Dal 11° volume delle opere complete di G.STALIN . edizioni Nuova Unità -SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33) 4-12 Luglio 1928

SESSIONE PLENARIA DEL PCUS(b) (33)

4-12 Luglio 1928

I
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SUL PROGRAMMA DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Discorso del 5 luglio 1928

Soprattutto compagni, bisogna esaminare la questione dell’ampiezza del progetto del programma dell’Internazionale Comunista (34).
Si dice che il progetto di programma sia troppo grande, troppo ampio. Si vorrebbe ridurlo alla meta, ad un terzo. Si chiede che il programma contenga alcune formule generali, che ci si limiti a questo e che tali formule vengano chiamate programma. Penso che queste richieste siano prive di fondamento. Chi chiede la riduzione del programma alla meta o addirittura a un terzo, non capisce i compiti dinanzi a cui si sono trovali gli autori del progetto di programma. Si tratta del fatto che il programma dell’ I.C. non può essere il programma del Partito di un qualsiasi paese, oppure, diciamo, un programma per sole nazioni «civilizzate». Il programma deve abbracciare tutti i partiti comunisti del mondo, tutte le nazioni, tutti i paioli. sia bianchi che di colore. Questo é il tratto principale e più caratteristico del progetto di programma. Ma come si possono cogliere le esigenze più importanti e le linee principali del lavoro di tutte le sezioni dell’ I.C., tanto di quelle orientali che di quelle occidentali, se si riduce il programma alla mota o a un terzo? Provino i compagni a risolvere questo compito insolubile. Perciò penso che, se si riducesse il programma alla metà oppure a un terzo, questo non sarebbe più un programma, ma una vuota elencazione di formule astratte. che nulla porrebbero offrire alle sezioni dell’ I.C..
Gli autori del programma si sono trovati dinanzi a un duplice compito: da una parte, cogliere quel che vi è di principale e fondamentale in tutti i Partiti comunisti del mondo; dall’altra parte, cogliere questo aspetto principale e fondamentale, in modo che le singole tesi del programma non siano formule vuote, ma guide pratiche per i più diversi paesi e popoli, per i più diversi partiti comunisti e gruppi comunisti. Ammettere che è del tutto indispensabile risolvere questo duplice compito con un progetto di programma breve e ristretto.

La cosa più curiosa è che gli stessi compagni, i quali propongono la riduzione del programma alla metà o addirittura a un terzo. Fanno, al tempo stesso, proposte che hanno la tendenza a raddoppiare se non a triplicare l’attuale progetto di programma. Infatti se nel progetto di programma si danno formulazioni dettagliate sui sindacati, sulle cooperative, sulla cultura. sullo minoranze nazionali in Europa ecc. non è chiaro allora che non può derivarne una riduzione del programma? L’attuale progetto di programma dovrebbe essere raddoppiato se non triplicato.
La stessa cosa bisogna dire dei compagni. che chiedono che il programma sia una direttiva concreta per i partititi comunisti o che in esso venga spiegata qualsiasi cosa, comprese le singole tesi di programma. Primo, non si può pretendere che il programma sia solo una direttiva o in primo luogo una direttiva. Ciò è sbagliato. Non si può avanzare una simile pretesa nei confronti di un programma, anche a voler completamente prescindere dal fatto che l’accoglimento di una tale richiesta allargherebbe incredibilmente l’ampiezza del programma. Secondo non si può spiegare in un programma ogni cosa, comprese le singole tesi esplicative o teoriche del programma. Per questo ci sono i commenti al programma. Non si deve confondere un programma con commenti.La seconda questione riguarda la struttura del programma e l’ordinamento dei singoli capitoli all’interno del progetto di programma.
Alcuni compagni chiedono di mettere alla fine del programma il capitolo sullo scopo finale del movimento sul comunismo. Penso che anche questa richiesta sia infondata. Fra il capitolo sulla crisi del capitalismo e il capitolo sul periodo di transizione. si trova, nel progetto di programma, il capitolo sul comunismo, sul sistema economico comunista. E giusto un simile ordinamento dei capitoli? Penso che sia completamente giusto. Non si può parlare dei periodo di transizione senza prima parlare di quel sistema economico, in questo caso il sistema economico comunista, verso cui il programma rivendica la transizione. Si parla del periodo di transizione, della transizione dal capitalismo ad un altro sistema economico. Ma transizione verso che cosa, verso quale sistema? E’ di questo che bisogna parlare, prima di caratterizzare il periodo stesso di transizione. Il programma deve procedere da ciò che è sconosciuto a ciò che è conosciuto, da ciò che è meno conosciuto a ciò che è più conosciuto. Parlare della crisi del capitalismo e poi del periodo di transizione, senza prima trattare il sistema verso cui bisogna compiere la transazione. significa confondere il lettore e violare un’esigenza elementare della pedagogia, di cui deve anche tener conto il progetto di programma Un programma però, deve facilitare e non rendere difficile l passaggio del lettore da ciò che è meno noto.

Altri compagni sono dell’opzione che il paragrafo sulla socialdemocrazia non debba essere incluso nel secondo capitolo del progetto di programma, in cui si parla della prima fase della rivoluzione proletaria, e della parziale stabilizzazione del capitalismo. Credono di sollevare con ciò una questione che riguarda la struttura del programma. Ciò è sbagliato, compagni. In realtà abbiamo a che fare con una questione politica. Togliere dal secondo capitolo il paragrafo sulla socialdemocrazia, significa, commette un errore politico in una delle questioni più importanti, riguardanti le cause della parziale stabilizzazione del capitalismo. Questo non è una operazione di struttura del programmi, ma di valutazione della situazione politica nel periodo della parziale stabilizzazione, di valutazione del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia come uno dei fattori di questa stabilizzazione. Questi compagni devono sapere che non possiamo togliere dal paragrafo della socialdemocrazia dal capitolo sulla parziale stabilizzazione del capitalismo, perché questa stessa stabilizzazione non può essere spiegata, senza caratterizzare il ruolo della socialdemocrazia, come uno dei fattori più importanti della stabilizzazione. Altrimenti si dovrebbe anche togliere da questo capitolo il paragrafo sul fascismo e inserire questo paragrafo assieme a quello della socialdemocrazia, nel capitolo dei partiti. Ma, togliere questi due paragrafi, sul fascismo e sulla socialdemocrazia, dal capitolo che tratta della parziale stabilizzazione del capitalismo, significa disarmarsi umana da soli e privarsi di ogni possibilità di spiegare la stabilizzazione capitalista. E’ chiaro, che non possiamo accedere a tale richiesta.

La questione della NEP e del comunismo di guerra. La NEP è la politica della dittatura proletaria rivolta al superamento degli elementi capitalistici e alla edificazione dell’economia socialista attraverso lo scambio diretto del mercato, mediante il mercato, e non invece attraverso lo scambio diretto di prodotti, senza mercato, con esclusione del mercato. Possono i paesi capitalisti, almeno quelli più sviluppare, fare a meno della NEP nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo? Penso che non possono. In questa o quella misura, la Nuova Politica Economica con i suoi rapporti di mercato e I’utilizzazione di questi rapporti di mercato nel periodo della dittatura del proletariato è assolutamente indispensabile per ogni paese capitalista.

Da noi ci sono compagni che contestano questa tesi. Ma cosa significa, contestare questa tesi?

Significa in primo luogo partire dal presupposto che, immediatamente dopo l’ascesa al potere proletario, disporremmo subito di apparati per la distribuzione e il rifornimento, pronti al cento per cento, che medino lo scambio fra città e campagna, fra industria e piccola produzione, che rendano possibile stabilire subito uno scambio diretto di prodotti senza mercato senza scambio di merci, senza economia monetaria. Basta solo porsi il problema per capire come sia assurda una tale ipotesi.

Significa in secondo luogo partite dal presupposto che la rivoluzione proletaria, dopo la presa del potere del proletariato, debba prendere la strada dell’espropriazione della piccola e media borghesia e addossarsi il peso enorme di procurare lavoro ai milioni di nuovi disoccupati, creati artificialmente e di provvedere alla loro sussistenza. Basta porsi appena il problema per capire come sarebbe assurda e duri e stupida una simile politica della dittatura del proletariato. Un vantaggio della NEP, fra l’altro è proprio di liberare la dittatura del proletariato da queste e simili difficoltà.
Da ciò segue, però, che la NEP costituisce in tutti i paesi una fase inevitabile della rivoluzione socialista.

Vale lo stesso per il comunismo di guerra? Si può dire che il comunismo di guerra costituisca una fase fase inevitabile della rivoluzione proletaria? No non si può dire. Il comunismo di guerra é una politica della dittatura proletaria, dettata dalla situazione di guerra e di intervento, volta a stabilire lo scambio, diretto di prodotti fra città e campagna, non mediante il mercato, ma escludendo il mercato, attraverso misure di carattere essenzialmente extra-economico e in parte militare; allo scopo di organizzate la distribuzione del prodotti in modo di assicurare l’approvvigionamento degli eserciti rivoluzionari sul fronte, nonché degli operai nelle retrovie. Se non ci fossero stati la situazione di guerra e l’intervento, è chiaro che non ci sarebbe stato neppure il comunismo di guerra. Perciò non si può affermare che il comunismo di guerra sia una fase di sviluppo economicamente inevitabile della rivoluzione proletaria.

Sarebbe sbagliato. credere che la dittatura proletaria nell’URSS abbia iniziata la ma la sua attività economica col comunismo di guerra. Verso questo punto di vista scivolano alcuni compagni. Ma questo punto di vista è sbagliato. AI contano, la dittatura proletaria ha iniziato da noi il suo lavoro di edificazione non col comunismo di guerra, ma con l’annuncio dei principi della cosiddetta Nuova Politica Economie. Tutti conoscono l’opuscolo di Lenin, apparso all’inizio del 1918 su «I compiti immediati del potere sovietico» (35), in cui Lenin spiegava per la pinna volta i principi della Nuova Politica Economica. Questa politica veniva pero temporaneamente interrotta a causa delle condizioni create dall’intervento, e solo, tre anni dopo, dopo la fine della guerra e dell’intervento, potevano ritornare ad esso. Ma il fatto che la dittatura proletaria dell’URSS doveva ritornate ai principi della Nuova Politica Economica, già annunciati all’inizio del 1918. questo fatto mostra con rutta chiarezza come la dittatura proletaria deve iniziare il suo lavoro di edificazione il giorno dopo la rivoluzione e su che cosa deve fondare il suo lavoro di edificazione, se si parte naturalmente da considerazioni economiche.

Talvolta il comunismo di guerra viene confuso con al guerra civile, si identifica il primo con la seconda. Ciò è naturalmente sbagliato. La presa del potere da parte del proletariato nell’ottobre del 1917 fu senz’altro una forma della guerra civile. Sarebbe però sbagliato, dire che avremmo cominciato subito nell’ ottobre del 1917 con l’introduzione del comunismo di guerra. Ci si può pensare senz’altro immaginare una condizione di guerra civile, senza che vengano impiegati metodi del comunismo di guerra, senza che si rinunci ai principi dello Nuova Politica Economica, come é stato il caso da noi all’inizio del 1918 fino all’intervento.

Si dice, che le rivoluzioni proletarie si svolgerebbero isolatamente e pertanto, nessuna rivoluzione proletaria potrebbe evitare l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra. Ciò è sbagliato. Dopo che abbiamo raggiunto il consolidamento del potere sovietico nell’URSS, una crescita dei Partiti Comunisti nei paesi decisivi del capitalismo e un rafforzamento dell’Internazionale Comunista, non potranno e non dovranno più esserci rivoluzioni proletarie isolate. Non bisogna trascurare fattori come la crisi sempre più acuta del capitalismo mondiale, come l’esistenza dell’Unione Sovietica e la crescita del comunismo in tutti i paesi (Internazionale: «In Ungheria però, la rivoluzione era isolata»). Questo avveniva nel 1919 (36). Adesso, invece, siamo nel 1928. E’ sufficiente richiamare alla memoria la risoluzione in Germania, nel 1923 (37), quando la dittatura proletaria nell’URSS 11 si preparava ad un diretto appoggio della rivoluzione tedesca, per capire il carattere del tutto relativo e condizionato dell’argomentazione di alcuni compagni. (Interruzione: Rivoluzione isolata in Germania, isolamento fra Francia e Germania».)

Confondete la distanza spaziale con l’isolamento politico. Naturalmente la distanza spaziale è importale. Ma non si può confonderla tuttavia con l’isolamento politico.

E gli operai nei paesi degli interventisti — credete che questi operai staranno zitti in caso di intervento, per esempio contro la rivoluzione tedesca, e che non attaccheranno alle spalle gli interventisti?E l’URSS e il suo proletariato — credete che la rivoluzione proletaria nell’URSS assisterà tranquillamente all’attività degli interventisti?Per danneggiare gli interventisti, non occorre necessariamente essere collegati geograficamente con il paese della rivoluzione. A tale scopo è sufficiente colpire gli interventisti nei punti più vulnerabili del loto territorio taccia, in modo che avvertano il pericolo e comprendano tutta la realtà della solidarietà proletaria. Immaginiamo di sfidare l’Inghilterra borghese nella regione di Leningrado, e di procurargli danni notevoli. Segue forse che l’Inghilterra si deve vendicare su noi necessariamente Leningrado? No.
Si potrebbe vendicare su noi, da qualche parte, a Batum, a Odessa, a Baku oppure, diciamo, a Wladiwostok. Lo stesso vale per le forme di aiuto e sostegno che la dittatura proletaria dà alla rivoluzione proletaria in uno dei paesi, ad es dell’Europa contro gli interventisti imperialisti.
Se però non si può dire che l’intervento e quindi anche il comunismo di guerra siano un fenomeno indispensabile per tutti i paesi, si può e si deve tuttavia ammettere che sono più o meno probabili. Perciò sono d’accordo, senza approvarne l’argomentazione, con la conclusione di quei compagni che si potrebbe sostituire, nel progetto di programma, la formula che il comunismo di guerra è possibile per i paesi della rivoluzione proletaria in una data situazione internazionale, con la formula che l’intervento e il comunismo di guerra sono più o meno probabili.

La questione della nazionalizzazione della terra. Non sono d’accordo con i compagni che propongono, di cambiare la formula sulla nazionalizzazione della terra, per i paesi capitalistici sviluppati, e che pretendono di proclamare in questi paesi la nazionalizzazione di tutta la terra subito il primo giorno della rivoluzione proletaria.

Inoltre, non sono d’accordo con i compagni che propongono di non dire niente sulla nazionalizzazione di tutta la terra nei paesi capitalistici sviluppati. Secondo la mia opinione sarebbe meglio parlare sulla futura nazionalizzazione di tutta la terra, come, del resto viene fatto nel progetto di programma, con l’aggiunta che al contadini piccoli c medi viene garantito il diritto all’uso della terra.

Hanno torto quei compagni, che credono che tanto più facilmente si potrebbe effettuare la nazionalizzazione di tutta la terra quanto più sia sviluppato il capitalismo in un paese. Al contrario, quanto più sviluppato è il capitalismo in un paese, tanto più difficile diventa effettuare la nazionalizzazione di furia la terra, perché tanto più forti sono li le tradizioni della proprietà privata della terra, e tanto più difficile è di conseguenza, combattere queste tradizioni.
Leggete le tesi di Lenin sulla questione agraria al II Congresso dell’IC (38), in cui egli mette apertamente in guardia contro passi affrettati e incauti in questa direzione — e capirete come sia sbagliata l’affermazione di questi compagni. Nei paesi capitalistici sviluppati, la proprietà privata della terra esiste da centinaia d’anni, il ché non si può dire dei paesi capitalistici meno sviluppati, dove il principio della proprietà privata non poteva ancora penetrare nella carne e nel sangue dei contadini. Da noi, in Russia, i contadini dicevano persino per un po’ di tempo che la terra era di nessuno, che era la terra di dio. Si spiega così anche, che Lenin già nel 1906, in attesa della rivoluzione democratica- borghese, dava (da noi) la parola d’ordine della nazionalizzazione di tutta la terra, con garanzia del diritto all’uso della terra per i contadini piccoli e medi, partendo dal presupposto che i contadini l’avrebbero capito e avrebbero avuto comprensione per ciò.

Non é forse caratteristico che lo Stesso Lenin nel 1920 sul II Congresso dell’IC metteva in guardia i Partiti comunisti dei paesi capitalistici svilup-pati contro il lancio immediato della parola d’ordine della nazionalizzazione di luna la terra, perché questa parola d’ordine non sarebbe stata immediatamente accettabile per i contadini di questi paesi, compenetrati dall’istinto di proprietari. Possiamo trascurare questa differenza e non tener conto delle indicazioni di Lenin? E’ chiaro che non possiamo.

La questione del contenuto del progetto di programma. Risulta che alcuni compagni sono del parere che il progetto di programma, per quanto riguarda il suo contenuto, non sia in tutto e per tutto internazionale, in quanto avrebbe, come dicono, un carattere «troppo russo». Qui non ho sentito obiezioni del genere. Ma simili obiezioni vengono fatte, come risulta, in certi ambienti intorno all’IC.

Cosa ha potuto dare pretesto ad osservazioni del genere?

Forse il fatto, che il progetto di programma contiene un capitolo specifico sull’URSS? Ma cosa c’è di male? Forse che, per il suo carattere, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale, e non invece soprattutto una rivoluzione internazionale? Perché allora la chiamiamo la base del movimento rivoluzionario di tutto il mondo, la leva dello sviluppo rivoluzionario di tutti i paesi, la patria del proletariato mondiale?
Da noi c’era della gente, ad es. la nostra opposizione, che considerava la rivoluzione in URSS una rivoluzione esclusivamente o principalmente nazionale. Ma si sono rotte le ossa. Strano che, come risulta, ci sia della gente intorno all’I.C., pronta a seguire le orme dell’opposizione.
Forse che, per il suo tipo, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale e soltanto nazionale? La nostra rivoluzione, è invece una rivoluzione sovietica e la forma sovietica dello Stato proletario è una forma più o meno obbligatoria anche per la dittatura del proletariato negli altri paesi. Non a caso, Lenin diceva che la rivoluzione in URSS ha inaugurato una nuova era nel Corso della storia, l’era dei soviet. Non ne segue allora, che la nostra rivoluzione, non solo per il suo carattere ma anche per il suo tipo, è in primo luogo una rivoluzione internazionale, che fornisce un quadro di ciò che sostanzialmente dovrà essere la rivoluzione proletaria in ogni paese?

Non c’è dubbio, che il carattere internazionale della nostra rivoluzione imponga alla dittatura proletaria nell’URSS certi obblighi nei confronti dei proletari e delle masse oppresse di tutto il mondo. Lenin partiva da questo presupposto, quando diceva che il senso dell’esistenza della dittatura proletaria nell’URSS consiste nel fare tutto il possibile per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione proletaria in altri paesi. Ma cosa ne segue? Ne segue, almeno che la nostra rivoluzione è una parte della rivoluzione mondiale, è la base e lo strumento del movimento rivoluzionario del mondo intero.
Non c’è neppure dubbio che non solo la rivoluzione nell’URSS ha obblighi nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e li assolve, ma che anche i proletari di tutti i paesi hanno determinati obblighi piuttosto seri nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS. E’ loro dovere, sostenere il proletariato dell’URSS nella sua lotta contro nemici interni ed esterni, lottare contro una guerra, diretta allo strangolamento della dittatura proletaria nell’URSS. propagandare nel caso di un attacco all’URSS, il passaggio immediato diretto degli eserciti dell’imperialismo dalla parte della dittatura proletaria nell’URSS. Non ne segue allora che la rivoluzione nell’URSS è collegata inseparabilmente con il movimento rivoluzionario in altri paesi, che il trionfo della risoluzione URSS è un trionfo della rivoluzione in tutto il mondo?

Si può parlare, dopo tutto questo, della rivoluzione nell’URSS come di una rivoluzione esclusivamente nazionale, come di una rivoluzione isolata, non collegata col movimento rivoluzionario in tutto il mondo?

E viceversa, si può capire forse, dopo tutto questo, qualcosa del movimento rivoluzionario del mondo, al di fuori della connessione con la rivoluzione proletaria nell’URSS?
Che valore avrebbe un programma dell’I.C., che tratta della rivoluzione proletaria mondiale se tralasciasse la questione di fondo, la questione del carattere e dei compiti della rivoluzione proletaria nell’URSS, la questione dei suoi doveri nei confronti dei proletari di tutti i paesi, e nei confronti dei proletari di tatti i paesi nei confronti della dittatura proletaria nell’URSS?

Perciò sono del parere che le obiezioni relative Al «carattere russo» del progetto di programma dell’I.C., hanno, per esprimermi con la massima delicatezza, un impronta poco bella, un sapore spiacevole. Passiamo alle singole osservazioni. Sono del parere che hanno ragione i compagni che propongono di cambiare a pagina 55 del progetto di programma la frase, che riguarda i ceti lavoratori della campagna «che seguono la dittatura del proletariato». Questa frase è un evidente malinteso oppure forse un errore di correzione.

Bisogna cambiarla. Ma questi compagni hanno completamente torto, quando propongono di inserire nel progetto di programma tutte le definizioni che Lenin ha dato della dittatura del proletariato. A pagina 52 viene data la seguente definizione della dittatura del proletariato che è tratta, sostanzialmente, da Lenin:

«La dittatura del proletariato è la prosecuzione della sua lotta di classe, in nuove condizioni. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, una lotta cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare e economica, pedagogica e amministrativa contro le poterne e tradizioni della vecchia società, contro i nemici esterni capitalistici, contro i residui delle classe sfruttatrici all’interno del paese, contro i germi di una nuova borghesia, che si sviluppano sul terreno della produzione mercantile non ancora superata» (39).

 

Il progetto di programma contiene inoltre una serie di altre definizioni della dittatura, relative a questi o quei compiti della dittatura nei diversi stadi della rivoluzione proletaria. Penso che sia più che sufficiente. (Interruzione: «Una delle formulazioni di Lenin è stata tralasciata»). In Lenin ci sono pagine intere sulla dittatura del proletariato. Se inseriamo tutto ciò nel progetto di programma, temo che la sua ampiezza si triplicherebbe almeno.
Sbagliata è anche l’obiezione di alcuni compagni relativa alla tesi della neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente nelle sue tesi al Il Congresso dell’Internazionale Comunista, che i partiti comunisti, alla vigilia della presa del potere e nel primo stadio della dittatura del proletariato nei paesi capitalisti, al massimo possono contare su una neutralizzazione dei contadini medi. Lenin dice chiaramente che i partiti comunisti possono contare sull’instaurazione di una solida alleanza col contadino medio, solo dopo il consolidamento della dittatura del proletariato. E’ chiaro che nella stesura del progetto di programma non potevamo trascurare questa indicazione di Lenin, a parte il fatto che questa indicazione corrisponde nel modo più preciso alle esperienze della nostra rivoluzione.

Sbagliato è pure l’osservazione di una serie di compagni riguardante la questione nazionale. Questi compagni non hanno motivo di affermare che il progetto di programma non tenga conto dei momenti nazionali del movimento rivoluzionario. La questione delle colonie è sostanzialmente una questione nazionale. Nel progetto di programma si parla in modo sufficientemente pregnante dell’oppressione imperialista, dell’oppressione nelle colonie, dell’autodeterminazione nazionale, del diritto delle nazioni e delle colonie alla separazione ecc.

Se questi compagni intendono le minoranze nazionali nell’Europa centrale, allora si può menzionare questa questione nel progetto di programma, sono però contrario a trattare specificamente la questione nazionale nell’Europa centrale nel progetto di programma.

Infine sulle osservazioni di una serie di compagni, riguardanti la Polonia come di un paese che rappresenta il secondo tipo dello sviluppo verso la dittatura proletaria. Questi compagni credono che sia sbagliata la classificazione dei paesi in tre tipi, in paesi con capitalismo molto sviluppato (America, Germania, Inghilterra), in paesi con capitalismo malamente sviluppato (Polonia, Russia prima della rivoluzione di febbraio ecc.) e in paesi coloniali. Sostengono che la Polonia debba essere inserita nel primo tipo di paesi, che si possa parlare solo di due tipi di paesi, di paesi capitalisti e di paesi coloniali.

Ciò è sbagliato, compagni. Oltre i paesi capitalistici sviluppati, in cui la vittoria della rivoluzione porterà subito alla dittatura proletaria, ci sono altri paesi. in cui il capitalismo è poco sviluppato, pesi con residui feudali, con una specifica questione agraria, di tipo antifeudale (Polonia. Romania ecc.), dove la piccola borghesia, in particolare i contadini, avranno da dire senz’altro una parola importante in caso di esplosione rivoluzionaria e dove la vittoria della rivoluzione, per portare alla dittatura del proletariato, poni rendere e renderà certamente necessari certi stadi intermedi, diciamo la dittatura del proletariato e dei contadini.

Anche da noi c’era gente, come per esempio Trotzki che, prima della rivoluzione di febbraio, sosteneva che i contadini non avrebbero avuto una seria importanza. che la parola d’ordine del momento sarebbe stata «via lo zar, governo degli operai » Sapete che Lenin prese decisamente le distanze da una parola d’ordine del genere, che si rivolse contro la sottovalutazione del ruolo e del peso specifico della piccola borghesia e in particolare dei contadini. Diversi credevano allora che dopo il rovesciamento dello zarismo, il proletariato avrebbe subito occupato la posizione dominante. Ma cosa accadde in realtà? In realtà, subito dopo la rivoluzione di febbraio si fecero avanti i milioni delle masse piccolo borghesi, e dettero il sopravvento ai partiti piccolo borghesi, ai social-rivoluzionari e al menscevichi.

I social-rivoluzionari e i menscevichi che fino ad allora erano stati partiti del tutto insignificanti, diventarono «all’improvviso» la forza dominante nel paese. Perché mai? Perché le masse a milioni della piccola borghesia appoggiavano in un primo tempo i social-rivoluzionari e i menscevichi.
Così si spiega, fra l’altro, il fatto che da noi la dittatura proletaria sia stata instaurata come risultato di una trasformazione più o meno rapida della rivoluzione democratica-borghese nella rivoluzione socialista.

E’ difficile dubitare che la Polonia e la Romania fanno parte di quei paesi che, sulla via per la dittatura del proletariato, devono attraversare in modo più o meno rapido certi stadi intermedi.Perciò penso che hanno torto questi compagni, quando contestano l’esistenza di tre tipi di sviluppo rivoluzionario sulla via per la dittatura del proletariato. Polonia e Romania rappresentano il secondo tipo.Queste, compagni, sono le mie osservazioni sul progetto di programma dell’I.C. Per quanto riguarda lo stile del progetto di programma oppure alcune singole formulazioni, non posso affermare che il progetto di programma sia perfetto a questo riguardo. Probabilmente si renderà necessario effettuare alcuni miglioramenti, precisazioni, di semplificare forse lo stile ecc. Ma ciò è compito della commissione por il programma del VI Congresso dell’I.C. (40).

II

SULL’INDUSTRIALIZZAZIONE E IL PROBLEMA DEL GRANO

Discorso del 9 luglio 1928

Compagni ! Prima di passare alla questione concreta delle nostre difficoltà sul fronte del grano, permettetemi di toccare alcune questioni generali, che sono di interesse teorico e che sono venute a galla durante la discussione nella sessione plenaria.

In primo luogo la questione generale sulle fonti principali per lo sviluppo della nostra industria, sui modi di assicurare l’attuale ritmo di industrializzazione. Ossinski e dopo di lui Sokolnikov hanno toccato questa questione, forse senza esserne consapevoli. Questa questione è di importanza primaria. Penso che abbiamo due fonti principali, alle quali attinge la nostra industria: primo la classe operaia e secondo i contadini.
Nei paesi capitalistici di solito l’industrializzazione è avvenuta attraverso il saccheggio di paesi stranieri, attraverso il saccheggio delle colonie o dei

paesi vinti, oppure attraverso grossi prestiti all’estero che rendono schiavi in maggior o minor misura.

Sapete che l’Inghilterra per centinaia di anni ha arraffato capitali in tutte le colonie, in ogni parte del mondo e che a questo modo ha potuto effettuare investimenti supplementari nella sua industria. Questo fatto spiega, fra l’altro, perché l’Inghilterra è stata per un certo periodo l’ «officina del mondo».
Sapete inoltre che la Germania ha sviluppato la sua industria fra l’altro coll’aiuto di un contributo di 5 miliardi, che impose alla Francia dopo la guerra franco-tedesca.Il nostro paese si distingue dai paesi capitalisti fra l’altro proprio per il fatto che non può e non deve praticare la rapina di colonie e in generale il saccheggio di paesi stranieri. Questa via, quindi, è chiusa per noi.

Il nostro paese non ha neppure accettato schiavizzanti prestiti esteri e non ha intenzione di accettarli. Anche questa via, dunque, è per noi sbarrata. Cosa rimane allora? Rimane solo una possibilità : sviluppare l’industria con l’aiuto dell’accumulazione interna, industrializzare il paese.
Sotto il regime borghese, l’industria, i trasporti ecc. venivano sviluppati nel nostro paese, di solito, con l’aiuto di prestiti. Che si tratti della costruzione di nuove fabbriche o del rimodernamento  di vecchie fabbriche della costruzione di nuove ferrovie o di quella di grandi centrali elettriche, — nessuna di queste imprese poteva fare a meno di prestiti esteri. Ma questi erano prestiti che rendevano schiavi. In modo completamente diverso vanno le cose sotto l’ordinamento sovietico. Costruiamo la ferrovia del Turkestan con una lunghezza di 1400 verste, che richiede centinaia di milioni di rubli. Costruiamo la centrale elettrica del Dnjepr che richiede ugualmente centinaia di milioni. Abbiamo per questo accettato un qualsiasi prestito schiavizzante? No, non l’abbiamo fatto. Tutto ciò avviene da noi coll’aiuto dell’accumulazione interna.

Ma dove sono le fonti principali di questa accumulazione? Esistono, come ho già detto, due fonti : primo la classe operaia che produce valori e sviluppa l’industria; secondo i contadini.

Per quanto riguarda i contadini, le cose stanno da noi così: pagano allo Stato non soltanto le solite tasse, dirette e indirette, ma devono inoltre pagare di più con prezzi relativamente elevati, i prodotti industriali — questo come primo punto — e sono pagati di meno, per quanto riguarda i prezzi dei prodotti agricoli — questo come secondo punto.Questo significa una tassazione supplementare dei contadini nell’interesse dell’incremento dell’industria, la quale lavora per tutto il paese e perciò anche per i contadini. E’ una sorta di «tributo», una sorta di sopratassa che siamo costretti temporaneamente a riscuotere per mantenere ed elevare l’attuale ritmo di sviluppo dell’industria, per assicurare la produzione industriale per tutto il paese, Per elevare ulteriormente il tenore di vita delle campagne ed eliminare poi del tutto questa tassa supplementare, queste «forbici» fra città e campagna.
Senza dubbio è una cosa spiacevole. Ma non saremmo bolscevichi se volessimo nascondere questo stato di cose e chiudere gli occhi dinanzi al fatto che disgraziatamente la nostra industria e il nostro paese per il momento non potrebbero farcela senza questa tassazione supplementare dei contadini. Perché parlo di ciò? Perché diversi compagni evidentemente non capiscono questo punto incontestabile. Hanno fondato i loro discorsi sui fatto che i contadini sovrapagano le merci, ciò che è senz’altro vero, e che i contadini vengono pagati di meno con i prezzi vigenti per i prodotti agricoli, ciò che è altrettanto vero. E cosa chiedono? Chiedono che siano introdotti prezzi più remunerativi Per il grano, che le «forbici», questi pagamenti in più e in meno siano eliminati subito adesso. Ma cosa significa eliminare le «forbici», diciamo, quest’anno o nell’anno prossimo? Significa frenare l’industrializzazione del paese compresa anche l’industrializzazione dell’agricoltura, significa minare la nostra giovane industria ancora debole e colpire tutta la nostra economia. Possiamo fare questo? E’ evidente di no. Bisogna eliminare le «forbici» fra città e campagna, tutti questi pagamenti in più e in meno? Si, bisogna assolutamente eliminarli. Ma possiamo eliminarli subito adesso, senza indebolire la nostra industria e quindi anche la nostra economia? No, non possiamo.

In che cosa deve consistere la nostra politica in questo caso? Deve consistere nel chiudere a poco a poco queste «forbici», di chiuderle ogni anno di più con la riduzione dei prezzi per prodotti industriali e col miglioramento della tecnica nell’agricoltura, ciò che dovrà condurre ad una diminuzione del prezzo di produzione del grano, per eliminare poi del tutto, dopo alcuni anni la tassazione supplementare dei contadini.
Possono i contadini sopportare questo peso? Sì, lo possono senz’altro primo, perché, questo peso diminuisce di anno in anno, secondo perché l’esazione di questa tassa supplementare non avviene in condizioni di sviluppo capitalistico, in cui le masse contadine sono condannate alla miseria e allo sfruttamento; avviene invece nelle condizioni dell’ordinamento sovietico, dove lo Stato socialista esclude uno sfruttamento dei contadini e dove di pari passo con il pagamento di questa tassa supplementare procede il miglioramento continuo della condizione materiale dei contadini .
Così stanno le cose nel momento attuale per quanto riguarda la questione delle fonti principali per Io sviluppo dell’industrializzazione del nostro Paese.

La seconda questione riguarda il problema dell’alleanza con i contadini medi, il problema degli obiettivi di questa alleanza e dei mezzi e modi per raggiungerla.Alcuni compagni vogliono far credere che l’alleanza fra città e campagna, fra classe operaia e le grandi masse dei contadini avvenga esclusivamente sul piano dei prodotti tessili, sul piano del soddisfacimento del fabbisogno personale dei contadini. E’ giusto questo? No, è del tutto sbagliato, compagni. E chiaro che il soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini, il loro approvvigionamento di prodotti tessili, è di un’importanza immensa. Abbiamo anche cominciato in questo modo nell’edificare l’alleanza con i contadini nelle nuove condizioni. Ma sarebbe commettere un grave errore affermare in base a ciò che tutto il problema si esaurisca nell’alleanza mediante i prodotti tessili e che nell’alleanza mediante il soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini si esaurisca l’alleanza economica fra classe operaia e contadini o che comunque questo costituisca la base principale di quest’alleanza. In realtà l’alleanza fra città e campagna non avviene soltanto sul piano del soddisfacimento dei bisogni personali dei contadini, non solo sul piano dei prodotti tessili, ma anche sul piano del soddisfacimento dei bisogni economici dei contadini in quanto produttori di beni agricoli.

Non riforniamo i contadini solo di cotone. Oltre a questo li riforniamo di macchinari di ogni tipo, di sementi, aratri, concime chimico ecc., che sono di massima importanza per l’innalzamento e la trasformazione socialista dell’agricoltura.

Perciò l’alleanza non si basa solo sui prodotti tessili, ma anche su quelli metallurgici. Senza di ciò l’alleanza con i contadini non sarebbe duratura.
In che cosa si distingue l’alleanza sulla base di prodotti tessili dall’alleanza sulla base di prodotti metallurgici? in primo luogo per il fatto che l’alleanza sulla base dei prodotti tessili riguarda soprattutto i bisogni personali dei contadini, mentre non tocca per niente o relativamente poco la produzione dell’azienda contadina l’alleanza sulla base dei prodotti metallurgici, invece, riguarda soprattutto la produzione dell’agricoltura, la migliora, la rifornisce di macchinari, aumenta il rendimento e prepara il terreno per l’unificazione delle aziende contadine disperse e piccole in grandi aziende collettive.
Sarebbe sbagliato credere che lo scopo dell’alleanza consista nel mantenimento delle classi, in particolare nei mantenimento della classe contadina. Ciò è falso, compagni. Questo non è per niente Io scopo dell’alleanza. Lo scopo dell’alleanza è di avvicinare i contadini alla classe operaia, in quanto guida di tutto il nostro sviluppo, di consolidare l’alleanza dei contadini con la classe operaia come forza dirigente di questa alleanza, di trasformare i contadini, la loro mentalità, la loro produzione, nello spirito del collettivismo per creare in questo modo le premesse per l’abolizione delle classi. Lo scopo dell’alleanza non è il mantenimento delle classi, ma il loro superamento. Mentre l’alleanza sulla base dei prodotti tessili riguarda ben poco la produzione dell’azienda contadina e quindi, in generale, non può avere come conseguenza la trasformazione dei contadini nello spirito del collettivismo e il superamento delle classi, l’alleanza sulla base dei prodotti metallurgi riguarda, al contrario, soprattutto la produzione dell’azienda contadina, la sua meccanizzazione, la sua collettivizzazione, e proprio per questo deve aver come conseguenza la graduale trasformazione dei contadini, la graduale abolizione delle classi, compresa anche la classe dei contadini.

Come si può trasformare e rimodellare il contadino, la sua mentalità, la sua produzione nello spirito di un avvicinamento alla mentalità della classe operaia, nello spirito del principio della produzione socialista? Che cosa è necessario?

E’ necessario soprattutto una vasta agitazione fra le masse contadine nello spirito del collettivismo.

In secondo luogo è necessario sviluppare il sistema cooperativo e abbracciare in misura crescente milioni di aziende contadine mediante le nostre organizzazioni cooperativistiche di compravendita. Non ci può essere dubbio che senza l’ampio sviluppo delle nostre cooperative non potremmo registrare quella svolta fra i contadini a favore del movimento per l’economia collettiva che osserviamo oggi; perché lo sviluppo delle cooperative di compravendita costituisce nelle nostre condizioni la preparazione del passaggio dei contadini al collettivismo.

Ma tutto questo è ben lontano dall’essere sufficiente per la trasformazione dei contadini. La forza principale per la trasformazione del contadino nello spirito del socialismo è la nuova tecnica agricola, la meccanizzazione dell’agricoltura, il lavoro collettivo del contadino, l’elettrificazione del nostro paese.
Ci si riferisce a questo punto a Lenin e si cita il noto brano dalle opere di Lenin sull’alleanza con l’azienda contadina. Ma prendere Lenin solo in una parte, senza volerlo prendere nel complesso — significa deformare Lenin. Lenin capiva perfettamente che l’alleanza con i contadini sul piano dei prodotti tessili è una cosa molto importante. Ma non si fermò lì, perché insistette al tempo stesso che l’alleanza con i contadini venisse stabilita anche sul piano dei prodotti metallurgici, sul piano dell’approvvigionamento dei contadini con macchinari, sul piano dell’elettrificazione del paese, cioè su tutti i piani che promuovevano il rimodellamento e la trasformazione dell’azienda contadina nello spirito del collettivismo.
Ascoltate ad esempio la seguente citazione di Lenin:

«Il rimodellamento del piccolo contadino, la trasformazione di tutta la sua mentalità e delle sue abitudini è un compito che richiede generazioni. Solo la base materiale, la tecnica, l’impiego in massa di trattori e macchinari nell’agricoltura, l’elettrificazione estesa possono risolvere questa questione per quanto riguarda il contadino piccolo, possono per così dire guarire tutta la sua mentalità. Questo trasformerebbe il contadino piccolo radicalmente e con grande velocità» (4a edizione, vol. 32, p. 194, russo).

E’ chiaro: l’alleanza fra classe operaia e contadini non può essere solida e duratura, l’unione non può essere solida e duratura e non può raggiungere il suo obiettivo il graduale rimodellamento del contadino, il suo avvicinamento alla classe operaia, il suo avvio sulla strada del. collettivismo — se l’alleanza sulla base dei prodotti tessili non viene completata dall’alleanza sulla base dei prodotti metallurgici.

Così intese Lenin l’alleanza.La terza questione riguarda la Nuova Politica Economica (NEP) e la lotta di classe nelle condizioni della NEP.
Bisogna innanzitutto tener presente che il nostro Partito ha spiegato i principi della NEP non soltanto dopo il comunismo di guerra, come talvolta sostengono alcuni compagni, ma prima, già all’inizio del 1918, quando abbiamo avuto per la prima volta la possibilità di cominciare con 1 edificazione della nuova economia socialista. Potrei riferirmi al noto opuscolo «I compiti immediati. del potere sovietico», che fu pubblicato all’inizio dei 1918 e dove sono spiegati i principi della NEP. Quando il Partito, dopo la fine dell’intervento ha introdotto la NEP, l’ha chiamata Nuova Politica Economica, perché questa politica era stata interrotta dall’intervento e noi abbiamo avuto la possibilità di applicarla solo dopo l’intervento, dopo il comunismo di guerra, rispetto al quale la NEP fu veramente una nuova politica economica. Per confermare ciò, ritengo necessario riferirmi alla nota risoluzione approvata al IX Congresso dei Soviet, e in cui è scritto, nero su bianco che i principi della Nuova Politica. Economica sono stati spiegati già prima del comunismo di guerra. In questa risoluzione Sui risultati provvisori della Nuova Politica Economica» si dice:

«La cosiddetta Nuova Politica Economica, i cui principi fondamentali sono stati fissati in modo preciso già durante il primo momento di respiro nella primavera del 1918 (*), si basa sulla considerazione rigorosa delle forze economiche della Russia sovietica. La realizzazione di questa politica, interrotta dall’attacco combinato delle forze controrivoluzionarie dei latifondisti e dei borghesi russi e dell’imperialismo europeo contro lo Stato degli operai e dei contadini, è diventata possibile, all’inizio del 1921, soltanto dopo la liquidazione militare degli attacchi della controrivoluzione ». (Cfr. Le «Decisioni del IX Congresso dei Soviet di tutta la Russia», p. 16) (41).

Vedete quindi, che hanno torto alcuni compagni quando sostengono che il Partito avrebbe riconosciuto solo dopo il comunismo di guerra la necessità dell’edificazione del socialismo nelle condizioni del mercato e dell’economia monetaria, cioè, nelle condizioni della Nuova Politica Economica.
Ma cosa ne segue?

Ne segue soprattutto che non si può vedere la NEP esclusivamente come ritirata. Ne segue inoltre che la NEP presuppone l’offensiva vittoriosa e sistematica del socialismo contro gli elementi capitalistici della nostra economia. L’opposizione rappresentata da Trotzki, crede che dopo l’introduzione della NEP ci rimanga solo una cosa: indietreggiare passo per passo, come indietreggiammo all’inizio della NEP, allargare» la NEP e abbandonare le nostre posizioni. Su questa errata concezione della NEP si basa anche l’affermazione di Trotzki, secondo cui il Partito, ammettendo nelle campagne l’affitto della terra e il lavoro salariato, avrebbe, a suo dire, allargato» la NEP, e si sarebbe allontanata dalla posizione di Lenin. Forse è interessante ascoltare le parole di Trotzki:

«Che cosa significano gli ultimi provvedimenti del potere sovietico nelle campagne — l’autorizzazione dell’affitto della terra, l’assunzione di forza lavoro — tutto quello che chiamiamo allargamento della NEP nelle campagne… Era possibile non allargare la NEP nelle campagne? No, perché in questo caso l’azienda contadina si atrofizzerebbe, perché si sarebbe ristretto il mercato e frenata l’industria» (Trotzki, “Otto anni”, pp. 16-17).

Vedete, a che punto si può arrivare, se ci si ficca in testa l’idea sbagliata che la NEP sia una ritirata e soltanto una ritirata.
Si può sostenere che il Partito abbia «allargato» la NEP per il fatto che ha ammesso nella campagna il lavoro salariato e l’affitto della terra, che abbia «deviato» da Lenin, ecc.? Naturalmente no! Gente che afferma una tale assurdità non ha niente in comune con Lenin e il leninismo.
Potrei basarmi qui sulla nota lettera di Lenin ad Ossinski del 1° aprile 1922, dove egli parla apertamente della necessità di far uso nelle campagne del lavoro salariato e dell’affitto della terra. Questo alla fine dell’XI Congresso, quando dai delegati fu discussa a fondo la questione del lavoro nelle campagne, la questione della NEP e delle sue conseguenze.

Ecco una citazione da questa lettera che rappresenta un progetto di risoluzione per i delegati del Congresso:
«Per quel che riguarda le condizioni dell’uso del lavoro salariato nell’agricoltura e l’affitto della terra, il Congresso raccomanda a tutti i funzionari che lavorano in questo campo, di non ostacolare né una cosa né l’altra con formalità t superflue e di limitarsi ad applicare la risoluzione dell’ultimo Congresso dei soviet, e di studiare inoltre le misure pratiche con cui possono essere opportunamente limitati estremismi ed esagerazioni dannose nella

direzione sopra accennata». (Cfr. V. I. Lenin, “Opere”, 4a edizione, vol. 33, p. 293, russo).

Vedete come sono stupide e infondate le chiacchiere di un «allargamento» della NEP, di una «deviazione» da Lenin, a causa dell’ammissione dell’affitto della terra e del lavoro salariato nelle campagne ecc.Perché parlo di questo? Perché la gente che chiacchiera di un «allargamento della NEP cerca con queste chiacchiere una giustificazione per il suo indietreggiamento dinanzi agli elementi capitalistici delle campagne.
Perché all’interno del Partito e attorno al Partito si è fatta viva certa gente, che vede in un «allargamento» della NEP «la salvezza» dell’alleanza degli operai e dei contadini, in considerazione dell’abolizione delle misure straordinarie, che pretende la rinuncia alle restrizioni per i kulak, che pretende di lasciare mano libera agli elementi capitalistici nelle campagne… nell’interesse dell’alleanza.

Perché bisogna premunire il Partito con tutte le forze e con tutti i mezzi contro tali sentimenti antiproletari.

Per non andare troppo lontano, rimando alla nota di un compagno, di un collaboratore della «Bednota» (42), di Ossip Tschernov, che esige su questo giornale tutta una serie di agevolazioni per i kulak, le quali non significano altro che un reale e scoperto «allargamento» della NEP. Non so se è comunista oppure senza partito. E questo compagno, Ossip Tschernov, che è a favore del potere sovietico e dell’alleanza fra operai e contadini, si è talmente smarrito nella questione dei contadini, che riesce difficile distinguerlo da un ideologo della borghesia rurale. In che cosa vede le cause delle nostre difficoltà sul fronte del grano? «La prima causa», dice, «è senza dubbio il sistema dell’imposta progressiva sul reddito… La seconda causa sono le modifiche giuridiche delle norme elettorali, la mancanza di chiarezza nelle norme su chi deve essere considerato un kulak».
Cosa bisogna fare per eliminare le difficoltà? «E’ necessario innanzitutto», dice, «abolire il sistema oggi esistente dell’imposta progressiva sui reddito e sostituirlo con un sistema di tassazione a secondo della terra, tassare lievemente gli animali da tiro e i grandi macchinari agricoli… La seconda misura, non meno importante, deve consistere nella revisione delle norme elettorali, dando prova di maggiore generosità nella fissazione delle caratteristiche che indicano dove comincia l’azienda kulak, l’azienda sfruttatrice».

Ecco, l’ «allargamento» della NEP. Come vedete, la semina di Trotzki non è rimasta senza frutti. La concezione sbagliata della NEP produce le chiacchiere sull’ «allargamento» della NEP, le chiacchiere sull’ «l’allargamento» della NEP provocano tutt’una serie di voci, articoli, lettere e proposte con la pretesa di lasciare libertà al kulak, di. liberarlo dalle restrizioni e di dargli la possibilità di arricchirsi indisturbatamente.
A questo riguardo vorrei sottolineare ancora un punto in relazione alla questione della NEP e della lotta di classe nelle condizioni della NEP. Mi riferisco alla dichiarazione di uno dei compagni secondo cui la lotta di classe nelle condizioni della NEP, in connessione con il rifornimento di grano avrebbe, a quanto pare, un significato del tutto secondario e secondo cui questa lotta di classe non avrebbe né potrebbe avere nessun serio significato in relazione alle nostre difficoltà per il rifornimento di grano.

Devo dire, compagni, che non posso assolutamente esser d’accordo con questa dichiarazione. Penso che nel nostro paese, nelle condizioni della dittatura del proletariato non c’è e non ci può essere nessun avvenimento politico o economico che non rispecchi l’esistenza della lotta di classe nella città o nelle campagne. La NEP abolisce forse la dittatura del proletariato? Naturalmente no! Al contrario, la NEP è un’espressione specifica ed uno strumento della dittatura del proletariato. Ma la dittatura del proletariato non è forse la continuazione della lotta di classe? (Voci: «Come»). Come si può dunque sostenere che la lotta di classe avrebbe un ruolo trascurabile in avvenimenti politici ed economici così importanti come la ribellione dei kulak contro la politica sovietica durante il rifornimento di grano, o come le contromisure e l’offensiva del potere sovietico contro i kulak e gli , speculatori in questa occasione?

Non è forse vero che durante la crisi del rifornimento di grano abbiamo dovuto registrare per la prima volta nelle condizioni della NEP una ribellione seria degli elementi capitalistici delle campagne contro la politica sovietica?

Forse che nelle campagne non ci sono classi e lotta di classe?

Non è forse esatto che, nelle condizioni attuali, la parola d’ordine fondamentale del nostro lavoro nelle campagne è la parola d’ordine di Lenin: appoggiarsi ai contadini poveri, allearsi con i contadini medi e lottare contro i kulak? Ma cos’è questa parola d’ordine se non un’espressione della lotta di classe nelle campagne?

Naturalmente non bisogna considerare la nostra politica una politica di aizzamento della lotta di classe. Perché? Perché l’aizzamento della lotta di classe porta alla guerra civile. Perché, subito dopo che siamo giunti al potere e abbiamo consolidato questo potere e concentrato i posti di comando nelle mani della classe operaia, non siamo interessati a trasformare la lotta di classe in guerra civile. Ma questo non vuol dire affatto che la lotta di classe sia con ciò annullata o che non potrà acutizzarsi. Ancora meno vuol dire, che la lotta di classe non sia la forza decisiva del nostro sviluppo. No, non. vuoi dire questo.

Spesso diciamo che sviluppiamo forme di economia socialista nel settore del commercio. Ma cosa significa? Significa che con ciò cacciamo migliaia e migliaia di commercianti piccoli e medi dal commercio. Si può pretendere che questi commercianti cacciati dalla sfera del commercio stiano zitti e che non cercheranno di organizzare l’opposizione? E chiaro che non Si può.

Diciamo spesso che sviluppiamo forme di economia socialista nei settore dell’industria. Ma cosa significa? Significa che, forse senza accorgerci, cacciamo e roviniamo migliaia e migliaia di imprenditori capitalistici piccoli e medi nel corso della nostra avanzata verso il socialismo. Si può pretendere che questa gente rovinata stia zitta e che non cercherà di organizzare l’opposizione? Naturalmente non si può.
Diciamo spesso che bisogna restringere le voglie sfruttatrici dei kulak nelle campagne, che bisogna colpire con tasse elevate i kulak, limitare il diritto di affitto, che non si deve concedere ai kulak il diritto di essere eletto nei soviet ecc. ecc. Ma cosa significa ciò? Significa che esercitiamo una pressione sugli elementi capitalistici delle campagne e li limitiamo progressivamente, che qualche volta li mandiamo in rovina. Si può pretendere che i kulak ce ne saranno grati, che non cercheranno di organizzare una parte dei contadini poveri o dei contadini medi contro la politica del potere sovietico Naturalmente non si può pretendere questo.

Non è chiaro che tutta la nostra avanzata, ogni successo in qualche modo significativo nel campo dell’edificazione socialista, è espressione della lotta di classe nel nostro paese?

Da tutto ciò risulta che, nella misura in cui andiamo avanti, crescerà l’opposizione degli elementi capitalistici e si acutizzerà la lotta di classe; ma il potere sovietico, le cui forze cresceranno sempre di più, porterà avanti una politica di isolamento di questi elementi, una politica di disgregazione dei nemici della classe operaia, e, infine, una politica di repressione dell’opposizione degli sfruttatori e getterà così le fondamenta per l’ulteriore avanzata della classe operaia e delle masse principali dei contadini.

Perciò non ci si può immaginare che, mentre vengono sviluppate le forme socialiste e respinti i nemici della classe operaia, questi stessi nemici retrocedano silenziosamente e rendano libera la strada per la nostra avanzata non ci si può immaginare che, mentre noi avanzeremo ulteriormente, essi invece retrocederanno ulteriormente, fino a che «inaspettatamente» tutti i gruppi sociali, senza eccezione, sia i kulak che i contadini poveri, sia gli operai che i capitalisti, «improvvisamente» e «inavvertitamente», senza lotta e senza scosse, siano giunti nel seno della società socialista. Tali favole non esistono e non devono esistere, soprattutto sotto le condizioni della dittatura del proletariato.

Non è mai stato e non sarà mai che le classi sopravissute abbandonino volontariamente le loro posizioni, senza cercare di organizzare la resistenza. Non è mai stato e non sarà mai nella società divisa in classi che l’avanzata della classe operaia verso il socialismo possa procedere senza lotte e senza scosse. Al contrario, l’avanzata al socialismo produce necessariamente la resistenza degli elementi sfruttatori contro questa avanzata, e la resistenza degli sfruttatori conduce necessariamente ad un’acutizzazione della lotta di classe. Per questo non è lecito addormentare la classe operaia con le chiacchiere di un ruolo secondario della lotta di classe. La quarta questione riguarda il problema delle misure straordinarie contro i kulak e gli speculatori.

Le misure straordinarie non devono essere considerate qualcosa di assoluto e fissato una volta per sempre. Misure straordinarie sono necessarie e utili in certe occasioni straordinarie, quando, per procurarci un margine di manovra, non possiamo ricorrere ad altre misure. Misure straordinarie non sono necessarie, ma dannose in altre circostanze, quando possiamo adottare altre misure più elastiche per avere un margine di manovra sul mercato. Hanno torto coloro che credono che misure straordinarie siano inopportune in qualsiasi condizione. Contro tale gente bisogna condurre una lotta sistematica. Hanno torto però anche coloro che credono, che misure straordinarie siano sempre necessarie e utili. Anche contro tale gente bisogna condurre una lotta. Fu un errore applicare misure straordinarie nelle condizioni della crisi del rifornimento di grano Tutti riconoscono oggi, che non fu un errore e che, al contrario, le misure straordinarie hanno salvato il nostro paese da ,una crisi di tutta l’economia. Che cosa ci costringeva ad applicare queste misure? Il deficit di 128 milioni di pud di grano nel gennaio di quest’anno, che abbiamo dovuto colmare prima che le strade fossero diventate difficilmente percorribili a causa del disgelo, e la necessità di assicurare nello stesso tempo un ritmo normale del rifornimento di grano.

Potevamo rinunciare all’applicazione di misure straordinarie in una situazione in cui non avevamo quella riserva di grano, diciamo di 100 milioni di pud, che sarebbe stata necessaria per aspettare e per intervenire sul mercato nel senso di una riduzione del prezzo del grano, in una situazione in cui non avevamo riserve di valuta a sufficienza, necessarie per importare grandi quantità di grano dall’estero? E’ chiaro che non potevamo rinunciarci. Ma cosa sarebbe successo se non avessimo colmato questo deficit? Avremmo adesso una, crisi veramente seria di tutta l’economia, fame nelle città, farne nell’esercito. Se avessimo avuto una riserva di grano di 100 milioni di pud per aspettare e per poter poi piegare il kulak con un intervento sul mercato allo scopo di ridurre i prezzi dei grano, allora, naturalmente, non avremmo fatto ricorso a misure straordinarie. Ma sapete che non avevamo una tale riserva. Se allora avessimo avuto una riserva di valuta di 100-150 milioni di rubli, per importare grano dall’estero, non avremmo fatto ricorso a misure straordinarie. Ma voi sapete che non avevamo questa riserva.

Significa che anche in seguito dobbiamo rimanere senza riserve e fare ricorso a misure straordinarie? No, non significa ciò. Al contrario, dobbiamo prendere tutte le misure a nostra portata, per accumulare riserve e per far sì che non sussista nessuna necessità di applicare misure straordinarie di qualunque tipo esse siano. Gente che vuole fare delle misure straordinarie una linea permanente e duratura del nostro Partito, è pericolosa perché gioca coi fuoco e mette in pericolo l’alleanza. Ne deriva adora che dobbiamo rinunciare una volta per sempre all’applicazione di misure straordinarie? Assolutamente no. Non abbiamo alcun motivo di affermare che prima o dopo non possano subentrare di nuovo situazioni straordinarie, che richiedano l’applicazione di misure straordinarie. Un’affermazione simile sarebbe una vuota chiacchiera.

Lenin, che fondò la NEP, ritenne tuttavia impossibile, persino nelle condizioni della NEP, rinunciare ai metodi dei comitati dei contadini poveri in certe condizioni e in certe circostanze. Tanto meno possiamo rinunciare una volta per sempre all’applicazione di misure straordinarie che certo, non possono essere messe sullo stesso piano con misure così dure, della lotta contro i kulak, come sono i metodi dei comitati dei contadini poveri.
Forse non è superfluo ricordare un episodio con Preobashenski al’ XI Congresso del nostro Partito, che è direttamente connesso a ciò. E’ noto che Preobashenski all’XI Congresso, nelle sue tesi sul lavoro nelle campagne, tentò di respingere «una volta per sempre» nelle condizioni della. NEP la politica dell’applicazione dei metodi dei comitati dei contadini poveri nella lotta contro i kulak. Preobashenski scriveva nelle sue tesi: «Una politica di ripudio di questo strato (dei kulak e dei contadini benestanti) e la sua grossolana repressione extra-economica coi metodi dei comitati dei contadini poveri dell’anno 1918, sarebbe un errore estremamente dannoso» (2). E’ noto che Lenin così rispose:

«La seconda frase del secondo paragrafo (contro i metodi dei comitati dei contadini poveri) è dannosa e sbagliata, perché una guerra, ad es. può costringere all’applicazione dei metodi dei comitati dei contadini poveri. Bisogna esprimere il concetto in tutt’un altro modo, ad esempio così: tenuto conto dell’estrema importanza che ha l’elevamento dell’agricoltura e l’aumento dei suoi prodotti, la politica del proletariato nei confronti dei kulak e dei contadini benestanti dev’essere indirizzato nel momento attuale (*) soprattutto alla limitazione delle loro tendenze sfruttatrici. In che modo il nostro Stato può e deve limitare queste tendenze e proteggere i contadini poveri: ecco il punto cruciale. E’ questo che bisogna studiare e studiare necessariamente nella pratica, frasi generiche sono invece senza senso» (Cfr. W. I. Lenin, «Opere», 4a edizione, vol. 33, p. 293, russo).

E’ evidente che bisogna prendere in considerazione le misure straordinarie in modo dialettico, perché tutto dipende dalle condizioni di tempo e di luogo.

Così stanno le cose, compagni, per quanto riguarda le questioni di carattere generale, emerse nel corso della discussione.
Permettetemi ora di passare al problema del grano e alla questione sui fondamenti delle nostre difficoltà sul fronte del grano.
Penso che una serie di compagni ha commesso un errore a questo riguardo, ha confuso le cause eterogenee delle nostre difficoltà sul fronte del grano, ha scambiato cause (specifiche) con effetto temporaneo e condizionate dalla situazione economica, con cause fondamentali, con effetto a lunga scadenza. Ci sono due tipi di cause per le difficoltà col grano: cause fondamentali, con effetto a lunga scadenza, per la cui eliminazione è necessario tutt’una serie di anni, e cause specifiche, condizionate dalla situazione economica, che si possono eliminare subito, se si prende e si applica un certo numero di misure necessarie. Mettere sullo stesso piano queste cause significa confondere l’intera questione.
In che cosa consiste il senso fondamentale e il significato fondamentale delle nostre difficoltà sul fronte del grano? Nel fatto che sollevano davanti a noi in tutta la sua ampiezza il problema del grano, il problema della produzione di grano per il pane, il problema dell’agricoltura in generale e il problema della produzione di grano in particolare.

C’è da noi veramente un problema del grano come questione attuale? Sì, senz’altro. Solo ciechi possono dubitare che il problema dei grano penetra adesso in tutti i pori dell’organismo sociale sovietico. Non possiamo vivere come zingari — senza riserve di grano, senza certe riserve per il caso di un cattivo raccolto, senza riserve per eventuali manovre sul mercato, senza riserve per il caso di una guerra, infine, senza certe riserve per l’esportazione. Persino un piccolo contadino, misera che sia la sua azienda, non può fare a meno di scorte, di un po di provviste. Non è forse evidente che un grande Stato che abbraccia un sesto della terra non può fare a meno di riserve di grano per il fabbisogno interno e per l’esportazione?
Mettiamo il caso che la semina invernale nella Ucraina non fosse andata distrutta e che avessimo concluso «così e così» l’anno del rifornimento di grano — si può allora affermare che sarebbe stato sufficiente per noi? No, non si può. Non possiamo vivere ulteriormente «così e così». Dobbiamo aver a disposizione un minimo di riserve se vogliamo mantenere le posizioni del potere sovietico, tanto all’interno che allo esterno.
In primo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro un’aggressione militare. Pensate forse che si possa difendere il paese, senza aver nessuna scorta di grano per l’esercito ? I compagni che hanno parlato prima di me, avevano completamente ragione quando hanno detto che il contadino di oggi non è più quello di sei anni fa, quando temeva di dover cedere la terra ai latifondisti. Già il contadino sta dimenticando il latifondista. Adesso rivendica nuove e migliori condizioni di vita. Possiamo, nel caso di un’aggressione dei nemici, fare la guerra sia contro il nemico esterno sul fronte che contro i contadini nella retrovia, per procurarci al più presto possibile grano per l’esercito? No, non possiamo e non dobbiamo, Per difendere il paese, dobbiamo avere certe scorte per l’approvvigionamento dell’esercito, almeno per i primi sei mesi. A che cosa serve questo periodo di respiro di sei mesi? A dare al contadino l’occasione di riflettere, di rendersi conto del pericolo della guerra, di orientarsi negli avvenimenti e di tendere tutte le sue forze per la causa comune della difesa del paese. Se ci accontentassimo di andare avanti «così e così» non avremo mai riserve di qualche genere per il caso di una guerra.

In secondo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro complicazioni sul mercato del grano. Abbiamo assolutamente bisogno di una certa riserva per poter intervenire sul mercato del grano, per poter portare avanti la nostra politica dei prezzi. Perché non possiamo ricorrere ogni volta a misure straordinarie. Ma non avremo mai tali riserve se ci aggiriamo ogni volta sull’orlo dell’abisso e se ci accontentiamo del fatto dì aver la possibilità di concludere «così e così» l’anno del rifornimento. In terzo luogo non abbiamo nessuna garanzia contro un cattivo raccolto. Abbiamo assolutamente bisogno di una certa riserva di grano, per rifornire nel caso di cattivo raccolto le regioni affamate, almeno in una certa misura, almeno Per un certo periodo. Ma non avremo una tale riserva se non aumentiamo la produzione di grano Per mercato e se non ci liberiamo una volta per sempre e in moccio deciso dalla vecchia abitudine di vivere senza riserve.

Infine, abbiamo assolutamente bisogno di una riserva per l’esportazione di grano. Dobbiamo importare attrezzature per l’industria. Dobbiamo importare macchine agricole, trattori e i necessari pezzi di ricambio. Ma tutto questo non è possibile, se non esportiamo grano, se non accumuliamo certe riserve di valuta mediante l’esportazione di grano. Nell’ante-guerra esportavamo ogni anno 500-600 milioni di pud di grano. Potevamo esportare tanto, perché noi stessi non mangiavamo a sazietà. Questo è vero. Però bisogna tener presente che tuttavia qui, nell’ante-guerra, c’era il doppio di grano per il mercato di adesso. E proprio perché adesso abbiamo solo la metà di grano per il mercato, proprio per questo fatto adesso viene a mancare il grano per l’esportazione. Ma, cosa significa la mancanza di grano per l’esportazione? Significa la perdita della fonte, col cui aiuto sono stati e devono essere importati attrezzature per l’industria, trattori e macchine per l’agricoltura. Si può continuare a vivere così, senza accumulare riserve di grano per l’esportazione? No, non si può. Vedete come è insicuro e fragile lo stato delle nostre riserve di grano.

Per non parlare del fatto che, non solo non abbiamo riserve di grano per questi quattro compiti, ma che ci manca anche quel minimo di riserve, necessarie per passare senza difficoltà da un anno di rifornimento all’altro e per poter rifornire regolarmente le città in mesi così difficili come giugno-luglio.
Si può negare, dopo tutto questo, la gravità del problema del grano e il carattere serio delle nostre difficoltà sui fronte del grano?
In connessione con le difficoltà col grano sono sorte, però, anche difficoltà di carattere politico. Ciò non bisogna in nessun caso dimenticare, compagni. Penso qui al malcontento di una certa parte dei contadini, di una certa parte dei contadini poveri e anche medi, che si poteva notare e che significa un certo pericolo per l’alleanza.

Naturalmente sarebbe del tutto sbagliato dire, che avremmo già una frattura, come sostiene Frumkin nella sua lettera. Questo non è vero, compagni. Una frattura è una cosa seria. Frattura è l’inizio della guerra civile, se non proprio la guerra civile. Non bisogna incutere a se stesso paura con parole «terribili». Non bisogna farsi prendere dal panico. Non è degno di un bolscevico, Frattura — significa la rottura fra contadini e potere sovietico. Ma se il contadino avesse veramente rotto col potere sovietico, che è l’acquirente principale del suo grano, non allargherebbe le superfici coltivate. invece vediamo che il campo per la semina estiva è stata allargato quest’anno senza eccezione in tutte le regioni di coltivazioni di grano. Sarebbe questa la frattura? Si può definire una tale situazione «mancanza di prospettive» dei contadini, come fa ad es. Frumkin? Sarebbe questa la «mancanza di prospettiva»?

In che cosa consiste il fondamento delle nostre difficoltà col grano, quando si parla delle cause fondamentali e di lunga durata e non di quelle temporanee, condizionate dalla situazione economica?

Il fondamento delle nostre difficoltà col grano consiste nel crescente sbriciolamento e dispersione dell’agricoltura. E un fatto che l’agricoltura, e in particolare la cerealicoltura si frantuma in aziende sempre più Piccole, che diventa sempre meno redditizia e che cala sempre di più la parte della sua Produzione destinata al mercato. Se prima della rivoluzione avevamo circa 15-16 milioni di aziende contadine, ne abbiamo adesso 24-25 milioni, coll’aggiunta che il processo di sbriciolamento ha la tendenza ad accentuarsi.

E’ vero che le superfici coltivate che abbiamo adesso, sono poco inferiori all’estensione delle superfici coltivate dell’ante-guerra, è vero che la produzione lorda di grano è tutto sommato solo di circa il 5 % inferiore all’ante-guerra. La sfortuna. però è che, nonostante tutto, la produzione di grano per il mercato ammonta da noi solo alla metà, cioè circa al 50 % della produzione dell’ante-guerra. Questo è il nocciolo della questione.
Di che cosa si tratta? Si tratta appunto del fatto che l’azienda piccola è meno redditizia, che fornisce meno merci, che è meno stabile della grande azienda. La nota tesi del marxismo che la piccola azienda è meno vantaggiosa della grande azienda, conserva piena validità anche nell’agricoltura. Perciò la piccola azienda contadina fornisce da un’identica superficie molto meno grano per il mercato della grande azienda.Qual è la via d’uscita da questa situazione?Abbiamo tre vie d’uscita, com’è detto nella risoluzione dell’Ufficio Politico.

1) La via d’uscita sta nell’incrementare la produttività della piccola e media azienda contadina, nel sostituire alla zappa l’aratro, nel consegnare piccoli e medi macchinari a queste aziende, nel consegnare concime chimico, nel rifornirle di sementi, nell’aiutarle dal punto di vista agronomico, nell’unire i contadini in cooperative, nello stipulare contratti con interi villaggi, mettergli a disposizione le migliori sementi sotto forma di prestito, per garantire così un credito collettivo ai contadini e, infine, bisogna prestargli grandi macchinari attraverso parchi macchine.

Hanno torto i compagni che affermano che la piccola azienda contadina avrebbe esaurito le possibilità di un ulteriore sviluppo e quindi non varrebbe la pena di aiutarla ulteriormente. Ciò è completamente sbagliato. L’azienda contadina individuale ha non poche ulteriori possibilità di sviluppo. Solo che bisogna capire come aiutarla per realizzare queste possibilità.

Ha torto anche la «Krasnaja Gaseta» (43), quando sostiene che non avrebbe dato buoni risultati la politica di riunire le singole aziende contadine individuali in cooperative di compra-vendita. Ciò è del tutto sbagliato, compagni. Al contrario, la politica della riunione in cooperative di compra-vendita ha dato risultati molto buoni, ha creato una base reale per una svolta fra i contadini a favore del movimento per i colcos. Senza dubbio, senza Io sviluppo delle cooperative di compravendita non avremmo nella mentalità dei contadini quella svolta nei confronti dei colcos, che possiamo notare adesso, e che ci aiuta a promuovere ulteriormente la edificazione dei colcos.

2) La via d’uscita consiste inoltre nell’aiutare i contadini poveri e medi ad unire gradualmente, sulla base della tecnica moderna e del lavoro collettivo, le loro piccole aziende disperse in grandi aziende collettive, che sono più vantaggiose e che forniscono più merci. Intendo tutte le forme di riunione delle piccole aziende in grandi aziende collettive, dalle semplici comunità fino agli «artel», che sono incomparabilmente più produttive e forniscono incomparabilmente più merci, che non le piccole aziende contadine disperse.

Questo è il fondamento per la soluzione del problema.

Hanno torto i compagni che, mentre spezzano una lancia in favore dei colcos, ci accusano di «riabilitare» la piccola azienda contadina. Evidentemente credono che si debba combattere e distruggere l’azienda contadina individuale, non invece aiutarla e portarla dalla nostra parte. Questo è completamente sbagliato, compagni. L’azienda contadina individuale non ha per niente bisogno di una «riabilitazione». E’ poco redditizia, quest’è vero. Ma ciò non vuoi dire che sia del tutto svantaggiosa Faremmo fallire l’alleanza se pensassimo di combattere e distruggere l’azienda contadina individuale, se ci allontanassimo dalla posizione leninista della promozione e del sostegno quotidiano delle aziende contadine individuali da parte dei colcos.
Ancora più hanno torto coloro che, mentre esaltano i colcos, dichiarano che l’azienda contadina individuale sarebbe la nostra «maledizione». Ciò puzza addirittura di guerra contro l’azienda contadina. Come possono giungere a questo? Se l’azienda contadina è una «maledizione», come bisogna allora spiegare l’alleanza della classe operaia con le masse contadine? Alleanza della classe operaia con una «maledizione» esistono al mondo assurdità del genere? Come si può dire una cosa simile, quando nello stesso momento si predica l’alleanza? Ci si richiama alle parole di Lenin, secondo cui dobbiamo a poco a poco puntare sul cavallo d’acciaio dell’industria invece che sul ronzino del contadino. Questo va molto bene. Ma si può passare così da un cavallo ad un altro? Chiamare «maledizione» l’azienda contadina, senza aver prima creato una larga e potente base sotto forma di una rete molto ramificata di colcos — non significa rimanere senza cavallo, senza base? (Voci: «Giusto, molto giusto»), L’errore di questi compagni consiste nel contrapporre i colcos alle aziende contadine individuali. Noi invece vogliamo che queste due forme d’azienda non vengano contrapposte, ma che si uniscano, che in questa unione il colcos appoggi il contadino individuale e lo aiuti a mettersi a poco a poco sulla via del collettivismo. Sì, vogliamo che i contadini non considerino il colcos come loro nemico, ma come loro amico che li aiuterà a liberarsi dalla povertà (Voci: «E’ vero»). Se questo è vero, allora non si deve parlare di una riabilitazione» dell’azienda contadina individuale o della maledizione» che essa sarebbe per noi. Si dovrebbe dire che la piccola azienda contadina nei confronti dei grande colcos è meno vantaggiosa o persino di utilità minima, ma che, nonostante ciò ha una certa non indifferente utilità. Secondo loro, invece, risulta che la piccola azienda contadina è del tutto svantaggiosa e persino dannosa.

Lenin aveva un’altra concezione della piccola azienda contadina. Ascoltate, cosa diceva nel suo discorso- «Sull’imposta in natura»:
«Se l’azienda contadina può svilupparsi ulteriormente, bisogna assicurare anche l’ulteriore passaggio su una base solida, ma l’ulteriore passaggio consiste inevitabilmente nel fatto che la piccola azienda contadina dispersa, la meno vantaggiosa e la più arretrata, si organizza attraverso una graduale unione in grande azienda agricola sociale. Così, da sempre, si sono rappresentata la cosa i socialisti. E appunto questa è anche la concezione del Partito Comunista» (4a edizione, vol. 32, p. 264, russo).

 

Ne segue che l’azienda contadina individuale ha, nonostante tutto una certa utilità. Una cosa è quando la forma superiore d’azienda, la grande azienda, combatte e rovina quella inferiore, quando la distrugge. Così succede nei capitalismo. Ed una cosa del tutto diversa è quando la forma superiore d’azienda non rovina quella inferiore, ma la aiuta ad avanzare, a mettersi sulla via del collettivismo. Così succede nell’ordinamento sovietico. Ascoltate, cosa dice Lenin sulle relazioni reciproche fra le aziende collettive e le aziende contadine individuali:

« In modo particolare bisogna sforzarsi a far sì che la legge del governo sovietico (i colcos e sovcos, G. St.) la quale richiede dai sovcos, dalle comuni agricole e da tutte le comunità simili un appoggio immediato e generale ai contadini medi vicini, venga applicata veramente e in tutta la sua ampiezza. Solo sulla base di un tale aiuto reale è Possibile l’intesa con i contadini medi (*). Solo così si può e si deve guadagnare la loro fiducia». (4a edizione,vol. 29, p. 195, russo).

Ne segue che i colcos e sovcos devono aiutare le aziende contadine appunto come aziende individuali.

Infine una terza citazione di Lenin:

«Soltanto se riusciremo a dimostrare coi fatti ai contadini i vantaggi della lavorazione della terra in comune, collettiva, associata, nell’artel soltanto) se riusciremo ad aiutare i contadini per mezzo dell’azienda associata, dell’artel, soltanto allora la classe operaia, tenendo nelle sue mani il potere dello Stato, dimostrerà effettivamente ai contadini di aver ragione, attirerà veramente al suo fianco, in modo saldo ed effettivo, una massa di milioni emilioni di contadini» (Cfr. Lenin, «Opere scelte», II vol., p. 5 19).

Tale era l’importanza che Lenin attribuiva al significato del movimento dei colcos per la trasformazione socialista del nostro paese. E’ estremamente strano che alcuni compagni abbiano concentrato nei loro grandi discorsi tutta la loro attenzione sulla questione delle aziende contadine individuali, e non dicevano una parola, letteralmente neanche una parola, sullo sviluppo dei colcors, come compito attuale e decisivo del nostro Partito.
3) La via d’uscita consiste infine nel consolidare i vecchi sovcos e nel creare nuovi grandi sovcos, in quanto sono le unità economiche più redditizie, che forniscono la maggiore quantità di merci.

Questi sono i tre compiti fondamentali, il cui adempimento ci dà la possibilità di risolvere il problema del grano e di eliminare così la causa delle nostre difficoltà sul fronte del grano. La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che il primo compito, l’elevamento dell’azienda contadina individuale, che è ancora adesso il compito principale del nostro lavoro, non basta più ormai per risolvere il Problema del grano.
La caratteristica della situazione attuale sta nel fatto che il primo compito dev’essere praticamente completato con due nuovi compiti, lo sviluppo dei colcos e lo sviluppo dei sovcos.

Senza collegamento di questi compiti, senza lavoro tenace in tutte queste tre direzioni non si può risolvere il problema del grano, né nel senso del rifornimento del paese di grano per il mercato, né nel senso della trasformazione di tutta la nostra economia sulla base del socialismo.
Qual’era in proposito l’atteggiamento di Lenin? Abbiamo un noto documento che dimostra che la risoluzione dell’Ufficio Politico, raccomandata all’attenzione della sessione plenaria, coincide in tutto e per tutto col piano pratico per lo sviluppo dell’agricoltura,delineato da Lenin in questo documento. Penso alla «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa», scritta da Lenin. E’ stata pubblicata nel maggio 1921. I

n questo documento Lenin esamina tre gruppi di questioni pratiche : il primo gruppo riguarda questioni dello scambio di merci e dell’industria, il secondo gruppo questioni dell’elevamento dell’agricoltura, il terzo gruppo diversi consigli per l’economia (44) e consigli alle regioni per la regolamentazione dell’economia. Cosa viene detto in questo documento sull’agricoltura? Ecco una citazione dalla «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa»: «Secondo gruppo di questioni: elevamento dell’agricoltura; a) azienda contadina, b) sovcos, c) comuni, d) artel, e) comunità, f) altri tipi di economia collettiva», (Cfr. 4a edizione, vol. 32, p. 368, russo)

Vedete che le conclusioni pratiche della risoluzione dell’Ufficio Politico concordano in tutto e per tutto, per quanto riguarda la soluzione e del problema del grano e in generale del problema agricolo, col piano esposto da Lenin nel 1921 nella «Direttiva del consiglio per il lavoro e la difesa».
E’ molto interessante notare, con quale gioia, veramente giovanile, Lenin, questo gigante che spostava le montagne, accoglieva ogni piccola notizia sulla fondazione di uno o due colcos oppure sull’invio di trattori a questo o quel sovcos. Ecco ad es. uno stralcio dalla lettera «Alla società per aiuto tecnico della Russia Sovietica:

«Cari compagni! Sui nostri giornali sono apparse informazioni particolarmente piacevoli sul lavoro dei membri della vostra società nei sovcos del distretto di Kirsanov, del governatorato di Tambov e presso la stazione di Mitino nel governatorato di Odessa, nonché sul lavoro di un gruppo di minatori nel bacino del Donez… Proporrò alla presidenza del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia di riconoscere come aziende modello le aziende particolarmente avanzate e di darle tutto l’aiuto particolare e straordinario, necessario per un favorevole sviluppo del loro lavoro. Di nuovo vi esprimo, in nome della nostra repubblica, la mia profonda gratitudine e vi prego di tener presente, che il vostro aiuto per la coltivazione della terra con trattori è particolarmente attuale e importante per noi. Per me è un piacere particolare di potermi congratulare con voi in occasione dell’organizzazione di 200 comuni agricole, da voi progettate» (4a edizione, vol. 33, p. 344, russo) .

E qui ancora uno stralcio dalla lettera «Alla Società degli amici della Russia Sovietica» in America:

«Cari compagni! Ho controllato poco fa, sulla base di un’inchiesta particolare del Comitato esecutivo del governatorato di Perni le informazioni particolarmente piacevoli, apparse sui nostri giornali, sul lavoro che hanno svolto i membri della vostra società, con alla testa Harold Ware, assieme al reparto trattori del governatorato di Perni nel sovcos (*) “Toikino”… Proporrò presso la presidenza del C.E.C. di tutta la Russia, di riconoscere questo sovcos come azienda modello e di fornirle un aiuto particolare e straordinario sia per il lavoro di costruzione che per il rifornimento di benzina, metallo ed altri materiali, necessari per impiantare una officina di riparazione. Di nuovo, vi esprimo, in nome della nostra repubblica, la mia profonda gratitudine e vi prego di tener presente che nessun altro tipo di aiuto è così attuale e importante per noi come quello che voi ci fornite» (4a edizione, vol. 33, p. 343, russo). Vedete, con quale gioia Lenin accoglieva ogni pur minima notizia sullo sviluppo dei colcos e sovcos.
Possa questo essere di lezione per coloro che vogliono raggirare la storia e fare a meno dei colcos e sovcos nella edificazione vittoriosa del socialismo nel nostro paese.

Concludo, compagni. Penso che le difficoltà col grano non saranno senza utilità per noi. Ti nostro Partito ha imparato ed è andato avanti, superando difficoltà e crisi d’ogni sorta. Penso che le difficoltà attuali tempreranno le nostre file bolsceviche e le costringeranno a occuparsi energicamente della soluzione del problema del grano. Risolvere questo problema significa però, eliminare una delle maggiori difficoltà che ostacolano la trasformazione socialista del nostro paese.

(*) Il corsivo è mio (G. St.).

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III

SUL’ALLEANZA FRA OPERAI E CONTADINI E SUI SOVCOS

Dal discorso dell’ 11 luglio 1928

Alcuni compagni sono ritornati, nelle loro argomentazioni sui sovcos, alla discussione di ieri sulla questione del rifornimento di grano. Ebbene, ritorniamo alla discussione di ieri. Su cosa verteva ieri la nostra discussione? Soprattutto sulle «forbic» fra città e campagna. Si parlava del fatto che ancora il contadino paga un sovrapiù per i prodotti industriali, e che è pagato meno per prodotti agricoli. Si diceva che questa differenza di prezzo rappresenta una sovra-tassa per i contadini, una sorta di «tributo», una tassazione supplementare a favore dell’industrializzazione, una tassa che dobbiamo assolutamente eliminare, ma che non possiamo eliminare subito, adesso, se non vogliamo minare la nostra industria e se non vogliamo mettere in pericolo il ritmo fissato di sviluppo della nostra industria, che lavora per tutto il paese, e che conduce la nostra economia verso il socialismo. A qualcuno ciò non è piaciuto. Questi compagni hanno evidentemente paura di riconoscere la verità. E’ questione di gusto. Qualcuno crede che non sia il caso di dire tutta la verità nella sessione plenaria del CC. Io, invece, penso che è nostro dovere dire tutta la verità nella sessione plenaria del CC del nostro Partito. Non bisogna dimenticare che la sessione plenaria del CC non può essere considerata un incontro di massa. Naturalmente, le parole «sovra-tassa», «tassa supplementare» sono parole spiacevoli che danno ai nervi. Ma, in primo luogo, non si tratta di parole. In secondo luogo, queste parole corrispondono perfettamente alla realtà. In terzo luogo, queste parole spiacevoli devono, appunto, dare ai nervi e indurre i bolscevichi a mettersi al lavoro con tutta serietà, per eliminare questa «sovra-tassa», per eliminare le «forbici».

Ma come si possono eliminare queste cose spiacevoli Attraverso la razionalizzazione sistematica della nostra industria e l’abbassamento dei Prezzi per prodotti industriali. Attraverso il miglioramento sistematico della tecnica e l’incremento della produttività dell’agricoltura e attraverso la graduale diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli. Attraverso la razionalizzazione sistematica dei nostri apparati di commercio e di rifornimento. Ecc. ecc.
Tutto ciò non si può raggiungere, naturalmente, in uno o due anni. Ma dobbiamo assolutamente raggiungerlo nel corso di una serie d’anni, se vogliamo liberarci da cose spiacevoli e da fatti d’ogni sorta che danno ai nervi.

Una parte dei compagni propose ieri l’immediata eliminazione delle «forbici» e chiese in sostanza l’introduzione di prezzi più remunerativi per i prodotti agricoli. Assieme ad altri compagni mi sono opposto e ho detto che questa richiesta contrasta in questo momento con gli interessi dell’industrializzazione del paese e quindi con gli interessi del nostro Stato.

Su ciò verteva ieri la nostra discussione, compagni.

Oggi questi compagni dichiarano che rinunciano alla richiesta di prezzi più remunerativi. E’ un fatto molto positivo. Dimostra che la critica di ieri non è stata inutile per questi compagni.

La seconda questione riguarda i colcos e i sovcos. Ho constatato nel mio discorso che è innaturale e strano che qualche compagno nelle sue argomentazioni sulle misure per l’elevamento dell’agricoltura, in connessione con il rifornimento di grano, non ha toccato neanche con una parola misure così significative, come lo sviluppo dei colcos e dei sovcos. Come si può «dimenticare» una cosa così significativa come il compito dello sviluppo dei colcos e dei sovcos nell’agricoltura? Davvero non si sa che il compito dello sviluppo dell’azienda contadina individuale, fermo restando tutta la sua importanza, che attualmente le compete, già non basta più, che noi, se non completiamo nella pratica questo compito con nuovi compiti, con lo sviluppo dei sovcos e colcos, non risolveremo il problema della cerealicoltura, e non usciremo dalle difficoltà, né nel senso della trasformazione socialista di tutta la nostra economia (e quindi anche dell’azienda contadina) né nel senso dell’approvvigionamento del paese con certe riserve di grano per il mercato.

Come si può, dopo tutto ciò, «dimenticare» la questione dello sviluppo dei colcos e sovcos, passarci sopra, liquidarla col silenzio?
Passiamo ora alla questione dei grandi sovcos. Hanno torto i compagni, che sostengono che nel Nord-America non ci sarebbero grandi aziende di grano. In realtà, tali aziende esistono sia in Nord-America che in Sud-America. Potrei richiamarmi a un testimone come il professore Tulaikov, che ha pubblicato sulla rivista «Nishneje Powlshje» (45), n. 9 i risultati della sua indagine sull’agricoltura americana.

Permettetemi di riportare una citazione dall’articolo di Tulaiko:

«Un’azienda di grano tenero a Montana appartiene alla società ‘ Campbell Farming Corporation». La sua superficie ammonta a 95.000 acri o circa 32.000 desiatine. L’azienda è delimitata nei suoi confini ed è divisa, per la lavorazione, in quattro settori o chutor, secondo la nostra denominazione, di cui ognuno è amministrato da un particolare dirigente; l’intera azienda, invece, è diretta da una persona — dal direttore di questa società, Thomas Campbell.
Quest’anno, secondo una notizia giornalistica, spedita naturalmente dalla stessa corporazione, viene coltivata circa la metà dell’intera superficie, da cui ci si aspetta un raccolto di circa 410.000 bushel di grano tenero (circa 800.000 pud), 20.000 bushel di avena e 70.000 bushel di seme di lino. Si conta su un incasso totale dell’azienda di 500.000 dollari.

Cavalli e muli in questa azienda sono quasi completamente sostituiti da trattori, camion e auto. L’aratura, la semina e, in generale, tutti i lavori dei campi e soprattutto il raccolto del grano vengono effettuati giorno e notte, e di notte le macchine lavorano alla luce dei fari nel campo. Le enormi superfici di semina permettono che le macchine lavorino su un tratto molto lungo, senza dover voltare. Così le trebbiatrici, se la qualità delle piante consente il loro impiego, percorrono su una larghezza di 24 piedi un tratto di 20 miglia, cioè un pò più di 30 verste. Prima occorrevano per questo lavoro 40 cavalli e uomini. Il trattore tira al tempo stesso 4 imballatrici che abbracciano una superficie di 40 piedi alla volta, e che percorrono 28 miglia, cioè un tratto di circa 42 verste. Le imballatrici vengono adoperate per il raccolto nel caso in cui il grano non è sufficientemente asciutto per essere anche trebbiato contemporaneamente alla falciatura. In questo caso si toglie l’apparecchio d’imballaggio dalla imballatrice e, coll’aiuto di un nastro speciale, il grano falciato viene disposto in file. Il grano, steso in questo modo, rimane 24 o 48 ore, durante questo periodo si secca e il seme dell’erbaccia, falciata assieme al grano, cade a terra. Allora viene azionata un trebbiatrice su cui, al posto della lama tagliente, corre un nastro automatico che trasporta il grano, essiccato a terra, direttamente nel tamburo della trebbiatrice. In questo caso lavorano su questa macchina solo un trattorista e un uomo alla trebbiatrice. Non c’è nessun altro sulla macchina. Il grano viene immesso dalla trebbiatrice direttamente in carri con una capacità di 6 tonnellate e viene trasportato nei granai in un convoglio di 10 carri con trattori. Nella notizia si accenna che con questo tipo di lavoro vengono trebbiati giornalmente da 16.000 a 20.000 bushel di grano» (Cfr. «Nishneje Powolshie», n. 9, settembre 1927, pp. 38-39).

Qui avete la descrizione di una delle gigantesche aziende di grano di tipo capitalista. Aziende gigantesche del genere si trovano sia in Nord-America che in Sud-America.

Alcuni compagni hanno detto che le condizioni di sviluppo per aziende così gigantesche non sono sempre favorevoli o del tutto favore./ voli nei paesi capitalisti, cosicché tali aziende vengono divise, delle volte, in unità meno grandi, di 1000-5000 desiatine ognuna. E’ del tutto esatto.
A causa di ciò questi compagni credono che le grandi aziende di grano non avrebbero futuro neppure nelle condizioni sovietiche. Ma ciò è del tutto sbagliato.

Questi compagni. ovviamente non capiscono o non notano la differenza fra le condizioni dell’ordinamento capitalistico e le condizioni dell’ordinamento sovietico. Nel capitalismo esiste la proprietà privata della terra e quindi anche la rendita assoluta, il ché rincara i costi proprio della produzione agricola e pone limiti insuperabili a un suo serio progresso. Nell’ordinamento sovietico invece non c’è né proprietà privata della terra né una rendita assoluta, il ché deve necessariamente abbassare i costi della produzione dei prodotti agricoli e deve di conseguenza facilitare lo sviluppo progressivo della grande azienda agricola, sulla via del progresso tecnico e di ogni altro progresso.

Inoltre, nel capitalismo lo scopo delle grandi aziende di grano è di realizzare il massimo profitto o comunque un profitto tale, che corrisponda al cosiddetto saggio medio di profitto perché altrimenti non sarebbe neppure in grado di mantenersi ed esistere. Questa circostanza deve necessariamente rincarare la produzione e con ciò porre ostacoli molto seri allo sviluppo delle grandi aziende di grano. Nell’ordinamento sovietico, invece, le grandi aziende di grano, che sono al tempo stesso aziende di Stato, non hanno bisogno per niente di un massimo profitto per il loro sviluppo, e neppure di un profitto medio, ma possono contentarsi di un guadagno minimo e delle volte possono temporaneamente, anche fare a meno di qualsiasi guadagno) Per questo è anche per l’eliminazione della rendita assoluta, sorgono condizioni estremamente favorevoli per lo sviluppo delle grandi aziende di grano.
Infine, nel capitalismo non esistono ne crediti vantaggiosi né agevolazioni fiscali per el grandi aziende di grano, mentre nell’ordinamento sovietico, che provvede al sostegno multilaterale dell’economia socialista ci sono e ci saranno.

Tutte queste ed altre condizioni simili creano nell’ordinamento sovietico (a differenza dell’ordinamento capitalistico) i presupposti straordinariamente favorevoli, necessari, per portare avanti lo sviluppo dei sovcos come grandi aziende di grano.

Infine la questione dei sovcos e colcos in quanto punti d’appoggio per il consolidamento dell’alleanza, in quanto punti d’appoggio per assicurare il ruolo dirigente della classe operaia. Abbiamo bisogno dei colcos e sovcos non solo per realizzare i nostri obiettivi di trasformazione socialista delle campagne. Abbiamo bisogno dei colcos e dei sovcos anche per aver già adesso nelle campagne punti d’appoggio per l’economia socialista, necessari per consolidare l’alleanza e assicurare il ruolo dirigente della classe operaia in questa alleanza. Possiamo contare già adesso sulla creazione e sullo sviluppo di tali punti d’appoggio ? Non dubito che possiamo e dobbiamo contatti. La centrale del grano (46) comunica, che ha concluso contratti con colcos, con artel e collettivi sulla base dei quali dovrà ricevere circa 40-50 milioni di pud di grano. Per quanto riguarda i sovcos, i dati dicono che i nostri sovcos nuovi e vecchi, dovranno fornire quest’anno a loro volta circa 25-30 milioni di pud di grano per il 1, mercato.
Se si aggiungono i 30-35 milioni di pud che le cooperative agricole devono ricevere dalle aziende contadine individuali, che hanno stipulato un contratto con loro, avremo più di 100 milioni di pud di grano, completamente sicuri per noi, e che possono servire come una certa riserva, almeno sul mercato interno. E’ pur sempre qualcosa.

Ecco i primi risultati dei nostri punti d’appoggio nelle campagne per l’economia socialista.

Ma cosa ne segue ? Ne segue che hanno torto i compagni che credono che la classe operaia non trovi sostegno nelle campagne nell’affermazione delle sue posizioni socialiste, che le rimanga solo una cosa da fare: indietreggiare senza fine e cedere l’una dopo l’altra le sue posizioni agli elementi capitalistici. No, compagni, ciò è sbagliato. La classe operaia non è affatto così debole nelle campagne, come potrebbe sembrare a un osservatore superficiale. Questa filosofia pessimista non ha niente in comune col bolscevismo. La classe operaia ha tutta una serie di punti d’appoggio economici nelle campagne: i sovcos, i colcos, le cooperative di compra-vendita, ed è in grado, basandosi su di loro, di consolidare l’alleanza con la campagna, isolare il kulak e assicurare il suo ruolo dirigente. La classe operaia ha, infine, una serie di punti d’appoggio politici nelle campagne : i soviet, i contadini poveri organizzati ecc., ed è in grado, basandosi su di loro, di consolidare le sue posizioni nelle campagne.
Basandosi su queste posizioni economiche e politiche nelle campagne e sfruttando tutti i mezzi e forze (i posti di comando ecc.) a disposizione della dittatura proletaria, Partito e potere sovietico possono promuovere, pieni di fiducia, la trasformazione socialista delle campagne, consolidando passo per passo l’alleanza fra la classe operaia e i contadini, consolidando la posizione dirigente della classe operaia in questa alleanza.
Attenzione particolare dev’essere dedicata al lavoro fra i contadini poveri. Deve valere come regola, che l’autorità del potere sovietico nelle campagne e tanto più grande, quanto più successo ha il nostro lavoro fra i contadini poveri, e, viceversa, che l’autorità del potere sovietico è tanto più ridotta, quanto peggio va coi contadini poveri.

Parliamo spesso dell’alleanza col contadino medio. Ma per consolidare nelle nostre condizioni questa alleanza, bisogna condurre una lotta decisa contro i kulak, contro gli elementi capitalistici delle campagne. Perciò il XV Congresso aveva perfettamente ragione, quando lanciava la parola d’ordine, di rafforzare l’offensiva contro i kulak. Ma si può condurre con successo una lotta contro i kulak, senza lavorare di più fra i contadini poveri, senza mobilitare i contadini poveri contro i kulak, senza aiutare sistematicamente i contadini poveri? E’ evidente, che non si può ! Il contadino medio è una classe oscillante. Se ai contadini poveri va male, se i contadini poveri non rappresentano ancora un punto d’appoggio organizzato del potere sovietico, il kulak si sente forte e il contadino medio tende dalla parte del kulak. E viceversa : se ai contadini poveri va bene, se i contadini poveri rappresentano un punto d’appoggio organizzato del potere sovietico, il kulak si sente come in una fortezza assediata e il contadino medio tende dalla parte della classe operaia.

Perciò penso che il rafforzamento del lavoro fra i contadini poveri, l’organizzazione di un sostegno sistematico ai contadini poveri, infine la trasformazione dei contadini poveri stessi in un punto d’appoggio organizzato della classe operaia nelle campagne, rappresenta uno dei compiti attuali più essenziali del nostro Partito.

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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