– V.I.Lenin -II Congresso del POSDR – estratto dal Secondo discorso sullo statuto del partito

Sullo statuto del partito –  estratto dal Secondo discorso sullo statuto del partito

  

   [Dall’intervento presentato il 15 agosto 1903 al II Congresso del Partito operaio socialdemocratico di Russia. Cfr. Lenin, Opere complete, Roma, 1954-1971, v. 6. Pag.]

   Vorrei fare prima di tutto due osservazioni di carattere particolare. In primo luogo, si tratta della gentile (lo dico senza ironia) proposta di un “accordo” avanzata da Akselrod. Accetterei volentieri quest’invito, perché non ritengo affatto che il nostro dissenso sia così sostanziale da dover far dipendere da esso la vita o la morte del partito. Non moriremo davvero per un cattivo paragrafo dello statuto! Ma, dato che si è già arrivati a una scelta fra due formulazioni, non posso abbandonare in nessun modo questa mia ferma convinzione: la formulazione di Martov è un peggioramento che, in certe condizioni, può arrecare al partito un danno abbastanza serio. La seconda osservazione concerne il compagno Bruker. E’ del tutto naturale che, desiderando applicare dappertutto il principio elettivo, il compagno Bruker abbia approvato la mia formulazione, l’unica che determina con più o meno precisione il concetto di membro del partito. Non capisco perciò la soddisfazione del compagno Martov per il fatto che il compagno Bruker è d’accordo con me. Possibile che il compagno Martov riconosca realmente che valga per lui di orientamento ciò che è il conrario di quello che dice Bruker, senza esaminare i suoi motivi e argomenti?

   Dirò, entrando nel merito, che il compagno Trotskij non ha affatto capito l’idea fondamentale del compagno Plechanov e perciò nei suoi ragionamenti ha eluso tutta la sostanza della questione. Egli ha parlato degli intellettuali e degli operai, del punto di vista classista e del movimento di massa, ma non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto, mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua “elasticità”.

   [La formulazione leniniana del § 1 dello statuto del partito diceva: “Si considera membro del partito chiunque ne riconosca il programma e sostenga il partito sia con mezzi materiali sia con la partecipazione personale a una delle sue organizzazioni”. Nel testo proposto da Martov al congresso si leggeva: “Si considera membro del POSDR chiunque ne accordi regolarmente il proprio appoggio personale, sotto la direzione di una delle tante organizzazioni”.]

   E proprio l’”elasticità”, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati, tentennanti e opportunisti. Per confutare questa conclusione semplice ed evidente è necessario dimostrare che questi elementi non esistono, e il compagno Trotskij non ha nemmeno pensato di farlo. Del resto, non lo si può dimostrare, perché tutti sanno che questi elementi sono abbastanza numerosi ed esistono anche nella classe operaia. La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principii del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente, in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa. Il compagno Trotskij ha capito molto male l’idea fondamentale del mio Che fare? quando ha detto che il partito non è un’organizzazione clandestina (obiezione che mi è stata fatta anche da molti altri). Egli ha dimenticato che nel mio libro propongo  tutta una serie di organizzazioni di tipo diverso, cominciando dalle più clandestine e ristrette per finire con quelle relativamente larghe e “libere” (lose). Egli ha dimenticato che il partito dev’essere solo il reparto d’avanguardia, il dirigente dell’immensa massa della classe operaia, che lavora tutta (o quasi tutta) “sotto il controllo e la direzione” delle organizzazioni del partito, ma che non entra tutta, e non deve entrare tutta, nel “partito”. Osservate, in effetti, a quali conclusioni pervenga il compagno Trotskij a causa del suo errore fondamentale. Egli ci ha detto qui che, se intere schiere di operai fossero arrestate e tutti gli operai dichiarassero di non appartenere al partito, il nostro partito sarebbe ben strano! Ma non è forse vero il contrario? Non è l’argomentazione del compagno Trotskij che è strana? Egli ritiene doloroso ciò di cui ogni rivoluzionario un po’ esperto potebbe solo rallegrarsi. Se risultasse che centinaia e migliaia di operai arrestati per aver partecipato a scioperi e dimostrazioni non sono membri delle organizzazioni del partito, ciò dimostrerebbe unicamente che le nostre organizzazioni sono buone, che noi adempiamo il nostro compito, quello di far lavorare clandestinamente una cerchia più o meno ristretta di dirigenti e di far partecipare al movimento le più larghe masse possibili.

   La radice dell’errore di coloro che sono per la formulazione di Martov risiede nel fatto che essi non solo ignorano uno dei mali essenziali della nostra vita di partito, ma lo consacrano persino. Questo male consiste nel fatto che, in una atmosfera di quasi generale malcontento politico, in condizioni di totale segretezza del lavoro e di concentramento della maggior parte dell’attività in stretti circoli segreti e persino in incontri privati, è per noi estremamente difficile, quasi impossibile, distinguere i chiaccheroni da coloro che lavorano. E sarà quasi impossibile trovare un altro paese in cui l’intreccio di queste due categorie sia così consueto, provochi confusione e danni su così vasta scala come in Russia. Non solo fra gli intellettuali, ma anche nell’ambiente della classe operaia siamo crudelmente colpiti da questo male, e la formulazione del compagno Martov lo legittima. Questa formulazione tende inevitabilmente a far divenire tutti membri del partito; lo stesso compagno Martov l’ha dovuto riconoscere con riserva; “se volete, è così”, egli ha detto. Ma è proprio quel che non vogliamo! Proprio per questo noi insorgiamo così decisamente contro la formulazione di Martov.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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