L’imperialismo fase suprema del capitalismo . Vladimir Lenin (1916)

L’imperialismo fase suprema del capitalismo .Vladimir Lenin (1916)

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Scritto tra il gennaio-luglio 1916, pubblicato nell’aprile 1917.


Prefazioni

Prefazione alla prima edizione

Prefazione alle edizioni francese e tedesca

L’imperialismo, fase suprema del capitalismo

 

L’imperialismo

Fase suprema del capitalismo

Introduzione

Negli ultimi quindici o venti anni, e specialmente dopo la guerra ispano-americana (1898) [1] e la guerra anglo-boera (1899-1902) [2], nella pubblicistica tanto economica quanto politica del vecchio e del nuovo mondo, ricorre sempre più di frequente il termine di ” imperialismo ” per qualificare l’epoca in cui noi viviamo. Nel 1902 fu pubblicata a Londra e a New York l’opera dell’economista inglese J. A. Hobson, intitolata appunto Imperialismo. In essa l’autore, che condivide le teorie del socialriformismo borghese e del pacifismo -una concezione, cioè, sostanzialmente identica a quella attuale dell’ex marxista K. Kautsky- fa un’ottima e circostanziata esposizione delle fondamentali caratteristiche economiche e politiche dell’imperialismo. Nel 1910 comparve a Vienna l’opera del marxista austriaco Rudolf Hilferding, intitolata Il capitale finanziario. Quest’opera, nonostante l’erroneità dei concetti dell’autore nella teoria della moneta e nonostante una certa tendenza a conciliare il marxismo con l’opportunismo, offre una preziosa analisi teorica ” sulla recentissima fase di sviluppo del capitalismo ” -come dice il sottotitolo del libro di Hilferding. Tutto ciò che intorno all’imperialismo è stato detto in questi ultimi anni- particolarmente nell’infinita congerie di articoli di riviste e di giornali trattanti questo tema, come pure nelle risoluzioni dei congressi tenutisi a Chemnitz e a Basilea nell’autunno del 1912- non esce, in realtà, dall’ambito delle idee esposte o, più esattamente, riassunte dai due summenzionati autori.

Nelle pagine seguenti noi vogliamo fare il tentativo di esporre con la massima brevità, e in forma quanto più si possa accessibile a tutti, la connessione e i rapporti reciproci tra le caratteristiche economiche fondamentali dell’imperialismo. Non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati economici del problema. Le notizie bibliografiche ed altre note che potrebbero non interessare tutti i lettori, si trovano alla fine dell’esposizione.

Note

1. La Dottrina di Monroe (l’America agli americani), del 1822, ebbe il suo complemento nel panamericanismo, cioè nella politica tesa a imporre il potere economico e politico degli USA su tutti gli Stati dell’America centrale e meridionale. Il panamericanismo ebbe la stia sanzione ufficiale nella prima Conferenza panamericana di Washington del 1889 e cominciò ad avere applicazione pratica con la minaccia di guerra all’Inghilterra, nel 1895, se non avesse rinunziato alle sue aspirazioni sul Venezuela. La prima e più clamorosa affermazione dei princìpi dei panamericanismo fu occasionata dalla rivolta di Cuba contro il dominio spagnolo (1895); in quell’occasione l’affondamento di una corazzata americana servì di pretesto agli Stati Uniti per attaccare l’impero spagnolo in America (1898). La guerra fu decisa in alcuni scontri navali e con il trattato di Parigi dell’agosto 1898 gli spagnoli dovettero rinunziare agli ultimi residui dell’antico impero: Cuba passò praticamente sotto il dominio degli USA e per Portorico si giunse a una vera e propria annessione. Inoltre, fuori dell’emisfero americano, la Spagna dovette cedere le Filippine e le Guam, e gli Stati Uniti, con l’annessione delle Hawaii e di parte delle Samoa, ebbero accesso in oriente, dove il grande mercato cinese costituiva un ambìto obiettivo per tutti i paesi industrializzati.

2. La guerra anglo-boera, che segna l’inizio del conflitto coloniale anglo-tedesco, fu voluta soprattutto dal ministro britannico delle colonie Joseph Chamberlain e da Cecil Rhodes per assicurarsi il possesso delle miniere d’oro, rafforzare l’imperialismo inglese in Africa (vi era il progetto della ferrovia Cairo-Città del Capo) e frenare l’espansione tedesca in Africa. La guerra ebbe inizio l’l1 ottobre del 1889 e fu aspra e difficile per la tenace resistenza dei boeri, con i quali solidarizzò larga parte dell’opinione pubblica europea.

CAP – I. La concentrazione della produzione e i monopoli

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione [1] della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo.

In Germania, per esempio, su ogni mille imprese industriali si avevano, nel 1882, tre grandi aziende, cioè con più di 50 operai salariati; sei nel 1895; nove nel 1907. Erano dipendenti dalle grandi aziende, rispettivamente il 22%, il 30% e il 37% di tutti gli operai. Ma il lavoro nelle grandi aziende essendo molto più produttivo, la produzione si concentra molto più intensamente della mano d’opera, come è dimostrato dai dati che si hanno sulle macchine a vapore e sui motori elettrici. Se si tien conto di tutto ciò che in Germania si designa come industria, nel senso più ampio della parola, includendovi il commercio, i mezzi di comunicazione, ecc., si ottiene il quadro seguente:

Numero Milioni di operai Forza-vapore in milioni di cavalli Elettricità in milioni di chilowatt
Imprese in generale 3.265.623 14,4 8,8 1,5
Grandi aziende 30.588 5,7 6,6 1,2
Percentuale 0,9 39,4 75,3 80

Meno di una centesima parte delle aziende dispone di più di tre quarti della quantità totale della forza-vapore e dell’energia elettrica! Alle 2.970.000 piccole aziende (con non più di cinque operai) che costituiscono il 91% del numero totale delle aziende, spetta in tutto il 7% della forza-vapore e dell’energia elettrica! Alcune decine di migliaia di grandi aziende sono tutto; milioni di piccole aziende, niente.

Nel 1907 v’erano in Germania 586 aziende con mille e più operai, ed esse disponevano di quasi un decimo (1.380.000) del numero complessivo dei lavoratori e di quasi un terzo (32% del totale di forza-vapore e di energia elettrica [*1]. Come vedremo, il capitale monetario e le banche rendono ancora più opprimente, nel senso letterale della parola, questa preponderanza di un piccolo gruppo di grandi aziende; cioè milioni di piccoli, medi e, in parte, perfino alcuni dei grandi “padroni” si trovano interamente alle dipendenze di poche centinaia di milionari dell’alta finanza.

Ancora più rapido è il processo di concentrazione della produzione in un altro dei paesi avanzati del moderno capitalismo, cioè negli Stati Uniti d’America. Qui la statistica distingue l’industria in senso stretto, e raggruppa le aziende secondo il valore della produzione annua. Annoverando tra le grandi aziende tutte le imprese aventi una produzione annua di oltre un milione di dollari, si ha il seguente quadro:

Numero Milioni di lavoratori Produzione annua in miliardi di dollari
1904:
Imprese in generale. . . . 216.180 5,5 14,8
Grandi aziende. . . . 1.900 1,4 5,6
Percentuale. . . . 0,9 25,6 38
1909
Imprese in generale. . . . 268.491 6,6 20,7
Grandi aziende. . . . . . 3.060 2,0 9,0
Percentuale . . . . . . . 1,1 30,5 43,8 [*2]

Quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3 mila aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell’industria. Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d’altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti – forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente. Ma anzitutto dobbiamo eliminare un possibile equivoco.

La statistica americana parla di 3.000 imprese gigantesche in 250 rami industriali, sicché a ciascun ramo spetterebbero 12 grandi imprese.

Ma così non è in realtà. Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende, e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta combinazione, cioè dall’unione in un’unica impresa di diversi rami industriali, sia che si tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio, estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell’acciaio ed eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti di rami industriali ausiliari l’uno rispetto all’altro (per esempio, la lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da imballaggio, ecc.).

Scrive Hilferding:

“Peraltro la combinazione: a) livella le differenze congiunturali, garantendo così una maggiore stabilità al saggio di profitto dell’impresa combinata; b) determina l’eliminazione del commercio; c) amplia le possibilità di progresso tecnico favorendo con ciò il conseguimento di extraprofitti rispetto all’impresa non combinata; d) nella lotta concorrenziale, rafforza la posizione dell’impresa combinata contro l’impresa non associata durante i periodi di forte depressione, quando cioè la caduta del prezzo della materia prima non è proporzionale a quella del prezzo del prodotto finito” [*3].

L’economista borghese tedesco Heymann, nel suo libro sulle imprese “miste” , cioè combinate, nell’industria siderurgica tedesca, scrive: “Le imprese semplici sono schiacciate tra l’alto prezzo dei materiali e il basso prezzo dei prodotti fabbricati… “. Si ha il quadro seguente:

“Sono rimaste superstiti da un lato le grandi compagnie carbonifere, con una produzione di milioni di tonnellate, saldamente organizzate nel loro sindacato del carbone, e dall’altro le grandi fabbriche siderurgiche, unite nel loro sindacato dell’acciaio; fra i due gruppi vi sono legami strettissimi. Queste gigantesche imprese con la loro produzione annua di 400.000 tonnellate d’acciaio, che implica un’enorme produzione degli altiforni, di carbone, di minerale di ferro, con una enorme fabbricazione di articoli di acciaio, con i loro 10.000 operai accasermati nei quartieri delle fabbriche in parte già provviste di proprie ferrovie e porti, sono le rappresentanti tipiche dell’industria siderurgica tedesca. E la concentrazione avanza sempre, senza sostare mai. Le singole aziende s’ingrandiscono incessantemente; sempre più numerose sono le aziende dello stesso ramo di industria o di rami diversi, che si fondono insieme in imprese gigantesche, aventi il loro sostegno e la loro direzione in una mezza dozzina di grandi banche di Berlino. Per quanto concerne l’industria mineraria tedesca si è dimostrata esatta la teoria di Karl Marx sulla concentrazione; vero è che ciò si riferisce ad un paese nel quale l’industria è difesa dai dazi protettivi e da speciali tariffe di trasporto. L’industria mineraria tedesca è matura per l’espropriazione” [*4].

Questa è la conclusione, a cui è dovuto giungere un coscienzioso (in via di eccezione) economista borghese. Occorre notare che egli colloca la Germania in una categoria speciale per gli alti dazi che proteggono le sue industrie. Ma questa circostanza, tutt’al più, ha potuto accelerare la concentrazione e la formazione di consorzi monopolistici degli imprenditori, di cartelli, di sindacati, ecc. E’ di somma importanza il fatto che anche nel paese classico della libertà di commercio, in Inghilterra, la concentrazione dirige il monopolio, sebbene un po’ più tardi e forse in forma diversa. il professor Hermann Levy, nel suo studio intitolato Monopoli, cartelli e trust, scrive quanto segue intorno all’evoluzione economica della Gran Bretagna.

“In Gran Bretagna sono precisamente la grandezza dell’impresa e lo sviluppo della sua potenzialità le cause che racchiudono in sé la tendenza monopolistica. Da una parte la concentrazione ha portato ad investire in ogni impresa capitali enormi, perciò le nuove imprese s’imbattono in sempre maggiori necessità di capitale, e questo intralcia il loro sorgere. D’altra parte (e questo ci sembra il punto più importante) ogni nuova impresa, che voglia stare a pari con le gigantesche imprese già esistenti, formatesi con un processo di concentrazione, deve aumentare la quantità dei prodotti offerti a un punto tale che o interviene un enorme aumento della domanda il quale permetta di smerciarli con profitto, o ne deriva un abbassamento immediato dei prezzi a un livello non redditizio né per la nuova impresa, né per le vecchie combinazioni monopolistiche”.

A differenza di altri paesi, dove il movimento di concentrazione è favorito dagli alti dazi protettivi, in Gran Bretagna le unioni monopolistiche di imprenditori, i cartelli e i trust, sorgono, in linea generale, soltanto quando le principali imprese concorrenti sono ridotte a non più di un “paio di dozzine”. “Qui l’influenza della concentrazione sulla formazione dei monopoli nella grande industria appare con evidenza cristallina” [*5].

Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una “legge naturale”. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l’opera di Marx, che, mediante l’analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio [2]. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il “marxismo è confutato”. Ma i fatti sono ostinati -dicono gli inglesi- e con essi, volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo.

Per l’Europa si può stabilire con una certa esattezza l’epoca in cui il nuovo capitalismo ha sostituito definitivamente il vecchio: fu all’inizio del ventesimo secolo. In un recentissimo compendio della storia della “formazione dei monopoli” si legge:

“Si possono trovare esempi isolati di monopoli capitalistici già nel periodo anteriore al 1860, e in essi si può scoprire l’embrione delle forme che oggi ci sono diventate così abituali; ma questa è senza dubbio la preistoria. Il vero inizio dei moderni monopoli risale al massimo al decennio che va dal 1860 al 1870. Il primo loro grande periodo di sviluppo è connesso alla grande depressione internazionale degli anni settanta e giunge fino al 1890… Considerando soltanto l’Europa, la libera concorrenza è al suo apogeo nel 1860-1880. In questo periodo l’Inghilterra termina di organizzare il suo capitalismo vecchio stile. In Germania tale organizzazione si faceva strada impetuosamente, in lotta con l’artigianato e con l’industria domestica e cominciava a crearsi forme d’esistenza …

“Il grande rivolgimento ebbe inizio col crac del 1873 [3] o più esattamente con la depressione che gli tenne dietro; la quale, tranne un’appena sensibile interruzione all’inizio degli anni ottanta e lo slancio poderosissimo, ma di breve durata, verso il 1889, per circa 22 anni riempie la storia dell’economia europea … Nel breve periodo di ascesa del 1889-1890 fu largamente adoperata l’organizzazione dei cartelli per sfruttare la congiuntura. Una politica poco oculata spinse i prezzi rapidamente più in alto di quanto sarebbe avvenuto senza i cartelli, e quasi tutti questi cartelli andarono a finire ingloriosamente nella tomba del crac. Seguì un altro lustro di scarsa attività e di bassi prezzi, ma ormai nell’industria lo stato d’animo era mutato. Non si considerava più lo depressione come qualche cosa di naturale, bensì come un periodo di pausa precedente un nuovo periodo favorevole.

“Lo sviluppo dei cartelli entrò allora nel secondo periodo. Non sono più un fenomeno transitorio, ma una delle basi di tutta la vita economica. Essi conquistano una sfera dell’industria dopo l’altra, e anzitutto l’industria della lavorazione delle materie prime. Già all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, i cartelli avevano elaborato nel sindacato del coke, sul modello del quale fu più tardi costituito quello del carbon fossile, una tecnica consorziale oltre la quale, in fondo, il movimento di concentrazione non è mai andato, nemmeno posteriormente. Il grande slancio degli affari verso la fine del secolo e la crisi del 1900-1903 si svolsero interamente, almeno nelle industrie minerarie e siderurgiche, per la prima volta, sotto il segno dei cartelli. E se ciò allora era considerato come una novità, nel frattempo è divenuto evidente nella coscienza di tutti il fatto che grandi parti della vita economica sono state sistematicamente sottratte alla libera concorrenza ” [*6].

Pertanto, i risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti:

1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione.

2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione.

3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo.

I cartelli si mettono d’accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese, ecc.

In Germania il numero dei cartelli ascendeva a circa 250 nel 1896, a 385 nel 1905, e vi partecipavano circa 12.000 aziende [*7]. Ma è generalmente ammesso che queste cifre restano al disotto del vero. Dai dati surriferiti della statistica industriale tedesca per il 1907 risulta che 12.000 grandi aziende disponevano certamente di oltre la metà dell’intera forza-vapore e dell’energia elettrica. Negli Stati Uniti d’America il numero dei trust ammontava nel 1900 a 185, nel 1907 a 250. La statistica americana suddivide tutte le imprese industriali secondo che esse appartengono a singoli, a ditte, o a corporazioni. A queste ultime apparteneva nel 1904 il 23,6% nel 1909 il 25,9%, vale a dire più di un quarto del numero totale delle imprese. Queste aziende occupavano nel 1904 il 70,6% nel 1909 il 75,6% (vale a dire i tre quarti) del numero totale degli operai, e la loro produzione ascendeva rispettivamente a 10 miliardi e 900 milioni di dollari e a 16 miliardi e 300 milioni, vale a dire al 73,7 e 79% del valore totale della produzione degli Stati Uniti.

Nei cartelli e nei trust si concentrano talora perfino i sette od otto decimi dell’intera produzione di un determinato ramo industriale. Il sindacato carbonifero renano-vestfalico nel 1893, anno della sua fondazione, forniva 1′ 86,7% e nel 1910 già il 95,4% dell’intera produzione di carbone della regione [*8]. Il monopolio, in tal guisa creatosi, assicura profitti giganteschi e conduce alla formazione di unità tecniche di produzione di enormi dimensioni. Il famoso trust del petrolio degli Stati Uniti (Standard Oil Company) fu fondato nel 1900.

“Il suo capitale autorizzato ammontava a 150 milioni di dollari. Furono emessi 100 milioni di dollari di azioni common (semplici) e 106 milioni di dollari di azioni preferred (privilegiate). A queste sono stati pagati, tra il 1900 e il 1907, i seguenti dividendi: 48, 48, 45, 44, 36, 40, 40, 40%; in tutto 367 milioni di dollari. Tra il 1882 e la fine del 1906 sugli 889 milioni di dollari di utile netto conseguiti, vennero ripartiti 606 milioni di dividendi e il resto assegnato alle riserve” [*9]. “Nel 1907, nel complesso delle imprese della United States Steel Corporation (il trust dell’acciaio) erano occupati non meno di 210.180 operai e impiegati. La più importante impresa mineraria tedesca, la Gelsenkirchener Bergwerksgeselschaft aveva alle sue dipendenze, nel 1908, 46.048 operai e impiegati” [*10].

Già nel 1902 il trust americano dell’acciaio produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio [*11]. La sua produzione ascendeva nel 1901 al 66,3%, nel 1908 al 56,1% dell’intera produzione di acciaio degli Stati Uniti [*12], e negli stessi anni esso estraeva rispettivamente il 43,9 e 46,3% del minerale di ferro.

Il rapporto della commissione governativa americana sui trust dice:

“La superiorità dei trust sui loro concorrenti si fonda sulla grandezza delle loro imprese e sulla loro eccellente attrezzatura tecnica. Fin dalla sua fondazione, il trust del tabacco è stato guidato dal proposito di sostituire, dovunque era possibile, le macchine al lavoro manuale. A tal fine esso ha acquistato, spendendo somme enormi, tutti i brevetti che in qualche maniera avevano rapporto con la lavorazione del tabacco. Molti di tali brevetti originariamente non erano utilizzabili, e lo divennero solo dopo esser stati perfezionati dagli ingegneri del trust. Alla fine del 1906 furono create due società filiali col solo compito di accaparrare brevetti. Allo stesso fine il trust ha impiantato proprie fonderie e officine per la costruzione e riparazione di macchine. Una di queste officine, quella di Brooklyn, impiega in media 300 operai; qui vengono sperimentate e all’occorrenza perfezionate le invenzioni per fabbricare sigarette, piccoli sigari, tabacco da fiuto, involucri di stagnola per la confezione dei pacchetti …” [*13].

“Anche altri trust, oltre ai predetti, impiegano i cosiddetti developing engineers (ingegneri per lo sviluppo della tecnica), che hanno l’incarico di creare nuovi procedimenti di lavorazione e di sperimentare invenzioni e miglioramenti tecnici. Il trust dell’acciaio paga forti premi agl’ingegneri e agli operai autori di invenzioni atte a elevare l’efficienza tecnica dell’azienda o a ridurre i costi di produzione” [*14].

In maniera analoga è organizzato il ramo dei perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata. In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della produzione ha dato origine a due “gruppi”che, in modo loro proprio, si avvicinavano al monopolio. Dapprima questi gruppi erano “duplici alleanze”di due paia di aziende tra le più cospicue, con un capitale da 20 a 21 milioni di marchi per ciascuna; da un lato la fabbrica di colori già Meister, Lucius e Brüning a Hochst e quella di Cassella e Co. a Francoforte sul Meno; dall’altro le fabbriche badensi di anilina e di soda di Ludwigshafen sul Reno e della ditta Bayer e Co. di Elberfeld. In seguito, il primo gruppo nel 1905 e l’altro nel 1908 s’accordarono ciascuno con un’altra grande azienda, e così sorsero due “triplici alleanze”, con capitale ciascuna da 40 a 50 milioni di marchi, e tra queste due “alleanze “si sono già iniziati dei “contatti”, degli “accordi”circa i prezzi [*15], ecc.

La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche.

Ciò è già qualche cosa di ben diverso dall’antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l’uno all’altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene “ripartito” tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d’opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l’appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l’oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

L’economista tedesco Kestner ha consacrato un suo lavoro alla “lotta tra i cartelli e gli autonomi”, cioè gli imprenditori non aderenti ai cartelli. Egli intitola la sua opera La costrizione all’organizzazione, mentre invece si dovrebbe parlare, per presentare il capitalismo nella sua vera luce, di una costrizione alla sottomissione ai consorzi monopolistici. E’ sommamente istruttivo dare almeno uno sguardo all’elenco dei mezzi dell’odierna, moderna e civile “lotta per l’organizzazione” a cui ricorrono i consorzi monopolistici. Essi sono:

1) Privazione delle materie prime (… “uno dei più importanti metodi coercitivi per far entrare nei cartelli”).

2) Privazione della mano d’opera mediante “alleanze”(cioè accordi tra organizzazioni di capitalisti e di operai per cui questi ultimi si obbligano a lavorare soltanto per imprese cartellate).

3) Privazione dei trasporti.

4) Chiusura di sbocchi.

5) Accaparramento dei clienti mediante clausole di esclusività.

6) Metodico abbassamento dei prezzi allo scopo di rovinare gli “autonomi”, le aziende cioè che non si sottomettono ai monopolisti; si gettano via dei milioni vendendo per qualche tempo al disotto del prezzo di costo (nell’industria della benzina si sono dati casi di riduzione da 40 a 22 marchi, cioè quasi della metà).

7) Privazione del credito.

8) Boicottaggio.

Questa non è più la lotta di concorrenza tra aziende piccole e grandi, tra aziende tecnicamente arretrate e aziende progredite, ma lo iugulamento, per opera dei monopoli, di chiunque tenti di sottrarsi al monopolio, alla sua oppressione, al suo arbitrio. Ecco come si rispecchia questo processo nella coscienza dell’economista borghese:

“Anche in seno all’attività puramente economica -scrive Kestner- si verifica un certo spostamento dall’attività mercantile, nel vecchio senso della parola, all’attività organizzatrice e speculatrice. Quello che riesce meglio, non è più il commerciante il quale, sulla base della sua esperienza tecnica e commerciale, conosce esattamente i bisogni della clientela e giunge a trovare e, per così dire, a “scovare”l’esistenza di una data domanda latente, ma bensì il genio [?!] speculativo, che è capace di calcolare in precedenza o anche soltanto di presentire lo sviluppo organizzativo, la possibilità di rapporti delle singole imprese, tra loro e con le banche … “.

Tutto ciò, tradotto in lingua povera, significa presso a poco questo: l’evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come Prima a “dominare” e ad essere considerata come base di tutta l’economia, essa in realtà è già minata e i maggiori Profitti spettano ai “geni” delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l’immenso progresso compiuto dall’umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio… degli speculatori. Vedremo in seguito come, “su questa base”, la critica piccolo-borghese e reazionaria dell’imperialismo capitalista sogni un ritorno indietro, alla “libera”, “pacifica”, “onesta” concorrenza.

Kestner dice:

“Sinora un durevole elevamento di prezzi, come effetto della formazione dei cartelli, si può constatare solo per i più importanti mezzi di produzione, specie il carbone, il ferro, i sali potassici, non mai invece per i prodotti finiti. Anche l’elevamento della redditività, connesso ai cartelli, è rimasto similmente circoscritto all’industria dei mezzi di produzione. Questa osservazione va estesa nel senso che, per effetto della formazione dei cartelli, l’industria di lavorazione delle materie prime (e non dei prodotti semilavorati) non solo consegue vantaggi in forma di alti profitti a danno dell’industria di ulteriore lavorazione dei prodotti semilavorati, ma ha acquistato verso quest’ultima un rapporto di padronanza, ignoto al tempo della libera concorrenza” [*16].

Le parole sottolineate chiariscono l’essenza della cosa, che gli economisti borghesi ammettono così di rado e malvolentieri, e che gli odierni difensori dell’opportunismo, Karl Kautsky in testa, cercano con grande zelo di passare sotto silenzio e di mettere in disparte. Il rapporto di padronanza e la violenza ad esso collegata: ecco ciò che costituisce la caratteristica tipica della “recentissima fase di evoluzione del capitalismo”, ciò che doveva inevitabilmente scaturire, ed è infatti scaturito, dalla formazione degli onnipotenti monopoli economici.

Ancora un esempio dello spadroneggiare dei cartelli. Là dove si possono metter le mani su tutte o sulle principali sorgenti di materie prime, i monopoli nascono e si formano con particolare facilità. Tuttavia sarebbe erroneo credere che i monopoli non sorgano anche in altri rami industriali, dove sia impossibile impossessarsi delle fonti delle materie prime. L’industria dei cementi trova le sue materie prime dappertutto: nondimeno essa in Germania è fortemente cartellata. Gli opifici sono riuniti in sindacati regionali, come quello della Germania meridionale, quello renano-vestfalico, ecc. Sono stabiliti prezzi monopolistici da 230 a 280 marchi al vagone, mentre il costo di produzione è di appena 180 marchi! Le imprese elargiscono dividendi dal 12 al 16% e non bisogna inoltre dimenticare che i “geni” della moderna speculazione sanno far scomparire nelle proprie tasche grosse somme, all’infuori della ripartizione dei dividendi. Per eliminare la concorrenza in un’industria così altamente redditizia, i monopolisti non esitano a ricorrere a trucchi. Si diffondono voci menzognere sulla cattiva situazione dell’industria, sui giornali compaiono avvisi anonimi di questo tenore: “Capitalisti! Attenzione! Non investite capitali nell’industria cementiera!”. Infine si comprano edifici di industriali autonomi pagando loro come “buonuscita” somme di 60, 80, 150 mila marchi [*17]. Il monopolio si fa strada dappertutto e con tutti i mezzi, da queste “modeste” somme di buonuscita, all'”impiego”, all’americana, della dinamite contro i concorrenti.

Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo [4]. Al contrario, il monopolio, sorto in alcuni rami d’industria, accresce e intensifica il caos, che è proprio dell’intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità. Si accresce ancora più la sproporzione tra lo sviluppo dell’agricoltura e quello dell’industria, che è una caratteristica generale del capitalismo. La situazione privilegiata in cui viene a trovarsi quell’industria che è più ampiamente cartellata, cioè la cosiddetta industria pesante, specialmente quella del carbone e del ferro, determina negli altri rami industriali “una mancanza di piano ancor più acutamente sentita”, come scrive Jeidels, autore di uno dei migliori lavori sui “rapporti fra le grandi banche tedesche e l’industria” [*18].

Liefmann, difensore accanito del capitalismo, scrive:

“Quanto più è sviluppata l’economia di un paese, tanto più essa si volge a imprese rischiose o estere, che abbiano bisogno di un lungo periodo di sviluppo, o finalmente che siano di importanza soltanto locale” [*19].

L’aumento del rischio, in ultima analisi, si è collegato a un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, emigra all’estero, ecc. E, nello stesso tempo, l’accresciuta rapidità dei progressi tecnici crea sempre più numerosi elementi di sproporzione tra le diverse parti dell’economia di un paese, elementi di caos e di crisi. Lo stesso Liefmann è costretto ad ammettere quanto segue:

“Verosimilmente l’umanità si trova di nuovo alla vigilia di grandi rivolgimenti nella tecnica, che eserciteranno un’influenza anche sull’organizzazione dell’economia… “. Tali l’elettricità e la navigazione aerea: “… In tali periodi di radicali trasformazioni economiche, suole, di regola, svilupparsi una fortissima speculazione” [*20].

Ma a loro volta le crisi di ogni specie, e principalmente quelle di natura economica -sebbene non queste sole- rafforzano grandemente la tendenza alla concentrazione e al monopolio. Si leggano a tal riguardo le molto istruttive considerazioni di Jeidels intorno alla crisi del 1900, che, notoriamente, è stata il punto decisivo nella storia dei moderni monopoli.

“La crisi dei 1900 trovò, accanto alle gigantesche aziende nelle industrie fondamentali, anche molte aziende “pure” [cioè non combinate], che furono anch’esse spinte in alto dall’ondata dell’ascesa industriale. La caduta dei prezzi e la contrazione della domanda gettò queste imprese “pure” in uno stato di dissesto che le gigantesche imprese combinate in parte non risentirono affatto, in parte solo per breve tempo. Pertanto la crisi del 1900 condusse alla concentrazione industriale in ben altra misura di quanto avessero fatto le crisi precedenti, per esempio quella del 1873, che diede anche origine a una selezione, ma, date le condizioni della tecnica di allora, non tale da creare il monopolio delle imprese rimaste vittoriose. Invece un monopolio durevole di tal genere è oggi posseduto, in larga misura, dalle gigantesche aziende della grande industria siderurgica ed elettrica, in virtù della loro complessa tecnica, della organizzazione in grande stile e dell’entità dei capitali. In minor grado dalle branche della fabbricazione di macchine e da alcune aziende metallurgiche, di comunicazione, ecc.” [*21].

I monopoli sono l’ultima parola della “recentissima fase di sviluppo del capitalismo”. Ma la nostra rappresentazione della forza reale e dell’importanza dei moderni monopoli sarebbe assai incompleta, insufficiente e inferiore alla realtà, se non tenessimo conto della funzione delle banche.

Note

1. Marx distingue “concentrazione” e “centralizzazione”. Per il processo di concentrazione osserva che “ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione, con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di accumulazione nuova. Essa allarga, con la massa aumentata della ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga scala e dei metodi di produzione specificatamente capitalistici. L’aumento del capitale sociale si compie con l’aumento di molti capitali individuali”. Quanto al processo di centralizzazione Marx rileva che questo si distingue da quello di concentrazione “pel fatto che esso presuppone solo una ripartizione mutata di capitali già esistenti e funzionanti, che il suo campo di azione non è dunque limitato all’aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione. Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. E’ questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e concentrazione”. K. MARX, Il Capitale, I, 3, pp. 74-75.

*1. Le cifre sono prese dagli Annalen des Deutschen Reichs, 1911, Zahn, pp. 165-169.

*2. Statistical Abstract of the United States, 1912, p. 202.

*3. RUDOLF HILFERDING, Das Fínanzkapital, 2 ed., p. 254 [trad. it. cit., p. 251].

*4. HANS GIDEON HEYMANN, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, pp. 256 e 278.

*5. HERMANN LEVY, Monopole, Kartelle und Trusts, Jena, 1909, pp. 286, 290, 296.

2. A proposito del monopolio MARX nella Miseria della Filosofia (cap.2, par. 3. La concorrenza e il monopolio) scrive: “Proudhon parla solo del monopolio moderno, creato dalla concorrenza. Ma noi tutti sappiamo che la concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così all’origine la concorrenza era il contrario del monopolio, e non il monopolio il contrario della concorrenza. Dunque, il monopolio moderno non è una semplice antitesi, è al contrario la vera sintesi. Tesi: il monopolio feudale anteriore alla concorrenza. Antitesi: la concorrenza. Sintesi: il monopolio moderno, che è la negazione del monopolio feudale, in quanto suppone il regime di concorrenza, e che è la negazione della concorrenza in quanto è monopolio. “Così il monopolio moderno, il monopolio borghese, è il monopolio sintetico, la negazione della negazione, l’unità dei contrari. E il monopolio allo stato puro, normale, razionale”.

3. L’economia europea, che aveva attraversato un periodo di espansione dal 1850 al 1873, cadde in una lunga e grave crisi, che manifestò i suoi effetti prima nel campo finanziario e poi sull’attività industriale e i prezzi agricoli. Il periodo di crisi durò praticamente fino al 1895. Altre crisi prima dello scoppio della guerra mondiale si ebbero nel 1900-1903 e nel 1907-10. Cfr. G. LUZZATTO, Storia economica dell’età moderna e contemporanea, Parte seconda, Padova, Cedam, 1952, pp. 347-349 e pp. 423-478.

*6. TH. VOGELSTEIN, Die finanzielle Organisation der kapitalistischen Industrie und die Monopolbildungen, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tübingen, 1914, VI sez., p. 232 e segg.; si veda lo stesso autore in Kapitalistische Organisationsformen in der modernen Grossindustrie, vol. I, Organisationsformen der Eisendustrie und der Textilindustrie in England und Amerika, Lipsia, 1910.

*7. Dr. RIESSER, Die deutschen Grossbanken und ihre Konzentration im Zusammenhange mit der Entwicklung der Gesamtwirtschalt in Deutschand, 4 ed., 1912, pp. 148 e 149; R. LIEFMANN, Kartelle und Trusts und die Weiterbildung der volkswirtschaftlichen Organisation, 2. ed., 1910, p. 25. [Cartelli, gruppi e trusts, Nuova Collana Economisti, Torino, UTET, 1934, p. 6601.

*8. Dr. FRITZ KESTNER, Der Organisationswang. Eine Untersuchung über die Kämpfe zwischen Kartellen und Aussenseitern, Berlino, 1912, p. 1l.

*9. R. LIEFMANN, Beteiligungs- und Finanzierungsgesellschaften. Eine Studie über den modernen Kapitalismus und das Effektenwesen, Jena, 1909, p. 212.

*10. R. LIEFMANN, Beteiligungs…, p. 218.

*11. Dr. TSCHIERSCHKY, Kartelle und Trusts, Gottingen, 1903, p. 13.

*12. H. VOGELSTEIN, Organisationsformen, p. 257.

*13. Report of the Commission of Corporations on the Tobacco Industry, Washington, 1909, p. 266. Citato dal libro: Dr. PAUL TAFEL, Die nordamerikanischen Trusts und ibre Wirkungen aul den Fortschritt der Technik, Stoccarda, 1913, p. 48.

*14. TAFEL, op. cit., pp. 48 e 49.

*15. RIESSER, op. cit., 3. ed., 1910, pp. 547 e 548. Nel giugno 1916 i giornali tedeschi davano notizia di un nuovo gigantesco trust della industria chimica tedesca.

*16. KESTNER, op. cit., p. 254.

*17. L. ESCHWEGE, Zement, in Die Bank, 1906, 1, p. 115 e sgg.

4. Si richiama qui l’attenzione sulla nota di ENGELS contenuta nel libro III, tomo I del Capitale, ed. cit., p. 161. “Il fatto che le moderne forze di produzione, nel loro rapido e gigantesco incremento, sopravanzano ogni giorno di più le leggi dello scambio capitalistico delle merci -nell’ambito delle quali esse avrebbero dovuto operare- si impone oggi sempre più alla coscienza degli stessi capitalisti. Ciò viene dimostrato in special modo da due sintomi: in primo luogo dalla nuova, generale mania protezionista, che differisce dal vecchio protezionismo soprattutto in quanto protegge principalmente proprio gli articoli suscettibili di esportazione; in secondo luogo dai cartelli (trusts) costituiti da fabbricanti di intere grandi categorie di produzione, tendenti a regolare la produzione stessa, e quindi i prezzi e i profitti. E’ evidente che tali esperimenti sono possibili soltanto quando la situazione economica è relativamente favorevole; la prima crisi li travolge, dimostrando che, anche se è necessario che la produzione sia regolata, non è certo la classe capitalista che è adatta ad assolvere tali compiti. Frattanto, questi cartelli hanno il solo scopo di far si che i piccoli siano divorati dai grandi anche più rapidamente di quanto sia avvenuto finora”.

*18. JEIDELS, Das Verhältnis des deutschen Grossbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie, Lipsia, 1905, p. 271.

*19. LIEFMANN, Beleiligungs …. , p. 434.

*20. Ibid, p. 466.

*21. JEIDELS, op. cit., P. 108.

II. Le banche e la loro nuova funzione

La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti; quindi le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti.

Ma, a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industria, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi. Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere il nostro esame alla concentrazione delle banche.

Negli anni 1907-1908 i depositi di tutte le banche azionarie di Germania con un capitale superiore a un milione di marchi ammontavano a 7 miliardi di marchi; dal 1912 al 1913 la somma era già arrivata a 9 miliardi e 800 milioni con un aumento del 40 % in cinque anni. Inoltre di questi 2,8 miliardi di aumento, 2,75 spettavano a 57 banche, le quali disponevano ognuna di oltre 10 milioni di marchi di capitale. I depositi erano ripartiti tra le grandi e le piccole banche come segue [*1]:

Percentuale di tutti i depositi
Presso le 9 grandi banche di Berlino Presso le altre 48 banche con oltre 10 milioni di capitale Presso le 115 banche con 1-10 milioni di capitale Presso le piccole banche con meno di 1 milione dì capitale
% % % %
1907-1908 47 32,5 16,5 4
1912-1913 49 36 12 3

Le piccole banche sono eliminate dalle grandi, nove delle quali concentrano quasi la metà di tutti i depositi. E inoltre questa statistica trascura molte circostanze, per esempio il fatto che tutta una serie di piccole banche si sono trasformate in effettive filiali delle grandi banche; ma di ciò riparleremo in seguito.

Alla fine del 1913 Schulze-Gaevernitz calcolava i depositi delle nove grandi banche di Berlino a 5,1 miliardi di marchi, sopra un totale di depositi di circa 10 miliardi di marchi. Lo stesso autore, tenendo conto non solo dei soli depositi, ma del capitale bancario complessivo, scrive:

“Le nove grandi banche di Berlino, con le banche annesse, amministravano, alla fine del 1909, 11,3 miliardi di marchi, vale a dire, in cifra tonda, l’83% dell’intero capitale bancario tedesco. La Deutsche Bank, che con le banche annesse amministra circa 3 miliardi di marchi, è, accanto all’amministrazione statale delle ferrovie prussiane, la massima raccolta di capitali -e la più decentralizzata- del vecchio continente” [*2].

Abbiamo rilevato in modo speciale l’accenno alle banche “annesse” perché esso si riferisce a una delle più importanti caratteristiche della più recente concentrazione del capitale. Le grandi aziende, e specialmente le banche, non si limitano a ingoiare le piccole banche, ma se le “annettono”, le assoggettano, le includono nel “loro” gruppo, nel loro “consorzio” (Konzern è l’espressione tecnica tedesca) mediante la “partecipazione” ai loro capitali, comprando o scambiando azioni, creando un sistema di rapporti di debiti, ecc. ecc. Il prof. Liefmann ha consacrato un gigantesco “studio” di circa mezzo migliaio di pagine a descrivere le moderne Società di compartecipazione e finanziamento [*3], nel quale però, disgraziatamente, ha accompagnato la materia grezza con considerazioni “teoriche” di assai scarso valore. A quale risultato, nel senso della concentrazione, conduca questo sistema di “partecipazioni”, è dimostrato meglio che altrove nell’opera dello “specialista” bancario Riesser sulle grandi banche tedesche. Ma prima di passare ai suoi dati, vogliamo recare un esempio concreto del sistema della “partecipazione”.

Il “gruppo” della Deutsche Bank, che prendiamo a considerare, è tra i più grandi gruppi bancari, se non addirittura il più grande. Per tener conto dei principali fili che collegano tutte le banche di questo gruppo, occorre distinguere una “partecipazione” di primo, secondo e terzo grado o, ciò che è lo stesso, una dipendenza di primo, secondo e terzo grado delle piccole banche dalla Deutsche Bank. Si ottiene il seguente specchietto [*4].

Dipendenza di I grado Dipendenza di II grado Dipendenza di III grado
La DeutscheBank partecipa permanentemente a 17 banche di cui 9 partecipano ad altre 34 di cui 4 partecipano ad altre 7
per un tempo indeterminato a 5 banche
di tanto in tanto a 8 banche di cui 5 partecipano ad altre 14 di cui 2 partecipano ad altre 2
Totale a 30 banche di cui 14 partecipano ad altre 48 di cui 6 partecipano ad altre 9

Alle otto banche “dipendenti in primo grado”, soggette “di tanto in tanto” alla Deutsche Bank, appartengono tre banche straniere: una austriaca, il Wiener Bankverein, e due russe (Banca commerciale della Siberia e Banca russa per il commercio estero). In complesso appartengono al consorzio della Deutsche Bank, direttamente o indirettamente, totalmente o parzialmente, ben 87 banche, ed esso dispone così di un capitale complessivo, tra il proprio e l’altrui, da due a tre miliardi di marchi.

Evidentemente una banca che si trovi alla testa di un simile gruppo e concluda accordi con mezza dozzina di altre banche poco meno grandi, per operazioni finanziarie particolarmente ragguardevoli e vantaggiose, quali per esempio i prestiti statali, ha già smesso la funzione di “intermediaria” e si è trasformata in una lega di un pugno di monopolisti.

Con quale rapidità si sia compiuta in Germania, precisamente tra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX, la concentrazione bancaria, si può rilevare dai seguenti dati di Riesser, che qui si espongono in modo abbreviato:

Sei grandi banche di Berlino avevano
Anno Filiali in Germania Casse di deposito o agenzie di cambio Partecipazione permanente a banche azionarie tedesche Totale di tutte le aziende
1895 16 14 1 42
1900 21 40 8 80
1911 104 276 63 450

Si vede con quanta rapidità si formi una fitta rete di canali che abbracciano tutto il paese, centralizzano tutti i capitali ed entrate in denaro e trasformano migliaia e migliaia di aziende economiche sparpagliate in un’unica azienda capitalistica nazionale e poi in un’azienda capitalistica mondiale. Quel “decentramento” di cui nel surriferito passo paria Schulze-Gaevernitz, a nome della economia politica borghese dei ‘nostri giorni, in realtà non è altro che la sottomissione ad un unico centro di un numero sempre maggiore di unità economiche, prima relativamente “indipendenti” o, meglio, localmente circoscritte. Pertanto in realtà esso rappresenta una centralizzazione, un elevamento della funzione dell’importanza, della potenza dei giganti monopolistici.

Questa “rete bancaria” è ancora più fitta nei paesi di più antico capitalismo. In Inghilterra (e Irlanda), nel 1910 il numero delle filiali di tutte le banche ascendeva a 7.151. Le quattro massime banche avevano ciascuna oltre 400 filiali (da 447 a 689), quattro altre banche più di 200 filiali e altre undici più di 100.

In Francia lo sviluppo delle tre maggiori banche, Crédit Lyonnais, Comptoir National d’Escompte, e Société Générale, procedette nella seguente guisa [*5]:

Filiali e casse di deposito Dimensioni dei capitale (in milioni di franchi)
Anno Provincia Parigi Totale proprio In deposito
1870. . . . 47 17 64 200 427
1890. . . . 192 66 258 265 1.245
1909. . . . 1.033 196 1.229 887 4.363

Per caratterizzare le “relazioni” che ha una grande banca moderna, Riesser produce delle cifre sul numero delle lettere in arrivo e in partenza presso la Disconto-Gesellschaft, una delle maggiori banche di Germania e di tutto il mondo (con un capitale che nel 1914 raggiungeva i 300 milioni di marchi).

Lettere in arrivo Lettere in partenza
1852. . . . 6.135 6.292
1870. . . . 85.800 87.513
1900. . . . 533.102 626.043

Nella grande banca parigina, il Crédit Lyonnais, il numero dei conti correnti da 28.535 nel 1875 salì nel 1912 a 633.539 [*6].

Queste semplici cifre sono sufficienti, più di qualsiasi considerazione, a mostrare come dalla concentrazione del capitale e dall’aumentato giro d’affari sia stata modificata radicalmente l’importanza delle banche. In luogo dei capitalisti separati sorge un unico capitalista collettivo. La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena quest’operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell’intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti e altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull’andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo e infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via.

Abbiamo testé menzionato il capitale di 300 milioni di marchi della Disconto-Gesellschaft di Berlino. Quest’aumento di capitale della Disconto costituì un particolare episodio della lotta per l’egemonia svoltasi tra le due maggiori banche di Berlino: la Deutsche Bank e la Disconto-Gesellschaft.

Nel 1870 la Deutsche Bank era ancora nell’infanzia, e possedeva in tutto un capitale di 15 milioni di marchi, mentre la Disconto-Gesellschaft ne aveva 30. Nel 1908 la prima aveva un capitale di 200 milioni, la seconda di 170. Nel 1914, la Deutsche Bank accrebbe il proprio capitale a 250 milioni di marchi e la Disconto-Gesellschaft, fondendosi con un’altra grande banca di prim’ordine, lo Schaffhausenscher Bankverein, a 300 milioni. E naturalmente questa lotta di egemonia procede di conserva con “accordi” sempre più frequenti e stabili fra le due banche. Quali conclusioni impone questo processo evolutivo agli specialisti di cose bancarie, che considerano le questioni economiche da un punto di vista non oltrepassante in alcun modo i quadri di un riformismo borghese moderatissimo e ordinatissimo?

“Altre banche seguiranno la stessa via -scriveva a proposito, appunto, dell’elevamento del capitale della Disconto-Gesellschaft a 300 milioni di marchi, la rivista tedesca Die Bank– e delle trecento persone che oggi governano economicamente la Germania, col tempo, non ne rimarranno che cinquanta, venticinque o anche meno. Né è da credere che il nuovissimo movimento di concentrazione si arresterà alle banche. Naturalmente gli stretti rapporti esistenti tra le singole banche portano anche a un avvicinamento tra i consorzi industriali trovantisi sotto il loro patronato… e un bel giorno ci si risveglierà soffregandoci gli occhi: intorno a noi nient’altro che trust e davanti a noi la necessità di sostituire ai monopoli privati il monopolio dello Stato. E tuttavia, in sostanza, non avremo altro da rimproverarci, che di aver lasciato libero corso allo sviluppo delle cose, soltanto un po’ accelerato dal sistema delle azioni” [*7].

Abbiamo qui un esempio tipico dell’inettitudine del giornalismo borghese, dal quale la scienza borghese si differenzia solo per minore schiettezza e per la tendenza a celare l’essenza delle cose, a nascondere la foresta dietro gli alberi. Infatti, “stupirsi” degli effetti della concentrazione, “muovere rimproveri” al governo della capitalistica Germania o in generale alla “società capitalistica” (“noi”), mostrarsi spaventati dell’ “acceleramento” della concentrazione per effetto dell’introduzione delle azioni, o -come fa uno specialista tedesco in materia di cartelli, il Tschierschky- mostrarsi spaventati dei trust americani e “preferire” i cartelli tedeschi, perché questi ultimi “accelerano il progresso tecnico ed economico meno dei trust” [*8] non è forse inettitudine? [1]

Ma i fatti rimangono fatti. In Germania non vi sono trust, bensì “solo” cartelli, ma la Germania è amministrata da non più di trecento magnati del capitale, il cui numero si restringe sempre più. In tutti i paesi capitalistici, qualunque sia la loro legislazione bancaria, in ogni caso si rafforza e si accelera di mille doppi, per opera delle banche, il processo di concentrazione del capitale, di costituzione dei monopoli.

Mezzo secolo fa Marx scriveva (Il Capitale, III, 2) che “le banche creano la forma di una contabilità generale e di una distribuzione generale dei mezzi di produzione su scala sociale, ma soltanto la forma” [*9]. I dati da noi riferiti intorno all’incremento del capitale bancario, all’aumento del numero delle filiali e delle agenzie delle maggiori banche, del numero dei conti correnti, ecc., ci mostrano in modo concreto questa “contabilità generale” dell’intera classe dei capitalisti, e anzi non di essi soli, perché le banche raccolgono in sé -sia pure transitoriamente- tutte le possibili entrate in denaro, così dei piccoli proprietari come degli impiegati e di un piccolo strato elevato della classe lavoratrice. La “ripartizione generale dei mezzi di produzione”: ecco ciò che risulta -se si considera la cosa sotto l’aspetto formale- dallo sviluppo delle grandi banche moderne, le più importanti delle quali, in numero da 3 a 6 in Francia e da 6 a 8 in Germania, dispongono di miliardi e miliardi; ma se si considera la sostanza, questa ripartizione dei mezzi di produzione non è “sociale”, bensì privata, cioè conformata agli interessi del grande capitale e in particolare del più grande, del capitale. monopolistico che agisce in questa maniera mentre le masse popolari vivono mezzo affamate, mentre lo sviluppo dell’agricoltura ritarda irreparabilmente in confronto con quello dell’industria, e, nell’industria stessa, l’ “industria pesante” raccoglie i tributi di tutti gli altri rami industriali.

Nella socializzazione dell’economia capitalistica le casse di risparmio e le casse postali cominciano adesso a far concorrenza alle banche, perché sono più “decentrate”, vale a dire penetrano in un maggior numero di località, specialmente nelle località remote e nei larghi strati popolari. Ecco alcuni dati raccolti dalla Commissione americana intorno alla questione dell’aumento relativo dei depositi nelle banche e nelle casse di risparmio [*10].

Depositi (in miliardi di marchi)

Inghilterra Francia Germania
In banche in casse di risp. in banche in casse di risp. in banche in società di credito in casse di risparmio
.
1880. . . . 8,4 1,6 ? 0,9 0,5 0,4 2,6
1888. . . . 12,4 2,0 1,5 2,1 1,1 0,4 4,5
1908. . . . 23,2 4,2 3,7 4,2 7,1 2,2 13,9

Le casse di risparmio, che pagano il 4 o il 41/4 %, debbono cercare per i loro capitali un impiego “redditizio” mediante le operazioni cambiarie, ipotecarie e simili. I limiti tra banche e casse di risparmio “scompaiono sempre di più”. Le Camere di commercio, ad esempio quelle di Bochum e di Erfurt, chiedono che “si vieti” alle casse di risparmio di fare operazioni “puramente” bancarie, come lo sconto di cambiali, e che sia limitata l'”attività” bancaria degli uffici postali [*11]. Parrebbe che i magnati bancari temano di essere raggiunti, da un lato affatto inatteso, dal monopolio statale, ma naturalmente questo timore non è altro che la concorrenza di due rivali posti in una situazione di parità. Infatti, da un lato, chi dispone dei miliardi depositati nelle casse di risparmio sono in ultima analisi gli stessi magnati del capitale bancario, e, dall’altro lato, nella società capitalistica il monopolio statale è semplicemente il mezzo di elevare e rafforzare le entrate dei milionari di questo o quel ramo industriale, prossimi al fallimento.

Del resto la sostituzione dell’antico capitalismo, dominato dalla libera concorrenza, col nuovo capitalismo, dominato dal monopolio, trova la sua espressione nella decadenza della Borsa:

“La Borsa -si legge nella rassegna Die Bank– da lungo tempo ha cessato di essere quell’indispensabile intermediario di scambi che essa fu un tempo, quando le banche non potevano ancora collocare nella propria clientela la maggior parte dei titoli emessi [*12].

“Ogni Banca è una borsa”. Questo detto moderno è tanto pia vero, quanto più cospicua è la banca, e più progredita è la concentrazione dell’industria bancaria [*13].

“Mentre un tempo, nel decennio 1870-1880, la Borsa, con le sue intemperanze giovanili [un “garbato” accenno alla crisi borsistica del 1873, all’epoca degli scandali delle grandi speculazioni finanziarie, ecc. ecc.], iniziò l’industrializzazione della Germania, oggi invece banche e industria possono “camminare da sé”.

“Il dominio delle nostre grandi banche sulla Borsa … non è che l’espressione della completa organizzazione dello Stato industriale tedesco. Mentre così si riduce il campo delle leggi economiche operanti automaticamente e si amplia in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente per opera delle banche, cresce a dismisura la responsabilità di poche teste dirigenti verso l’economia nazionale” [*14].

Così scrive il professore tedesco Schulze-Gaevernitz, l’apologeta dell’imperialismo tedesco, un’autorità per gli imperialisti di tutto il mondo, un uomo che tenta di celare le “inezie”, vale a dire che questa “cosciente regolamentazione” per opera delle banche consiste nel fatto che un gruppetto di monopolisti, “integralmente organizzati”, spoglia letteralmente il pubblico. Il professore borghese non si propone di svelare l’intero meccanismo e di mettere in chiaro gli imbrogli dei monopolisti bancari, bensì di nasconderli.

Allo stesso modo Riesser, economista ancora più competente e “specialista” bancario, in presenza di fatti che non si possono negare se la cava con un paio di frasi prive di significato.

“La Borsa perde sempre più la proprietà, indispensabile per l’economia generale e per il mercato dei titoli, di essere non solo il più sensibile strumento di misurazione, ma anche il regolatore quasi automatico dei movimenti economici in essa confluenti” [*15].

In altri termini: l’antico capitalismo, il capitalismo della libera concorrenza, con la Borsa, suo regolatore indispensabile, se ne va a carte quarantotto, soppiantato da un nuovo capitalismo che presenta tutti i segni di un fenomeno di transizione, una miscela di libera concorrenza e di monopolio. Naturalmente sorge imperiosa la domanda: verso che cosa dunque “si avvia” questo modernissimo capitalismo? Ma i dotti borghesi non osano porre tale quesito.

“Trent’anni fa gli industriali, in regime di libera concorrenza, fornivano nove decimi di quel lavoro economico che non appartiene alla sfera del lavoro fisico di spettanza degli “operai”. Oggi sono dei funzionari quelli che fanno i nove decimi di questo lavoro economico intellettuale. Le banche stanno alla testa di questa evoluzione” [*16].

Questa ammissione di Schulze-Gaevernitz riconduce ancora una volta alla domanda: verso che cosa il recentissimo capitalismo, nel suo stadio imperialista, costituisce transizione?

Naturalmente tra le poche banche che ancora si mantengono alla testa della economia capitalistica in seguito al processo di concentrazione, diventa sempre più forte la tendenza a entrare in reciproci accordi monopolistici, a formare un trust delle banche. In America non già nove banche ma due delle maggiori, quelle dei miliardari Rockefeller e Morgan, dominano un capitale di 11 miliardi di marchi [*17]. La Franklurter Zeitung, il giornale degli interessi borsistici, accompagna con queste parole l’assorbimento dello Schaffhausenscher Bankverein per opera della Disconto.

“Con l’intensificarsi dei processo di concentrazione si va continuamente restringendo la cerchia degli istituti ai quali si può rivolgere la domanda di crediti e quindi cresce la dipendenza della grande industria da alcuni pochi gruppi bancari. Dato l’intimo nesso tra industria e finanza, ne resta compressa la libertà di movimento delle società industriali costrette a ricorrere al capitale bancario. Pertanto la grande industria segue con sentimenti contrastanti la crescente trustizzazione delle banche; infatti tra i singoli grandi consorzi bancari si notano certi segni di accordi, che tendono a limitare la gara di concorrenza” [*18].

L’ultima parola dello sviluppo del sistema bancario è sempre il monopolio.

Ma precisamente nell’intimo nesso tra le banche e l’industria appare, nel modo più evidente, la nuova funzione delle banche. Quando la banca sconta le cambiali di un dato industriale, gli apre un conto corrente, ecc., queste operazioni, considerate isolatamente, non scemano in nulla l’indipendenza di quell’industriale, e la banca resta nei limiti di una modesta agenzia di mediazione. Ma non appena tali operazioni diventano frequenti e si consolidano, non appena la banca “accumula”capitali enormi, non appena la tenuta del conto corrente di un dato imprenditore mette la banca in grado di conoscere, sempre più esattamente e completamente, la situazione economica del suo cliente -e questo appunto si va verificando- allora ne risulta una sempre più completa dipendenza del capitalista-industriale dalla banca.

Nello stesso tempo si sviluppa, per così dire, un’unione personale della banca con le maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante il possesso di azioni o l’entrata dei direttori di banche nei Consigli di amministrazione delle imprese industriali e commerciali e viceversa. L’economista tedesco Jeidels ha raccolto dati precisi su tale specie di concentrazione di capitali e d’imprese. Le sei maggiori banche di Berlino erano rappresentate per mezzo dei loro direttori in 344 società industriali, e per mezzo dei membri dei loro Consigli di amministrazione in altre 407, vale a dire in tutto in 751 società. In 289 società le suddette banche avevano due membri del Consiglio di amministrazione oppure il posto di presidente. Queste imprese svolgono la loro attività nei più diversi rami della produzione: assicurazioni, mezzi di comunicazione, ristoranti, teatri, industrie artistiche ecc. A loro volta nei Consigli di amministrazione di quelle sei banche sedevano (nel 1910) cinquantun grandi industriali, tra cui il direttore della Krupp, quello della Hapag (Hamburg-Amerika-Linie), una gigantesca società di navigazione, ecc. ecc. Ciascuna di queste sei banche, dal 1895 al 1910, ha partecipato all’emissione delle azioni e obbligazioni di varie centinaia di società industriali (da 281 a 419) [*19].

L'”unione personale” delle banche con l’industria è completata dall'”unione personale” di entrambe col governo.

“Volentieri si assegnano posti di Consiglieri di amministrazione a persone dal nome sonoro -scrive Jeidels- e anche ad ex funzionari statali, che nei rapporti con le autorità possono ottenere più di un’agevolazione[!!]….

“Nel Consiglio di amministrazione di una grande banca siedono ordinariamente membri del Parlamento o del Consiglio comunale di Berlino”.

Pertanto i grandi monopoli capitalistici si producono e si sviluppano, a tutto vapore, per tutte le vie “naturali” e “soprannaturali”. Si forma sistematicamente una certa divisione del lavoro tra poche centinaia di finanzieri, veri re della moderna società capitalistica.

“Con quest’ampliamento del campo d’attività di singoli grandi industriali [che entrano nelle direzioni delle banche, ecc.], e con l’assegnazione dei direttori provinciali delle banche a un determinato ed esclusivo distretto industriale, avviene un certo sviluppo della specializzazione dei dirigenti delle grandi banche in particolari rami d’affari … In generale, essa è possibile soltanto quando l’impresa bancaria assume grandi proporzioni e, in particolare, se i rapporti con le industrie sono molto estesi. Tale divisione dei lavoro si verifica in due sensi: il complesso dei rapporti con l’industria è assegnato a un direttore come suo speciale campo d’azione, e inoltre ciascun direttore, in qualità di membro del Consiglio di amministrazione, assume la sorveglianza di una o più imprese affini per qualità o per interessi [il capitalismo è ormai a buon punto per esercitare una sorveglianza organizzata sulle singole imprese]. L’uno si specializza nell’industria germanica o addirittura soltanto nell’industria della Germania occidentale [la Germania occidentale è la parte più industriale dell’Impero tedesco]; i rapporti con gli Stati e con l’industria esteri, la raccolta delle notizie personali sui singoli industriali, ecc., gli affari di Borsa, ecc., costituiscono la specialità d’altri. Inoltre spesso avviene che ciascun direttore riceve l’incarico di amministrare una particolare industria o un particolare territorio: l’uno è di preferenza nei Consigli d’amministrazione delle società d’elettricità; l’altro nelle fabbriche di prodotti chimici, di birra o di zucchero; altri ancora si trovano nei Consigli di amministrazione di poche imprese industriali isolate, e contemporaneamente in quelli delle società di assicurazione … E’ certo, in una parola, che a mano a mano che aumenta l’ampiezza e la varietà degli affari delle grandi banche, si sviluppa, tra i dirigenti di esse, una crescente divisione del lavoro, allo scopo e col risultato di sollevarli in certo modo dai semplici affari bancari, rendendoli più competenti, più esperti nelle questioni generali dell’industria e in quelle particolari delle singole branche e quindi più capaci di far pesare l’influenza della banca nell’industria. Questo sistema delle banche è integrato dalla tendenza a chiamare nei loro Consigli di amministrazione persone competenti nelle cose dell’industria: industriali, ex funzionari, specialmente dell’amministrazione ferroviaria o mineraria” ecc. [*20].

Anche nel sistema bancario francese si trova lo stesso indirizzo, solo un po’ modificato nella forma. Per esempio, una delle tre massime banche francesi, il Crédit Lyonnais, ha istituito uno speciale Service des études financières, dove lavorano in permanenza oltre 50 persone, ingegneri, competenti di statistica, economisti, giuristi, ecc. Esso costa da 600 a 700 mila franchi all’anno, e si suddivide a sua volta in otto uffici, dei quali uno raccoglie notizie specialmente sulle imprese industriali, l’altro tien dietro alla statistica generale, il terzo studia le società ferroviarie e di navigazione a vapore, il quarto i titoli, il quinto i resoconti finanziari, ecc. [*21].

Pertanto si giunge da un lato a una sempre maggiore fusione, a una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale, e d’altro lato al trasformarsi delle banche in istituzioni veramente di “carattere universale”. Stimiamo indispensabile riportare in merito a tale questione le precise espressioni di Jeidels, l’autore che meglio di tutti l’ha studiata:

“L’esame dei rapporti industriali, nel loro complesso, fa constatare il carattere universale degli istituti finanziari che svolgono la loro attività nell’industria. In contrasto con altre forme bancarie, e in contrasto con le richieste avanzate talvolta nella stampa, secondo cui le banche, per non perdere il terreno sotto i piedi, dovrebbero specializzarsi in un particolare campo di affari, o ramo d’industria, le grandi banche cercano di rendere i loro rapporti con le imprese industriali più vari che possono, per località e specialità della produzione, di eliminare sempre più le disuguaglianze nella ripartizione per località e specialità, che risultano dalla storia delle singole istituzioni… Una tendenza è quella di render generale la connessione con l’industria; l’altra è quella di tenderla duratura ed intensiva; entrambe sono attuate nelle sei grandi banche in misura non completa, ma già in misura considerevole e in modo eguale”.

Negli ambienti industriali e commerciali s’odono frequenti lagnanze sul “terrorismo” delle banche. Non c’è da meravigliarsi che si odano tali voci, una volta che le banche “comandano” nella maniera che si dimostrerà col seguente esempio. Il 19 novembre 1901 una delle cosiddette banche D di Berlino (le quattro maggiori banche berlinesi cominciano con la lettera D ) [3] inviò alla direzione del Sindacato dei cementi della Germania centro-nord-occidentale la seguente lettera:

“Dalla notificazione della Loro società nel Reichsanzeiger del 18 corrente apprendiamo che nell’assemblea generale del Loro Sindacato che si terrà il 30 p. v. potranno esser prese deliberazioni atte ad apportare nella Loro azienda modificazioni che non possiamo accettare. Per tal motivo ci vediamo obbligati con nostro vivo dispiacere, a ritirar Loro, con la presente, il credito concesso … Tuttavia se nella accennata assemblea generale non si approveranno provvedimenti che sono per noi inammissibili, e ci verranno date in tal senso convenienti garanzie anche per l’avvenire, ben volentieri ci dichiariamo pronti ad entrare con Loro in trattative circa la concessione di un nuovo credito” [*22].

In sostanza sono le stesse lagnanze del piccolo capitale contro l’oppressione del grande capitale, con la sola differenza che in questo caso un intero sindacato è ridotto alla parte di “piccolo capitale”! E’ l’antica lotta tra grande e piccolo capitale, riprodotta a un grado di evoluzione immensamente più alto. Le grandi banche disponendo di miliardi sono in grado di promuovere nelle loro imprese i progressi tecnici ben più rapidamente che, i predecessori. A mo’ d’esempio, le banche istituiscono speciali società di studi tecnici, dei cui lavori, naturalmente, beneficiano soltanto le imprese industriali “amiche”. Così: la Società per lo studio delle ferrovie elettriche, l’Ufficio centrale di ricerche tecnico-scientifiche, ecc.

Gli stessi dirigenti delle grandi banche non possono fare a meno di scorgere che stanno formandosi certe nuove condizioni dell’economia nazionale, ma rimangono impotenti di fronte a tal fatto. Scrive Jeidels:

“Chi ha osservato i mutamenti di persone avvenuti negli ultimi anni nelle cariche di direttori e di membri dei Consigli di amministrazione delle grandi banche, ha dovuto osservare come, a poco a poco, siano giunte al timone persone che considerano compito necessario e sempre più attuale nelle grandi banche intervenire attivamente nello sviluppo complessivo della grande industria, e come da ciò sorga un antagonismo in materia di affari, e spesso anche personale, tra queste persone e i vecchi direttori. Si tratta, in sostanza, di sapere se l’intervento delle banche nel processo produttivo danneggi la loro attività come istituti di credito, e se si sacrifichino solide basi e sicuri profitti a un’attività che non avrebbe niente a che fare con la mediazione del credito, che porterebbe le banche su un terreno dove sarebbero esposte, anche più di quanto non sia finora avvenuto, alle vicissitudini della congiuntura industriale. Mentre molti dei più anziani direttori di banche sono di quest’opinione, la maggior parte dei più giovani scorge nell’intervento attivo nelle questioni industriali la stessa necessità la quale, creando la grande industria moderna, ha creato le grandi banche e la moderna impresa industriale-bancaria. Le due parti s’accordano soltanto nel riconoscere che non esistono ancora solidi princìpi e scopi concreti per la nuova attività delle grandi banche” [*23].

Il vecchio capitalismo è superato. Il nuovo costituisce transizione a qualche cosa. Naturalmente, cercare “solidi princìpi e scopi concreti” per “conciliare” il monopolio con la libera concorrenza è un’impresa disperata. Le ammissioni degli uomini pratici suonano ben diversamente dagli inni alle bellezze del capitalismo “organizzato”, da parte dei suoi apologeti, come Schulze-Gaevernitz, Liefmann e consimili “teorici”.

In qual tempo cade l’inizio definitivo della “nuova attività”delle grandi banche? A questo quesito troviamo una risposta abbastanza precisa in Jeidels:

“I rapporti tra le imprese industriali col loro nuovo contenuto, le loro nuove forme e i loro nuovi organi, cioè le grandi banche organizzate, a un tempo, sulla base dell’accentramento e del decentramento, come caratteristico fenomeno dell’economia nazionale, non si costituirono avanti il decennio 1890-1900. In certo senso si può riconoscere questo momento iniziale soltanto nell’anno 1897 con le sue grandi fusioni di imprese, le quali per la prima volta introdussero la nuova forma decentrata di organizzazione, per motivi di politica bancaria industriale. Forse lo si può portare anche ad una data posteriore, giacché soltanto la crisi del 1900 ha immensamente accelerato e rafforzato il processo di concentrazione tanto nel sistema bancario quanto nell’industria e lo ha consolidato, trasformando, per la prima volta, i rapporti con l’industria in un monopolio effettivo delle grandi banche, e rendendoli notevolmente più stretti e intensi” [*24].

Pertanto l’inizio del secolo XX segna il punto critico del passaggio dall’antico al nuovo capitalismo, dal dominio dei capitale in generale al dominio del capitale finanziario.

Note

*1. ALFRED LANSBURGH, Fünf Jahre deutsches Bankwesen, in Die Bank, 1913, II, pp. 726-728.

*2. SCHULZE-GAEURNITZ, Die deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, parte 2., V Sezione, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.

*3. LIEFMANN, op. cit., p. 212.

*4. ALFRED LANSBURGH, Das Beteiligungssystem im deutschen Bankipesen, in Die Bank, I, 1910, pp. 500 e sgg.

*5. EUGEN KAUFMANN, Das franzöisiscbe Bankwesen, mit besonderer Berücksichtigung der drei Depositen-Grossbanken, Tubinga, 1911, pp. 356 e 362.

*6. JEAN LESCURE, L’épargne en France, Parigi, 1914, p. 52.

*7. A. LANSBURGH, Die Bank mit den 300 Millionen, in Die Bank, 1914, I, p. 426.

*8. S. TSCHIERSCHKY, op. cit., p. 128.

1. Varie sono le forme di accordo monopolistico; viene definito “pool”l’accordo temporaneo di più imprese per fissazione di prezzi, acquisto contemporaneo di merci, ecc.; con il termine cartello si indica un accordo tra più imprese per un certo periodo, rispetto ai prezzi, alla ripartizione dei mercati di vendita e di acquisto; in questo accordo le imprese dovrebbero mantenere l’autonomia amministrativa finanziaria; si ha il sindacato quando l’accordo è più stretto e le imprese perdono completamente la loro autonomia commerciale; con il trust l’integrazione tra le imprese è completa, i capitalisti perdono il diritto di proprietà sulle imprese e divengono proprietari del trust, che viene organizzato nella forma della società per azioni. Ma fatte queste distinzioni scolastiche, nei fatti può concordarsi con Hilferding, che scrive: “il dilemma: cartelli o trust (concepiti come termini contrapposti escludentisi a vicenda) non ha alcun fondamento effettivo” (Il Capitale finanziario, cit., p. 267).

*9. K. MARX, Il Capitale, Roma, Edizioni Rinascita, 1955, III, 2, p. 317.

*10. Dati della National Monetary Commission americana, in Die Bank, 1910, I, p. 1200.

*11. Die Bank, 1913, II, pp. 811, 1022; 1914, p. 743.

*12. Die Bank, 1914, I, p. 316.

*13. Dr. OSKAR STILLICH, Geld und Bankwesen, Berlino, 1907, p. 109.

*14. SCHULZE-GAEVERNITZ, Die deutsche Kreditbank, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.

*15. RIESSER, op. cit., IV ed., p. 630.

*16. Die Bank, 1912, I, p. 435.

*17. SCHULZE-GAEVERNIZ, Die deutsche Kreditbank nel Grundriss der Sozialökonomik, Tubinga, 1915, pp. 12 e 137.

*18. Citato da SCHULZE-GAEVFRNITZ nel Grundriss der Sozialökonomik, vol. cit., p. 155.

*19. JEIDELS, op. cit., e RIESSER, op. cit.

*20. JEIDELS, op. cit., pp. 156 e 157.

*21. EUGEN KAUFMANN, Die Organisation der französischen Depositen-Grossbanken, in Die Bank, 1909, II, pp. 854 e 855.

1  -Deutsche Bank, Disconto-Gesellschaft, Dresdner Bank, Darmstädter Bank.

*22. Dr. OSKAR STILLICH, op. cit., p. 147.

*23. JEIDELS, op. cit., pp. 183 e 184.

*24. Ibid., p. 181.

III. Capitale finanziario e oligarchia finanziaria

“Una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali, che lo utilizzano. Essi riescono a disporne solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguardi, rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi quindi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene, in tal modo, effettivamente trasformato in capitale industriale[*1].

Questa definizione è incompleta, in quanto vi manca l’accenno a uno dei fatti più importanti, cioè alla crescente concentrazione della produzione e del capitale in misura tale da condurre al monopolio. Tuttavia la funzione dei monopoli capitalistici è, in generale, messa in rilievo in tutto il libro di Hilferding, e particolarmente nei due capitoli precedenti a quello da cui è stata tratta la precedente definizione [1].

Concentrazione della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con l’industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto

Ora dovremo esporre come lo “spadroneggiare” dei monopoli capitalistici, nell’ambito generale della produzione di merci e della proprietà privata, metta inevitabilmente capo al dominio dell’oligarchia finanziaria. E’da osservare che i rappresentanti della scienza borghese tedesca -e non di quella sola- come Riesser, Schulze-Gaevernitz, Liefmann, ecc., sono, senza eccezione, apologeti dell’imperialismo e del capitale finanziario. Essi non svelano, anzi occultano e abbelliscono il “meccanismo” della formazione dell’oligarchia, i suoi metodi, l’entità delle sue entrate (così “lecite” come “illecite”), la sua collusione con i parlamenti, ecc. Essi sfuggono alle “questioni maledette” con frasi ampollose quanto oscure, richiamandosi al “senso di responsabilità” dei direttori di banche, levando alle stelle il “senso del dovere” dei funzionari prussiani e occupandosi con grande serietà dei particolari di progetti di legge poco seri sul.. “sorveglianza” e sulla “regolamentazione” e di frascherie teoriche, quale la seguente “scientifica” definizione alla quale è pervenuto il prof. Liefmann: “Il commercio è l’attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a disposizione i beni” [*2] (corsivo nell’opera del prof. Liefmann). Ne viene fuori che il commercio era già esistito presso gli uomini primitivi, che non conoscevano ancora neppure lo scambio, e che continuerà a esistere anche nella società socialista!

Ma i fatti mostruosi, che riguardano il mostruoso dominio dell’oligarchia finanziaria, saltano talmente agli occhi che in tutti i paesi capitalistici, così in America come in Francia e in Germania, è sorta- un’intera letteratura, che pur rimanendo sul terreno dei concetti borghesi, tuttavia dà un quadro approssimativamente esatto e una critica -piccolo-borghese, s’intende- dell’oligarchia finanziaria.

La pietra angolare è nel “sistema della partecipazione” [2] al quale si è già accennato. Un economista tedesco, Heymann, forse il primo che ha rivolto l’attenzione a questo sistema, così lo descrive:

“Il dirigente controlla la “società madre” [cioè la società base], questa le “società figlie” [cioè le società che ne dipendono], queste a loro volta le “società nipoti” e così via. In questo modo, con capitali non eccessivamente grandi, si possono padroneggiare immensi campi della produzione; giacché, posto che per esercitare il controllo sopra una società per azioni è sufficiente la padronanza del cinquanta per cento del capitale, basta al dirigente di possedere un milione, per poter controllare nelle società nipoti già 8 milioni di capitale. Se detto “intreccio” si estende ancor più, si ha il controllo su 16 milioni, su 32 e via dicendo” [*3].

Ma in realtà l’esperienza dimostra che basta possedere il quaranta per cento di tutte le azioni per dominare l’andamento degli affari di una società per azioni [*4], giacché una parte dei piccoli azionisti, disseminati qua e là, non ha la possibilità di intervenire alle assemblee generali, ecc. La “democratizzazione” dei possesso di azioni, dalla quale i sofisti borghesi e gli opportunisti “pseudosocialdemocratici” si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la “democratizzazione del capitale” [3], l’aumento d’importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell’oligarchia finanziaria. E’ precisamente per questo che nei più progrediti o più antichi ed “esperti”paesi capitalistici la legislazione permette l’emissione delle azioni più piccole. In Germania la legge non permette azioni al disotto di 1.000 marchi, e i magnati della finanza tedesca guardano con invidia all’Inghilterra, ove sono legalmente ammesse azioni da una sterlina. Nella seduta del Reichstag del 7 giugno 1900, Siemens, uno dei maggiori industriali e dei maggiori “re della finanza” di Germania, dichiarò “l’azione da una sterlina essere la base dell’imperialismo britannico” [*5]. Questo mercante sembra possedere sulla natura dell’imperialismo una concezione più profondamente “marxista” che un certo indegno scrittore, ritenute fondatore del marxismo russo, il quale tuttavia crede che l’imperialismo sia soltanto la cattiva particolarità d’un certo popolo… [4].

Il “sistema della partecipazione” non soltanto serve ad accrescere enormemente la potenza dei monopolisti, bensì permette anche di manipolare ogni sorta di loschi e luridi affari e di frodare il pubblico, giacché formalmente, davanti alla legge, le “società madri” non sono responsabili per le “società figlie”, considerate “indipendenti”, e per mezzo di esse possono far ciò che vogliono. Togliamo il seguente esempio dal fascicolo del maggio 1914 della rivista Die Bank.

“La Società anonima per l’industria dell’acciaio per molle di Kassel, fino a poco tempo fa era ritenuta una delle imprese più redditizie della Germania. La sua cattiva amministrazione condusse le cose a tal punto che i dividendi caddero dal 15% a zero. L’amministrazione, senza che gli azionisti ne sapessero nulla, aveva fatto un prestito di sei milioni ad una sua ” società figlia”, la Hassia, Il cui capitale nominale non ammontava che a poche centinaia di migliaia di marchi. Di questo prestito, che costituiva quasi il triplo del capitale azionario della “società madre”, non v’era traccia nel bilancio di quest’ultima; e contro tale occultamento non si poteva sollevare la minima eccezione giuridica, sicché esso poté essere continuato per due anni, non violando nessuna disposizione del codice di commercio. Il presidente del Consiglio di amministrazione, che firmò sotto la sua responsabilità i bilanci falsi, era ed è presidente della Camera di commercio di Kassel. Gli azionisti furono messi a conoscenza del prestito fatto alla Hassia soltanto quando esso già da lungo tempo era risultato un “errore” [l’autore avrebbe dovuto mettere questa parola tra virgolette] e quando le azioni della Società dell’acciaio per molle, in seguito alla vendita fattane da coloro che erano a conoscenza della cosa, ebbero perduto, nelle quotazioni, circa il cento per cento.

“Questo esempio caratteristico di equilibrio nei bilanci, che è consueto nelle società per azioni, lascia intendere perché mai le amministrazioni delle società per azioni, in generale, si incaricano di affari rischiosi, a cuor leggero, assai più dei privati imprenditori. La moderna tecnica della estensione dei bilanci non solo rende loro agevole di occultare ai comuni azionisti gli affari rischiosi intrapresi, ma permette inoltre ai principali interessati di sottrarsi alle conseguenze di un esperimento fallito col vendere a tempo le loro azioni, mentre il privato imprenditore sopporta sulla propria pelle le conseguenze di quel che fa …

“… I bilanci di molte società per azioni rassomigliano a quei noti palinsesti medioevali, nei quali si deve prima cancellare la scrittura visibile per poter decifrare i segni che stanno sotto di essa e che formano il vero contenuto del manoscritto …

“… Il mezzo più semplice, e quindi più spesso adoperato, per rendere impenetrabile un bilancio consiste nello scindere un’azienda unitaria in più parti sotto forma di costituzione o aggregazione di “società figlie”. Sono così evidenti i vantaggi offerti da tal sistema per i più svariati scopi -legali e illegali- che ormai si possono considerare come eccezioni le società, alquanto cospicue, che non lo abbiano accolto” [*6].

Come esempio di una grandissima società monopolistica che adopera tale sistema, l’autore cita la famosa A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäts-Gesellschaft, Società Generale per l’Elettricità), di cui si parlerà ancora in seguito. Nel 1912 si ammetteva che questa A.E.G. partecipasse a 175-200 società, naturalmente dominandole, e abbracciasse un capitale complessivo di un miliardo e mezzo di marchi [*7].

Tutte le norme di controllo, di pubblicazione di bilanci, di compilazione di un preciso schema di essi, di istituti di sorveglianza, ecc., con le quali distraggono l’attenzione del pubblico i professori benintenzionati -quelli ispirati, cioè dalla buona intenzione di difendere e abbellire il capitalismo- non hanno qui alcun valore. Poiché la proprietà privata è sacra, non si può proibire ad alcuno di comprare, vendere. barattare, impegnare, ecc. azioni.

Quali sviluppi abbia assunto presso le grandi banche russe questo “sistema di partecipazione”, lo si può desumere dai dati di E. Agahd, il quale fu per quindici anni impiegato nella Banca russo-cinese, e nel maggio 1914 pubblicò una voluminosa opera, dal titolo, non perfettamente esatto, Le grandi banche e il mercato mondiale [*8].

L’autore ha diviso le grandi banche russe in due gruppi fondamentali: a) quelle che lavorano col “sistema della partecipazione”; b) le “indipendenti”, dove però è da osservare che l’ “indipendenza” è intesa soltanto come indipendenza dalle banche straniere. Il primo gruppo a sua volta è dall’autore suddiviso in tre sottogruppi: 1) partecipazione tedesca; 2) inglese; 3) francese, dove si tratta della “partecipazione” e del dominio delle grandi banche della rispettiva, nazionalità. L’autore divide i capitali bancari secondo che vengono impiegati “produttivamente” (commercio e industria) o “speculativamente” (nelle operazioni di Borsa e finanziarie) poiché, con la concezione riformista piccolo-borghese che gli è propria, crede veramente che, permanendo il capitalismo, si potrebbero separare l’uno dall’altro questi due tipi di investimento di capitali ed eliminare il secondo. Ecco i dati di Agahd:

L’attivo delle banche in milioni di rubli (Bilanci all’ottobre-novembre 1913)

Impiego di capitale

Gruppi di Banche russe

Produttivo

Speculativo

Totale

a1) 4 Banche. Banca Commerciale Siberiana, Russa, Internazionale, di Sconto 413,7 859,1 1.272,8
a2) 2 Banche: Banca Commerciale e Industriale, Russo-Inglese 239,3 169,1 408,4
a3) 5 Banche: Banca Russo – Asiatica, Privata di Pietroburgo, Azov-Don, Unione di Mosca, Commerciale Russo-Francese 711,8 661,2 1.373,0
(11 Banche) Totale a) =1.364,8 1.689,4 3.054,2
b) 8 Banche: Banca Mercantile di Mosca, Volga-Kama, I. W. Junker & Co., Commerciale di Pietroburgo già Wawelberg, Banca di Mosca già di Riabuscinski, Moscovita di Sconto, Banca Commerciale di Mosca, Banca privata di Mosca. 504,2 391,1 895,3
(19 Banche) Totale . . . 1.869,0 2.080,5 3.949,5

Secondo questi dati, sui 4 miliardi di rubli che formano il capitale “operante” delle grandi banche, più di tre quarti, oltre 3 miliardi, appartengono a banche che propriamente non sono altro che “società figlie” di banche straniere, specialmente parigine (la famosa trinità bancaria: Unione parigina, Banca di Parigi e dei Paesi Bassi, Società Generale) e berlinesi (specie la Deutsche Bank e la Disconto). Due delle maggiori banche russe, la Banca russa per il commercio con l’estero e la Commerciale Internazionale di Pietroburgo, tra il 1906 e il 1912 hanno elevato il loro capitale da 44 a 98 milioni di rubli, e le riserve da 15 a 39 milioni. Esse “lavorano per tre quarti con capitale tedesco” appartenendo la prima al consorzio della Deutsche Bank, la seconda a quello della Disconto-Gesellschaft di Berlino. Il buon Agahd s’indigna fortemente perché le banche di Berlino hanno nelle loro mani la maggior parte delle azioni, e quindi gli azionisti russi sono impotenti. E naturalmente il paese che esporta il capitale si prende il meglio. Così, per esempio, la Deutsche Bank, allorché portò a Berlino le azioni della Banca Commerciale siberiana, le lasciò giacere nel proprio portafoglio per quasi un anno, e le vendette poi al corso di 193, contro il prezzo di emissione di 100, “guadagnando” in tale occasione circa 6 milioni di rubli, ciò che Hilferding ha chiamato “profitto di fondazione”.

Agahd calcola la “potenza” complessiva delle grandi banche di Pietroburgo in 8.235 milioni di rubli (quasi 8 miliardi e un quarto), e divide la “partecipazione”, più esattamente il dominio delle banche straniere nel modo seguente: le banche francesi il 55 % inglesi il 10 %, tedesche il 35 % Su questa somma di 8.235 milioni di capitale in funzione, secondo i calcoli dell’autore ben 3.687 milioni, cioè più del 40 % spettano ai sindacati Produgol e Prodameta [5], come pure ai sindacati dell’industria petrolifera, metallurgica e cementiera. Sicché in Russia, in conclusione, con la formazione dei monopoli capitalistici si è sviluppata su scala immensa la fusione del capitale bancario con quello industriale.

Il capitale finanziario, concentrato in poche mani e godendo un monopolio di fatto, ritrae redditi giganteschi e sempre maggiori da ogni fondazione di società, dall’emissione delle azioni, dai prestiti statali, ecc. e consolida l’egemonia delle oligarchie finanziarie [6], imponendo a tutta la società un tributo a favore dei detentori del monopolio. Diamo uno fra i tantissimi esempi addotti da Hilferding dello “spadroneggiare” dei trust americani [7]. Nel 1887 Havermeyer fondò il trust zuccheriero mediante la fusione di 15 società di tale specie, il cui capitale complessivo era di 6 milioni e mezzo di dollari. Il capitale del trust venne, invece, “annacquato”, secondo l’espressione americana, ed elevato a 50 milioni. Tale “sovracapitalizzazione” contava sui futuri profitti del monopolio alla stessa guisa che sui futuri profitti monopolistici fa assegnamento -sempre in America- il “trust dell’acciaio”, quando compra sempre nuovi territori con giacimenti di ferro. Infatti il “trust zuccheriero”, imponendo prezzi di monopolio, conseguì profitti tali da poter pagare dividendi dei 10 % al capitale sette volte “annacquato”, che è quanto dire circa il 70 % al capitale effettivamente versato al momento della fondazione! Nel 1909 il trust aveva un capitale di 90 milioni di dollari. Sicché in 22 anni il capitale era stato moltiplicato più di dieci volte!

In Francia, l’egemonia dell'”oligarchia finanziaria” (Contre l’oligarchie financière en France è appunto intitolato il noto libro di Lysis, di cui nel 1908 si fece la quinta edizione) ha soltanto assunto una forma leggermente diversa. Nell’emissione dei titoli le quattro maggiori banche hanno non il monopolio relativo, bensì il “monopolio assoluto”. Di fatto ciò costituisce un “trust delle grandi banche”. E il monopolio assicura, nelle emissioni, profitti monopolistici. Nei prestiti, il paese che li contrae, ordinariamente, non riceve più del 90 % della somma totale: il rimanente 10 % tocca alle banche e agli altri intermediari. In occasione del prestito russo-cinese, di 400 milioni di franchi, le banche ebbero un profitto dell’8 % nel prestito russo (1904), di 800 milioni, del 10 % nel prestito marocchino (1904), di 62 milioni e mezzo di franchi, del 18,75 % Il capitalismo, che prese le mosse dal capitale usurario minuto, termina la sua evoluzione mettendo capo a un capitale usurario gigantesco. “I francesi sono gli usurai dell’Europa”, dice Lysis. Per effetto di questa trasformazione del capitalismo, tutte le condizioni della vita economica soggiacciono ad un profondo mutamento. Nonostante la stasi del movimento della popolazione, del commercio, dell’industria e dei trasporti marittimi, il “paese” può arricchirsi a forza d’usura. “Cinquanta individui, che rappresentano un capitale di 8 milioni di franchi, possono disporre di due miliardi in quattro banche”. Agli stessi risultati mette capo il sistema di “partecipazione”, che ormai conosciamo. Una delle maggiori banche francesi, la Société Générale, emette 64 mila obbligazioni della sua filiale Raffinerie d’Egitto. Il corso dell’emissione è del 150 % vale a dire che la Banca guadagna 50 centesimi per ogni franco. I dividendi di questa società sono risultati fittizi, e il “pubblico” ha perduto da 90 a 100 milioni di franchi. Uno dei direttori della Socíété Générale era membro dell’amministrazione delle Raffinerie. Non è da meravigliarsi che Lysis debba trarre questa conclusione: “La repubblica francese è una monarchia finanziaria!” – “l’onnipotenza delle nostre grandi banche è assoluta, esse attraggono nella loro orbita il governo e la stampa” [*9].

A sviluppare e a consolidare l’oligarchia finanziaria contribuisce l’altissima redditività dell’emissione di titoli, una tra le principali operazioni del capitale finanziario. “Nessun affare all’interno del paese -dice la rivista tedesca Die Bank– arreca, neppure approssimativamente, i benefici dati dalla mediazione nell’emissione di un prestito estero” [*10].

“Non vi è operazione bancaria, che dia guadagni così grandi come li danno gli affari d’emissione”. Il profitto nella emissione di titoli di imprese industriali, secondo i dati raccolti dal Deutsche Oekonomist, ascendeva in media negli anni:

1895 al 38,6 % 1898 al 67,7 %
1896 al 36,1 % 1899 al 66,9 %
1897 al 66,7 % 1900 al55,2 %

“Nel decennio 1891-1900, soltanto sulle emissioni di titoli industriali tedeschi si è fatto un “guadagno” di oltre un miliardo di marchi” [*11].

Mentre nei periodi di prosperità industriale i profitti del capitale finanziario aumentano a dismisura, in quelli di decadenza industriale le imprese piccole e deboli vanno a picco; allora le banche “partecipano” alla compera a buon mercato di queste piccole aziende o al “risanamento” e alla “riorganizzazione”delle imprese dissestate. Nel “risanamento” delle imprese dissestate

“il capitale azionario viene svalutato, il che significa che gli utili vengono suddivisi su un capitale più ristretto. Nel caso poi che non vi sia alcun utile, viene raccolto nuovo capitale il quale, insieme a quello già posseduto e svalutato, riesce di nuovo a produrre un utile sufficiente. Va notato, a questo proposito -aggiunge Hilferding- che questo riassestamento e questa riorganizzazione hanno per le banche una duplice importanza: in primo luogo perché rappresentano affari vantaggiosi e, in secondo luogo, perché offrono loro l’occasione di assoggettare quelle società che si siano rivolte a loro per aiuti” [*12].

Esempio: la società mineraria per azioni Union fu fondata a Dortmund nel 1872 con un capitale di circa 40 milioni di marchi. Siccome dopo il primo anno essa dette dividendi del 12 % il corso delle azioni salí fino al 170 % Il capitale finanziario si prese la crema, intascando qualche cosa come 28 milioni. Nella fondazione di questa società aveva avuto parte principale la banca tedesca Disconto-Gesellschaft, quella stessa grande banca cioè che aveva felicemente raggiunto il capitale di 300 milioni di marchi. Ma in seguito i dividendi della Union si ridussero a zero. Gli azionisti dovettero consentire a un “diffalco” di capitale, cioè a perdere una parte del loro denaro per non sacrificare tutto. E, come risultato di una serie di “risanamenti”, nel corso di 30 anni scomparvero dai libri della Union oltre 73 milioni di marchi. “Oggi l’azionista originario possiede soltanto il 5 % del valore nominale delle azioni Union” [*13]. Ma in ogni “risanamento” le banche continuarono a “guadagnare”.

Una delle più redditizie operazioni del capitale finanziario è costituita dalla speculazione fondiaria sui terreni posti nelle vicinanze di città in rapido sviluppo. In questo campo il monopolio bancario si fonde col monopolio della rendita fondiaria e col monopolio dei mezzi di comunicazione, giacché l’aumento dei prezzi dei terreni, la possibilità di venderli vantaggiosamente a parcelle, ecc., dipende anzitutto dalla comodità delle comunicazioni col centro della città, e i mezzi di comunicazione si trovano nelle mani di grandi società, che a loro volta sono legate alle banche mediante il sistema della partecipazione e della distribuzione dei posti di direttore.

Ne risulta ciò che è stato indicato col nome di “pantano”da L. Eschwege, collaboratore della rivista Die Bank, che ha studiato in modo speciale le operazioni di compravendita dei fondi, il loro pignoramento, ecc.: frenetica speculazione sui terreni suburbani, fallimento delle imprese edilizie, quale la ditta berlinese Boswau e Knauer che ingoiò circa 100 milioni di marchi, precisamente coll’aiuto della “solidissima e rispettabilissima” Deutsche Bank, che naturalmente cooperò dietro le quinte secondo il sistema della “partecipazione”, cioè clandestinamente, e se la cavò da questo affare col sacrificio di “soli” 12 milioni, quindi fallimento dei piccoli proprietari e degli operai che non ricevettero nulla dalle bluffistiche ditte dell’industria edilizia, truffe stipulate con l'”onesta” polizia e amministrazione berlinese per accaparrarsi il servizio di informazioni concernenti i vari appezzamenti e le licenze rilasciate dal Consiglio comunale per la costruzione degli edifici, e così via [*14].

“Il costume americano”, di fronte al quale i professori e i borghesi benintenzionati d’Europa levano così ipocritamente gli occhi al cielo, nell’epoca del capitale finanziario è diventato, alla lettera, il costume di ogni grande città in qualsivoglia nazione.

Al principio del 1914 si parlava a Berlino di formare un “trust dei trasporti”, vale a dire di stabilire una “comunità di interessi” tra le tre imprese berlinesi di trasporti, della ferrovia elettrica, dei tram e degli omnibus.

“Che esistesse tale intenzione -scriveva Die Bank– si sapeva fin dal giorno in cui fu noto che la maggioranza delle azioni della Società degli omnibus era passata nelle mani delle altre due società dei trasporti. Si può senz’altro concedere ai promotori di questo piano che essi mediante la regolarízzazione unitaria dei metodi di trasporto si propongano di conseguire economie, una parte delle quali, in fin dei conti, potrebbe andare a beneficio del pubblico. Ma la questione è complicata dal fatto che dietro al trust dei trasporti in via di formazione esistono delle banche, le quali, volendo, possono porre i mezzi di comunicazione da loro monopolizzati a servizio dei propri interessi di speculazione fondiaria. Per convincersi della veridicità di tale supposizione, basta ricordarsi come, già al momento della fondazione della Società per la ferrovia elettrica urbana, vi fossero implicati gli interessi della grande banca che ne aveva favorito la fondazione. E precisamente gli interessi di quell’impresa di trasporto s’intrecciano con gli interessi della speculazione fondiaria. Il fatto è che dalla linea orientale della ferrovia elettrica furono fatti percorrere terreni i quali, dopo che fu assicurata la costruzione della ferrovia, furono venduti dalla banca con grande beneficio per sé e per alcuni altri compartecipi dell’affare …” [*15].

Il monopolio, non appena creato, dispone di miliardi, penetra necessariamente tutti i campi della vita pubblica, indipendentemente dalla costituzione politica del paese e da altri consimili “particolari”. Gli scrittori tedeschi di economia politica sono generosi di incensamenti all’onestà dei funzionari prussiani e di riprovazione all’indirizzo del “panamismo”francese [8] o della corruzione americana. Ma è un fatto che perfino la letteratura borghese sul sistema bancario tedesco è costretta continuamente a uscire dalla sfera delle pure operazioni bancarie, e a trattare, per esempio, della “corsa verso le banche”, a motivo del sempre maggior numero dei casi di passaggio di funzionari governativi al servizio delle banche. “Dove se ne va la incorruttibilità del funzionario statale, quando il suo segreto desiderio è quello di avere un posticino caldo nella Belarenstrasse?” [*16] – la via di Berlino dove ha sede la Deutsche Bank. Alfred Lansburgh, editore della Bank, scriveva nel 1909, in un articolo su L’importanza economica del bizantinismo, che il viaggio di Guglielmo Il in Palestina e la “sua immediata conseguenza, la ferrovia di Bagdad [9], questa fatale opera grandiosa dello spirito d’iniziativa tedesco”, furono, più di tutti gli altri errori politici messi insieme, responsabili dell’ “accerchiamento” [*17] (per accerchiamento s’intende la politica di Edoardo VII, rivolta ad isolare la Germania, e a circondarla di un anello di alleanze imperialiste antitedesche). Il già menzionato collaboratore della stessa rivista L. Eschwege, nell’articolo Plutocrazia e burocrazia (1912), svela, ad esempio, il caso del funzionario statale tedesco Völker, che, essendo membro della commissione per i cartelli, si distinse per la sua energia e poco dopo risultò detentore di un lucroso posticino nel cartello più potente: il Sindacato dell’acciaio. Simili casi costringono il nostro autore borghese ad ammettere che “già fin d’ora la libertà economica garantita dalla Costituzione germanica, in molti campi della vita economica del paese non è che una frase priva di contenuto” e che, dato l’esistente imperare della plutocrazia, “neppure la più ampia libertà politica può salvarci dal diventare un popolo di uomini non liberi …” [*18].

Per quanto concerne la Russia, vogliamo limitarci a un solo esempio. Alcuni anni fa tutti i giornali riportarono la notizia che il direttore dell’Ufficio di credito, Davidov, lasciava il servizio di Stato e accettava in una grande banca un posto con uno stipendio, che, a termini del contratto, in alcuni anni doveva salire ad oltre un milione di rubli. L’Ufficio di credito è un’istituzione che ha il compito di “unificare l’attività di tutti gli istituti di credito nell’impero” e che concede alle banche della capitale sovvenzioni fino ad 800.000-1.000.000 di rubli [*19].

In generale il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dall’impiego del medesimo nella produzione, di staccare il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall’imprenditore e da tutti coloro che partecipano direttamente all’impiego del capitale. L’imperialismo, vale a dire l’egemonia del capitale finanziario, è quello stadio supremo del capitalismo, in cui tale separazione raggiunge dimensioni enormi. La prevalenza del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale importa una posizione predominante del rentier e dell’oligarchia finanziaria, e la selezione di pochi Stati finanziariamente più “forti” degli altri. In quali proporzioni si verifichi tale processo, ci è dimostrato dalla statistica delle emissioni di titoli di ogni specie.

Nel Bollettino dell’Istituto statistico internazionale, il Neymarck [*20] pubblicò intorno alle emissioni di tutto il mondo i dati più circostanziati, completi, e controllabili, dati che in seguito vennero spesso parzialmente riprodotti nelle pubblicazioni di economia politica. Ecco, per quattro decenni, dal 1870 al 1910, la somma delle emissioni in miliardi di franchi:

1871-1880 76,1
1881-1890 64,5
1891-1900 100,4
1901-1910 197,8

Nel 1870-1880 la somma delle emissioni aumentò in tutto il mondo, specialmente a causa dei prestiti connessi alla guerra franco-prussiana e al successivo periodo di intensa speculazione finanziaria in Germania. Nel corso degli ultimi tre decenni del secolo XIX in complesso l’aumento è poco rapido, e solo col primo decennio del secolo XX si ha un enorme aumento, quasi un raddoppiamento. Pertanto l’inizio del secolo XX rappresenta un’epoca che segna una svolta non solo, come già si è detto, nei riguardi dell’incremento dei monopoli (cartelli, sindacati, trust) ma anche nei riguardi dell’incremento del capitale finanziario [10].

Neymarck computa all’incirca in 815 miliardi di franchi la somma totale dei titoli di tutto il mondo nel 1910. Sottraendo in modo approssimativo i duplicati, questa somma si riduce a 575-600 miliardi. Calcolando 600 miliardi, ecco la distribuzione secondo i paesi.

Ammontare dei titoli nel 1910 (in miliardi di franchi)

Inghilterra 142 479
Stati Uniti 132
Francia 110
Germania 95
Russia 31
Austria-Ungheria 24
Italia 14
Giappone 12
Olanda 12,5
Belgio 7,5
Spagna 7,5
Svizzera 6,25
Danimarca 3,75
Svezia, Norvegia, Romania, ecc. 2,5

Totale Fr.

600 miliardi

Ci si accorge subito da questi dati quanto sia netto il distacco tra i quattro paesi capitalistici più ricchi, che posseggono titoli per un importo di circa 100-150 miliardi di franchi ciascuno, e gli altri paesi. Tra quelli, due sono i paesi capitalistici più ricchi di colonie, cioè l’Inghilterra e la Francia; gli altri due sono i paesi capitalistici più progrediti in rapporto alla rapidità di sviluppo e all’ampiezza di diffusione del monopolio capitalistico della produzione, cioè gli Stati Uniti e la Germania. Questi quattro paesi insieme posseggono 479 miliardi di franchi, vale a dire circa l’80 % del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il resto del mondo, in questa o quella forma, fa la parte del debitore o tributario di questi Stati, che fungono da banchieri internazionali, di queste quattro “colonne” del capitale finanziario mondiale.

Dobbiamo ora esaminare con attenzione particolare la parte che nella creazione della rete internazionale della dipendenza e dei nessi del capitale finanziario è rappresentata dall’esportazione del capitale.

Note

*1. RUDOLF HILFERDING, op. cit., p. 301 [trad. it. cit., pp. 295 296].

1. Lenin si riferisce ai capitoli XII “Il monopolio capitalistico e il commercio” e XIII “Cartelli e trusts”.

*2. R. LIEFMANN, op. cit., p. 476.

2. E’ quello che oggi viene comunemente definito sistema delle holdings e delle società a catena.

*3. HANS GIDEON HEYMANN, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, p. 269.

*4. LIEFMANN, op. cit., p. 358.

3. La versione contemporanea della “democratizzazione” del capitale è data, come è noto, dal “capitalismo popolare” e dall'”azionariato operaio”.

*5. SCHULZE-GAEVERNITZ nel Grundriss der Sozialkönomik, vol. cit., p. 110.

4. Allusione a Plekhanov che all’inizio della guerra del 1914-1918 divenne socialsciovinista.

*6. L. ESCHWGE, Tochtergesellschaften, in Die Bank, 1914, I, pp. 544-546.

*7. KURT HEINING, Der Weg des Eektrotrusts, in Neue Zeit, 1912, II, p. 484.

*8. E. AGAHD, Grossbanken und Weltmarkt. Die wirtschaftliche und politische Bedeutung der Grossbanken im Weltmarkt, unter Berücksicktigung ihres Einflusses auf Russlands Volkswirtschaft und die deutsch-russischen Beziehungen, Berlino, 1914, pp. 11-17.

5. Produgol: Sindacato russo delle grandi imprese carbonifere del bacino del Don. Prodameta: Società per la vendita della produzione metallurgica del Sud della Russia.

6. In merito al potere di queste “oligarchie finanziarie”, Hobson, più di cinquanta anni fa, scriveva: “Il fattore che controlla e dirige l’intero processo … è la pressione dei moventi finanziari e industriali, utilizzati per gli interessi materiali diretti e immediati di gruppi nazionali piccoli, capaci e ben organizzati. Questi gruppi si assicurano l’attiva cooperazione degli statisti e dei gruppi politici che detengono il potere nei “partiti”, in parte associandoli direttamente alle loro combinazioni, e in parte appellandosi all’istinto di conservazione dei membri delle classi possidenti, i cui interessi costituiti e il cui predominio di classe possono meglio preservarsi deviando le correnti politiche dalla politica interna a quella estera. L’acquiescenza e persino l’appoggio attivo ed entusiastico delle masse di un paese a una linea politica fatale ai veri interessi è assicurato, in parte, mediante appelli alla missione di civiltà della nazione; ma, soprattutto, speculando sugli istinti primitivi della razza”. J. A. HOBSON, Imperialism, Londra, 1922, p. 212.

7. Cfr. Il Capitale finanziario, ed. cit., p. 294.

*9. LYSIS, Contre l’oligarcbie financière en France, 5. ed., Parigi, 1908, pp. 11, 12, 26, 39, 40, 48.

*10. Die Bank, 1913, n. 7, p. 630.

*11. STILLICH, op. cit., p. 143 e W. SOMBART, Die Deutsche Volkswirtschaft im 19. Jahrhundert und im Anfang des 20. Jahrbunderts, 2, ed., 1909. Appendice 8, p. 256.

*12. RUDOLF HILFERDING, op. cit., p. 152 [trad. it. cit., p. 152].

*13. STILLICH, op. cit., p. 138 e LIEFMANN, op. cit., p. 51.

*14. L. ESCHWEGE, Der Sumpf, in Die Bank, 1913, 11, p. 952 e sgg.; ibid. I, 1912, p. 223 e sgg.

*15. Verkehrstrust, in Die Bank, I, 1914, pp. 89 e 90.

8. Nello scandalo (1888) seguìto al fallimento della compagnia francese Lesseps che aveva condotto i lavori del canale di Panama, furono implicati, come è noto, Clemenceau, Loubet ed altri uomini politici.

*16. LANSBURGH A., Der Zug zur Bank, in Die Bank, 1909, I, p. 79.

9. Al progetto della linea ferroviaria dei “Tre B” (Berlino-Bisanzio-Bagdad), con la quale la Germania si proponeva di rafforzare il proprio dominio nell’Asia Minore, gli inglesi contrapponevano il progetto della linea dei “Tre C” (Città del Capo-Cairo-Calcutta) e i russi quello della linea dei “Due P” (Pietroburgo-Golfo Persico).

*17. LANSBURGH A., Der Zug zur Bank, cit., I, p. 301.

*18. Die Bank, 1912, II, p. 835; 1913, II, p. 962.

*19. E. AGAHD, op. cit., pp. 201-202.

*20. Bulletin de l’Institut international de statistique, vol. XIX, libro II, L’Aia, 1912. I dati sui piccoli Stati (II colonna) sono quelli del 1902 aumentati del 20%.

10. Nella Miscellanea di scritti di Lenin, vol. XII, p. 277, ed. russa, è riprodotto, dai Quaderni sull’imperialismo, il seguente prospetto:

Totali per periodi di cinque anni Emissioni in miliardi di franchi
1871-5 45,0
1876-80 31,1
NEYMARCK, 1881-85 24,1
Vol. XIX, parte II, p. 206. 1886-90 40,4
1891-95 40,4
1896-900 60,0
(Nota di E. Varga) 1901-1905 83,7
1906-1910 114,1

IV. L’esportazione del capitale

Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione di capitale.

Il capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del capitalismo è l’aumento dello scambio delle merci così all’interno del paese come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi. Prima di tutti divenne paese capitalistico l’Inghilterra; e questa, intorno alla metà del secolo XIX, allorché introdusse il libero commercio, pretendeva di esercitare la funzione di “opificio di tutto il mondo”, di rifornire di prodotti manufatti a, tutti i paesi, che in cambio dovevano fornirle materie prime. Ma questo monopolio dell’Inghilterra era già profondamente vulnerato nell’ultimo quarto del secolo XIX, poiché – una serie di paesi, garantitisi con dazi “protettivi”, si svilupparono come paesi capitalistici indipendenti. Sul limitare del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio; in primo luogo i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme “eccedenza di capitale”

Senza dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l’agricoltura, che attualmente è rimasta dappertutto assai indietro rispetto all’industria, e potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi nella fame, non si potrebbe parlare di un’eccedenza di capitale. E questo appunto è l'”argomento” sollevato di solito dai critici piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semiaffamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò importerebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, poiché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo. La possibilità dell’esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell’orbita del capitalismo mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie, one è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni elementari per lo sviluppo dell’industria, ecc. La necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato “più che maturo” e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento “redditizio”

Le cifre seguenti mostrano approssimativamente quali capitali siano stati esportati all’estero dai tre principali paesi europei [*1].

Capitale esportato all’estero (in miliardi di franchi)
Inghilterra Francia Germania
1862. . . . 3,6
1872. . . . 15 10 (1869)
1882. . . . 22 15 (1880) ?
1893. . . . 42 20 (1890) ?
1902. . . . 62 27-37 12,5
1914. . . . 75-100 60 44

Da questo quadro rileviamo che l’esportazione del capitale ha assunto dimensioni gigantesche soltanto all’inizio del XX secolo. Prima della guerra il capitale investito all’estero dai principali paesi d’Europa ammontava da 175 a 200 miliardi di franchi. La rendita di questi capitali, calcolandola modestamente al 5% doveva ammontare a 8-10 miliardi all’anno. Quale solida base per l’oppressione imperialistica e lo sfruttamento della maggior parte delle nazioni della terra per opera dei parassitismo capitalista di un pugno di Stati più ricchi!

Come si ripartisce questo capitale tra i vari paesi nei quali esso è esportato? A tale quesito si può dare soltanto una risposta approssimativa, la quale tuttavia può illustrare alcuni reciproci rapporti e nessi generali nel moderno imperialismo.

Parti del mondo nelle quali (approssimativamente) sono distribuiti i capitali esteri (intorno al 1910, in miliardi di marchi
Inghilterra Francia Germania Totale
Europa 4 23 18 45
America 37 4 10 51
Asia, Africa, Australia 29 8 7 44
Totale 70 35 35 140

Per l’Inghilterra entrano in prima linea i possedimenti coloniali, assai vasti anche in America (ad esempio il Canada), per tacere dell’Asia, ecc. Qui la gigantesca esportazione di capitali è strettamente connessa con le immense colonie della cui importanza si dovrà ancora parlare. Altrimenti stanno le cose per la Francia. Questa ha esportato il suo capitale in Europa e principalmente in Russia (non meno di 10 miliardi di franchi): e inoltre si tratta principalmente di capitali impiegati in prestiti e specialmente in prestiti statali e non di capitale che lavori in imprese industriali. A differenza dell’imperialismo inglese, che è imperialismo coloniale, quello francese potrebbe chiamarsi imperialismo da usurai In Germania troviamo un terzo tipo di imperialismo: i possedimenti coloniali della Germania non sono grandi e il suo capitale d’esportazione si distribuisce in misura più eguale tra l’Europa e l’America.

L’esportazione di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce, accelerando tale sviluppo. Pertanto se tale esportazione, sino a un certo punto, può determinare una stasi nello sviluppo nei paesi esportatori, tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo.

I paesi esportatori di capitale hanno quasi sempre la possibilità di godere certi “vantaggi”, la cui natura pone in chiara luce gli specifici caratteri dell’epoca del capitale finanziario e dei monopoli. Per esempio la Bank di Berlino nell’ottobre 1913 scriveva quanto segue:

“Da qualche tempo sul mercato internazionale del capitale si va rappresentando una commedia degna di Aristofane. Numerosi Stati esteri, dalla Spagna ai paesi balcanici, dalla Russia all’Argentina, al Brasile e alla Cina, si presentano apertamente o in modo mascherato ai grandi mercati del denaro con richieste di prestiti, alcune delle quali sono estremamente insistenti. Veramente i mercati del denaro non si trovano ora in condizioni particolarmente buone, ed anche le prospettive politiche sono tutt’altro che rosee. E tuttavia nessuno dei mercati del denaro osa respingere le richieste straniere, per paura che il vicino lo possa precedere, concedendo i crediti e assicurandosi così il diritto a certi piccoli controservizi. Infatti in questi affari internazionali tocca sempre qualche cosa ai creditori, o un vantaggio di politica commerciale, o un giacimento di carbone, o la costruzione di un porto, o una pingue concessione, o una commissione di cannoni” [*2].

Il capitale finanziario ha creato l’epoca dei monopoli. Ma questi recano ovunque con sé princìpi monopolistici: in luogo della concorrenza sul mercato aperto, appare l’utilizzazione delle “buone relazioni” allo scopo di concludere affari redditizi. La cosa più frequente nella concessione di crediti è quella di mettere come condizione che una parte del denaro prestato debba venire impiegato nell’acquisto di prodotti del paese che concede il prestito, specialmente di materiale da guerra, navi, ecc. La Francia negli ultimi due decenni (1890-1910) ha spesso ricorso a tale mezzo. L’esportazione di capitale all’estero diventa un mezzo di favorire anche l’esportazione delle merci. In tale campo i contratti, specialmente tra i grandi imprenditori, sono di natura tale da “rasentare i limiti della corruzione”, come si esprime “benevolmente” Schilder [*3]. Krupp in Germania, Schneider in Francia, Armstrong in Inghilterra, sono i tipi delle ditte che stanno in intimi rapporti con le grandi banche e coi governi e in occasione di prestiti non si lasciano “trascurare”.

La Francia concedendo prestiti alla Russia la “strozzò” col trattato commerciale del 16 dicembre 1905 [1], costringendola a certe concessioni fino al 1917; e lo stesso avvenne nel trattato di commercio concluso col Giappone il 19 agosto 191 L La guerra doganale tra Austria e Serbia [2], che durò, con una interruzione di soli sette mesi, dal 1906 al 1911, fu provocata in parte dalla concorrenza tra Austria e Francia per la fornitura del materiale da guerra alla Serbia. Nel gennaio 1912 Paul Deschanel dichiarò alla Camera francese che dal 1908 al 1911 le ditte francesi avevano fornito materiale da guerra alla Serbia per 45 milioni di franchi.

In un rapporto del console austro-ungarico di San Paolo (Brasile) è detto:

“La costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali francesi, belgi, britannici e tedeschi; questi paesi, nel finanziare le ferrovie, pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario”.

In tal guisa il capitale finanziario stende letteralmente, si può dire, i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo. A tale riguardo rappresentano una parte importantissima le banche fondate nelle colonie e le loro filiali. Gli imperialisti tedeschi guardano con invidia i “vecchi” paesi coloniali, i quali in questo campo sono provveduti con particolare “dovizia”. Nel 1904 l’Inghilterra possedeva 50 banche coloniali con 2.279 succursali (nel 1910: 72 con 5.449 succursali); la Francia 20 con 136 succursali [*4]; l’Olanda 16 con 68, e la Germania “in tutto soltanto” 13 con 70 succursali. I capitalisti americani, a loro volta, invidiano gli inglesi e i tedeschi.

“Nell’America del Sud -essi lamentavano nel 1915- 5 banche tedesche hanno 40 succursali e 5 inglesi ne hanno 70. Negli ultimi venticinque anni l’Inghilterra e la Germania hanno investito circa 4 miliardi di dollari nell’Argentina, nel Brasile, nell’Uruguay, e il risultato è che esse godono del 46 per cento dell’intero commercio di questi paesi” [*5].

I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche a una divisione del mondo vera e propria.

Note

*1. HOBSON, Imperialism, cit., p. 58; RIESSER, op. cit., pp. 395 e 404; P. ARNDT, in Weltwirtschaftliches Archiv vol. VII, 1916, p. 35; NEYMARCK nel Bulletin de l’Insinut international de statistique; HILFERDING, op. cit., p. 437 [trad. it. cit., p. 407 e sgg]; LLOYD GEORGE, discorso alla Camera dei Comuni, 4 maggio 1915, pubblicato nel Daily Telegraph, 5 maggio 1915; B. HARMS, Probleme der Weltwirtschaft, Jena, 1912, p. 235 e sgg.; Dr. SIEGMUND SCHILDER, Entwicklungstendenzen der Weltwirtschaft, vol. I, Berlino, 1912, p. 150; GEORGE PAISH, Great Britain’s Capitail Investments ecc., nel Journal of the Royal Statistical Society, vol. LXXIV, 1910-11, p. 16 e sgg.; GEORGES DIOURITCH, L’expansion des banques allemandes à l’étranger, ses rapports avec le développement économique de l’Allemagne, Parigi, 1909, p. 84.

*2. Die Bank, 1913, II, pp. 1024-1025.

*3. SCHILDER, op. cit., vol. I, pp. 346, 349, 350 e 371.

1. Il governo zarista fu costretto a concludere questo trattato e a contrarre un grosso prestito in Francia per rafforzare le proprie posizioni scosse dalla rivoluzione del 1905 e per schiacciare quest’ultima.

2. Il pretesto per questa guerra fu offerto dall’accordo tra la Serbia e la Bulgaria, il quale comprometteva gli interessi dell’Austria. Quest’ultima protestò e chiuse le frontiere all’esportazione serba.

*4. RIESSER, op. cit., 4. ed., pp. 374-375; DIOURITCH, op. cit., p. 283.

*5. The Annals of the American Academy of Political and Social Science, vol. LIX, maggio 1915, p. 301. Nella stessa pubblicazione leggiamo a p. 331 che il noto studioso di statistica Paish, nell’ultimo numero del giornale finanziario The Statist, calcolava a 40 miliardi di dollari, cioè a 200 miliardi di franchi oro, il totale del capitale esportato dall’Inghilterra, Germania, Francia, Belgio e Olanda.

V. La spartizione del mondo tra i complessi capitalistici

Le associazioni monopolistiche dei capitalisti -cartelli, sindacati, trust- anzitutto spartiscono tra di loro il mercato interno e si impadroniscono della produzione del paese. Ma in regime capitalista il mercato interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato mondiale. E a misura che cresceva la esportazione dei capitali, si allargavano le relazioni estere e coloniali e le “sfere d’influenza” delle grandi associazioni monopolistiche, “naturalmente” si procedeva sempre più verso accordi internazionali tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali.

Questo è un nuovo gradino della concentrazione mondiale del capitale e della produzione, un gradino molto più elevato del precedente. Vogliamo ora vedere come sorge questo monopolio.

L’industria elettrica è quella che meglio di ogni altra rappresenta gli ultimi progressi compiuti dalla tecnica e dal capitalismo tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX. Essa si è sviluppata con maggior forza nei due nuovi paesi capitalistici più progrediti, gli Stati Uniti e la Germania. In Germania specialmente la crisi del 1900 esercitò una grande influenza sull’incremento della concentrazione in questo campo. Le banche, già abbastanza fuse con l’industria, durante questa crisi accelerarono e approfondirono in altissimo grado la rovina delle imprese relativamente piccole e l’assorbimento di esse nelle grandi aziende.

“Le banche – scrive Jeidels- toglievano i loro aiuti appunto alle imprese più bisognose di capitale, promuovendo così dapprima un rialzo pazzesco, ma poi un fallimento disperato delle società non legate ad esse strettamente e durevolmente” [*1].

Da ciò seguì che dopo il 1900 la concentrazione procedette a passi da gigante. Prima del 1900 esistevano nell’industria elettrica sette od otto “gruppi” formati ciascuno da parecchie società (in tutto 28), e sostenuto ognuno da 2 a 11 banche. Verso il 1908-1912 questi gruppi si fusero in due, o meglio in uno solo. Tale processo si svolse nella maniera seguente:

La famosa A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäts-Gesellschaft), cresciuta in tal guisa, domina da 175 a 200 società (col “sistema “della partecipazione”) e dispone, in complesso, di un capitale di circa un miliardo e mezzo di marchi. Soltanto all’estero essa ha 34 rappresentanze, fra cui 12 società per azioni in oltre 10 Stati. Già nel 1904 si calcolava che l’industria elettrica tedesca avesse investito all’estero un capitale di 233 milioni di marchi, di cui 62 milioni in Russia. S’intende che la A.E.G. rappresenta una gigantesca impresa “combinata”; essa comprende non meno di 16 società di produzione dei più moderni prodotti finiti a cominciare dai cavi e dagli isolatori fino alle automobili e agli aeroplani.

Ma questa concentrazione europea costituisce anche un frammento del processo americano di concentrazione. Eccone lo svolgimento:

In tal guisa sorsero due “potenze” dell’elettricità. “Non vi sono sulla terra altre potenze dell’elettricità, completamente indipendenti da queste due,” afferma Heining nel suo articolo: La via del trust elettrico. Le cifre seguenti danno una idea approssimativa del giro di affari e della vastità dei trust:

Anno Vendita di merci in milioni di Mk Numero degli impiegati Profitto netto in milioni di Mk
America: 1907 252 28.000 35,4
G.E.C. (General Electr. Co.) 1910 298 32.000 45,6
Germania: 1907 216 30.700 14,5
A.E.G. (Allgem. Elektr. – Ges.) 1911 362 60.800 21,7

Orbene, nel 1907 1 due trust americano e tedesco conclusero un accordo, in forza del quale il mondo resta spartito. La concorrenza è eliminata. La G.E.C. “ottiene” gli Stati Uniti e il Canada; la A.E.G. “riceve” la Germania, l’Austria, la Russia, l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, la Turchia e i Balcani. Particolari accordi, naturalmente segreti, regolano la posizione delle “società figlie” che penetrano in nuovi rami industriali ed in “nuovi” paesi formalmente non ancora spartiti. L convenuto lo scambio reciproco delle invenzioni e degli esperimenti [*2].

Si capisce senz’altro come sia difficile la concorrenza contro questo trust, di fatto mondiale e unitario, che dispone di un capitale di vari miliardi di marchi ed ha le sue “filiali”, rappresentanze, agenzie, relazioni, ecc. in tutti gli angoli della terra. Ma naturalmente la divisione del mondo tra due potenti trust non esclude che possa avvenire una nuova spartizione, non appena sia mutato il rapporto delle forze in conseguenza dell’ineguaglianza di sviluppo per effetto di guerre, di crack, ecc.

Un esempio istruttivo di simile nuova spartizione e delle lotte che essa provoca è offerto dall’industria del petrolio.

“Il mercato mondiale del petrolio -scriveva Jeidels nel 1905- sostanzialmente è ancora ripartito tra due grandi gruppi finanziari: la Standard Oil Co. americana, di Rockefeller, e i padroni del petrolio russo di Bakù, Rothschild e Nobel. Questi due gruppi. stanno tra di loro in intimi rapporti, ma da alcuni anni sono minacciati nelle loro posizioni di monopolio da cinque avversari” [*3]:

1) l’esaurimento delle sorgenti petrolifere d’America; 2) la concorrenza della ditta Mantascev e Co. di Bakù; 3) le sorgenti di petrolio in Austria e, 4) in Romania; 5) le sorgenti petrolifere transoceaniche, specialmente nelle colonie olandesi (le ricchissime ditte Samuel e Shell, legate anche al capitale inglese). Questi tre ultimi gruppi di imprese sono legati alle grandi banche tedesche con alla testa la più grande, la Deutsche Bank. Queste banche hanno promosso m modo metodico e indipendente l’industria del petrolio, per esempio in Romania, allo scopo di avere alcuni loro “propri” punti di appoggio. Nel 1907 si calcolava a 185 milioni di franchi il capitale straniero impiegato nell’industria petrolifera romena, e di essi spettavano alla Germania 74 milioni [*4].

S’iniziò una lotta, definita nelle pubblicazioni economiche lotta per la “spartizione del mondo”. Da un lato il trust petrolifero di Rockefeller, per impadronirsi di tutto, fondò nella stessa, Olanda una “società figlia”, andò comperando le sorgenti di petrolio nelle Indie olandesi, allo scopo di colpire a morte il suo principale avversario, il trust anglo-olandese Shell. Dall’altro lato la Deutsche Bank e le altre grandi banche di Berlino cercarono di “assicurarsi” la Romania e di unirla, contro Rockefeller, con la Russia. Rockefeller disponeva di un capitale molto cospicuo e di una splendida organizzazione per i trasporti e per la consegna di petrolio ai consumatori. La lotta quindi doveva terminare e terminò (1907) con la completa sconfitta della Deutsche Bank alla quale non rimase altra scelta che o liquidare i suoi “interessi petroliferi” perdendo milioni o sottomettersi. La Deutsche Bank scelse quest’ultima alternativa e concluse con la Standard Oil un accordo assai svantaggioso, a tenore del quale la Deutsche Bank s’impegnava a “non intraprendere nulla a danno degli interessi americani”, con la clausola tuttavia che il trattato avrebbe perduto il suo valore nel caso che la Germania avesse approvato una legge sul monopolio di Stato del petrolio.

E allora incominciò la “commedia del petrolio”. Uno dei re della finanza germanica, von Gwinner, direttore della Deutsche Bank, a mezzo del suo segretario privato Stauss iniziò un’agitazione a favore del monopolio statale del petrolio. L’intero gigantesco apparato della massima banca di Berlino, tutte le sue infinite “relazioni” furono messe in moto; la stampa, piena d’indignazione “patriottica”, gonfiò le gote contro il “giogo” del trust americano, e il 15 marzo 1911 il Reichstag, quasi all’unanimità, approvò una mozione che invitava il governo a preparare un disegno di legge sul monopolio del petrolio. Il governo si attaccò all’idea diventata ormai “popolare” e sembrò riuscito il giuoco della Deutsche Bank, che voleva imbrogliare i suoi contraenti americani e migliorare i propri affari. Ai magnati tedeschi del petrolio veniva l’acquolina in bocca nel pregustare i giganteschi profitti che avrebbero potuto stare alla pari con quelli dei fabbricanti russi di zucchero … Ma a questo punto le grandi banche tedesche si azzuffarono per la spartizione della preda e la Disconto-Gesellschaft svelò gli egoistici interessi della Deutsche Bank. Il governo fu allora preso da tremenda paura di fronte all’eventualità di una lotta contro Rockefeller, giacché appariva molto dubbio se, senza di lui, la Germania avrebbe potuto ottenere petrolio (la produzione della Romania è modesta). Infine sopraggiunse la questione dell’approvazione (1913) di uno stanziamento di un miliardo per l’armamento della Germania. Il progetto. di monopolio venne abbandonato. Il trust petrolifero di Rockefeller, per allora, uscì vincitore dalla lotta.

A questo proposito la rivista berlinese Die Bank scriveva che la Germania avrebbe potuto combattere la Standard Oil soltanto mediante il monopolio della corrente elettrica e la trasformazione della forza idrica in elettricità a buon mercato.

“Ma -aggiungeva lo scrittore- il monopolio dell’elettricità si avrà nel momento in cui i produttori ne avranno bisogno, cioè allorché sarà imminente il prossimo grande crack dell’industria elettrica, allorquando le grandiose e costose stazioni elettriche, che ora i consorzi privati dell’industria elettrica vanno fondando dappertutto, e a favore delle quali fin da oggi i sullodati consorzi ottengono monopoli parziali dalle città, dagli Stati, ecc., non saranno più in grado di lavorare con profitto. Allora ci si dovrà rivolgere alle forze idriche; ma queste non potranno venir trasformate in elettricità a buon mercato direttamente dallo Stato, bensì occorrerà di bel nuovo concederle a un “monopolio privato controllato dallo Stato”, perché l’industria privata ha già concluso una serie di affari e si è riservata, contrattualmente, forti indennizzi … Così è avvenuto per il monopolio della potassa, così per il monopolio del petrolio, e così avverrà anche per il monopolio dell’elettricità. I nostri socialisti di Stato, che si lasciano accecare da belle teorie, dovrebbero finalmente accorgersi che in Germania i monopoli non hanno mai avuto né lo scopo né il risultato di ‘giovare al consumo e neppure quello di assicurare allo Stato una partecipazione ai guadagni degli imprenditori, ma hanno sempre servito soltanto a risanare, con l’aiuto dello Stato, industrie private sull’orlo del fallimento” [*5].

A quali preziose confessioni si vedono mai costretti gli economisti borghesi della Germania! Da esse scorgiamo, alla evidenza, come, nell’età del capitale finanziario, i monopoli statali e privati s’intreccino gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri siano semplicemente singoli anelli della catena della lotta imperialistica tra i monopolisti più cospicui per la spartizione del mondo.

Anche nella navigazione mercantile la concentrazione, enormemente sviluppata, ha condotto alla spartizione del mondo. In Germania si sono distinte due maggiori società: la Hamburg-Amerika Linie e il Norddeutscher Lloyd, ciascuna delle quali possiede un capitale di 200 milioni di marchi (in azioni e obbligazioni) e navi per un valore da 185 a 189 milioni di marchi. D’altra parte, fin dal 1° gennaio 1903 esiste in America il cosiddetto trust Morgan, la Compagnia internazionale per il commercio marittimo, che riunisce nove società americane ed inglesi di navigazione e dispone di un capitale di 120 milioni di dollari (480 milioni di marchi). Fin dal 1903 fu concluso un accordo tra i giganti tedeschi e il trust anglo-americano per spartirsi il mondo e dividersi il profitto. Le società tedesche rinunziarono alla concorrenza nei trasporti tra l’Inghilterra e l’America. Si indicarono con precisione i porti “assegnati” a ciascun contraente. Fu creato un comitato generale di controllo, ecc. L’accordo fu concluso per 20 anni, con la clausola che avrebbe perduto vigore in caso di guerra [*6].

Molto istruttiva è anche la storia dell’organizzazione del cartello internazionale delle rotaie. Il primo tentativo fatto dai fabbricanti di rotaie inglesi, tedeschi e belgi per costituire un simile cartello risale al 1884, cioè al periodo di una delle più forti depressioni industriali. Si convenne di non farsi concorrenza nel mercati interni dei paesi contraenti e di ripartirsi i mercati esteri secondo la seguente percentuale: 66 % all’Inghilterra, 27 % alla Germania, 17 % al Belgio. L’India fu lasciata interamente all’Inghilterra. Contro una ditta inglese rimasta fuori dall’accordo fu scatenata una guerra in comune, le cui spese dovevano esser coperte da una percentuale sulle vendite di tutti i contraenti complessivamente. Ma allorché nel 1886 due ditte inglesi si ritirarono dalla lega, questa si sciolse. E’ significativo che durante il successivo periodo di prosperità industriale non si poté addivenire ad alcun altro accordo.

All’inizio del 1904 fu fondato il Sindacato tedesco dell’acciaio, e nel novembre dello stesso anno si rinnovò il Sindacato internazionale delle rotaie sulla base delle seguenti quote: Inghilterra 53,57%; Germania 28,83%; Belgio 17,67%. A questo accordo accedette poi la Francia colla quota del 4,8 %, 5,8 % e 6,4 % rispettivamente nel primo, secondo e terzo anno, in aggiunta al 100 % ottenendosi così una somma del 104,8 % ecc. Nel 1905 vi accedette anche il trust dell’acciaio (Steel Corporation) degli Stati Uniti e furono tratte nell’accordo anche l’Austria e la Spagna.

“Oggi -scriveva nel 1910 Vogelstein- la spartizione della terra è compiuta, e i grandi consumatori, in prima linea le ferrovie statali, ora che il mondo è stato ripartito senza che fossero presi in considerazione i loro interessi, possono vivere come il poeta, nel regno di Giove” [*7].

Va ricordato anche il Sindacato internazionale dello zinco, che fu fondato nel 1909 e distribuì esattamente la produzione tra i cinque gruppi seguenti: gli opifici tedeschi, belgi, francesi, spagnoli ed inglesi. Ed ancora il trust internazionale della dinamite,

“Questa stretta e modernissima unione -scrive Liefmann- di tutte le fabbriche tedesche di esplosivi, che poi si è, per così dire, spartito il mondo con le fabbriche di esplosivi francesi ed americane, organizzate nello stesso modo” [*8].

Liefmann calcolava per il 1897 complessivamente circa 40 cartelli internazionali ai quali partecipava la Germania, e per il 1910 circa 100.

Alcuni scrittori borghesi (a cui si è unito K. Kautsky che ha completamente tradita la propria posizione marxista del 1909, per esempio) sostengono che i cartelli internazionali, poiché sono la manifestazione più evidente dell’internazionalizzazione del capitale, possono dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista. Quest’opinione teoricamente è un assurdo, e praticamente un sofisma, una disonesta difesa del peggiore opportunismo. I cartelli internazionali mostrano sino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici, e quale sia il motivo della lotta tra i complessi capitalistici. Quest’ultima circostanza è particolarmente importante, giacché essa soltanto ci illumina sul vero senso storico-economico degli avvenimenti. Infatti può mutare, e di fatto muta continuamente, la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma finché esistono classi non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe. Certamente interessa, per esempio, alla borghesia tedesca (a cui si è unito in sostanza Kautsky coi suoi ragionamenti teorici [e di questo diremo dopo]) di nascondere il contenuto dell’odierna lotta economica (cioè la spartizione del mondo) e di mettere in evidenza ora una, ora l’altra forma della lotta. Lo stesso errore commette Kautsky. Né si tratta solo della borghesia tedesca, ma di quella di tutto il mondo. I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura “puramente”economica, oppure extra-economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutar nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto della lotta e delle stipulazioni tra le leghe capitalistiche con quella della forma di tale lotta e di tali stipulazioni (che oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica), significa cadere al livello del sofista.

L’età del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno e in connessione con esso, si formino anche tra le leghe politiche, cioè gli Stati, determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della “lotta per il territorio economico”.

Note

*1. JEIDELS, op. cit., p. 232.

*2. RIESSER, op. cit.; DIOURITCH, op. cit., p. 239; KURT HEININC, art. cit., p. 474 e sgg.

*3. JEIDELS, op. cit., pp. 192-193.

*4. DIOURITCH, op. cit., p. 275.

*5. Die Bank , 1912, I 1036; 1912, 11, 629 e sgg.; 1913, I, 388.

*6. RIESSER, op. cit., 3. ed., pp. 114-116.

*7. VOGELSTEIN, Kapitalistiche Organisationsformen ecc., p. 100.

*8. LIEFMANN, Kartelle und Trusts, 2. ed., p. 161.

                                                               VI. La spartizione del mondo tra le grandi potenze

Il geografo A. Supan, nella sua opera sullo Sviluppo territoriale delle colonie europee [*1], dà il seguente prospetto di tale sviluppo alla fine del XIX secolo.

Appartenevano alle potenze coloniali europee (tra le quali annoveriamo gli Stati Uniti):

1876 1900
In Africa 10,8% 90,4 % aumento del 79,6 %
” Polinesia 56,8% 98,9% ” “ 42,1 %
” Asia 51,5 % 56,6% ” “ 5,1 %
” Australia 100,0% 100,0% ” “
” America 27,5% 27,2 % diminuz. 0,3 %

“Pertanto – conclude Supan – la caratteristica di questo periodo sta nella spartizione dell’Africa e della Polinesia”. Siccome in Asia ed in America non vi sono territori non occupati, cioè non appartenenti ad alcuno Stato, la conclusione di Supan va estesa dicendo che il tratto caratteristico del periodo considerato è costituito dalla spartizione definitiva della terra; definitiva, non già nel senso che sia impossibile una nuova spartizione -ché anzi nuove spartizioni sono possibili e inevitabili- ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a termine l’arraffamento di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un “padrone” a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza ad un “padrone”.

Per conseguenza noi attraversiamo uno speciale periodo di politica coloniale mondiale, strettamente collegato con la più recente ” fase di sviluppo del capitalismo”, con il capitale finanziario. Pertanto è utile venire anzitutto ai dati di fatto, per fissare, con la maggiore esattezza possibile, così la differenza di questa epoca da tutte le precedenti come anche la situazione attuale. Si presentano, anzitutto, due quesiti di fatto: si può constatare nel periodo del capitale finanziario una speciale intensificazione della politica coloniale o un inasprimento della lotta per le colonie? In qual modo è momentaneamente ripartito il mondo sotto questo rapporto?

L’americano Henry C. Morris, nella sua Storia della colonizzazione [*2], cerca di riunire le cifre sull’estensione dei possedimenti coloniali dell’Inghilterra, della Francia e della Germania nei vari periodi del secolo XIX. Ecco riassuntivamente i risultati:

Superficie dei possedimenti coloniali
Inghilterra Francia Germania
Superficie Abitanti Superficie Abitanti Superficie Abitanti
1815-30 ? 126,4 0,02 0,5
1860 2,5 145,1 0,2 3,4
1880 7,7 267,9 0,7 7,5
1899 9,3 309,0 3,7 56,4 1,0 14,7

N.B. La superficie è espressa in milioni di miglia quadrate e la popolazione in milioni

Per l’Inghilterra il periodo delle più grandi conquiste coloniali cade tra il 1860 e il 1880, ed esse sono ancora cospicue negli ultimi vent’anni del secolo XIX. Per la Francia e la Germania sono importanti specialmente questi ultimi venti anni. Abbiamo già veduto che il periodo di massimo sviluppo del capitalismo premonopolistico, col predominio della libera concorrenza, cade tra il sesto e il settimo decennio. Ora vediamo che specialmente dopo tale periodo s’inizia un immenso “sviluppo” delle conquiste coloniali e si acuisce all’estremo la lotta per la ripartizione territoriale del mondo. E’ quindi fuori discussione il fatto che al trapasso del capitalismo alla fase di capitalismo monopolistico finanziario è collegato un inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo.

Hobson nella sua opera sull’imperialismo segnala particolarmente il periodo dal 1884 al 1900 come quello della maggiore “espansione” territoriale dei più importanti paesi europei. Secondo i suoi calcoli, in questo periodo l’Inghilterra acquistò 3,7 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 57 milioni; la Francia 3,6 milioni di miglia quadrate con una popolazione di 16,7 milioni di abitanti; il Belgio 900 mila miglia quadrate con 30 milioni di abitanti, e il Portogallo 800 mila miglia quadrate con 9 milioni di abitanti. La caccia alle colonie da parte di tutti gli Stati capitalistici alla fine del secolo XIX, e particolarmente dal 1880 in poi, è un fatto notissimo nella storia della diplomazia e della politica estera.

Durante l’apogeo della libera concorrenza in Inghilterra, tra il 1840 e il 1860, i dirigenti politici borghesi d’Inghilterra erano avversari della politica coloniale, e consideravano come inevitabile ed utile la liberazione delle colonie e la loro completa separazione dall’Inghilterra. M. Beer nel suo studio sul “più recente imperialismo inglese” [*3], apparso nel 1898, dice che un uomo di Stato inglese, così incline in generale all’imperialismo come Disraeli [1], aveva dichiarato nel 1852 che “le colonie sono pietre attaccate al nostro collo”. Ma alla fine del secolo XIX gli eroi del giorno in Inghilterra erano Cecil Rhodes e Joseph Chamberlain [2], che propagandavano apertamente l’imperialismo e facevano la più cinica politica imperialistica!

Non è senza interesse osservare, come già allora, per questi uomini politici dirigenti della borghesia inglese, fosse chiaro il nesso tra le radici per così dire puramente economiche e quelle politico-sociali del recentissimo imperialismo. Chamberlain predicava l’imperialismo, come la “politica vera, saggia ed economica”, riferendosi alla concorrenza che l’Inghilterra doveva sostenere sul mercato mondiale contro la Germania, l’America e il Belgio. La salvezza sta nei monopoli -dicevano i capitalisti- e formavano cartelli, sindacati e trust; la salvezza sta nei monopoli, tenevano bordone i capi politici della borghesia, e si affrettavano ad arraffare le parti del mondo non ancora divise. Cecil Rhodes, stando a quanto racconta un suo intimo amico, il giornalista Stead, avrebbe detto nel 1895, a proposito delle sue idee imperialistiche:

“Sono andato ieri nell’East End [quartiere operaio di Londra] a un comizio di disoccupati. Vi ho udito discorsi forsennati. Era un solo grido: pane! pane! Ci pensavo ritornando a casa, e più che mai mi convincevo dell’importanza dell’imperialismo … La mia grande idea è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i quaranta milioni di abitanti del Regno Unito dà una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero -io l’ho sempre detto- è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti” [*4].

Così parlava nel 1895 Cecil Rhodes, milionario, re della finanza e responsabile principale della guerra dell’Inghilterra contro i boeri. Ma la sua difesa dell’imperialismo è un pochetto grossolana e cinica, sebbene in sostanza non differisca dalla “teoria” dei signori Maslov, Sudekum, Potresov, David, del fondatore del marxismo russo [3], ecc. Cecil Rhodes non era che un socialsciovinista un poco più onesto …

Per dare un quadro possibilmente esatto della ripartizione territoriale del mondo e dei mutamenti avvenuti in questo campo nel corso degli ultimi decenni, utilizzeremo i dati sui possedimenti coloniali di tutti gli Stati del mondo, recati da Supan nell’opera succitata. Supan prende gli anni 1876 e 1900. Noi prenderemo l’anno 1876, assai bene scelto come quello nel quale si può considerare terminata, in complesso, l’evoluzione del capitalismo dell’Europa occidentale nella sua fase premonopolistica: e prenderemo inoltre l’anno 1914 sostituendo ai dati di Supan quelli più recenti delle Tabelle geografico-statistiche di Huebner. Supan considera soltanto le colonie; noi riteniamo utile, per completare il quadro, aggiungervi riassuntivamente i dati sui paesi non coloniali, come pure sulle semicolonie, tra le quali annoveriamo la Persia, la Cina e la Turchia. La Persia è già quasi del tutto diventata colonia; la Cina e la Turchia sono sul punto di diventarlo.

Otteniamo così i seguenti risultati:

Possedimenti coloniali delle grandi potenze (in milioni di Km. quadrati e in milioni di abitanti)
Colonie Metropoli Totale
1876 1914 1914 1914
Km2 abit. Km2 Abit. Km2 Abit. Km2 Abit.
Inghilterra 22,5 251,9 33,5 393,5 0,3 46,5 33,8 440,0
Russia 17,0 15,9 17,4 33,2 5,4 136,2 22,8 169,4
Francia 0,9 6,0 10,6 55,5 0,5 39,6 11,1 95,1
Germania 2,9 12,3 0,5 64,9 3,4 77,2
Stati Uniti 0,3 9,7 9,4 97,0 9,7 106,7
Giappone 0,3 19,2 0,4 53,0 0,7 72,2
Le sei grandi potenze insieme 40,4 273,8 65,0 523,4 16,5 437,2 81,5 960,6
Possedimenti coloniali di altri Stati
(Belgio, Olanda, ecc.) 9,9 45,3
Semicolonie (Persia, Cina, Turchia) 14,5 361,2
Rimanenti paesi 28,0 289,9
Tutta la terra 133,9 1.657,0

Si vede chiaramente come tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX la spartizione del mondo fosse oramai “totale”. I possedimenti coloniali crebbero a dismisura dopo il 1876, da 40 a 65 milioni di Km. quadrati, cioè a più di una volta e mezzo. Questo aumento ascende per le sei grandi potenze a 25 milioni di Km. quadrati, vale a dire una volta e mezzo la superficie della madrepatria (16 milioni e mezzo). Nel 1876 tre Stati non avevano alcuna colonia, e un altro, la Francia, quasi nessuna. Nel 1914 questi quattro paesi possedevano colonie per 14,1 milioni di Km. quadrati, cioè circa una volta e mezzo l’Europa, con una popolazione di circa 100 milioni di uomini. Pertanto l’ineguaglianza dell’estensione dei possedimenti coloniali è molto grande. Se si confrontano, per esempio, la Francia, la Germania e il Giappone, che non differiscono molto per superficie e popolazione, risulta che la Francia ha acquistato, come superficie, quasi tre volte più di colonie che la Germania e il Giappone presi insieme. Ma la Francia all’inizio del detto periodo era assai più ricca di capitale finanziario che non, forse, la Germania e il Giappone presi insieme. Oltre alle condizioni economiche, e in base a queste, influiscono sulla grandezza del possesso coloniale anche le condizioni geografiche, ecc. Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l’influenza della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte livellamento in tutto il mondo, e si siano pareggiate nei vari paesi le condizioni di economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l’America, la Germania e il Giappone; altri in cui il capitalismo è antico, e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più lentamente dei primi, come la Francia e l’Inghilterra, e infine un paese, la Russia, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici.

Accanto ai possedimenti coloniali delle grandi potenze noi abbiamo messo le piccole colonie degli Stati minori, le quali formano l’oggetto più immediato, per così dire, di una possibile e probabile nuova “spartizione” delle colonie.

Per la maggior parte questi Stati minori conservano le loro colonie soltanto grazie all’esistenza fra i grandi Stati di antagonismi d’interessi e di attriti, che impediscono un accordo per la divisione del bottino. Per ciò che riguarda gli Stati “semicoloniali”, essi sono un esempio di quelle forme di transizione nelle quali ci imbattiamo in tutti i campi, così della natura come della società. Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta; ne vedremo ben presto degli esempi. Ma naturalmente esso trova la maggior “comodità” e i maggiori profitti allorché tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell’indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti. Sotto tale rapporto i paesi semicoloniali costituiscono un caratteristico “quid medium”. E’ chiaro che la lotta per questi paesi semicoloniali diventa particolarmente acuta nell’epoca del capitale finanziario, allorché il resto del mondo è già spartito.

Politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale ed attuò l’imperialismo. Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità o in rodomontate sul tipo del confronto tra “la grande Roma e la grande Britannia” [*5]. Perfino la politica coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitale finanziario.

La caratteristica fondamentale del modernissimo capitalismo è costituita dal dominio delle leghe monopolistiche dei grandi imprenditori. Tali monopoli sono specialmente solidi allorché tutte le sorgenti di materie prime passano nelle stesse mani. Abbiamo visto lo zelo con cui le leghe internazionali dei capitalisti si sforzano, a più non posso, di strappare agli avversari ogni possibilità di concorrenza, di accaparrare le miniere di ferro e le sorgenti di petrolio, ecc. Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l’avversario, perfino contro la possibilità che l’avversario si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale. Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie.

“Si può persino -scrive Schilder- azzardare l’opinione, che a taluno potrà sembrare paradossale, che in un tempo più o meno vicino l’aumento della popolazione urbana e industriale sarà ostacolato piuttosto dalla scarsità di materie prime disponibili per l’industria che non dalla mancanza di mezzi di sussistenza. Così scarseggia e diventa sempre più caro il legname, e vi è penuria di cuoio e di materie prime per l’industria tessile”.

“Come esempio degli sforzi fatti dalle leghe di industriali per conseguire, in seno alla complessiva economia mondiale, l’equilibrio tra agricoltura ed industria andrebbero ricordate la Federazione internazionale delle Unioni padronali dei tessitori di cotone, esistente dal 1904 nei principali paesi industriali e la Federazione delle Unioni padronali europee dei tessitori di lino, formatasi nel 1910 sull’esempio della precedente” [*6].

Senza dubbio i riformisti borghesi, e fra di essi in primo luogo i kautskiani di oggi, tentano di svalutare l’importanza di questi fatti rilevando che “si potrebbero” avere le materie prime sul libero mercato senza la “costosa e pericolosa” politica coloniale, e che “si potrebbe” aumentare immensamente l’offerta di materie prime con il “semplice” miglioramento dell’agricoltura in generale. Ma simili rilievi, ben presto, non diventano altro che panegirici e imbellettamenti dell’imperialismo, giacché essi sono possibili in quanto non tengono conto della più importante caratteristica del capitalismo moderno: i monopoli. Il libero mercato appartiene sempre più al passato, ed è sempre più ridotto dai sindacati e trust monopolistici, mentre il “semplice” miglioramento dell’agricoltura richiede che siano migliorate le condizione delle masse, elevati i salari e ridotti i profitti. Dove esistono, fuori che nella fantasia dei soavi riformisti, trust capaci di curarsi della situazione delle masse, anziché di conquistare colonie?

Per il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi inutilizzabili possono domani esser messi in valore, appena siano stati trovati nuovi metodi (e a tal fine la grande banca può allestire speciali spedizioni di ingegneri, agronomi, ecc.) e non appena siano stati impiegati più forti capitali. Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di utilizzazione di questa o quella materia prima, ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale. Nello stesso modo che i trust capitalizzano la loro proprietà valutandola due o tre volte al disopra del vero, giacché fanno assegnamento sui profitti “possibili” (ma non reali) del futuro e sugli ulteriori risultati del monopolio, così il capitale finanziario, in generale, si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa per l’ultimo lembo della sfera terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già divisi.

I capitalisti inglesi fanno tutto il possibile per promuovere nella loro colonia d’Egitto la produzione del cotone, che nel 1904 su 2,3 milioni di ettari di territorio coltivato occupava 0,6 milioni di ettari, vale a dire più di un quarto; i russi fanno lo stesso nelle loro colonie del Turkestan. Perché gli uni e gli altri possono così battere meglio i loro concorrenti esteri, monopolizzare più facilmente le sorgenti di materia prima e creare un trust tessile quanto più è possibile economico e redditizio, con produzione “combinata” Mediante la concentrazione di tutti gli stadi della produzione e della lavorazione del cotone nelle stesse mani.

Anche gli interessi d’esportazione del capitale spingono alla conquista di colonie, giacché sui mercati coloniali più facilmente (e talvolta unicamente) si possono eliminare i concorrenti, col sistema del monopolio, assicurare a sé le forniture, fissare in modo definitivo le necessarie “relazioni”.

La soprastruttura extraeconomica, che sorge sulla base del capitale finanziario, la sua politica e la sua ideologia, acuiscono l’impulso verso le conquiste coloniali. “Il capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia,” dice a ragione Hilferding. E uno scrittore borghese francese, quasi a completare e sviluppare il citato pensiero di Cecil Rhodes, afferma che alle cause economiche della politica coloniale se ne aggiungono altre di natura sociale.

“Per effetto delle crescenti difficoltà della vita -scrive Wahl- che non gravano soltanto sulle masse lavoratrici, ma anche sui ceti medi, in tutti i paesi dell’antica civiltà si accumulano impazienze, rancori, odio, che minacciano la pubblica quiete; energie espulse da un determinato alveo di classe … che si devono incanalare e a cui occorre trovare impiego all’esterno del paese, affinché esse non esplodano all’interno” [*7].

Quando si tratta della politica coloniale dell’imperialismo capitalista deve notarsi che il capitale finanziario e la relativa politica internazionale, che si riduce alla lotta tra le grandi potenze per la ripartizione economica e politica nel mondo, creano tutta una serie di forme transitorie della dipendenza statale. Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica. Abbiamo già accennato a una di queste forme, quella delle semicolonie. Esempio di un’altra forma è l’Argentina.

Schulze-Gaevernitz, nel suo libro sull’imperialismo inglese, scrive:

“L’America meridionale, specie l’Argentina, si trova in tale stato di dipendenza finanziaria da Londra, da potersi considerare, press’a poco, una colonia commerciale inglese” [*8].

Schilder, basandosi sul rapporto del console austro-ungarico a Buenos Aires per il 1909, calcola a 8 miliardi e 750 milioni di franchi i capitali inglesi impiegati in Argentina. Si può facilmente immaginare, per, conseguenza, quale influenza abbia il capitale finanziario inglese (e la sua cara “amica”, la diplomazia) sulla borghesia dell’Argentina e sui circoli dirigenti della sua vita economica e politica.

Una forma un po’ diversa di dipendenza finanziaria e diplomatica, pur con la indipendenza politica, ci è offerta dal Portogallo. Questo è uno Stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di successione spagnola (1700-1714), si trova sotto il protettorato dell’Inghilterra. L’Inghilterra assunse le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l’esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici, ecc. [*9]. Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico essi diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica della “ripartizione del mondo”, e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale.

Per concludere sulla questione della divisione del mondo, dobbiamo ancora rilevare quanto segue. La questione della ripartizione del mondo non fu posta apertamente e risolutamente soltanto nei libri americani, dopo la guerra ispano-americana, e nei libri inglesi, dopo la guerra boera, tra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX, e non fu valutata sistematicamente soltanto nei libri dei tedeschi, che vigilavano con la massima “gelosia” “l’imperialismo inglese”.

Anche nella letteratura borghese francese la questione è stata posta con sufficiente precisione e ampiezza per quanto è compatibile col punto di vista borghese. Rinviamo allo storiografo francese Driault, il quale nel suo libro intitolato Problemi politici e sociali alla fine del secolo XIX, al capitolo su Le grandi potenze e la spartizione del mondo, scrive quanto segue:

“Negli ultimi anni tutti i territori liberi del mondo, ad eccezione della Cina, furono occupati dalle potenze d’Europa e del Nordamerica. In rapporto a tali conquiste si verificarono già vari conflitti e spostamenti d’influenza, che sono il presagio di ancor più terribili esplosioni in un prossimo avvenire. Giacché occorre affrettarsi: le nazioni che non sono ancora provvedute corrono il rischio di non ottenere più la loro parte e di non poter partecipare a quell’immenso sfruttamento della terra che sarà uno dei fattori essenziali del secolo XX. Questo è il motivo per cui negli ultimi tempi l’Europa e l’America furono colte da una vera febbre di espansioni coloniali, dall'”imperialismo”, che costituisce una delle più notevoli caratteristiche dello scorcio dei secolo XIX”.

E l’autore aggiungeva:

“In questa spartizione della terra, in questa forsennata caccia ai tesori e ai grandi mercati della terra, la potenza relativa degl’imperi fondati nel secolo XIX è assolutamente sproporzionata alla posizione che occupano in Europa le nazioni che li hanno fondati. Le potenze che predominano in Europa e ne decidono le sorti, non sono allo stesso modo dominanti anche in tutto il mondo; e siccome la potenza coloniale, la speranza di possedere ricchezze ancora ignote, si ripercuote, di riflesso, a sua volta, sulla forza relativa delle grandi potenze europee, così la questione coloniale o l'”imperialismo”, se così sì vuole, che ha già modificato le condizioni politiche dell’Europa medesima, le modificherà sempre più” [*10].

Note

*1. A. SUPAN, Die territoriale Entwicklung der europäischen Kolonien, Gotha, 1906, p. 254.

*2. HENRY C. MORRIS, The History of Colonization, New York, 1900, vol. Il, p. 88; 1, pp. 304, 419.

*3. Die Neue Zeit, XVI, 1898, 1, p. 302.

1. BENJAMIN DISRAELI (1804-1881), uomo politico inglese, capo del partito tory. Fu conservatore e imperialista, nel 1876 fece proclama e la regina Vittoria imperatrice delle Indie e nel 1878 tolse Cipro alla Turchia.

2. JOSEPH CHAMBERLAIN (1836-1914), uomo politico inglese, ministro delle colonie, fu tra i più tenaci assertori dell’espansione imperialistica. – CECIL RHODES (1853-1902) uomo politico inglese, emigrato giovanissimo nel Natal, sostenne l’espansione inglese nell’Africa del Sud dove fece in modo che l’Inghilterra acquistasse vastissimi territori (donde il nome di Rhodesia); promosse, d’intesa con J. Chamberlain, la guerra contro i boeri.

*4. Die Neue Zeit, cit., p. 304.

3. Plekhanov.

*5. C. P. LUCAS, Greater Rome and Greater Britain, Oxford, 1912, o EARL OF CROMER, Ancicent and Modern Imperialism, Londra, 1910.

*6. SCHILDER, op. cit., pp. 38 e 42.

*7. WAHL, La France aux colonies, citato da HENRI RUSSIER, Le partage de l’Océanie, Parigi, 1905, pp. 165-66.

*8. SCHULZE-GAEVERNITZ, Britischer Imperialismus und englischer Freihandel zu Beginn des 20. Jahrhunderts, Lipsia, 1906, p. 318. Le stesse cose dice SARTORIUS VON WALTERSHAUSEN nel suo libro Das volkswirtschaftliche System der Kapitalanlage im Austande, Berlino, 1907, p. 46.

*9. SCHILDER, op. cit., VOI. I, pp. 160-161.

*10. ED. DRIAULT, Problèmes politiques et sociaux, Parigi, 1907, p. 289.

VII. L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo.

Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui abbiamo detto intorno all’imperialismo e di concludere.

L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono,originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a unordinamento superiore nella economia.

Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendendosi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita.

Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

-L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. –

Vedremo in seguito come dell’imperialismo possa e debba darsi una diversa definizione, quando non si considerino soltanto i concetti fondamentali puramente economici (ai quali si limita la riferita definizione), ma si tenga conto anche della posizione storica che questo stadio del capitalismo occupa rispetto al capitalismo in generale, oppure del rapporto che corre tra l’imperialismo e le due tendenze fondamentali del movimento operaio. Occorre subito rilevare come l’imperialismo, concepito in tal senso, rappresenti un particolare stadi o di sviluppo del capitalismo. Per dare al lettore una rappresentazione più saldamente fondata dell’imperialismo, abbiamo appositamente cercato di citare quanto più giudizi si potevano di economisti borghesi, che si vedono costretti a riconoscere i fatti ineccepibili della nuovissima economia capitalistica. Allo stesso fine abbiamo prodotto dati statistici circostanziati, che mostrano fino a qual punto si sia accresciuto il capitale bancario, ecc. e in che cosa si sia manifestato il trapasso dalla quantità alla qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all’imperialismo. Senza dubbio, tanto nella natura quanto nella società ogni limite è convenzionale e mobile, cosicché non avrebbe senso discutere, per esempio, sulla questione dell’anno e del decennio in cui l’imperialismo si sia “definitivamente” costituito.

Nondimeno bisogna discutere sulla definizione dell’imperialismo, innanzi tutto col maggiore teorico marxista del periodo della cosiddetta II Internazionale, cioè dei 25 anni dal 1889 al 1914, con Karl Kautsky.

Già nel 1915, e perfino dal novembre 1914, Kautsky si schierò risolutamente contro il concetto fondamentale espresso nella nostra definizione, allorché dichiarò non doversi intendere per imperialismo una “fase” o stadio dell’economia, bensì una politica, ben definita, una certa politica “preferita” dal capitale finanziario, e non doversi “identificare” l’imperialismo col “moderno capitalismo”, sostenendo che la questione della necessità dell’imperialismo per il capitalismo si riduce ad una “piatta tautologia”, allorché s’intendano sotto il nome di imperialismo “tutti i fenomeni del capitalismo moderno”, – i cartelli, i dazi protettivi, il dominio dei finanzieri e la politica coloniale, – giacché in tal caso “naturalmente l’imperialismo è, per il capitalismo, una necessità vitale”, ecc. Per esprimere con la massima esattezza il pensiero di Kautsky è meglio riportarne la definizione, la quale è diretta proprio contro la sostanza delle idee da noi svolte (giacché le obiezioni sollevate dai marxisti tedeschi, che da anni propugnavano idee simili, sono note da lungo tempo a Kautsky come obiezioni di una determinata corrente del marxismo).

Ecco la definizione kautskiana:

“L’imperialismo è il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario [corsivo di Kautsky] senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano” [*1].

Questa definizione non vale un’acca, poiché è unilaterale, arbitrariamente discerne soltanto la questione nazionale (la quale del resto è della massima importanza sia in sé, che in relazione all’imperialismo), arbitrariamente ed erroneamente connette tale questione soltanto col capitale industriale dei paesi che annettono altre nazioni, e altrettanto arbitrariamente ed erroneamente mette in rilievo l’annessione di territori agrari.

L’imperialismo è la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica della definizione kautskiana. E’ esatta, ma molto incompleta, poiché, politicamente, imperialismo significa, in generale, tendenza alla violenza e alla reazione. Ma qui noi ci preoccupiamo specialmente del lato economico della questione, incluso da Kautsky stesso nella sua definizione. Gli errori della definizione kautskiana saltano agli occhi. Per l’imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario. Non per caso in Francia, in particolare il rapido incremento del capitale finanziario, mentre il capitale industriale decadeva dal 1880 in poi, ha, determinato un grande intensificarsi della politica annessionista (coloniale). E’caratteristica dell’imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di metter mano anche su paesi fortemente industriali (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia (per la Germania, il Belgio ha particolare importanza come punto d’appoggio contro l’Inghilterra; per questa a sua volta è importante Bagdad come punto d’appoggio contro la Germania, ecc.).

Kautsky si riferisce specialmente -e replicatamente- agli inglesi, i quali avrebbero fissato il significato puramente politico del concetto di imperialismo appunto nel senso sostenuto dallo stesso Kautsky. Apriamo l’Imperialismo dell’inglese Hobson, pubblicato nel 1902:

“Il nuovo imperialismo si distingue dall’antico in primo luogo per il fatto di aver sostituito alle tendenze di un solo impero in continua espansione la teoria e la prassi di imperi gareggianti, ciascuno dei quali è mosso dagli stessi avidi desideri di espansione politica e di vantaggi commerciali; in secondo luogo per il dominio degli interessi finanziari, ossia degli interessi che si riferiscono al collocamento di capitale, sugli interessi commerciali” [*2].

Kautsky, come si vede, non ha alcun diritto di richiamarsi agli inglesi in generale, o almeno avrebbe dovuto chiamare in suo aiuto soltanto gli imperialisti inglesi più volgari o i diretti panegiristi dell’imperialismo. Kautsky, che pretende di continuare nella difesa del marxismo, di fatto fa un passo indietro in confronto del social-liberale Hobson, il quale molto più giustamente prende in considerazione due concrete peculiarità “storiche” (Kautsky invece, con la sua definizione, si beffa della concretezza storica!) del moderno imperialismo, e cioè: 1) la concorrenza di diversi imperialismi; 2) la prevalenza del finanziere sul commerciante. Mentre se si trattasse soprattutto della annessione di territori agricoli per opera di Stati industriali il commerciante avrebbe la funzione più importante.

La definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e la prassi marxista. Di ciò riparleremo in seguito. E’, priva di qualunque serietà la disputa sollevata da Kautsky la quale ha per oggetto soltanto delle parole: se il recentissimo stadio del capitalismo debba denominarsi “imperialismo” oppure “fase del capitalismo finanziario”. Comunque lo si voglia denominare, è lo stesso.

L’essenziale è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come la politica “preferita” del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese.

Kautsky polemizza contro i ragionamenti, altrettanto goffi quanto cinici, del panegirista tedesco dell’imperialismo, Cunow [1], il quale argomenta così: l’imperialismo è il moderno capitalismo; lo sviluppo del capitalismo è inevitabile e progressivo; dunque l’imperialismo è progressivo, e si deve strisciare servilmente davanti ad esso ed esaltarlo. Ciò ricorda la caricatura che i populisti nel 1894-1895 facevano dei marxisti russi, dicendo che poiché questi ultimi ritenevano inevitabile e progressivo il capitalismo in Russia, dovevano aprir bottega e dedicarsi ad impiantarvelo. Kautsky “obietta” a Cunow: no, l’imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una forma della politica del moderno capitalismo, e noi possiamo e dobbiamo combattere tale politica, dobbiamo combattere contro l’imperialismo, contro le annessioni, ecc.

L’obiezione si presenta bene, e tuttavia essa non è che una più raffinata e coperta (e perciò più pericolosa) propaganda per la conciliazione con l’imperialismo, giacché una “lotta” contro la politica dei trust e delle banche che non colpisca le basi economiche dei trust e delle banche si riduce ad un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri. Un saltare a píè pari gli antagonismi esistenti, un dimenticare i più importanti contrasti, invece di svelarli in tutta la loro profondità; ecco la teoria di Kautsky, la quale non ha niente in comune col marxismo. Ed è comprensibile che una tal “teoria” non può servire che a difendere l’accordo con i Cunow.

“Dal punto di vista strettamente economico -scrive Kautsky- non può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell’ultra-imperialismo[*3],

cioè del superimperialismo, della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase

“dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato” [*4].

Dovremo occuparci più avanti di questa “teoria dell’ultra-imperialismo” per dimostrare esattamente sino a qual punto, come decisamente e irrimediabilmente, essa sia in contrasto con il marxismo. Per rimanere fedeli a tutta l’impostazione del presente saggio, anzitutto vogliamo esporre i precisi dati economici della questione. E’ possibile un “ultra-imperialismo” dal “punto di vista strettamente economico”, oppure esso non rappresenta che un’ultra-stupidità?

Se con l’espressione “puramente economico” s’intende una “pura” astrazione, allora tutto ciò che si può dire si riduce alla tesi seguente: l’evoluzione si muove nella direzione dei monopoli, e quindi verso un unico monopolio mondiale, un unico trust mondiale. Ciò è indubbiamente esatto, ma senza significato, come sarebbe l’affermazione che “l’evoluzione procede” verso la produzione delle derrate alimentari nei laboratori. In questo senso, la “teoria”dell’ultra-imperialismo è una sciocchezza come sarebbe quella dell’ultra-agricoltura.

Se invece si parla delle condizioni “puramente economiche” dell’epoca del capitale finanziario come epoca storicamente concreta, che coincide cogli inizi del secolo XX, allora si ottiene la migliore risposta alla morta astrazione dell'”ultra-imperialismo” (la quale serve soltanto allo scopo reazionario di distogliere l’attenzione dalla gravità delle contraddizioni esistenti), contrapponendole la concreta realtà economica dell’economia mondiale contemporanea. Le chiacchiere di Kautsky sull’ultra-imperialismo favoriscono, tra l’altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all’economia mondiale, mentre, in realtà, le acuisce.

R. Calwer, nella sua breve Introduzione all’economia mondiale [*5], ha fatto il tentativo di raccogliere i dati più importanti, puramente economici, che ci consentono un’idea concreta dei rapporti reciproci in seno all’economia mondiale sul limitare del XX secolo. Egli suddivide il mondo in cinque “principali sfere economiche”: 1) l’Europa centrale (tutta l’Europa tranne la Russia e l’Inghilterra); 2) la britannica; 3) la russa; 4) l’orientale-asiatica; 5) l’America. Inoltre le colonie sono incluse nelle “sfere” degli Stati cui esse appartengono, e sono “lasciati fuori dal calcolo” alcuni pochi paesi, per esempio la Persia, l’Afganistan, l’Arabia, in Asia; il Marocco, l’Abissinia, in Africa, ecc.

Ecco, informa riassuntiva, i dati economici forniti dal Calwer sulle dette sfere:

N. B. Le cifre fra parentesi si riferiscono alla superficie e alla popolazione delle colonie.

Abbiamo qui tre sfere di elevato sviluppo capitalistico (forte sviluppo tanto dei trasporti quanto del commercio e dell’industria): quella dell’Europa centrale, la britannica e l’americana; e in esse tre Stati che dominano il mondo; la Germania, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. La gara imperialistica e la lotta tra di essi è inasprita in modo particolare dal fatto che la Germania possiede un ristretto territorio e poche colonie; l'”Europa centrale” (Mitteleuropa) appartiene all’avvenire e sta nascendo in mezzo a lotte disperate. Per il momento la caratteristica di tutta l’Europa è il frazionamento politico. Invece tanto nel territorio britannico quanto nell’americano è assai forte la concentrazione politica; ma v’è enorme sproporzione tra le estese colonie del territorio britannico e le insignificanti dell’americano. Frattanto, nelle colonie il capitalismo è appena sul nascere. La lotta per l’America meridionale diventa sempre più aspra.

In due sfere è debole lo sviluppo capitalista, la russa e l’orientale-asiatica. Nella prima si ha scarsa densità di popolazione; nella seconda, densità altissima; nella prima è grande la concentrazione politica, che manca interamente nella seconda. Si incomincia appena la spartizione della Cina, che diventa oggetto di lotte sempre più aspre tra il Giappone, gli Stati Uniti, ecc.

Si metta ora questa realtà, con le sue immense varietà di condizioni politiche ed economiche, con la sua sproporzione estrema tra la rapidità di sviluppo dei vari paesi, ecc., con la lotta furiosa tra gli Stati imperialisti, a raffronto con la stupida favola kautskiana del “pacifico” ultra-imperialismo! Questo non è forse il tentativo reazionario di un piccolo borghese impaurito per sfuggire alla tempestosa realtà? I cartelli internazionali, considerati da Kautsky come germi dell'”ultra-imperialismo” (così come la produzione delle pastiglie nutritive nei laboratori può essere proclamata il germe dell’ultra-agricoltura!), non ci offrono forse l’esempio della spartizione e nuova ripartizione del mondo, del passaggio dalla ripartizione pacifica alla non pacifica e viceversa? Forse il capitale finanziario americano e d’altra nazionalità, che ripartì già il mondo in via pacifica con la partecipazione della Germania -per esempio col sindacato internazionale delle rotaie e col trust internazionale della marina mercantile- non ripartisce ora di bel nuovo il mondo intero sulla base di nuovi rapporti di forza che vanno modificandosi in maniera nient’affatto pacifica?

Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale [2]. Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza? Nelle statistiche sulle ferrovie troviamo dati eccezionalmente precisi indicanti la diversa rapidità di sviluppo del capitalismo e del capitale finanziario nell’economia mondiale [*6]. Negli ultimi decenni di sviluppo imperialistico la lunghezza delle linee ferroviarie si modificò nel modo seguente:

Come si vede, lo sviluppo della rete ferroviaria fu più rapido nelle colonie e negli Stati indipendenti (e semindipendenti) d’Asia e d’America. E’ noto che ivi domina illimitatamente il capitale finanziario dei quattro o cinque maggiori Stati capitalistici. Duecentomila chilometri di nuove ferrovie nelle colonie e negli altri paesi d’Asia e d’America vogliono dire un nuovo investimento di oltre 40 miliardi di marchi impiegati in guisa particolarmente vantaggiosa, con speciali garanzie di reddito, di proficue ordinazioni alle acciaierie, ecc.

Il più rapido sviluppo capitalistico si verifica nelle colonie e nei paesi transoceanici. Tra essi sorgono nuove potenze imperialistiche (il Giappone). La lotta degli imperialisti mondiali diventa più aspra. Le imprese coloniali e transoceaniche particolarmente redditizie pagano sempre maggiori tributi al capitale finanziario. Nella ripartizione del “bottino” la parte di gran lunga maggiore spetta a paesi che non sempre hanno i primi posti per la rapidità di sviluppo delle forze produttive. La lunghezza delle linee ferroviarie delle maggiori potenze, comprese le loro colonie, ammonta a (migliaia di Km.):

1890 1913 Aumento
Stati Uniti 268 413 145
Impero Britannico 107 208 101
Russia 32 78 46
Germania 43 68 25
Francia 41 63 22
Totale 491 830 339

Circa l’80 % della lunghezza totale delle linee ferroviarie si concentra nelle cinque maggiori potenze. Ma assai più considerevole è la concentrazione della proprietà di queste ferrovie, la concentrazione del capitale finanziario, giacché per esempio gran parte delle azioni e obbligazioni delle ferrovie americane, russe e altre, appartiene ai milionari inglesi e francesi.

L’Inghilterra, grazie alle sue colonie, ha aumentato la “sua” rete ferroviaria di 100 mila Km., cioè quattro volte più della Germania. E tuttavia in questo stesso periodo di tempo lo sviluppo delle forze produttive e specialmente dell’industria mineraria e siderurgica fu notoriamente assai più rapido in Germania che in Inghilterra, per tacere della Francia e della Russia. Nel 1892, la Germania produceva 4,9 milioni di tonnellate di ghisa. L’Inghilterra 6,8; ma già nel 1912 rispettivamente 17,6 contro 9,0: vale a dire un poderoso sopravvento della Germania [*7]! Si domanda: quale altro mezzo esisteva, in regime capitalista, per eliminare la sproporzione tra lo sviluppo delle forze produttive e l’accumulazione di capitale da un lato, e dall’altro la ripartizione delle colonie e “sfere” d’influenza, all’infuori della guerra?

Note

*1. Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p. 909 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, 11, p. 107 e sgg.

*2. HOBSON, op. cit., Londra, 1902, p. 324.

1. Economista socialdemocratico, polemizzò con Bernstein nell’opera Sulla teoria del crollo (Die Neue Zeit 1898-99), ma in modo giudicato assai debole.

*3. Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p. 921 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, Il, p. 107 e sgg.

*4. Die Neue Zeit, anno XXXIII, I, p. 144 (30 aprile 1915).

*5. R. CALWER, Einfübrung in die Weltwirtschaft, Berlino, 1906,

2. Lenin mette qui in evidenza l’operare della legge dell’ineguale sviluppò economico del capitalismo nella fase dell’imperialismo.

*6. Statistisches Jahrbuch für das Deutsche Reick, 1915, appendice, pp. 46-47; Archiv für Eisenbahnwesen, 1892. Per l’anno 1890, per quel che concerne piccoli particolari circa la ripartizione delle ferrovie nelle colonie abbiamo dovuto accontentarci di dati approssimativi.

*7. Si veda pure EDGAR CRUMMOND, The Economic Relations of the British and German Empires, nel Journal of the Royal Statistical Society, luglio 1914, p. 777 e sgg.

VIII. Parassitismo e putrefazione del capitalismo

Dobbiamo ora esaminate un aspetto assai importante dell’imperialismo, di cui non si tiene sufficiente conto nella maggior parte degli studi. Una delle deficienze del marxista Hilferding consiste nell’aver fatto un passo indietro rispetto al non-marxista Hobson. Parliamo del parassitismo, che è proprio dell’imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell’imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell’ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l’ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione. Nella misura in cui s’introducono, sia pur transitoriamente, i prezzi di monopolio, vengono paralizzati, fino ad un certo punto, i moventi del progresso tecnico e quindi di ogni altro progresso, di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico. Un esempio. In America un certo Owens inventò una macchina che avrebbe rivoluzionato l’industria delle bottiglie. Ma il cartello tedesco dei fabbricanti di bottiglie compra il brevetto di Owens e lo mette in un cassetto, impedendone così l’applicazione. Certamente, in regime capitalistico nessun monopolio potrà completamente e per lungo tempo escludere la concorrenza del mercato mondiale (questo costituisce tra l’altro una delle ragioni della stupidità della teoria dell’ultra-imperialismo). Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s’impone per determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolistico di colonie. particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

Ed ancora. L’imperialismo è l’immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l’aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del “taglio di cedole”, non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l’ozio. L’esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell’imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un’impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d’oltre oceano.

“Nel 1893 -scrive Hobson- il capitale britannico collocato all’estero costituiva circa il 15% della ricchezza totale del Regno Unito” [*1]. (Nel 1915 questo capitale era aumentato di circa due volte e mezzo … ) “L’imperialismo aggressivo -leggiamo poco appresso nel libro di Hobson- che costa così caro ai contribuenti ed ha sì scarso valore per l’industriale e per il commerciante … è fonte di grandi profitti per il capitalista che cerca investimenti al proprio capitale … [in inglese ciò si esprime con la parola “investor” rentier].

“Secondo la statistica di Giffen, il reddito totale annuo che la Gran Bretagna ricava dal suo commercio estero e coloniale, dalla sua importazione ed esportazione, ammontava per il 1899 a 18 milioni di sterline [circa 450 milioni di lire oro], se si calcola un reddito del 2,5% su un movimento totale di 800 milioni di sterline”.

Per quanto tale cifra sia considerevole, tuttavia essa non può spiegare l’imperialismo aggressivo della Gran Bretagna.

Questo trova la sua spiegazione ben più nei 90-100 milioni di sterline che rappresentano il reddito del capitale ” investito”all’estero, il profitto dei rentiers.

Nel paese più “commerciale” del mondo i profitti dei rentiers superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l’essenza dell’imperialismo e del parassitismo imperialista.

Per tale motivo nella letteratura economica sull’imperialismo è di uso corrente il concetto di “Stato rentier” (Rentnerstaat) o Stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.

“Tra gli investimenti di capitali all’estero – scrive Schulze-Gaevernitz- primeggiano quelli fatti in paesi politicamente dipendenti o strettamente’ alleati: l’Inghilterra impresta all’Egitto, al Giappone, alla Cina, all’America del Sud. E in caso di bisogno la sua flotta da guerra funziona da ufficiale giudiziario. La forza politica dell’Inghilterra la preserva contro la eventualità di una sommossa dei debitori” [*2].

Sartorius von Waltershausen nel suo libro su Il sistema economico del collocamento di capitali all’estero considera l’Olanda come tipo di “Stato rentier”, e accenna che anche la Francia e l’Inghilterra sono sul punto di diventar tali [*3]. Schilder ritiene che i cinque Stati industriali, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio e Svizzera, siano ” nettamente paesi creditori”. Ma non mette tra essi l’Olanda perché ” poco industriale” [*4]. Gli Stati Uniti sono un paese creditore solo nei rapporti con altri paesi americani.

“L’Inghilterra -scrive Schulze-Gaevernitz- a poco a poco da Stato industriale si trasforma in Stato creditore. Se la grandezza assoluta della produzione industriale e dell’esportazione di prodotti industriali è aumentata, tuttavia l’importanza relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni, commissioni… e speculazioni, è di gran lunga cresciuta nell’economia nazionale complessiva. Secondo me, proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello slancio imperialistico. Il creditore è più saldamente legato al debitore, che non il venditore al compratore” [*5].

Lansburgh, direttore della rivista berlinese Die Bank, così scriveva nel 1911 intorno alla Germania in un articolo intitolato La Germania, Stato rentier:

“Volentieri in Germania ci si beffa della smania dei francesi di trasformarsi in rentiers, ma si dimentica che, per quanto concerne la classe media, le condizioni tedesche diventano sempre più simili alle francesi” [*6].

Lo Stato rentier è lo Stato del capitalismo parassitario in putrefazione. Questo fatto necessariamente influisce su tutti i rapporti politico-sociali dei relativi paesi, e quindi anche sulle due correnti principali del movimento operaio in generale. Per dimostrare ciò nella maniera più evidente, lasciamo la parola a Hobson, il quale è il più “sicuro” come testimone, poiché non gli si può rimproverare alcuna predilezione per l'”ortodossia marxista”; inoltre egli è inglese e conoscitore delle cose del suo paese, che è il più ricco così di colonie come di capitale finanziario e di esperienza imperialistica.

Sotto l’impressione ancor fresca della guerra contro i boeri, Hobson descrive la connessione dell’imperialismo con gli interessi degli uomini di finanza, dell’aumento dei profitti con gli appalti e le forniture, ecc. e a tale proposito scrive:

“Coloro che fissano la direzione a questa esplicita politica parassitaria sono i capitalisti: ma gli stessi moventi esercitano la loro efficacia anche su determinate categorie di operai. In molte città i più importanti rami d’industria dipendono dalle commissioni governative, e questa è una delle non ultime ragioni dell’imperialismo dei centri delle industrie metallurgica e navale”.

Secondo Hobson, due categorie di circostanze indebolivano la potenza degli imperi antichi: 1) il “parassitismo economico”; 2) la composizione degli eserciti con elementi tratti dalle popolazioni soggette.

“La prima circostanza rientra nei costumi del parassitismo economico, per cui lo Stato dominante sfrutta le sue province, colonie e paesi sudditi allo scopo di arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori in modo da tenerle a freno”.

A nostra volta aggiungiamo che per rendere economicamente possibile tale opera di corruzione -in qualsiasi forma attuata- sono necessari alti profitti monopolistici. Sulla seconda circostanza scrive Hobson:

“Uno dei più singolari sintomi della cecità dell’imperialismo è l’avventatezza con cui la Gran Bretagna, la Francia e altre nazioni imperialistiche si mettono su questa via. In essa l’Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La maggior parte delle battaglie con cui conquistammo l’impero indiano furono combattute da eserciti formati di indigeni. In India, e ultimamente anche in Egitto, i grandi eserciti permanenti sono comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per la conquista dell’Africa, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state combattute, per noi, dagli indigeni”.

La prospettiva della spartizione della Cina dà origine al seguente apprezzamento economico di Hobson:

“La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe allora assumere l’aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l’Inghilterra meridionale, la Riviera e le località dell’Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente; accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa Ecco quale possibilità sarebbe offerta da una più vasta lega delle potenze occidentali, da una Federazione europea delle grandi potenze. Essa non solo non spingerebbe innanzi l’opera della civiltà mondiale, ma potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l’esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero, dall’Asia e dal l’Africa, enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. Coloro per i quali queste teorie [bisognava dire: prospettive] sono da ritenersi indegne di essere prese in considerazione, dovrebbero meditare di più sulle condizioni economiche e sociali di quelle parti dell’odierna Inghilterra meridionale che già sono cadute in questo stato. Essi dovrebbero immaginarsi quale immensa estensione acquisterebbe tale sistema, quando la Cina fosse assoggettata al controllo economico di consimili gruppi di finanzieri, di “investitori di capitale” e dei loro impiegati politici, industriali e commerciali, intenti a pompare profitti dal più grande serbatoio potenziale che mai il mondo abbia conosciuto, per consumarli in Europa. Certo la situazione è troppo complessa e il giuoco delle forze mondiali è così difficile da calcolarsi, da rendere impossibile questa o qualunque altra interpretazione del futuro che sia fatta in un solo senso. Ma le tendenze che dominano attualmente l’imperialismo dell’Europa occidentale agiscono nel senso anzidetto, e se non incontrano una forza opposta che le avvii verso altra direzione, esse lavorano appunto perché il processo abbia lo sbocco suaccennato” [*7].

Hobson ha completamente ragione. Se le potenze dell’imperialismo non incontrassero resistenza, esse giungerebbero direttamente a quel risultato. Qui è posto nel suo vero valore il significato degli “Stati Uniti d’Europa” nella odierna congiuntura imperialista [1]. E’ da aggiungere soltanto che anche in seno al movimento operaio gli opportunisti, oggi provvisoriamente vittoriosi nella maggior parte dei paesi, “lavorano” sistematicamente, indefessamente nella medesima direzione. L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare e rafforzare l’opportunismo. D’altra parte non si devono dimenticare le forze, naturalmente neglette dal social-liberale Hobson, le quali operano in senso contrario all’imperialismo in generale e all’opportunismo in particolare.

Un opportunista tedesco, Gerhard Hildebrand, che a suo tempo venne espulso dal partito socialdemocratico per aver difeso l’imperialismo, ma che oggi potrebbe benissimo essere tra i capi del partito cosiddetto “socialdemocratico” di Germania, completa brillantemente Hobson col far propaganda per gli “Stati Uniti d’Europa” (senza la Russia), precisamente allo scopo di azioni “in comune” contro… i negri dell’Africa, contro il “grande movimento islamico”, per mantenere “un esercito e una flotta poderosi”, contro una “coalizione cino-giapponese” [*8], e così via.

Schulze-Gaevernitz ci rivela nell’Imperialismo britannico gli stessi caratteri parassitari. Dal 1865 al 1898 il reddito nazionale dell’Inghilterra si è quasi raddoppiato, ma nello stesso periodo il reddito “dall’estero” è salito di nove volte. E se egli ascrive “a merito” dell’imperialismo l'”aver educato il negro al lavoro” (non si può fare a meno della costrizione!), tuttavia segnala il “pericolo” dell’imperialismo, consistente per lui nel fatto che

“l’Europa trasferirebbe all’umanità di colore il lavoro corporale -anzitutto il lavoro agricolo e minerario e poi anche quello delle industrie più grossolane- accontentandosi dal canto suo della parte di chi vive di rendita, il che, probabilmente, avvierebbe all’emancipazione economica e quindi anche politica delle pelli rosse e nere”.

In Inghilterra si sottrae all’agricoltura sempre maggior quantità di terra per adibirla allo sport, ai divertimenti dei ricchi. Si suol dire della Scozia -che è, per la caccia e lo sport, il più aristocratico campo di giuoco del mondo- che “essa vive del suo passato e del signor Carnegie” (il miliardario americano). L’Inghilterra spende annualmente 14 milioni di sterline soltanto per le corse di cavalli e la caccia alla volpe; e il numero dei rentiers vi ammonta ad un milione, mentre diminuisce la percentuale della popolazione produttiva.

Popolazione Inghilterra (in milioni)

Numero dei lavoratori delle più importanti branche industriali (in milioni)

Percentuale sulla popolazione

1851 17,9 4,1 23 %
1901 32,5 4,9 15 %,

E lo studioso borghese “dell’imperialismo britannico dell’inizio del secolo XX” è costretto, quando parla della classe operaia inglese, a tener sistematicamente distinti l’uno dall’altro lo “strato superiore” dei lavoratori e lo “strato inferiore propriamente proletario“. Lo strato superiore fornisce la massa dei membri dei sindacati, delle cooperative, delle associazioni sportive e delle numerose sette religiose. Al suo tenore di vita è anche adattato il diritto elettorale, che in Inghilterra “è ancora abbastanza limitato da escludere lo strato inferiore propriamente proletario”!! Per presentare sotto colore roseo la situazione della classe operaia inglese, si suol parlare soltanto di questo strato superiore che costituisce la minoranza del proletariato. Esempio: “La questione della disoccupazione è questione che riguarda soltanto Londra e gli strati proletari inferiori, di cui gli uomini politici tengono poco conto…” [*9]. Bisognerebbe dire: di cui i politicanti borghesi e gli opportunisti “socialisti” s’interessano poco.

Una delle particolarità dell’imperialismo, collegata all’accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell’emigrazione dai paesi imperialisti e l’aumento dell’immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori. Secondo Hobson l’emigrazione inglese è scesa da 242 mila persone nel 1884 a sole 169 mila nel 1900. L’emigrazione della Germania raggiunse il punto culminante nel decennio 1881-1890, con 1.453.000, e nei due decenni successivi scese a 544 e 341 mila. Invece crebbe il numero dei lavoratori accorsi in Germania dall’Austria, dall’Italia, dalla Russia, ecc. Secondo il censimento del 1907 vivevano allora in Germania 1.342.294 stranieri, di cui 440.800 lavoratori industriali e 257.329 lavoratori della terra [*10]. In Francia i lavoratori delle miniere sono “in gran parte” stranieri: polacchi, italiani, spagnuoli [*11]. Negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale e meridionale coprono i posti peggio pagati, mentre i lavoratori americani danno la maggior percentuale di candidati ai posti di sorveglianza e ai posti meglio pagati [*12]. L’imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari.

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell’imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l’opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell’imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell’opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:

“… l’effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un’aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile”.

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell’11 agosto 1881 egli parla delle “peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa”.

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

“Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell’Inghilterra sul mondo” [*13].

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della Situazione della classe operaia in Inghilterra.

Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento del mondo intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato inglese; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno ,pagati dalla borghesia. L’imperialismo dell’inizio del XX secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo pugno di Stati, ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremerne soprapprofitti) una parte del ” mondo” quasi altrettanto vasta che quella dell’Inghilterra nel 1858; ciascuno di essi ha sul mercato mondiale una posizione di monopolio grazie ai trust, ai cartelli, al capitale finanziario e ai rapporti da creditore a debitore; ciascuno possiede, fino ad un certo punto, un monopolio coloniale (vedemmo che dei 75 milioni di chilometri quadrati di tutte le colonie del mondo, ben 65 milioni, cioè l’86 % sono nelle mani delle sei grandi potenze; 61 milioni, cioè l’81 % appartengono a tre sole potenze).

La situazione odierna è contraddistinta dall’esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l’inconciliabilità dell’opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L’imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s’è sviluppato in sistema dominante i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell’economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d’altro lato in luogo dell’indiviso monopolio dell’Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l’inizio del XX secolo. In nessun paese l’opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l’Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l’opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l’aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese [*14].

Note

*1. HOBSON, op. cit., p. 59.

*2. SCHULZE-GAEVERNIZ Britischer Imperialismus, pp. 320 e sgg.

*3. SARTORIUS VON WALTERSHAUSEN, op. cit., libro IV.

*4. SCHILDER, op, cit., p. 393.

*5. SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., p. 122.

*6. Die Bank, 1911, I, p. 10-11.

*7. HOBSON, op. cit., pp. 103, 205, 144, 335, 385-386.

1. “In regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono a un accordo per la spartizione delle colonie” (LENIN, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa in La guerra imperialista, Roma, Edizioni -Rinascita, 1950, p. 34).

*8. GERHARD HILDEBRAND, Die Erschütterung der Industrieherrschaft und des Industriesozialismus, Jena, 1910, p. 229 e sgg.

*9. SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., p. 301.

*10. Statistik des Deutschen Reichs, vol. 211.

*11. HENGER, Die Kapitalsanlage der Franzosen, Stoccarda, 1913, p. 75.

*12. HOURWICH, Immigration and Labour, New York, 1913.

*13. Briefwechsel von Marx und Engels, vol. II, p. 290; vol. IV, p. 453 [trad. it.: Carteggio Marx-Engels, vol. III, p. 238; vol. VI, p. 328, Roma, Edizioni Rinascita, 1951 e 1953]. KARL KAUTSKY, Sozialismus und Kolonialpolitik, Berlino, 1907, p. 79. Opuscolo scritto nei tempi infinitamente lontani in cui Kautsky era ancora marxista.

*14. Anche il socialsciovinismo russo dei signori Potresov, Ckhenkeli, Maslov, ecc., sia nella sua forma aperta che nella sua forma mascherata (signori Ckheidze, Skobelev, Axelrod, Martov e altri), è germinato da una varietà russa l’opportunismo e precisamente dal liquidatorismo.

IX. Critica dell’imperialismo

Intendiamo la critica dell’imperialismo in senso ampio, cioè come atteggiamento delle diverse classi sociali verso la politica dell’imperialismo in connessione con la loro ideologia generale.

Da un lato le gigantesche dimensioni assunte dal capitale finanziario, concentratosi in poche mani e costituente una fitta e ramificata rete di relazioni e di collegamenti, che mettono alla sua dipendenza non solo i medi e piccoli proprietari e capitalisti, ma anche i piccolissimi, dall’altro lato l’inasprirsi della lotta con gli altri gruppi finanziari nazionali per la spartizione del mondo e il dominio sugli altri paesi; tutto ciò determina il passaggio della massa delle classi possidenti, senza eccezione, dal lato dell’imperialismo. Entusiasmo “universale” per le prospettive offerte dall’imperialismo; furiosa difesa ed abbellimento di esso: ecco i segni della nostra età. L’ideologia imperialista si fa strada anche nella classe operaia, che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. Ché se a ragione i capi della cosiddetta “socialdemocrazia” di Germania vengono qualificati “social-imperialisti”, cioè socialisti a parole, imperialisti a fatti, occorre rilevare che fin dal 1902 Hobson notò l’esistenza di “imperialisti fabiani” in Inghilterra, iscritti all’opportunistica Fabian Society.

I dotti e i pubblicisti borghesi difendono generalmente l’imperialismo informa un po’ larvata, dissimulando il dominio assoluto dell’imperialismo e le sue profonde radici, mettendo innanzi particolarità secondarie e distraendo l’attenzione dall’essenziale con poco seri progetti di “riforma”, come ad esempio quello di stabilire una sorveglianza poliziesca sui trust o sulle banche, ecc. E’ raro invece udire imperialisti cinici, sinceri, che abbiano il coraggio di dichiarare stoltezza qualunque “riforma” dei caratteri essenziali dell’imperialismo.

Rechiamo un esempio. Nel Weltwirtschaftliches Archiv gli imperialistí tedeschi cercano di seguire il movimento coloniale di emancipazione nazionale, naturalmente soprattutto nelle colonie non tedesche. Essi rilevano l’agitazione e le proteste dell’India, il movimento del Natal (Africa meridionale), delle Indie olandesi, ecc. Uno di essi così commenta un rapporto inglese sulla Conferenza delle nazionalità e delle razze oppresse, che ebbe luogo il 28-30 luglio del 1910 a Londra, con la partecipazione dei rappresentanti dei popoli d’Asia, d’Africa e d’Europa, sottoposti a dominazione straniera:

“L’imperialismo, ci si sente dire, dovrebbe essere combattuto; gli Stati dominatori dovrebbero riconoscere il diritto all’indipendenza dei popoli soggetti; una Corte internazionale di giustizia dovrebbe vigilare sull’osservanza dei trattati conclusi tra le grandi potenze e i popoli più deboli. Al di là di questi pii desideri la Conferenza non è peranco andata. Non vi troviamo alcuna traccia di riconoscimento dei fatto che l’imperialismo è indissolubilmente legato al capitalismo nel suo assetto odierno, e che quindi [!!] la lotta diretta contro l’imperialismo non offre alcuna speranza di successo, salvo i casi di lotta contro i singoli eccessi di nefandezza eccezionale” [*1].

Poiché la correzione riformista alle basi dell’imperialismo non è che un inganno, un “pio desiderio”, e dato che i rappresentanti borghesi delle nazioni oppresse non vanno “più” avanti, il rappresentante borghese della nazione dominante va “più” indietro, verso il servilismo nei confronti dell’imperialismo, mascherato con un preteso “spirito scientifico”. Bella “logica”!

Nella critica dell’imperialismo le questioni fondamentali sono: la possibilità o meno di mutare le basi dell’imperialismo

mediante riforme, e l’opportunità di spingere verso un ulteriore inasprimento e approfondimento degli antagonismi generati dall’imperialismo o di tentarne, invece, un’attenuazione. Siccome le particolarità dell’imperialismo sono: reazione politica su tutta la linea e intensificazione dell’oppressione nazionale. conseguenze del giogo dell’oligarchia finanziaria e dell’eliminazione della libera concorrenza, così all’inizio del XX secolo in quasi tutti i paesi imperialistici sorse un’opposizione democratica piccolo-borghese. E la rottura di Kautsky e del vasto movimento kautskiano internazionale con il marxismo consiste appunto nel fatto che non solo Kautsky non ha pensato di contrapporsi a questa opposizione riformistica piccolo-borghese, reazionaria nei suoi fondamenti economici, ma anzi si è totalmente confuso con essa.

Negli Stati Uniti la guerra imperialista del 1898contro la Spagna suscitò l’opposizione degli “antimperialisti”, degli ultimi Mohicani della democrazia borghese. Essi chiamavano “delittuosa” quella guerra, consideravano l’annessione di paesi stranieri una violazione della costituzione e dichiaravano “inganno sciovinista” il trattamento fatto al capo degli indigeni delle Filippine, Aguinaldo (gli era stata promessa la libertà del suo paese, e poi si fecero sbarcare truppe americane e le Filippine furono annesse). Citavano il detto di Lincoln:

Quando il bianco si governa da se stesso, si ha l’autogoverno; ma quando governa a un tempo se stesso e altri, non vi è più autogoverno: vi è dispotismo” [*2].

Ma finché questa politica non osò riconoscere il legame indissolubile dell’imperialismo con i trust e per conseguenza anche con le basi del capitalismo, non osò unirsi alle forze generate dal grande capitalismo e dal suo sviluppo, essa rimase allo stato di “pio desiderio”.

Anche Hobson nella sua critica dell’imperialismo assume una posizione analoga. Hobson precorre Kautsky nel dichiararsi contro la “inevitabilità dell’imperialismo” e nell’appellarsi alla necessità di “elevare [in regime capitalista!] la capacità di consumo della popolazione”. Il punto di vista piccolo-borghese nella critica dell’imperialismo, dell’onnipotenza delle banche, dell’oligarchia finanziaria, ecc., è condiviso anche da altri scrittori da noi più volte citati, come Agahd, A. Lansburgh, L. Eschwege, e, tra gli autori francesi, da Victor Bérard, autore di un libro superficiale su L’Inghilterra e l’imperialismo, apparso nel 1900: Tutti costoro, che non hanno alcuna pretesa d’essere marxisti, contrappongono all’imperialismo la libera concorrenza e la democrazia, si dichiarano contrari al progetto della ferrovia di Bagdad, che causerebbe conflitti e guerre, manifestano “pii desideri” di pace, ecc. Anzi, A. Neymarck, lo statistico delle emissioni internazionali, va tanto oltre da lasciarsi trasportare, dopo aver enumerato le centinaia di miliardi di valori “internazionali”esistenti nel 1912, a questa esclamazione: “Si può pensare che la pace possa esser infranta?… che, con tali cifre gigantesche, si possa rischiare d’intraprendere una guerra?” [*3].

Da parte degli economisti borghesi una simile ingenuità non deve far meraviglia; infatti hanno interesse a far gli ingenui e, con aria “seria”, a parlar di pace sotto l’imperialismo. Ma che cosa è rimasto di marxismo in Kautsky, quando negli anni 1914-1916 difende lo stesso punto di vista dei riformisti borghesi e afferma che “tutti” (imperialisti, pseudosocialisti e socialpacifisti) “sono d’accordo” nella questione della pace? Invece dell’analisi e della denuncia dei profondi antagonismi dell’imperialismo troviamo il “pio desiderio” riformista di non sapere niente di tali antagonismi, di sbarazzarsene con un’alzata di spalle.

Diamo un esempio della critica economica applicata da Kautsky all’imperialismo. Egli esamina le cifre sull’importazione ed esportazione inglese in e dall’Egitto per gli anni 1872 e 1912, e trova che questa importazione ed esportazione è aumentata più lentamente che l’esportazione e importazione complessiva dell’Inghilterra. E Kautsky ne trae questa conseguenza:

“Non abbiamo alcuna ragione per ammettere che, anche senza l’occupazione militare dell’Egitto, e sotto il peso dei soli fattori economici, il commercio con l’Egitto si sarebbe sviluppato meno di così … L’impulso del capitale ad ampliarsi può trovare la miglior soddisfazione non coi metodi violenti dell’imperialismo, ma con una democrazia pacifica” [*4].

Questa considerazione di Kautsky, ricantata su cento toni dal suo scudiero russo (e protettore dei socialsciovinisti russi), il signor Spectator, costituisce la base della sua critica dell’imperialismo, e quindi su di essa dobbiamo soffermarci. Cominciamo con una citazione da Hílferding, le cui illazioni, come ha ripetuto più volte Kautsky, anche nell’aprile del 1915, sono “unanimemente accettate da tutti i teorici del socialismo”.

“Dal momento che il capitale -scrive Hilferding- non può fare altra politica che quella imperialistica, il proletario non deve contrapporre a quella imperialistica una politica eguale a quella dei tempi in cui il capitale industriale dominava incontrastato: il compito del proletariato non consiste nel contrapporre alla politica capitalistica più progredita quella, ormai superata, dell’era del libero scambio e della opposizione allo Stato. La risposta del proletariato alla politica economica del capitale finanziario, la risposta all’imperialismo, non può essere il liberoscambismo, ma solo il socialismo. Non l’ideale ormai divenuto reazionario del ripristino della libera concorrenza, ma solo il completo superamento della concorrenza mediante il completo superamento del capitalismo può essere l’obiettivo della politica proletaria” [*5].

Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo, difendendo per l’epoca del capitale finanziario un “ideale reazionario”, la “pacifica democrazia”, il “semplice peso dei fattori economici”, giacché, obiettivamente, simile idea ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista.

Il commercio con l’Egitto (o con qualsiasi altra colonia o semicolonia) “sarebbe aumentato” di più senza occupazione militare, senza imperialismo, senza capitale finanziario. Che significa ciò? Significa forse che il capitalismo si svilupperebbe più rapidamente, se la libera concorrenza non fosse limitata in generale dai monopoli, né dalle “relazioni” né dalla pressione del capitale finanziario (cioè ancora dai monopoli), né dal possesso monopolistico di colonie da parte di alcuni paesi?

Nessun altro senso potrebbero avere i ragionamenti di Kautsky, e questo “senso” rappresenta un nonsenso. Ammettiamo dunque che in regime di libera concorrenza, senza monopolio di sorta, il capitalismo e il commercio si sarebbero sviluppati più rapidamente. Ma quanto più rapido è lo sviluppo del commercio e dei capitalismo, tanto più intensa è appunto la concentrazione della produzione e del capitale, la quale a sua volta genera il monopolio. E i monopoli sono già stati generati appunto dalla libera concorrenza! Se anche i monopoli avessero attualmente l’effetto di ritardare lo sviluppo, questa non sarebbe ancora una ragione a favore della libera concorrenza, che è diventata impossibile una volta che ha generato i monopoli.

Da qualsiasi parte giriate i ragionamenti di Kautsky, in essi voi non troverete altro che lo spirito reazionario e il riformismo borghese.

Se si volessero rettificare queste considerazioni e dire, come fa Spectator, che il commercio delle colonie inglesi con l’Inghilterra si sviluppa ora più lentamente che con gli altri paesi, neppure ciò salverebbe Kautsky. Infatti anche in questo caso l’Inghilterra è battuta dai monopoli e dall’imperialismo, soltanto non dal suo, ma da quello di altri paesi (America, Germania). E’ noto che i cartelli hanno condotto a dazi protettivi di tipo singolare: si proteggono precisamente i prodotti che possono esser esportati (come era già stato messo in rilievo da Engels nel III volume del Capitale) [1]. E’ noto anche il sistema, caratteristico dei cartelli e del capitale finanziario, di “esportare a basso prezzo” (dumping system degli inglesi): all’interno il cartello vende le sue merci agli alti prezzi di monopolio, all’estero li dà a prezzi irrisori al fine di schiantare gli altri concorrenti, di accrescere al massimo la propria produzione, ecc. Se il commercio tedesco con le colonie inglesi si sviluppa più rapidamente di quello dell’Inghilterra, ciò prova solamente che l’imperialismo tedesco è più fresco, più vigoroso, meglio organizzato dell’inglese, ma non prova in nessun modo la “superiorità” del libero commercio, giacché, in questo caso, non è più la lotta del libero commercio contro la protezione doganale e la dipendenza coloniale, bensì di un imperialismo contro un altro, d’un monopolio contro un altro, di un capitalismo finanziario contro un altro. La superiorità dell’imperialismo tedesco sull’inglese è più forte delle muraglie costituite dalle barriere doganali o dai conflitti coloniali: ma trarre da questo fatto una “conclusione” a favore del libero commercio e della “pacifica democrazia” è una banalità e significa dimenticare i caratteri e le proprietà fondamentali dell’imperialismo e sostituire al marxismo il riformismo piccolo-borghese.

E’ interessante come perfino un economista borghese quale Lansburgh, sebbene critichi l’imperialismo precisamente con la stessa superficialità di Kautsky, usi assai più scientificamente la relativa statistica commerciale. Egli infatti non istituisce il confronto tra un singolo paese, scelto a caso, colonia per giunta, e gli altri paesi, ma mette a confronto l’esportazione di un paese imperialista: 1) nei paesi che ne dipendono finanziariamente, e hanno contratto con esso dei prestiti; 2) nei paesi finanziariamente indipendenti da esso. Ecco cosa ne ha ricavato:

Esportazioni della Germania
in paesi che ne sono finanziariamente dipendenti
1889 1908 aumento
(milioni di Mk) (milioni di Mk
Romania 48,2 70,8 47%
Portogallo 19,0 32,8 73%
Argentina 60,7 147,0 143%
Brasile 48,7 84,5 73%
Cile 28,3 52,4 85%
Turchia 29,9 64,0 114%
In complesso. 234,8 451,5 92%

In paesi che ne sono finanziariamente indipendenti
1889 1908 aumento
(milioni di Mk) (milioni di Mk)
Gran Bretagna 651,8 997,4 53%
Francia 210,2 437,9 108%
Belgio 137,2 332,8 135%
Svizzera 177,4 401,1 127%
Australia 21,2 64,5 205%
Indie olandesi 8,8 40,7 363%
In complesso 1.206,6 2.264,4 87%

Lansburgh non ha tratto le somme e quindi stranamente non ha rilevato che queste cifre, se in generale dimostrano qualche cosa, parlano soltanto contro di lui, giacché l’esportazione verso i paesi finanziariamente dipendenti crebbe tuttavia con maggior rapidità, sebbene di poco, che non verso i paesi finanziariamente indipendenti (abbiamo sottolineato il “se” perché la statistica di Lansburgh non è affatto completa). Lansburgh, esaminando il nesso tra l’esportazione e i prestiti, così scrive:

“Negli anni 1890-1891 fu assunto un prestito romeno da banche tedesche che, negli anni precedenti, avevano già fatto delle anticipazioni. Il prestito servì principalmente all’acquisto di materiale ferroviario, che venne importato dalla Germania. Nel 1891 l’esportazione tedesca in Romania ammontò a 55 milioni di marchi. Nell’anno successivo essa scese a milioni 39,4 e con interruzioni indietreggiò sino a milioni 25,4 (1900). Solo negli ultimissimi anni, grazie a un paio di nuovi prestiti, fu raggiunta nuovamente la situazione del 1891.

“L’esportazione tedesca in Portogallo in seguito a prestiti del 1888-1889 salì fino a milioni 21,1 di marchi (1890); cadde nei due anni seguenti a 16,2 e 7,4 e riprese l’antico livello solo nel 1903.

“Più netto ancora si presenta il fenomeno nel commercio tedesco-argentino. In seguito ai prestiti del 1888 e 1890 l’esportazione tedesca in Argentina nel 1889 salì a milioni 60,7 di marchi. Due anni più tardi essa raggiungeva soltanto milioni 18,6 di marchi, vale a dire neppure la terza parte. Soltanto nel 1901 fu raggiunto e superato il livello del 1889, ciò che era in relazione con nuovi prestiti statali e municipali, con la fornitura di denaro per la costruzione di officine elettriche, e con altre operazioni di credito.

“L’esportazione nel Cile in seguito al prestito del 1889 salì fino a milioni 45,2 di marchi (1892) e due anni dopo scese a milioni 22,5.

Dopo l’assunzione avvenuta nel 1906 di un nuovo prestito da parte di banche tedesche, l’esportazione sali a milioni 84,7 di marchi (1907), per scendere di nuovo a milioni 52,4 nel 1908″ [*6].

Da questi fatti Lansburgh trae una comica morale piccolo-borghese; quanto cioè sia malsicura e irregolare l’esportazione collegata ai prestiti, e come sia male esportare capitali all’estero invece di promuovere “naturalmente” e “armonicamente” l’industria nazionale, quanto tornino “care”a Krupp le multimilionarie prebende in occasione di prestiti esteri, ecc. Ma i fatti parlano chiaro. L’elevamento dell’esportazione è collegato precisamente alle manovre fraudolente del capitale finanziario, che si infischia della morale piccolo-borghese e scarnifica doppiamente la povera creatura, una volta mediante i profitti dei prestiti, e una seconda volta mediante i profitti degli stessi prestiti, quando questi vengono impiegati nell’acquisto di prodotti Krupp o di materiale ferroviario del sindacato dell’acciaio.

Lo ripetiamo: non riteniamo affatto perfetta la statistica di Lansburgh, ma tuttavia questa doveva esser riprodotta, perché è più scientifica di quella di Kautsky e di Spectator, avendo Lansburgb impostato più correttamente la questione. Per poter fare delle considerazioni sull’importanza del capitale finanziario nell’esportazione, ecc., occorre saper isolare specialmente e solamente il nesso tra l’esportazione e lo smercio dei prodotti cartellati, e così via. Confrontare tra loro semplicemente le colonie e le non colonie in generale, un imperialismo con l’altro, una colonia o semicolonia (l’Egitto) con tutti gli altri paesi, significa celare ed eludere la sostanza della questione.

Se la critica teorica che Kautsky fa dell’imperialismo non ha nulla di comune col marxismo, ma ha unicamente valore per la propaganda pacifista e per il conseguimento dell’unità con gli opportunisti e i socialsciovinisti, è appunto perché nasconde ed elude più profondi e fondamentali antagonismi dell’imperialismo, cioè quelli esistenti tra i monopoli e la libera concorrenza ancora superstite, tra le gigantesche “operazioni” (e i giganteschi profitti) del capitale finanziario e “onesto” commercio sul mercato libero, tra i cartelli e trust da un lato e l’industria libera dall’altro, ecc.

Altrettanto retrograda è anche, come abbiamo visto, la famosa teoria dell’ “ultra-imperialismo” escogitata da Kautsky. Confrontate il ragionamento di Kautsky su questo tema nel 1915 con quello di Hobson nel 1902.

Kautsky: “Non potrebbe la politica imperialista attuale essere sostituita da una politica nuova ultra-imperialista che al posto della lotta tra i capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale finanziario internazionale unifìcaro? Tale nuova fase del capitalismo è in ogni case pensabile. Non ci sono però premesse sufficienti per decidere se essa è realizzabile” [*7].

Hobson: “II cristianesimo, consolidatosi in pochi e grandi imperi federali, ognuno dei quali ha una serie di colonie non civili e di paesi dipendenti, sembra a molti lo sviluppo più conforme alle leggi delle tendenze attuali, anzi, lo sviluppo che può dare massima speranza di pace permanente sulla solida base dell’inter-imperialismo”.

Kautsky chiama ultra-imperialismo o super-imperialismo ciò che, tredici anni prima di lui, Hobson chiamava inter-imperialismo. A parte la formazione di una nuova parola erudita per mezzo della sostituzione di una particella latina con un’altra, il progresso del pensiero “scientifico” di Kautsky consiste soltanto nella pretesa di far passare per marxismo ciò che Hobson descrive in sostanza come ipocrisia dei pretucoli inglesi. Dopo la guerra contro i boeri era del tutto naturale che questo reverendissimo ceto si sforzasse soprattutto di consolare i piccoli borghesi e gli operai inglesi che avevano avuto non pochi morti nelle battaglie dell’Africa del Sud e che assicuravano, con un aumento delle imposte, più alti guadagni ai finanzieri inglesi. E quale consolazione poteva essere migliore di questa, che l’imperialismo non era poi tanto cattivo, che esso si avvicinava all’inter- (o ultra-) imperialismo capace di garantire la pace permanente? Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua “teoria” è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente nel regime del capitalismo, sviando l’attenzione dagli antagonismi acuti e dagli acuti problemi di attualità e dirigendo l’attenzione sulle false prospettive di un qualsiasi sedicente nuovo e futuro “ultra-imperialismo”. Inganno delle masse: all’infuori di questo, non v’è assolutamente nulla nella teoria “marxista” di Kautsky.

Invero basta richiamare alla mente fatti a tutti noti ed indubitabili per convincersi di quanto siano erronee le prospettive presentate da Kautsky ai lavoratori tedeschi (ed ai lavoratori di tutto il mondo). Si considerino l’India, l’Indocina e la Cina. E’ noto come questi tre paesi, coloniali e semicoloniali, con i loro 600-700 milioni d’abitanti siano sfruttati dal capitale finanziario di alcune potenze imperialiste, e cioè dell’Inghilterra, della Francia, del Giappone, degli Stati Uniti, ecc. Ammettiamo che questi Stati imperialisti concludano delle alleanze, gli uni contro gli altri, per tutelare o ampliare nei menzionati paesi asiatici i loro possedimenti, i loro interessi e le loro “sfere d’influenza”. Queste sarebbero alleanze “inter-imperialiste” o “ultra-imperialiste”. Ammesso che tutte le potenze imperialiste formino un’unica lega allo scopo di ripartirsi “pacificamente” i summenzionati paesi asiatici, si avrà allora “il capitale finanziario internazionalmente unito”. In realtà la storia del XX secolo offre esempi di una lega di questo genere, per esempio nei rapporti delle potenze con la Cina. Si domanda ora se, permanendo il capitalismo (e Kautsky parte appunto da questa supposizione), possa “immaginarsi” che tali leghe sarebbero di lunga durata, che esse escluderebbero attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate…

Basta porre nettamente tale questione perché non si possa rispondere che negativamente. Infatti in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora: e cosí il Giappone rispetto alla Russia. Si può “immaginare” che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangono immutati? Assolutamente no.

Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti inglesi o del “marxista” tedesco Kautsky, le alleanze “inter-imperialistiche” o “ultra-imperialiste” noti sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta. E il saggio Kautsky per tranquillizzare gli operai e conciliarli coi socialsciovinisti passati dalla parte della borghesia stacca uno dall’altro gli anelli di un’unica catena, stacca l’odierna alleanza pacifica (e ultra-imperialista -persino ultra-ultra-imperialista) di tutte le potenze per “calmare” la Cina (ricordatevi come fu sedata la rivolta dei boxers) [2] dal conflitto non pacifico di domani che prepara per dopodomani un’alleanza nuovamente “pacifica” e generale per la spartizione ad esempio della Turchia, ecc. ecc. Invece della connessione viva tra i periodi di pace imperialista e i periodi di guerre imperialiste,

Kautsky presenta agli operai un’astrazione morta per riconciliarli coi loro capi morti.

L’americano Hill nel suo libro intitolato A History of Diplomacy in the International Development of Europe distingue nella più recente storia della diplomazia tre periodi: 1) epoca della rivoluzione; 2) movimento per la costituzione; 3) epoca dell'”imperialismo commerciale” [*8] attuale. Un altro autore suddivide la storia della “politica mondiale” dell’Inghilterra dal 1870 in poi in quattro periodi: 1) periodo asiatico (lotta contro l’espansione russa nell’Asia centrale, verso l’India); 2) periodo africano (circa 1885-1902) (lotta contro la Francia per la spartizione dell’Africa -conflitto di Fascioda [3] nel 1898- a un pelo dalla guerra con la Francia); 3) secondo periodo asiatico (alleanze col Giappone contro la Russia); 4) periodo europeo (principalmente lotta contro la Germania) [*9]. Lo “specialista” bancario Riesser scriveva già nel 1905 che “i primi scontri politici d’avanguardia avvengono sul terreno finanziario”, accennando al modo con cui il capitale finanziario francese, operando in Italia, preparava l’alleanza politica tra questi due paesi, al modo con cui si sviluppava la lotta tra Inghilterra e Germania a motivo della Persia, a quello con cui si svolgeva la lotta tra tutti i capitalismi europei per i prestiti cinesi, ecc. Ecco la realtà viva dell’ “ultra-imperialísmo”, degli accordi pacifici nel loro indissolubile rapporto coi conflitti puramente imperialistici!

La tendenza di Kautsky a stendere l’ombra sui profondi antagonismi dell’imperialismo -atteggiamento che, inevitabilmente, si trasforma in abbellimento dell’imperialismo- si rispecchia anche nella critica ch’egli fa delle particolarità politiche dell’imperialismo. L’imperialismo è l’era del capitale finanziario e poi dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà. Da tali tendenze risulta una intensa reazione, in tutti i campi, in qualsiasi regime politico, come pure uno straordinario acuirsi di tutti i contrasti anche in questo campo. Specialmente si acuisce l’oppressione delle nazionalità e la tendenza alle annessioni, cioè alla soppressione della indipendenza nazionale (giacché annessione significa precisamente soppressione dell’autodecisione delle nazioni). Hilferding rileva giustamente il nesso esistente tra l’imperialismo e l’inasprimento dell’oppressione nazionale.

“Anche nei paesi da poco aperti alla penetrazione degli Stati più progrediti -egli scrive- il capitalismo importato acuisce i contrasti eccitando in quei popoli, che vengono risvegliati al sentimento nazionale, una sempre più accanita volontà di resistenza, che può anche spingerli ad adottare provvedimenti nocivi agli interessi del capitale straniero. La vecchia struttura sociale viene totalmente sovvertita; i ceppi che inchiodavano da millenni le “nazioni senza storia” ad una economia meramente agricola si infrangono e queste nazioni vengono risucchiate nel calderone capitalistico. A poco a poco, però, lo stesso capitalismo finisce col suggerire ai popoli assoggettati i princìpi e i metodi della loro liberazione. Quella che un tempo era stata la più alta aspirazione delle nazioni europee, e cioè la costituzione di Stati unitari per la conquista della libertà economica e culturale, incomincia a diffondersi anche tra quei popoli. Simili aspirazioni indipendentistiche minacciano il capitale europeo proprio nei territori più ricchi di risorse naturali e di prospettive di sfruttamento, e il capitale per mantenere il suo dominio si vede costretto a rafforzare continuamente i suoi strumenti egemonici” [*10].

Bisogna aggiungere che non solo nei paesi scoperti di recente, ma anche negli antichi l’imperialismo porta ad annessioni e all’inasprimento dell’oppressione nazionale, e, per conseguenza, all’intensificazione della resistenza. Kautsky, polemizzando contro l’inasprimento della reazione politica da parte dell’imperialismo, lascia nell’ombra la questione, diventata ardente e attuale, dell’impossibilità, nell’epoca dell’imperialismo, di rimanere uniti con gli opportunisti. Egli polemizza bensì contro le annessioni, ma dà alle sue obiezioni una forma che è la meno spiacevole, la più accessibile agli opportunisti. Egli si rivolge direttamente al pubblico tedesco, ma tuttavia sa nascondere la questione più importante ed attuale, l’annessione cioè dell’Alsazia-Lorena da parte della Germania. Per valutare questa “deviazione del pensiero” di Kautsky basta scegliere un esempio. Ammettiamo che un giapponese condanni l’annessione americana delle Filippine. Si domanda: saranno molti a credere che lo faccia per ripugnanza contro le annessioni in genere, o non piuttosto per il desiderio di appropriarsi egli stesso le Filippine? O si deve viceversa ritenere sincera e politicamente onesta la “lotta” di un giapponese contro le annessioni soltanto quando egli si scaglia contro l’annessione giapponese della Corea e chiede per la Corea la libertà di separarsi dal Giappone?

Così l’analisi teorica dell’imperialismo fatta da Kautsky come la sua critica economica e politica dell’imperialismo sono tutte impregnate di uno spirito inconciliabile col marxismo, spirito rivolto a celare e ad attutire i più fondamentali contrasti, tendenza a mantener salva ad ogni costo la dissolventesi unità con l’opportunismo nel movimento operaio europeo.

Note

*1. Weltwirtschaftliches Archiv, vol. II, pp. 194-195.

*2. J. PATOUILLET, L’impérialisme américain, Digione, 1904, p. 172.

*3. Bulletin de l’Institut International de Statistique, vol. XIX, libro II, p. 225.

*4. KARL KAUTSKY, Nationalstaat, imperiatistischer Staat und Staatenbund, Norimberga, 1915, pp. 72, 70.

*5. RUDOLF HILFERDING, op. cit., p. 504 [trad. it. cit., p. 486].

1. Il Capitale, Ed. Rinascita, III, l. p. 161.

*6. Die Bank, 1909, II, p. 819 e sgg.

*7. Die Neue Zeit, 30 aprile 1915, p. 144.

2. La grande rivolta dei contadini cinesi (1900) sostenuti dalla borghesia. contro il governo monarchico della Cina, si chiamò “rivolta dei boxers” (da box, pugno), dal nome delle società che dirigevano il movimento: “Khezvan”(pugno della giustizia) “Da-zvan-gui” (grande pugno), ecc. Le grandi potenze (Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Russia, Giappone) inviarono le loro truppe a schiacciare la rivolta imponendo poi alla Cina condizioni brigantesche (concessioni, diritto di tenere truppe in Cina, un tributo altissimo, ecc.). L’URSS dopo la rivoluzione d’Ottobre rinunciò al tributo che il governo della Russia zarista esigeva dalla Cina.

*8. DAVID JAYNE HILL, A History of Diplomacy in the International Development of Europe, vol. I, p. X.

3. L’incidente di Fascioda (1898) segnò il culmine del conflitto coloniale anglo-francese. I francesi avevano intenzione di congiungere i loro possedimenti del Senegal e della costa atlantica con quelli dell’Africa settentrionale. Risalirono il Niger e raggiunsero il lago Ciad, da dove si spinsero verso oriente per raggiungere i possedimenti sulla costa del mar Rosso. Ma gli inglesi non consentirono ai francesi l’attraversamento della valle del Nilo e mandarono loro contro una colonna al comando di Lord Kitchener; inglesi e francesi si incontrarono a Fascioda e, dopo alcuni giorni dì gravissima tensione, il governo di Parigi diede ordine di ritirarsi. Di fronte alla minacciosa presenza tedesca si ebbe un ravvicinamento che portò nel 1902 alla Intesa cordiale.

*9. SCHILDER, op. cit., VOI. I, p. 178.

*10. RUDOLF HILFERDING, op. cit., pp. 433-434 [trad. it. cit., pp. 421-4221.

 X. Il posto che occupa l’imperialismo nella storia

Abbiamo visto come l’imperialismo, per la sua natura economica, sia capitalismo monopolistico. Già questo solo fatto basta a determinare la posizione storica dell’imperialismo, giacché il monopolio, nato sul terreno della libera concorrenza, e propriamente appunto dalla libera concorrenza, è il passaggio dall’ordinamento capitalista a un più elevato ordinamento sociale ed economico. Si devono distinguere particolarmente quattro tipi principali di monopolio o quattro principali manifestazioni del capitalismo monopolistico che caratterizzano il corrispondente periodo.

Primo: il monopolio sorse dalla concentrazione della produzione in uno stadio assai elevato di essa. Si formarono allora le associazioni monopolistiche di capitalisti: cartelli, sindacati e trust. Abbiamo già veduto quale enorme funzione essi compiano nell’attuale’ vita economica. Al principio del secolo XX essi acquistarono l’assoluta prevalenza nei paesi progrediti: e se i primi passi sulla via della cartellizzazione furono compiuti da paesi con alti dazi protettivi (Germania, America), tuttavia poco tempo dopo anche l’Inghilterra, con tutto il suo sistema di libertà commerciale, mostrava lo stesso fenomeno fondamentale: il sorgere dei monopoli dalla concentrazione della produzione.

Secondo: i monopoli condussero all’accaparramento intensivo delle principali sorgenti di materie prime, specialmente nell’industria più importante e più cartellata della società capitalistica, quella siderurgico-mineraria. Il possesso monopolistico delle più importanti sorgenti di materia prima ha aumentato immensamente la potenza del grande capitale e acuito l’antagonismo tra l’industria dei cartelli e l’industria libera.

Terzo: i monopoli sorsero dalle banche. Queste si trasformarono da modeste imprese di mediazione in detentrici monopolistiche del capitale finanziario. Tre o cinque grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono l'”unione personale” del capitale industriale e bancario, e concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che costituiscono la massima parte dei capitali e delle entrate in denaro di tutto il paese. La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezione, nella sua fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.

Quarto: il monopolio sorse dalla politica coloniale. Ai numerosi “antichi” moventi della politica coloniale, il capitale finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitali, quella per le “sfere d’influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale. Quando per esempio le potenze europee occupavano con le loro colonie solo una decima parte dell’Africa, come era il caso ancora nel 1876, la politica coloniale poteva allora svolgersi in forma non monopolistica, nella forma, per così dire, di una “libera presa di possesso” di territorio. Ma allorché furono occupati già nove decimi dell’Africa (verso il 1900), allorché fu terminata la divisione del mondo, allora, com’era inevitabile, s’iniziò l’età del possesso monopolistico delle colonie, e quindi anche di una lotta particolarmente intensa per la partizione e ripartizione del mondo.

E’ noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale.

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo ‘a formare lo “Stato rentier“, lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e “tagliando cedole“. Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età dell’imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra).

Riesser, l’autore di un’opera sulle grandi banche tedesche, così dice sulla rapidità dello sviluppo economico della Germania:

“Il progresso tutt’altro che lento dell’epoca precedente (1848-1870) sta alla rapidità con cui progredì nell’attuale periodo (1870-1905) l’intera economia tedesca, e in ispecie il sistema bancario, su per giù nello stesso rapporto in cui la velocità delle diligenze postali del buon tempo antico sta a quella dell’odierna automobile, sì veloce da mettere a repentaglio la vita del tranquillo pedone che si trova a passare e perfino di chi vi è montato sopra”.

A sua volta il capitale finanziario, cresciuto così vertiginosamente, e appunto per questo, sarebbe ben desideroso di un possesso “più tranquillo” delle colonie, che potrebbe strappare, e non solo con mezzi pacifici, alle nazioni più ricche. Negli Stati Uniti lo sviluppo economico negli ultimi decenni è stato ancora più rapido che in Germania, ed appunto per tale circostanza i tratti parassitari del moderno capitalismo americano si sono manifestati con forza particolare. Ma, da un altro lato, il confronto, poniamo, della borghesia repubblicana di America con quella monarchica del Giappone o della Germania, dimostra che nell’epoca dell’imperialismo restano molto sbiadite le più forti differenze politiche, non già perché, in sé, esse siano senza importanza, ma perché in tutti questi casi si tratta di una borghesia con caratteri parassitari espressamente determinati.

I capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc., raccogliendo gli alti profitti monopolistici hanno la possibilità di corrompere singoli strati di operai e, transitoriamente, perfino considerevoli minoranze di essi schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata dall’aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo; fenomeno questo che si manifestò in Inghilterra prima e più chiaramente che altrove, perché ivi, molto prima che in altri paesi, apparvero certi elementi imperialistici. Alcuni scrittori, come per esempio Martov [1], si compiacciono di trascurare il fatto del legame tra l’imperialismo e l’opportunismo nel movimento operaio -fatto che salta, specialmente agli occhi in questo momento- per mezzo di ragionamenti “ufficiali ottimistici” (nel senso di Kautsky e Huysmans) [2] di questo genere: la causa degli avversari del capitalismo sarebbe disperata se appunto il capitalismo avanzato conducesse a un rafforzamento dell’opportunismo, o se appunto gli operai meglio pagati fossero propensi all’opportunismo, ecc. Non bisogna illudersi sul significato di un simile “ottimismo”: è un ottimismo nei confronti dell’opportunismo. E’ un ottimismo che serve a nascondere l’opportunismo. Di fatto, la particolare rapidità e il carattere particolarmente ripugnante dello sviluppo dell’opportunismo non ne garantiscono la sicura vittoria, così come la rapidità dello sviluppo di un ascesso purulento su un organismo sano non può far altro che accelerarne la maturazione e liberarne più rapidamente l’organismo. Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota e falsa.

Da tutto ciò che si è detto sopra intorno all’essenza economica dell’imperialismo risulta che esso deve esser caratterizzato come capitalismo di transizione, o più esattamente come capitalismo morente. A tale riguardo è molto istruttivo il fatto che le espressioni correnti degli economisti borghesi, che scrivono intorno al moderno capitalismo, sono: “intreccio”, “mancanza d’isolamento” e così via; le banche sarebbero “imprese che per i loro compiti e la loro evoluzione non hanno carattere economico puramente privato, ma vengono sempre più superando i limiti della regolamentazione puramente privata dell’economia”. E lo stesso Riesser, cui si deve tale definizione, con la faccia più seria di questo mondo, dichiara che la “profezia” di Marx intorno alla “socializzazione”, “non si è avverata”!

Che cosa significa la parola “intreccio”? Essa indica soltanto il carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri occhi. Essa dimostra semplicemente che l’osservatore vede i singoli alberi, ma non si accorge del bosco. Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale, caotico, e tradisce nell’osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia del materiale e non ne capisce più il significato e l’importanza. “Casualmente si vanno intrecciando” i possessi delle nazioni, i rapporti tra i proprietari privati. Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne costituisce la base, sono le relazioni sociali di produzione che si vanno modificando. Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un’esatta valutazione di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi o di tre quarti dell’intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l’uno dall’altro da centinaia e migliaia di chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati fabbricati; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano (spaccio del petrolio in America e Germania da parte del “trust del petrolio” americano), allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice “intreccio”; che i rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione, e in stato di putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo (nella peggiore ipotesi, nella ipotesi che per la guarigione… del bubbone opportunistico occorra molto tempo!), ma infine sarà fatalmente eliminato.

Schulze-Gaevernitz, l’entusiasta ammiratore dell’imperialismo tedesco, dice:

“Se in ultima analisi la direzione di tutte le banche tedesche si trova affidata a una dozzina di persone, l’attività di costoro fin da oggi è assai più importante per il bene pubblico che non quella della Maggior parte dei ministri. [E’ più comodo dimenticare l'”intreccio” tra gli uomini di banca, i ministri, i grandi industriali, i rentiers … ] Immaginando giunte al termine del loro svolgimento le tendenze evolutive da noi indicate, avremo il capitale liquido della nazione nelle banche; le banche a loro volta collegate in un unico cartello; il capitale della nazione, in cerca di investimento, espresso in titoli. Allora saranno vere le geniali parole di Saint-Simon: “L’odierna anarchia della produzione, derivante dal fatto che i rapporti economici si svolgono senza una regolamentazione uniforme, deve cedere il posto all’organizzazione della produzione. Non saranno più gli imprenditori isolati. indipendenti tra loro e ignari dei bisogni economici degli uomini, a dare la direzione e l’indirizzo alla produzione, ma ciò spetterà invece a una apposita istituzione sociale. Un’autorità amministrativa centrale, in grado di osservare da un più elevato punto di vista l’ampio terreno dell’economia sociale, regolerà quest’ultima in modo utile a tutta la collettività ed assegnerà i mezzi di produzione a mani idonee, e segnatamente vigilerà con costante armonia tra produzione e consumo. Vi sono delle istituzioni che hanno introdotto fra i loro compiti quello di dare una certa organizzazione al lavoro economico, e sono le banche”. Siamo ancor lontani dall’attuazione di queste predizioni di Saint-Simon, ma siamo sulla via che conduce alla loro attuazione: è un marxismo diverso da quello che si raffigurò Marx, ma diverso solo nella forma” [*1].

Non c’è che dire: è una bella “confutazione” di Marx questa che fa un passo indietro e, dalla rigorosa analisi scientifica di Marx, va verso l’intuizione, bensì geniale, ma pur sempre intuizione, di Saint-Simon [3].

Gennaio-luglio 1916.

Note

1. Giulio L. MARTOV (pseud. di I. O. ZEDERBAUM, 1873-1923) capo della frazione menscevica del partito operaio socialdemocratico russo; fu contrario alla Rivoluzione d’ottobre e avversario di Lenin e dei bolscevichi. Dopo il 1920 emigrò a Berlino.

2. Socialdemocratico di destra belga.

*1. Grundriss der Sozialökonomik, cit., pp. 145 e 146.

3. Henry CLAUDE DE SAINT SIMON (1760-1825). Uno dei più importanti socialisti utopisti.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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