A.Gramsci ; Maggioranza e minoranza nell’azione socialista,(L’Ordine Nuovo 15 maggio 1919, anno 1 n. 2).

Maggioranza e minoranza nell’azione socialista

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(L’Ordine Nuovo 15 maggio 1919, anno 1 n. 2).

Maggioranze e minoranze, riforme e rivoluzioni: parole arcaiche e vuote di senso, se il senso deve essere quello tradizionale registrato dai libri e definito negli atti dei congressi.

Non esistono più maggioranze e minoranze: esiste il caos sociale. Non esiste più possibilità di riforme; dove non c’è nulla, anche il re perde i suoi diritti, immaginate il riformista! Il riformismo, è un lusso dei tempi di abbondanza, è la prodigalità di Epulone verso Lazzaro affamato. E anche il concetto di rivoluzione si è originalmente sostanziato: oggi esso ha un significato “costituzionale”, è concretezza ideale e storica; indica il processo consapevole di instaurazione di un tipo nuovo di Stato, la repubblica dei Consigli operai e contadini.

Esiste un’organizzazione logorata e arrugginita: il complesso degli istituti economici, politici e morali, generati dalla struttura economica della proprietà privata capitalistica lo Stato nazionale parlamentare.(2) Essa non riesce più a contare i suoi aderenti, che la disertano, che evadono interroriti o nauseati dal suo dominio. La “maggioranza” della borghesia è un mito sguaiato: la realtà effettuale può essere espressa da queste eguaglianze. una mitragliatrice vale 1.000 uomini; 1.000 cittadini di “guardia bianca” (3), che possono essere permanentemente mobilitati per il loro ufficio squisitamente coordinato ai principi della democrazia, valgono 100 mila cittadini costretti all’officina se vogliono sostentare se e le loro famiglie.

Ed esiste un’organizzazione in divenire, quella degli operai e contadini. (4) Anch’essa non può contarsi, perché ne è impedita, arbitrariamente e illegalmente, dai poteri delle Stato, perciò non è composta e disciplinata come il buon filisteo desidererebbe. Ma contiene in sé la virtù di comporsi e disciplinarsi, è un tutto omogeneo, che solo una violenza esteriore meccanica priva, momentaneamente, della sua unità formale.

La finzione giuridica del contratto statutario di convivenza pacifica fra le classi e i ceti in concorrenza legale per la conquista dello Stato, è irrimediabilmente caduta. Aveva servito alla classe possidente per digerire in santa pace le caste e gli istituti feudali; aveva servito alla nuova classe proletaria per ritrovarsi e tracciare le grandi linee della unificazione.(5) È diventata pericolosa, in quanto la forza del proletariato è già tanta da poter “legalmente” abolire le classi e gli istituti capitalistici. Perciò lo Stato, vigile tutore della classe possidente, ha stracciato allegramente il contratto ed ha riposto nella forza armata la speranza che il suo pupillo non sia escomiato [mandato via]. Le armi sono la ragione suprema, alla cui stregua la classe possidente risolve i problemi interni ed esteri, che sono egualmente problemi di proprietà.

Non è più lecito discutere di legalismo, se si è galantuomini. La legalità non esiste più e non potrà più esistere. Questa è la caratteristica del periodo attuale: gli Stati liberali rinnegano i principi loro esistenziali, cioè sono in piena bancarotta; le forze borghesi libere, irresponsabili, in sussulto, tendono a soverchiare i poteri legittimi e questi non hanno la virtù neppure di resistere. Non è lecito illudersi o illudere a questo proposito.

È necessario, con animo intrepido e diritta coscienza, operare il salvataggio della civiltà, impedire che il disfacimento corroda e imputridisca le radici della società umana: l’albero brullo e arido può rinverdire. Siamo impreparati? È il nostro tragico destino, del cui avverarsi non siamo per nulla responsabili. La responsabilità nostra sarebbe immane invece, se non acquistassimo consapevolezza della tragedia e non lavorassimo per circoscriverla e superarla.

La guerra, con le sue devastazioni irrevocabili, non si è generata per la nostra azione politica ed economica. Essa ha determinato la stessa configurazione sociale che sarebbe stata generata dalla maturità di sviluppo della tecnica industriale: il monopolio del potere e della ricchezza nelle mani di pochi, non selezionati da un lungo processo, ma scelti casualmente, spesso inetti e incapaci; la concentrazione degli uomini del lavoro in sterminate comunità di dolore e di aspettazione.

Le tesi marxiste (e il succo del marxismo è appunto in questo configurarsi estremo delle forze sociali, non già negli schemi e nelle norme, ché altrimenti il Marx sarebbe stato un cabalista e non un genio) si sono pienamente attuate. È supremamente ridicolo, gemere straziati perché la realtà non è tal quale noi la vorremmo. Non ridere, non lugere, sed intelligere ed operare con fede e con fervore. Discipliniamoci, ordiniamoci, costituiamo l’esercito proletario coi suoi caporali, coi suoi servigi, col sua apparato offensivo e difensivo. Ma originalmente, seconda le leggi vitali di sviluppo della società comunista. La storia della lotta di classe è entrata in una fase decisiva dopo le esperienze concrete della Russia: la rivoluzione internazionale ha acquistato forma e corpo da quando il proletario russo ha inventato (nel senso bergsoniano) lo Stato dei Consigli, escavando nella sua esperienza di classe sfruttata, estendendo alla collettività un sistema di ordinamento che sintetizza la forma di vita economica proletaria organizzata nella fabbrica intorno ai comitati interni e la forma della sua vita politica organizzata nei circoli rionali, nelle sezioni urbane e di villaggio, nelle federazioni provinciali e regionali in cui si articola il Partito socialista. Il regime dei congressi, che elaborano la legge, è il regime tradizionale della vita sociale proletaria. Ogni progresso fatto nel senso di concretarlo diffusamente nelle coscienze e in istituti storici, è progresso essenziale della rivoluzione comunista. A questa fine dobbiamo lavorare attivamente, in tutte le sfere d’azione del movimento proletario e socialista; è questo il fine della nostra rassegna.

NOTE

1. Postilla a un articolo di Luigi Serra.

2. In Europa occidentale, dove le nazioni nel senso moderno del temine compiono per la prima volta, ognuna di esse si forma come risultato della unificazione in un unico mercato di un insieme prima eterogeneo di popolazioni e di territori ad opera della nuova classe borghese che si serve e interagisce con le forme sociali preesistenti. Le nazioni moderne in Europa occidentale sono principalmente il risultato dell’affermazione del modo di produzione capitalista. In altre aree del globo le nazioni moderne hanno altre origini, tutte relazionate alla influenza del capitalismo europeo e alla lotta contro la sua dominazione. In gran parte del vecchio mondo coloniale sono principalmente il frutto della comune lotta di liberazione nazionale. La formazione delle nazioni moderne è un processo storico concreto, oggettivo e per nulla arbitrario, che va studiato empiricamente per ricavarne gli elementi e le leggi universali.

3. Gramsci allude alla bande controrivoluzionarie che si andavano formando in vari paesi d’Europa.

4. Questa “organizzazione in divenire, quella degli operai e contadini”, Gramsci la descrive nello scritto successivo intitolato Democrazia operaia, in L’Ordine Nuovo, 21 giugno 1919.

5. Gramsci dà del ruolo storico della II Internazionale lo stesso bilancio che Stalin espone in Principi del leninismo (1924).

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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