F.Engels -Anti-Dühring-Quarta parte

IX. Leggi naturali dell’economia. Rendita fondiaria

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Sinora con tutta la buona volontà non abbiamo potuto scoprire se Dühring arrivi “a presentarsi” nel campo dell’economia “pretendendo di avere apportato un nuovo sistema non solo adeguato all’epoca, ma di valore decisivo per l’epoca”. Ma ciò che non siamo riusciti a vedere né nella teoria della violenza né a proposito del valore e del capitale, forse ci salterà agli occhi con solare evidenza quando considereremo le “leggi naturali dell’economia” stabilite da Dühring. Infatti, esprimendosi con quell’originalità e quell’accuratezza che gli sono abituali, egli dice che

“il trionfo dei più elevati procedimenti scientifici consiste nel sorpassare le semplici descrizioni e suddivisioni della materia per così dire in quiete e arrivare alle conoscenze vive che illuminano la genesi delle cose. La conoscenza delle leggi è perciò la più perfetta, perché ci mostra come un fenomeno sia condizione dello svolgersi di un altro”.

Subito, la prima legge naturale di tutta l’economia è stata scoperta proprio da Dühring.

Adam Smith “stranamente non solo non ha assegnato una funzione preminente al fattore più importante di ogni sviluppo economico, ma ha anche del tutto trascurato di darne una formulazione particolare, abbassando così involontariamente ad una funzione di secondo piano quella forza che aveva impresso la sua impronta sul moderno sviluppo dell’Europa”.

Questa “legge fondamentale che deve avere una funzione preminente è quella dell’equipaggiamento tecnico, anzi si potrebbe dire dell’armamento della forza economica naturale dell’uomo”. Questa “legge fondamentale” scoperta da Dühring è così formulata:

Legge n° 1: “La produttività dei mezzi economici, delle risorse della natura e della forza dell’uomo, viene accresciuta da invenzioni e scoperte.”

Siamo sbalorditi. Dühring ci tratta come in Molière quel celebre capo ameno tratta il neoblasonato cui annunzia la novità che costui aveva per tutta la vita parlato in prosa senza saperlo [72]. Che invenzioni e scoperte accrescano in molti casi la forza produttiva del lavoro (in molti casi però non lo accrescono affatto, come prova la gran quantità di carta straccia negli uffici di tutti gli uffici brevetti del mondo) lo sappiamo da un pezzo; ma che questa vecchissima banalità sia la legge fondamentale di tutta l’economia, questa luminosa spiegazione la dobbiamo a Dühring. Se “il trionfo dei più elevati procedimenti scientifici”, nell’economia come nella filosofia, consiste solo nel dare un nome roboante al primo luogo comune che capita e strombazzarlo come legge di natura o addirittura legge fondamentale, allora il “fondare su basi profonde” e rivoluzionarie la scienza sarà possibile a chiunque, anche alla redazione della “Volks-Zeitung” di Berlino [116]. Saremmo allora costretti “con ogni rigore” ad applicare allo stesso Dühring il giudizio di Dühring su Platone: “Se questa ha da essere scienza economica, l’autore delle” fondazioni critiche [117] “la condivide con ogni persona che in genere abbia occasione di pensare” o anche solo di dire qualcosa “su ciò che gli capita tra le mani”. Se per es. diciamo che gli animali mangiano, nella nostra innocenza pronunciamo con tutta calma una grande parola; infatti basta che diciamo che il mangiare è una legge fondamentale di tutta la vita animale, e abbiamo rivoluzionato tutta la zoologia.

Legge n° 2. Divisione del lavoro: “La separazione dei rami professionali e la divisione delle attività eleva la produttività del lavoro”. Nella misura in cui è esatto, questo principio dopo Adam Smith è ugualmente un luogo comune. La misura in cui è esatto sarà mostrata nella terza sezione.

Legge n° 3: “Distanza e trasporto sono le cause principali che ostacolano o favoriscono la cooperazione delle forze produttive.”

Legge n° 4: “Lo Stato industriale ha una capacità di popolazione incomparabilmente maggiore dello Stato agricolo.”

Legge n° 5: “Nell’economia niente accade senza un interesse materiale.”

Ecco le “leggi naturali” sulle quali Dühring fonda la sua nuova economia. Egli resta fedele al suo metodo già esposto nella filosofia. Pochi trismi, della più sconsolata banalità, spesso anche malamente esposti, formano anche nell’economia gli assiomi che non abbisognano di alcuna dimostrazione, i principi fondamentali, le leggi naturali. Col pretesto di sviluppare il contenuto di queste leggi che non hanno nessun contenuto viene qui sfruttata l’occasione per una lunga chiacchierata di economia sui diversi temi, i cui nomi appaiono in queste pretese leggi, quindi su invenzioni, divisione del lavoro, mezzi di trasporto, popolazione, interesse, concorrenza, ecc., chiacchierata la cui piatta trivialità è solo condita da una magniloquenza degna di un oracolo e qua e là da un’errata interpretazione o da un pretenzioso sofisticare su sottigliezze casistiche di tutti i generi. Dopo, arriviamo finalmente alla rendita fondiaria, al profitto del capitale e al salario, e poiché in ciò che precede abbiamo considerato solo queste due ultime forme di appropriazione, vogliamo ora, a conclusione, indagare brevemente anche la concezione dühringiana della rendita fondiaria.

Lasceremo da parte tutti quei punti nei quali Dühring non fa che trascrivere il suo predecessore Carey; non dobbiamo qui occuparci di Carey, né difendere la concezione ricardiana della rendita fondiaria dalle distorsioni e dalle stoltezze di Carey. A noi interessa solo Dühring, e costui definisce la rendita fondiaria come “quel reddito che il proprietario come tale trae dal fondo”. Dühring senz’altro traduce il concetto di rendita fondiaria, che egli deve sottoporre a indagine, dal linguaggio giuridico e in questo modo ne sappiamo quanto prima. Il nostro profondo fondatore, bene o male, deve degnarsi di darci perciò ulteriori schiarimenti. Egli confronta l’affitto di un fondo rustico ad un fittavolo col prestito di un capitale ad un imprenditore, ma presto trova che questo paragone, come parecchi altri, zoppica. Infatti, egli dice,

“se si volesse andare oltre nell’analogia, l’utile che resta al fittavolo, dopo il pagamento della rendita fondiaria, dovrebbe corrispondere a quel residuo di utile del capitale che tocca all’imprenditore che usa il capitale, dopo la corresponsione degli interessi. Ma non si ha l’abitudine di considerare gli utili dei fittavoli come il reddito principale e la rendita fondiaria come un residuo (…) Una prova della diversità della concezione che se ne ha è il fatto che nella dottrina della rendita fondiaria il caso della conduzione in proprio non è contrassegnato particolarmente e che non ha un peso speciale la differenza quantitativa tra la rendita che si produce nella forma di conduzione ad affittanza e una rendita che viene prodotta nella forma della conduzione in proprio. Per lo meno non si è trovato un motivo per pensare che la rendita prodotta dalla conduzione in proprio sia divisa in modo tale che, per così dire, un elemento rappresenti l’interesse dell’apprezzamento della terra e l’altro il profitto supplementare dell’impresa. Prescindendo dal capitale proprio che il fittavolo apporta sembra che il suo utile specifico si debba considerare per lo più come una forma di salario. Pure è pericoloso voler affermare qualche cosa su questo argomento, perché la questione non è stata affatto posta con questa precisione. Dovunque si tratta di aziende piuttosto grandi si potrà vedere con facilità che non è possibile considerare come salario l’utile specifico del fittavolo. Questo utile, cioè, è basato esso stesso sull’antagonismo con la forza-lavoro agricola, il cui sfruttamento soltanto rende possibile questa forma di provento. È evidentemente una porzione di rendita quella che rimane nelle mani del fittavolo e che decurta la rendita integrale che si sarebbe ottenuta con la conduzione in proprio”.

La teoria della rendita fondiaria è una parte dell’economia specificamente inglese e non potrebbe non esserlo perché solo in Inghilterra è esistito il modo di produzione nel quale la rendita si è separata anche effettivamente dal profitto e dall’interesse. È noto che in Inghilterra domina la grande proprietà e la grande coltivazione agricola. I proprietari terrieri affittano le loro terre in grandi e spesso grandissimi appezzamenti ad affittuari che sono provvisti di capitale sufficiente per la loro conduzione e che non lavorano essi stessi come i nostri contadini, ma, come veri e propri imprenditori capitalistici, impiegano il lavoro di servi della fattoria e di giornalieri. Qui abbiamo dunque le tre classi della società borghese e il reddito peculiare di ciascuna di esse: il proprietario terriero che percepisce la rendita fondiaria, il capitalista che percepisce il profitto e l’operaio che percepisce il salario. Non è mai accaduto ad un economista inglese di ritenere che, come sembra a Dühring, l’utile del fittavolo sia una forma di salario; e tanto meno ancora poteva essere pericoloso per questo economista affermare che il profitto del fittavolo sia ciò che irrefutabilmente, evidentemente e concretamente esso è, cioè profitto del capitale. È addirittura ridicolo il dire qui che la questione sul che cosa propriamente sia l’utile del fittavolo non sia mai stata posta con questa precisione. In Inghilterra non c’è neanche bisogno di porsi questa questione: la questione così come la sua soluzione esistono già nella realtà da lungo tempo e dopo Adam Smith non è mai sorto alcun dubbio in proposito.

Il caso della conduzione in proprio, come dice Dühring, o piuttosto della conduzione effettuata da amministratori per conto del proprietario terriero, come in realtà accade in molte parti della Germania, non modifica affatto la cosa. Se il proprietario terriero fornisce anche il capitale e fa coltivare per suo conto, intasca, oltre alla rendita fondiaria, anche il profitto del capitale, come è ovvio e non può affatto essere diversamente, dato il modo di produzione odierno. E se Dühring afferma che sinora non si è trovato il motivo di pensare di dividere in due parti la rendita proveniente dalla conduzione in proprio (si dovrebbe dire reddito), questa affermazione è semplicemente falsa e nel migliore dei casi dimostra ancora una volta solo la sua ignoranza. Per esempio:

“Il reddito che si ricava dal lavoro si chiama salario, quello che ricava chi impiega capitale si chiama profitto (…) il reddito che proviene esclusivamente dal suolo si chiama rendita e appartiene al proprietario terriero (…) Se queste diverse forme di reddito toccano a persone diverse, è facile distinguerle, se invece toccano alla stessa persona, vengono spesso, almeno nel linguaggio comune, confuse l’una con l’altra. Un proprietario terriero che conduca in proprio una parte del suo terreno, sottratte le spese di produzione, dovrebbe ricevere sia la rendita del proprietario terriero che il profitto del fittavolo. Invece egli, almeno nel linguaggio comune, è portato a chiamare profitto tutto il suo utile, e così a confondere la rendita con il profitto. La maggior parte dei nostri piantatori dell’America del nord e dell’India occidentale sono in questa condizione; i più coltivano i propri possedimenti e così accade che raramente sentiamo parlare della rendita di una piantagione, e frequentemente invece del profitto che essa rende (…) Un giardiniere che coltivi con le sue mani il proprio giardino, è in una sola persona proprietario terriero, fittavolo e giornaliero. Il suo prodotto deve pagargli perciò la rendita del primo, il profitto del secondo e il salario del terzo. Il tutto però passa abitualmente per il guadagno del suo lavoro. Rendita e profitto, in questo caso, vengono confusi col salario”.

Questo passo si trova nel capitolo sesto del primo libro di Adam Smith [118]. Il caso della conduzione in proprio è stato indagato quindi già da cento anni e i pericoli e le incertezze che qui suscitano tante preoccupazioni in Dühring sorgono unicamente dalla sua propria ignoranza.

In ultimo con un colpo ardito si tira fuori dall’impaccio: l’utile del fittavolo è basato sullo sfruttamento della “forza-lavoro agricola”, ed è perciò evidentemente una “porzione di rendita” della quale “viene decurtata” la “rendita integrale” che precisamente doveva fluire nelle tasche del proprietario terriero. Con ciò veniamo a sapere due cose. In primo luogo che il fittavolo “decurta” la sua rendita del proprietario terriero, cosicché per Dühring non è il fittavolo che come si è pensato sinora, paga la rendita al proprietario terriero, ma è il proprietario terriero che la paga al fittavolo… certo un'”idea originale dalle fondamenta”. E in secondo luogo veniamo a sapere finalmente che cosa secondo Dühring sia la rendita fondiaria; ossia il plusprodotto totale dell’agricoltura ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro agricolo. Ma, poiché sinora questo plusprodotto nell’economia, tranne che in taluni economisti volgari, si divide in rendita fondiaria e profitto del capitale, dobbiamo constatare che neanche per la rendita fondiaria Dühring “accetta il concetto comunemente corrente”.

Quindi, rendita fondiaria e profitto del capitale si distinguono per Dühring solo per il fatto che la prima si realizza nell’agricoltura e l’altro nell’industria o nel commercio. Ad una tale concezione acritica e confusa Dühring arriva necessariamente. Abbiamo visto che egli è partito da quella “concezione veramente storica” per la quale il dominio sul suolo si costituisce solo mediante il dominio sull’uomo. Quindi, appena il suolo viene coltivato per mezzo di una qualche forma di lavoro servile, sorge un’eccedenza per il proprietario terriero, e questa eccedenza è precisamene la rendita, come nell’industria l’eccedenza del prodotto del lavoro sull’utile del lavoro è il profitto del capitale.

“in primo luogo è chiaro che la rendita fondiaria esiste in notevole misura sempre e dovunque l’agricoltura sia condotta mediante una delle forme di assoggettamento del lavoro.”

Con questa rappresentazione della rendita come il complesso dell’intero plusprodotto ottenuto nell’agricoltura, Dühring urta da una parte contro il profitto del fittavolo inglese e, dall’altra, contro il concetto tratto da questo, accettato dall’economia classica, della divisione di quel plusprodotto in rendita fondiaria e profitto del fittavolo, e quindi contro alla pura e precisa concezione della rendita. Che cosa fa Dühring? Si comporta come se non sapesse una sola parola della divisione del plusprodotto agricolo in profitto del fittavolo e in rendita fondiaria e quindi tutta la teoria della rendita dell’economia classica, come se in tutta l’economia la questione di che cosa puramente sia il profitto del fittavolo non fosse mai stata posta “con questa precisione”, come se si trattasse di un argomento assolutamente inesplorato di cui non si conoscono che parvenze e punti oscuri. E fugge dalla fastidiosa Inghilterra dove il plusprodotto dell’agricoltura, assolutamente senza l’intervento di qualsiasi scuola teorica, viene così spietatamente diviso nei suoi elementi costitutivi: rendita fondiaria e profitto del capitale; fugge verso le contrade care al suo cuore, nelle quali vige il Landrecht prussiano, nelle quali la conduzione in proprio è nella sua piena fioritura patriarcale, dove “il proprietario terriero intende per rendita gli introiti dei suoi terreni” e dove l’opinione che i signori Junker hanno della rendita pretende ancora di essere decisiva per la scienza, dove quindi Dühring può ancora sperare di farsi largo con le sue idee confuse sulla rendita e il profitto e perfino di trovar credito per la sua recentissima scoperta che la rendita fondiaria non viene pagata dal fittavolo al proprietario terriero, ma dal proprietario terriero al fittavolo.

Note

101. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 179-80.

102. Ibid., p. 196.

103. Ibid., pp. 199-200.

104. Ibid., p. 203

105. Ibid., p. 201.

106. Ibid., p. 202.

107. Ibid., p. 269.

108. Ibid., p. 239, nota 22.

109. Ibid., p. 253.

110. Ibid., p. 572.

111. Ibid.

112. Ibid., pp. 621-622.

59. Nella prefazione (25 luglio 1867) alla prima edizione del “Capitale” Marx scrisse: “Il secondo volume di questo scritto tratterà il processo di circolazione del capitale (libro II), e le formazioni del processo complessivo (libro III); il volume terzo, conclusivo (libro IV) tratterà la storia della teoria”. Dopo la morte di Marx, Engels pubblicò i libri II e III come secondo e terzo volume. Egli non arrivò a pubblicare l’ultimo libro, il IV (“Teorie sul plusvalore”).

113. Ibid., pp. 355-356

113b. Giosuè (cui la Bibbia dedica un intero libro) fu successore di Mosè nella reggenza di Israele attorno al XIII secolo a.C. Guidò la conquista della Palestina. “Miracolosa” la sua vittoria a Gerico.

29. Ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, truppe russe e austriache si scontrarono con le truppe francesi di Napoleone, che riportò la vittoria. La battaglia di Jena, combattuta il 14 ottobre 1806 tra l’esercito francese di Napoleone e le truppe prussiane, si concluse con la disfatta di queste ultime e portò alla capitolazione della Prussia. La battaglia di Königgrätz, il 3 luglio 1866, decise la vittoria della Prussia nella guerra austro-prussiana; à ricordata anche come battaglia di Sedowa. Nella battaglia di Sedan il 1° e il 2 settembre 1870, scontro decisivo della guerra franco-tedesca del 1870-71, le truppe tedesche sconfissero l’esercito francese di Mac-Mahon e lo costrinsero alla capitolazione.

114. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 269.

*6. E neanche questo. Rodbertus dice (“Lettere sociali”, 2a lettera, p.59): “Secondo questa” (sua) “teoria è rendita ogni reddito che viene percepito senza lavoro proprio, unicamente in base ad un possesso“.

115. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 567 e sgg.

72. Vedi la commedia di Molière “Il borghese gentiluomo”, atto II, scena 4.

116. La “Volks-Zeitung”, quotidiano democratico, uscì a Berlino a partire dal 1853. Nella sua lettera a Marx del 15 settembre 1860 Engels scrive dei “noiosi pettegolezzi” e della “idiota seccanteria” di questo giornale.

117. Allusione alla “Kritische Grundelgung der Wolkswirthschaftslehre” di Dühring, il quale si riferisce a questo suo scritto nell’introduzione alla seconda edizione della qui citata “Kritische Geschichte…”.

118. Adam Smith, “An inquiry…”, volume 1, pp. 63-65, I corsivi sono di Engels.

Anti-Dühring

Seconda Sezione: Economia

X. Dalla “Storia critica”

Diamo infine ancora uno sguardo alla “Storia critica dell’economia politica”, a “questa impresa” di Dühring che, come egli dice, “assolutamente non ha precedenti”. Forse qui finalmente incontreremo quei procedimenti scientifici definitivi e rigorosissimi che tante volte ci sono stati promessi.

Dühring dà molta importanza alla scoperta che la “dottrina dell’economia” è un “fenomeno straordinariamente moderno” (p. 12).

In effetti Marx nel “Capitale” ci dice: “L’economia politica (…) solo nel periodo manifatturiero prende piede come scienza speciale” [119], e in “Per la critica dell’economia politica” leggiamo a p. 29 che “l’economia classica (…) ha inizio in Inghilterra con William Petty e in Francia con Boisguillebert e ha termine in Inghilterra con Ricardo e in Francia con Sismondi” [120]. Dühring segue questo cammino che gli è stato tracciato, solo che per lui l’economia superiore comincia solo con i miserabili aborti che la scienza borghese ha messo al mondo dopo la fase del suo periodo classico. Per contro, a conclusione della sua introduzione ha tutto il diritto di proclamare trionfante:

“Ma se questa impresa già nelle sue particolarità esteriormente percepibili e nella parte più recente del suo contenuto non ha assolutamente predecessori, è ancora molto più specificamente mia per i suoi interiori punti di vista critici e per la sua posizione generale” (p. 9).

Nei fatti egli avrebbe potuto annunziare, sia nell’aspetto interno che nell’aspetto esterno, la sua “impresa” (l’espressione industriale non è mal scelta) col titolo: L’unico e la sua proprietà [45].

Poiché l’economia politica, quale si è presentata nella storia, in realtà non è altro che la conoscenza scientifica dell’economia del periodo di produzione capitalistico, principi e teoremi che ad essa si riferiscono si possono trovare per es. negli scrittori della società greca antica solo nella misura in cui certi fenomeni, come produzione di merci, commercio, denaro, capitale fruttante interessi ecc., sono comuni alle due società. Nella misura in cui i greci fanno incursioni occasionali in questo campo, mostrano la stessa genialità e originalità che mostrano negli altri campi. Le loro intuizioni costituiscono perciò storicamente i punti di partenza teorici della scienza moderna. Ascoltiamo ora Dühring, storiografo universale:

“Conseguentemente non avremmo da riferire nulla di positivo riguardo specificamente (!) alla teoria scientifica dell’economia dell’antichità, e il medioevo, completamente privo di ogni scienza, ci offre per questo” (per questo, cioè per non riferire nulla!) “appigli ancora molto minori. Ma poiché la maniera di trattare le cose che vanamente fa mostra di una parvenza di erudizione (…) ha sfigurato il carattere puro della scienza moderna, a titolo di informazione si dovranno almeno portare alcuni esempi”.

E Dühring porta allora esempi di una critica che in realtà è immune anche dalla “parvenza di erudizione”.

Il principio di Aristotele che

“duplice è l’uso di ogni bene, l’uno è proprio alla cosa in quanto tale e l’altro no, così un sandalo può servire per essere calzato o per essere scambiato; entrambi sono modi di uso del sandalo, infatti anche colui che scambia il sandalo con qualche cosa di cui è privo, denaro o nutrimento, utilizza il sandalo come sandalo, ma non nel suo modo di uso naturale, poiché esso non esiste in vista dello scambio” [121],

questo principio, secondo Dühring, “non solo è espresso in una maniera veramente triviale e pedantesca”, ma coloro che trovano qui “una distinzione tra valore d’uso e valore di scambio”, cadono inoltre anche nel “ridicolo” di dimenticare che “nell’epoca più recente” e “nel quadro del sistema più avanzato” -naturalmente quello di Dühring- valore d’uso e valore di scambio hanno fatto tutti il loro tempo.

“Negli scritti di Platone sullo Stato si è (…) voluto trovare anche il capitolo moderno della divisione del lavoro nell’economia.”

questo probabilmente si riferisce al passo del “Capitale”, cap. XII, 5, p. 369 della seconda edizione [122], in cui invece si dimostra, al contrario, che la concezione dell’antichità della divisione del lavoro è “rigorosamente antitetica” a quella moderna. Un gesto di riprovazione e nient’altro merita per Dühring la presentazione di Platone, geniale per il suo tempo, della divisione del lavoro [123] come fondamento naturale della città (che per i greci si identificava con lo Stato), e ciò precisamente perché egli non fa menzione (ma la fa il greco Senofonte [124], sig. Dühring!) del

“limite che l’ambito del mercato, volta per volta, pone all’ulteriore differenziazione professionale e alla divisione tecnica delle operazioni specifiche: l’idea di questo limite è quella conoscenza che sola permette che questa idea, che altrimenti a stento può chiamarsi scientifica, si trasformi in una verità di grande rilievo economico”.

Il “professor” Roscher, tanto disdegnato da Dühring, ha in effetti tracciato questo “limite”, soltanto col quale l’idea della divisione del lavoro può diventare un’idea “scientifica” e perciò ha fatto espressamente di Adam Smith lo scopritore della legge della divisione del lavoro [125]. In una società in cui la produzione delle merci è il modo di produzione dominante, il “mercato”, per parlare una volta anche noi alla maniera di Dühring, è un “limite” molto noto tra gli “uomini d’affari”. Ma occorre molto di più che “il sapere e l’istinto della routine” per vedere che non è stato il mercato a creare la divisione capitalistica del lavoro, ma che invece la dissoluzione di nessi sociali precedentemente esistenti e la divisione del lavoro che ne consegue hanno creato il mercato (cfr. “Capitale”, I, cap. XXIV, 5: Creazione del mercato interno per il capitale industriale) [126].

“La funzione del denaro è stata in ogni epoca il primo e principale stimolo delle idee economiche (!). Ma che cosa sapeva un Aristotele di questa funzione? Evidentemente niente di più di ciò che è contenuto nell’idea che lo scambio in denaro ha tenuto dietro allo scambio naturale primitivo.”

Ma se “un” Aristotele si permette di scoprire le due differenti forme di circolazione del denaro: una in cui questo agisce come semplice mezzo di circolazione, l’altra in cui agisce come capitale monetario [127], in questo modo, secondo Dühring, egli esprime “solo un’antipatia morale”. Se “un” Aristotele ardisce addirittura di voler analizzare il denaro nella sua “funzione” di misura del valore, e nei fatti pone rettamente questo problema così decisivo per la dottrina della moneta [128], “un” Dühring volentieri tace su tutto, e certo per validi motivi reconditi, di una tale impertinente audacia.

Risultato finale: nel modo in cui si rispecchia nell'”informazione” dühringiana, l’antichità greca possiede in realtà solo “idee del tutto comuni” (p.25) posto che tale “maiserie” [sciocchezza] (p. 19) abbia in generale qualcosa in comune con delle idee, comuni o non comuni che siano.

Il capitolo di Dühring sul mercantilismo lo si legge meglio nell'”originale”, cioè nel cap. 29 del “Sistema nazionale” di F. List: “Il sistema industriale detto impropriamente, dalla scuola, sistema mercantilistico”. Con quanta cura anche qui Dühring sappia evirare ogni “parvenza di erudizione” lo mostra, fra l’altro, quanto segue:

List nel capitolo 28, “Gli economisti italiani”, dice:

“L’Italia ha preceduto tutte le nazioni moderne, tanto nella pratica che nella teoria dell’economia politica”

e ricorda poi

“la prima opera scritta in Italia sull’economia politica in particolare, lo scritto del napoletano Antonio Serra sui mezzi per procurare ai regni un abbondante afflusso di denaro (1613)” [129].

Dühring accetta tutto ciò senza esitazione e conseguentemente può considerare il “Breve trattato” di Serra “come una specie di iscrizione sulla soglia della preistoria moderna dell’economia”. A tali “complimenti letterali” si limita in effetti il suo studio del “Breve trattato”. Sfortunatamente la cosa nella realtà è andata in modo diverso e nel 1609, quindi quattro anni prima del “Breve trattato”, comparve “A Discourse of Trade ecc.” di Thomas Mun. Il significato speciale di questo scritto, già nella sua prima edizione, fu di essere stato diretto contro il primitivo sistema monetario che allora veniva ancora difeso in Inghilterra come prassi statale: quest’opera rappresenta quindi la secessione consapevole del sistema mercantile dal sistema da cui era nato. Già nella sua prima forma lo scritto ebbe più edizioni ed esercitò un influsso diretto sulla legislazione. Nell’edizione del 1664, completamente rielaborata dall’autore e stampata dopo la sua morte, “England’s Treasure ecc.”, il libro rimase per altri cento anni il vangelo del mercantilismo. Se quindi il mercantilismo ha un’opera che fa epoca “come una specie di iscrizione sulla soglia”, quest’opera è quella di cui parliamo e proprio perciò essa non esiste affatto per “la storia” di Dühring “che osserva con molta cura i gradi di importanza”.

Del fondatore dell’economia politica moderna, Petty, Dühring ci fa saper che egli aveva “una maniera di pensare discretamente superficiale”, inoltre, “assenza di quel senso di distinzione interna e sottile dei concetti”… una “versatilità che conosce molto, ma che passa facilmente da una cosa all’altra senza metter radici in nessuna idea che abbia un carattere di qualche profondità”… il suo “procedimento riguardo all’economia è ancora molto rozzo” e “arriva a delle ingenuità, il cui contrasto (…) può anche occasionalmente divertire il pensatore serio”. Che inapprezzabile degnazione, quindi, che il “serio pensatore” Dühring si abbassi a prender nota di “un Petty”! E come ne prende nota?

I principi di Petty “sul lavoro e persino sul tempo di lavoro come misura del valore, in cui in lui si (…) trovano tracce imperfette” non vengono mai ulteriormente ricordati tranne che in questa proposizione tracce imperfette. Nel suo “Tractise on Taxes and Cöntributions” (prima edizione 1662) Petty dà un’analisi assolutamente chiara ed esatta della grandezza del valore delle merci. Illustrando anzitutto questo concetto con la eguaglianza di valore tra metalli nobili e grano, che costino la stessa quantità di lavoro, egli pronunzia la parola “teorica” definitiva sul valore dei metalli nobili. Ma egli enuncia anche con precisione e con valore universale che i valori delle merci sono misurati per mezzo di lavoro eguale (equal labor). Egli applica la sua scoperta alla soluzione di problemi diversi, e in parte molto intricati e, in diverse occasioni e in diversi scritti, anche dove questa legge fondamentale non è ripetuta, trae in certi punti da essa conseguenze importanti. Ma già nel suo primo scritto egli dice:

“Questa”, la valutazione mediante lavoro eguale, “io affermo, è il fondamento dell’equiparazione e della misurazione dei valori; tuttavia nella sovrastruttura e nell’applicazione pratica di essa, lo confesso, c’è molta varietà e molta complessità” [130].

Petty è dunque consapevole sia dell’importanza della sua scoperta, sia, e nella stessa misura, della difficoltà della sua utilizzazione nei particolari. Perciò cerca anche un’altra via per raggiungere certi fini di dettaglio. Si tratta cioè di trovare un rapporto di eguaglianza naturale (a natural Par) tra suolo e lavoro, di guisa che il valore possa esser espresso a piacere “in ognuno dei due termini, o meglio ancora in entrambi”. Lo stesso errore è geniale.

Dühring fa quest’acuta annotazione alla teoria del valore di Petty:

“Se egli stesso avesse pensato con più acutezza, non sarebbe affatto possibile trovare in altri passi tracce di una concezione opposta, che è stata ricordata precedentemente”,

cioè di cui “precedentemente” non è stato ricordato altro se non che le “tracce” sono “imperfette”. È questo un modo di fare molto caratteristico di Dühring, “precedentemente” allude a qualche cosa con una frase vuota, per far credere “posteriormente” al lettore di aver avuto già “precedentemente” conoscenza dell’essenziale, su cui il predetto autore, in effetti, sia precedentemente che posteriormente sorvola.

Ora, in Adam Smith si trovano non solo “tracce” di “concezioni antitetiche” sul concetto di valore, e non solo due, ma perfino tre, e rigorosamente, perfino quattro concezioni grossolanamente antitetiche del valore, che si intrecciano tranquillamente l’una con l’altra. Ma ciò è naturale nel fondatore dell’economia politica, il quale necessariamente saggia, esperimenta, lotta con un caos di idee ancora in formazione, può sembrare strano in uno scrittore che sintetizza criticamente più di un secolo e mezzo di indagini, dopo che i loro risultati, dai libri, sono già passati in parte nella coscienza generale. E, per venire dal grande al piccolo, come abbiamo visto, lo stesso Dühring ci dà, anche lui, cinque diverse specie di valore da scegliere a nostro piacere e con esse altrettante concezioni antitetiche. Certo, “se egli stesso avesse pensato con più acutezza”, non avrebbe sprecato tanta fatica per ricacciare i suoi lettori, dalla concezione perfettamente chiara di Petty sul valore, nella più assoluta confusione.

Un’opera veramente completa di Petty, dalla costruzione unitaria e armonica, è il suo “Quantulumcumque concernine Money” pubblicato nel 1682, dieci anni dopo la sua “Anatomy of Ireland” (che apparve “per la prima volta” nel 1672 e non nel 1691 come Dühring trascrive “dalle più correnti compilazioni manualistiche”) [131]. Le ultime tracce di idee mercantilistiche che si trovano in altri suoi scritti, qui sono completamente scomparse. È un piccolo capolavoro per forma e contenuto e proprio perciò in Dühring non ne viene mai nominato neppure il titolo. È assolutamente naturale che, di fronte al più generale e originale economista, una laboriosa mediocrità da maestro di scuola possa esprimere solo il suo ringhioso scontento e possa scandalizzarsi che le scintille luminose della teoria non si allineino tronfie e pettorute come “assiomi” bell’e fatti, ma sorgano invece sparpagliate dall’approfondimento di un “rozzo” materiale pratico, quali per es. le imposte.

Petty, fondatore dell'”aritmetica politica”, vulgo statistica, è trattato da Dühring nella stessa maniera in cui era trattato per i suoi lavori specificamente economici. Una sprezzante alzata di spalle sulla singolarità dei metodi usati da Petty! Considerando i metodi grotteschi applicati dallo stesso Lavoiser ancora cento anni più tardi in questo campo [132], considerando la grande distanza dell’odierna statistica dalla meta che le aveva tracciato con tratti vigorosi Petty, una tale aria di superiorità compiaciuta di se stessa, due secoli post festum, appare in tutta la sua schietta stupidità.

Le idee più significative di Petty, di cui ben poco si può notare nell'”impresa” di Dühring, sono per quest’ultimo solo trovate accidentali, idee fortuite, manifestazioni occasionali, alle quali solo nella nostra epoca si attribuisce, grazie a citazioni estratte dal loro contesto, un significato che esse in sé e per sé non hanno affatto. Queste idee non hanno quindi funzioni nella storia reale dell’economia politica, ma solo nei libri moderni, al di sotto del livello raggiunto dalla critica che va alle radici e dalla “maniera di delineare la storia in grande stile” di Dühring. Sembra che nella sua “impresa” egli abbia avuto davanti agli occhi una schiera di lettori pieni di fede cieca, che non oserebbe mai, per carità, esigere la prova di ciò che viene affermato. Ritorneremo presto (a proposito di Locke e di North) su questo argomento, ma frattanto dobbiamo dare di passaggio uno sguardo a Boisguillebert e a Law.

Per quel che riguarda il primo segnaliamo l’unica scoperta che appartenga a Dühring. Egli ha scoperto un nesso prima ignorato tra Boisguillebert e Law. Boisguillebert afferma cioè che i metalli nobili potrebbero essere sostituiti, nella funzione normale che compiono nella circolazione delle merci, da una moneta fiduciaria (un morceau de papier) [133]. Law immagina per contro che un arbitrario “accrescimento” di questi “pezzettini di carta” accresca la ricchezza di una nazione. Secondo Dühring ne consegue che la “svolta” di Boisguillebert “celava già in sé una nuova svolta del mercantilismo”… in altri termini celava in sé già Law. Tutto ciò è mostrato con solare evidenza nella maniera seguente:

“Si trattava soltanto di assegnare a questi “semplici pezzettini di carta” la stessa funzione che avrebbero dovuto avere i metalli nobili e così veniva compiuta istantaneamente una metamorfosi del mercantilismo”.

Nella stessa maniera può istantaneamente compiersi la metamorfosi di uno zio in una zia. È vero che Dühring aggiunge conciliante: “Certo Boisguillebert non aveva una tale intenzione”. Ma in nome del diavolo, come poteva aver l’intenzione di sostituire alla propria concezione razionalistica della funzione monetaria dei metalli nobili quella superstiziosa dei mercantilisti, per il fatto che secondo lui i metalli nobili sono sostituibili in quella funzione dalla carta? Pure, prosegue Dühring nella sua seria comicità, “pure, si può comunque ammettere che il nostro autore è riuscito qua e là a fare un’osservazione veramente appropriata” (p. 83).

Per quanto riguarda Law, Dühring riesce a fare solo questa “osservazione veramente appropriata”:

“Neanche Law, come è comprensibile, ha mai potuto completamente eliminare l’ultimo fondamento” (ossia “la base dei metalli nobili”) “ma egli ha spinto l’emissione dei biglietti sino all’estremo, cioè sino al naufragio del sistema” (p. 94).

In realtà però le farfalle di carta, semplici segni monetari, dovevano svolazzare tra il pubblico non per “eliminare” la base di metalli nobili, ma per attrarla dalle tasche del pubblico nelle disseccate tasche dello Stato [134].

Ma per ritornare a Petty e alla parte insignificante che Dühring gli fa rappresentare nella storia dell’economia, sentiamo anzitutto ciò che ci si comunica sui successori immediati di Petty: Locke e North. Nello stesso anno 1691 apparvero le “Consideration on Lowering of Interest and raising of money” di Locke e i “Discourses upon Trade” di North.

“Ciò che egli” (Locke) “ha scritto sull’interesse e sulla moneta non esce dal quadro delle riflessioni che erano correnti, sotto il dominio del mercantilismo, in relazione agli avvenimenti della vita politica” (p. 64).

Al lettore di questo “resoconto” deve ora esser chiaro come il sole perché il “Lowering of Interest” abbia avuto nella seconda metà del secolo XVIII un influsso così importante sull’economia francese e italiana e precisamente in un senso diverso.

“Sulla libertà del saggio d’interesse parecchi uomini d’affari avevano pensato analogamente” (a Locke) “e anche lo sviluppo della situazione portò con sé la tendenza a considerare inefficaci gli ostacoli frapposti all’interesse. In un’epoca in cui un Dudley North poteva scrivere i suoi “Discourses upon Trade” nel senso della libertà di commercio, dovevano già esserci nell’aria, per così dire, cose che non facevano apparire come qualche cosa di inaudito l’opposizione teorica alle limitazioni dell’interesse” (p. 64).

Bisognava dunque che Locke facesse sue le idee di questo o quell'”uomo d’affari” suo contemporaneo a che afferrasse a volo molto di ciò che al suo tempo “per così dire era nell’aria” per teorizzare sulla libertà d’interesse e non dir niente di “inaudito”! Ma in realtà Petty già nel 1662 nel suo “Tractise on Taxes and Contributions”, opponeva l’interesse, inteso come rendita del denaro e chiamato usura (rent of money which we call usury), alla rendita fondiaria e immobiliare (rent of land and houses) e dimostrava ai proprietari di terre, che volevano legalmente comprimere non certo la rendita fondiaria ma la rendita del denaro, la vanità e la sterilità di emanare leggi civili positive contro le leggi della natura (the vanity and fruitlessness of making civil positive law against the law of nature [135]). Nel suo “Quantulumcumque” (1682) dichiara perciò che la regolamentazione legale dell’interesse è stupida quanto una regolamentazione dell’esportazione dei metalli nobili oppure del corso del cambio. Nello stesso scritto dice la parola definitiva una volta per tutte sul raising of money [crescita di valore del denaro] (il tentativo, per es., di dare 1/2 scellino in nome di uno scellino coniando l’oncia d’argento in una quantità doppia di scellini).

Per quel che concerne quest’ultimo punto, esso è stato quasi solamente copiato da Locke e da North. Per quel che concerne l’interesse, invece, Locke si ricollega al parallelo di Petty tra interesse del denaro e rendita fondiaria, mentre North, andando oltre, contrappone l’interesse, come rendita del capitale (rent of stock), alla rendita fondiaria e gli stocklords ai landlords [136]. Però, mentre Locke ammette solo con limitazioni la libertà d’interesse reclamata da Petty, North l’accetta assolutamente.

Dühring supera se stesso quando, essendo lui stesso ancora mercantilista feroce nel senso “più sottile” della parola, dà il benservito ai “Discourses upon Trade” di Dudley North con l’osservazione che essi sono scritti “nel senso della libertà di commercio”. È come se si dicesse ad Harvey che egli ha scritto “nel senso” della circolazione del sangue. Lo scritto di North, a prescindere dagli altri suoi meriti, è una spiegazione classica, scritta con logicità spregiudicata, della dottrina della libertà di commercio, riguardante lo scambio tanto all’interno quanto con l’esterno: “cosa inaudita”, certamente, nell’anno 1691!

Del resto Dühring informa che North era un “commerciante” e inoltre un cattivo soggetto e che il suo scritto “non poteva incontrare alcun successo”. Non ci sarebbe mancato altro che un libro di questo genere, al tempo in cui trionfava definitivamente in Inghilterra il sistema protezionistico, avesse incontrato “successo” tra i signori che allora dettavano legge! Questo fatto non poté tuttavia impedire la sua immediata efficacia teorica, dimostrabile in tutta una serie di scritti economici apparsi in Inghilterra subito dopo di lui, in parte ancora nel XVII secolo.

Locke e North ci fornirono la prova che le prime ardite brecce aperte da Petty in quasi tutti i campi dell’economia politica sono state singolarmente riprese e ulteriormente rielaborate dai suoi successori inglesi. Le tracce di questo processo nel periodo che va dal 1691 al 1752 si impongono anche all’osservatore più superficiale, già per il fatto che tutti gli scrittori economici di qualche rilievo appartenenti a questo periodo si ricollegano positivamente o negativamente a Petty. Questo periodo, pieno di teste originali, è perciò il più significativo per l’indagine della genesi graduale dell’economia politica. “La maniera di delineare la storia in grande stile”, che rimprovera a Marx come peccato imperdonabile l’aver dato nel “Capitale” tanto peso a Petty e agli scrittori di quel periodo, li cancella semplicemente dalla storia. Da Locke, North, Boisguillebert e Law essa salta immediatamente ai fisiocratici e poi all’ingresso del vero tempio dell’economia politica appare… David Hume. Col permesso di Dühring ristabiliamo l’ordine cronologico e quindi collochiamo Hume prima dei fisiocratici.

Gli “Essays” economici di Hume apparvero nel 1752 [137]. Nei saggi compresi in questo volume: “Of Money”, “Of the Balance of Trade”, “Of Commerce”, Hume segue passo passo, spesso perfino nelle sue semplici ubbie, il “Money answers all things” di Jacob Vanderlint, Londra, 1734. Per quanto questo Vanderlint sia rimasto sconosciuto a Dühring, era ancora preso in considerazione negli scritti di economia inglesi verso la fine del secolo XVIII, cioè nel periodo post-smithiano.

Come Vanderlint, Hume considera il denaro come semplice simbolo del valore; egli copia quasi alla lettera da Vanderlint (e questo è importante perché la teoria del simbolo del valore avrebbe potuto trarla da molti altri scritti) le ragioni per cui la bilancia commerciale non può essere stabilmente favorevole o sfavorevole per un paese; insegna, come Vanderlint, che l’equilibrio delle bilance si stabilisce naturalmente in conformità con la posizione economica dei singoli paesi; predica, come Vanderlint, la libertà di commercio, solo con minore ardire e logicità; con Vanderlint, ma solo più superficialmente mette in rilievo i bisogni come stimolo della produzione; segue Vanderlint nell’errore di attribuire alla moneta bancaria e a tutta la carta moneta avente pubblico conto, un influsso sul prezzo delle merci; con Vanderlint respinge la moneta fiduciaria; come Vanderlint, fa dipendere il prezzo delle merci dal tempo del lavoro e quindi dal salario; ne copia perfino l’ubbia che la tesaurizzazione mantenga basso il prezzo delle merci ecc. ecc.

Dühring aveva già da gran tempo borbottato in tomo oracolare che altri avevano frainteso la teoria monetaria di Hume e, specialmente, aveva fatto delle allusioni minacciose a Marx che nel “Capitale” aveva segnalato, per giunta in maniera inurbana, le segrete connessioni di Hume con Vanderlint e con J. Massie, autore ancora da ricordare [138].

Per quel che concerne questi fraintendimenti i fatti stanno come segue. Riguardo alla effettiva teoria monetaria di Hume, secondo la quale il denaro è semplice simbolo del valore e perciò, rimanendo per il resto eguali le circostanze, i prezzi delle merci si abbassano nella misura in cui la quantità di denaro circolante cresce e crescono nella misura in cui questa decresce, Dühring, con tutta la sua buona volontà, non può che ripetere, sia pur nella luminosa maniera che gli è propria, gli errori dei suoi predecessori. Ma Hume, dopo aver stabilita la predetta teoria, obietta a se stesso (la stessa cosa aveva già fatto Montesquieu partendo dagli stessi presupposti [139]) che pure è “certo” che, dopo la scoperta delle miniere americane, “l’industria aveva avuto un incremento in tutte le nazioni d’Europa tranne in quelle che possedevano queste miniere”, e che questo fatto “è dovuto, tra le altre ragioni, anche all’aumento della quantità d’oro e d’argento”. Egli spiega questo fenomeno col fatto che “l’alto prezzo delle merci, malgrado sia una conseguenza necessaria dell’aumento, della quantità d’oro e d’argento, tuttavia non consegue immediatamente a quest’aumento, ma si richiede un certo tempo perché l’oro circoli in tutto lo Stato e faccia sentire la sua azione in tutti gli strati della popolazione”. In questo intervallo di tempo agisce beneficamente sull’industria e il commercio. A conclusione di questa spiegazione Hume ci dice anche il motivo, sebbene molto più unilateralmente di molti suoi predecessori e contemporanei: “È facile seguire il denaro nel suo progresso attraverso tutta la comunità civile e troveremo allora che esso necessarimente stimola l’attività di ciascuno prima di elevare il prezzo del lavoro[140].

In altri termini: Hume descrive qui l’effetto di una rivoluzione nel valore dei metalli nobili e precisamente di un deprezzamento, o, ciò che è lo stesso, di una rivoluzione nella misura del valore dei metalli nobili. E vi trova giustamente che, nell’equiparazione del prezzo delle merci che avviene solo gradualmente, questo deprezzamento soltanto in ultima analisi “eleva il prezzo del lavoro”, vulgo salario; quindi accresce il profitto dei commercianti e degli industriali a spese degli operai (il che d’altronde egli trova perfettamente normale) e in questo modo “stimola l’attività”. La questione scientifica vera e propria invece è questa: se e come un’accresciuta importazione di metalli nobili, rimanendo invariato il loro valore, agisca sul prezzo delle merci. Questa questione egli non se la pone e confonde ogni “accrescimento quantitativo dei metalli nobili” con il loro deprezzamento. Hume dice proprio esattamente ciò che Marx (“Per la critica ecc.”, p. 173) [141] gli fa dire. Ritorneremo ancora una volta di passaggio su questo punto, ma volgiamoci prima sul saggio di Hume sull'”Interest”.

L’argomentazione di Hume espressamente indirizzata contro Locke, che cioè l’interesse non è regolato dalla quantità di denaro esistente, ma dal saggio di profitto, e le altre sue spiegazioni sulle cause che determinano l’alto o basso livello del saggio d’interesse: tutto questo si trova, con esattezza molto maggiore e con spirito molto minore, in uno scritto apparso nel 1750, cioè due anni prima dello scritto di Hume. Questo scritto è intitolato: “An Essay on Governing Causes of the Natural Rate of Interest, wherein the sentiments of Sir W. Petty and Mr. Locke, on that head, are considered”. Il suo autore è J. Massie, scrittore dalla attività multiforme e, come si può vedere dalla letteratura inglese contemporanea, molto letto. La maniera con cui Adam Smith ha discusso del saggio d’interesse è più vicina a Massie che a Hume. Né Massie né Hume sanno e dicono nulla sulla natura del “profitto” che pure ha una sua funzione nell’uno e nell’altro.

“In generale”, sermoneggia Dühring, “si è preceduto per lo più con molta prevenzione nel valutare Hume e gli si sono attribuite idee che egli non accettava affatto.” E di questo “procedere” Dühring stesso ci dà più di un esempio patente.

Così per es. il saggio di Hume sull’interesse comincia con queste parole:

“Non c’è segno più certo della floridezza di una nazione che il basso livello del saggio d’interesse, e con ragione; per quanto io creda che la causa di questo fatto sia alquanto diversa da quella che attualmente si ammette” [142].

Quindi già nella prima proposizione Hume cita l’opinione secondo la quale il basso livello del saggio d’interesse è il segno più certo della floridezza di un popolo come un luogo comune, già diventato banale ai suoi giorni. E, in effetti, questa “idea” dopo Child aveva avuto ben cento anni di tempo per diventare corrente. Ma invece:

“dalle vedute” (di Hume) “sul saggio d’interesse bisogna mettere principalmente in rilievo l’idea che esso è il vero barometro delle condizioni” (di quali?) “e che il suo basso livello è un segno quasi infallibile della floridezza di un popolo” (p. 130).

Chi è quest'”essere impersonale” che con “molta prevenzione” così parla? Nessun altro che Dühring.

Ciò che del resto provoca nel nostro storiografo critico un ingenuo stupore è il fatto che Hume, a proposito di una certa idea felice, “neppure se ne proclami l’autore”. Questo non sarebbe accaduto a Dühring.

Abbiamo visto come Hume confonda ogni accrescimento quantitativo del metallo nobile con quell’accrescimento quantitativo di esso che è accompagnato da un deprezzamento, da una rivoluzione nel proprio valore e quindi nella misura del valore delle merci. Questa confusione era inevitabile in Hume perché egli non aveva la minima conoscenza delle funzioni dei metalli nobili come misura del valore. E non poteva averla perché non sapeva assolutamente nulla del valore stesso. La stessa parola non comparve forse che una volta nei suoi saggi e precisamente là dove, credendo di correggere l’errore di Locke che i metalli nobili avrebbero solo “un valore immaginario”, lo aggrava ulteriormente, dicendo che avrebbero “principalmente un valore fittizio” [143].

Su questo punto egli è di molto inferiore non solo a Petty, ma anche a molti suoi contemporanei inglesi. E mostra la stessa “arretratezza” allorché, sempre fedele alla vecchia moda, continua ancora ad esaltare il “mercante” come la prima molla che spinge la produzione. Idea che Petty aveva già sorpassato di gran lunga. Per quel che si riferisce precisamente all’assicurazione di Dühring che Hume nei suoi saggi si sarebbe occupato dei “principali rapporti economici” non si ha che da confrontare lo scritto di Cantillon citato da Adam Smith (uscito come i saggi di Hume nel 1752, ma pubblicato molti anni dopo la morte dell’autore [144]) per stupirsi dell’ambito ristretto dei lavori economici di Hume. Hume, come si è detto [145], malgrado il brevetto assegnatogli da Dühring, resta autorevole anche nel campo dell’economia politica, ma qui non è per niente un ricercatore originale e tanto meno è importante. L’azione esercitata dai suoi saggi economici sugli ambienti economici del suo tempo nasceva non solamente dalla sua eccellente maniera di esporre, ma molto più ancora dal fatto che essi erano un’ottimistica esaltazione progressista dell’industria e del commercio, allora in fiore, in altri termini della società capitalistica, in quei tempi in rapida ascesa in Inghilterra, nella quale perciò essi dovevano incontrare “successo”. Basti qui un’indicazione. Tutti sanno con quanta passione, proprio al tempo di Hume, la massa del popolo inglese combatté contro il sistema delle imposte indirette, sistematicamente sfruttato dal famigerato Robert Walpole al fine dello sgravio fiscale dei proprietari terrieri e dei ricchi in genere. Nel suo saggio sulle imposte (“Of Taxes”), in cui Hume, senza nominarlo, polemizza contro l’uomo che rappresentava la sua fonte in questa materia e che gli era sempre presente, Vanderlint, il più violento avversario delle imposte indirette, leggiamo:

“Bisogna che esse” (le imposte di consumo) “siano in realtà delle imposte molto forti e stabilite molto irrazionalmente, se il lavoratore non è in grado di pagarle neppure accrescendo la propria attività e la propria parsimonia, senza elevare il prezzo del suo lavoro[146].

Sembra di ascoltare lo stesso Robert Walpole, specialmente se si aggiunge il passo del saggio sul “debito pubblico” in cui a proposito della difficoltà di una tassazione dei creditori dello Stato si dice: “La diminuzione delle loro entrate non sarebbe mascherata sotto l’apparenza di essere una semplice voce della gabella o dogana” [147].

Come non si poteva aspettare diversamente da uno scozzese, l’ammirazione di Hume per l’industriosità borghese non era affatto puramente platonica. Povero diavolo per nascita, riuscì a costruirsi un reddito di molte, molte migliaia di sterline all’anno, la qual cosa, poiché non si tratta di Petty, Dühring ingegnosamente così esprime: “Partendo da mezzi molto ristretti, era riuscito, mercé una saggia economia domestica, a non esser costretto a scrivere per compiacere qualcuno”. Se più avanti Dühring dice: “Egli non aveva mai fatto la più piccola concessione all’influenza dei partiti, dei principi o delle università”, si può dire che certo non è noto che Hume abbia mai fatto affari letterari in società con un “Wagener” [148], ma che invece è ben noto che fu un instancabile partigiano dell’oligarchia whig, che onorava “Chiesa e Stato” e, come ricompensa per questi meriti, ebbe prima il posto di segretario d’ambasciata a Parigi e più tardi quello, incomparabilmente più importante e più redditizio, di sottosegretario di Stato.

“Dal punto di vista politico Hume fu e rimase sempre di sentimenti conservatori e strettamente monarchici. Per questa ragione, anche dai partigiani della Chiesa ufficiale non fu maltrattato con quella severità che si usò contro Gibbon”,

dice il vecchio Schlosser [149].

“Questo Hume egoista, questo storico mendace” insulta i monaci inglesi, grassi, senza sposa e senza famiglia, viventi di questua, “ma egli stesso non ha mai avuto né una famiglia né una moglie, ed era, egli stesso, un tipo grasso e grosso, impinguato considerevolmente di denaro pubblico senza averlo mai guadagnato con qualche servizio pubblico”, dice quel “rozzo” plebeo di Cobbett [150]. Hume è “nella pratica della vita, nei lati essenziali, di gran lunga superiore a un Kant”,

dice Dühring.

Ma perché nella “Storia critica” viene assegnata a Hume una posizione così esagerata? Semplicemente perché questo “pensatore serio e sottile” ha l’onore di rappresentare il Dühring del XVIII secolo. Come un Hume serve a provare che “la creazione di tutto il ramo scientifico” (dell’economia) “è stato fatto dalla filosofia più illuminata”, così il precedente di Hume offre la migliore garanzia che questo ramo scientifico troverà, per quanto da ora è dato prevedere, la sua conclusione in quell’uomo fenomenale che ha trasformato la filosofia semplicemente “più illuminata” nell’assolutamente luminosa filosofia della realtà e nel quale, proprio come un Hume , ciò che “sinora è senza esempi su suolo tedesco (…) lo studio della filosofia in senso più stretto, si trova accoppiato con le ricerche scientifiche di economia”. In conseguenza di tutto ciò troviamo Hume, pur autorevole come economista, gonfiato fino a farne una stella di prima grandezza in economia, il cui significato ha potuto sinora essere misconosciuto soltanto da quella stessa invidia che fino ad oggi uccide con un silenzio così ostinato anche i servizi “di valore decisivo per l’epoca” resi da Dühring.

* * *

La scuola fisiocratica, come è noto, ci ha lasciato nel “Tableau économiquedi Quesnay [151] un enigma su cui invano sinora si sono rotte le corna i critici e gli storici dell’economia. Questo Tableau, che doveva far comprendere chiaramente l’idea che i fisiocratici si facevano della produzione e della circolazione della ricchezza complessiva di un paese, è rimasto abbastanza oscuro per le generazioni successive degli economisti. Anche su questo Dühring ci farà definitivamente luce. Che cosa questo “quadro economico della produzione e della distribuzione debba significare nello stesso Quesnay“, egli dice, si può vedere solo quando si “siano precedentemente indagati con precisione i suoi peculiari concetti direttivi”. E ciò tanto più, invero, in quanto questi concetti sino allora erano stati esposti con una “oscillante imprecisione” e neanche in Adam Smith se ne potevano “riconoscere i tratti essenziali”. A siffatte “ricerche superficiali” della tradizione, Dühring metterà fine una volta per sempre. Ed ecco che per cinque intere pagine si mette a prendere in giro il suo pletore, cinque pagine nelle quali frasi boriose di tutti i generi, continue ripetizioni e un disordine calcolato dovrebbero nascondere il fatto spiacevole che, sui “concetti direttivi” di Quesnay, Dühring può comunicarci a stento quel tanto che dicono “le più correnti compilazioni manualistiche”, contro le quali egli non si stanca di mettere in guardia. “Uno dei lati più pericolosi” di questa introduzione è costituito dal fatto che anche qui si sentono qua e là tracce del Tableau, sinora noto soltanto di nome, ma poi ci si perde in “riflessioni”, di tutte le specie, come per es. “la differenza tra sforzo e risultato.” Se questa differenza “invero non si può cogliere completamente elaborata nell’idea di Quesnay”, per contro Dühring ce ne darà un esempio folgorante non appena arriva, dopo il suo prolungato “sforzo” introduttivo, al suo “risultato” stranamente misero, e cioè alla conclusione sul Tableau stesso. Diamo ora tutto, ma letteralmente tutto ciò che trova opportuno comunicarci sul Tableau di Quesnay.

Nello “sforzo” Dühring dice:

“A lui” (Quesnay) “appariva evidente per sé che il ricavo” (Dühring aveva parlato proprio allora del prodotto netto) “debba essere concepito e considerato come un valore in denaro (…) egli collegò immediatamente le sue riflessioni (!) ai valori in denaro, che presupponeva come risultati della vendita di tutti i prodotti agricoli dal momento che escono dalla mano del primo possessore. In questa maniera (!) egli opera nelle colonne del suo Tableau con alcuni miliardi” (cioè con valori in denaro).

Abbiamo così imparato in tre riprese che Quesnay nel Tableau opera coi “valori in denaro” dei “prodotti agricoli”, ivi incluso il “prodotto netto” o “provento netto”. Andiamo avanti nella lettura del testo:

“Se Quesnay avesse imboccato la via di una considerazione delle cose veramente naturale, e si fosse liberato non solo della preoccupazione dei metalli nobili e della quantità di denaro, ma anche della preoccupazione dei valori in denaro (…) ma egli conta invece solo con somme di valore e immaginava (!) che il prodotto netto sia a priori un valore in denaro“.

Quindi per la quarta e la quinta volta: nel Tableau ci sono solo valori in denaro!

“Egli” (Quesnay) “otteneva la stessa cosa” (il prodotto netto) “sottraendo le spese e pensando (!) principalmente” (ricerca non tradizionale, ma in compenso tanto più superficiale) “a quel valore che spetta come rendita al proprietario terriero”.

Non siamo ancora andati avanti di un passo; ma ora sì che ci siamo:

“D’altra parte, purtuttavia” (questo “purtuttavia” è una perla!) “il prodotto netto passa nella circolazione come oggetto naturale e in questo modo diventa un elemento per mezzo del quale (.) si mantiene (…) la classe indicata come sterile. Qui si può subito (!) rilevare la confusione che sorge dal fatto che il corso delle sue idee nell’un caso è determinato dal valore in denaro e nell’altro dalla cosa stessa”.

In generale, è evidente, tutta la circolazione delle merci soffre di questa “confusione”: che le merci vi entrano contemporaneamente come “oggetto naturale” e come “valore in denaro”. Ma continuiamo ancora a girare sempre intorno ai “valori in denaro”, perché “Quesnay vuole evitare una doppia applicazione del provento economico”.

Con licenza di Dühring, in basso, nell’analisi del Tableau [152] di Quesnay, le diverse specie di prodotti figurano come “oggetti naturali” e in alto, nel Tableau stesso, figurano i loro valori in denaro. Quesnay più tardi ha perfino fatto scrivere dal suo famulus, l’abate Bandeau, nel Tableau stesso, anche gli oggetti naturali accanto al loro valore in denaro [153].

Dopo tanto “sforzo” finalmente il “risultato”. Udite, udite:

“Pure l’incongruenza” (in riferimento alla funzione assegnata da Quesnay ai proprietari terrieri) “diventa subito chiara, appena ci si domanda che cosa avviene nel ciclo economico del prodotto netto appropriato come rendita. Qui il modo di vedere dei fisiocratici e il Tableau économique hanno potuto dare solo confusione arbitraria spinta sino al misticismo”.

Tutto è bene quel che finisce bene. Dunque Dühring non sa “che cosa nel ciclo economico” (che il Tableau rappresenta) “avviene del prodotto netto appropriato come rendita”. Il Tableau è per lui la “quadratura del circolo”. Per propria confessione egli non sa neanche l’abbiccì della fisiocrazia. Dopo tutto questo menare il can per l’aia, questo pestar l’acqua nel mortaio, questi zig-zag, arlecchinate, episodi, digressioni, ripetizioni e guazzabugli stupefacenti, che dovrebbero unicamente prepararci alla imponente chiarificazione su “ciò che il Tableau debba significare per Quesnay stesso”; dopo tutto questo, a conclusione, la pudibonda confessione di Dühring: che egli stesso non lo sa.

Una volta liberatosi di questo mistero doloroso, di questa atra Cura [154] oraziana che gli stava in groppa durante la sua cavalcata per il paese della fisiocrazia, ecco il nostro “pensatore serio e sottile” soffiare ancora una volta allegramente nella sua tromba: “Le linee che Quesnay traccia in tutte le direzioni” (ce ne sono cinque in tutto!) “nel suo Tableau, del resto abbastanza semplice (!), e che debbono rappresentare la circolazione del prodotto netto”, fanno sorgere il dubbio se “in queste strane combinazioni di colonne” non si nasconda una fantasia matematica e ci ricordano che Quesnay si è occupato della quadratura del circolo, ecc. Dato che queste linee, malgrado la loro semplicità, per confessione di Dühring stesso, gli rimangono inintelligibili, egli secondo la sua maniera prediletta, deve disprezzarle. E ora può tranquillamente dare al noioso Tableau il colpo di grazia: “Poiché abbiamo considerato il prodotto netto da questo suo lato più dubbio” ecc. Ossia, la confessione forzata di non intendere neanche la prima parola del Tableau économique e la funzione che in esso ha il prodotto che vi figura: Dühring la chiama “l’aspetto più dubbio del prodotto netto”! Che umorismo da condannato a morte!

Ma perchè i nostri lettori, riguardo al Tableau di Quesnay, non restino nella stessa atroce ignoranza in cui sono necessariamente coloro che traggono la loro sapienza economica “di prima mano” da Dühring, diciamo in breve quanto segue:

È noto che per la fisiocrazia la società si divide in tre classi: 1. la classe produttiva, cioè la classe realmente attiva nell’agricoltura: fittavoli e lavoratori agricoli; essi si dicono produttivi perché il loro lavoro lascia un’eccedenza: la rendita. 2. La classe che si appropria questa eccedenza, comprendente i proprietari terrieri e il personale dipendente da essi, il principe e in generale i funzionari pagati dallo Stato e finalmente anche la Chiesa, nella sua qualità particolare di ente che si appropria la decima. Per brevità, d’ora in poi, designeremo la prima classe semplicemente sotto il nome di “fittavoli” e la seconda sotto il nome di “proprietari terrieri”. 3. La classe industriale o sterile (improduttiva); sterile perché, secondo il modo di vedere della fisiocrazia, alle materie prime fornitele dalla classe produttiva aggiunge solo tanto valore quanti sono i mezzi di sussistenza che la stessa classe le fornisce e che essa consuma. Ora, il Tableau di Quesnay serve per rendere evidente come il prodotto globale annuo di un paese (qui in realtà della Francia) circola tra queste tre classi e serve alla riproduzione annua.

Il primo presupposto del Tableau è che il sistema dell’affittanza, e con esso l’agricoltura esercitata su larga scala, nel senso che aveva al tempo di Quesnay, sia già stato generalmente introdotto, e per questo gli valgono da modello la Normandia, la Piccardia, l’Ile-de-France e alcune altre province francesi. Il fittavolo appare perciò come l’elemento veramente dirigente dell’agricoltura, rappresenta nel Tableau tutta quanta la classe produttiva (agricola) e paga al proprietario terriero una rendita in denaro. Ai fittavoli nella loro totalità viene attribuito un capitale investito, o inventario, di dieci miliardi di livres; un quinto di questa somma, ossia due miliardi, rappresenta il capitale d’esercizio che deve essere attualmente sostituito: calcolo, questo, fatto in base alle fattorie meglio condotte delle province surricordate.

Ulteriori presupposti sono: 1. che si verifichino prezzi costanti e riproduzione semplice, e ciò per semplificare lo studio; 2. che resti esclusa ogni circolazione che ha luogo all’interno di una singola classe e che si consideri semplicemente la circolazione tra classe e classe; 3. che tutte le compre e rispettivamente le vendite che si verificano tra classe e classe nel corso dell’anno di esercizio siano raccolte in una somma totale ultima. Si noti finalmente che al tempo di Quesnay in Francia, come più o meno in tutta l’Europa, l’industria casalinga, propriamente detta, della famiglia contadina provvedeva alla parte di gran lunga più considerevole dei suoi bisogni non rientranti nella classe dei generi alimentari, e perciò questa industria casalinga è qui presupposta come ovvio accessorio dell’agricoltura.

Il punto di partenza del Tableau è il raccolto totale, il prodotto lordo dei prodotti annui della terra, il quale per questa ragione figura subito in alto nel Tableau, ossia la “riproduzione totale” del paese, qui della Francia. La grandezza del valore di questo prodotto lordo viene valutata secondo i prezzi medi del prodotto del suolo delle nazioni che praticano il commercio. Esso comporta cinque miliardi di livres, cifre che, secondo le valutazioni statistiche allora possibili, rappresenta all’incirca il valore in denaro del prodotto lordo dell’agricoltura in Francia. Questa e nessun’altra è la ragione per cui nel suo Tableau Quesnay “opera con alcuni miliardi”, cioè con cinque miliardi e non con cinque livres tournois [155].

Il prodotto lordo totale, del valore di cinque miliardi, si trova quindi nelle mani della classe produttiva, cioè anzitutto dei fittavoli, che lo hanno prodotto mediante l’erogazione di un capitale annuo di esercizio di due miliardi corrispondente ad un capitale investito di dieci miliardi. I prodotti agricoli, mezzi di sussistenza, materie prime, ecc., che sono richiesti per la sostituzione del capitale d’esercizio, e quindi anche per il mantenimento di tutto le persone direttamente attive nell’agricoltura, sono prelevati in natura sul raccolto totale ed erogati per la nuova produzione agricola. Poiché, come è stato detto, vengono presupposti prezzi costanti e riproduzione semplice, ad un livello dato, il valore in denaro di questa parte del prodotto lordo che è stata prelevata in precedenza, è uguale a due miliardi di livres. Questa parte, dunque, non rientra nella circolazione generale. Infatti, come è già stato notato, la circolazione, in quanto abbia luogo all’interno dell’ambito di ogni singola classe e non invece tra le diverse classi, viene esclusa dal Tableau .

Dopo la sostituzione del capitale d’esercizio effettuata sul prodotto lordo, resta un’eccedenza di tre miliardi, di cui due in mezzi di sussistenza e uno in materie prime. Ma la rendita che i fittavoli debbono pagare ai proprietari terrieri ammonta solo a due terzi di questa somma, pari a due miliardi. Perché solo questi due miliardi figurino sotto la rubrica “prodotto netto” o “reddito netto”, lo vedremo presto.

Oltre alla “riproduzione” agricola “totale” del valore di cinque miliardi, di cui tre entrano nella circolazione generale, nelle mani dei fittavoli si trova però, prima che cominci il movimento rappresentato nel Tableau , anche tutto il “pécule” [“peculio”, cioè il denaro risparmiato] della nazione, due miliardi di denaro contante. Ecco come accade questo fatto.

Poiché il punto di partenza del Tableau è il raccolto totale, esso costituisce allo stesso tempo il punto finale di un’annata economica, per es. dell’annata 1758, dopo la quale comincia una nuova annata economica. Durante questa nuova annata, 1759, la parte del prodotto lordo destinata alla circolazione si divide, mediante un certo numero di pagamenti, compre e vendite, tra le altre due classi. Questi movimenti che si succedono l’un l’altro frazionati e che si estendono per un’intera annata (come in ogni caso era inevitabile che avvenisse nel Tableau ), sono però compendiati in pochi atti caratteristici, ciascuno dei quali abbraccia tutt’insieme un’intera annata. In questo modo, in effetti, anche alla fine dell’annata 1758, alla classe dei fittavoli è riaffluito il denaro che essi avevano pagato ai proprietari terrieri come rendita dell’annata 1757 (come ciò accada, lo mostrerà il Tableau stesso), cioè la somma di due miliardi, cosicché nel 1759 essi possono rimettere in circolazione questa somma. Poiché quella somma, come nota Quesnay, è molto maggiore di quanto richiesto nella realtà per la circolazione totale del paese (la Francia), ove i pagamenti si ripetono costantemente in modo frazionato, i due miliardi di livres che si trovano nelle mani dei fittavoli rappresentano la somma totale del denaro circolante nella nazione.

La classe dei proprietari terrieri che incassano rendite si presenta, come del resto casualmente accade ancor oggi, anzitutto nella veste di riscuotitori di pagamenti. Secondo il presupposto di Quesnay, i proprietari terrieri propriamente detti ricevono solo quattro settimi della rendita di due miliardi, due settimi vanno al governo e un settimo ai riscuotitori di decime. Al tempo di Quesnay la Chiesa era il maggiore proprietario terriero della Francia e per giunta intascava la decima su ogni altra proprietà fondiaria.

Il capitale d’esercizio (avances annuelles [anticipi annuali]) erogato durante un’intera annata dalla classe “sterile” consiste in materie prime del valore di un miliardo: solo materie prime, perché strumenti, macchine, ecc., contano tra i prodotti di questa stessa classe. Invece le molteplici funzioni che questi prodotti hanno nell’esercizio dell’industria di questa classe non rientrano nel Tableau più di quanto vi rientri la circolazione di merci e di denaro che ha luogo esclusivamente all’interno di questa classe. Il salario del lavoro, per mezzo del quale la classe sterile trasforma la materia prima in merce manifatturata, è uguale al valore delle merci di sussistenza che essa riceve in parte direttamente dalla classe produttiva, in parte indirettamente dai proprietari terrieri. Malgrado si divida, essa stessa, in capitalisti e salariati, essa, presa come classe globale, secondo l’idea fondamentale di Quesnay, sta al soldo della classe produttiva e dei proprietari terrieri. La produzione industriale totale, e perciò anche la sua circolazione totale, che si distribuisce nell’annata che segue il raccolto, vengono egualmente riunite in un tutto unico. si presuppone perciò che al principio del movimento rappresentato nel Tableau la produzione annua delle merci della classe sterile si trovi completamente nelle sue mani, che quindi tutto il suo capitale d’esercizio, vale a dire materie prime del valore di un miliardo, sia stato trasformato in merci del valore di due miliardi, la metà dei quali rappresenta il prezzo dei mezzi di sussistenza consumati durante questa trasformazione. Si potrebbe qui obiettare: ma tuttavia anche la classe sterile usa prodotti industriali per i suoi bisogni domestici; dove dunque figurano questi prodotti se il suo proprio prodotto totale passa, mediante la circolazione, alle altre classi? Ecco la risposta che riceviamo a questa domanda: la classe sterile non solo consuma essa stessa una parte delle sue proprie merci, ma cerca inoltre di trattenerne quanto più le è possibile. Essa quindi vende le sue merci messe in circolazione al di sopra del loro valore reale e deve farlo perché noi registriamo queste merci al valore totale della loro produzione. Questo tuttavia non altera in nulla i dati stabiliti nel Tableau; infatti le altre due classi ricevono le merci manifatturate solo al valore della loro produzione totale.

Adesso dunque conosciamo la posizione economica delle tre diverse classi, al principio del movimento rappresentato nel Tableau .

La classe produttiva, dopo il rinnovo in natura del suo capitale d’esercizio, dispone ancora di tre miliardi in prodotti agricoli lordi e di due miliardi in denaro. La classe dei proprietari terrieri figura solamente col suo titolo di credito di due miliardi di rendita sulla classe produttiva. La classe sterile dispone di due miliardi di prodotti manifatturati. Una circolazione che avviene solo tra due di queste tre classi è detta dai fisiocratici circolazione imperfetta, una circolazione che avviene tra tutte e tre le classi è detta circolazione perfetta.

Quindi passiamo ora al Tableau économique stesso.

Prima circolazione (imperfetta). I fittavoli pagano ai proprietari terrieri senza contropartita la rendita loro spettante, con due miliardi di denaro. Con uno di questi miliardi i proprietari terrieri comprano mezzi di sussistenza dai fittavoli ai quali così rifluisce una metà del denaro da loro erogato in pagamento della rendita.

Nella sua “Analyse du Tableau économique” Quesnay non parla più dello Stato che riceve due settimi e della Chiesa che riceve un settimo della rendita fondiaria, perché le loro funzioni sociali in generale sono note. Riguardo ai proprietari terrieri propriamente detti, dice però che le loro spese, nelle quali figurano anche quelle di tutti i loro dipendenti, sono almeno per la massima parte improduttive, ad eccezione di quella piccola parte che viene impiegata “per il mantenimento e il miglioramento di loro fondi e per elevare il livello della loro coltura”. Ma secondo il “diritto naturale” la loro specifica funzione consiste precisamente nel “provvedere alla buona amministrazione e alle spese per il mantenimento del loro patrimonio” [156] o, come è spiegato più tardi, nelle avances foncières, cioè in spese per preparare il terreno, e nel provvedere le fattorie di tutti gli accessori che permettono al fittavolo di dedicare tutto il suo capitale esclusivamente all’effettiva coltura.

Seconda circolazione (perfetta). Col secondo miliardo, che si trovano ancora nelle loro mani, i proprietari terrieri comprano prodotti manifatturati dalla classe sterile, ma questa col denaro ricavato compra dai fittavoli mezzi di sussistenza per lo stesso ammontare.

Terza circolazione (imperfetta). I fittavoli comprano dalla classe sterile con un miliardo in denaro merci fatturate per lo stesso ammontare; una gran parte di queste merci consiste in strumenti agricoli ed altri mezzi di produzione necessari all’agricoltura. La classe sterile restituisce ai fittavoli lo stesso denaro, comprando con esso materie prime per un miliardo in modo da sostituire il proprio capitale d’esercizio. Con ciò sono rifluite nelle tasche dei fittavoli i due miliardi in denaro da loro erogati in pagamento della rendita e il ciclo è chiuso. E conseguentemente è risolto anche il grande enigma: “che cosa nel ciclo economico avvenga del prodotto netto appropriato sotto forma di rendita”.

Abbiamo trovato sopra, al punto di partenza del processo, un’eccedenza di tre miliardi tra le mani della classe produttiva. Di essi solo due sono stai pagati ai proprietari terrieri sotto forma di rendita, come prodotto netto. Il terzo miliardo d’eccedenza forma l’interesse del capitale totale d’investimento dei fittavoli, quindi il 10% su dieci miliardi. Essi non ricevono questo interesse, si noti bene, dalla circolazione; esso si trova nelle loro mani in natura ed essi lo realizzano solo attraverso la circolazione, poiché per mezzo di essa lo sostituiscono con merci manifatturate dello stesso valore.

Senza questo interesse il fittavolo, l’agente principale dell’agricoltura, non anticiperebbe ad essa il capitale d’investimento. Già da questo punto di vista, secondo i fisiocratici, l’appropriazione da parte del fittavolo di questa parte del plusprodotto agricolo che rappresenta l’interesse è una condizione della produzione, altrettanto necessaria quanto la stessa classe dei fittavoli e perciò questo elemento non può essere contato nella categoria del “prodotto netto” o “reddito netto” nazionale; infatti quest’ultimo è caratterizzato precisamente dal fatto che può consumarsi senza nessun riguardo ai bisogni immediati della riproduzione nazionale. Ma questo fondo di un miliardo serve, secondo Quesnay, in gran parte per le riparazioni necessarie durante l’annata e in parte per il rinnovo del capitale d’investimento, inoltre come fondo di riserva per riparare ad infortuni e finalmente, quando è possibile, serve per arricchire il capitale d’investimento e di esercizio, nonché per migliorare il terreno ed estendere la coltura.

Tutto questo processo è, in verità, “abbastanza semplice”. Vengono immessi nella circolazione, dai fittavoli, due miliardi in denaro per il pagamento della rendita e tre miliardi in prodotti, dei quali due terzi in mezzi di sussistenza e un terzo in materie prime; dalla classe sterile, merci manifatturate per due miliardi. Dei mezzi di sussistenza, dell’ammontare di due miliardi, una metà viene consumata dai proprietari terrieri con le loro dipendenze, l’altra metà dalla classe sterile in pagamento del suo lavoro. Le materie prime per un miliardo sostituiscono il capitale d’esercizio della stessa classe. Delle merci manifatturate in circolazione per l’ammontare di due miliardi, una metà spetta ai proprietari terrieri, l’altra metà ai fittavoli. Per i quali essa è solo una forma trasformata dell’interesse del loro capitale d’investimento, interesse ricavato direttamente dalla riproduzione agricola. Invece il denaro che il fittavolo ha messo in circolazione col pagamento della rendita, riaffluisce nelle sue mani mediante la vendita dei suoi prodotti e così nella nuova annata economica può essere ripercorso lo stesso ciclo.

Ed ora si ammiri l’esposizione “veramente critica” di Dühring, così infinitamente superiore alle “superficiali ricerche della tradizione”. Dopo averci, per cinque volte di seguito, rappresentato in modo misterioso con quanto pericolo Quesnay, nel Tableau, operi con semplici valori in denaro, il che per giunta si rileva anche falso, finalmente appena si chiede “che cosa nel ciclo economico avvenga del prodotto netto appropriato sotto forma di rendita”, egli giunge al risultato che “il Tableau economico” può dare “solo confusione ed arbitrio spinti sino al misticismo”. Abbiamo visto che il Tableau , questa rappresentazione, tanto semplice quanto geniale per il suo tempo, del processo annuo di riproduzione, quale si compie per mezzo della circolazione, risponde in una maniera molto precisa alla domanda: che cosa nel ciclo economico avvenga del prodotto netto e con ciò ancora una volta il “misticismo” e la “confusione e l’arbitrio” restano unicamente e solamente a Dühring come il “lato più pericoloso” e l’unico “prodotto netto” dei suoi studi fisiocratici.

A Dühring l’influenza storica dei fisiocratici è precisamente tanto familiare quanto la loro teoria. “Con Turgot” egli ci insegna “la fisiocrazia in Francia era arrivata al suo termine sia in pratica che in teoria.” Ma che Mirabeau nelle sue idee economiche fosse essenzialmente un fisiocratico, che egli fosse, nell’Assemblea costituente del 1789, la prima autorità economica, che questa assemblea nelle sue riforme economiche abbia tradotto dalla teoria alla pratica una gran parte dei principi fisiocratici e che specialmente abbia colpito con una forte imposta anche il prodotto netto che il possesso fondiario si appropriava “senza contropartita”, cioè la rendita fondiaria: tutto questo per “un” Dühring non esiste.

Come il lungo tratto di penna tirato sul periodo che va dal 1691 al 1752 toglieva di mezzo tutti i predecessori di Hume, così un altro tratto di penna toglie di mezzo sir James Steuart che sta tra Hume e Adam Smith. Della sua grande opera, che, prescindendo dalla sua importanza storica, ha durevolmente arricchito il campo dell’economia politica [157], nell'”impresa” di Dühring non c’è una sillaba. Ma per contro infligge allo Steuart la parola più ingiuriosa che c’è nel suo lessico e dice che è “un professore” del tempo di Adam Smith. Disgraziatamente questa insinuazione è una pura invenzione. Steuart in realtà fu un grande proprietario terriero scozzese che, per una pretesa partecipazione alla congiura degli Stuart, fu bandito dalla Gran Bretagna e, per via del suo soggiorno e dei suoi viaggi nel continente, ebbe modo di conoscere le condizioni economiche di vari paesi.

Per farla breve: secondo la “storia critica” tutti i precedenti economisti hanno avuto solo il valore o di servire da “rudimenti” per la profonda fondazione “di valore decisivo” di Dühring o, con la loro detestabilità, di metterla in particolare rilievo. Purtuttavia, anche nell’economia ci sono alcuni eroi che non rappresentano solo “rudimenti” per la “profonda fondazione”, ma “tesi”, partendo dalle quali essa, secondo la prescrizione della Filosofia della natura, non si è “sviluppata”, ma addirittura “composta”: cioè l'”incomparabilmente grande ed eminente” List, che per utilità e vantaggio dei fabbricanti tedeschi ha gonfiato in “poderose” parole le “sottili” dottrine mercantilistiche di un Ferrier e di altri; inoltre Carey, che nella seguente tesi mette a nudo il vero nocciolo della sua sapienza: “Il sistema di Ricardo è un sistema della discordia (…) esso finisce col creare l’ostilità tra le classi (…) il suo scritto è il manuale del demagogo che aspira al potere mediante la divisione delle terre, la guerra e il saccheggio” [158] e finalmente, buon ultimo, il Confucio della City di Londra, Macleod.

Perciò la gente che nel presente e nell’immediato avvenire vuole studiare la storia dell’economia politica andrà sempre più sicura se si metterà al corrente dei “prodotti annacquati”, delle “banalità” e delle “prolisse sbrodolature” delle “più correnti compilazioni manualistiche”, che non affidandosi alla “maniera di delineare la storia in grande stile” di Dühring.

* * *

Quale è allora il risultato finale della nostra analisi del “sistema” di economia politica “personalmente creato” da Dühring? Nient’altro che questo fatto: che con tutte le grandi parole e le promesse ancora più importanti siamo stati turlupinati proprio come nella “Filosofia”. La teoria del valore, questa “pietra di paragone della consistenza dei sistemi di economia”, va a finire in questo risultato: che Dühring intende per valore cinque cose completamente diverse e diametralmente contraddittorie tra loro e che quindi nel migliore dei casi non sa neppure quello che vuole. Le “leggi naturali di tutta l’economia”, annunziate con tanta pompa, si appalesano come banalità della peggior specie, note a tutto il mondo e spesso neppure comprese rettamente. L’unica spiegazione dei fatti economici che questo sistema, personalmente creato, può darci, e che essi sono il risultato della “violenza”, espressione con la quale da millenni i filistei di tutte le nazioni si consolano di tutto ciò che di spiacevole capita loro e con la quale noi non sappiamo niente più di prima. Ma invece di indagare questa violenza nella sua origine e nei suoi effetti, Dühring ci invita ad esser paghi e grati della semplice parola “violenza” come causa ultima e spiegazione definitiva di tutti i fenomeni economici. Costretto a dare maggiori chiarimenti sullo sfruttamento capitalistico del lavoro, lo rappresenta prima in generale come fondato sull’imposizione di un tributo e su un sovrapprezzo, appropriandosi completamente, su questo punto, il “prelevamento” (prélèvement) proudhoniano; per spiegarlo poi nei particolari per mezzo della teoria marxiana del pluslavoro, plusprodotto e plusvalore. Egli riesce quindi a conciliare felicemente due modi di vedere totalmente contraddittori, copiandoli tutti e due contemporaneamente. E come nella filosofia trovava parole abbastanza forti per quello stesso Hegel che incessantemente sfruttava svuotandolo, così, nella “Storia critica”, le calunnie più prive di fondamento contro Marx servono solo per coprire il fatto che tutto ciò che di razionale, sia pur unilateralmente, si trova nel “Corso” riguardo al capitale e al lavoro è parimenti un plagio che svuota Marx. L’ignoranza che nel “Corso” gli fa mettere al principio della “storia dei popoli civili” il “grande proprietario terriero” e gli fa ignorare completamente la proprietà comune del suolo delle tribù e dei villaggi dalla quale, in effetti, ha inizio tutta la storia, questa ignoranza, oggi quasi inconcepibile, è, direi, anche superata da quella che nella “Storia critica” mena non poco vanto di essere una “ampiezza universale dell’orizzonte storico” e di cui abbiamo solo dato pochi esempi ad deterrendum. In una parola: prima l’enorme “sforzo” di autoesaltazione, di ciarlatanesche strombazzature e di promesse che si accavallano l’una sull’altra, e poi il “risultato”… zero.

Note

119. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit.,408.

120. K. Marx, “Per la critica dell’economia politica”, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1969, p. 39.

45. Max Stirner (1806-1856), individualista anarchico, nel suo libro “L’Unico e la sua proprietà” assumeva atteggiamenti presuntuosi simili a quelli che Engels rimprovera a Dühring. La critica di Marx ed Engels a Stirner occupa la maggior parte dell'”ideologia tedesca” (1845-1846).

121. Aristotele, “Repubblica”, libro I, cap. 9. questo passo è citato anche da Marx nel “Capitale”, I, trad. it. cit., p. 118, e in “Per la critica dell’economia politica”, trad. it. cit., p. 15.

122. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 408-410.

123. Cfr. Platone, “repubblica”, libro II.

124. Senofonte, “Ciropedia”, libro VIII, cap. 2.

125. Wilhelm Roscher, “Die Grindlagen der Nationalökonomie…”, p. 86.

126. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 808-812..

127. Aristotele parla delle sue differenti forme della circolazione del denaro nella “Repubblica”, libro I, capp. 8-10.

128. Aristotele, “Etica Nicomachea”, libro V, cap. 8. I passi aristotelici in questione sono citati da Marx in “Per la critica dell’economia politica”, trad. it. cit., pp. 54-55, e nel “Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 91-92.

129. Friedrich List, “Das Nationale System…”, vol. I, pp. 451 e 456.

130. Dal volume anonimo “A treatise of taxes, and contributions…”, pp. 24 e sgg. Il corsivo è di Marx.

131. Il lavoro “Quantulumcumque concernine money…” fu scritto da William Petty nel 1682 e pubblicato a Londra nel 1695. Marx usava l’edizione del 1760. “The political anatomy of Ireland…” fu scritta da Petty nel 1672 e pubblicata a Londra nel 1691.

132. Marx si riferisce ai lavori economici del chimico francese Antoine-Laurent Lavoisier, “De la richesse territoriale du royaume de France” (Parigi, 1791) e “Essai sur la population de la ville de Paris…”, nonché all'”Essai d’arithmétique politique…” (Parigi, 1791) scritto in collaborazione col matematico J-L Lagrange. L’edizione di questi lavori usata da Marx era compresa nei “Mélanges d’économie politique… par Eugéne Daire et G. de Molinari”, t. 1, pp. 575-620.

133. Pierre Boisguillebert, “Dissertation sur la nature des richesses…”, p. 397.

134. Il banchiere economista inglese John Law cercò di mettere in pratica la sua idea assurda che lo Stato potesse aumentare la ricchezza del paese emettendo carta-moneta non coperta. Nel 1716 egli fondò a Parigi una banca privata che alla fine del 1718 fu trasformata in banca di Stato. Essa emetteva carta-moneta in quantità illimitata e intanto incassava moneta metallica. Ne nacque un enorme imbroglio di Borsa e una speculazione inaudita, finché nel 1720 la banca e il “sistema” di Law fecero bancarotta completa. Law fuggì all’estero.

135. William Petty, “A treatise of taxes, and contributions…”, pp. 28 e sgg.

136. Dudley North, “Discourses upon trade…”, p. 4.

137. David Hume, “Essays, moral, and political, and dialogues concerning natural religion”, vol. 4: “Political discourses”, Edimburgo, 1752. Marx usò l’edizione “Essays and treatises…” del 1777, nella quale I “Political discourses” formano la seconda parte del primo volume.

138. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 156 nota 79 e p. 562 nota 7.

139. Riferimento a Montesquieu, “Lo spirito delle leggi”, la cui prima edizione uscì anonima a Ginevra nel 1748.

140. David Hume, ” Essays and treatises…”, p. 303 sg. Il corsivo è di Marx.

141. K. Marx, “Per la critica dell’economia politica”, trad. it. cit., p. 142 sgg.

142. David Hume, ” Essays and treatises…”, p. 313.

143. Ibid. p. 314.

144. La prima edizione dell'”Essai sur la nature du commerce in général” di Richard Cantillon uscì in realtà nel 1755, come indica lo stesso Marx nel primo libro del “Capitale” (trad. it. cit. p. 608). Adam Smith menziona il libro di Cantillon nel primo volume di “An inquiry into the nature and causes…”.

145. Le parole “come si è detto” si riferiscono al passo successivo (qui sotto) che comincia “Ma perché nella “Storia critica”…” e finisce “… resi da Dühring”. Nella I e II edizione questo passo si trovava più indietro. Queste parole sono state lasciate per svista, quando Engels riordinò il testo per la III edizione.

146. David Hume, ” Essays and treatises…”, p. 367. Il corsivo è di Marx.

147. Ibid. p. 314. Il corsivo è di Marx.

148. Nel 1866 Bismarck, attraverso il so consigliere Wagener, propose a Dühring di scrivere per il governo prussiano un memorandum sulla questione operaia. Dühring, propugnatore dell’armonia tra capitale e lavoro, accolse l’incarico. Ma nel 1867 il lavoro fu pubblicato a sua insaputa dapprima anonimo, poi sotto il nome di Hermann Wagener. Dühring sporse querela contro Wagener per violazione del diritto d’autore, e nel 1868 vinse la causa. Nel momento culminante di questa storia scandalistica Dühring pubblicò “Die Schicksale meiner…”.

149. F. C. Schlosser, “Weltgechichte für dal deutsche Volk…”. P, 76

150. William Cobbett, “A history of the “protestant” reformation, in England and Ireland…”, paragrafi 149, 116 e 130.

151. Il “Tableau économique” di Quesnay fu pubblicato per la prima volta come opuscoletto a Versailles nel 1758.

152. La “Analyse du Tableau économique” di Quesnay fu pubblicata per la prima volta nel 1766 sulla rivista dei fisiocratici “Journale de l’agricolture, commerce, arts et finances” (che uscì dal 1765 al 1783). Marx la usò nell’edizione di Eugène Daire: “Physiocrates…” parte I, pp. 57-66.

153. Marx rimanda agli ultimi paragrafi del lavoro dell’abbè Bandeau “Explication du Tableau économique…”, che fu pubblicato per la prima volta nel 1767. Cfr. l’edizione di Eugène Daire: “Physiocrates…” parte II, pp. 864-867.

154. Nera Angoscia; dall’Ode III, I di Orazio: “ma la Paura e la Minaccia vanno dove va il padrone; né scende dalla trireme di bronzo, e sede alle spalle del cavaliere, la nera Angoscia”.

155. Lira tornese, moneta coniata a Tours fino al 1796 (80 franchi = 81 tornesi),

156. Cfr. Eugène Daire: “Physiocrates…” parte I, p. 68.

157. Si tratta dell’opera di James Steuart “An inquiry into the principles of the political oeconomy”, in due volumi, pubblicata a Londra nel 1767.

158. Henry Charles Carey, “The past, the present, and the future”, p. 74 sg.

Anti-Dühring

Terza Sezione: Socialismo

I. Cenni storici

Abbiamo visto nell’Introduzione [*7] come i filosofi francesi del XVIII secolo, coloro che prepararono la rivoluzione, si appellassero alla ragione come unico giudice di tutto ciò che esiste. Si doveva costruire uno Stato secondo ragione e una società secondo ragione e tutto ciò che contraddiceva alla ragione eterna doveva essere eliminato senza misericordia. Abbiamo visto del pari che questa ragione eterna in realtà non era altro che l’intelletto idealizzato del cittadino della classe media che proprio allora andava evolvendosi nel borghese moderno. Ora, quando la Rivoluzione francese ebbe realizzato questa società secondo ragione e questo Stato secondo ragione, le nuove istituzioni, per quanto razionali esse fossero a paragone del precedente stato di cose, tuttavia non risultarono affatto assolutamente razionali. Lo Stato secondo ragione era completamente andato in fumo. Il contratto sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nel Terrore, uscita dal quale la borghesia, che aveva perduto la fede nella propria capacità politica, si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio, e finalmente sotto la protezione del dispotismo napoleonico. La pace perpetua che era stata promessa si trasformò in una guerra di conquista senza fine. La società secondo ragione non ebbe una sorte migliore. Il contrasto tra ricchi e poveri, anziché risolversi nel benessere generale, fu acuito dall’eliminazione dei privilegi corporativi e di altro genere che lo coprivano e delle istituzioni benefiche della Chiesa che lo attenuavano [b27]; lo slancio dell’industria su base capitalistica elevò miseria e povertà delle masse lavoratrici a condizione di vita per la società [b28]. Il numero dei delitti crebbe di anno in anno. Se i vizi feudali, che prima facevano spudoratamente mostra di sé alla luce del sole, furono, se non soppressi, almeno temporaneamente confinati in secondo piano, al loro posto tanto più rigogliosamente fiorirono i vizi borghesi sino allora coltivati in segreto. Il commercio, sviluppandosi, divenne sempre più imbroglio. La parola d’ordine rivoluzionaria della “fratellanza” si realizzò nelle angherie e nelle invidie della lotta della concorrenza. Al posto dell’oppressione violenta subentrò la corruzione, al posto della spada, quale leva principale del potere sociale, subentrò il denaro. Il diritto della prima notte passò dai signori feudali ai fabbricanti borghesi. La prostituzione dilagò in misura sinora inaudita. Il matrimonio stesso rimase, come prima, una forma giuridicamente riconosciuta, un mantello che ufficialmente copriva la prostituzione e venne inoltre completato dall’adulterio praticato su larga scala. Per farla breve, confrontate con le pompose promesse degli illuministi, le istituzioni sociali e politiche instaurate con il “trionfo della ragione” si rivelarono caricature e amare delusioni. Mancavano ancora solo gli uomini che constatassero questa delusione: e questi uomini vennero all’inizio del nuovo secolo. Nel 1802 apparvero le “Lettere ginevrine” di Saint-Simon; nel 1808 apparve la prima opera di Fourier, quantunque le basi della sua teoria datassero dal 1799; il primo gennaio del 1800 Robert Owen prese la direzione di New Lanark [161].

Ma in questo periodo il modo di produzione capitalistico e con esso l’antagonismo tra borghesia e proletariato era ancora poco o nulla sviluppato. La grande industria che era appena sorta in Inghilterra era ancora sconosciuta in Francia. Ma solo la grande industria sviluppa, da una parte, quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione [b29]: conflitti non solo tra le classi che essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme di scambio che essa parimente crea; e dall’altra sviluppa, proprio in queste gigantesche forze produttive, anche i mezzi per risolvere questi conflitti. Se quindi intorno al 1800 i conflitti scaturenti dal nuovo ordinamento sociale erano solo sul nascere, questo vale ancora molto di più riguardo ai mezzi per la loro soluzione. Le masse nullatenenti di Parigi durante il Terrore avevano potuto, per un istante, conquistare il potere [b30], con questo fatto avevano dimostrato solo che nelle condizioni di allora questo potere non era possibile. Il proletariato che cominciava appena a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe, ancora assolutamente incapace di una azione politica indipendente, si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nella incapacità in cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt’al più portarsi dall’esterno, dall’alto.

Questa situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori del socialismo. All’immaturità della produzione capitalistica, all’immaturità della posizione delle classi, corrispondevano teorie immature. La soluzione delle questioni sociali, che restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, doveva uscire dal cervello umano. La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall’esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l’esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia.

Una volta stabilito tutto questo, non ci fermeremo neanche un momento di più su questo lato che oggi appartiene completamente al passato. Possiamo lasciare a rigattieri della letteratura à la Dühring il compito di andare in giro sofisticando solennemente su queste fantasticherie, che oggi ormai fanno soltanto sorridere, e il far valere di fronte a tali “follie” la superiorità del loro sobrio modo di pensare. Noi preferiamo invece rallegrarci dei germi geniali di idee e dei pensieri che affiorano dovunque sotto questo manto fantastico e per i quali quei filistei non hanno occhi [b31].

Saint-Simon già nelle sue “lettere ginevrine” stabilisce il principio che “tutti gli uomini debbono lavorare”. Nello stesso scritto sa già che il dominio del Terrore fu il dominio delle masse, nullatenenti. “Guardate – grida loro – che cosa accade in Francia nel periodo in cui vi dominano i vostri compagni: essi portano la fame.” [163] Concepire invece la Rivoluzione francese come una lotta di classe fra nobiltà, borghesia e nullatenenti [b32], era per l’anno 1802 una scoperta genialissima. Nel 1816 egli dichiara che la politica è la scienza della produzione e predice che la politica si dissolverà completamente nell’economia [164]. Se il riconoscimento che la realtà economica è la base delle istituzioni politiche appare qui soltanto ancora in germe, tuttavia la trasformazione del governo politico, esercitato su uomini, in un’amministrazione di cose e in una direzione di processi produttivi è qui espressa già chiaramente, e con essa quell’abolizione dello Stato, su cui di recente si è fatto tanto chiasso. Con pari superiorità sui suoi contemporanei egli dichiara nel 1814, immediatamente dopo l’entrata degli alleati a Parigi, e ancora nel 1815 durante la guerra dei cento giorni, che l’alleanza della Francia con l’Inghilterra, e secondariamente l’alleanza di tutti e due i paesi con la Germania, è per l’Europa l’unica garanzia di uno sviluppo prosperoso e di pace [165]. Per predicare ai francesi del 1815 l’alleanza con i vincitori di Waterloo, ci voleva certo un po’ più di coraggio che per dichiarare una guerra di chiacchiere ai professori tedeschi [b33] [166].

Mentre in Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute grazie alla quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente economiche dei socialisti venuti più tardi, in Fourier troviamo una critica delle vigenti condizioni sociali, ricca di uno spirito schiettamente francese, ma non perciò meno profondamente penetrante. Fourier prende in parola la borghesia, i suoi ispirati profeti prerivoluzionari e i suoi interessati apologeti post-rivoluzionari. Egli svela spietatamente la misère materiale e morale del mondo borghese e le contrappone tanto le splendide promesse degli illuministi di una società in cui dominerà la ragione, di una civiltà che darà ogni felicità e di una perfettibilità umana illimitata, quanto l’ipocrita fraseologia degli ideologi borghesi contemporanei, dimostrando come, dovunque, alla frase più altisonante corrisponda la realtà più miserevole, e coprendo di beffe mordaci questo irrimediabile fiasco delle frasi. Fourier non è solo un critico; la sua natura perennemente gaia ne fa un satirico e proprio uno dei più grandi satirici di tutti i tempi. La speculazione e la frode che fiorirono col tramonto della rivoluzione, nonché la generale grettezza bottegaia del commercio francese di allora, vengono descritte da lui con uno spirito pari alla sua maestria. Ancora più magistrale è la sua critica della forma borghese dei rapporti sessuali e della posizione della donna nella società borghese. Egli dichiara per la prima volta che, in una data società, il grado di emancipazione della donna è la misura naturale dell’emancipazione generale [167]. Ma dove Fourier appare più grande è nella sua concezione della storia della società. Egli divide tutto il suo corso quale sinora si è svolto, in quattro fasi di sviluppo: stato selvaggio, stato patriarcale, barbarie, civiltà, la quale ultima coincide con quella che oggi si chiama società borghese [b34] e dimostra che l'”ordinamento civile eleva ognuno di quei vizi, che la barbarie pratica in una maniera semplice, ad un modo di essere complesso, a doppio senso, ambiguo e ipocrita”, che la civiltà si muove in un “circolo vizioso”, in contraddizioni che continuamente riproduce senza poterle superare, cosicché essa raggiunge sempre il contrario di ciò che essa vuol raggiungere o che dà a vedere di voler raggiungere [168]. Cosicché, per es., “nella civiltà la povertà sorge dalla stessa abbondanza[169]. Fourier, come si vede, maneggia la dialettica con la stessa maestria del suo contemporaneo Hegel. Con pari dialettica egli, di fronte alle chiacchiere sull’infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il fatto che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, ma ha anche il suo ramo discendente [170] ed applica questo modo di vedere anche al futuro di tutta l’umanità. Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura distruzione della Terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’umanità.

Mentre in Francia l’uragano della rivoluzione ripulì il paese, in Inghilterra avvenne una rivoluzione più silenziosa, ma non per ciò meno poderosa. Il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la manifattura nella grande industria moderna e rivoluzionarono così tutta la base della società borghese. Il sonnolento processo di sviluppo del periodo della manifattura si trasformò in un periodo di vero Sturm und Drang [171] della produzione. Con velocità sempre crescente si compì la scissione della società in grandi capitalisti e proletari nullatenenti: tra queste due classi, invece del ceto medio ben definito di una volta, conduce oggi un’esistenza malsicura una massa instabile di artigiani e di piccoli commercianti, la parte più fluttuante della popolazione. Il nuovo modo di produrre era ancora solo all’inizio della sua fase ascendente: esso era ancora il modo di produzione normale e, date le circostanze, l’unico modo possibile. Ma già allora produceva inconvenienti sociali stridenti: assembrarsi di una popolazione senza sede nei peggiori quartieri delle grandi città; dissolversi di tutti i legami tradizionali, della subordinazione patriarcale, della famiglia; sopralavoro specialmente delle donne e dei fanciulli in misura spaventosa, enorme degradazione della classe operaia gettata improvvisamente a vivere in condizioni del tutto nuove [b35]. Apparve allora come riformatore un industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al sublime e ad un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen aveva fatta sua la dottrina dei materialisti dell’illuminismo, secondo la quale il carattere dell’uomo è, da una parte, il prodotto dell’organizzazione in cui nasce e, dall’altra, delle circostanze che lo circondano durante la sua vita e specialmente durante il periodo del suo sviluppo. Nella rivoluzione industriale la maggior parte degli uomini della sua classe vedevano solo confusione e caos, che permettono di pescare nel torbido ed arricchirsi rapidamente. Egli vide invece in essa l’occasione per applicare il suo principio favorito e così mettere ordine nel caos. Lo aveva già tentato con successo a Manchester come dirigente di una fabbrica di più di cinquecento operai; dal 1800 al 1829 diresse in qualità di condirettore le grandi filande di New Lanark in Scozia seguendo gli stessi principi, ma solo con maggiore libertà d’azione e con un successo che gli procurò rinomanza europea. Una popolazione, che salì poco a poco a 2.500 unità e che originariamente si componeva degli elementi più svariati e per la massima parte fortemente degradati, fu da lui trasformata in una perfetta colonia modello, nella quale l’ubriachezza, la polizia, il giudice penale, i processi, l’assistenza ai poveri, il bisogno di beneficenza erano cose sconosciute. E tutto questo semplicemente per il fatto che egli mise questa gente in condizioni più degne dell’uomo e, soprattutto, fece educare adeguatamente la generazione nuova. Egli fu l’inventore degli asili d’infanzia e li introdusse qui per la prima volta. A partire dal secondo anno di vita i bambini venivano a scuola dove tanto si divertivano che a stento potevano essere ricondotti a casa. Mentre i suoi concorrenti lavoravano [b36] da tredici a quattordici ore al giorno, a New Lanark si lavorava solo dieci ore e mezza. Allorché una crisi cotoniera costrinse a fermare il lavoro per la durata di quattro mesi, agli operai rimasti disoccupati fu corrisposto il pieno salario. E, così stando le cose, lo stabilimento aveva più che raddoppiato il valore e corrisposto sino all’ultimo ai proprietari un lauto profitto.

Con tutto ciò Owen non era soddisfatto. L’esistenza che aveva creato per i suoi operai era ancora ai suoi occhi molto lontana dall’essere un’esistenza degna dell’uomo; “quegli uomini erano miei schiavi”: le condizioni relativamente favorevoli in cui egli li aveva messi erano ancora molto lontane dal permettere uno sviluppo generale e razionale del carattere e dell’intelletto e meno ancora permettevano una libera attività.

“E tuttavia la parte attiva di questi 2.500 uomini produceva per la società altrettanta ricchezza reale quanto appena un mezzo secolo prima avrebbe potuto produrne una popolazione di 600.000 uomini. Io mi chiedevo: che cosa avviene della differenza tra la ricchezza consumata da 2.500 persone e quella che i 600.000 avrebbero dovuto consumare?”

La risposta era chiara. Essa era stata impiegata per versare ai proprietari dello stabilimento il 5% di interesse sul capitale investito ed inoltre più di 300.000 lire sterline (6.000.000 di marchi) di profitto. E ciò che era vero di New Lanark, lo era, e in misura ancora maggiore, per tutte le fabbriche inglesi.

“Senza questa nuova ricchezza creata dalle macchine non si sarebbero potute condurre le guerre per abbattere Napoleone, e per mantenere i principi aristocratici della società. Eppure questo nuovo potere era stato creato dalla classe operaia” [b37] [172]

Ad essa perciò ne appartenevano anche i frutti. Le nuove potenti forze produttive, che sino allora erano servite solo per l’arricchimento dei singoli e l’asservimento delle masse, offrivano a Owen la base per un rinnovamento sociale ed erano destinate, come proprietà comune, a lavorare solo per il benessere comune.

In una tale maniera, tipica del mondo degli affari, e, per così dire, frutto del calcolo commerciale, sorse il comunismo di Owen. E mantenne sempre lo stesso carattere orientato verso la pratica. Così nel 1823 Owen propose di alleviare la miseria irlandese mediante colonie comuniste e allegò ai progetti calcoli completi sulle spese di impianto, sulle spese annue e sui redditi prevedibili [173]. E così nel suo piano definitivo per l’avvenire, l’elaborazione tecnica dei dettagli [b38] è condotta con tale cognizione di causa che, una volta ammesso il metodo di riforma sociale proposto da Owen, anche dal punto di vista di uno specialista ben poco si può dire contro l’organizzazione particolare.

Il passaggio al comunismo fu il punto critico della vita di Owen. Sino a quando si era presentato come semplice filantropo non aveva raccolto altro che ricchezza, plausi, onori e gloria. Era l’uomo più popolare d’Europa. Non solo uomini del suo ceto, ma uomini di Stato e principi lo ascoltavano plaudendo. Ma quando si fece avanti con le sue teorie comuniste, la situazione cambiò di punto in bianco. Tre grandi ostacoli gli sembrava che soprattutto sbarrassero la strada alla riforma sociale: la proprietà privata, la religione e la forma attuale del matrimonio. Attaccandoli egli sapeva che cosa lo attendeva: il bando da tutta la sicurtà ufficiale e la perdita di tutta la sua posizione sociale. Ma non si lasciò distogliere dall’attaccarli senza riguardi e avvenne quello che aveva previsto. Messo al bando dalla società ufficiale, seppellito nel silenzio della stampa, impoverito dal fallimento di esperimenti comunisti in America ai quali aveva sacrificata tutta la sua fortuna, si volse direttamente alla classe operaia e rimase a lavorare nel suo seno per altri trent’anni. Tutti i movimenti sociali, tutti i veri progressi che in Inghilterra sono stati realizzati nell’interesse degli operai, sono legati al nome di Owen. Così nel 1819, dopo una lotta quinquennale, riuscì a fare approvare la prima legge per la limitazione del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche [174]. Così presiedette il primo congresso in cui le Trade Unions di tutta l’Inghilterra si unirono in un’unica grande organizzazione sindacale [175]. Così introdusse, come misure di transizione verso l’organizzazione completamente comunista della società, da una parte, le società cooperative (di consumo e di produzione) che da allora hanno per lo meno fornito la prova pratica che tanto il mercante quanto il fabbricante sono persone delle quali si può benissimo fare a meno, dall’altra parte, i magazzini di lavoro, istituzioni per lo scambio di prodotti del lavoro per mezzo di una carta-moneta lavoro la cui unità era costituita dall’ora lavorativa [176]; istituzioni che necessariamente dovevano fallire, ma che anticipavano in modo perfetto la banca di scambio proudhoniana [177] di molto posteriore, e se ne distinguevano solo [b39] perché non volevano rappresentare la panacea di tutti i mali sociali, ma solo un primo passo per una trasformazione molto più radicale della società.

Questi sono gli uomini ai quali il sommo Dühring, dall’alto della sua “verità definitiva di ultima istanza”, guarda con quel disprezzo con cui nell’introduzione abbiamo dato qualche esempio. E questo disprezzo, sotto un certo rispetto, non è privo di una sua ragion sufficiente: poggia sostanzialmente su un’ignoranza veramente spaventosa delle opere dei tre utopisti. Così di Saint-Simon ci si dice che “la sua idea fondamentale era sostanzialmente giusta e che, prescindendo da alcune unilateralità, fornisce anche oggi l’impulso diretto verso delle riforme effettive”. Ma quantunque sembri che Dühring abbia avuto effettivamente tra le mani alcune delle opere di Saint-Simon, invano cercheremo nelle ventisette pagine che vi si riferiscono l'”idea fondamentale” di Saint-Simon, così come prima invano cercavamo che cosa il Tableau économique di Quesnay “potesse significare per Quesnay stesso”, e alla fine siamo costretti ad accontentarci di questa frase:

“l’immaginazione e il sentimento filantropico (…) con l’esaltazione della fantasia che vi si collega, domina tutta la cerchia delle idee di Saint-Simon”!

Di Fourier conosce e considera solo le fantasie avveniristiche dipinte con particolari romanzeschi, ciò che in verità, per stabilire l’infinita superiorità di Dühring su Fourier, è “molto più importante” che non l’indagare come costui “abbia tentato di criticare occasionalmente l’effettivo stato delle cose”. Occasionalmente! Ma se quasi in ogni pagina sprizzano le scintille della satira e della critica sulle miserie della tanto esaltata civiltà! È come se si dicesse che Dühring solo “occasionalmente” dichiara Dühring il più grande pensatore di tutti i tempi. Quanto alle dodici pagine dedicate a Robert Owen, Dühring non ha altra fonte che la misera biografia del filisteo Sargant che ignorava anche lui gli scritti più importanti di Owen, quelli sul matrimonio e sull’organizzazione comunista [178]. Dühring si può spingere arditamente sino all’affermazione che in Owen non si può “presupporre alcun comunismo deciso”. Certo se Dühring avesse solo avuto tra le mani il “Book of the New Moral World” di Owen, vi avrebbe trovato espresso non soltanto il comunismo più deciso, con pari dovere di lavoro e pari diritto al prodotto, pari proporzionalmente all’età, come Owen non manca mai di aggiungere, ma anche l’elaborazione completa per l’edificio della comunità comunista dell’avvenire con lo schema, il piano e la veduta complessiva a volo d’uccello. Se invece si limita lo “studio diretto degli scritti originali dei rappresentanti delle idee socialiste” alla conoscenza del titolo o al massimo del motto di pochi di questi scritti, come fa qui Dühring, certo non rimane altro che una tale asserzione stupida e inventata di sana pianta. Non solo Owen ha predicato il “comunismo deciso”, ma lo ha praticato per cinque anni (dalla fine del quarto al principio del quinto decennio del secolo) nella colonia di Harmony Hall nello Hampshire [179], il cui comunismo, quanto a decisione, non lascia niente a desiderare. Io stesso ho conosciuto molti che parteciparono allora a questo esperimento comunista modello. Ma di tutto questo, come in generale di tutta l’attività di Owen tra il 1836 e il 1850, Sargant non sa assolutamente nulla ed ecco perché la “profonda storiografia” di Dühring rimane nella più buia ignoranza. Dühring chiama Owen “sotto ogni riguardo un vero mostro di importuna filantropia”. Ma allorché lo stesso Dühring ci istruisce intorno a libri di cui a stento conosce titolo e motto, noi non abbiamo assolutamente il diritto di dire che egli è “sotto ogni riguardo un vero mostro di importuna ignoranza”, perché questo sulle nostre labbra sarebbe certamente “ingiurioso”.

Gli utopisti, abbiamo visto, furono utopisti perché non potevano essere altro in un’epoca in cui la produzione capitalistica era ancora così poco sviluppata. Essi furono obbligati a costruire gli elementi di una nuova società traendoli dal proprio cervello, perché nella vecchia società questi elementi generalmente non erano ancora chiaramente visibili; per i tratti fondamentali del loro nuovo edificio essi furono ridotti a fare appello alla ragione, precisamente perché non potevano ancora fare appello alla storia del loro tempo. Ma se oggi, quasi ottant’anni dopo la loro apparizione, Dühring entra in scena con la pretesa di sviluppare un sistema “di valore decisivo” di un nuovo ordinamento sociale, traendolo come risultato necessario non già dal materiale fornito dallo sviluppo storico, ma dal suo sommo intelletto, dalla sua ragione gravida di verità definitive, egli, che dovunque fiuta epigoni, proprio egli stesso non è che l’epigono degli utopisti, l’ultimo utopista. Egli chiama i grandi utopisti col nome di “alchimisti sociali”. Può darsi. L’alchimia fu necessaria a suo tempo. Ma da quel tempo la grande industria ha sviluppato le contraddizioni che erano latenti nel modo di produzione capitalistico, facendole diventare antagonismi così stridenti, che l’imminente crollo di questo modo di produzione si può per così dire toccare con mano; che le stesse nuove forze produttive possono essere mantenute e ulteriormente sviluppate solo mediante l’introduzione di un nuovo modo di produzione, adeguato al grado di sviluppo che al presente hanno raggiunto; che la lotta tra le due classi prodotte dal modo di produzione sinora vigente, e che si riproducono sempre in una posizione di inasprito antagonismo, ha invaso tutti i paesi civili e diventa ogni giorno più accanita, e che, infine, anche la conoscenza di questo nesso storico, delle condizioni della trasformazione sociale che esso rende necessaria e dei tratti essenziali di questa trasformazione parimente da esso condizionati, è già acquisita. E se oggi Dühring fabbrica un nuovo ordinamento sociale utopistico, traendolo dalla sua sublime scatola cranica anziché dal materiale economico presente, egli non fa soltanto della semplice “alchimia sociale”, ma si comporta piuttosto come un uomo che, dopo la scoperta e la constatazione delle leggi della chimica moderna, volesse ristabilire di nuovo la vecchia alchimia e utilizzare i pesi atomici, le formule molecolari, le valenze degli atomi, la cristallografia e l’analisi spettroscopica, unicamente per la scoperta… della pietra filosofale.

Note

*7. Cfr. Filosofia [159].

159. Engels rimanda all’inizio del primo capitolo dell’Introduzione. In origine il “Vorwärts” pubblicò i primi 14 capitoli dell'”Anti-Dühring” sotto il titolo complessivo “Herrn Eugen Dühring’s Umwälzung der Philosophie”. A partire dalla prima edizione del volume, i primi due capitoli furono distinti dal resto, come introduzione a tutte e tre le edizioni. Questa nota “Cfr. “Filosofia” I”, che era già nella pubblicazione sul “Vorwärts”, fu lasciata da Engels in tutte le edizioni da lui curate.

160. Thomas Carlyle, “Past and present”, pag. 198. Questa espressione di Carlyle è citata da Engels anche nel suo articolo “Die Lage Englands. “Past and Present” by Thomas Carlyle” (“La Situazione dell’Inghilterra. “Past and Present” di Thomas Carlyle”), pubblicato nei “Deutsch-Französische Jahrbücher”, febbraio 1844. (Cfr. Marx-Engels, Opere, vol. III, Roma, Ed. Riuniti, 1976, pag. 490).

161. Le “Lettres d’un habitant de Genève à ses contemporains”, la prima opera di Saint-Simon, furono scritte nel 1802 a Ginevra e pubblicate nel 1803 a Parigi senza indicazione di luogo e data di edizione. La data indicata da Engels deriva dal libro di Nicolas-Gustave Hubbard, “Saint-Simon, sa vie et ses travaux. Suivi de fragments des plus célèbres écrits de Saint-Simon”, Parigi, 1857, che contiene inesattezze nella datazione di singole opere di Saint-Simon. La prima grande opera di Fourier è la “Théorie des quatre movements et des destinées générales…”, scritta nei primi anni del XIX secolo e pubblicata a Lione nel 1808. Sul frontespizio è indicata Lipsia come luogo di Pubblicazione. New Lanark era un cotonificio nei pressi della città scozzese di Lanark, fondato nel 1784 insieme con un piccolo centro abitato.

162. L’idea di Saint-Simon che il fine della società deve essere di migliorare la sorte della classe più numerosa e più povera è espressa nella forma più chiara nel suo scritto “Nouveau Christianisme. Lettres d’Eugène Rodrigues. L’éducation du genre humain” (“Nuovo Cristianesimo. Lettere di Eugène Rodrigues. L’educazione del genere umano”). La prima edizione di questo libro uscì anonima nel 1825 a Parigi.

163. Queste citazioni sono prese dalla seconda delle “Lettere ginevrine”. Nel libro di Hubbard “Saint-Simon, sa vie et ses travaux…” questi passi si trovano alle pagine 143 e 145.

164. Il riferimento è all’ottava lettera da: Saint-Simon “Correspondance politique et philosophique. Letres de H. Saint-Simon à un Américain”, contenuta in un’opera collettiva pubblicata a Parigi nel 1817 col titolo “L’industrie, ou discussions politiques, morales et philosophiques, dans l’intérêt de tous les hommes livrés à des travaux utiles et indépendans…”, vol.II, pp. 83-87. Nel libro di Hubbard “Saint-Simon, sa vie et ses travaux…” questa concezione è esposta alle pagine 155-157.

165. Engels si riferisce a due lavori scritti in comune da Saint-Simon e dal suo allievo Augustin Thierry: “De la organisation de la société européenne, ou de la nécessité et des moyens de rassembler les peuples de l’Europe en un seul corps politique, en conservant a chacun son indépendance nationale” (Parigi, 1814) e “Opìnion sur le mesures à prendre contre la coalition de 1815” (Parigi, 1815). Nel libro di Hubbard “Saint-Simon, sa vie et ses travaux…” riporta alle pp. 149-154 un estratto del primo scritto e alle pp.68-76 un’esposizione del contenuto di entrambi.

166. Allusione alle vicende personali di Dühring (vedi nota 7).

167. Questo pensiero fu sviluppato da Fourier già nella sua “Théorie des quatre movements…”, con questa tesi: “I progressi sociali e i mutamenti del tempo avvengono in ragione del progresso delle donne verso la libertà, e la decadenza dell’ordine sociale avviene in ragione della diminuzione della libertà delle donne”. Da ciò Fourier concludeva: “…l’estensione dei diritti delle donne è il principio generale di tutti i progressi sociali”. Cfr. Fourier, “Oeuvres complètes”, tomo 1, Parigi, 1841, pp. 195-196.

168. Cfr. Fourier, “Théorie de l’unité universelle”, voll. 1 e 4. In “Oeuvres complètes”, tomo 2, Parigi, 1843, pp. 78-79 e tomo 5, Parigi, 1841, pp. 213-214. Sul “circolo vizioso” in cui si muove la società vedi Fourier, “Le nouveau monde industriel et sociétaire…”, pp. 27-46, 390. La prima edizione di questo scritto uscì a Parigi nel 1829.

169. Cfr. Fourier, “Oeuvres complètes”, tomo 6, Parigi, 1845, p. 35.

170. Cfr. Fourier, “Oeuvres complètes”, tomo 1, Parigi, 1841, pp. 50 e seg.

171. Lo Sturm und Drang (Tempesta e Assalto) fu un movimento culturale innovatore, fiorito in Germania nella seconda metà del Settecento, che esaltava l’istintività, la passionalità, la rottura delle convenzioni; ad esso parteciparono anche i giovani Schiller e Goehte.

172. Il passo citato è a pagina 21-22 del libro indicato da Engels nella sua nota; alla stessa fonte risalgono le notizie biografiche su Owen riportate nel capoverso precedente.

173. Robert Owen, “Report of the proceedings at the several public meetings…”, pp. 110 e seg.

174. Nel 1815, in un’assemblea a Glasgow, Owen propose una serie di misure per alleviare le condizioni di tutti i fanciulli e adulti che lavoravano nei cotonifici. Il corrispondente progetto di legge, presentato nel giugno 1815 per iniziativa di Owen, fu approvato dal Parlamento solo nel 1819, e fortemente mutilato. La legge, che vigeva per i soli cotonifici, vietava tra l’altro il divieto di lavoro per i fanciulli minori di 9 anni (nella proposta di Owen il limite era di 10 anni) e limitava a 12 ore la giornata lavorativa per i minori di 16 anni. Secondo Owen, invece, il massimo doveva essere ridotto a 10 ore e mezza per tutti i lavoratori.

175. Nell’ottobre 1833 si svolse a Londra, sotto la presidenza di Owen, un congresso delle società cooperative e dei sindacati (Trade-Unions), nel quale fu formalmente fondata la Grand national consolidated Trades’ Union; programma e statuto furono approvati nel febbraio 1834. Secondo le intenzioni di Owen questa associazione doveva prendere in mano la direzione della produzione e attuare per via pacifica un completo rivolgimento della società. Questo piano utopistico fallì di fronte alla forte resistenza della borghesia e dello Stato, l’associazione si sciolse nell’agosto 1834.

176 I magazzini di lavoro o Equitable Labour Exchange Bazaars (empori per lo scambio equo dei prodotti del lavoro) furono creati in varie città dell’Inghilterra da cooperative operaie; il primo di essi fu creato da Owen nel settembre 1832 a Londra; esso esistette fino alla metà del 1834.

177. Il 31 gennaio 1849 Proudhon fondò a Parigi la Banque du peuple (Banca del popolo); essa esistette per circa due mesi, e solo sulla carta.

178. I principali scritti di Robert Owen riguardanti il matrimonio e l’organizzazione comunista sono: “The marriage system of the new moral world…” (Leeds, 1838); “The book of the new moral world…” in 7 parti (Londra, 1836-1844) e “The revolution in the mind and practice of the human race…” (Londra, 1849).

179. Harmony Hall era il nome di una colonia comunista, fondata alla fine del 1839 a Queenwood nello Hampshire da socialisti utopisti inglesi capeggiati da Owen. Esistette fino al 1845.

Note b (nell’opuscolo “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza”)

b27. [aggiunta] la “libertà della proprietà” dei ceppi feudali, diventata ora una realtà, si presentava ai piccoli borghesi e ai piccoli contadini come la libertà di vendere la loro piccola proprietà, schiacciata dalla concorrenza preponderante del grande capitale e della grande proprietà terriera, precisamente a questi grandi signori, e quindi come libertà di trasformarsi, per i piccoli borghesi e per i piccoli contadini, nella libertà dalla proprietà.

b28. [aggiunta] Il pagamento in contanti divenne sempre più, secondo l’espressione di Carlyle, l’unico elemento di coesione della società [160].

b29. [aggiunta], una soppressione del suo carattere capitalistico

b30. [aggiunta] e così portare alla vittoria la rivoluzione borghese anche contro la borghesia.

b31. [aggiunta] Saint-Simon fu un figlio della grande Rivoluzione francese, al cui scoppio egli non aveva ancora trent’anni. La rivoluzione fu la vittoria del terzo stato, cioè della gran massa della popolazione attiva nella produzione e nel commercio, sugli stati oziosi sino allora privilegiati: la nobiltà e il clero. Ma la vittoria del terzo stato si era presto rivelata come la vittoria esclusiva di una piccola parte di questo stato, come la conquista del potere politico da parte dello strato sociale privilegiato di esso, la borghesia possidente. E invero, questa borghesia si era rapidamente sviluppata già durante la rivoluzione, sia mediante la speculazione sulla proprietà terriera nobiliare ed ecclesiastica confiscata e poi venduta, sia mediante la frode compiuta ai danni della nazione dai fornitori militari. Fu proprio il dominio di questi imbroglioni che sotto il Direttorio condusse la Francia e la rivoluzione sull’orlo della rovina e con ciò dette a Napoleone il pretesto per il suo colpo di Stato. Così nella testa di Saint-Simon l’antagonismo di terzo stato e stati privilegiati prese la forma dell’antagonismo tra “lavoratori” ed “oziosi”. Gli oziosi non erano soltanto gli antichi privilegiati, ma anche tutti coloro che vivevano di rendite senza partecipare alla produzione e al commercio. E i “lavoratori” non erano soltanto i salariati, ma anche i fabbricanti, i mercanti e i banchieri. Che gli oziosi avessero perduta la capacità della direzione spirituale e del dominio politico era un fatto compiuto e dalla rivoluzione aveva avuto l’ultimo suggello. Che i nullatenenti non possedessero questa capacità, questo fatto appariva a Saint-Simon provato dalle esperienze del Terrore. Ma chi doveva dirigere e dominare? Secondo Saint-Simon la scienza e l’industria, entrambe tenute insieme da un nuovo vincolo religioso, destinato a ristabilire l’unità delle idee religiose distrutta sin dal tempo della Riforma: un “nuovo cristianesimo” necessariamente mistico e rigidamente gerarchico. Ma la scienza erano i professori e l’industria erano in prima linea i borghesi attivi, fabbricanti, mercanti e banchieri. Questi borghesi si sarebbero, è vero, dovuti tramutare in una specie di pubblici ufficiali, di amministratori fiduciari della società, ma tuttavia avrebbero dovuto occupare di fronte agli operai una posizione di comando e anche economicamente privilegiata. I banchieri specialmente avrebbero dovuto essere chiamati a regolare, mediante una regolamentazione del credito, tutta la produzione sociale. Questa concezione corrispondeva ad un periodo in cui in Francia la grande industria e con essa l’antagonismo tra borghesia e proletariato era proprio solo sul nascere. Ma ciò che Saint-Simon particolarmente accentua è questo: che a lui ciò che in primo luogo importa, dovunque e sempre, è la sorte della “classe più numerosa e più povera” (la classe la plus nombreuse et la plus paure) [162].

b32. Concepire invece la Rivoluzione francese come una lotta di classi, e non solo tra nobiltà e borghesia, ma tra nobiltà, borghesia e nullatenenti

b33. ci voleva in realtà sia coraggio sia lungimiranza storica.

b34. [aggiunta], ossia con l’ordinamento sociale introdotto a partire dal XVI secolo.

b35. [aggiunta] dalla campagna alla città, dall’agricoltura all’industria, da condizioni stabili a condizioni malsicure e mutevoli di giorno in giorno.

b36. facevano lavorare

b37. [in nota] Da “Revolution in Mind and Practice”, memoriale rivolto a tutti i “repubblicani rossi, comunisti e socialisti d’Europa” e inviato al governo provvisorio francese nel 1848 ma anche “alla regina Vittoria e ai suoi consiglieri responsabili”.

b38. [aggiunta] comprendente lo schema, il piano e la veduta complessiva a volo d’uccello.

b39. e tuttavia se ne distinguevano proprio

Anti-Dühring

Terza Sezione: Socialismo

II. Elementi teorici

La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale, che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell’economia dell’epoca che si considera. Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, che la ragione è diventata un nonsenso, il beneficio un malanno, è solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell’ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti che sono stati scoperti debbono del pari esistere, più o meno sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione.

Su queste basi, quale è dunque la posizione del socialismo moderno?

L’ordinamento sociale vigente, ed è questo un fatto ammesso ora quasi generalmente, è stato creato dalla classe oggi dominante, la borghesia. Il modo di produzione peculiare della borghesia, da Marx in poi designato col nome di modo di produzione capitalistico, era incompatibile con i privilegi locali e di ceto e con i vincoli reciproci dell’ordinamento feudale; la borghesia infranse l’ordinamento feudale e sulle sue rovine instaurò l’ordinamento sociale borghese, il regno della libera concorrenza, della libertà di domicilio, dell’uguaglianza dei diritti dei possessori delle merci, insomma tutte quelle che si chiamano delizie borghesi. Il modo di produzione capitalistico si poté ora sviluppare liberamente. Le forze produttive elaborate sotto la direzione della borghesia si svilupparono da quando il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la vecchia manifattura nella grande industria con celerità e proporzioni fino allora inaudite. Ma come al loro tempo la manifattura e l’artigianato, che sotto la sua azione si era ulteriormente sviluppato, erano venuti in conflitto con i vincoli feudali delle corporazioni, così la grande industria, arrivata al suo più pieno sviluppo, viene in conflitto con i limiti entro i quali la confina il modo di produzione capitalistico. Le nuove forze produttive hanno ormai superato la forma borghese del loro sfruttamento; né questo conflitto tra forze produttive e modo di produzione è un conflitto sorto nella testa degli uomini, come press’a poco quello tra il peccato originale e la giustizia divina, ma esiste nei fatti, obiettivamente, fuori di noi, indipendentemente dalla volontà e dalla condotta stessa di quegli uomini che lo hanno determinato. Il socialismo moderno non è altro che il riflesso ideale di questo conflitto reale, il suo ideale rispecchiarsi, in primo luogo nella testa della classe che sotto di esso direttamente soffre, la classe operaia.

Ora, in che cosa consiste questo conflitto?

Prima della produzione capitalistica, cioè nel medioevo, sussisteva dappertutto la piccola produzione, fondata sul fatto che i lavoratori avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione: l’agricoltura dei piccoli contadini, liberi o servi, l’artigianato delle città. I mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano mezzi di lavoro individuali, destinati solo all’uso individuale, quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati. Ma proprio perciò essi appartenevano anche, di regola, al produttore stesso. Concentrare questi mezzi di produzione sparpagliati e ristretti, estenderli, trasformarli nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale: questa è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico e della classe che lo rappresenta, la borghesia. Come essa abbia adempiuto questa sua funzione, a partire dal XV secolo, passando per i tre stadi della cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria, è stato descritto diffusamente da Marx nella quarta sezione del “Capitale”. Ma la borghesia, come vi è parimente dimostrato, non poteva trasformare quei mezzi di produzione limitati in possenti forze produttive, senza trasformarli da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali che possono esser usati solo da una collettività di uomini. Al posto del filatoio, del telaio a mano, del maglio del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico, il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentrò la fabbrica, che esige il lavoro associato di centinaia e migliaia di uomini. E con i mezzi di produzione, così la produzione stessa si trasformò da una serie di atti individuali in una serie di atti sociali e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti sociali. Il filo, il tessuto, gli oggetti di metallo che ora uscivano dalla fabbrica, erano il prodotto comune di molti operai, per le cui mani essi dovevano passare successivamente prima di essere pronti. Nessuno di loro può dire individualmente: “Questo l’ho fatto io, è il mio prodotto”.

Ma laddove la divisione naturale del lavoro [b40] in seno alla società è la forma naturale della produzione, essa imprime ai prodotti la forma di merci il cui scambio reciproco, compra e vendita, mette i singoli produttori in condizione di soddisfare i loro svariati bisogni. Questo avveniva già nel medioevo. Il contadino, per es., vendeva prodotti agricoli all’artigiano e a sua volta comprava da esso prodotti artigiani. In questa società di produttori individuali, di produttori di merci, si insinuò dunque il nuovo modo di produzione. Nel bel mezzo della divisione del lavoro naturale, priva di un piano, quale dominava in tutta la società, questo nuovo modo di produzione instaurò la divisione del lavoro secondo un piano, con cui era organizzata nella fabbrica; accanto alla produzione individuale apparve la produzione sociale. I prodotti di entrambi venivano venduti allo stesso mercato e quindi a prezzi, almeno approssimativamente, eguali. Ma l’organizzazione secondo un piano era più forte della divisione naturale del lavoro; le fabbriche che lavoravano socialmente producevano i loro prodotti più a buon mercato che non i piccoli produttori individuali. La produzione individuale soggiacque successivamente in tutti i campi, la produzione sociale rivoluzionò tutto l’antico modo di produzione. Ma questo suo carattere rivoluzionario fu così poco riconosciuto che, al contrario, essa fu introdotta come mezzo per accrescere e favorire la produzione delle merci. Essa sorse ricollegandosi direttamente a leve determinate e già esistenti della produzione e dello scambio delle merci: il capitale mercantile, l’artigianato, il lavoro salariato. Poiché essa stessa si presentava come una nuova forma della produzione di merci, le forme di appropriazione della produzione di merci rimasero in pieno vigore anche per essa.

Nella produzione di merci, quale si era sviluppata nel medioevo, non poteva affatto sorgere la questione a chi dovesse appartenere il prodotto del lavoro. Il produttore individuale lo aveva, di regola, confezionato con una materia prima che gli apparteneva e che spesso era prodotta da lui stesso, con mezzi di lavoro propri e col lavoro manuale proprio e della sua famiglia. Non c’era assolutamente nessun bisogno che egli se lo appropriasse, gli apparteneva in modo assolutamente spontaneo. La proprietà dei prodotti era quindi fondata sul proprio lavoro. Anche laddove ci si serviva del lavoro altrui, di regola questo aiuto restava cosa accessoria e chi lo prestava frequentemente riceveva, oltre al salario, anche un’alra remunerazione: l’apprendista e il garzone delle corporazioni lavoravano per avviarsi a diventare maestri, più che per il vitto e il salario. A questo punto venne la concentrazione dei mezzi di produzione in grandi officine e manifatture, la loro trasformazione in mezzi di produzione effettivamente sociali. Ma i mezzi di produzione e i prodotti sociali furono trattati come se fossero ancora quali erano prima, mezzi di produzione e prodotti individuali. Se ancora il possessore di mezzi di lavoro si era appropriato il prodotto perché di regola era un prodotto suo proprio, e il lavoro sussidiario altrui era solo l’eccezione, ora il possessore degli strumenti di lavoro continuò ad appropriarsi il prodotto, malgrado non fosse più il suo prodotto, ma esclusivamente il prodotto del lavoro altrui. In questo modo i prodotti, oramai creati socialmente, se li appropriarono non già coloro che mettevano effettivamente in movimento i mezzi di produzione e che effettivamente creavano i prodotti, ma il capitalista. I mezzi di produzione e la produzione sono diventati essenzialmente sociali, ma sono sottoposti ad una forma di appropriazione che ha come presupposto la produzione privata individuale, nella quale quindi ognuno possiede il proprio prodotto e lo porta al mercato. Il modo di produzione viene sottoposto a questa forma di appropriazione malgrado ne elimini il presupposto [*8]. In questa contraddizione che conferisce al nuovo modo di produzione il suo carattere capitalistico, risiede già in germe tutto il contrasto del nostro tempo. Quanto più il nuovo modo di produzione divenne dominante in tutti i campi decisivi della produzione e in tutti i paesi di importanza economica decisiva, e conseguentemente soppiantò la produzione individuale sino ai suoi residui insignificanti, tanto più crudamente doveva apparire anche l’inconciliabilità della produzione sociale e dell’appropriazione capitalistica.

I primi capitalisti, come abbiamo detto, trovarono già esistente la forma del lavoro salariato; ma lavoro salariato come eccezione, occupazione ausiliaria, accessoria, fase transitoria. Il lavoratore agricolo che andava temporaneamente a lavorare a giornata aveva il suo palmo di terra col quale, in mancanza di meglio, poteva vivere. Gli ordinamenti delle corporazioni si davano cura che il garzone di oggi diventasse il maestro di domani. Ma non appena i mezzi di produzione divennero sociali e furono concentrati nelle mai dei capitalisti, tutto questo mutò. Il mezzo di produzione, così come il prodotto del piccolo produttore individuale, perdette sempre più di valore e a costui non restò altro che andare a salario presso il capitalista. Il lavoro salariato, prima eccezione e occupazione sussidiaria, divenne regola e forma fondamentale di tutta la produzione; prima occupazione accessoria, diventò ora l’attività esclusiva dell’operaio. Il salariato temporaneo si trasformò nel salariato a vita. La quantità dei salariati a vita fu inoltre smisuratamente accresciuta dal contemporaneo crollo dell’ordinamento feudale, dalla dispersione del personale dei signori feudali, dall’espulsione dei contadini dalle loro fattorie, ecc. La separazione tra i mezzi di produzione concentrati nelle mani dei capitalisti e i produttori, ridotti a non possedere altro che la loro forza-lavoro, divenne perfetta. La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si presentò come antagonismo tra proletariato e borghesia.

Abbiamo visto che il modo di produzione capitalistico si inserì in una società di produttori di merci, di produttori individuali, il cui nesso sociale era determinato dallo scambio dei loro prodotti. Ma ogni società fondata sulla produzione di merci ha questo di particolare: che in essa i produttori hanno perduto il dominio sui loro propri rapporti sociali. Ognuno produce per sé con mezzi di produzione che casualmente possiede e per il fabbisogno del suo scambio individuale. Nessuno sa né quale quantità del suo articolo arriva al mercato, né in generale quale quantità ne è richiesta; nessuno sa se il suo prodotto individuale risponde ad un effettivo bisogno, né se potrà cavarne le spese, né se in generale potrà vendere. Domina l’anarchia della produzione sociale. Ma la produzione di merci, come ogni altra forma di produzione, ha le sue leggi specifiche, immanenti, inseparabili da essa. E queste leggi si attuano malgrado l’anarchia, in essa e per mezzo di essa. Esse compaiono nell’unica forma di nesso sociale che continua ad esistere, nello scambio, e si fanno valere sui prodotti individuali come leggi coattive della concorrenza. Da principio esse sono quindi sconosciute a questi stessi produttori e devono essere scoperte da loro a poco a poco e solo con una lunga esperienza. Esse dunque si attuano senza i produttori e contro i produttori, come leggi naturali della loro forma di produzione agenti ciecamente. Il prodotto domina i produttori.

Nella società medievale, specialmente nei primi secoli, la produzione era essenzialmente indirizzata al consumo personale. Essa appagava in prevalenza soltanto i bisogni del produttore e della sua famiglia. Laddove, come nella campagna, sussistevano rapporti di dipendenza personale, la produzione contribuiva anche all’appagamento dei bisogni del signore feudale. Quindi non c’era scambio e conseguentemente i prodotti non assumevano neppure il carattere di merci. La famiglia del contadino produceva quasi tutto quello di cui abbisognava, attrezzi e indumenti nonché mezzi di sussistenza. Solo allorché venne a produrre un eccedenza sul proprio fabbisogno e sui versamenti in natura dovuti al signore feudale, solo allora cominciò a produrre anche merci; questa eccedenza immessa nello scambio, offerta in vendita, divenne merce. Gli artigiani cittadini dovettero, certo, già sin dal principio, produrre per lo scambio. Ma essi provvedevano col proprio lavoro anche alla massima parte del loro fabbisogno personale; avevano orti e piccoli campi; mandavano il loro bestiame nel bosco comunale che forniva loro inoltre legname da costruzione e legna da ardere; le donne filavano il lino, la lana, ecc. La produzione per lo scambio, la produzione di merci, era solo sul nascere. Da qui scambio limitato, mercato limitato, modo di produzione stabile, isolamento locale verso l’esterno e unione locale all’interno: la marca [b41] nella campagna, la corporazione nella città.

Ma con l’estensione della produzione di merci, e specialmente con l’apparire del modo di produzione capitalistico, entrarono più apertamente e più prepotentemente in azione le leggi della produzione di merci sinora latenti. I vecchi vincoli si allentarono, e vecchie barriere di separazione furono infrante, i produttori si trasformarono sempre più in produttori di merci indipendenti e isolati. Apparve l’anarchia della produzione sociale e sempre più fu spinta al suo estremo. Ma il principale strumento con cui il modo di produzione capitalistico accresceva questa anarchia della produzione sociale era precisamente l’opposto dell’anarchia: era la crescente organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, in ogni singola azienda produttiva. Con questa leva, esso mise fine alla vecchia pacifica stabilità. Laddove veniva introdotto in un ramo di industria, non tollerava accanto a sé nessun altro modo di produzione più vecchio. Laddove si impadroniva di un mestiere ne distruggeva l’antica forma artigiana. Il campo del lavoro divenne un campo di battaglia. Le grandi scoperte geografiche e le colonizzazioni che seguirono moltiplicarono i territori di sbocco e accelerarono la trasformazione dell’artigianato in manifattura. La lotta non scoppiò soltanto tra i singoli produttori di una località; le lotte locali sviluppandosi divennero a loro volta lotte nazionali; come le guerre commerciali dei secoli XVII e XVIII [181]. Finalmente la grande industria e la creazione del mercato mondiale resero universale la lotta e ad un tempo le conferirono una violenza inaudita. Tra i singoli capitalisti, così come tra intere industrie e interi paesi, il problema della loro esistenza viene deciso dalle condizioni più o meno favorevoli della produzione, che possono essere naturali o artificiali. Chi soccombe viene eliminato senza nessun riguardo. È la lotta darwiniana per l’esistenza dell’individuo, trasportata, con accresciuto furore, dalla natura alla società. Il punto di vista dell’animale nella natura appare come l’apice dell’umano sviluppo. La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si riproduce [b42] come antagonismo tra l’organizzazione della produzione nella singola fabbrica e l’anarchia della produzione nel complesso della società.

Il modo di produzione capitalistico si muove entro queste due forme nelle quali si manifesta quella contraddizione che gli è immanente per la sua origine e descrive, senza possibilità di uscirne, quel “circolo vizioso” che già Fourier vi aveva scoperto. Ciò che Fourier non poteva invero ancora scorgere ai suoi tempi, è che questo circolo progressivamente si restringe, che il movimento rappresenta piuttosto una spirale, e che, come quello dei pianeti, raggiungerà la sua fine collidendo col centro. È la forza motrice dell’anarchia sociale della produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini in proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che metteranno termine, infine, all’anarchia della produzione. È la forza motrice dell’anarchia sociale della produzione che trasforma l’infinita perfettibilità delle macchine della grande industria in una legge coercitiva che impone al singolo capitalista industriale di perfezionare sempre più le proprie macchine, pena la rovina. Ma perfezionare le macchine significa render superfluo del lavoro umano. Se l’introduzione e l’aumento del macchinario significa soppiantare milioni di operai manuali con pochi operai addetti alle macchine, il miglioramento del macchinario significa soppiantare un numero sempre crescente di operai – essi stessi addetti alle macchine – e in ultima analisi creare una massa di salariati disponibili superiore alla quantità media di unità che il capitale ha bisogno di occupare: creare cioè un vero esercito di riserva industriale, come lo chiamavo già nel 1845 [*9], disponibile per i tempi in cui l’industria lavora ad alta pressione, gettato sul lastrico nella crisi che necessariamente segue, in tutti i tempi palla di piombo al piede della classe operaia nella sua lotta per l’esistenza col capitale, regolatore che serve a tenere il salario a quel basso livello che è adeguato alle esigenze dei capitalisti. Così avviene che, per dirla con Marx, la macchina diviene il più potente mezzo di guerra del capitale contro la classe operaia; che lo strumento di lavoro strappa giornalmente dalle mani dell’operaio i mezzi di sussistenza; che il prodotto stesso dell’operaio si trasforma in uno strumento per l’asservimento dell’operaio. Così accade che l’economizzare mezzi di lavoro diventa a priori ad un tempo una dilapidazione senza ritegno della forza-lavoro ed una rapina ai danni dei normali presupposti della funzione del lavoro; che le macchine, che sono il mezzo più potente per abbreviare il tempo di lavoro, si mutano nel mezzo più infallibile per trasformare tutta la vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale; così accade che il sopralavoro degli uni diventa il presupposto della disoccupazione degli altri, e che la grande industria che dà la caccia a nuovi consumatori su tutta la superficie terrestre, in patria riduce il consumo delle masse ad un minimo di fame e così mina il proprio mercato interno.

“La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume ed energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale

(Marx, “Il Capitale”, pag. 671) [183]

E aspettare dal modo di produzione capitalistico un’altra distribuzione dei prodotti, significa pretendere che gli elettrodi di una batteria, stando in collegamento con la batteria, non debbano scomporre l’acqua e sviluppare ossigeno al polo positivo e idrogeno al polo negativo.

Abbiamo visto come la perfettibilità della macchina moderna, spinta al punto più alto, si trasformi, mediante l’anarchia della produzione nella società, in un’imposizione che costringe il singolo capitalista industriale a migliorare necessariamente le proprie macchine, ad elevarne la forza produttiva. La semplice eventualità effettiva di estendere l’ambito della sua produzione, si trasforma per lui in un’imposizione di egual natura. La enorme forza espansiva della grande industria, di fronte alla quale quella dei gas è un vero giuoco da bambini, si presenta ora ai nostri occhi come un bisogno di espansione sia qualitativa che quantitativa che si fa beffa di ogni pressione contraria. Questa pressione contraria è formata dal consumo, dallo scambio, dai mercati per i prodotti della grande industria. Ma la capacità di estensione dei mercati, sia estensiva che intensiva, è dominata anzitutto da leggi affatto diverse, che agiscono in modo molto energico. La espansione dei mercati non può andare pari passo con quella della produzione. La collisione diviene inevitabile e poiché non può presentare nessuna soluzione sino a che non manda a pezzi lo stesso modo di produzione capitalistico, diventa periodica. La produzione capitalistica genera un nuovo “circolo vizioso”.

In effetti, dal 1825, anno in cui scoppiò la prima crisi generale, tutto il mondo industriale e commerciale, la produzione e lo scambio di tutti i popoli civili e di tutte le loro appendici più o meno barbariche, si sfasciano una volta ogni dieci anni circa. Il commercio langue, i mercati sono ingombri, si accumulano i prodotti tanto numerosi quanto inesitabili, il denaro contante diviene invisibile, il credito scompare, le fabbriche si fermano, le masse operaie, per aver prodotto troppi mezzi di sussistenza, mancano di mezzi di sussistenza; fallimenti e vendite all’asta si susseguono. La stagnazione dura per anni, forze produttive e prodotti vengono dilapidati e distrutti in gran copia, sino a che finalmente le masse di merci accumulate defluiscono grazie ad una svalutazione più o meno grande e produzione e scambio a poco a poco riprendono il loro cammino. Gradualmente la loro andatura si accelera, si mette al trotto, il trotto dell’industria si trasforma in galoppo e questo si accelera sino ad assumere l’andatura sfrenata di un vero steeple-chase [corsa ad ostacoli] industriale, commerciale, creditizio e speculativo per ricadere finalmente, dopo salti da rompersi il collo, nel baratro del crac. E così sempre da capo, tutto questo dal 1825 lo abbiamo sperimentato per ben cinque volte e in questo momento (1877) lo stiamo sperimentando per la sesta volta. E il carattere di queste crisi è così nettamente marcato che Fourier le ha colte tutte quante, allorché definì la prima come crise pléthorique, crisi di sovrabbondanza [184].

Nelle crisi la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica perviene allo scoppio violento. La circolazione delle merci è momentaneamente annientata; il mezzo della circolazione, il denaro, diventa un ostacolo per la circolazione; tutte le leggi della produzione e della circolazione delle merci vengono sovvertite. La collisione economica raggiunge il suo culmine. Il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse hanno già superato.

Il fatto che l’organizzazione sociale della produzione nell’interno della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l’anarchia della produzione esistente nella società accanto ad essa e al di sopra di essa, questo fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti dalla potente concentrazione dei capitali che ha luogo durante le crisi, mediante la rovina di un gran numero di grandi capitalisti e di un numero ancora maggiore di piccoli capitalisti. Tutto il meccanismo del modo di produzione capitalistico si arresta sotto la pressione delle forze produttive che esso stesso produce. Esso non riesce più a trasformare in capitale tutta questa massa di mezzi di produzione: essi giacciono inoperosi e, precisamente per questa ragione, anche l’esercito industriale di riserva è costretto a restare inoperoso. Mezzi di produzione, mezzi di sussistenza, operai disponibili, tutti gli elementi della produzione e della ricchezza generale, esistono in sovrabbondanza. Ma “la sovrabbondanza diventa fonte di miseria e penuria” (Fourier) perché è precisamente essa che ostacola la trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza in capitale. Infatti nella società capitalistica i mezzi di produzione non possono entrare in azione se prima non si sono trasformati in capitale, in mezzi per lo sfruttamento della forza-lavoro umana. La necessità che i mezzi di produzione e di sussistenza assumano il carattere di capitale si erge come uno spettro tra essi e gli operai. Essa sola impedisce il contatto tra le leve reali e le leve personali della produzione; essa sola proibisce ai mezzi di produzione di funzionare e agli operai di lavorare e di vivere. Da una parte dunque viene conclamata la incapacità del modo di produzione capitalistico di continuare a dirigere queste forze produttive. Dall’altra queste stesse forze produttive spingono con forza sempre crescente alla soppressione della contraddizione, alla propria emancipazione dal loro carattere di capitale, all’effettivo riconoscimento del loro carattere di forze produttive sociali.

È questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive nel loro rigoglioso sviluppo, è questa progressiva spinta a far riconoscere la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive, nella misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici. Tanto il periodo di grande prosperità nell’industria con la sua illimitata inflazione creditizia, quanto lo stesso crac con la rovina di grandi imprese capitalistiche, spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse specie di società anonime. Molti di questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere, come ad es. avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado di sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente [b43]; il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve assumerne la direzione [*10]. La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie.

Se le crisi hanno rivelato l’incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime [b45] e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitali si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito industriale di riserva.

Ma né la traformazione in società anonime [b45], né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime [b45] questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l’organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze collettive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all’apice, si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione.

Questa soluzione può consistere solo nel fatto che si riconosca in effetti la natura sociale delle moderne forze produttive e che quindi il modo di produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in armonia con il carattere sociale dei mezzi di produzione. E questo può accadere solo a condizione che, apertamente e senza tergiversazioni, la società si impadronisca delle forze produttive le quali si sottraggono ad ogni altra direzione che non sia quella sua. Così il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti che oggi si volge contro gli stessi produttori, che sconvolge periodicamente il modo di produzione e di scambio e si impone con forza possente e distruttiva solo come cieca legge naturale, viene fatto valere con piena consapevolezza dai produttori e, da causa di turbamento e di sconvolgimento periodico, si trasforma nella più potente leva della produzione stessa.

Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente esposto, ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. È questa la differenza tra la forza distruttiva dell’elettricità del lampo nella tempesta e l’elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l’incendio e il fuoco che agisce al sevizio dell’uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all’anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione socialmente pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asservisce anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da un’appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall’altra da un’appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento.

Il modo di produzione capitalistico, trasformando in misura sempre crescente la grande maggioranza della popolazione in proletari, crea la forza che, pena la morte, è costretta a compiere questo rivolgimento, spingendo in misura sempre maggiore alla trasformazione dei grandi mezzi di produzione socializzati in proprietà statale, essa stessa mostra la via per il compimento di questo rivolgimento. Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora, smoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè dell’organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione, non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta per l’esistenza individuale fondata sull’anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo stato non viene “abolito”: esso si estingue. Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase “Stato popolare libero” [186], tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al domani.

La presa di possesso di tutti i mezzi di produzione da parte della società, sin dall’apparire del modo di produzione capitalistico nella storia, è stata spesso assai sognata più o meno oscuramente sia dai singoli che da intere sette, come un ideale dell’avvenire. Ma essa poteva diventare possibile, poteva diventare una necessità storica, solo quando fossero esistite le condizioni materiali della sua attuazione. Essa, come ogni altro progresso sociale, diviene realizzabile non già per mezzo della conoscenza acquisita che l’esistenza delle classi contraddice alla giustizia, all’eguaglianza, ecc., non già per la semplice volontà di abolire queste classi, ma per mezzo di certe nuove condizioni economiche. La divisione della società in una classe che sfrutta e in una classe che è sfruttata, in una classe che domina e in una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione. Sino a quando il complessivo lavoro sociale fornisce solo un provento che supera soltanto di poco ciò che è necessario per un’esistenza stentata di tutti, sino a quando perciò il lavoro impegna tutto o quasi tutto il tempo della maggioranza dei membri della società, necessariamente la società si divide in classi. Accanto a questa grande maggioranza dedita esclusivamente al lavoro, si forma una classe emancipata dal lavoro immediatamente produttivo, la quale cura gli affari comuni della società: direzione del lavoro, affari di Stato, giustizia, scienza, arti, ecc. A base della divisione in classi sta quindi la legge della divisione del lavoro. Ma ciò non impedisce che questa divisione in classi non si sia effettuata mediante forza e rapina, astuzia e inganno e che la classe dominante, una volta in sella, non abbia mai mancato di consolidare il proprio dominio a spese della classe che lavora e di trasformare la direzione della società in sfruttamento [b46] delle masse.

Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, tale giustificazione essa l’ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull’insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle moderne forze produttive. Ed in effetti, l’abolizione delle classi sociali ha come suo presupposto un grado di sviluppo storico di cui non solo l’esperienza di questa o di quella determinata classe dominante, ma in generale l’esistenza di una classe dominante e quindi della stessa differenza di classe, è diventata un anacronismo, un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l’appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e del potere spirituale da parte di una particolare classe della società non solo è diventata superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo allo sviluppo. Questo punto oggi è raggiunto. Se ormai è difficile dire che il fallimento politico e intellettuale della borghesia sia ancora un segreto per essa stessa, il suo fallimento economico si ripete regolarmente ogni dieci anni. In ogni crisi la società soffoca sotto il peso delle proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non può utilizzare, ed è impotente davanti all’assurda contraddizione che i produttori non hanno niente da consumare perché mancano i consumatori. La forza di espansione dei mezzi di produzione strappa i legami che ad essi sono imposti dal modo di produzione capitalistico. La loro liberazione da questi legami è la sola condizione preliminare di uno sviluppo ininterrotto e costantemente accelerato delle forze produttive, e quindi di un incremento praticamente illimitato della produzione stessa. Ma non basta. L’appropriazione sociale dei mezzi di produzione elimina non solo l’ostacolo artificiale oggi esistente della produzione, ma anche la vera e propria completa distruzione di forze produttive e di prodotti, che al presente è l’immancabile campagna della produzione e che raggiunge il suo punto culminante nelle crisi. L’appropriazione sociale, eliminando l’insensato sciupio del lusso delle classi oggi dominanti e dei loro rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio della collettività una massa di mezzi di produzione e di prodotti. La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale, a tutti i membri della collettività un’esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma garantisca loro lo sviluppo e l’esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste [*11].

Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L’anarchia all’interno della produzione sociale viene sostituita dall’organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l’esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l’uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane. La cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini e che sinora li hanno dominati passa ora sotto il dominio e il controllo degli uomini, che adesso, per la prima volta, diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perché, diventano padroni della loro propria organizzazione in società. Le leggi della loro attività sociale che sino allora stavano di fronte a loro come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate. L’organizzazione in società propria degli uomini, che sino ad ora stava loro di fronte come una legge elargita dalla natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. È questo il salto dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà [b47].

Compiere quest’azione di liberazione universale è il compito storico del proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi oppressa e chiamata in azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua propria azione è il compito del socialismo scientifico, espressione teorica del movimento proletario.

Note

*8. Non occorre spiegare qui che, seppure la forma di appropriazione rimane la stessa, il carattere dell’appropriazione viene rivoluzionato, non meno che la produzione, dal processo che è stato descritto sopra. Che io mi appropri il mio proprio prodotto o il prodotto altrui, sono naturalmente due specie molto differenti di appropriazione. Incidentalmente: il lavoro salariato, in cui è già contenuto in germe tutto il modo di produzione capitalistico, è molto antico; per secoli esso è esistito, allo stato sporadico e sparso, accanto alla schiavitù. Ma il germe poté svilupparsi sino a raggiungere il modo di produzione capitalistico allorché si produssero le condizioni storiche preliminari.

180. In questa nota Engles si riferisce al suo scritto “Die Mark” (“La Marca”), del 1882, che fu pubblicato per la prima volta in appendice all’edizione tedesca (1883) dell’opuscolo “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza”.

181. Nel XVII e nel XVIII secolo i maggiori Stati europei combatterono tra loro diverse guerre per l’egemonia sul commercio con le Indie e l’America e per la conquista di mercati coloniali. Dapprima i principali paesi in concorrenza furono l’Inghilterra e l’Olanda (tipiche guerre commerciali furono le guerre anglo-olandesi del 1652-1654, 1664-1667 e del 1672-1674), poi l’Inghilterra e la Francia. L’Inghilterra ne uscì sempre vittoriosa; alla fine del XVIII secolo essa concentrò nelle sue mani quasi tutto il commercio mondiale.

*9. “Lage der arbeitenden Klasse in England”, pag. 109 [182]

182. Cfr. F. Engels, “La condizione della classe operaia in Inghilterra”, in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol IV, Editori Riuniti, 1972, pp. 318 e seg.

183. K. Marx, “Il capitale”, I, trad. it. Cit., pag. 706.

184. Cfr. Charles Fourier, “Le nouveau monde industriel et…”, p. 393 e seg.

*10. Io dico: deve. Infatti, solo nel caso in cui i mezzi di produzione o di comunicazione si sono effettivamente sottratti al controllo delle società anonime, in cui quindi la statizzazione è diventata economicamente inevitabile, solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale, rappresenta un successo economico, il raggiungimento di un nuovo stadio preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della società. Di recente però, da quando Bismarck si è dato a statizzare, ha fatto la sua comparsa un certo socialismo falso, e qua e là perfino degenerato in una forma di compiaciuto servilismo, che dichiara senz’altro socialista ogni statizzazione, compresa quella bismarckiana. In verità se la statizzazione del tabacco fosse socialista, potremmo annoverare tra i fondatori del socialismo Napoleone e Metternich. Se lo Stato belga per motivi politici e finanziari assolutamente correnti ha costruito direttamente le sue principali strade ferrate, se Bismarck senza nessuna necessità economica ha statizzato le principali linee ferroviarie della Prussia, semplicemente per poterle dirigere e sfruttare meglio in caso di guerra, per trasformare i ferrovieri in gregge elettorale governativo e principalmente per procurarsi una nuova fonte di entrate indipendente dalle decisioni del parlamento: queste non sono state per nulla misure socialiste né dirette né indirette, né consapevoli né inconsapevoli. Altrimenti sarebbero istituzioni socialiste anche la regia Seehandlung [185], la regia manifattura delle porcellane e perfino i sarti di reggimento [b44].

185. La Prussische Seehandlungsgesellschaft (Società prussiana di commercio marittimo) fu fondata nel 1772 come istituto di credito commerciale dotato di importanti privilegi statali. Essa faceva grossi prestiti al governo, rappresentandolo di fatto nelle operazioni bancarie e valutarie. Nel 1820 fu dichiarata istituto finanziario e commerciale dello Stato prussiano e nel 1904 fu trasformata nella Königliche Seehandlung (Banca di Stato prussiana).

186. Lo “Stato popolare libero” era una delle principali rivendicazioni dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. Questa parola d’ordine fu criticata da Marx nelle “Glosse marginali al programma del Partito operaio tedesco” (“Critica al programma di Gotha”) e da Engels nella sua lettera a Bebel del 18-28 marzo 1875.

*11. Poche cifre bastano per dare un’idea approssimativa dell’enorme forza di espansione dei moderni mezzi di produzione persino sotto la pressione capitalistica. Secondo i più recenti calcoli di Giffen [187] la ricchezza complessiva di Gran Bretagna e Irlanda ammonta in cifra tonda a:

1814

2.200 milioni di sterline

=

44 milioni di marchi

1865

6.100 milioni di sterline

=

122 milioni di marchi

1875

8.500 milioni di sterline

=

170 milioni di marchi

Per quanto riguarda la devastazione dei mezzi di produzione e dei prodotti nelle crisi, la perdita complessiva della sola industria siderurgica tedesca nell’ultimo crac fu valutata intorno a 445 milioni di marchi, al secondo congresso degli industriali tedeschi, Berlino, 21 febbraio 1878.

187. Le cifre qui pubblicate sulla somma totale delle ricchezze della Gran Bretagna e dell’Irlanda sono ricavate dalla conferenza di Robert Giffen sull’accumulazione di capitale nel regno Unito (“Recent accumulation of capital in the United Kingdom”), tenuta il 15 gennaio 1878 alla Statistical Society e stampata sul londinese “Journal of the Statistical Society”, marzo 1878.

Note b (nell’opuscolo “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza”)

b40. [aggiunta], sorta gradualmente senza un piano

b41. [in nota] Vedi in Appendice [180]

b42. si presenta ora

b43. [questo periodo è ampliato come segue:] Ad un certo grado di sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente; i grandi produttori nazionali di uno stesso ramo di produzione industriale si riuniscono in un “trust”, in un’associazione avente lo scopo di regolare la produzione; essi determinano la quantità totale da produrre, se la ripartiscono tra di loro ed impongono così il prezzo di vendita stabilito in precedenza. Ma poiché tali trust, quando gli affari cominciano ad andar male, per lo più si dissolvono, proprio per questa ragione essi spingono ad una forma ancora più concentrata di socializzazione: tutto il ramo di industria si trasforma in un’unica società anonima; la concorrenza nazionale cede il posto al monopolio nazionale di questa unica società, così accade già nel 1890 con la produzione inglese degli alcali che ora, dopo la fusione di tutte e 48 le grandi fabbriche, viene esercitata da un’unica grande società con direzione unica e con un capitale di 120 milioni di marchi.

Nei trust la libera concorrenza si trasforma in monopolio, la produzione, priva di un piano, della società capitalista capitola davanti alla produzione, secondo un piano, dell’irrompente società socialista. Certo in un primo tempo questo avviene ancora a tutto vantaggio dei capitalisti. Ma qui lo sfruttamento diviene così tangibile da dover necessariamente crollare. Nessun popolo sopporterebbe una produzione diretta da trust, uno sfruttamento così scoperto della collettività per opera di una piccola banda di tagliatori di cedole.

In un modo o nell’altro, con trust o senza trust, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumere la direzione.

b44. [aggiunta] o magari la nazionalizzazione dei bordelli, proposta con tutta serietà da un lestofante nel quarto decennio di questo secolo, sotto Federico Guglielmo III.

b45. società anonime (trusts)

b46. in accresciuto sfruttamento

b47. [nell’opuscolo, prima dell’ultimo capoverso, è aggiunto il seguente sommario:] Riassumiamo brevemente, per concludere, il cammino che abbiamo percorso.

I. Società medievale. Piccola produzione individuale. Mezzi di produzione adattati all’uso individuale, perciò rozzi e primitivi, minuscoli, di efficacia minima. Produzione per il consumo immediato sia del produttore stesso che del suo signore feudale. Solo laddove ha luogo un’eccedenza della produzione su questo consumo, questa eccedenza viene offerta in vendita e destinata allo scambio: la produzione mercantile è quindi solo sul nascere, ma già ora essa contiene in sé, in germe, l’anarchia nella produzione sociale.

II. Rivoluzione capitalistica. Trasformazione dell’industria in un primo tempo per opera della cooperazione semplice e della manifattura. Concentrazione in grandi officine di mezzi di produzione sin qui sparsi, e quindi loro trasformazione da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali: trasformazione che non tocca in complesso la forma dello scambio. Le vecchie forme di appropriazione rimangono in vigore. Appare il capitalista: nella sua qualità di proprietario dei mezzi di produzione si appropria anche i prodotti e li trasforma in merci. La produzione è diventata un atto sociale; lo scambio e con esso l’appropriazione rimangono atti individuali, atti del singolo. Il prodotto sociale se lo appropria il capitalista singolo. Contraddizione fondamentale da cui sorgono tutte le contraddizioni tra le quali si muove la società moderna e che la grande industria mette chiaramente in evidenza.

A. Separazione del produttore dai mezzi di produzione. Condanna dell’operaio al lavoro salariato vita natural durante. Antagonismo tra proletariato e borghesia.

B. Crescente rilievo e progredente efficienza delle leggi che dominano la produzione mercantile. Sfrenata lotta di concorrenza. Contraddizione tra l’organizzazione sociale della singola fabbrica e l’anarchia sociale nel complesso della produzione.

C. Da una parte perfezionamento del macchinario diventato per opera della concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale e che equivale ad un sempre crescente licenziamento di operai: esercito industriale di riserva. Dall’altra parte estensione illimitata della produzione e del pari legge coercitiva della concorrenza per ogni singolo industriale. Da una parte e dall’altra sviluppo inaudito delle forze produttive, eccedenza dell’offerta sulla domanda, sovrapproduzione, ingorgo dei mercati, crisi decennali, circolo vizioso: qua eccedenza di mezzi di produzione e di prodotti, là eccedenza di operai senza occupazione e senza mezzi di sussistenza; ma queste due leve della produzione e del benessere sociale non possono andare insieme perché la forma capitalistica della produzione impedisce alle forze produttive di agire, ai prodotti di circolare, ove precedentemente non si siano trasformati in capitale: ciò che è precisamente impedito dal loro eccesso. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello scambio. È provato che la borghesia è incapace di continuare ulteriormente a dirigere le proprie forze produttive sociali.

D. Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive, riconoscimento a cui è obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione dei grandi organismi di produzione e di traffico, prima da parte di società anonime, più tardi da parte di trust e in ultimo da parte dello Stato. La borghesia dimostra di essere una classe superflua; tutte le sue funzioni sociali vengono ora compiute da impiegati stipendiati.

III. Rivoluzione proletaria. Soluzione delle contraddizioni: il proletariato si impadronisce del potere pubblico e in virtù di questo potere trasforma i mezzi di produzione sociale che sfuggono dalle mani della borghesia, in proprietà pubblica. Con quest’atto il proletariato libera i mezzi di produzione dal carattere di capitale che sinora essi avevano e dà al loro carattere sociale la piena libertà di esplicarsi. Ormai diviene possibile una produzione sociale conforme ad un piano prestabilito. Lo sviluppo della produzione rende anacronistica l’ulteriore esistenza di classi sociali distinte. Nella misura in cui scompare l’anarchia della produzione sociale, vien meno anche l’autorità politica dello Stato. Gli uomini, finalmente padroni della forma loro propria di organizzazione sociale, diventano perciò ad un tempo padroni della natura, padroni di se stessi, liberi.

Anti-Dühring

Terza Sezione: Socialismo

III. Produzione

Dopo tutto ciò che precede, il lettore non si meraviglierà di apprendere che lo sviluppo dei principi del socialismo esposto nell’ultimo capitolo non si accorda affatto con il modo di vedere di Dühring. Al contrario. Egli dovrà buttarli nell’abisso in cui giace tutto ciò che è condannato, a far compagnia agli altri “prodotti bastardi della fantasia storica e logica”, alle “concezioni arruffate”, alle “idee confuse e nebulose” ecc. Per lui il socialismo non è affatto uno sviluppo necessario dello sviluppo storico, né, tanto meno, delle condizioni storiche del presente, grossolanamente materiali e indirizzate al semplice fine di procacciarsi da mangiare. Dühring ha qualcosa di molto meglio di questo. Il suo socialismo è una verità definitiva di ultima istanza: è “il sistema naturale della società”, trova le sue radici in un “principio universale di giustizia” e se per migliorarlo non può fare a meno d’informarsi del vigente stato di cose creato dalla storia sinora peccaminosa, ciò deve piuttosto essere considerato come una disgrazia per il puro principio della giustizia. Dühring crea il suo socialismo, come ogni altra cosa, per mezzo dei suoi famosi due uomini. Queste due marionette, invece di rappresentare, come hanno fatto sin qui, le parti del padrone e del servo, rappresentano, tanto per cambiare, la commedia della parità dei diritti… e le basi del socialismo dühringiano sono già poste.

È evidente perciò che per Dühring le crisi industriali periodiche non hanno affatto quel significato storico che noi abbiamo dovuto attribuire loro. Per lui le crisi sono solo deviazioni occasionali dalla “normalità” e tutt’al più provocano “lo sviluppo di un ordinamento più regolato”. La “maniera abituale” di spiegare le crisi per mezzo della sovrapproduzione non è affatto sufficiente alla sua “concezione più esatta”. Certo una tale spiegazione sarebbe “ammissibile per crisi speciali in campi particolari”. Così per es. “un ingorgo del mercato librario con edizioni di opere di cui sia improvvisamente scaduta la proprietà riservata e che si prestano ad uno smercio in massa”. Certo Dühring può andare a letto con la gradevole convinzione che le sue opere immortali non procureranno mai al mondo una tale disgrazia. Ma per le grandi crisi “ciò che rende così criticamente vasta la voragine tra scorta e smercio” non sarebbe la sovrapproduzione, ma sarebbero invece “l’inadeguatezza del consumo popolare (…) il sottoconsumo artificialmente prodotto (…) l’ostacolo incontrato dal bisogno popolare (!) nella sua crescita naturale”. Ed ha avuto anche la fortuna di trovare un discepolo per questa sua teoria delle crisi.

Ma disgraziatamente il sottoconsumo delle masse, la limitazione del consumo delle masse a ciò che è necessario per il mantenimento e la riproduzione, non è affatto un fenomeno nuovo. Esso esiste da quando sono esistite classi sfruttatrici e sfruttate. Si ha sottoconsumo delle masse anche nei periodi storici in cui, come per es. nel XV secolo in Inghilterra, la condizione delle masse era particolarmente favorevole. Esse erano assai lontane dall’avere la disponibilità di tutto il loro prodotto annuo per il consumo. Or dunque, se il sottoconsumo è un fenomeno stabile da millenni, mentre l’ingorgo generale degli sbocchi che scoppia nelle crisi in seguito a sovrapproduzione si è potuto vedere solo da cinquant’anni, ci vuole tutta la banalità dell’economia volgare di Dühring per spiegare la nuova collisione, non già col fenomeno nuovo della sovrapproduzione, ma col sottoconsumo, vecchio di millenni. Sarebbe come se in matematica si volesse spiegare la variazione del rapporto di due grandezze, una costante ed una variabile, non già col fatto che la variabile varia, ma col fatto che la costante è rimasta la stessa. Il sottoconsumo delle masse è una necessità di tutte le forme sociali poggianti sullo sfruttamento è quindi anche della forma sociale capitalistica; però solo la forma capitalistica conduce a delle crisi. Il sottoconsumo delle masse è dunque anch’esso una condizione preliminare delle crisi ed in esse rappresenta una parte riconosciuta da molto tempo; ma tanto poco essa ci dice dell’esistenza attuale delle crisi, quanto poco ci dice sulle cause della loro assenza nel passato.

Dühring ha in generale strane idee sul mercato mondiale. Abbiamo visto come egli, da genuino letterato tedesco, cerchi di spiegare effettive crisi speciali dell’industria ricorrendo a crisi immaginarie del mercato librario di Lipsia, che è come spiegare la tempesta sul mare con la tempesta in un bicchier d’acqua. Immagina inoltre che la moderna produzione d’impresa debba “aggirarsi col suo sbocco prevalentemente nella cerchia delle classi possidenti“, la qual cosa non gli impedisce, solo 16 pagine dopo, di presentare, nella maniera che gli è familiare, le industrie del ferro e del cotone come industrie moderne decisive, quindi precisamente i due rami della produzione i cui prodotti solo per una parte minima sono consumati nella cerchia delle classi possidenti e sono diretti, più di ogni altro, al consumo delle masse. Dovunque ci volgiamo, in Dühring non troviamo altro che chiacchiere vuote e contraddittorie per dritto e per rovescio. Ma prendiamo un esempio nell’industria del cotone. Se nella sola, relativamente piccola, città di Oldham, una delle dodici città intorno a Manchester, con una popolazione da 50.000 a 100.000 abitanti, che esercitano l’industria cotoniera, se in questa sola città il numero dei fusi che filano solo il numero 32 nei quattro anni dal 1872 al 1875 è aumentato dai due milioni e mezzo a cinque milioni, cosicché in una sola città media dell’Inghilterra filano un solo numero tanti fusi quanti in generale ne possiede tutta la Germania insieme all’Alsazia, e se l’espansione nelle altre branche e altre località dell’industria cotoniera dell’Inghilterra e della Scozia ha avuto luogo in proporzioni approssimativamente eguali, ci vuole una buona dose di radicale sfrontatezza per spiegare l’odierna stagnazione totale degli sbocchi dei filati e dei tessuti di cotone col sottoconsumo delle masse inglesi e non con la sovrapproduzione dei cotonieri inglesi [*12].

E basta. Non si disputa con gente che in economia è ignorante quanto basta per considerare il mercato libraio di Lipsia, in generale, per un mercato nel senso dell’industria moderna. Constatiamo quindi semplicemente che Dühring non sa dirci altro sulle crisi, se non che esse sono soltanto “un semplice giuoco di ipertensione e di rilassamento”, che la superspeculazione “non proviene solamente dall’accumularsi disordinato di imprese private”, ma che “bisogna contare, tra le cause che originano l’eccesso di offerta, anche la precipitazione dei singoli imprenditori e la mancanza di circospezione dei privati”. E, a sua volta, che cosa è la “causa che origina” la precipitazione e la mancanza di circospezione? Proprio quella stessa mancanza di un piano della produzione capitalistica che appare nell’accumularsi disordinato delle imprese private. Vedere nella traduzione di un fatto economico in un rimprovero morale la scoperta di una nuova causa, è anch’essa “precipitazione”.

E con ciò abbandoniamo le crisi. Dopo aver mostrato nel capitolo precedente il loro necessario prodursi nel modo di produzione capitalistico e il loro significato come crisi di questo stesso modo di produzione, come mezzo che spinge alla rivoluzione sociale, non abbiamo più bisogno di opporre su questo soggetto una sola parola sulla superficialità di Dühring. Passiamo alle sue creazioni positive, al “sistema naturale della società”.

Questo sistema costruito su un “principio universale di giustizia”, quindi libero di ogni preoccupazione di fastidiosi fatti materiali, consiste in una federazione di comunità economiche tra le quali esiste “libertà di movimento e accettazione obbligatoria di nuovi membri, secondo leggi e norme amministrative determinate”. La comunità economica stessa è anzitutto “un ampio schematismo di portata storica e umana” e molto superiore alle “aberranti mezze misure” per es. di un certo Marx. Essa significa “una comunità di persone associate grazie al loro diritto pubblico di disporre di un’estensione determinata di suolo e di un gruppo di imprese di produzione, in vista di un’attività comune e di una comune partecipazione agli introiti”. Il diritto pubblico è “un diritto reale (…) nel senso di un rapporto puramente pubblicistico verso la natura e verso le istituzioni della produzione”. I futuri giuristi della comunità economica si rompano pure la testa per saper che cosa ciò voglia significare, noi rinunziamo ad ogni tentativo. Quanto veniamo a sapere e che ciò non è affatto tutt’uno con la “proprietà corporativa di società operaie”, le quali non escluderebbero né la concorrenza reciproca e neppure lo sfruttamento salariale. Di passaggio viene poi fatta cadere l’osservazione che l’idea di una “proprietà comune”, quale si trova anche in Marx, sarebbe “per lo meno oscura e dubbia, poiché questa idea avventuristica ha sempre l’aria di non poter significare altro che una proprietà corporativa di gruppi operai”. È questo ancora una volta uno dei molti “vili mezzucci” di insinuazione abituali di Dühring e “al cui carattere di volgarità” (come egli stesso dice) “si adatterebbe perfettamente solo il termine volgare di insolente”; è una menzogna tanto campata in aria quanto l’altra invenzione di Dühring che per Marx la proprietà comune sia una “proprietà ad un tempo individuale e sociale”.

In ogni caso una cosa sola appare chiara, e cioè che il diritto pubblicistico di una comunità economica sui suoi strumenti di lavoro è un diritto di proprietà esclusivo, almeno di fronte ad ogni altra comunità economica e anche di fronte alla società e allo Stato. Ma questo diritto non avrebbe il potere “di agire in modo esclusivistico (…) verso l’esterno, infatti tra le diverse comunità economiche esiste libertà di movimento e accettazione obbligatoria di nuovi membri secondo leggi e norme amministrative determinate (…) analogamente (…) come oggi l’appartenenza ad una formazione politica e la partecipazione alle spettanze economiche di una comunità”. Ci saranno dunque comunità economiche ricche e povere e il livellamento ha luogo mediante l’afflusso di popolazione nelle comunità ricche e il suo deflusso dalle comunità povere. Mentre quindi Dühring vuole eliminare mediante l’organizzazione nazionale del commercio la concorrenza tra le singole comunità riguardo ai prodotti, lascia sussistere indisturbata la loro concorrenza riguardo ai produttori. Le cose si sottraggono alla concorrenza, gli uomini restano sotto il suo controllo.

Ma ancora noi siamo molto lontani dall’aver chiaro che cosa sia il “diritto pubblicistico”. Due pagine più oltre Dühring ci spiega che la comunità commerciale si estende “anzitutto a quell’area politico-sociale i cui membri sono riuniti in un’unica persona giuridica e in tale qualità hanno la disponibilità di tutto il suolo, delle abitazioni e delle istituzioni della produzione”. Dunque non è ancora la singola comunità ad avere questa disponibilità, ma la nazione tutta quanta. Il “diritto pubblicistico”, il “diritto reale”, il “rapporto pubblicistico verso la natura” ecc. non è quindi semplicemente “almeno oscuro e dubbio”, ma è in contraddizione diretta con se stesso. In effetti, almeno nella misura in cui ogni singola comunità economica è del pari una persona giuridica, c’è “una proprietà ad un tempo individuale e sociale” e quest’ultima “forma ibrida e nebulosa” si può quindi, ancora una volta, incontrare solo in Dühring.

In ogni caso la comunità economica dispone dei suoi strumenti di lavoro al fine della produzione. Come avviene questa produzione? Dato tutto ciò che Dühring ci dice, tutto procede alla vecchia maniera, tranne che al posto del capitalista subentra la comunità. Tutt’al più veniamo a sapere che per la prima volta la scelta della professione è ora libera per ciascuno ed esiste pari obbligo di lavoro.

La forma fondamentale di tutta la produzione sinora è la divisione del lavoro, da una parte all’interno della società, dall’altra all’interno di ogni singola azienda di produzione. Come si comporta la “socialità” dühringiana rispetto alla divisione del lavoro?

La prima grande divisione sociale del lavoro è la separazione tra città e campagna. Questo antagonismo è, secondo Dühring, “inevitabile per la stessa natura delle cose”. Ma “in generale è pericoloso (…) immaginare incolmabile (…) l’abisso tra agricoltura e industria. Infatti in certa misura c’è già un costante passaggio che promette di accentuarsi ancora considerevolmente nel futuro”. Nell’agricoltura e nella produzione agricola si sarebbero sin da ora introdotte due industrie: “in prima linea la distillazione e in seconda linea la preparazione dello zucchero da barbabietola (…) la produzione degli alcolici è di significato tale da essere piuttosto sottovalutata che sopravvalutata”. E “se fosse possibile che in conseguenza di alcune scoperte si costituisse una notevole cerchia di industrie di tal genere da imporsi la necessità di localizzarne l’esercizio nelle campagne e di poggiare immediatamente sulla produzione delle materie prime”, si indebolirebbe perciò l’antagonismo tra città e campagna e “sarebbero acquisite le basi più larghe per lo sviluppo della civiltà”. Tuttavia

“qualcosa di simile potrebbe pure aversi per una via ancora diversa. Oltre che sulle necessità tecniche la questione verte sempre più sui bisogni sociali, e se questi ultimi sono decisivi per il raggruppamento delle attività umane, non sarà più possibile trascurare quei vantaggi che risultano da uno stretto legame sistematico tra le occupazioni della campagna vera e propria e le operazioni di lavoro tecnico di trasformazione”.

Ora, nella comunità la questione verte precisamente sui bisogni sociali, e quindi essa non si affretterà forse ad appropriarsi nella misura più completa dei surricordati vantaggi della riunione di agricoltura e industria? Dühring non farà a meno di comunicarci, con l’ampiezza che egli predilige, le sue “più esatte conclusioni” sulla posizione che assume la comunità economica riguardo questo problema? Il lettore che credesse a tutto questo sarebbe deluso. I luoghi comuni di cui abbiamo parlato sopra, striminziti, impacciati, che tornano sempre ad aggirarsi nel campo della distillazione dell’acquavite e dello zucchero di barbabietola, campo in cui vige il Landrecht prussiano, sono tutto ciò che Dühring sa dirci dell’antagonismo di città e campagna per il presente e per l’avvenire.

Passiamo alla divisione del lavoro in particolare. Qui Dühring è già un po’ “più esatto”. Egli parla di “una persona che deve consacrarsi esclusivamente ad un genere di attività”. Se si tratta di introdurre un nuovo ramo di produzione la questione consiste semplicemente in questo: se, cioè, si possano, per così dire, creare un certo numero di esistenze che debbano dedicarsi alla produzione di un articolo ed insieme al consumo (!) che per essi è necessario. Un qualsiasi ramo di produzione nella socialità “non impegnerà una popolazione molto numerosa“. Anche nella socialità ci sono “varietà economiche” di uomini “che si distinguono l’uno dall’altro per il modo in cui vivono”. Conseguentemente nella sfera della produzione tutto resta pressappoco nel vecchio ordine. Certo sinora regna nella società una “falsa divisione del lavoro”; ma quanto a sapere che cosa questa consista e da che cosa debba essere sostituita nella comunità economica, apprendiamo solo questo:

“Per quel che si riferisce alla stessa divisione del lavoro, abbiamo già detto sopra che essa può considerarsi risolta non appena si tenga conto delle opportunità naturali e delle capacità personali diverse”.

Accanto alle capacità risalta anche l’inclinazione personale:

“Lo stimolo ad elevarsi ad attività che mettano in giuoco migliori capacità e maggiore preparazione poggerebbe esclusivamente sull’inclinazione che si sente per l’occupazione di cui si tratta e sulla gioia dell’esercizio precisamente di questa cosa” (esercizio di una cosa!) “e di nessun’altra“.

Ma così nella socialità viene stimolata l’emulazione e

“la produzione stessa acquisterà un interesse, e quello stupido sfruttamento che la apprezza solo come mezzo per il profitto non sarà più l’impronta dominante dello stato delle cose”.

In ogni società nella quale la produzione si sviluppa con spontaneità naturale, e la società odierna è di questo genere, non sono i produttori a dominare i mezzi di produzione, ma i mezzi di produzione a dominare i produttori. In una società siffatta ogni nuova leva della produzione si muta necessariamente in un nuovo mezzo per l’asservimento dei produttori ai mezzi di produzione. Questo vale anzitutto per quella leva della produzione che sino all’introduzione della grande industria è stata di gran lunga la più potente: la divisione del lavoro. La prima grande divisione del lavoro, la separazione di città e campagna, ha immediatamente condannato la popolazione rurale all’istupidimento per migliaia di anni e i cittadini all’asservimento di ogni individuo al proprio mestiere individuale. Essa ha distrutto le basi dello sviluppo spirituale degli uni e dello sviluppo fisico degli altri. Se il contadino si appropria il suolo e il cittadino si appropria il suo mestiere, nella stessa misura il suolo si appropria del contadino e il mestiere si appropria l’artigiano. Essendo diviso il lavoro, anche l’uomo è diviso. Tutte le altre capacità fisiche e spirituali sono sacrificate alla formazione di una sola attività. Questa minorazione dell’uomo cresce nella stessa misura in cui cresce la divisione del lavoro, che raggiunge il suo più alto sviluppo nella manifattura. La manifattura scompone il mestiere nelle sue singole operazioni parziali, assegna ciascuna di queste stesse operazioni ad ogni singolo operaio come compito della sua vita e così lo incatena vita natural durante ad una determinata azione parziale e ad un determinato strumento.

“Storpia l’operaio e ne fa una mostruosità favorendone, come in una serra, l’abilità di dettaglio, mediante la soppressione di un mondo intero di impulsi e di disposizioni produttive (…) L’individuo stesso vien diviso, vien trasformato in motore automatico di un lavoro parziale” (Marx) [188],

un motore che in molti casi raggiunge la sua perfezione solo mediante un letterale storpiamento spirituale e fisico dell’operaio. Il macchinismo della grande industria degrada l’operaio, da macchina, a semplice accessorio di una macchina.

“Dalla specialità di tutt’una vita, consistente nel maneggiare uno strumento parziale, si genera la specialità di tutt’una vita, consistente nel servire una macchina parziale. Del macchinario si abusa per trasformare l’operaio stesso, fin dall’infanzia, nella parte di una macchina parziale” (Marx) [189].

E non solo gli operai, ma anche le classi che sfruttano direttamente o indirettamente gli operai vengono, dalla divisione del lavoro, asservite allo strumento della loro attività: il borghese dallo spirito squallido, al proprio capitale e alla propria avidità di profitto; il giurista alle sue incartapecorite idee giuridiche che lo dominano come un potere per sé stante; i “ceti colti” in generale alle molteplici meschinità o unilateralità del proprio ambiente, alla loro miopia fisica e spirituale, al loro storpiamento prodotto dall’educazione impostata secondo una specializzazione e dall’incatenamento vita natural durante a questa specializzazione stessa, anche se poi questa specializzazione è il puro far niente.

Gli utopisti si erano già resi perfettamente conto degli effetti della divisione del lavoro, della minorazione, da una parte, dell’operaio e, dall’altra, della stessa attività lavorativa, che viene ridotta ad una ripetizione che dura tutta la vita, monotona, meccanica di un solo e medesimo atto. La soppressione dell’antagonismo di città e campagna è reclamata, tanto da Fourier quanto da Owen, come la prima e fondamentale condizione della soppressione della vecchia divisione del lavoro in generale. Per entrambi la popolazione deve esser spezzettata, per il paese, in gruppi che vanno da milleseicento a tremila, ogni gruppo abita, nel centro del proprio distretto, un palazzo gigantesco con comune amministrazione. È vero che Fourier parla qua e là di città, ma anche esse constano, a loro volta, solo di quattro o cinque di tali palazzi, situati vicini l’uno all’altro. In entrambi ogni membro della società partecipa tanto all’agricoltura quanto all’industria; in Fourier nell’industria hanno la parte principale l’artigianato e la manifattura, in Owen invece questa parte è rappresentata già dalla grande industria ed in lui viene già reclamata l’introduzione del vapore e delle macchine nel lavoro domestico. Ma anche all’interno, sia dell’agricoltura che dell’industria, entrambi esigono per ciascun individuo la massima variazione dell’occupazione, e corrispondentemente l’assuefazione della gioventù ad un’attività tecnica quanto più possibile multilaterale. Per entrambi l’uomo deve svilupparsi in tutti i lati mediante un’attività pratica universale, e il lavoro deve recuperare quello stimolo dell’attrazione che la divisione gli ha tolto, anzitutto mediante questa variazione di attività e la corrispondente breve durata delle “sedute” dedicate ad ogni singolo lavoro, per servirci di un’espressione di Fourier [190]. Entrambi hanno di gran lunga sorpassata la mentalità delle classi sfruttatrici ereditata da Dühring, la quale ritiene l’antagonismo di città e campagna inevitabile per la natura stessa delle cose, è prigioniera di quella veduta limitata per cui un certo numero di “esistenze” dovrebbero, in ogni caso, essere condannate a produrre solo un articolo e vorrebbe eternare quelle “varietà economiche” di uomini che si dividono tra loro per il modo in cui vivono, gente che ha la propria gioia nell’esercizio precisamente di questa e di nessun’altra cosa e che quindi è tanto degradata da gioire del proprio asservimento e del proprio unilaterale immiserimento. Di fronte alle idee fondamentali contenute nelle pur stravaganti fantasie di quell'”idiota” di Fourier, di fronte anche alle più meschine idee del “rozzo, piatto e meschino” Owen, Dühring, ancora interamente asservito alla divisione del lavoro, fa la figura di un nano presuntuoso.

La società, impadronendosi di tutti i mezzi di produzione per usarli socialmente e secondo un piano, distrugge il precedente asservimento degli uomini ai loro propri mezzi di produzione. Evidentemente la società non si può emancipare senza che ogni singolo sia emancipato. Il vecchio modo di produzione deve quindi essere rivoluzionato sin dalle fondamenta e specialmente deve sparire la vecchia divisione del lavoro. Al suo posto deve subentrare un’organizzazione della produzione in cui, da una parte nessun singolo può scaricare sulle spalle di altri la propria partecipazione al lavoro produttivo, fondamento naturale dell’umana esistenza, in cui, dall’altra, il lavoro produttivo, anziché mezzo per l’asservimento, diventa mezzo per l’emancipazione degli uomini, poiché fornisce ad ogni singolo l’occasione di sviluppare e di mettere in azione tutte quante le sue capacità sia fisiche che spirituali in tutte le direzioni: e in cui così il lavoro, da peso diverrà gioia.

Tutto questo oggi non è più né una fantasia né un pio desiderio. Con il presente sviluppo delle forze produttive, l’incremento della produzione determinato dalla socializzazione delle stesse forze produttive, l’eliminazione degli ostacoli e dei turbamenti derivanti dal modo di produzione capitalistico, e l’eliminazione dello sciupio dei prodotti e dei mezzi di produzione, sono già sufficienti per ridurre, posta una partecipazione generale al lavoro, il tempo di lavoro ad una misura che, secondo le idee odierne, è minima.

Né egualmente la soppressione della vecchia divisione del lavoro è un’esigenza che potrebbe attuarsi solo a spese della produttività del lavoro. Al contrario. Essa è diventata una condizione della stessa produzione, mediante la grande industria.

“Il funzionamento a macchina elimina la necessità di consolidare questa distribuzione come accadeva per la manifattura, mediante l’appropriazione permanente dello stesso operaio alla stessa funzione. Siccome il movimento complessivo della fabbrica non parte dall’operaio ma dalla macchina, può aver luogo un continuo cambiamento delle persone senza che ne derivi un’interruzione del processo lavorativo (…) Infine, la velocità con la quale il lavoro della macchina viene appreso nell’età giovanile, elimina anche la necessità di preparare una particolare classe di operai esclusivamente al lavoro delle macchine.” [191]

Ma mentre il modo con cui il capitalismo impiega il macchinario perpetua necessariamente la vecchia divisione del lavoro con le sue specializzazioni fossilizzate, malgrado queste siano diventate tecnicamente superflue, lo stesso macchinismo si ribella a questo anacronismo. La base tecnica della grande industria è rivoluzionaria.

“Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, oltre alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Così essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione all’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi (…) Si è visto come questa contraddizione assoluta (…) si sfoghi nell’olocausto ininterrotto della classe operaia, nello sperpero più sfrenato delle energie lavorative e nelle devastazioni derivanti dall’anarchia sociale. Questo è l’aspetto negativo. Però, se ora la variazione del lavoro si impone soltanto come prepotente legge naturale e con l’effetto ciecamente distruttivo di una legge naturale che incontri ostacoli dappertutto, la grande industria, con le sue stesse catastrofi, fa sì che il riconoscimento della variazione dei lavori e quindi la maggiore versatilità possibile dell’operaio come legge sociale generale della produzione e l’adattamento delle circostanze all’attuazione normale di tale legge, diventino una questione di vita o di morte. Per essa diventa una questione di vita o di morte sostituire a quella mostruosità che è una miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilità assoluta dell’uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all’individuo parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l’individuo totalmente sviluppato, per il quale differenti funzioni sociali sono modi di attività che si danno il cambio l’uno con l’altro” (Marx, “Capitale”) [192].

La grande industria, insegnandoci a trasformare il movimento di molecole, che più o meno si può realizzare dovunque, in un movimento di masse per fini tecnici, ha in notevole misura emancipato la produzione dai limiti di luogo. La forza idraulica era legata ad un luogo, la forza del vapore è libera. Se la forza idraulica appartiene necessariamente alla campagna, la forza del vapore non appartiene affatto necessariamente alla città. È la sua utilizzazione capitalistica a concentrarla prevalentemente nella città e a trasformare i villaggi industriali in città industriali. Ma con ciò essa distrugge ad un tempo le condizioni del suo proprio sfruttamento. La prima esigenza della macchina a vapore, e l’esigenza principale di quasi tutti i rami di sfruttamento della grande industria, è un’acqua relativamente pura. Ma la città industriale trasforma qualsiasi acqua il fetido liquido di scolo. Quindi nella misura in cui la concentrazione urbana è la condizione fondamentale della produzione capitalistica, nella stessa misura ogni singolo capitalista industriale tende costantemente ad abbandonare le grandi città, create dalla produzione capitalistica, per andare ad esercitare lo sfruttamento industriale in campagna. Questo processo si può studiare nei suoi particolari nei distretti dell’industria tessile del Lancashire e dello Yorkshire; la grande industria capitalistica crea in quei luoghi sempre nuove grandi città, perché costantemente fugge dalla città verso la campagna. Lo stesso accade nei distretti dell’industria metallurgica, dove, talvolta, cause diverse producono gli stessi effetti.

Ancora una volta, solo la soppressione del carattere capitalistico dell’industria moderna permette la soppressione di questo nuovo circolo vizioso, di questa contraddizione costantemente riproducentesi dell’industria moderna, solo una società che faccia ingranare, armoniosamente, le une nelle altre le sue forze produttive, secondo un solo grande piano, può permettere all’industria di stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che è più appropriata al suo sviluppo e alla sua conservazione, ovvero allo sviluppo, degli altri elementi della produzione.

Conseguentemente la soppressione dell’antagonismo di città e campagna non solo è possibile, ma è divenuta una diretta necessità della stessa produzione industriale, così come è diventata del pari una necessità della produzione agricola ed inoltre dell’igiene pubblica. Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti saranno adoperati per produrre le piante e non le malattie.

L’industria capitalistica si è già resa relativamente indipendente dai limiti locali dei luoghi di produzione delle sue materie prime. La sua industria tessile elabora materie prime importate in gran quantità. Minerali ferrosi spagnoli vengono lavorati in Inghilterra e in Germania, minerali di rame spagnoli e sudamericani vengono lavorati in Inghilterra. Ogni giacimento carbonifero rifornisce di combustibile molto al di là dei suoi confini un distretto industriale, che si accresce ogni anno. Su tutte le coste europee macchine a vapore vengono messe in azione da carbone inglese ed in parte da carbone tedesco e belga. La società emancipata dai limiti della produzione capitalistica può andare ancora molto più avanti. Producendo una generazione di produttori provvisti di un’educazione sviluppata in tutti i sensi, i quali intendano le basi scientifiche di tutta la produzione industriale e ognuno dei quali abbia praticamente percorso da cima a fondo tutta una serie di rami della produzione, essa crea una nuova forza produttiva che compensa largamente il lavoro richiesto per il trasporto a grandi distanze di materie prime e di combustibili.

La soppressione della separazione di città e campagna non è dunque un’utopia, neanche sotto l’aspetto per cui essa ha come sua condizione la distribuzione più omogenea possibile della grande industria in tutto il paese. La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica. Ma esse debbono essere e saranno eliminate, anche se questa eliminazione sarà un processo molto laborioso. Qualunque sia il destino riservato all’impero tedesco della nazione prussiana, Bismarck potrà discendere la tomba con la fiera coscienza che il desiderio del suo cuore, il tramonto delle grandi città, sarà certamente appagato [193].

Ed ora si veda quanto sia puerile l’idea di Dühring che la società possa prender possesso della totalità dei mezzi di produzione senza rivoluzionare dalle fondamenta il vecchio modo di produrre e, anzitutto, senza abolire la vecchia divisione del lavoro; che tutto sia apposto non appena “si tenga conto delle opportunità naturali e delle capacità personali”, mentre poi intere masse di uomini restano come prima asservite alla produzione di un solo articolo, intere “popolazioni” vengono impiegate in un singolo ramo di produzione e l’umanità continua a dividersi come prima in un numero di differenti “varietà economiche” storpiate, quali, ad es., “carrettieri” e “architetti”. La società dovrebbe diventare padrona dei mezzi di produzione in toto, perché ogni individuo non resti schiavo del suo mezzo di produzione. E si veda del pari come Dühring consideri la separazione di città e campagna “inevitabile per la stessa natura delle cose” e come possa scoprire solo un piccolo palliativo nei due rami che insieme costituiscono un binomio tipicamente prussiano: la distillazione dell’acquavite e la produzione dello zucchero di barbabietola. Si veda come egli faccia dipendere la dislocazione dell’industria nel paese da qualche scoperta futura e dalla necessità di far poggiare l’industria direttamente sull’estrazione delle materie prime -delle materie prime che già ora sono usate a distanza sempre maggiore dal loro luogo d’origine!- e come finalmente cerchi di coprirsi le spalle con l’assicurazione che i bisogni sociali imporranno, alla fine, il legame tra l’agricoltura e l’industria sia pure contro le considerazioni economiche, come se così si compiesse un sacrificio economico.

Certo, per capire che gli elementi rivoluzionari, i quali elimineranno la vecchia divisione del lavoro insieme con la separazione di città e campagna e rivoluzioneranno tutta la produzione, sono già contenuti in germe nelle condizioni della produzione della grande industria moderna e che il loro sviluppo viene ostacolato dall’attuale modo di produzione capitalistico; per capire questo, bisogna avere un orizzonte un po’ più vasto di quello del dominio in cui vige il Landrecht prussiano, il paese nel quale grappa e zucchero di barbabietola sono i prodotti-base dell’industria e le crisi commerciali si possono studiare sul mercato librario. Per questo bisogna conoscere la grande industria reale nella sua storia e nella sua realtà attuale, specialmente in quel paese in cui solo essa ha la sua patria e in cui solo ha raggiunto il suo classico sviluppo; e allora non si potrà neppure pensare di impoverire il socialismo scientifico moderno e di avvilirlo al livello del socialismo tipicamente prussiano di Dühring.

Note

*12. La spiegazione delle crisi mediante il sottoconsumo deriva da Sismondi e in lui ha ancora un certo senso. Rodbertus l’ha presa a prestito da Sismondi e a sua volta Dühring l’ha copiata da Rodbertus nella abituale maniera che tutto rende banale.

188. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 404.

189. Ibid. p. 466.

190. Charles Fourier, “Le nouveau monde…”, capp. II, V, VI.

191. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 465.

192. Ibid. pp. 533-535.

193. Con ogni probabilità Engels allude al discorso pronunciato il 20 marzo 1852 da Bismarck alla Camera dei deputati della Dieta prussiana (nella quale era deputato dal 1849). Bismarck espresse l’odio dei grandi proprietari fondiari prussiani contro le grandi città, quali centro del movimento rivoluzionario, dicendo che diffidava di esse città poiché in esse non viveva il vero popolo prussiano. “Questo, anzi, se le grandi città dovessero sollevarsi di nuovo, saprà ridurle all’obbedienza, e dovrebbe cancellarle dalla faccia della terra.”

Anti-Dühring

Terza Sezione: Socialismo

IV. Distribuzione

Abbiamo già visto precedentemente che l’economia politica dühringiana sbocca nella seguente formulazione: il modo di produzione capitalistico va bene e può continuare a esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico è del maligno e deve sparire. Troviamo ora che la “socialità” di Dühring non è altro che l’attuazione di questo principio nella fantasia. In effetti si è visto che Dühring non ha quasi assolutamente niente da eccepire contro il modo di produzione, come tale, della società capitalistica; che egli vuol conservare la vecchia divisione del lavoro in tutti i rapporti essenziali e che perciò a stento ha da dire una sola parola anche riguardo alla produzione in seno alla sua comunità economica. La produzione è certo un campo in cui si tratta di fatti concreti e in cui perciò la “fantasia razionale” può dare solo poco spazio al colpo d’ala della sua anima libera [194], perché il periodo di fare una figuraccia è troppo vicino. Per contro la distribuzione, che, secondo il modo di vedere di Dühring, non ha assolutamente nessun rapporto con la produzione e che, secondo lui, non è determinata dalla produzione, ma da un puro atto della volontà, la distribuzione è il campo predestinato alla sua “alchimia sociale”.

All’eguale dovere di produzione corrisponde l’eguale diritto di consumo, organizzato nella comunità economica e nella comunità commerciale che comprende un maggior numero di comunità economiche.

Qui il “lavoro viene scambiato con altro lavoro secondo il principio dell’eguale valutazione (…) Prestazione e controprestazione rappresentano qui eguaglianza reale delle quantità di lavoro”.

E precisamente questa “parificazione delle forze umane” vige “se gli individui hanno potuto produrre più o meno o, per caso, anche niente“; infatti si può riguardare come prestazione di lavoro ogni occupazione che esiga tempo e forze e quindi anche il giocare a birilli e il passeggiare. Ma questo scambio non ha luogo tra i singoli, perché è la collettività quella che possiede tutti i mezzi di produzione e quindi anche tutti i prodotti: esso ha luogo invece da una parte tra ogni comunità economica e i suoi membri e dall’altra fra le diverse comunità economiche e commerciali stesse. “specialmente le singole comunità economiche entro il proprio ambito sostituiranno il piccolo commercio con uno smercio completamente pianificato.” Del pari il commercio viene organizzato all’ingrosso:

“Il sistema della libera società economica (…) resta dunque una grande istituzione di scambio, le cui operazioni si compiono per mezzo delle basi fornite dai metalli nobili. La conoscenza della imprescindibile necessità di questa qualità fondamentale distingue il nostro schema da tutte quelle nebulosità cui sono affette anche le forme più razionali delle idee socialiste oggi correnti”.

La comunità economica, in quanto è la prima ad appropriarsi i prodotti sociali, deve, in vista di questo scambio, fissare “un prezzo unitario per ogni genere di articoli” secondo i costi medi di produzione.

“Ciò che ora per il valore e il prezzo (…) significano i così detti costi naturali di produzione” (nella socialità) “(…) sarà indicato dal calcolo della quantità di lavoro da erogare. Questi calcoli che, secondo il principio dell’eguale diritto di ogni persona, anche nel campo dell’economia, si possono ridurre in definitiva alla considerazione del numero delle persone che partecipano al lavoro, forniranno il rapporto dei prezzi corrispondente ad un tempo alle condizioni naturali della produzione e al diritto sociale di valorizzazione. La produzione dei metalli nobili resterà, come oggi, decisiva per la determinazione del valore del denaro (…) Si vede da qui che, nella mutata costituzione della società, la base determinante e, anzitutto, la misura dei valori e quindi dei rapporti con cui i prodotti si scambiano tra loro, non solo non vengono perdute, ma per la prima volta prendono il loro giusto posto.”

Il famoso “valore assoluto” è finalmente divenuto realtà.

Ma ora, d’altra parte, la comunità dovrà anche porre i singoli in condizione di comprare da essa gli articoli prodotti, pagando a ciascuno una certa somma giornaliera, settimanale, mensile, che per ciascuno dovrà essere eguale, come contropartita per il suo lavoro. “È perciò indifferente dal punto di vista della socialità il dire che il salario deve sparire o che deve diventare la forma esclusiva di reddito economico.” Ma eguali salari e eguali prezzi formano l'”eguaglianza quantitativa, se non qualitativa, del consumo” e con ciò il “principio universale di giustizia” è realizzato sul piano dell’economia. Sulla determinazione del tasso di questo salario dell’avvenire Dühring ci dice solo che anche qui, come in tutti gli altri casi, si scambia “eguale lavoro con eguale lavoro”. Per un lavoro di sei ore deve essere pagata una somma di denaro che incorpora in sé parimente sei ore lavorative.

Tuttavia il “principio universale di giustizia” non si deve in nessun modo scambiare con quel rozzo livellamento che tanto spesso fa irritare il borghese contro ogni comunismo e specialmente contro ogni comunismo spontaneo degli operai. La cosa non è poi così tremenda come vorrebbe apparire.

“L’eguaglianza di principio delle rivendicazioni economico-giuridiche non esclude che spontaneamente si aggiunga a quello che la giustizia esige, anche una espressione di riconoscimento e di onore particolari (…) La società onora se stessa, contrassegnando le prestazioni di specie superiore con una possibilità moderatamente superiore di consumo.”

E anche Dühring onora se stesso allorché, fondendo l’innocenza della colomba e l’astuzia del serpente, dimostra una premura così commovente per il moderato sovraconsumo dei Dühring dell’avvenire.

Con ciò tutto il modo di distribuzione capitalistico è definitivamente eliminato. Infatti

“posto che, presupponendosi un tale stato di cose, qualcuno avesse realmente un’eccedenza di mezzi privati a sua disposizione, non potrebbe per essi trovare il modo di usarli in forma di capitale. Nessun individuo e nessun gruppo potrebbe acquistare da lui questi mezzi per la produzione, tranne che per via di scambio o di compra e non sarebbe mai in condizione di pagargli interessi o profitti”.

Di conseguenza è ammissibile “un’ereditarietà adeguata al principio di eguaglianza”. Essa è inevitabile: infatti “una certa ereditarietà accompagnerà sempre necessariamente il principio familiare”. Neanche il diritto ereditario potrà “portare ad una accumulazione di fortune considerevoli, infatti qui la formazione di proprietà (…) in specie, non potrà mai più avere il fine di creare mezzi di produzione ed esistenze fondate su pure rendite”.

E così la comunità economica sarebbe felicemente sistemata. Vediamo ora come funziona amministrativamente.

Ammetteremo che tutte le supposizioni di Dühring siano completamente realizzate; supporremo quindi che la comunità economica paghi a tutti i suoi membri per un lavoro di sei ore una somma di denaro nella quale siano del pari incorporate sei ore di lavoro, mettiamo dodici marchi. Ammetteremo egualmente che i prezzi corrispondano con esattezza ai valori, e che quindi nei nostri presupposti abbraccino solo i costi delle materie prime, l’usura delle macchine, il consumo dei mezzi di lavoro e il salario pagato. Una comunità economica di cento membri che lavorano, produce allora generalmente merci per un valore di 1.200 marchi e nell’anno, in 300 giorni lavorativi, merci per 360.000 marchi e paga questa stessa somma ai suoi membri, ciascuno dei quali fa quello che crede della sua parte di 12 marchi giornalieri o 3.600 annui. Alla fine dell’anno o alla fine di cento anni la comunità non è più ricca di quanto era al principio. Durante questo tempo essa non sarà mai in condizione di fornire la possibilità moderatamente superiore di consumo di cui parla Dühring, a meno che non voglia intaccare il suo fondo di mezzi di produzione. L’accumulazione è stata totalmente dimenticata. Ma c’è ancora di peggio: poiché l’accumulazione è una necessità sociale e nella conservazione del denaro si ha una comoda forma di accumulazione, l’organizzazione della comunità economica spinge direttamente i suoi membri all’accumulazione privata e conseguentemente alla propria distruzione.

Come ovviare a questo dissidio nella natura della comunità economica? Essa potrebbe rifugiarsi nel suo diletto “tributo”, nel rialzo dei prezzi e vendere la sua produzione annua anziché per 360.000 marchi per 480.000 marchi. Ma poiché tutte le altre comunità economiche sono nella stessa condizione, e dovrebbero quindi fare la stessa cosa, ciascuna nello scambio con le altre dovrebbe pagare un “tributo” pari a quello che incassa e il “tributo” cadrebbe quindi solo sui propri membri.

O invece essa taglia la testa al toro, pagando ad ogni membro per il lavoro di sei ore il prodotto di meno di sei ore di lavoro, poniamo di quattro ore di lavoro, quindi invece di 12 marchi solo 8 marchi al giorno, lasciando però sussistere i prezzi delle merci al vecchio livello. In questo caso fa direttamente e scopertamente ciò che nel caso precedente faceva nascostamente e per via indiretta: essa costituisce un plusvalore, secondo Marx, del valore di 120.000 marchi annui, pagando i suoi membri in maniera assolutamente capitalistica al di sotto del valore della loro prestazione e inoltre computando loro le merci che essi possono comprare solo da essa al pieno valore. La comunità economica può dunque arrivare ad un fondo di riserva solo svelandosi quale un truksystem [*13] “nobilitato” sulla base comunista più larga.

Quindi una delle due: o la comunità economica scambia “lavoro eguale con lavoro eguale”, e allora non essa ma i privati possono accumulare un fondo per il mantenimento e l’estensione della produzione. O invece essa forma un tale fondo e allora non cambia “lavoro eguale con lavoro eguale”.

Così nella comunità economica stanno le cose per il contenuto dello scambio. E come stanno per la forma? Lo scambio si effettua mediante moneta metallica e Dühring si dà non poco vanto della “portata storica per l’umanità” di questo miglioramento. Ma nello scambio tra la comunità e i suoi membri il denaro non è affatto denaro, non funge affatto da denaro. Esso serve da puro certificato di lavoro, esso constata, per dirla con Marx, “soltanto la partecipazione individuale del produttore al lavoro comune e il suo diritto individuale alla parte del prodotto comune destinata al consumo”, ed in questa funzione esso “è ‘denaro’ tanto poco quanto è denaro per es. uno scontrino per il teatro” [195]. Esso può essere sostituito da un segno qualsivoglia, come Weitling lo sostituiva con un “libro di commercio”, in cui in una pagina venivano registrate le ore di lavoro e nell’altra i godimenti che se ne traggono [196]. In breve il denaro ha nello scambio della comunità economica con i suoi membri la stessa funzione dell’oweniana “moneta dell’ora di lavoro”, questa “fantasticheria” che Dühring guardava tanto dall’alto in basso e che tuttavia è costretto egli stesso ad introdurre nella sua economia dell’avvenire. Che il buono che indica la natura in cui il “dovere di produzione” è stato compiuto e il “diritto di consumo” che con ciò si è acquisito, sia un pezzo di carta, una moneta di conto o un pezzo d’oro resta assolutamente indifferente per questo fine. Per altri fini invece, come si dimostrerà, non lo è affatto.

Se quindi la moneta metallica, già nello scambio tra la comunità economica e i suoi membri non funge da denaro, ma da buono di lavoro camuffato, ancora meno adempie la sua funzione monetaria nello scambio tra le diverse comunità economiche. Qui, dati i presupposti di Dühring, la moneta metallica è totalmente superflua. In effetti, basterebbe una semplice registrazione, che, calcolando con il tempo, misura naturale del lavoro, l’unità dell’ora lavorativa, compi lo scambio di prodotti di eguale lavoro con prodotti di eguale lavoro in un modo molto più semplice che non traducendo prima in denaro le ore lavorative. Lo scambio è in realtà un semplice scambio in natura; tutte le richieste in eccedenza sono facilmente e semplicemente compensabili mediante tratte su altre comunità. Ma se una comunità dovesse realmente avere un deficit di fronte ad altre comunità, tutto “l’oro esistente nel mondo”, fosse pure “denaro per natura”, non potrebbe risparmiare a questa comunità la sorte di coprire questo deficit aumentando il proprio lavoro, a meno che non voglia cadere in una condizione di dipendenza, a causa di debiti, da altre comunità. Il lettore del resto abbia sempre ben presente che noi qui non facciamo affatto delle costruzioni avveniristiche. Noi accettiamo semplicemente i presupposti di Dühring e ne tiriamo solo le inevitabili conseguenze.

Quindi né nello scambio tra la comunità economica e i suoi membri, né in quello tra le diverse comunità, l’oro, che “per natura è denaro”, può arrivare a realizzare questa sua natura. Tuttavia Dühring gli prescrive di compiere una funzione monetaria anche “nella socialità”. Dobbiamo quindi cercare un altro campo per questa funzione monetaria. E questo campo esiste. Dühring, certo, dà a ciascuno una capacità di “consumo quantitativamente eguale”, ma non può costringervi nessuno. Al contrario, egli è fiero che nel suo mondo ciascuno possa fare quello che vuole del suo denaro. Egli non può dunque impedire che gli uni mettano da parte un piccolo peculio, mentre gli altri non possono tirare avanti col salario che vien loro pagato. E rende questo fatto perfino inevitabile, poiché egli riconosce espressamente nel diritto ereditario la proprietà comune della famiglia, da cui discende inoltre il dovere dei genitori di allevare la prole. Ma così il consumo quantitativamente eguale viene compromesso. Lo scapolo vivrà da signore con i suoi otto o dodici marchi giornalieri, mentre il vedovo con otto figli riuscirà a campare con grandi stenti. D’altra parte la comunità economica, accettando senz’altro il pagamento in monete, lascia aperta la possibilità che questo denaro venga guadagnato diversamente che col proprio lavoro. Non olet [Non puzza] [197]. Essa non sa da dove viene. Ma così sono poste tutte le condizioni perché la moneta metallica, che sinora ha avuto solo la funzione di buono di lavoro, possa presentarsi in reale funzione di denaro. Sussistono l’occasione e il motivo, da una parte, per la tesaurizzazione e, dall’altra, per l’indebitamento. Il bisognoso prende a prestito dal tesaurizzatore. Il denaro preso a prestito è accettato dalla comunità in pagamento per mezzi di sussistenza, diventa di nuovo ciò che è nella società odierna: incarnazione sociale del lavoro umano, reale misura del lavoro, mezzo universale di circolazione. Tutte “le leggi e le norme amministrative” del mondo sono altrettanto impotenti contro tutto ciò, quanto contro la tavola pitagorica o la composizione chimica dell’acqua. E poiché il tesaurizzatore è in condizione di estorcere interessi al bisognoso, con la moneta metallica che funge da denaro viene anche ristabilita l’usura.

Sin qui noi abbiamo considerato solo gli effetti del mantenimento della moneta metallica all’interno dell’area in cui vige la comunità economica di Dühring. Ma al di là di quest’area il resto del maledetto mondo continua frattanto tranquillamente a camminare come prima. Oro e argento restano sul mercato mondiale moneta universale, mezzo universale di acquisto e pagamento, incarnazione assolutamente sociale della ricchezza. E con questa qualità del metallo nobile appare ai singoli membri della comunità economica una nuova spinta per la tesaurizzazione, per l’arricchimento, per l’usura, la spinta per muoversi liberamente e indipendentemente di fronte alla comunità al di là dei suoi confini e per sfruttare sul mercato mondiale la ricchezza individuale accumulata. Gli usurai si trasformano in uomini che esercitano il commercio col mezzo di circolazione, in banchieri, in dominatori del mezzo di circolazione e del denaro che ha corso in tutto il mondo e conseguentemente in dominatori della produzione e quindi anche dei mezzi di produzione, anche se questi ancora per anni figurano, nominalmente, proprietà della comunità economica e della comunità commerciale. Ma con ciò teusarizzatori e usurai trasformati in banchieri sono sempre i padroni della comunità economica e della comunità commerciale stessa. La “socialità” di Dühring si distingue in effetti in modo molto sostanziale dalla “nebulosità” degli altri giornalisti. Essa non ha altro fine che la rigenerazione dell’alta finanza, sotto il controllo, e per conto della quale, essa valorosamente si ammazzerà di lavoro, posto che in generale si costituisca e si mantenga. La sola salvezza per essa sarebbe che i teusarizzatori preferissero affrettarsi col loro denaro che ha corso in tutto il mondo a… fuggirsene dalla comunità.

Data la diffusa ignoranza, dominante in Germania, sul vecchio socialismo, un innocente giovane potrebbe ora porre la domanda se anche, per es., i buoni di lavoro oweniani non potrebbero dar luogo ad un abuso analogo. Sebbene noi non dobbiamo spiegare qui il significato di questi buoni di lavoro, tuttavia per raffrontare l'”ampio schematismo” di Dühring con le “idee rozze, piatte e meschine” di Owen può non essere fuori luogo quanto segue. Anzitutto per un tale abuso dei buoni di lavoro di Owen sarebbe necessaria la loro trasformazione in moneta reale, mentre Dühring presuppone una moneta reale, ma vuole proibirle di fungere altrimenti che da semplice buono di lavoro. Mentre nel primo caso avrebbe luogo un reale abuso, nel secondo si realizza la natura propria della moneta, indipendentemente dalla volontà umana, e la moneta realizza il suo giusto uso, quello che le è proprio, di fronte all’abuso che Dühring vuole imporre, in virtù della sua propria ignoranza sulla natura della moneta. In secondo luogo in Owen i buoni di lavoro sono solo una forma di transizione alla comunità perfetta e alla libera utilizzazione delle risorse sociali e, accessoriamente, sono tutt’al più anche un mezzo per rendere accettabile il comunismo anche al pubblico britannico. Se dunque un qualche abuso dovesse costringere la società oweniana ad abolire i buoni di lavoro, questa farebbe solo un altro passo avanti verso il suo fine ed entrerebbe in una fase più perfetta di sviluppo. Se invece la comunità economica dühringiana abolisce la moneta, essa distrugge in un colpo la sua “portata storica per l’umanità”, elimina la sua bellezza più peculiare, cessa di essere comunità economica dühringiana e affoga in quelle nebulosità per liberarla dalle quali Dühring ha erogato tanto aspro lavoro della sua razionale fantasia [*14].

Ma da dove ora sorgono tutti i singolari errori e tutte le singolari confusioni in cui si aggira la comunità economica dühringiana? Semplicemente dalla nebulosità che sviluppano nella testa di Dühring i concetti di valore e di moneta e che lo conduce finalmente a volere scoprire il valore del lavoro. Ma poiché Dühring non possiede affatto il monopolio di tali nebulosità per la Germania, e trova invece numerosa concorrenza, noi vogliamo “metterci d’impegno per un momento a sbrogliare la matassa” che egli qui ha combinato.

L’unico valore che l’economia conosca è il valore delle merci. Che cosa sono le merci? Prodotti creati in una società di produttori privati più o meno individuali, quindi anzitutto prodotti privati. Ma questi prodotti privati diventano merci solo non appena essi vengono prodotti non per il consumo proprio, ma per il consumo di altri e dunque per il consumo sociale; essi entrano nel consumo sociale per mezzo dello scambio. I produttori privati stanno dunque in un nesso sociale, costituiscono una società. I loro prodotti, sebbene prodotti privati di ciascun individuo, sono perciò ad un tempo, ma senza volere e per così dire contro voglia, anche prodotti sociali. Ma in che cosa consiste il carattere sociale di questi prodotti privati? Evidentemente in due proprietà: in primo luogo nel fatto che tutti appagano qualche bisogno umano ed hanno un valore di uso non solo per i produttori ma anche per gli altri; e in secondo luogo nel fatto che essi, sebbene prodotti dei più diversi lavori privati, sono ad un tempo prodotti di lavoro umano puro e semplice, sono lavoro genericamente umano. In quanto hanno un valore di uso anche per altri, essi possono in genere entrare nello scambio; in quanto in tutti è racchiuso lavoro genericamente umano, semplice erogazione di forza-lavoro umano, essi possono, secondo la quantità di questo lavoro che è racchiusa in ciascuno, essere raffrontati l’uno con l’altro nello scambio, essere posti come eguali o diseguali. In due prodotti privati eguali, restando eguali le condizioni sociali, può essere racchiusa una quantità diseguale di lavoro privato, ma sempre solo una quantità eguale di lavoro genericamente umano. Un fabbro incapace può fare cinque ferri da cavallo nello stesso tempo in cui uno capace ne fa dieci. Ma la società non attribuisce un valore alla casuale incapacità dell’uno, essa riconosce come lavoro genericamente umano solo il lavoro che di volta in volta è fornito da capacità media normale. Uno dei cinque ferri di cavallo del primo non ha quindi nello scambio più valore di uno dei dieci forgiati dall’altro nello stesso tempo. Il lavoro privato contiene lavoro genericamente umano solo in quanto è socialmente necessario.

Dicendo che una merce ha questo determinato valore io dico: 1. che essa è un prodotto socialmente utile; 2. che essa è prodotta da una persona privata per conto di privati; 3. che essa, malgrado sia prodotto di lavoro privato, tuttavia, nello stesso tempo e, per così dire, senza saperlo o volerlo, è anche un prodotto di lavoro sociale e precisamente di una quantità determinata di esso, fissata per via sociale, mediante lo scambio; 4. io esprimo questa quantità non in lavoro stesso, in tante e tante ore di lavoro, ma in un’altra merce. Se io dico quindi che questo orologio vale quanto questo pezzo di stoffa e che ognuno dei due vale cinquanta marchi, dico che nell’orologio, nella stoffa e nel denaro è racchiuso altrettanto lavoro sociale. Constato dunque che il tempo di lavoro sociale rappresentato in essi è stato misurato socialmente ed è stato trovato eguale. Ma non direttamente, assolutamente, come altrimenti si misura un tempo di lavoro in ore o giorni di lavoro ecc., bensì indirettamente, per mezzo dello scambio, in modo relativo. Io non posso perciò neanche esprimere questo quantum stabilito di tempo di lavoro in ore di lavoro, il cui numero mi resta ignoto, ma del pari, solo indirettamente, in modo relativo, con un’altra merce che rappresenta il quantum eguale di tempo di lavoro sociale. L’orologio vale quanto un pezzo di stoffa.

Ma poiché la produzione e lo scambio delle merci costringono la società basata su di essi a questa via indiretta, la costringono del pari a raccorciarla il più possibile. Essi scelgono dalla massa di merci comuni una merce sovrana, in cui una volta per sempre è esprimibile il valore di tutte le altre merci, una merce che vale come immediata incarnazione del lavoro sociale e che perciò diventa immediatamente e incondizionatamente scambiabile con tutte le altre merci: il denaro. Il denaro è già contenuto in germe nel concetto di valore, esso è solo il valore sviluppato. Ma poiché il valore delle merci assume nel denaro un’esistenza indipendente di fronte alle merci stesse, un nuovo fattore appare nella società che produce e scambia merci, un fattore con funzioni ed effetti nuovi. Noi per ora dobbiamo stabilire solo questo punto senza occuparcene maggiormente.

L’economia della produzione di merci non è affatto l’unica scienza che deve fare i conti con fattori solo relativamente noti. Anche nella fisica noi non sappiamo quante singole molecole gassose sono presenti in un volume determinato di gas, di cui siano date anche pressione e temperatura. Ma sappiamo che, nei limiti in cui la legge di Boyle è esatta, un volume determinato di gas contiene un numero di molecole eguale a quello che contiene un pari volume di un altro gas qualsivoglia a pari pressione e temperatura. Noi possiamo perciò paragonare, quanto al loro contenuto molecolare, i più diversi volumi dei più diversi gas alle più diverse condizioni di pressione e di temperatura e se ammettiamo come unità un litro di gas a 0° centigradi e 760 di pressione, possiamo con questa unità misurare quel contenuto molecolare. Nella chimica i pesi atomici assoluti dei singoli elementi ci sono egualmente ignoti, ma li conosciamo in modo relativo poiché conosciamo i loro rapporti reciproci. Come quindi la produzione di merci e la sua economia ottengono un’espressione relativa per le quantità di lavoro, ad esse sconosciute, racchiuse nelle singole merci, mettendo a raffronto queste merci sulla base del lavoro relativamente contenuto in esse, così la chimica si procura un’espressione relativa per la grandezza dei pesi atomici ad essa sconosciuti, mettendo a raffronto i singoli elementi sulla base del loro peso atomico ed esprimendo il peso atomico dell’uno in multipli e sottomultipli dell’altro (zolfo, ossigeno, idrogeno). E come la produzione di merci eleva l’oro a merce assoluta, a universale equivalente delle altre merci, a misura di tutti i valori, così la chimica eleva l’idrogeno a moneta della chimica ponendo il suo peso atomico = 1, riducendo i pesi atomici di tutti gli altri elementi a idrogeno ed esprimendoli in multipli del peso atomico dell’idrogeno.

Tuttavia la produzione di merci non è affatto la forma esclusiva di produzione sociale. Nell’antica comunità indiana, nella comunità familiare degli slavi del sud, i prodotti non si trasformano in merci. I membri della comunità sono direttamente riuniti in società per la produzione, il lavoro viene diviso a seconda della tradizione e dei bisogni ed egualmente i prodotti, nella misura in cui arrivano al consumo. La produzione immediatamente sociale, così come la distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci (almeno all’interno della comunità) e conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori.

Non appena la società entra in possesso dei mezzi di produzione e, socializzandoli immediatamente, li usa per la produzione, il lavoro di ciascuno, per quanto possa essere diverso il suo carattere specifico di utilità, diventa a priori direttamente lavoro sociale. La quantità di lavoro sociale racchiusa in un prodotto non ha bisogno allora di essere fissata solo indirettamente; l’esperienza giornaliera indica direttamente quanto lavoro è necessario in media. La società può semplicemente calcolare quante ore di lavoro sono contenute in una macchina a vapore, in un ettolitro di frumento dell’ultimo raccolto, in cento metri quadrati di stoffa di una qualità determinata. Né potrebbe quindi venirle in mente di esprimere le quantità di lavoro depositate nei prodotti e che essa conosce direttamente e assolutamente con una misura inoltre solo relativa, oscillante, insufficiente, precedentemente inevitabile come espediente, con un terzo prodotto e cioè non con la misura naturale adeguata, assoluta, il tempo. Egualmente non verrebbe in mente alla chimica di esprimere i pesi atomici ancora in modo relativo, passando per l’atomo di idrogeno non appena essa fosse in condizione di esprimerli nella loro misura adeguata, ossia in pesi reali, in bilionesimi o quadrilionesimi di grammo. Date le premesse sopracitate, la società non assegna neppure dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di produzione secondo i mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto della quantità di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del famoso “valore” [*15].

Il concetto di valore è l’espressione più generale e perciò più comprensiva delle condizioni economiche della produzione di merci. Nel concetto di valore è perciò contenuto il germe non solo del denaro, ma anche di tutte le forme più sviluppate della produzione e dello scambio di merci. Nel fatto che il valore è l’espressione del lavoro sociale contenuto nei prodotti privati risiede già la possibilità della differenza tra il lavoro sociale e il lavoro privato contenuto nel prodotto stesso. Se dunque un produttore privato continua a produrre alla vecchia maniera, mentre la produzione sociale progredisce, questa differenza gli diventa sensibilmente tangibile. Lo stesso accade non appena la totalità di coloro che producono privatamente un genere determinato di merci, produce una quantità eccedente il bisogno sociale. Nel fatto che il valore di una merce può essere espresso solo con un’altra merce e può essere realizzato solo nello scambio con essa, risiede la possibilità che lo scambio in generale non abbia luogo oppure che non realizzi il giusto valore. Finalmente se appare sul mercato la merce specifica forza-lavoro, il suo valore si determina, come quello di ogni altra merce, mediante il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione. Perciò nella forma di valore che assumono è già racchiusa tutta quanta la forma di produzione capitalistica, l’antagonismo di capitalisti e salariati, l’esercito di riserva industriale, le crisi. Voler sopprimere la forma di produzione capitalistica mediante la creazione del “vero valore” significa perciò voler sopprimere il cattolicesimo mediante la creazione del “vero” papa, o volere creare una società in cui i produttori finalmente dominano il loro prodotto, dando vita, con ciò stesso, ad una categoria economica che è l’espressione più piena dell’asservimento dei produttori mediante il proprio prodotto.

Quando la società produttrice di merci ha sviluppato ulteriormente la forma di valore inerente alle merci come tali, solo a farle raggiungere la forma di denaro, molti dei germi ancora nascosti nel valore vengono alla luce. L’effetto più prossimo e più essenziale è la generalizzazione della forma di merce. Il denaro impone la forma di merce anche agli oggetti prodotti per il proprio consumo diretto, li trascina nello scambio. Così la forma di merce e di denaro penetrano nell’economia interna della comunità associata direttamente per la produzione, rompono uno dopo l’altro tutti i legami della comunanza e dissolvono la comunità in una schiera di produttori privati. Il denaro dapprima, come si può vedere in India, mette al posto della coltivazione comune del suolo la coltura individuale; più tardi dissolve la proprietà comune del suolo coltivabile, che si presenta ancora nelle ripartizioni periodicamente ripetute, mediante una ripartizione definitiva (il che per es. è accaduto nelle Gehöferschaften [comunità di villaggio] della Mosella e comincia ad accadere anche nella comunità russa); e infine spinge alla ripartizione del possesso comune, ancora residuato, dei boschi e dei prati. Quali che siano le altre cause basate sullo sviluppo della produzione che anche qui collaborano, il denaro rimane sempre il mezzo più potente della loro azione sulla comunità. E con la stessa necessità naturale, a dispetto di tutte “le leggi e le norme amministrative”, il denaro dissolverebbe la comunità economica dühringiana, se mai essa venisse alla luce.

Abbiamo già visto (Economia, VI) che è una contraddizione in termini parlare di valore del lavoro. Poiché il lavoro, in certe condizioni sociali, crea non solo prodotti, ma anche valore, e questo valore viene, misurato dal lavoro, tanto poco è possibile che il lavoro abbia un valore particolare, quanto poco è possibile che la pesantezza come tale abbia un peso particolare o il calore una temperatura particolare. Ma è caratteristico di tutta la confusione socialista che va stillandosi il cervello intorno al “vero valore”, immaginare che l’operaio non riceva nella società odierna il pieno “valore” del suo lavoro, e che il socialismo sia chiamato a porvi rimedio. Perciò è necessario anzitutto che cosa sia il valore del lavoro e lo si trova tentando di misurare il lavoro non con la misura ad esso adeguata, il tempo, ma col suo prodotto. L’operaio dovrebbe ricevere il “provento integrale del lavoro” [100]. Non solo il prodotto del lavoro, ma il lavoro stesso dovrebbe essere direttamente scambiabile col prodotto: un’ora di lavoro con il prodotto di un’altra ora di lavoro. Ma ciò crea subito una difficoltà molto “seria”. Il prodotto totale viene ripartito. La più importante funzione sociale progressiva della società, l’accumulazione, viene sottratta alla società e rimessa nelle mani e all’arbitrio dei singoli. I singoli possono fare quello che vogliono dei loro “proventi”, la società resta ricca o povera come era prima. Si sarebbero quindi accentrati nelle mani della società i mezzi di produzione accumulati nel passato solo perché tutti i mezzi di produzione che si saranno accumulati nel futuro vengano sparpagliati di nuovo nelle mani dei singoli. Si fa a pugni con i propri presupposti e si perviene ad una pura assurdità.

Lavoro fluido, forza-lavoro attiva dovrebbero esser scambiati con prodotto di lavoro. Allora questa forza-lavoro è una merce così come il prodotto con cui viene scambiata. Allora il valore di questa forza-lavoro non viene determinato affatto secondo il suo prodotto, ma secondo il valore sociale che vi è incorporato, quindi secondo la legge attuale del lavoro salariato.

Ma questo è proprio ciò che non deve essere. Il lavoro fluido, la forza-lavoro deve essere scambiabile col suo pieno prodotto. Ciò significa che deve essere scambiabile non col suo valore, ma col suo valore di uso; la legge del valore dovrebbe esser valida per tutte le altre merci ma essere soppressa per la forza-lavoro. E questa confusione che distrugge se stessa è ciò che si nasconde dietro il “valore del lavoro”.

Lo “scambio di lavoro con lavoro secondo il principio della valutazione eguale”, nella misura in cui ha un significato, e quindi la reciproca scambiabilità di prodotti di eguale lavoro, e quindi la legge del valore, è la legge fondamentale precisamente della produzione di merci e perciò anche della forma più alta di essa, la produzione capitalistica. Essa si afferma nella società attuale nella stessa maniera in cui unicamente possono realizzarsi leggi economiche in una società di produttori privati: come legge naturale insita nelle cose e nelle circostanze, indipendente dal volere e dall’agire dei produttori, ciecamente operante. Dühring, elevando questa legge a legge fondamentale della comunità economica ed esigendo che questa comunità economica debba attuarla con piena coscienza, fa, della legge fondamentale della società vigente, la legge fondamentale della sua società fantastica. Egli vuole la società vigente, ma senza i suoi inconvenienti. Si muove quindi completamente sullo stesso terreno di Proudhon. Come lui, egli vuole eliminare gli inconvenienti che sono sorti dall’evoluzione della produzione mercantile alla produzione capitalistica, facendo valere di fronte ad essa la legge fondamentale della produzione di merci la cui azione ha precisamente prodotto questi inconvenienti. Come Proudhon egli vuole sopprimere le conseguenze reali della legge del valore con delle conseguenze fantastiche.

Ma per quanto fieramente il nostro moderno don Chisciotte porta in groppa la sua nobile Ronzinante, “il principio universale di giustizia”, seguito dal suo valente Sancio Panza, Abraham Enss, sul suo cammino di cavaliere errante, alla conquista dell’elmo di Mambrino, il “valore del lavoro”, ahimè, temiamo che non porterà a casa altro che il vecchio, noto catino da barbiere.

Note

194. Espressione usata da Georg Herwegh nella poesia “Aus den Bergen” (“Dai monti”), appartenente alla sua raccolta “Poesie di un uomo vivo”, 1841: “… largo, signori, al colpo d’ala / Di un’anima libera!”.

195. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 127, nota 50

196. Il “libro di commercio” è descritto da Wihlelm Weitling nelle sue “Garntien del Harmonie und Freiheit”, Vivis, 1842, sezione II, capitolo 10, p. 155 sgg. Secondo il suo piano utopistico, nella società futura ogni persona abile al lavoro è obbligata a lavorare ogni giorno un numero determinato di ore, per ricevere i prodotti necessari al sostentamento. Inoltre a ciascuno è data la libertà di “esercitare anche ore di commercio, oltre al tempo stabilito per il lavoro”, per “godere di questo o di quel bene voluttuario”. Il piano di Weitling prevede che queste ore di commercio e i “piaceri e i prodotti voluttuari” ricevuti in cambio siano registrati nel libro di commercio.

*13. Trucksystem si chiama in Inghilterra il sistema ben noto anche in Germania nel quale gli stessi fabbricanti tengono dei magazzini e costringono i loro operai a fornirsi di merci da essi.

197. Secondo la tradizione, l’imperatore Vespasiano avrebbe detto queste parole (“non puzza”) al figlio Tito, che lo rimproverava per una tassa da lui imposta sugli orinatoi, mostrandogli il denaro ricavatone. L’espressione è passata in proverbio per dire che riguardo all’origine del denaro guadagnato non bisogna guardare troppo per il sottile.

*14. Tra parentesi, la funzione che hanno nella società comunista oweniana i buoni di lavoro è completamente ignota a Dühring. Egli conosce questi buoni di lavoro da quel che ne dice Sargant, e cioè solo in quanto figurano nei Labour Exchange Bazaars [176] che naturalmente furono un fallimento: tentativo di passare, mediante uno scambio diretto di lavoro, dalla società vigente alla società comunista.

176. Il 31 gennaio 1849 Proudhon fondò a Parigi la Banque du peuple (Banca del popolo); essa esistette per circa due mesi, e solo sulla carta.

*15. Sin dal 1844 io avevo detto (“Deutsch-Französische Jahrbücher” 198.) che questa valutazione dell’effetto utile e dell’erogazione di lavoro nelle decisioni concernenti la produzione è tutto ciò che in una società comunista rimane del concetto di valore dell’economia politica. Ma solo il “Capitale” di Marx, come si vede, ha reso possibile fondare scientificamente questo principio.

100. La concezione di Ferdinand Lassalle sul “provento pieno del lavoro” o “integrale” è criticata a fondo da Marx nella prima sezione delle “Glosse marginali al programma del Partito operaio tedesco” (“Critica del programma di Gotha”, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976).

198. Engels rinvia al suo articolo “Lineamenti di una critica all’economia politica”. I “Deutsch-Französische Jahrbücher” furono pubblicati in tedesco a Parigi sotto la redazione di Marx e Arnold Ruge. Ne uscì un solo numero doppio nel febbraio 1844. Vi apparvero “Sulla questione ebraica” e “Per una critica della filosofia hegeliana del diritto. Introduzione” di Marx, e “La situazione dell’Inghilterra. “Past and Present” by Thomas Carlyle”, oltre all’articolo sopra citato, di Engels.

Anti-Dühring

Terza Sezione: Socialismo

V. Stato, educazione, famiglia

Con i due capitoli precedenti avremmo dunque pressappoco esaurito la “nuova costruzione socialitaria” di Dühring. Al più ci sarebbe ancora da notare come l'”ampiezza universale dell’orizzonte storico” non gli impedisca di coltivare i suoi interessi particolari, anche a prescindere dal noto sovraconsumo moderato. Poiché nella socialità continua a sussistere la vecchia divisione del lavoro, la comunità economica dovrà fare i conti, oltre che con architetti e carrettieri, anche con letterati di professione, per cui sorge la questione del come ci si dovrà contenere poi circa i diritti d’autore. Questa questione occupa Dühring più di ogni altra. Dovunque, per es. a proposito di Louis Blanc e di Proudhon, il diritto d’autore capita tra i piedi al lettore per essere poi diluito per nove pagine nel “Corso” e esser portato felicemente in salvo nel porto della socialità sotto forma di una misteriosa “remunerazione del lavoro”, non è detto se con moderato sovraconsumo o senza. Un capitolo sulla posizione delle pulci nel sistema naturale della società sarebbe altrettanto appropriato e in ogni caso meno noioso.

Sull’ordinamento statale dell’avvenire la “Filosofia” ci dà precisazioni particolareggiate. Qui Rousseau, malgrado sia l'”unico predecessore di rilievo” di Dühring, tuttavia non ha posto basi abbastanza profonde; il suo più profondo successore ripara completamente, annacquando nel modo più straordinario Rousseau e mescolandovi avanzi della filosofia del diritto hegeliana cotti e stracotti in una misera brodaglia anch’essa troppo diluita. “La sovranità dell’individuo” costituisce la base del dühringiano Stato dell’avvenire; essa non dev’essere soppressa col dominio della maggioranza, ma deve esserne invece proprio il culmine. Come avviene tutto questo? In un modo molto semplice:

“Se si presuppongono accordi reciproci fra tutti e in tutti i sensi, e se questi contratti hanno come oggetto la reciproca prestazione di aiuto contro ingiuste offese, allora soltanto viene accresciuta la forza diretta al mantenimento del diritto e nessun diritto viene dedotto dalla semplice preponderanza della massa sui singoli o della maggioranza sulla minoranza.”

Con siffatta facilità la forza viva dell’abracadabra della filosofia della realtà sorpassa gli ostacoli più insormontabili e, se il lettore ritiene di non saperne con ciò più di prima, Dühring gli risponde di non prendere la cosa così alla leggera perché “il più piccolo errore nella concezione della funzione della volontà collettiva annullerebbe la sovranità dell’individuo, e soltanto questa sovranità è ciò (!) che porta a dedurre reali diritti”. Dühring, se prende in giro il suo pubblico, lo tratta proprio come questo merita. Avrebbe potuto somministrargli perfino delle cose notevolmente più grosse; gli studiosi della filosofia della realtà non se ne sarebbero neanche accorti.

La sovranità dell’individuo consiste dunque essenzialmente nel fatto che “il singolo è sottoposto ad una costrizione assoluta di fronte allo Stato”, ma questa costrizione può giustificarsi solo nella misura in cui essa “serve veramente alla giustizia naturale”. Per questo fine ci saranno “un’attività legislativa e un’attività giudiziaria”, ma esse “debbono restare nella collettività”; inoltre ci sarà una lega difensiva che si estrinseca nell'”essere riuniti nell’esercizio o in una sezione esecutiva appartenente al servizio di sicurezza interna”, quindi ci saranno anche esercito, polizia, gendarmi. Invero Dühring ha già spesse volte provato ad essere un bravo prussiano e qui mostra di essere pari a quel prussiano modello che, secondo la buonanima del ministro von Rochow, “porta il suo gendarme nel seno”. Questa gendarmeria dell’avvenire non sarà però pericolosa come gli odierni “Zarucker” [199]. Qualunque cosa questa gendarmeria possa fare verso l’individuo sovrano, quest’ultimo avrà sempre una consolazione: “ciò poi che di giusto o di ingiusto in ogni circostanza egli sopporta da parte della società libera, non può mai essere qualche cosa di peggio di ciò che porterebbe con sé anche lo stato di natura“! E allora Dühring, dopo averci fatto incappare ancora una volta nel suo inevitabile diritto d’autore, ci assicura che nel suo mondo dell’avvenire ci sarà “un’avvocatura evidentemente del tutto libera e generale”. “La società che oggi ci si immagina libera” diventa sempre più composita. Architetti, carrettieri, letterati, gendarmi ed ora, per di più, anche avvocati! Questo “regno ideale solido e critico” rassomiglia in modo perfetto ai vari paradisi delle varie religioni, nei quali il fedele ritrova sempre trasfigurate tutte le dolcezze che gli ha presentate la vita terrena. E Dühring appartiene a quello Stato in cui “ognuno può salvarsi l’anima alla sua maniera” [200]. Che cosa vogliamo di più?

Ma ciò che possiamo volere è qui indifferente. Quello che importa è quel che vuole Dühring. E costui si distingue da Federico II per il fatto che nel dühringiano Stato dell’avvenire non avviene affatto che ognuno possa salvarsi l’anima alla sua maniera. Nella Costituzione di questo Stato dell’avvenire si legge:

“Nella società libera non ci sarà nessun culto; infatti ognuno dei suoi membri supera la fanciullesca fantasia primitiva secondo cui al di là o al di sopra della natura ci sarebbero degli esseri sui quali si possa influire mediante sacrifici o preghiere. Un sistema socialitario rettamente inteso deve perciò (…) abolire tutte le apparecchiature della magia scolastica e conseguentemente tutti gli elementi essenziali del culto”.

La religione è proibita.

Ma ogni religione non è altro che il fantastico riflesso nella testa degli uomini di quelle potenze esterne che dominano la sua esistenza quotidiana, riflesso nel quale le potenze terrene assumono la forma di potenze sovraterrene. All’inizio della storia sono anzitutto le potenze della natura quelle che subiscono questo riflesso e che nello sviluppo ulteriore passano nei vari popoli per le più svariate e variopinte personificazioni. Questo primo processo è stato seguito, almeno per i popoli indoeuropei, dalla mitologia comparata, risalendo sino alla sua origine nei Veda indiani, e mostrato in particolare nel suo sviluppo presso gli indiani, i persiani, i greci, i romani, i germani e, nella misura in cui il materiale è sufficiente, anche presso i celti, i lituani e gli slavi. Ma presto, accanto alle forze naturali, entrano in azione anche forze sociali, forze che si ergono di fronte agli uomini altrettanto estranee e, all’inizio, altrettanto inspiegabili, e li dominano con la medesima necessità naturale delle stesse forze della natura. Le forme fantastiche nelle quali in principio si riflettevano solo le misteriose forze della natura, acquisiscono di conseguenza attributi sociali e diventano rappresentanti di forze storiche [*16]. Ad un grado di sviluppo ancora posteriore tutti gli attributi naturali e sociali dei molti dei vengono trasferiti ad un solo dio onnipotente che a sua volta è, esso stesso, solo il riflesso dell’uomo astratto. Così sorse il monoteismo, che fu storicamente l’ultimo prodotto della tarda filosofia volgare greca e trovò la sua incarnazione in Jahvè, dio esclusivamente nazionale degli ebrei. In questa forma comoda, palpabile, adattabile a tutto, la religione può continuare a sussistere come forma immediata, cioè sensibile, dell’atteggiamento degli uomini verso le forze naturali e sociali estranee che li dominano sino a quando gli uomini sono sotto il dominio di tali forze. Ma abbiamo visto ripetutamente che nella società borghese attuale gli uomini sono dominati, come da forza estranea, dai rapporti economici creati da loro stessi e dai mezzi di produzione da loro stessi prodotti. La base reale dell’azione riflessa della religione continua dunque a sussistere e con essa lo stesso riflesso religioso. E anche se l’economia borghese dà adito ad una certa conoscenza del nesso causale di questo dominio estraneo, ciò in sostanza non cambia niente. L’economia borghese non può né in genere impedire le crisi, né garantire il singolo capitalista da perdite, cattivi debitori e fallimenti e neppure garantire il singolo operaio dalla disoccupazione e dalla miseria. Si dice sempre: l’uomo propone e dio (cioè il dominio estraneo del modo di produzione capitalistico) dispone. La semplice conoscenza, anche se va molto più lontano e molto più a fondo di quella dell’economia borghese, non basta per sottomettere le forze sociali al dominio della società. Per questo occorre anzitutto un’azione sociale. E quando quest’azione sarà compiuta, quando la società, mediante la presa di possesso e l’uso pianificato di tutti i mezzi di produzione, avrà liberato se stessa e tutti i suoi membri dall’asservimento in cui essi sono mantenuti al presente da questi mezzi di produzione prodotti da loro stessi, ma che si ergono di fronte a loro come una prepotente forza estranea, quando dunque l’uomo non più semplicemente proporrà, ma anche disporrà, allora soltanto sparirà l’ultima forza estranea che ancora oggi ha il suo riflesso nella religione e conseguentemente sparirà anche lo stesso riflesso religioso, per la semplice ragione che non ci sarà più niente da rispecchiare.

Dühring non può aspettare che la religione muoia di questa morte naturale. Egli procede più radicalmente. Fa il Bismarck più di Bismarck; decreta leggi di maggio [201] inasprite non solo contro il cattolicesimo, ma contro tutta la religione in generale; aizza i suoi gendarmi dell’avvenire e così l’aiuta ad acquistarsi il martirio e un prolungamento di esistenza. Dovunque giriamo lo sguardo troviamo socialismo tipicamente prussiano.

Dopo che così Dühring ha felicemente annientato la religione, “l’uomo che ora poggia solo su se stesso e sulla natura ed è maturo per riconoscere le sue forze collettive, può imboccare arditamente l’intero cammino che gli aprono il corso delle cose e la sua propria natura”. Consideriamo ora, per cambiare, quale “corso delle cose” può arditamente imboccare, guidato per mano di Dühring, l’uomo che poggia su se stesso.

Il primo corso delle cose per cui l’uomo è posto su se stesso è quello di esser nato. Poi rimane, per il tempo della sua minorità naturale, affidato alla madre, “naturale educatrice dei bambini”. “Questo periodo può arrivare, come nell’antico diritto romano, sino alla pubertà, pressappoco perciò sino al quattordicesimo anno.” Solo laddove i fanciulli più grandicelli non bene educati non rispettino convenientemente l’autorità della madre, l’aiuto paterno, ma specialmente le disposizioni educative statali, possono neutralizzare questa manchevolezza. Con la pubertà il fanciullo entra sotto la “naturale tutela del padre”, se cioè ne esiste uno “la cui paternità sia realmente incontestata”, altrimenti la comunità nomina un tutore.

Dühring, come prima immaginava che si possa sostituire il modo di produzione capitalistico con il modo di produzione sociale senza trasformare la produzione stessa, così ora immagina che si possa staccare la famiglia borghese moderna da tutta la sua base economica senza perciò mutare tutta quanta la sua forma. Questa forma è per lui tanto immutabile che arriva a rendere decisivo per l’eternità, per ciò che concerne la famiglia, l'”antico diritto romano”, anche se in una forma alquanto “nobilitata”, e a potere immaginare la famiglia solo come unità “ereditante”, cioè come unità possidente. Su questo punto gli utopisti sono molto più avanti di Dühring. Per loro, con la libera socializzazione degli uomini e con la trasformazione del lavoro privato domestico in un’industria pubblica, era data immediatamente anche la socializzazione dell’educazione della gioventù e con ciò un rapporto reciproco realmente libero dei membri della famiglia. E inoltre già Marx ha dimostrato (“Capitale”, p. 515 e sg.) come “la grande industria crea il nuovo fondamento economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini di ambo i sessi nei processi di produzione socialmente organizzati al di là della sfera domestica” [202].

“Ogni sognatore di riforme sociali”, dice Dühring, “naturalmente ha bell’è pronta la pedagogia adeguata alla sua nuova vita sociale”. Prendendo come misura questo principio, Dühring appare come “un vero mostro” tra i sognatori di riforme sociali. La scuola dell’avvenire lo occupa almeno quanto il diritto d’autore e questo vuol dire veramente molto. Non solo egli ha un piano scolastico e universitario fisso e pronto per tutto “il futuro che può prevedersi”, ma anche per il periodo di passaggio. Limitiamoci per tanto a ciò che sarà offerto alla gioventù di ambo i sessi nella socialità definitiva di ultima istanza.

La scuola elementare per tutti offre “tutto ciò che per se stesso e in linea di principio può avere un’attrattiva per gli uomini”, quindi specialmente le “basi e i risultati principali di tutte le scienze che riguardano le conoscenze del mondo e della vita”. Essa insegna quindi anzitutto matematica e precisamente in modo che venga “interamente percorso” il ciclo di tutti i concetti e i procedimenti principali, dalla semplice enumerazione e dall’addizione al calcolo integrale. Ma questo non significa che in questa scuola si debba veramente derivare e integrare: al contrario. In essa debbono invece essere insegnati elementi completamente nuovi della matematica generale che contengono in sé in germe tanto la solita matematica elementare quanto anche la matematica superiore. Ora, sebbene Dühring affermi di sé di avere già “davanti agli occhi schematicamente, nei suoi tratti essenziali”, “il contenuto dei manuali” di questa scuola dell’avvenire, disgraziatamente sinora non è neppure riuscito a scoprire questi “elementi della matematica generale”; ma ciò che egli non può darci, “bisogna aspettarselo realmente solo dalle forze libere e accresciute delle nuove condizioni sociali”. Ma se per il momento l’uva della matematica dell’avvenire è ancora molto acerba, tanto minori difficoltà offriranno l’astronomia, la meccanica e la fisica dell’avvenire, le quali “forniranno il nocciolo di ogni cultura”, mentre “botanica e zoologia, per la loro forma e il loro metodo tuttora prevalentemente descrittivi, malgrado tutte le teorie (…) serviranno piuttosto come una facile forma di distrazione”. Così sta stampato nella “Filosofia” a p. 417. Dühring sino ad oggi non conosce che una botanica e una zoologia prevalentemente descrittive. Tutta la morfologia organica che comprende l’anatomia comparata, l’embriologia e la paleontologia del mondo organico, gli sono ignote anche di nome. Mentre dietro alle sue spalle nascono quasi a dozzine nel campo della biologia scienze completamente nuove, il suo spirito puerile va tuttora a prendere “gli elementi culturali eminentemente moderni del modo naturale scientifico” nella “Storia naturale per fanciulli” di Raff ed elargisce del pari questa costituzione del mondo organico a tutto “il futuro che può prevedersi”. La chimica, come è sua abitudine, anche qui è completamente dimenticata.

Per quanto riguarda l’aspetto estetico dell’istruzione, Dühring doveva rifare tutto da capo. La poesia quale è stata finora non è utile a questo fine. Laddove la religione è proibita è chiaro che l'”apparato mitologico o comunque religioso” abituale nei poeti precedenti, non può essere tollerato nella scuola. Anche il “misticismo poetico, nella forma in cui per es. è stato fortemente coltivato da Goethe”, è riprovevole. Dühring stesso dovrà quindi decidersi a fornirci egli stesso quei capolavori poetici che “corrispondono alle più elevate esigenze di una fantasia conciliata con l’intelletto” e rappresentano quel puro ideale che “significa la perfezione del mondo”. Speriamo che non indugi. La comunità economica potrà conquistare il mondo solo appena essa avanzerà al passo di carica dell’alessandrinismo conciliato con l’intelletto.

L’adolescente cittadino dell’avvenire non sarà tormentato molto con la filologia, “Le lingue morte sono completamente soppresse (…) mentre le lingue straniere viventi restano (…) qualcosa di secondario.” Solo dove lo scambio tra i popoli si estende al movimento delle stesse masse popolari, esse debbono essere rese facilmente accessibili a ciascuno a seconda delle esigenze. “L’istruzione linguistica veramente educativa” si troverà in una specie di grammatica generale e specialmente nella “materia e nella forma della propria lingua”. La limitatezza nazionale degli uomini di oggi è ancora troppo cosmopolita per Dühring. Egli vuole abolire le due leve che nel mondo odierno offrono almeno l’opportunità di elevarsi al di sopra del limitato punto di vista nazionale: la conoscenza delle lingue antiche che dischiude, almeno agli uomini di tutte le nazioni che hanno ricevuto la cultura classica, un più ampio orizzonte comune, e la conoscenza delle lingue moderne, unico mezzo con il quale gli uomini delle varie nazioni possono intendersi tra loro e familiarizzarsi con ciò che accade fuori dei propri confini. Invece deve essere inculcato a fondo lo studio della grammatica della lingua nazionale. Ma “materia e forma della propria lingua” sono intelligibili solo allorché se ne seguono il nascere e il graduale sviluppo e questo non è possibile senza tener conto in primo luogo delle lingue vive e morte dello stesso ceppo. Ma così siamo tornati di nuovo al campo espressamente vietato. Ma se con ciò Dühring cancella dal suo piano scolastico tutta la moderna grammatica storica, per l’insegnamento linguistico non gli rimane altro che la grammatica tecnica di vecchio stampo, raffazzonata completamente nello stile della vecchia filologia classica, con tutte le sue casistiche e le sue arbitrarietà, fondate sulla mancanza di una base storica. L’odio verso la filologia classica lo spinge ad elevare il prodotto deteriore della vecchia filologia a “fulcro di un’istruzione linguistica veramente educativa”. Si vede chiaramente che abbiamo da fare con un linguista che non ha mai sentito parlare di tutta un’indagine storica linguistica che da sessant’anni a questa parte si è sviluppata con tanta impetuosità e tanto successo, e che perciò non cerca gli “elementi culturali eminentemente moderni” dell’istruzione linguistica in Bopp, Grimm e Diez, ma in Heyse e Becker, di felice memoria.

Ma con tutto ciò il giovane cittadino dell’avvenire sarebbe ancora molto lontano dal “poggiare su se stesso”. Per questo occorre ancora una volta un fondamento più profondo dato dalla “assimilazione delle basi ultime della filosofia”. “Ma un tale approfondimento non rimarrà (…) nient’altro, se non un compito gigantesco”, dopo che qui Dühring ha aperto la strada. In effetti “se il poco sapere rigoroso di cui può menar vanto la schematizzazione generale dell’essere si purifica dai falsi ghirigori scolastici e ci si decide ad affermare dovunque come valida solo la realtà assodata” da Dühring, si rende assolutamente accessibile la filosofia elementare anche alla gioventù dell’avvenire. “Ci si ricordi di quei procedimenti della più grande semplicità con i quali si è reso possibile ai concetti di infinità e alla loro critica di raggiungere una portata sinora sconosciuta”; e allora “non si riesce assolutamente a capire perché gli elementi della concezione universale di spazio e tempo, resi così semplici dall’approfondimento e dalla precisazione attuale, non debbano finalmente passare nel campo delle cognizioni preliminari (…); i pensieri che vanno più alle radici” di Dühring “non debbono avere una funzione secondaria nel sistema universale di educazione della nuova società”. Lo stato eguale a se stesso della materia e l’innumere numerato sono destinati invece “non solo a permettere” all’uomo “di poggiare sui suoi piedi, ma anche a fargli comprendere da se stesso che egli ha sotto i piedi il cosiddetto assoluto“.

La scuola elementare dell’avvenire non è altro, come si vede, che un liceo prussiano alquanto “nobilitato” nel quale il greco e il latino sono sostituiti da un po’ di matematica, pura e applicata, e specialmente dagli elementi della filosofia della realtà, e l’insegnamento del tedesco è di nuovo ridotto al Becker di felice memoria, cioè all’incirca al livello della quinta ginnasiale. In effetti “non si riesce assolutamente a capire” perché le “cognizioni” di Dühring, che in tutti i campi da lui toccati sono, come abbiamo ormai dimostrato, assolutamente elementari, o meglio ciò che in generale resta di esse, dopo la radicale “purificazione” che ne è stata fatta, “non debbano in blocco passare infine nel campo delle cognizioni preliminari”, tanto più che esse non hanno in realtà mai abbandonato questo campo. Certo Dühring ha anche sentito parlare vagamente del fatto che nella società socialista lavoro ed educazione devono esser uniti insieme e che con ciò deve essere assicurata tanto una multiforme istruzione tecnica quanto una base pratica per l’educazione scientifica: anche questo punto viene perciò utilizzato per la socialità nella consueta maniera. Ma poiché, come abbiamo visto, la vecchia divisione del lavoro continua nella sua essenza a sussistere tranquillamente nella dühringiana produzione dell’avvenire, viene tolta a questa istruzione tecnica ogni futura applicazione pratica e ogni significato per la produzione stessa; essa ha precisamente e solo un fine scolastico: deve sostituire la ginnastica, della quale il nostro rivoluzionario che va alle radici non vuol sentir parlare. Egli perciò non può offrirci che poche frasi come per es.: “la gioventù e la maturità lavorano nel vero significato della parola”. Ma veramente miserevoli appaiono queste chiacchiere insulse e vuote se si confrontano col passo del “Capitale” da p. 508 a p. 515 [203], in cui Marx sviluppa il principio che “dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen, è nato il germe dell’educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini di una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo” [204].

Passiamo all’università dell’avvenire nella quale la filosofia della realtà formerà il germe di ogni sapere e nella quale, accanto alla facoltà di medicina, continua pienamente a fiorire anche la facoltà giuridica; tralasciamo gli “istituti di specializzazione professionale” dei quali veniamo a sapere semplicemente che dovranno essercene solo “per poche materie”. Ammettiamo finalmente che il giovane cittadino dell’avvenire dopo aver terminato tutto il corso di studi, finalmente “poggi su se stesso” al punto di essere in grado di cercar moglie. Quale corso delle cose gli apre qui Dühring?

“In considerazione dell’importanza della procreazione per la fissazione, l’eliminazione e la mescolanza delle qualità, come anche per un nuovo sviluppo formativo delle qualità, bisogna cercare le radici ultime di ciò che è umano e di ciò che non è umano in gran parte nell’unione e nella selezione sessuale e, inoltre, nella cura pro o contro un determinato risultato delle nascite. Il giudizio sulla confusione e la stupidaggine che dominano in questo campo deve essere lasciato praticamente ad un’epoca posteriore. Tuttavia, si deve almeno far comprendere sin dal principio, pur sotto la pressione dei pregiudizi, che certamente molto più che il numero deve prendersi in considerazione la qualità delle nascite, raggiunta con buono o cattivo successo dalla natura o dalla circospezione umana. Certo, in tutti i tempi e in tutte le organizzazioni giuridiche, i mostri sono votati all’annientamento, ma la scala che va dallo stato normale sino alle deformazioni che non hanno più nulla di umano, ha molti gradi intermedi (…) Se si previene la nascita di un uomo che non diventerebbe che un prodotto difettoso, questo fatto, è evidentemente un vantaggio”.

In un altro passo si legge ancora:

“Per la considerazione filosofica non può essere difficile (…) concepire (…) il diritto del mondo non ancora nato ad una composizione quanto più buona possibile (…) Il concepimento e in ogni caso anche la nascita offrono l’occasione per fare intervenire a questo riguardo una sollecitudine preventiva e, eccezionalmente, anche selettiva.”

E inoltre:

“L’arte greca che idealizzava l’uomo nel marmo non potrà conservare la stessa importanza storica non appena ci si sarà assunto il compito, meno artistico e perciò molto più serio per il destino della vita di milioni di uomini di perfezionare la formazione di uomini in carne ed ossa. Questa specie di arte non è semplicemente di pietra e la sua estetica non riguarda la contemplazione di forme morte” ecc.

Il nostro giovane cittadino dell’avvenire cade dalle nuvole. Che nel matrimonio non si tratti di un’arte semplicemente di pietra e neanche della contemplazione di forme morte, questo certamente lo sapeva anche senza Dühring; ma costui gli aveva pur promesso che egli avrebbe potuto imboccare ogni via che il corso delle cose e il suo proprio essere gli schiudono per trovare un cuore di donna in perfetto accordo col suo, insieme al corpo che ne è il necessario complemento. Niente affatto! gli urla addosso la “severa e profonda moralità”. Si tratta anzitutto di eliminare la confusione e la stupidità che dominano nel campo dell’unione e della selezione sessuale e di tener conto del diritto dei nuovi nati ad una composizione quanto più buona possibile. Si tratta per lui in questo momento solenne di perfezionare la formazione dell’uomo in carne ed ossa e per così dire di diventare un Fidia in carne ed ossa. Come porvi mano? Le misteriose conciliazioni di Dühring, qui riferite, non gli danno a questo proposito la più piccola guida, malgrado lo stesso Dühring dica che questa è un'”arte”. Avrebbe forse Dühring già “schematicamente davanti agli occhi” un manuale anche per quest’arte, simile a quelli così vari che al giorno d’oggi girano per le librerie tedesche, pudicamente velati? In effetti qui non ci troviamo più ormai nella socialità, ma nel “Flauto magico” con la differenza che il corpulento prete massone Sarastro può sembrare a stento un “prete di seconda classe” di fronte al nostro profondo e severo moralista. Gli esperimenti che costui intraprende con la sua coppietta amorosa di adepti sono un vero giuoco da bambini di fronte alle orribili prove che Dühring impone ai suoi due individui sovrani prima di permetter loro di entrare nello stato di “coppia morale e libera”. E così può ben accadere che il nostro Tamino dell’avvenire che “poggia su se stesso” abbia certo sotto i suoi piedi il cosiddetto assoluto, ma che uno di questi piedi devii di pochi gradini dalla normalità e così che delle cattive lingue lo chiamino piede storto. E anche nel regno del possibile che la sua dilettissima Pamina dell’avvenire non si tenga bene in piedi sul predetto assoluto a causa di una lieve deviazione in favore della spalla destra, che l’invidia potrebbe perfino spacciare per una piccola gobba. E che allora? Il nostro più profondo e più severo Sarastro proibirà loro di praticare l’arte del perfezionamento degli uomini in carne ed ossa, farà valere la sua “sollecitudine preventiva” per il “concepimento” o la sua “sollecitudine selettiva” per la “nascita”? Nove volte su dieci le cose vanno diversamente; la coppietta amorosa lascia stare Dühring -Sarastro e va dall’ufficiale di stato civile.

Alt! Esclama Dühring. Non è questo che volevo dire. Lasciate che vi spieghi:

Nei “motivi elevati schematicamente umani delle unioni sessuali salutarie (…) la forma umanamente nobilitata dell’attrazione sessuale, il cui grado superiore si manifesta come amore spassionato, è nella sua reciprocità la migliore garanzia per un’unione feconda anche per il suo risultato (…) è solamente un effetto di second’ordine il fatto che da una relazione in sé armoniosa risulti anche un prodotto che porta l’impronta dell’armonia. Da ciò consegue a sua volta che ogni costrizione deve agire in modo nocivo” ecc.

E così tutto si sbriga nel modo migliore nella migliore delle socialità. Piede storto e gobbetta si amano tra loro appassionatamente e offrono nella loro reciprocità la migliore garanzia per un armonioso “effetto di second’ordine”. Tutto avviene come nel romanzo: si amano, si sposano e tutta la profonda e severa moralità va a finire, come al solito, in un’armoniosa banalità.

Quale alto concetto Dühring abbia in generale del sesso femminile lo si vede nella seguente denuncia contro la società attuale:

“La prostituzione nella società dell’oppressione fondata sulla vendita dell’uomo all’uomo ha il valore di un ovvio completamento del matrimonio coatto a vantaggio dei maschi ed è una delle cose più comprensibili, ma anche più significative, il fatto che per le donne non possa esserci nulla di simile“.

Per niente al mondo io vorrei raccogliere le lodi che a Dühring dovrebbero toccare da parte delle donne per questa sua galanteria. Ma sarebbe forse completamente ignoto a Dühring quella specie di reddito dato da prebende ottenute col favore di qualche gonnella e che oggi non è più assolutamente eccezionale? Eppure Dühring è stato egli stesso referendario [uditore giudiziario] e abita a Berlino dove, già ai miei tempi, trentasei anni fa, per non parlare dei tenentini, Referendarius rimava molto spesso con Schürzenstipendiarius [colui che fa carriera coll’aiuto di amicizie femminili].

Ci sia concesso di congedarci dal nostro argomento, che certo spesso è stato arido e noioso, in forma conciliante e gaia. Sino a che abbiamo dovuto trattare i singoli punti controversi, il nostro giudizio è stato legato ai fatti obiettivi e incontestabili e conformemente a questi fatti ha dovuto essere spesso tagliente ed anche duro. Ora che ci siamo lasciati alle spalle filosofia, economia e socialità e che abbiamo davanti l’immagine complessiva dello scrittore che avevamo da giudicare nei particolari, ora possono venire in primo piano delle considerazioni umane; ora ci è concesso ricondurre a cause personali parecchi errori scientifici e presunzioni altrimenti inconcepibili e sintetizzare il nostro giudizio sul signor Dühring nelle seguenti parole: irresponsabilità dovuta a megalomania.

Note

199. La parola “Zarucker”, derivata dal berlinese “zaruck” (indietro) significa all’incirca retrivo, reazionario. Il neologismo sarebbe stato ispirato dall’uso dei poliziotti di gridare “zaruck” per disperdere gli assembramenti.

200. Avendo ricevuto dal ministro di Stato von Brand e dal presidente concistorale von Reichenbach un rapporto del 22 luglio 1740 in cui si chiedeva se le scuole romano-cattoliche dovessero continuare ad esistere in Prussia, Federico II vi scrisse in margine un’annotazione che terminava con le parole: “… qui ognuno deve salvarsi l’anima alla sua maniera”.

*16. Questo ulteriore duplice carattere delle forme della divinità è un fatto trascurato dalla mitologia comparata che si è fermata unilateralmente al loro carattere di riflessi delle forze naturali, fatto che più tardi ha generato confusione tra le mitologie. Così in alcune tribù germaniche il dio della guerra era chiamato in antico nordico Tyr, nell’antico alto tedesco Zio, ciò che corrisponde al greco Zeus, al latino Jupiter per Diespiter; in altre tribù Er, Eor, che corrisponde al greco Ares, latino Mars.

201. Nel maggio 1873 il Reichstag approvò quattro leggi che istituivano un vero controllo dello Stato sulla Chiesa cattolica, e con le quali il Kulturkampf (vedi sopra, nota 55) raggiunse il punto culminante. Esse costituirono il punto più essenziale di una lunga serie di provvedimenti legislativi presi da Bismarck contro il clero cattolico negli anni 1872-1875 (il clero cattolico era il sostegno principale del partito di Centro, che rappresentava gli interessi separatisti della Germania meridionale e sud-occidentale). Le persecuzioni poliziesche provocarono la resistenza accanita dei cattolici, dando loro l’alone del martirio. Negli anni 1880-1887, per unire tutte le forze della reazione nella lotta contro il movimento operaio, Bismarck fu costretto ad attenuare e infine a revocare quasi tutte le leggi anticattoliche.

202. Cfr. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. Cit., p. 536.

203. Ibid, pp. 529-537.

204. Ibid, p. 530.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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