Stalin Riguardo al marxismo nella linguistica

Pravda 20 giugno 1950

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Un gruppo di compagni appartenenti alla gioventù s’è rivolto a me proponendomi di esprimere sulla stampa la mia opinione circa le questioni della linguistica, ed in special modo sulla parte che concerne il marxismo nella linguistica. Io non sono un linguista e, come bene si capisce, non posso soddisfare pienamente questi compagni. Per quanto invece riguarda il marxismo nella linguistica, come anche in altre scienze sociali, è questo un campo col quale sono direttamente in rapporto. Per tale motivo ho accettato di dare una risposta a tutta una serie di domande poste dai compagni.

DOMANDA. È giusto dire che la lingua è una sovrastruttura al di sopra di una base?

RISPOSTA. No, non è giusto.

La base è la struttura economica della società in una determinata tappa della sua evoluzione. La sovrastruttura è costituita dalle concezioni politiche, giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche della società e dalle istituzioni politiche, giuridiche, e così via che ad esse corrispondono.

Ciascuna base possiede la propria sovrastruttura, la sovrastruttura che le si addice. La base del regime feudale ha la sua sovrastruttura, ha le proprie concezioni politiche, giuridiche, e di altro tipo, nonché le istituzioni che ad esse corrispondono, così come il regime socialista ha la propria sovrastruttura. Se viene alterata e liquidata una base, subito dopo viene alterata e liquidata la sua sovrastruttura, se nasce una nuova base, subito dopo nasce la sovrastruttura che le corrisponde.

Da questo punto di vista, la lingua differisce in maniera radicale dalla sovrastruttura. Consideriamo, ad esempio, la società russa e la lingua russa. Nel corso degli ultimi trent’anni in Russia è stata liquidata la vecchia base capitalistica ed è stata costituita una nuova base, socialista. In concomitanza con questo evento è stata liquidata altresì la sovrastruttura che stava al di sopra della base capitalistica ed è stata creata una nuova sovrastruttura, corrispondente alla base socialista. Di conseguenza, le antiche istituzioni politiche, giuridiche, e di altro tipo, sono state sostituite con nuove istituzioni, socialiste. Eppure, malgrado tutto questo, la lingua russa, in sostanza, è rimasta quella che era prima del rivolgimento di Ottobre.

Cosa è mutato, in questo periodo, nella lingua russa? È mutato, in una certa misura, il patrimonio lessicale della lingua russa, esso è mutato nel senso che si è arricchito di una notevole quantità di nuove parole ed espressioni formatesi in connessione con la nascita dì una nuova produzione socialista, con la comparsa di un nuovo Stato, di una nuova cultura socialista, di una nuova opinione pubblica, una nuova morale, infine in connessione con lo sviluppo della tecnica e della scienza; è mutato il senso di tutta una serie di parole e di espressioni, le quali hanno acquisito un nuovo valore semantico; è stata eliminata dal lessico una certa quantità di parole antiquate. Quanto al fondo lessicale essenziale ed alla struttura grammaticale della lingua russa, che costituiscono la base della lingua, essi non solo non sono stati liquidati e sostituiti con un nuovo fondo lessicale essenziale e con una nuova struttura grammaticale della lingua, dopo la liquidazione della base capitalistica, ma, al contrario, si sono integralmente conservati e non hanno subito alcuna seria trasformazione — si sono conservati per l’appunto come base della lingua russa contemporanea.

Inoltre: la sovrastruttura viene generata dalla base, ma questo non significa affatto che essa rifletta esclusivamente la base, che abbia un carattere passivo, neutro, che sia indifferente verso il destino della propria base, verso la sorte delle classi, verso il carattere stesso della struttura. Al contrario, una volta venuta al mondo, essa diviene una grandissima forza attiva, collabora attivamente con la propria base nella sua formazione e nel suo consolidamento, prende tutte le misure necessarie per aiutare il nuovo regime ad annientare ed a liquidare la vecchia base e le vecchie classi.

Né può essere altrimenti. La sovrastruttura viene creata dalla base appunto per servirla, per aiutarla attivamente nella sua formazione e nel suo consolidamento, viene creata affinché lotti attivamente per la liquidazione della vecchia base, che ormai ha fatto il suo tempo, insieme con la sua vecchia sovrastruttura. Basta soltanto che la sovrastruttura rinunci a questa sua funzione ausiliare, basta soltanto che la sovrastruttura, dalla posìzione di attiva tutela della propria base, passi ad una posìzione di indifferenza verso di essa, ad una posìzione di agnosticismo verso le singole classi, affinché essa perda la propria qualità e cessi di essere una sovrastruttura.

Sotto questo riguardo, la lingua si distingue dalla sovrastruttura in maniera radicale. La lingua non viene generata da questa o quella base, da una base vecchia o nuova, all’interno di una determinata società, bensí dall’intero corso della storia della società e di quella delle basi nel susseguirsi dei secoli. Essa non viene creata da una qualsivoglia classe, bensí dall’intera società, da tutte le classi della società, grazie agli sforzi di centinaia di generazioni. Viene creata per soddisfare le necessità non già di una qualsiasi classe, bensí di tutta la società, di tutte le classi della società. È appunto per questo che essa viene creata, come unica lingua di tutta la società, come lingua comune dell’intera nazione, comune a tutti i membri della società. In considerazione di questo, la funzione ausiliare della lingua in quanto mezzo di comunicazione fra gli uomini, consiste non già nel servire una sola classe a scapito delle altre classi, bensí nel servire nella medesima maniera l’intera società, tutte quante le classi della società. È proprio per effetto di questa circostanza che ci si può spiegare in qual modo la lingua sia in grado di servire egualmente tanto il vecchio regime morente che il nuovo regime sorgente, tanto la vecchia base che quella nuova, sia gli sfruttatori che gli sfruttati.

Non costituisce un mistero per nessuno che la lingua russa altrettanto bene serviva il capitalismo e la cultura russa borghese fino al rivolgimento di Ottobre, come adesso essa serve il regime socialista e la cultura socialista della società russa.

La medesima cosa va detta a proposìto delle lingue ucraina, bielorussa, usbecca, cosacca, georgiana, armena, estone, lettone, lituana, moldava, tartara, azerbaigiana, baskira, turcomanna, nonché delle altre lingue delle nazioni sovietiche, le quali altrettanto bene servivano il vecchio regime borghese di queste nazioni come servono il nuovo regime socialista.

Né può essere altrimenti. È infatti per questo che la lingua esiste, per questo è stata creata: per servire la società nel suo insieme, in qualità di strumento di comunicazione fra gli uomini, per essere comune a tutti i membri della società ed unica per l’intera società, sí da poter servire egualmente i membri della società, indipendentemente dalla loro condizione di classe. Basta soltanto che la lingua si allontani da questa posìzione nei confronti dell’intera nazione, basta soltanto che la lingua si metta su una posìzione di predilezione e di sostegno di un qualsiasi gruppo sociale a detrimento degli altri gruppi sociali della società, perché essa perda la propria qualità, cessi di essere mezzo di comunicazione tra gli uomini in seno alla società, si trasformi in gergo di un qualsiasi gruppo sociale, degradandosì e condannando se stessa al dileguamento.

Sotto questo riguardo la lingua, pur differendo in linea di principio dalla sovrastruttura, non differisce dai mezzi di produzione, diciamo dalle macchine, le quali sono verso le classi altrettanto indifferenti quanto lo è la lingua, e possono servire egualmente bene sia il regime capitalistico che quello socialista.

Proseguiamo. La sovrastruttura rappresenta il prodotto di una determinata epoca nel corso della quale vive ed opera una certa base economica. Per tale motivo la sovrastruttura non ha una lunga vita, essa viene liquidata e si dilegua con la liquidazione ed il dileguamento della base in questione.

La lingua, al contrario, costituisce il prodotto di un’intera serie di epoche, nel susseguirsi delle quali essa si forma, si arricchisce, si sviluppa, si affina. È per tale motivo che la lingua ha una vita incomparabilmente piú lunga di quella di una qualsiasi base e di una qualsiasi sovrastruttura. È appunto così che si spiega in qual modo la nascita e la liquidazione non soltanto di una base e della sua sovrastruttura, bensì di alcune basi e delle sovrastrutture ad esse corrispondenti, non conduca nella storia alla liquidazione di una determinata lingua, alla liquidazione della sua struttura ed alla nascita di una nuova lingua con un nuovo fondo lessicale ed una nuova struttura grammaticale.

Dal tempo della morte di Puskin sono trascorsi oltre cento anni. Durante questo periodo sono stati liquidati in Russia il regime feudale e quello capitalistico mentre è nato un terzo regime, quello socialista. Quindi, sono state liquidate due basi con le loro sovrastrutture ed è sorta una nuova base socialista con la sua nuova sovrastruttura. Eppure, se si esamina, ad esempio, la lingua russa, si vede che essa, in questo lungo intervallo di tempo, non ha subito alcuna frattura, e che la lingua russa contemporanea, per la sua struttura, non presenta che minime differenze nei confronti della lingua di Puskin.

Cosa è mutato in questo tempo nella lingua russa? Si è avuta in questo tempo una intensa integrazione del patrimonio lessicale della lingua russa; è caduta in disuso, nel patrimonio lessicale, una grande quantità di parole invecchiate; è mutato il valore semantico di una notevole quantità di parole; è migliorata la struttura grammaticale della lingua. Per quanto però concerne l’ossatura della lingua di Puskin con la sua struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale essenziale, essa si è conservata in tutta la sua entità, come base della lingua russa contemporanea.

E questo è del tutto comprensibile. In effetti, perché dovrebbe essere necessario che dopo ogni rivolgimento l’ossatura esistente di una lingua, la sua struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale essenziale, vengano distrutti e sostituiti mediante formazioni nuove, come solitamente accade alla sovrastruttura? A chi può servire che “acqua,” “terra,” “montagna,” “bosco,” “pesce,” “uomo,” “andare,” “fare,” “produrre,” “commerciare” e così via, si dicano non già acqua, terra, montagna e così via, ma in qualche altra maniera? A chi può servire che la flessione delle parole in una lingua e la costruzione delle parole in una proposìzione si basino non più sulla grammatica esistente, ma su una grammatica completamente diversa? Quale vantaggio può trarre la rivoluzione da un simile rivolgimento nella lingua? La storia in generale non fa mai niente di essenziale senza che ve ne sia una particolare necessità. Ci si deve allora chiedere: quale necessità di un simile rivolgimento linguistico sussiste, dal momento che è dimostrato che la lingua esistente, con la sua struttura, è in sostanza completamente atta a soddisfare le esigenze del nuovo regime? Distruggere la vecchia sovrastruttura e sostituirla con una sovrastruttura nuova sono cose che si possono e debbono fare nel corso di alcuni anni per assicurare lo spazio necessario allo sviluppo delle forze produttive della società, ma come si potrebbe distruggere la lingua esistente e creare, al posto suo, una lingua nuova nel corso di alcuni anni, senza apportare l’anarchia nella vita sociale e senza provocare una minaccia di disgregazione per la società stessa? Chi, se non qualche Don Chisciotte, potrebbe assumersi un tale compito?

Ed infine, ancora una differenza radicale tra la sovrastruttura e la lingua. La sovrastruttura non è immediatamente connessa con la produzione, con l’attività produttiva dell’uomo. Essa è connessa con la produzione soltanto indirettamente, attraverso la mediazione dell’economia, attraverso la mediazione della base. Per tale motivo la sovrastruttura riflette le trasformazioni che avvengono al livello dello sviluppo delle forze produttive non subito e non direttamente, bensí dopo che si sono verificate le trasformazioni nella base, attraverso la rifrazione di trasformazioni nella produzione che provocano trasformazioni nella base. Questo significa che la sfera di attività della sovrastruttura è ristretta e limitata.

La lingua, al contrario, è immediatamente connessa con l’attività produttiva dell’uomo, e non soltanto con l’attività produttiva, bensí con ogni altra attività dell’uomo in tutte le sfere del suo lavoro dalla produzione alla base, dalla base alla sovrastruttura. Per tale ragione la lingua riflette le trasformazioni che si verificano nella produzione subito ed immediatamente, senza dovere attendere che avvengano trasformazioni nella base. Per tale ragione la sfera di attività della lingua, la quale abbraccia tutti i campi della operosìtà umana, è assai più ampia e multilaterale di quanto non sia la sfera di attività della sovrastruttura. Anzi, essa è quasi illimitata.

È soprattutto in questa maniera che si spiega come la lingua, ed in particolar modo il suo patrimonio lessicale, si trovi in uno stato di quasi ininterrotta trasformazione. L’ininterrotto sviluppo dell’industria e della produzione agricola, del commercio e dei trasporti, della tecnica e della scienza, richiede alla lingua continue integrazioni del suo lessico mediante nuove parole ed espressioni, necessarie per il loro lavoro. E la lingua, riflettendo immediatamente queste esigenze, integra il proprio lessico con nuove parole e perfeziona la propria struttura grammaticale.

Pertanto:

a) un marxista non può considerare la lingua una sovrastruttura al di sopra di una base;

b) confondere la lingua con la sovrastruttura significa commettere un grave errore.

DOMANDA. È giusto dire che la lingua è sempre stata e rimarrà classista, che non esiste una lingua non classista appartenente a tutta la nazione, comune ed unitaria per l’intera società?

RISPOSTA. No, non è giusto.

Non è difficile comprendere che in una società in cui non esistano classi non si può neppure parlare di una lingua classista. Il regime gentilizio comunitario dei primordi non conosceva classi, di conseguenza in esso non poteva esserci neppure una lingua classista — la lingua era li comune, unitaria per l’intera collettività. L’obiezione secondo la quale per classe va intesa ogni collettività umana, compresa la collettività comunitaria dei primordi, rappresenta non già un’obiezione, ma un giuoco di parole, e non merita neppure di essere confutata.

Per quanto riguarda l’ulteriore sviluppo, dalle lingue gentilizie alle lingue tribali, dalle lingue tribali alle lingue delle nazionalità, e dalle lingue delle nazionalità alle lingue nazionali, si deve notare che in tutte le tappe di sviluppo la lingua, come mezzo di comunicazione tra gli uomini in seno ad una società, fu comune ed unitaria per l’intera società, servendo in eguale maniera i membri della società, indipendentemente dalla loro condizione sociale.

Mi riferisco qui non già agli imperi dei periodi schiavistico e medievale, l’impero, diciamo, di Ciro e di Alessandro Magno, oppure quello di Cesare e di Carlo Magno, i quali non disponevano di una loro base economica e costituivano degli aggregati militari amministrativi temporanei ed instabili. Questi imperi non soltanto non possedevano, ma non potevano neppure possedere una lingua unitaria per tutto l’impero, che fosse comprensibile a tutti i membri dell’impero. Essi rappresentavano un conglomerato di tribù e di nazionalità, le quali vivevano una loro propria vita ed avevano le proprie lingue. Di conseguenza, io non mi riferisco a tali imperi e ad imperi analoghi, mi riferisco invece a quelle tribù ed a quelle nazionalità che entravano nella compagine dell’impero, avevano una loro base economica e disponevano delle loro lingue, formatesi da lungo tempo. La storia ci dice che le lingue di queste tribù e di queste nazionalità erano non già classiste ma comuni ad interi popoli, comuni per le tribù e le nazionalità e ad esse comprensibili.

Si capisce che accanto ad esse esistevano dialetti e parlari locali, ma su di essi prevaleva, assoggettandoli a sé, la lingua unitaria e comune della tribù o della nazionalità.

In una ulteriore fase, con la comparsa del capitalismo, con la liquidazione del frazionamento feudale e con la creazione di un mercato nazionale, le nazionalità si svilupparono venendo a formare nazioni, e le lingue delle nazionalità si trasformarono in lingue nazionali. La storia ci dice che le lingue nazionali sono lingue non già classiste ma comuni agli interi popoli, comuni per i membri delle nazioni ed unitarie per la nazione.

S’è detto in precedenza che la lingua, in quanto mezzo di comunicazione degli uomini in seno ad una società, serve in eguale maniera tutte le classi della società e mostra a questo riguardo una sorta di indifferenza verso le classi. Ma gli uomini, i singoli gruppi sociali e le classi sono lungi dall’essere indifferenti nei confronti della lingua. Essi si sforzano di utilizzare la lingua per i loro interessi, di imporle il loro particolare lessico, i loro particolari termini, le loro particolari espressioni. Da questo punto di vista si distinguono in maniera particolare gli strati superiori delle classi agiate, che hanno perso i contatti col popolo e lo detestano: l’aristocrazia di corte, gli strati più alti della borghesia. Vengono così creati dialetti “classisti,” gerghi, “linguaggi” di salotto. Non di rado questi dialetti e gerghi vengono erroneamente qualificati “lingue” nella letteratura scientifica: “lingua di corte,” “lingua borghese” — in contrapposìzione alla “lingua proletaria,” alla “lingua contadina.” È in base a questa circostanza, per quanto strano possa sembrare, che alcuni nostri compagni sono giunti alla conclusione che la lingua nazionale è un concetto fittizio e che, in realtà, esistono solo le lingue classiste.

Io ritengo che non ci sia niente di più erroneo di una simile conclusione. È possibile considerare lingue questi dialetti e questi gerghi? Non è assolutamente possibile. Non è possibile, innanzi tutto, perché questi dialetti e gerghi non posseggono una struttura grammaticale propria né un fondo lessicale essenziale — cose che essi prendono in prestito dalla lingua nazionale. Non è possibile, in secondo luogo, perché i dialetti ed i gerghi sono diffusi in piccole sfere, in mezzo a coloro che compongono la élite di questa o quella classe e non sono affatto adatti a servire come mezzo di comunicazione tra gli uomini, per la società nel suo complesso. Cosa posseggono essi? Essi posseggono: una congerie di certe parole specifiche, le quali riflettono gli specifici gusti dell’aristocrazia o degli strati più elevati della borghesia; una certa quantità di espressioni e di circonlocuzioni le quali spiccano per la loro ricercatezza e per il loro carattere galante e sono libere dalle espressioni e dalle circonlocuzioni “grossolane” della lingua nazionale; infine, una certa quantità di parole straniere. Tutto ciò che è essenziale, vale a dire la schiacciante maggioranza delle parole e la struttura grammaticale, è tratto dalla lingua nazionale, comune all’intero popolo. Di conseguenza, simili dialetti e gerghi costituiscono delle ramificazioni della lingua nazionale, comune all’intero popolo, prive di una qualsiasi autonomia linguistica e condannate a vegetare. Pensare che tali dialetti e gerghi possano svilupparsi fino a divenire lingue autonome, capaci di soppiantare e sostituire la lingua nazionale, significa perdere la prospettiva storica ed abbandonare le posìzioni del marxismo.

Si fanno rimandi a Marx, si cita un brano del suo articolo “Santo Max,” in cui è detto che il borghese ha una “sua propria lingua,” che questa lingua “è un prodotto della borghesia,” che essa è permeata dello spirito del mercantilismo e della compravendita. In base a questa citazione alcuni compagni vogliono dimostrare che Marx avrebbe sostenuto la “natura classista” della lingua, che egli avrebbe negato l’esistenza di una lingua nazionale unitaria. Se questi compagni esaminassero oggettivamente la questione, essi dovrebbero citare anche un altro passaggio del medesimo articolo “Santo Max” in cui Marx, analizzando il problema che concerne le vie di formazione di una lingua nazionale unitaria, parla della “concentrazione dei dialetti in una lingua nazionale unitaria, determinata dalla concentrazione economica e politica.”

Di conseguenza, Marx riconosceva la necessità di una lingua nazionale unitaria in quanto forma superiore, cui sono sottoposti i dialetti, forme inferiori.

Ed in questo caso, che cosa può significare la lingua del borghese che, secondo le parole di Marx, “è un prodotto della borghesia? ” La considerava forse Marx una lingua simile alla lingua nazionale, dotata di una sua propria struttura linguistica? Poteva egli considerarla una tale lingua? No di certo! Marx voleva dire semplicemente che i borghesi hanno deturpato la lingua nazionale unitaria col loro lessico da mercanti, e che quindi i borghesi hanno un loro gergo, un gergo da mercanti.

Ne consegue che questi compagni hanno travisato la concezione di Marx. E l’hanno travisata perché hanno citato Marx non come marxisti, bensì come principianti, senza entrare nel nocciolo della questione.

Si fanno rimandi ad Engels, si citano, dall’opuscolo “La posìzione della classe operaia in Inghilterra,” le parole di Engels secondo cui “… la classe operaia inglese, col trascorrere del tempo, è diventata un popolo del tutto diverso dalla borghesia inglese,” si che “gli operai parlano un dialetto diverso, posseggono idee e concezioni diverse, costumi e principi morali diversi, religione e politica diverse da quelle della borghesia.” Sulla base di questa citazione alcuni compagni traggono la conclusione che Engels negava la necessità di una lingua nazionale comune a tutto il popolo, e che quindi egli stava per la “natura classista” della lingua. A dire il vero, Engels parla qui non già della lingua, ma del dialetto, comprendendo pienamente che il dialetto, in quanto ramificazione di una lingua nazionale, non può sostituire la lingua nazionale stessa. Ma questi compagni, a quanto pare, non sono molto sensibili all’esistenza di una differenza tra una lingua ed un dialetto…

Evidentemente la citazione non è in questo caso pertinente, dal momento che Engels qui parla non già di “lingue classiste,” ma principalmente di idee, di concezioni, di costumi, di principi morali, di religione e di politica classiste. È assolutamente giusto asserire che le idee, le concezioni, i costumi, i principi morali, la religione e la politica si contrappongono direttamente tra borghesi e proletari. Ma che c’entra, in questo, la lingua nazionale o la “natura classista” della lingua? Forse che l’esistenza delle contraddizioni di classe nella società può essere impiegata come un argomento a favore della “natura classista” della lingua, oppure contro la necessità di una lingua nazionale unitaria? Il marxismo dice che la comunanza linguistica rappresenta uno dei piú importanti segni distintivi di una nazione, ben sapendo che all’interno della nazione esistono contemporaneamente anche le contraddizioni di classe. Ammettono, i compagni in questione, questa tesi marxista?

Si fanno rimandi a Lafargue, ponendo in rilievo il fatto che Lafargue, nel suo opuscolo “Lingua e rivoluzione,” ammette la “natura classista” della lingua, come se egli negasse la necessità di una lingua nazionale comune a tutto il popolo. Questo non è esatto. Lafargue, in effetti, parla di una lingua “di corte” o di una lingua “aristocratica” nonché di “gerghi” dei diversi strati della società. Ma questi compagni dimenticano che Lafargue, non prestando attenzione al problema della differenza tra lingua e gergo e chiamando i dialetti ora “linguaggio artificiale” ora “gergo” dichiara precisamente nel suo opuscolo che “il linguaggio artificiale che contraddistingue l’aristocrazia … s’è distaccato dalla lingua dell’intera nazione, la lingua che parlavano sia i borghesi che gli artigiani, sia la città che la campagna.”

Di conseguenza, Lafargue ammette l’esistenza e la necessità della lingua comune a tutta la nazione, comprendendo perfettamente il carattere subordinato e la dipendenza della “lingua aristocratica” e degli altri dialetti e gerghi dalla lingua comune a tutta la nazione.

Ne consegue che il rimando a Lafargue non coglie nel segno.

Viene citato come argomento il fatto che per un certo periodo di tempo, in Inghilterra, i feudatari inglesi parlarono “per secoli e secoli” in francese, mentre il popolo inglese parlava in inglese, e si sostiene che questa circostanza sarebbe un argomento a favore della “natura classista” della lingua e contro la necessità di una lingua comune a tutta la nazione. Ma questo non è un argomento, è una sorta di aneddoto. In primo luogo, in quei tempi parlavano in francese non già tutti i feudatari, bensí un’insignificante élite dei feudatari inglesi, presso la corte reale e nelle contee. In secondo luogo, essi parlavano non già in una qualche “lingua classista” bensí nella normale lingua comune a tutto il popolo francese. In terzo luogo, come è noto, questo vezzo della lingua francese scomparve in seguito senza lasciare tracce, cedendo il posto alla lingua comune a tutto il popolo inglese. Pensano, questi compagni, che i feudatari inglesi ed il popolo inglese “per secoli e secoli” comunicassero tra di loro per mezzo di interpreti, che i feudatari inglesi non si servissero della lingua inglese, che in quel tempo non esistesse una lingua nazionale comune a tutto il popolo inglese, che in quel tempo, in Inghilterra, la lingua francese rappresentasse qualcosa di più di una lingua salottiera, avente corso soltanto presso la ristretta cerchia della élite dell’aristocrazia inglese? Come è possibile, sulla base di simili “argomenti” aneddotici, negare l’esistenza e la necessità di una lingua comune a tutta la nazione?

Pure gli aristocratici russi, per un certo tempo, ebbero il vezzo della lingua francese, nella corte degli zar e nei salotti. Si vantavano dicendo che, quando parlavano in russo, balbettavano alla francese, sostenendo che sapevano parlare in russo soltanto con l’accento francese. Significa forse questo che in quel tempo, in Russia, non esisteva una lingua comune a tutto il popolo russo, che la lingua comune a tutta la nazione era allora un concetto fittizio, mentre erano una realtà le “lingue classiste? “

I nostri compagni cadono qui almeno in due errori.

Il primo errore consiste nel fatto che essi confondono la lingua con la sovrastruttura. Essi pensano che, se la sovrastruttura possiede un carattere classista, la lingua deve essere non già comune a tutta una nazione, bensí classista. Ma io ho già detto sopra che la lingua e la sovrastruttura rappresentano due concetti diversi e che un marxista non può ammettere che vengano confusi.

Il secondo errore consiste nel fatto che questi compagni concepiscono la contrapposìzione degli interessi della borghesia e del proletariato e la loro accanita lotta di classe alla stregua di un disfacimento della società, scorgendo in questo fenomeno la rottura di ogni rapporto tra le classi antagoniste. Essi considerano che, dal momento che la società si è disfatta e non esiste piú una società unitaria, ma esistono soltanto le classi, non è più necessaria neppure una lingua unitaria per l’intera società, non è piu necessaria una lingua nazionale. Che cosa rimane, se la società si è disfatta e non esiste phi una lingua nazionale, comune all’intero popolo? Rimangono le classi e le “lingue classiste. ” Si comprende che ogni “lingua classista” avrà la propria grammatica “classista” – una grammatica “proletaria” una grammatica “borghese.” È vero che simili grammatiche non esistono in natura, ma tale circostanza non crea perplessità in questi compagni: essi credono che tali grammatiche appariranno.

Ci furono un tempo da noi “marxisti” i quali sostenevano che le strade ferrate rimaste nel nostro paese dopo il rivolgimento di Ottobre erano borghesi, che non si addiceva a noi, marxisti, di utilizzarle, che era necessario smantellarle e costruire nuove ferrovie “proletarie”. Per queste loro idee essi ricevettero il nomignolo di “trogloditi.”

Si comprende che simili punti di vista primitivi ed anarchici sulla società, sulle classi e sulla lingua non hanno niente in comune col marxismo. Eppure non c’è dubbio che essi esistono e continuano a vivere nelle teste di alcuni nostri compagni che si sono confusi.

Naturalmente non è esatto che, a causa dell’accanita lotta di classe, la società si sarebbe suddivisa in classi non piú connesse l’una con l’altra attraverso vincoli economici in una sola società. Al contrario. Finché esisterà il capitalismo, i borghesi ed i proletari saranno connessi tra di loro mediante tutti i fili dell’economia, come parti di una società capitalistica unitaria. I borghesi non possono vivere ed arricchirsi se non hanno a loro disposìzione operai salariati, i proletari non possono continuare la propria esistenza se non trovano lavoro presso i capitalisti. L’interruzione di qualsiasi rapporto economico tra di loro provoca l’interruzione di qualsiasi produzione, e l’interruzione di qualsiasi produzione porta alla rovina della società, alla rovina delle stesse classi. Si comprende come neppure una delle classi desideri esporsi alla distruzione. Per tale ragione la lotta di classe, per quanto aspra possa essere, non può condurre al disfacimento della società. Solamente l’ignoranza nell’ambito delle questioni del marxismo e l’assoluta incomprensione della natura della lingua hanno potuto suggerire ad alcuni nostri compagni la favola circa il disfacimento della società, circa le lingue “classiste” e circa le grammatiche “classiste.”

Si fanno, inoltre, rimandi a Lenin, e si rammenta che Lenin ammise l’esistenza di due culture nell’ambito del capitalismo, una borghese ed una proletaria, si rammenta che lo slogan della cultura nazionale, in regime capitalistico, è uno slogan nazionalistico. Tutto questo è esatto, ed a questo riguardo Lenin ha assolutamente ragione. Ma che c’entra qui la “natura classista” della lingua? Quando rimandano alle parole di Lenin sulle due culture nell’ambito del capitalismo, questi compagni, come si vede, vogliono indurre il lettore a credere che l’esistenza di due culture nella società, una borghese e l’altra proletaria, sta a significare che debbono esserci anche due lingue, dato che la lingua è connessa con la cultura – di conseguenza, Lenin nega la necessità di una lingua nazionale unitaria, di conseguenza Lenin sostiene le lingue “classiste.” L’errore di questi compagni consiste qui nel fatto che essi identificano e confondono la lingua con la cultura. Ed invece cultura e lingua sono due cose differenti. La cultura può essere sia borghese che socialista, mentre la lingua, in quanto mezzo di comunicazione, è sempre una lingua comune a tutto il popolo e può servire tanto la cultura borghese che quella socialista. Non è forse vero che le lingue, russa, ucraina, usbecca servono attualmente le culture socialiste di queste nazioni non meno bene di quanto servivano le loro culture borghesi prima del rivolgimento di Ottobre? Significa dunque che questi compagni si sbagliano profondamente quando affermano che l’esistenza di due differenti culture porta alla formazione di due diverse lingue ed alla negazione della necessità di una lingua unitaria.

Quando parlava di due culture, Lenin partiva per l’appunto da questo presupposto, che l’esistenza di due culture non può condurre alla negazione di una lingua unitaria ed alla formazione di due lingue, e che la lingua deve essere unitaria. Quando coloro che appartenevano al Bund si misero ad accusare Lenin dicendo che egli negava la necessità di una lingua nazionale e trattava la cultura come un qualcosa di “anazionale”, Lenin, come è noto, protestò recisamente contro simili accuse, dichiarando che egli si batteva contro la cultura borghese, e non contro la lingua nazionale, la cui necessità veniva da lui giudicata indubbia. È singolare il fatto che alcuni nostri compagni vogliano trascinarsi dietro le orme dei membri del Bund.

Quanto alla lingua unitaria, la cui necessità verrebbe negata da Lenin, sarebbe stato necessario rammentare le seguenti parole di Lenin:”La lingua è il piú importante mezzo di comunicazione tra gli uomini; l’unità della lingua, insieme col suo libero sviluppo, costituisce una delle condizioni piú importanti per un giro commerciale effettivamente libero ed ampio, corrispondente all’attuale capitalismo, per un libero ed ampio raggruppamento della popolazione secondo le singole classi.”

Ne consegue che i nostri stimati compagni hanno travisato le opinioni di Lenin.

Si fanno, infine, rimandi a Stalin. Viene riportata una citazione di Stalin, secondo cui “la borghesia ed i suoi partiti nazionalistici sono stati e rimangono in questo periodo la principale forza dirigente di queste nazioni.” Tutto questo è giusto. La borghesia ed i suoi partiti nazionalistici, in realtà, dirigono la cultura borghese, così come il proletariato ed il suo partito internazionalistico guidano la cultura proletaria. Ma che c’entra qui la “natura classista” della lingua? Non è forse noto a questi compagni che la lingua nazionale è una forza della cultura nazionale, che la lingua nazionale può servire sia la cultura borghese che quella socialista? I nostri compagni non sono dunque al corrente della nota formula dei marxisti, secondo la quale le attuali culture russa, ucraina, bielorussa, e così via, sono socialiste per il contenuto e nazionali per la forma, vale a dire per la lingua? Sono o non sono d’accordo con questa formulazione marxista?

L’errore dei nostri compagni consiste qui nel fatto che essi non scorgono la differenza tra cultura e lingua e non comprendono che la cultura, per il suo contenuto, muta ogni volta che si presenta un nuovo periodo di sviluppo della società, mentre la lingua rimane in sostanza la medesima lingua durante il corso di alcuni periodi, servendo in eguale maniera sia la nuova che la vecchia cultura.

Pertanto:

a) la lingua, come mezzo di comunicazione, è sempre stata e rimarrà una lingua unitaria per la società, comune per i suoi membri;

b) l’esistenza di dialetti e di gerghi non nega, bensí conferma l’esistenza di una lingua comune a tutta la nazione, della quale essi sono ramificazioni, rimanendo ad essa sottoposti;

c) la formula circa la “natura classista” della lingua è una formula erronea, non marxista.

DOMANDA. Quali sono i segni distintivi caratteristici di una lingua?

RISPOSTA. La lingua rientra nel novero dei fenomeni sociali che risultano attivi per tutto il periodo dell’esistenza della società. Essa nasce e si sviluppa parallelamente alla nascita ed allo sviluppo della società. Muore insieme con la morte della società. Non esiste lingua al di fuori di una società. Per tale ragione la lingua e le leggi del suo sviluppo possono essere comprese soltanto nel caso che le si studino in indissolubile connessione con la storia della società, con la storia della nazione cui appartiene la lingua studiata, la nazione che è creatrice e portatrice della lingua in questione.

La lingua è un mezzo, uno strumento mediante il quale gli uomini comunicano tra di loro, si scambiano pensieri e riescono a cornprendersi reciprocamente. Essendo immediatamente connessa col pensiero, la lingua registra e fissa in parole ed in gruppi di parole unite tra di loro nelle proposìzioni i risultati del lavoro del pensiero, i successi dell’attività conoscitiva dell’uomo e, in tale maniera, rende possibile lo scambio dei pensieri nella società umana.

Lo scambio di pensieri costituisce una costante necessità vitale, dato che senza di esso risulta impossibile coordinare le imprese comuni degli uomini nella lotta contro le forze della natura, nella lotta per la produzione dei necessari beni materiali, risulta impossibile conseguire successi nell’attività produttiva della società, risulta pertanto impossibile l’esistenza stessa della produzione sociale. Ne consegue che, in assenza di una lingua comprensibile per una società e comune ai suoi membri, la società interrompe la produzione, si sfalda e cessa di esistere in quanto società. In questo senso la lingua, essendo uno strumento di comunicazione, appare nel medesimo tempo uno strumento di lotta e di sviluppo della società.

Come è noto, tutte le parole esistenti in una lingua costituiscono col loro complesso il così detto patrimonio lessicale della lingua. La parte pii importante del patrimonio lessicale di una lingua è il fondo lessicale essenziale, costituito da tutte le parole radicali, rappresentanti il nucleo del patrimonio lessicale stesso. Questo fondo è notevolmente meno ampio del patrimonio lessicale della lingua, ma vive assai a lungo, per secoli e secoli, offrendo alla lingua una base per la formazione di nuove parole. Il patrimonio lessicale riflette un quadro della consistenza della lingua: quanto piú ricco e variato è il patrimonio lessicale, tanto piú ricca ed evoluta è la lingua.

Tuttavia il patrimonio lessicale, considerato di per se stesso, non costituisce ancora la lingua – piuttosto esso rappresenta il materiale da costruzione della lingua. Così come i materiali da costruzione in un cantiere edilizio non costituiscono l’edificio, sebbene senza di essi risulti impossibile costruire l’edificio, analogamente neppure il patrimonio lessicale della lingua costituisce la lingua stessa, benché senza di esso sia impensabile una qualsiasi lingua., Ma il patrimonio lessicale di una lingua riceve il suo massimo significato quando viene messo a disposìzione della grammatica della lingua, la quale fissa le norme della flessione delle parole, le regole che consentono l’unione delle parole in proposìzioni, conferendo in tal modo alla lingua un carattere armonioso e sensato. La grammatica (morfologia, sintassi) rappresenta la raccolta delle norme che regolano la flessione delle parole e la costituzione delle parole in una proposìzione. Di conseguenza, è appunto grazie alla grammatica che la lingua dispone della possibilità di rivestire i pensieri umani in un involucro linguistico materiale.

Tratto distintivo della grammatica è il fatto che essa fornisce le regole sulla flessione delle parole tenendo conto non già delle parole concrete, bensí delle parole in generale, al di fuori di qualsiasi concretezza; essa fornisce le regole che permettono la composìzione delle proposìzioni tenendo conto non già di una qualche sorta di concrete proposìzioni, diciamo, di un concreto soggetto, di un concreto predicato, e così via, bensí di ogni proposìzione in generale, indipendentemente dalla forma concreta di questa o quella proposìzione. Di conseguenza, astraendo da ogni elemento particolare e concreto, sia per le parole che per le proposìzioni, la grammatica considera ciò che è comune, ciò che si trova alla base della flessione delle parole e della costruzione delle parole nelle proposìzioni, formulando con questi elementi le regole grammaticali, le leggi grammaticali. La grammatica è il risultato di un lungo lavoro d’astrazione del pensiero umano, è un indice degli enormi successi conseguiti dal pensiero.

Sotto questo riguardo la grammatica ricorda la geometria, la quale fornisce le proprie leggi astraendo dagli oggetti concreti, considerando gli oggetti alla stregua di corpi privi di concretezza e definendo i rapporti tra di essi non già come concreti rapporti di determinati concreti oggetti, bensí come rapporti di corpi in generale, privi di ogni concretezza.

A differenza della sovrastruttura, la quale è connessa con la produzione non direttamente, ma mediante il tramite dell’economia, la lingua è immediatamente connessa con l’attività produttiva dell’uomo, così come è connessa con ogni altra attività in tutte le sfere del suo lavoro, nessuna esclusa. Per tale motivo il patrimonio lessicale di una lingua, essendo il piú sensibile alle trasformazioni, si trova in uno stato di quasi ininterrotta trasformazione, d’altro canto la lingua, a differenza della sovrastruttura, non è tenuta ad aspettare che la base venga liquidata, essa apporta mutamenti nel suo patrimonio lessicale prima ancora che la base venga liquidata e senza alcuna connessione con lo stato in cui si trova la base.

Tuttavia il patrimonio lessicale della lingua si trasforma non già come fa la sovrastruttura, non già sopprimendo ciò che è vecchio e costruendo qualcosa di nuovo, bensí attraverso una integrazione del lessico esistente attraverso l’apporto di parole nuove, sorte in connessione con le trasformazioni del regime sociale, con lo sviluppo della produzione, con lo sviluppo della cultura, della scienza, e così via. Nel corso di questo processo, anche se dal patrimonio lessicale della lingua viene solitamente eliminata una determinata quantità di parole invecchiate, in esso penetra una quantità assai maggiore di parole nuove. Quanto al fondo lessicale essenziale, esso si conserva in tutta la sua parte sostanziale e viene utilizzato come base del patrimonio lessicale della lingua.

E questo si comprende. Non c’è alcuna necessità di distruggere il fondo lessicale essenziale, se esso può essere vantaggiosamente utilizzato durante tutta una serie di periodi storici, a parte il fatto che la distruzione del fondo lessicale essenziale, accumulato nel corso di secoli, data l’impossibilità di creare un nuovo fondo lessicale essenziale in breve volgere di tempo, porterebbe ad una paralisi della lingua, provocando un completo scompiglio nel campo delle reciproche comunicazioni tra gli uomini.

La struttura grammaticale di una lingua si trasforma ancora piú lentamente del suo fondo lessicale essenziale. Elaborata nel corso di varie epoche, ed entrata nella carne e nel sangue della lingua, la struttura grammaticale si trasforma ancora più lentamente del fondo lessicale essenziale. Essa, naturalmente, è sottoposta a trasformazioni col trascorrere del tempo, si perfeziona, si affina e rende più precise le proprie regole, si arricchisce di norme nuove, tuttavia le basi della struttura grammaticale si conservano durante un tempo assai lungo, dato che esse, come mostra la storia, possono servire con successo la società nel corso di tutta una serie di epoche.

In tale maniera, la struttura grammaticale di una lingua ed il suo fondo lessicale essenziale costituiscono la base della lingua stessa, la sostanza di tutto quanto essa possiede di specifico.

La storia registra una grande stabilità ed una enorme resistenza della lingua all’assimilazione forzata. Alcuni storici, invece di cercare di spiegare questo fenomeno, si limitano ad esprimere la loro stupefazione. Ma non c’è in questo campo alcun motivo di stupirsi. La stabilità della lingua si spiega attraverso la stabilità della sua struttura grammaticale e del suo fondo lessicale fondamentale. Per centinaia di anni gli assimilatori turchi si sforzarono di storpiare, di distruggere e di annientare le lingue dei popoli balcani. Durante questo periodo il patrimonio lessicale delle lingue balcaniche subii gravi trasformazioni, vennero assorbite parecchie parole ed espressioni turche, ci furono anche “accostamenti” e “diversificazioni,” tuttavia le lingue balcaniche resistettero e sopravvissero. Perché? Perché, in complesso, la struttura grammaticale ed il fondo lessicale essenziale di queste lingue si conservarono.

Da tutto questo consegue che la lingua e la sua struttura non possono essere considerate come il prodotto di una qualsiasi epoca. L’ossatura di una lingua, la sua struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale essenziale rappresentano il prodotto di una serie di epoche.

Bisogna presupporre che gli elementi di una lingua contemporanea siano stati costituiti già nella più remota antichità, prima dell’epoca della schiavitù. Si trattava di una lingua non complessa, che disponeva di un fondo lessicale assai modesto, ma era dotata della sua struttura grammaticale, primitiva, in verità, ma pur sempre struttura grammaticale.

L’ulteriore sviluppo della produzione, l’apparire delle classi, la comparsa della scrittura, la nascita dello stato, che aveva bisogno, per la sua amministrazione, di una scritturazione più o meno sistematica, lo sviluppo del commercio, che aveva un bisogno ancora maggiore di una regolare corrispondenza, l’apparire della macchina da stampa, lo sviluppo della letteratura – tutto questo provocò grosse trasformazioni nello sviluppo della lingua. Durante questo periodo le tribú e le nazionalità si sminuzzarono e si dispersero, si mescolarono e si incrociarono, ed in un tempo successivo apparvero le lingue e gli stati nazionali, ebbero luogo rivolgimenti rivoluzionari, i vecchi regimi sociali vennero sostituiti con regimi nuovi. Tutto questo provocò in misura ancora maggiore trasformazioni nella lingua e nel suo sviluppo.

Sarebbe tuttavia profondamente erroneo pensare che lo sviluppo della lingua si sia svolto in maniera analoga allo sviluppo della sovrastruttura: attraverso la distruzione di quello che già esisteva e l’edificazione di qualcosa di nuovo. In effetti lo sviluppo della lingua ebbe luogo non già mediante la distruzione della lingua esistente e l’edificazione di una lingua nuova, bensí attraverso l’evoluzione ed il perfezionamento degli elementi fondamentali della lingua esistente. Nell’ambito di questo processo, il passaggio da una determinata qualità della lingua ad un’altra avvenne non già attraverso una esplosìone, non già distruggendo in un solo colpo il vecchio per costruire il nuovo, bensí attraverso una progressiva e lenta accumulazione degli elementi della nuova qualità, della nuova struttura della lingua, attraverso una progressiva scomparsa degli elementi propri della vecchia qualità.

Si dice che la teoria dello sviluppo per stadi della lingua è una teoria marxista, dato che essa ammette la necessità di esplosìoni improvvise, come condizione del passaggio della lingua dalla vecchia alla nuova qualità. Questo, naturalmente, non è esatto, dato che è difficile trovare un qualcosa di marxista in questa teoria. E se la teoria dello sviluppo per stadi effettivamente ammette esplosìoni improvvise nella storia dello sviluppo della lingua, tanto peggio per essa. Il marxismo non ammette esplosìoni improvvise nello sviluppo della lingua, la morte improvvisa della lingua esistente e l’improvvisa costruzione di una nuova lingua. Lafargue non era nel giusto quando parlava della “improvvisa rivoluzione linguistica, svoltasi tra il 1789 ed il 1794” in Francia (cfr. l’opuscolo di Lafargue “Lingua e rivoluzione”). In quel tempo non ci fu in Francia alcuna rivoluzione linguistica, e tanto meno improvvisa. In quel periodo, si capisce, il patrimonio lessicale della lingua francese venne integrato mediante nuove parole ed espressioni, cadde in disuso una certa quantità di parole antiquate, mutò il valore semantico di alcune parole – e questo fu tutto. Ma simili trasformazioni non hanno il potere di determinare in alcuna misura il destino di una lingua. La cosa principale, in una lingua, sono la sua struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale essenziale. Ebbene, la struttura grammaticale ed il fondo lessicale essenziale della lingua francese non solo non scomparvero nel periodo della rivoluzione borghese francese, ma si conservarono senza sostanziali mutamenti, e non solo si conservarono, ma continuano tuttora a vivere nella lingua francese contemporanea. Non mi soffermo poi sul fatto che sarebbe assurdamente piccolo un periodo di cinque o sei anni (“improvvisa rivoluzione linguistica”!) per liquidare una lingua esistente e per costruire una nuova lingua nazionale — per ottenere questo ci vogliono interi secoli.

Il marxismo ritiene che il passaggio di una lingua dalla sua antica qualità alla qualità nuova avviene non già mediante un’esplosìone, non già mediante l’annientamento della lingua esistente e la creazione di una lingua nuova, bensí attraverso la progressiva accumulazione degli elementi della nuova qualità, e, di conseguenza, attraverso il progressivo dileguo degli elementi dell’antica qualità.

In generale bisogna dire, per conoscenza dei compagni che si lasciano sedurre dalla teoria delle esplosìoni, che la legge del passaggio da una vecchia qualità ad una qualità nuova mediante una esplosìone è inapplicabile non soltanto alla storia dello sviluppo di una lingua, dato che essa non risulta sempre applicabile neppure ad altri fenomeni sociali concernenti la base o la sovrastruttura. È una legge che deve essere necessariamente riferita ad una società divisa in classi ostili. Ma non è assolutamente necessario riferirla ad una società che non abbia classi antagoniste. Nel corso di otto o dieci anni noi abbiamo realizzato nella economia agricola del nostro paese un passaggio dal regime borghese basato sull’esistenza di contadini individuali ad un regime socialista, kolchoziano. S’è trattato di una rivoluzione, che ha liquidato il vecchio regime economico borghese nelle campagne ed ha dato vita ad un nuovo regime, socialista. Eppure questo rivolgimento è avvenuto non già attraverso un’esplosìone, vale a dire attraverso il rovesciamento del potere esistente e la creazione di un nuovo potere, bensí attraverso il passaggio dal vecchio regime sociale al regime nuovo nelle campagne. E si è riusciti ad effettuare questo perché s’è trattato di una rivoluzione dall’alto, perché il rivolgimento è stato effettuato per iniziativa del potere costitutivo con l’appoggio delle masse fondamentali del mondo contadino.

Si dice che i numerosì esempi di incroci di lingue che hanno luogo nella storia danno modo di presupporre che, in caso di incrocio, avviene la formazione di una nuova lingua mediante un’esplosìone, attraverso un improvviso passaggio da una vecchia qualità ad una qualità nuova. Questo non è assolutamente esatto.

L’incrocio delle lingue non può essere considerato alla stregua di un atto isolato provocato da un colpo decisivo, che dia i suoi risultati nel corso di alcuni anni. L’incrocio delle lingue è un lento processo, che si prolunga per centinaia di anni. Pertanto non si può in questo caso parlare di alcuna esplosìone.

Inoltre: sarebbe del tutto ingiusto pensare che, come risultato dell’incrocio, diciamo, di due lingue, si ottenga una terza lingua, nuova, che non sia simile a nessuna delle lingue incrociate e si distingua qualitativamente da ciascuna di esse. In effetti, in un incrocio, una delle lingue esce solitamente vincitrice, conserva la propria struttura grammaticale, conserva il proprio fondo lessicale essenziale e continua a svilupparsi secondo le leggi interne del suo sviluppo, mentre la seconda lingua viene progressivamente a perdere la propria qualità e progressivamente viene estinguendosì.

Di conseguenza, l’incrocio produce non già una nuova, terza lingua, ma al contrario conserva una delle lingue, conserva la sua struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale fondamentale, assicurandole la possibilità di svilupparsi secondo le leggi interne del suo sviluppo.

È vero che, nel medesimo tempo, ha luogo un certo arricchimento del patrimonio lessicale della lingua vincitrice a spese della lingua vinta, ma questa circostanza non la indebolisce, anzi, al contrario, la rafforza.

Questo accadde, ad esempio, alla lingua russa, con la quale, nel corso dello sviluppo storico, vennero ad incrociarsi le lingue di tutta una serie di altri popoli, mentre essa rimase sempre vincitrice.

Si capisce che, durante questi processi, il patrimonio lessicale della lingua russa fu integrato a spese del patrimonio lessicale delle altre lingue, ma questo fatto non solo non indebolí, ma, al contrario, arricchi e rafforzò la lingua russa.

Quanto all’autonomia nazionale della lingua russa, essa non soffrì il minimo detrimento, dal momento che, avendo conservato la propria struttura grammaticale ed il suo fondo lessicale essenziale, la lingua russa continuò a progredire ed a perfezionarsi secondo le leggi interne del suo sviluppo.

Non può esserci dubbio sul fatto che la teoria dell’incrocio non può apportare alcun serio contributo alla linguistica sovietica. Se è vero che il compito principale della linguistica consiste nello studio delle leggi interne di sviluppo della lingua, bisogna riconoscere che la teoria dell’incrocio non soltanto non risolve questo compito, ma non se lo pone neppure – essa semplicemente non lo nota, non lo comprende.

DOMANDA. Ha agito bene la “Pravda” quando ha aperto una libera discussione sulle questioni della linguistica?

RISPOSTA. Ha agito bene.

In quale direzione verranno risolte le questioni della linguistica – questa è una cosa che risulterà chiaramente alla fine della discussione. Tuttavia fin da adesso si può dire che la discussione ha apportato un grande vantaggio.

La discussione ha anzitutto posto in luce che negli organi della linguistica, tanto al centro che nelle repubbliche, era in vigore un regime che non si addiceva alla scienza ed agli uomini di scienza. La più piccola critica dello stato delle cose nella linguistica sovietica, e perfino timidi tentativi di critica della così detta “nuova dottrina” nella linguistica, venivano perseguiti e stroncati da parte delle cerchie dirigenti della linguistica. Per un atteggiamento critico nei confronti dell’eredità di N.Ja.Marr, per la minima disapprovazione dell’insegnamento di N. Ja.Marr, venivano dimessi dalle loro cariche oppure venivano retrocessi nelle loro funzioni stimabili lavoratori e ricercatori nel campo della liguistica. Le personalità della linguistica venivano elevate a funzioni responsabili non già in base ai risultati conseguiti, bensì in base ad una accettazione incondizionata dell’insegnamento di N.Ja.Marr.

È comunemente ammesso che nessuna scienza può svilupparsi e prosperare senza una lotta di opinioni, senza libertà di critica. Ma questa regola, da tutti riconosciuta, veniva ignorata e contestata senza tante cerimonie. S’era creato un gruppo chiuso di infallibili dirigenti che, postosì al sicuro da ogni possibile critica, s’era messo ad agire in maniera arbitraria, comportandosì in modo scandaloso.

Ecco uno degli esempi: il così detto “Corso di Baku” (lezioni tenute a Baku da N.Ja. Marr), che lo stesso autore aveva sconfessato vietandone la ristampa, venne ugualmente ristampato ed incluso nel numero dei manuali raccomandati agli studenti senza alcuna riserva, per disposìzione della casta dei dirigenti (il compagno Mescaninov li chiama “allievi” di N.Ja. Marr). Questo significa che gli studenti vennero ingannati, perché venne loro dato come un eccellente manuale quel “Corso” che era stato sconfessato. Se io non fossi convinto dell’onestà del compagno Mescaninov e degli altri esponenti della linguistica, direi che un simile modo di agire equivale ad un sabotaggio.

Come poté accadere una cosa del genere? Poté accadere perché il regime alla Arakceev che s’è venuto a creare nella linguistica coltiva l’irresponsabilità ed incoraggia anche simili indecenze.

La discussione è risultata assai utile, anzitutto perché essa ha portato alla luce l’esistenza di questo regime alla Arakceev e lo ha mandato in mille pezzi.

Ma l’utilità della discussione non s’è esaurita in questo. La discussione non soltanto ha fracassato il vecchio regime nella linguistica, essa ha anche rivelato l’incredibile confusione di opinioni sulle piú importanti questioni della linguistica che domina in seno alle cerchie dirigenti di questo settore della scienza. Fino all’inizio della discussione gli “allievi” di N.Ja. Marr hanno taciuto tenendo nascosta la sventurata situazione in cui si trova la linguistica. Tuttavia, dopo l’inizio della discussione, non è stato piú possibile tacere – essi sono stati costretti a fare le loro dichiarazioni sulle pagine dei periodici. E che cosa si è visto? È risultato che nell’insegnamento di N.Ja.Marr c’è tutta una serie di lacune, di errori, di problemi non bene precisati, di tesi non elaborate. Viene da domandarsi: come mai gli “allievi” di Marr si sono messi a parlare di queste cose soltanto adesso, dopo l’inizio della discussione? Per quale ragione non si sono presi cura di queste faccende fin da prima? Perché non hanno rivelato queste circostanze a suo tempo, apertamente ed onestamente, come si addice a cultori della scienza?

Avendo ammesso “alcuni” errori di N.Ja. Marr, gli “allievi” di N.Ja.Marr, a quanto pare, ritengono che sia possibile sviluppare ulteriormente la linguistica sovietica unicamente in base ad una “precisazione” della teoria di N. Ja.Marr, da loro stimata marxista. No e poi no, risparmiateci il “marxismo” di N.Ja.Marr! N.Ja.Marr, in effetti, voleva essere e si sforzò di essere un marxista, ma non riuscì a divenire un marxista. Fu niente altro che un semplicista ed un volgarizzatore del marxismo, sul tipo dei “proletkul’ tovcy” o dei “rappovcy.”

N.Ja.Marr introdusse nella linguistica l’erronea e non marxista formula circa la lingua come sovrastruttura, confondendo così se stesso e la linguistica. È impossibile sviluppare la linguistica sovietica in base ad una formula erronea.

N.Ja.Marr introdusse nella linguistica anche una seconda formula, anch’essa erronea e non marxista, la formula relativa alla “natura classista” della lingua, confondendo così se stesso e la linguistica. È impossibile sviluppare la linguistica sovietica in base ad una formula erronea, che è in contraddizione con tutto il corso della storia dei popoli e delle lingue.

N.Ja.Marr introdusse nella linguistica un tono immodesto, borioso, altezzoso, un tono non connaturale al marxismo che conduceva alla pura e semplice, sconsiderata negazione di tutto quello che era stato fatto nella linguistica prima di N.Ja.Marr.

N.Ja.Marr denigra chiassosamente il metodo storicocomparatistico, da lui definito “idealistico.” Ed invece bisogna dire che il metodo storicocomparatistico, malgrado le sue gravi deficienze, è pur sempre migliore dell’analisi dei quattro elementi, effettivamente idealistica, propugnata da N.Ja.Marr, dato che il primo sprona al lavoro, allo studio delle lingue, mentre il secondo non incita ad altro che a poltrire su una stufa ed a divinare coi fondi del caffè sulla scorta dei famigerati quattro elementi.

N.Ja.Marr tratta altezzosamente ogni tentativo mirante a studiare i gruppi (famiglie) di lingue, come una manifestazione della teoria della “lingua primordiale.” Ed invece non si può negare che la parentela linguistica di nazioni quali sono, ad esempio, quelle slave, sia al di fuori di qualsiasi dubbio, si che lo studio della parentela linguistica di queste nazioni potrebbe apportare alla linguistica un grande vantaggio nell’ambito dello studio delle leggi di sviluppo della lingua. Per non dire poi che la teoria della “lingua primordiale” non ha niente a che vedere con questa faccenda.

A dare ascolto a N.Ja.Marr e specialmente ai suoi “allievi”, ci sarebbe da pensare che fino a N.Ja.Marr non sia esistita alcuna linguistica, che la linguistica sia cominciata con l’apparire della “nuova dottrina” di N.Ja.Marr. Marx ed Engels erano assai più modesti: essi ritenevano che il loro materialismo dialettico fosse il prodotto dello sviluppo che le scienze, compresa la filosofia, avevano avuto nel periodo precedente.

In tale maniera, la discussione ha contribuito a chiarire le cose anche da questo punto di vista: che ha messo in luce certe lacune ideologiche della linguistica sovietica.

Io ritengo che quanto piú rapidamente la nostra linguistica si libererà degli errori di N.Ja. Marr, tanto prima sarà possibile farla uscire dalla crisi nella quale si trova attualmente.

Liquidare il regime alla Arakceev nella linguistica, respingere gli errori di N.Ja.Marr, introdurre il marxismo nella linguistica – questi, a mio giudizio, sono i mezzi coi quali sarebbe possibile risanare la linguistica sovietica.

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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