Karl Marx (1852) -Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte -prima parte

Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

Karl Marx (1852)

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Prefazione dell’autore alla seconda edizione

L’amico, Joseph Weydemeyer [*1], morto prematuramente, aveva l’intenzione di pubblicare a New York, a partire dal I gennaio 1852, una rassegna politica settimanale, per la quale mi chiese di scrivere la storia del Coup d’Etat [2]. A tale scopo gli inviai settimanalmente sino alla metà di febbraio, degli articoli col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Nel frattempo il piano originario di Weydemeyer era andato a monte. Nella primavera del 1852 egli pubblicò invece una rivista mensile: Die Revolution, il cui secondo fascicolo contiene il mio 18 brumaio [3]. Alcune centinaia di copie trovarono allora la via della Germania, senza però esser poste in vendita. Un libraio tedesco che si faceva passare per estremamente radicale e a cui ne proposi lo smercio, mi rispose manifestando un vero orrore morale per una “pretesa così contraria allo spirito dei tempi”. Da questi dati risulta che il presente scritto è nato sotto l’impressione diretta degli avvenimenti e che il suo materiale storico non va più in là del mese di febbraio (1852) [4].

La sua presente ristampa è dovuta in parte alle richieste del commercio librario, in parte alla pressione dei miei amici in Germania.

Degli scritti che, quasi contemporaneamente al mio, si occuparono dello stessa argomento [5], solo due sono, degni di nota: Napoléon le Petit di Victor Hugo e il Coup d’Etat di Proudhon [6].

Victor Hugò si limita a un’invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l’autore responsabile del colpo di stato. L’avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l’atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo.

Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell’eroe del colpo di stato. Egli cade nell’errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe.

Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili.

Ciò che dicevo nella frase finale del mio scritto: “Ma quando il mantello imperiale, cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall’alto della colonna Vendôme”, si e già avverato [7].

L’attacco al culto di Napoleone venne iniziato dal colonnello Charras, nella sua opera sulla campagna del 1815 [8] . In seguito, e particolarmente in questi ultimi anni, la letteratura francese, con le armi dell’indagine storica, della critica, della satira e del motto di spirito, ha dato il colpo di grazia alla leggenda Napoleonica. Fuori della Francia, questa rottura violenta con le credenze popolari tradizionali, questa immensa rivoluzione spirituale, è stata poco osservata e ancor meno compresa.

Io spero, infine, che il mio scritto contribuirà a liberarci della frase scolastica, ora così corrente specie in Germania, circa il cosiddetto cesarismo [9]. Con questa superficiale analogia storica si viene a dimenticare il fatto essenziale che, specialmente nell’antica Roma, la lotta di classe si svolgeva soltanto all’interno di una minoranza privilegiata, tra i ricchi e i poveri che erano liberi cittadini, mentre la grande massa produttiva della popolazione, gli schiavi, costituiva soltanto il piedistallo passivo dei combattenti. Si dimentica la profonda espressione di Sismondi:”il proletariato romano viveva a spese della società, mentre, la società moderna vive a spese del proletariato” [10]. Data una differenza così completa tra le condizioni materiali ed economiche della lotta di classe nel mondo antico e nel mondo moderno, anche i prodotti politici di essa non possono avere in comune niente più di quello che l’arcivescovo di Canterbury non abbia in comune con il gran sacerdote Samuele [11].

Karl Marx

Londra, 23 giugno 1869

Note

*1. Comandante del distretto militare di St. Louis durante la guerra civile americana.

2. Colpo di stato di Luigi Bonaparte. L’invito, propriamente, fu rivolto a Marx da Engels, il quale aveva ricevuto da Weydemeyer la richiesta di mandargli immediatamente un articolo per il nuovo settimanale Die Revolution [La rivoluzione] (lettera di. Engels a Marx del 16 dicembre1851, in Carteggio Marx-Engels cit., vol. 1, pp. 349-350). Engels riteneva infatti che un articolo di Marx sulla situazione francese avrebbe assicurato il successo dei settimanale fin dal primo numero. In seguito a tale invito, Marx, il 19 dicembre, scriveva a Weydemeyer, promettendogli la prima parte di un articolo sul 18 brumaio, se egli avesse potuto ritardare la data di pubblicazione del settimanale.

3. Nel gennaio dei 1852 erano usciti due numeri del settimanale di Weydemeyer, il quale dovette però interrompere la pubblicazione a causa di difficoltà finanziarie Egli non poté perciò stampare gli articoli di Marx, scritti dal dicembre 1851 al marzo 1852, i quali erano stati inviati dall’autore a Weydemeyer in più riprese, ma erano giunti troppo tardi. Anche il piano di Weyderneyer di far uscire Die Revolution come rivista mensile non ebbe fortuna ma, all’ultimo momento, grazie alla generosità, di un ignoto operaio di Francoforte che mise a disposizione i suoi risparmi fu possibile pubblicare il primo fascicolo della rivista, non più mensile, ma destinata ad uscire a “intervalli indeterminati”. Il fascicolo conteneva gli articoli di Marx che costituiscono Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Weydemeyer li pubblicò però col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Napoleone. E’dunque nel I fascicolo, e non nel secondo, come mal ricorda Marx, che apparve il 18 brumaio.

4. Marx tiene infatti conto anche degli atti di governo dì Luigi Napoleone, successivi al colpo di stato, fino alle elezioni truffaldine del Corpo legislativo avvenute il 29 febbraio 1852.

5. Si possono citare fra questi gli scritti di Mauduit, Schoelcher, de Cassagnac, ecc.

6. Oppositore di L. Napoleone, passò alcuni anni i carcere sotto il Secondo Impero. Per un certo tempo egli nutrì tuttavia l’illusione che l’imperatore potesse prendere le parti della rivoluzione sociale. Marx allude qui allo scritto dei 1852 La révolution sociale démonstrée par le coup d’état du 2 décembre [La rivoluzione sociale dimostrata col colpo di stato del 2 dicembre].

7. Per celebrare le vittorie napoleoniche del 1805, nella Piazza Vendôme, a Parigi, fu costruita una colonna coi metallo dei cannoni strappati al nemico, che sorreggeva una statua di Napoleone I (1769-1821) in tenuta militare da campo. Luigi Napoleone, divenuto anch’esso imperatore, tolse quella statua, nel 1863, per sostituirla con, un’altra in cui Napoleone veniva rappresentato nel fulgore della sua maestà imperiale. Quindici mesi dopo che Marx ebbe scritto questa sua prefazione Napoleone III precipitava a sua volta dal trono e, il 16 maggio 1871, la colonna Vendôme venne abbattuta in base a un decreto della Comune di Parigi, in quanto costituiva “un monumento di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria un’affermazione di militarismo, la negazione del diritto internazionale, un’offesa continua che viene inflitta dai vincitori ai vinti, un attentato incessante ad uno dei tre grandi principi della repubblica francese: la fratellanza”.

8. Marx allude qui alla sua Histoire de la campagne de 1815: Waterloo, Bruxelles 1857.

9. S’intendeva con cesarismo la forma di potere realizzatasi in Francia con Napoleone I e Napoleone III, mediante la sostituzione del precedente regime repubblicano con la dittatura personale di un uomo e la trasformazione successiva di questa in potere imperiale. Con tale parola si voleva istituire un’analogia coi processo storico che nella Roma antica portò alla sostituzione delle istituzioni repubblicane col potere dittatoriale di Giulio Cesare, seguita dall’istituzione definitiva dell’impero.

10. Il passo si trova degli Etudes d’économie politique. Cfr. l’edizione di Bruxelles del 1836, vol. I, p. 24.

11. L’arcivescovo di Canterbury è il primate della Chiesa d’Inghilterra; il gran sacerdote Samuele è un personaggio biblico del sec. XI a. C.: egli fu l’ultimo della serie dei Giudici e l’istitutore della monarchia in Israele.

Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

Prefazione di Engels alla terza edizione tedesca[1]

Il fatto che una nuova edizione del 18 brumaio sia diventata necessaria, trentatré anni dopo il suo primo apparire, prova che questo breve scritto non ha perduto nulla del suo valore, nemmeno oggi.

Si tratta, in realtà, di un’opera geniale. Immediatamente dopo l’avvenimento che sorprese tutto il mondo politico come un fulmine a ciel sereno, maledetto dagli uni con alte strida di indignazione morale, accolto dagli altri come scampo dalla rivoluzione e castigo per i suoi traviamenti [2], per tutti, però, oggetto soltanto di meraviglia, e non compreso da nessuno, immediatamente dopo questo avvenimento, Marx ne fece una esposizione breve, epigrammatica, che dava un quadro di tutto il corso della storia di Francia a partire dalle giornate di febbraio [3], e ne metteva in luce la logica interiore; che riduceva il miracolo del 2 dicembre al risultato naturale, necessario, di quello sviluppo logico, e nel far ciò non aveva bisogno di trattare l’eroe del colpo di stato se non col disprezzo da lui giustamente meritato. E il quadro fu disegnato con tanta maestria, che ogni nuova rivelazione fatta in seguito non ha fatto che apportate nuove prove della fedeltà con cui esso riproduce la realtà. Questa mirabile comprensione della storia quotidiana nel suo sviluppo, questa chiara penetrazione degli avvenimenti nel momento stesso in cui si compiono, è difatti senza esempio. Ma, a questo scopo, era anche necessaria la esatta conoscenza che Marx aveva della storia di Francia. La Francia è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati [4], prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati [5], la Francia ha, con la sua Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta [6]. Questo è il motivo per cui Marx non aveva soltanto studiato con speciale predilezione la storia passata della Francia, ma aveva anche seguito in tutti i particolari la sua storia attuale, aveva raccolto il materiale da utilizzare in seguito, e perciò non fu mai sorpreso dagli avvenimenti.

A ciò si aggiunge però anche un’altra circostanza. Fu proprio Marx ad aver scoperto per primo la grande legge dell’evoluzione storica, la legge secondo la quale tutte le lotte della storia, si svolgano sul terreno politico, religioso, filosofico, o su un altro terreno ideologico, in realtà non sono altro che l’espressione più o meno chiara di lotte fra classi sociali; secondo la quale l’esistenza, e quindi anche le collisioni, di queste classi sono a loro volta condizionate dal grado di sviluppo della loro situazione economica, dal modo della loro produzione e dal modo di scambio che ne deriva [7]. Questa legge, che ha per la storia la stessa importanza che per le scienze naturali la legge della trasformazione dell’energia, gli fornì anche la chiave per comprendere la storia della seconda repubblica francese. In questa storia egli ha messo alla prova la sua legge, e ancora oggi, dopo trentatré anni, dobbiamo riconoscere che questa prova è stata superata in modo brillante.

Friedrich Engels

Note

1. Questa edizione, curata da Engels, uscì ad Amburgo, presso l’editore Meissner, nel 1885. In essa il testo corrisponde all’edizione dei 1869, salvo qualche trascurabile modifica di carattere stilistico.

2. La prima fu la posizione sia dei democratici della Montagna e di scrittori a loro vicini, come V. Hugo, sia dei capi del “partito dell’ordine”. La seconda fu la posizione della maggioranza della borghesia (cfr. qui le pp. 176 e sg.).

3. Le giornate insurrezionali del 22-24 febbraio 1848.

4. ” … tutte le lotte nell’ambito dello Stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc., altro non sono che le forme illusorie -nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi… ” (K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 23).

5. Allusione alla lotta vittoriosa per la creazione di uno Stato nazionale centralizzato, amministrato mediante un apparato di pubblici funzionari, condotta dalla monarchia francese contro le tendenze centrifughe e i privilegi dei feudatari e delle antiche organizzazioni cittadine. Iniziata nel secolo XII con Luigi VI, essa giunse a compimento nel secolo XV, durante il regno di Luigi XI. I poteri della monarchia rimasero tuttavia limitati (anche se questi limiti a partire dal secolo XVII vennero progressivamente ridotti in seguito alla politica accentratrice dell’assolutismo regio) dalle attribuzioni in materia fiscale, legislativa e giudiziaria degli stati generali e provinciali, dei parlamenti e delle amministrazioni autonome delle città.

6. Dappertutto la rivoluzione del 1848 “fu l’opera della classe operaia”, però “solo gli operai di Parigi, rovesciando il governo, avevano l’intenzione ben determinata di rovesciare il regime della borghesia” (Prefazione di Engels all’edizione italiana del Manifesto; cfr. ed cit. pp. 49-50). Ciò apparve chiaro con l’insurrezione del giugno 1848. Ancora più acuta divenne la lotta nel 1871 con l’insurrezione proletaria della Comune.

7. Cfr. K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, 1969 3, pp. 4-6. Cfr. anche l’Introduzione di Engels alla prima ristampa delle Lotte di classe, ed. cit, pp. 39-42.

I

Hegel [1] nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière [2] invece di Danton [3], Louis Blanc [4] invece di Robespierre [5], la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio [6]

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si travestì da apostolo Paolo [7]; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell’Impero romano [8]; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione. rivoluzionaria del 1793-1795. Così il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua d’origine.

Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si palesa tosto una spiccata differenza. Camille Desmoulins [9], Danton, Robespierre, Saint-Just [10], Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia Rivoluzione francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società borghese. Gli uni spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali cresciute sopra di esse. L’altro creò nell’interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la proprietà fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente europeo [11]. Una volta instaurata la nuova formazione sociale disparvero i mostri antidiluviani; e con essi disparve la romanità risuscitata: i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i tribuni, i senatori e lo stesso Cesare [12].

La società borghese, nella sua fredda realtà, si era creati i suoi veri interpreti e portavoce nei Say, nei Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin Constant e nei Guizot [13]. I suoi veri generali sedevano al banco del commerciante, e la testa di lardo di Luigi XVIII [14] era la sua testa politica. Completamente assorbita nella produzione della ricchezza nella lotta pacifica della concorrenza, essa finì col dimenticare che i fantasmi dell’epoca romana avevano vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla al mondo erano però stati necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica. Così, in un’altra tappa dell’evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la loro rivoluzione borghese [15]. Raggiunto lo scopo reale, condotta a termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc [16].

La resurrezione dei morti servì, dunque, in quelle rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.

Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione non circolò altro che lo spettro, a partire da Marrast, il républicain en gants jaunes, che si camuffò con la maschera del vecchio Bailly [17], sino all’avventuriero che nasconde le sue fattezze ripugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone. Un popolo intero, il quale credeva di aver dato a se stesso, con la rivoluzione, la capacità di un progresso più rapido, si vede bruscamente ricacciato in un’epoca scomparsa, e affinché non sia possibile nessuna illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie date, il vecchio calendario, i vecchi nomi, i vecchi editti, caduti da tempo nel regno degli eruditi di antiquaria, e i vecchi sbirri, che da tempo sembravano andati in decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella situazione di quell’inglese pazzo a Bedlam [18], che crede di vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni giorno si lagna delle improbe fatiche cui deve sobbarcarsi come minatore nelle miniere d’oro dell’Etiopia, sepolto vivo in quelle prigioni sotterranee, con una fioca lanterna fissata sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una lunga frusta, e all’uscita della galleria un’accozzaglia di schiavi barbari, i quali né comprendono i forzati. che lavorano nelle miniere, né si comprendono tra di loro, perché non parlano una lingua comune. “E tutto questo – geme l’inglese maniaco – viene fatto a me, libero cittadino della Gran Bretagna, per estrarre oro per gli antichi Faraoni.” “Per pagare i debiti della famiglia Bonaparte” – geme la nazione francese [19]. L’inglese, fino a che ebbe l’uso della ragione, non poté liberarsi dall’idea fissa della estrazione dell’oro. I francesi, fino a che furono in rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi napoleonici, come ha provato l’elezione del 10 dicembre [20]. Essi volevano sfuggire ai pericoli della rivoluzione e ritornare alle “pignatte delle carni” egiziane [21], e la risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono.

La rivoluzione sociale del secolo decimonono [22] non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione. dei secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase.

La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un colpo di sorpresa, e il popolo fece di questo colpo di mano riuscito un avvenimento di importanza storica mondiale, che apriva un’epoca nuova [23]. Il 2 dicembre la rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col trucco d’un baro, e ciò che appare rovesciato non è più la monarchia, ma le concessioni liberali che le erano state strappate con un secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo contenuto da parte della società stessa, sembra soltanto che lo Stato sia tornato alla sua forma più antica, al dominio puro e insolente della spada e della tonaca [24]. E’ così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il coup de téte [25] del dicembre 1851. La farina del diavolo va in crusca. Ma frattanto il tempo non è passato invano. Negli anni dal 1848 al 1851 la società francese ha ricuperato – e con un metodo più rapido, perché rivoluzionario – gli studi e le esperienze che, se la rivoluzione si fosse compiuta in modo regolare e, per così dire, scolastico, avrebbero dovuto precedere la rivoluzione di febbraio, affinché essa fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale. La società sembra ora esser tornata più indietro del suo punto di partenza; in realtà è soltanto ora ch’essa deve crearsi il punto di partenza rivoluzionario, la situazione, i rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione moderna diventa una cosa seria.

Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro, gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta [26]. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano:

Hie Rhodus, hic salta!
Qui è la rosa, qui devi ballare! [27].

Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso degli avvenimenti in Francia, anche un osservatore mediocre doveva avere, il presentimento che la rivoluzione andava incontro a un fallimento inaudito.

Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo coi quali i signori democratici si felicitavano reciprocamente per gli effetti miracolosi della seconda [domenica] di maggio del 1852 [28]. La seconda [domenica] di maggio era diventata per loro un’idea fissa, un dogma, come pei chiliasti il giorno in cui Cristo avrebbe dovuto risorgere un’altra volta e dar principio al regno millenario [29]. La debolezza aveva trovato un rifugio, come sempre, nella fede nei miracoli; credeva di aver battuto il nemico perché lo aveva esorcizzato nella propria fantasia; perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell’inerte esaltazione dell’avvenire e delle azioni ch’essa aveva in animo di compiere e non voleva ancora tradurre in atto. Gli eroi, che si sforzavano di smentire la propria manifesta incapacità inviandosi in .vicenda le loro condoglianze e accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro valigie, si erano cinte in anticipo corone d’alloro ed erano occupati a scontare in Borsa le repubbliche in partibus [30] per le quali, nel silenzio delle loro anime modeste, avevano già avuto la previdenza di organizzare il personale governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel sereno; e i popoli, che nei periodi di depressione e di scoraggiamento lasciano volentieri stordire la loro paura segreta da coloro che gridano più forte, si saranno forse convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo delle oche poteva salvare il Campidoglio [31].

La Costituzione, l’Assemblea nazionale, i partiti dinastici, i repubblicani azzurri e rossi, gli eroi dell’Africa, i fulmini della. tribuna, i lampi della stampa quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e le nomee intellettuali, il diritto civile e quello penale, la liberté, l’égalité, fraternité [32] e la seconda [domenica] di maggio del 1852, tutto è svanito come una fantasmagoria davanti alla formula magica lanciata da un uomo che i suoi avversari stessi riconoscono essere tutt’altro che un mago [33]. Il suffragio universale sembra sopravvissuto un momento soltanto per fare in faccia a tutto il mondo il proprio testamento olografo e dichiarare in nome del popolo stesso: “Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora” [34].

Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una azione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza.

Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla rivoluzione francese dal 24 febbraio 1848 sino al dicembre 1851.

Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere: periodo di febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio 1849; il periodo della costituzione della repubblica o dell’Assemblea nazionale costituente; dal 29 maggio 1849 sino al 21 dicembre 1851; il periodo della repubblica costituzionale o dell’Assemblea nazionale legislativa.

Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi Filippo [35] sino al 4 maggio 1848, quando si riunì l’Assemblea costituente, cioè il periodo di febbraio propriamente detto, può essere considerato come il prologo della rivoluzione [36]. Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio, e al pari del governo tutto ciò che in questo periodo venne proposto, tentato, dichiarato, non lo fu che provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il diritto all’esistenza e all’azione reale [37]. Tutti gli elementi che avevano preparato o determinato la rivoluzione, l’opposizione dinastica, la borghesia repubblicana, la piccola borghesia repubblicana democratica, i lavoratori socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio [38].

Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio miravano in origine a una riforma elettorale, per cui la cerchia dei privilegiati politici in seno alla classe abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria doveva essere rovesciato [39]. Ma quando il conflitto scoppiò per davvero, quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia nazionale rimase passiva [40], l’esercito non oppose nessuna resistenza seria e la monarchia prese la fuga, allora la repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito la interpretò a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal proletariato con le armi in pugno, questi le impresse il suo suggello e la proclamò repubblica sociale. Così venne additato il contenuto generale della rivoluzione moderna, contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato il grado di educazione raggiunto dalla massa, date le circostanze e le condizioni del tempo, poteva essere messo in opera lì per lì col materiale esistente. D’altro lato, le pretese di tutti gli altri elementi che avevano cooperato alla rivoluzione di febbraio trovarono un riconoscimento nella parte leonina ch’essi ricevettero nel governo. In nessun periodo troviamo quindi una miscela più eterogenea di frasi alate e di indecisione e goffaggine reali, delle più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento e del dominio più solido del vecchio trantran, della più apparente armonia di tutta la società e dell’antagonismo più profondo fra i suoi elementi. Mentre il proletariato di Parigi si inebriava ancora nella visione della grande prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a gravi discussioni sui problemi sociali, le vecchie potenze della società si erano raggruppate, riunite e messe d’accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella massa della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i quali, cadute le barriere della monarchia di luglio, si precipitavano tutti ad un tempo sulla scena politica [41].

Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine del maggio 1849, è il periodo della costituzione, della fondazione della repubblica borghese. Immediatamente dopo le giornate di febbraio non soltanto l’opposizione dinastica era stata presa alla sprovvista dai repubblicani, e questi dai socialisti, ma tutta la Francia era stata presa alla sprovvista da Parigi [42]. L’Assemblea nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita dal suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era una protesta vivente contro le pretese delle giornate di febbraio e doveva ridurre i risultati della rivoluzione a misura borghese [43]. Invano il proletariato parigino, il quale comprese immediatamente il carattere di quest’Assemblea nazionale, tentò alcuni giorni dopo la sua riunione, il 15 maggio, di negarne con la violenza l’esistenza, di scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli elementi costitutivi l’organismo attraverso il quale lo spirito reazionario della nazione lo minacciava [44]. Com’è noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato all’infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena, per tutta la durata del periodo che stiamo considerando, Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi del partito proletario [45].

Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere soltanto la repubblica borghese, il che vuol dire che se prima una parte limitata della borghesia regnava in nome dei re, ora deve dominare in nome del popolo la totalità della borghesia. Le rivendicazioni del proletariato parigino sono fandonie utopistiche, con le quali si deve farla finita. A questa dichiarazione dell’Assemblea nazionale costituente, il proletariato parigino rispose con l’insurrezione di giugno, l’avvenimento più grandioso nella storia delle guerre civili europee. La repubblica borghese trionfò [46]. Essa aveva per sé l’aristocrazia finanziaria, la borghesia industriale, il ceto medio, i piccoli borghesi, l’esercito, la canaglia organizzata in Guardia mobile [47], gli intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Il proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso. Più di 3.000 insorti vennero massacrati dopo la vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa disfatta il proletariato si ritira tra le quinte della scena rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti ogni volta che il movimento sembra prendere un nuovo slancio, ma con un’energia sempre più ridotta e con un risultato sempre più piccolo. Non appena uno degli strati sociali a lui sovrastanti entra in fermento rivoluzionario, il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in questo modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti subiscono l’uno dopo l’altro [48]. Ma questi colpi successivi diventano via via tanto più deboli quanto più si ripartiscono su tutta la superficie della società. I rappresentanti più cospicui del proletariato nell’Assemblea e nella stampa sono vittime, l’uno dopo l’altro, dei tribunali [49], e figure sempre più equivoche prendono il loro posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti dottrinari, banche di scambio e associazioni operaie, cioè a un movimento in cui rinuncia a trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono propri, e cerca piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni d’esistenza, e in questo modo va necessariamente al fallimento [50]. Sembra ch’esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza rivoluzionaria né attingere nuova energia dalle alleanze nuovamente contratte, sino a che tutte le classi contro le quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una grande battaglia storica. Non soltanto la Francia, ma tutta l’Europa trema davanti al terremoto di giugno [51], mentre le successive disfatte delle classi più elevate vengono ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l’insolente esagerazione del partito vittorioso per poterle far passare come avvenimenti di importanza, ed esse diventano tanto più vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano dal partito proletario [52].

Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato, spianato, il terreno su cui poteva essere fondata, stabilita, la repubblica borghese [53]; però, aveva allo stesso tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi che di “repubblica o monarchia”; aveva rivelato che repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi; aveva provato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica non è altro, in generale, che la forma politica del rovesciamento della società borghese, ma non la forma della sua conservazione, come avviene, per esempio, negli Stati Uniti d’America, dove classi sociali esistono già, senza dubbio, ma non si sono ancora fissate, e in un flusso continuo modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono; dove i moderni mezzi di produzione, invece di coincidere con un eccesso di popolazione stagnante, compensano piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della produzione materiale, che deve conquistarsi un mondo nuovo, non ha ancora lasciato né il tempo né l’opportunità di far piazza pulita del vecchio mondo spirituale.

Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di giugno nel partito dell’ordine per fronteggiare la classe proletaria, considerata come il partito dell’anarchia, del socialismo, del comunismo. Essi avevano “salvato” la società dai “nemici della società“. Essi avevano dato alle loro truppe le parole d’ordine della vecchia società: “Proprietà, famiglia, religione, ordine“, e gridato alla crociata controrivoluzionaria: “In questo segno vincerai!” [54]. A partire da questo momento, non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di “proprietà, famiglia, religione, ordine” [55]. La società viene salvata tanto più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto prevale sugli interessi più larghi [56]. Ogni rivendicazione della più semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo colpita come “attentato contro la società” e bollata come “socialismo” [57]. E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della “religione e dell’ordine” vengono cacciati a pedate dai loro tripodi pitici [58], strappati in piena notte dai loro letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio. Il loro tempio [59] viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà, della famiglia, dell’ordine. Borghesi fanatici dell’ordine vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della proprietà, della famiglia, della religione e dell’ordine [60]. La feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell’ordine e Crapülinski, l’eroe [61], fa il suo ingresso alle Tuileries [62] come “salvatore della società“.

Note

1.Georg Wilhelm Friedrich Hegel(1770-1831). Per una breve sintesi della filosofia hegeliana è per l’influenza che essa ha esercitato sulla formazione di Marx e di Engels, nonché per là critica da essi compiuta al nucleo metafisico del pensiero hegeliano nei loro anni giovanili. cfr. la breve introduzione di F. Codino a K. Marx – F. Engels, La concezione materialistica della storia, Roma, Editori Riuniti, 1969. Per notizie più ampie cfr. A. Cornu, Marx ed Engels. Dal liberalesimo al comunismo, Milano, Feltrinelli, 1971.

2. Marc Caussidière (1808-1861), repubblicano piccolo-borghese. Aveva partecipato all’insurrezione operaia di Lione, del 1834. Nel 1848 sotto il Governo provvisorio, fu prefetto di polizia a Parigi. Fu costretto a dare le dimissioni dopo l’invasione popolare del parlamento, avvenuta il 15 maggio 1848, sotto l’accusa di averla favorita. Dopo l’insurrezione di giugno, dichiarato complice dei fatti del 15 maggio, dovette riparare in Inghilterra.

3.Georges Jacques-Danton (1759-1794), giacobino francese, ebbe una parte preminente negli avvenimenti rivoluzionari dell’agosto 1792, che portarono alla proclamazione della repubblica e alla convocazione della Convenzione per l’elaborazione di una nuova costituzione democratica. Ministro della giustizia, dall’agosto all’ottobre 1792, poi deputato alla Convenzione. Fallito il suo tentativo di riconciliarsi coi girondini si avvicinò alla Montagna, ma caldeggiò una politica più moderata, finché, sotto l’accusa di cospirazione, fu ghigliottinato nel marzo del 1794.

4. Louis Blanc (1811-1882), “socialista dottrinario”, autore di opere storiche sul recente passato della Francia. Pubblicò nel 1840 il celebre scritto L’Organisation du travail [L’organizzazione dei lavoro]. In esso, al fine di evitare i danni provocati dalla concorrenza (generatrice di monopolio) sia agli operai sia ai borghesi, egli proponeva di organizzare il lavoro mediante laboratori sociali, attrezzati dal governo nei settori principali dell’industria e dell’agricoltura. Al fine di evitare lo Stato tiranno, questi dovevano poi divenire indipendenti ed avere direzioni elettive. Anche i capitalisti avrebbero potuto fornire capitale (a interesse normale) ai laboratori. Si sarebbe verificato, in tal modo, “l’assorbimento progressivo e pacifico dei laboratori privati da parte dei laboratori nazionali” e la sostituzione dell’associazione alla concorrenza, “senza brutalità, senza scosse”. Membro dei Governo provvisorio, poi deputato alla Costituente, fu accusato di complicità per i fatti del 15 maggio, e dovette riparare all’estero dopo i fatti di giugno, nei quali però non ebbe alcuna parte. Sulle illusioni di cui egli nutrì gli operai sotto il Governo provvisorio cfr. K. Marx. Le lotte di classe, cit., pp. 110-114.

5. Maximilien Marie Robespierre (1758-1794), deputato alla Costituente e poi alla Convenzione, fu nel periodo del Terrore la personalità più influente della Montagna e del Comitato di salute pubblica. – Fu messo in minoranza dalla Convenzione e successivamente ghigliottinato insieme al Saint-Just nel luglio del 1794. Con la sua morte finì il periodo del Terrore, s’iniziò il governo dei Termidoriani e il potere passò alla borghesia moderata.

6. Il 18 brumaio (9 novembre) 1799, Napoleone Bonaparte abbatté con un colpo di stato il regime dei Direttorio ed instaurò in Francia la sua tirannide personale, da cui doveva nascere, qualche anno dopo, l’Impero. Il 2 dicembre 1851, Luigi Napoleone ripeté il gesto dello zio, distruggendo la repubblica del 1848 come questi aveva distrutto la repubblica del 1793. Di qui il titolo dell’opera di Marx. L’accostamento fra il 2 dicembre e il 18 brumaio è assai diffuso nella letteratura antibonapartistica dell’epoca.

7. Martin Lutero (1483-1546) fu, l’iniziatore della Riforma protestante, che staccò dalla Chiesa di Roma la maggioranza del popolo tedesco. Alla tesi cattolica della giustificazione mediante la fede e le opere, egli contrappose la tesi della giustificazione mediante la sola fede, di cui trovò l’ispirazione in un versetto di S. Paolo: “Nel Vangelo è rivelata una giustizia di Dio che si ha mediante la fede”. Come già aveva affermato Engels nel 1850, le guerre di religione del secolo XVI “furono lotte di classi precisamente come le successive collisioni interne in Inghilterra e in Francia. Se queste lotte di classi portarono allora parole d’ordine religiose, se gli interessi, i bisogni, le aspirazioni delle singole classi, si nascosero sotto una maschera religiosa”, ciò fu dovuto alle condizioni di un’epoca in cui la Chiesa aveva subordinato alla teologia tutta l’attività intellettuale ed era talmente compenetrata coi mondo feudale che un attacco contro quest’ultimo, connesso con nuove dottrine sociali, non poteva che esprimersi in un attacco contro la Chiesa e la sua teologia (F. Engels, La guerra dei contadini in Germania, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, pp. 47-48.

8. Marx riprende qui un motivo assai diffuso fra gli scrittori della prima metà del secolo XIX. Cfr., ad esempio, G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, La Nuova Italia, 1947, voi. I, p. 202.

9. Camille Desmoulins (1760-1794), celebre giornalista della Grande Rivoluzione, membro della Convenzione e seguace di Danton. Ghigliottinato nel periodo del Terrore.

10. Louis Antoine Saint-Just (1767-1794), uno dei capi della Montagna di cui rappresentò le tendenze sociali più avanzate. Fu membro dei Comitato di salute pubblica e stretto collaboratore di Robespierre, insieme al quale subì la ghigliottina nel luglio 1794, dopo il rovesciamento del predominio montagnardo.

11. La politica di Napoleone I sviluppò al massimo l’attività della borghesia francese. A tale scopo egli garantì da ogni ritorno dei vecchi padroni feudali i proprietari che avevano acquistato durante la rivoluzione i beni della Chiesa e degli emigrati; operò per superare, mediante un’accentuata centralizzazione statale, il particolarismo regionale e municipale che ostacolava l’espansione economica; fondò un nuovo sistema fiscale fondato sull’esclusione di ogni privilegio, sull’uguaglianza tributaria, sull’eliminazione degli antichi arbitri nella riscossione delle imposte, sulla formazione di un catasto dì beni fondiari destinato a stabilizzare le contribuzioni. In particolare Napoleone promulgò un codice civile che consentiva lo sviluppo senza inceppi dei capitale mobile. Esso prevedeva la piena tutela della proprietà borghese ad opera dello Stato e dei tribunali, liberava la proprietà da ogni vincolo feudale e ne sanciva la piena disponibilità, divisibilità e trasmissibilità. Mediante l’introduzione del nuovo codice civile nei territori europei conquistati con una lunga serie di guerre e amministrati secondo le esigenze economiche della borghesia francese (Belgio, Olanda, Italia, paesi renani, ecc.), mediante l’abolizione in essi degli istituti feudali, dei fidecommessi, degli usi civici ecc., Napoleone contribuì in pari tempo allo sviluppo borghese di questi paesi e al rafforzamento della borghesia francese, che trovò in tale politica una condizione favorevole per l’allargamento dei propri mercati.

12.A L. Giunio Bruto e a Valerio Publicola, protagonisti dell’abbattimento della monarchia a Roma e insieme consoli nel 509 a. C., si richiamarono spesso i rivoluzionari francesi dei secolo XVIII, in connessione con l’abbattimento della monarchia e la fondazione della Prima Repubblica. Ai due fratelli Tiberio e Caio Gracco (tribuni della plebe rispettivamente nel 133 e nel 123 a. C. e fautori di una riforma agraria a favore della plebe) si richiamarono durante la rivoluzione le correnti socialmente più avanzate che rivendicavano una “legge agraria” (come avvenne ad esempio col Babeuf, che spesso firmò i suoi articoli col nome di Gracco). Alla politica, seguita da Caio Giulio Cesare (100-44 a. C.) per l’instaurazione della propria dittatura fu spesso paragonata l’ascesa di Napoleone I al consolato e all’impero.

13. Jean Baptiste Say (1767-1832), autore di opere considerate classiche dagli economisti borghesi, e molto in voga sotto la Restaurazione. Fu considerato da Marx il padre dell’”economia volgare”. – Victor Cousin considerato capo della cosiddetta scuola filosofica eclettica; esercitò una notevole influenza culturale sotto la Monarchia di luglio; fu ministro dell’istruzione nel governo Thiers. – Pierre Paul Royer-Collard (1763-1845) filosofo spiritualista, deputato e presidente della Camera sotto la Restaurazione fu uno dei “dottrinari monarchici” che propugnarono una monarchia costituzionale di tipo inglese. Di orientamento cattolico, ma contrario al clericalismo. La sua attività perdette ogni rilievo dopo il 1830. – Benjamin Constant (1767-1830), liberale moderato, avversario di Napoleone e, sotto la Restaurazione, esponente dell’opposizione borghese insieme a Thiers, Cousin e Guizot. Presidente del Consiglio di Stato dopo la rivoluzione dei luglio 1830. – François Guizot (1787-1874), importante storico di origine protestante, consigliere di Stato e membro dell’opposizione borghese sotto la Restaurazione. Fu uno dei capi della Rivoluzione di luglio del 1830, dopodiché fu più volte ministro dell’istruzione e degli interni. Dal 1840 al 1848 ministro degli esteri nel gabinetto Soult, di cui fu però il capo. Nel 1847 presidente del consiglio. Assertore di un liberalismo moderato, il cosiddetto “giusto mezzo”, rappresentò alla camera le posizioni dell’aristocrazia finanziaria. La rivoluzione di febbraio lo allontanò dalla vita politica attiva.

14. Luigi XVIII (1755-1824), re di Francia dal 1814.

15. Oliver Cromwell (1599-1658) capo delle forze parlamentari e della borghesia rivoluzionaria inglese che, nel 1649, sconfissero re Carlo I e istituirono la Repubblica. Nell’ambito di questa, sotto la dittatura di Cromwell, furono realizzate le principali rivendicazioni economico-sociali della borghesia inglese. Marx allude qui al peso che ebbero durante la rivoluzione borghese, in Inghilterra, gli ideali religiosi calvinistici e puritani (i cui seguaci si richiamavano frequentemente al Vecchio Testamento), abbracciati dalla borghesia rivoluzionaria in lotta contro l’assolutismo degli Stuarts, tendente a restaurare il cattolicesimo. Sui rapporti fra protestantesimo, lotta antifeudale e spirito del capitalismo cfr. Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 47-50, K. Marx, Il capitale, Roma, Editori Riuniti, 1970, I, 1, pp. 92-93 e 301.

16. John Locke (1632-1704) è il filosofo empirista inglese che, nei suoi scritti economici e politici, teorizzò in senso borghese il diritto di proprietà, l’uguaglianza nella vita politica, la divisione dei poteri e la tolleranza religiosa. Quando ebbe raggiunto i suoi fini, la borghesia inglese abbandonò i miti religiosi che avevano dissimulato i suoi interessi e sorretto nel momento della lotta la sua tensione rivoluzionaria, (miti che Marx, ironicamente, fa impersonare da Abacuc, uno dei profeti minori del Vecchio Testamento), per rivolgersi a teorie che, come quella di Locke, esprimevano senza veli la sua concezione del mondo.

17. Repubblicano in guanti gialli è chiamato da Marx il repubblicano borghese Armand Marrast (1801-1852), redattore del National fino al 1848, poi membro dei Governo provvisorio e sindaco di Parigi, per l’ostentata signorilità con cui egli, allora soprannominato il marchese della repubblica, si sforzò di adempiere all’ufficio di presidente della Costituente dal giugno 1848 allo scioglimento dell’Assemblea. Marx lo paragona all’astronomo francese Jean Sylvain Bailly (1736-1793), deputato nel 1789 agli Stati generali (poi trasformatisi in Costituente), poiché durante la Rivoluzione francese il Bailly fu come il Marrast un moderato e ricoprì le cariche di presidente della Costituente e di sindaco di Parigi. Inoltre così come il Marrast aveva partecipato alla repressione dell’insurrezione operaia di giugno, il Bailly era stato corresponsabile della sanguinosa repressione del luglio 1791 contro i cittadini riunitisi al Campo di Marte, dopo il tentativo di fuga del re per firmare una petizione repubblicana.

18. Famoso manicomio inglese.

19. Quello dei grandi debiti di Luigi Napoleone è uno dei motivi più diffusi della polemica antibonapartistica contemporanea. Tali debiti erano divenuti immensi a causa delle spese necessarie per finanziare gli agenti bonapartisti.

20. Sul 10 dicembre 1848, in cui L. Napoleone fu eletto presidente della repubblica, cfr. qui p. 76 e, in K. Marx, Le lotte di classe cit., le pp, 169-173.

21. Secondo, una storia biblica (Esodo, 16, 3), fra gli ebrei che fuggivano dall’Egitto, dove erano stati lungamente schiavi, si manifestò un grande scoraggiamento a causa della difficoltà del viaggio, per cui molti avrebbero preferito, ad una libertà riacquistata a prezzo di tanti sacrifici, la sazia schiavitù fino ad allora sopportata. Nello stesso modo i francesi preferirono, alla libertà densa di pericoli rivoluzionari, la tranquilla schiavitù sotto un nuovo Napoleone che fungesse da sentinella dell’ordine.

22. Cioè la rivoluzione proletaria.

23. Sullo svolgimento della rivoluzione di febbraio cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 101 e sg.

24. Con gli intrighi e la dittatura di un avventuriero come L. Napoleone, ciò che appare rovesciato non è cioè, come nel febbraio dei 1848; la monarchia (che anzi essa si va ricostituendo nel quadro di una restaurazione imperiale napoleonica), bensì appaiono e sono rovesciate non solo le libertà democratiche sancite dalla costituzione dei 1848, ma le stesse libertà più limitate (divisione dei poteri, esistenza di un parlamento effettivo anche se eletto a suffragio ristretto ecc.) che, perfino nel periodo della Restaurazione, la monarchia era stata costretta a concedere sotto l’influsso delle lotte svoltesi in Francia dal 1789 in poi. Anziché una trasformazione sociale in senso più avanzato, sembra dunque che le lotte dei 1848 in tale direzione abbiano invece provocato un ritorno dello Stato dalla fase delle concessioni liberali alla fase più antica dell’assolutismo, caratterizzata dal predominio dell’esercito (di cui L. Napoleone si era servito per realizzare il colpo di stato) e dei preti (che a partire dal 10 dicembre 1848 gli avevano garantito l’appoggio dei contadini).

25. Colpo di mano… colpo di testa.

26. Cfr. nella Introduzione di Engels a K. Marx, Le lotte di classe cit., le pp. 56-57. Marx allude alla rapida disintegrazione, al termine della fase ascendente delle passate rivoluzioni borghesi, della base sociale delle forze più avanzate. Così i livellatori, durante la rivoluzione inglese del secolo XVII, dopo la proclamazione della repubblica, e la loro sconfitta dei maggio 1649, si disintegrarono rapidamente. Lo stesso accadde in Francia ai giacobini i quali, dopo la vittoria della reazione termidoriana e il fallimento dei due tentativi insurrezionali dell’aprile e del giugno 1705, perdettero rapidamente la loro base popolare.

27. Questa parodia della battuta di una nota favola esopiana (sullo smargiasso che si vantava di aver saltato perfino il colosso di Rodi, e a cui fu detto: “Ecco Rodi, ora puoi saltare”) si trova già in Hegel. Nella sua Prefazione alla Filosofia del diritto, dopo aver citato lo stesso verso, Hegel così continuava: “Con. una piccola variante quella tal frase suonerebbe: Qui è la rosa, qui devi ballare” (In greco i nomi di “Rodi” e “rosa” sono quasi uguali). La trasformazione non s’intende se non si tiene presente che qualche rigo dopo Hegel polemizza contro la rosa nella croce del presente simbolo della società dei Rosacroce, setta di illuminati del secolo XVII che avevano precorso la massoneria e si erano diffusi particolarmente in Italia (dove ebbero fra i loro affiliati anche Cagliostro)

28. Secondo l’art. 45 della Costituzione del 1848, la seconda domenica di maggio del 1852, sarebbe scaduto il mandato quadriennale del presidente della repubblica e sarebbe stato eletto il nuovo presidente. I democratici della Montagna, specialmente gli esuli, speravano che tale elezione avrebbe portato il loro partito al potere. Perciò essi anche dopo la soppressioneuniversale, orientarono la loro attività in quella prospettiva.

29. Furono chiamati chiliasti i seguaci del millenarismo, una credenza nella realizzazione di un regno glorioso e temporale di Cristo prima del giudizio finale. Secondo un computo desunto dall’Apocalisse tale regno era destinato a durare mille anni. I chiliasti furono numerosi fra i cristiani i primi secoli. Vi fu una ripresa della loro credenza in alcuni ambienti entusiasti al tempo della Riforma. Come i chiliasti attendevano il regno millenario di Cristo, i piccoli borghesi attendevano, dalle elezioni del 1852, il regno millenario della repubblica democratica.

30. Cioè in partibus infidelium, nelle terre degli infedeli. Si usava aggiungere questa espressione al titolo dei vescovi cattolici il cui ufficio era pura mente nominale, in quanto la loro diocesi era situata in terre occupate dagli infedeli. Tale espressione fu frequentemente usata da Marx e da Engels a proposito dei governi costituiti all’estero da emigrati politici, spesso incapaci di tener conto della situazione politica reale dei loro paese. Tali erano i democratici piccolo-borghesi che, nel febbraio del 1851, avevano costituito a Londra una specie di governo centrale della democrazia europea, con lo scopo di dirigere le lotte dei partiti democratici nei vari paesi. Ad esso parteciparono Mazzini, Ruge, Ledru-Rollin ecc. In concomitanza con esso sorsero a Londra comitati o “governi provvisori” per i singoli paesi. Su ciò cfr. la corrispondenza fra Marx ed Engels dei primi mesi del 1851 in Carteggio Marx-Engels, cit., voi. I.

31. Intorno al 390 a.C. i Galli occuparono Roma, ad eccezione del Campidoglio, i cui difensori, secondo la tradizione, furono svegliati dallo schiamazzo delle oche del tempio di Giunone e così salvati da un attacco di sorpresa degli invasori.

32. Libertà, uguaglianza, fraternità. E’ la parola d’ordine che il 25 febbraio accompagnò la proclamazione della repubblica e fu inserita nella costituzione del 1848. In essa, ma in particolare nella fraternité, Marx individuò l’illusione dei democratici di aver dissolto, nella fratellanza universale, le contraddizioni di classe. Ciò fu presto smentito dall’insurrezione operaia di giugno e dalla crudeltà della successiva repressione. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 117 e 139.

33. Il 2 dicembre 1851 la costituzione del 1848 fu soppressa insieme al parlamento. Furono in tal modo dispersi i due gruppi monarchici del partito dell’ordine, orleanisti e legittimisti, i repubblicani puri o azzurri del National e i repubblicani piccolo-borghesi della Montagna. In pari tempo il colpo di Stato respinse nell’ombra gli eroi d’Africa (cioè i generali che avevano partecipato alle operazioni militari svoltesi in Algeria tra il 1829 e il 1848, presenti in tutti i partiti borghesi, dal repubblicano Cavaignac, a Bedeau, a Lamoricière, al monarchico Changarnier), gli oratori politici più noti della tribuna parlamentare (alla quale guardavano con nostalgia tutti gli scrittori antibonapartisti), i creatori di teorie sociali come Considérant e Proudhon, i letterati più noti dell’opposizione, da E. Sue a V. Hugo.

34. Goethe, Faust, parte prima, “Stanza da studio”, parole di Mefistofele.

35. Su Luigi Filippo (1773-1850), re dei francesi dalla rivoluzione del luglio 1830 al febbraio 1848, e sui caratteri generali del periodo in cui fu sul trono cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 90-102.

36. Su tale periodo cfr. ibidem le pp. 102-133. Marx lo chiama il prologo della rivoluzione, in quanto egli considera come vera rivoluzione solo quella proletaria, culminata nei fatti del giugno 1848.

37. In attesa della convocazione dell’Assemblea Costituente, il Governo provvisorio cercò di rinviare a questa ogni decisione sostanziale (compresa la proclamazione definitiva della repubblica, imposta dalle masse nel febbraio), al fine di sottrarsi alla preponderanza del proletariato parigino e di rimettere ogni decisione definitiva alla “sobria Francia contro l’ebbra Parigi”.

38. Sulla composizione del governo provvisorio cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit. pp. 103-105. Si chiamò opposizione dinastica il gruppo diretto da Odilon Barrot il quale, sotto la Monarchia di luglio, rappresentava alla camera i circoli liberali della borghesia industriale e commerciale. Esso voleva una riforma elettorale che, allargando moderatamente il suffragio, permettesse alla borghesia industriale e commerciale di ottenere la maggioranza, ma, in pari tempo, di conservare la dinastia orleanista e l’esclusione delle masse lavoratrici dalla vita politica. L’agitazione si estese, però, fra le masse sorpassando queste modeste rivendicazioni e imponendo, con l’insurrezione, la repubblica e il suffragio universale.

39. Marx intende, con aristocrazia finanziaria, “i banchieri, i re della Borsa, i re delle ferrovie, i proprietari delle miniere di carbone e di ferro e delle foreste, e una parte della proprietà fondiaria venuta con essi a un accordo”. Si tratta cioè di una “frazione” della borghesia (K. Marx, Le lotte di classe cit., p. 91).

40. La Guardia nazionale era una milizia di cittadini armati, destinata a presidiare le conquiste rivoluzionarie. Essa aveva fatto la sua comparsa durante la Rivoluzione francese ed era composta. da elementi della borghesia nelle sue varie gradazioni. L’atteggiamento della Guardia nazionale fu decisivo per il risultato di ogni insurrezione scoppiata in Francia nel secolo XIX.

41. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 120-126, in cui vengono indicati i motivi economici che spinsero la piccola borghesia e i contadini a lottare a fianco della borghesia contro il proletariato: in special modo il divieto di convertire in denaro, per un importo superiore a 100 franchi, le somme depositate sui libretti delle casse di risparmio (particolarmente dannosa per la prima) e l’imposta dei 45 centesimi (particolarmente dannosa per i secondi).

42. “Se Parigi, grazie all’accentramento politico, domina la Francia, nei momenti di convulsioni rivoluzionarie gli operai dominano Parigi” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 106).

43. La maggioranza dei novecento membri dell’Assemblea erano repubblicani borghesi, legati al National. Un quarto dell’Assemblea era composto da monarchici legittimisti e orleanisti, per il momento favorevoli alla repubblica. Vi erano inoltre i democratici piccolo-borghesi e qualche rappresentante degli operai (come Blanc), i quali subirono un evidente insuccesso.

44. Sui fatti del 15 maggio cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 136-137. Il proletariato, che chiedeva l’intervento francese a favore della Polonia, penetrò nell’Assemblea, ma fu respinto dalla Guardia nazionale e dalla Guardia mobile.

45. Louis Auguste Blanqui (1805-1881), comunista francese. Partecipò all’insurrezione del 1830 e capeggiò la fallita insurrezione parigina del 1839. Animatore di club proletari, organizzò i movimenti degli operai parigini del marzo e del maggio 1848. Nel 1870-1871 fu fra i promotori della Comune. Subì circa 37 anni di carcere. Marx ed Engels, pur ravvisando in lui la mancanza di un vero programma economico-sociale e respingendo la tesi che un piccolo numero di cospiratori disciplinati e risoluti sarebbe stato in grado di impadronirsi del potere e di mantenerlo, lo considerarono l’unico capo veramente rivoluzionario del proletariato francese. Nel maggio 1848 furono arrestati insieme a lui Barbès, Albert, Raspail ecc.

46. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 136-145. Il proletariato rispose con l’insurrezione al tentativo della borghesia e del governo di liquidare i laboratori nazionali istituiti nel febbraio, come rimedio contro la disoccupazione, e forti di 100.000 operai. Sui laboratori nazionali cfr. ibidem pp. 128-130.

47. La Guardia mobile fu creata, con un decreto del Governo provvisorio, per la lotta contro il proletariato rivoluzionario. Essa fu composta specialmente di sottoproletari e impiegata contro il proletariato il 16 aprile, il 15 maggio e durante l’insurrezione di giugno. Fu sciolta nel gennaio 1849.

48. Così accadde il 29 gennaio e il 13 giugno 1849, così accadde nella primavera del 1850 e il 2 dicembre 1851.

49. Dopo gli arresti del 15 maggio e la repressione di giugno, si ebbero le incriminazioni di Blanc e Caussidière, che ripararono in Inghilterra. Fu poi la volta di numerosi esponenti socialdemocratici, implicati nel fallito tentativo insurrezionale del 13 giugno 1849.

50. Marx allude qui ai tentativi di tradurre in pratica le idee di “socialisti dottrinari” come Considérant, Vidal, Leroux, Blanc, Proudhon. Noti fra questi tentativi sono: l’istituzione della “Commissione del Lussemburgo” (cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit pp. 110-111), ispirata alle concezioni di Blanc sulla “organizzazione del lavoro”, la quale funzionò nel periodo del Governo provvisorio; la fondazione, nel gennaio 1849, di una “Banca del popolo”, promossa dal Proudhon, in armonia con la sua teoria del “credito gratuito”. In questo passo Marx ribadisce la tesi, più volte enunciata, che la liberazione della classe operaia dipende unicamente dai “grandi mezzi collettivi”, cioè dalla lotta di classe collettiva per la conquista del potere mediante le organizzazioni rivoluzionarie del proletariato. Tale lotta aveva costituito il motivo predominante dell’insurrezione di giugno. In pari tempo Marx esclude l’utilità di ogni altro mezzo con cui si pretenda di sostituire la lotta di classe. Egli respinge le illusioni, spesso ripresentatesi nella successiva storia del movimento operaio, sulla possibile pacifica integrazione del socialismo nel capitalismo mediante lo sviluppo di associazioni economiche, cooperative ecc., indipendentemente dalla lotta di classe, dalla conquista del potere politico da parte del proletariato e dalla conseguente espropriazione dei capitalisti.

51. Tutta la borghesia europea, presa dal terrore per la rivoluzione proletaria suscitato in essa dall’insurrezione di giugno, era stata spinta di nuovo “nelle braccia della reazione feudale monarchica poco prima rovesciata”. (Introduzione di Engels a K. Marx, Le lotte di classe, ed. cit., p. 50).

52. Marx allude alle esagerazioni, diffuse dal “partito dell’ordine”, sulla vittoria riportata da Changarnier, il 13 giugno 1849, nei confronti della “manifestazione pacifica” della Montagna (cfr. qui p. 107); egli allude inoltre allo scarso rilievo della vittoria, riportata successivamente da L. Napoleone, sulla debolissima resistenza del “partito dell’ordine” al colpo di stato del 2 dicembre.

53. Cioè la repubblica borghese pura e semplice, senza i limiti e gli equivoci di una “repubblica accompagnata da istituzioni sociali” (come l’aveva concepita il proletariato); una repubblica che esprimesse pienamente la “dittatura della borghesia” (come avvenne dopo giugno, col terrorismo, con lo stato d’assedio, con le leggi liberticide ai danni del proletariato).

54. Allusione alla leggenda secondo cui l’imperatore romano Costantino (244-337), nel 312, prima della battaglia contro Massenzio, avrebbe visto in cielo una croce con sopra scritto: “In questo segno vincerai”.

55. Marx allude all’allontanamento dal potere dei democratici, avvenuto nel giugno 1848 con l’eliminazione della Commissione esecutiva di cui faceva parte anche Ledru-Rollin; dei repubblicani borghesi, con le elezioni presidenziali, la formazione di un ministero del partito dell’ordine e lo scioglimento anticipato della Costituente; del “partito dell’ordine“, con la sua esclusione dal governo nel novembre 1849.

56. Salvatori della società furono detti rispettivamente: il Cavaignac, per aver diretto la repressione di giugno; Changarnier, per aver violentato la Costituente, nel gennaio del 1849, e aver represso la “manifestazione pacifica” organizzata dalla Montagna il 13 giugno 1849; infine Luigi Bonaparte, per avere eliminato l’anarchia del regime parlamentare.

57. Come afferma Engels, nella Prefazione all’edizione tedesca del Manifesto (ed cit., p. 43), sotto la categoria “socialismo” venivano allora sussunte due specie di persone: Da un lato i seguaci dei vari sistemi utopistici, specialmente gli owenisti in Inghilterra e i fourieristi in Francia. Dall’altro lato i molteplici dulcamara sociali, che con le loro varie panacee e con ogni sorta di rattoppi volevano guarire le miserie sociali, senza fare alcun male al capitale e al profitto. In entrambi i casi gente che stava al di fuori dei movimento operaio e cercava piuttosto un appoggio tra le classi “colte”. Fu per distinguersi da questi indirizzi che Marx ed Engels si chiamarono comunisti. Ma, in modo ancora più vago, giunsero a chiamarsi socialisti, o furono accusati di esserlo, anche alcuni repubblicani borghesi, come J. Favre, il quale dichiarò il 24 maggio 1850: “Il socialismo non è altro che lo spirito umano in azione e in esercizio; è il razionalismo, è la ragione umana nella sua libertà e nella sua indipendenza”. Cfr. anche in K. Marx, Le lotte di classe, cit., le pp. 265-268.

58. Sul coperchio di un recipiente di bronzo, poggiato su un tripode, sedeva a Delfi la Pizia, la sacerdotessa di Apollo che emetteva gli oracoli in nome dei dio.

59. Cioè il Parlamento.

60. Marx si riferisce alla repressione del 3-4 dicembre 1851 contro alcuni deboli tentativi di resistenza al colpo di stato e, in particolare, al massacro indiscriminato di uomini e donne compiuto dai soldati di Bonaparte in alcuni quartieri borghesi del centro di Parigi, col pretesto di eliminare alcune barricate, ma in effetti con l’intento di scoraggiare gli avversari.

61. Crapülinski, come Marx chiama L. Bonaparte, è il ridicolo eroe della nobiltà corrotta nella poesia di Heine: I due cavalieri. Tale nome è formato dalla parola francese crapule (in italiano: crapula).

62. Les Tuileries: palazzo parigino, sulla riva destra della Senna. Appartenne ai re di Francia. Vi risiedettero temporaneamente Luigi XV e Luigi XVI. Fu poi sede della Convenzione. Divenne la sede ufficiale di Napoleone I, dei re della Restaurazione, di L. Filippo e, infine, di L. Napoleone divenuto imperatore.

II

Riprendiamo il filo dell’esposizione.

A partire dalle giornate di giugno, la storia dell’Assemblea nazionale costituente è la storia del dominio e della disgregazione della frazione della borghesia repubblicana, frazione conosciuta col nome di repubblicani tricolori, repubblicani puri, repubblicani politici, repubblicani formalisti, ecc.

Sotto la monarchia di Luigi Filippo questa frazione aveva costituito l’opposizione repubblicana ufficiale, ed era stata quindi parte integrante riconosciuta del mondo politico di allora. Essa aveva i suoi rappresentanti nelle Camere e una notevole sfera d’influenza nella stampa. Il suo organo parigino, il National [1] era, nel suo genere, considerato rispettabile quanto il Journal des Débats [2]. A questa posizione che essa aveva avuto sotto la monarchia costituzionale corrispondeva il suo carattere. Non si trattava di una frazione della borghesia tenuta assieme da grandi interessi comuni e delimitata da particolari condizioni di produzione. Si trattava piuttosto di una consorteria di borghesi, di scrittori, di avvocati, di ufficiali e di impiegati di convinzioni repubblicane, l’influenza dei quali si fondava sull’antipatia personale del paese per Luigi Filippo, sui ricordi della vecchia repubblica, sulla fede repubblicana di un certo numero di sognatori, ma soprattutto sul nazionalismo francese, di cui essa manteneva desto l’odio contro i trattati di Vienna e contro l’alleanza con l’Inghilterra. Una gran parte dell’influenza che il National aveva sotto Luigi Filippo era dovuta a questo imperialismo latente, a cui più tardi, perciò, sotto la repubblica, poté contrapporsi un concorrente vittorioso nella persona di Luigi Bonaparte [3]. Esso combatteva l’oligarchia finanziaria, come tutta la rimanente opposizione borghese [4]. La polemica contro il bilancio, che era in Francia strettamente legata alla lotta contro l’aristocrazia finanziaria, forniva una popolarità troppo a buon mercato e materia troppo copiosa a leading articles [5] puritani, perché non la si dovesse sfruttare. La borghesia industriale era riconoscente al National per la sua servile difesa del sistema protezionista francese, che esso nel frattempo aveva intrapreso più per motivi nazionali che per motivi economici; e la borghesia nel suo assieme gli era riconoscente per le sue denunce piene d’odio contro il socialismo e il comunismo. Per il resto il partito del National era repubblicano puro, cioè voleva una forma repubblicana invece di una forma monarchica di dominio della borghesia e, soprattutto, voleva avere in questo dominio la parte del leone. Delle condizioni di questa trasformazione esso non aveva nessuna idea chiara. Ciò che invece gli era chiaro come la luce del sole, ciò che era stato dichiarato apertamente, negli ultimi tempi del regno di Luigi Filippo, nei banchetti per la riforma [6], era la sua impopolarità tra i piccoli borghesi democratici, e specialmente tra il proletariato rivoluzionario. Questi repubblicani puri, come si conviene a puri repubblicani, stavano già per accontentarsi di una reggenza della duchessa di Orléans [7], quando scoppiò la rivoluzione di febbraio che dette un posto nel governo provvisorio ai loro rappresentanti più conosciuti. Naturalmente, essi godevano in anticipo della fiducia della borghesia e della maggioranza dell’Assemblea nazionale costituente. Dalla commissione esecutiva, formata dall’Assemblea nazionale sin dalla sua prima riunione, vennero subito esclusi gli elementi socialisti del governo provvisorio [8], e il partito del National approfittò dello scoppio dell’insurrezione di giugno per dare il benservito anche alla Commissione esecutiva e sbarazzarsi in questo modo dei suoi rivali più prossimi, i repubblicani piccolo-borghesi o democratici (Ledru-Rollin, ecc.) [9]. Cavaignac [10], il generale del partito repubblicano borghese, che aveva diretto la battaglia di giugno, prese il posto della Commissione esecutiva, con una specie di potere dittatoriale. Marrast, già redattore capo del National, divenne presidente perpetuo dell’Assemblea nazionale costituente, e i ministeri, come tutti gli altri posti importanti, caddero in mano dei repubblicani puri.

La frazione dei repubblicani borghesi, che da tempo si era considerata erede legittima della monarchia di luglio, vide così superati i propri ideali, ma giunse a dominare non già come aveva sognato sotto Luigi Filippo, attraverso una rivolta liberale della borghesia contro il trono, bensì attraverso una sommossa, repressa a colpi di mitraglia, del proletariato contro il capitale. Ciò che essa si era rappresentato come l’avvenimento più rivoluzionario, si riproduceva, in realtà, come il più controrivoluzionario. Il frutto le cadeva in grembo, ma cadeva dall’albero della scienza, non dall’albero della vita.

L’esclusivo dominio dei repubblicani borghesi durò soltanto dal 24 giugno sino al 10 dicembre 1848. La sua storia si riassume nella elaborazione di una Costituzione repubblicana e nello stato d’assedio di Parigi.

La nuova Costituzione [11]non fu altro, in sostanza, che l’edizione repubblicana della Carta costituzionale del 1830 [12]. Il ristretto censo elettorale della monarchia di luglio, che escludeva dal potere una grande parte della borghesia stessa [13], era compatibile con l’esistenza della repubblica borghese. La rivoluzione di febbraio aveva immediatamente proclamato, al posto di quel censo, il suffragio universale diretto [14]. I repubblicani borghesi non potevano sopprimere questo fatto. Essi dovettero perciò accontentarsi di aggiungervi la clausola restrittiva di un domicilio di sei mesi nel collegio elettorale [15]. La vecchia organizzazione amministrativa, municipale, giudiziaria, militare, ecc., rimase immutata, e dove la Costituzione la modificava, la modificazione riguardava i titoli dei capitoli, non il contenuto; i nomi, non la cosa.

L’inevitabile stato maggiore delle libertà del 1848, la libertà personale, la libertà di stampa, di parola, di associazione, di riunione, di insegnamento e di religione, ecc., indossarono una veste costituzionale che le rendeva invulnerabili. Ognuna di queste libertà venne proclamata come diritto assoluto del cittadino francese, ma con la costante nota marginale che essa era illimitata nella misura in cui non le veniva posto un limite dagli “eguali diritti di altri e dalla sicurezza pubblica”, o dalle “leggi”, le quali hanno appunto il compito di mantenere questa armonia (delle libertà individuali tra di loro e con la sicurezza pubblica). Per esempio: “I cittadini hanno il diritto di associarsi, di riunirsi pacificamente e senz’armi, di presentare petizioni e di esprimere le loro opinioni a mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo. Il godimento di questi diritti non ha altri limiti che gli eguali diritti degli altri e la sicurezza pubblica” (Cap. II della Costituzione francese, § 8). – “L’insegnamento è libero. La libertà dell’insegnamento deve essere esercitata nelle condizioni fissate dalla legge e sotto il controllo supremo dello Stato” (Ibidem, § 9). – “Il domicilio di ogni cittadino è inviolabile, eccetto che nelle forme prescritte dalla legge” (Cap. Il, § 3). E cosi via. – La Costituzione rinvia perciò continuamente a future leggi organiche, che debbono spiegare quelle note marginali e regolare il godimento di quelle libertà illimitate, in modo che esse non si urtino a vicenda e non offendano la sicurezza pubblica. Le leggi organiche vennero elaborate in seguito dagli amici dell’ordine [16], e tutte quelle libertà vennero regolate in modo tale che la borghesia, nel godimento di esse, non si urtasse agli uguali diritti delle altre classi. Tutte le volte che essa proibì completamente “agli altri” queste libertà, o ne permise l’esercizio soltanto a condizioni che sono altrettante trappole poliziesche [17], ciò avvenne sempre nell’interesse della “sicurezza pubblica”, cioè della sicurezza della borghesia, così come prescrive la Costituzione. Perciò in seguito ebbero diritto di appellarsi alla Costituzione tanto gli amici dell’ordine, che sopprimevano tutte queste libertà, quanto i democratici, che le reclamavano integralmente. Ogni paragrafo della Costituzione contiene infatti la sua propria antitesi, la sua Camera alta e la sua Camera bassa: nella proposizione generale, la libertà, nella nota marginale, la soppressione della libertà. Sino a che, dunque, il nome della libertà venne rispettato e venne soltanto ostacolata, con mezzi legali s’intende, la vera realizzazione di essa, l’esistenza costituzionale della libertà rimase illesa, intatta, benché la sua esistenza reale venisse distrutta.

Questa Costituzione, resa inviolabile in modo cosi ingegnoso, era però vulnerabile in un punto, come Achille; non nel tallone [18], ma nella testa, o piuttosto nelle due teste in cui culminava: l’Assemblea legislativa da una parte, il presidente dall’altra. Si scorra la Costituzione, e si vedrà che i soli paragrafi assoluti, positivi, senza contraddizioni, incontrovertibili, sono quelli in cui sono determinati i rapporti del presidente con l’Assemblea legislativa. Qui infatti si trattava, per i repubblicani borghesi, di garantire se stessi. I paragrafi 45-70 della Costituzione sono formulati in modo che l’Assemblea nazionale può costituzionalmente deporre il presidente, mentre il presidente può sbarazzarsi dell’Assemblea nazionale solo andando contro la Costituzione, solo sopprimendo la Costituzione stessa. In questo modo dunque la Costituzione esige la propria soppressione violenta. Non solo essa consacra, come la Carta del 1830, la divisione dei poteri, ma la estende sino a farla diventare una intollerabile contraddizione. Il giuoco dei poteri costituzionali, come Guizot chiamava le risse parlamentari tra il potere legislativo e il potere esecutivo, secondo la Costituzione del 1848 viene costantemente giocato va banque [19]. Da una parte 750 rappresentanti del popolo, eletti dal suffragio universale e rieleggibili, i quali costituiscono un’Assemblea nazionale incontrollabile, indissolubile, indivisibile, un’Assemblea nazionale che gode di una onnipotenza legislativa, che decide in ultima istanza della guerra, della pace e dei trattati di commercio, che possiede da sola il diritto di amnistia ed essendo permanente occupa continuamente la ribalta della scena politica. Dall’altra parte il presidente, con tutti gli attributi del potere regio, con la facoltà di nominare e di revocare i suoi ministri indipendentemente dall’Assemblea nazionale, con tutti i mezzi del potere esecutivo concentrati nelle sue mani, con la facoltà di disporre di tutti gli impieghi e quindi di decidere in Francia dell’esistenza per lo meno di un milione e mezzo di persone, giacché tale è il numero di coloro che sono legati ai 500.000 impiegati e agli ufficiali di tutti i gradi. Egli ha ai suoi ordini tutte le forze armate. Gode del privilegio di poter graziare i criminali, di poter sospendere le guardie nazionali, di poter sciogliere, d’accordo con il Consiglio di Stato, i Consigli generali, cantonali e municipali eletti dai cittadini stessi. L’iniziativa e la direzione nella conclusione di tutti i trattati con l’estero gli sono riservate. Mentre l’Assemblea è continuamente sulla scena, esposta alla critica e indiscreta luce del giorno, il presidente conduce un’esistenza ritirata nei Campi Elisi [20], avendo costantemente davanti agli occhi e nel cuore l’articolo 45 della Costituzione, che quotidianamente gli ripete: Frère, il faut mourir! [21] Il tuo potere scade la seconda domenica del bel mese di maggio del quarto anno dalla tua elezione! Allora saran finiti gli splendori; la commedia non si ripete [22], e se hai dei debiti, pensa a tempo a regolarli coi 600.000 franchi che ti elargisce la Costituzione, a meno che tu non preferisca andar a finire nella prigione di Clichy [23], il secondo lunedì del bel mese di maggio! – Se la Costituzione attribuisce in questo modo al presidente il potere di fatto, essa cerca di assicurare all’Assemblea nazionale il potere morale. Ma prescindendo dal fatto che è impossibile creare un potere morale con paragrafi di legge, la Costituzione qui torna a distruggersi da sola, facendo eleggere il presidente da tutti i francesi, a suffragio diretto. Mentre i voti della Francia si disperdono sui 750 membri dell’Assemblea nazionale, qui invece si concentrano su un solo individuo. Mentre ogni singolo rappresentante del popolo rappresenta soltanto questo o quel partito, questa o quella città, questa o quella testa di ponte, o anche semplicemente la necessità di eleggere un settecentocinquantesimo qualunque, senza considerare troppo per il sottile nè la cosa, nè l’uomo, egli è l’eletto della nazione, e l’atto della sua elezione è la briscola che il popolo sovrano gioca una volta ogni quattro anni. L’Assemblea nazionale eletta è unita alla nazione da un rapporto metafisico, il presidente eletto è unito alla nazione da un rapporto personale. E’, ben vero che l’Assemblea nazionale presenta nei suoi rappresentanti i molteplici aspetti dello spirito nazionale; ma nel presidente questo spirito si incarna. Egli possiede rispetto all’Assemblea una specie di diritto divino; egli è per grazia del popolo.

Teti, la dea del mare, aveva predetto ad Achille ch’egli sarebbe morto nel fiore della gioventù. La Costituzione, che aveva il suo punto debole, come Achille, aveva pure il presentimento, come Achille, che le sarebbe toccato morire di morte prematura. Senza che Teti uscisse dal mare a confidare loro il segreto, i repubblicani puri della Costituente non avevano che da abbassare lo sguardo dal cielo nebuloso della loro repubblica ideale sul mondo profano, per vedere come l’arroganza dei monarchici, dei bonapartisti, dei democratici, dei comunisti, e il loro proprio discredito aumentassero di giorno in giorno, nella stessa misura in cui si avvicinavano al compimento della loro grande opera d’arte legislativa [24]. Essi cercarono d’ingannare la sorte con l’astuzia costituzionale dell’articolo 111 della Costituzione, secondo cui ogni proposta di revisione della Costituzione doveva essere votata in tre dibattiti successivi, con un mese intiero di distanza l’uno dall’altro, da almeno tre quarti dei voti, a condizione inoltre che partecipassero al voto almeno 500 membri dell’Assemblea nazionale. Essi facevano così il tentativo disperato di continuare ad esercitare come minoranza parlamentare, a cui già nel loro spirito profetico si vedevano ridotti, quel potere che di giorno in giorno sfuggiva dalle loro deboli mani, nel momento in cui disponevano ancora della maggioranza parlamentare e di tutti i mezzi del potere governativo.

Infine, in un paragrafo melodrammatico, la Costituzione affidava se stessa “alla vigilanza e al patriottismo del popolo francese tutto intiero, come di ogni francese in particolare”, e ciò dopo aver essa stessa, in un altro paragrafo, affidato i “vigilanti” e i “patrioti” alla tenera e feroce attenzione della Corte suprema da essa inventata, la Haute Cour [25].

Tale era la Costituzione del 1848, che il 2 dicembre 1851 venne buttata a terra dal contatto non con una testa, ma con un cappello; vero è che si trattava del tricorno di Napoleone [26].

Mentre i repubblicani borghesi erano occupati, nell’Assemblea, a ponzare, discutere e votare questa Costituzione, Cavaignac, al di fuori dell’Assemblea, manteneva lo stato d’assedio a Parigi[27]. Lo stato d’assedio a Parigi fu l’ostetrico della Costituente durante i dolori del suo parto repubblicano. Se più tardi la Costituzione venne soppressa a colpi di baionette, non si deve dimenticare che essa aveva dovuto essere difesa colle baionette, e spianate contro il popolo, quando era ancora nel seno materno, e che era stata messa al mondo dalle baionette. Gli avi dei “repubblicani dabbene” avevano fatto fare al loro simbolo, il tricolore, il giro dell’Europa [28]. I loro epigoni fecero anch’essi una invenzione, che si aprì da sé il cammino per tutto il continente, per ritornare in Francia con sempre rinnovato amore, fino ad acquistar diritto di cittadinanza nella metà dei suoi dipartimenti. Questa invenzione si chiama stato d’assedio. Invenzione eccellente, applicata periodicamente in ognuna delle crisi che si succedettero nel corso della rivoluzione francese [29]. Ma la caserma e il bivacco, che così venivano imposti periodicamente alla società francese per comprimerle il cervello e farla diventare una persona tranquilla; la sciabola e il moschetto, cui si attribuivano periodicamente le funzioni di giudice e di amministratore, di tutore e di censore, di poliziotto e di guardiano notturno; i mustacchi e l’uniforme del soldato, che venivano periodicamente esaltati come la saggezza suprema e la guida della società; – la caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l’uniforme da soldato, non dovevano alla fine arrivare alla conclusione che era meglio salvare la società una volta per sempre, proclamando il proprio regime come forma suprema del regime politico e liberando la società borghese dalla preoccupazione di governarsi da sé? La caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l’uniforme da soldato dovevano arrivare tanto più facilmente a queste conclusioni, in quanto in tal caso avevano anche il diritto di aspettarsi un miglior pagamento in contanti per questo loro grande merito, mentre negli stati d’assedio semplicemente periodici e nei salvataggi fugaci della società agli ordini di questa o di quella frazione della borghesia vi era in sostanza poco da guadagnare, all’infuori di alcuni morti e feriti e di alcune smorfie amichevoli della borghesia [30]. Non dovevano dunque i militari giocare allo stato d’assedio nel proprio interesse e per proprio conto e in pari tempo porre l’assedio alle tasche della borghesia? Non si dimentichi del resto, sia detto di sfuggita, che il colonnello Bernard, lo stesso presidente della commissione militare che sotto Cavaignac aveva senza giudizio spedito alla deportazione 15.000 insorti, in questo momento si trovava di nuovo alla testa delle commissioni militari che funzionavano a Parigi.

Se i repubblicani dabbene e puri avevano preparato, con lo stato d’assedio di Parigi, il terreno su cui dovevano crescere i pretoriani del 2 dicembre 1851 [31], essi però meritano un elogio, d’altra parte, perché invece di esagerare il sentimento nazionale come sotto Luigi Filippo, ora che disponevano del potere nazionale strisciavano davanti allo straniero, e invece di liberare l’Italia la lasciavano riconquistare dagli austriaci e dai napoletani [32]. L’elezione di Luigi Bonaparte a presidente, il 10 dicembre 1848, pose fine alla dittatura di Cavaignac e alla Costituente [33].

Nel paragrafo 44 della Costituzione è detto: “Il Presidente della Repubblica francese non deve mai aver perduto la qualità di cittadino francese”. Il primo presidente della Repubblica francese, L. N. Bonaparte, non solo aveva perduto la sua qualità di cittadino francese, non solo era stato un funzionario della polizia inglese in servizio speciale, ma era persino naturalizzato svizzero [34].

Ho già spiegato altrove l’importanza dell’elezione del 10 dicembre [35]. Non ritornerò dunque su questo argomento. Qui è sufficiente rilevare che essa fu una reazione dei contadini, che avevano dovuto pagare le spese della rivoluzione di febbraio, contro le altre classi della nazione; una reazione della campagna contro la città [36]. Essa fu accolta con grande simpatia dall’esercito, a cui i repubblicani del National non avevano procacciato né gloria né vantaggi dalla grande borghesia, che salutò Bonaparte come un ponte di transizione verso la monarchia; e dai proletari e dai piccoli borghesi, che videro in lui il castigo per Cavaignac [37]. Avrò occasione in seguito di esaminare con maggiore attenzione la posizione dei contadini verso la rivoluzione francese.

Il periodo che va dal 20 dicembre 1848 sino allo scioglimento della Costituente nel maggio 1849 abbraccia la storia della caduta dei repubblicani borghesi. Dopo aver fondato una repubblica per la borghesia, sbarazzato il terreno dal proletariato rivoluzionario e ridotto temporaneamente al silenzio la piccola borghesia democratica, essi stessi vengono messi da canto dalla massa della borghesia, che a buon diritto mette questa repubblica sotto sequestro, come sua proprietà. Ma questa massa borghese era monarchica. Una parte di essa, i grandi proprietari fondiari, aveva dominato sotto la Restaurazione, e perciò era legittimista. Gli altri, l’aristocrazia finanziaria dei grandi industriali, avevano dominato sotto la monarchia di luglio, e perciò erano orleanisti [38]. I grandi dignitari dell’esercito, dell’università, della Chiesa, del barreau [39], dell’accademia e della stampa si ripartivano tra queste due correnti, sebbene in proporzioni disuguali. Nella repubblica borghese, che non portava né il nome dei Borboni né quello degli Orléans, ma il nome di capitale, essi avevano trovato la forma di Stato in cui potevano dominare in comune. Già l’insurrezione di giugno li aveva tutti riuniti nel “partito dell’ordine” [40]. Ora era necessario innanzi tutto sbarazzarsi della consorteria dei repubblicani borghesi, che detenevano ancora i seggi dell’Assemblea nazionale. Quanto questi repubblicani puri erano stati brutali nell’abusare della forza fisica contro il popolo, altrettanto essi furono vili, pusillanimi, timorosi, inetti, incapaci di lottare nel ritirarsi, ora che era giunto il momento di far valere contro il potere esecutivo e contro i monarchici il loro repubblicanesimo e il loro diritto legislativo. Non tocca a me raccontare qui la storia ignominiosa della loro decomposizione. Non fu un tramonto, fu un svanire. La loro storia finisce per sempre, e nel periodo seguente, sia all’interno che all’esterno dell’assemblea, essi figurano soltanto come ricordi, che sembrano rivivere ogni volta che ritorna a galla il solo nome della repubblica e ogni volta che il conflitto rivoluzionario minaccia di scendere al livello più basso. Noterò di sfuggita che il giornale che aveva dato il suo nome a questo partito, il National, si convertì, nel periodo successivo, al socialismo [41].

Prima di chiudere questo periodo dobbiamo ancora gettare uno sguardo retrospettivo sui due poteri di cui l’uno distrusse l’altro il 2 dicembre 1851, mentre dal 20 dicembre 1848 sino alla fine dell’Assemblea costituente erano vissuti in buoni rapporti coniugali. Mi riferisco da una parte a Luigi Bonaparte, dall’altra parte al partito dei monarchici, coalizzati al partito dell’ordine, dell’alta borghesia. Assumendo la presidenza, Bonaparte formò immediatamente un ministero del partito dell’ordine, alla testa del quale pose Odilon Barrot, il vecchio capo, si noti bene, della frazione più liberale della borghesia parlamentare. Il signor Barrot aveva finalmente messo le mani sul portafoglio ministeriale la cui ombra lo perseguitava sin dal 1830, anzi, sulla presidenza del Ministero. Ma egli non vi giungeva, come se l’era immaginato sotto Luigi Filippo, in qualità di capo più avanzato dell’opposizione parlamentare; bensì col compito di dare il colpo di grazia a un parlamento, e in qualità di alleato di tutti i suoi nemici giurati, i gesuiti e i legittimisti [42].

Egli sposava finalmente la sua fidanzata, ma dopo che questa i era prostituita. Quanto a Bonaparte, egli si ritirava, in apparenza, dietro le quinte. Il partito dell’ordine lavorava per lui.

Sin dal primo consiglio dei ministri venne decisa la spedizione di Roma, e ci si mise d’accordo di intraprenderla all’insaputa dell’Assemblea nazionale e di strapparle sotto un falso pretesto i mezzi necessari [43], Si cominciò a questo modo con una truffa verso l’Assemblea nazionale e con una cospirazione segreta con le potenze assolute dell’estero contro la repubblica romana rivoluzionaria [44]. Allo stesso modo e con le stesse manovre Bonaparte preparò il suo colpo del 2 dicembre contro l’Assemblea legislativa monarchica e contro la sua repubblica costituzionale. Non dimentichiamo che lo stesso partito che il 20 dicembre 1848 formava il ministero di Bonaparte, il 2 dicembre 1851 formava la maggioranza dell’Assemblea nazionale legislativa.

La Costituente aveva deciso in agosto di non sciogliersi prima di aver elaborato e promulgato tutta una serie di leggi organiche, destinate a completare la Costituzione. Il 6 gennaio 1849 il partito dell’ordine le fece proporre, a mezzo del suo rappresentante Rateau, di lasciar correre le leggi organiche e di decidere piuttosto il proprio scioglimento [45]. Non solo il ministero con a capo Odilon Barrot, ma tutti i membri monarchici dell’Assemblea nazionale dimostrarono all’Assemblea in questo momento che il suo scioglimento era necessario per il ristabilimento del credito, per il consolidamento dell’ordine, per metter fine alla situazione provvisoria e confusa e creare uno stato di cose definitivo; le dimostrarono ch’essa intralciava la produttività del nuovo governo e cercava di prolungare la propria esistenza per puro rancore, mentre il paese era stanco di lei. Bonaparte prendeva nota di tutte queste invettive contro il potere legislativo, le imparava a memoria, e il 2 dicembre 1851 mostrò ai monarchici del parlamento che aveva ben imparato da loro. E ritorse contro di loro i loro stessi argomenti.

Il ministero Barrot e il partito dell’ordine andarono più avanti. Organizzarono in tutta la Francia delle petizioni all’Assemblea nazionale, nelle quali questa era garbatamente invitata ad andarsene. Diressero così e infiammarono contro l’Assemblea nazionale, espressione costituzionalmente organizzata del popolo, le masse del popolo inorganizzate, insegnarono a Bonaparte a fare appello al popolo contro le assemblee parlamentari [46]. Infine, il 29 gennaio 1849, arrivò il giorno in cui la Costituente doveva decidere del proprio scioglimento. L’Assemblea nazionale trovò il locale delle proprie riunioni occupato militarmente [47]; Changarnier [48], il generale del partito dell’ordine nelle cui mani era riunito il comando supremo della Guardia nazionale e delle truppe di linea [49], organizzò in Parigi una grande rivista, come se si fosse alla vigilia di una battaglia, e i monarchici coalizzati dichiararono in tono minaccioso all’Assemblea che se non fosse stata arrendevole si sarebbe fatto ricorso alla forza. L’Assemblea fu arrendevole e mercanteggiò soltanto un breve rinvio [50]. Che cosa fu il 29 gennaio, se non il coup d’Etat del 2 dicembre 1851, perpetrato contro l’Assemblea nazionale repubblicana dai monarchici insieme con Bonaparte? Quei signori non notarono e non vollero notare che Bonaparte sfruttò il 29 gennaio 1849 per far sfilare una parte delle truppe davanti alle Tuileries e davanti a sè, e colse avidamente a volo questo primo appello pubblico al potere militare contro il potere parlamentare per far presagire Caligola [51]. Essi non vedevano che il loro Changarnier.

Una delle ragioni che spingevano in modo particolare il partito dell’ordine ad abbreviare con la violenza la vita della Costituente, erano le leggi organiche destinate a completare la Costituzione, come la legge sull’insegnamento, sui culti, ecc. I monarchici coalizzati volevano ad ogni costo fare essi queste leggi e non volevano lasciarle fare dai repubblicani diventati diffidenti. Tra queste leggi organiche ve n’era anche una circa la responsabilità del Presidente della Repubblica. Nel 1851 l’Assemblea legislativa era precisamente intenta alla elaborazione di una legge simile, quando Bonaparte prevenne il colpo col colpo del 2 dicembre. Che cosa non avrebbero dato i monarchici coalizzati, nella loro campagna parlamentare d’inverno del 1851, per trovare bella e fatta la legge sulla responsabilità, e fatta da un’Assemblea repubblicana diffidente e piena d’odio!

Dopo che la Costituente ebbe spezzato il 29 gennaio 1849 la sua ultima arma, il ministero Barrot e gli amici dell’ordine la spinsero alla morte, non risparmiarono nulla di ciò che poteva umiliarla, e strapparono alla sua debolezza disperata delle leggi che le costarono gli ultimi residui di stima di cui ancora godeva nel pubblico [52]. Bonaparte, preso dalla sua idea fissa napoleonica, fu tanto audace da sfruttare pubblicamente questa degradazione del potere parlamentare. Quando infatti l’Assemblea nazionale, l’8 maggio 1849, inflisse un voto di biasimo al ministero per l’occupazione di Civitavecchia da parte di Oudinot [53], e ordinò che la spedizione romana venisse ricondotta ai suoi scopi presunti [54], la stessa sera Bonaparte pubblicò nel Moniteur una lettera a Oudinot in cui lo felicitava per le sue gesta eroiche, e posò a protettore magnanimo dell’esercito in contrapposto ai pennaiuoli del Parlamento [55]. I monarchici sorrisero. Credevano che egli fosse semplicemente il loro dupe [56]. Infine quando Marrast, presidente della Costituente, credette per un istante in pericolo la sicurezza dell’Assemblea nazionale e, forte della Costituzione, requisì un colonnello col suo reggimento, il colonnello, richiamandosi alla disciplina, lo rinviò a Changarnier, il quale respinse con ironia la sua richiesta facendogli notare che non gli piacevano le bayonettes intelligents [57]. Nel novembre 1851, quando i monarchici coalizzati vollero impegnare la battaglia decisiva contro Bonaparte, essi cercarono, nella loro famigerata “legge dei questori” di attuare il principio della requisizione diretta delle truppe da parte del presidente dell’Assemblea nazionale [58]. Uno dei loro generali, Lefló [59], aveva firmato il progetto di legge. Invano Changarnier votò per la proposta e Thiers [60] rese omaggio alla chiaroveggenza della vecchia Costituente. Il Ministro della guerra Saint-Arnaud [61] gli rispose colle stesse parole con cui Changarnier aveva risposto a Marrast, e tra gli applausi della Montagna [62].

In questo modo il partito dell’ordine, quando non era ancora Assemblea nazionale, quando era ancora soltanto ministero, aveva screditato il regime parlamentare. E si mette a strillare quando il 2 dicembre 1851 lo bandì dalla Francia!

Noi gli auguriamo buon viaggio.

Note

1. Quotidiano apparso dal 1830 al 1851 a Parigi, di cui fu redattore capo A. Marrast.

2. Fondato nel 1789. Sotto la Monarchia di luglio fu l’organo governativo della borghesia orleanista. Nel 1848 esso fu il portavoce della borghesia del “partito dell’ordine”.

3. I trattati di Vienna (sottoscritti nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, sotto l’egida delle grandi potenze), mentre davano all’Europa un assetto politico reazionario, assai simile a quello esistente alla vigilia della Rivoluzione francese, miravano a indebolire la posizione politica della Francia in Europa, togliendole ciò che aveva conquistato sotto l’Impero, organizzando o rafforzando, ai suoi confini, un gruppo di Stati destinati a servire da barriere antifrancesi. Di qui l’opposizione del nazionalismo francese ai trattati di Vienna, opposizione che si rafforzò dopo il 1840, in contrasto col progressivo accostamento del Guizot alla politica conservatrice dell’Austria. Il nazionalismo francese aveva anche reagito all’intesa con l’Inghilterra (la grande nemica storica della Francia e principale protagonista della coalizione antinapoleonica), realizzata dopo il 1830, ma entrata in crisi nel 1840. In tale nazionalismo Marx vede un residuo dell’imperialismo che aveva dominato la Francia sotto Napoleone e a cui, benché sotto altre forme, si ricollegherà la politica estera del Secondo Impero.

4. Questa comprendeva anche l'”opposizione dinastica”.

5. Articoli di fondo.

6. I banchetti erano riunioni in cui i presenti, alla fine del pasto, ascoltavano brindisi e discorsi politici di uno o più oratori ufficiali. E’ un sistema d’origine inglese, già usato dal Guizot per mantenere il contatto coi propri elettori. Servendosi di esso, l’opposizione borghese sviluppò, nell’inverno 1847-1848, l’agitazione per l’estensione del suffragio elettorale.

7. Per salvare la situazione che stava precipitando, Luigi Filippo abdicò, la mattina del 24 febbraio, a favore del nipote (il conte di Parigi). Data la minore età di questi, la reggenza toccava alla madre, la duchessa d’Orléans.

8. Anziché un governo, la Costituente elesse una Commissione esecutiva a cui spettava la nomina dei ministri, composta dai repubblicani Arago, Marie, Garnier Pagès, Lamartine e dal democratico Ledru-Rollin. Ne furono esclusi Blanc e l’operaio Albert, ex membri socialisti del Governo provvisorio.

9.L’esclusione dei democratici era connessa con la sconfitta operaia di giugno, benché essi avessero collaborato alla repressione dell’insurrezione. Infranta l’energia rivoluzionaria del proletariato, era infatti minata anche “la base su cui si fondava la potenza del loro partito, giacché la piccola borghesia non può avere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro di sé il proletariato” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 148). Inoltre la borghesia, una volta liquidata la forza della classe operaia, non aveva più bisogno di loro per coprirsi le spalle a sinistra. Il loro capo Alexandre Ledru-Rollin (1807-1874), avvocato parigino e deputato dal 1841, aveva contribuito a radicalizzare l’agitazione dei banchetti; era poi entrato nel Governo provvisorio e, successivamente, nella Commissione esecutiva. Costretto a riparare in Inghilterra dopo i fatti del 13 giugno 1849, rientrò in Francia solo nel 1870. Fu un collaboratore di Mazzini.

10. Eugène Louis Cavaignac (1802-1857), generale repubblicano, già distintosi in Algeria. Durante la repressione di giugno gli furono affidati i pieni poteri, che egli mantenne successivamente col titolo di presidente del consiglio. Sconfitto da L. Napoleone nelle elezioni presidenziali del 10 dicembre 1848, fu all’opposizione coi repubblicani del National nell’ultima fase di vita della Costituente e alla Legislativa. Arrestato il 2 dicembre 1851 e poi liberato, fu rieletto deputato, ma fu dichiarato dimissionario per essersi rifiutato di prestare giuramento.

11. Pubblicata il 4 novembre 1848.

12. Fu la legge fondamentale dello Stato sotto Luigi Filippo. Essa sanciva formalmente i diritti sovrani della nazione, senza però limitare eccessivamente la potenza del re. In pari tempo essa manteneva l’apparato burocratico e repressivo centralizzato. Fu accompagnata da dure leggi contro il movimento operaio e le forze democratiche.

13. Partecipavano alle elezioni circa 200.000 elettori.

14. Il suffragio universale fu sancito, sotto la pressione popolare, con un decreto del 2 marzo.

15. Tale clausola è contenuta nella legge elettorale per le elezioni alla Legislativa, votata nel 1849 dalla Costituente.

16. Il “partito dell’ordine” cercò di affrettare lo scioglimento della Costituente, in cui si trovava in minoranza, per poter esso stesso elaborare tali leggi nella futura Legislativa, nella quale, come era apparso chiaro dalle elezioni suppletive del settembre 1848, sarebbe stato certamente in netta maggioranza.

17. Così, ad esempio, per la libertà di stampa: le gravi leggi sui delitti di stampa e l’altissima cauzione richiesta, che colpivano unicamente i giornali di sinistra, rendevano tale libertà praticamente inoperante. Lo stesso può dirsi per la libertà di associazione, dopo la legge per la limitazione dei clubs approvata dalla Costituente.

18. Dalla dea marina Teti, sua madre, Achille era stato immerso nell’acqua dello Stige, che rendeva invulnerabili. Ma era rimasto fuori dall’acqua, quindi vulnerabile, il tallone con cui Teti lo aveva sorretto durante l’immersione. Una freccia avvelenata, lanciata da Paride e conficcatasi in quel tallone, uccise Achille sotto le mura di Troia.

19. Tutto sulla carta.

20. Campi Elisi (dal nome del luogo di beatitudine dell’oltretomba omerico) è il nome di una celebre zona. di Parigi destinata al passeggio. Con essa confinava il giardino dell’Eliseo, cioè del palazzo adibito a sede del presidente della repubblica.

21. Fratello, bisogna morire.

22. Il presidente uscente, secondo la Costituzione, non era rieleggibile.

23. Prigione parigina per debiti, in funzione dal 1826 al 1867.

24. Ne erano state un indice le elezioni parziali del 19 settembre 1848: ai repubblicani non toccò neppure un seggio. Su 15 seggi furono eletti 2 elementi di sinistra, fra cui lo scienziato comunista Raspail (in galera per i fatti del 15 maggio) e 13 elementi di destra, fra cui Luigi Bonaparte e il suo futuro ministro: il banchiere orleanista Fould.

25. Alta Corte: essa doveva giudicare senza appello sia le accuse presentate dall’Assemblea nazionale contro il presidente e i ministri, sia le persone che questa le inviava come colpevoli di attentati e delitti contro a sicurezza dello Stato. All’Alta Corte vennero deferiti coloro che si batterono apertamente contro le violazioni della Costituzione di cui si rese colpevole il “partito dell’ordine”.

26. La Costituzione non fu cioè abbattuta da una “testa”, che così non poteva chiamarsi “l’uomo più limitato della Francia”, bensì dal tricorno di Napoleone I (spesso l’imperatore tra stato raffigurato col tricorno in testa). Per un esame più dettagliato della costituzione del 1848 cfr. K. Marx, Die Konstitution der Franzjsischen Republik, angenommen am 4 November 1848 [La Costituzione della repubblica francese approvata il 4 novembre 1848], in K. Marx – F. Engels, Werke, ed. cit., Band 7, pp. 494-506.

27. Proclamato durante l’insurrezione di giugno, esso fu prorogato, fino al 29 ottobre 1848 e abbracciò così tutto il periodo di elaborazione della costituzione (pubblicata il 4 novembre). Esso fu l’espressione della vittoria controrivoluzionaria della borghesia sul proletariato.

28. I veri “avi” dei repubblicani del National sono i Girondini, la frazione borghese che prevalse, durante la Rivoluzione francese, dal marzo del 1792 fino al trionfo della politica radicale della Montagna. Durante il loro predominio fu dichiarata la guerra alle potenze reazionarie d’Europa (20 aprile 1792). Cominciò così la diffusione del tricolore e dei principi rivoluzionari, che preludeva alla successiva espansione della potenza francese sotto Napoleone.

29. Oltre che a Parigi, nel 1848 lo stato d’assedio fu proclamato in altre zone della Francia, come a Lione e nei dipartimenti vicini; fu proclamato di nuovo il 13 giugno 1849, poi utilizzato da L. Bonaparte, il 2 dicembre 1851, per reprimere le resistenze al colpo di stato.

30. “Dopo l’insurrezione di giugno, la preminenza sociale e il soldo sproporzionatamente più elevato delle guardie mobili irritavano l’Armée [l’esercito], mentre svanivano al tempo stesso tutte le illusioni nazionali con cui, sotto Luigi Filippo, il repubblicanesimo borghese aveva saputo legare a sé… una parte dell’esercito e della classe dei contadini… Per un istante l’esercito e la classe dei contadini avevano creduto che insieme con la dittatura militare fossero poste all’ordine del giorno della Francia la guerra all’estero e la gloire [gloria]. Ma Cavaignac: non era la dittatura della spada sulla società borghese, era la dittatura della borghesia, mediante la spada. E del soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 156-159).

31. Nell’antica Roma, i pretoriani erano una milizia privilegiata che fungeva da guardia ufficiale dell’imperatore. Vengono qui chiamati pretoriani i militari della Società del 10 dicembre, con l’aiuto dei quali L. Bonaparte realizzò il colpo di stato.

32.Sulla politica estera degli uomini del National, i quali confutarono nella pratica tutte le tesi che il loro giornale aveva sostenuto sotto Luigi Filippo, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 157-158. L’Austria e il re di Napoli riuscirono, durante la seconda metà del 1848, a riconsolidare le posizioni politiche scosse dai precedenti movimenti rivoluzionari.

33. In realtà la Costituente rimase in vita col compito di elaborare le leggi “organiche”, ma le elezioni presidenziali, in quanto avevano espresso una maggioranza completamente diversa, l’avevano esautorata e affrettarono il suo scioglimento.

34. L. Bonaparte prese la cittadinanza svizzera nel 1832, nel cantone di Thurgau. Riparato in Inghilterra, dopo la fuga dalle galere francesi, in cui scontava la condanna subita per il fallito sbarco di Boulogne, si arruolò volontariamente nella riserva della polizia inglese, costituita da civili.

35. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 169 e sg.

36. Sulle spese della rivoluzione di febbraio pagate dai contadini con “l’imposta dei 45 centesimi”, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 125,

37. Cioè la condanna della sua vittoria di giugno.

38. Si intende per Restaurazione il periodo 1815-1830, contrassegnato in Francia dal ritorno sul trono, dopo la fine del regime napoleonico, della dinastia “legittima” dei Borboni; la quale con la rivoluzione del luglio 1830 fu sostituita dagli Orléans (ramo cadetto dei Borboni, il cui unico re fu Luigi Filippo). Sotto la Restaurazione, i grandi proprietari fondiari di origine feudale, rovesciati ed emigrati durante la Rivoluzione, tornarono alla sommità dello Stato, beneficiando anche di un indennizzo per le loro proprietà confiscate e vendute nel periodo rivoluzionario.

39. Foro.

40. Era sorto sotto l’influenza del clericale Falloux, dell’orleanista Thiers e dei legittimista Berryer. Esso faceva capo al circolo della Rue Poitiers e, benché agisse con cautela, riuscì ad esercitare la sua influenza conservatrice già nel periodo della Costituente.

41. Allusione ironica. Marx parla qui di socialismo nel senso generico che la parola aveva assunto in Francia in quel periodo.

42. Camille Hyacinthe Odilon Barrot (1791-1873), avvocato orleanista, esponente dell’opposizione liberale sotto la Restaurazione e capo dell’opposizione dinastica sotto la Monarchia di luglio, durante la quale appoggiò il Thiers contro il Guizot. Partecipò all’agitazione dei banchetti. Quando, contrariamente alle sue intenzioni, questa si trasformò in un movimento insurrezionale, egli tentò invano di placare gli insorti e accettò da Luigi Filippo l’incarico di formare un governo, incarico concesso però troppo tardi, quando la situazione della monarchia era irrimediabilmente compromessa. Anziché divenir capo di un governo di “sinistra”, com’egli desiderava, sotto la spinta dell’agitazione condotta nel 1847-1848 contro le forze più reazionarie, il Barrot giunse così al governo come esponente di queste, con l’appoggio di clericali come Falloux e di legittimisti come Berryer, contro i quali egli. liberale laico e “volterriano”, aveva combattuto sotto la Restaurazione e la Monarchia di luglio. Il rapido susseguirsi degli avvenimenti e le esigenze dell'”ordine” avevano trasformato in trascurabili sfumature le sue differenze dagli avversari di un tempo. Rimase in carica fino all’ottobre del 1849. Ritiratosi in disparte dopo il colpo di stato, si riavvicinò a L. Napoleone nel 1870, nell’epoca dell’Impero liberale.

43. La Repubblica romana era stata proclamata nel febbraio, sotto l’influenza di Mazzini. Sulla spedizione francese contro di essa in appoggio ai desideri di papa Pio IX, allora fuggito da Roma, e sul suo significato cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 194-200. Il falso pretesto con cui fu mascherata la spedizione contro la repubblica è contenuto nel proclama dell’Assemblea nazionale sull’intervento in Italia, in data 31 marzo 1849; “L’Assemblea nazionale ha adottato e il Presidente dell’Assemblea proclama la risoluzione il cui tenore è il seguente: L’Assemblea nazionale dichiara che se il potere esecutivo, per meglio garantire l’integrità del territorio piemontese e meglio salvaguardare gli interessi e l’onore della Francia, crede di dover prestare ai suoi negoziati l’appoggio di una parziale e temporanea occupazione in Italia, troverà la più completa partecipazione dell’Assemblea nazionale”.

44. Queste potenze furono Austria, Spagna e Regno delle Due Sicilie. I loro ambasciatori erano riuniti a Gaeta, con l’ambasciatore francese, per concordare la spedizione, nello stesso giorno in cui l’Assemblea votava la fiducia al governo sulla base del proclama sopracitato.

45. Jean Pierre Rateau (1800-1887), avvocato orleanista, legato, sotto la Monarchia di luglio, all’opposizione dinastica; aveva partecipato all’agitazione dei banchetti. Deputato alla Costituente e alla Legislativa, appartenne al “partito dell’ordine”. La sua proposta prevedeva l’elezione della Legislativa per il 4 marzo e lo scioglimento della Costituente per il 19 marzo.

46. Così egli fece, proponendo, nel 1851, il ristabilimento del suffragio universale precedentemente abolito dalla Legislativa.

47. Quando il presidente Marrast chiese spiegazioni, Changarnier (e poi il Barrot) rispose che le truppe erano riunite per combattere un’insurrezione della Guardia mobile (minacciata di scioglimento e collegata con gli “anarchici”) e che avevano dovuto occupare una posizione favorevole per la difesa dell’Assemblea. Alcuni considerarono l’operazione un colpo di stato non portato alle estreme conseguenze.

48. Nicolas Anne Théodule Changarnier (1793-1877), generale monarchico, già distintosi in Algeria, di cui fu governatore nel 1848. Fu deputato alla Costituente e alla Legislativa. Partecipò alla repressione di giugno. Sulla sua attività fino al 2 dicembre vedi le pagine successive. L. Napoleone cercò di utilizzarlo ai suoi fini, ma egli si legò al partito dell’ordine, mantenendosi neutrale fra orleanisti e legittimisti, al fine di diventare il candidato alla presidenza di entrambi. Esiliato dopo il colpo di stato, si appartò dalla politica.

49. Il comando della Guardia nazionale della Senna, della Guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare. Ciò costituiva un’illegalità, perché in contrasto con la Costituzione.

50. Accettando un compromesso (l’emendamento Lanjuinais) che era una capitolazione, in quanto prolungava la sua vita di solo qualche giorno oltre il 4 marzo, la Costituente decise di sciogliersi dopo aver varato, oltre al bilancio, le leggi sul Consiglio di Stato e sul sistema elettorale. Essa rinunciava così al compito di emanare le altre “leggi organiche”.

51. Cioè l’imperatore romano Caligola (37-41), famoso per la sua crudeltà e la sua stoltezza.

52. Tale fu, ad esempio, l’accettazione, col voto dei repubblicani borghesi, della legge sulla soppressione dei clubs (cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 192-194), con cui si violava il diritto di associazione, sancito dalla costituzione (art. 8).

53. Nicolas Charles Victor Oudinot (1791-1863), ex ufficiale napoleonico, già deputato dell’opposizione dinastica sotto la Monarchia di luglio. Membro della Commissione difesa dei Governo provvisorio ed eletto alla Costituente fra i repubblicani, fu nominato comandante dell’esercito delle Alpi, poi capo dei corpo di spedizione contro la Repubblica romana. Deputato alla Legislativa, passò al “partito dell’ordine” e tentò di resistere al colpo di stato dei 2 dicembre, in qualità di capo delle inesistenti forze armate fedeli al parlamento.

54. In data 8 maggio 1849, l’Assemblea adottò la seguente risoluzione: “L’Assemblea Nazionale invita il Governo a prendere, senza indugio, le misure necessarie affinché la spedizione d’Italia non sia più a lungo distolta dallo scopo che le era stato assegnato”. Si tratta dello scopo dichiarato nella risoluzione del 31 marzo. Differentemente dalle promesse dei governo, l’esercito francese aveva investito Roma, subendo una cocente sconfitta il 30 aprile, presso Porta S. Pancrazio, ad opera di Garibaldi.

55. Pubblicata il 9 maggio su La Patrie, a scopo provocatorio nei confronti della decisione della Costituente, letta poi all’Assemblea, e, infine, pubblicata nel resoconto parlamentare del Moniteur il 10 maggio, essa suona cosi: “Mio caro Generale, la notizia telegrafica che annuncia la resistenza imprevista da voi incontrata sotto le mura di Roma, mi ha addolorato vivamente. Come sapete, io speravo che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, avrebbero ricevuto con simpatia un esercito che veniva a compiere presso di loro un’azione benevola e disinteressata. Le cose sono andate altrimenti; i nostri soldati sono stati accolti come nemici, il nostro onore militare è impegnato; non tollererò che venga in alcun modo intaccato. I rinforzi non vi mancheranno. Dite ai vostri soldati che io apprezzo il loro valore, che condivido le loro sofferenze e che essi potranno contare sempre sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza. Accettate, mio caro generale, l’assicurazione della mia alta stima. Luigi Napoleone Bonaparte”. Il Moniteur è un quotidiano pubblicato dal 1789 al 1901. Dal 1799 al 1814 e dal 1816 al 1868 esso fu l’organo ufficiale del governo. Nelle sue colonne venivano pubblicati gli ordini governativi, i resoconti delle sedute parlamentari e altri materiali ufficiali.

56. Zimbello.

57. Le baionette intelligenti. Alludendo forse ai termini offensivi per il Marrast (“questo brutto e piccolo briccone”) scritti dallo Changarnier al generale Forey, il 29 gennaio 1849, per vietargli di consentire alla richiesta di mettere due battaglioni a disposizione della Costituente. Marx riprende un’espressione allora corrente, coniata dall’economista M. Chevalier: “Le baionette cominciano a divenire intelligenti”. Essa costituisce il rovesciamento di un’altra espressione dei pubblicista E. de Girardin: “Quando il potere è in mano di ministri più temerari che fermi, per far esplodere una rivoluzione basta la capsula di una baionetta non intelligente”.

58. Si chiamavano questori i membri della commissione parlamentare per l’economia e le finanze, responsabili anche per la protezione e la sicurezza dell’Assemblea.

59. Adolpbe Emmanuel Charles Leflò (1804-1887), generale e diplomatico, deputato del “partito dell’ordine” alla Costituente e alla Legislativa. Allontanato dall’esercito ed esiliato dopo il 2 dicembre, divenne nel 1870-1871 ministro della guerra nel governo di difesa nazionale.

60. Louis Adolpbe Thiers (1797-1877), autore di importanti opere storiche sulla Rivoluzione francese, sul Consolato e sull’Impero. Nel 1830 fu fautore di Luigi Filippo e, sotto il suo regno, più volte ministro dell’interno e due volte presidente del consiglio. Fu il principale responsabile del massacro della rue Transnonain, avvenuto durante l’insurrezione repubblicana di Parigi dei 1834. Passato nelle file dell’opposizione dinastica, sperò di servirsi dell’agitazione dei banchetti, pur non partecipandovi direttamente, per sostituire un proprio ministero a quello del Guizot. Sul suo atteggiamento fino al 2 dicembre vedi più oltre. Subì l’arresto e un breve esilio dopo il colpo di stato. Dal 1863 fu deputato di opposizione sotto il Secondo Impero. Dopo la proclamazione della repubblica, nel 1870, divenne capo dell’esecutivo. In tale qualità egli trattò coi prussiani e si adoperò per l’abbattimento della Comune, rendendosi personalmente responsabile del massacro dei comunardi. Fu successivamente presidente della repubblica fino al 1873. Cfr. il giudizio su di lui dato da Marx nell’Indirizzo dei Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli operai sulla guerra civile in Francia cit., pp. 887-932.

61. Arman Leroy de Saint-Arnaud (1801-1854), ministro della guerra dal 1851 al 1854 e maresciallo dal 1852. Uno dei principali organizzatori del colpo di stato del 2 dicembre. Fu comandante in capo del corpo di spedizione francese in Crimea.

62. La Montagna, nel 1851, votò infatti contro la legge dei questori.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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