V.I.Lenin; La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio

La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio

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   [Dall’articolo con lo stesso titolo, scritto tra la fie di marzo e i primi di aprile del 1905. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 8.]

   Non deve far meraviglia che Parvus, il quale sosteneva così generosamente i neoiskristi fino a che si trattava prevalentemente di cooptare i più vecchi e i benemeriti, alla fin dei conti si sia sentito a disagio in così paludosa compagnia. Non deve far meraviglia che egli abbia cominciato a darvi sempre più spesso prova di tedium vitae, di disgusto della vita. E infine si è ribellato. Non si è limitato a difendere la parola d’ordine di “organizzare la rivoluzione”, che incute una paura mortale alla nuova Iskra, non si è limitato a redigere appelli che l’Iskra stampava su foglietti separati, evitando, anche nel ricordare gli orrori “giacobini”, ogni accenno al partito operaio socialdemocratico.

   [Non so se i nostri lettori abbiano notato un fatto caratteristico: nel mucchio di ciarpame pubblicato dalla nuova Iskra sotto forma di volantini ce n’erano dei buoni firmati da Parvus. La redazione dell’Iskra, non volendo menzionare né il nostro partito né la sua casa editrice, ha voluto ignorare proprio questi volantini (n.d.a.).]

   No. Liberatosi dall’incubo della saggissima teoria dell’organizzazione-processo di Akselrod (o della Luxemburg?), Parvus ha saputo infine andare avanti, invece di camminare a ritroso come un gambero. Non ha voluto fare la “faticadi Sisifo” di correggere le infinite sciocchezze di martynov e di Martov e si è pronunciato apertamente (purtroppo, insieme con quel tronfio chiaccherone di Trotskij nella prefazione al suo vacuo opuscolo: Prima del 9 dicembre) per la difesa dell’idea della dittatura democratica rivoluzionaria, dell’idea dell’obbligo per la socialdemocrazia di partecipare al governo rivoluzionario provvisorio dopo aver abbattuto l’autocrazia. Parvus ha mille volte ragione quando dice che la socialdemocrazia non deve temere gli audaci passi in avanti, non deve temere di “colpire” il nemico assieme, fianco a fianco, con la borghesia rivoluzionaria, alla condizione obbligatoria (ricordata molto a proposito) di non confondere le organizzazioni; procedere separati, colpire insieme; non nascondere l’eterogeneità degli interessi; sorvegliare il proprio alleato come si fa col proprio nemico, ecc.

   Ma quanto più viva è la nostra simpatia per tutte queste parole d’ordine di un socialdemocratico rivoluzionario che ha voltato le spalle al codismo, tanto più sgradevoli sono state per noi certe stonature di Parvus. Non è per cavillare che rileviamo queste piccole inesattezze, ma perché molto si può chiedere a colui al quale molto si è dato. La cosa più pericolosa sarebbe ora che la giusta posizione di Parvus venisse compromessa dalla sua propria imprudenza. Tra le frasi quanto meno imprudenti della citata prefazione di Parvus all’opuscolo di Trotskij vanno enumerate le seguenti: “Se vogliamo separare il proletariato rivoluzionerio dalle altre correnti politiche, dobbiamo saper stare idealmente alla testa del movimento rivoluzionario” (giusto), “essere più rivoluzionari di tutti”. Questo è sbagliato. Ossia è sbagliato se si deve prendere questa tesi nel senso generale che la frase di Parvus le attribuisce, è sbagliato se si assume l’angolo visuale del lettore che considera questa prefazione come una cosa a sé, avulsa da Martynov e dai neoiskristi, ai quali Parvus non ha fatto cenno. Se si considera questa tesi in modo dialettico, vale a dire in modo relativo, concreto ed esauriente, senza imitare quei letterati sputasentenze che, perfino dopo molti anni, estraggono da un’opera organica singole proposizioni e ne snaturano il senso, sarà chiaro come essa sia stata diretta da Parvus proprio contro il codismo e in quale misura essa si aggiusta (cfr., in particolare, le seguenti parole di Parvus: “Se noi ci lasceremo sorpassare dallo sviluppo della rivoluzione”, ecc.). Ma il lettore non può tener presenti i soli codisti, e fra i pericolosi amici della rivoluzione appartenenti al campo dei rivoluzionari vi sono, oltre ai codisti, uomini assolutamente diversi, e cioè i “socialisti-rivoluzionari”, uomini trascinati dal corso degli avvenimenti, inermi di fronte ad una frase rivoluzionaria, come i Nadezdin, o quelli in cui l’istinto sostituisce una concezione rivoluzionaria del mondo (come Gapon). Parvus li ha dimenticati, e li ha dimenticati perché la sua esposizione, lo svolgimento del suo pensiero, non hanno proceduto liberi, ma connessi invece col piacevole ricordo delle concezioni di Martynov, contro le quali Parvus si sforza di prevenire il lettore.

 L’esposizione di Parvus non è abbastanza concreta, perché non tiene conto di tutto l’insieme delle diverse tendenze rivoluzionarie esistenti in Russia, che sono inevitabili nell’epoca della rivoluzione democratica e che esprimono, naturalmente, la mancanza di confini determinati fra le classi sociali in quest’epoca. Com’è naturale, i programmi democratici rivoluzionari si rivestono completamente, in questo periodo, di idee socialiste confuse, e talvolta perfino reazionarie, che si nascondono dietro una fraseologia rivoluzionaria (ricordate i socialisti-rivoluzionari e Nadezdin, che, passando dai socialisti-rivoluzionari alla nuova Iskra, ha cambiato, a quanto pare, solo di nome). In simili condizioni noi socialdemocratici non possiamo lanciare, e non lanceremo mai, la parola d’ordine: “Essere più rivoluzionari di tutti”. Non pensiamo neppure di correr dietro al rivoluzionarismo di un democratico staccato dal terreno di classe, che sfoggia belle frasi, che ha la passione (specie nel campo agrario) delle parole d’ordine correnti e a buon mercato; al contrario, verso questo rivoluzionarismo assumeremo sempre un atteggiamento critico, denunciando l’effettivo significato delle parole, l’effettivo contenuto dei grandi eventi idealizzati, insegnando a tener conto con la massima sobrietà delle classi e delle sfumature di classe nei momenti più infocati della rivoluzione.

   Altrettanto inesatte, e per lo stesso motivo, sono le tesi di Parvus secondo le quali “il governo rivoluzionario provvisorio in Russia sarà il governo della democrazia operaia”; “se  la socialdemocrazia sarà alla testa del movimento rivoluzionario del proletariato russo, questo governo sarà socialdemocratico”, e il governo socialdemocratico provvisorio “sarà un governo unitario con una maggioranza socialdemocratica”. Questo non può essere, se si parla non già di episodi casuali ed effimeri, ma di qualche cosa più o meno durevole, di qualche cosa che possa più o meno lasciare una traccia nella storia della dittatura rivoluzionaria. Questo non può essere, perché soltanto una dittatura rivoluzionaria che poggi sulla stragrande maggioranza del popolo, può costituire (beninteso, non in senso assoluto, ma relativo) qualcosa di più o meno stabile. Ma, attualmente, il proletariato russo costituisce la minoranza della popolazione della Russia. Solo quando si unirà con la massa dei semiproletari, cioè con la massa piccolo-borghese dei poveri della città e della campagna, potrà diventare la stragrande, la schiacciante maggioranza. E una simile composizione della base sociale di un eventuale e auspicabile dittatura democratica rivoluzionaria si rifletterà, senza dubbio, sulla composizione del governo rivoluzionario, renderà inevitabile la partecipazione ad esso, o addirittura la prevalenza in esso, dei più eterogenei rappresentanti della democrazia rivoluzionaria. Sarebbe molto dannoso farsi a questo riguardo illusioni di qualsiasi specie. Se quel chiaccherone di Trotskij scrive adesso (purtroppo, a fianco di Parvus) che “il pope Gapon può apparire una sola volta”, che “non c’è posto per un secondo Gapon”, questo avviene esclusivamente perché egli è un chiaccherone.

 Se in Russia non ci fosse posto per un secondo Gapon, non ci sarebbe posto neanche per noi né per una rivoluzione democratica effettivamente “grande”, che giunga alle sue conclusioni ultime. Per essere effettivamente grande, per ricordare gli anni dal 1789 al 1793, e non quelli dal 1848 al 1850, e andare oltre, essa deve elevare a una vita attiva, a sforzi eroici, a una “creazione storica duratura” masse immense, deve emanciparle dalla tremenda ignoranza, dall’inaudita umiliazione, dall’incredibile inciviltà e dalla più nera ottusità. Essa già le eleva, le eleverà, e lo stesso governo colla sua resistenza disordinata facilita quest’opera, ma naturalmente non si può neppure parlare di  una seria coscienza politica o di una coscienza socialdemocratica di queste masse e dei loro numerosi capi sorti “spontaneamente” dal popolo e perfino dai contadini. Essi non possono diventare subito socialdemocratici, senza aver fatto una serie di esperienze rivoluzionarie, non solo a causa dell’ignoranza (lo ripetiamo, la rivoluzione istruisce con favolosa rapidità) ma perché la loro condizione di classe non è proletaria, perché la logica obiettiva dello sviluppo rivoluzionario pone loro nel momento presente il compito di una rivoluzione, che non è affatto socialista, ma democratica.

   A questa rivoluzione prenderà parte, con tutta la sua energia, il proletariato rivoluzionario, spazzando via il misero codismo degli uni e le belle frasi rivoluzionarie degli altri, introducendo nel turbine vertiginoso degli avvenimenti la determinatezza e la coscienza di classe, procedendo innanzi con fermezza e audacia, senza lasciarsi spaventare dalla dittatura democratica rivoluzionaria, ma desiderandola ardentemente, lottando pe rla repubblica e per la completa libertà repubblicana, per radicali riforme economiche, per creare a sé stesso un’arena di lotta per il socialismo, realmente ampia ed effettivamente del secolo ventesimo.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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