George Politzer (1935-36)

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Principi Elementari di Filosofia


Testo tratto da una lezione di Georges Politzer all’Università Operai. ,Istituto creato nel 1932 a Parigi per insegnare la scienza marxista ai lavoratori, nell’anno accademico 1935-36. Il linguaggio semplice con cui viene spiegato il materialismo dialettico e il suo rapporto con l’idealismo e gli altri materialismi è una precisa scelta stilistica dell’autore, che vuole utilizzare un canale comunicativo immediato, diretto e accessibile a tutti.

IL MATERIALISMO STORICO

1. Le forze motrici della storia

2. Da dove provengono le classi e le condizioni economiche?

Le forze motrici della storia

Appena si formula questa domanda: da dove vengono le nostre idee? ci si accorge che è necessario spingere oltre le ricerche. Se ragioniamo come i materialisti del XVIII secolo, che pensavano che « il cervello secerne il pensiero come il fegato secerne la bile », risponderemo che è la natura a produrre lo spirito e che, quindi, le nostre idee sono il prodotto della natura, sono il prodotto del cervello. Si dirà quindi che la storia è fatta dall’azione degli uomini, spinti dalla loro volontà, quest’ultima essendo la espressione delle loro idee, a loro volta espressioni del loro cervello. Ma occorre stare attenti!

1. Un errore da evitare

Se spieghiamo che la rivoluzione francese è il risultato dell’applicazione delle idee nate nel cervello dei filosofi, questa sarà una spiegazione monca, insufficiente e una cattiva applicazione del materialismo.
Occorre infatti vedere perché tali idee, proposte dai pensatori di quell’epoca, sono state riprese dalle masse Perché Diderot non era solo a concepirle e per quale motivo, fin dal XVI secolo, un gran numero di cervelli elaboravano le medesime idee?
È forse perché tali cervelli avevano improvvisamente lo stesso peso, le stesse circonvoluzioni? No. Vi sono effettivamente cambiamenti nelle idee, ma non avviene nessun cambiamento nella scatola cranica.
Questa spiegazione delle idee mediante il cervello sembra essere una spiegazione materialistica. Ma parlare del cervello di Diderot significa, in realtà, parlare delle idee del cervello di Diderot; questa è dunque una teoria materialistica distorta, in cui vediamo, con le idee, rinascere la tendenza idealistica.
Ma torniamo al concatenamento: storia-azione-volontà-idee. Le idee hanno un significato, un contenuto: la classe operaia, per esempio, lotta per il rovesciamento del capitalismo. Questo è quanto pensano gli operai in lotta. Pensano in quanto hanno un cervello, è certo, e il cervello è dunque una condizione necessaria per pensare; ma non una condizione sufficiente. Il cervello spiega il fatto materiale di avere delle idee, ma non spiega perché si abbiano certe idee piuttosto che altre.
« Tutto ciò che mette in movimento gli uomini deve passare attraverso il loro cervello, ma la forma che esso assume nel loro cervello dipende molto dalle circostanze.»
Come possiamo dunque spiegare il contenuto delle nostre idee, cioè come fa a venirci l’idea di rovesciare il capitalismo?

2. L’« essere sociale » e la coscienza

Sappiamo che le nostre idee sono il riflesso delle cose, per cui gli scopi racchiusi nelle nostre idee sono anch’essi il riflesso delle cose: ma di quali cose?
Per rispondere a questa domanda occorre vedere dove vivono gli uomini e dove si manifestano le loro idee. Constatiamo che gli uomini vivono in una società capitalistica e che le loro idee si manifestano in questa società e vengono da essa.

« Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che de termina la loro coscienza. » (1)

In questa definizione, quello che Marx chiama « il loro essere », sono gli uomini, cioè ciò che siamo: la « coscienza» è ciò che pensiamo, ciò che vogliamo. Lottiamo per un ideale profondamente radicato in noi, si dice genericamente, e ne risulta che è la nostra coscienza a determinare il nostro essere; agiamo perché lo pensiamo, lo vogliamo. Ma è un grave errore ragionare così perché, in realtà, è il nostro essere sociale a determinare la nostra coscienza. Un essere proletario pensa da proletario e un essere borghese pensa da borghese (vedremo in seguito come mai non è sempre cosi). Ma, in linea di massima, « in un palazzo si pensa diversamente che in una capanna »

3. Teorie idealistiche

Gli idealisti dicono che un proletario o un borghese sono l’uno o l’altro perché pensano come l’uno o l’altro.
Noi diciamo al contrario che, se pensano come un proletario o come un borghese, è perché sono l’uno o l’altro. Un proletario ha una coscienza di classe proletaria perché
è proletario.
Ciò che occorre notare è che la teoria idealistica comporta una conseguenza pratica. Se si è borghese, sì dice, è perché si pensa come un borghese; quindi, per non esserlo più è sufficiente cambiare il modo di pensare, per fare cessare lo sfruttamento borghese, è sufficiente fare opera di convinzione presso i padroni. Questa è una teoria difesa dai socialisti cristiani; fu anche quella dei fondatori del socialismo utopistico.

Ma è anche la teoria dei fascisti che lottano contro il capitalismo non per sopprimerlo ma per renderlo più « ragionevole »! Quando i padroni capiranno di sfruttare gli operai, essi dicono, non lo faranno più. Ecco una teoria puramente idealistica di cui sono evidenti i pericoli.

4. L’« essere sociale » e le condizioni di esistenza

Marx ci parla dell’« essere sociale ». Cosa intende? L’« essere sociale » è determinato dalle condizioni di esistenza materiale nelle quali vivono gli uomini nella società. Non è la coscienza degli uomini a determinare le loro condizioni materiali di esistenza, ma sono queste stesse condizioni materiali a determinare la loro coscienza.

Cosa sono le condizioni materiali di esistenza? Nella società vi sono ricchi e poveri e il loro modo di pensare è diverso, le loro idee su un medesimo argomento sono diverse. Prendere la metropolitana per un povero o un disoccupato è un lusso, mentre per un ricco che ha un’automobile è la miseria. Le idee sulla metropolitana il povero le possiede perché è povero o perché prende la metropolitana? Perché è povero. Essere povero è la sua condizione di esistenza. Se vogliamo spiegare le condizioni di esistenza degli uomini, occorre quindi vedere perché vi sono ricchi e poveri. Un gruppo di uomini che occupano nel processo economico della produzione un posto analogo (ossia, nel regime capitalistico attuale, che possedessero i mezzi di produzione, o, al contrario, che lavorassero su mezzi di produzione non di loro proprietà), quindi che hanno, in una certa misura, le stesse condizioni materiali di esistenza, formano una, classe, ma la nozione di classe non si riduce a quella di ricchezza o di povertà. Un proletario può guadagnare più di un borghese; ciò non di meno è un proletario perché dipende da un padrone e perché la sua vita non è né garantita né indipendente. Le condizioni materiali di esistenza non sono costituite solamente dai soldi guadagnati ma dalla funzione sociale; e perciò abbiamo il con catenamento seguente: gli uomini fanno la loro storia mediante la loro azione secondo la loro volontà, che è l’espressione delle loro idee. Queste ultime provengono dalle loro condizioni materiali di esistenza, cioè dalla loro appartenenza a una classe.

5. Le lotte di classe, motore della storia

Gli uomini agiscono perché hanno determinale idee Devono queste idee alle loro condizioni materiali di esistenza, perché appartengono a tale o a talaltra classe. Questo non significa che vi siano solamente due classi nella società: vi sono una quantità di classi, di cui due sono principalmente in lotta: borghesia e proletariato. Quindi, se guardiamo bene, sotto le idee troviamo le classi.

La società è divisa in classi che lottano l’una contro l’altra. Se si esaminano le idee degli uomini, si nota che queste idee sono in conflitto e che, dietro di loro, ritroviamo le classi che, anch’esse, sono in conflitto.

Quindi le forze motrici della storia, ossia ciò che spiega la storia, è la lotta di classe. Se prendiamo come esempio il deficit costante del bilancio, vediamo che esistono due soluzioni: una che consiste nel continuare a mantenere ciò che si chiama l’ortodossia finanziaria (economie, prestiti, nuove tasse, ecc.) e l’altra che consisterebbe nel far pagare i ricchi.
Notiamo che vi è una lotta politica intorno a queste idee e, in genere, si «rimpiange» che non ci si possa mettere d’accordo su questo punto; ma il marxismo vuol capire e cerca cosa si trova dietro alla lotta politica; scopre allora la lotta sociale, cioè la lotta di classe. Lotta tra coloro che sono fautori della prima soluzione (capitalisti) e coloro che sono favorevoli a fare pagare i ricchi (ceti medi e proletariato).
« È dunque provato — dirà Engels — che, perlomeno nella storia moderna, tutte le lotte politiche sono lotte di classe e tutte le lotte emancipatrici di classe, malgrado la loro forma necessariamente politica, — poiché ogni lotta di classe è una lotta politica, — si aggirano, in ultima analisi, attorno a una emancipazione economica. »
Abbiamo cosi una maglia da aggiungere al concatenamento che conosciamo per spiegare la storia; abbiamo la azione, la volontà, le idee, dietro le quali si trovano le classi e, dietro le classi, si trova l’economia. Sono quindi proprio le lotte di classe a spiegare la storia, ma è l’economia a determinare le classi.
Se vogliamo spiegare un fatto storico, dobbiamo esaminare quali sono le idee in lotta, ricercare le classi dietro le idee e definire infine il modo economico che caratterizza le classi. Ci si può chiedere ancora da dove vengono le classi e il modo economico (e i dialettici non temono di porre tutte queste domande successive perché sanno bene che occorre trovare la fonte di ogni cosa). È ciò che studieremo in dettaglio nel prossimo capitolo ma possiamo dire fin d’ora. Per sapere da dove vengono le classi, occorre studiare la storia della società e si vedrà allora che le classi presenti non sono sempre state le medesime. In Grecia: gli schiavi e i padroni; nel medioevo: i servi e i signori; e infine la borghesia e il proletariato.
In questo quadro riscontriamo che le classi cambiano e, se cerchiamo di capire perché cambiano, vedremo che è perché le condizioni economiche sono cambiate (le condizioni economiche sono: la struttura della produzione, della circolazione, della ripartizione, del consumo delle ricchezze e, come condizione ultima, il modo di produrre, la tecnica).
Ecco adesso un testo di Engels:
« Borghesia e proletariato erano sorti entrambi in seguito a una trasformazione dei rapporti economici, o per parlare più esattamente, del modo di produzione. Ciò che dette uno sviluppo a queste due classi fu il passaggio, dapprima dall’artigianato corporativo alla manifattura, poi dalla manifattura alla grande industria con l’impiego di macchine e del vapore ».
In ultima analisi, vediamo dunque che le forze motrici della storia ci sono fornite dal concatenamento seguente:
a) La storia è opera degli uomini.
b) L’azione, che determina la storia, è determinata dalia volontà degli uomini.
e) Questa volontà è l’espressione delle idee degli uomini.
d) Tali idee sono il riflesso delle condizioni sociali nelle quali gli uomini vivono.
e) Sono queste condizioni sociali a determinare le classi e le loro lotte.
f) Le classi stesse sono determinate dalle condizioni economiche.
Per precisare sotto quali forme e in quali condizioni si svolge questo concatenamento, diciamo che:
1. Le idee si traducono nella vita sul piano politico.
2. Le lotte di classe che si trovano dietro alle lotte di idee si traducono sul piano sociale.
3. Le condizioni economiche (determinate dalla condizione della tecnica) si traducono sul piano economico.

Da dove provengono le classi e le condizioni economiche?

Abbiamo visto che le forze motrici della storia sono, in ultima analisi, le classi e le loro lotte, determinate dalle condizioni economiche. E ciò secondo questa concatenazione: gli uomini hanno in mente delle idee che li fanno agire. Queste idee nascono dalle condizioni materiali di esistenza nelle quali essi vivono. Tali condizioni materiali di esistenza sono determinate dalla posizione sociale che essi occupano nella società, cioè dalla classe alla quale appartengono; e le classi sono a loro volta determinate dalle condizioni economiche nelle quali la società si evolve.
Dobbiamo allora vedere cosa determina le condizioni economiche e le classi da esse create. È ciò che ci accingiamo a studiare.

1. Prima grande divisione del lavoro

Studiando l’evoluzione della società e esaminando i fatti del passato, constatiamo innanzitutto che la divisione della società in classi non è sempre esistita. La dialettica vuole che si ricerchi l’origine delle cose, e così constatiamo che in un passato molto remoto non vi erano classi. Nell’Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Engels ci dice:
« In tutti gli stadi inferiori della società, la produzione era essenzialmente una produzione comune; non vi era una classe, una categoria di lavoratori, poi un’altra. Il consumo dei prodotti creati dagli uomini era anch’esso comune. È il comunismo primitivo ».
Tutti gli uomini partecipano alla produzione: gli strumenti di lavoro individuali sono proprietà privata, ma quelli utilizzati in comune appartengono alla comunità. La divisione del lavoro esiste a questo livello inferiore soltanto tra i due sessi. L’uomo caccia, pesca, ecc.; la donna si prende cura della casa. Non vi sono interessi individuali o « privati » in gioco.
Ma gli uomini non si sono fermati a quel periodo e il primo cambiamento nella loro vita sarà la “divisione del lavoro nella società: « […] in questo modo di produzione si insinua lentamente la divisione del lavoro ».
Questo primo fatto si produsse laddove gli uomini « trovarono animali che si lasciavano addomesticare e una volta addomesticati si lasciavano allevare. Un certo numero di tribù più progredite […] praticarono, come loro ramo principale di lavoro, dapprima l’addomesticamento del bestiame, più tardi anche l’allevamento e la cura di esso. Tribù di pastori si separarono dalla restante massa dei barbari: prima grande divisione sociale del lavoro ». Abbiamo dunque, come primo modo di produzione: la caccia, la pesca; come secondo modo: l’allevamento, che dà vita a tribù di pastori.
Questa prima divisione del lavoro è alla base della prima divisione della società in classi.

2. Prima divisione della società in classi

« L’aumento della produzione in tutti i rami — allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico — diede alla forza-lavoro umana la capacità di creare un prodotto maggiore di quanto fosse necessario al suo mantenimento. L’aumento della produzione fece aumentare contemporaneamente la quantità di lavoro quotidiano che toccava ad ogni membro della gens, della comunità domestica e della famiglia singola. Si sentiva ora il bisogno di introdurre nuove forze-lavoro. La guerra le forni; i prigionieri di guerra furono mutati in schiavi. La prima grande divisione sociale del lavoro, con l’aumento della produzione del lavoro e quindi della ricchezza e con d’ampliamento del campo di produzione che aveva determinato, dato l’insieme delle condizioni storiche esistenti, portò necessariamente dietro di sé la schiavitù. Dalla prima grande divisione sociale del lavoro, nacque la prima grande scissione della società in due classi: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati. […]
«Con ciò siamo giunti alle soglie della civiltà. […] nello stadio più basso gli uomini producevano solo direttamente per il fabbisogno proprio. Gli atti di scambio casuali erano isolati, ‘riguardavano solo il superfluo che si produceva accidentalmente. Nello stadio medio della barbarie, tra popoli pastori, troviamo già un possesso di bestiame […] e conseguentemente le condizioni per uno scambio regolare. » A questo punto abbiamo dunque due classi nella società: padroni e schiavi. In seguito la società continuerà a vivere e a subire nuovi sviluppi. Una nuova classe nascerà e si svilupperà.

3. Seconda grande divisione del lavoro

«La ricchezza crebbe rapidamente, ma come ricchezza di individui; la tessitura, la lavorazione dei metalli e gli altri mestieri artigiani che sempre più si differenziavano l’uno dall’altro, spiegarono una varietà e un’abilità sempre maggiori nella produzione; la coltivazione della terra forniva, oltre ai cereali […], anche olio e vino […]. Attività cosi svariate non potevano più essere esercitate da uno stesso individuo; apparve la seconda grande divisione del lavoro: l’artigianato si separò dall’agricoltura. L’aumento continuo della produzione e quindi della produttività del lavoro elevò il valore della forza-lavoro umana; la schiavitù […] diventa ora un elemento essenziale del sistema sociale; gli schiavi […] vengono spinti a dozzine al lavoro […]. Con la divisione della produzione nei due grandi rami principali, agricoltura e artigianato, nasce la produzione direttamente per lo scambio, la produzione di merci e con essa il commercio. »

4. Seconda divisione della società in classi

La prima grande divisione del lavoro aumenta dunque il valore del lavoro umano, crea una crescita di ricchezza, che aumenta ulteriormente il valore del lavoro e che spingi1 a una seconda divisione del lavoro: artigianato e agricoltura. A questo punto la crescita continua della produzione e, parallelamente, del valore della forza-lavoro umana rende « indispensabili » gli schiavi, crea la produzione di merci e, con quest’ultima, una terza classe: quella dei mercanti. Nella società abbiamo dunque a questo punto una triplice divisione del lavoro a tre classi: agricoltori, artigiani, mercanti. Per la prima volta vediamo apparire una classiche non partecipa alla produzione, e questa classe, la classe dei mercanti, dominerà le altre due.
« Lo stadio superiore della barbarie ci fornisce l’ulteriore divisione del lavoro […] e conseguentemente la produzione di una parte sempre crescente di prodotti di lavoro al diretto fine dello scambio, conseguentemente lo scambio […] si innalza al rango di necessità di vita per la società. La civiltà consolida ed accresce tutte queste precedenti divisioni del lavoro, specie acuendo l’antagonismo tra città e campagna […] ed aggiunge una terza divisione del lavoro che le è peculiare e di importanza decisiva: genera una classe che non si occupa più della produzione, ma solo dello scambio dei prodotti, i mercanti. [Questa classe] si fa mediatrice indispensabile tra due produttori […]. Col pretesto […] di diventare la classe più utile della popolazione […] acquista rapidamente ricchezze enormi e l’influenza sociale corrispondente, […] è chiamata […] a un controllo sempre maggiore della produzione, finché alla fine genera perfino un prodotto che le è proprio: le crisi commerciali periodiche. »
Vediamo dunque il concatenamento che, partendo dal comunismo primitivo, conduce al capitalismo.
1. Comunismo primitivo.
2. Divisione tra tribù selvagge e pastori (prima divisione del lavoro: padroni, schiavi).
3. Divisione tra agricoltori e artigiani (seconda divisione del lavoro).
4. Nascita della classe dei mercanti (terza divisione del lavoro), che genera:
5. Le crisi commerciali periodiche (capitalismo). Sappiamo adesso da dove vengono le classi e ci rimane
da studiare ciò che determina le condizioni economiche.

5. Ciò che determina le condizioni economiche

Dobbiamo innanzitutto passare in rassegna molto rapidamente le diverse società che ci hanno preceduto.
Mancano i documenti che ci potrebbero consentire di studiare dettagliatamente la storia delle società più antiche; ma sappiamo per esempio che presso i greci esistevano padroni e schiavi e che la classe dei mercanti cominciava già a svilupparsi. In seguito, nel medioevo, la società feudale, con signori e servi, permette ai mercanti di acquisire sempre maggiore importanza. Si raggruppano vicino ai castelli, nei borghi (da cui il nome di borghesi); d’altra parte nel medioevo, prima della produzione capitalistica, esisteva unicamente la piccola produzione, la cui condizione basilare era che il produttore fosse anche proprietario degli strumenti di lavoro. I mezzi di produzione appartenevano all’individuo ed erano adatti al solo uso individuale. Erano perciò modesti, minuscoli, limitati. Concentrare e allargare tali mezzi di produzione, trasformarli nelle potenti leve della produzione moderna, “tale fu il ruolo storico del modo di produzione capitalistico e della borghesia.
« [La borghesia ha] adempiuto questa sua funzione, a partire dal secolo XV, passando per i tre stadi della cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria […]. E come i mezzi di produzione, cosi la produzione stessa si trasformò […] e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti sociali. »
Vediamo dunque che, parallelamente all’evoluzione delle classi (padroni e schiavi, signori e servi), progrediscono le condizioni di produzione, di circolazione, di distribuzione delle ricchezze, cioè le condizioni economiche, e che tale evoluzione economica segue passo passo e parallelamente l’evoluzione dei modi di produzione.

6. I modi di produzione

Sono dunque i modi di produzione, cioè le relazioni con gli strumenti, gli utensili, la loro utilizzazione, i metodi di lavoro, cioè lo stato della tecnica, a determinare le condizioni economiche.
« Al posto del filatoio, del telaio a mano, del maglio del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico, il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentrò la fabbrica, che esige il lavoro associato di centinaia di migliaia di uomini. E come i mezzi di produzione, cosi la produzione stessa si trasformò da una serie di atti individuali in una serie di atti sociali e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti sociali. »
Vediamo qui che l’evoluzione dei modi di produzione ha trasformato totalmente le forze produttive. Ora, se gli attrezzi di lavoro sono divenuti collettivi, il regime di proprietà è rimasto individuale. Le macchine, che non possono funzionare se non ad opera di una collettività, sono rimaste proprietà di uno solo. Così vediamo che « è questa progressiva spinta a far riconoscere la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive [che] spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse specie di società per azioni. […] Ad un certo grado dello sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente. […] lo Stato deve alla fine assumerne la direzione. […] la borghesia non è indispensabile […]. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati ».
Cosi ci appaiono le contraddizioni del regime capitalistico:
« Da una parte perfezionamento del macchinario, diventato per opera della concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale e che equivale ad un sempre crescente licenziamento di operai […]. Dall’altra parte estensione illimitata della produzione e del pari legge coercitiva della concorrenza per ogni singolo industriale. Da una parte e dall’altra sviluppo inaudito delle forze produttive, eccedenza dell’offerta sulla domanda, sovrapproduzione […], crisi […]: qua eccedenza di mezzi di produzione […] eccedenza di operai senza occupazione e senza mezzi di sussistenza » .
Vi è contraddizione tra il lavoro divenuto sociale, collettivo, e la proprietà, rimasta individuale. E allora, con Marx, diremo: « Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale »

7. Osservazioni

Prima di concludere questo capitolo è necessario fare alcune osservazioni e sottolineare il fatto che, in questo studio, ritroviamo tutte le caratteristiche e le leggi della dialettica finora esaminate.
Difatti, abbiamo dato una scorsa molto rapida alla storia delle società, delle classi e dei modi di produzione. Vediamo cosi quanto le parti di questo studio siano interdipendenti. E notiamo che questa storia è fondamentalmente dinamica e che i cambiamenti che avvengono ad ogni stadio dell’evoluzione delle società sono provocati da una lotta interna, lotta tra gli elementi di conservazione e gli elementi di progresso, lotta che porta alla distruzione di una società e alla nascita di una nuova. Ognuna di esse ha una caratteristica, una struttura ben diverse da quella che l’ha preceduta. Questi mutamenti radicali avvengono dopo un’accumulazione di fatti che, in se stessi, appaiono insignificanti ma che, a un certo punto, con la loro stessa accumulazione, creano uno stato di fatto che provoca un mutamento violento, rivoluzionario.
Ritroviamo quindi le caratteristiche e le grandi leggi generali della dialettica, cioè:

interdipendenza si cose e fatti;

movimento e mutamento dialettico;

autodinamismo;

contraddizione;

azione reciproca;

evoluzione per salti (trasformazione delle quantità in qualità).

note

Georges Politzer

Nota Biografica

L’abbiamo spesso sentito dire: Georges Politzer è, prima di tutto, il riso. Il riso di sfida, non del ribelle, ma del rivoluzionario, non dell’anarchico, ma del marxista, che si beffa degli sforzi del vecchio mondo per sfuggire alla condanna della storia. Il riso vittorioso anche in catene, di fronte a Pucheu e agli aguzzini della Gestapo, il riso vittorioso di fronte al plotone di esecuzione.

Georges Politzer era nato nel 1903. Aveva visto la luce in una piccola città del nord dell’Ungheria, Nagy-Varad; a soli 17 anni aveva dovuto abbandonare quel paese, caduto nelle mani della reazione, e che perseguitava suo padre. Aveva scelto la Francia, per affinità di intelligenza e di cuore: egli era francese dalla testa ai piedi. Nessuno, meglio di lui, ha parlato delle glorie della cultura francese. Aveva imparato la lingua francese nella casa paterna leggendo Voltaire e Diderot, e in soli cinque anni ottenne il titolo universitario di professore di filosofia.

Georges Politzer aveva la stoffa di un filosofo di genio, così come il suo compagno di morte, Jacques Solomon, era un grande specialista di fisica teorica. Vi è certo stata un’evoluzione in Politzer da quando, nel 1926, si dibatteva ancora in una certa forma di pensiero idealistico, ma pur lottando e compiendo grandi sforzi sulla strada intrapresa, è al marxismo che è giunto.
Quando, all’inizio degli anni trenta, fu fondata l’Università operaia di Parigi, nei vecchi locali dell’avenue Mathurin-Moreau, vi insegnò un gran numero di professori di particolare rilievo anche illustri; nessuna lezione, però, entusiasmava gli allievi (operai, impiegati, intellettuali) quanto il corso di Georges Politzer sul materialismo dialettico. I problemi più difficili diventavano, grazie a lui, chiari e semplici, senza mai perdere rigore filosofico né dignità teorica. Con ironia impietosa, egli metteva a nudo l’inconsistenza dei punti di vista dei suoi avversari. Discepolo di Marx e di Lenin, Politzer era insieme un temibile polemista e un pensatore di cultura e di competenza insuperabili.

Oggi il marxismo è entrato di diritto nell’Università, Marx e Lenin si ritrovano nei programmi di corso. Grosse opere accademiche sono dedicate alla filosofia sovietica. Ma, quarant’anni fa, la situazione era ben diversa: Auguste Cornu parve un pioniere, quasi un figlio degenere, quando sostenne, alla Sorbona, una tesi sulla formazione delle idee del giovane Marx. Le opere e le ricerche filosofiche di Georges Politzer hanno rappresentato in Francia con i lavori di Auguste Cornu il primo importante tentativo di chiarire le questioni nodali della filosofia alla luce del materialismo dialettico.
È difficile spiegare quale vento salubre spazzò via, improvvisamente, i miasmi delle paludi accademiche quando, nel 1929, il filosofo dai capelli rossi, simile a un giovane dio circonfuso di fuoco purificatore, lanciò il suo anatema contro il pensiero idealista ufficiale: II bergsonismo: la fine di una parata filosofica, Politzer avrebbe continuato fino alla guerra la sua polemica vittoriosa contro tutti gli avversari del marxismo, che ai suoi occhi si identificava con il razionalismo moderno. E contemporaneamente avrebbe difeso a spada tratta le tradizioni progressiste della storia della filosofia francese, a cominciare da Cartesio.

Politzer era vivamente interessato ai problemi della psicologia. Ed è a lui che si deve il tentativo di creare una nuova psicologia, che egli definiva « concreta », in opposizione alla psicologia idealistica tradizionale. All’inizio subì, in una certa misura, l’influenza del metodo psicanalitico di Freud, che lo seduceva per la sua tendenza a studiare la totalità dell’uomo e non le singole funzioni psicologiche. Ma ben presto, a partire dal 1928, comprese ciò che vi era di contestabile nel freudismo e se ne separò definitivamente con la Critica dei fondamenti della psicologia. Lo sforzo di Politzer per sottolineare il valore sociale della personalità è garanzia della validità della sua opera di psicologo.
Egli aveva insegnato al liceo di Cherbourg, poi a quello di Evreux, e infine al liceo di Saint-Maur. Contemporaneamente, aveva creato e dirigeva, con tale passione che spesso vi trascorreva la notte intera, il Centro di documentazione del Partito comunista francese. Diventa anche economista, e i suoi articoli sull’Humanité sono letti da un pubblico sempre più vasto.

Il giornalismo lo attira. Chi scrive queste righe lo sa molto bene, ricorda con quale gioiosa premura, tra il 1937 e il 1939, Georges Politzer lo sostituiva talvolta per qualche giorno al posto di redattore capo del quotidiano del partito. Maurice Thorez si affeziona a questo eccezionale militante.
Scoppia la « dròle de guerre ». E Politzer, mobilitato a Parigi, all’Ecole militaire, resta a fianco della direzione clandestina del partito comunista. Il 6 giugno 1940, egli stesso trasmette a de Monzie, rappresentante del governo, le storiche proposte del partito comunista per la difesa insurrezionale di Parigi.
Assieme alla sua ammirevole compagna, Maie Politzer, che sarebbe scomparsa negli orrori dei campi nazisti, Politzer fu, dal 1940 al 1942, l’anima della resistenza tra gli universitari. Egli dimostrò in ogni momento un coraggio esemplare, un eccezionale sangue freddo e una magnifica spavalderia.

Fin dal momento della sua mobilitazione, nel luglio del 1940, Politzer prepara, assieme a Jacques Solomon e a Daniel Decourdemanche, l’edizione del bollettino clandestino rivolto ai membri dell’insegnamento secondario e superiore. In ottobre, immediatamente dopo l’arresto, da parte della Gestapo, di Paul Langevin, appare il n. 1 dell’Université libre. Il giornale riferisce la notizia dell’arresto dell’illustre fisico e gli altri soprusi commessi dall’invasore fascista; e aggiunge: « Nonostante questi avvenimenti, l’università si è ripresa: si è creata un’unanimità di pensiero, di volontà, come mai si era vista nella sua storia. È unanime nella sua volontà di continuare, contro tutto e contro tutti, la grande tradizione di cultura nella libertà che fu e che rimane quella dell’università francese ». D’ora in poi, L’Université libre continuerà a combattere contro l’intrusione del nemico negli affari dell’università, contro gli arresti degli insegnanti e degli studenti ebrei, contro le modifiche retrograde dei programmi, contro la cosiddetta « rivoluzione nazionale », che è soltanto un’operazione reazionaria al servizio dell’imperialismo nazista. Il giornale alimenta senza paura, nei licei e nell’insegnamento superiore, la resistenza al nemico. La raccolta dell’Université libre del 1940-41 è la più schiacciante testimonianza della partecipazione, fin dagli inizi dell’occupazione, dei comunisti alla liberazione. Esattamente otto numeri del giornale compaiono prima del gennaio 1941, venti numeri prima di giugno.

Quando l’Unione Sovietica viene aggredita da Hitler, il n. 22 dell’Université libre, in data 1° luglio 1941, sotto il titolo La tomba di Hitler, annuncia con certezza la vittoria dell’« esercito unito di un popolo unito », dell’« esercito nuovo di una società nuova ».
Fin dal marzo 1941 circolava, negli ambienti della resistenza, un opuscoletto antinazista estremamente incisivo e vigoroso. Il nome dell’autore non era menzionato ma lo stile venne riconosciuto da tutti. Ognuno sapeva che Rivoluzione e controrivoluzione nel XX secolo era opera di Georges Politzer. Si trattava di una replica al discorso che il Reichsleiter Rosenberg aveva pronunciato alla Camera dei deputati, alla fine del 1940, per un « regolamento di conti con le idee del 1789 » e che era apparso con il titolo: Sangue e oro, ovvero l’oro vinto col sangue.

Politzer vi dimostrava che la democrazia non era morta, che non era ancora stata sepolta dalle vittorie di Hitler, Precisava inoltre che il carattere meschino e la corruzione della democrazia borghese sono imputabili al capitalismo, mentre il rovesciamento del capitalismo e la realizzazione del socialismo consentono la vera democrazia: « Per la verità, — egli scriveva, — non vi è potenza al mondo che possa far dimenticare la scienza e la ragione, salvaguardate e protette dall’Unione Sovietica, che crea la civiltà esente dalla barbarie, la civiltà socialista ». Quando, in un manifesto del 15 maggio 1941, il Comitato centrale del Partito comunista francese lanciò un appello per la formazione di un largo Fronte nazionale per la libertà e l’indipendenza della Francia, Politzer, assieme a J. Solomon e a D. Decourdemanche, raddoppiò gli sforzi per ottenere l’adesione dei patrioti non comunisti che costituivano l’élite del mondo intellettuale. Nel febbraio del 1942, Politzer veniva arrestato durante la gigantesca retata che, da gennaio a marzo, costò la libertà a circa centoquaranta comunisti.

Non una sola parola uscì dalla sua bocca, sotto la tortura. Sua moglie ha raccontato in una lettera: « A varie riprese, gli ufficiali della Gestapo gli chiesero di accettare di lavorare per formare la gioventù francese, promettendogli in cambio la nostra immediata liberazione e una vita agiata e felice per tutta la nostra famiglia […]. Gli concessero otto giorni per riflettere. Poi, un giorno, venne chiamato, e poiché rimaneva fermo sulle sue posizioni, gli venne risposto che sarebbe stato fucilato nei giorni successivi [….]. Prima di essere fucilato, gli venne concesso di trascorrere venti minuti nella mia cella. Egli fu sublime. Il, suo viso non era mai stato cosi luminoso. Una quiete radiosa emanava da lui e il suo atteggiamento impressionò perfino i suoi carnefici. Mi confidò la sua gioia di morire per il partito e per la Francia. Fu particolarmente felice di morire sul suolo francese. Sapete quanto questo contasse per lui ».
Non fu l’ultima delle miserie della IV Repubblica l’ostinato rifiuto opposto dal 1954 al 1955 dai ministri che si succedettero al dicastero dei reduci alla proposta di attribuire, atitolo postumo, la qualifica di combattente internato a Georges Politzer. Il primo di questi ministri, oggi del tutto dimenticato, era un reazionario: André Mutter, membro del governo Laniel; il secondo, un gollista incolore, si chiamava Raymond Triboulet ed era coperto da un presidente del consiglio di nome Edgar Faure. Bisognò attendere nel 1956 la decisione del tribunale amministrativo il quale, grazie alle arringhe degli avvocati Bruguier e de Moro Giafferri, mise rimedio alla misera condotta di quegli uomini da nulla.

Poco incidono queste meschinità sul ricordo di Georges Politzer. Il suo esempio ha ispirato e continuerà a ispirare intere generazioni di intellettuali.Politzer occupava una posizione universitaria solida, che sarebbe certo divenuta brillante: il suo valore era altamente riconosciuto dagli specialisti. Ma era anche un intellettuale di tipo nuovo, legato anima e corpo alla classe operaia e alle sue lotte; si sentiva responsabile in egual modo verso il partito, sia dei compiti pratici che quotidianamente ogni militante deve affrontare, sia delle opere elevate del pensiero.

Politzer e Solomon hanno mostrato come far conoscere il marxismo agli intellettuali, agli scienziati e agli studenti militando attivamente nelle Case della cultura, nel Gruppo di studi materialistici di Paul Langevin, nell’Università operaia, sia con la penna che con la parola. Durante le vacanze del 1938, tra due gite in alta montagna, in una baita ai piedi del ghiacciaio dei Bossons, essi iniziavano una traduzione della Dialettica della natura. Le questioni filosofiche di fondo erano sempre presenti al loro orizzonte. Essi erano infatti con-vinti che le sorti del loro partito erano indissolubilmente lega-te a quelle della verità stessa.
Nella pratica, questa convinzione si traduceva soprattutto nella preoccupazione costante di vivere in unità con il partito e con i suoi membri. Il comportamento dei nostri due amici era esattamente il contrario dell’atteggiamento di quegli intellettuali che si arrogano il diritto di dare insegnamenti alle masse quando, in realtà, subiscono spesso influenze reazionarie. Politzer ha detto: « L’indipendenza intellettuale, lo spirito critico non consistono nel cedere alla reazione, ma al contrario nel non cedervi ».
Noi riteniamo che questa massima riassuma abbastanza bene il suo insegnamento. Possano i giovani intellettuali, sempre più numerosi, realizzare sempre meglio il testamento dell’eroe caduto nel maggio del 1942!

Georges Cogniot
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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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