landowners and capitalists by the workers and peasants. And this is what our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks fear worse than the plague.

COMPULSORY ASSOCIATION

Compulsory syndication, i.e., compulsory association, of the industrialists, for example, is already being practised in Germany. Nor is there anything new in it. Here, too.

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through the fault of the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, we see the utter stagnation of republican Russia, whom these none-too-respectable parties “entertain” by dancing a quadrille with the Cadets, or with the Bublikovs, or with Tereshchenko and Kerensky.

Compulsory syndication is, on the one hand, a means whereby the state, as it were, expedites capitalist development, which everywhere leads to the organisation of the class struggle and to a growth in the number, variety and importance of unions. On the other hand, compulsory “unionisation” is an indispensable precondition for any kind of effective control and for all economy of national labour.

The German law, for instance, binds the leather manufacturers of a given locality or of the whole country to form an association, on the board of which there is a representative of the state for the purpose of control. A law of this kind does not directly, i.e., in itself, affect property relations in any way; it does not deprive any owner of a single kopek and does not predetermine whether the control is to be exercised in a reactionary-bureaucratic or a revolutionary-democratic form, direction or spirit.

Such laws can and should be passed in our country immediately, without wasting a single week of precious time; is should be left to social conditions themselves to determine the more specific forms of enforcing the law, the speed with which it is to be enforced, the methods of supervision over its enforcement, etc. In this case, the state requires no special machinery, no special investigation, nor preliminary enquiries for the passing of such a law. All that is required is the determination to break with certain private interests of the capitalists, who are “not accustomed” to such interference and have no desire to forfeit the super-profits which are ensured by the old methods of management and the absence of control.

No machinery and no “statistics” (which Chernov wanted to substitute for the revolutionary initiative of the peasants) are required to pass such a law, inasmuch as its implementation must be made the duty of the manufacturers or industrialists themselves, of the available public forces, under the control of the available public (i.e., non-govern-

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ment, non-bureaucratic) forces too, which, however, must consist by all means of the so-called “lower estates”, i.e., of the oppressed and exploited classes, which in history have always proved to be immensely superior to the exploiters in their capacity for heroism, self-sacrifice and comradely discipline.

Let us assume that we have a really revolutionary-democratic government and that it decides that the manufacturers and industrialists in every branch of production who employ, let us say, not less than two workers shall immediately amalgamate into uyezd and gubernia associations. Responsibility for the strict observance of the law is laid in the first place on the manufacturers, directors, board members, and big shareholders (for they are the real leaders of modern industry, its real masters). They shall be regarded as deserters from military service, and punished as such, if they do not work for the immediate implemen tation of the law, and shall bear mutual responsibility, one answering for all, and all for one, with the whole of their property. Responsibility shall next be laid on all office employees, who shall also form one union, and on all workers and their trade union. The purpose of “unionisation” is to institute the fullest, strictest and most detailed account ancy, but chiefly to combine operations in the purchase of raw materials, the sale of products, and the economy of national funds and forces. When the separate establishments are amalgamated into a single syndicate, this economy can attain tremendous proportions, as economic science teaches us and as is shown by the example of all syndicates, cartels and trusts. And it must be repeated that this unionisation will not in itself alter property relations one iota and will not deprive any owner of a single kopek. This circumstance must be strongly stressed, for the bourgeois press constantly “frightens” small and medium proprietors by asserting that socialists in general, and the Bolsheviks in particular, want to “expropriate” them — a deliberately false assertion, as socialists do not intend to, cannot and will not expropriate the small peagant even if there is a fully socialist revolution. All the time we are speaking only of the immediate and urgent measures, which have already been introduced in Western Europe and which a democracy

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that is at all consistent ought to introduce immediately in our country to combat the impending and inevitable catastrophe.

Serious difficulties, both technical and cultural, would be encountered in amalgamating the small and very small proprietors into associations, owing to the extremely small proportions and technical primitiveness of their enterprises and the illiteracy or lack of education of the owners.. But precisely such enterprises could be exempted from the law (as was pointed out above in our hypothetical example). Their non-amalgamation, let alone their belated amalgamation, could create no serious obstacle, for the part played by the huge number of small enterprises in the sum total of production and their importance to the economy as a whole are negligible, and, moreover, they are often in one way or another dependent on the big enterprises.

Only the big enterprises are of decisive importance; and here the technical and cultural means and forces for “unionisation” do exist ; what is lacking is the firm, determined initiative of a revolutionary government which should be ruthlessly severe towards the exploiters to set these forces and means in motion.

The poorer a country is in technically trained forces, and in intellectual forces generally, the more urgent it is to decree compulsory association as early and as resolutely as possible and to begin with the bigger and biggest enterprises when putting the decree into effect, for it is association that will economise intellectual forces and make it possible to use them to the full and to distribute them more correctly. If, after 1905, even the Russian peasants in their out-of-the-way districts, under the tsarist government, in face of the thousands of obstacles raised by that government, were able to make a tremendous forward stride in the creation of all kinds of associations, it is clear that the amalgamation of large- and medium-scale industry and trade could be effected in several months, if not earlier, provided compulsion to this end were exercised by a really revolutionary-democratic government relying on the support, participation, interest and advantage of the “lower ranks”, the democracy, the workers and other employees, and calling upon them to exercise control.

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REGULATION OF CONSUMPTION

The war has compelled all the belligerent and many of the neutral countries to resort to the regulation of consumption. Bread cards have been issued and have become customary, and this has led to the appearance of other ration cards. Russia is no exception and has also introduced bread cards.

Using this as an example, we can draw, perhaps, the most striking comparison of all between reactionary-bureaucratic methods of combating a catastrophe, which are confined to minimum reforms, and revolutionary-democratic methods, which, to justify their name, must directly aim at a violent rupture with the old, obsolete system and at the achievement of the speediest possible progress.

The bread card — this typical example of how consumption is regulated in modern capitalist countries — aims at, and achieves (at best), one thing only, namely, distributing available supplies of grain to give everybody his share. A maximum limit to consumption is established, not for all foodstuffs by far, but only for principal foodstuffs, those of “popular” consumption. And that is all. There is no intention of doing anything else. Available supplies of grain are calculated in a bureaucratic way, then divided on a per capita basis, a ration is fixed and introduced, and there the matter ends. Luxury articles are not affected, for they are “anyway” scarce and “anyway” so dear as to be beyond the reach of the “people”. And so, in all the belligerent countries without exception, even in Germany, which evidently, without fear of contradiction, may be said to be a model of the most careful, pedantic and strict regulation of consumption — even in Germany we find that the rich constantly get around all “rationing”. This, too, “everybody” knows and “everybody” talks about with a smile; and in the German socialist papers, and sometimes even in the bour geois papers, despite the fierce military stringency of the German censorship, we constantly find items and reports about the “menus” of the rich, saying how the wealthy can obtain white bread in any quantity at a certain health re sort (visited, on the plea of illness, by everybody who has plenty of money), and how the wealthy substitute choice

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and rare articles of luxury for articles of popular consumption.

A reactionary capitalist state which fears to undermine the pillars of capitalism, of wage slavery, of the economic supremacy of the rich, which fears to encourage the initiative of the workers and the working people generally, which fears to provoke them to a more exacting attitude — such a state will be quite content with bread cards. Such a state does not for a moment, in any measure it adopts, lose sight of the reactionary aim of strengthening capitalism, preventing its being undermined, and confining the “regulation of economic life” in general, and the regulation of consumption in particular, to such measures as are absolutely essential to feed the people, and makes no attempt whatsoever at real regulation of consumption by exercising control over the rich and laying the greater part of the burden in war-time on those who are better off, who are privileged, well fed and overfed in peace-time.

The reactionary-bureaucratic solution to the problem with which the war has confronted the peoples confines itself to bread cards, to the equal distribution of “popular” foodstuffs, of those absolutely essential to feed the people, without retreating one little bit from bureaucratic and reactionary ideas, that is, from the aim of not encouraging the initiative of the poor, the proletariat, the mass of the people (“demos”), of not allowing them to exercise control over the rich, and of leaving as many loopholes as possible for the rich to compensate themselves with articles of luxury. And a great number of loopholes are left in all countries, we repeat, even in Germany — not to speak of Russia; the “common people” starve while the rich visit health resorts, supplement the meagre official ration by all sorts of “extras” obtained on the side, and do not allow themselves to be controlled.

In Russia, which has only just made a revolution against the tsarist regime in the name of liberty and equality, in Russia, which, as far as its actual political institutions are concerned, has at once become a democratic republic, what particularly strikes the people, what particularly arouses popular discontent, irritation, anger and indignation is that everybody sees the easy way in which the wealthy get

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around the bread cards. They do it very easily indeed. “From under the counter”, and for a very high price, especially if one has “pull ” (which only the rich have), one can obtain anything, and in large quantities, too. It is the people who are starving. The regulation of consumption is confined within the narrowest bureaucratic-reactionary limits. The government has not the slightest intention of putting regulation on a really revolutionary-democratic footing, is not in the least concerned about doing so.

“Everybody” is suffering from the queues but — but the rich send their servants to stand in the queues, and even engage special servants for the purpose! And that is “democracy”!

At a time when the country is suffering untold calamities, a revolutionary-democratic policy would not confine itself to bread cards to combat the impending catastrophe but would add, firstly, the compulsory organisation of the whole population in consumers’ societies, for otherwise control over consumption cannot be fully exercised; secondly, labour service for the rich, making them perform without pay secretarial and similar duties for these consumers’ societies; thirdly, the equal distribution among the population of absolutely all consumer goods, so as really to distribute the burdens of the war equitably; fourthly, the organisation of control in such a way as to have the poorer classes of the population exercise control over the consumption of the rich.

The establishment of real democracy in this sphere and the display of a real revolutionary spirit in the organisation of control by the most needy classes of the people would be a-very great stimulus to the employment of all available intellectual forces and to the development of the truly revolutionary energies of the entire people. Yet now the ministers of republican and revolutionary-democratic Russia, exactly like their colleagues in all other imperialist countries, make pompous speeches about “working in common for the good of the people” and about “exerting every effort”, but the people see, feel and sense the hypocrisy of this talk.

The result is that no progress is being made, chaos is spreading irresistibly, and a catastrophe is approaching, for our government cannot introduce war-time penal servi-

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tude for the workers in the Kornilov, Hindenburg, general imperialist way — the traditions, memories, vestiges, habits and institutions of the revolution are still too much alive among the people; our government does not want to take any really serious steps in a revolutionary-democratic direction, for it is thoroughly infected and thoroughly enmeshed by its dependence on the bourgeoisie, its “coalition” with the bourgeoisie, and its fear to encroach on their real privileges.

GOVERNMENT DISRUPTION OF THE WORK

OF THE DEMOCRATIC ORGANISATIONS

We have examined various ways and means of combating catastrophe and famine. We have seen everywhere that the contradictions between the democrats, on the one hand, and the government and the bloc of the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks which is supporting it, on the other, are irreconcilable. To prove that these contradictions exist in reality, and not merely in our exposition, and that their irreconcilability is actually borne out by conflicts affecting the people as a whole, we have only to recall two very typical “results” and lessons of the six months’ history of our revolution.

The history of the “reign” of Palchinsky is one lesson. The history of the “reign” and fall of Peshekhonov is the other.

The measures to combat catastrophe and hunger described above boil down to the all-round encouragement (even to the extent of compulsion) of “unionisation” of the population, and primarily the democrats, i.e., the majority of the population, or, above all, the oppressed classes, the workers and peasants, especially the poor peasants. And this is the path which the population itself spontaneously began to adopt in order to cope with the unparalleled difficulties, burdens and hardships of the war.

Tsarism did everything to hamper the free and independent “unionisation” of the population. But after the fall of the tsarist monarchy, democratic organisations began to spring up and grow rapidly all over Russia. The struggle against the catastrophe began to be waged by spontaneously

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arising democratic organisations — by all sorts of committees of supply, food committees, fuel councils, and so on and so forth.

And the most remarkable thing in the whole six months’ history of our revolution, as far as the question we are examining is concerned, is that a government which calls itself republican and revolutionary, and which is supported by the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries in the name of the “authorised bodies of revolutionary democracy”, fought the democratic organisations and defeated them !!

By this fight, Palchinsky earned extremely wide and very sad notoriety all over Russia. He acted behind the government’s back, without coming out publicly (just as the Cadets generally preferred to act, willingly pushing forward Tsereteli “for the people”, while they themselves arranged all the important business on the quiet). Palchinsky hampered and thwarted every serious measure taken by the spontaneously created democratic organisations, for no serious measure could be taken without “injuring” the excessive profits and wilfulness of the Kit Kityches. And Palchinsky was in fact a loyal defender and servant of the Kit Kityches. Palchinsky went so far — and this fact was reported in the newspapers — as simply to annul the orders, of the spontaneously created democratic organisations!

The whole history of Palchinsky’s “reign” — and he “reigned” for many months, and just when Tsereteli, Skobelev and Chernov were “ministers” — was a monstrous scandal from beginning to end; the will of the people and the decisions of the democrats were frustrated to please the capitalists and meet their filthy greed. Of course, only a negligible part of Palchinsky’s “feats” could find its way into the press, and a full investigation of the manner in which he hindered the struggle against famine can be made only by a truly democratic government of the proletariat when it gains power and submits all the actions of Palchinsky and his like, without concealing anything, to the judgement of the people.

It will perhaps be argued that Palchinsky was an exception, and that after all he was removed. But the fact is that Palchinsky was not the exception but the rule, that the situation has in no way improved with his removal, that

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his place has been taken by the same kind of Palchinskys with different names, and that all the “influence ” of the capitalists, and the entire policy of frustrating the struggle against hunger to please the capitalists, has remained intact. For Kerensky and Co. are only a screen for defence of the interests of the capitalists.

The most striking proof of this is the resignation of Peshekhonov, the Food Minister. As we know, Peshekhonov is a very, very moderate Narodnik. But in the organisation of food supply he wanted to work honestly, in contact with and supported by the democratic organisations. The experience of Peshekhonov’s work and his resignation are all the more interesting because this extremely moderate Narodnik, this member of the Popular Socialist Party, who was ready to accept any compromise with the bourgeoisie, was nevertheless compelled to resign! For the Kerensky government, to please the capitalists, landowners and kulaks, had raised the fixed prices of grain!

This is how M. Smith describes this “step” and its significance in the newspaper Svobodnaya Zhizn [119] No. 1, of September 2:

“Several days before the government decided to raise the fixed prices, the following scene was enacted in the national Food Committee: Rolovich, a Right-winger, a stubborn defender of the interests of private trade and a ruthless opponent of the grain monopoly and state interference in economic affairs, publicly announced with a smug smile that he understood the fixed grain prices would shortly be raised.

“The representative of the Soviet of Workers’ and Soldiers’ Deputies replied by declaring that he knew nothing of the kind, that as long as the revolution in Russia lasted such an act could not take place, and that at any rate the government could not take such a step without first consulting the authorised democratic bodies — the Economic Council and the national Food Committee. This statement was supported by the representative of the Soviet of Peasants’ Deputies.

“But, alas, reality introduced a very harsh amendment to this counter-versionl It was the representative of the wealthy elements and not the representatives of the democrats who turned out to be right. He proved to be excellently informed of the preparations for an attack on democratic rights, although the democratic representatives indignantly denied the very possibility of such an attack.”

And so, both the representative of the workers and the representative of the peasants explicitly state their opinion in the name of the vast majority of the people, yet the

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Kerensky government acts contrary to that opinion, in the interests of the capitalists!

Rolovich, a representative of the capitalists, turned out to be excellently informed behind the backs of the democrats — just as we have always observed, and now observe, that the bourgeois newspapers, Rech and Birzhevka, are best informed of the doings in the Kerensky government.

What does this possession of excellent information show? Obviously, that the capitalists have their “channels” and virtually hold power in their own hands. Kerensky is a figurehead which they use as and when they find necessary. The interests of tens of millions of workers and peasants turn out to have been sacrificed to the profits of a handful of the rich.

And how do our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks react to this outrage to the people? Did they address an appeal to the workers and peasants, saying that after this, prison was the only place for Kerensky and his colleagues?

God forbid! The Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, through their Economic Department, confined themselves to adopting the impressive resolution to which we have already referred! In this resolution they declare that the raising of grain prices by the Kerensky government is “a ruinous measure which deals a severe blow both at the food supply and at the whole economic life of the country”, and that these ruinous measures have been taken in direct “violation ” of the law!!

Such are the results of the policy of compromise, of flirting with Kerensky and desiring to “spare” him!

The government violates the law by adopting, in the interests, of the rich, the landowners and capitalists, a measure which ruins the whole business of control, food supply and the stabilisation of the extremely shaky finances, yet the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks continue to talk about an understanding with commercial and industrial circles, continue to attend conferences with Tereshchenko and to spare Kerensky, and confine themselves to a paper resolution of protest, which the government very calmly pigeonholes!!

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This reveals with great clarity the fact that the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks have betrayed the people and the revolution, and that the Bolsheviks are becoming the real leaders of the masses, even of the Socialist-Revolutionary and Menshevik masses.

For only the winning of power by the proletariat, headed by the Bolshevik Party, can put an end to the outrageous actions of Kerensky and Co. and restore the work of democratic food distribution, supply and other organisations, which Kerensky and his government are frustrating.

The Bolsheviks are acting — and this can be very clearly seen from the above example — as the representatives of the interests of the whole people, which are to ensure food distribution and supply and meet the most urgent needs of the workers and peasants, despite the vacillating, irresolute and truly treacherous policy of the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, a policy which has brought the country to an act as shameful as this raising of grain prices!

FINANCIAL COLLAPSE AND MEASURES TO COMBAT IT

There is another side to the problem of raising the fixed grain prices. This raising of prices involves a new chaotic increase in the issuing of paper money, a further increase in the cost of living, increased financial disorganisation and the approach of financial collapse. Everybody admits that the issuing of paper money constitutes the worst form of compulsory loan, that it most of all affects the conditions of the workers, of the poorest section of the population, and that it is the chief evil engendered by financial disorder.

And it is to this measure that the Kerensky government, supported by the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, is resorting!

There is no way of effectively combating financial disorganisation and inevitable financial collapse except that of revolutionary rupture with the interests of capital and that of the organisation of really democratic control, i.e., control from “below”, control by the workers and the poor peasants over the capitalists, a way to which we referred throughout the earlier part of this exposition,

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Large issues of paper money encourage profiteering, enable the capitalists to make millions of rubles, and place tremendous difficulties in the way of a very necessary expansion of production, for the already high cost of materials, machinery, etc., is rising further by leaps and bounds. What can be done about it when the wealth acquired by the rich through profiteering is being concealed?

An income tax with progressive and very high rates for larger and very large incomes might be introduced. Our government has introduced one, following the example of other imperialist governments. But it is largely a fiction, a dead letter, for, firstly, the value of money is falling faster and faster, and, secondly, the more incomes are derived from profiteering and the more securely commercial secrecy is maintained, the greater their concealment.

Real and not nominal control is required to make the tax real and not fictitious. But control over the capitalists is impossible if it remains bureaucratic, for the bureaucracy is itself bound to and interwoven with the bourgeoisie by thousands of threads. That is why in the West-European imperialist states, monarchies and republics alike, financial order is obtained solely by the introduction of “labour service”, which creates war-time penal servitude or war-time slavery for the workers.

Reactionary-bureaucratic control is the only method known to imperialist states — not excluding the democratic republics of France and America — of foisting the burdens of the war on to the proletariat and the working people.

The basic contradiction in the policy of our government is that, in order not to quarrel with the bourgeoisie, not to destroy the “coalition” with them, the government has to introduce reactionary-bureaucratic control, which it calls “revolutionary-democratic” control, deceiving the people at every step and irritating and angering the masses who have just overthrown tsarism.

Yet only revolutionary-democratic measures, only the organisation of the oppressed classes, the workers and peasants, the masses, into unions would make it possible to establish a most effective control over the rich and wage a most successful fight against the concealment of incomes.

An attempt is being made to encourage the use of cheques

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as a means of avoiding excessive issue of paper money. This measure is of no significance as far as the poor arc concerned, for anyway they live from hand to mouth, complete their “economic cycle” in one week and return to the capitalists the few meagre coppors they manage to earn. The use of cheques might have great significance as far as the rich are concerned. It would enable the state, especially in conjunction with such measures as nationalisation of the banks and abolition of commercial secrecy, really to control the incomes of the capitalists, really to impose taxation on them, and really to “democratise” (and at the same time bring order into) the financial system.

But this is hampered by the fear of infringing the privileges of the bourgeoisie and destroying the “coalition” with them. For unless truly revolutionary measures are adopted and compulsion is very seriously resorted to, the capitalists will not submit to any control, will not make known their budgets, and will not surrender their stocks of paper money for the democratic state to “keep account” of.

The workers and peasants, organised in unions, by nationalising the banks, making the use of cheques legally compulsory for all rich persons, abolishing commercial secrecy, imposing confiscation of property as a penalty for concealment of incomes, etc., might with extreme ease make control both effective and universal — control, that is, over the rich, and such control as would secure the return of paper money from those who have it, from those who conceal it, to the treasury, which issues it.

This requires a revolutionary dictatorship of the democracy, headed by the revolutionary proletariat; that is, it requires that the democracy should become revolutionary in fact. That is the crux of the matter. But that is just what is not wanted by our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, who are deceiving the people by displaying the flag of “revolutionary democracy” while they are in fact supporting the reactionary-bureaucratic policy of the bourgeoisie, who, as always, are guided by the rule: “Après nous le déluge ” — after us the deluge!

We usually do not even notice how thoroughly we ara permeated by anti-democratic habits and prejudices regarding the “sanctity” of bourgeois property. When an

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engineer or banker publishes the income and expenditure of a worker, information about his wages and the productivity of his labour, this is regarded as absolutely legitimate and fair. Nobody thinks of seeing it as an intrusion into the “private life” of the worker, as “spying or informing” on the part of the engineer. Bourgeois society regards the labour and earnings of a wage-worker as its open book, any bourgeois being entitled to peer into it at any moment, and at any moment to expose the “luxurious living” of the worker, his supposed “laziness”, etc.

Well, and what about reverse control? What if the unions of employees, clerks and domestic servants were invited by a democratic state to verify the income and expenditure of capitalists, to publish information on the subject and to assist the government in combating concealment of incomes?

What a furious howl against “spying” and “informing” would be raised by the bourgeoisie! When “masters” control servants, or when capitalists control workers, this is considered to be in the nature of things; the private life of the working and exploited people is not considered inviolable. The bourgeoisie are entitled to call to account any “wage slave” and at any time to make public his income and expenditure. But if the oppressed attempt to control the oppressor, to show up his income and expenditure, to expose his luxurious living even in war-time, when his luxurious living is directly responsible for armies at the front starving and perishing — oh, no, the bourgeoisie will not tolerate “spying” and “informing”!

It all boils down to the same thing: the rule of the bourgeoisie is irreconcilable with truly-revolutionary true democracy. We cannot be revolutionary democrats in the twentieth century and in a capitalist country if we fear to advance towards socialism.

CAN WE GO FORWARD IF WE FEAR

TO ADVANCE TOWARDS SOCIALISM?

What has been said so far may easily arouse the following objection on the part of a reader who has been brought up on the current opportunist ideas of the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks. Most measures described here,

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he may say, are already in effect socialist and not democratic measures!

This current objection, one that is usually raised (in one form or another) in the bourgeois, Socialist-Revolution ary and Menshevik press, is a reactionary defence of backward capitalism, a defence decked out in a Struvean garb. It seems to say that we are not ripe for sociaIism, that it is too early to “introduce” socialism, that our revolution is a bourgeois revolution and therefore we must be the menials of the bourgeoisie (although the great bourgeois revolutionaries in France 125 years ago made their revolution a great revolution by exercising terror against all oppressors, landowners and capitalists alike!).

The pseudo-Marxist lackeys of the bourgeoisie, who have been joined by the Socialist-Revolutionaries and who argue in this way, do not understand (as an examination of the theoretical basis of their opinion shows) what imperialism is, what capitalist monopoly is, what the state is, and what revolutionary democracy is. For anyone who understands this is bound to admit that there can be no advance except towards socialism.

Everybody talks about imperialism. But imperialism is merely monopoly capitalism.

That capitalism in Russia has also become monopoly capitalism is sufficiently attested by the examples of the Produgol, the Prodamet, the Sugar Syndicate, etc. This Sugar Syndicate is an object-lesson in the way monopoly capitalism develops into state-monopoly capitalism.

And what is the state? It is an organisation of the ruling class — in Germany, for instance, of the Junkers and capitalists. And therefore what the German Plekhanovs (Scheidemann, Lensch, and others) call “war-time socialism” is in fact war-time state-monopoly capitalism, or, to put it more simply and clearly, war-time penal servitude for the workers and war-time protection for capitalist profits.

Now try to substitute for the Junker-capitalist state, for the landowner-capitalist state, a revolutionary-democratic state, i.e., a state which in a revolutionary way abolishes all privileges and does not fear to introduce the fullest democracy in a revolutionary way. You will find that, given a really revolutionary-democratic state, state-

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monopoly capitalism inevitably and unavoidably implies a step, and more than one step, towards socialism!

For if a huge capitalist undertaking becomes a monopoly, it means that it serves the whole nation. If it has become a state monopoly, it means that the state (i.e., the armed organisation of the population, the workers and peasants above all, provided there is revolutionary democracy) directs the whole undertaking. In whose interest?

Either in the interest of the landowners and capitalists, in which case we have not a revolutionary-democratic, but a reactionary-bureaucratic state, an imperialist republic.

Or in the interest of revolutionary democracy — and then it is a step towards socialism.

For socialism is merely the next step forward from state-capitalist monopoly. Or, in other words, socialism is merely state-capitalist monopoly which is made to serve the interests of the whole people and has to that extent ceased to be capitalist monopoly.

There is no middle course here. The objective process of development is such that it is impossible to advance from monopolies (and the war has magnified their number, role and importance tenfold) without advancing towards socialism.

Either we have to be revolutionary democrats in fact, in which case we must not fear to take steps towards socialism. Or we fear to take steps towards socialism, condemn them in the Plekhanov, Dan or Chernov way, by arguing that our revolution is a bourgeois revolution, that socialism cannot be “introduced”, etc., in which case we inevitably sink to the level of Kerensky, Milyukov and Kornilov, i.e., we in a reactionary-bureaucratic way suppress the “revolutionary-democratic” aspirations of the workers and peasants.

There is no middle course.

And therein lies the fundamental contradiction of our revolution.

It is impossible to stand still in history in general, and in war-time in particular. We must either advance or retreat. It is impossible in twentieth-century Russia, which has won a republic and democracy in a revolutionary way, to go forward without advancing towards socialism, without taking steps towards it (steps conditioned and determined

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by the level of technology and culture: large-scale machine production cannot be “introduced” in peasant agriculture nor abolished in the sugar industry).

But to fear to advance means retreating — which the Kerenskys, to the delight of the Milyukovs and Plekhanovs, and with the foolish assistance of the Tseretelis and Chernovs, are actually doing.

The dialectics of history is such that the war, by extraordinarily expediting the transformation of monopoly capitalism into state-monopoly capitalism, has thereby extraordinarily advanced mankind towards socialism.

Imperialist war is the eve of socialist revolution. And this not only because the horrors of the war give rise to proletarian revolt — no revolt can bring about socialism unless the economic conditions for socialism are ripe — but because state-monopoly capitalism is a complete material preparation for socialism, the threshold of socia]ism, a rung on the ladder of history between which and the rung called socialism there are no intermediate rungs.

* *

*

Our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks approach the question of socialism in a doctrinaire way, from the standpoint of a doctrine learnt by heart but poorly understood. They picture socialism as some remote, unknown and dim future.

But socialism is now gazing at us from all the windows of modern capitalism; socialism is outlined directly, practically, by every important measure that constitutes a forward step on the basis of this modern capitalism.

What is universal labour conscription?

It is a step forward on the basis of modern monopoly capitalism, a step towards the regulation of economic life as a whole, in accordance with a certain general plan, a step towards the economy of national labour and towards the prevention of its senseless wastage by capitalism.

In Germany it is the Junkers (landowners) and capitalists who are introducing universal labour conscription, and therefore it inevitably becomes war-time penal servitude for the workers.

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But take the same institution and think over its significance in a revolutionary-democratic state. Universal labour conscription, introduced, regulated and directed by the Soviets of Workers’, Soldiers’ and Peasants’ Deputies, will still not be socialism, but it will no longer be capitalism. It will be a tremendous step towards socialism, a step from which, if complete democracy is preserved, there can no longer be any retreat back to capitalism, without unparalleled violence being committed against the masses.

THE STRUGGLE AGAINST ECONOMIC

CHAOS — AND THE WAR

A consideration of the measures to avert the impending catastrophe brings us to another supremely important question, namely, the connection between home and foreign policy, or, in other words, the relation between a war of conquest, an imperialist war, and a revolutionary, proletarian war, between a criminal predatory war and a just democratic war.

All the measures to avert catastrophe we have described would, as we have already stated, greatly enhance the defence potential, or, in other words, the military might of the country. That, on the one hand. On the other hand, these measures cannot be put into effect without turning the war of conquest into a just war, turning the war waged by the capitalists in the interests of the capitalists into a war waged by the proletariat in the interests of all the working and exploited people.

And, indeed, nationalisation of the banks and syndicates, taken in conjunction with the abolition of commercial secrecy and the establishment of workers’ control over the capitalists, would not only imply a tremendous saving of national labour, the possibility of economising forces and means, but would also imply an improvement in the conditions of the working masses, of the majority of the population. As everybody knows, economic organisation is of decisive importance in modern warfare. Russia has enough grain, coal, oil and iron; in this respect, we are in a better position than any of the belligerent European countries. And given a struggle against economic chaos

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by the measures indicated above, enlisting popular initiative in this struggle, improving the people’s conditions, and nationalising the banks and syndicates, Russia could use her revolution and her democracy to raise the whole country to an incomparably higher level of economic organisation.

If instead of the “coalition” with the bourgeoisie, which is hampering every measure of control and sabotaging production, the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks had in April effected the transfer of power to the Soviets and had directed their efforts not to playing at “ministerial leapfrog”, not to bureaucratically occupying, side by side with the Cadets, ministerial, deputy-ministerial and similar posts, but to guiding the workers and peasants in their control over the capitalists, in their war against the capitalists, Russia would now be a country completely transformed economically, with the land in the hands of the peasants, and with the banks nationalised, i.e., would to that extent (and these are extremely important economic bases of modern life) be superior to all other capitalist countries.

The defence potential, the military might, of a country whose banks have been nationalised is superior to that of a country whose banks remain in private hands. The military might of a peasant country whose land is in the hands of peasant committees is superior to that of a country whose land is in the hands of landowners.

Reference is constantly being made to the heroic patriotism and the miracles of military valour performed by the French in 1792-93. But the material, historical economic conditions which alone made such miracles possible are forgotten. The suppression of obsolete feudalism in a really revolutionary way, and the introduction throughout the country of a superior mode of production and free peasant land tenure, effected, moreover, with truly revolutionary democratic speed, determination, energy and devotion — such were the material, economic conditions which with “miraculous” speed saved France by regenerating and renovating her economic foundation.

The example of France shows one thing, and one thing only, namely, that to render Russia capable of self-defence, to obtain in Russia, too, “miracles” of mass heroism,

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all that is obsolete must be swept away with “Jacobin” ruthlessness and Russia renovated and regenerated economically. And in the twentieth century this cannot be done merely by sweeping tsarism away (France did not confine herself to this 125 years ago). It cannot be done even by the mere revolutionary abolition of the landed estates (we have not even done that, for the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks have betrayed the peasants), by the mere transfer of the land to the peasants. For we are living in the twentieth century, and mastery over the land without mastery over the banks cannot regenerate and renovate the life of the people.

The material, industrial renovation of France at the end of the eighteenth century was associated with a political and spiritual renovation, with the dictatorship of revolutionary democrats and the revolutionary proletariat (from which the democrats had not dissociated themselves and with which they were still almost fused), and with a ruthless war declared on everything reactionary. The whole people, and especially the masses, i.e., the oppressed classes, were swept up by boundless revolutionary enthusiasm; everybody considered the war a just war of defence, as it actually was. Revolutionary France was defending herself against reactionary monarchist Europe. It was not in 1792-93, but many years later, after the victory of reaction within the country, that the counter-revolutionary dictatorship of Napoleon turned France’s wars from defensive wars into wars of conquest.

And what about Russia? We continue to wage an imperialist war in the interests of the capitalists, in alliance with the imperialists and in accordance with the secret treaties the tsar concluded with the capitalists of Britain and other countries, promising the Russian capitalists in these treaties the spoliation of foreign lands, of Constantinople, Lvov, Armenia, etc.

The war will remain an unjust, reactionary and predatory war on Russia’s part as long as she does not propose a just peace and does not break with imperialism. The social character of the war, its true meaning, is not determined by the position of the enemy troops (as the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks think, stooping to the vul-

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garity of an ignorant yokel). What determines this character is the policy of which the war is a continuation (“war is the continuation of politics”), the class that is waging the war, and the aims for which it is waging this war.

You cannot lead the people into a predatory war in accordance with secret treaties and expect them to be enthusiastic. The foremost class in revolutionary Russia, the proletariat, is becoming increasingly aware of the criminal character of the war, and not only have the bourgeoisie been unable to shatter this popular conviction, but, on the contrary, awareness of the criminal character of the war is growing. The proletariat of both metropolitan cities of Russia has definitely become internationalist!

How, then, can you expect mass enthusiasm for the war!

One is inseparable from the other — home policy is inseparable from foreign policy. The country cannot be made capable of self-defence without the supreme heroism of the people in boldly and resolutely carrying out great economic transformations. And it is impossible to arouse popular heroism without breaking with imperialism, without proposing a democratic peace to all nations, and without thus turning the war from a criminal war of conquest and plunder into a just, revolutionary war of defence.

Only a thorough and consistent break with the capitalists in both home and foreign policy can save our revolution and our country, which is gripped in the iron vice of imperialism.

THE REVOLUTIONARY DEMOCRATS AND THE REVOLUTIONARY PROLETARIAT

To be really revolutionary, the democrats of Russia today must march in very close alliance with the proletariat, supporting it in its struggle as the only thoroughly revolutionary class.

Such is the conclusion prompted by an analysis of the means of combating an impending catastrophe of unparalleled dimensions.

The war has created such an immense crisis, has so strained the material and moral forces of the people, has dealt such blows at the entire modern social organisation that humanity must now choose between perishing or entrusting

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its fate to the most revolutionary class for the swiftest and most radical transition to a superior mode of production.

Owing to a number of historical causes — the greater backwardness of Russia, the unusual hardships brought upon her by the war, the utter rottenness of tsarism and the extreme tenacity of the traditions of 1905 — the revolution broke out in Russia earlier than in other countries. The revolution has resulted in Russia catching up with the advanced countries in a few months, as far as her political system is concerned.

But that is not enough. The war is inexorable; it puts the alternative with ruthless severity: either perish or overtake and outstrip the advanced countries economically as well.

That is possible, for we have before us the experience of a large number of advanced countries, the fruits of their technology and culture. We are receiving moral support from the war protest that is growing in Europe, from the atmosphere of the mounting world-wide workers’ revolution. We are being inspired and encouraged by a revolutionary-democratic freedom which is extremely rare in time of imperialist war.

Perish or forge full steam ahead. That is the alternative put by history.

And the attitude of the proletariat to the peasants in such a situation confirms the old Bolshevik concept, correspondingly modifying it, that the peasants must be wrested from the influence of the bourgeosie. That is the sole guarantee of salvation for the revolution.

And the peasants are the most numerous section of the entire petty-bourgeois mass.

Our Socialist-Revolutionaries and Mensheviks have assumed the reactionary function of keeping the peasants under the influence of the bourgeoisie and leading them to a coalition with the bourgeoisie, and not with the proletariat.

The masses are learning rapidly from the experience of the revolution. And the reactionary policy of the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks is meeting with failure: they have been beaten in the Soviets of both Petrograd and Moscow.[120] A “Left” opposition is growing in both petty-

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bourgeois-democratic parties. On September 10, 1917, a city conference of the Socialist-Revolutionaries held in Petrograd gave a two-thirds majority to the Left Socialist-Revolutionaries, who incline towards an alliance with the proletariat and reject an alliance (coalition) with the bourgeoisie.

The Socialist-Revolutionaries and Mensheviks repeat a favourite bourgeois comparison — bourgeoisie and democracy. But, in essence, such a comparison is as meaningless as comparing pounds with yards.

There is such a thing as a democratic bourgeoisie, and there is such a thing as bourgeois democracy; one would have to be completely ignorant of both history and political economy to deny this.

The Socialist-Revolutionaries and Mensheviks needed a false comparison to conceal the indisputable fact that between the bourgeoisie and the proletariat stand the petty bourgeoisie. By virtue of their economic class status, the latter inevitably vacillate between the bourgeoisie and the proletariat.

The Socialist-Revolutionaries and Mensheviks are trying to draw the petty bourgeoisie into an alliance with the bourgeoisie. That is the whole meaning of their “coalition”, of the coalition cabinet, and of the whole policy of Kerensky, a typical semi-Cadet. In the six months of the revolution this policy has suffered a complete fiasco.

The Cadets are full of malicious glee. The revolution, they say, has suffered a fiasco; the revolution has been unable to cope either with the war or with economic dislocation.

That is not true. It is the Cadets, and the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks who have suffered a fiasco, for this alliance has ruled Russia for six months, only to increase economic dislocation and confuse and aggravate the military situation.

The more complete the fiasco of the alliance of the bourgeoisie and the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks, the sooner the people will learn their lesson and the more easily they will find the correct way out, namely, the alliance of the peasant poor, i.e., the majority of the peas ants, and the proletariat.

 September 10-14, 1917

NOTES

 [117] The All-Russia Democratic Conference was held in Petrograd between September 14 and 22 (September 27-October 5), 1917. It was called by the Mensheviks and Socialist-Revolutionaries to stem the rising tide of the revolution. The delegates represented petty-buorgeois parties, the compromising Soviets, the trade unions, Zemstvos, commercial and industrial circles, and troop units. The Bolsheviks attended with the aim of exposing the designs of the Mensheviks and S.R.s. The conference elected a pre-parliament (Provisional Council of the Republic) through which the Mensheviks and S.R.s hoped to check the revolution and divert the country on to the track of a bourgeois parliamentary system.

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On Lenin’s proposal, the Central Committee of the Party decided that the Bolsheviks should withdraw from the pre-parliament. Only the capitulators Kamenev, Rykov and Ryazanov, who were against the Party’s course for the socialist revolution, insisted on participation in the pre-parliament. The Bolsheviks exposed the treacherous activity of the pre-parliament as they trained the people for an armed uprising. [p.331]

[117] Kit Kitych (literally, Whale Whaleson) — nickname of Tit Titych a rich merchant in Alexander Ostrovsky’s comedy Shouldering Another’s Troubles. Lenin applies the nickname to capitalist tycoons. [p.331]

[118] The War Industries Committees, which came into being in May 1915, were formed by Russia’s big imperialist bourgeoisie to help the tsarist regime with the war. The chairman of the Central War Industries Committee was the Octobrist leader A. I. Guchkov a big capitalist. Among its members were the manufacturer A. I. Konovalov and the banker and sugar manufacturer M. I. Tereshchenko. In an effort to bring the workers under its sway and inspire them with defencist sentiments, the bourgeoisie decided to form “workers’ groups” under the committees and thereby to show that “class peace’ had been established between the bourgeoisie and the prolotariat of Russia. The Bolsheviks declared a boycott of the committees, and maintained it with support from the majority of the workers.

As a result of the Bolsheviks’ explanatory work, elections to the “workers’ groups” took place only in 70 out of the 239 regional and local War Industries Committees, workers’ representatives being elected to only 36 Committees. [p.332]

[119] Svobodnaya Zhizn (Free Life ) — a newspaper with a Menshevik trend published in Petrograd from September 2-8 (15-21), 1917, instead of the suspended Novaya Zhizn. [p.355]

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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