Karl Marx – Karl Marx (1852) -Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte-seconda parte –

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 seconda parte

Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

Karl Marx (1852)

III

 

Il 29 maggio 1849 si riuni l’Assemblea nazionale legislativa. Il 2 dicembre 1851 essa fu sciolta. Questo periodo abbraccia tutta l’esistenza della repubblica costituzionale o parlamentare.

Nella prima rivoluzione francese al dominio dei costituzionali segue il dominio dei girondini, e al dominio dei girondini il dominio dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su quello che è più avanzato di lui. Non appena ha portato la rivoluzione tanto avanti che, nonché precederla, non più  nemmeno seguirla, viene scartato dall’alleato più ardito che è dietro di lui e viene mandato alla ghigliottina [1]. Così  la rivoluzione si sviluppa secondo una linea ascendente. secondo una linea discendente. Essa ha già iniziato questo movimento all’indietro prima ancora che l’ultima barricata di febbraio sia stata demolita e sia stata costituita la prima autorità rivoluzionaria. come mauvaise queue [21] del partito dell’ordine. In questo modo il partito dell’ordine si trovava in possesso del potere governativo, dell’esercito e dei corpo legislativo, in una parola di tutto il potere dello Stato; ed era stato rafforzato moralmente dalle elezioni generali, che facevano apparir il suo dominio come espressione della volontà dei popolo, e dalla contemporanea vittoria della controrivoluzione su tutto il continente europeo [22].

Mai partito era entrato in campagna con mezzi più  rilevanti e sotto più  favorevoli auspici. dichiarazione di fede democratica eleggendo tre sottufficiali; e il capo della Montagna, Ledru-Rollin, a differenza di tutti i rappresentanti del partito dell’ordine, era stato elevato alla dignità parlamentare da cinque dipartimenti i quali avevano raccolto i loro suffragi sul suo nome. Il 29 maggio 1849, dunque, dato che era inevitabile che le diverse frazioni monarchiche venissero tra di loro a conflitto, e che il partito dell’ordine come tale venisse a conflitto con Bonaparte [27], la Montagna sembrava aver davanti a tutti gli elementi del successo. Quindici giorni dopo aveva perduto tutto. Compreso l’onore [28]. della borghesia perché  la grande proprietà fondiaria, malgrado civettasse col feudalismo e malgrado il suo orgoglio di razza, era, in conseguenza dello sviluppo della società moderna, completamente imborghesita [35]. Così   in Inghilterra i tories si immaginarono per molto tempo di essere entusiasti della monarchia, della Chiesa e delle bellezze della vecchia costituzione inglese, sino a che il pericolo strappì  loro la confessione che erano entusiasti soltanto della rendita fondiaria [36]. debolezza che li faceva arretrare tremando davanti alle condizioni pure del loro proprio dominio di classe e faceva loro rimpiangere le forme meno complete, meno sviluppate, e quindi prive di pericoli, di questo stesso dominio. Al contrario, ogni volta che i monarchici coalizzati entrano in conflitto col pretendente che sta loro di fronte, con Bonaparte, ogni volta che credono la loro onnipotenza parlamentare minacciata dal potere esecutivo, ogni volta, dunque, che debbono presentare il titolo politico del loro dominio, essi si presentano come repubblicani e non come monarchici, a partire dall’orleanista Thiers, il quale ammonisce l’Assemblea nazionale che la repubblica è il regime che meno li divide [39], sino al legittimista Berryer, che il 2 dicembre 1851, cinta la sciarpa tricolore e fattosi tribuno, arringa il popolo davanti al palazzo municipale del 10mo mandamento, in nome della repubblica [41]. Ma la eco beffarda gli risponde: “Enrico V! Enrico V!” [42].

Di fronte alla borghesia coalizzata si era formata una coalizione di piccoli borghesi e di operai, il cosiddetto partito socialdemocratico. I piccoli borghesi si erano visti mal ricompensati dopo le giornate del giugno 1848; i loro interessi materiali erano minacciati, e le garanzie democratiche, che avrebbero dovuto permetter loro di far valere questi interessi, erano messe in forse dalla controrivoluzione. Perciò si avvicinavano agli operai [43]. La loro rappresentanza parlamentare, d’altra parte, la Montagna, messa in disparte sotto la dittatura dei repubblicani borghesi durante la seconda metà della vita della Costituente, aveva riconquistato la sua popolarità lottando contro Bonaparte e contro i ministri monarchici. Essa aveva concluso un’alleanza coi capi socialisti. Nel febbraio 1849 si organizzarono dei banchetti di riconciliazione. Venne abbozzato un programma comune, vennero formati dei comitati elettorali comuni e vennero presentati dei candidati comuni. Alle rivendicazioni sociali del proletariato venne smussata la punta rivoluzionaria e data una piega democratica. Alle pretese democratiche della piccola borghesia venne tolto il carattere puramente politico e dato rilievo alla loro punta socialista [44]. Così  sorse la Socialdemocrazia. La nuova Montagna, che fu il risultato di questa combinazione, tolti alcuni elementi della classe operaia che facevano da comparse, e alcuni membri delle sètte socialiste [45] conteneva gli stessi elementi della vecchia Montagna, ma era numericamente più  forte. Nel corso degli avvenimenti, perché , si era mutata, al pari della classe che essa rappresentava. Il carattere proprio della socialdemocrazia si riassume nel fatto che vengono richieste istituzioni democratiche repubblicane non come mezzi per eliminare entrambi gli estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma come mezzi per attenuare il loro contrasto e trasformarlo in armonia. Ma per quanto diverse siano le misure che possono venir proposte per raggiungere questo scopo, per quanto queste misure si possano adornare di rappresentazioni più o meno rivoluzionarie, il contenuto rimane lo stesso. Questo contenuto è la trasformazione della società per via democratica, ma una trasformazione che non oltrepassa il quadro della piccola borghesia. Non ci si deve rappresentare le cose in modo ristretto, come se la piccola borghesia intendesse difendere per principio un interesse di classe egoistico. Essa crede, il contrario, che le condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni generali, entro alle quali soltanto la società moderna può essere salvata e la lotta di classe evitata. Tanto meno si deve credere che i rappresentanti democratici siano tutti shopkeepers [46] o che nutrano per questi un’eccessiva tenerezza. Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi i rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano.

Da quanto si è detto è ovvio che se la Montagna lotta continuamente contro il partito dell’ordine per la repubblica e per i cosiddetti diritti dell’uomo, né  la repubblica na i diritti dell’uomo sono il suo scopo supremo: così come un esercito che si cerca di disarmare, e che resiste, non entra in campo solo per restare in possesso delle proprie armi.

Il partito dell’ordine provocò la Montagna sin dall’apertura dell’Assemblea nazionale. La borghesia sentiva ora la necessità di finirla con i piccoli borghesi democratici, come un anno prima aveva compreso la necessità di finirla col proletariato rivoluzionario. Ma la situazione dei nemico era diversa. La forza del partito proletario era nella strada, quella dei piccoli borghesi nell’Assemblea nazionale stessa. Si trattava quindi di attirarlo dall’Assemblea nazionale nella strada e di spingerlo a spezzare da sola  la propria forza parlamentare, prima che il tempo e le occasioni potessero consolidarla. La Montagna si precipita  a occhi chiusi nella trappola [47].

Il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi fu l’esca che le venne lanciata. Esso costituiva una violazione dell’articolo V della Costituzione, che proibiva alla repubblica francese di impiegare le sue forze militari contro le libertà di un altro popolo [48]. Inoltre l’articolo 54 proibiva pure ogni dichiarazione di guerra da parte del potere esecutivo senza il consenso dell’Assemblea nazionale; e la Costituente, colla sua decisione dell’8 maggio, aveva disapprovato la spedizione romana. Fondandosi su questi fatti, l’11 giugno 1849 Ledru-Rollin depose un atto d’accusa contro Bonaparte e i suoi ministri. Irritato dalle punture di spillo di Thiers, egli si lasci trascinare a minacciare di voler difendere la Costituzione con tutti i mezzi, e anche con le armi alla mano. La Montagna si leva come un sol uomo e ripetè questo appello alle armi. Il 12 giugno l’Assemblea nazionale respinse l’atto di accusa, e la Montagna abbandonò il Parlamento. Gli avvenimenti del 13 giugno sono conosciuti: il proclama di una parte della Montagna, secondo cui Bonaparte e i suoi ministri erano dichiarati “fuori della Costituzione”; la pacifica dimostrazione di strada delle guardie nazionali democratiche che, disarmate come erano, si dispersero al primo incontro con le truppe di Changarnier, ecc., ecc. Una parte della Montagna fuggi all’estero, un’altra parte venne deferita all’Alta Corte di Bourges, e un regolamento parlamentare sottopose il resto alla sorveglianza pedantesca del presidente dell’Assemblea nazionale. Parigi venne di nuovo dichiarata in stato di assedio, e la parte democratica della sua Guardia nazionale venne sciolta. Così vennero spezzate l’influenza della Montagna nel Parlamento e la forza dei piccoli borghesi a Parigi [49].

Lione, che il 13 giugno aveva dato il segnale di una sanguinosa insurrezione operaia, venne pure dichiarata in stato di assedio insieme ai cinque dipartimenti circonvicini, e questo stato d’assedio dura tuttora.

Il grosso della Montagna aveva lasciato in asso la propria avanguardia, negando le firme al suo proclama [50]. La stampa aveva disertato, perchè solo due giornali avevano osato rendere pubblico il pronunciamento [51]. I piccoli borghesi tradirono i loro rappresentanti, perchè le guardie nazionali rimasero a casa e, dove apparvero, impedirono la costruzione di barricate [52]. I rappresentanti avevano ingannato i piccoli borghesi perchè non fu possibile vedere da nessuna parte i cosiddetti affiliati ch’essi avevano nell’esercito. Infine, invece di trarre dal proletariato nuove forze, il partito democratico aveva trasmesso al proletariato la propria debolezza e, come avviene di solito nelle grandi azioni democratiche, i capi avevano la soddisfazione di poter accusare il loro “popolo” di diserzione e il popolo aveva la soddisfazione di poter accusare i suoi capi di averlo gabbato.

Raramente un’azione era stata annunciata con maggior fracasso dell’imminente campagna della Montagna, raramente un avvenimento era stato lanciato a suon di tromba con maggior sicurezza e più tempo prima come una vittoria inevitabile della democrazia. Non vi è dubbio: i democratici credono alle trombe, agli squilli delle quali crollarono le mura di Gerico [53], e ogni volta che si trovano di fronte alle mura del dispotismo cercano di ripetere il miracolo. Se la Montagna voleva vincere nel Parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se faceva appello alle armi nel Parlamento, non doveva comportarsi in modo parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una dimostrazione pacifica, era sciocco non prevedere che essa sarebbe stata accolta in modo bellicoso. Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi di intimidire l’avversario. E quando si sono cacciati in un vicolo cieco, quando si sono compromessi a un punto tale che sono costretti a tradurre in atto le loro minacce, ciò  viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i mezzi adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di disfatta. Il rimbombante preludio che annunciava la battaglia si perde in un debole mormorio non appena questa dovrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au sèrieux [54] e l’azione fallisce in modo lamentevole, come un pallone forato con uno spillo.

Nessun partito più del democratico esagera a se stesso i propri mezzi, nessuno s’inganna con maggior leggerezza circa la situazione. Poichè una parte dell’esercito le aveva dato i suoi voti, la Montagna era convinta che l’esercito sarebbe insorto in suo favore. E in che occasione? In un’occasione che, secondo il modo di vedere delle truppe, non aveva altro senso se non che i rivoluzionari prendevano partito per i soldati romani contro i soldati francesi [55]. D’altra parte i ricordi dei giugno 1848 erano ancora troppo freschi, perchè non dovesse esistere una profonda avversione del proletariato contro la Guardia nazionale e una profonda diffidenza dei capi delle società segrete per i capi democratici. Perchè queste divergenze venissero appianate era necessario che fossero in gioco dei grandi interessi comuni. La violazione di un astratto paragrafo della Costituzione non poteva presentare questo interesse. La Costituzione non era stata violata ripetutamente, secondo quanto confessavano i democratici stessi? I giornali più  popolari non avevano bollato la Costituzione come un ordigno controrivoluzionario [56]? Ma il democratico, poiché  rappresenta la piccola borghesia, cioè una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di essere superiore, in generale, ai contrasti di classe. I democratici riconoscono di aver davanti a sé  una classe privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa è l’interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il segnale, perché  il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori [57]. Se poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un’impotenza, la colpa o è di quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici [58]; o dell’esercito, troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un particolare dell’esecuzione che ha fatto fallire l’assieme; o di un caso imprevisto che, per quella volta, ha fatto andare a monte tutto l’affare. Ad ogni modo, il democratico esce sempre senza macchia dalla  grave sconfitta, come senza colpa vi è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che egli deve vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno cambiare il loro vecchio modo di vedere, ma, al contrario, che gli avvenimenti, maturando, gli dovranno venire incontro.

Non ci si deve dunque immaginare che la Montagna, decimata, spezzata, umiliata dal nuovo regolamento parlamentare, fosse troppo infelice. Se il 13 giugno aveva eliminato i suoi capi, esso aveva per   fatto posto a uomini di second’ordine, che la nuova situazione lusingava. Se la loro impotenza in Parlamento non poteva più venir messa in dubbio, essi erano dunque in diritto di limitare la loro attività a scoppi di indignazione morale e declamazioni rumorose. Se il partito dell’ordine fingeva di vedere in essi, ultimi rappresentanti ufficiali della rivoluzione, l’incarnazione di tutti gli orrori dell’anarchia, essi potevano quindi essere in realtà altrettanto più banali e moderati. Del 13 giugno essi si consolarono con questa frase profonda: Ma che non si osi metter mano sul suffragio universale! Allora mostreremo quello che siamo! Nous verrons [59].

Quanto ai Montagnardi fuggiti all’estero, basterà osservare qui che Ledru-Rollin, poichè era riuscito a rovinare senza via di scampo, in appena due settimane, il potente partito alla testa del quale si trovava, per questo si credette designato a fondare un governo francese in partibus, che la sua figura, nella lontananza, fuori del terreno dell’azione, sembra ingrandirsi, a misura che il livello della rivoluzione cadeva e le grandezze ufficiali della Francia ufficiale si facevano più minuscole; che egli potè  presentarsi come pretendente repubblicano per il 1852, e mandare circolari periodiche ai Valacchi e ad altri popoli, minacciando i despoti del Continente delle gesta sue e dei suoi alleati [60]. Non aveva del tutto torto Proudhon, quando gridava a questi signori: “Vous n’ètes que des blagueurs[61]

Il 13 giugno il partito dell’ordine non aveva soltanto abbattuto la Montagna; aveva pure realizzata la subordinazione della Costituzione alle decisioni della maggioranza dell’Assemblea nazionale. Ed intendeva la repubblica in questo modo: la borghesia governa nelle forme parlamentari, senza trovare un limite al suo dominio, come sotto la monarchia, nel veto del potere esecutivo o nella possibilità che il Parlamento venga sciolto. Tale era la repubblica parlamentare, come la chiamava Thiers. Ma se la borghesia aveva assicurato il 13 giugno la propria onnipotenza all’interno dell’edificio parlamentare, non aveva essa colpito il Parlamento di inguaribile debolezza, agli occhi del potere esecutivo e del popolo, scacciandone la parte piùe popolare? Abbandonando numerosi deputati, senz’altre cerimonie, alle richieste dell’autorità giudiziaria, essa soppresse la propria immunità parlamentare. Il regolamento umiliante a cui essa sottopose la Montagna, elevava il presidente della repubblica nella stessa misura in cui abbassava i singoli rappresentanti del popolo. Bollando come anarchica e sovversiva l’insurrezione in difesa della Costituzione, la Montagna interdiceva a se stessa l’appello all’insurrezione nel caso che il potere esecutivo volesse violare la Costituzione ai suoi danni. E l’ironia della storia vuole che il generale che aveva bombardato Roma per incarico di Bonaparte, e in questo modo aveva offerto il pretesto immediato alla sommossa del 13 giugno, che Oudinot, il 2 dicembre 1851, venga presentato al popolo dal partito dell’ordine, con insistenza e invano, come generale della Costituzione contro Bonaparte [62]. Un altro eroe del 13 giugno, Vieyra, che aveva avuto felicitazioni dall’alto della tribuna dell’Assemblea nazionale per le brutalità da lui compiute nei locali di giornali democratici, a capo di una banda di guardie nazionali devote all’alta finanza, questo stesso Vieyra fu iniziato alla congiura di Bonaparte e contribuì  efficacemente a privare l’Assemblea nazionale, nell’ora della sua morte, di ogni appoggio della Guardia nazionale [63].

Il 13 giugno ebbe anche un altro significato. La Montagna aveva voluto strappare la messa in stato d’accusa di Bonaparte. La sua sconfitta fu quindi una vittoria diretta di Bonaparte, un suo trionfo personale sui suoi nemici democratici. Il partito dell’ordine combattè per ottenere la vittoria; Bonaparte non ebbe che da riscuoterla. E’ ciò  ch’egli fece. Il 14 giugno si potè  leggere sui muri di Parigi un proclama in cui il presidente, come se la cosa non dipendesse da lui, suo malgrado, costretto dalla pura forza degli avvenimenti, usciva dal suo isolamento claustrale, si doleva, come virtù misconosciuta, delle calunnie dei suoi avversari, e mentre sembrava identificare la sua persona con la causa dell’ordine, identificava invece la causa dell’ordine con la sua persona. Inoltre, se l’Assemblea nazionale aveva ratificato, sebbene con ritardo, la spedizione contro Roma, l’iniziativa era stata presa da Bonaparte. Dopo aver di nuovo insediato in Vaticano il sommo sacerdote Samuele, egli poteva sperare di insediare se stesso, come re Davide, nelle Tuileries. Aveva conquistato i preti [64].

La sommossa del 13 giugno si limiti , come abbiamo visto, a una dimostrazione pacifica di strada. Non vi erano dunque stati allori guerrieri da conquistare contro di essa. Ciè  non pertanto, in questo periodo povero di eroi e di avvenimenti, il partito dell’ordine trasformò questa battaglia senza spargimento di sangue in una seconda Austerlitz [65]. La tribuna e la stampa celebrarono l’esercito come la potenza dell’ordine, in opposizione alle masse popolari rappresentanti l’impotenza dell’anarchia, e glorificarono Changarnier come il “baluardo della società”. Mistificazione alla quale finì  per credere egli stesso. Ma i corpi che sembravano di dubbia fedeltà venivano intanto allontanati da Parigi alla chetichella; i reggimenti nei quali le elezioni avevano dato i risultati più  democratici venivano deportati dalla Francia in Algeria; le teste calde fra la truppa inviate alle compagnie di disciplina; e infine, la stampa veniva bandita sistematicamente dalla caserma e la caserma isolata dalla società civile.

Siamo arrivati alla svolta decisiva nella storia della Guardia nazionale francese. Nel 1830 essa aveva deciso della caduta della Restaurazione. Sotto Luigi Filippo tutte le sommosse in cui la Guardia nazionale si era messa dalla parte dell’esercito erano fallite [66]. Quando nelle giornate di febbraio del 1848 essa aveva avuto un atteggiamento di passività verso l’insurrezione, ed equivoco verso Luigi Filippo, questi si era considerato perduto, e lo era. In questo modo si era radicata la convinzione che la rivoluzione non poteva vincere senza la Guardia nazionale e che l’esercito non poteva vincere contro di essa. Si manifestava così  la fede superstiziosa dell’esercito nell’onnipotenza dei borghesi [67]. Le giornate del giugno 1848, in cui l’intiera Guardia nazionale, insieme con le truppe di linea, aveva schiacciato l’insurrezione, aveva rafforzato la superstizione. Dopo l’andata al potere di Bonaparte la posizione della Guardia nazionale era   stata indebolita, in conseguenza del fatto che, contrariamente alla Costituzione, il suo comando era stato riunito, nella persona di Changarnier, al comando della prima divisione militare.

Come il comando della Guardia nazionale appariva qui come un attributo del comandante militare supremo, così  la Guardia nazionale stessa appariva soltanto come un’appendice delle truppe di linea. Il 13 giugno, infine, essa venne spezzata, e non soltanto in conseguenza del suo scioglimento parziale, che da quel momento si ripetè  periodicamente in tutti i punti della Francia e non ne lasciò sussistere che i frantumi. La dimostrazione del 13 giugno era stata anzitutto una dimostrazione delle guardie nazionali democratiche. E’ vero che esse avevano opposto all’esercito non le loro armi, ma le loro uniformi; ma proprio in quell’uniforme stava il talismano. L’esercito si convinse che quell’uniforme era uno straccio di lana come tutti gli altri. L’incanto era rotto. Nelle giornate di giugno 1848 borghesia e piccola borghesia, come Guardia nazionale, si erano unite con l’esercito contro il proletariato; il 13 giugno 1849 la borghesia fece disperdere dall’esercito la Guardia nazionale piccolo-borghese; il 2 dicembre 1851 scomparve anche la Guardia nazionale della borghesia, e Bonaparte, quando più  tardi ne firmò  il decreto di scioglimento, non fece altro che prender atto del fatto compiuto. Così  la borghesia aveva spezzato essa stessa la sua ultima arma contro l’esercito, e l’aveva dovuta spezzare a partire dal momento in cui la piccola borghesia, invece di continuare ad essere sottomessa come un vassallo, si era levata contro di essa in atteggiamento di ribelle. Allo stesso modo la borghesia, dal momento che essa stessa era diventata assolutista, doveva spezzare con le proprie mani, in generale, tutti i suoi mezzi di difesa contro l’assolutismo.

Frattanto il partito dell’ordine celebrava la riconquista di un potere che sembrava aver perduto nel 1848 solo per ritrovarlo nel 1849 liberato da tutte le pastoie, e lo celebrava con invettive contro la Repubblica e contro la Costituzione, maledicendo tutte le rivoluzioni passate, presenti e future, compresa quella che era stata fatta dai suoi propri capi, e promulgando leggi che imbavagliavano la stampa, sopprimevano il diritto di associazione e facevano della stato d’assedio un’istituzione organica di governo [68]. L’Assemblea nazionale si aggiornò  quindi dalla metà di agosto alla metà di ottobre, dopo aver nominato, per il periodo delle sue vacanze, una commissione permanente. Durante queste ferie i legittimisti intrigarono a Ems, gli orleanisti a Claremont, Bonaparte facendo dei viaggi principeschi [69], e i consigli dipartimentali discutendo della revisione della Costituzione, fatti che si riproducono regolarmente nel periodi di vacanza dell’Assemblea nazionale e di cui mi occuperà  quando assumeranno il valore di avvenimenti. Per ora basti notare che l’Assemblea nazionale agiva poco politicamente disparendo dalla scena durante periodi di tempo abbastanza lunghi e lasciando che si vedesse a capo della repubblica una sola figura, fosse pure meschina, quella di Luigi Bonaparte e ciè  mentre il partito dell’ordine, con scandalo del pubblico, si divideva nei suoi differenti elementi monarchici e si abbandonava alle proprie contrastanti velleità di restaurazione. Ogniqualvolta, durante queste vacanze, i rumori assordanti del Parlamento si estinguevano, e il suo corpo si dissolveva nella nazione, appariva in modo incontrovertibile che mancava ormai soltanto una cosa per rendere completa la vera immagine di questa repubblica: rendere permanenti le vacanze del Parlamento e sostituire al motto della repubblica: Libertè, Egalitè, fraternitè le parole di significato non equivoco: Fanteria, cavalleria, artiglieria.

Note

1. La prima fase della rivoluzione (1789-1791) fu caratterizzata dal predominio di forze borghesi moderate che, riuscite vincitrici nei confronti dell’assolutismo regio grazie alla vittoria popolare del 14 luglio 1789 a Parigi e alle insurrezioni contadine nelle campagne, cercarono di porre rapidamente fine al circuito rivoluzionario, ricorrendo anche alla violenza aperta contro le forze democratiche che volevano spingerlo in avanti (massacro dei repubblicani al Campo di Marte del 17 luglio 1791). Esse elaborarono una Costituzione che manteneva la monarchia e prevedeva un’Assemblea legislativa eletta col suffragio delle sole classi abbienti. La seconda fase della rivoluzione è caratterizzata dal predominio della borghesia repubblicana (i Girondini) che, sebbene fosse sostanzialmente moderata, aveva fatto proprio, appoggiandosi alle forze rivoluzionarie della municipalità di Parigi, il programma della democrazia politica. Dopo la tentata fuga del re e la dichiarazione di guerra alle potenze controrivoluzionarie, i girondini presero il sopravvento ed emanarono i primi decreti contro i nemici interni della rivoluzione. Ma le forze rivoluzionarie di Parigi che li avevano appoggiati, costituite in parte dai sanculotti (i membri delle classi lavoratrici che al programma politico democratico e repubblicano abbinavano il problema del pane ed esigevano una spietata repressione dei controrivoluzionari), paralizzarono prima la loro eccessiva indecisione (fatti del 10 agosto e del 2-5 settembre 1792) e poi, dopo la proclamazione della Repubblica e l’elezione di una Convenzione destinata a dare una costituzione democratica e repubblicana alla Francia, li scavalcarono spingendo al potere i giacobini. Questa terza fase si espresse nel trionfo della Montagna (la frazione più  rivoluzionaria della borghesia non priva di aperture sociali verso le masse popolari), nella dittatura del Comitato di salute pubblica sotto l’influenza di Couthon, Saint-Just e Robespierre, nel terrore rivoluzionario.

2. Ciò  si espresse nell’illusione di poter risolvere i problemi degli operai “accanto” a quelli della borghesia e nel carattere subalterno assunto dal proletariato nella manifestazione del 17 marzo 1848. Dei resto, i legami di capi socialisti come il Blanc con la democrazia di Ledru-Rollin, Caussidière e Flocon esistono prima e dopo il 1848. Essi furono rafforzati in occasione della costituzione, nel 1849, del partito socialdemocratico e, successivamente, nel corso dell’emigrazione.

3. La ricerca, da parte dei repubblicani, di un appoggio del “partito dell’ordine”, apparve evidente quando, durante la dittatura di Cavaignac, il monarchico Changarnier fu nominato capo della Guardia nazionale e gli ex ministri orleanisti Dufaure e Vivien furono immessi nel governo della repubblica.

4. Illudendosi di poter contare sull’esercito. il “partito dell’ordine” tentò infatti, con la “legge dei questori”, di sancire il diritto del parlamento a requisire le truppe, tentativo fallito e seguito dall’appoggio dell’esercito al colpo di stato di L. Bonaparte.

5. Così i democratici che, per difendere la Costituzione. si appellano il 1 3 giugno alle armi contro i poteri da essa espressi e che più  tardi, come socialdemocratici, limitano i loro propositi rivoluzionari alla difesa della Costituzione borghese dei 1848.

6. Tale fu l’atteggiamento della Montagna dopo la sconfitta subita nel maggio 1850, quando fu approvata dalla Legislativa la soppressione del suffragio universale.

7. Così  si chiamavano i senatori dell’antica Repubblica romana.

8. Marx allude ai contrasti sorti all’interno del “partito dell’ordine” sulla questione dinastica.

9. Tale fu l’atteggiamento della Montagna il 13 giugno; tale quello dei “partito dell’ordine” che non riafferrò  il governo quando L. Napoleone era costretto a restituirglielo.

10. Marx allude agli incomposti dibattiti parlamentari alla vigilia del colpo di stato.

11. Marx allude al l’atteggiamento della Montagna dopo la soppressione del suffragio universale.

12. Lasciar andare. Da interpretarsi qui nel senso di rilassatezza.

13. Si chiamò  Fronda un movimento d’opposizione, frammentario e indeciso, sviluppatosi contro l’assolutismo francese nel periodo della minorità di Luigi XIV, durante la reggenza della regina Anna (1648-1653). Esso fu inizialmente promosso dalla borghesia (Fronda parlamentare) e, successivamente, dall’alta nobiltà (Fronda dei principi).

14. Infatti il suffragio universale aveva portato al potere prima i repubblicani borghesi, poi il “partito dell’ordine”, infine L. Napoleone. Come affermò Marx nell’Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli operai sulla guerra civile in Francia cit., p. 910, il suffragio universale era servito unicamente a decidere “quale membro della classe dominante dovesse mai rappresentare il popolo nel parlamento”.

15. Mentre Peter Schlemihl (il protagonista di una famosa novella di Adalbert von Chamisso) aveva perduto la sua ombra, uomini e avvenimenti appaiono qui come ombre che abbiano perduto il loro corpo.

16. I pantaloni dell’esercito, il quale favorì  il colpo di stato.

17. Letteralmente, della sua ascensione al cielo, cioè del suo ingresso all’Eliseo, sede della presidenza della repubblica.

18. Frèderic Alfred Pierre de Falloux (1811-1886), storico clericale e legittimista. Sebbene recalcitrante, partecipò  al gabinetto Barrot in qualità di ministro dell’istruzione. Egli fu spinto a ciò  dalle insistenze degli ambienti ecclesiastici e dalla garanzia, fornitagli dal Thiers, che il “partito dell’ordine” avrebbe appoggiato una legge favorevole alle scuole clericali, votava poi dalla Legislativa nel 1850. Egli fu, nel governo, il più  acceso sostenitore della spedizione contro la Repubblica romana e della restaurazione del papa nella pienezza del suo tradizionale potere autocratico. Successivamente ostile a L. Napoleone, si ritira  a vita privata dopo il colpo di stato

19. Su 750 deputati, quasi i 2/3 appartenevano al “partito dell’ordine”, che prevalse in 60 dipartimenti

20. Grazie alla repubblica e al suffragio universale, essi “vennero fatti uscire dal nulla politico a cui li aveva condannati la monarchia di luglio”. Interpretandone gli interessi, il legittimista La Rochejacquelin, il 24 febbraio, “aveva abbracciato il partito della rivoluzione”.

21. Brutta appendice.

22. Già battute definitivamente a Vienna, a Berlino, a Napoli, le forze rivoluzionarie europee subirono nuove sconfitte dal marzo al maggio 1849: il Piemonte fu costretto a deporre le armi da parte dell’Austria, che, inoltre, spezzò  la resistenza di Brescia, domò Livorno e occupò  la Toscana; la Sicilia fu riconquistata dai Borboni; fu completamente esautorata in Germania l’Assemblea di Francoforte. La Russia, l’Austria e la Prussia si apprestavano allora a dare il colpo di grazia agli ultimi focolai rivoluzionari: Roma, Venezia, l’Ungheria, le città tedesche insorte nel maggio a favore della costituzione dell’Impero elaborata dall’Assemblea di Francoforte.

23. Non furono rieletti nè Marrast, né  Lamartine (nel 1848 il primo eletto di Parigi), né  ex ministri come Marie, Garnier Pagès, Carnot, Goudchaux, Trolat. Bastide.

24. Christophe Louis Lèon Juchault de Lamoricière (1806-1865), deputato d’opposizione dal 1846, ministro della guerra nel governo di centro-sinistra Barrot-Thiers con cui il 24 febbraio L. Filippo cerca  di scongiurare la rivoluzione, aderì  subito alla repubblica. Partecipò  attivamente alla repressione di giugno. Fu ministro della guerra nel gabinetto Cavaignac. Alla Legislativa fu un difensore della costituzione. Esiliato dopo il colpo di stato, divenne comandante in capo delle truppe pontificie e, alla testa di queste, fu sconfitto dai Piemontesi nel 1860 a Castelfidardo

25. Marie Alphonse Bedeau (1804-1865), già distintosi in Algeria, dove fu nel 1847 governatore generale. Agendo con poco vigore contro gli insorti, nel febbraio 1848, egli si acquista  meriti presso i repubblicani. Ebbe vari incarichi militari dal Governo provvisorio. Vicepresidente della Costituente e della Legislativa. Fu repubblicano moderato e si avvicina  poi al “partito dell’ordine”. Esiliato dopo il colpo di stato.

26. Aveva prevalso in 29 dipartimenti e specialmente nelle campagne del sud-est.

27. Il dissidio interno fra legittimisti e orleanisti, per la restaurazione della rispettiva dinastia, e fra entrambi e i bonapartisti, i quali lavoravano per una restaurazione imperiale, era inevitabile non appena fosse venuto a mancare il nemico comune che li aveva tenuti uniti.

28. La sconfitta del 13 giugno fu tanto vergognosa per i democratici, che essi non poterono neppure ripetere le parole scritte alla madre dal re Francesco I, sconfitto a Pavia e preso prigioniero da Carlo V: “Tutto è perduto fuorchè  l’onore e la vita, che è salva”.

29. Il pretendente legittimista è il conte di Chambord (Enrico V), quello orleanista è Filippo, conte di Parigi.

30. Marx allude alla legge limitativa della libertà di stampa approvata dopo i fatti di giugno e successivamente aggravata (con cui si ristabiliva la cauzione per i giornali e si prevedevano forti pene per i reati di stampa al fine di colpire la stampa di sinistra) e al progetto di legge Faucher contro i clubs, approvato nel marzo 1849 dalla Costituente.

31. Era stata anche costituita una “Società dei diritti dell’uomo”, cioè i diritti alla libertà, alla proprietà, alla sicurezza, alla resistenza contro l’oppressione ecc., i quali avevano costituito la Piattaforma ideale della Rivoluzione francese. Ad essi i Montagnardi non mancarono mai di richiamarsi nella loro opposizione, alla Costituente e alla Legislativa, contro le leggi liberticide del “Partito dell’ordine”.

32. Il grigio era lo stemma della monarchia legittima dei Borboni; il tricolore era la bandiera data alla Francia dalla Grande rivoluzione, divenuta nuovamente il vessillo nazionale dopo la rivoluzione del 1830, sotto Luigi Filippo.

33. Come la borghesia aveva usurpato nel 1830 il predominio ereditario della nobiltà terriera, così gli Orleans erano dei parvenus che, grazie a un movimento rivoluzionario, avevano usurpato il trono, legittimamente appartenente ai Borboni.

35. Cfr. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici, ed. cit., pp. 187-189.

36. Il partito conservatore inglese, l’antagonista storico dei whigs (“i rappresentanti aristocratici della borghesia”), svela  che il suo amore per la tradizione non era che una maschera del suo amore per la rendita quando, nel 1846, si oppose vivacemente all’abolizione dei dazio sul grano. Cfr. K. Marx, Die Wahlen in England – Tories und Whigs [Le elezioni in Inghilterra – Tories e Whigs] in K. Marx – F. Engels, Werke cit., Band 8, pp. 336-341.

37. Ems, e anche Venezia, era sede del pretendente legittimista. Claremont, nei pressi di Londra, era sede del pretendente orleanista.

39. “Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria restaurazione, fanno valere a vicenda, di fronte alle velleità di usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma entro cui le rivendicazioni particolari rimangono neutralizzate e riservate: la repubblica… E Thiers diceva il vero ben più  ch’egli non sospettasse, quando esclamava: “Siamo noi monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionale.”(K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 244).

41. Occupata militarmente la sede del Parlamento nelle prime ore del 2 dicembre, ai membri dell’Assemblea non rest a che riunirsi nel municipio del 10mo  mandamento, al fine di deliberare la destituzione di L. Bonaparte e di tentare la resistenza. La riunione fu presieduta da Berryer (il quale dal balcone arringa la folla) e fu successivamente sciolta con la forza.

42. Al monarchico e legittimista Berryer, travestito da repubblicano, l’eco risponde col nome del pretendente legittimista al trono.

43. Essi riconobbero con terrore che schiacciando i proletari si erano dati senza resistenza nelle mani dei loro creditori borghesi, i quali, non avendo più  bisogno dell’alleanza coi democratici piccolo-borghesi contro il proletariato, esigevano senza pietà i pagamenti delle cambiali e delle pigioni dai bottegai rovinati dalla crisi. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe – cit.. pp. 153-156.

44. Nel manifesto elettorale del 1849 (redatto F. Pyat), si proponeva una politica economica che prevedeva, da un lato, la gestione statale delle ferrovie, delle miniere, delle assicurazioni, del credito; dall’altro lato si prevedeva l’abolizione delle imposte sui generi di prima necessità (ciò  che interessava particolarmente i contadini fortemente danneggiati dall’imposta sul vino e sul sale) e l’istituzione dell’imposta progressiva sul reddito. Si affermava inoltre: “Vogliamo riconoscere a tutti il diritto alla proprietà mediante il diritto al lavoro. Cos’è il diritto al lavoro? E’ il diritto al credito. Cos’è il diritto al credito? E’ il diritto al capitale, cioè agli strumenti di lavoro. Bisogna che lo Stato presti invece di prendere in prestito, che presti sui beni immobiliari come su quelli mobili”. Con questo giro di parole, si cercava di far coincidere la rivendicazione del diritto al lavoro, per cui il proletariato si era battuto nel 1848, con la difesa della piccola proprietà in un quadro democratico piccolo-borghese, sottolineando, in pari tempo, l’esigenza dei contadini e dei piccoli borghesi in genere di ottenere, mediante il credito statale, i mezzi necessari alla propria produzione, senza finire cioè, come di solito accadeva, nelle mani dell’usuraio. Su ciò  cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 267-268.

45. Si tratta di alcuni “socialisti dottrinari”, più di altri legati alla Montagna, come Vidal, Considèrant ecc. Marx ed Engels chiamarono sette sia le associazioni, segrete o meno, dei comunisti utopisti, sia i gruppi raccolti attorno ai “socialisti dottrinari” francesi. Per le sette in genere il socialismo è “l’espressione della assoluta verità, della assoluta ragione, della assoluta giustizia e basta sia scoperto perchè conquisti il mondo con la propria forza”. (F. Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, cit., p. 821 Nella lettera a Bolte del 29 novembre 1871 (in K. Marx-F. Engels, Opere scelte cit., pp. 941-944). Marx dà il nome di setta a ogni organizzazione socialista che cerca di “prevalere sul movimento reale della classe operaia”, che è “ostile all’organizzazione del vero movimento operaio alla quale tende l’Internazionale”. Egli afferma fra l’altro: “Lo sviluppo delle sette socialiste e quello del vero movimento operaio sono sempre in proporzione inversa. Sino a che le sette hanno una giustificazione (storica), la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Non appena essa giunge a questa maturità, tutte le sette diventano essenzialmente reazionarie”.

46. Bottegai.

47. Sui fatti descritti qui e nelle pagine seguenti, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 212-232.

48. Dopo la sconfitta francese di Porta S. Pancrazio, mentre l’Oudinot attendeva rinforzi e il Mazzini l’esito delle elezioni francesi, essendo il governo costretto a tenere in qualche conto il voto parlamentare, fu inviato il plenipotenziario Lesseps a intavolare trattative per prendere tempo. Egli concluse con la Repubblica un accordo onorevole, secondo il quale l’esercito francese si impegnava a garantire il territorio romano da ogni invasione straniera, mentre la Repubblica lo riconosceva come amico permettendogli di presidiare i luoghi opportuni. In pari tempo l’esercito francese si impegnava a non immischiarsi nelle faccende interne di Roma. Concluse le elezioni e giunti i rinforzi all’Oudinot, il nuovo ministro degli esteri Tocqueville sconfessa  il Lesseps e dette l’ordine di marciare su Roma, la quale fu attaccata di sorpresa e bombardata il 2 e il 3 giugno.

49. Il 10 agosto 1849 l’Assemblea nazionale emana  una legge che deferiva all’Alta Corte i promotori e i complici della congiura e dell’attentato del 13 giugno. Si trattava di 40 deputati, di cui solo una parte era stata arrestata. Molti, fra cui Ledru Rollin, erano riusciti a fuggire.

50. I deputati della Montagna che avevano firmato l’appello alle armi dei 12-13 giugno e non erano stati colpiti dalla repressione salirono alla tribuna, uno a uno, fra i motteggi della destra, per sconfessare il manifesto lanciato al popolo alla vigilia del l’insurrezione, protestando umilmente contro l’abuso che era stato fatto della loro firma.

51. La Dèmocratie pacifique, diretta da V. Considèrant, e La Rèforme, diretta da Flocon.

52. Cosa fecero il colonnello Forestier e gli uomini della VI legione, da lui comandata, sul cui contributo all’insurrezione la Montagna aveva fatto assegnamento.

53. Allusione alla leggenda biblica secondo cui le mura di Gerico, la prima città incontrata dagli Ebrei al loro ingresso nella terra promessa, sarebbero state rase al suolo da un urlo dei popolo ebreo, a cui Giosuè, su indicazione divina, aveva ordinato di fare sette volte il giro della città in processione preceduto dai sacerdoti che suonavano le trombe La città fu casi conquistata senza assedio.

54. Sul serio.

55. I democratici, biasimando l’attacco dell’esercito francese contro la Repubblica romana, sembravano assumere la posizione di chi tradisce l’esercito nazionale, sparandogli alle spalle mentre è impegnato in un’azione di guerra.

56. Si trattava infatti della costituzione borghese, nata dopo i fatti di giugno, sotto un regime di terrorismo borghese e di stato d’assedio antiproletario.

57. In modo analogo, essi riducevano la lotta politica a un contrasto tra monarchici e repubblicani, fra democratici e reazionari.

58. Marx allude qui, ironicamente, alle accuse di cui furono oggetto, da parte dell’emigrazione democratica piccolo-borghese, lui e Engels, i quali, anziché contare “su una vittoria rapida, decisiva, una volta per tutte, del popolo” contro gli “oppressori”, cioè contro i nemici della repubblica borghese. contavano su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli “oppressori”, fra gli elementi contraddittori che si celavano precisamente in questo “popolo”, cioè, in particolare, fra il proletariato e la borghesia (Dall’Introduzione di Engels, in K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 51).

59. Vedremo. Ma quando fu abolito il suffragio universale, essi non seppero fare altro che predicare una “calma  maestosa.

60. Marx allude, ironicamente, alla rivoluzione a breve scadenza di cui orlavano allora i membri dei Governi provvisori in partibus nei loro manifesti ai popoli.

61. Siete soltanto degli spacconi.

62. Ciò fu deliberato durante la riunione dell’Assemblea legislativa ne municipio dei 100  mandamento, dopo l’occupazione militare della sede del Parlamento. Ma la nomina non ebbe seguito, perché  l’esercito, anziché all’ex capo della spedizione contro la Repubblica romana, obbedì a L. Napoleone

63. Il 13 giugno il Vieyra aveva capeggiato una spedizione contro le sedi dei giornali democratici La dèmocratie pacifique, Le peuple e Vraie rèpublique. Alla vigilia del colpo di stato dei 2 dicembre, il Vieyra, capo di stato maggiore del nuovo comandante della Guardia nazionale Lawoestine, ebbe l’incarico, da L. Bonaparte, d’impedire che le guardie nazionali uscissero con le armi e le uniformi e di sottrarre perfino i tamburi con cui le guardie venivano convocate, al fine di impedire loro di resistere al colpo di stato.

64. Marx allude ai piani di L. Napoleone per conquistare, mediante la spedizione contro la Repubblica romana e la restituzione di Roma al papa, l’appoggio dei clericali alla sua politica di restaurazione imperiale. Samuele fu il sacerdote che, venuto in contrasto col re Saul, unse segretamente il giovanetto David.

65. Ad Austerlitz (Moravia) Napoleone, nel 1805, inflisse una grave sconfitta agli eserciti alleati russo e austriaco.

66. Marx allude alle insurrezioni parigine del 5-6 giugno 1832, del 9-11 aprile 1834 e, forse (sebbene di scarso rilievo perché troncata sul nascere) all’insurrezione, organizzata da Blanqui e Barbès, del 12 maggio 1839.

67. Cioè della borghesia armata “nelle sue varie gradazioni”, la quale costituiva la Guardia nazionale.

68. La legge sulla stampa (27 luglio) prevedeva una forte cauzione per i giornali e aggravava le leggi vigenti, aggiungendo ai delitti di stampa gli attacchi contro il presidente della repubblica, la “provocazione dei militari alla disubbidienza”, l’apologia di reato (cioè dell’insurrezione), la pubblicazione di notizie che turbano “l’ordine pubblico”, le sottoscrizioni per coprire le spese di condanne giudiziarie. La preoccupazione per la diffusione di opuscoli socialisti, anche nelle campagne, spinse a rendere obbligatoria per i diffusori della stampa un’autorizzazione prefettizia. Tale azione, tendente a imbavagliare qualsiasi opposizione, si aggiungeva alla deliberazione dei 19 giugno di sospendere per un anno la libertà d’associazione e di proibire tutti i clubs ritenuti pericolosi. Si delibera  infine (9 agosto) che l’Assemblea o, nell’intervallo fra le due sessioni, il governo, avevano la facoltà di proclamare in caso di pericolo lo stato d’assedio, accompagnato dal diritto di perquisizione nei confronti di chiunque e dal potere di sospendere i giornali. Anche fra deputati moderati. come il Tocqueville, si era affermata l’idea che, per salvare la libertà dopo una rivoluzione, non vi fosse altro mezzo che restringerla, in sostanza toglierla alle forze più  democratiche.

69. I viaggi principeschi nelle province servivano a L. Napoleone ad accrescere la sua popolarità. a sfruttare la vacanza dell’Assemblea per far risaltare a capo della repubblica la sua figura, che ne era la legittima incarnazione. Mentre nelle visite ai dipartimenti egli assicurava la sua fedeltà alle leggi, mentre al forte di Ham, dove era stato rinchiuso sei anni per le sue cospirazioni contro la Monarchia di luglio, egli affermava di aver giustamente espiato la sua “temerità contro le leggi della patria”, mentre a Tour egli respingeva con sdegno l’accusa di meditare un colpo di stato, esclamando, “né  colpo di stato ne insurrezione”, un comitato bonapartista, detto dell’ “Appello alla nazione”, sviluppava un’agitazione a favore di una sua presidenza a vita e di un plebiscito.

 IV

 A metà ottobre 1849 l’Assemblea nazionale tornò a riunirsi. Il I novembre Bonaparte li sorprese con un messaggio in cui annunciava il licenziamento del ministero Barrot-Falloix e la formazione di un nuovo ministero [1]. Mai servitori furono messi alla porta con meno cerimonie di quello che Bonaparte fece coi suoi ministri. I calci destinati all’Assemblea nazionale li ricevettero per il momento Barrot e compagni.

Il ministero Barrot, come abbiamo visto, era composto di legittimisti e di orleanisti; era un ministero del partito dell’ordine. Bonaparte ne aveva avuto bisogno per sciogliere la Costituente repubblicana, intraprendere la spedizione contro Roma e spezzare il partito democratico. Egli si era apparentemente eclissato dietro questo ministero, aveva affidato il potere governativo al partito dell’ordine e s’era messo la maschera modesta che portavano sotto Luigi Filippo i gerenti responsabili dei giornali, la maschera dell’homme de paille [2]. Ora egli si liberava di un travestimento che non era più il velo leggero dietro al quale egli potesse nascondere il suo viso, ma una maschera di ferro che gli impediva di mostrare la sua vera fisionomia. Aveva insediato al potere il ministero Barrot per disciogliere, in nome del partito dell’ordine, l’Assemblea nazionale repubblicana; lo licenziava per dimostrare che il suo proprio nome non dipendeva dall’Assemblea nazionale del partito dell’ordine [3].

I pretesti plausibili per questo licenziamento non mancano. Il ministero Barrot aveva trascurato persino le convenienze che avrebbero dovuto far apparire il Presidente della repubblica come un potere accanto all’Assemblea nazionale. Durante le vacanze dell’Assemblea, Bonaparte aveva pubblicato una lettera a Edgar Ney [4], in cui sembrava disapprovasse la condotta illiberale del Papa [5], allo stesso modo che, in contrasto con la Costituente, aveva pubblicato una lettera in cui elogiava Oudinot per il suo attacco alla repubblica romana. Quando l’Assemblea nazionale aveva votato i crediti per la spedizione romana, Victor Hugo, per sedicente liberalismo, aveva messo in discussione quella lettera. Il partito dell’ordine aveva soffocato, con interruzioni sprezzantemente incredule, la trovata consistente nell’attribuire alle uscite di Bonaparte un qualsiasi valore politico. Nessuno dei ministri aveva raccolto il guanto per lui [6]. In un’altra occasione Barrot, con la sua ben conosciuta enfasi, aveva lasciato cadere dalla tribuna parole di sdegno a proposito degli “abominevoli intrighi” che secondo lui si tramavano negli ambienti che circondavano più da vicino il presidente. Infine il ministero, mentre otteneva dall’Assemblea nazionale una pensione per la duchessa d’Orléans [7], respingeva ogni proposta di aumento della lista civile del presidente [8]. E in Bonaparte il pretendente imperiale si confondeva così intimamente col cavaliere d’industria in rovina, che la sua unica grande idea, di essere chiamato a restaurare l’Impero, era sempre integrata dall’altra, che il popolo francese fosse chiamato a pagare i suoi debiti.

Il ministero Barrot-Falloux fu il primo e l’ultimo ministero parlamentare formato da Bonaparte. Il suo licenziamento costituisce quindi una svolta decisiva. Con esso il partito dell’ordine perdette, per non riconquistarlo mai più, il controllo sul potere esecutivo, posizione indispensabile per la difesa del regime parlamentare. Si capisce senz’altro che in un paese come la Francia, in cui il potere esecutivo ha sotto di sé un esercito di più di mezzo milione di funzionari, e dispone quindi continuamente, in modo assoluto, di una massa enorme di interessi e di esistenze; in cui lo Stato, dalle più ampie manifestazioni della vita fino ai movimenti più insignificanti, dalle sue forme di esistenza più generali sino alla vita privata, avvolge la società borghese, la controlla, la regola, la sorveglia e la tiene sotto tutela; in cui questo corpo di parassiti, grazie alla più straordinaria centralizzazione, acquista una onnipresenza, una onniscienza, una più rapida capacità di movimento e un’agilità che trova il suo corrispettivo soltanto nello stato di dipendenza e di impotenza e nell’incoerenza informe del vero corpo sociale, si capisce che in un paese simile l’Assemblea nazionale, insieme alla possibilità di disporre dei posti ministeriali, perdesse ogni influenza reale, a meno che non avesse in pari tempo semplificato l’amministrazione dello Stato, ridotto il più possibile l’esercito degli impiegati, in una parola, fatto in modo che la società civile e l’opinione pubblica si creassero i loro propri organi, indipendenti dal potere governativo. Ma l’interesse materiale della borghesia francese è precisamente legato nel modo più stretto al mantenimento di quella grande e ramificata macchina statale. Qui essa mette a posto la sua popolazione superflua; qui essa completa, sotto forma di stipendi statali, ciò che non può incassare sotto forma di profitti. interessi, rendite e onorari. D’altra parte il suo interesse politico la spingeva ad aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi e il personale del potere dello Stato. In pari tempo essa doveva condurre una lotta ininterrotta contro l’opinione pubblica, mutilare e paralizzare per diffidenza gli organi autonomi del movimento sociale, e dove ciò non le riusciva, amputarli completamente. Così la borghesia francese era spinta dalla sua stessa situazione di classe, da un lato, ad annientare le condizioni di esistenza di ogni potere parlamentare, e quindi anche dei suo proprio, dall’altro lato a rendere irresistibile il potere esecutivo che le era ostile [9].

Il nuovo ministero si chiamò ministero d’Hautpou [10]. Non che il generale d’Hautpoul vi avesse ottenuto il rango di presidente del consiglio [11]. Insieme con Barrot, Bonaparte si sbarazzò anche di questa carica che condannava il presidente della repubblica alla nullità legale di un re costituzionale, ma di un re costituzionale senza trono e senza corona, senza scettro e senza spada, senza irresponsabilità, senza il possesso imprescrittibile della più alta dignità dello Stato, e ciò che era la cosa più fatale, senza lista civile. Il ministero d’Hautpoul contava un solo parlamentare di grido, l’ebreo Fould, uno degli uomini più famigerati dell’alta finanza [12]. Gli venne affidato il ministero delle finanze. Si consultino le quotazioni della borsa di Parigi, e si troverà che a partire dal I° novembre 1849 i valori salgono e scendono a seconda che salgono o scendono le azioni di Bonaparte. Mentre così Bonaparte aveva trovato nella borsa il suo uomo, in pari tempo metteva le mani sulla polizia, e nominava Carlier prefetto di polizia di Parigi [13].

Le conseguenze del cambiamento di ministero non potevano però farsi sentire che durante il corso degli avvenimenti. Per il momento Bonaparte non aveva fatto un passo avanti che per esser respinto indietro in modo più evidente. Il suo brutale messaggio fu seguito dalla più servile dichiarazione di sottomissione all’Assemblea nazionale [14]. Ogni volta che i ministri facevano il timido tentativo di presentare le sue bizzarrie personali sotto forma di progetti di legge, si aveva l’impressione che essi adempissero, contro la loro volontà, costretti dalla loro situazione, a incarichi comici, del cui insuccesso erano convinti in precedenza. Ogni volta che Bonaparte, all’insaputa dei ministri, divulgava le sue intenzioni e faceva sfoggio delle sue “idées napoléoniennes” [15], i suoi propri ministri lo sconfessavano dall’alto della tribuna dell’Assemblea nazionale. Sembrava che le sue velleità di usurpazione non si manifestassero per altro scopo che quello di dare alimento alle maligne risate dei suoi avversari. Si dava le arie di un genio incompreso, considerato da tutti come uno sciocco. Mai come durante questo periodo era stato oggetto del disprezzo cosi generale di tutte le classi. Mai la borghesia aveva dominato in modo più assoluto; mai essa aveva ostentato con maggior vanagloria le insegne del potere.

Non è mio compito fare qui la storia della sua attività legislativa, che durante questo periodo si riassume in due leggi: nella legge che ristabilisce l’imposta sul vino e nella legge sull’insegnamento che abolisce la miscredenza [16]. Se si rendeva più difficile ai francesi bere vino, in cambio si largiva loro con tanto maggiore generosità l’acqua della vera vita. Se la borghesia, con la legge dell’imposta sul vino, dichiarava intangibile il vecchio odioso sistema fiscale francese, con la legge sull’istruzione cercava di mantenere nelle masse il vecchio stato d’animo che glielo rendeva sopportabile. Ci si è meravigliati di vedere gli orleanisti, i liberali borghesi, questi vecchi apostoli del volterianismo e della filosofia eclettica [17], confidare la direzione dello spirito francese ai loro nemici ereditari, i gesuiti. Ma se orleanisti e legittimisti potevano combattersi a proposito del pretendente al trono, essi comprendevano che il loro dominio comune imponeva l’unificazione dei mezzi di oppressione di due epoche, che i mezzi di asservimento della monarchia di luglio dovevano essere completati e rafforzati con quelli della Restaurazione.

I contadini, delusi in tutte le loro speranze, più che mai schiacciati, da un lato dal basso prezzo dei cereali, dall’altro lato dal peso crescente delle imposte e del debito ipotecario incominciavano ad agitarsi nei dipartimenti. Si rispose loro dando la caccia al maestri di scuola, che furono sottomessi agli ecclesiastici; dando la caccia ai sindaci, che furono sottoposti ai prefetti; e instaurando un sistema di spionaggio cui tutti vennero assoggettati. A Parigi e nelle grandi città la reazione assume la fisionomia della sua epoca e, anziché abbattere, provoca [18]. Nelle campagne essa diventa volgare, grossolana, gretta. fastidiosa, molesta, in una parola, diventa gendarme. Si comprende come tre anni di regime del gendarme, consacrato dal regime dei preti, dovessero demoralizzare delle masse immature.

Per quanto grande fosse la somma di passione e di retorica che il partito dell’ordine poteva lanciare contro la minoranza dall’alto della tribuna parlamentare, i suoi discorsi rimanevano monosillabici, come quelli del cristiano, le cui parole debbono essere: Sí, sí; no, no! Monosillabici alla tribuna come nella stampi. Insipidi come un indovinello di cui si conosce in anticipo la soluzione. Che si trattasse del diritto di petizione o dell’imposta sul vino, della libertà di stampa o della libertà di commercio, dei clubs o della costituzione municipale, della difesa della libertà personale o del regolamento del bilancio, si ritorna sempre alla parola d’ordine, il tema rimane sempre lo stesso, la sentenza è sempre pronta ed è invariabilmente la stessa: “socialismo!”. Socialista viene dichiarato persino il liberalismo borghese, socialista la cultura borghese, socialista la riforma finanziaria borghese [19]. Era socialista costruire una ferrovia dove già esisteva un canale, ed era socialista difendersi col bastone, quando si era assaliti con una spada.

Né ciò era un semplice modo di parlare, una moda, una tattica di partito. La borghesia vedeva giustamente che tutte le armi da lei forgiate contro il feudalesimo volgevano la punta contro di lei, che tutti i mezzi di istruzione da lei escogitati insorgevano contro la sua propria civiltà, che tutti gli dèi da lei creati l’abbandonavano Essa capiva che tutte le cosiddette libertà e istituzioni progressive borghesi attaccavano e minacciavano il suo dominio di classe tanto nella sua base sociale quanto nella sua sommità politica; erano cioè diventate “socialiste”. In questa minaccia e in questo attacco essa vedeva il segreto del socialismo, di cui giudicava il con ragione il senso e la tendenza meglio di quanto non sappia giudicarsi il socialismo stesso; il quale non può capire perché la borghesia gli sia così inesorabilmente inaccessibile, sia che egli gema flebilmente sulle miserie dell’umanità, o annunci da buon cristiano l’avvento del regno millenario e la fratellanza universale, o umanisticamente fantastichi di spirito, cultura e libertà, oppure si faccia dottrinario e inventi un sistema di conciliazione e di prosperità per tutte le classi [20]. Ma ciò che la borghesia non comprendeva era la conseguenza che il suo proprio regime parlamentare, e in generale il suo dominio politico dovevano anche essi sottostare alla generale sentenza di condanna come socialisti. Sino a che il dominio della borghesia non si fosse organizzato completamente, non avesse acquistato a sua espressione politica pura, anche il contrasto con le altre classi non poteva presentarsi in modo puro, e dove esso si presentava, non poteva assumere quel corso pericoloso che trasforma ogni lotta contro il potere della Stato in uni lotta contro il capitale. Se in ogni palpito della vita sociale la borghesia vedeva un pericolo per la “calma”, come poteva voler conservare, alla testa della società, il regime della irrequietezza, il suo proprio regime, il regime parlamentare, questo regime che, secondo l’espressione di uno dei suoi oratori, vive nella lotta e per la lotta, Il regime parlamentare vive della discussione: come può proibire la discussione? Ogni interesse, ogni provvedimento sociale viene trasformato nel regime parlamentare in idea generale e trattato come idea; come può quindi un interesse qualsiasi, un provvedimento qualsiasi, elevarsi al di sopra dei pensiero e imporsi come articolo di fede? La lotta degli oratori alla tribuna provoca le polemiche violente dei giornali; quel club di discussione che è il Parlamento viene necessariamente completato dai club di discussione dei salotti e delle osterie; i rappresentanti che continuamente fanno appello alla opinione pubblica autorizzano l’opinione pubblica a esprimere la sua vera opinione mediante petizioni [21]. Il regime parlamentare rimette tutto alla decisione delle maggioranze: come le grandi maggioranze non dovrebbero voler decidere al di fuori del Parlamento? Se alla sommità dell’edificio dello Stato si suona il violino, come non aspettarsi che quelli che stanno in basso si mettano a ballare?

Tacciando dunque di eresia “socialista” ciò che prima aveva esaltato come “liberale“, la borghesia confessa che il suo proprio interesse le impone di sottrarsi al pericolo dell’autogoverno; che per mantenere la calma nel paese deve anzitutto essere ridotto alla calma il suo Parlamento borghese; che per mantenere intatto il suo potere sociale deve essere spezzato il suo potere politico; che i singoli borghesi possono continuare a sfruttare le altre classi e a godere tranquillamente della proprietà, della famiglia, della religione e dell’ordine soltanto a condizione che la loro classe venga condannata a essere uno zero politico al pari di tutte le altre classi; che per salvare la propria borsa essa deve perdere la propria corona, e la spada che la deve proteggere deve in pari tempi pendere come una spada di Damocle sulla propria testa.

Nel campo degli interessi generali della borghesia l’Assemblea nazionale si mostrò tanto improduttiva che, per esempio, le discussioni sulla ferrovia Parigi -Avignone, iniziatesi nell’inverno 1850, non potevano ancora essere concluse il 2 dicembre 1851. Dove non faceva opera di repressione e di reazione, era colpita da inguaribile sterilità.

A volte il ministero di Bonaparte prendeva l’iniziativa di leggi nel senso del partito dell’ordine [22], a volte esagerava ancora la durezza nell’applicarle e nell’eseguirle [23]. Bonaparte cercava di conquistarsi una popolarità con proposte insulse e infantili, cercava di far risaltare la propria opposizione all’Assemblea nazionale e di accennare ad un potere segreto a cui solo le circostanze impedivano, momentaneamente, di largire al popolo francese i suoi tesori nascosti. Perciò egli proponeva di accordare ai sottufficiali un soprassoldo giornaliero di quattro soldi [24]. Perciò proponeva l’istituzione di una banca di prestiti d’onore per gli operai [25]. Ricevere denaro in regalo o in prestito: ecco la prospettiva con la quale egli sperava di adescare le masse. Regalare e prendere a prestito: a questo si limita la scienza finanziaria dei sottoproletariato, sia esso nobile o plebeo [26]. A ciò si riducevano le molle che Bonaparte sapeva mettere in azione. Mai pretendente ha speculato in modo così volgare sulla volgarità delle masse.

L’Assemblea nazionale si indignò parecchie volte di questi tentativi manifesti di rendersi popolare alle sue spalle, vedendo crescere il pericolo che questo avventuriero pungolato dal debiti e non trattenuto da nessuna reputazione acquisita osasse un colpo disperato. Il disaccordo fra il partiti dell’ordine e il Presidente aveva preso un carattere minaccioso, quando un avvenimento inatteso spinse nuovamente quest’ultimo, pentito, nelle braccia del primo. Alludiamo alle elezioni supplementari del 10 marzo 1850. Queste elezioni ebbero luogo per occupare i posti vacanti di quei deputati che, dopo il 13 giugno, erano stati imprigionati e mandati in esilio.

Parigi elesse soltanto dei candidati socialdemocratici [27], e riunì persino la maggior parte dei voti sul nome di un insorto del giugno 1848, De Flotte [28]. In questo modo la piccola borghesia di Parigi, alleata del proletariato, si vendicava per la sua sconfitta del 13 giugno 1849. Sembrava che nel momento del pericolo essa fosse scomparsa dal teatro della lotta per apparirvi in un momento più favorevole, con forze più considerevoli e con una parola d’ordine più audace. Una circostanza parve accrescere il pericolo di questa vittoria elettorale. L’esercitò votò a Parigi per gli insorti di giugno, contro La Hitte [29], un ministro di Bonaparte, e nei dipartimenti votò in maggioranza per i montagnardi, che anche qui, sebbene non in modo così decisi come a Parigi, ebbero il sopravvento sui loro avversari [30].

All’improvviso Bonaparte vide la rivoluzione levarsi di nuovo contro di lui [31]. Come il 29 gennaio 1849, come il 13 giugno 1849, così il 10 marzo 1850 egli si eclissò dietro il partito dell’ordine. Si piegò, offrì umilmente le sue scuse, profferse di nominare qualsiasi ministero, secondo gli ordinasse la maggioranza parlamentare; giunse persino a implorare i capi di partito orleanisti e legittimisti, i Thiers, i Berryer, i Broglie [32], i Molé [33], in una parola i cosiddetti burgravi [34], a prendere in persona il timone dello Stato. Il partito dell’ordine non seppe sfruttare quest’occasione, che non si sarebbe mai più ripresentata. Invece di impadronirsi con audacia del potere che gli veniva offerto, non costrinse neppure Bonaparte a rimettere al potere il ministero licenziato il I° novembre. Si accontentò di umiliarlo col perdono, e di aggregare al ministero d’Hautpoul il signor Baroche [35]. Questo Baroche aveva infierito in qualità di pubblico ministero davanti all’Alta Corte di giustizia di Bourges, una volta contro i rivoluzionari del 15 maggio, la seconda volta contro i democratici del 13 giugno, ambe le volte per attentato contro l’Assemblea nazionale. Nessuno dei ministri di Bonaparte contribuì in seguito più di lui a degradare l’Assemblea nazionale e, dopo il 2 dicembre 1851, lo troviamo ben installato e ben pagato al posto di vicepresidente del Senato. Aveva sputato nella zuppa dei rivoluzionari, affinché Bonaparte la mangiasse.

Il partito socialdemocratico, dal canto suo, sembrava non cercasse altro che pretesti per rimettere in questione la propria vittoria e spezzarne la punta. Vidal [36], uno dei nuovi deputati eletti a Parigi, era stato in pari tempo eletto a Strasburgo. Lo si indusse a rinunciare al seggio di Parigi e ad optare per Strasburgo. Dunque, invece di dare alla propria vittoria elettorale un carattere definitivo e così obbligare il partito dell’ordine a disputargliela immediatamente nel Parlamento; invece di costringere l’avversario alla lotta nel momento in cui il popolo era pieno di entusiasmo e lo stato d’animo dell’esercito era favorevole, il partito democratico stancò Parigi, durante i mesi di marzo e di aprile, con una agitazione elettorale [37]; lasciò che le passioni popolari eccitate si consumassero in questo nuovo effimero episodio elettorale; lasciò che l’energia rivoluzionarla si appagasse di successi costituzionali, si perdesse in piccoli intrighi, in vuote azioni e in movimenti fittizi; lasciò che la borghesia raccogliesse le sue forze e prendesse le sue precauzioni; lasciò, infine, che l’importanza delle elezioni di marzo trovasse un commento sentimentale e che la indeboliva con l’elezione di Eugenio Sue [38] alle elezioni complementari di aprile. In una parola, trasformò il 10 marzo in un pesce d’aprile.

La maggioranza parlamentare si rese conto della debolezza del suo avversario. Poiché Bonaparte le aveva lasciato la direzione e la responsabilità dell’attacco, i suoi diciassette burgravi elaborarono una nuova legge elettorale [39], e il signor Faucher [40], che aveva reclamato per sé questo onore, venne incaricato di presentarla. L’8 maggio egli presentò la legge che aboliva il suffragio universale, imponeva agli elettori l’obbligo di un domicilio di tre anni nel luogo dell’elezione, e infine faceva dipendere la prova di questo domicilio, per gli operai, dalla testimonianza dei loro datori di lavoro [41].

Quanto erano stati rivoluzionari i democratici nelle loro agitazioni e nelle loro smanie durante la lotta elettorale costituzionale, altrettanto furono costituzionali, ora che si trattava di dimostrare con le armi alla mano la serietà di quelle vittorie elettorali, nel predicare l’ordine, una calma maestosa (calme majestueux), un atteggiamento legale, cioè la cieca sottomissione al volere della controrivoluzione, che si imponeva come legge. Durante il dibattito, la Montagna confuse il partito dell’ordine, opponendo alla passione rivoluzionaria di quest’ultimo l’atteggiamento tranquillo del brav’uomo che si mantiene sul terreno legale, e schiacciando il partito dell’ordine con l’accusa terribile di procedere in modo rivoluzionario. Perfino i deputati allora eletti si sforzarono di dimostrare, con un contegno corretto e ragionevole, quanto fosse errato accusarli di essere anarchici e presentare la loro elezione come una vittoria della rivoluzione. Il 31 maggio la nuova legge elettorale venne approvata. La Montagna si accontentò di introdurre una protesta nella tasca dei presidente, di contrabbando [42]. Alla legge elettorale tenne dietro una nuova legge sulla stampa che sopprimeva completamente i giornali rivoluzionari. Essi avevano meritato questa sorte. Dopo questi marea, il National e la Presse [43], due organi borghesi, rimasero come gli estremi avamposti della rivoluzione.

Abbiamo visto come durante i mesi di marzo e di aprile i capi democratici avessero fatto di tutto per impegnare il popolo di Parigi in una lotta illusoria; e come, dopo l’8 maggio, essi facessero di tutto per distoglierlo da una lotta reale. Inoltre non dobbiamo dimenticare che il 1850 fu uno degli anni più brillanti per quanto riguarda la prosperità dell’industria e del commercio, e che quindi il proletariato di Parigi era completamente occupato. Però la legge elettorale del 31 maggio 1850 lo escludeva da ogni partecipazione al potere politico. Lo escludeva dal terreno stesso della lotta, e rigettava gli operai nella situazione di parla che essi avevano avuto prima della rivoluzione di febbraio. Lasciandosi dirigere, di fronte a un tale avvenimento, dai democratici, dimenticando, per un benessere passeggero, l’interesse rivoluzionario della loro classe, gli operai rinunziavano all’onore di essere un potere conquistatore; si sottomettevano al loro destino; provavano che la disfatta del giugno 1848 li aveva resi incapaci per anni di combattere e che il processo storico doveva nuovamente incominciare a svolgersi al di sopra delle loro teste. Quanto alla democrazia piccolo-borghese, che il 13 giugno aveva gridato: “Ma se si toccherà il suffragio universale, allora…!” – essa si consolava ora dicendo che il colpo controrivoluzionario che l’aveva colpita non era un colpo e che la legge del 31 maggio non era una legge. La seconda [domenica] di maggio del 1852 ogni francese sarebbe andato alle urne tenendo in una mano la scheda elettorale e nell’altra la spada. Di questa profezia essa si accontentava. L’esercito, infine, veniva punito dal suoi superiori, come per le elezioni del 29 maggio 1849, così per quelle del marzo e dell’aprile 1850. Ma questa volta esso si disse in modo deciso: “La rivoluzione non ci ingannerà una terza volta” [44].

La legge del 31 maggio 1850 fu il colpo di stato della borghesia Tutte le sue precedenti vittorie sulla rivoluzione avevano soltanto un carattere provvisorio. Esse sarebbero state poste in forse non appena l’attuale Assemblea nazionale fosse scomparsa dalla scena: dipendevano dal caso di nuove elezioni generali; e la storia delle elezioni, a partire dal 1848, aveva provato in modo inconfutabile che l’autorità morale della borghesia sulle masse popolari andava perduta nella stessa misura in cui il dominio di fatto della borghesia si sviluppava [45]. Il 10 marzo il suffragio universale si era dichiarato direttamente avverso al dominio della borghesia. La borghesia rispose dando il bando al suffragio universale. La legge del 31 maggio era una delle necessità della lotta di classe [46]. D’altro canto la Costituzione, affinché l’elezione del presidente fosse valevole, richiedeva un minimo di due milioni di voti. Se nessuno dei candidati alla Presidenza raggiungeva questo minimo, toccava all’Assemblea nazionale scegliere il presidente tra i tre candidati che avessero raccolto il maggior numero di suffragi. Quando la Costituente aveva fatto questa legge, dieci milioni di elettori erano iscritti nelle liste elettorali. Secondo lo spirito di questa legge era quindi sufficiente un quinto degli elettori per rendere valida l’elezione presidenziale. La legge del 31 maggio cancellava dalle liste elettorali per lo meno tre milioni di voti, riduceva il numero degli elettori a sette milioni e, ciò nondimeno, manteneva il minimo legale di due milioni per l’elezione del Presidente. Essa elevava dunque il minimo legale da un quinto a circa un terzo dei voti validi, cioè faceva di tutto, per far passare alla chetichella l’elezione del presidente dalle mani del popolo alle mani dell’Assemblea nazionale. In questo modo sembrava che il partito dell’ordine avesse, con la legge elettorale del 31 maggio, doppiamente rafforzato il proprio dominio, affidando alla parte stazionaria della società tanto l’elezione dell’Assemblea nazionale quanto quella del presidente della repubblica.

Note

1. Nel suo messaggio, L. Napoleone, richiamandosi alla necessità di mantenere l’ordine interno e il buon nome della Francia all’estero, afferma che “la Francia inquieta, non vedendo una direzione, cerca la mano dell’eletto dei 10 dicembre”. Secondo il presidente era perciò indispensabile che vi fosse “una completa comunanza di idee, di punti di vista, di convinzioni, fra il presidente e i suoi ministri”, (coincidenza finora mancata), “che l’Assemblea stessa si associasse all’opinione nazionale, di cui l’elezione del potere esecutivo era stata l’espressione”. Mentre affermava minacciosamente che “il nome di Napoleone è esso solo un programma”, egli confermava la propria fedeltà alla Costituzione. In pari tempo si scusava presso i ministri licenziati, attribuendo il mutamento ministeriale a una divergenza passeggera, che non escludeva una stima profonda nei loro confronti, e alla necessità di avere ministri al di fuori dei partiti.

2. Uomo di paglia. Tuttavia “la lotta contro l’anarchia aveva persino costretto il partito dell’ordine ad accrescere la sua influenza” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 243). Ciò era accaduto il 29 gennaio e il 13 giugno.

3. Il suo nome dipendeva invece dal suffragio universale di tutta la nazione, che l’aveva eletto il 10 dicembre.

4. Edgar Ney (1812-1882), figlio di un maresciallo napoleonico. Partecipò alla spedizione contro la Repubblica romana e fu incaricato da L. Napoleone di una missione presso il governo papale. Fu aiutante di campo di Napoleone III che lo nominò successivamente maresciallo di Francia.

5. Si tratta di una lettera non ufficiale, del 18 agosto, con cui L. Napoleone, durante le vacanze dell’Assemblea, incaricava il Ney di dire al generale Rostolan, governatore di Roma, che la repubblica francese non intendeva che il ritorno del papa fosse contrassegnato dalle proscrizioni e dalla tirannia, bensì dall’amnistia generale, dalla secolarizzazione dell’amministrazione, dalla proclamazione del codice napoleonico e da un governo liberale.

6. Nessuno dei ministri, cioè, aveva accettato la sfida difendendo apertamente l’atteggiamento di L. Napoleone. Su ciò cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 238 240.

7. Helène Louise Elisabeth von Mecklenburg-Schwerin (1814-1858), vedova del figlio di Luigi Filippo e madre del pretendente al trono Luigi Filippo Alberto conte di Parigi. Abdicando, Luigi Filippo le aveva affidato la reggenza per il periodo di minorità del nipote. Il ministero chiese un credito di 300.000 franchi per il pagamento dell’assegno vedovile.

8. La lista civile è lo stipendio del presidente, fissato dalla Costituzione in 600.000 franchi.

9. Tutte le leggi repressive e in difesa dell’ordine approvate dal Parlamento accrescevano, nel corso dell’esecuzione, le funzioni e i poteri dell’esecutivo, aumentando il numero dei mezzi che questo poteva utilizzare contro lo stesso Parlamento.

10. Alphonse Henri d’Hautpoul (1789-1865), ex ufficiale napoleonico, aveva partecipato alle campagne di Spagna e d’Algeria sotto la Restaurazione e la Monarchia di luglio. Già deputato sotto Luigi Filippo, fu deputato alla Legislativa. Successivamente capo delle forze francesi a Roma e plenipotenziario francese presso il papa. Abbandonato il ministero nel 1851 per i suoi contrasti con Changarnier, divenne governatore generale in Algeria. Appoggiò il colpo di stato.

11. Questo governo fu chiamato il “ministero dei commessi”. Il d’Hautpoul ebbe il portafoglio della guerra. Gli altri ministri, De Rayneval, Parieu, F. Barrot, Romain-Desfossés, Bineau, Dumas e Rouher erano uomini ancora pressoché sconosciuti. L’unico noto era Fould.

12. Achille Fould (1800-1867), banchiere, deputato ministeriale nel 1847, dopo la rivoluzione dei ’48 si accostò alla repubblica e fu deputato alla Costituente. Partecipò al colpo di stato di L. Napoleone e fu uno degli uomini più influenti sotto il Secondo Impero. Il ministero delle finanze a Fould significava la restaurazione dell’aristocrazia finanziaria e della Borsa, deposte dalla rivoluzione di febbraio.

13. Pierre Carlier (1799-1858), giá commissario di polizia a Parigi dal 1830 al 1833. Capo della polizia municipale dopo il 1848. Sostenne la politica di L. Napoleone e il colpo di stato. Come prefetto di polizia si distinse per le sue azioni provocatorie verso le masse (seguite da movimenti di protesta), come l’abbattimento degli alberi della libertà e l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla colonna commemorativa dei morti della Bastiglia, delle rivoluzioni del 1830 e del 1848.

14. Presentandosi il 2 novembre davanti all’Assemblea, il d’Hautpoul sottolineò la convergenza dei punti di vista del governo con quelli della maggioranza. La un azione non fece che rafforzare le misure repressive già votate dal Parlamento.

15. Riferimento all’opuscolo Des idées napoléoniennes, par le prince Napoléon Bonaparte [Delle idee napoleoniche opera del principe Bonaparte], Bruxelles, Soceté belge de librairie. 1839, e stampato a Londra.

16. La cosiddetta “Legge Falloux” sull’istruzione, approvata dalla Legislativa il 15 marzo, con il pretesto di realizzare la libertà d’insegnamento, dava alla Chiesa francese la più ampia libertà nell’istituzione di scuole di ogni ordine e grado. riducendo il controllo statale su di esse. La legge metteva inoltre i maestri alla mercé dei prefetti. Essa concedeva ai membri dei clero il privilegio di insegnare sostituendo i titoli universitari con una licenza rilasciata dai superiori religiosi, di esercitare un controllo sull’insegnamento impartito anche nella scuola pubblica, di sedere nel consiglio superiore dell’istruzione in rappresentanza delle associazioni religiose. Sostenuta con vigore da cattolici come Montalembert e da liberali laici come Thiers, la maggioranza si proponeva, con questa legge, di valorizzare la religione e il clero per arginare la diffusione di idee democratiche e socialiste nella gioventù.

17. Il liberalismo laico borghese ebbe in Francia uno dei suoi cardini, nel pensiero dell’illuminista Voltaire (1694-1778). La filosofia eclettica è la tendenza filosofica dominante in Francia sotto la Monarchia orleanista ed ebbe i suoi principali rappresentanti in Cousin e Royer-Collard.

18. Si tratta delle provocazioni di Carlier (cfr. qui p. 116, n. I e in K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 269-270).

19. Marx allude qui alla moderatissima riforma fiscale proposta dal Passy, ministro delle finanze nel governo Barrot. Questa riforma ben lungi dal voler risuscitare lo spettro dell’imposta progressiva, già respinta dalla Costituente, si limitava a proporre, accanto al mantenimento del vecchio sistema fiscale francese basato sulle imposte indirette, una lievissima imposta sul reddito dell’1%.

20. Marx sottolinea qui alcuni caratteri delle dottrine socialiste esaminate nella terza parte del Manifesto (ed. cit., pp. 90 110). senza riferirsi puntualmente all’una o all’altra. ma indicando alcuni elementi comuni a molte di esse Tali sono i “piagnistei” sulle condizioni delle classi lavoratrici, diffusi tanto negli scritti dei “socialisti feudali” e cristiani quanto in quelli dei socialisti piccolo-borghesi e utopisti; le fantasticherie su nuovi sistemi sociali di fratellanza e di libertà, presenti nei vari sistemi di “comunismo critico- utopistico”, ma non solo in questi; la diffusa tendenza a prospettare soluzioni che prevedono il soddisfacimento degli interessi di tutte le classi o il raggiungimento dei fini proposti mediante gli esperimenti sociali, la propaganda, le riforme dall’alto. Si tratta di dottrine che sono in netto contrasto col socialismo operaio, scientifico, elaborato da Marx ed Engels e delineato nel Manifesto. In questo non si indulge alla “descrizione fantastica della società futura”, né si nutre l’illusione di poter spingere la borghesia a collaborare alla sua realizzazione, ma si indica la società comunista come il necessario sbocco delle contraddizioni stesse e degli antagonismi di classe della società borghese, come il necessario punto d’approdo della lotta rivoluzionaria e autonoma della classe operaia e della “dittatura di classe del proletariato“, intesa quest’ultima “quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali” (K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 268 269).

21. In armonia con la Costituzione del 1848, erano già state organizzate varie petizioni: dalle petizioni dell’inverno 1849 pro e contro lo scioglimento della Costituente alle petizioni contadine dall’Assemblea che chiedevano la restituzione del miliardo assegnato sotto la Restaurazione ai proprietari fondiari espropriati dalla rivoluzione.

22. Tale fu ad esempio la divisione del territorio francese in quattro zone, affidate ciascuna ad un comando militare allo scopo, come disse il d’Hautpoul, di assicurare in ogni evenienza “il mantenimento della legge, il mantenimento della costituzione, l’ordine pubblico e la sicurezza per tutti”.

23. Esso superò qualunque limite, epurando completamente, come non aveva osato fare neppure il “partito dell’ordine” al governo, gli ultimi funzionari in carica che avevano parteggiato per la repubblica di febbraio. Il ministero propose inoltre un progetto di legge, respinto dall’Assemblea, che affidava al governo la nomina dei sindaci nei comuni inferiori a 6.000 abitanti, nei quali il sindaco, a differenza degli altri comuni, veniva ancora eletto dal consiglio municipale.

24. Ciò rientrava nella tendenza di Napoleone ad accaparrarsi le simpatie dell’esercito, per utilizzarlo ai suoi fini di restaurazione imperiale. La commissione dell’Assemblea che esaminò il progetto lo assorbì in un controprogetto, che estendeva l’aumento della paga ai caporali e ai soldati che avessero rinnovato la ferma..

25. Per guadagnare il favore degli operai fu proposta una Banca dei poveri, che concedesse agli operai piccoli prestiti dietro la garanzia della parola d’onore, in modo analogo a quanto è descritto dal Sue nei Misteri di Parigi.

26. A proposito di sottoproletariato nobile, Marx aveva scritto nelle Lotte di classe (ed. cit., p. 96): “L’aristocrazia finanziaria, nelle sue forme di guadagno come nei suoi piaceri, non è altro che la riproduzione dei sottoproletariato alla sommità della società borghese“.

27. Parigi doveva eleggere tre deputati, che furono i tre candidati presentati dal Comitato elettorale socialdemocratico. Essi furono De Flotte, deportato di giugno che rappresentava il proletariato rivoluzionario, Vidal un socialista dottrinario che rappresentava la piccola borghesia, Carnot, “figlio dell’uomo della Convenzione che aveva organizzato la vittoria, il meno compromesso dei membri del partito del National, ministro dell’istruzione nel Governo provvisorio e sotto la Commissione esecutiva” (K. Marx, Lotte di classe, cit. p. 271).

28. Paul Louis de Flotte (1817-1860), ufficiale di marina, amico di Blanqui. Aveva preso parte alla manifestazione del 15 maggio e poi all’insurrezione di giugno (per la quale aveva subìto la deportazione). Dopo il colpo di stato riparò all’estero. Organizzò successivamente un corpo di volontari francesi che nel 1860 lottarono a fianco di Garibaldi; in mezzo a questi cadde combattendo nell’agosto del 1860 a Solano (Calabria).

29. L’esercito votò cioè per De Flotte e contro la candidatura del ministro Ernest La Hitte (1789-1878). Questi, ex generale monarchico. destituito dal Governo provvisorio, fatto ministro da Bonaparte, conservò la carica fino al gennaio 1850. Aderì al colpo di stato e al Secondo Impero.

30. Solo un terzo dei seggi in palio andò al “partito dell’ordine”. Tutti gli altri andarono ai socialdemocratici.

31. Mentre i contadini e i piccoli borghesi cominciavano a raccogliersi intorno al proletariato, L. Napoleone di ritorno da una rivista d’artiglieria a Vincennes, fu assalito dai fischi e dai clamori della folla. Il pericolo del “socialismo” e la necessità di farvi fronte rese così possibile il riavvicinamento fra il presidente e il “partito dell’ordine”. Cessò così la tensione secceduta al licenziamento del ministero Barrot.

32. Achille Charles Léonce Victor duca di Broglie (1785-1870), già presidente del consiglio, ministro dell’istruzione, degli interni e degli esteri sotto Luigi Filippo. Deputato orleanista alla Legislativa. Si ritirò dalla vita pubblica dopo il colpo di stato.

33. Louis Mathieu conte di Molé (1781-1855), già ministro della giustizia sotto il Primo Impero. Fu all’opposizione sotto la Restaurazione. Durante la Monarchia di luglio fu più volte ministro degli esteri e presidente dei consiglio. Egli rappresentò il partito della resistenza, particolarmente ligio a Luigi Filippo. Battuto dall’opposizione liberale guidata dal Thiers, cedette a questi il potere. Fu all’opposizione contro il Guizot ed ebbe l’incarico di formare un governo nell’imminenza dall’insurrezione di febbraio (il 23 febbraio). Fu poi deputato alla Costituente e alla Legislativa. Abbandonò la vita pubblica dopo il 2 dicembre.

34. Burgravi furono chiamati i 17 membri della commissione parlamentare a cui fu demandata, nel 1850, l’elaborazione della nuova legge elettorale che escludeva il suffragio universale. Con tale termine furono indicati, in generale, i capi del “partito dell’ordine,. Ciò a causa delle loro manie di grandezza e delle loro aspirazioni “feudali”. Il termine è preso dal titolo di un dramma di V. Hugo.

35. Pierre Jules Baroche (1802-1870). Sotto la Monarchia di luglio fu seguace dell’opposizione dinastica. Dopo la rivoluzione di febbraio accettò la repubblica. Divenuto successivamente bonapartista aderì al colpo di stato e il Secondo Impero.

36. Francois Vidal (1814-1872), conosciuto come comunista per il suo libro Sulla ripartizione della ricchezza. Collaborò alla Démocratie pacifique. Fu un sostenitore dell’intervento dello Stato nelle questioni del lavoro. Nel 1848, come segretario della Commissione dei Lussemburgo, collaborò con Blanc. Abbandonò la vita politica dopo il colpo di stato dei 2 dicembre.

37. Le elezioni ebbero luogo il 28 aprile.

38. Eugène Sue (1804-1857), giornalista e scrittore, autore di popolarissimi romanzi a sfondo sociale, fra cui I misteri di Parigi. Di quest’ultimo, pubblicato prima del ’48 come romanzo d’appendice, Marx si occupa diffusamente nella Sacra Famiglia e ne dà un giudizio negativo che respinge il socialismo piccolo-borghese e sentimentale a cui si ispirava l’autore. Eletto deputato nel marzo del 1850, dopo il colpo di stato del 2 dicembre si rifugiò in Savoia.

39. Vedendo che la Montagna e la piccola borghesia, anziché sfruttare la situazione favorevole, erano decise a restare comunque tranquille, affidandosi alla prospettiva di una loro futura vittoria elettorale il “partito dell’ordine” pensò di togliere ad esse questa possibilità, eliminando il suffragio universale e ponendo così fuori giuoco grandi masse di elettori socialdemocratici. L. Napoleone e il governo lasciarono fare la legge all’Assemblea, per non condividere le responsabilità e l’impopolarità che sarebbero ricadute sui sostenitori della legge, pensando anzi di sfruttarle in un secondo tempo (come poi avvenne) contro di essi. Egli, per il momento, considerò la legge una concessione all’Assemblea per realizzare l’armonia fra il potere esecutivo e il potere legislativo. La commissione fu composta. fra gli altri, dai capi della maggioranza monarchica: Berryer, de Broglie, Thiers e Molé.

40. Léon Faucher (1803-1854), uomo politico ed economista liberoscambista. Fu deputato d’opposizione sotto Luigi Filippo e partecipò all’agitazione dei banchetti; aderì poi alla repubblica e fu fra i deputati del “partito dell’ordine”, alla Costituente e alla Legislativa. Dopo il 10 dicembre fu ministro dei lavori pubblici e degli interni. Egli svolse una politica di provocazione e di repressone poliziesca nei confronti della sinistra. Abbandonò la politica dopo il colpo di stato.

41. Inoltre la legge escludeva dal voto i vagabondi, i mendichi i militari che avevano riportato punizioni disciplinari, i condannati per ribellione oltraggio e violenza nei confronti delle autorità e della forza pubblica. Con ciò gli elettori, da 9 milioni e mezzo, scendevano a meno di sette milioni.

42. Si trattò di una protesta con cui i montagnardi misero a verbale la loro innocenza per la violazione della Costituzione, ma che non resero neppure pubblica.

43. Quotidiano borghese, fondato nel 1836. Nel 1848 1849 fu organo dei repubblicani borghesi, più tardi dei bonapartisti. Dal 1836 al 1857 ne fu direttore il noto giornalista Emile de Girardin.

44. Cominciò così a formarsi nell’esercito uno stato d’animo di delusione, che finirà con lo spingerlo dalla parte di L. Bonaparte.

45. Nel periodo fra il febbraio e il giugno 1848, la borghesia. che si accingeva a porre le basi della repubblica borghese. aveva potuto dirigere un vasto schieramento di forza popolari. comprendente tanto la piccola borghesia quanto i contadini, riuscendo così a isolare politicamente il proletariato. Ma l’instaurazione del pieno e aperto dominio politico scaturito dalla disfatta operaia di giugno, coincise inevitabilmente coll’esercizio pieno da parte della borghesia del suo predominio economico sulle varie classi. Ciò ebbe gravi ripercussioni sulle condizioni di vita della piccola borghesia e dei contadini, in balia degli esattori, dei creditori e degli usurai borghesi, e provocò il distacco progressivo di questi strati sociali dalla borghesia e il loro accostamento al proletariato (accostamento espressosi nella costituzione del partito socialdemocratico e nelle fortune elettorali di quest’ultimo, a partire dal 29 maggio 1849).

46. “Il dominio borghese come emanazione e risultato del suffragio universale, come espressione della volontà popolare sovrana, questo è il significato della costituzione borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di voto, di questo volere sovrano non è più il dominio borghese, ha la Costituzione ancora un significato? Non è forse dovere della borghesia regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò che è ragionevole, cioè il suo dominio? Il suffragio universale, sopprimendo di nuovo continuamente il potere attuale dello Stato, facendolo scaturire di nuovo dal suo seno, non viene a sopprimere ogni stabilità, a porre a ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l’autorità e minacciare di fare un’autorità della stessa anarchia?… La borghesia, respingendo il suffragio universale, del quale erasi fino allora drappeggiata, dal quale aveva ricavato la propria onnipotenza, confessa apertamente: “La nostra dittatura è fino ad oggi esistita in forza della volontà popolare; ora essa deve venire consolidata contro la volontà popolare” (K. Marx, Le lotte di classe, cit. p. 276).

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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