Stalin : IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE – J. V. Stalin. MARXISM and the NATIONAL QUESTION

Stalin

IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE

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I      La nazione

II     Il movimento nazionale

III    Impostazione del problema

IV    L’autonomia culturale nazionale

V     Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo

VI    I caucasiani e la conferenza dei liquidatori

Stalin – vol 2 -Opere Complete .1907-1913 ; Pag.329- pag.406

Il periodo della controrivoluzione ha portato in Russia non soltanto «tuoni e fulmini», ma anche delusione nel movimento, sfiducia nelle forze comuni. Si era creduto in un «avvenire luminoso» e tutti avevano lottato uniti, senza tener conto della nazionalità: le questioni comuni innanzitutto! Poi si insinuò negli animi il dubbio e la gente incominciò a dividersi in scompartimenti nazionali: ognuno conti solo su di sé! La «questione nazionale» innanzitutto!

Al tempo stesso, si produceva un importante rivolgimento nella vita economica del paese. Il 1905 non era passato invano: le sopravvivenze del regime feudale nelle campagne ricevettero un altro colpo. Una serie di buoni raccolti dopo la carestia e l’ascesa industriale che seguì diedero nuovo impulso al capitalismo. La differenziazione nelle campagne e l’incremento delle città, lo sviluppo del commercio e delle vie di comunicazione fecero un grande passo avanti. Ciò è particolarmente vero per le regioni periferiche. Ma tutto questo non poteva non accelerare il processo di consolidamento economico delle nazionalità della Russia. Queste ultime dovevano mettersi in movimento…

Il «regime costituzionale», instaurato in quel periodo, agiva nello stesso senso, favorendo il risveglio delle nazionalità. Lo sviluppo dei giornali e in generale dell’attività editoriale, una certa libertà di stampa e di organizzazione culturale, lo sviluppo dei teatri popolari, ecc., contribuirono senza dubbio al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». La Duma (1), con la sua campagna elettorale e con i suoi gruppi politici, offrì nuove possibilità al rianimarsi delle singole nazioni, una nuova e vasta arena per la loro mobilitazione.
E l’ondata di nazionalismo bellicoso che si scatenò dall’alto e tutta una serie di azioni repressive da parte dei «detentori del potere», che facevano scontare alle regioni periferiche il loro «amore per la libertà», scatenarono una contro-ondata di nazionalismo dal basso, che talora si trasformava in grossolano sciovinismo. Il rafforzarsi del sionismo tra gli ebrei, lo svilupparsi dello sciovinismo in Polonia, del panislamismo fra i tartari, il rafforzarsi del nazionalismo tra gli armeni, i georgiani, gli ucraini, la generale propensione della gente comune per l’antisemitismo, tutti questi sono fatti di dominio pubblico.

L’ondata di nazionalismo avanzava con forza crescente, minacciando di travolgere le masse operaie. E quanto più si affievoliva il movimento di liberazione, tanto più rigogliosi sbocciavano i fiori del nazionalismo.

In quel momento difficile un alto compito incombeva alla socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare le masse dall’«epidemia» generale. Infatti la socialdemocrazia, e solamente essa, poteva far questo, opponendo al nazionalismo l’arma provata dell’internazionalismo, l’unità e l’indivisibilità della lotta di classe. E quanto più impetuosamente avanzava l’ondata del nazionalismo, tanto più forte avrebbe dovuto risuonare la voce della socialdemocrazia per la fratellanza e l’unità dei proletari di tutte le nazionalità della Russia. Occorreva perciò una particolare fermezza nei socialdemocratici delle regioni periferiche, che si urtavano direttamente con il movimento nazionalista.

Ma non tutti i socialdemocratici si dimostrarono all’altezza del compito e meno degli altri i socialdemocratici delle regioni periferiche. Il Bund (2), che prima sottolineava i problemi generali, ha cominciato ora a mettere in primo piano i suoi scopi particolari, puramente nazionalistici: ed è andato tanto oltre da proclamare la «celebrazione del sabato» e il «riconoscimento del gergo» punti principali della sua campagna elettorale. Al Bund ha tenuto dietro il Caucaso: una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che prima avevano respinto, insieme ai restanti socialdemocratici del Caucaso, l’«autonomia culturale nazionale», ora la pongono come una rivendicazione attuale. Non parliamo neppure della conferenza dei liquidatori (3), che, in maniera diplomatica, ha sancito i tentennamenti nazionalistici.

Ma da questo risulta che le vedute della socialdemocrazia russa sulla questione nazionale non sono ancora chiare per tutti i socialdemocratici.È necessario, evidentemente, un esame serio e completo della questione nazionale. È necessario un lavoro concorde ed instancabile dei socialdemocratici conseguenti per dissipare le nebbie del nazionalismo, da qualunque parte provengano.

I. La nazione

Che cos’è la nazione?

La nazione è, innanzitutto, una comunità, una determinata comunità di persone.È una comunità non di razza nè di stirpe. L’attuale nazione italiana è stata formata da romani, germani, etruschi, greci, arabi, ecc. La nazione francese è stata costituita da galli, romani, britanni, germani, ecc. Lo stesso va detto degli inglesi, dei tedeschi e degli altri popoli, che si sono costituiti in nazioni con genti di diverse razze e stirpi.

La nazione non è dunque una comunità di razza nè di stirpe, ma una comunità di persone, formatasi storicamente.
D’altra parte, non c’è dubbio che i grandi stati di Ciro o di Alessandro non possono esser chiamati nazioni, sebbene si siano formati anch’essi storicamente, si siano formati con stirpi e razze diverse. Non erano nazioni, ma conglomerati casuali e debolmente legati di gruppi che si disgregavano o si costituivano secondo i successi o le sconfitte di questo o quel conquistatore.
La nazione non è dunque un conglomerato casuale nè effimero, ma una stabile comunità di persone.

Ma non ogni comunità stabile costituisce una nazione. L’Austria e la Russia sono anch’esse comunità stabili, tuttavia nessuno le chiama nazioni. In che cosa si differenzia una comunità nazionale da una comunità statale? Fra l’altro in questo, che una comunità nazionale non è concepibile senza lingua comune, mentre per una comunità statale la lingua comune non è indispensabile. La nazione ceca in Austria e quella polacca in Russia non sarebbero possibili se ciascuna di esse non avesse una lingua comune, mentre all’integrità della Russia e dell’Austria non fa ostacolo l’esistenza, nel loro seno, di tutta una serie di lingue. Mi riferisco, naturalmente, alle lingue popolari parlate, e non a quelle ufficiali della burocrazia.

La lingua comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.

Questo non vuol certo dire che nazioni diverse parlino sempre e dovunque lingue diverse o che tutti coloro che parlano una stessa lingua costituiscano necessariamente una sola nazione. Una lingua comune per ogni nazione, ma non necessariamente lingue diverse per nazioni diverse! Non c’è nazione in cui si parlino nello stesso tempo lingue diverse, ma questo non vuol dire però che non vi possano essere due nazioni che parlino la stessa lingua! Gli inglesi e i nordamericani parlano la stessa lingua, e tuttavia non costituiscono una sola nazione. Lo stesso si deve dire dei norvegesi e dei danesi, degli inglesi e degli irlandesi.
Ma perché, per esempio, gli inglesi e i nordamericani non costituiscono una nazione, nonostante la lingua comune?
Prima di tutto perché non vivono insieme, ma in territori diversi. La nazione si forma soltanto come risultato di rapporti prolungati e regolari, come risultato di una vita comune di generazione in generazione. Ma una lunga vita in comune non è possibile se non su un territorio comune. Gli inglesi e gli americani prima abitavano un solo territorio, l’Inghilterra, e costituivano una sola nazione. Poi, una parte degli inglesi si trasferì dall’Inghilterra in un nuovo territorio, in America, e lì, sul nuovo territorio, col passar del tempo, costituì la nuova nazione dell’America del Nord. Territori diversi hanno condotto alla formazione di nazioni diverse.
Il territorio comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.

Ma non basta. Il territorio comune, di per sé, non dà ancora la nazione. Occorre, inoltre, un vincolo economico interno che saldi le singole parti della nazione in un tutto unico. Tra l’Inghilterra e l’America del Nord non c’è un tale vincolo e perciò esse costituiscono due nazioni diverse. Ma anche gli stessi nordamericani non meriterebbero il nome di nazione, se le diverse parti dell’America del Nord non fossero legate fra loro in un tutto economico, grazie alla divisione del lavoro tra loro, allo sviluppo delle vie di comunicazione, ecc.

Prendiamo, per esempio, i georgiani. I georgiani prima della riforma vivevano su un territorio comune e parlavano la stessa lingua, eppure non costituivano, a rigor di termini, una sola nazione, perché, divisi in tutta una serie di principati staccati l’uno dall’altro, non potevano vivere una vita economica comune, da secoli si facevano la guerra e si danneggiavano reciprocamente, aizzando gli uni contro gli altri persiani e turchi. L’unione effimera e casuale di principati, che talvolta qualche re fortunato riusciva a realizzare, nel migliore dei casi si limitava al lato amministrativo superficiale e si rompeva ben presto per il capriccio dei principi e per l’indifferenza dei contadini. E non poteva essere diversamente, dato lo sminuzzamento economico della Georgia… La Georgia, come nazione, è nata solo nella seconda metà del secolo XIX, quando la fine della servitù della gleba e lo sviluppo della vita economica del paese, lo sviluppo delle vie di comunicazione e il sorgere del capitalismo introdussero una divisione del lavoro tra le regioni della Georgia, scossero definitivamente la economia chiusa dei principati, collegandoli in un tutto unico.

Lo stesso si deve dire delle altre nazioni, che hanno superato lo stadio del feudalesimo e nelle quali si è sviluppato il capitalismo.
La comunanza della vita economica, la coesione economica sono dunque uno degli elementi caratteristici della nazione.
Ma neanche questo basta. Oltre a tutto ciò che si è detto, bisogna prendere anche in considerazione le caratteristiche della conformazione spirituale delle persone unite nella nazione. Le nazioni si distinguono l’una dall’altra non solo per le loro condizioni di vita ma anche per la formazione intellettuale, che si esprime nelle caratteristiche della cultura nazionale. Se l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Irlanda, che parlano un’unica lingua, costituiscono nondimeno tre differenti nazioni, ciò è dovuto in misura non indifferente alla particolare conformazione psichica che si è creata in esse col succedersi delle generazioni, per effetto delle diverse condizioni di esistenza.
Certo, la conformazione psichica in sé, o, come altrimenti viene chiamata, il «carattere nazionale», è per l’osservatore qualche cosa di inafferrabile, ma nella misura in cui si esprime in una cultura originale, comune alla nazione, è percepibile e non può essere ignorata.
Inutile dire che il «carattere nazionale» non è qualche cosa di fissato una volta per sempre, ma muta col mutare delle condizioni di vita; però, in quanto esiste in ogni dato momento, imprime il suo suggello alla fisionomia della nazione.
La comune conformazione psichica, che si esprime nella cultura comune, è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.
In tal modo, abbiamo esaurito tutte le caratteristiche della nazione.

La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura.Con ciò è evidente che la nazione, come ogni altro fenomeno storico, sottostà alla legge del mutamento; ha la propria storia, il proprio principio e la propria fine.

È necessario sottolineare che nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi, basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale.

Si possono immaginare popolazioni che abbiano un «carattere nazionale» comune, e tuttavia non si può dire che costituiscano una nazione, se non sono collegate economicamente, se vivono su territori differenti, se parlano lingue diverse, ecc. Tali sono, per esempio, i russi, i galiziani, gli americani, i georgiani, gli ebrei del Caucaso, che non costituiscono a nostro avviso un’unica nazione.
Si possono immaginare popolazioni che abbiano un territorio comune e una comune vita economica; e tuttavia esse non costituiscono una nazione se non hanno lingua e «carattere nazionale» comuni. Tali sono, per esempio, i tedeschi e i lettoni del Baltico.
Infine, i norvegesi e i danesi parlano la stessa lingua, ma non costituiscono una nazione, perché mancano gli altri caratteri.

Solo se tutti i caratteri esistono congiuntamente, si ha la nazione.

Può sembrare che il «carattere nazionale» non sia uno dei caratteri ma l’unico carattere essenziale della nazione e che tutti gli altri siano, propriamente, condizioni dello sviluppo della nazione, e non suoi tratti caratteristici. Sostengono quest’opinione, per esempio, i teorici socialdemocratici della questione nazionale ben noti in Austria, R. Springer (4) e, particolarmente, O. Bauer (5).
Esaminiamo la loro teoria della nazione.

Secondo lo Springer, «la nazione è un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo ». La nazione è una «comunità culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla “terra”» (il corsivo è nostro).
È dunque un’unione di persone che pensano e parlano nello stesso modo, per quanto siano separate le une dalle altre e dovunque vivano.Il Bauer si spinge più oltre.«Che cos’è la nazione? — domanda. — È forse la comunità di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi… parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno

affatto una lingua comune, e nondimeno costituiscono una nazione».Che cos’è dunque una nazione?«La nazione è una relativa comunità di carattere».  Ma, in questo caso, che cos’è il carattere, il carattere nazionale?Il carattere nazionale è «la somma dei caratteri che distinguono le persone di una nazionalità da quelle di un’altra, il complesso delle qualità fisiche e spirituali che distinguono una nazione dall’altra».

Il Bauer, naturalmente, sa che il carattere nazionale non cade dal cielo, e perciò soggiunge:«Il carattere delle persone non è determinato da nient’altro che dal loro destino»… «la nazione non altro che la comunanza del destino», determinata, a sua volta, «dalle condizioni nelle quali le persone producono i loro mezzi di esistenza e ripartiscono i prodotti del loro lavoro».

In tal modo, siamo giunti alla definizione più «completa», come si esprime il Bauer, della nazione.«La nazione è un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino».Dunque: carattere nazionale comune sulla base del comune,destino, senza un nesso necessario con la comunanza di territorio, di lingua e di vita economica.
Ma che cosa rimane in questo caso della nazione? Di quale comunità nazionale si può parlare, trattandosi di persone separate economicamente l’una dall’altra, che popolano territori diversi e che di generazione in generazione parlano lingue diverse?
Il Bauer parla degli ebrei come di una nazione, sebbene «non abbiano affatto una lingua comune»; ma di quale «destino comune» e di quale legame nazionale si può parlare, per esempio, per gli ebrei georgiani, daghestani, russi e americani, che sono completamente staccati gli uni dagli altri, abitano in territori diversi e parlano lingue diverse?

Gli ebrei cui ho accennato vivono senza dubbio una vita economica e politica comune con i georgiani, i daghestani, i russi e gli americani, in una atmosfera culturale comune con loro; questo non può non lasciare la sua impronta sul loro carattere nazionale; se qualcosa di comune è rimasto loro, è la religione, la comune origine e qualche residuo del carattere nazionale. Tutto questo è certo. Ma come si può sostenere seriamente che dei riti religiosi fossilizzati e dei residui psicologici che vanno dileguandosi influiscano sul «destino» dei suddetti ebrei più fortemente del vivo ambiente economico-sociale e culturale che li circonda? Eppure solo con una simile ipotesi si può parlare degli ebrei in generale come di un’unica nazione.

In che cosa si distingue allora la nazione di Bauer dallo «spirito nazionale», mistico e autosufficiente degli spiritualisti?
Il Bauer pone una barriera insormontabile fra il «tratto caratteristico» della nazione (il carattere nazionale) e le «condizioni» di vita, scindendo l’uno dalle altre. Ma che cos’è il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?

E poi, in che cosa precisamente si distingueva la nazione inglese da quella nordamericana alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX, quando l’America del Nord si chiamava ancora «Nuova Inghilterra»?

Non già, certamente, nel carattere nazionale, perché i nordamericani erano originari dell’Inghilterra, avevano portato con sé in America oltre alla lingua inglese anche il carattere nazionale inglese e, certamente, non potevano perderlo così facilmente, benché sotto l’influsso di nuove condizioni, dovesse svilupparsi in loro un carattere particolare. E tuttavia, nonostante la maggiore o minore comunanza di carattere, essi costituivano già, allora, una nazione distinta dall’Inghilterra! Evidentemente, la «Nuova Inghilterra» come nazione si distingueva allora dall’Inghilterra come nazione non per un particolare carattere nazionale, o non tanto per il

carattere nazionale, quanto per l’ambiente, le condizioni di vita diverse da quelle dell’Inghilterra.

È quindi chiaro che in realtà non esiste un unico tratto caratteristico della nazione. Esiste solo una somma di tratti caratteristici, dei quali, quando si paragonino le nazioni, risalta con maggior rilievo ora l’uno (il carattere nazionale), ora l’altro (la lingua), ora un terzo (il territorio, le condizioni economiche). La nazione rappresenta l’incontro di tutti i tratti caratteristici presi insieme.
Il punto di vista di Bauer, che identifica la nazione col carattere nazionale, distacca la nazione dalla realtà e la converte in una forza misteriosa, per sé stante. Ne risulta non una nazione viva ed operante, ma un che di mistico, di inafferrabile e di trascendente. Perché, ripeto, che cos’è, per esempio, questa nazione ebraica, che si compone di ebrei georgiani, daghestani, russi, americani e altri, questa nazione i cui membri non si comprendono l’un l’altro (parlano lingue diverse), vivono in diverse parti del globo, non si vedono mai tra loro, non agiscono mai congiuntamente, nè in tempo di pace, nè in tempo di guerra?

No, la socialdemocrazia non stabilisce il suo programma nazionale per queste «nazioni» che esistono  solo sulla carta. Essa può tener conto soltanto delle nazioni effettive, che agiscono e si muovono e costringono perciò a tener conto di loro.
Il Bauer, evidentemente, confonde la nazione, che è una categoria storica, con la stirpe, che è una categoria etnografica.
Del resto lo stesso Bauer, evidentemente, sente la debolezza della propria posizione. Pur affermando decisamente, all’inizio del suo libro, che gli ebrei sono una nazione, alla fine si corregge, affermando che  «la società capitalistica generalmente non dà loro [agli ebrei] la possibilità di continuare a esistere come nazione» e li assimila ad altre nazioni. A quanto pare, ciò è dovuto al fatto che «gli ebrei non hanno una zona delimitata di colonizzazione», mentre una zona di questo genere l’hanno, per esempio, i cechi, che debbono, secondo il Bauer, continuare a esistere come nazione. In una parola: ciò è dovuto alla mancanza di territorio.
Con questo ragionamento, il Bauer voleva dimostrare che l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei, ma con questo ha confutato inavvertitamente la sua stessa teoria, la quale nega che il territorio comune sia uno dei tratti caratteristici della nazione.

Ma Bauer va più in là. All’inizio del suo libro dichiara precisamente che «gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e costituiscono, nondimeno, una nazione» . Ma non è ancor giunto a pagina 130 che già cambia posizione e dichiara altrettanto precisamente:  «È certo che nessuna nazione è possibile senza lingua comune» (il corsivo è nostro).
Il Bauer qui voleva dimostrare che «la lingua è lo strumento più importante dei rapporti fra gli uomini», ma con questo inavvertitamente ha anche dimostrato una cosa che non si proponeva di dimostrare, e precisamente l’inconsistenza della sua teoria della nazione, che nega l’importanza della lingua comune.In questo modo si confuta da sé una teoria cucita col filo idealistico.

II. Il movimento nazionale

La nazione non è soltanto una categoria storica, ma una categoria storica di un’epoca determinata, l’epoca del capitalismo ascendente.Il processo di liquidazione del feudalesimo e di sviluppo del capitalismo è al tempo stesso un processodi unificazione delle popolazioni in nazione. Così, per esempio, sono andate le cose nell’Europa occidentale. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli italiani e altri si sono fusi in nazione durante l’ascesa vittoriosa del capitalismo, che trionfava sul frazionamento feudale.
Ma nell’Europa occidentale la formazione delle nazioni significava al tempo stesso la loro trasformazione in stati nazionali indipendenti. La nazione inglese, francese e le altre sono al tempo stesso lo stato inglese e così via. L’Irlanda, rimasta fuori di questo processo, non cambia il quadro generale.

In maniera piuttosto diversa sono andate le cose nell’Europa orientale. Mentre in Occidente le nazioni si sviluppavano in stati, in Oriente si formavano stati plurinazionali, stati composti di parecchie nazionalità. Tali l’Austria-Ungheria e la Russia. In Austria i tedeschi, più progrediti dal punto di vista politico, si assunsero il compito di unificare le varie nazionalità in un solo stato. In Ungheria si dimostrarono più adatti a organizzare lo stato i magiari, nucleo delle nazionalità ungheresi ed unificatori dell’Ungheria. In Russia, il compito di unificare le nazionalità fu assunto dai grandi russi, che avevano alla loro testa una burocrazia militare aristocratica, forte e organizzata, formatasi storicamente. Così sono andate le cose in Oriente Questo modo particolare di formazione degli stati poteva aver luogo solo nel quadro di un feudalesimo non ancor liquidato, nel quadro di un capitalismo debolmente sviluppato, in cui le nazionalità, ricacciate in secondo piano, non erano ancora riuscite a consolidarsi economicamente in nazioni unificate.
Ma il capitalismo incomincia a svilupparsi anche negli stati dell’Europa orientale. Si sviluppano commerci e vie di comunicazione. Sorgono grandi città. Le nazioni si consolidano economicamente. Irrompendo nella vita tranquilla delle nazionalità oppresse, il capitalismo le desta e le mette in movimento. Lo sviluppo della stampa e del teatro, l’attività del Reichsrat (in Austria) e della Duma (in Russia) contribuiscono al rafforzamento dei «sentimenti nazionali». Gli intellettuali che sorgono si compenetrano dell’«idea nazionale» ed agiscono nello stesso senso…

Ma destandosi a vita indipendente, le nazioni oppresse non si uniscono ormai più in stati nazionali indipendenti: esse incontrano sul loro cammino una fortissima opposizione da parte degli strati dirigenti delle nazioni dominanti, che già da tempo sono alla testa dello stato. Sono arrivate troppo tardi!…

Così si costituiscono in nazione i cechi, i polacchi, ecc., in Austria; i croati, ecc., in Ungheria; i lettoni, i lituani, gli ucraini, i georgiani, gli armeni, ecc., in Russia. Quella che era un’eccezione nell’Europa occidentale (l’Irlanda) è divenuta la regola in Oriente.
In Occidente, l’Irlanda aveva reagito alla sua situazione eccezionale con un movimento nazionale. In Oriente, le nazioni risvegliate dovevano reagire nello stesso modo.

Così si sono formate le circostanze che hanno spinto alla lotta le giovani nazioni dell’Europa orientale.
La lotta, per essere esatti, è incominciata e si è accesa non tra intere nazioni, ma tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse. Abitualmente, conducono la lotta o la piccola borghesia cittadina della nazione oppressa contro la grande borghesia della nazione dominante (cechi e tedeschi), o la borghesia agricola della nazione oppressa contro l’aristocrazia fondiaria della nazione dominante (gli ucraini in Polonia), o tutta la borghesia «nazionale» delle nazioni oppresse contro la nobiltà che è al governo della nazione dominante (Polonia, Lituania, Ucraina e Russia).La borghesia è la protagonista. La questione fondamentale per la giovane borghesia è il mercato. Vendere le proprie merci ed uscire vittoriosa dalla concorrenza con la borghesia di un’altra nazionalità, questo il suo scopo. Di qui il suo desiderio di assicurarsi un «proprio» mercato «nazionale». Il mercato è la prima scuola dove la borghesia impara il nazionalismo.

Ma la questione, di solito, non si limita al mercato. Alla lotta prende parte la burocrazia semifeudale- semiborghese della nazione dominante con il suo metodo di «tirare e non mollare». La borghesia della nazione dominante, grande o piccola che sia, ha la possibilità di avere il sopravvento «più rapidamente», «in modo più decisivo» sui suoi concorrenti. Si uniscono le «forze» e… incomincia contro la borghesia «allogena» tutta una serie di misure restrittive che degenerano in persecuzioni. La lotta passa dal campo commerciale al campo politico. Restrizioni alla libertà di spostamento, limitazioni all’uso della lingua, limitazioni al diritto di voto, riduzione delle scuole, limitazioni nel campo religioso, ecc., si rovesciano addosso alla concorrente. Certo, queste misure non sono dirette a favorire soltanto gli interessi delle classi borghesi della nazione dominante, ma anche, più specificamente, i fini di casta, per così dire, della burocrazia, che esercita il potere. Ma dal punto di vista dei risultati ciò non cambia nulla: in questo caso, le classi borghesi e la burocrazia vanno a braccetto, sia che si tratti dell’Austria- Ungheria, sia che si tratti della Russia.
Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai «fratelli del basso popolo» e incomincia ad inneggiare alla «patria» spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di «compatrioti», nell’interesse della… «patria». E il «basso popolo» non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia: le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento.
Così incomincia il movimento nazionale.

La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato e i contadini.
Il proletariato si metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera provata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia.

Per quanto riguarda i contadini, la loro partecipazione al movimento nazionale dipende prima di tutto dal carattere della repressione. Se le repressioni toccano gli interessi della «terra», come è accaduto in Irlanda, le grandi masse contadine passano immediatamente sotto la bandiera del movimento nazionale.

D’altra parte, se, per esempio in Georgia, non esiste un nazionalismo antirusso di una qualche importanza, ciò è dovuto innanzi tutto al fatto che laggiù non vi sono proprietari fondiari russi o grande borghesia russa, che potrebbero alimentare tale nazionalismo tra le masse. In Georgia esiste un nazionalismo antiarmeno, perché qui c’è ancora una grande borghesia armena, la quale, opprimendo la piccola borghesia georgiana, non ancora consolidatasi, la orienta verso il nazionalismo antiarmeno.
In dipendenza di questi fattori, il movimento nazionale o assume un carattere di massa, sviluppandosi sempre più (Irlanda, Galizia), oppure si trasforma in una catena di piccole scaramucce, degenerando in scandali e in «lotte» per le insegne dei negozi (come in alcune cittadine della Boemia).

Il contenuto del movimento nazionale non può certo essere uguale dappertutto. Esso è unicamente determinato dalle diverse rivendicazioni nelle quali si esprime. In Irlanda, il movimento ha un carattere agrario, in Boemia un carattere “ linguistico”; qui si rivendica l’eguaglianza di diritti civili e la libertà di culto, là si esigono «propri» funzionari o una propria Dieta. Nelle diverse rivendicazioni non di rado si manifestano vari tratti che caratterizzano la nazione in generale (lingua, territorio, ecc.). È degno d’attenzione il fatto che in nessun caso si avanzano rivendicazioni concernenti il «carattere nazionale» generale del Bauer. E si capisce: il «carattere nazionale» di  per sé è inafferrabile e, come ha giustamente osservato J. Strasser, la politica non vi ha niente a che fare. Queste, in generale, le forme e il carattere del movimento nazionale.

Da ciò che si è detto risulta chiaramente che la lotta nazionale, nel quadro del capitalismo ascendente, è una lotta delle classi borghesi tra loro. Talvolta la borghesia riesce ad attirare il proletariato nel movimento nazionale, ed allora la lotta nazionale assume, esteriormente, un carattere «popolare», ma solo esteriormente. Nella sua essenza, la lotta resta sempre borghese, vantaggiosa e utile soprattutto per la borghesia.

Ma da ciò non consegue affatto che il proletariato non debba lottare contro la politica di oppressione nazionale.
Le limitazioni alla libertà di trasferirsi da un luogo all’altro, la privazione del diritto di voto, le limitazioni all’uso della lingua, la soppressione di scuole ed altre persecuzioni colpiscono gli operai altrettanto, se non più, della borghesia. Una situazione simile non può che ritardare il processo di libero sviluppo delle forze spirituali nel proletariato delle nazioni oppresse. Non si può parlare seriamente di pieno sviluppo delle facoltà spirituali dell’operaio tartaro o ebreo, quando non gli si dà la possibilità di usare la lingua materna nelle adunanze e nelle conferenze, quando gli si chiudono le scuole.

Ma la politica delle persecuzioni nazionalistiche è pericolosa per la causa del proletariato anche da un altro punto di vista. Essa distoglie l’attenzione di larghi strati della popolazione dai problemi sociali, dai problemi della lotta di classe, per dirigerla verso i problemi nazionali, verso i problemi «comuni» al proletariato e alla borghesia. E ciò crea un terreno che si presta alla falsa predicazione della «armonia d’interessi», favorisce la tendenza a mettere in ombra gli interessi di classe del proletariato, l’asservimento spirituale degli operai. Così si crea un ostacolo serio alla causa dell’unione dei proletari di tutte le nazionalità. Se una parte notevole degli operai polacchi è rimasta finora spiritualmente asservita ai nazionalisti borghesi, è rimasta finora fuori del movimento operaio internazionale, ciò è dovuto soprattutto al fatto che la tradizionale politica antipolacca dei «governanti» crea il terreno per tale asservimento e fa sì che difficilmente gli operai possano liberarsene.

Ma la politica di repressione non si limita a questo. Dal «sistema» dell’oppressione passa non di rado al «sistema» dell’istigazione, all’odio tra le nazioni, al «sistema» dei massacri e dei pogrom. Naturalmente, quest’ultimo sistema non è possibile sempre e ovunque, ma dove è possibile, quando mancano le libertà elementari, assume spesso proporzioni terribili, minacciando di annegare nel sangue e nelle lacrime la causa dell’unione degli operai. Il Caucaso e la Russia meridionale offrono non pochi esempi. Divide et impera: questo il fine della politica di istigazione all’odio. E nella misura in cui riesce, questa politica rappresenta per il proletariato il peggiore dei mali, l’ostacolo più serio alla causa dell’unione degli operai di tutte le nazionalità di uno stato.
Ma gli operai sono interessati ad unire tutti i loro compagni in un solo esercito internazionale, a liberarli rapidamente e definitivamente dall’asservimento spirituale alla borghesia e a dar pieno e libero sviluppo alle energie spirituali dei loro fratelli, a qualunque nazione appartengano.

Perciò gli operai si battono e si batteranno contro la politica di oppressione delle nazioni in ogni sua forma, dalla più raffinata alla più grossolana, come pure contro la politica di istigazione all’odio in tutti i suoi aspetti.

Perciò la socialdemocrazia di tutti i paesi proclama il diritto delle nazioni all’autodecisione.

Diritto all’autodecisione, cioè: solo la nazione stessa ha il diritto di decidere il proprio destino, nessuno ha il diritto di intromettersi a forza nella vita di una nazione, di distruggerne le scuole e altreistituzioni, di abolirne le usanze e i costumi, di vietarne la lingua, di menomarne i diritti.Questo non significa certo che la socialdemocrazia sosterrà indistintamente tutte le usanze e le istituzioni di una nazione. Lottando contro la violenza esercitata ai danni di una nazione, essa difenderà solo il diritto della nazione a decidere il proprio destino e condurrà nel tempo stesso un’agitazione contro le usanze e le istituzioni dannose di questa nazione, affinché i lavoratori possano liberarsene.Il diritto all’autodecisione significa che la nazione può organizzarsi secondo il proprio desiderio. Essa ha il diritto di organizzare la propria esistenza secondo i principi dell’autonomia. Essa ha il diritto di stabilire rapporti federativi con altre nazioni o di separarsi completamente da esse. La nazione è sovrana e tutte le nazioni hanno eguali diritti.
Ciò non significa naturalmente che la socialdemocrazia debba difendere qualsiasi rivendicazione di una nazione. Una nazione ha il diritto di tornare anche ai vecchi ordinamenti, ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia sottoscriva una decisione di questo genere, presa da una qualunque istituzione nazionale. I doveri della socialdemocrazia, che difende gli interessi del proletariato, e i diritti della nazione, che è composta di diverse classi, sono due cose diverse.

Pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, la socialdemocrazia si prefigge di metter fine alla politica di oppressione delle nazioni, di renderla impossibile, e con ciò di evitare la lotta fra le nazioni, di attenuarla, di ridurla al minimo.
È sostanzialmente questo che distingue la politica del proletariato cosciente da quella della borghesia, che cerca di approfondire e di estendere la lotta nazionale, di protrarre e di acuire il movimento nazionale.

Appunto per questo il proletariato cosciente non può mettersi sotto la bandiera «nazionale» della borghesia.
Appunto per questo la politica cosiddetta «nazional- evoluzionistica» preconizzata dal Bauer non può diventare la politica del proletariato. Il tentativo del Bauer di identificare la sua politica «nazional-evoluzionistica» con la politica «della classe operaia contemporanea» è un tentativo di adattare la lotta di classe degli operai alla lotta della nazione.

I destini del movimento nazionale, essenzialmente borghese, sono naturalmente legati al destino della borghesia. La caduta definitiva del movimento nazionale è possibile solo con la caduta della borghesia. Solo nel regno nel socialismo può essere instaurata la pace completa. Ma ridurre al minimo la lotta nazionale, scalzarne le radici, renderla meno nociva per il proletariato è possibile anche nell’ambito del capitalismo. Ne fanno fede, se non altro, gli esempi della Svizzera e dell’America. A tale scopo è necessario democratizzare il paese e dare alle nazioni la possibilità di un libero sviluppo.

 

III. Impostazione del problema

Una nazione ha il diritto di decidere liberamente il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni. Questo è fuori discussione. Ma come precisamente dovrà organizzarsi, quali forme dovrà avere la sua futura costituzione, se si prendono in considerazione gli interessi della grande maggioranza della nazione e anzitutto del proletariato?
La nazione ha il diritto di organizzarsi in forma autonoma. Ha anche il diritto di staccarsi dallo stato di cui fa parte. Ma ciò non significa ancora che debba farlo in qualsiasi circostanza, che l’autonomia o la separazione siano, sempre e dovunque, utili alla nazione, cioè alla sua maggioranza, alla popolazione lavoratrice. I tartari della Transcaucasia, come nazione, possono riunirsi, supponiamo, in una loro Dieta, e, sottomettendosi all’influenza dei loro bey e mullah, possono restaurare nel loro paese i vecchi ordinamenti, decidere la separazione dallo stato. Secondo il principio dell’autodecisione, hanno pieno diritto di farlo. Ma sarebbe conforme agli interessi dei lavoratori della nazione tartara? Può forse la socialdemocrazia considerare con indifferenza il fatto che i bey e i mullah trascinano al loro seguito le masse per la soluzione della questione nazionale? Non deve forse la socialdemocrazia intromettersi nella questione e influire in un determinato modo sulla volontà della nazione? Non deve forse intervenire con un piano completo per una soluzione del problema che sia più vantaggiosa per le masse tartare?
Ma qual è la decisione più conforme agli interessi delle masse lavoratrici? L’autonomia, la federazione o la separazione?
Tutti questi sono problemi la cui decisione dipende dalle condizioni storiche concrete nelle quali si trova la nazione data.
Anzi, le condizioni, come ogni altra cosa, mutano, e una decisione, giusta in un dato momento, può palesarsi assolutamente sbagliata in un altro momento. Verso la metà del secolo XIX Marx era per la separazione della Polonia russa, e aveva ragione, perché allora si trattava di liberare una cultura superiore da una inferiore, che l’annientava. E la questione esisteva allora non solo in teoria, accademicamente, ma in pratica, nella vita stessa…

Alla fine del secolo XIX i marxisti polacchi si esprimono già contro la separazione della Polonia, ed anch’essi hanno ragione, perché negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti profondi mutamenti nel senso di un ravvicinamento economico e culturale della Russia e della Polonia. Inoltre in questo periodo la questione della separazione si trasforma da argomento pratico in argomento di dispute accademiche che preoccupano forse soltanto gli intellettuali emigrati. Ciò non esclude, s’intende, la possibilità di certe circostanze interne ed estere, nelle quali il problema della separazione della Polonia possa ridiventare un problema d’attualità.
Ne consegue che la soluzione della questione nazionale è possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo.Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per decidere come precisamente essa debba organizzarsi,quali forme debba assumere la sua futura costituzione. È possibile, quindi, che per ogni nazione occorra dare al problema una particolare soluzione. Se c’è un caso nel quale sia necessario impostare dialetticamente un problema, questo caso è proprio quello della questione nazionale.

Perciò dobbiamo decisamente pronunciarci contro un metodo molto diffuso, ma anche molto sommario, che ha la sua origine nel Bund di «risolvere» la questione nazionale. Alludiamo al facile metodo di ispirarsi alla socialdemocrazia dell’Austria e del Sud slavo, che ha già risolto la questione nazionale e dalla quale i socialdemocratici russi dovrebbero semplicemente prendere in prestito la soluzione. Con ciò si presupporrebbe che tutto ciò che è giusto, diciamo così, per l’Austria, sia tale anche per la Russia. Si dimentica la cosa più importante, e nel nostro caso decisiva: le condizioni storiche concrete in Russia, in generale, e nella vita di ogni singola nazione nei confini della Russia, in particolare.

Ascoltiamo, per esempio, il noto bundista Kossovski:

«Al IV Congresso del Bund, quando si è esaminata la prima parte della questione (si tratta della questione nazionale. G. St.), la proposta di un congressista di risolverla nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo ha suscitato l’approvazione generale».

In conclusione, «il congresso si è pronunciato alla unanimità» per… l’autonomia nazionale. E questo è tutto! Nessuna analisi della realtà russa, nessun esame delle condizioni di vita degli ebrei in Russia: prima si prende a prestito la risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, poi si «approva» e poi «si accetta all’unanimità» questa risoluzione. Così i bundisti pongono e «risolvono» la questione nazionale in Russia…Fra l’altro, l’Austria e la Russia presentano condizioni assolutamente diverse. Con questo si spiega anche perché la socialdemocrazia austriaca, che a Brünn (6) (1899) approvò un programma nazionale nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo (per la verità, con alcuni emendamenti insignificanti), non affronta affatto la questione, per così dire, alla russa e, naturalmente, non la risolve alla russa.Prima di tutto, l’impostazione della questione. Come formulano il problema i teorici austriaci dell’autonomia culturale nazionale, i commentatori del programma nazionale di Brünn e della risoluzione del partito socialdemocratico del Sud slavo, Springer e Bauer?

«Non rispondiamo qui — dice lo Springer — alla questione se sia possibile, in generale, uno stato plurinazionale e se le nazionalità austriache, in particolare, debbano formare un’unica entità politica; considereremo risolte queste questioni. Per chi non è d’accordo sull’accennata possibilità e necessità, la nostra conclusione, naturalmente, sarà infondata. La nostra tesi è: certe nazioni sono obbligate a condurre un’esistenza comune; quali forme giuridiche danno loro la possibilità di vivere nel modo migliore?» (il corsivo è di Springer). Così, l’integrità statale dell’Austria è il punto di partenza.

Il Bauer dice la stessa cosa: «Noi partiamo dal presupposto che le nazionalità dell’Austria restino nella stessa unione statale in cui vivono oggi e ci domandiamo quali debbano essere, nel quadro di questa unione, i rapporti delle nazioni tra loro e di tutte loro verso lo stato». Di nuovo: l’integrità dell’Austria è il primo dovere. Può la socialdemocrazia russa porre la questione in questo modo? No, non lo può. E non lo può perché fin dall’inizio è partita dal principio dell’autodecisione delle nazioni, in virtù del quale la nazione ha il diritto alla separazione. Perfino il bundista Goldblatt, al secondo congresso della socialdemocrazia della Russia, riconobbe che quest’ultima non poteva ripudiare il punto di vista dell’autodecisione. Ecco che cosa diceva allora il Goldblatt:

«Contro il diritto di autodecisione non si può obiettare nulla. Nel caso che una nazione lotti per l’indipendenza non è possibile opporvisi. Se la Polonia non vuole contrarre un “matrimonio legale” con la Russia, non tocca a noi ostacolarla».

Le cose stanno così; ma ne consegue che i punti di partenza dei socialdemocratici russi e austriaci non solo non sono simili, ma sono addirittura opposti. Dopo di che, si può forse parlare della possibilità di prendere a prestito dagli austriaci il programma nazionale?
Ancora: gli austriaci pensano di realizzare «la libertà delle nazionalità» lentamente, per via di piccole riforme. Proponendo l’autonomia culturale nazionale come soluzione pratica, essi non contano affatto su un cambiamento radicale, su un movimento democratico di liberazione; questo non rientra nella loro prospettiva. Invece i marxisti russi, non avendo motivo di contare sulle riforme, legano la questione della «libertà delle nazionalità» a un probabile mutamento radicale, a un movimento democratico di liberazione. E questo cambia sostanzialmente la questione per quanto riguarda il probabile destino delle nazioni in Russia.

«Certo — dice il Bauer — è difficile pensare che l’autonomia nazionale sia il risultato di una grande decisione, di un’azione audace, decisiva. L’Austria andrà verso la sua autonomia nazionale passo passo, con un processo lento e penoso, con una lotta difficile, in conseguenza della quale la legislazione e il governo si troveranno in una condizione di paralisi cronica. No, non per mezzo di un grande atto legislativo, ma con numerose leggi parziali emanate per le diverse regioni, per le diverse comunità, si creerà il nuovo ordinamento giuridico-statale».

La stessa cosa afferma lo Springer:

«So benissimo che istituzioni di questo genere (gli organi dell’autonomia nazionale. G. St.) non si creeranno nè in un anno nè in un decennio. La sola riorganizzazione dell’ amministrazione prussiana ha richiesto un lungo periodo di tempo… Alla Prussia sono occorsi due decenni per stabilire definitivamente le sue istituzioni amministrative fondamentali. Non si creda perciò che io non sappia quanto tempo e quante difficoltà occorreranno per l’Austria».

Tutto ciò è chiaro. Ma possono i marxisti russi non legare la questione nazionale alle «azioni audaci, decisive»? Possono contare su riforme parziali, su numerose leggi parziali, come mezzo per conquistare «la libertà delle nazionalità»? E se non possono e non debbono far questo, non è forse chiaro che i metodi di lotta e le prospettive degli austriaci e dei russi sono completamente diversi?
Come si può, in tale situazione, limitarsi all’autonomia nazionale degli austriaci, unilaterale e parziale? Una delle due: o coloro che vogliono prendere a prestito il programma nazionale degli austriaci non contano su «azioni audaci e decisive», oppure ci contano, ma «non sanno quel che si fanno».

Infine la Russia e l’Austria si trovano di fronte a problemi di attualità del tutto diversi e per conseguenza anche il modo di risolvere la questione nazionale dev’essere diverso. L’Austria vive in regime parlamentare e nelle condizioni attuali non è possibile un’evoluzione senza il parlamento. Ma la vita parlamentare e l’attività legislativa in Austria non di rado sono completamente interrotte dai conflitti acuti dei partiti nazionali. Questo spiega anche la crisi politica cronica di cui l’Austria soffre da tempo. In conseguenza, la questione nazionale in Austria è il perno della vita politica, è questione vitale! Non c’è quindi da meravigliarsi che in Austria gli uomini politici socialdemocratici si sforzino di risolvere, in una maniera o nell’altra, prima di tutto la questione dei conflitti nazionali, naturalmente sulla base del parlamentarismo già esistente, con mezzi parlamentari…

Non così in Russia. In Russia, prima di tutto, «grazie a Dio non c’è parlamento». In secondo luogo, e questo è importante, l’asse della vita politica della Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria. Perciò i destini della questione russa e, quindi, anche della «liberazione» delle nazioni, sono legati alla soluzione della questione agraria, cioè alla distruzione dei residui feudali, cioè alla democratizzazione del paese. Questo spiega perché in Russia la questione nazionale si presenti non come una questione a sé stante e decisiva, ma come una parte del problema più generale e più importante della liberazione del paese dal feudalesimo.

«La sterilità del parlamento austriaco — scrive lo Springer — deriva esclusivamente dal fatto che ogni riforma genera in seno ai partiti nazionali delle contraddizioni, che ne minano la coesione, e perciò i capi dei partiti rifuggono attentamente da tutto ciò che sa di riforma. Il progresso dell’Austria è concepibile in generale solo nel caso che alle nazioni siano date posizioni legali imprescrittibili; ciò le esonera dalla necessità di mantenere nel parlamento veri e propri distaccamenti di combattimento e dà loro la possibilità di consacrarsi alla soluzione dei problemi economici e sociali».

Lo stesso dice il Bauer:

«La pace nazionale è innanzi tutto necessaria allo stato.Lo stato non può assolutamente tollerare che l’attività legislativa venga interrotta per una stupidissima questione di lingua, per ogni minima controversia di persone eccitate, in un posto qualunque entro i confini nazionali, per ogni nuova scuola».

Tutto ciò è chiaro. Ma non è meno chiaro che in Russia la questione nazionale si pone su di un piano completamente diverso. In Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria che decide delle sorti del progresso. La questione nazionale é una questione subordinata.

Così, una diversa impostazione della questione, diverse prospettive e diversi metodi di lotta, diversi compiti immediati. Non è forse evidente che in questa situazione solo dei topi di biblioteca che «risolvono» la questione nazionale fuori del tempo e dello spazio possono prendere esempio dall’Austria e pensare di prenderne in prestito il programma

Ancora una volta: le condizioni storiche concrete, come punto di partenza; l’impostazione dialettica della questione, come unica impostazione giusta: questa è la chiave per la soluzione della questione nazionale.

IV. L’autonomia culturale nazionale

Abbiamo parlato sopra dell’aspetto formale del programma nazionale austriaco, dei fondamenti metodologici in forza dei quali i marxisti russi non possono puramente e semplicemente seguire l’esempio della socialdemocrazia austriaca e farne proprio il programma. Ora parleremo del programma stesso, della sua sostanza.Qual’è il programma nazionale dei socialdemocratici austriaci?
Si compendia in due parole: autonomia culturale nazionale.

Ciò significa, in primo luogo, che si deve dare l’autonomia, per esempio, non alla Boemia-Moravia o alla Polonia, abitate prevalentemente da cechi e da polacchi, ma ai cechi e ai polacchi in generale, indipendentemente dal territorio, indipendentemente dalla zona dell’Austria in cui risiedono. Perciò quest’autonomia si chiama nazionale e non territoriale.
Ciò significa, in secondo luogo, che cechi, polacchi, tedeschi, ecc., disseminati nelle varie regioni dell’Austria, si organizzano in gruppi nazionali personalmente, come singoli individui, e come tali entrano a far parte dello stato austriaco. L’Austria non rappresenta in questo caso un’unione di province autonome,ma un’unione di nazionalità autonome, costituite indipendentemente dal territorio.
Questo significa, in terzo luogo, che le istituzioni nazionali, che devono esser create a tale scopo dai polacchi, cechi, ecc., non si occuperanno di problemi «politici», ma solo di problemi «culturali». I problemi specificamente politici saranno di competenza del parlamento austriaco (Reichsrat). Perciò questa autonomia si chiama anche culturale, culturale nazionale.

Ed ecco il testo del programma approvato dalla socialdemocrazia austriaca al Congresso di Brünn del 1899.
Dopo aver rammentato che «i dissensi nazionali in Austria ostacolano il progresso politico», che «una soluzione definitiva del problema nazionale… è prima di tutto una necessità culturale», «la soluzione è possibile solo in una società effettivamente democratica, organizzata sulla base del suffragio universale, diretto ed uguale», il programma continua:
«Il mantenimento e lo sviluppo delle particolarità nazionali  dei popoli dell’Austria è possibile solo con la piena eguaglianza di diritti e con la fine di qualsiasi oppressione. Perciò deve essere anzitutto abolito il sistema del centralismo burocratico statale e così pure devono essere aboliti i privilegi feudali dei singoli territori. A queste condizioni e solamente a queste condizioni si potrà instaurare in Austria un ordine nazionale, invece di un disordine nazionale, e precisamente sulle basi seguenti:

1) l’Austria deve essere trasformata in uno stato che rappresenti l’unione democratica delle nazionalità;

2) al posto dei territori storici della corona devono essere create delle corporazioni nazionali autonome delimitate, in ognuna delle quali la legislazione e l’amministrazione siano nelle mani di camere nazionali elette a suffragio universale, diretto e eguale;

3) le regioni autonome di una stessa nazione formano insieme un’unica unità nazionale, che decide le sue questioni nazionali in piena autonomia;

4) i diritti delle minoranze nazionali verranno garantiti da una legge particolare, emanata dal parlamento imperiale».

Il programma termina con un appello alla solidarietà di tutte le nazioni dell’Austria .
Non è difficile accorgersi che in questo programma sono rimaste alcune tracce di «territorialismo», ma nel complesso esso è una formulazione dell’autonomia nazionale. Non per nulla lo Springer, il primo agitatore della autonomia culturale nazionale, l’accoglie con entusiasmo. Anche  Bauer è per questo programma e lo definisce una vittoria teorica  dell’autonomia nazionale; solo nell’interesse di una maggior chiarezza egli propone di sostituire l’articolo 4 con una formulazione più precisa, che esprima la necessità di «costituire in seno ad ogni regione autonoma le minoranze nazionali in corporazioni di diritto pubblico», per la direzione degli affari scolastici e degli altri affari culturali. Tale il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca.
Esaminiamone i fondamenti scientifici.

Vediamo come la socialdemocrazia austriaca giustifica l’autonomia culturale nazionale da essa propugnata.
Consultiamo i suoi teorici, Springer e Bauer. All’origine dell’autonomia nazionale troviamo il concetto di nazione come unione di individui, indipendentemente da un territorio determinato.

«La nazionalità — secondo Springer — non ha nessun rapporto effettivo col territorio, le nazioni sono unioni personali autonome».
Anche il Bauer parla della nazione come di una «unione di individui», alla quale non è attribuita una sovranità esclusiva in una regione determinata.  Ma gli individui che compongono la nazione non vivono sempre in una massa compatta, spesso si dividono in gruppi, e in questa forma si disperdono in altri organismi nazionali. Il capitalismo li spinge in diverse province e città in cerca di guadagno. ma trasferendosi in territori nazionali estranei e sostituendovi una minoranza, questi gruppi subiscono, da parte delle maggioranze nazionali del luogo, restrizioni quanto alla lingua, alla scuola, ecc. Di qui i conflitti nazionali. Di qui 1’«insufficienza» dell’autonomia territoriale. L’unica via d’uscita da tale situazione, secondo lo Springer e il Bauer, è quella di organizzare le minoranze di ogni nazionalità disseminate nelle varie parti dello stato in una unione nazionale interclassista. Secondo loro, soltanto una tale unione potrebbe difendere gli interessi culturali delle minoranze nazionali, soltanto essa è atta a metter fine ai dissensi nazionali».

«È necessario — dice lo Springer — dare alle nazionalità una giusta organizzazione, fissarne i diritti e i doveri». Certo, «è facile fare una legge, ma avrà essa tutta l’efficacia che ci s’aspettava»?… «Se si vuole fare una legge per le nazioni, prima di tutto bisogna creare le nazioni stesse»…. «Se non si costituiscono le nazionalità non è possibile creare un diritto nazionale ed eliminare i dissensi nazionali».

Nello stesso senso parla il Bauer quando propone, come «rivendicazione della classe operaia», «l’organizzazione delle minoranze in corporazioni di diritto pubblico sulla base del principio personale».

Ma come organizzare le nazioni? Come definire se un individuo appartiene ad una nazione o ad un’altra?
«Quest’appartenenza — dice lo Springer — si definisce per mezzo di certificati nazionali; tutti coloro che vivono in una regione devono dichiarare la loro appartenenza ad una nazione o ad un’altra».«Il principio personale — afferma il Bauer — presuppone che la popolazione si divida per nazionalità sulla base di libere dichiarazioni dei cittadini maggiorenni», e perciò «si devono preparare i registri nazionali».

E ancora:«Tutti i tedeschi — dice il Bauer — che vivono in distretti omogenei dal punto di vista nazionale, e inoltre tutti i tedeschi iscritti nei registri nazionali dei distretti misti costituiscono la nazione tedesca ed eleggono il Consiglio nazionale».

Lo stesso va detto dei cechi, dei polacchi, ecc. «Il Consiglio nazionale — secondo lo Springer — è un parlamento culturale nazionale al quale spetta di fissare i principi e approvare i mezzi necessari per difendere la scuola nazionale, la letteratura, l’arte e la scienza nazionali, per fondare accademie, musei, gallerie, teatri, ecc.».

Tali dunque sono l’organizzazione della nazione e la sua istituzione centrale.Creando questi istituti interclassisti, il partito socialdemocratico austriaco aspira, secondo il Bauer, a «rendere la cultura nazionale… patrimonio di  tutto il popolo e ad unire con questo mezzo che è l’unico possibile, tutti i membri della nazione in una comunità culturale nazionale» (il corsivo è nostro).
Si può pensare che questo riguardi soltanto l’Austria. Ma il Bauer non è d’accordo. Egli afferma nettamente che l’autonomia nazionale è obbligatoria anche per quegli altri stati che siano composti, come l’Austria, di parecchie nazionalità.
«Alla politica nazionale delle classi abbienti, alla politica di conquista del potere in uno stato plurinazionale, il proletariato di tutte le nazioni contrappone — secondo il Bauer — la sua esigenza dell’autonomia nazionale».Inoltre, confondendo inavvertitamente l’autodecisione delle nazioni con l’autonomia nazionale, il Bauer continua:

«Così, l’autonomia nazionale, l’autodecisione delle nazioni, diventa inevitabilmente il programma costituzionale del proletariato di tutte le nazioni, che vivono in stati plurinazionali».

Ma il Bauer va ancora più in là. Egli è profondamente convinto che le «unioni nazionali» interclassiste «costituite» da lui e dallo Springer saranno come il prototipo della futura società socialista. Egli sa infatti che «l’organizzazione socialista della società… dividerà l’umanità in comunità delimitate secondo la nazionalità», che in regime socialista si creerà «un raggruppamento della umanità in società nazionali autonome», che «in tal modo la società socialista rappresenterà sicuramente un quadro variopinto di unioni nazionali personali e di corporazioni territoriali», e che, per conseguenza, «il principio socialista della nazionalità è la più alta sintesi del principio nazionale e dell’autonomia nazionale».

E mi pare che basti…Questa la giustificazione dell’autonomia nazionale culturale nei lavori del Bauer e dello Springer.
Prima di tutto, balza agli occhi la confusione del tutto incomprensibile e assolutamente ingiustificata tra autodecisione delle nazioni e autonomia nazionale. Una delle due: o il Bauer non ha capito che cos’è l’autodecisione, ovvero lo ha capito, ma per una qualche ragione ne restringe il significato. Perché non c’è dubbio che: a) l’autonomia culturale nazionale presuppone l’integrità dello stato plurinazionale, mentre l’autodecisione esce dai limiti di tale integrità; b) l’autodecisione dà alla nazione tutti integralmente i diritti, mentre l’autonomia nazionale le dà soltanto i diritti «culturali». Questo in primo luogo.In secondo luogo, è molto probabile che in avvenire si produca un tal concorso di circostanze interne ed esterne, per cui una nazionalità o un’altra decida di uscire dallo stato plurinazionale, per esempio dall’Austria: al Congresso di Brünn i socialdemocratici ruteni hanno affermato di esser pronti a riunire le «due parti» del loro popolo in un tutto unico. Allora, che ne sarà dell’autonomia nazionale, «inevitabile per il proletariato di tutte le nazioni»?
Che cos’è questa «soluzione» del problema che imprigiona meccanicamente le nazioni nel letto di Procuste dell’integrità dello stato?
E ancora. L’autonomia nazionale è in contraddizione con tutto il processo di sviluppo delle nazioni. Essa dà la parola d’ordine d’organizzare le nazioni; ma è possibile saldarle artificialmente, se la vita, se lo sviluppo economico separa da esse interi gruppi e li sparpaglia in varie regioni? Non v’è dubbio che agli inizi del capitalismo le nazioni si uniscono. Ma è anche certo che nelle fasi superiori del capitalismo comincia un processo di dispersione delle nazioni, un processo di separazione dalle rispettive nazioni di tutta una serie di gruppi che partono in cerca di lavoro e poi si trasferiscono definitivamente in un’altra regione dello stato; in questo modo essi sciolgono i loro vecchi legami, ne allacciano dei nuovi nella nuova residenza, assimilano di generazione in generazione nuove usanze e nuovi gusti e forse anche una nuova lingua. Ci si domanda: è forse possibile unire in una sola unione nazionale questi gruppi, che si differenziano a tal segno l’uno dall’altro? Dove trovare gli anelli miracolosi, grazie ai quali si possa unificare ciò che non è unificabile? È concepibile «fondere in una sola nazione», per esempio, i tedeschi del Baltico e quelli della Transcaucasia? Ma se tutto questo è inconcepibile e impossibile, in che cosa differisce allora l’autonomia nazionale dalle utopie dei vecchi nazionalisti, che tentavano di far girare all’indietro la ruota della storia? Ma l’unità della nazione non è compromessa soltanto dall’emigrazione, è anche compromessa all’interno in seguito all’acuirsi della lotta di classe. Agli inizi del capitalismo si può ancora parlare di una «comunità culturale» del proletariato e della borghesia. Ma con lo sviluppo della grande industria e l’acuirsi della lotta di classe, la «comunità» comincia a sparire. Non è possibile parlare seriamente di «comunità culturale», quando padroni e operai di una sola e stessa nazione non si comprendono più tra di loro… Di quale « comune destino» si può parlare, quando la borghesia vuole la guerra e il proletariato dichiara «guerra alla guerra»? Come organizzare con questi elementi contrastanti un’unione nazionale interclassista? Si può, per conseguenza, parlare di «unione di tutti i membri di una nazione in una comunità nazionale culturale»? Non risulta forse chiaro che l’autonomia nazionale è in contrasto con tutto l’andamento della lotta di classe?

Ma ammettiamo pure per un momento che la parola d’ordine «organizzare la nazione» sia realizzabile. Tutto sommato è comprensibile che dei parlamentari borghesi nazionalisti tentino di «organizzare» la nazione per ottenere un maggior numero di voti. Ma da quando in qua i socialdemocratici hanno incominciato ad «organizzare» le nazioni, a «costituire» le nazioni, a «creare» le nazioni?  Che socialdemocratici son codesti, che in un’epoca di estrema acutizzazione della lotta di classe organizzano unioni nazionali interclassiste?  Finora la socialdemocrazia austriaca, come ogni altra, aveva un compito: organizzare il proletariato. Ma questo compito, evidentemente, è «sorpassato». Ora lo Springer e il Bauer indicano un «nuovo» compito, un compito più interessante: «creare», «organizzare» la nazione.

Del resto la logica impone che chi ha accettato l’autonomia nazionale debba accettare anche questo «nuovo» compito; ma accettare questo compito significa abbandonare la posizione classista e mettersi sulla via del nazionalismo.
L’autonomia culturale nazionale dello Springer e del Bauer è una forma raffinata di nazionalismo. E non è certo un caso che il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca faccia obbligo di preoccuparsi «della conservazione e dello sviluppo delle particolarità dei popoli nazionali». Si pensi soltanto: «conservare» delle «particolarità nazionali» come quella dell’autoflagellazione dei tartari della Transcaucasia nella festa dello Sciakhsei-Vakhsei, «sviluppare» delle «particolarità nazionali» come quella dei georgiani del «diritto della vendetta»!…

Un paragrafo di questo genere sarebbe al suo posto in un programma sfacciatamente nazionalistico-borghese; e se è stato incluso nel programma dei socialdemocratici austriaci, vuol dire che l’autonomia nazionale tollera tali cose, non vi si oppone.

Ma l’autonomia nazionale, inadatta per la società presente, è ancora meno adatta per la futura società socialista.
La profezia del Bauer circa la «divisione dell’umanità in delimitate società nazionali» è confutata da tutto il processo di sviluppo dell’umanità contemporanea. Le barriere nazionali non si rafforzano, ma si distruggono e cadono. Fin dalla metà del secolo scorso, Marx diceva che «l’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno via via scomparendo», che «il dominio del proletariato li farà scomparire ancora di più». Lo sviluppo ulteriore dell’umanità, con il gigantesco sviluppo della produzione capitalistica, con il mescolarsi delle nazionalità e con l’unificazione delle genti in territori sempre più estesi, dà una conferma decisiva alla teoria di Marx.
Il desiderio del Bauer di rappresentare la società socialista come «un quadro variopinto di unioni nazionali individuali e di corporazioni territoriali» è un timido tentativo di trasformare la concezione marxista del socialismo in una concezione bakunista riformata. La storia del socialismo insegna che tutti i tentativi di questo genere racchiudono in sé gli elementi del loro inevitabile fallimento.
Non parliamo neppure del cosiddetto «principio socialista delle nazionalità» esaltato dal Bauer, che si risolve, a nostro parere, nel sostituire il principio socialista della lotta di classe col «principio» borghese «della nazionalità». Se l’autonomia nazionale parte da un principio così equivoco, bisogna riconoscere che può soltanto nuocere al movimento operaio.

È vero che questo nazionalismo non è molto  limpido, perché è abilmente mascherato con frasi socialiste, ma esso è tanto più nocivo al proletariato. Si può sempre aver ragione di un nazionalismo aperto: non è difficile riconoscerlo. Molto più difficile è lottare contro un nazionalismo mascherato e irriconoscibile sotto la sua maschera. Coprendosi con la corazza del socialismo, esso è meno vulnerabile e più vitale. Vivendo poi tra gli operai, avvelena l’atmosfera, diffondendo le idee nefaste della diffidenza reciproca e della separazione degli operai delle diverse nazionalità.

Ma non soltanto per questo l’autonomia nazionale è nociva. Essa prepara il terreno non solo per la divisione delle nazioni, ma anche per il frazionamento del movimento operaio unico. L’idea dell’autonomia nazionale crea le premesse psicologiche per la divisione del partito unico degli operai in diversi partiti, costituiti sulla base della nazionalità. Dopo i partiti, si disgregano i sindacati e si giunge al completo frazionamento. Così un movimento di classe unitario si scinde in rivoli nazionali distinti.
L’Austria, la patria dell’«autonomia nazionale», offre gli esempi più tristi di questo fenomeno. Il partito socialdemocratico austriaco, un tempo unico, ha cominciato dal 1897 (Congresso di Wimberg) a scindersi in vari partiti. Dopo il Congresso di Brünn (1899) che votò per l’autonomia nazionale, la scissione si è accentuata ancor più. Infine si è giunti a tal punto che, invece di un unico partito internazionale, esistono ora sei partiti nazionali, fra i quali il Partito socialdemocratico ceco non vuole aver niente a che fare con la socialdemocrazia tedesca.

Ma ai partiti sono legati i sindacati. In Austria, sono gli stessi operai socialdemocratici che svolgono l’attività principale, sia nei partiti che nei sindacati. Perciò c’era da temere che il separatismo nel partito avrebbe condotto al separatismo nei sindacati, che anche i sindacati si sarebbero  scissi.

E così è avvenuto: anche i sindacati si sono divisi secondo le nazionalità. Ora si arriva spesso al punto che gli operai cechi sabotano lo sciopero degli operai tedeschi o partecipano alle elezioni amministrative a fianco dei borghesi cechi contro gli operai tedeschi.
Si vede dunque che l’autonomia culturale nazionale non risolve la questione nazionale. Anzi l’acutizza e la complica, creando un terreno favorevole alla rottura dell’unità del movimento operaio, alla divisione degli operai secondo la nazionalità, al rafforzamento degli attriti nelle loro file. Questi sono i frutti dell’autonomia nazionale.

V. Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo

Abbiamo detto sopra che il Bauer, pur riconoscendo necessaria l’autonomia nazionale per i cechi i polacchi, ecc., si esprime nondimeno contro l’autonomia per gli ebrei. Alla domanda: «Deve la classe operaia rivendicare l’autonomia per il popolo ebraico?», i1 Bauer risponde che «l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei». La ragione, secondo il Bauer, è che «la società capitalistica non permette loro (agli ebrei. G. St.) di mantenersi come nazione».

In breve, la nazione ebraica cessa di esistere, dunque non c’è motivo di rivendicarne l’autonomia. Gli ebrei si vanno assimilando.
Quest’opinione sul destino degli ebrei come nazione non è nuova. Marx l’enunciò sin dalla metà del secolo scorso, riferendosi soprattutto agli ebrei tedeschi. Kautsky la ripeté nel 1903, riferendosi agli ebrei russi. Ora la ripete il Bauer, riferendosi agli ebrei austriaci, con questa differenza, però, che egli nega non il presente, ma l’avvenire della nazione ebraica.

Egli spiega l’impossibilità per gli ebrei di mantenersi come nazione col fatto che «gli ebrei non hanno un territorio delimitato di colonizzazione». Però questa spiegazione, fondamentalmente vera, non contiene tutta la verità. Sta di fatto, innanzi tutto, che non esiste uno strato considerevole di ebrei stabilmente legato alla terra, che consolidi naturalmente la nazione costituendone non solo l’ossatura, ma anche il mercato «nazionale». Su cinque o sei milioni di ebrei russi, solo il tre o quattro per cento sono legati in un modo o nell’altro all’agricoltura; il novantasei per cento sono occupati nel commercio, nell’industria, in uffici urbani e in generale vivono nelle città, ed inoltre, sparpagliati per la Russia, non costituiscono la maggioranza in nessun governatorato.
In tal modo, infiltrati in regioni di altra nazionalità, gli ebrei formano minoranze nazionali, che servono soprattutto le nazioni «straniere» in qualità di industriali, commercianti o liberi professionisti, uniformandosi, naturalmente, alle «nazioni straniere» per la lingua, ecc. Tutto ciò, dato il crescente mescolarsi delle nazionalità, caratteristico nelle forme sviluppate dal capitalismo, porta all’assimilazione degli ebrei. L’eliminazione dell’obbligo di vivere in determinate «zone di residenza» non può che accelerarla.
Per conseguenza, la questione dell’autonomia nazionale per gli ebrei russi assume un carattere alquanto strano: si propone l’autonomia per una nazione di cui si nega l’avvenire, di cui resta ancora da provare l’esistenza!
Nondimeno il Bund si è messo su questa posizione strana e incerta, approvando nel suo VI Congresso (1905) un «programma nazionale» ispirato all’autonomia nazionale.

Due circostanze hanno spinto il Bund a questo. La prima è l’esistenza del Bund come organizzazione degli operai socialdemocratici ebrei, e soltanto ebrei. Ancora prima del 1897, gruppi socialdemocratici che lavoravano tra gli operai ebrei si erano prefissi di creare «una particolare organizzazione operaia ebraica». Nel 1897 crearono quest’organizzazione, unendosi nel Bund. Questo accadde quando la socialdemocrazia della Russia non esisteva ancora, di fatto, come un tutto unico.

Da allora il Bund è cresciuto e si è esteso ininterrottamente, distinguendosi sempre di più sullo sfondo dei giorni grigi della socialdemocrazia della Russia… Ma eccoci all’inizio del secolo XX. Ha inizio un movimento operaio di massa. La socialdemocrazia polacca si sviluppa e attrae gli operai ebrei nella lotta di massa. La socialdemocrazia della Russia si sviluppa ed attira a sé gli operai «bundisti». La cornice nazionale del Bund, priva di una base territoriale, diventa angusta. Il Bund si trova di fronte a un dilemma: o dissolversi nell’ondata generale internazionale, o difendere la propria esistenza indipendente di organizzazione extraterritoriale. Il Bund sceglie quest’ultima soluzione.

Così viene creata la «teoria» del Bund come «unico rappresentante del proletariato ebraico».

Ma giustificare in un modo più o meno «semplice» questa strana «teoria» era impossibile. Occorreva darle una veste «di princìpi», una giustificazione «di principio». Questa veste fu l’autonomia culturale nazionale. Il Bund si aggrappò ad essa, prendendola a prestito dalla socialdemocrazia austriaca. Se gli austriaci non avessero avuto questo programma, il Bund lo avrebbe inventato, per giustificare «in linea di principio» la sua esistenza indipendente. In tal modo, dopo un timido tentativo fatto nel 1901 (IV Congresso), il Bund adottò definitivamente nel 1905 il suo «programma nazionale» (VI Congresso).

La seconda circostanza è la particolare situazione degli ebrei, che formano minoranze nazionali separate in seno a maggioranze nazionali compatte di intere province. Abbiamo già detto che tale situazione mina l’esistenza degli ebrei come nazione, li sospinge sulla via dell’assimilazione. Ma questo è un processo oggettivo. Soggettivamente, nella mente degli ebrei, suscita una reazione e fa sorgere il problema della garanzia dei loro diritti di minoranza nazionale, il problema della garanzia contro l’assimilazione. Propugnando la vitalità della «nazionalità» ebraica, il Bund non poteva non sostenere il punto di vista della «garanzia»; e, presa una posizione di questo genere, non poteva non accogliere l’autonomia nazionale, perché. se doveva aggrapparsi ad una qualsiasi autonomia, poteva aggrapparsi soltanto all’autonomia nazionale, cioè culturale nazionale. Di un’autonomia territoriale-politica degli ebrei non si poteva neanche parlare, in quanto essi erano privi di un territorio unito e definito.

È caratteristico che il Bund abbia sottolineato fin dall’inizio il carattere nazionale dell’autonomia come garanzia dei diritti delle minoranze nazionali,come garanzia del «libero sviluppo» delle nazioni. Non a caso il rappresentante del Bund al Congresso della socialdemocrazia della Russia, Golblatt, definì l’autonomia nazionale come «istituzione che garantisce loro (alle nazioni. G. St.) la piena libertà di sviluppo culturale». I sostenitori delle idee del Bund sono entrati nel gruppo socialdemocratico alla quarta Duma, avanzando la stessa proposta.

Così il Bund ha assunto la strana posizione dell’autonomia nazionale degli ebrei.
Abbiamo esaminato sopra l’autonomia nazionale in generale. L’esame ci ha dimostrato che l’autonomia nazionale conduce al nazionalismo. Vedremo più avanti che il Bund è già arrivato a questo punto. Ma il Bund considera l’autonomia nazionale anche da un punto di vista particolare: quello della garanzia dei diritti delle minoranze nazionali. Esaminiamo la questione anche da questo punto di vista particolare. Ciò è tanto più necessario, in quanto la questione delle minoranze nazionali, e non solo delle minoranze ebraiche, ha una grande importanza per la socialdemocrazia. Dunque: «istituzioni che garantiscano» alle nazioni «la piena libertà di sviluppo culturale» (il corsivo è nostro. G. St.). Ma che cosa sono mai tali «istituzioni che garantiscano», ecc.?
Prima di tutto il «consiglio nazionale» di Springer-Bauer, una specie di Dieta per gli affari culturali. Ma possono queste istituzioni garantire «la piena libertà di sviluppo culturale» delle nazioni? Può una qualsiasi Dieta per gli affari culturali garantire le nazioni dalle persecuzioni nazionalistiche? Il Bund ritiene di sì.

Ma la storia dice il contrario. Nella Polonia russa c’è stata una volta una Dieta, una Duma politica, ed essa, certo, si è sforzata di garantire la libertà di «sviluppo culturale» dei polacchi; però non solo non vi è riuscita, ma al contrario è caduta essa stessa nell’impari lotta contro le condizioni politiche generali della Russia.

In Finlandia esiste da molto tempo una Dieta che si sforza anch’essa di difendere dagli «attentati» la nazionalità finnica, ma tutti possono vedere se riesce a fare gran che in questo senso. Certo, c’è differenza tra Dieta e Dieta e non è così facile sbarazzarsi della Dieta finlandese, organizzata democraticamente, come ci si è sbarazzati di quella polacca aristocratica. Ma, comunque, l’elemento decisivo non è rappresentato dalla Dieta, ma dall’ordinamento generale della Russia: se oggi in Russia esistessero gli stessi ordinamenti politico-sociali brutalmente asiatici, come nel passato, come negli anni della soppressione della Dieta polacca, le cose andrebbero peggio per la Dieta finlandese. Del resto, la politica di «attentati» contro la Finlandia si sviluppa e non si può dire che abbia subito sconfitte. Se così stanno le cose per antiche istituzioni formatesi storicamente, come le Diete politiche, tanto meno potranno garantire il libero sviluppo nazionale delle Diete recenti, e per giunta deboli come le Diete «culturali». Il problema non sta evidentemente nelle «istituzioni», ma negli ordinamenti generali del paese. Se nel paese non c’è democrazia, non c’è neppure garanzia di «piena libertà di sviluppo culturale» delle nazionalità. Si può dire con sicurezza che quanto più un paese è democratico, tanto minori sono gli «attentati» alla «libertà delle nazionalità» e tanto maggiori le garanzie contro gli «attentati».
La Russia è un paese semiasiatico e perciò la politica di «attentati» assume non di rado le forme più brutali, le forme di pogrom. Inutile dire che le «garanzie» in Russia, sono ridotte ai minimi termini. La Germania è già Europa, con maggiore o minor libertà politica. Non c’è da meravigliarsi se la politica di «attentati» non vi assume mai la forma di pogrom.
In Francia, si capisce, vi sono «garanzie» ancora maggiori, perché la Francia è più democratica della Germania.
Non parliamo poi della Svizzera, dove, grazie all’alto livello di democrazia, anche se borghese, le nazionalità, minoranze o maggioranze che siano, vivono liberamente. Dunque il Bund è su una falsa strada, quando afferma che le «istituzioni» di per sé possono garantire il pieno sviluppo culturale delle nazionalità. Si potrebbe osservare che lo stesso Bund considera la democratizzazione della Russia come condizione preliminare per la «creazione di istituzioni» e per la garanzia della libertà. Ma ciò non è esatto. Dal Resoconto dell’VIII Conferenza del Bund  risulta che questo pensa di ottenere le «istituzioni» sulla base  degli ordinamenti attuali in Russia, per mezzo di una «riforma» della comunità ebraica.

«La comunità — diceva a questa conferenza uno dei capi del Bund — può diventare il nucleo della futura autonomia culturale nazionale. L’autonomia culturale nazionale è una forma di self-service, di servigio reso dalla nazione a se stessa, una forma di soddisfacimento delle rivendicazioni nazionali. La forma della comunità nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una stessa catena, tappe di una sola evoluzione».

Partendo da questa premessa, la conferenza ha deciso che bisogna lottare «per una riforma della Comunità ebraica e per la sua trasformazione in una istituzione laica», organizzata democraticamente, da ottenersi per vie legali (il corsivo è nostro. G. St.).
È chiaro che il Bund considera come condizione e garanzia non la democratizzazione della Russia, ma la futura «istituzione laica» degli ebrei, ottenuta mediante la «riforma della comunità ebraica», per così dire per via «legislativa», attraverso la Duma delle esigenze nazionali. La forma della comunità nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una sola catena, tappe di una sola evoluzione».
Ma abbiamo già visto che le «istituzioni», se manca un ordinamento democratico di tutto lo stato, non possono servire di per sé come «garanzie».
E allora, come fare nel futuro ordinamento democratico? Non occorreranno anche in regime di democrazia speciali «istituzioni culturali che garantiscano», ecc.? Come stanno le cose, a questo riguardo, per esempio, nella democratica Svizzera?
Esistono in Svizzera speciali istituzioni culturali del tipo del «consiglio nazionale» di Springer? No, non ne esistono. E non ne soffrono gli interessi culturali, per esempio, degli italiani, che sono in Svizzera una minoranza? Non se ne sente parlare.
Ed è comprensibile: la democrazia in Svizzera rende superflua qualsiasi «istituzione» nazionale particolare, «che garantisca», ecc.
Impotenti oggi, dunque, e superflue domani: tali sono le istituzioni per l’autonomia culturale nazionale, tale è l’autonomia nazionale.
Ma essa è ancor più nociva quando si riferisce a una «nazione» la cui esistenza e il cui avvenire sono dubbi. In simili casi, i sostenitori dell’autonomia nazionale sono costretti a difendere e a conservare tutte le particolarità della «nazione», e non solo quelle utili, ma anche quelle dannose, pur di «salvare la nazione» dall’assimilazione, pur di «conservarla».
Il Bund doveva inevitabilmente mettersi su questa strada pericolosa. E in realtà ci si è messo. Ci riferiamo alle note risoluzioni delle ultime conferenze del Bund sul «sabato», sul «gergo», ecc.

La socialdemocrazia rivendica il diritto della lingua materna per tutte le nazioni, ma il Bund non si contenta di questo; esso esige che si difenda «con particolare fermezza» il «diritto della lingua ebraica» (il corsivo è nostro. G. St.); e inoltre, nelle elezioni alla IV Duma dà «la preferenza a quello tra loro (cioè tra gli elettori diretti) che si impegni a difendere il diritto della lingua ebraica».
Non il diritto generale di usare la lingua materna, ma il diritto particolare di usare la lingua ebraica, il gergo! Gli operai delle diverse nazionalità si devono battere prima di tutto per la propria lingua: gli ebrei per l’ebraica, i georgiani per la georgiana, ecc. La lotta per il diritto comune di tutte le nazioni è una questione di secondo ordine. Voi potete anche non riconoscere a tutte le nazioni oppresse il diritto all’uso della lingua materna; ma se avete riconosciuto il diritto all’uso del gergo, sappiate che il Bund voterà per voi, che il Bund vi «preferirà».

Ma in che cosa differisce dunque il Bund  dai nazionalisti borghesi?

La socialdemocrazia vuol ottenere un giorno settimanale di riposo obbligatorio, ma il Bund non se ne accontenta ed esige che «per via legislativa» sia «garantito al proletariato ebraico il diritto di festeggiare anche un altro giorno».

C’è da credere che il Bund  farà «un passo avanti» ed esigerà il diritto di celebrare tutte le antiche feste ebraiche. E se, per disgrazia del Bund, gli operai ebrei si fossero liberati dai pregiudizi e non desiderassero celebrarle, il Bund, con la sua agitazione per «il diritto del sabato», rammenterebbe loro il sabato, coltiverebbe in loro, per così dire, «lo spirito del sabato»… È perciò del tutto comprensibile che all’VIII conferenza del Bund siano stati pronunziati «dei discorsi infuocati» per rivendicare «ospedali ebraici», giustificando questa rivendicazione con la affermazione che «il malato si sente meglio tra i suoi», che «l’operaio ebreo si sentirebbe a disagio tra gli operai polacchi e si sentirebbe invece bene tra i bottegai ebrei». Conservare tutto ciò che è ebraico, conservare tutte le particolarità nazionali degli ebrei, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto ciò che non è ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove è arrivato il Bund!

Il compagno Plekhanov aveva mille volte ragione quando diceva che il Bund  «adatta il socialismo al nazionalismo». Certo, V. Kossovski e i bundisti che gli assomigliano possono accusare Plekhanov di «demagogia» — la carta sopporta tutto — ma per chi conosce l’attività del Bund non è difficile comprendere che queste brave persone hanno semplicemente paura di dire la verità sul proprio conto e si mascherano con parole grosse contro la «demagogia»…

Ma una volta presa una posizione simile sulla questione nazionale, il Bund doveva naturalmente mettersi sulla via dell’isolamento degli operai ebrei anche nel campo organizzativo, sulla via delle curie nazionali in seno alla socialdemocrazia. Tale è infatti la logica dell’autonomia nazionale.

Elettivamente, dalla teoria della «rappresentanza unica» il Bund passa alla teoria della «delimitazione nazionale» degli operai. Esso esige dalla socialdemocrazia russa che «introduca nella sua struttura organizzativa la «delimitazione secondo le nazionalità». Dalla «delimitazione» fa poi «un passo avanti» verso la teoria dell’«isolamento». Non per nulla all’VIII Conferenza del Bund si son sentiti discorsi come questo: «l’esistenza della nazione è nell’isolamento».

Il federalismo organizzativo cela in sé elementi di disgregazione e di separatismo. Il Bund marcia verso il separatismo.
E del resto, in verità, non saprebbe più dove andare. La sua stessa esistenza di organizzazione non territoriale lo spinge sulla via del separatismo. Il Bund non ha un territorio determinato, si appoggia a territori «altrui», mentre la socialdemocrazia polacca, lettone e russa, con le quali si trova incontatto, sono collettività territoriali-internazionali. Il risultato è che ogni ampliamento di queste collettività rappresenta un «guaio» per il Bund, un restringersi del suo campo di azione. Una delle due: o tutta la socialdemocrazia della Russia si riorganizzerà sulle basi del nazionalismo federale, e allora il Bund avrà la possibilità di «assicurarsi» il proletariato ebraico; oppure resterà in vigore il principio territoriale internazionale di queste collettività, e il Bund allora dovrà riorganizzarsi secondo i principi dell’internazionalismo, come avviene nella socialdemocrazia polacca e lettone. Questo spiega perché fin dal principio il Bund abbia chiesto la «riorganizzazione della socialdemocrazia della Russia su basi federative».
Nel l906, cedendo all’ondata unitaria che veniva dalla base, esso scelse la via di mezzo, entrando nella socialdemocrazia dellaRussia. Ma come vi è entrato? Mentre la socialdemocrazia polacca e lettone vi sono entrate per lavorare tranquillamente insieme, il Bund vi è entrato allo scopo di lottare per la federazione.

Il dirigente del Bund, Medem, così parlava allora: «Noi vi andiamo non per un idillio, ma per la lotta. Non c’è idillio, e soltanto i Manilov (7) possono sperarlo nel prossimo futuro. Il Bund deve entrare nel partito, armato dalla testa ai piedi».
Sarebbe un errore attribuire queste parole alla cattiva volontà di Medem. Non si tratta di cattiva volontà, ma della posizione particolare del Bund, a causa della quale esso non può non lottare contro la socialdemocrazia della Russia, edificata sulle basi dell’internazionalismo. Lottando contro di essa, il Bund, naturalmente, ha danneggiato gli interessi dell’unità. Si è infine arrivati al punto che esso ha rotto formalmente con la socialdemocrazia della Russia, violando lo statuto e unendosi, nelle elezioni alla IV Duma, con i nazionalisti polacchi contro i socialdemocratici polacchi. Il Bund, evidentemente, ha creduto che la rottura fosse la miglior garanzia per la sua indipendenza. Così il «principio» della «delimitazione organizzativa» ha avuto come conseguenza il separatismo e la rottura completa. Polemizzando con la vecchia “Iskra” a proposito del federalismo, il Bund tempo fa scriveva:

«L’“Iskra” vuole convincerci che i rapporti federativi del Bund con la socialdemocrazia della Russia indeboliranno necessariamente i nostri reciproci legami. Non possiamo confutare questa opinione richiamandoci alla esperienza della Russia, per la semplice ragione che la socialdemocrazia della Russia non è una associazione federativa. Ma possiamo richiamarci all’esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia in Austria, che ha preso un carattere federativo in base alle decisioni del Congresso del 1897».

Queste parole sono state scritte nel 1902.Ma ora siamo nel 1913. Abbiamo adesso l’«esperienza» della Russia e l’«esperienza della socialdemocrazia dell’Austria»Che cosa ci dicono l’una e l’altra?Cominciamo dall’esperienza «straordinariamente interessante della socialdemocrazia austriaca».Nel 1896 in Austria c’era ancora un solo partito socialdemocratico. In quell’anno i cechi per primi chiedono al Congresso Internazionale di Londra una rappresentanza separata e la ottengono. Nel 1897, al Congresso di Vienna (Wimberg), il partito unico viene formalmente liquidato e si crea in sua vece un’unione federativa di sei «gruppi socialdemocratici» nazionali. In seguito, questi «gruppi» si  trasformano in partiti indipendenti. A poco a poco questi partiti rompono i legami tra loro. Dopo i partiti si scinde il gruppo parlamentare, si formano dei «circoli» nazionali. Ai partiti tengono dietro i sindacati e si dividono anche essi per nazionalità. Il movimento si estende perfino alle cooperative: i separatisti cechi invitano gli operai a frazionarle. Non parliamo neppure del fatto che l’azione separatista indebolisce nei lavoratori il sentimento di solidarietà, spingendoli non di rado sulla via del crumiraggio. Così, l’«esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia austriaca» è contro il Bund, per la vecchia “Iskra” (8). Il federalismo nel partito austriaco ha portato al più vergognoso separatismo, alla rottura dell’unità del movimento operaio.Abbiamo visto sopra che la «pratica in Russia» dice la stessa cosa. I separatisti del Bund, come i cechi, hanno rotto con la comune socialdemocrazia della Russia. Per quanto riguarda i sindacati, i sindacati del Bund, essi fin dal principio furono organizzati sulla base della nazionalità, cioè separati dagli operai delle altre nazionalità

Isolamento completo, rottura completa, ecco quello che insegna la «pratica russa» del federalismo.Non c’è da meravigliarsi che un tale stato di cose si ripercuota sugli operai affievolendone il senso di solidarietà, demoralizzandoli, e che la demoralizzazione penetri anche nel Bund. Alludiamo agli urti sempre più frequenti tra operai ebrei e polacchi a causa della disoccupazione. Ecco quali discorsi si sentivano in proposito alla IX Conferenza del Bund:«Noi consideriamo gli operai polacchi che ci soppiantano, come autori di pogrom, come provocatori, non sosteniamo i loro scioperi ma li sabotiamo. In secondo luogo, all’imposizione risponderemo con l’imposizione: in risposta al divieto fatto agli operai ebrei di entrare nelle fabbriche, non permetteremo che gli operai polacchi si avvicinino ai telai… Se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri» (il corsivo è nostro. G. St.).

Così si parla della solidarietà alla conferenza del Bund.

Come «delimitazione» e «isolamento» non è possibile andare oltre. Il Bund ha raggiunto il suo scopo: esso divide gli operai delle diverse nazionalità sino a spingerli al conflitto, al crumiraggio Non potrebbe essere diversamente: «se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri».Disorganizzazione del movimento operaio, demoralizzazione nelle file della socialdemocrazia: ecco a che cosa conduce il federalismo del Bund.

L’idea dell’autonomia culturale nazionale e l’atmosfera che questa genera si è dunque dimostrata ancor più nociva in Russia che in Austria.

 

VI. I caucasiani e la conferenza dei liquidatori

Abbiamo parlato dei tentennamenti di una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che non hanno resistito alla «epidemia» nazionalistica. Questi tentennamenti si sono manifestati nel fatto che i suddetti socialdemocratici hanno seguito — per quanto sembri strano — le orme del Bund, proclamando l’autonomia culturale nazionale. Autonomia regionale per tutto il Caucaso e autonomia culturale nazionale per le nazioni che fanno  parte del Caucaso: così formulano la loro rivendicazione questi socialdemocratici, che, sia detto tra parentesi, son legati ai liquidatori russi. Ascoltiamo uno dei loro capi, il noto N (9).

«Tutti sanno che il Caucaso si distingue profondamente dalle province centrali, sia per la composizione etnica della popolazione, sia per il territorio e per l’economia agricola. Lo sfruttamento e lo sviluppo materiale di queste regioni esigono lavoratori del luogo, che conoscano le particolarità locali e siano abituati al clima e alle coltivazioni locali. È necessario che tutte le leggi che perseguono il fine di sfruttare il territorio della regione siano emanate sul posto e siano applicate da forze locali. Per conseguenza, l’emanazione delle leggi concernenti i problemi locali sarà di competenza dell’organo centrale dell’autoamministrazione del Caucaso… In questa maniera, le funzioni dell’organo centrale del Caucaso consisteranno nell’ emanare leggi dirette allo sfruttamento economico del

territorio locale, allo sviluppo materiale della regione». Dunque: autonomia regionale del Caucaso. Se si prescinde dalla motivazione addotta da N., alquanto confusa e incoerente, bisogna riconoscere che la sua conclusione è giusta. L’autonomia regionale del Caucaso, operante nella cornice della costituzione generale dello stato — cosa che anche N. non nega — è effettivamente necessaria, data la particolare conformazione e le condizioni di vita del Caucaso stesso. Lo ha riconosciuto anche la socialdemocrazia della Russia, che al II Congresso si è pronunciata per «l’autoamministrazione regionale in quelle regioni periferiche, che per le loro condizioni di esistenza e per la composizione della popolazione differiscono dalle regioni propriamente russe». Il Martov, nel mettere in discussione questo punto al II Congresso, lo giustificò dicendo che «l’immensità della Russia e l’esperienza del nostro governo centralizzato ci danno motivo di ritener necessaria e opportuna l’esistenza di un’amministrazione regionale per grandi territori come la Finlandia, la Polonia, la Lituania e il Caucaso». Ne consegue che per autoamministrazione regionale bisogna intendere autonomia regionale. Ma N. va più in là. Secondo lui, l’autonomia regionale del Caucaso abbraccia «soltanto un lato della questione».

«Finora abbiamo parlato soltanto dello sviluppo materiale della vita locale. Ma allo sviluppo economico del paese contribuisce non solo l’attività economica, ma anche quella spirituale-culturale… «Una nazione forte nel campo della cultura è forte anche nella sfera economica…». «Ma lo sviluppo culturale di una nazione è possibile solo nella lingua nazionale… Perciò tutte le questioni relative alla lingua materna sono questioni culturali nazionali. Sono queste le questioni dell’istruzione, dell’amministrazione della giustizia, della chiesa, della letteratura, dell’arte, della scienza, del teatro, ecc.. Se la questione dello sviluppo materiale del paese unisce le nazioni, i problemi nazional-culturali le separano, chiudono ciascuna di esse nel suo proprio recinto. L’attività economica è legata ad un territorio ben definito». «Non così i problemi culturali nazionali. Essi non sono legati ad un territorio determinato, ma all’esistenza di una determinata nazione. Le sorti della lingua georgiana interessano ugualmente tutti i georgiani, dovunque essi vivano. Sarebbe dar prova di grande ignoranza dire che la cultura georgiana riguarda solo i georgiani che vivono nella Georgia. Prendiamo per esempio la chiesa armena. Alla amministrazione dei suoi affari prendono parte gli armeni di diverse località e di diversi stati. In questo caso il territorio non ha nessuna importanza. Un altro esempio: alla creazione di un museo georgiano sono interessati tanto il georgiano di Tiflis quanto quello di Bakù, di Kutais, di Pietroburgo, ecc. Ciò significa che l’amministrazione e la direzione di tutti gli affari culturali nazionali deve essere lasciata alle nazioni interessate. Noi proclamiamo l’autonomia culturale nazionale delle nazionalità del Caucaso».

Insomma, siccome la cultura non è il territorio e il territorio non è la cultura, è necessaria l’autonomia culturale nazionale. Questo è tutto quello che N. sa dire in favore di quest’ultima.Non ritorneremo qui ancora una volta sull’autonomia nazional-culturale in genere: ne abbiamo già rilevato il carattere negativo. Vorremmo soltanto osservare che l’autonomia culturale nazionale, inutile ingenerale, è ancor più insensata e assurda dal punto di vista delle condizioni del Caucaso.

Ed ecco perché.L’autonomia culturale nazionale presuppone nazionalità più o meno sviluppate, con una cultura ed una letteratura progredite. Senza queste condizioni, l’autonomia perde ogni significato e si trasforma in un’assurdità. Ma nel Caucaso c’è tutta una serie di popolazioni con una cultura primitiva, con una lingua propria, ma senza una propria letteratura; una serie di popolazioni, per giunta, che sono in un periodo di transizione; che in parte si assimilano, in parte invece si sviluppano ulteriormente. Come applicare a queste popolazioni l’autonomia culturale nazionale? Come comportarsi con queste popolazioni? Come «organizzarle» in unioni culturali nazionali separate, che sono indubbiamente il presupposto dell’autonomia culturale nazionale?

Come regolarsi con i mingreli, con gli abkhasi, con gli adzeri, con gli svani, con i lezghini e altri, che parlano lingue diverse, ma non hanno una letteratura propria? A quali nazioni attribuirli? È possibile «organizzarli» in unioni nazionali? Intorno a quali «questioni culturali» è possibile «organizzarli»?Come regolarsi con gli osseti, dei quali i transcaucasici si vanno assimilando ai georgiani (ma sono ancora lontani dall’essersi assimilati), e i ciscaucasici in parte si assimilano ai russi e in parte si sviluppano ancora, dando origine ad una propria letteratura? Come «organizzarli» in una sola unione nazionale?A quale unione nazionale assegnare gli adzeri, che parlano la lingua georgiana, ma sono di cultura turca e professano la religione musulmana? Non si dovrebbe «organizzarli» separatamente dai georgiani sulla base delle questioni religiose e insieme ai georgiani sulla base delle altre questioni culturali? E i cobuleti? E gli ingusci? E gli inghiloizi? Che cos’è quest’autonomia che esclude dall’elenco tutta una serie di nazionalità?
No, questa non è una soluzione della questione nazionale, questo è il parto di una fantasia oziosa.

Ma ammettiamo pure l’inammissibile e supponiamo che l’autonomia culturale nazionale del nostro N. venga realizzata. A che cosa condurrà? A quali risultati? Prendiamo, per esempio, i tartari della Transcaucasia con la loro bassissima percentuale di persone che sappiano leggere e scrivere, con le loro scuole, a capo delle quali stanno gli onnipotenti mullah, con la loro cultura impregnata di spirito religioso… Non è difficile comprendere che «organizzarli» in un’unione culturale nazionale significa mettere alla loro testa i mullah  reazionari, significa creare una nuova fortezza per l’asservimento spirituale delle masse tartare al loro peggiore nemico.
Da quando in qua i socialdemocratici portano acqua al mulino dei reazionari? È possibile che i liquidatori del Caucaso non avessero nulla di meglio da «proclamare» che i tartari della Transcaucasia dovessero essere confinati in un’unione culturale nazionale destinata ad asservire le masse ai peggiori reazionari?

No, questa non è una soluzione della questione nazionale.La questione nazionale nel Caucaso può esser risolta solo nel senso di attirare le nazioni e le popolazioni arretrate nell’alveo comune di una cultura superiore. Solo questa soluzione può essere progressiva e può essere accettata dalla socialdemocrazia. L’autonomia regionale del Caucaso può essere accettata perchè trascina le nazioni arretrate nel generale sviluppo culturale, le aiuta a uscire dal loro guscio angusto di piccole nazionalità, le spinge in avanti e facilita il loro accesso ai benefici di una cultura più alta. Invece l’autonomia culturale nazionale agisce in senso addirittura opposto, perchè rinchiude le nazioni nel vecchio guscio, le incatena ai gradini più bassi dello sviluppo culturale, impedisce loro di innalzarsi ai gradi più elevati della cultura.

In questo modo l’autonomia nazionale paralizza i lati positivi dell’autonomia regionale, li riduce a zero.
Appunto per questo è inutile anche quel tipo misto di autonomia proposto da N., consistente nel combinare l’autonomia culturale nazionale con quella regionale. Questa combinazione contro natura non migliora la situazione, ma la peggiora, perchè, oltre ad ostacolare lo sviluppo delle nazioni arretrate, trasforma anche l’autonomia regionale in un’arena di scontri tra le nazioni organizzate nelle unioni nazionali.

Così l’autonomia nazional-culturale, inutile in generale, si trasformerebbe nel Caucaso in un insensato tentativo reazionario.

Questa è l’autonomia culturale nazionale,di N. e dei suoi amici caucasiani.Il futuro mostrerà se i liquidatori caucasiani faranno ancora  «un passo avanti» e seguiranno le orme del Bund anche nella questione organizzativa. Finora nella storia della socialdemocrazia il federalismo organizzativo ha sempre preceduto l’inclusione,dell’autonomia nazionale nel programma.
I socialdemocratici austriaci hanno applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897 e solo due anni dopo (1899) hanno approvato l’autonomia nazionale. I bundisti hanno parlato esplicitamente di autonomia nazionale per la prima volta nel 1901, mentre avevano applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897.I liquidatori caucasiani hanno incominciato dalla fine, dall’autonomia nazionale. Se vorranno spingersi più avanti sulle orme del Bund, dovranno distruggere preventivamente tutto l’attuale edificio organizzativo, costruito alla fine del secolo scorso sulle basi dell’internazionalismo.Ma se è stato facile approvare l’autonomia nazionale, che per ora non è compresa dagli operai, altrettanto difficile sarà distruggere un edificio costruito nel corso di anni e anni, amato ed esaltato dagli operai di tutte le nazionalità del Caucaso. Basterà accingersi a quest’impresa degna di Erostrato, perchè gli operai aprano gli occhi e comprendano l’essenza nazionalistica dell’autonomia culturale nazionale. Se i caucasiani risolvono la questione nazionale seguendo i metodi abituali, attraverso i dibattiti orali e la discussione sulla stampa, la conferenza dei liquidatori di tutta la Russia (10) ha escogitato un metodo del tutto eccezionale. Un metodo facile e semplice. Ascoltate:

«Udita la comunicazione della delegazione del Caucaso… sulla necessità di avanzare la rivendicazione della autonomia culturale nazionale, la conferenza, senza pronunziarsi sulla sostanza della rivendicazione, constata che tale interpretazione del punto del programma, che riconosce ad ogni nazionalità il diritto di autodecisione, non è in contrasto col preciso significato del programma stesso».

E così, prima «non si pronuncia sulla sostanza» della questione, e poi «constata». Metodo originale…
Che cosa mai «constata» questa conferenza originale? Che la «rivendicazione» dell’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto col preciso significato» del programma, che riconosce il diritto delle nazioni all’autodecisione. Esaminiamo questa tesi.Il punto sull’autodecisione parla dei diritti delle nazioni. Secondo questo punto, le nazioni hanno diritto non solo all’autonomia, ma anche alla separazione. Si tratta dell’autodecisione politica. Chi volevano ingannare i liquidatori, tentando di interpretare a rovescio questo diritto di autodecisione politica delle nazioni, da tanto tempo affermato da tutta la socialdemocrazia internazionale?
O forse i liquidatori vogliono farla franca ricorrendo a un sofisma: non è vero, dicono, che l’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto» con i diritti delle nazioni? Cioè, se tutte le nazioni di un determinato stato si accordano per organizzarsi secondo i princìpi dell’autonomia culturale nazionale, esse (cioè quel certo numero di nazioni) hanno tutto il diritto di farlo e nessuno può costringerle per forza ad un’altra forma di vita politica. Questo è nuovo e intelligente. Perchè non aggiungere anche che, in linea generale, le nazioni hanno il diritto di mutare la loro costituzione, di sostituirla con un regime dispotico, di tornare ai vecchi ordinamenti, perchè le nazioni e soltanto le nazioni stesse hanno il diritto di decidere il loro destino? Ripetiamo: in questo senso, nè l’autonomia culturale nazionale nè qualsiasi forma di reazione nazionale «è in contrasto» con i diritti delle nazioni. Non voleva dir questo l’onorata conferenza? No, non voleva dir questo. Essa afferma esplicitamente che l’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto» non già con i diritti delle nazioni, ma «col significato preciso del programma». Non si è parlato dei diritti delle nazioni, ma del programma.

Il perchè è chiaro. Se una qualsiasi nazione avesse interpellato la conferenza dei liquidatori, la conferenza avrebbe potuto senz’altro constatare che la nazione ha diritto all’autonomia culturale nazionale. Invece, la conferenza è stata interpellata non da una nazione, ma da una «delegazione» di socialdemocratici del Caucaso; di cattivi socialdemocratici, in verità, ma ad ogni modo socialdemocratici. Ed essi non hanno interpellato la conferenza sui diritti delle nazioni, ma le hanno chiesto se l’autonomia culturale nazionale non è in contraddizione coi princìpi della socialdemocrazia, e se non è «in contrasto» «col significato preciso» del programma socialdemocratico. Dunque, i diritti delle nazioni e il «significato preciso» del programma socialdemocratico non sono la stessa cosa.Evidentemente ci sono rivendicazioni che, pur non essendo in contrasto coi diritti delle nazioni, possono esserlo col «significato preciso» del programma. Un esempio. Nel programma dei socialdemocratici c’è un punto sulla libertà di culto. Secondo questo punto, ogni gruppo di persone ha il diritto di praticare qualsiasi religione: il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc. La socialdemocrazia combatterà ogni forma di repressione religiosa, combatterà le persecuzioni contro ortodossi, cattolici e protestanti. Ma questo significa forse che il cattolicesimo, il protestantesimo, ecc., «non sono in contrasto col significato preciso» del programma? No, non significa questo. La socialdemocrazia protesterà sempre contro le persecuzioni anticattoliche e antiprotestanti, difenderà sempre il diritto delle nazioni a praticare qualsiasi religione, ma nel tempo stesso, partendo da una giusta comprensione degli interessi del proletariato, condurrà un’agitazione sia contro il cattolicesimo che contro il protestantesimo e contro l’ortodossia, allo scopo di preparare il trionfo della concezione socialista. E farà questo perchè il protestantesimo, il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc., sono indubbiamente «in contrasto col preciso significato»  del programma, cioè contro gli interessi giustamente intesi del proletariato.
Lo stesso si deve dire dell’autodecisione. Le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno può (non ne ha il diritto!) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia non lotterà e non condurrà un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volontà delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato. Appunto per questo, pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, condurrà nello stesso tempo un’agitazione, per esempio, contro la separazione dei tartari e contro l’autonomia culturale nazionale delle nazioni del Caucaso, perchè sia l’una che l’altra, pur non essendo in contrasto con i diritti di quelle nazioni, sono tuttavia in contrasto «col significato preciso» del programma, cioè contro gli interessi del proletariato del Caucaso.

Evidentemente i «diritti delle nazioni» e il «significato preciso» del programma sono due cose completamente diverse. Mentre il «significato preciso» del programma esprime gli interessi del proletariato, scientificamente formulati nel programma di quest’ultimo, i diritti delle nazioni possono esprimere gli interessi di qualsiasi classe: della borghesia, dell’aristocrazia, del clero, ecc., secondo la forza e l’influenza di queste classi. Là i doveri,del marxista, qui i diritti delle nazioni che comprendono varie classi. I diritti delle nazioni ed i princìpi della socialdemocrazia possono essere o non essere «in contrasto», nello stesso modo che la piramide di Cheope può essere o non essere in contrasto con la famosa conferenza dei liquidatori. Si tratta semplicemente di cose che non possono essere messe a confronto. Ma ne consegue che l’onorata conferenza ha confuso nella maniera più ingiustificabile due cose completamente diverse. Ne è risultato non una risoluzione sulla questione nazionale, ma un’assurdità, in virtù della quale i diritti delle nazioni e i princìpi della socialdemocrazia «non sono in contrasto» gli uni con gli altri e per conseguenza ogni rivendicazione della nazione può essere compatibile con gli interessi del proletariato e quindi nessuna rivendicazione delle nazioni, che aspirano all’autodecisione, può «essere in contrasto col preciso significato» del programma! Povera logica…

Sulla base di quest’assurdità è nata la decisione ormai celebre della conferenza dei liquidatori, secondo cui la rivendicazione dell’autonomia culturale nazionale «non è in contrasto col preciso significato» del programma. Ma la conferenza dei liquidatori non ha violato soltanto le leggi della logica.Sanzionando l’autonomia culturale nazionale, essa è venuta meno anche al suo dovere verso la socialdemocrazia della Russia. Essa ha falsato nella maniera più aperta il «significato preciso» del programma, perchè è noto che il II Congresso, che approvò il programma, respinse decisamente l’autonomia culturale nazionale. Ecco quello che si disse a questo proposito al II Congresso: «Goldblatt (bundista): … Ritengo necessario creare istituzioni particolari che garantiscano la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità e perciò propongo di aggiungere al § 8: “e la creazione di istituzioni che garantiscano la piena libertà di sviluppo culturale” (questa, com’è noto, è la formulazione data dal Bund all’autonomia culturale nazionale. G. St.).
Martynov rileva che le istituzioni generali devono essere organizzate in maniera tale che siano garantiti anche gli interessi particolari. Non è possibile creare nessuna istituzione particolare che garantisca la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità.
Jegorov: Sul problema delle nazionalità dobbiamo accogliere solo le proposte negative vale a dire: noi siamo contro qualsiasi costrizione ai danni delle varie nazionalità. Ma come socialdemocratici diciamo che non è affar nostro se determinate nazionalità s sviluppano in quanto tali. Si tratta di un processo spontaneo. Koltsov: I delegati del Bund si offendono sempre quando si parla del loro nazionalismo. Eppure, l’emendamento proposto dal delegato del Bund ha un carattere nettamente nazionalistico. Ci si chiedono misure nettamente aggressive per sostenere perfino quelle nazionalità che vanno scomparendo ». … In conclusione, «l’emendamento di Goldblatt viene respinto dalla maggioranza con tre voti contrari».

È dunque chiaro che la conferenza dei liquidatori si è messa «in contrasto» col significato preciso del programma. Essa ha violato il programma. I liquidatori tentano ora di giustificarsi, riferendosi al congresso di Stoccolma, che avrebbe sanzionato l’autonomia culturale nazionale. Così Vl. Kossovski scrive: «Come è noto, secondo l’accordo raggiunto al Congresso di Stoccolma, il Bund è stato autorizzato a conservare il suo programma nazionale (fino alla soluzione della questione nazionale al congresso generale del partito). Questo congresso ha riconosciuto che l’autonomia culturale nazionale, in ogni caso, non è in contraddizione col programma generale del partito». Ma i tentativi dei liquidatori sono vani. Il Congresso di Stoccolma non ha per nulla pensato di sanzionare il programma del Bund, ha solo consentito a lasciare aperta temporaneamente la questione. Il bravo Kossovski non ha avuto il coraggio di dire tutta la verità. Ma i fatti parlano da soli.«Galin propone un emendamento: “La questione del programma nazionale rimane aperta perchè non è stata esaminata dal Congresso”  (50 voti a favore, 32 contro). Una voce: Che cosa vuol dire: aperta?
Presidente: Se diciamo che la questione nazionale rimane aperta, ciò significa che il Bund può mantenere fino al prossimo congresso la propria decisione su questa questione» (il corsivo è nostro. G. St.). Come vedete, il congresso «non esaminò» neppure la questione del programma nazionale del Bund; semplicemente, la lasciò «aperta», dando al Bund stesso facoltà di decidere le sorti del proprio programma fino al seguente congresso generale. In altri termini: il Congresso di Stoccolma si è disinteressato della questione e non ha dato un giudizio sull’autonomia nazionale, nè in un senso nè nell’altro. Invece la conferenza dei liquidatori entra nel merito della questione in una maniera ben precisa, dichiara accettabile l’autonomia culturale nazionale e la sanziona in nome del programma del partito.La differenza salta agli occhi. In tal modo la conferenza dei liquidatori, malgrado tutte le astuzie, non ha fatto progredire neppure di un passo la questione nazionale. Scodinzolare davanti al Bund ed ai nazional-liquidatori del Caucaso: ecco tutto quello di cui si è dimostrata capace.

VII. La questione nazionale in Russia

Ci rimane da indicare una soluzione positiva della questione nazionale.Noi partiamo dalla premessa che la questione può essere risolta solo connettendola strettamente al momento che attraversa la Russia. La Russia vive in un periodo di transizione, in cui non si è ancora stabilizzata una «normale» vita «costituzionale» e non si è ancora risolta la crisi politica. Ci attendono giorni di tempeste e di «complicazioni». Di qui il movimento, quello in corso e quello incombente, che ha come obiettivo la democratizzazione completa.

Anche la questione nazionale deve essere esaminata in relazione a questo movimento.
Dunque, democratizzazione completa del paese come fondamento e condizione della soluzione della questione nazionale.
Nel risolvere la questione nazionale bisogna tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera. La Russia si trova tra l’Europa e l’Asia, tra l’Austria e la Cina. Lo sviluppo della democrazia in Asia è inevitabile. Lo sviluppo dell’imperialismo in Europa non è un fenomeno casuale. In Europa il capitale non ha più spazio sufficiente e si riversa in altri paesi, cercando nuovi mercati, manodopera a buon prezzo, nuove zone d’investimento. Ma ciò porta a complicazioni estere, alla guerra. Nessuno può dire se la guerra balcanica sia la fine e non il principio di complicazioni. È possibilissimo un concorso di circostanze interne ed estere per cui una determinata nazionalità in Russia ritenga necessario porre e risolvere la questione della sua indipendenza. E non è certo compito dei marxisti creare degli ostacoli ad una simile eventualità.

Ne consegue che i marxisti russi non rinunzieranno al diritto delle nazioni all’autodecisione. Dunque, il diritto di autodecisione come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.

Ancora. Come regolarsi con le nazioni che per una ragione o per l’altra preferiranno restare entro uno stato unico?
Abbiamo visto che l’autonomia culturale nazionale non serve. Prima di tutto è artificiosa, non naturale, perchè presuppone che siano incluse artificialmente in una sola nazione persone che la vita, la vita effettiva, ha separato e disperso nelle varie regioni periferiche dello stato. In secondo luogo, fa deviare verso il nazionalismo, perchè presuppone il principio del «raggruppamento» delle persone in curie nazionali, il principio della «organizzazione» delle nazioni, il principio della  «conservazione» e dello sviluppo delle «particolarità nazionali», e ciò non conviene affatto alla socialdemocrazia. Non a caso al Reichsrat i separatisti moravi, dopo essersi staccati dai deputati socialdemocratici tedeschi, si sono uniti con i deputati borghesi della Moravia in un unico «circolo» moravo, per così dire. E non a caso i separatisti russi del Bund si sono impantanati nel nazionalismo, esaltando il «sabato» e il «gergo». Nella Duma non vi sono ancora deputati del Bund, ma nel campo di azione del Bund c’è una comunità ebraica clerical-reazionaria, nelle cui «istituzioni dirigenti» il Bund realizza, per il momento, 1’«unione» degli ebrei, operai e borghesi. Questa è la logica dell’autonomia culturale nazionale.

L’autonomia nazionale non risolve dunque la questione. Qual è allora la via d’uscita? L’unica soluzione giusta è l’autonomia regionale, l’autonomia di determinate unità, come la Polonia, la Lituania, l’Ucraina, il Caucaso, ecc. La superiorità dell’autonomia regionale sta innanzi tutto nel fatto che, grazie ad essa, non si ha a che fare con un’entità fittizia, senza territorio, ma con una popolazione determinata che vive in un determinato territorio. Inoltre, essa non divide la popolazione per nazioni, non consolida barriere nazionali; al contrario, spezza queste barriere ed unisce la popolazione per aprire la strada ad un raggruppamento di altro genere, al raggruppamento di classe. Infine, offre la possibilità di utilizzare nel modo migliore le ricchezze naturali della regione e di sviluppare le forze produttive senza attendere le decisioni del centro comune, funzioni, tutte queste, estranee all’autonomia culturale nazionale. Dunque: autonomia regionale, come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale.
È fuor di dubbio che nessuna regione costituisce un’unità nazionale compatta, perchè in ogni regione esistono delle minoranze nazionali. Tali gli ebrei in Polonia, i lettoni in Lituania, i russi nel Caucaso, i polacchi in Ucraina, ecc. Si può temere, perciò, che le minoranze vengano oppresse dalle maggioranze nazionali. Ma i timori hanno un fondamento solo nel caso in cui il paese conservi i vecchi ordinamenti. Date al paese una democrazia completa e i timori perderanno ogni ragion d’essere.
C’è chi propone di collegare le minoranze sparse in una sola unione nazionale. Ma le minoranze non hanno bisogno di un’unione artificiale, bensì di diritti reali nel luogo dove vivono. Che cosa può offrir loro una tale unione, se non esiste democrazia completa? Oppure: che bisogno c’è di unione nazionale, se esiste una democrazia completa? Che cosa particolarmente mette in agitazione le minoranze nazionali?

Le minoranze nazionali sono malcontente non perchè non esista un’unione nazionale, ma perchè non esiste il diritto di usare la lingua materna. Concedete loro il diritto di usare la lingua materna e il malcontento sparirà da sè.Le minoranze sono malcontente non perchè non esiste un’unione artificiosa, ma perchè non esiste una loro scuola. Concedete loro questa scuola e il malcontento perderà ogni ragione d’essere.

Le minoranze sono malcontente non perchè non esista un’unione nazionale, ma perchè non esiste la libertà di coscienza (libertà di culto), di trasferimento, ecc. Concedete loro queste libertà ed esse non saranno più malcontente. Dunque, uguaglianza nazionale di diritti in tutti i suoi aspetti (lingua, scuola, ecc.) come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale. Occorre una legge generale dello stato, emanata sulla base di una completa democratizzazione del paese, che proibisca senza eccezioni tutte le forme di privilegi nazionali e qualsiasi oppressione o limitazione dei diritti delle minoranze nazionali.

In questo, e solo in questo, può consistere la garanzia effettiva, e non solo sulla carta, dei diritti delle minoranze.
Si può contestare o non contestare l’esistenza di un legame logico tra il federalismo organizzativo e l’autonomia culturale nazionale. Ma non si può contestare il fatto che quest’ultima crei un’atmosfera propizia per un federalismo sfrenato, che si trasforma in rottura completa, in separatismo. Se i cechi in Austria e i bundisti in Russia, dopo aver incominciato con l’autonomia ed esser passati alla federazione, hanno finito col cadere nel separatismo, non c’è dubbio che in questa faccenda abbia avuto una parte grandissima l’atmosfera nazionalistica che l’autonomia culturale nazionale diffonde naturalmente. Non è un caso che l’autonomia nazionale e la federazione organizzativa vadano a braccetto. È anzi naturale. L’una e l’altra rivendicano un raggruppamento sulla base della nazionalità. L’una e l’altra presuppongono un’organizzazione sulla base della nazionalità. L’analogia è fuori dubbio. La differenza consiste solo in questo, che in base alla prima si divide lapopolazione in generale, in base alla seconda si dividono gli operai socialdemocratici.
Sappiamo a che cosa conduce il raggruppamento degli operai per nazionalità: distruzione del partito operaio unico, scissione dei sindacati in base alle nazionalità, acutizzazione degli attriti nazionali, crumiraggio nazionale, demoralizzazione completa nelle file della socialdemocrazia: questi sono i risultati del federalismo organizzativo. La storia della socialdemocrazia in Austria e l’attività del Bund in Russia lo dimostrano eloquentemente.

L’unico mezzo per evitare tutto questo è l’organizzazione secondo i princìpi dell’internazionalismo.

Unificare sul posto gli operai di tutte le nazionalità della Russia in collettività uniche e compatte, unificare queste collettività in un unico partito: questo è il compito.

Va da sè che una tale organizzazione di partito non esclude ma presuppone una larga autonomia regionale all’interno del partito unico.
L’esperienza del Caucaso dimostra quanto sia conveniente un’organizzazione di questo genere. Se i caucasiani sono riusciti a superare gli attriti nazionali tra gli operai armeni e tartari, se sono riusciti a proteggere la popolazione da eventuali massacri e sparatorie, se oggi, a Bakù, in questo caleidoscopio di gruppi nazionali, non sono più possibili conflitti nazionali, se là si è riusciti a convogliare gli operai nell’alveo unico di un movimento potente, in tutto questo ha avuto una parte non indifferente l’organizzazione internazionale della socialdemocrazia del Caucaso.

Il tipo dell’organizzazione non influisce soltanto sul lavoro pratico. Esso imprime un suggello indelebile su tutta la vita intellettuale dell’operaio. L’operaio vive la vita della sua organizzazione, in essa si sviluppa intellettualmente e si educa. Recandosi nella sua organizzazione ed incontrandovisi sempre con i suoi compagni di altre nazionalità, partecipando insieme a loro a una lotta comune sotto la direzione di una collettività comune, egli si compenetra profondamente dell’idea che gli operai sono, prima di tutto, membri di un’unica famiglia di classe, membri di un unico esercito socialista.

E questo non può non avere un’immensa importanza educativa per larghi strati della classe operaia. Perciò l’organizzazione di tipo internazionale è la scuola dei sentimenti di fraternità, della più grande propaganda dell’internazionalismo.Non si può dire la stessa cosa per l’organizzazione sulla base della nazionalità. Organizzandosi sulla base della nazionalità, gli operai si chiudono nel loro guscio nazionale, divisi l’uno dall’altro da barriere organizzative. Si mette in rilievo non ciò che vi è di comune tra gli operai, ma ciò che li distingue l’uno dall’altro. Qui l’operaio è prima di tutto membro della sua nazione: è ebreo, polacco, ecc. Non c’è da meravigliarsi se il federalismo nazionale nell’organizzazione alimenta negli operai lo spirito del particolarismo nazionale.Perciò il tipo di organizzazione nazionale è la scuola della ristrettezza e del particolarismo nazionale.

Abbiamo così davanti a noi due tipi di organizzazione differenti in linea di principio: il tipo della unità internazionale e il tipo della «separazione» organizzativa degli operai secondo le nazionalità.

Finora, i tentativi di conciliare questi due tipi non hanno avuto successo. Lo statuto conciliatore della socialdemocrazia austriaca, elaborato a Wimberg nel 1897, è rimasto campato in aria. Il partito austriaco è andato in pezzi, trascinando dietro di sè i sindacati. La «conciliazione» si è dimostrata, oltre che utopistica, anche dannosa. Aveva ragione lo Strasser, quando affermava che «il separatismo ha riportato la sua prima vittoria al Congresso di Wimberg». La stessa cosa è accaduta in Russia. La «conciliazione» col federalismo del Bund, tentata al Congresso di Stoccolma (11), è terminata con un fallimento completo. Il Bund ha rotto il compromesso di Stoccolma. Già all’indomani di Stoccolma il Bund diveniva un ostacolo al processo di fusione degli operai delle varie località in un’unica organizzazione che abbracciasse gli operai di tutte le nazionalità. E il Bund ha persistito ostinatamente nella sua tattica separatista malgrado che nel 1907 e nel 1908 la socialdemocrazia della Russia avesse ripetutamente chiesto che si realizzasse finalmente l’unità dal basso tra gli operai di tutte le nazionalità. Il Bund, che aveva incominciato con l’autonomia nazionale organizzativa, è passato di fatto alla federazione, per finire poi con la rottura completa, con il separatismo. Rompendo con la socialdemocrazia della Russia, ha portato nelle sue file confusione e disorganizzazione. Basti ricordare il caso Iaghello (12).
Perciò la strada della «conciliazione», dev’essere abbandonata, come utopistica e nociva.

Una delle due: o il federalismo del Bund, e allora la socialdemocrazia della Russia si organizzerà secondo i princìpi della «divisione» degli operai secondo la nazionalità; o l’organizzazione di tipo internazionale, e allora il Bund si riorganizzerà secondo i princìpi dell’autonomia territoriale, a somiglianza della socialdemocrazia del Caucaso, della Lettonia e della Polonia, aprendo la strada all’unione immediata degli operai ebrei con gli operai delle altre nazionalità della Russia.

Non c’è via di mezzo: i princìpi vincono, ma non «si conciliano».Dunque: il principio dell’unione internazionale degli operai, come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale

Vienna, gennaio 1913 (13).

Pubblicato per la prima volta nella Prosvestcenie, nn. 3-5, marzo-maggio 1913. Firmato: K. Stalin.

Note:

1. Assemblea elettiva concessa dallo zar il 17 ottobre 1905 (chiamata Duma di Witte o legislativa, per distinguerla dalla precedente Duma di Bulyghin, puramente consultiva e fallita prima ancora di essere convocata, per il boicottaggio attivo dei bolscevichi. La Duma di Witte non era eletta a suffragio universale, ma a suffragio ristretto e con gli elettori divisi in quattro “curie” (proprietari fondiari, borghesia, contadini, operai), con la prevalenza assicurata alle prime due curie. I bolscevichi boicottarono anche questa Duma , che fu sciolta dopo 72 giorni. Due anni dopo, il 20 febbraio 1907, venne convocata una seconda Duma legislativa, che fu sciolta dallo zar con un colpo di Stato il 3 giugno dello stesso anno. La terza Duma (detta Duma di Stolypin) fu eletta alla fine del 1907 con una nuova legge elettorale che assicurava il predominio dei partiti più reazionari. Alla quarta Duma, che fu eletta nell’autunno del 1912 e che durò fino alla Rivoluzione del 1917, i bolscevichi parteciparono come gruppo indipendente dal gruppo parlamentare socialdemocratico.

2. Unione generale degli operai ebrei di Lituania, Polonia e Russia, costituitasi nel settembre 1897 al Congresso di Vilna. Aderì nel 1898 al Partito Operaio Socialdemocratico Russo, assumendo negli anni successivi un atteggiamento sempre più nazionalistico. Chiese al P.O.S.D.R. che il partito fosse riorganizzato su basi federative, ma la richiesta fu respinta al II Congresso del P.O.S.D.R. (1903) in conformità alle posizioni espresse da Lenin. Uscito dal partito, il Bund vi fu riammesso nel 1906, continuando a sviluppare la sua propaganda nazionalista e schierandosi sempre, sulle fondamentali questioni politiche ed organizzative, dalla parte dei menscevichi e dei liquidatori. Durante la prima guerra mondiale e nel corso della Rivoluzione di febbraio del 1917, il Bund lottò contro i bolscevichi, disgregandosi a poco a poco. Nel 1921, alla conferenza di Minsk, i bundisti di sinistra deliberarono l’adesione al Partito bolscevico.

3. Furono chiamati “liquidatori” quei menscevichi i quali, negli anni di reazione che seguirono alla sconfitta della rivoluzione russa del 1905, si lasciarono vincere dallo scetticismo e dal panico, negarono che fosse possibile una nuova ascesa della rivoluzione e abbandonarono le parole d’ordine rivoluzionarie, sostenendo che era necessario liquidare le organizzazioni illegali del partito per utilizzare soltanto le forme di lotta e le forme organizzative legali permesse dallo zarismo. I principali esponenti di questa tendenza furono, in quegli anni, Fiodor Dan, Pavel Axelrod e Alexandr Potresov.

4. Rudolf Springer. Pseudonimo di Karl Renner (1870-1950), giurista e uomo politico austriaco, uno dei principali esponenti dell’austro-marxismo. Nel corso della sua lunga vita, ricoprì numerose cariche pubbliche e svolse un’ampia attività pubblicistica strettamente legata alla sua attività politica. Nel 1919-20 fu Cancelliere e dal 1945 al 1950 Presidente della Repubblica Austriaca. Sulla questione nazionale, oltre al saggio citato da Stalin, scrisse Was ist die Nationale Autonomie?(Che cos’è l’autonomia nazionale?), Vienna 1913. Altre sue opere: Staat und Parlament(Stato e Parlamento), Vienna 1901; Die soziale Funktion der Rechtsinstitute, besonders des Eigentums(La funzione sociale degli istituti giuridici, in particolare della proprietà), Vienna 1904; Marxismus, Krieg und lnternational(Marxismo, guerra ed Internazionale), Vienna 1917; Staatswirtscbaft, Weltwirtschaft und Sozialismus(Economia statale, economia mondiale e socialismo), Berlino 1929.

5. Otto Bauer(1882-1938), teorico e dirigente della socialdemocrazia austriaca e della II Internazionale, fu uno dei principali esponenti dell’austromarxismo. Dopo il crollo della monarchia asburgica, ricoprì prima la carica di Sottosegretario di Stato e poi quella di Ministro degli Esteri (1918-1919). Fu il principale artefice del prevalere della linea centrista austro marxista nel Partito socialista austriaco, per il quale redasse il nuovo programma approvato dal Congresso di Linz (1926). Su di lui principalmente pesa la responsabilità di non aver risposto con la piena mobilitazione del partito, delle masse e delle milizie operaie armate di Vienna (Scbutzbund) alle crescenti illegalità dei movimenti di destra, che culminarono con la sanguinosa repressione condotta dal cancelliere Dollfuss contro l’insurrezione proletaria del febbraio 1934 nella capitale austriaca. Dopo lo scioglimento del Partito socialista ad opera del governo, Bauer abbandonò 1’Austria nel 1934 e si trasferì prima in Cecoslovacchia e poi a Parigi. Fra le sue opere (oltre al saggio sulla questione nazionale citato da Stalin): Die russische Revolution und das europaische Proletariat(La rivoluzione russa e il proletariato europeo), Vienna 1917; Der Weg zum Sozialismus(La via al socialismo), Vienna 1919; Bolschewismus oder Sozialdemokratie? (Bolscevismo o socialdemocrazia?), Vienna 1920; Die osterreichisce Revolution(La rivoluzione austriaca), Vienna 1923; Der Kampf um die Macht(La lotta per il potere), Vienna 1924; Der Aufstand der osterreichischen Arbeiter (L’insurrezione dei lavoratori austriaci), Vienna- Praga 1934; Zwischen zwei Weltkriegen?(Fra due guerre mondiali?), Bratislava 1936.

6. Dal 24 al 29 settembre 1899 si tenne a Brünn (l’attuale Brno in Moravia) un congresso della socialdemocrazia austriaca, nel quale fu ampiamente dibattuta la questione nazionale. Due furono le tesi in contrasto: la prima rivendicava l’autonomia territoriale delle varie realtà nazionali che componevano lo Stato austriaco, il quale avrebbe dovuto trasformarsi in uno Stato federale; la seconda sosteneva semplicemente l’autonomia culturale-nazionale. Il Congresso approvò la prima tesi, ma senza introdurre nel programma del partito il riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni fino alla separazione.

7. Personaggio del grande romanzo di Nikolaj Gogol Le anime morte(1842). Il nome di Manilov, agiato proprietario terriero di provincia dal temperamento indolente e sognatore, diventò proverbiale in Russia per indicare un particolare atteggiamento psicologico, chiamato appunto “manilovismo”.

8. L’ “Iskra” (“La scintilla”) fu il primo giornale marxista illegale per tutta la Russia. Fondata da Lenin nel 1900 all’estero e diffusa clandestinamente in Russia, svolse un ruolo di eccezionale importanza nella creazione del partito marxista rivoluzionario della classe operaia, conducendo una serrata battaglia politica e ideologica contro l’economicismo e il primitivismo organizzativo. Dopo il II Congresso del P.O.S.D.R., tenutosi a Londra nel 1903, passò (a partire dal n. 52) nelle mani dei menscevichi e fu chiamata dai bolscevichi “nuova Iskra” per distinguerla dalla “vecchia Iskra” leninista (nn. 1-51).

9. Pseudonimo di Noè Giordania, capo del menscevichi georgiani. Dopo il 1917, negli anni del guerra civile, fu per breve tempo capo della Repubblica menscevica della Georgia, che ebbe fine il 27 febbraio 1921.

10. Nell’agosto 1912 si tenne a Vienna (su iniziativa di Trotzki, che ne fu il principale organizzatore) una conferenza alla quale parteciparono i liquidatori, il Bund, i socialdemocratici lettoni e una parte dei socialdemocratici caucasiani, i quali si allearono (formando quel- lo che fu chiamato il “blocco d’agosto”) per disconoscere e contrastare le conclusioni della Conferenza di Praga del gennaio 1912, nella quale i bolscevichi si erano costituiti in partito indipendente, espellendo i menscevichi. li “blocco d’agosto”, in conseguenza della politica conciliatrice ed opportunista da esso condotta sui principali problemi del partito e della rivoluzione, si disgregò nel 1914.

11. È il IV Congresso del P.O.S.D.R., tenutosi a Stoccolma nell’aprile del 1906, che sancì la temporanea, e solo formale, riunificazione dei bolscevichi e del menscevichi. A quel Congresso prese parte anche il Bund.

12. Deputato di Varsavia alla IV Duma, in rappresentanza del Partito Socialista Polacco. Contro la volontà degli elettori socialdemocratici polacchi, portò avanti una politica di blocco del P.S.P. con i bundisti e i nazionalisti borghesi.

13. Questo fondamentale saggio di Stalin, scritto tra la fine del 1912 e il principio del 1913 a Vienna, fu pubblicato per la prima volta nel 1913 nei nn. 3-5 della rivista teorica bolscevica “Prosvestcenie” (“L’istruzione”), a firma K. [Koba] Stalin e col titolo La questione nazionale e la socialdemocrazia. (Koba era allora il nome di battaglia di Stalin). L’anno dopo fu ripubblicato in volume dalla Casa Editrice “Priboi” (“L’ondata”) di Pietroburgo, col titolo La questione nazionale e il marxismo. Ebbe poi numerose edizioni, sia separatamente che in varie raccolte di scritti di Stalin e fu tradotto nelle principali lingue, con ampia diffusione non solo in Russia ma su scala internazionale.  La permanenza di Stalin a Vienna fu il più lungo soggiorno all’estero della sua vita di militante e dirigente comunista. Era trascorso un anno dal gennaio 1912, nel quale la Conferenza di Praga del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, espellendo i menscevichi dall’organizzazione, aveva dato vita a un “partito di tipo nuovo”, il partito bolscevico, leninista. Ed erano trascorsi pochi mesi dalla pubblicazione (il 22 aprile 1912) del primo numero della “Pravda”, il quotidiano bolscevico di massa, di cui Stalin era redattore. Il saggio di Stalin fu molto apprezzato da Lenin. Nella seconda metà del febbraio 1913 Lenin così scriveva, da Cracovia, a Massimo Gorki: “Sulla questione del nazionalismo sono pienamente d’accordo con voi che bisogna occuparsene un po’ più seriamente. Da noi ci si è messo un magnifico georgiano, e ora sta scrivendo per il “Prosvestcenie” un lungo articolo, dopo aver raccolto tutti i materiali austriaci e d’altra provenienza”. Un mese dopo, in due lettere indirizzate alla redazione del “Sozial-demokrat”, definiva “molto buono” il saggio di Stalin e dichiarava “Koba ha fatto in tempo a scrivere un lungo articolo (per tre numeri di “Prosvestcenie”) sulla questione nazionale. Bene! Bisogna lottare per la verità contro i separatisti e gli opportunisti del Bund e i liquidatori”.

J. V. Stalin MARXISM and the NATIONAL QUESTION

From J. V. Stalin,Works,
Foreign Languages Publishing House,
Moscow, 1954,

Vol. 2, pp. 300-81.



C O N T E N T S

MARXISM AND THE NATIONAL QUESTION .  .  .  .  .  .  .  .  .

300

I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.

The Nation .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
The National Movement .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
Presentation of the Question  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
Cultural-National Autonomy . .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
The Bund, Its Nationalism, Its Separatism .  .  .  .  .  .
The Caucasians, the Conference of the Liquidators  .  .
The National Question in Russia .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

303
313
323
331
344
359
373

Notes .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

417


MARXISM  AND THE NATIONAL QUESTION[130]

    The period of counter-revolution in Russia brought not only “thunder and lightning” in its train, but also disillusionment in the movement and lack of faith in common forces. As long as people believed in “a bright future,” they fought side by side irrespective of nationality — common questions first and foremost! But when doubt crept into people’s hearts, they began to depart, each to his own national tent — let every man count only upon himself! The “national question” first and foremost!

    At the same time a profound upheaval was taking place in the economic life of the country. The year 1905 had not been in vain: one more blow had been struck at the survivals of serfdom in the countryside. The series of good harvests which succeeded the famine years, and the industrial boom which followed, furthered the progress of capitalism. Class differentiation in the countryside, the growth of the towns, the development of trade and means of communication all took a big stride forward. This applied particularly to the border regions. And it could not but hasten the process of economic

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consolidation of the nationalities of Russia. They were bound to be stirred into movement. . . .

    The “constitutional regime” established at that time also acted in the same direction of awakening the nationalities. The spread of newspapers and of literature generally, a certain freedom of the press and cultural institutions, an increase in the number of national theatres, and so forth, all unquestionably helped to strengthen “national sentiments.” The Duma, with its election campaign and political groups, gave fresh opportunities for greater activity of the nations and provided a new and wide arena for their mobilisation.

    And the mounting wave of militant nationalism above and the series of repressive measures taken by the “powers that be ” in vengeance on the border regions for their “love of freedom,” evoked an answering wave of nationalism below, which at times took the form of crude chauvinism. The spread of Zionism[131] among the Jews, the increase of chauvinism in Poland, Pan-Islamism among the Tatars, the spread of nationalism among the Armenians, Georgians and Ukrainians, the general swing of the philistine towards anti-Semitism — all these are generally known facts.

    The wave of nationalism swept onwards with increasing force, threatening to engulf the mass of the workers. And the more the movement for emancipation declined, the more plentifully nationalism pushed forth its blossoms.

    At this difficult time Social-Democracy had a high mission — to resist nationalism and to protect the masses from the general “epidemic.” For Social-Democracy, and Social-Democracy alone, could do this, by

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countering nationalism with the tried weapon of internationalism, with the unity and indivisibility of the class struggle. And the more powerfully the wave of nationalism advanced, the louder had to be the call of Social-Democracy for fraternity and unity among the proletarians of all the nationalities of Russia. And in this connection particular firmness was demanded of the Social-Democrats of the border regions, who came into direct contact with the nationalist movement.

    But not all Social-Democrats proved equal to the task — and this applies particularly to the Social-Democrats of the border regions. The Bund, which had previously laid stress on the common tasks, now began to give prominence to its own specific, purely nationalist aims: it went to the length of declaring “observance of the Sabbath” and “recognition of Yiddish” a fighting issue in its election campaign.* The Bund was followed by the Caucasus; one section of the Caucasian Social-Democrats, which, like the rest of the Caucasian Social-Democrats, had formerly rejected “cultural-national autonomy,” are now making it an immediate demand.** This is without mentioning the conference of the Liquidators, which in a diplomatic way gave its sanction to nationalist vacillations.***

    But from this it follows that the views of Russian Social-Democracy on the national question are not yet clear to all Social-Democrats.

    It is evident that a serious and comprehensive dis-


    * See “Report of Ihe Ninth Conference of the Bund.”
** See “Announcement of the August Conference.”
*** Ibid.

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cussion of the national question is required. Consistent Social-Democrats must work solidly and indefatigably against the fog of nationalism, no matter from what quarter it proceeds.

ITHE NATION

    What is a nation?

    A nation is primarily a community, a definite community of people.

    This community is not racial, nor is it tribal. The modern Italian nation was formed from Romans, Teutons, Etruscans, Greeks, Arabs, and so forth. The French nation was formed from Gauls, Romans, Britons, Teutons, and so on. The same must be said of the British, the Germans and others, who were formed into nations from people of diverse races and tribes.

    Thus, a nation is not a racial or tribal, but a historically constituted community of people.

    On the other hand, it is unquestionable that the great empires of Cyrus and Alexander could not be called nations, although they came to be constituted historically and were formed out of different tribes and races. They were not nations, but casual and loosely-connected conglomerations of groups, which fell apart or joined together according to the victories or defeats of this or that conqueror.

    Thus, a nation is not a casual or ephemeral conglomeration, but a stable community of people.

    But not every stable community constitutes a nation. Austria and Russia are also stable communities,

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but nobody calls them nations. What distinguishes a national community from a state community? The fact, among others, that a national community is inconceivable without a common language, while a state need not have a common language. The Czech nation in Austria and the Polish in Russia would be impossible if each did not have a common language, whereas the integrity of Russia and Austria is not affected by the fact that there are a number of different languages within their borders. We are referring, of course, to the spoken languages of the people and not to the official governmental languages.

    Thus, a common language is one of the characteristic features of a nation.

    This, of course, does not mean that different nations always and everywhere speak different languages, or that all who speak one language necessarily constitute one nation. A common language for every nation, but not necessarily different languages for different nations! There is no nation which at one and the same time speaks several languages, but this does not mean that there cannot be two nations speaking the same language! Englishmen and Americans speak one language, but they do not constitute one nation. The same is true of the Norwegians and the Danes, the English and the Irish.

    But why, for instance, do the English and the Americans not constitute one nation in spite of their common language?

    Firstly, because they do not live together, but in habit different territories. A nation is formed only as a result of lengthy and systematic intercourse, as a result of people living together generation after generation.

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But people cannot live together for lengthy periods unless they have a common territory. Englishmen and Americans originally inhabited the same territory, England, and constituted one nation. Later, one section of the English emigrated from England to a new territory, America, and there, in the new territory, in the course of time, came to form the new American nation. Difference of territory led to the formation of different nations.

    Thus, a common territory is one of the characteristic features of a nation.

    But this is not all. Common territory does not by itself create a nation. This requires, in addition, an internal economic bond to weld the various parts of the nation into a single whole. There is no such bond between England and America, and so they constitute two different nations. But the Americans themselves would not deserve to be called a nation were not the different parts of America bound together into an economic whole, as a result of division of labour between them, the development of means of communication, and so forth.

    Take the Georgians, for instance. The Georgians before the Reform inhabited a common territory and spoke one language. Nevertheless, they did not, strictly speaking, constitute one nation, for, being split up into a number of disconnected principalities, they could not share a common economic life; for centuries they waged war against each other and pillaged each other, each inciting the Persians and Turks against the other. The ephemeral and casual union of the principalities which some successful king sometimes managed to bring about embraced at best a superficial administrative sphere,

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and rapidly disintegrated owing to the caprices of the princes and the indifference of the peasants. Nor could it be otherwise in economically disunited Georgia. . . . Georgia came on the scene as a nation only in the latter half of the nineteenth century, when the fall of serfdom and the growth of the economic life of the country, the development of means of communication and the rise of capitalism, introduced division of labour between the various districts of Georgia, completely shattered the economic isolation of the principalities and bound them together into a single whole.

    The same must be said of the other nations which have passed through the stage of feudalism and have developed capitalism.

    Thus, a common economic lifeeconomic cohesion, is one of the characteristic features of a nation.

    But even this is not all. Apart from the foregoing, one must take into consideration the specific spiritual complexion of the people constituting a nation. Nations differ not only in their conditions of life, but also in spiritual complexion, which manifests itself in peculiarities of national culture. If England, America and Ireland, which speak one language, nevertheless constitute three distinct nations, it is in no small measure due to the peculiar psychological make-up which they developed from generation to generation as a result of dissimilar conditions of existence.

    Of course, by itself, psychological make-up or, as it is otherwise called, “national character,” is something intangible for the observer, but in so far as it manifests itself in a distinctive culture common to the nation it is something tangible and cannot be ignored.

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Needless to say, “national character” is not a thing that is fixed once and for all, but is modified by changes in the conditions of life; but since it exists at every given moment, it leaves its impress on the physiognomy of the nation.

    Thus, a common psychological make-up, which manifests itself in a common culture, is one of the characteristic feature’s of a nation.

    We have now exhausted the characteristic features of a nation.

    A nation is a historically constitutedstable community of peopleformed on the basis of a common languageterritoryeconomic lifeand psychological make-up manifested in a common culture.

    It goes without saying that a nation, like every historical phenomenon, is subject to the law of change, has its history, its beginning and end.

    It must be emphasised that none of the above characteristics taken separately is sufficient to define a nation. More than that, it is sufficient for a single one of these characteristics to be lacking and the nation ceases to be a nation.

    It is possible to conceive of people possessing a common “national character” who, nevertheless, cannot be said to constitute a single nation if they are economically disunited, inhabit different territories, speak different languages, and so forth. Such, for instance, are the Russian, Galician, American, Georgian and Caucasian Highland Jews, who, in our opinion, do not constitute a single nation.

    It is possible to conceive of people with a common territory and economic life who nevertheless would not

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constitute a single nation because they have no common language and no common “national character.” Such, for instance, are the Germans and Letts in the Baltic region.

    Finally, the Norwegians and the Danes speak one language, but they do not constitute a single nation owing to the absence of the other characteristics.

    It is only when all these characteristics are present together that we have a nation.

    It might appear that “national character” is not one of the characteristics but the sole essential characteristic of a nation, and that all the other characteristics are, properly speaking, only conditions for the development of a nation, rather than its charactcristics. Such, for instance, is the view held by R. Springer, and more particularly by 0. Bauer, who are Social-Democratic theoreticians on the national question well known in Austria .

    Let us examine their theory of the nation,

    According to Springer, “a nation is a union of similarly thinking and similarly speaking persons.” It is “a cultural community of modern people no longer tied to the ‘soil’“* (our italics).

    Thus, a “union” of similarly thinking and similarly speaking people, no matter how disconnected they may be, no matter where they live, is a nation.

    Bauer goes even further.

    “What is a nation?” he asks. “Is it a common language which makes people a nation? But the English and the Irish . . . speak


    * See R. Springer, The National Problem, Obshchestvennaya Polza Publishing House, 1909, p. 43.

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the same language without, however, being one people; the Jews have no common language and yet are a nation.”[*]

    What, then, is a nation?

    “A nation is a relative community of character.”**

    But what is character, in this case national character?

    National character is “the sum total of characteristics which distinguish the people of one nationality from the people of another nationality — the complex of physical and spiritual characteristics which distinguish one nation from an other.”***

    Bauer knows, of course, that national character does not drop from the skies, and he therefore adds:

    “The character of people is determined by nothing so much as by their destiny. . . . A nation is nothing but a community with a common destiny” which, in turn, is determined “by the conditions under which people produce their means of subsistence and distribute the products of their labour.”****

    We thus arrive at the most “complete,” as Bauer calls it, definition of a nation:

    “A nation is an aggregate of people bound into a community of churacter by a common destiny.”*****

    We thus have common national character based on a common destiny, but not necessarily connected with a common territory, language or economic life.

    But what in that case remains of the nation? What common nationality can there be among people who are economically disconnected, inhabit different territories


    * See O. Bauer, The National Question and Social-Democracy, Serp Publishing House, 1909, pp. 1-2.
** Ibid., p. 6.
*** Ibid., p. 2.
**** Ibid., p. 24-25.
***** Ibid., p. 139.

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and from generation to generation speak different languages.

    Bauer speaks of the Jews as a nation, although they “have no common language”;[*] but what “common destiny ” and national cohesion is there, for instance, between the Georgian, Daghestanian, Russian and American Jews, who are completely separated from one another, inhabit different territories and speak different languages?

    The above-mentioned Jews undoubtedly lead their economic and political life in common with the Georgians, Daghestanians, Russians and Americans respectively, and they live in the same cultural atmosphere as these; this is bound to leave a definite impresson their national character; if there is anything common to them left, it is their religion, their common origin and certain relics of the national character. All this is beyond question. But how can it be seriously maintained that petrified religious rites and fading psychological relics affect the “destiny” of these Jews more powerfully than the living social, economic and cultural environment that surrounds them? And it is only on this assumption that it is possible to speak of the Jews as a single nation at all.

    What, then, distinguishes Bauer’s nation from the mystical and self-sufficient “national spirit” of the spiritualists?

    Bauer sets up an impassable barrier between the “distinctive feature” of nations (national character) and the “conditions” of their life, divorcing the one from the other. But what is national character if not a reflection of the conditions of life, a coagulation of impressions derived


    * Ibid., p. 2.

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from environment? How can one limit the matter to national character alone, isolating and divorcing it from the soil that gave rise to it?

    Further, what indeed distinguished the English nation from the American nation at the end of the eighteenth and the beginning of the nineteenth centuries, when America was still known as New England? Not national character, of course; for the Americans had originated from England and had brought with them to America not only the English language, but also the English national character, which, of course, they could not lose so soon; although, under the influence of the new conditions, they would naturally be developing their own specific character. Yet, despite their more or less common character, they at that time already constituted a nation distinct from England! Obviously, New England as a nation differed then from England as a nation not by its specific national character, or not so much by its national character, as by its environment and conditions of life, which were distinct from those of England.

    It is therefore clear that there is in fact no single distinguishing characteristic of a nation. There is only a sum total of characteristics, of which, when nations are compared, sometimes one characteristic (national character), sometimes another (language), or sometimes a third (territory, economic conditions), stands out in sharper relief. A nation constitutes the combination of all these characteristics taken together.

    Bauer’s point of view, which identifies a nation with its national character, divorces the nation from its soil and converts it into an invisible, self-contained force. The result is not a living and active nation, but something

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mystical, intangible and supernatural. For, I repeat, what sort of nation, for instance, is a Jewish nation which consists of Georgian, Daghestanian, Russian, American and other Jews, the members of which do not understand each other (since they speak different languages), inhabit different parts of the globe, will never see each other, and will never act together, whether in time of peace or in time of war?!

    No, it is not for such paper “nations” that Social-Democracy draws up its national programme. It can reckon only with real nations, which act and move, and therefore insist on being reckoned with.

    Bauer is obviously confusing nation, which is a historical category, with tribe, which is an ethnographical category.

    However, Bauer himself apparently feels the weakness of his position. While in the beginning of his book he definitely declares the Jews to be a nation,* he corrects himself at the end of the book and states that “in general capitalist society makes it impossible for them (the Jews) to continue as a nation,”** by causing them to assimilate with other nations. The reason, it appears, is that “the Jews have no closed territory of settle ment,”*** whereas the Czechs, for instance, have such a territory and, according to Bauer, will survive as a nation. In short, the reason lies in the absence of a territory.

    By arguing thus, Bauer wanted to prove that the Jewish workers cannot demand national autonomy,****


    * See p. 2 of his book.
** Ibid., p. 389.
*** Ibid., p. 388.
**** Ibid., p. 396.

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but he thereby inadvertently refuted his own theory, which denies that a common territory is one of the characteristics of a nation.

    But Bauer goes further. In the beginning of his book he definitely declares that “the Jews have no common language, and yet are a nation.”[*] But hardly has he reached p. 130 than he effects a change of front and just as definitely declares that “unquestionablyno nation is possible without a common language“** (our italics).

    Bauer wanted to prove that “language is the most important instrument of human intercourse,”*** but at the same time he inadvertently proved something he did not mean to prove, namely, the unsoundness of his own theory of nations, which denies the significance of a common language.

    Thus this theory, stitched together by idealistic threads, refutes itself.

IITHE NATIONAL MOVEMENT

    A nation is not merely a historical category but a historical category belonging to a definite epoch, the epoch of rising capitalism. The process of elimination of feudalism and development of capitalism is at the same time a process of the constitution of people into nations. Such, for instance, was the case in Western Europe. The


    * Ibid., p. 2.
** Ibid., p. 130.
*** Ibid.

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British, French, Germans, Italians and others were formed into nations at the time of the victorious advance of capitalism and its triumph over feudal disunity.

    But the formation of nations in those instances at the same time signified their conversion into independent national states. The British, French and other nations are at the same time British, etc., states. Ireland, which did not participate in this process, does not alter the general picture.

    Matters proceeded somewhat differently in Eastern Europe. Whereas in the West nations developed into states, in the East multi-national states were formed, states consisting of several nationalities. Such are Austria-Hungary and Russia. In Austria, the Germans proved to be politically the most developed, and they took it upon themselves to unite the Austrian nationalities into a state. In Hungary, the most adapted for state organisation were the Magyars — the core of the Hungarian nationalities — and it was they who united Hungary. In Russia, the uniting of the nationalities was undertaken by the Great Russians, who were headed by a historically formed, powerful and well-organised aristocratic military bureaucracy.

    That was how matters proceeded in the East.

    This special method of formation of states could take place only where feudalism had not yet been eliminated, where capitalism was feebly developed, where the nationalities which had been forced into the background had not yet been able to consolidate themselves economically into integral nations.

    But capitalism also began to develop in the Eastern states. Trade and means of communication were develop-

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ing. Large towns were springing up. The nations were becoming economically consolidated. Capitalism, erupting into the tranquil life of the nationalities which had been pushed into the background, was arousing them and stirring them into action. The development of the press and the theatre, the activity of the Reichsrat (Austria) and of the Duma (Russia) were helping to strengthen “national sentiments.” The intelligentsia that had arisen was being imbued with “the national idea” and was acting in the same direction. . . .

    But the nations which had been pushed into the background and had now awakened to independent life, could no longer form themselves into independent national states; they encountered on their path the very powerful resistance of the ruling strata of the dominant nations, which had long ago assumed the control of the state. They were too late! . . .

    In this way the Czechs, Poles, etc., formed themselves into nations in Austria; the Croats, etc., in Hungary; the Letts, Lithuanians, Ukrainians, Georgians, Armenians, etc., in Russia. What had been an exception in Western Europe (Ireland) became the rule in the East.

    In the West, Ireland responded to its exceptional position by a national movement. In the East, the awakened nations were bound to respond in the same fashion.

    Thus arose the circumstances which impelled the young nations of Eastern Europe on to the path of struggle.

    The struggle began and flared up, to be sure, not between nations as a whole, but between the ruling classes of the dominant nations and of those that had been pushed into the background. The struggle is usually

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conducted by the urban petty bourgeoisie of the oppressed nation against the big bourgeoisie of the dominant nation (Czechs and Germans), or by the rural bourgeoisie of the oppressed nation against the landlords of the dominant nation (Ukrainians in Poland), or by the whole “national” bourgeoisie of the oppressed nations against the ruling nobility of the dominant nation (Poland, Lithuania and the Ukraine in Russia).

    The bourgeoisie plays the leading role.

    The chief problem for the young bourgeoisie is the problem of the market. Its aim is to sell its goods and to emerge victorious from competition with the bourgeoisie of a different nationality. Hence its desire to secure its “own,” its “home” market. The market is the first school in which the bourgeoisie learns its nationalism.

    But matters are usually not confined to the market. The semi-feudal, semi-bourgeois bureaucracy of the dominant nation intervenes in the struggle with its own methods of “arresting and preventing.” The bourgeoisie — whether big or small — of the dominant nation is able to deal more “swiftly” and “decisively” with its competitor. “Forces” are united and a series of restrictive measures is put into operation against the “alien” bourgeoisie, measures passing into acts of repression. The struggle spreads from the economic sphere to the political sphere. Restriction of freedom of movement, repression of language, restriction of franchise, closing of schools, religious restrictions, and so on, are piled upon the head of the “competitor.” Of course, such measures are designed not only in the interest of the bourgeois classes of the dominant nation, but also in furtherance of the specifically caste aims, so to speak, of the ruling bureaucracy.

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But from the point of view of the results achieved this is quite immaterial; the bourgeois classes and the bureaucracy in this matter go hand in hand — whether it be in Austria-Hungary or in Russia.

    The bourgeoisie of the oppressed nation, repressed on every hand, is naturally stirred into movement. It appeals to its “native folk” and begins to shout about the “fatherland,” claiming that its own cause is the cause of the nation as a whole. It recruits itself an army from among its “countrymen” in the interests of . . . the “fatherland.” Nor do the “folk” always remain unresponsive to its appeals; they rally around its banner: the repression from above affects them too and provokes their discontent.

    Thus the national movement begins.

    The strength of the national movement is determined by the degree to which the wide strata of the nation, the proletariat and peasantry, participate in it.

    Whether the proletariat rallies to the banner of bourgeois nationalism depends on the degree of development of class antagonisms, on the class consciousness and degree of organisation of the proletariat. The class-conscious proletariat has its own tried banner, and has no need to rally to the banner of the bourgeoisie.

    As far as the peasants are concerned, their participation in the national movement depends primarily on the character of the repressions. If the repressions affect the “land,” as was the case in Ireland, then the mass of the peasants immediately rally to the banner of the national movement.

    On the other hand, if, for example, there is no serious anti-Russian nationalism in Georgia, it is primarily

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because there are neither Russian landlords nor a Russian big bourgeoisie there to supply the fuel for such nationalism among the masses. In Georgia there is anti-Armenian nationalism; but this is because there is still an Armenian big bourgeoisie there which, by getting the better of the small and still unconsolidated Georgian bourgeoisie, drives the latter to anti-Armenian nationalism.

    Depending on these factors, the national movement either assumes a mass character and steadily grows (as in Ireland and Galicia), or is converted into a series of petty collisions, degenerating into squabbles and “fights” over signboards (as in some of the small towns of Bohemia).

    The content of the national movement, of course, can not everywhere be the same: it is wholly determined by the diverse demands made by the movement. In Ireland the movement bears an agrarian character; in Bohemia it bears a “language” character; in one place the demand is for civil equality and religious freedom, in another for the nation’s “own” officials, or its own Diet. The diversity of demands not infrequently reveals the diverse features which characterise a nation in general (language, territory, etc.). It is worthy of note that we never meet with a demand based on Bauer’s all-embracing “national character.” And this is natural: “national character” in itself is something intangible, and, as was correctly remarked by J. Strasser, “a politician can’t do anything with it.”*

    Such, in general, are the forms and character of the national movement.


    * See his Der Arbeiter und die Nation, 1912, p. 33.

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    From what has been said it will be clear that the national struggle under the conditions of rising capitalism is a struggle of the bourgeois classes among themselves. Sometimes the bourgeoisie succeeds in drawing the proletariat into the national movement, and then the national struggle externally assumes a “nation-wide” character. But this is so only externally. In its essence it is always a bourgeois struggle, one that is to the advantage and profit mainly of the bourgeoisie.

    But it does not by any means follow that the proletariat should not put up a fight against the policy of national oppression.

    Restriction of freedom of movement, disfranchisement, repression of language, closing of schools, and other forms of persecution affect the workers no less, if not more, than the bourgeoisie. Such a state of affairs can only serve to retard the free development of the intellectual forces of the proletariat of subject nations. One cannot speak seriously of a full development of the intellectual faculties of the Tatar or Jewish worker if he is not allowed to use his native language at meetings and lectures, and if his schools are closed down.

    But the policy of nationalist persecution is dangerous to the cause of the proletariat also on another account. It diverts the attention of large strata from social questions, questions of the class struggle, to national questions, questions “common” to the proletariat and the bourgeoisie. And this creates a favourable soil for lying propaganda about “harmony of interests,” for glossing over the class interests of the proletariat and for the intellectual enslavement of the workers.

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This creates a serious obstacle to the cause of uniting the workers of all nationalities. If a considerable proportion of the Polish workers are still in intellectual bondage to the bourgeois nationalists, if they still stand aloof from the international labour movement, it is chiefly because the age-old anti-Polish policy of the “powers that be” creates the soil for this bondage and hinders the emancipation of the workers from it.

    But the policy of persecution does not stop there. It not infrequently passes from a “system” of oppression to a “system” of inciting nations against each other, to a “system” of massacres and pogroms. Of course, the latter system is not everywhere and always possible, but where it is possible — in the absence of elementary civil rights — it frequently assumes horrifying proportions and threatens to drown the cause of unity of the workers in blood and tears. The Caucasus and South Russia furnish numerous examples. “Divide and rule” — such is the purpose of the policy of incitement. And where such a policy succeeds, it is a tremendous evil for the proletariat and a serious obstacle to the cause of uniting the workers of all the nationalities in the state.

    But the workers are interested in the complete amalgamation of all their fellow-workers into a single international army, in their speedy and final emancipation from intellectual bondage to the bourgeoisie, and in the full and free development of the intellectual forces of their brothers, whatever nation they may belong to.

    The workers therefore combat and will continue to combat the policy of national oppression in all its forms, from the most subtle to the most crude, as well as the

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policy of inciting nations against each other in all its forms.

    Social-Democracy in all countries therefore proclaims the right of nations to self-determination.

    The right of self-determination means that only the nation itself has the right to determine its destiny, that no one has the right forcibly to interfere in the life of the nation, to destroy its schools and other institutions, to violate its habits and customs, to repress its language, or curtail its rights.

    This, of course, does not mean that Social-Democracy will support every custom and institution of a nation. While combating the coercion of any nation, it will uphold only the right of the nation itself to determine its own destiny, at the same time agitating against harmful customs and institutions of that nation in order to enable the toiling strata of the nation to emancipate themselves from them.

    The right of self-determination means that a nation may arrange its life in the way it wishes. It has the right to arrange its life on the basis of autonomy. It has the right to enter into federal relations with other nations. It has the right to complete secession. Nations are sovereign, and all nations have equal rights.

    This, of course, does not mean that Social-Democracy will support every demand of a nation. A nation has the right even to return to the old order of things; but this does not mnean that Social-Democracy will subscribe to such a decision if taken by some institution of a particular nation. The obligations of Social-Democracy, which defends the interests of the proletariat, and the rights of

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a nation, which consists of various classes, are two different things.

    In fighting for the right of nations to self-determination, the aim of Social-Democracy is to put an end to the policy of national oppression, to render it impossible, and thereby to remove the grounds of strife between nations, to take the edge off that strife and reduce it to a minimum.

    This is what essentially distinguishes the policy of the class-conscious proletariat from the policy of the bourgeoisie, which attempts to aggravate and fan the national struggle and to prolong and sharpen the national movement.

    And that is why the class-conscious proletariat cannot rally under the “national” flag of the bourgeoisie.

    That is why the so-called “evolutionary national” policy advocated by Bauer cannot become the policy of the proletariat. Bauer’s attempt to identify his “evolutionary national” policy with the policy of the “modern working class”* is an attempt to adapt the class struggle of the workers to the struggle of the nations.

    The fate of a national movement, which is essentially a bourgeois movement, is naturally bound up with the fate of the bourgeoisie. The final disappearance of a national movement is possible only with the downfall of the bourgeoisie. Only under the reign of socialism can peace be fully established. But even within the framework of capitalism it is possible to reduce the national struggle to a minimum, to undermine it at the root, to render it as


    * See Bauer’s book, p. 166.

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harmless as possible to the proletariat. This is borne out, for example, by Switzerland and America. It requires that the country should be democratised and the nations be given the opportunity of free development.

IIIPRESENTATION OF THE QUESTION

    A nation has the right freely to determine its own destiny. It has the right to arrange its life as it sees fit, without, of course, trampling on the rights of other nations. That is beyond dispute.

    But how exactly should it arrange its own life, what forms should its future constitution take, if the interests of the majority of the nation and, above all, of the proletariat are to be borne in mind?

    A nation has the right to arrange its life on autonomous lines. It even has the right to secede. But this does not mean that it should do so under all circumstances, that autonomy, or separation, will everywhere and always be advantageous for a nation, i.e., for its majority, i.e., for the toiling strata. The Transcaucasian Tatars as a nation may assemble, let us say, in their Diet and, succumbing to the influence of their beys and mullahs, decide to restore the old order of things and to secede from the state. According to the meaning of the clause on self-determination they are fully entitled to do so. But will this be in the interest of the toiling strata of the Tatar nation? Can Social-Democracy look on in differently when the beys and mullahs assume the leadership of the masses in the solution of the national question?

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Should not Social-Democracy interfere in the matter and influence the will of the nation in a definite way? Should it not come forward with a definite plan for the solution of the question, a plan which would be most advantageous for the Tatar masses?

    But what solution would be most compatible with the interests of the toiling masses? Autonomy, federation or separation?

    All these are problems the solution of which will depend on the concrete historical conditions in which the given nation finds itself.

    More than that; conditions, like everything else, change, and a decision which is correct at one particular time may prove to be entirely unsuitable at another.

    In the middle of the nineteenth century Marx was in favour of the secession of Russian Poland; and he was right, for it was then a question of emancipating a higher culture from a lower culture that was destroying it. And the question at that time was not only a theoretical one, an academic question, but a practical one, a question of actual reality. . . .

    At the end of the nineteenth century the Polish Marxists were already declaring against the secession of Poland; and they too were right, for during the fifty years that had elapsed profound changes had taken place, bringing Russia and Poland closer economically and culturally. Moreover, during that period the question of secession had been converted from a practical matter into a matter of academic dispute, which excited nobody except perhaps intellectuals abroad.

    This, of course, by no means precludes the possibility that certain internal and external conditions may arise

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in which the question of the secession of Poland may again come on the order of the day.

    The solution of the national question is possible only in connection with the historical conditions taken in their development.

    The economic, political and cultural conditions of a given nation constitute the only key to the question how a particular nation ought to arrange its life and what forms its future constitution ought to take. It is possible that a specific solution of the question will be required for each nation. If the dialectical approach to a question is required anywhere it is required here, in the national question.

    In view of this we must declare our decided opposition to a certain very widespread, but very summary manner of “solving” the national question, which owes its inception to the Bund. We have in mind the easy method of referring to Austrian and South-Slav[*] Social-Democracy, which has supposedly already solved the national question and whose solution the Russian Social-Democrats should simply borrow. It is assumed that whatever, say, is right for Austria is also right for Russia. The most important and decisive factor is lost sight of here, namely, the concrete historical conditions in Russia as a whole and in the life of each of the nations inhabiting Russia in particular.

    Listen, for example, to what the well-known Bundist, V. Kossovsky, says:

    “When at the Fourth Congress of the Bund the principles of the question (i.e., the national question —JSt.) were discussed,


    * South-Slav Social-Democracy operates in the southern part of Austria.

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the proposal made by one of the members of the congress to settle the question in the spirit of the resolution of the South-Slav Social-Democratic Party met with general approval.”[*]

    And the result was that “the congress unanimously adopted” . . . national autonomy.

    And that was all! No analysis of the actual conditions in Russia, no investigation of the condition of the Jews in Russia. They first borrowed the solution of the South-Slav Social-Democratic Party, then they “approved” it, and finally they “unanimously adopted” it! This is the way the Bundists present and “solve” the national question in Russia. . . .

    As a matter of fact, Austria and Russia represent entirely different conditions. This explains why the Social-Democrats in Austria, when they adopted their national programme at Brunn (1899)[132] in the spirit of the resolution of the South-Slav Social-Democratic Party (with certain insignificant amendments, it is true), approached the question in an entirely non-Russian way, so to speak, and, of course, solved it in a non-Russian way.

    First, as to the presentation of the question. How is the question presented by the Austrian theoreticians of cultural-national autonomy, the interpreters of the Brunn national programme and the resolution of the South-Slav Social-Democratic Party, Springer and Bauer?

    “Whether a multi-national state is possible,” says Springer, “and whether, in particular, the Austrian nationalities are obliged to form a single political entity, is a question we shall not answer here but shall assume to be settled. For anyone who will not concede this possibility and necessity, our investigation will, of course, be purposeless. Our theme is as follows: inasmuch as these


    * See V. Kossovsky, Problems of Nationality, 1907, pp. 16-17.

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nations are obliged to live together, what legal forms will enable them to live together in the best possible way?” (Springer’s italics).[*]

    Thus, the starting point is the state integrity of Austria.

    Bauer says the same thing:

    “We therefore start from the assumption that the Austrian nations will remain in the same state union in which they exist at present and inquire how the nations within this union will arrange their relations among themselves and to the state.”[**]

    Here again the first thing is the integrity of Austria.

    Can Russian Social-Democracy present the question in this way? No, it cannot. And it cannot because from the very outset it holds the view of the right of nations to self-determination, by virtue of which a nation has the right of secession.

    Even the Bundist Goldblatt admitted at the Second Congress of Russian Social-Democracy that the latter could not abandon the standpoint of self-determination. Here is what Goldblatt said on that occasion:

    “Nothing can be said against the right of self-determination. If any nation is striving for independence, we must not oppose it. If Poland does not wish to enter into ‘lawful wedlock’ with Russia, it is not for us to interfere with her.”

    All this is true. But it follows that the starting points of the Austrian and Russian Social-Democrats, far from being identical, are diametrically opposite. After this, can there be any question of borrowing the national programme of the Austrians?


    * See Springer, The National Problem, p. 14.
** See Bauer, The National Question and Social-Democracy, p. 399.

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    Furthermore, the Austrians hope to achieve the “freedom of nationalities” by means of petty reforms, by slow steps. While they propose cultural-national autonomy as a practical measure, they do not count on any radical change, on a democratic movement for liberation, which they do not even contemplate. The Russian Marxists, on the other hand, associate the “freedom of nationalities” with a probable radical change, with a democratic movement for liberation, having no grounds for counting on reforms. And this essentially alters matters in regard to the probable fate of the nations of Russia.

    “Of course,” says Bauer, “there is little probability that national autonomy will be the result of a great decision, of a bold action. Austria will develop towards national autonomy step by step, by a slow process of development, in the course of a severe struggle, as a consequence of which legislation and administration will be in a state of chronic paralysis. The new constitutlon will not be created by a great legislative act, but by a multitude of separate enactments for individual provinces and individual communities.”*

    Springer says the same thing.

    “I am very well aware,” he writes, “that institutions of this kind (i.e., organs of national autonomy —JSt.) are not created in a single year or a single decade. The reorganisation of the Prussian administration alone took considerable time. . . . It took the Prussians two decades finally to establish their basic administrative institutions. Let nobody think that I harbour any illusions as to the time required and the difficulties to be overcome in Austria.”**


    * See Bauer, The National Question, p. 422.
** See Springer, The National Problem, pp. 281-82.

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    All this is very definite. But can the Russian Marxists avoid associating the national question with “bold actions”? Can they count on partial reforms, on “a multitude of separate enactments” as a means for achieving the “freedom of nationalities”? But if they cannot and must not do so, is it not clear that the methods of struggle of the Austrians and the Russians and their prospects must be entirely different? How in such a state of affairs can they confine themselves to the one-sided, milk-and-water cultural-national autonomy of the Austrians? One or the other: either those who are in favour of borrowing do not count on “bold actions” in Russia, or they do count on such actions but “know not what they do.”

    Finally, the immediate tasks facing Russia and Austria are entirely different and consequently dictate different methods of solving the national question. In Austria parliamentarism prevails, and under present conditions no development in Austria is possible without parliament. But parliamentary life and legislation in Austria are frequently brought to a complete standstill by severe conflicts between the national parties. That explains the chronic political crisis from which Austria has for a long time been suffering. Hence, in Austria the national question is the very hub of political life; it is the vital question. It is therefore not surprising that the Austrian Social-Democratic politicians should first of all try in one way or another to find a solution for the national conflicts — of course on the basis of the existing parliamentary system, by parliamentary methods. . . .

    Not so with Russia. In the first place, in Russia “there is no parliament, thank God.”[133] In the second place — and this is the main point — the hub of the

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political life of Russia is not the national but the agrarian question. Consequently, the fate of the Russian problem, and, accordingly, the “liberation” of the nations too, is bound up in Russia with the solution of the agrarian question, i.e., with the destruction of the relics of feudalism, i.e., with the democratisation of the country. That explains why in Russia the national question is not an independent and decisive one, but a part of the general and more important question of the emancipation of the country.

    “The barrenness of the Austrian parliament,” writes Springer, “is due precisely to the fact that every reform gives rise to antagonisms within the national parties which may affect their unity. The leaders of the parties, therefore, avoid everything that smacks of reform. Progress in Austria is generally conceivable only if the nations are granted indefeasible legal rights which will relieve them of the necessity of constantly maintaining national militant groups in parliament and will enable them to turn their attention to the solution of economic and social problems.”*

    Bauer says the same thing.

    “National peace is indispensable first of all for the state. The state cannot permit legislation to be brought to a standstill by the very stupid question of language or by every quarrel between excited people on a linguistic frontier, or over every new school.”**

    All this is clear. But it is no less clear that the national question in Russia is on an entirely different plane. It is not the national, but the agrarian question that decides the fate of progress in Russia. The national question is a subordinate one.


    * See Springer, The National Problem, p. 36.
** See Bauer, The National Question, p. 401.

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    And so we have different presentations of the question, different prospects and methods of struggle, different immediate tasks. Is it not clear that, such being the state of affairs, only pedants who “solve” the national question without reference to space and time can think of adopting examples from Austria and of borrowing a programme?

    To repeat: the concrete historical conditions as the starting point, and the dialectical presentation of the question as the only correct way of presenting it — such is the key to solving the national question.

IVCULTURAL-NATIONAL AUTONOMY

    We spoke above of the formal aspect of the Austrian national programme and of the methodological grounds which make it impossible for the Russian Marxists simply to adopt the example of Austrian Social-Democracy and make the latter’s programme their own.

    Let us now examine the essence of the programme itself.

    What then is the national programme of the Austrian Social-Democrats?

    It is expressed in two words: cultural-national autonomy.

    This means, firstly, that autonomy would be granted, let us say, not to Bohemia or Poland, which are inhabited mainly by Czechs and Poles, but to Czechs and Poles generally, irrespective of territory, no matter what part of Austria they inhabit.

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    That is why this autonomy is called national and not territorial.

    It means, secondly, that the Czechs, Poles, Germans, and so on, scattered over the various parts of Austria, taken personally, as individuals, are to be organised into integral nations, and are as such to form part of the Austrian state. In this way Austria would represent not a union of autonomous regions, but a union of autonomous nationalities, constituted irrespective of territory.

    It means, thirdly, that the national institutions which are to be created for this purpose for the Poles, Czechs, and so forth, are to have jurisdiction only over “cultural,” not “political” questions. Specifically political questions would be reserved for the Austrian parliament (the Reichsrat).

    That is why this autonomy is also called cultural, cultural-national autonomy.

    And here is the text of the programme adopted by the Austrian Social-Democratic Party at the Brünn Congress in 1899.*

    Having referred to the fact that “national dissension in Austria is hindering political progress,” that “the final solution of the national question . . . is primarily a cultural necessity,” and that “the solution is possible only in a genuinely democratic society, constructed on the basis of universal, direct and equal suffrage,” the programme goes on to say:


    * The representatives of the South-Slav Social-Democratic Party also voted for it. See Discussion of the National Question at the Brünn Congress, 1906, p. 72.

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    “The preservation and development of the national peculiarities[*] of the peoples of Austria is possible only on the basis of equal rights and by avoiding all oppression. Hence, all bureaucratic state centralism and the feudal privileges of individual provinces must first of all be rejected.
“Under these conditions, and only under these conditions, will it be possible to establish national order in Austria in place of national dissension, namely, on the following principles:
“1. Austria must be transformed into a democratic state federation of nationalities.
“2. The historical crown provinces must be replaced by nationally delimited self-governing corporations, in each of which legislation and administration shall be entrusted to national parliaments elected on the basis of universal, direct and equal suffrage.
“3. All the self-governing regions of one and the same nation must jointly form a single national union, which shall manage its national affairs on an absolutely autonomous basis.
“4. The rights of national minorities must be guaranteed by a special law passed by the Imperial Parliament.”

    The programme ends with an appeal for the solidarity of all the nations of Austria.**

    It is not difficult to see that this programme retains certain traces of “territorialism,” but that in general it gives a formulation of national autonomy. It is not without good reason that Springer, the first agitator on behalf of cultural-national autonomy, greets it with


    * In M. Panin’s Russian translation (see his translation of Bauer’s book), “national individualities” is given in place of “national peculiarities.” Panin translated this passage incorrectly. The word “individuality” is not in the German text, which speaks of nationalen Eigenart, i.e., peculiarities, which is far from being the same thing.
** Verhandlungen des Gesamtparteitages in Brünn, 1899.

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enthusiasm;[*] Bauer also supports this programme, calling it a “theoretical victory”[**]for national autonomy; only, in the interests of greater clarity, he proposes that Point 4 be replaced by a more definite formulation, which would declare the necessity of “constituting the national minority within each self-governing region into a public corporation” for the management of educational and other cultural affairs.[***]

    Such is the national programme of Austrian Social Democracy.

    Let us examine its scientific foundations.

    Let us see how the Austrian Social-Democratic Party justifies the cultural-national autonomy it advocates.

    Let us turn to the theoreticians of cultural-national autonomy, Springer and Bauer.

    The starting point of national autonomy is the conception of a nation as a union of individuals without regard to a definite territory.

    “Nationality,” according to Springer, “is not essentially connected with territory”; nations are “autonomous unions of persons.”****

    Bauer also speaks of a nation as a “community of persons” which does not enjoy “exclusive sovereignty in any particular region.”*****

    But the persons constituting a nation do not always live in one compact mass; they are frequently divided


    * See Springer, The National Problem, p. 286.
** See The National Question, p. 549.
*** Ibid., p. 555.
**** See Springer, The National Problem, p. 19.
***** See The National Question, p. 286.

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into groups, and in that form are interspersed among alien national organisms. It is capitalism which drives them into various regions and cities in search of a livelihood. But when they enter foreign national territories and there form minorities, these groups are made to suffer by the local national majorities in the way of restrictions on their language, schools, etc. Hence national conflicts. Hence the “unsuitability” of territorial autonomy. The only solution to such a situation, according to Springer and Bauer, is to organise the minorities of the given nationality dispersed over various parts of the state into a single, general, inter-class national union. Such a union alone, in their opinion, can protect the cultural interests of national minorities, and it alone is capable of putting an end to national discord.

    “Hence the necessity,” says Springer, “to organise the nationalities, to invest them with rights and responsibilities. . . .”[*] Of course, “a law is easily drafted, but will it be effective?”. . . “If one wants to make a law for nations, one must first create the nations. . . . “** “Unless the nationalities are constituted it is impossible to create national rights and eliminate national dissension.”***

    Bauer expressed himself in the same spirit when he proposed, as “a demand of the working class,” that “the minorities should be constituted into public corporations based on the personal principle.”****

    But how is a nation to be organised? How is one to determine to what nation any given individual belongs?


    * See The National Problem, p. 74.
** Ibid., pp. 88-89.
*** Ibid., p. 89.
**** See The National Question, p. 552.

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    “Nationality,” says Springer, “will be determined by certificates; every individual domiciled in a given region must declare his affiliation to one of the nationalities of that region.”[*]
“The personal principle,” says Bauer, “presumes that the population will be divided into nationalities. . . . On the basis of the free declaration of the adult citizens national registers must be drawn up.”[**]

    Further.

    “All the Germans in nationally homogeneous districts,” says Bauer, “and all the Germans entered in the national registers in the dual districts will constitute the German nation and elect a National Council.”[***]

    The same applies to the Czechs, Poles, and so on.

    “The National Council,” according to Springer, “is the cultural parliament of the nation, empowered to establish the principles and to grant funds, thereby assuming guardianship over national education, national literature, art and science, the formation of academies, museums, galleries, theatres,” etc.****

    Such will be the organisation of a nation and its central institution. According to Bauer, the Austrian Social-Democratic Party is striving, by the creation of these inter-class institutions “to make national culture . . . the possession of the whole people and thereby unite all the members of the nation into a national-cultural community“***** (our italics).


    * See The National Problem, p. 226.
** See The National Question, p. 368.
*** Ibid., p. 375.
**** See The National Problem, p. 234.
***** See The National Question, p. 553.

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    One might think that all this concerns Austria alone. But Bauer does not agree. He emphatically declares that national autonomy is essential also for other states which, like Austria, consist of several nationalities.

    “In the multi-national state,” according to Bauer, “the working class of all the nations opposes the national power policy of the propertied classes with the demand for national autonomy.”[*]

    Then, imperceptibly substituting national autonomy for the self-determination of nations, he continues:

    “Thus, national autonomy, the self-determination of nations, will necessarily become the constitutional programme of the proletariat of all the nations in a multi-national state.”[**]

    But he goes still further. He profoundly believes that the inter-class “national unions” “constituted” by him and Springer will serve as a sort of prototype of the future socialist society. For he knows that “the socialist system of society . . . will divide humanity into nationally delimited communities”;*** that under socialism there will take place “a grouping of humanity into autonomous national communities,”**** that thus, “socialist society will undoubtedly present a checkered picture of national unions of persons and territorial corporations,”***** and that accordingly “the socialist principle of nationality is a higher synthesis of the national principle and national autonomy.”******


    * See Ibid., p. 337.
** See The National Question, p. 333.
*** Ibid., p. 555.
**** See Ibid., p. 556.
***** See Ibid., p. 543.
****** See Ibid., p. 542.

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    Enough, it would seem. . . .

    These are the arguments for cultural-national autonomy as given in the works of Bauer and Springer.

    The first thing that strikes the eye is the entirely inexplicable and absolutely unjustifiable substitution of national autonomy for self-determination of nations. One or the other: either Bauer failed to understand the meaning of self-determination, or he did understand it but for some reason or other deliberately narrowed its meaning. For there is no doubt  a) that cultural-national autonomy presupposes the integrity of the multi-national state, whereas self-determination goes outside the framework of this integrity, and  b) that self-determination endows a nation with complete rights, whereas national autonomy endows it only with “cultural” rights. That in the first place.

    In the second place, a combination of internal and external conditions is fully possible at some future time by virtue of which one or another of the nationalities may decide to secede from a multi-national state, say from Austria. Did not the Ruthenian Social-Democrats at the Brünn Party Congress announce their readiness to unite the “two parts” of their people into one whole?* What, in such a case, becomes of national autonomy, which is “inevitable for the proletariat of all the nations “? That sort of “solution” of the problem is it that mechanically squeezes nations into the Procrustean bed of an integral state?

    Further: National autonomy is contrary to the whole


    * See Proceedings of the Brünn Social-Democratic Party Congress, p. 48.

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course of development of nations. It calls for the organisation of nations; but can they be artificially welded together if life, if economic development tears whole groups from them and disperses these groups over various regions? There is no doubt that in the early stages of capitalism nations become welded together. But there is also no doubt that in the higher stages of capitalism a process of dispersion of nations sets in, a process where by a whole number of groups separate off from the nations, going off in search of a livelihood and subsequently settling permanentIy in other regions of the state; in the course of this these settlers lose their old connections and acquire new ones in their new domicile, and from generation to generation acquire new habits and new tastes, and possibly a new language. The question arises: is it possible to unite into a single national union groups that have grown so distinct? Where are the magic links to unite what cannot be united? Is it conceivable that, for instance, the Germans of the Baltic Provinces and the Germans of Transcaucasia can be “united into a single nation”? But if it is not conceivable and not possible, wherein does national autonomy differ from the utopia of the old nationalists, who endeavoured to turn back the wheel of history?

    But the unity of a nation diminishes not only as a result of migration. It diminishes also from internal causes, owing to the growing acuteness of the class struggle. In the early stages of capitalism one can still speak of a “common culture” of the proletariat and the bourgeoisie. But as large-scale industry develops and the class struggle becomes more and more acute, this “common culture” begins to melt away. One cannot seriously

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speak of the “common culture” of a nation when employers and workers of one and the same nation cease to understand each other. What “common destiny” can there be when the bourgeoisie thirsts for war, and the proletariat declares “war on war”? Can a single inter-class national union be formed from such opposed elements? And, after this, can one speak of the “union of all the members of the nation into a national-cultural community”?[*] Is it not obvious that national autonomy is contrary to the whole course of the class struggle?

    But let us assume for a moment that the slogan “organise the nation” is practicable. One might understand bourgeois-nationalist parliamentarians endeavouring to “organise” a nation for the purpose of securing addition al votes. But since when have Social-Democrats begun to occupy themselves with “organising” nations, “constituting” nations, “creating” nations?

    What sort of Social-Democrats are they who in the epoch of extreme intensification of the class struggle organise inter-class national unions? Until now the Austrian, as well as every other, Social-Democratic Party, had one task before it: namely, to organise the proletariat. That task has apparently become “antiquated.” Springer and Bauer are now setting a “new” task, a more absorbing task, namely, to “create,” to “organise” a nation.

    However, logic has its obligations: he who adopts national autonomy must also adopt this “new” task; but to adopt the latter means to abandon the class position and to take the path of nationalism.


    * Bauer, The National Question, p. 553

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    Springer’s and Bauer’s cultural-national autonomy is a subtle form of nationalism.

    And it is by no means fortuitous that the national programme of the Austrian Social-Democrats enjoins a concern for the “preservation and development of the national peculiarities of the peoples.” Just think: to “preserve” such “national peculiarities” of the Transcaucasian Tatars as self-flagellation at the festival of Shakhsei-Vakhsei; or to “develop” such “national peculiarities” of the Georgians as the vendetta! . . .

    A demand of this character is in place in an outright bourgeois nationalist programme; and if it appears in the programme of the Austrian Social-Democrats it is because national autonomy tolerates such demands, it does not contradict them.

    But if national autonomy is unsuitable now, it will be still more unsuitable in the future, socialist society .

    Bauer’s prophecy regarding the “division of humanity into nationally delimited communities”[*] is refuted by the whole course of development of modern human society. National barriers are being demolished and are falling, rather than becoming firmer. As early as the ‘forties Marx declared that “national differences and antagonisms between peoples are daily more and more vanishing” and that “the supremacy of the proletariat will cause them to vanish still faster.”[134] The subsequent development of mankind, accompanied as it was by the colossal growth of capitalist production, the re-shuffling of nationalities and the union of people


    * See the beginning of this chapter.

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within ever larger territories, emphatically confirms Marx’s thought.

    Bauer’s desire to represent socialist society as a “checkered picture of national unions of persons and territorial corporations” is a timid attempt to substitute for Marx’s conception of socialism a revised version of Bakunin’s conception. The history of socialism proves that every such attempt contains the elements of in evitable failure.

    There is no need to mention the kind of “socialist principle of nationality” glorified by Bauer, which, in our opinion, substitutes for the socialist principle of the class struggle the bourgeois “principle of nationality.” If national autonomy is based on such a dubious principle, it must be admitted that it can only cause harm to the working-class movement.

    True, such nationalism is not so transparent, for it is skilfully masked by socialist phrases, but it is all the more harmful to the proletariat for that reason. We can always cope with open nationalism, for it can easily be discerned. It is much more difficult to combat nationalism when it is masked and unrecognisable beneath its mask. Protected by the armour of socialism, it is less vulnerable and more tenacious. Implanted among the workers, it poisons the atmosphere and spreads harmful ideas of mutual distrust and segregation among the workers of the different nationalities.

    But this does not exhaust the harm caused by national autonomy. It prepares the ground not only for the segregation of nations, but also for breaking up the united labour movement. The idea of national autonomy creates the psychological conditions for the division of the

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united workers’ party into separate parties built on national lines. The break-up of the party is followed by the break-up of the trade unions, and complete segregation is the result. In this way the united class movement is broken up into separate national rivulets.

    Austria, the home of “national autonomy,” provides the most deplorable examples of this. As early as 1897 the Wimberg Party Congress[135]) the once united Austrian Social-Democratic Party began to break up into separate parties. The break-up became still more marked after the Brünn Party Congress (1899), which adopted national autonomy. Matters have finally come to such a pass that in place of a united international party there are now six national parties, of which the Czech Social-Democratic Party will not even have anything to do with the German Social-Democratic Party.

    But with the parties are associated the trade unions. In Austria, both in the parties and in the trade unions, the main brunt of the work is borne by the same Social-Democratic workers. There was therefore reason to fear that separatism in the party would lead to separatism in the trade unions and that the trade unions would also break up. That, in fact, is what happened: the trade unions have also divided according to nationality. Now things frequently go so far that the Czech workers will even break a strike of German workers, or will unite at municipal elections with the Czech bourgeois against the German workers.

    It will be seen from the foregoing that cultural-national autonomy is no solution of the national question. Not only that, it serves to aggravate and confuse the question by creating a situation which favours the

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destruction of the unity of the labour movement, fosters the segregation of the workers according to nationality and intensifies friction among them. Such is the harvest of national autonomy.

VTHE BUND, ITS NATIONALISM,
ITS SEPARATISM

    We said above that Bauer, while granting the necessity of national autonomy for the Czechs, Poles, and so on, nevertheless opposes similar autonomy for the Jews. In answer to the question, “Should the working class demand autonomy for the Jewish people?” Bauer says that “national autonomy cannot be demanded by the Jewish workers.”[*] According to Bauer, the reason is that “capitalist society makes it impossible for them (the Jews —JSt.) to continue as a nation.”**

    In brief, the Jewish nation is coming to an end, and hence there is nobody to demand national autonomy for. The Jews are being assimilated.

    This view of the fate of the Jews as a nation is not a new one. It was expressed by Marx as early as the ‘forties,***[136] in reference chiefly to the German Jews. It was repeated by Kautsky in 1903,**** in reference to the Russian Jews. It is now being repeated by Bauer in reference to the Austrian Jews, with the difference,


    * See The National Question, pp. 381, 396.
** Ibid., p. 389.
*** See K. Marx, “The Jewish Question,” 1906.
**** See K. Kautsky, “The Kishinev Pogrom and the Jewish Question,” 1903.

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however, that he denies not the present but the future of the Jewish nation.

    Bauer explains the impossibility of preserving the existence of the Jews as a nation by the fact that “the Jews have no closed territory of settlement.”[*] This explanation, in the main a correct one, does not however express the whole truth. The fact of the matter is primarily that among the Jews there is no large and stable stratum connected with the land, which would naturally rivet the nation together, serving not only as its framework but also as a “national” market. Of the five or six million Russian Jews, only three to four per cent are connected with agriculture in any way. The remaining ninety-six per cent are employed in trade, industry, in urban institutions, and in general are town dwellers; moreover, they are spread all over Russia and do not constitute a majority in a single gubernia.

    Thus, interspersed as national minorities in areas inhabited by other nationalities, the Jews as a rule serve “foreign” nations as manufacturers and traders and as members of the liberal professions, naturally adapting themselves to the “foreign nations” in respect to language and so forth. All this, taken together with the increasing re-shuffling of nationalities characteristic of developed forms of capitalism, leads to the assimilation of the Jews. The abolition of the “Pale of Settlement” would only serve to hasten this process of assimilation.

    The question of national autonomy for the Russian Jews consequently assumes a somewhat curious character: autonomy is being proposed for a nation whose


    * See The National Question, p. 388.

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future is denied and whose existence has still to be proved!

    Nevertheless, this was the curious and shaky position taken up by the Bund when at its Sixth Congress (1905) it adopted a “national programme” on the lines of national autonomy.

    Two circumstances impelled the Bund to take this step.

    The first circumstance is the existence of the Bund as an organisation of Jewish, and only Jewish, Social-Democratic workers. Even before 1897 the Social-Democratic groups active among the Jewish workers set themselves the aim of creating “a special Jewish workers’ organisation.”[*] They founded such an organisation in 1897 by uniting to form the Bund. That was at a time when Russian Social-Democracy as an integral body virtually did not yet exist. The Bund steadily grew and spread, and stood out more and more vividly against the background of the bleak days of Russian Social Democracy. . . . Then came the 1900’s. A mass labour movement came into being. Polish Social-Democracy grew and drew the Jewish workers into the mass struggle. Russian Social-Democracy grew and attracted the “Bund” workers. Lacking a territorial basis, the national framework of the Bund became too restrictive. The Bund was faced with the problem of either merging with the general international tide, or of upholding its independent existence as an extra-territorial organisation. The Bund chose the latter course.


    * See Forms of the National Movement, etc., edited by Kastelyansky, p. 772.

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    Thus grew up the “theory” that the Bund is “the sole representative of the Jewish proletariat.”

    But to justify this strange “theory” in any “simple” way became impossible. Some kind of foundation “on principle,” some justification “on principle,” was needed. Cultural-national autonomy provided such a foundation. The Bund seized upon it, borrowing it from the Austrian Social-Democrats. If the Austrians had not had such a programme the Bund would have invented it in order to justify its independent existence “on principle.”

    Thus, after a timid attempt in 1901 (the Fourth Congress), the Bund definitely adopted a “national programme” in 1905 (the Sixth Congress).

    The second circumstance is the peculiar position of the Jews as separate national minorities within compact majorities of other nationalities in integral regions. We have already said that this position is undermining the existence of the Jews as a nation and puts them on the road to assimilation. But this is an objective process. Subjectively, in the minds of the Jews, it provokes a reaction and gives rise to the demand for a guarantee of the rights of a national minority, for a guarantee against assimilation. Preaching as it does the vitality of the Jewish “nationality,” the Bund could not avoid being in favour of a “guarantee.” And, having taken up this position, it could not but accept national autonomy. For if the Bund could seize upon any autonomy at all, it could only be national autonomy, i.e., cultural-nationalautonomy; there could be no question of territorial-political autonomy for the Jews, since the Jews have no definite integral territory.

    It is noteworthy that the Bund from the outset

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stressed the character of national autonomy as a guarantee of the rights of national minorities, as a guarantee of the “free development” of nations. Nor was it fortuitous that the representative of the Bund at the Second Congress of the Russian Social-Democratic Party, Goldblatt, defined national autonomy as “institutions which guarantee them (i.e., nations —JSt.) complete freedom of cultural development.”[*] A similar proposal was made by supporters of the ideas of the Bund to the Social-Democratic group in the Fourth Duma. . . .

    In this way the Bund adopted the curious position of national autonomy for the Jews.

    We have examined above national autonomy in general. The examination showed that national autonomy leads to nationalism. We shall see later that the Bund has arrived at the same end point. But the Bund also regards national autonomy from a special aspect, namely, from the aspect of guarantees of the rights of national minorities. Let us also examine the question from this special aspect. It is all the more necessary since the problem of national minorities — and not of the Jewish minorities alone — is one of serious moment for Social-Democracy.

    And so, it is a question of “institutions which guarantee” nations “complete freedom of cultural development” (our italics —JSt.).

    But what are these “institutions which guarantee,” etc.?

    They are primarily the “National Council” of Springer and Bauer, something in the nature of a Diet for cultural affairs .


    * See Minutes of the Second Congress, p. 176.

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    But can these institutions guarantee a nation “complete freedom of cultural development”? Can a Diet for cultural affairs guarantee a nation against nationalist persecution?

    The Bund believes it can.

    But history proves the contrary.

    At one time a Diet existed in Russian Poland. It was a political Diet and, of course, endeavoured to guarantee freedom of “cultural development” for the Poles. But, far from succeeding in doing so, it itself succumbed in the unequal struggle against the political conditions generally prevailing in Russia.

    A Diet has been in existence for a long time in Finland, and it too endeavours to protect the Finnish nationality from “encroachments,” but how far it succeeds in doing so everybody can see.

    Of course, there are Diets and Diets, and it is not so easy to cope with the democratically organised Finnish Diet as it was with the aristocratic Polish Diet. But the decisive factor, nevertheless, is not the Diet, but the general regime in Russia. If such a grossly Asiatic social and political regime existed in Russia now as in the past, at the time the Polish Diet was abolished, things would go much harder with the Finnish Diet. Moreover, the policy of “encroachments” upon Finland is growing, and it cannot be said that it has met with defeat . . . .

    If such is the case with old, historically evolved institutions — political Diets — still less will young Diets, young institutions, especially such feeble institutions as “cultural” Diets, be able to guarantee the free development of nations.

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    Obviously, it is not a question of “institutions,” but of the general regime prevailing in the country. If there is no democracy in the country there can be no guarantees of “complete freedom for cultural development” of nationalities. One may say with certainty that the more democratic a country is the fewer are the “encroachments” made on the “freedom of nationalities,” and the greater are the guarantees against such “encroachments.”

    Russia is a semi-Asiatic country, and therefore in Russia the policy of “encroachments” not infrequently assumes the grossest form, the form of pogroms. It need hardly be said that in Russia “guarantees” have been reduced to the very minimum.

    Germany is, however, European, and she enjoys a measure of political freedom. It is not surprising that the policy of “encroachments” there never takes the form of pogroms.

    In France, of course, there are still more “guarantees,” for France is more democratic than Germany.

    There is no need to mention Switzerland, where, thanks to her highly developed, although bourgeois democracy, nationalities live in freedom, whether they are a minority or a majority.

    Thus the Bund adopts a false position when it asserts that “institutions” by themselves are able to guarantee complete cultural development for nationalities.

    It may be said that the Bund itself regards the establishment of democracy in Russia as a preliminary condition for the “creation of institutions” and guarantees of freedom. But this is not the case. From the report of the Eighth Conference of the Bund[137] it will be seen

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that the Bund thinks it can secure “institutions” on the basis of the present system in Russia, by “reforming” the Jewish community.

    “The community,” one of the leaders of the Bund said at this conference, “may become the nucleus of future cultural-national autonomy. Cultural-national autonomy is a form of self-service on the part of nations, a form of satisfying national needs. The community form conceals within itself a similar content. They are links in the same chain, stages in the same evolution.”[*]

    On this basis, the conference decided that it was necessary to strive “for reforming the Jewish community and transforming it by legislative means into a secular institution,” democratically organised** (our italics —JSt.).

    It is evident that the Bund considers as the condition and guarantee not the democratisation of Russia, but some future “secular institution” of the Jews, obtained by “reforming the Jewish community,” so to speak, by “legislative” means, through the Duma.

    But we have already seen that “institutions” in themselves cannot serve as “guarantees” if the regime in the state generally is not a democratic one.

    But what, it may be asked, will be the position under a future democratic system? Will not special “cultural institutions which guarantee,” etc., be required even under democracy? What is the position in this respect in democratic Switzerland, for example? Are there special cultural institutions in Switzerland


    * Report of the Eighth Conference of the Bund, 1911, p. 62.
** Ibid., pp. 83-84.

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on the pattern of Springer’s “National Council”? No, there are not. But do not the cultural interests of, for instance, the Italians, who constitute a minority there, suffer for that reason? One does not seem to hear that they do. And that is quite natural: in Switzerland all special cultural “institutions,” which supposedly “guarantee,” etc., are rendered superfluous by democracy.

    And so, impotent in the present and superfluous in the future — such are the institutions of cultural-national autonomy, and such is national autonomy.

    But it becomes still more harmful when it is thrust upon a “nation” whose existence and future are open to doubt. In such cases the advocates of national autonomy are obliged to protect and preserve all the peculiar features of the “nation,” the bad as well as the good, just for the sake of “saving the nation” from assimilation, just for the sake of “preserving” it.

    That the Bund should take this dangerous path was inevitable. And it did take it. We are referring to the resolutions of recent conferences of the Bund on the question of the “Sabbath,” “Yiddish,” etc.

    Social-Democracy strives to secure for all nations the right to use their own language. But that does not satisfy the Bund; it demands that “the rights of the Jewishlanguage ” (our italics —JSt.) be championed with “exceptional persistence,”* and the Bund itself in the elections to the Fourth Duma declared that it would give “preference to those of them (i.e., electors) who undertake to defend lhe rights of the Jewish language.”**


    * See Report of the Eighth Conference of the Bund, p. 85.
** See Report of the Ninth Conference of the Bund, 1912, p. 42.

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    Not the general right of all nations to use their own language, but the particular right of the Jewish language, Yiddish! Let the workers of the various nationalities fight primarily for their own language: the Jews for Jewish, the Georgians for Georgian, and so forth. The struggle for the general right of all nations is a secondary matter. You do not have to recognise the right of all oppressed nationalities to use their own language; but if you have recognised the right of Yiddish, know that the Bund will vote for you, the Bund will “prefer” you.

    But in what way then does the Bund differ from the bourgeois nationalists?

    Social-Democracy strives to securethe establishment of a compulsory weekly rest day. But that does not satisfy the Bund; it demands that “by legislative means” “the Jewish proletariat should be guaranteed the right to observe their Sabbath and be relieved of the obligation to observe another day.”*

    It is to be expected that the Bund will take another “step forward” and demand the right to observe all the ancient Hebrew holidays. And if, to the misfortune of the Bund, the Jewish workers have discarded religious prejudices and do not want to observe these holidays, the Bund with its agitation for “the right to the Sabbath,” will remind them of the Sabbath, it will, so to speak, cultivate among them “the Sabbatarian spirit.”. . .

    Quite comprehensible, therefore, are the “passionate speeches” delivered at the Eighth Conference of the


    * See Report of the Eighth Conference of the Bund, p. 83

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Bund demanding “Jewish hospitals,” a demand that was based on the argument that “a patient feels more at home among his own people,” that “the Jewish worker will not feel at ease among Polish workers, but will feel at ease among Jewish shopkeepers.”[*]

    Preservation of everything Jewish, conservation of all the national peculiarities of the Jews, even those that are patently harmful to the proletariat, isolation of the Jews from everything non-Jewish, even the establishment of special hospitals — that is the level to which the Bund has sunk!

    Comrade Plekhanov was right a thousand times over when he said that the Bund “is adapting socialism to nationalism.” Of course, V. Kossovsky and Bundists like him may denounce Plekhanov as a “demagogue”**[138] — paper will put up with, anything that is written on it — but those who are familiar with the activities of the Bund will easily realise that these brave fellows are simply afraid to tell the truth about themselves and are hiding behind strong language about “demagogy.”. . .

    But since it holds such a position on the national question, the Bund was naturally obliged, in the matter of organisation also, to take the path of segregating the Jewish workers, the path of formation of national curiae within Social-Democracy. Such is the logic of national autonomy!

    And, in fact, the Bund did pass from the theory of sole representation to the theory of “national demer-


    * Ibid., p. 68.
** See Nasha Zarya, No. 9-10, 1912, p. 120.

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cation” of workers. The Bund demands that Russian Social-Democracy should “in its organisational structure introduce demarcation according to nationalities.”[*]From “demarcation” it made a “step forward” to the theory of “segregation.” It is not for nothing that speeches were made at the Eighth Conference of the Bund declaring that “national existence lies in segregation.”**

    Organisational federalism harbours the elements of disintegration and separatism. The Bund is heading for separatism.

    And, indeed, there is nothing else it can head for. Its very existence as an extra-territorial organisation drives it to separatism. The Bund does not possess a definite integral territory; it operates on “foreign” territories, whereas the neighbouring Polish, Lettish and Russian Social-Democracies are international territorial collective bodies. But the result is that every extension of these collective bodies means a “loss” to the Bund and a restriction of its field of action. There are two alternatives: either Russian Social-Democracy as a whole must be reconstructed on the basis of national federalism — which will enable the Bund to “secure” the Jewish proletariat for itself; or the territorial-international principle of these collective bodies remains in force — in which case the Bund must be reconstructed on the basis of internationalism, as is the case with the Polish and Lettish Social-Democracies.


    * See An Announcement on the Seventh Congress of the Bund,[139] p. 7.
** See Report of the Eighth Conference of the Bund, p. 72.

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    This explains why the Bund from the very beginning demanded “the reorganisation of Russian Social-Democracy on a federal basis.”[*]

    In 1906, yielding to the pressure from below in favour of unity, the Bund chose a middle path and joined Russian Social-Democracy. But how did it join? Whereas the Polish and Lettish Social-Democracies joined for the purpose of peaceable joint action, the Bund joined for the purpose of waging war for a federation. That is exactly what Medem, the leader of the Bundists, said at the time:

    “We are joining not for the sake of an idyll, but in order to fight. There is no idyll, and only Manilovs could hope for one in the near future. The Bund must join the Party armed from head to foot.”[**]

    It would be wrong to regard this as an expression of evil intent on Medem’s part. It is not a matter of evil intent, but of the peculiar position of the Bund, which compels it to fight Russian Social-Democracy, which is built on the basis of internationalism. And in fighting it the Bund naturally violated the interests of unity. Finally, matters went so far that the Bund formally broke with Russian Social-Democracy, violating its statutes, and in the elections to the Fourth Duma joining forces with the Polish nationalists against the Polish Social-Democrats.

    The Bund has apparently found that a rupture is the best guarantee for independent activity.


    * See Concerning National Autonomy and the Reorganisation of Russian Social-Democracy on a Federal Basis, 1902, published by the Bund.
** Nashe Slovo, No. 3, Vilno, 1906, p. 24.

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And so the “principle” of organisational “demarcation” led to separatism and to a complete rupture.

    In a controversy with the old Iskra[140] on the question of federalism, the Bund once wrote:

    “Iskra wants to assure us that federal relations between the Bund and Russian Social-Democracy are bound to weaken the ties between them. We cannot refute this opinion by referring to practice in Russia, for the simple reason that Russian Social-Democracy does not exist as a federal body. But we can refer to the extremely instructive experience of Social-Democracy in Austria, which assumed a federal character by virtue of the decision of the Party Congress of 1897.”[*]

    That was written in 1902.

    But we are now in the year 1913. We now have both Russian “practice” and the “experience of Social-Democracy in Austria.”

    What do they tell us?

    Let us begin with “the extremely instructive experience of Social-Democracy in Austria.” Up to 1896 there was a united Social-Democratic Party in Austria. In that year the Czechs at the International Congress in London for the first time demanded separate representation, and were given it. In 1897, at the Vienna (Wimberg) Party Congress, the united party was formally liquidated and in its place a federal league of six national “Social-Democratic groups” was set up. Subsequently these “groups” were converted into independent parties, which gradually severed contact with one another. Following the parties, the parliamentary group broke up — national “clubs” were


    * National Autonomy, etc., 1902, p. 17, published by the Bund.

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formed. Next came the trade unions, which also split according to nationalities. Even the co-operative societies were affected, the Czech separatists calling upon the workers to split them up.[*] We will not dwell on the fact that separatist agitation weakens the workers’ sense of solidarity and frequently drives them to strike-breaking.

    Thus “the extremely instructive experience of Social Democracy in Austria” speaks against the Bund and for the old Iskra. Federalism in the Austrian party has led to the most outrageous separatism, to the destruction of the unity of the labour movement.

    We have seen above that “practical experience in Russia” also bears this out. Like the Czech separatists, the Bundist separatists have broken with the general Russian Social-Democratic Party. As for the trade unions, the Bundist trade unions, from the outset they were organised on national lines, that is to say, they were cut off from the workers of other nationalities.

    Complete segregation and complete rupture — that is what is revealed by the “Russian practical experience” of federalism.

    It is not surprising that the effect of this state of affairs upon the workers is to weaken their sense of solidarity and to demoralise them; and the latter process is also penetrating the Bund. We are referring to the increasing collisions between Jewish and Polish workers in connection with unemployment. Here is the kind of speech that was made on this subject at the Ninth Conference of the Bund:


    * See the words quoted from a brochure by Vanêk[141] in Dokumente des Separatismus, p. 29.

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    “. . . We regard the Polish workers, who are ousting us, as pogromists, as scabs; we do not support their strikes, we break them. Secondly, we reply to being ousted by ousting in our turn: we reply to Jewish workers not being allowed into the factories by not allowing Polish workers near the benches. . . . If we do not take this matter into our own hands the workers will follow others“[*] (our italics —JSt.).

    That is the way they talk about solidarity at a Bundist conference.

    You cannot go further than that in the way of “demarcation” and “segregation.” The Bund has achieved its aim: it is carrying its demarcation between the workers of different nationalities to the point of conflicts and strike-breaking. And there is no other course: “If we do not take this matter into our own hands the workers will follow others. . . .”

    Disorganisation of the labour movement, demoralisation of the Social-Democratic ranks — that is what the federalism of the Bund leads to.

    Thus the idea of cultural-national autonomy, the atmosphere it creates, has proved to be even more harmful in Russia than in Austria.

VITHE CAUCASIANS, THE CONFERENCE
OF THE LIQUIDATORS

    We spoke above of the waverings of one section of the Caucasian Social-Democrats who were unable to withstand the nationalist “epidemic.” These waverings were reveaied in the fact that, strange as it may seem,


    * See Report of the Ninth Conference of the Bund, p. 19.

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the above-mentioned Social-Democrats followed in the footsteps of the Bund and proclaimed cultural-national autonomy.

    Regional autonomy for the Caucasus as a whole and cultural-national autonomy for the nations forming the Caucasus — that is the way these Social-Democrats, who, incidentally, are linked with the Russian Liquidators, formulate their demand.

    Listen to their acknowledged leader, the not unknown N.

    “Everybody knows that the Caucasus differs profoundly from the central gubernias, both as regards the racial composition of its population and as regards its territory and agricultural development. The exploitation and material development of such a region require local workers acquainted with Iocal peculiarities and accustomed to the local climate and culture. All laws designed to further the exploitation of the local territory should be issued locally and put into effect by local forces. Consequently, the jurisdiction of the central organ of Caucasian self-government should extend to legislation on local questions. . . . Hence, the functions of the Caucasian centre should consist in the passing of laws designed to further the economic exploitation of the local territory and the material prosperity of the region.”*

    Thus — regional autonomy for the Caucasus.

    If we abstract ourselves from the rather confused and incoherent arguments of N., it must be admitted that his conclusion is correct. Regional autonomy for the Caucasus, within the framework of a general state constitution, which N. does not deny, is indeed essential because of the peculiarities of its composition and its conditions of life. This was also acknowledged by the


    * See the Georgian newspaper Chveni Tskhovreba (Our Life ),[142] No. 12, 1912.

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Russian Social-Democratic Party, which at its Second Congress proclaimed “regional self-government for those border regions which in respect of their conditions of life and the composition of their population differ from the regions of Russia proper.”

    When Martov submitted this point for discussion at the Second Congress, he justified it on the grounds that “the vast extent of Russia and the experience of our centralised administration point to the necessity and expediency of regional self-government for such large units as Finland, Poland, Lithuania and the Caucasus.”

    But it follows that regional self-government is to be interpreted as regional autonomy.

    But N. goes further. According to him, reginal autonomy for the Caucasus covers “only one aspect of the question.”

    “So far we have spoken only of the material development of local life. But the economic development of a region is facilitated not only by economic activity but also by spiritual, cultural activity.”. . . “A culturally strong nation is strong also in the economic sphere.”. . . “But the cultural development of nations is possible only in the national languages.”. . . “Consequently, all questions connected with the native language are questions of national culture. Such are the questions of education, the judicature, the church, literature, art, science, the theatre, etc. If the material development of a region unites nations, matters of national culture disunite them and place each in a separate sphere. Activities of the former kind are associated with a definite territory.”. . . “This is not the case with matters of national culture. These are associated not with a definite territory but with the existence of a definite nation. The fate of the Georgian language interests a Georgian, no matter where he lives. It would be a sign of profound ignorance to say that Georgian culture concerns only the Georgians who live in Georgia. Take, for instance, the Armenian church. Armenians of various localities and states take part in

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the administration of its affairs. Territory plays no part here. Or, for instance, the creation of a Georgian museum interests not only the Georgians of Tiflis, but also the Georgians of Baku, Kutais, St. Petersburg, etc. Hence, the administration and control of all affairs of national culture must be left to the nations concerned we proclaim in favour of cultural-national autonomy for the Caucasian nationalities.”[*]

    In short, since culture is not territory, and territory is not culture, cultural-national autonomy is required. That is all N. can say in the latter’s favour.

    We shall not stop to discuss again national-cultural autonomy in general; we have already spoken of its objectionable character. We should like to point out only that, while being unsuitable in general, cultural-national autonomy is also meaningless and nonsensical in relation to Caucasian conditions.

    And for the following reason:

    Cultural-national autonomy presumes more or less developed nationalities, with a developed culture and literature. Failing these conditions, autonomy loses all sense and becomes an absurdity. But in the Caucasus is there are a number of nationalities each possessing a primitive culture, a separate language, but without its own literature; nationalities, moreover, which are in a state of transition, partly becoming assimilated and partly continuing to develop. How is cultural-national autonomy to be applied to them? What is to be done with such nationalities? How are they to be “organised” into separate cultural-national unions, as is undoubtedly implied by cultural-national autonomy?


    * See the Georgian newspaper Chveni Tskhovreba, No. 12, 1912.

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    What is to be done with the Mingrelians, the Abkhasians, the Adjarians, the Svanetians, the Lesghians, and so on, who speak different languages but do not possess a literature of their own? To what nations are they to be attached? Can they be “organised” into national unions? Around what “cultural affairs” are they to be “organised”?

    What is to be done with the Ossetians, of whom the Transcaucasian Ossetians are becoming assimilated (but are as yet by no means wholly assimilated) by the Georgians while the Cis-Caucasian Ossetians are partly being assimilated by the Russians and partly continuing to develop and are creating their own literature? How are they to be “organised” into a single national union?

    To what national union should one attach the Adjarians, who speak the Georgian language, but whose culture is Turkish and who profess the religion of Islam? Shall they be “organised” separately from the Georgians with regard to religious affairs and together with the Georgians with regard to other cultural affairs? And what about the Kobuletians, the Ingushes, the Inghilois?

    What kind of autonomy is that which excludes a whole number of nationalities from the list?

    No, that is not a solution of the national question, but the fruit of idle fancy.

    But let us grant the impossible and assume that our N.’s national-cultural autonomy has been put into effect. Where would it lead to, what would be its results? Take, for instance, the Transcaucasian Tatars, with their minimum percentage of literates, their schools controlled by the omnipotent mullahs and their culture permeated by the religious spirit. . . . It is not diificult to understand that to “organise” them into a cultural

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national union would mean to place them under the control of the mullahs, to deliver them over to the tender mercies of the reactionary mullahs, to create a new strong hold of spiritual enslavement of the Tatar masses to their worst enemy.

    But since when have Social-Democrats made it a practice to bring grist to the mill of the reactionaries?

    Could the Caucasian Liquidators really find nothing better to “proclaim” than the isolation of the Transcaucasian Tatars within a cultural-national union which would place the masses under the thraldom of vicious reactionaries?

    No, that is no solution of the national question.

    The national question in the Caucasus can be soIved only by drawing the belated nations and nationalities into the common stream of a higher culture. It is the only progressive solution and the only solution acceptable to Social-Democracy. Regional autonomy in the Caucasus is acceptable because it would draw the belated nations into the common cultural development; it would help them to cast off the shell of small-nation insularity; it would impel them forward and facilitate access to the benefits of higher culture. Cultural-national autonomy, however, acts in a diametrically opposite direction, because it shuts up the nations within their old shells, binds them to the lower stages of cultural development and prevents them from rising to the higher stages of culture.

    In this way national autonomy counteracts the beneficial aspects of regional autonomy and nullifies it.

    That is why the mixed type of autonomy which combines national-cultural autonomy and regional auton-

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omy as proposed by N. is also unsuitable. This unnatural combination does not improve matters but makes them worse, because in addition to retarding the development of the belated nations it transforms regional autonomy into an arena of conflict between the nations organised in the national unions.

    Thus cultural-national autonomy, which is unsuitable generally, would be a senseless, reactionary under taking in the Caucasus.

    So much for the cultural-national autonomy of N. and his Caucasian fellow-thinkers.

    Whether the Caucasian Liquidators will take “a step forward” and follow in the footsteps of the Bund on the question of organisation also, the future will show. So far, in the history of Social-Democracy federalism in organisation always preceded national autonomy in programme. The Austrian Social-Democrats introduced organisational federalism as far back as 1897, and it was only two years later (1899) that they adopted national autonomy. The Bundists spoke distinctly of national autonomy for the first time in 1901, whereas organisational federalism had been practised by them since 1897.

    The Caucasian Liquidators have begun from the end, from national autonomy. If they continue to follow in the footsteps of the Bund they will first have to demolish the whole existing organisational edifice, which was erected at the end of the ‘nineties on the basis of internationalism.

    But, easy though it was to adopt national autonomy, which is still not understood by the workers, it will be difficult to demolish an edifice which it has taken years to build and which has been raised and cherished

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by the workers of all the nationalities of the Caucasus. This Herostratian undertaking has only to be begun and the eyes of the workers will be opened to the nationalist character of cultural-national autonomy.


    While the Caucasians are settling the national question in the usual manner, by means of verbal and written discussion, the All-Russian Conference of the Liquidators has invented a most unusual method. It is a simple and easy method. Listen to this:

    “Having heard the communication of the Caucasian delegation to the effect that . . . it is necessary to demand national-cultural autonomy, this conference, while expressing no opinion on the merits of this demand, declares that such an interpretation of the clause of the programme which recognises the right of every nationality to self-determination does not contradict the precise meaning of the programme.”

    Thus, first of all they “express no opinion on the merits” of the question, and then they “declare.” An original method. . . .

    And what does this original conference “declare”?

    That the “demand” for national-cultural autonomy “does not contradict the precise meaning” of the programme, which recognises the right of nations to self determination.

    Let us examine this proposition.

    The clause on self-determination speaks of the rights of nations. According to this clause, nations have the right not only of autonomy but also of secession. It is a question of political self-determination. Whom did the Liquidators want to fool when they endeavoured to misinterpret this right of nations to political self-

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determination, which has long been recognised by the whole of international Social-Democracy?

    Or perhaps the Liquidators will try to wriggle out of the situation and defend themselves by the sophism that cultural-national autonomy “does not contradict” the rights of nations? That is to say, if all the nations in a given state agree to arrange their affairs on the basis of cultural-national autonomy, they, the given sum of nations, are fully entitled to do so and nobody may forcibly impose a different form of political life on them. This is both new and clever. Should it not be added that, speaking generally, a nation has the right to abolish its own constitution, replace it by a system of tyranny and revert to the old order on the grounds that the nation, and the nation alone, has the right to determine its own destiny? We repeat: in this sense, neither cultural-national autonomy nor any other kind of nationalist reaction “contradicts” the rights of nations.

    Is that what the esteemed conference wanted to say?

    No, not that. It specifically says that cultural-national autonomy “does not contradict,” not the rights of nations, but “the precise meaning ” of the programme. The point here is the programme and not the rights of nations.

    And that is quite understandable. If it were some nation that addressed itself to the conference of Liquidators, the conference might have directly declared that the nation has a right to cultural-national autonomy. But it was not a nation that addressed itself to the conference, but a “delegation” of Caucasian Social-Democrats — bad Social-Democrats, it is true, but Social Democrats nevertheless. And they inquired not about the rights of nations, but whether cultural-national autonomy

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contradicted the principles of Social-Democracy, whether it did not “contradict” “the precise meaning” of the programme of Social-Democracy.

    Thus, the rights of nations and “the precise meaning” of the programme of Social-Democracy are not one and the same thing.

    Evidently, there are demands which, while they do not contradict the rights of nations, may yet contradict “the precise meaning” of the programme.

    For example. The programme of the Social-Democrats contains a clause on freedom of religion. According to this clause any group of persons have the right to profess any religion they please: Catholicism, the religion of the Orthodox Church, etc. Social-Democrats will combat all forms of religious persecution, be it of members of the Orthodox Church, Catholics or Protestants. Does this mean that Catholicism, Protestantism, etc., “do not contradict the precise meaning” of the programme? No, it does not. Social-Democrats will always protest against persecution of Catholicism or Protestantism; they will always defend the right of nations to profess any religion they please; but at the same time, on the basis of a correct understanding of the interests of the proletariat, they will carry on agitation against Catholicism, Protestantism and the religion of the Orthodox Church in order to achieve the triumph of the socialist world outlook.

    And they will do so just because there is no doubt that Protestantism, Catholicism, the religion of the Orthodox Church, etc., “contradict the precise meaning” of the programme, i.e., the correctly understood interests of the proletariat.

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    The same must be said of self-determination. Nations have a right to arrange their affairs as they please; they have a right to preserve any of their national institutions, whether beneficial or harmful — nobody can (nobody has a right to!) forcibly interfere in the life of a nation. But that does not mean that Social-Democracy will not combat and agitate against the harmful institutions of nations and against the inexpedient demands of nations. On the contrary, it is the duty of Social-Democracy to conduct such agitation and to endeavour to influence the will of nations so that the nations may arrange their affairs in the way that will best correspond to the interests of the proletariat. For this reason Social-Democracy, while fighting for the right of nations to self-determination, will at the same time agitate, for instance, against the secession of the Tatars, or against cultural-national autonomy for the Caucasian nations; for both, while not contradicting the rights of these nations, do contradict “the precise meaning” of the programme, i.e., the interests of the Caucasian proletariat.
Obviously, “the rights of nations” and the “precise meaning” of the programme are on two entirely different planes. Whereas the “precise meaning ” of the programme expresses the interests of the proletariat, as scientifically formulated in the programme of the latter, the rights of nations may express the interests of any class — bourgeoisie, aristocracy, clergy, etc. — depending on the strength and influence of these classes. On the one hand are the duties of Marxists, on the other therights of nations, which consist of various classes. The rights of nations and the principles of Social-Democracy may

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or may not “contradict” each other, just as, say, the pyramid of Cheops may or may not contradict the famous conference of the Liquidators. They are simply not comparable.

    But it follows that the esteemed conference most unpardonably muddled two entirely different things. The result obtained was not a solution of the national question but an absurdity, according to which the rights of nations and the principles of Social-Democracy “do not contradict” each other, and, consequently, every demand of a nation may be made compatible with the interests of the proletariat; consequently, no demand of a nation which is striving for self-determination will “contradict the precise meaning” of the programme!

    They pay no heed to logic. . . .

    It was this absurdity that gave rise to the now famous resolution of the conference of the Liquidators which declares that the demand for national-cultural autonomy “does not contradict the precise meaning” of the programme.

    But it was not only the laws of logic that were violated by the conference of the Liquidators.

    By sanctioning cultural-national autonomy it also violated its duty to Russian Social-Democracy. It most definitely did violate “the precise meaning” of the programme, for it is well known that the Second Congress, which adopted the programme, emphatically repudiated cultural-national autonomy. Here is what was said at the congress in this connection:

    “Goldblatt (Bundist): . . . I deem it necessary that special institutions be set up to protect the freedom of cultural development of nationalities, and I therefore propose that the following

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words be added to § 8: ‘and the creation of institutions which will guarantee them complete freedom of cultural development.'” (This, as we know, is the Bund’s definition of cultural-national autonomy. —JSt.)
Martynov pointed out that general institutions must be so constituted as to protect particular interests also. It is impossible to create a special institution to guarantee freedom for cultural development of the nationalities.
Yegorov: On the question of nationality we can adopt only negative proposals, i.e., we are opposed to all restrictions upon nationality. But we, as Social-Democrats, are not concerned with whether any particular nationality will develop as such. That is a spontaneous process.
Koltsov: The delegates from the Bund are always offended when their nationalism is referred to. Yet the amendment proposed by the delegate from the Bund is of a purely nationalist character. We are asked to take purely offensive measures in order to support even natioualities that are dying out.”
In the end “Goldblatt’s amendment was rejected by the majority, only three votes being cast for it.”

    Thus it is clear that the conference of the Liquidators did “contradict the precise meaning” of the programme. It violated the programme.

    The Liquidators are now trying to justify themselves by referring to the Stockholm Congress, which they allege sanctioned cultural-national autonomy. Thus, V. Kossovsky writes:

    “As we know, according to the agreement adopted by the Stockholm Congress, the Bund was allowed to preserve its national programme (pending a decision on the national question by a general Party congress). This congress recorded that national-cultural autonomy at any rate does not contradict the general Party programme.”*


    * Nasha Zarya, No. 9-10, 1912, p. 120.

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But the efforts of the Liquidators are in vain. The Stockholm Congress never thought of sanctioning the programme of the Bund — it merely agreed to leave the question open for the time being. The brave Kossovsky did not have enough courage to tell the whole truth. But the facts speak for themselves. Here they are:

    “An amendment was moved by Galin: ‘The question of the national programme is left open in view of the fact that it is not being examined by the congress.’ (For — 50 votes, against — 32.)
Voice: What does that mean — open?
Chairman: When we say that the national question is left open, it means that the Bund may maintain its decision on this question until the next congress”[*] (our italics —JSt.).

    As you see, the congress even did “not examine” the question of the national programme of the Bund — it simply left it “open,” leaving the Bund itself to decide the fate of its programme until the next general congress met. In other words, the Stockholm Congress avoided the question, expressing no opinion on cultural-national autonomy one way or another. The conference of the Liquidators, however, most definitely undertakes to give an opinion on the matter, declares cultural-national autonomy to be acceptable, and endorses it in the name of the Party programme.

    The difference is only too evident.

    Thus, in spite of all its artifices, the conference of the Liquidators did not advance the national question a single step.

    All it could do was to squirm before the Bund and the Caucasian national-Liquidators.


    * See Nashe Slovo, No. 8, 1906, p. 53.

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VIITHE NATIONAL QUESTION IN RUSSIA

    It remains for us to suggest a positive solution of the national question.

    We take as our starting point that the question can be solved only in intimate connection with the present situation in Russia.

    Russia is in a transitional period, when “normal,” “constitutional” life has not yet been established and when the political crisis has not yet been settled. Days of storm and “complications” are ahead. And this gives rise to the movement, the present and the future movement, the aim of which is to achieve complete democratisation.

    It is in connection with this movement that the national question must be examined.

    Thus the complete democratisation of the country is the basis and condition for the solution of the national question.

    When seeking a solution of the question we must take into account not only the situation at home but also the situation abroad. Russia is situated between Europe and Asia, between Austria and China. The growth of democracy in Asia is inevitable. The growth of imperialism in Europe is not fortuitous. In Europe, capital is beginning to feel cramped, and it is reaching out towards foreign countries in search of new markets, cheap labour and new fields of investment. But this leads to external complications and to war. No one can assert that the Balkan War[143] is the end and not the beginning of

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the complications. It is quite possible, therefore, that a combination of internal and external conditions may arise in which one or another nationality in Russia may find it necessary to raise and settle the question of its independence. And, of course, it is not for Marxists to create obstacles in such cases.

    But it follows that Russian Marxists cannot dispense with the right of nations to self-determination.

    Thus, the right of self-determination is an essential element in the solution of the national question.

    Further. What must be our attitude towards nations which for one reason or another will prefer to remain within the framework of the whole?

    We have seen that cultural-national autonomy is unsuitable. Firstly, it is artificial and impracticable, for it proposes artificially to draw into a single nation people whom the march of events, real events, is disuniting and dispersing to every corner of the country. Secondly, it stimulates nationalism, because it leads to the viewpoint in favour of the “demarcation” of people according to national curiae, the “organisation” of nations, the “preservation” and cultivation of “national peculiarities” — all of which are entirely incompatible with Social-Democracy. It is not fortuitous that the Moravian separatists in the Reichsrat, having severed themselves from the German Social-Democratic deputies, have united with the Moravian bourgeois deputies to form a single, so to speak, Moravian “kolo.” Nor is it fortuitous that the separatists of the Bund have got themselves involved in nationalism by acclaiming the “Sabbath” and “Yiddish.” There are no Bundist deputies yet in the Duma, but in the Bund area there is a cleri-

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cal-reactionary Jewish community, in the “controlling institutions” of which the Bund is arranging, for a beginning, a “get-together” of the Jewish workers and bourgeois.[*] Such is the logic of cultural-national autonomy .

    Thus, national autonomy does not solve the problem.

    What, then, is the way out?

    The only correct solution is regional autonomy, autonomy for such crystallised units as Poland, Lithuania, the Ukraine, the Caucasus, etc.

    The advantage of regional autonomy consists, first of all, in the fact that it does not deal with a fiction bereft of territory, but with a definite population inhabiting a definite territory. Next, it does not divide people according to nations, it does not strengthen national barriers; on the contrary, it breaks down these barriers and unites the population in such a manner as to open the way for division of a different kind, division according to classes. Finally, it makes it possible to utilise the natural wealth of the region and to develop its productive forces in the best possible way without awaiting the decisions of a common centre — functions which are not inherent features of cultural-national autonomy.

    Thus, regional autonomy is an essential element in the solution of the national question.

    Of course, not one of the regions constitutes a compact, homogeneous nation, for each is interspersed with national minorities. Such are the Jews in Poland, the


    * See Report of the Eighth Conference of the Bund, the concluding part of the resolution on the community.

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Letts in Lithuania, the Russians in the Caucasus, the Poles in the Ukraine, and so on. It may be feared, there fore, that the minorities will be oppressed by the national majorities. But there will be grounds for fear only if the old order continues to prevail in the country. Give the country complete democracy and all grounds for fear will vanish.

    It is proposed to bind the dispersed minorities into a single national union. But what the minorities want is not an artificial union, but real rights in the localities they inhabit. What can such a union give them without complete democratisation? On the other hand, what need is there for a national union when there is complete democratisation?

    What is it that particularly agitates a national minority?

    A minority is discontented not because there is no national union but because it does not enjoy the right to use its native language. Permit it to use its native language and the discontent will pass of itself.

    A minority is discontented not because there is no artificial union but because it does not possess its own schools. Give it its own schools and all grounds for discontent will disappear.

    A minority is discontented not because there is no national union, but because it does not enjoy liberty of conscience (religious liberty), liberty of movement, etc. Give it these liberties and it will cease to be discontented.

    Thus, equal rights of nations in all forms (languageschoolsetc.) is an essential element in the solution of the national question. Consequently, a state law based

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on complete democratisation of the country is required, prohibiting all national privileges without exception and every kind of disability or restriction on the rights of national minorities.

    That, and that alone, is the real, not a paper guarantee of the rights of a minority.

    One may or may not dispute the existence of a logical connection between organisational federalism and cultural-national autonomy. But one cannot dispute the fact that the latter creates an atmosphere favouring unlimited federalism, developing into complete rupture, into separatism. If the Czechs in Austria and the Bundists in Russia began with autonomy, passed to federation and ended in separatism, there can be no doubt that an important part in this was played by the nationalist atmosphere that is naturally generated by cultural-national autonomy. It is not fortuitous that national autonomy and organisational federalism go hand in hand. It is quite understandable. Both demand demarcation according to nationalities. Both presume organisation according to nationalities. The similarity is beyond question. The only difference is that in one case the population as a whole is divided, while in the other it is the Social-Democratic workers who are divided.

    We know where the demarcation of workers according to nationalities leads to. The disintegration of a united workers’ party, the splitting of trade unions according to nationalities, aggravation of national friction, national strike-breaking, complete demoralisation within the ranks of Social-Democracy — such are the results of organisational federalism. This is eloquently borne out by the history

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of Social-Democracy in Austria and the activities of the Bund in Russia.

    The only cure for this is organisation on the basis of internationalism.

    To unite locally the workers of all nationalities of Russia into singleintegral collective bodies, to unite these collective bodies into a single party — such is the task.

    It goes without saying that a party structure of this kind does not preclude, but on the contrary presumes, wide autonomy for the regions within the single integral party.

    The experience of the Caucasus proves the expediency of this type of organisation. If the Caucasians have succeeded in overcoming the national friction between the Armenian and Tatar workers; if they have succeeded in safeguarding the population against the possibility of massacres and shooting affrays; if in Baku, that kaleidoscope of national groups, national conflicts are now no longer possible, and if it has been possible to draw the workers there into the single current of a powerful movement, then the international structure of the Caucasian Social-Democracy was not the least factor in bringing this about.

    The type of organisation influences not only practical work. It stamps an indelible impresson the whole mental life of the worker. The worker lives the life of his organisation, which stimulates his intellectual growth and educates him. And thus, acting within his organisation and continually meeting there comrades from other nationalities, and side by side with them waging a common struggle under the leadership of a common collective

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body, he becomes deeply imbued with the idea that workers are primarily members of one class family, members of the united army of socialism. And this cannot but have a tremendous educational value for large sections of the working class.

    Therefore, the international type of organisation serves as a school of fraternal sentiments and is a tremendous agitational factor on behalf of internationalism.

    But this is not the case with an organisation on the basis of nationalities. When the workers are organised according to nationality they isolate themselves within their national shells, fenced off from each other by organ isational barriers. The stress is laid not on what is common to the workers but on what distinguishes them from each other. In this type of organisation the worker is primarily a member of his nation: a Jew, a Pole, and so on. It is not surprising that national federalism in organisation inculcates in the workers a spirit of national seclusion.

    Therefore, the national type of organisation is a school of national narrow-mindedness and stagnation.

    Thus we are confronted by two fundamentally different types of organisation: the type based on international solidarity and the type based on the organisational “demarcation” of the workers according to nationalities.

    Attempts to reconcile these two types have so far been vain. The compromise rules of the Austrian Social-Democratic Party drawn up in Wimberg in 1897 were left hanging in the air. The Austrian party fell to pieces and dragged the trade unions with it. “Compromise” proved to be not only utopian, but harmful. Strasser is right when

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he says that “separatism achieved its first triumph at the Wimberg Party Congress.”[*] The same is true in Russia. The “compromise” with the federalism of the Bund which took place at the Stockholm Congress ended in a complete fiasco. The Bund violated the Stockholm compromise. Ever since the Stockholm Congress the Bund has been an obstacle in the way of union of the workers locally in a single organisation, which would include workers of all nationalities. And the Bund has obstinately persisted in its separatist tactics in spite of the fact that in 1907 and in 1908 Russian Social-Democracy repeatedly demanded that unity should at last be established from below among the workers of all nationalities.[144] The Bund, which began with organisational national autonomy, in fact passed to federalism, only to end in complete rupture, separatism. And by breaking with the Russian Social-Democratic Party it caused disharmony and disorganisation in the ranks of the latter. Let us recall the Jagiello affair,[145] for instance.

    The path of “compromise” must therefore be discarded as utopian and harmful.

    One thing or the other: either the federalism of the Bund, in which case the Russian Social-Democratic Party must re-form itself on a basis of “demarcation” of the workers according to nationalities; or an international type of organisation, in which case the Bund must reform itself on a basis of territorial autonomy after the pattern of the Caucasian, Lettish and Polish Social-Democracies, and thus make possible the direct union


    * See his Der Arbeiter und die Nation, 1912.

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of the Jewish workers with the workers of the other nationalities of Russia.

    There is no middle course: principles triumph, they do not “compromise.”

    Thus, the principle of international solidarity of the workers is an essential element in the solution of the national question.

Vienna, January 1913

First published in Prosveshcheniye,[146]
Nos, 3-5, March-May 1913

Signed: KStalin

NOTES

  [130] Marxism and the National Question was written at the end of 1912 and the beginning of 1913 in Vienna. It first appeared in the magazine Prosveshcheniye (Enlightenment ), Nos. 3-5, 1913, under the title “The National Question and Social-Democracy” and was signed K. Stalin. In 1914 it was published by the Priboy Publishers, St. Petersburg, as a separate pamphlet entitled The National Question and Marxism. By order of the Minister of the Interior the pamphlet was withdrawn from all public libraries and reading rooms. In 1920 the article was republished by the People’s Commissariat for Nationalities in a Collection of Articles by J. V. Stalin on the national question (State Publishing House, Tula). In 1934 the article was included in the book: J. Stalin, Marxism and the National and Colonial Question. A Collection of Articles and Speeches. Lenin, in his article “The National Programme of the R.S.D.L.P.,” referring to the reasons which were lending prominence to the national question at that period, wrote: “This state of affairs, and the principles of the national programme of Social-Democracy, have already been dealt with recently in theoretical Marxist literature (prime place must here be given to Stalin’s article).” In February 1913, Lenin wrote to Maxim Gorky: “We have a wonderful Georgian here who has sat down to write a big article for Prosveshcheniye after collecting all the Austrian and other material.” Learning that it was proposed

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to print the article with the reservation that it was for discussion only, Lenin vigorously objected, and wrote: “Of course, we are absolutely against this. It is a very good article. The question is a burning issue, and we shall not yield one jot of principle to the Bundist scum.” (Archives of the Marx-Engels-Lenin Institute.) Soon after J. V. Stalin’s arrest, in March 1913, Lenin wrote to the editors of Sotsial-Demokrat: “. . . Arrests among us are very heavy. Koba has been taken. . . . Koba managed to write a long article (for three issues of Prosveshcheniye) on the national question. Good! We must fight for the truth and against separatists and opportunists of the Bund and among the Liquidators.” (Archives of the Marx-Engels-Lenin Institute.)    [p.300]

  [131] Zionism — a reactionary nationalist trend of the Jewish bourgeoisie, which had followers among the intellectuals and the more backward sections of the Jewish workers. The Zionists endeavoured to isolate the Jewish working-class masses from the general struggle of the proletariat. Today the Zionist organisations are the agents of the American imperialists in their machinations directed against the U.S.S.R. and the People’s Democracies and the revolutionary movement in capitalist and colonial countries.    [p.301]

  [132] The Brünn Parteitag, or Congress, of the Austrian Soclal-Democratic Party was held on September 24-29, 1899. The resolution on the national question adopted by this congress is quoted by J. V. Stalin in the next chapter of this work (see p. 333).    [p.326]

  [133] “Thank God we have no parliament here” — the words uttered by V. Kokovtsev, tsarist Minister of Finance (later Prime Minister), in the State Duma on April 24, 1908.    [p.329]

  [134] See Chapter II of the Manifesto of the Communist Party by Karl Marx and Frederick Engels (Karl Marx and Frederick Engels, Selected Works, Eng. ed., Vol. I, Moscow 1951, p. 49).    [p.341]

  [135] The Vienna Congress (or Wimberg Congress — after the name of the hotel in which it met) of the Austrian Social-Democratic Party was held June 6-12, 1897.    [p.343]

  [136] The reference is to an article by Karl Marx entitled “Zur Judenfrage” (“The Jewish Question”), published in 1844 in the Deutsch-Franzüsische Jahrbücher. (See Marx/Engels, Gesamtausgabe, Erste Abteilung, Band 1, Halbband 1.)    [p.344]

  [137] The Eighth Conference of the Bund was held in September 1910 in Lvov.
[p.350]

  [138] In an article entitled “Another Splitters’ Conference,” published in the newspaper Za Partiyu, October 2 (15), 1912, G. V. Plekhanov condemned the “August” Conference of the Liquidators and described the stand of tbe Bundists and Caucasian Social-Democrats as an adaptation of socialism to nationalism. Kossovsky, leader of the Bundists, criticised Plekhanov in a letter to the Liquidators’ magazine Nasha Zarya.    [p.354]

  [139] The Seventh Congress of the Bund was held in Lvov at the end of August and beginning of September 1906.    [p.355]

  [140] Iskra (The Spark ) — the first all-Russian illegal Marxist newspaper founded by V. I. Lenin in 1900 (see J. V. Stalin, Works, Vol. 1, p. 400, Note 26).    [p.357]

  [141] Karl Vanêk — a Czech Social-Democrat who took an openly chauvinist and separatist stand.    [p.358]

  [142] Chveni Tskhoveba (Our Life ) — a daily newspaper published by the Georgian Mensheviks in Kutais from July 1 to 22, 1912.    [p.360]

  [143] The reference is to the first Balkan War, which broke out in October 1912 between Bulgaria, Serbia, Greece and Montenegro on the one hand, and Turkey on the other.    [p.373]

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  [144] See the resolutions of the Fourth (the “Third All-Russian”) Conference of the R. S. D. L. P. held November 5-12, 1907, and of the Fifth (the “All-Russian 1908”) Conference of the R.S.D.L.P. held December 21-27, 1908 (January 3-9, 1909) (See Resolutions and Decisions of C.P.S.U. (B.) Congresses, Conferences and Central Committee Plenums, Vol. 1, 6th Russ. ed., 1940, pp. 118, 131.)    [p.380]

  [145] E. J. Jagiello — a member of the Polish Socialist Party (P.P.S.), was elected to the Fourth State Duma for Warsaw as a result of a bloc formed by the Bund, the Polish Socialist Party and the bourgeois nationalists against the Polish Social-Democrats. By a vote of the seven Menshevik Liquidators against the six Bolsheviks, the Social-Democratic group in the Duma adopted a resolution that Jagiello be accepted as a member of the group.    [p.380]

  [146] Prosveshcheniye (Enlightenment ) — a Bolshevik monthly published legally in St. Petersburg, the first issue appearing in December 1911. It was directed by Lenin through regular correspondence with the members of the editorial board in Russia (M. A. Savelyev, M. S. Olminsky, A. I. Elizarova). When J. V. Stalin was in St. Petersburg he took an active part in the work of the journal. Proscveshcheniye was closely connected with Pravda. In June 1914, on the eve of the First World War, it was suppressed by the government. One double number appeared in the autumn of 1917.    [p.381]

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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