F.Engels -Anti-Dühring-terza parte

VI. Lavoro semplice e lavoro composto

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Dühring ha scoperto in Marx una cantonata economica grossolana, che è degna di un ginnasiale e contiene al tempo stesso un’eresia socialista pericolosissima. La teoria marxiana del valore

“non è altro che la solita (…) dottrina che il lavoro è causa di tutti i valori e che il tempo di lavoro e la misura di essi. In questo modo resta completamente oscuro quale idea ci si deve formare del valore specifico del cosiddetto lavoro qualificato (…) Certo, anche secondo la nostra teoria solo il tempo di lavoro impiegato può misurare i costi naturali e conseguentemente il valore assoluto dei beni economici; ma qui il tempo di lavoro di ciascuno dovrà essere considerato a priori come assolutamente eguale e dovrà riguardarsi soltanto il caso in cui le prestazioni più qualificate (…) per es. nell’uso di uno strumento (…) col tempo di lavoro individuale del singolo collabori anche quello di altre persone. Non è dunque vero, come nebulosamente immagina Marx, che il tempo di lavoro di qualcuno abbia in sé più valore di quello di un altro, perché qui sarebbe, per così dire, considerato un maggior tempo di lavoro medio; invece ogni tempo di lavoro, senza eccezioni e in linea di principio, quindi senza che se ne debba prendere una media, è di egual valore, e nelle prestazioni fornite da una persona, così come in ogni prodotto finito, si dovrà considerare solamente quanto tempo di lavoro di altre persone possa essere celato nell’erogazione di un tempo di lavoro in apparenza solo personale. Per la rigorosa validità della teoria non ha la minima importanza se sia uno strumento di produzione della mano o la mano stessa o la testa, ciò che non poteva acquisire la particolare qualità o capacità di prestazione senza il tempo di lavoro di altri. Marx, invece, nelle sue elucubrazioni sul valore non riesce a liberarsi dello spettro, che appare nello sfondo, di un tempo di lavoro qualificato. Ciò che gli ha impedito di andare sino in fondo in questa direzione è la mentalità tradizionale delle classi colte alle quali necessariamente deve apparire una mostruosità il riconoscere che dal punto di vista economico il tempo di lavoro del carrettiere e quello dell’architetto abbaino assolutamente lo stesso valore”.

Il passo di Marx che provoca questa “violenta ira” di Dühring è molto breve. Marx indaga da che cosa sia determinato il valore delle merci e risponde: dal lavoro umano contenuto in esse. Questo, egli prosegue,

“è dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo (…) Un lavoro complesso vale soltanto come lavoro semplice potenziato o piuttosto moltiplicato, cosicché una quantità minore di lavoro complesso è uguale a una quantità maggiore di lavoro semplice. L’esperienza insegna che questa riduzione avviene costantemente. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complesso di tutti, ma il suo valore la equipara al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantità di lavoro semplice. Le varie proporzioni nelle quali differenti generi di lavoro sono ridotti a lavoro semplice come loro unità di misura, vengono stabilite mediante un processo sociale estraneo ai produttori, e quindi appaiono a questi ultimi date dalla tradizione” [98].

In Marx qui si tratta in primo luogo solo della determinazione del valore di merci e quindi di oggetti che, in seno ad una società costituita da produttori privati, vengono prodotti e mutuamente scambiati da questi produttori privati per conto privato. Qui dunque non si tratta affatto del “valore assoluto”, sempre che questo possa mai esistere, ma di quel valore che vige in una forma determinata di società. Questo valore, in questa determinata accezione storica, si rivela prodotto e misurato dal lavoro umano incorporato nelle singole merci e questo lavoro umano si rivela ulteriormente come erogazione di semplice forza-lavoro. Ma non ogni lavoro è una mera erogazione di semplice forza-lavoro umana; numerosissimi generi di lavoro includono in sé abilità o cognizioni acquistate con fatica e con impiego di tempo e di denaro più o meno grande. Queste specie di lavoro composto producono nello stesso intervallo di tempo lo stesso valore di merci del lavoro semplice, delle erogazioni di forma-lavoro pura e semplice? Evidentemente no! Il prodotto dell’ora di lavoro composto è una merce di valore più alto, doppio o triplo, in confronto al prodotto dell’ora di lavoro semplice. Il valore dei prodotti del lavoro composto viene espresso, mediante questo confronto, in quantità determinate di lavoro semplice; ma questa riduzione del lavoro composto si compie mediante un processo sociale che si effettua alle spalle dei produttori, mediante un processo che qui, nello sviluppo della storia del valore, può essere solo costatato ma non spiegato.

Questo semplice fatto, che nell’attuale società capitalistica si compie giornalmente sotto ai nostri occhi, è quello che viene qui constatato da Marx. Questo fatto è tanto irrefutabile che lo stesso Dühring non osa contestarlo nel suo “Corso” né nella sua storia dell’economia, e l’esposizione di Marx è così semplice e penetrante che nessuno “è lasciato in una completa oscurità” tranne Dühring. Grazie a questa sua completa oscurità costui scambia il valore delle merci, di cui Marx si occupa esclusivamente, con “i costi naturali” che rendono l’oscurità ancora più completa, e addirittura con quel “valore assoluto” che sinora nell’economia che è a nostra conoscenza non ha mai avuto diritto di cittadinanza. Ma checché intenda Dühring con i suoi costi naturali, quale che sia quello dei suoi cinque generi di valore che abbia l’onore di rappresentare il valore assoluto, una cosa è certa: che in Marx di tutte queste cose non si parla e si parla invece solo del valore delle merci e che in tutta la sezione del “Capitale” che tratta del valore non c’è neanche la più piccola indicazione che ci dica se e in quali limiti Marx ritenga questa teoria del valore delle merci applicabile anche ad altre forme di società.

Non è dunque, prosegue Dühring,

“non è dunque vero, come nebulosamente immagina Marx, che il tempo di lavoro di qualcuno abbia in sé più valore di quello di un altro, perché qui sarebbe, per così dire, considerato un maggior tempo di lavoro medio; invece ogni tempo di lavoro, senza eccezioni e in linea di principio, quindi senza che se ne debba prendere una media, è di egual valore”.

È una fortuna per Dühring che il destino non ne abbia fatto un industriale e lo abbia quindi preservato dal fissare il valore delle sue merci secondo questa nuova regola e con ciò dall’andare a cadere senza fallo tra le braccia della bancarotta. E che? Forse qui ci troviamo ancora nella società degli industriali? Niente affatto. Con i costi naturali ed il valore assoluto Dühring ci ha fatto fare un salto, un vero salto mortale [98b] dal cattivo mondo degli sfruttatori del presente alla sua comunità economica dell’avvenire, alla pura atmosfera celeste dell’eguaglianza e della giustizia, e dunque, sia pur prematuramente, noi dobbiamo già da ora dare un’occhiata a questo mondo nuovo.

È vero che, secondo la teoria di Dühring, anche nella comunità economica il valore dei beni economici viene misurato dal tempo di lavoro impiegato, ma con ciò il tempo di lavoro di ciascuno deve a priori esser considerato di valore rigorosamente eguale, ogni tempo di lavoro è senza eccezione e in linea di principio di valore assolutamente eguale e ciò senza che prima se ne debba prendere una media. E ora opponete a questo socialismo dell’eguaglianza radicale l’idea nebulosa di Marx che il tempo di lavoro di qualcuno abbia più valore del tempo di lavoro di un’altra persona, perché ci sarebbe condensato più lavoro medio, idea della quale lo tiene prigioniero la mentalità tradizionale delle classi colte alla quale necessariamente deve apparire una mostruosità il riconoscere che dal punto di vista economico il tempo di lavoro del carrettiere e quello dell’architetto abbiano assolutamente lo stesso valore!

Disgraziatamente Marx fa seguire nel “Capitale” al passo citato sopra la seguente piccola annotazione:

“Il lettore deve notare che qui non si parla di salario o valore che il lavoratore riceve, per es., per una giornata lavorativa, ma del valore della merce, nel quale si oggettiva la sua giornata lavorativa” [99].

Marx, che sembra qui abbia presentito il suo Dühring, prende le sue precauzioni contro il pericolo che i suoi principi sopra esposti siano applicati sia pure soltanto al salario che nella società attuale dovrebbe essere pagato per un lavoro composto. E se Dühring, non contento di farlo egualmente, spaccia quei principi per i principi fondamentali secondo i quali Marx vorrebbe veder regolata la distribuzione dei mezzi di sussistenza nella società organizzata socialisticamente, ciò costituisce una falsificazione di una spudoratezza che ha l’eguale solo nei romanzi della malavita.

Ma esaminiamo un po’ più da vicino la dottrina della eguaglianza del valore. Ogni tempo di lavoro ha esattamente lo stesso valore, sia quello del carrettiere che quello dell’architetto. Quindi il tempo di lavoro, e conseguentemente il lavoro stesso, ha un valore. Ma il lavoro è il produttore di tutti i valori. Solo esso dà ai prodotti che si trovano in natura un valore in senso economico. Il valore stesso non è altro che l’espressione del lavoro umano socialmente necessario oggettivato in una cosa. Il lavoro non può dunque avere alcun valore. Tanto sarebbe possibile parlare di un valore del lavoro e volerlo determinare, quanto sarebbe possibile parlare del valore del valore, o voler determinare il peso non di un corpo pesante, ma di un peso stesso. Con uomini quali Owen, Saint-Simon e Fourier, Dühring se la sbriga con l’appellativo di alchimisti sociali. Ma, sottilizzando sul valore del tempo di lavoro, cioè del lavoro, dimostra di essere anche più in basso degli alchimisti veri e propri. Ed ora si misura l’audacia con cui Dühring imputa a Marx l’affermazione che il tempo di lavoro di qualcuno abbia in sé più valore di quello di un’altra persona, come se il tempo di lavoro e quindi il lavoro avesse un valore… a Marx che per primo ha spiegato come e perché il lavoro non può avere alcun valore!

Per il socialismo, che vuole liberare la forza-lavoro umana dalla sua posizione di merce, è di grande importanza che il lavoro non ha né può avere un valore. Con questo riconoscimento cadono tutti i tentativi che Dühring ha ereditato dal socialismo operaio primitivo, di regolare la futura distribuzione dei mezzi di sussistenza come una specie di salario più elevato. Da esso consegue ulteriormente il riconoscimento che la distribuzione, nella misura in cui viene dominata da considerazioni puramente economiche, sarà regolata nell’interesse della produzione e che la produzione viene favorita al massimo da un modo di distribuzione che permetta a tutti i membri della società di sviluppare, conservare ed esercitare le proprie capacità il più che sia possibile in tutte le direzioni. Alla mentalità delle classi colte, ereditata da Dühring, deve certamente apparire una mostruosità che non ci debbano più essere carrettieri ed architetti di professione e che l’uomo, che in una mezz’ora ha dato delle istruzioni come architetto, per un certo tempo possa anche spingere un carro sino a che venga di nuovo richiesta la sua attività di architetto. Bel socialismo, che eterna la professione del carrettiere!

Se l’eguaglianza di valore del tempo di lavoro deve avere il significato che ogni operaio in tempo pari produca pari valore senza che neppure se ne debba prendere una media, essa è evidentemente falsa. Dati due operai che esercitino anche lo stesso ramo di attività, il valore che essi producono in un’ora varia a seconda dell’intensità del lavoro e dell’abilità; a questo malanno -che tuttavia non è tale che per della gente à la Dühring- non può neppure portare rimedio nessuna comunità economica, almeno sul nostro pianeta. Che cosa resta allora della completa eguaglianza di valore di ogni e qualsiasi lavoro? Nient’altro che la pura e semplice frase roboante, che non ha altra base economica che non l’incapacità di Dühring di distinguere tra determinazione del valore mediante il lavoro e determinazione del valore mediante il salario… nient’altro che l’ukas, la legge fondamentale della nuova comunità economica: a pari tempo di lavoro, pari salario! Ma allora i vecchi comunisti-operai francesi e Weitling avevano ragioni molto migliori per sostenere la loro eguaglianza di salario.

Come si risolve dunque tutta questa importante questione della corresponsione di un salario più elevato per un lavoro composto? Nella società dei produttori privati, i privati o le loro famiglie fanno fronte alle spese per l’istruzione dell’operaio qualificato; spetta allora anzitutto ai privati il più alto prezzo della forza-lavoro qualificata: lo schiavo abile è comprato a più caro prezzo, il salariato abile ha un salario più alto. Nella società organizzata socialisticamente queste spese sono affrontate dalla società, ad essa appartengono perciò anche i frutti, i valori maggiori che vengono prodotti dal lavoro composto. Lo stesso operaio non ha maggiori diritti da rivendicare. Da tutto ciò incidentalmente consegue la morale della favola che la rivendicazione cara all’operaio “del provento integrale del lavoro” ha anch’essa qualche volta i suoi punti deboli [100].

Note

92. Dühring definì “naturale” la sua “Dialettica” in contrapposto alla dialettica hegeliana, per “ricusare esplicitamente ogni comunanza con le confuse manifestazioni della parte decaduta della filosofia tedesca”, cioè con la “innaturale” dialettica hegeliana.

93. Gajus Plinius Secundus, “Historiae naturalis libri XXXVII”, lib. XVIII, 35.

94. L’espressione “magnifico esercito” fu usata il 1° gennaio 1849 da Federico Guglielmo IV nel suo messaggio augurale di capodanno all’esercito prussiano.

95. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., p. 814.

44. La guerra dei trent’anni (1618-1648) fu una guerra europea che cominciò in Boemia con una rivolta contro la monarchia asburgica e l’avanzare della reazione cattolica. Essa si sviluppò in un conflitto tra il campo cattolico-feudale (il papa, gli Asburgo di Spagna e d’Austria, i principi cattolici tedeschi) e i paesi protestanti (Boemia, Danimarca, Olanda e vari Stati tedeschi riformati) appoggiati dai re francesi, rivali degli Asburgo. La Germania fu uno dei teatri principali della guerra, oggetto di saccheggi e rivendicazioni da parte dei partecipanti. La pace di Westfalia, del 1648, sancì lo smembramento politico della Germania.

96. P-J. Proudhon, “Qu’est-ce que la propriété?…”, p. 2.

97. David Ricardo, “On the principles…”, p. 1.

98. K. Marx, “Il Capitale”, I, trad. it. cit., pp. 76-77.

98b. In italiano nel testo.

99. Ibid., p. 76, nota 15.

100. La concezione di Ferdinand Lassalle sul “provento pieno del lavoro” o “integrale” è criticata a fondo da Marx nella prima sezione delle “Glosse marginali al programma del Partito operaio tedesco” (“Critica del programma di Gotha”, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1976).

Anti-Dühring

Seconda Sezione: Economia

VII. Capitale e plusvalore

“Per cominciare, per quanto riguarda il capitale, Marx non accetta il concetto universalmente corrente in economia, secondo il quale il capitale è un mezzo di produzione prodotto esso stesso e tenta invece di sublimarlo in una più specifica idea storico-dialettica che si addentra nel giuoco delle metamorfosi dei concetti e della storia. Secondo lui il capitale nasce dal denaro, e costituisce una fase storica che comincia col secolo XVI, cioè con gli inizi di un mercato mondiale, che si presuppone siano avvenuti in quest’epoca. Ora, è chiaro che in una tale concezione il rigore dell’analisi economica venga perduto. In concezioni tanto confuse che vorrebbero essere per metà storiche e per metà logiche e che invece sono in realtà soltanto prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, il potere di distinzione dell’intelletto naufraga insieme con ogni retto uso dei concetti”, e così continua a chiacchierare per tutta una pagina; “(…) con la caratterizzazione che Marx ci dà del concetto di capitale non possono ingenerarsi che confusioni nella dottrina rigorosamente economica (…) facilonerie che si spacciano per verità logiche (…) fragilità dei fondamenti” ecc.

Quindi, secondo Marx, il capitale sarebbe nato dal denaro al principio del XVI secolo. È come se si dicesse che la moneta metallica ben tremila anni fa è nata dal bestiame, dato che prima, tra l’altro, il bestiame faceva le funzioni della moneta. Solo Dühring è capace di esprimersi in un modo così rozzo e maldestro. In Marx, nell’analisi delle forme economiche, nel cui seno avviene il processo di circolazione delle merci, come ultima forma appare il denaro.

“Questo ultimo prodotto della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del capitale. Dal punto di vista storico, il capitale si contrappone dappertutto alla proprietà fondiaria, nella forma di denaro, come patrimonio in denaro, capitale mercantile e capitale usuraio (…) La stessa storia si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi. Ogni nuovo capitale calca la scena, cioè il mercato -mercato delle merci, mercato del lavoro, mercato del denaro- in prima istanza come denaro, ancora e sempre. Denaro che si dovrà trasformare in capitale attraverso processi determinati.” [101]

Dunque, è ancora una volta un fatto quello che Marx ha constatato. Incapace di contestarlo, Dühring lo deforma: il capitale nascerebbe dal denaro!

Marx indaga ora ulteriormente i processi per cui il denaro si trasforma in capitale e trova innanzitutto che la forma nella quale il denaro circola come capitale è il rovesciamento di quella forma nella quale circola come equivalente generale della merce. Il semplice possessore di merci vende per comprare; vende ciò di cui non ha bisogno e compra col denaro ricavato ciò di cui ha bisogno. Ai suoi inizi il capitalista comincia col comprare ciò di cui non ha bisogno egli stesso; compra per vendere e precisamente per vender più caro, per ricevere di ritorno il denaro che originariamente aveva investito nella compera, accresciuto di un incremento in denaro, e questo incremento Marx chiama plusvalore.

Da dove si origina questo plusvalore? Non può originarsi né dal fatto che il compratore abbia comprato le merci al di sotto del loro valore, né dal fatto che il venditore le venda al di sopra del loro valore. Infatti in entrambi i casi i guadagni e le perdite di ciascuno si compensano vicendevolmente perché ciascuno è alternativamente compratore e venditore. Non può neanche originarsi da truffa; infatti la truffa può certo arricchire l’uno alle spese dell’altro, ma non può aumentare in modo generale la somma totale posseduta da entrambi e quindi neppure la somma dei valori circolanti in genere. “L’insieme della classe dei capitalisti di un paese non può sfruttare se stessa” [102].

Eppure noi troviamo che l’insieme della classe dei capitalisti di ogni paese si arricchisce continuamente sotto i nostri occhi, vendendo più caro di quanto ha comprato e appropriandosi plusvalore. Siamo dunque al punto di partenza: da dove si origina questo plusvalore? La questione, che deve risolversi, e precisamente su un piano puramente economico, escludendo ogni truffa e ogni intromissione di qualsiasi violenza, è questa: come è possibile vendere costantemente più caro di quanto si è comprato, presupponendo pure che valori eguali vengano costantemente scambiati con valori eguali?

La soluzione di questa questione costituisce il merito più grande dell’opera di Marx. Essa diffonde chiara luce solare su quel campo dell’economia in cui i socialisti del passato, non meno degli economisti borghesi, brancolavano nella più profonda oscurità. Da essa prende inizio, in essa ha il suo centro il socialismo scientifico.

Ecco questa soluzione. L’incremento di valore del denaro che deve trasformarsi in capitale non può avere luogo in questo stesso denaro, né provenire dall’atto della compera poiché questo denaro costituisce qui solo il prezzo della merce e questo prezzo, dato il nostro presupposto che si scambiano valori eguali, non differisce dal valore della merce. Ma per la stessa ragione l’incremento di valore non può provenire neppure dalla vendita della merce. Il cambiamento quindi deve aver luogo nella merce che viene comprata, non però nel suo valore, poiché essa viene comprata e venduta secondo il suo valore, ma nel suo valore d’uso come tale; cioè il cambiamento di valore deve sorgere dall’uso della merce.

“Per estrarre valore dal consumo di una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire (…) sul mercato, una merce il cui valore d’uso stesso possedesse la peculiare qualità d’essere fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. Il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro.” [103].

Se, come abbiamo visto, il lavoro come tale non può avere un valore, non avviene affatto così per la forza-lavoro. Questa acquista un valore non appena diventa merce, quale in realtà è oggi, e questo valore, “come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione e quindi anche alla riproduzione di questo articolo specifico” [104], cioè è determinato dal tempo di lavoro che è necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza di cui abbisogna il lavoratore per mantenersi in condizione di essere capace di lavorare e per riprodurre la propria specie. Supponiamo che questi mezzi di sussistenza rappresentino giornalmente un lavoro di sei ore. Agli inizi, il nostro capitalista, che per condurre la sua impresa compra forza-lavoro, cioè prende in affitto un operaio, paga dunque a questo operaio il pieno valore giornaliero della sua forza-lavoro se gli corrisponde una somma di denaro che rappresenta del pari sei ore di lavoro. L’operaio dunque, allorché ha lavorato sei ore al servizio del futuro capitalista, ha restituito a costui il suo esborso per il suo valore giornaliero della forza-lavoro che gli viene pagata. Ma in questo modo il denaro non si sarebbe trasformato in capitale, non avrebbe prodotto alcun plusvalore. Il compratore della forza-lavoro ha perciò una maniera di vedere completamente diversa sulla natura dell’affare che ha concluso. Il fatto che siano necessarie sei ore di lavoro per mantenere in vita l’operaio ventiquattr’ore, non impedisce che egli lavori dodici ore su ventiquattro. Il valore della forza-lavoro e la sua utilizzazione nel processo lavorativo sono due grandezze diverse. Il possessore di denaro ha pagato il valore di un giorno della forza-lavoro, a lui appartiene quindi anche il suo uso durante il giorno intero, il lavoro della durata di un giorno. Che il valore creato dal suo uso durante il giorno sia doppio del suo proprio valore di un giorno, questo fatto costituisce una particolare fortuna per il compratore, ma secondo le leggi dello scambio delle merci non è affatto un torto fatto al venditore. L’operaio dunque, secondo la nostra ipotesi, costa al possessore di denaro il valore prodotto da sei ore di lavoro, ma gli fornisce giornalmente il valore prodotto da dodici ore di lavoro. Differenza a profitto del possessore di denaro: sei ore di pluslavoro non pagato, plusprodotto non pagato in cui è incorporato il lavoro di sei ore. Il giuoco è fatto. È stato prodotto il plusvalore, il denaro si è trasformato in capitale.

Col mostrare in questo modo come nasce il plusvalore, e come solo sotto il dominio delle leggi che regolano lo scambio delle merci il plusvalore possa nascere, Marx ha messo a nudo il meccanismo dell’attuale modo di produzione capitalistico e del modo di produzione che su di esso è basato, e ha svelato il nucleo intorno al quale si è cristallizzato tutto l’odierno ordinamento della società.

Questa produzione di capitale ha tuttavia una condizione preliminare essenziale:

“Per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d’altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro” [105].

Ma questo rapporto tra possessori di denaro o di merci da una parte e possessori di null’altro che la propria forza-lavoro dall’altra, non è un rapporto conforme ad alcuna legge di natura, né comune a tutti i periodi storici,

“esso stesso è evidentemente il risultato di uno svolgimento storico precedente, il prodotto (…) del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale” [106].

E precisamente questo lavoratore libero ci si presenta in massa per la prima volta nella storia intorno alla fine del XV e al principio del XVI secolo, in seguito alla dissoluzione del modo di produzione feudale. Ma con questo fatto e con la creazione del commercio mondiale e del mercato mondiale, che risalgono alla stessa epoca, furono poste le basi sulle quali la massa della ricchezza mobiliare esistente si doveva sempre più trasformare in capitale e il modo di produzione capitalistico indirizzato alla produzione di plusvalore doveva sempre più diventare il modo esclusivamente dominante.

Sin qui noi abbiamo seguito le “concezioni confuse” di Marx, questi “prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche” nelle quali “il potere di distinzione dell’intelletto naufraga insieme con ogni retto uso dei concetti”. È tempo ora di opporre a queste “facilonerie” le “verità logiche profonde” e il “procedimento definitivo e rigorosamente scientifico nel senso in cui è inteso dalle scienze esatte”, quali ci sono offerti da Dühring.

Quindi, riguardo al capitale, Marx non accetta “il concetto universalmente corrente in economia, secondo il quale il capitale è un mezzo di produzione prodotto esso stesso”; e dice invece che una somma di valori si trasforma in capitale solo se la si valorizza formando un plusvalore. e che cosa dice Dühring?

“Il capitale è una sorgente di mezzi economici di potere per la continuazione della produzione e per la formazione di partecipazioni ai frutti della forza-lavoro generale.

Per quanto oracolarmente e sciattamente tutto questo ancora una volta sia espresso, una cosa è sicura: la sorgente di mezzi economici di potere ha un bel continuare la produzione per l’eternità, ma, secondo le precise parole di Dühring, non diventerà mai capitale sino a quando non formerà “partecipazioni ai frutti della forza-lavoro generale”, cioè sino a quando non forma un plusvalore o almeno un plusprodotto. La colpa dunque che Dühring rimprovera a Marx, di non accettare il concetto di capitale universalmente corrente in economia, non solo la commette egli stesso, ma commette inoltre un maldestro plagio di Marx, “malamente celato” da un linguaggio roboante.

A p. 262 questo concetto viene ulteriormente sviluppato:

“Il capitale in senso sociale” (e un capitale in senso non sociale Dühring ha ancora da scoprirlo) “è cioè specificatamente diverso dal puro mezzo di produzione; infatti, mentre quest’ultimo ha solo un carattere tecnico e in ogni circostanza è necessario, quello è caratterizzato dalla sua forza sociale di appropriazione e di partecipazione. Il capitale sociale in gran parte non è altro certamente che il mezzo di produzione tecnico nella sua funzione sociale; ma questa funzione è anche precisamente quella che… deve sparire”.

Se riflettiamo che è stato proprio Marx colui che per primo ha messo in rilievo la “funzione sociale” per mezzo della quale, soltanto, una somma di valore diventa capitale, dovrà certamente “ogni attento osservatore del fatto aver la certezza che con la caratterizzazione data da Marx al concetto di capitale si creerà soltanto della confusione”… ma non , come pensa Dühring, nella rigorosa dottrina economica, ma come mostra il sillogismo, unicamente e solamente nella testa dello stesso Dühring, che nella “storia critica” ha già dimenticato in che gran misura abbia usato nel “Corso” il suddetto concetto di capitale.

Tuttavia Dühring non è pago di prendere in prestito da Marx, sia pure in forma “purgata”, la sua definizione di capitale. E deve seguirlo anche “nel giuoco delle metamorfosi dei concetti e della storia” e ciò malgrado la sua migliore convinzione che da tutto questo non possono risultare altro che “concezioni confuse”, “facilonerie”, “fragilità delle basi”, ecc. Da dove si origina questa “funzione sociale” del capitale, che lo rende atto ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui e per cui solamente si distingue dal semplice mezzo di produzione? Essa non è fondata, dice Dühring, “sulla natura dei mezzi di produzione e sulla loro indispensabilità tecnica”. È dunque sorta storicamente, e Dühring ci ripete a p. 252 solo ciò che avevamo già udito dieci volte, quando egli spiega l’origine del capitale mediante la vecchia storiella dei due uomini, dei quali, agli inizi della storia, l’uno trasforma il suo mezzo di produzione in capitale facendo violenza sull’altro. Ma, non contento di attribuire un’origine storica alla funzione sociale mediante la quale soltanto una somma di valore si trasforma in capitale, Dühring ne profetizza anche una fine storica. Questa funzione “è anche precisamente quella che deve sparire”. Un fenomeno che è sorto storicamente e a sua volta storicamente scompare, di solito, parlando in linguaggio comune, viene chiamato “una fase storica”. Quindi il capitale è una fase storica non solo per Marx, ma anche per Dühring e siamo perciò costretti a concludere che qui ci troviamo tra i gesuiti. Se due uomini fanno la stessa cosa, questa cosa non è la stessa. Se Marx dice che il capitale è una fase storica, questa è una concezione confusa, un prodotto bastardo di fantasie storiche e logiche nelle quali il potere di distinzione naufraga insieme con ogni corretto uso dei concetti. Se Dühring dice del pari che il capitale rappresenta una fase storica, questa è una prova dell’acutezza dell’analisi economica e del procedimento definitivo e rigorosamente scientifico nel senso in cui è inteso dalle scienza esatte.

In che cosa l’idea del capitale di Dühring si distingue da quella di Marx?

“Il capitale” dice Marx, “non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione” (Marx, “Capitale”, I, seconda edizione, pag. 227) [107].

Pluslavoro, lavoro eccedente il tempo necessario per il mantenimento dell’operaio, e appropriazione da parte di altri del prodotto di questo pluslavoro, sfruttamento del lavoro, è dunque fenomeno comune a tutte le forme di società esistite sinora, nella misura in cui queste si sono mosse sul piano degli antagonismi di classe. Ma solo allorché il prodotto di questo pluslavoro assume la forma del plusvalore, allorché il proprietario dei mezzi di produzione trova di fronte a sé come oggetto dello sfruttamento il lavoratore libero, libero da vincoli sociali e libero da un possesso proprio, e lo sfrutta ai fini della produzione di merci, solo allora, secondo Marx, il mezzo di produzione assume il carattere specifico di capitale. E questo è accaduto in misura rilevante solo dalla fine del XV e dal principio del XVI secolo.

Dühring, per contro, dichiara capitale ogni sorta di mezzi di produzione che “forma partecipazioni ai frutti della forza-lavoro generale” e che quindi ha per risultato pluslavoro in una forma qualsiasi. In altri termini Dühring si appropria il pluslavoro scoperto da Marx per uccidere con esso il plusvalore, egualmente scoperto da Marx, ma che per il momento non gli conviene. Per Dühring, dunque, non solo la ricchezza mobiliare e immobiliare dei cittadini corinzi e ateniesi, con la loro economia fondata sulla schiavitù, ma anche quella dei grandi proprietari terrieri romani del periodo imperiale e non meno quella dei baroni feudali nel medioevo, nella misura in cui servivano in una maniera qualsiasi alla produzione, tutte, senza distinzione, sarebbero capitale.

Dühring stesso accetta dunque “riguardo al capitale, non il concetto comunemente corrente secondo il quale esso sarebbe un mezzo di produzione prodotto a sua volta”, ma invece un concetto completamente opposto che include perfino i mezzi di produzione che non sono stati prodotti come la terra e le sue risorse naturali. Ma l’idea secondo cui il capitale sarebbe semplicemente un “mezzo di produzione prodotto a sua volta”, è un’idea comunemente corrente nell’economia volgare. Al di fuori di questa economia volgare tanto cara a Dühring, il “mezzo di produzione prodotto a sua volta”, o in generale una somma di valore, diventa capitale solo per il fatto che produce profitto o interesse, cioè si appropria del plusprodotto di lavoro non pagato nella forma di plusvalore, e precisamente se lo appropria in queste due determinate sottospecie di plusvalore. Resta così assolutamente irrilevante il fatto che tutta l’economia borghese sia prigioniera dell’idea che la proprietà di produrre profitto o interesse sia per se stessa inerente ad ogni somma di valore che in condizioni normali venga impiegata nella produzione o nello scambio. Capitale e profitto o capitale e interesse sono nell’economia classica altrettanto indivisibili, stanno nello stesso rapporto tra loro come causa ed effetto, padre e figlio, ieri e oggi. Ma la parola capitale si incontra nel suo moderno significato economico per la prima volta nell’epoca in cui la cosa stessa fa la sua comparsa, nell’epoca in cui la ricchezza mobiliare acquista sempre più la funzione di capitale, sfruttando il pluslavoro di liberi lavoratori per produrre merci, e precisamente questa parola viene introdotta dalla prima nazione capitalistica della storia: l’Italia del XV e XVI secolo. E se Marx per la prima volta ha analizzato sino alle fondamenta il modo di appropriazione peculiare del capitale moderno, se ha messo d’accordo il concetto di capitale coi fatti dai quali in ultima istanza era stato dedotto e ai quali deve la sua esistenza, se con ciò Marx ha liberato questo concetto economico da tutte le idee oscure e incerte che vi erano rimaste attaccate ancora nell’economia classica borghese e tra i socialisti sino ad ora, è stato dunque precisamente Marx che ha applicato quel “procedimento scientifico definitivo e rigoroso” che Dühring ha sempre sulle labbra e di cui con tanto dolore sentiamo in lui la mancanza.

In effetti le cose vanno per Dühring in modo completamente diverso. Costui non è contento di aver prima inveito contro la rappresentazione di capitale come fase storica definendolo un “prodotto bastardo di fantasie storiche e logiche”, e di averla poi egli stesso presentata come un fase storica. Dichiara anche che sono, in blocco, capitale anche tutti i mezzi economici di potere e tutti i mezzi di produzione che si appropriano “partecipazioni ai frutti della forza-lavoro generale”, inclusa quindi anche la proprietà fondiaria esistente in tutte le società classiste; la qual cosa però non gli impedisce affatto di distinguere, nel corso ulteriore dell’indagine, proprietà terriera e rendita fondiaria nella maniera in cui tradizionalmente si distinguono capitale e profitto e di caratterizzare come capitale solo quei mezzi di produzione che producono profitto o interesse, come più diffusamente si può vedere a p. 156 e sgg. del “Corso”. Con lo stesso diritto Dühring potrebbe includere immediatamente sotto il nome di locomotiva anche cavalli, buoi, asini e cani perché anche con questi mezzi di trasporto si potrebbe far muovere un veicolo e potrebbe rimproverare agli ingegneri moderni che, limitando il nome di locomotiva alle moderne vetture a vapore, ne hanno fatto una fase storica, che hanno usato concezioni confuse, prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, ecc., e dichiarare infine che cavalli, asini, buoi e cani sono pure da escludere dalla denominazione di locomotiva e che questa denominazione vale solo per le vetture a vapore. E allora siamo costretti a dire ancora una volta che precisamente la concezione dühringiana del capitale è quella nella quale va perduto ogni rigore dell’analisi economica e naufraga il potere di distinzione insieme con ogni retto uso dei concetti e che le concezioni confuse, il disorientamento, le facilonerie, che vengono spacciate per profonde verità logiche, e la fragilità delle basi sono in piena fioritura precisamente in Dühring.

Ma tutto questo non ha importanza. A Dühring con ciò resta pure la gloria di avere scoperto il centro di gravità intorno al quale si muove sinora tutta l’economia, tutta la politica e tutta la giurisprudenza, in una parola tutta la storia che si è svolta sinora. Eccolo:

“Forza e lavoro sono i due fattori principali che entrano in giuoco nella formazione dei rapporti sociali”.

In questa unica frase è racchiusa tutta la costituzione del mondo economico sinora esistente. Essa è straordinariamente breve e così suona:

Articolo primo: il lavoro produce.

Articolo secondo: la forza distribuisce.

E con ciò “parlando da uomini e francamente” tutta la sapienza economica di Dühring è esaurita.


VIII. Capitale e plusvalore (conclusione)

“Secondo il modo di vedere di Marx il salario rappresenta solo il pagamento di quel tempo di lavoro in cui l’operaio è effettivamente attivo per rendere possibile la propria esistenza. Ora per questo è sufficiente un numero di ore alquanto piccolo; tutto il resto della giornata lavorativa, spesso molto prolungata, costituisce un’eccedenza nella quale è contenuto quello che dal nostro autore è chiamato “plusvalore” o, detto nella lingua comunemente corrente, l’utile del capitale. Prescindendo dal tempo di lavoro che in ogni grado della produzione è già contenuto nei mezzi di lavoro e nelle relative materie prime, quell’eccedenza della giornata lavorativa rappresenta la parte dell’imprenditore capitalista. Il prolungamento della giornata lavorativa costituisce perciò un guadagno di puro sfruttamento a beneficio del capitalista.”

Secondo Dühring, quindi, il plusvalore di Marx non sarebbe altro che ciò che in linguaggio comunemente corrente si chiama utile del capitale o profitto. Ascoltiamo Marx stesso. A p. 195 del “Capitale” il plusvalore viene spiegato dalle parole che seguono questo termine in parentesi : “Interesse, profitto, rendita” [108]. A p. 210 Marx dà un esempio in cui una somma di plusvalore di 71 scellini appare nelle sue diverse forme distributive: decime, imposte statali e locali 21 scellini, rendita fondiaria 28 scellini, profitto e interesse del fittavolo 22 scellini, totale del plusvalore 71 scellini [109]. A p. 542 Marx dichiara che una delle più gravi lacune di Ricardo è il fatto che neppure lui “ha mai indagato il plusvalore come tale, ossia indipendentemente dalle sue forme particolari quali il profitto, la rendita fondiaria, ecc.” [110], e che perciò confonde immediatamente le leggi del saggio sul plusvalore con le leggi sul saggio del profitto; per contro Marx annuncia:

“Dimostrerò più avanti, nel libro terzo, che, date determinate circostanze, uno stesso saggio del plusvalore può esprimersi in differentissimi saggi del profitto e che differenti saggi del plusvalore possono esprimersi in uno stesso saggio del profitto” [111].

A p. 587 si legge:

“Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai il lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è si il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome tra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, ecc. Queste forme trasmutate del plusvalore potranno essere trattate solo nel libro terzo” [112].

E parimenti in molti altri passi.

Non ci si può esprimere più chiaramente. In ogni occasione Marx richiama l’attenzione sul fatto che il suo plusvalore non deve affatto essere scambiato col profitto o utile del capitale e che quest’ultimo è invece una forma subordinata e molto spesso perfino solo un frammento del plusvalore. Se Dühring afferma tuttavia che il plusvalore di Marx “è detto nel linguaggio comunemente corrente, l’utile del capitale” e se è un fatto che tutto il libro di Marx si aggira intorno al plusvalore, solo due casi sono possibili: o non ne sa di più, e in questo caso deve avere una spudoratezza senza pari per attaccare un libro di cui ignora il contenuto essenziale. O ne sa di più, e allora commette una falsificazione intenzionale.

Proseguendo:

“L’odio velenoso che Marx nutre per questo modo di intendere lo sfruttamento è fin troppo comprensibile. Ma è possibile una collera più violenta e un riconoscimento ancora più pieno del carattere di sfruttamento che ha la forma economica fondata sul lavoro salariato, senza accettare per questo quella posizione teorica che si esprime nella teoria marxiana di un plusvalore”.

L’espressione teorica di Marx, ricca di buone intenzioni, ma errata, gli è causa di un odio velenoso contro lo sfruttamento; la passione, in sé morale, riveste un’espressione immorale in conseguenza della “posizione teorica falsa” e si manifesta in ignobile odio e in bassa velenosità, mentre il procedimento scientifico definitivo e rigorosissimo di Dühring si estrinseca in una passione morale di natura adeguatamente nobile, in una collera che, anche nella sua collera, è moralmente e inoltre quantitativamente superiore all’odio velenoso, in una collera violenta. Mentre Dühring è intento a compiacersi di se stesso, vediamo da che cosa ha origine questa collera più violenta.

“Sorge in effetti”, ci dice in seguito, “la questione del come gli imprenditori in concorrenza siano in condizione di realizzare durevolmente il pieno prodotto del lavoro, e con esso il plusprodotto, ad un valore che supera i costi naturali di produzione nella misura indicata nella proporzione dell’eccedenza delle ore di lavoro, cui abbiamo accennato. Una risposta a questa questione non si può trovare nella dottrina di Marx e precisamente per la semplice ragione che in questa dottrina non c’è neppure il posto dove porre la questione. Il carattere di lusso della produzione fondata sul lavoro assoldato non è affatto affrontato con serietà e l’ordinamento sociale, con le sue posizioni di spoliazione, non è stato riconosciuto in nessun modo come la ragione ultima della schiavitù bianca. Al contrario l’elemento politico-sociale ha sempre dovuto essere spiegato partendo dall’elemento economico.”

Ma dai passi citati sopra abbiamo visto che Marx non afferma in nessun modo che il plusprodotto sia venduto in ogni circostanza e in media secondo il suo pieno valore dal capitalista industriale che è il primo ad appropriarselo, come qui suppone Dühring. Marx dice espressamente che anche l’utile commerciale costituisce una parte del plusvalore e questo, dati i presenti presupposti, è possibile solo nel caso il fabbricante venda al commerciante il suo prodotto al di sotto del suo valore e gli ceda così una parte del bottino. La questione come viene qui impostata non potrebbe invero trovar posto in Marx. Imposta razionalmente essa suona così: Come il plusvalore si trasforma nelle sue forme subordinate: profitto, interesse, utile commerciale, rendita fondiaria, ecc.? E questa questione invero Marx promette di risolverla nel terzo libro. Ma se Dühring non può aspettare che sia pubblicato il secondo volume del “Capitale” [59], dovrebbe frattanto cercare un po’ più attentamente nel primo volume. Potrebbe allora, oltre ai passi già citati, leggere per es. a p. 323 che, secondo Marx, le leggi immanenti della produzione capitalistica agiscono nel movimento esterno dei capitali come leggi coercitive della concorrenza e che in questa forma si presentano alla coscienza del singolo capitalista come motivi determinanti; e che quindi un’analisi scientifica della concorrenza è possibile solo allorché si colga la natura interna del capitale, precisamente come il movimento apparente dei corpi celesti è intelligibile solo a colui che conosce il loro movimento reale, ma non percettibile sensibilmente; quindi Marx mostra con un esempio come una legge determinata, la legge del valore, si manifesti ed eserciti la sua forza motrice, in un caso determinato, nella concorrenza [113]. Dühring poteva già desumere da questo esempio che la concorrenza esercita una funzione capitale nella distribuzione del plusvalore, e con un po’ di riflessione queste indicazioni, date nel primo volume, sono in realtà sufficienti per far conoscere, almeno nelle sue linee generali, la trasformazione del plusvalore nelle sue forme subordinate.

Per Dühring è invece proprio la concorrenza l’ostacolo assoluto alla comprensione di questo fenomeno. Egli non può comprendere come gli imprenditori in concorrenza possano realizzare durevolmente il pieno prodotto del lavoro, e con esso il plusprodotto, ad un valore tanto superiore ai costi naturali di produzione. Ci si esprime qui con quel naturale “rigore” che in effetti è trascuratezza. Per Marx, invero, il plusprodotto come tale non ha assolutamente nessun costo di produzione, è quella parte del prodotto che al capitalista non costa nulla. Se dunque gli imprenditori in concorrenza volessero realizzare il plusprodotto al valore dei costi naturali di produzione, dovrebbero regalarlo. Ma non fermiamoci a tali “particolarità micrologiche”. In realtà gli imprenditori in concorrenza non realizzano giornalmente il prodotto del lavoro ad un valore superiore ai costi naturali di produzione? Per Dühring i costi naturali di produzione consistono “in erogazione di lavoro, ossia di forza, la quale erogazione a sua volta, nelle sue basi ultime, può essere misurata dalle spese alimentari”; quindi, nella società attuale, questi costi consistono in spese effettivamente erogate in materia prima, mezzi di lavoro e salario, a differenza del “tributo”, del profitto, dell’aggiunta estorta con la spada in pugno. Ora è noto a tutti che nella società in cui viviamo gli imprenditori in concorrenza non realizzano le lo merci al valore dei loro costi naturali di produzione, ma vi caricano la pretesa aggiunta, il profitto, e di regola la ricevono anche. La questione che, come credeva Dühring, bastava porre per rovesciare con un soffio tutto l’edificio di Marx, come la buon’anima di Giosuè [113b] rovesciò le mura di Gerico, questa questione esiste dunque anche per la teoria economica di Dühring. Vediamo la sua risposta.

“La proprietà capitalistica”, egli dice, “non ha alcun significato pratico se non si può realizzarne il valore e non si include in essa, ad un tempo, il potere indiretto sul materiale umano. Il prodotto di questa forza è il profitto del capitale e la grandezza di quest’ultimo dipenderà perciò dall’ambito e dall’intensità dell’esercizio di questo dominio (…) Il profitto del capitale è un’istituzione politica e sociale che agisce con più forza della concorrenza. Gli imprenditori sotto questo rapporto agiscono come ceto e ognuno singolarmente mantiene la propria posizione. Una certa misura di profitto del capitale è una necessità per il genere di economia dominante.”

Purtroppo continuiamo ancora a non sapere in che modo gli imprenditori in concorrenza siano in condizione di valorizzare durevolmente il prodotto del lavoro al di sopra dei costi naturali di produzione. È impossibile che Dühring abbia una così bassa opinione del suo pubblico da pascerlo della frase che il profitto sia al di sopra della concorrenza come al suo tempo il re di Prussia era al di sopra della legge. Gli espedienti con cui il re di Prussia raggiunse la sua posizione al di sopra della legge ci sono noti; gli espedienti con cui il profitto del capitale arriva ad essere più forte della concorrenza, ecco precisamente ciò che Dühring ci deve spiegare e che ostinatamente si rifiuta di spiegarci. Neanche può avere qui nessuna importanza il fatto che, come egli dice, gli imprenditori agiscano sotto questo rapporto come ceto e che così ognuno singolarmente mantenga la propria posizione. Dobbiamo forse credergli sulla parola che sia sufficiente che un certo numero di persone agiscano come ceto, perché ognuno singolarmente mantenga la propria posizione? I membri delle corporazioni medievali, i nobili francesi del 1789, è noto, agivano molto decisamente come ceto, eppure andarono in rovine. Pure l’esercito prussiano a Jena [29] agiva come ceto, ma, invece di mantenere la sua posizione, dovette prendere la fuga e poi, perfino, capitolare a pezzi. Egualmente non può bastarci l’assicurazione che una certa misura di profitto del capitale sia una necessità per il genere di economia dominante: infatti si tratta precisamente di mostrare il perché di questo fatto. Non ci avviciniamo alla meta neanche di un passo allorché Dühring ci informa:

“Il dominio del capitale si è sviluppato in connessione col dominio del suolo. Una parte dei lavoratori agricoli servi si è trasformata nelle città in lavoratori dell’industria e finalmente in materiale di fabbrica. Dopo la rendita fondiaria si è formata, come una seconda forma della rendita del possesso, il profitto del capitale”.

Anche prescindendo dall’insensatezza storica di quest’affermazione, essa rimane sempre una semplice affermazione e si limita ad asserire ripetutamente ciò che precisamente dovrebbe spiegare e dimostrare. Non possiamo quindi venire ad altra conclusione se non che Dühring è incapace di rispondere alla sua propria domanda: come gli imprenditori concorrenti siano in condizione di valorizzare durevolmente il prodotto del lavoro al di sopra dei costi naturali di produzione; cioè egli è incapace di spiegare l’origine del profitto. Altro non gli resta che decretare senza tante storie: il profitto del capitale è il prodotto della forza, il che certamente si accorda con l’art. 2 della costituzione dühringiana della società: la forza distribuisce. Certo tutto questo è detto molto bene, ma ora “sorge la questione”: la forza distribuisce… che cosa? Deve esserci qualche cosa da distribuire, altrimenti anche la forza più onnipotente con la più grande buona volontà non potrebbe distribuire niente. Il profitto che gli imprenditori concorrenti si mettono in tasca è qualche cosa di molto tangibile e di molto concreto, la forza lo può prendere, ma non lo può produrre. E se Dühring si rifiuta ostinatamente di spiegarci in che modo la forza prende il profitto dell’imprenditore, ci offre solo un silenzio di tomba come risposta alla domanda da dove lo prende. Dove non c’è niente, l’imperatore, come ogni altro potere, perde il suo diritto. Da niente non nasce niente e specialmente non nasce profitto. Se la proprietà capitalistica non ha nessun significato pratico e non si può valorizzare sino a quando non vi sia egualmente incluso il potere indiretto sul materiale umano, immediatamente risorge la questione: in primo luogo come la ricchezza capitalistica abbia raggiunto questo potere, questione che non è affatto risolta con le poche asserzioni citate sopra; in secondo luogo come questo potere si trasformi in valorizzazione del capitale, del profitto; e in terzo luogo da dove essa prenda questo profitto.

Da qualunque parte prendiamo l’economia dühringiana non faremo un passo avanti. Per tutte le cose spiacevoli, profitto, rendita fondiaria, salari di fame, asservimento del lavoratore, essa ha una sola parola di spiegazione: la forza e sempre di nuovo la forza, e la “collera violenta” di Dühring si risolve egualmente in collera contro la forza. Abbiamo visto in primo luogo che questo appello alla forza è un vano sotterfugio, un rinvio dal campo dell’economia a quello della politica, che non è in grado di spiegare nessun singolo fatto economico; e in secondo luogo che lascia senza spiegazione l’origine della forza stessa, e ciò prudentemente perché altrimenti dovrebbe arrivare al risultato che ogni forza sociale e ogni potere politico hanno la loro origine in condizioni economiche preliminari, nei modi di produzione e di scambio, dati dalla storia della società in ogni periodo.

Vediamo tuttavia se ci sarà possibile strappare all’inesorabile “profondissimo fondatore” dell’economia qualche altra ulteriore delucidazione sul profitto. Forse ci riuscirà se affronteremo la sua trattazione del salario. A p. 158 ci si dice:

“Il salario è la paga per il mantenimento della forza-lavoro e deve esser considerato esclusivamente come base della rendita fondiaria e del profitto del capitale. Per intendere con assoluta chiarezza i rapporti esistenti in questo campo, si immagini la rendita fondiaria e ulteriormente anche il profitto del capitale nella loro prima apparizione nella storia, senza salario, quindi sulla base della schiavitù e della servitù (…) Che debba essere mantenuto lo schiavo o il servo o il lavoratore salariato, ciò determina una differenza solo nel modo e nella maniera in cui grava sui costi di produzione. In ogni caso l’utile netto ottenuto mediante l’utilizzazione della forza-lavoro, costituisce il reddito del datore di lavoro (…) Si vede dunque che (…) specificamente la contrapposizione fondamentale mediante la quale da una parte sta una specie qualsiasi di rendita del possesso e dall’altra il lavoro assoldato e privo di possesso non può cogliersi esclusivamente in uno dei membri di questa contrapposizione, ma in ogni caso solo e sempre in entrambi ad un tempo”.

Ma rendita del possesso è, come apprendiamo a p. 188, una espressione comune per rendita fondiaria e profitto del capitale. Inoltre a p. 174 ci si dice:

“Il carattere del profitto del capitale è un’appropriazione della parte principale dell’utile della forza-lavoro. Il profitto del capitale è impensabile senza il correlativo del lavoro assoggettato direttamente o indirettamente in una forma qualsiasi”.

E a p. 183:

Il salario “è in ogni caso null’altro che una paga per mezzo della quale devono essere assicurati in generale il mantenimento e la possibilità di riproduzione dell’operaio”.

E finalmente a p. 195:

“La porzione spettante alla rendita fondiaria è necessariamente perduta per il salario e viceversa la porzione del generale rendimento (!) che tocca al lavoro deve essere sottratta ai redditi del possesso”.

Dühring ci fa passare di sorpresa in sorpresa. Nella teoria del valore e nei capitoli seguenti sino alla dottrina della concorrenza inclusa, quindi da p. 1 a p. 155, i prezzi delle merci o valori si dividevano in primo luogo nei costi naturali di produzione o valore di produzione, cioè spese in materie prime, mezzi di lavoro e salario e, in secondo luogo, nell’aggiunta o valore di distribuzione, i tributi estorti con la spada in pugno a vantaggio della classe dei monopolisti; aggiunta che, come abbiamo visto, in realtà non poteva cambiare niente nella distribuzione della ricchezza, poiché doveva restituire con una mano quello che prendeva con l’altra e che inoltre, date le informazioni che Dühring ci fornisce sulla sua origine e sul suo contenuto, sorgeva dal nulla e perciò in nulla consisteva. Nei due capitoli seguenti che trattano delle specie del reddito, quindi da p. 156 a p. 217, non si parla più di aggiunta. Invece, il valore di ogni prodotto del lavoro, e quindi di ogni merce, si divide nelle seguenti parti: in primo luogo, in costi di produzione, in cui è compreso anche il salario pagato e, in secondo luogo, in “utile netto ottenuto mediante l’utilizzazione della forza-lavoro” e che costituisce il reddito del datore di lavoro. E questo utile netto ha una fisionomia assolutamente nota che nessun tatuaggio e nessuna verniciatura può nascondere. “Per intendere con assoluta chiarezza i rapporti esistenti in questo campo” il lettore immagini che i passi di Dühring or ora citati siano stampati di fronte a quelli precedentemente citati di Marx, riguardanti il pluslavoro, il plusprodotto, il plusvalore: trovate allora che alla sua maniera qui Dühring ha completamente copiato il “Capitale”.

Il pluslavoro in qualsiasi forma, sia esso schiavitù, servitù o lavoro salariato, viene riconosciuto da Dühring come fonte di reddito di tutte le classi sinora dominanti: questo concetto è preso dal passo del “Capitale”, p. 227, più volte riportato: il capitale non ha inventato il pluslavoro, ecc. [114]. E l'”utile netto”, che costituisce “il reddito del datore di lavoro”, che cosa è se non l’eccedenza del prodotto del lavoro sul salario, il quale ultimo, anche per Dühring, malgrado il suo superfluo travestimento in paga, deve assicurare in generale il mantenimento e la possibilità di riproduzione dell’operaio? Come può avvenire l'”appropriazione della parte principale dell’utile della forza-lavoro”, se non per il fatto che il capitalista, come per Marx, spreme dall’operaio più lavoro di quello che è necessario per la riproduzione dei mezzi di sussistenza consumati da quest’ultimo, cioè per il fatto che il capitalista fa lavorare l’operaio più tempo di quanto non sia necessario per sostituire il valore del salario pagato all’operaio? Quindi prolungamento della giornata lavorativa al di là del tempo necessario per la riproduzione della sussistenza dell’operaio: il pluslavoro di Marx; questo e nient’altro è ciò che si cela dietro l'”utilizzazione della forza-lavoro” di Dühring. E il suo “utile netto”, del datore di lavoro, in che cos’altro può essere rappresentato se non nel plusprodotto e nel plusvalore di Marx? E che cos’altro se non la sua inesatta formulazione distingue la rendita del possesso di Dühring dal plusvalore di Marx? Del resto il nome “rendita del possesso” Dühring lo ha preso a prestito da Rodbertus, il quale, nella sola espressione rendita, già aveva riunito la rendita fondiaria e la rendita del capitale o profitto del capitale, di guisa che Dühring non ha avuto che da aggiungere la parola: “possesso” [*6]. E perché non rimanga nessun dubbio sul plagio, Dühring riassume alla sua maniera le leggi sulle variazioni di grandezza del prezzo della forza-lavoro e del plusvalore, esposte da Marx nel XV capitolo (p. 539 e sgg. Del “Capitale”) [115], dicendo che la porzione che tocca alla rendita del possesso va perduta per il salario e viceversa e riduce così ad una vuota tautologia le leggi singole, così ricche di contenuto, formulate da Marx; infatti è evidente per se stesso che se una grandezza data si divide in due parti, l’una di queste parti non può crescere senza che l’altra diminuisca. E così è riuscito a Dühring di appropriarsi le idee di Marx in una maniera in cui va completamente perduto il “procedimento scientifico definitivo e rigoroso nel senso in cui è inteso dalle scienze esatte” che si trova certamente nell’esposizione di Marx.

Non possiamo quindi fare a meno di ammettere che il terribile baccano che Dühring fa nella “Storia critica” a proposito del “Capitale”, e specialmente la polvere che solleva con la famosa questione a cui il plusvalore dà origine e che meglio avrebbe fatto a non porre, dato che egli stesso non sa rispondere; che tutte queste cose sono solo astuzie di guerra, abili espedienti per nascondere il plagio grossolano che delle idee di Marx egli commette nel suo “Corso”. Dühring aveva in effetti tutte le ragioni di mettere in guardia i suoi lettori dall’occuparsi “di quel groviglio che Marx chiama capitale”, di metterli in guardia contro i prodotti bastardi di fantasie storiche e logiche, contro le confuse, nebulose idee e le fandonie hegeliane, ecc. La Venere contro cui questo fedele Eckart mette in guardia la gioventù tedesca, era andato egli stesso a prenderla dalle riserve di Marx e l’aveva silenziosamente portata al sicuro per proprio uso e consumo. Congratuliamoci con lui per questo utile netto ottenuto mediante l’utilizzazione della forza-lavoro di Marx e per la luce particolare che la sua appropriazione del plusvalore di Marx sotto il nome di rendita del possesso getta sui motivi della sua falsa affermazione, ostinata perché ripetuta in due edizioni, che Marx intenda per plusvalore solo il profitto o utile del capitale.

“Secondo il modo di vedere di” Dühring “il salario rappresenta solamente il pagamento di quel tempo di lavoro in cui l’operaio è effettivamente attivo per rendere possibile la propria esistenza. Ora per questo è sufficiente un numero di ore alquanto piccolo; tutto il resto della giornata lavorativa, spesso molto prolungata, fornisce spesso un’eccedenza nella quale è contenuta quella che dal nostro autore viene chiamata” rendita del possesso. ” Prescindendo dal tempo di lavoro che in ogni grado della produzione è già contenuto nei mezzi di lavoro e nelle relative materie prime, quell’eccedenza della giornata lavorativa rappresenta la parte dell’imprenditore capitalista. Il prolungamento della giornata lavorativa costituisce perciò un guadagno di puro sfruttamento a beneficio del capitalista. L’odio velenoso che” Dühring “nutre per questo modo di intendere lo sfruttamento è fin troppo comprensibile…”.

Meno comprensibile è invece come egli possa ora arrivare alla sua “collera più violenta”.


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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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