A. Gramsci Primo: rinnovare il Partito(L’Ordine Nuovo, 24-31 gennaio 1920, sotto la rubrica “La settimana politica”, non firmato)


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Il partito socialista è il partito degli operai e dei contadini poveri. Sorto nel campo della democrazia liberale (nel campo della concorrenza politica, che è una proiezione del processo di sviluppo del capitalismo) come una delle forze sociali che tendono a crearsi una base di governo e a conquistare il potere di Stato per rivolgerlo a beneficio dei loro, la sua missione consiste nell’organizzare gli operai e i contadini poveri in classe dominante, nello studiare e promuovere le condizioni favorevoli per l’avvento di una democrazia proletaria. Il partito socialista italiano è riuscito ad attuare la più facile ed elementare parte del suo compito storico. È riuscito ad agitare le masse fin negli strati più profondi, è riuscito ad accentrare l’attenzione del popolo lavoratore sul suo programma di rivoluzione e di Stato operaio, è riuscito a costruire un apparecchio di governo di tre milioni di cittadini che, se consolidato e materializzato in istituti permanenti rivoluzionari, sarebbe stato sufficiente per impadronirsi del potere di Stato. Il partito socialista non è riuscito nella parte essenziale del suo compito storico: non è riuscito a dare una forma permanente e solida all’apparecchio che era riuscito a suscitare agitando le masse. Non è riuscito a progredire e perciò è caduto in una crisi di marasma e di letargia. Costruito per conquistare il potere, costruito come schieramento di forze militanti decise a dare battaglia, l’apparecchio di governo del partito socialista va in pezzi, si disgrega; il partito perde ogni giorno più il contatto con le grandi masse in movimento; gli avvenimenti si svolgono e il partito ne è assente; il paese è percorso da brividi di febbre, le forze dissolventi della democrazia borghese e del regime capitalista continuano a operare implacabili e spietate e il partito non interviene, non illumina le grandi masse degli operai e contadini, non giustifica il suo fare e il suo non fare, non lancia parole d’ordine che calmino le impazienze, che impediscano le demoralizzazioni, che mantengano serrati i ranghi e forte la compagine delle armate operaie e contadine. Il partito, che era diventato la più grande energia storica della nazione italiana, è caduto in una crisi di infantilismo politico, è oggi la più grande delle debolezze sociali della nazione italiana. Non fa meraviglia davvero che in tali propizie condizioni, i germi di dissoluzione della compagine rivoluzionaria: il nullismo opportunista e riformista e la fraseologia pseudorivoluzionaria anarchica (due aspetti della tendenza piccolo-borghese) pullulino e si sviluppino con rapidità impressionante.

Le condizioni internazionali e nazionali della rivoluzione proletaria si profilano sempre più nette e precise e si consolidano. Ed ecco, proprio nel momento che potrebbe essere decisivo, lo strumento massimo della rivoluzione proletaria italiana, il partito socialista si decompone, aggredito e avviluppato insidiosamente dai politicanti parlamentari e dai funzionari confederali, da individui che rivendicano un potere rappresentativo che non ha base seria e concreta, che si fonda sull’equivoco, che si fonda sull’assenza di ogni continuità d’azione e sulla poltroneria mentale che è propria degli operai come di tutti gli altri italiani. E dalla parte comunista, dalla parte rivoluzionaria, dalla parte degli enti direttivi nominati dalla maggioranza rivoluzionaria, nessuna azione d’insieme per arginare questa decomposizione, per disinfettare il partito, per organizzarlo in compagine omogenea, per organizzarlo come sezione della III Internazionale, inserita fortemente nel sistema mondiale di forze rivoluzionarie che intendono seriamente attuare le tesi comuniste.

La resistenza del blocco imperialista, che era riuscito a soggiogare il mondo a poche casseforti, è spezzata, è disgregata dalle vittorie militari della Stato operaio russo. Il sistema della rivoluzione proletaria internazionale, che si impernia sull’esistenza e sullo sviluppo come potenza mondiale della Stato operaio russo, possiede oggi un esercito di due milioni di baionette, esercito pieno di entusiasmo guerriero, perché vittorioso e perché consapevole di essere il protagonista della storia contemporanea. Le vittorie e le avanzate dell’esercito della III Internazionale scuotono le basi del sistema capitalista, accelerano il processo di decomposizione degli Stati borghesi, acuiscono i conflitti nel seno delle democrazie occidentali. Gli inglesi si preoccupano per l’India, la Turchia, la Persia, l’Afganistan, la Cina dove si moltiplicano i focolari di rivolta e con una lieve pressione fanno sparire Clemenceau dalla scena politica. La caduta del pupazzo antibolscevico rivela immediatamente le incrinature del blocco reazionario francese e inizia il disgregamento dello Stato politico: la tendenza comunista e intransigente si rafforza nel movimento operaio. La questione russa pone di fronte l’opportunismo di Lloyd George e l’intransigenza controrivoluzionaria di Winston Churchill, ma il terreno della democrazia britannica, già magnifico campo di manovra per la demagogia radicale lloydgeorgiana, è completamente mutato: la struttura della classe operaia inglese continua a svilupparsi, lentamente, ma sicuramente, verso forme superiori: gli operai vogliono intervenire più spesso e più direttamente nella deliberazione dei programmi d’azione: i congressi delle Trade Unions si moltiplicano e i rivoluzionari sempre più spesso e più efficacemente vi fanno sentire la loro voce. l’ufficio permanente dei congressi sindacali si trasferisce dalle mani del gruppo parlamentare laburista nelle mani di un Comitato centrale operaio. In Germania il governo di Scheidemann si decompone, sente venirsi meno ogni consenso popolare, il terrore bianco imperversa brutalmente: gli operai comunisti e indipendenti hanno riacquistato una certa libertà di movimento e si diffonde la persuasione che solo la dittatura proletaria può salvare la nazione tedesca dallo sfacelo economico e dalla reazione militarista. Il sistema internazionale controrivoluzionario si dissolve, per l’acuirsi delle contraddizioni intime della democrazia borghese e dell’economia capitalista e per le gigantesche spinte del proletariato russo. Lo Stato borghese italiano va in pezzi per gli scioperi colossali nei servizi pubblici, per il fallimento fraudolento e ridicolo della politica estera ed interna. Le condizioni sufficienti e necessarie per la rivoluzione proletaria si attuano e nel campo internazionale e nel campo nazionale. Ed ecco: il partito socialista viene meno a se stesso e alla sua missione; partito di agitatori, di negatori, di intransigenti nelle questioni di tattica generale, di apostoli delle teorie elementari, non riesce a organizzare e a inquadrare le grandi masse in movimento, non riesce a riempire i minuti e le giornate, non riesce a trovare un campo di azione che in ogni momento lo tenga a contatto con le grandi masse. Non riesce a organizzare la propria intima compagine, non ha una disciplina teorica e pratica che gli consenta di rimanere sempre aderente alla realtà proletaria nazionale e internazionale per dominarla, per controllare gli avvenimenti e non esserne travolto e stritolato. Partito degli operai e dei contadini rivoluzionari, lascia che l’esercito permanente della rivoluzione, i sindacati operai, rimanga sotto il controllo di opportunisti che ne incantano, a loro piacere, il congegno di manovra, che sistematicamente sabotano ogni azione rivoluzionaria, che sono un partito nel partito, e il partito più forte, perché padroni dei gangli motori del corpo operaio. Due scioperi, che potevano essere micidiali per lo Stato si sono svolti e lasceranno lunghi strascichi di recriminazioni e di aggressioni polemiche da parte degli anarchici, senza che il Partito avesse una parola da dire, un metodo da affermare che non sia quello vieto e logoro della più vieta e logora la IIa Internazionale: il distinguo tra sciopero economico e sciopero politico.(1) E così, mentre lo Stato subiva una crisi acutissima, mentre la borghesia armata e piena di odio avrebbe potuto iniziare un’offensiva contro la classe operaia, mentre si profilava il colpo di mano militarista, i centri rivoluzionari operai furono lasciati in balia di se stessi, senza parola d’ordine generale; la classe operaia si trovò rinchiusa e imprigionata in un sistema di compartimenti stagni, smarrita, disillusa, esposta a tutte le tentazioni anarcoidi.

Siamo noi scoraggiati e demoralizzati? No, ma è necessario dire la verità nuda e cruda, è necessario rivelare una situazione che può, che deve essere mutata. Il partito socialista deve rinnovarsi, se non vuol essere travolto e stritolato dagli avvenimenti incalzanti; deve rinnovarsi, perché la sua disfatta significherebbe la disfatta della rivoluzione. Il partito socialista deve essere sul serio una sezione della III Internazionale e deve incominciare con attuarne le tesi nel suo seno, nel seno della compagine degli operai organizzati. Le masse organizzate devono diventare padrone dei loro organismi di lotta, devono “organizzarsi in classe dirigente” prima di tutto nei loro propri istituti, devono fondersi col partito socialista. Gli operai comunisti, i rivoluzionari consapevoli delle tremende responsabilità del periodo attuale, devono essi rinnovare il partito, dargli una figura precisa e una direzione precisa; devono impedire che gli opportunisti piccolo-borghesi lo riducano al livello dei tanti partiti del paese di Pulcinella.

NOTE

1. Si tratta dello sciopero dei postelegrafonici (14-20 gennaio 1920) e dello sciopero dei ferrovieri (20-29 gennaio) che furono faticosamente composti dal governo, mentre la stampa conservatrice esigeva “energiche misure” e il partito socialista si limitava a una generica solidarietà verso gli scioperanti. Gli anarchici accusarono il PSI di soggiacere alla distinzione bizantina tra sciopero economico e sciopero politico, in una situazione rivoluzionaria.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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