Ubaldo Buttafava – Il Termidoro kruscioviano

Ubaldo Buttafava .

Il Termidoro kruscioviano

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“Il compito della rivoluzione vittoriosa consiste nel realizzare il massimo del realizzabile in un solo Paese”

 [V.I. LENIN]

La restaurazione del capitalismo in Unione Sovietica: enorme, complesso ed attuale problema, tutte le classi sociali, le forze politiche e quelle ideologiche, danno una loro interpretazione secondo i loro interessi e le loro concezioni. Ai comunisti e ai progressisti preme comprendere questo fenomeno regressivoper poter affrontare in modo adeguato le future esperienze rivoluzionarie, le quali si proporranno ad uno stadio e in una dimensione enormemente superiori. Tralasciamo, in questo contributo, sia l’analisi delle interpretazioni del fenomeno kruscioviano date dalla borghesia e dalla reazione, sia quelle avanzate in questi decenni dalla piccola borghesia “rivoluzionaria” urbana e contadina, dai nemici del progresso sociale, dell’ideologia proletaria, i calunniatori delle lotte eroiche che le classi oppresse hanno condotto sulla via che porterà al comunismo. Per lo stesso motivo, non faremo una ricostruzione storica del krusciovismo, ne una confutazione dettagliata delle sue teorie, che si sono concluse miseramente con la tesi di Gorbaciov, per niente originale, che il comunismo é un’utopia. Partiamo perciò dal dato concreto, il più eloquente: la borghesia da decenni, in Unione Sovietica, ha preso il potere.

Il Movimento Comunista (marxista-leninista) Internazionale ha dato in questi quarant’anni una serie di importanti risposte sulle cause che hanno portato al termidoro kruscioviano, ma il crollo del socialismo in Cina e in Albania dimostra che queste risposte non erano sufficientemente adeguate. Ora, alla luce di un’esperienza negativa più grande, attenendoci al materialismo dialettico e storico, abbiamo ripercorso i momenti della nostra Storia, analizzato con più cura sia i materiali del dibattito teorico dell’epoca, sia le lotte politiche (di classe) nell’URSS.

La conclusione a cui siamo giunti e che proponiamo alla riflessione è questa: la lotta di classe della borghesia contro la dittatura del proletariato, la sua forma se così possiamo dire, più sofisticata, avviene sul terreno della TEORIA qui sta il “tallone d’Achille”del sistema di transizione: il socialismo. Si é detto giustamente che il burocratismo é stato un fattore della restaurazione, ma il burocratismo é un prodotto della pressione e della degenerazione borghese, non é la classe borghese; si é sostenuto a ragione che la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, il notevole peso sociale dei tecnici, l’esistenza diffusa tra le masse dell’ideologia borghese, sono limiti che possono portare, in certe condizioni, al riflusso, ma queste sono realtà ovvie, presenti in tutte le società di transizione al comunismo, ed è proprio uno dei compiti del socialismo risolvere questi problemi. Si è sottolineato in tutti i modi, i pericoli derivanti dalle pressioni di ogni tipo dell’imperialismo, ma malgrado ciò quest’ultimo ha vinto. Sappiamo che i primi compiti della dittatura del proletariato sono la liquidazione della base economica di esistenza della borghesia, della proprietà privata dei mezzi di produzione (attuando poi il principio socialista: da ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo il suo lavoro), e la creazione graduale delle basi materiali e culturali per il comunismo (da ognuno secondo le sue possibilità – totalmente sviluppate, con il superamento dell’antagonismo fra il lavoro manuale e quello intellettuale -, ad ognuno secondo i suoi bisogni, grazie all’abbondanza dei prodotti e l’esaurirsi della Legge del valore e quindi della circolazione mercantile e monetaria). Ma i compiti del socialismo, sopra elencati sinteticamente, e l’esperienza lo ha dimostrato, non sono tutto il problema. Dov’è la borghesia perchè continua ad esistere pur non disponendo più fondamentalmente della sua base economica?

In che cosa consiste la sua forza e la sua pericolosità? Perché prende il potere nel cuore stesso del Partito? Un dato storico é certo: i rappresentanti più “famosi” dell’ideologia antisocialista (ad esempio L. Trotzkij e N. Bukharin) non erano dei burocrati, e si consideravano dei comunisti. E così pensavano N. Krusciov, L. Breznzv, ecc. Rileggendo il rapporto a XIX Congresso del PCUS (b) (1952), di G.M. Malenkov, o ripensando alla “Grande Rivoluzione Culturale” cinese o alla “Rivoluzionarizzazione” in Albania, che tutti posero il problema della lotta contro il pericolo della restaurazione, la domanda si ripete: dov’é la borghesia? Dove e come opera? Il fatto é che la borghesia, con la sua ideologia proprietaria, conserva per un lungo periodo, per generazioni, un enorme potere in campo teorico e più precisamente sul terreno filosofico.

V.I. Lenin ha sempre sottolineato l’importanza della lotta all’ideologia piccolo-borghese, specie contadina, e come il revisionismo moderno sia nel contempo il prodotto dell’imperialismo internazionale, ma alla luce dell’esperienza negativa, noi pensiamo che vada, posto al centro dell’attenzione la questione della liquidazione del dominio teorico della borghesia.

Vediamo in concreto. Fin dalla sua fondazione il Partito Operaio Socialdemocratico Russo ha avuto nel suo seno una corrente (i menscevichi) che teorizzava che in Russia si poteva passare al socialismo solo dopo che il capitalismo si fosse affermato e completamente sviluppato. Che cosa era questa teoria se non il tentativo della borghesia di affermare il suo potere? Questa tesi fu sostenuta da A. Bogdanov, da L. Trotzkij e da N. Bukharin, e fu il retroterra teorico da cui germogliarono poi le linee di politica economica sostenute dall’economista L.D. Yaroshenco, da N. Krusciov e dai suoi seguaci. Naturalmente tra tutti costoro vi erano motivazioni politiche diverse, e tutti erano convinti di essere marxisti, ma non lo erano, come la Storia ha dimostrato. Qual’era il fondamento delle loro deviazioni? Era la loro base teorica. Avevano abbracciato l’idea comunista, l’ideologia, ma erano portatori di forme del pensiero, che erano patrimonio della millenaria ideologia dello sfruttamento.

L’empiriocriticismo, l’idealismo, il razionalismo, la metafisica e così via. Ognuno di loro dunque ha agito in condizioni storiche diverse, ma tutte le loro tesi portavano, ed hanno portato, al capitalismo. Essi erano, poco importa se consapevoli o meno, agenti della borghesia; incapaci di far propria la teoria del proletariato: il materialismo dialettico e storico.

La Storia ci insegna che la rivoluzione proletaria vince quando la classe afferma la sua egemonia sul piano teorico, e viceversa perde il potere quando perde questa egemonia nel Partito. Così è stato con V.I. Lenin e J. Stalin, e al contrario con i kruscioviani; la rivoluzione coincide con un’alta tensione teorica e genere i suoi teorici, i suoi capi. E non é un caso che contro questi ultimi si accaniscano i “rivoluzionari” piccolo borghesi e i nemici della classe operaia.

Come vedremo in seguito la cosiddetta “critica al culto della personalità di J. Stalin” aveva in realtà lo scopo di colpire la teoria del socialismo del grande bolscevico. Non stiamo qui sostenendo, ovviamente, tesi nichiliste, tutta la cultura progressista è patrimonio dei popoli, del loro cammino storico e come tale va studiata e conservata. Ma perchè, ci si può chiedere, la borghesia difende con accanimento il suo mondo nel campo teorico: della concezione del mondo, della società e del pensiero, della filosofia? Perchè è consapevole che la perdita del primato teorico (dopo quello economico) costituisce la disfatta finale. Perchè essa sa che dalla metafisica e dall’idealismo derivano forme del pensiero scientifico, Leggi e categorie, che applicate alla politica o all’economia, possono ostacolare la rivoluzione contro il mondo borghese, fino a restaurarlo. Tutta la storia delle classi in declino mostra l’importanza che queste hanno dato alla difesa accanita delle loro concezioni. Il pensiero è una forma della materia, ed esso può divenire un’enorme forza politica, materiale, in grado di cambiare lo stato delle cose. La borghesia sa che la trasformazione controrivoluzionaria della sovrastruttura conduce all’alterazione della base economica.

Quando avviene il primo, importante, cedimento del PCUS (b) di fronte all’offensiva teorica della borghesia? Com’è noto, nel Plenum del Comitato centrale del PCUS (b) del marzo 1937 J. Stalin enuncia una serie di tesi sul pericolo della restaurazione del capitalismo, e cioè: socialismo e imperialismo sono fenomeni interdipendenti, che si condizionano reciprocamente, l’imperialismo non è solo una condizione esterna; la lotta di classe contro la borghesia continua nel socialismo, in forma ancora più acuta sul terreno teorico e politico (non fra gli operai, i contadini e la intellettualità rivoluzionaria ovviamente); il socialismo crea le sue forme, ma queste possono essere svuotate del loro contenuto di classe.

Ed attorno al principio della lotta di classe nel socialismo, del suo carattere acuto, che si scatena la lotta teorica e l’opposizione, al punto che questa tesi verrà sottaciuta e manipolata negli anni seguenti, spingendo J. Stalin a dichiarare durante la II° guerra mondiale: “Io so che dopo la mia morte sulla mia tomba verrà portato un mucchio di rifiuti, ma il vento della storia lo spazzerà prima o poi via senza pietà. Io non credo che questo succederà presto perchè è molto probabile che nel prossimo futuro i bukhariniani, gli antistalinisti ferventi, prenderanno il potere in questo paese” (V.M. Molotov- “Memorie”).

Dunque le concezioni borghesi non restano relegate nel campo accademico, esse scendono nell’arena della lotta di classe, sul terreno fondamentale della scienza economica.

Perchè penetrano nell’economia politica e con meno vigore nella fisica, nella biologia o in altre scienze? perchè la borghesia comprende appieno che è sul terreno della politica economica che essa può svolgere un’opera di freno e di deviazione. Certamente la borghesia si appoggia all’imperialismo, approfitta dei limiti del socialismo, e si allea con l’aristocrazia operaia, con i tecnocrati e con l’apparato, là dove si è burocratizzato, ma è lei in quanto classe nazionale e internazionale che agisce con gli strumenti che gli sono rimasti. E la borghesia in Unione Sovietica non ha mai smesso la lotta contro la dittatura del proletariato: quando si oppose alla presa del Palazzo d’Inverno (L. Kamenev e G. Zinoviev), quando lottò contro la tesi leninista della possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese (L. Trotzkij), quando riteneva impossibile edificare il socialismo e sconfiggere il nazifascismo (N. Bukharin, C. Radek e soci), e anche dopo la sconfitta di questi agenti ideologici e politici. Le epurazioni del 36 – 37 e 38, la vittoria sul nazismo, la creazione del grande Campo Socialista e le grandiose vittorie dell’edificazione socialista nell’URSS, non interruppero l’opposizione della borghesia, la quale cambiò solo le tattiche, le forme.

Annichilita dalla politica di J. Stalin essa si camuffò da leninista e dalle sue roccaforti ideologiche, manovrò sul terreno della teoria, nel centro nevralgico della dittatura del proletariato, per riprendere il potere.

L’attento riesame, come dicevamo, del dibattito teorico e politico non solo degli anni ’30, ma soprattutto del periodo successivo al secondo conflitto mondiale (1946-1955) per non parlare degli anni che seguirono, evidenzia l’esistenza di due linee nel PCUS (b). Quella di J. Stalin che pone al centro dell’edificazione del comunismo la lotta di classe e quella che in modo abbastanza raffinato di fatto la nega, ponendo l’accento prevalentemente “sull’unità politica, ideologica e morale della società sovietica”. Tendenza che sottolinea si, come vedremo, la pressione ideologica esercitata dall’imperialismo, l’esistenza di estesi fenomeni burocratici e di serie carenze della democrazia proletaria, ma che nega il principio della lotta di classe quale condizione imprescindibile per poter costruire il comunismo (quale: conditio sine qua non). Emerge dunque evidente dalla documentazione, che mentre la tesi di J. Stalin, viene avvolta da una cortina fumogena (con altisonanti affermazioni sulla vigilanza del Partito contro i nemici, sul ruolo della critica e dell’autocritica, sulla necessità fondamentale del lavoro ideologico), si tace sulla teoria della lotta di classe.

Vi è una pubblicistica che da un colpo al cerchio e uno alla botte, proclamandosi “staliniana” in cui vanno inclusi i membri del Presidium del PCUS e accademici come F. V. Kostantinov, K. Ostrovitianov, M. M. Rosenthal (per citarne alcuni) e altri, come gli economisti già citati, N. A. Voznesensky e L. D. Yaroshenco, che vengono invece apertamente allo scoperto, (emarginati con J. Stalin vivente e dopo riabilitati). Vediamo alcuni fatti, per cogliere sul nascere l’avvento del krusciovismo. Nel suo Rapporto al XIX Congresso del P.C. (b) dell’URSS (5 ottobre 1952) G. Malenkov così diceva: “il lavoro ideologico è il compito principale del partito, e la sottovalutazione di questo lavoro potrebbe causare un danno irreparabile agli interessi del partito e dello Stato. Noi dobbiamo tenere a mente sempre che ogni qual volta si indebolisce l’influenza dell’ideologia socialista, si rafforza l’influenza dell’ideologia borghese. Nella nostra società sovietica non esiste, e non può esistere una base (nota) di classe per il dominio dell’ideologia borghese. Nel nostro Paese domina l’ideologia socialista, in cui incrollabile fondamento è il marxismo-leninismo.

Nondimeno, noi abbiamo ancora residui (nota) dell’ideologia borghese, sopravvivenze della psicologia e della morale della proprietà privata. Queste sopravvivenze non si estinguono da sole, esse sono molto tenaci e suscettibili di sviluppo e contro di esse va condotta una lotta risoluta”(…) “Elementi ,a noi estranei, provenienti dai residui della feccia antileninista sconfitta dal nostro partito, cercano di allungare le mani su quei settori del lavoro ideologico” e così via. Si può qui constatare come si dia per scontato il fatto che esistendo la base socialista, non possano esistere le condizioni “per il dominio dell’ideologia borghese”, e come si dia per certo il dominio dell’ideologia socialista, per cui il pericolo può venire unicamente “dai residui della feccia antileninista”. Il problema quindi non viene visto nella sua complessità, come superamento critico del patrimonio culturale della borghesia; non è inteso come una lotta di classe continua. Si sottovaluta di fatto la funzione enorme che ha l’ideologia borghese in campo internazionale. Il fatto che le concezioni borghesi si ripropongano con i nuovi problemi che vengono sulla via del comunismo. Inoltre si pone l’accento sull’ideologia, riguardo la teoria in senso stretto, la si dà per acquisita e minacciata solo dai gruppi antileninisti. Da questa impostazione ne deriverà il dogmatismo, l’incomprensione della profondità e complessità della lotta alle concezioni borghesi che hanno un’enorme forza di rigenerazione, e quindi, il rifiuto della lotta di classe sia nella teoria, che nei rapporti di produzione.
Il passo successivo sarà infatti conseguente. Citiamo un solo esempio. Tre mesi dopo la morte di J. Stalin appare sul numero 8 (maggio 1953) della rivista teorica “Kommunist” un lungo e autorevole articolo colmo di richiami a V. Lenin e a J. Stalin contro “teorie reazionarie” che esaltano “personalità elette” che sarebbero le uniche e decisive “artefici della Storia”, “contro il culto della personalità” principio questo sostenuto sempre da K. Marx, F. Engels, V. I. Lenin e da J. Stalin, quindi condivisibile; solo che ci si chiede: lo scopo di questo ponderoso articolo era quello di porre fine al culto della burocrazia che si mascherava dietro le lodi alla ciclopica personalità di J. Stalin, oppure era un altro? Era un altro! Si afferma inoltre nell’articolo in questione: “Nella attuali condizioni di sviluppo della nostra società in cui non esistono classi antagoniste e che è unita moralmente e politicamente, non esiste nemmeno la base sociale delle deviazioni nel Partito”. Ecco il nocciolo della critica a J. Stalin! Seguiranno poi, in un crescendo, centinaia di altri articoli di questo tenore, che si concluderanno con il Rapporto segreto di N. Krusciov al XX Congresso del PCUS (1956), contro J. Stalin, il quale servirà a coprire la linea di totale tradimento del socialismo e del marxismo-leninismo con le “teorie” dello Stato e del partito di tutto iln popolo e del passaggio pacifico al socialismo. Un’ultima citazione a questo proposito. nel volume “Le radici della filosofia marxista” (Osnovy marksistskoj Filosofi – Mosca, 1958) opera di autori un tempo stalinisti, come ad esempio F. V. Kostantinov e M. M. Rosenthal, si dice fra l’altro:

“Queste differenze radicali (fra la prima fase del socialismo, e una presunta seconda, che sarebbe caratterizzata dall’unità politico-sociale e ideologica di tutto il popolo (N.d.R.) erano ignorate dalla nota tesi di Stalin secondo cui la lotta di classe si sarebbe dovuta acutizzare sempre più man mano che crescevano le forze del socialismo. Questa tesi di Stalin, incosistente in teoria e contraddicente al marxismo , si prosegue nel libro, arrecò serio danno alla causa dell’edificazione socialista; all’interno del Paese non esiste più il terreno per una lotta tra le classi. La punta della lotta di classe risulta rivolta all’esterno… Rimane anche la necessità di lottare contro l’influenza ideologica del mondo capitalista… ci sono ancora elementi antisociali e criminali… Hanno uno sviluppo onnilaterale le funzioni principali dello Stato socialista, l’economico-organizzativa (nota) e l’educativo-culturale…”.

La divaricazione fra la linea di J. Stalin e quella dei successori è esplicita. Stalin, pochi mesi prima di morire, nell’opera “Problemi economici del socialismo nell’URSS” scriveva invece: “Non è vero… che nel socialismo la funzione autonoma dei rapporti di produzione, vale a dire economici scompaia… Il marxismo considera la produzione sociale come un tutto, che ha due aspetti inseparabili: le forze produttive della società (…) e i rapporti di produzione… Yaroscenco ci dà qualcosa sul tipo della “Scienza generale dell’organizzazione” di Bodganov (nota)… Il compagno Yaroscenco sbaglia affermando che nel socialismo non esiste nessuna contraddizione tra i rapporti di produzione e le forze produttive della società… Contraddizioni esistono senz’altro ed esisteranno… Con una giusta politica degli organismi dirigenti queste contraddizioni non possono trasformarsi in contrasto, e non si può giungere a un conflitto tra i rapporti di produzione e le forze produttive della società. Ma non sarebbe così se facessimo una politica sbagliata, del genere di quella raccomandata dal compagno Yaroscenco. In tal caso il conflitto sarebbe inevitabile, e i nostri rapporti di produzione potrebbero trasformarsi in un freno molto serio dell’ulteriore sviluppo delle forze produttive ma sarebbe una cecità imperdonabile non vedere che in pari tempo questi fenomeni cominciano già adesso a frenare il potente sviluppo delle nostre forze produttive…”

Questa magistrale opera di J. Stalin la si può considerare il fondamentale contributo che egli ci ha voluto lasciare affinchè si proseguisse sulla giusta via e si sviluppasse la teoria e la pratica della rivoluzione comunista. In J. Stalin c’era dunque la consapevolezza che i nemici della classe operaia continuavano ad agire nel campo della sovrastruttura; egli ci indica chiaramente la continuità che esiste fra A. Bogdanov, N. Bukharin e L. Yaroscenco. N. Krusciov e i suoi compari sono stati il personale politico di questi nemici del comunismo.

Possiamo affermare inoltre che la critica che il nostro Movimento ha fatto del moderno revisionismo si è svolta fondamentalmente sul terreno ideologico proposto dagli immediati successori di J. Stalin. E’ mancato l’aggancio al nucleo teorico delle indicazioni staliniane; e quando questo aggancio è avvenuto (Albania e Cina), o non ha avuto un approfondimento adeguato, oppure ha subito deformazioni di tipo soggettivistico, economicistico, nazionalistico o anarcoide.

Per questo motivo ancora oggi accade che si attibuisca al socialismo e ai comunisti in quanto tali le cause del fallimento, proprio per l’incapacità nostra di approfondire l’analisi delle esperienze, per cui semplicisticamente si afferma o che non è possibile costruire il socialismo in un solo Paese, o che la sconfitta è da attibuire al “modello staliniano” (ma la Cina, il Viet Nam o altre esperienze smontano questa tesi), oppure, come si è detto, all’incapacità di far fronte alle pressioni di ogni tipo dell’imperialismo, al verticismo e così via. Se a N. Krusciov la condanna di J. Stalin serviva ad impedire un ritorno alle sue teorie, agli attuali “critici” di J. Stalin il suo rifiuto serve per attaccare il leninismo.

In verità si avverte una difficoltà al superamento critico del moderno revisionismo, all’applicazione rigorosa e non dogmatica del materialismo dialettico e storico, anche nel nostro Movimento, oltrechè ovviamente nei partiti e movimenti dell’ex Campo Socialista.

Sono istruttive a questo proposito le memorie di L. Kaganovic e V. Molotov, quest’ultimo rientrato nel PCUS nel 1984.

Quattro decenni di attività del revisionismo hanno provocato confusione e pesanti ritardi nello sviluppo della teoria filosofica e in quella economica; deviazioni che hanno portato alla sconfitta.

E’ vero che di fronte alla Storia il Movimento Comunista è ancora un fanciullo, certo è che oltre alle grandiose trasformazioni della struttura economica, bisogna far seguire, sulla base dei nostri grandi pensatori classici, una rivoluzione del pensiero che demolisca il primato culturale della borghesia, come quest’ultima fece con G. Rousseau e F. A. Voltaire e che portò al 1789.

Forse abbiamo sopravvalutato i cambiamenti dell’uomo socialista, questi cambiamenti avvengono molto più lentamente di quelli della struttura economica. Inoltre le componenti sociali nazionali che si sono fuse con i movimenti comunisti nel quadro di grandi processi rivoluzionari, hanno preso con il tempo il sopravvento, grazie alla forte presenza di correnti di pensiero rivoluzionarie piccolo borghesi, sconfiggendo le concezioni del proletariato (il leninismo).

Deve far riflettere il fatto che spesso siano proprio i compagni d’arme di V. I. Lenin, di J. Stalin o di altri rivoluzionari, gli artefici della restaurazione; ad esempio, N. Krusciov fra il XX e il XXII Congresso del PCUS espulse oltre un milione e mezzo di quadri comunisti.

Dunque, i limiti obiettivi di una rivoluzione (la presenza di una massa notevole di piccoli produttori contadini, di una micro borghesia urbana, la superiorità dei lavoratori della cultura su quelli del braccio, la diffusa ideologia delle precedenti società dello sfruttamento, la multiforme e feroce attività controrivoluzionaria dell’imperialismo) costituiscono grandi problemi nel cammino verso il socialismo e il comunismo, ma la questione che decide di tutto è l’esistenza di un Partito capace di guidare la classe operaia sulle vie inesplorate della più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai conosciuto; un Partito quindi in grado di liquidare non solo la proprietà borghese, ma anche di superare criticamente, lo ribadiamo, l’enorme patrimonio teorico che le società dello sfruttamento hanno accumulato. La possibilità che si rigeneri la borghesia nei paesi socialisti ha potenzialità dunque nel carattere stesso di questi regimi, per questo J. Stalin ha sempre sostenuto che la lotta di classe è il fondamentale contenuto delle lotte per il socialismo, sia nel campo dei rapporti economici, che nella sfera ideologica e teorica; la controrivoluzione iniziò al vertice, sui terreni teorico, ideologico e politico, in continuità con la linea Bogdanov-Bukharin, mentre la base economica della nuova borghesia fu acquisita totalmente negli anni brezneviani, grazie alle misure kruscioviane relative alla pianificazione, alla gestione dei mezzi di produzione e alla sfera della distribuzione.
Le tesi di Bogdanov, Trotzkij, Bukharin, Yaroscenco, Krusciov, positivistiche e razionalistiche, quindi idealistiche e antidialettiche, condussero all’affermazione di alcuni dogmi metafisici che portarono al caos, alla stagnazione e alla restaurazione in ogni campo.
Come il dogma anti dialettico della fine della lotta di classe, o il dogma che la forma della proprietà statale coincide con il socialismo, per cui nelle condizioni dell’URSS non poteva esistere nessuna forma di proprietà borghese. La forma veniva scambiata per il contenuto e nulla si diceva sui reali rapporti economici che costituiscono l’essenza di un regime sociale.
E così la borghesia ha ripreso il potere. Rileggiamo le parole di N. Bukharin al processo che si svolse alla presenza di giornalisti e diplomatici occidentali:”Se si vuole formulare, in pratica, la mia piattaforma programmatica, essa sarà la seguente, per quanto riguarda l’economia: il capitalismo di Stato, il mugiko agiato che gestisce i suoi beni, la riduzione dei kolchoz, le concessioni straniere, l’abbandono del monopolio del commercio estero e, come risultato, la restaurazione del capitalismo nel nostro Paese”, “…All’interno del Paese, il nostro programma infatti era, e a mio parere bisogna dirlo a chiare lettere, uno scivolamento verso la libertà democratica borghese… la libertà dei partiti”. La conclusione dunque è che nel socialismo le cause oggettive creano solo la possibilità della nascita del revisionismo, mentre sono i fattori soggettivi a trasformare questa possibilità in realtà. I fattori soggettivi sono costituiti in primo luogo dalla minore o maggiore capacità del Partito, del suo gruppo dirigente, di essere all’avanguardia del pensiero, di riconoscere le deviazioni revisioniste e di opporsi ad esse.

Tutte le esperienze rivoluzionarie di questo secolo sono state caratterizzate dalla presenza di forti tendenze ideologiche piccolo borghesi, in antagonismo con il leninismo. Quest’ultimo è stato continuamente contrastato nell’URSS, poco assimilato o deformato in campo internazionale.

Riassumendo, il proletariato si è trovato e si troverà sempre, nella sua lotta per il comunismo, circondato dalla piccola produzione che genera continuamente il capitalismo e la borghesia, sarà per lungo tempo minacciato dai tentativi della piccola borghesia e dall’aristocrazia operaia di assumere la direzione della lotta, per questo il proletariato deve demolire tutte le relazioni sociali che corrispondono ai rapporti di produzione capitalistici, “…per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali”. (K. Marx, Le lotte di classe in Francia)

Con V. I. Lenin e con J. Stalin il proletariato ha vinto; con il titoismo, il krusciovismo, il maoismo, il castrismo, ecc. il nostro Movimento è stato sconfitto, questo è un dato di fatto.

Abbiamo detto che la borghesia conduce il suo attacco più sofisticato sul terreno teorico specie nella scienza economica e che nell’opera già citata di J. Stalin abbiamo una fonte inesauribile per capire come la borghesia agisca per bloccare la dialettica della rivoluzione, per arrestare il processo.

Essa a questo scopo, ripropone in forme sempre nuove la metafisica, per alimentare così l’idealismo e il soggettivismo in politica. A questo proposito il dibattito avvenuto in URSS, e durato un ventennio, attorno al “Manuale di Economia Politica” e che ha investito tutti i problemi di filosofia e di economia è illuminante. Non si è trattato di una discussione accademica, ma del destino del socialismo in URSS, per questo motivo entreremo brevemente nel merito, avendo come punto di riferimento l’affermazione di F. Engels, secondo cui la struttura economica è la base, la fonte, di ogni società, ma che anche la gigantesca sovrastruttura gioca un grande ruolo nei processi storici. La borghesia, i nemici del socialismo, in Unione Sovietica hanno impedito la costruzione del comunismo, previsto entro 15 anni a partire dal 1941. Essi hanno agito ovviamente nel Partito unico esistente, sostenendo che non vi era più la necessità di rivoluzionare i rapporti sociali.

Che spontaneamente il socialismo si sarebbe trasformato in comunismo grazie al solo sviluppo delle forze produttive; la “teoria delle forze produttive” era l’ideologia opportunistica della II° Internazionale, un derivato del positivismo borghese. Il positivismo, dicevamo, negava e nega la dialettica oggettiva, le contraddizioni, specie nel campo sociale, in questo modo nega l’esistenza delle Leggi della trasformazione rivoluzionaria ininterrotta, specie delle Leggi generali (filosofiche). L. Trotzkij e N. Bukharin sono stati due esempi “classici” di positivismo.

Questa corrente di pensiero borghese non tenendo conto, non studiando in modo concreto lo svolgersi dei processi reali, costituisce il presupposto per il soggettivismo più sfrenato, si vedano: la teoria della “rivoluzione mondiale” di L. Trotzkij, che si sarebbe dovuta imporre alla realtà, con il semplice atto della volontà, e la teoria di N. Bukharin secondo cui con il socialismo finiva l’economia politica, per cui non esistevano più Leggi economiche e si poteva applicare “liberamente” qualsiasi politica economica, senza danno per la costruzione del socialismo e del comunismo.

Egli stesso al processo che lo avrebbe condannato, ammise infine, come abbiamo visto, quali conseguenze la sua linea politica avrebbe causato. La sua linea fu poi portata avanti da altri, ed ebbe in N. Krusciov il suo massimo esecutore.
Quest’ultimo, come è noto, fu accusato dagli stessi suoi compari, di soggettivismo e indicato come il solo responsabile del caos politico ed economico. Come aveva ben intuito J. Stalin, i bukhariniani mentre da un lato, formalmente negavano le Leggi obiettive dell’economia socialista, dall’altro, con questo sofisma, mascheravano il fatto che così argomentando davano libero sfogo a quelle Leggi borghesi e categorie che il socialismo eredita dal capitalismo e che nel nuovo regime, cambiando il loro carattere, devono gradualmente esaurire la loro funzione e dare via libera alle nuove Leggi economiche del socialismo che consentono il passaggio al comunismo. E’ questo il nocciolo del problema! E’ da queste concezioni che traggono origine tutte le tesi politiche ed economiche del krusciovismo.

La tattica della borghesia era semplice: mascherarsi con formule ultrasinistre quindi non imputabili di opportunismo borghese, per agire liberamente sotto la maschera comunista. Ma entriamo nel merito. Il gigantesco (e democratico) dibattito svoltosi nell’URSS, prima e dopo il XIX Congresso del PCUS(b), mise in luce tutti i problemi, specie grazie all’opera di J. Stalin “Problemi economici del socialismo nell’URSS”.

L’offensiva del nucleo staliniano si articolò in tutte le scienze: filosofia, economia politica, Diritto, Storia, ecc.; ma da subito apparve evidente l’enorme forza ideologica che conservava la borghesia.

La morte di J. Stalin e le carenze del gruppo dirigente fecero si che emergessero i limiti storici che la rivoluzione bolscevica ereditava, trentacinque anni di guerre interne e internazionali, di sforzi sovraumani per creare le basi materiali e culturali del socialismo, di lotte politiche laceranti e senza esclusione di colpi contro le correnti antileniniste, tutto ciò ostacolò l’affermazione delle concezioni marxiste-leniniste.

E proprie del momento in cui si poneva l’obiettivo di marciare verso il comunismo, come J. Stalin previde, si scatenò l’ennesima offensiva della borghesia, attraverso i suoi ideologi.

Ci sembra di poter affermare che il limite di quei quadri comunisti che sostenevano le giuste posizioni marxiste-leniniste fu quello di credere che le deviazioni teoriche e politiche sarebbero state sconfitte grazie al potente sviluppo ininterrotto della società sovietica.
Le deviazioni erano si comprese come un pericolo molto serio e frutto delle concezioni borghesi, e come tali vennero denunciate, ma si pensava che fosse sufficiente la lotta ideologica e non si previde che queste deviazioni divenissero forza politica e prendessero il potere.
Va pure detto che non esisteva una precedente esperienza storica, ma c’erano le indicazioni esplicite date da Stalin, comunque un dato è certo: il nucleo staliniano era minoritario. Non va dimenticato che le correnti anti-leniniste erano assai forti negli anni ’30. N. Bukharin cercò di abbattere la Direzione di J. Stalin e di V.L. Lenin ( lo ammise di fronte a quest’ultimo).
Alcune fonti dicono che J. Stalin ad un Congresso non fu eletto nel C.C. e in almeno un’occasione, egli sottopose al C.C. le sue dimissioni. Si conferma da tutto ciò la nostra tesi che una rivoluzione socialista ha di fronte un ostacolo enorme, forse sottovalutato perchè sconosciuto nella sua capacità di resistenza, quello appunto delle vecchie concezioni delle vecchie società. Questo era ancor più vero per un Paese come l’URSS che nasceva da un mondo feudale e che aveva un’intellighenzia debole e arretrata.
Dal dibattito sollevato dai nemici delle tesi di J. Stalin emergono in sintesi queste concezioni: l’idealismo, per cui si trasformava l’oggettivo in soggettivo (e viceversa), e veniva capovolto il principio materialistico nelle diverse scienze si affermava il principio idealistico della dipendenza delle leggi oggettive dallo sviluppo della coscienza.

Numerosi studiosi avevano difficoltà a passare dall’apparenza dei fenomeni alla loro essenza, per cui -per costoro- le categorie borghesi non esaurivano gradualmente la loro funzione, nel loro contenuto, nella fase del socialismo.
Da questa impostazione sorgeva il volontarismo, secondo cui, le Leggi e le categorie verrebbero trasformate dalla volontà; si diffondeva il formalismo, per cui non si coglieva il nuovo contenuto sociale che avanzava, la dialettica dei rapporti sociali, e prendeva piede la scolastica; si ignorava quindi l’indicazione di J. Stalin secondo il quale il vecchio conserva la forma ed essa serve per un certo periodo il nuovo.

E che, nell’economia politica, “I nuovi rapporti di produzione sono quella forza principale e decisiva che determina nel vero senso della parola l’ulteriore forte sviluppo delle forze produttive” e che ciò “rappresenta uno dei principali elementi della dialettica materialistica marxista” (J. Stalin). Le concezioni errate, l’aver dimenticato e sottovalutato l’indicazione di Lenin che “non esistono strutture economiche pure” favorì quella tendenza all’avventurismo economico, quel pericolo grandissimo indicato da J. Stalin per cui con L.D. Yaroscenco abbiamo “una specie di primato dell’ideologia borghese sull’ ideologia marxista”.
Infatti, l’idealismo soggettivo identificando l’oggettivo con lo spontaneo portava all’identificazione del capitalismo con il socialismo, con un danno irreparabile alla causa rivoluzionaria, con N. Krusciov questo ciarpame ideologico prese il sopravvento provocando il caos teorico. Lo studio, (la ricerca filosofica) si fossilizzò e si staccò dalle scienze specifiche.
Nell’economia politica questa separazione tra filosofia ed economia portò alla metafisica, alla concezione che esiste una piena corrispondenza tra forze produttive e rapporti di produzione (Glezerman); alla teoria secondo cui esistendo l’economia mercantile ( fra Stato e Kolchoz) la Legge del valore regola la produzione e la distribuzione della mano d’opera; alla tesi che la mano d’opera è una merce ( Merzenev e Mikolenko), che la categoria del Capitale è applicabile all’economia socialista (Jakovlev), che esiste il tasso medio di profitto (Atlas), e così via. L’apparire (1945 – 1952) di questi aridi schemi metafisici fu denunciato, specie negli anni ’52 – ’53, ma si pensava che non ci fosse una forza in grado di organizzare una efficace resistenza e opposizione alle forze del socialismo, e questo, come abbiamo più volte detto, fu l’errore strategico.

L’offensiva ideologica borghese si dispiegò in molte altre scienze, nel campo giuridico ( Polianskij e Strogovic), nella storia ( Pokrovkij), nell’archeologia (Mar), ecc. Sbagliano comunque i nostri nemici (specie i trotzkijsti) quando con il loro idealismo schematico sostengono che il socialismo fu sconfitto e non si giunse al comunismo perchè non ci si attenne ad un modello ideale precostituito, modello che Marx, Engels e Lenin non si sognarono mai di proporre, giacchè un simile modo di pensare è tipico del socialismo utopistico.

“In Marx non c’è neppure l’ombra del tentativo di creare utopie, di indovinare ciò che non è possibile sapere” (V.I. Lenin, Opere vol. 25).

Ma ritorniamo all’economia politica. L’acceso dibattito che proseguì anche durante la guerra e che non a caso fu seguito con molto interesse dalla stampa specializzata negli USA, verteva dunque sulla teoria borghese del “socialismo di mercato”, oggi in voga ad esempio in Cina.

Nel “Manuale di economia politica” pubblicato nel 1954 le due questioni principali indicate da J. Stalin furono “sfumate”, “dimenticate” e cioè la teoria del ruolo dei rapporti di produzione e il principio di introdurre gradualmente lo scambio dei prodotti invece della circolazione mercantile e quindi monetaria.

Nei pochi mesi che intercorsero fra la morte di J. Stalin e l’agosto del 1954 le tesi di L. D. Yaroscenco ( che erano poi quelle dell’Accademia Comunista Bukharin-Preobrazhensky 1925-26) diventarono dominanti, e cioè si sostenne che il valore, la Legge del valore, la circolazione mercantile, il credito, la moneta, ecc, nel socialismo cambiavano fondamentalmente la loro natura, per cui -come si è già detto- si potevano utilizzare liberamente senza danno per la base socialista.

Già nel maggio 1953 fu abbandonata la prospettiva dello scambio dei prodotti e ampliata la circolazione monetaria, mentre prima, in aprile, si era deciso di dare un colpo alla direzione pianificata centralizzata ( Gosplan) e ampliati i poteri e le competenze dei vari Ministeri economici.

Nel Plenun del C.C. del Partito del settembre 1953 ( ndr dopo la morte di J.Stalin ) furono alzati i prezzi delle merci dei kolchoz fornite allo Stato, fu diminuito il volume delle merci che obbligatoriamente dovevano essere consegnate e allentati i vincoli dei kolchoz rispetto al piano economico centrale. La pressione della borghesia nel campo della teoria economica, già forte negli ultimi anni di vita di J. Stalin, dilagò subito dopo la sua morte. Nel maggio ’53 fu deciso di espandere il “commercio sovietico”, furono poi estesi i poteri dei Direttori delle imprese e su questa via si giunse alla signoria di questi ultimi sulla gestione economica, finanziaria e della forza lavoro.

Dopo l’eliminazione delle ultime e ormai sconfitte resistenze ( Molotov – Kaganovic – Saburov), nel Luglio ’57 furono venduti i macchinari agricoli ( mezzi di produzione) ai kolchoz, e nel settembre ’57 fu introdotto il principio che le imprese dovevano operare unicamente sulla base della reddittività (e poi in seguito del profitto)!

Il nocciolo dell’offensiva borghese non era per un caso il valore e la legge del valore, su questo punto si giocava il principio del diritto borghese, l’ultima roccaforte del vecchio mondo.Il valore è -come noto- il concetto più generale ed esauriente della produzione mercantile, ponendolo al centro della politica economica dello Stato sovietico si faceva marciare all’indietro il cammino della Storia.
Scriveva K. Marx: “Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono”, e la borghesia nell’URSS approfittando del fatto che le Leggi non possono essere cambiate, finse di credere che cambiando la forma, (il carattere), cambiava anche il contenuto, e ripristinò il suo dominio nel campo economico e da qui gradualmente, in tutti i campi sociali.
Con J. Stalin avevamo il dominio del proletariato sulle Leggi oggettive che continuano ad operare nella società di transizione (il socialismo), ed esse venivano utilizzate nel quadro della politica per creare le condizioni materiali della loro estinzione, con N. Krusciov , il libero dispiegarsi delle vecchie Leggi ricreò le basi economiche della borghesia. Infatti, l’ espansione della produzione mercantile ampliò il ruolo del valore e della Legge del valore; la merce, cellula del capitalismo, -è noto- contiene in sé l’ embrione del lavoro salariato e del Capitale. Sulla base di una simile politica economica, il programma di N. Krusciov (1961) di instaurare il comunismo, portò invece al capitalismo di Stato, prima, e poi al capitalismo classico.
Concludendo, qual’ era il programma di J. Stalin per il passaggio dell’ URSS al comunismo ? Il Partito deve, attenendosi alle Leggi dello sviluppo economico della società, creare un nuovo rapporto -comunista- delle masse con il lavoro, dato che il socialismo “è quella società che si sviluppa direttamente dal capitalismo” (V.I. Lenin); creare tutte le condizioni perchè le classi e le differenze di classe esistenti nel socialismo, scompaiano, compreso il contrasto fra lavoro manuale e intellettuale, che appunto solo nel comunismo verrà liquidato.

J. Stalin ha sottolineato più volte che il passaggio al comunismo sarà difficile e complesso, ed ha messo in guardia contro la tendenza alla sconsiderata corsa in avanti verso le forme superiori, e la necessità di attenersi rigorosamente ai processi reali. Che è necessario superare vari stadi dell’ educazione economica e culturale della società, che il comunismo è il risultato dell’ attività creativa delle masse guidate dall’ avanguardia che conosce le leggi economiche di sviluppo del socialismo.

Tre, secondo J. Stalin, sono le condizioni fondamentali per giungere al comunismo: crescita ininterrotta della produzione, specie dei mezzi di produzione; elevare l’ economia dei kolchoz al livello dei Sovchoz, della proprietà socialista, sostituendo gradualmente la circolazione mercantile con lo scambio dei prodotti; sviluppo completo delle capacità fisiche e mentali di ogni membro della società, diminuendo il tempo di lavoro e consentendo la libertà di scegliersi la professione.

Dunque, l’ obiettivo del socialismo, per giungere al comunismo è assicurare il massimo soddisfacimento dei bisogni materiali e culturali di tutta la società, e ciò presuppone un’ alta produttività in grado di dare -in un tempo inferiore- un’ assoluta abbondanza di prodotti di consumo. Questa abbondanza porrà fine all’ influenza delle Leggi economiche capitalistiche e la riproduzione allargata insieme all’ impegno scientifico e culturale di ogni membro della società, aprirà orizzonti inimmaginabili all’ umanità.
J. Stalin ha argomentato che nell’ URSS lo Stato si potrà estinguere solo quando il socialismo avrà trionfato nella maggioranza dei paesi. Egli ha genialmente individuato nell’ inizio dello scambio dei beni necessari -fermo restando la proprietà socialista dei mezzi di produzione, in particolare rispetto alla questione delle Stazioni di Macchine e Trattori- l’ embrione di quei fenomeni che appartengono al futuro, al comunismo. Per il superamento del contrasto fra lavoro intellettuale e manuale J. Stalin indicava la necessità dell’ insegnamento politecnico obbligatorio per tutti, proprio per consentire di scegliersi liberamente la professione, e che per fare ciò si dovrà giungere alla riduzione della giornata lavorativa a 5 ore.Infine, la crescente produttività del lavoro, aumentando la massa dei beni disponibili, farà diminuire costantemente i prezzi, ed aumentare i salari reali, restringendo la circolazione monetaria.

Oggi, al nostro Movimento, si pongono nuovi compiti. Il primo conflitto mondiale ha generato il primo grande Stato socialista, il secondo conflitto, il Campo Socialista, la prossima crisi generale dell’ imperialismo capitalistico, che è divenuto un sistema unico interdipendente, potrebbe provocare il suo crollo generale.

E’ attuale l’ indicazione di Stalin. “Oggi si deve parlare dell’ esistenza delle condizioni oggettive per la rivoluzione in tutto il sistema dell’ economia imperialista mondiale considerato come un unico assieme in quanto sistema complessivo è già maturo per la rivoluzione”. Avanti dunque verso il futuro comunista guidati dalla nostra immortale dottrina il marxismo-leninismo!

estratto da un post in facebook

https://www.facebook.com/groups/185150168240434/365943086827807/?notif_t=group_comment inserito da Luca Martinelli

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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