Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa .Lenin vol. 21,op comp. pag. 311-314 / La consigna de los Estados Unidos de Europa- mas Nota a ” La consigna de los Estados Unidos de Europa -V. I. Lenin ON THE SLOGAN FOR A UNITED STATES OF EUROPE-

 Image      Image

Lenin vol. 21, pag. 311-314

Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa

 

Nel n. 40 del Sotsial-Demokrat [29 marzo 1915] abbiamo scritto che la conferenza delle sezioni estere del nostro partito aveva deliberato di rinviare la decisione a proposito della parola d’ordine “Stati Uniti d’Europa”, finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico.

Nella nostra conferenza, la discussione di questo problema aveva preso un carattere esclusivamente politico, quindi unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che, nel manifesto del Comitato centrale, questa parola d’ordine era stata espressamente formulata come parola d’ordine politica (“l’immediata parola d’ordine politica”, è detto nel manifesto). In esso, però, non solo si propugnavano gli Stati uniti repubblicani d’Europa, ma si sottolineava in particolare che questa parola d’ordine è assurda e bugiarda “senza l’abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa”.

Opporsi, entro i limiti del giudizio politico contenuto in questa parola d’ordine, a tale impostazione della questione, – per esempio, sostenendo il punto di vista che essa offusca o indebolisce ecc. la parola d’ordine della rivoluzione socialista, – sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche a tendenza effettivamente democratica, e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai ed a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano nella lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D’altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista. Questa non deve esser considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse economiche e politiche, di lotta di classe molto acuta, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.

Ma se la parola d’ordine degli Stati uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa in testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, rimane pur sempre da risolvere l’importantissima questione del suo contenuto e significato economico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della divisione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalista sarebbero o impossibili o reazionari.

Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni. Quattro grandi potenze europee: Inghilterra, Francia, Russia e Germania, con una popolazione fra i 250 e i 300 milioni di abitanti e con una superficie di circa 7 milioni di chilometri quadrati, posseggono colonie con circa mezzo miliardo (494,5 milioni) di abitanti e una superficie di 64,6 milioni di chilometri quadrati, cioè circa la metà del globo terrestre (133 milioni di chilometri quadrati, senza le regioni polari). Aggiungete a questo i tre Stati asiatici: la Cina, la Persia e la Turchia, i quali sono ora fatti a pezzi dai briganti che conducono la guerra “liberatrice”, e cioè dal Giappone, dalla Russia, dall’Inghilterra e dalla Francia. Quei tre Stati asiatici, che potrebbero essere definiti semicolonie (in realtà, oggi sono colonie per nove decimi), hanno 360 milioni di abitanti e una superficie di 14,5 milioni di chilometri quadrati (cioè circa una volta e mezza la superficie dell’Europa).

Inoltre, l’Inghilterra, la Francia e la Germania hanno investito all’estero non meno di 70 miliardi di rubli. Per ricevere un profitto “legale” da questa bella somma – un profitto di più di tre miliardi di rubli all’anno – esistono dei comitati nazionali di milionari, chiamati governi, provvisti di eserciti e di flotte da guerra, i quali “installano” nelle colonie e semicolonie i figli ed i fratelli del “signor miliardo” in qualità di viceré, consoli, ambasciatori, funzionari d’ogni sorta, preti e simili sanguisughe.

Così è organizzata, nel periodo del più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze. E nessun’altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalista. Rinunciare alle colonie, alle “sfere di influenza”, all’esportazione di capitali? Pensare questo significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare ai poveri la carità… se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all’anno.

In regime capitalista, gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la ripartizione delle colonie Ma in regime capitalista non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il “reddito nazionale” di un paese capitalista se non secondo una determinata proporzione: “ secondo il capitale” (e con un supplemento affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’anarchia della produzione. Predicare una “giusta” divisione del reddito su una tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-borghese, perbenismo. Non si può dividere se non “secondo la forza”. E la forza cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più rapidamente dell’Inghilterra e della Francia, e il Giappone dieci volte più rapidamente della Russia. Per mettere a prova la forza reale di uno Stato capitalista non c’è altro mezzo che la guerra. La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata. Al contrario è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi. In regime capitalista non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico né delle singole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalista non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra nella politica.

Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa per conservare, tutti insieme, le colonie usurpate, contro il Giappone e l’America che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che nell’ultimo cinquantennio si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale incomincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d’America, l’Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. Sulla base economica attuale, ossia in regime capitalista, gli Stati Uniti d’Europa significherebbero l’organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell’America. Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo riguardava soltanto l’Europa è passato senza ritorno.

Gli Stati uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo perché potrebbe generare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, una concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.

L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalista, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione o di più nazioni nella lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, il proletariato. Impossibile è la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli Stati arretrati.

Ecco in forza di quali considerazioni – che sono il risultato di ripetute analisi della questione compiute nel corso della conferenza delle sezioni estere del POSDR e dopo la conferenza – la redazione dell’organo centrale è giunta alla conclusione che la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa è sbagliata.

1. Le trasformazioni politiche a tendenza effettivamente democratica, e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano nella lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie.

2. La rivoluzione socialista non deve esser considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse economiche e politiche, di lotta di classe molto acuta, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.

Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.

Lenin  – Opere Complete vol. 21 .edizioni Editori Riuniti-

Nota  a “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa

Nota della redazione del Sotsial-Demokrat a proposito del manifesto del C.C del POSDR sulla guerra

La rivendicazione degli Stati Uniti d’Europa come è stata formulata nel manifesto del Comitato centrale  – accompagnata  da un appello a rovesciare le monarchie di Russia , Austria e Germania – si differenzia dall’interpretazione  pacifista di questa parola d’ordine data da Kautsky e da altri .

Nel n.44 dell’organo centrale del nostro partito, il Sotsial-Demokrat, è stato pubblicato un editoriale nel quale si dimostra che la parola  d’ordine degli  <<Stati Uniti d’Europa>> è errata sul piano economico .

O è una rivendicazione irrealizzabile in regime capitalistico, poiché presuppone uno sviluppo armonico dell’economia mondiale mentre le colonie e le sfere d’influenza ,ecc. sono divise fra diversi paesi .

O è una parola d’ordine reazionaria, che significa un alleanza temporanea delle grandi potenze d’Europa per una più efficace oppressione delle colonie e per la rapina del Giappone  e dell’America, che si sviluppano più rapidamente .

 Scritta alla fine d’agosto 1915

Pubblicata nell’opuscolo –Il socialismo e la guerra – Ginevra,1915

Image

V. I. Lenin LA CONSIGNA DE LOS ESTADOS UNIDOS DE EUROPA

 Sotsial-Demokrat, núm. 44, 23 de agosto de 1915.

 Se publica de acuerdo con el texto del periódico. De las Obras Completas,

t. XXI.

 De la colección: V. I. Lenin, Marx Engels Marxismo

 NOTA DEL EDITOR

La presente versión ha sido realizada sobre la base de diversas ediciones en lengua castellana y confrontada con el original ruso.

 LA CONSIGNA DE LOS ESTADOS UNIDOS DE EUROPA[264]

 En el número 40 de Sotsial-Demokrat [265], hemos informado de que la conferencia de las secciones de nuestro Partido en el extranjero ha acordado aplazar la cuestión de la consigna de los “Estados Unidos de Europa” hasta que se discuta en la prensa el aspecto económico del problema*.

Los debates en torno a esta cuestión tomaron en nuestra conferencia un carácter político unilateral. Quizás ello se debiera, en parte, al hecho de que en el manifiesto del Comité Central dicha consigna estaba formulada directamente como consigna política (“la consigna política inmediata. . .”, se dice en él), además, no sólo se proponían los Estados Unidos republicanos de Europa, sino que se subraya especialmente que “si no se derroca por vía revolucionaria las monarquías alemana, austríaca y rusa”, esta consigna es absurda y falsa**.

* Véase V. I. Lenin “La Conferencia de las secciones del POSDR en el extranjero”, Obras Completas, t. XXI.

** Véase V. I. Lenin “La guerra y la socialdemocracia de Rusia”, Obras Completas, t. XXI.

pág. 358

Es absolutamente erróneo oponerse a semejante forma de plantear el problema dentro de los límites de la apreciación política de dicha consigna, por ejemplo, desde el punto de vista de que eclipsa o debilita, etc., la consigna de la revolución socialista. Las transformaciones políticas realizadas en un sentido auténticamente democrático, y tanto más las revoluciones políticas, no pueden nunca, en ningún caso, y sean cuales sean las circunstancias, eclipsar ni debilitar la consigna de la revolución socialista. Por el contrario, siempre contribuyen a acercar esta revolución, amplían su base e incorporan a la lucha socialista a nuevas capas de la pequeña burguesía y de las masas semiproletarias. Por otra parte, las revoluciones políticas son inevitables en el proceso de la revolución socialista, que no debe considerarse como un acto único, sino como una época de violentas conmociones políticas y económicas, de lucha de clases más enconada, de guerra civil, de revoluciones y contrarrevoluciones.

Pero si la consigna de los Estados Unidos republicanos de Europa, que se liga al derrocamiento revolucionario de las tres monarquías más reaccionarias de Europa, encabezadas por la rusa, es absolutamente invulnerable como consigna política, queda aún la importantísima cuestión del contenido y la significación económicos de esta consigna. Desde el punto de vista de las condiciones económicas del imperialismo, es decir, de la exportación de capitales y del reparto del mundo por las potencias coloniales “avanzadas” y “civilizadas”, los Estados Unidos de Europa, bajo el capitalismo son imposibles o son reaccionarios.

El capital se ha hecho internacional y monopolista. El mundo está ya repartido entre un puñado de grandes potencias, es decir, de potencias que prosperan en el gran saqueo y opresion de las naciones. Cuatro grandes potencias de

pág. 359

Europa — Inglaterra, Francia, Rusia y Alemania –, con una población de 250 a 300 millones de habitantes y con un territorio de unos 7 millones de kilómetros cuadrados, tienen colonias con una población de casi quinientos millones de habitantes (494,5 millones) y con un territorio de 64,6 millones de kilómetros cuadrados, es decir, casi la mitad de la superficie del globo (133 millones de kilómetros cuadrados sin contar la zona polar). A ello hay que añadir tres Estados asiáticos — China, Turquía y Persia –, que en la actualidad están siendo despedazados por los saqueadores que hacen una guerra de “liberación”, a saber, por el Japón, Rusia, Inglaterra y Francia. Estos tres Estados asiáticos, que pueden denominarse semicolonias (en realidad, ahora son colonias en sus nueve décimas partes), cuentan con una población de 360 millones de habitantes y una superficie de 14,5 millones de kilómetros cuadrados (es decir, casi el 50% más que la superficie total de Europa).

Además, Inglaterra, Francia y Alemania han invertido en el extranjero un capital de no menos de 70 mil millones de rublos. Para obtener una rentita “legítima” de esta agradable cantidad — una rentita de más de tres mil millones de rublos anuales –, sirven los comités nacionales de millonarios, llamados gobiernos, provistos de ejércitos y de marinas de guerra, que “colocan” en las colonias y semicolonias a los hijitos y hermanitos del “señor Billón” en calidad de virreyes, de cónsules, de embajadores, de funcionarios de todo género, de curas y demás sanguijuelas.

Así está organizado, en la época del más alto desarrollo del capitalismo, el saqueo de cerca de mil millones de habitantes de la Tierra por un puñado de grandes potencias. Y bajo el capitalismo, toda otra organización es imposible. ¿Renunciar a las colonias, a las “esferas de influencia”, a la exportación

pág. 360

de capitales? Pensar en ello significa reducirse al nivel de un curita que predica cada domingo a los ricos la grandeza del cristianismo y les aconseja regalar a los pobres. . . , bueno, si no unos cuantos miles de millones, unos cuantos centenares de rublos al año.

Los Estados Unidos de Europa, bajo el capitalismo, equivalen a un acuerdo sobre el reparto de las colonias. Pero bajo el capitalismo no puede haber otra base ni otro principio de reparto que la fuerza. El multimillonario no puede repartir con alguien la “renta nacional” de un país capitalista sino en proporción “al capital” (añadiendo, además, que el capital más considerable ha de recibir más de lo que le corresponde). El capitalismo es la propiedad privada de los medios de producción y la anarquía de la producción. Predicar una distribución “justa” de la renta sobre semejante base es proudhonismo, necedad de pequeño burgués y de filisteo. No puede haber más reparto que en proporción “a la fuerza”. Y la fuerza cambia en el curso del desarrollo económico. Después de 1871, Alemania se ha fortalecido tres o cuatro veces más rápidamente que Inglaterra y Francia. El Japón, unas diez veces más rápidamente que Rusia. No hay ni puede haber otro medio que la guerra para comprobar la verdadera potencia de un Estado capitalista. La guerra no está en contradicción con los fundamentos de la propiedad privada, sino que es el desarrollo directo e inevitable de tales fundamentos. Bajo el capitalismo es imposible el crecimiento económico parejo de cada empresa y de cada Estado. Bajo el capitalismo, para restablecer de cuando en cuando el equilibrio roto, no hay otro medio posible más que las crisis en la industria y las guerras en la política.

Desde luego, son posibles acuerdos temporales entre los capitalistas y entre las potencias. En este sentido son tam-

pág. 361

bién posibles los Estados Unidos de Europa, como un acuer do de los capitalistas europeos . . . ¿sobre qué? Sólo sobre el modo de aplastar en común el socialismo en Europa, de de fender juntos las colonias robadas contra el Japón y Norteamérica, cuyos intereses están muy lesionados por el actual reparto de las colonias, y que durante los últimos cincuenta años se han fortalecido de un modo inconmensurablemente más rápido que la Europa atrasada, monárquica, que ha empezado a pudrirse de vieja. En comparación con los Estados Unidos de América, Europa, en conjunto, representa un estancamiento económico. Sobre la actual base económica, es decir, con el capitalismo, los Estados Unidos de Europa significarían la organización de la reacción para detener el desarrollo más rápido de Norteamérica. Los tiempos en que la causa de la democracia y del socialismo estaba ligada sólo a Europa, han pasado para no volver.

Los Estados Unidos del mundo (y no de Europa) constituyen la forma estatal de unificación y libertad de las naciones, forma que nosotros relacionamos con el socialismo, mientras la victoria completa del comunismo no conduzca a la desaparición definitiva de todo Estado, incluido el Estado democrático. Sin embargo, como consigna independiente, la de los Estados Unidos del mundo dudosamente sería justa, en primer lugar, porque se funde con el socialismo y, en segundo lugar, porque podría dar pie a interpretaciones erróneas sobre la imposibilidad de la victoria del socialismo en un solo país y sobre las relaciones de este país con los demás.

La desigualdad del desarrollo económico y político es una ley absoluta del capitalismo. De aquí se deduce que es posible que el socialismo triunfe primeramente en unos cuantos países capitalistas, o incluso en un solo país en forma aislada.

pág. 362

El proletariado triunfante de este país, después de expropiar a los capitalistas y de organizar dentro de él la producción socialista, se alzaría contra el resto del mundo capitalista, atrayendo a su lado a las clases oprimidas de los demás países, levantando en ellos la insurrección contra los capitalistas, empleando, en caso necesario, incluso la fuerza de las armas contra las clases explotadoras y sus Estados. La forma política de la sociedad en que triunfe el proletariado, derrocando a la burguesía, será la república democrática, que centralizará cada vez más las fuerzas del proletariado de dicha nación o de dichas naciones en la lucha contra los Estados que aún no hayan pasado al socialismo. Es imposible suprimir las clases sin una dictadura de la clase oprimida, del proletariado. La libre unión de las naciones en el socialismo es imposible sin una lucha tenaz, más o menos prolongada, de las repúblicas socialistas contra los Estados atrasados.

Estas son las consideraciones que, tras repetidas discusiones del problema en la conferencia de las secciones del POSDR en el extranjero y después de ella, han llevado a la Redacción del Organo Central a la conclusión de que la consigna de los Estados Unidos de Europa es errónea.

Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 de agosto de 1915.

Lenin -Obras completas vol. 21. Ediciones Editori Riuniti-
Nota a “La consigna de los Estados Unidos de Europa
Nota del editor de Sotsial-Demokrat sobre el cartel de la CC del POSDR en la guerra

La reclamación de los Estados Unidos de Europa como se formula en el manifiesto del Comité Central – acompañado por una llamada a derrocar las monarquías de Rusia, Austria y Alemania – es diferente de la interpretación de esta consigna pacifista dada por Kautsky y otro.
En el 44 del órgano central de nuestro partido, el Sotsial-demócrata, se publicó un editorial en el que se demuestra que la consigna de los Estados Unidos de Europa << >> es malo en términos económicos.
O si es una deuda imposible bajo el capitalismo, porque supone un desarrollo armonioso de la economía mundial, mientras que las colonias y esferas de influencia, etc. se dividen entre los diferentes países.
¿O es una consigna reaccionaria, lo que significa una alianza temporal de las grandes potencias de Europa para una opresión más eficaz de las colonias y el robo de Japón y Estados Unidos, que crecen más rápidamente.

Escrito a finales de agosto 1915
Publicado en el folleto-El Socialismo y la guerra – Ginebra, 1915

NOTAS

[264] En el artículo “La consigna de los Estados Unidos de Europa” se explicaba la teoría sobre la posibilidad de la victoria del socialismo primeramente en unos pocos países capitalistas e inclusive en un solo país, en forma aislada. Este artículo fue escrito en agosto de 1915, se publicó el 23 del mismo mes en calidad de editorial del periódico Sotsial-Demokrat, N.ƒ 44. [pág. 357]

[265] Sotsial-Demokrat: periódico clandestino, Organo Central del POSDR, que se publicó de febrero de 1908 a enero de 1917, y del cual aparecieron 58 números. El primer número fue impreso en Rusia, más tarde su publicación se trasladó al extranjero, primeramente a París y luego a Ginebra. Conforme con la decisión del CC del POSDR, la redacción fue compuesta por representantes bolcheviques, mencheviques y socialdemócratas polacos.

En el Sotsial-Demokrat aparecieron más de 80 artículos y sueltos de Lenin, así como muchos artículos de J. V. Stalin. En el seno de la redacción, Lenin llevó a cabo una lucha por la consecuente línea del bolchevismo. Una parte de los redactores (Kámenev y Zinovíev) adoptó la actitud conciliadora respecto a los liquidacionistas e intentó frustrar la aplicación de la línea leninista. Mártov y Dan, miembros mencheviques de la Redacción del Organo Central, saboteaban el trabajo de ésta y, al mismo tiempo, defendian abiertamente el liquidacionismo en el periódico Golos Sotsial-Demokrata de su grupo fraccional.

La implacable lucha de Lenin contra los liquidacionistas motivo, en junio de 1911, el retiro de Mártov y Dan, del Sotsial-Demokrat. Desde diciembre de 1911, el Sotsial-Demokrat fue redactado por Lenin. [pág. 357]

V. I. Lenin ON THE SLOGAN FOR A UNITED STATES OF EUROPE

Sotsial-Demokrat No. 44, August 23, 1915 Published according to the text in Sotsial-Demokrat

 

 From V. I. Lenin, Collected Works, 4th English Edition,

Vol. 21, pp. 339-43. Translated from the Russian Edited by Julius Katzer

 In No. 40 of Sotsial-Demokrat we reported that a conference of our Party’s groups abroad had decided to defer the question of the “United States of Europe” slogan pending a discussion, in the press, on the economic aspect of the matter.[*]

 At our conference the debate on this question assumed a purely political character. Perhaps this was partly caused by the Central Committee’s Manifesto having formulated this slogan as a forthright political one (“the immediate political slogan. . .”, as it says there); not only did it advance the slogan of a republican United States of Europe, but expressly emphasised that this slogan is meaningless and false “without the revolutionary overthrow of the German, Austrian and Russian monarchies”.

It would be quite wrong to object to such a presentation of the question within the limits of a political appraisal of this slogan — e.g., to argue that it obscures or weakens, etc., the slogan of a socialist revolution. Political changes of a truly democratic nature, and especially political revolutions, can under no circumstances whatsoever either obscure or weaken the slogan of a socialist revolution. On the contrary, they always bring it closer, extend its basis, and draw new sections of the petty bourgeoisie and the semi-proletarian masses into the socialist struggle. On the other hand, political revolutions are inevitable in the course of the socialist revolution, which should not be regarded as a single act, but as a period of turbulent political and* See p. 158 of this volume. –Ed. page 340 econonic upheavals, the most intense class struggle, civil war, revolutions, and counter-revolutions.

 But while the slogan of a republican United States of Europe — if accompanied by the revolutionary overthrow of the three most reactionary monarchies in Europe, headed by the Russian — is quite invulnerable as a political slogan there still remains the highly important question of its economic content and significance. From the standpoint of the economic conditions of imperialism — i.e., the export of capital and the division of the world by the “advanced” and “civilised” colonial powers — a United States of Europe, under capitalism, is either impossible or reactionary.

Capital has become international and monopolist. The world has been carved up by a handful of Great Powers, i.e., powers successful in the great plunder and oppression of nations. The four Great Powers of Europe — Britain, France, Russia and Germany, with an aggregate population of between 250,000,000 and 300,000,000, and an area of about 7,000,000 square kilometres — possess colonies with a population of almost 500 mlllion (494,500,000) and an area of 64,600,000 square kilometres, i.e., almost half the surface of the globe (133,000,000 square kilometres exclusive of Arctic and Antarctic regions). Add to this the three Asian states — China, Turkey and Persia, now being rent piecemeal by thugs that are waging a war of “liberation”, namely, Japan, Russia, Britain and France. Those three Asian states, which may be called semi-colonies (in reality they are now 90 per cent colonies), have a total population of 360,000,000 and an area of 14,500,000 square kilometres (almost one and a half times the area of all Europe).

Furthermore, Britain, France and Germany have invested capital abroad to the value of no less than 70,000 million rubles. The business of securing “legitimate” profits from this tidy sum — these exceed 3,000 million rubles annually — is carried out by the national committees of the millionaires, known as governments, which are equipped with armies and navies and which provide the sons and brothers of the millionaires with jobs in the colonies and semi-colonies as viceroys, consuls, ambassadors, officials of all kinds, clergymen, and other leeches.

 That is how the plunder of about a thousand million of the earth’s population by a handful of Great Powers is organised in the epoch of the highest development of capitalism. No other organisation is possible under capitalism. Renounce colonies, “spheres of influence”, and the export of capital? To think that it is possible means coming down to the level of some snivelling parson who every Sunday preaches to the rich on the lofty principles of Christianity and advises them to give the poor, well, if not millions, at least several hundred rubles yearly.

 A United States of Europe under capitalism is tantamount to an agreement on the partition of colonies. Under capitalism, however, no other basis and no other principle of division are possible except force. A multi-millionaire cannot share the “national income” of a capitalist country with anyone otherwise than “in proportion to the capital invested” (with a bonus thrown in, so that the biggest capital may receive more than its share). Capitalism is private ownership of the means of production, and anarchy in production. To advocate a “just” division of income on such a basis is sheer Proudhonism, stupid philistinism. No division can be effected otherwise than in “proportion to strength”, and strength changes with the course of economic development. Following 1871, the rate of Germany’s accession of strength was three or four times as rapid as that of Britain and France, and of Japan about ten times as rapid as Russia’s. There is and there can be no other way of testing the real might of a capitalist state than by war. War does not contradict the fundamentals of private property — on the contrary, it is a direct and inevitable outcome of those fundamentals. Under capitalism the smooth economic growth of individual enterprises or individual states is impossible. Under capitalism, there are no other means of restoring the periodically disturbed equilibrium than crises in industry and wars in politics.

Of course, temporary agreements are possible between capitalists and between states. In this sense a United States of Europe is possible as an agreement between the European capitalists . . . but to what end? Only for the purpose of jointly suppressing socialism in Europe, of jointly protecting colonial booty against Japan and America, who have been badly done out of their share by the present partition of colonies, and the increase of whose might during the last fifty years has been immeasurably more rapid than that of backward and monarchist Europe, now turning senile. Compared with the United States of Ameriea, Europe as a whole denotes economic stagnation. On the present economic basis, i.e., under capitalism, a United States of Europe would signify an organisation of reaction to retard America’s more rapid development. The times when the cause of democracy and socialism was associated only with Europe alone have gone for ever.

 A United States of the World (not of Europe alone) is the state form of the unification and freedom of nations which we associate with socialism — until the time when the complete victory of communism brings about the total disappearance of the state, including the democratic. As a separate slogan, however, the slogan of a United States of the World would hardly be a correct one, first, because it merges with socialism; second, because it may be wrongly interpreted to mean that the victory of socialism in a single country is impossible, and it may also create misconceptions as to the relations of such a country to the others.

 Uneven economic and political development is an absolute law of capitalism. Hence, the victory of socialism is possible first in several or even in one capitalist country alone. After expropriating the capitalists and organising their own socialist production, the victorious proletariat of that country will arise against the rest of the world — the capitalist world — attracting to its cause the oppressed classes of other countries, stirring uprisings in those countries against the capitalists, and in case of need using even armed force against the exploiting classes and their states. The political form of a society wherein the proletariat is victorious in overthrowing the bourgeoisie will be a demoeratie republic, which will more and more concentrate the forces of the proletariat of a given nation or nations, in the struggle against states that have not yet gone over to socialism. The abolition of classes is impossible without a dictatorship of the oppressed class, of the proletariat. A free union of nations in socialism is impossible without a more or less prolonged and stubborn struggle of the socialist republics against the backward states.

It is for these reasons and after repeated diseussions at the conference of R.S.D.L.P. groups abroad, and following that conference, that the Central Organ’s editors have come to the conclusion that the slogan for a United States of Europe is an erroneous one.

Annunci

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in Lenin. Contrassegna il permalink.