A. Gramsci – La crisi massimalista

 A. Gramsci


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La crisi massimalista

(l’Unità, 6 febbraio 1925, anno 2, n. 28, articolo non firmato)


La crisi massimalista

(l’Unità, 6 febbraio 1925, anno 2, n. 28, articolo non firmato)

È possibile parlare ancora di crisi massimaliste? Se ne parla, certo, in questi giorni e se ne parlerà sempre fino a che il partito massimalista continuerà ad esistere. Né può essere altrimenti, se si tiene presente la natura e la base di questo partito, ultimo troncone del partito socialista italiano. È stato dimostrato dalla storia di questi anni che quanto apparteneva al vecchio partito socialista di marxismo rivoluzionario è passato a vivere nel partito comunista dalla scissione di Livorno (1921). Da questo momento la crisi del partito socialista assume una forma permanente, che si acuisce ad ogni svolta importante della storia. L’evoluzione del partito socialista si svolge a zig-zag, fra infinite contraddizioni interne, determinate dalla pressione delle masse da una parte e dall’influenza dei capi riformisti dall’altra. Il dilemma in cui si dibatte il partito socialista dal 1921 è questo: con la rivoluzione o con la controrivoluzione? Con l’Internazionale comunista o con la socialdemocratica, serva dell’imperialismo? Questo dilemma non è stato risolto neppure al Congresso di Roma, con la separazione dei capi riformisti, che si organizzavano in partito a sé. La scissione di Roma, eliminando alcuni elementi riformisti dal seno del partito socialista, non veniva affatto a renderlo indipendente dal riformismo, il quale anzi continuava ad esercitare su di esso la sua influenza.

Un partito operaio che voglia essere un partito antiborghese bisogna che la rompa interamente con la borghesia e che organizzi la classe operaia su di un fronte di combattimento per togliere dalle mani del suo avversario la direzione del potere politico. Un partito operaio che voglia sottrarsi all’influenza del riformismo (corrente borghese infiltratasi nel movimento proletario) non può accontentarsi di far vita separata sotto due tetti diversi, come due coniugi divorziati. Il divorzio non è antitesi, non è cioè lotta. Ora tra il partito socialista e quel!o riformista c’è stato finora soltanto divorzio; l’uno e l’altro hanno continuato a vivere, pur sotto tetti diversi,lo stesso ménage che conducevano prima della separazione. Infatti la scissione dei riformisti poneva come condizione la lotta contro di essi; era logica e comprensibile solo come dichiarazione di combattimento della pratica e dottrina riformista. Così non è stato per il partito socialista, o lo è stato, più esattamente, per una parte di esso, per la parte che comprese appunto questa necessità di lotta. Il partito socialista non poteva distinguersi e separarsi nettamente dal riformismo che in un modo: dandosi un’organizzazione e un corpo di dottrine adeguate alle funzioni di un partito operaio rivoluzionario, un’organizzazione cioè ed un programma dei partiti aderenti all’Internazionale comunista. La parte proletaria del partito socialista che comprese l’inevitabilità di questi fatti assunse un’organizzazione nel seno del partito socialista per condurlo sulle direttive e nell’orbita dell’Internazionale comunista: questa organizzazione si è chiamata “frazione terzinternazionalista” ed ha svolto tutta la sua attività nella stampa e nel partito per la fusione delle forze rivoluzionarie sotto la bandiera comunista.

I sistemi organizzativi del partito socialista hanno permesso ad un gruppo di persone d’impadronirsi della direzione del giornale Avanti! e di opporre la coalizione di forti interessi personali all’atteggiamento della “frazione terzinternazionalista”, la quale, staccandosi clamorosamente dal partito socialista, ha mostrato alle forze rivoluzionarie della classe operaia che la loro unità si raggiunge nell’Internazionale comunista. Il troncone rimasto del vecchio partito non ha che una parvenza di organizzazione. Svuotato interamente d’ogni spirito classista, il partito socialista è ridotto oggi all’Avanti!. Un partito sedicente rivoluzionario, che ha per organizzazione la tiratura di un giornale! Questa medesima base ha il partito di Albertini con il suo Corriere della sera e tutti i partiti in genere che si muovono nell’orbita della democrazia borghese. Tuttavia si discute ancora tra i capi del partito socialista di dittatura proletaria, di programma di Bologna, di conquiste rivoluzionarie del potere da parte della classe operaia. E queste discussioni tornano a farsi precisamente oggi che tra i partiti dell’Aventino si parla di riserve o meno alla costituzione. È il partito socialista un partito che propugna come mezzo e come fine la democrazia borghese o la democrazia operaia, che ha come arma il suffragio universale o la conquista violenta del potere politico? Su questi problemi è possibile mantenersi nell’equivoco nei periodi di stagnazione, ma non nelle fasi decisive della lotta di classe. Può darsi che, come nel passato, la discussione riapertasi oggi nel seno del partito socialista abbia un valore puramente per il potere interno del partito, cioè per il passaggio della direzione dalle mani di un gruppo nelle mani di un altro gruppo, che per l’occasione si presenta in veste di “sinistra”. Ma non è senza significato, a parte gli elementi di carattere personale, che dalla politica seguita dal partito socialista verso l’Aventino una nuova crisi sta per affiorare. Indipendentemente dal modo come essa sarà risolta (potrà darsi anche che la crisi non abbia alcuna risonanza pubblica), è certo che il partito socialista non può sfuggire alla fine che l’attende. Non sono consentite nella storia posizioni intermedie a partiti che si appellano alla classe operaia, così come non c’è possibilità di conciliazione tra sfruttati e sfruttatori. Tutti coloro che hanno intrapreso questa fatica si sono sempre trovati di fronte a contrasti più acuti. Così non è possibile mettere insieme il metodo democratico e il metodo rivoluzionario proprio della classe operaia. Il partito socialista che ha potuto in base a questo equivoco sopravvivere fino ad oggi non può sottrarsi alla dialettica spietata degli avvenimenti. Due vie sono sempre aperte davanti ad esso: o finire, come il riformismo, nelle braccia della borghesia, o accettare tutte le soluzioni che sono imposte dalle necessità di lotta del proletariato rivoluzionario. Sfuggire a questo dilemma non è possibile senza condannarsi lo stesso al logoramento. Oggi il dilemma si pone con maggiore crudezza per le conseguenze che ha con sé la tattica dell’Aventino.

La recente mossa dei popolari, inspirata dai riformisti, tendeva appunto a stabilire i limiti costituzionali del blocco che in caso di elezioni deve sorgere dai partiti dell’Aventino. I massimalisti sono cosi posti di fronte ad una grave scelta: o continuare a restare nel blocco, rinunziando ad ogni ipocrisia, o uscire da esso, per non confondersi intieramente coi riformisti.

Su questo punto è chiamata a decidere la direzione del partito massimalista, la quale, a quanto pare, si rimetterebbe alle deliberazioni del Consiglio nazionale. Quello che è certo è che il partito socialista come partito della classe operaia capace di proprie iniziative è finito da un pezzo; oggi, come ieri, per esso il problema si presenta cosi: o fino in fondo con la controrivoluzione, o con l’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia nella lotta per l’abbattimento della classe borghese. Tutto quanto di vivo apparteneva alla tradizione del partito socialista in Italia è passato al partito comunista. È sotto la bandiera dell’Internazionale comunista che il proletariato rivoluzionario italiano continuerà a raccogliersi, per combattere le sue battaglie.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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