Che cosa sono gli “amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici (1894) di V. I. Lenin

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Testo integrale

Risposta agli articoli della Russkoe Bogatstvo contro i marxisti

La Russkoe Bogatstvo(1) ha iniziato una campagna contro i socialdemocratici. Già nel n. 10 dello scorso anno, uno dei dirigenti di questa rivista, il signor N. Michajlovskij aveva annunciato prossima la «polemica» contro «i nostri cosiddetti marxisti o socialdemocratici». In seguito comparvero gli articoli del signor S. Krivenko, A proposito degli intellettuali isolati (n. 12), e del signor N. Michajlovskij, La Letteratura e la vita (nn. 1 e 2 della Russkoe Bogatstvo del 1894). Quanto alle idee proprie della rivista sulla nostra realtà economica, esse sono state esposte nel modo più completo del signor S. Južakov nell’articolo Problemi dello sviluppo economico della Russia (nei nn. 10 e 12). Questi signori, che nella loro rivista pretendono in generale di rappresentare le idee e la tattica dei veri «amici del popolo», sono nemici acerrimi della socialdemocrazia, Proviamo dunque ad esaminare più da vicino questi «amici del popolo», la loro critica al marxismo, le loro idee, la loro tattica.

Il signor N. Michajlovskij rivolge soprattutto la sua attenzione ai fondamenti teorici del marxismo, e perciò si intrattiene in particolar modo sull’esame della concezione materialistica della storia. Dopo aver esposto a grandi tratti il contenuto della vasta letteratura marxista nella quale è svolta questa dottrina, il signor Michajlovskjj dà inizio alla sua critica con la seguente tirata: «Anzitutto – egli dice – sorge spontaneamente la questione: in quale opera Marx ha esposto la propria concezione materialistica della storia? Nel Capitale egli ci ha dato un modello di combinazione della forza logica con l’erudizione, unite ad una analisi minuziosissima di tutta la letteratura economica, come pure dei fatti corrispondenti. Egli ha portato alla luce del giorno teorici della scienza economica da molto tempo dimenticati, o non conosciuti oggi da nessuno, e non ha trascurato i minimi particolari di una qualsiasi relazione di ispettori di fabbrica, né le disposizioni degli esperti davanti alle varie commissioni speciali; in una parola, egli ha rovistato una mole immensa di materiale documentario, in parte per dare un fondamento alle sue teorie economiche, in parte per illustrare. E se ha creato una concezione “interamente nuova” del processo storico, se ha spiegato tutto il passato del genere umano da un punto di vista nuovo e ha fatto il bilancio di tutte le teorie della filosofia della storia esistente finora, l’ha fatto, s’intende, con la stessa cura: egli ha effettivamente riesaminato e sottoposto a un’analisi critica tutte le teorie conosciute del processo storico, ha lavorato su un gran numero di fatti della storia universale. Il confronto con Darwin, così frequente nella letteratura marxista, rafforza ancor di più questa opinione. Che cos’è tutto il lavoro di Darwin? Alcune idee generalizzatrici, strettamente legate tra loro, che fanno corona a un intero Monte Bianco di fatti concreti. Dov’è il lavoro corrispondente di Marx? Esso non esiste. E non soltanto un simile lavoro non esiste in Marx, ma non esiste neppure in tutte le pubblicazioni marxiste, nonostante il loro grande numero e la loro diffusione».
Tutta questa tirata è al più alto grado significativa per farsi un’idea di come Marx e il Capitale siano mal compresi dal pubblico. Schiacciati dalla formidabile forza dimostrativa dell’esposizione, molti ostentano dell’ammirazione per Marx, lo lodano e, nello stesso tempo, perdono completamente di vista il contenuto fondamentale della dottrina e continuano, come se niente fosse, a ripetere i vecchi ritornelli della «sociologia soggettiva». Non si può non ricordare a questo proposito l’epigrafe molto giusta scelta da Kautsky per il suo libro sulle dottrine economiche di Marx:Wir wird nicht einen Klopstock loben?Doch wird ihn jeder lesen? Nein.Wir wollen weniger erhobenUnd flessinger gelesen sein!(2)

Proprio così! Il signor Michajlovskij dovrebbe lodare un po’ meno Marx e leggerlo un po’ più attentamente o, meglio ancora, riflettere un po’ più serenamente su ciò che legge.

«Nel Capitale Marx ci ha dato un modello di combinazione della forza logica con l’erudizione», dice il signor Michajlovskij. Con questa frase il signor Michajlovskij ci dà un modello di combinazione della fraseologia brillante con la mancanza di contenuto, ha osservato un marxista. E questa osservazione è del tutto giusta. Difatti, in che cosa si è manifestata questa forza logica di Marx? Quali risultati da dato? Quando si legge la succitata tirata del signor Michajlovskij, si può pensare che tutta questa forza fosse orientata verso le «teorie economiche» nel senso più limitato della parola, e soltanto verso di esse. E, per far risaltare ancor più i limiti ristretti del campo nel quale Marx ha manifestato la sua forza logica, il signor Michajlovskij invoca i «minimi particolari», la «minuziosità», i «teorici non conosciuti da nessuno», ecc. si direbbe che Marx non abbia introdotto nulla di sostanzialmente nuovo, nulla che meriti di essere menzionato, nei metodi di costruzione di queste teorie; si direbbe che egli abbia lasciato i limiti della scienza economica tali quali essi erano già nei vecchi economisti, non li abbia allargati, non abbia introdotto una concezione «interamente nuova» di questa scienza. E invece, chiunque abbia letto il Capitale sa che ciò è falso da cima a fondo. Non si può non ricordare a questo proposito quel che il signor Michajlovskij scriveva di Marx sedici anni or sono, polemizzando col piccolo borghese signor Ju. Žukovskij(3). I tempi erano forse altri, i sentimenti erano forse più freschi. Comunque, il tono e il contenuto dell’articolo del signor Michajlovskij erano del tutti diversi.«”Fine ultimo al quale mira quest’opera è il svelare la legge dell’evoluzione [nell’originale: das ökonomische Bewegungsgesetz, la legge economica del movimento] della società moderna”, dice K. Marx del suo Capitale(4), ed egli si attiene rigorosamente al suo programma». Questo è il giudizio che il signor Michajlovskij dava nel 1877. Esaminiamo più da vicino questo programma rigorosamente coerente, come riconosce il critico. Esso consiste nello «svelare la legge economica dell’evoluzione della società moderna».

Questa formulazione ci pone già di per sé di fronte ad alcune questioni che richiedono un chiarimento. Perché Marx parla della società «moderna», mentre tutti gli economisti, prima di lui, parlavano della società in generale? In che senso impiega Marx il termine «moderna», secondo quali criteri distingue dalle altre questa società moderna? E inoltre, che cosa significa: legge economica del movimento della società? Noi siamo abituati a sentir dire dagli economisti – e questa, fra l’altro, è una delle idee preferite dei pubblicisti e degli economisti dell’ambiente al quale appartiene la Russkoe Bogatstvo – che soltanto la produzione dei valori è sottoposta unicamente alle leggi economiche, mentre la distribuzione dipenderebbe dalla politica, dall’influenza che esercitano sulla società il potere, gli intellettuali, ecc. In che senso, dunque, Marx parla della legge economica del movimento della società, chiamandola per giunta Naturgesetz, legge di natura? Come intendere questo, quando tanti sociologi del nostro paese hanno imbrattato montagne di carta per sostenere che il campo dei fenomeni sociali si differenzia in modo particolare dal campo dei fenomeni della storia naturale, e che perciò appunto nelle analisi dei primi si deve applicare un metodo del tutto particolare, il «metodo soggettivo in sociologia»?

Tutti questi dubbi sorgono spontaneamente e necessariamente, ed è chiaro che soltanto dei perfetti ignoranti possono eluderli quando si parla del Capitale. Per orientarci in questi problemi citiamo dapprima ancora un passo della stessa prefazione del Capitale, alcune righe più sotto:
«Il mio punto di vista, – dice Marx – … concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale»(5).

E’ sufficiente un semplice confronto anche solo di questi due passi della prefazione da noi citati, per vedere che appunto qui sta l’idea fondamentale del Capitale, applicata, come abbiamo sentito, con coerenza rigorosa e con forza logica non comune. Rileviamo anzitutto due circostanze a proposito di tutto ciò: Marx parla di una sola «formazione economico-sociale», della formazione capitalistica; dice, cioè, di aver esaminato la legge di sviluppo di questa sola formazione, e di nessun’altra. Questo, in primo luogo. E, in secondo luogo, notiamo i metodi con i quali Marx ha elaborato le sue conclusioni: questi metodi consistono, come abbiamo sentito or ora dal signor Michajlovskij, in una «analisi minuziosissima dei fatti corrispondenti».

Passiamo ora ad esaminare quest’idea fondamentale del Capitale, che il nostro filosofo soggettivista ha tentato così destramente di eludere. In che cosa consiste, propriamente, il concetto di formazione economico-sociale? E in che modo lo sviluppo di questa formazione si può e si deve considerare come un processo storico-naturale? Ecco le questioni che stanno ora davanti a noi. Ho già rilevato che, dal punto di vista dei vecchi (non per la Russia) economisti e sociologi, il concetto di formazione economico-sociale è del tutto superfluo: essi parlano della società in generale, discutono con gli Spencer la definizione della società in generale, il fine e l’essenza della società in generale, ecc. Questi sociologi soggettivisti si fondano, in tali dissertazioni, su argomenti di questo genere; lo scopo della società è il vantaggio di tutti i suoi membri, la giustizia richiede perciò una ben determinata organizzazione, e un regime che non corrisponda a questa forma ideale di organizzazione («La sociologia deve incominciare con un po’ di utopia»: queste parole di uno degli autori del metodo soggettivo, del signor Michajlovskij, caratterizzano ottimamente l’essenza dei loro procedimenti) è anormale e deve essere eliminato. «Il compito essenziale della sociologia – argomenta per esempio il signor Michajlovskij – consiste nel mettere in chiaro le condizioni sociali nelle quali questa o quella esigenza della natura umana viene soddisfatta». Come vedete, questo sociologo si interessa soltanto di una società che soddisfi la natura umana e nient’affatto di questa o quella formazione sociale che, per giunta, può essere fondata su un fenomeno non corrispondente alla «natura umana», come l’asservimento della maggioranza da parte di una minoranza. Vedete inoltre che, dal punto di vista di questo sociologo, non si può neppur parlare di considerare lo sviluppo della società come un processo storico-naturale. («Dopo aver riconosciuto che una data cosa è desiderabile o indesiderabile, il sociologo deve trovare le condizioni per l’attuazione di ciò che è desiderabile o per l’eliminazione di ciò che è indesiderabile», «per l’attuazione di questi e quegli ideali», argomenta lo stesso signor Michajlovskij.)

 Per di più, non si può neanche parlare di uno sviluppo, ma soltanto delle diverse deviazioni da ciò che è «desiderabile», dei «difetti» che si sono prodotti nella storia in seguito … in seguito al fatto che gli uomini non erano intelligenti, non sapevano capire bene che cosa esiga la natura umana, non sapevano trovare le condizioni per la realizzazione di tali ordinamenti razionali. E’ chiaro che l’idea fondamentale di Marx, l’idea di un processo storico-naturale di uno sviluppo delle formazioni economico-sociali scalza dalle radici questa morale puerile che pretende chiamarsi sociologia. In che modo, dunque, Marx ha elaborato quest’idea fondamentale? Egli ha tratto questo separando dai vari campi della vita sociale il campo economico, separando da tutti i rapporti sociali i rapporti di produzione, come rapporti fondamentali, primordiali, che determinano tutti gli altri. Marx stesso ha descritto nel modo seguente il corso dei suoi ragionamenti intorno a questo problema:

«Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una revisione critica della filosofia del diritto di Hegel … La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di “società civile”; e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica … Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione(6) che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene.

 E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomino dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione … A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società»(7).

Quest’idea del materialismo in sociologia era già, di per sé, un’idea geniale. S’intende che per il momento si trattava ancora soltanto di un’ipotesi, ma di un’ipotesi tale che creava per la prima volta la possibilità di un atteggiamento rigorosamente scientifico verso i problemi storici e sociali. Sino ad allora, i sociologi, che non riuscivano a discendere fino ai rapporti più semplici, fino ai rapporti primordiali, come sarebbero i rapporti di produzione, e che affrontavano direttamente l’indagine e lo studio delle forme giuridiche e politiche, urtavano nel fatto che queste forme sono originate da queste o quelle idee del genere umano in un determinato periodo, e si arrestavano qui; ne risultava che i rapporti sociali sembravano consapevolmente edificati dagli uomini. Ma questa deduzione, che ha trovato lal sua completa espressione nell’idea del Contrat social(8) (di cui si trovano tracce molto evidenti in tutti i sistemi di socialismo utopistico), era in contraddizione assoluta con tutto quel che si osserva nella storia. Non è mai avvenuto, e non avviene neppure oggi, che i membri della società immaginino il complesso dei rapporti sociali nei quali essi vivono come qualche cosa di determinato, di integro, dominato da un certo principio; al contrario, la massa si adatta inconsciamente a questi rapporti, ed è così lontana dall’immaginarseli come rapporti storici e sociali particolari, che la spiegazione, per esempio, dei rapporti di scambio, nei quali gli uomini sono vissuti per molti secoli, è stata data soltanto in questi ultimi tempi. Il materialismo ha eliminato questa contraddizione, proseguendo l’analisi in modo più approfondito, spingendola fino all’origine di queste stesse idee sociali dell’uomo; e la sua conclusione sulla dipendenza del corso delle idee dal corso delle cose è l’unica compatibile con la psicologia scientifica. Inoltre, anche sotto un altro aspetto, quest’ipotesi ha innalzato per la prima volta la sociologia al livello di scienza. Finora i sociologi trovavano difficoltà a distinguere, nella rete intricata dei fenomeni sociali, i fenomeni importanti e i fenomeni non importanti (questa è la radice del soggettivismo in sociologia) e non sapevano trovare un criterio oggettivo per una tale differenziazione. Il materialismo ha dato un criterio completamente oggettivo, separando «i rapporti di produzione» come struttura della società e dando la possibilità di applicare a questi rapporti quel criterio scientifico generale della reiterabilità, la cui applicazione alla sociologia era negata dai soggettivisti. Fino a quando costoro si limitarono ai rapporti sociali ideologici (cioè a quei rapporti che prima di formarsi passano attraverso la coscienza(9) degli uomini) non potevano notare la reiterabilità e la regolarità dei fenomeni sociali nei diversi paesi, e la loro scienza, nel migliore dei casi, era soltanto una descrizione di questi fenomeni, una scelta di materiale greggio. L’analisi dei rapporti sociali materiali (vale a dire dei rapporti che si formano senza passare attraverso la coscienza degli uomini: scambiando prodotti, gli uomini entrano in rapporti di produzione, anche senza essere consci che qui si ha un rapporto sociale di produzione) ha subito reso possibile di rilevare la reiterabilità e la regolarità e di generalizzare gli ordinamenti di diversi paesi in modo da giungere ad un unico concetto fondamentale di formazione sociale. Soltanto questa generalizzazione ha permesso di passare dalla descrizione (e dalla valutazione dal punto di vista di un ideale) dei fenomeni sociali all’analisi rigorosamente scientifica di tali fenomeni, individuando, per spiegarci con un esempio, ciò che distingue un paese capitalistico dall’altro e analizzando ciò che è comune a tutti.
Infine, in terzo luogo, quest’ipotesi creò per la prima volta la possibilità di una sociologia scientifica, perché soltanto riconducendo i rapporti sociali ai rapporti di produzione, e questi ultimi al livello delle forze produttive, si è ottenuta una base salda per rappresentare l’evoluzione delle formazioni sociali, come un processo storico-naturale. Ed è ovvio che senza una tale concezione non vi può neanche essere una scienza sociale. (I soggettivisti, per esempio, pur riconoscendo che i fenomeni storici si producono secondo certe leggi, non erano in grado di considerare l’evoluzione di questi fenomeni come un processo storico-naturale, appunto perché si arrestavano sulle idee sociali e sui fini dell’uomo, senza ricondurre queste idee e questi fini ai rapporti sociali materiali.)

Ma ecco che Marx, dopo aver enunciato questa ipotesi negli anni quaranta, intraprende lo studio concreto (nota bene: concreto) del materiale. Egli prende una delle formazioni economico-sociali – il sistema dell’economia mercantile – e sulla base di una mole prodigiosa di dati (che egli studiò per non meno di venticinque anni) dà un’analisi minuziosissima della legge del funzionamento di questa formazione e della sua evoluzione. Quest’analisi è limitata ai soli rapporti di produzione tra i membri della società: Marx, senza mai ricorrere, per spiegare la cosa, a un qualsiasi elemento che si trovi al di fuori di questi rapporti di produzione, dà la possibilità di vedere come si evolve l’organizzazione mercantile dell’economia sociale, come essa si trasforma in organizzazione capitalistica, creando le classi antagonistiche (nei limiti dei rapporti di produzione) della borghesia e del proletariato, come essa accresce la produttività del lavoro sociale e, con ciò stesso, introduce un elemento che entra in contraddizione inconciliabile con le basi di questa stessa organizzazione capitalistica.

Questo è lo scheletro del Capitale. Tutto sta però nel fatto che Marx non si accontentò di questo scheletro, che egli non si limitò alla sola «teoria economica» nel senso abituale della parola, che egli – pur spiegando la struttura e l’evoluzione di una data formazione sociale esclusivamente con i rapporti di produzione – investigò ciò nondimeno sempre e dappertutto le sovrastrutture corrispondenti a questi rapporti di produzione, rivestì lo scheletro di carne e sangue. Se il Capitale ebbe un così enorme successo è perché questo libro di un «economista tedesco» mostrò al lettore tutta la formazione sociale capitalistica come una cosa viva, con i suoi aspetti della vita quotidiana, con la manifestazione sociale concreta dell’antagonismo delle classi inerente ai rapporti di produzione, con la sovrastruttura politica borghese che protegge il dominio della classe dei capitalisti, con le idee borghesi di libertà, uguaglianza, ecc., con i rapporti familiari borghesi. Si comprende ora che il confronto con Darwin è del tutto esatto: il Capitale altro non è se non «alcune idee generalizzatrici, strettamente legate tra loro, che fanno corona a un intero Monte Bianco di fatti concreti». E se qualcuno, leggendo il Capitale, è stato capace di non scorgere queste idee generalizzatrici, la colpa non è già più di Marx, il quale, come abbiamo visto, indicava queste idee persino nella prefazione. E non basta; un simile confronto è giusto non soltanto esteriormente (non si sa perché il lato esteriore interessi in modo particolare il signor Michajlovskij), ma anche interiormente.

Come Darwin mise fine alla concezione secondo la quale le specie animali e quelle vegetali non avevano nessun legame tra loro, erano prodotti del caso, «creazioni di dio», ed erano immutabili, – e per la prima volta portò la biologia su un terreno del tutto scientifico, stabilendo la variabilità delle specie e la loro successione, – così Marx mise termine alla concezione che considerava la società come un aggregato meccanico di individui, che ammette cambiamenti di tutti i generi secondo la volontà di chi ne è a capo (o, ciò che è lo stesso, secondo la volontà della società e del governo), sorge e si trasforma accidentalmente, e per la prima volta portò la sociologia su un terreno scientifico, stabilendo il concerto di formazione economico-sociale come complesso di determinati rapporti di produzione e stabilendo che lo sviluppo di queste formazioni è un processo storico-naturale.

Oggi – dal momento della comparsa del Capitale – la concezione materialistica della storia non è più un’ipotesi, ma una tesi scientificamente dimostrata, e finché non avremo un altro tentativo di spiegare scientificamente il funzionamento e lo sviluppo di qualche formazione sociale, – appunto di una formazione sociale, e non della vita quotidiana di un qualsiasi paese o popolo, o anche di una classe, ecc,. – finché non avremo un altro tentativo che riesca a ordinare i «fatti corrispondenti» esattamente come ha saputo fare il materialismo, che riesca a dare un quadro vivo di una data formazione, unito ad una spiegazione rigorosamente scientifica di essa, fino ad allora la concezione materialistica della storia sarà sinonimo di scienza sociale. Il materialismo non rappresenta «in prevalenza una concezione scientifica della storia», come pensa il signor Michajlovskij, ma l’unica concezione scientifica della storia.

E potete adesso immaginare una stranezza più spassosa di questa: che si trovino degli uomini i quali sono riusciti a leggere il Capitale senza trovarvi il materialismo! – Dov’è il materialismo? – domanda il signor Michajlovskij, sinceramente perplesso.

Egli ha letto il Manifesto comunista(10) e non ha notato che gli ordinamenti moderni – e giuridici, e politici, e familiari, e religiosi, e filosofici – vi sono spiegati in modo materialistico, che anche la critica delle teorie socialiste e comuniste cerca e trova in queste teorie in questi o quei rapporti di produzione.
Egli ha letto la Miseria della filosofia(11), e non ha notato che l’esame della sociologia di Proudhon vi è svolto da un punto di vista materialistico, che la critica della soluzione proposta da Proudhon per i più diversi problemi storici parte dai princípi del materialismo, che le indicazioni dell’autore stesso sul dove cercare i dati per la soluzione di questi problemi riconducono tutte ai rapporti di produzione.

Egli ha letto il Capitale, e non ha notato di avere davanti a sé un modello di analisi scientifica di una formazione sociale – e della più complessa – secondo il metodo materialistico, un modello materialistico riconosciuto da tutti e non superato da nessuno. Ed egli non sa altro che pensare sulla profonda questione: «In quale delle sue opere Marx ha esposto la sua concezione materialistica della storia?».

Chiunque  conosca Marx gli risponderebbe con un’altra domanda: in quale delle sue opere Marx non ha esposto la sua concezione materialistica della storia? Ma il signor Michajlovskij verosimilmente verrà a sapere delle ricerche materialistiche di Marx solo quando queste verranno segnalate e debitamente rubricate in qualche lavoro di filosofia della storia di un qualsiasi Kareev(12) sotto il titolo Materialismo economico.
Ma la cosa più curiosa è che il signor Michajlovskij accusa Marx di non avere «proceduto a una revisione [sic!] di tutte le teorie conosciute del processo storico». Questo è invero molto divertente. Ma in che cosa consistevano, per i nove decimi, queste teorie? In costruzioni puramente aprioristiche, dogmatiche, astratte: che cos’è la società, che cos’è il progresso? Ecc. (Prendo espressamente esempi cari alla mente e al cuore del signor Michajlovskij.) Ma simili teorie sono prive di valore per il fatto stesso di esistere; sono prive di valore per i loro metodi fondamentali, per il loro carattere puramente e interamente metafisico. Infatti, incominciare col domandarsi, che cos’è la società e che cos’è il progresso, significa incominciare dalla fine. Dove prenderete il concetto di società e di progresso in generale, se non avete ancora studiato neppure una formazione sociale in particolare, se non avete neppure saputo stabilire questo concetto, se non avete neppure saputo intraprendere un serio studio dei fatti, un’analisi obiettiva di uno qualunque dei rapporti sociali? Questo è il contrassegno più evidente della metafisica, dalla quale incominciava ogni scienza: finché non si riusciva a intraprendere lo studio dei fatti, si inventavano sempre, a priori(13), delle teorie generali, sempre rimaste infeconde. Il chimico metafisico, non sapendo ancora indagare di fatto i processi chimici, inventava una teoria che rispondesse alla domanda: che forza è l’affinità chimica? Il biologo metafisico dissertava intorno alla questione: che cosa sono la vita e la forza vitale? Lo psicologo metafisico ragionava intorno alla questione: che cos’è l’anima? Qui già il procedimento stesso era assurdo.

Non si può ragionare intorno all’anima senza spiegare particolarmente i processi psichici; qui il progresso deve consistere appunto nel rigettare le teorie generali e le elucubrazioni filosofiche relative alla questione: che cos’è l’anima? E saper porre su un terreno scientifico lo studio dei fatti che caratterizzano questi o quei processi psichici. Perciò l’accusa del signor Michajlovskij rassomiglia in tutto al modo d’agire di uno psicologo metafisico il quale, dopo aver passato tutta la sua vita a scrivere «indagini» relative alla questione: che cos’è l’anima? (senza sapere spiegare con esattezza neppure un fenomeno psichico, anche semplicissimo), voglia accusare uno psicologo scientifico di non aver proceduto a una revisione di tutte le teorie già conosciute riguardanti l’anima. Questo psicologo scientifico ha rigettato le teorie filosofiche sull’anima e ha intrapreso direttamente lo studio del substrato materiale dei fenomeni psichici – i processi nervosi – e ha dato, poniamo, un’analisi e una spiegazione di questi e quei processi psichici. Ed ecco: il nostro psicologo metafisico legge questo lavoro, loda la descrizione dei processi e lo studio dei fatti, ma non è soddisfatto. Permettete – dice egli tutto agitato, sentendo che intorno a lui si parla di una concezione del tutto nuova della psicologia scientifica, – permettete, dice accalorandosi il filosofo, in quale opera è dunque esposto questo metodo? Ma in questo scritto vi sono «soltanto dei fatti»? Non si tratta per niente di una revisione di «tutte le teorie filosofiche sull’anima conosciute»? Questo è un lavoro che non corrisponde affatto allo scopo!

Nello stesso modo il Capitale, s’intende, non è un lavoro rispondente allo scopo per il sociologo metafisico che non ha notato la sterilità dei ragionamenti aprioristici introno alla natura della società e non ha capito che, invece di studiare e spiegare, tali metodi gabellano soltanto per concezione della società le idee borghesi di un mercante inglese o gli ideali del socialismo piccolo-borghese di un democratico russo, e niente di più. Ed è per ciò che tutte queste teorie storico-filosofiche sono sorte e sono scoppiate come bolle di sapone, rappresentando nel migliore dei casi un sintomo delle idee e dei rapporti sociali del loro tempo, e non facendo progredire di un iota la comprensione da parte dell’uomo di rapporti sociali anche singoli, ma reali (e non di quelli che «rispondono alla natura umana»). In questo campo il gigantesco passo avanti compiuto da Marx è consistito appunto nell’aver rigettato tutti questi ragionamenti intorno alla società e al progresso in generale e nell’aver dato invece l’analisi scientifica di una società e di un progresso. Della società e del progresso capitalistici. E il signor Michajlovskij lo accusa di aver incominciato dal principio e non dalla fine, di aver incominciato dall’analisi dei fatti e non dalle conclusioni finali, dallo studio di rapporti sociali parziali, storicamente determinati, e non dalle teorie generali intorno alla natura di quei rapporti sociali in generale! Ed egli domanda: «Dov’è dunque il lavoro rispondente allo scopo?». Oh, saggissimo sociologo soggettivista!!

Se il nostro filosofo soggettivista si limitasse soltanto a restare perplesso davanti alla questione di sapere in quale opera sono esposte le basi del materialismo, sarebbe ancora un mezzo male. Ma – quantunque non abbia trovato in nessun posto non soltanto la motivazione, ma neppure l’esposizione della concezione materialistica della storia (e forse appunto perché non ha trovato questo) – egli incomincia con l’attribuire a questa dottrina pretese che essa non ha mai avanzato. Egli cita un passo di Blos, secondo cui Marx ha proclamato una concezione della storia assolutamente nuova, e poi, senza tante cerimonie, asserisce che questa teoria pretende di «aver spiegato al genere umano il suo passato», di aver spiegato «tutto [sic!!?] il passato del genere umano», ecc. Ma questo è falso da cima a fondo! La teoria pretende soltanto di spiegare l’organizzazione sociale capitalistica e nessun’altra. Se l’applicazione del materialismo all’analisi e alla spiegazione di una formazione sociale ha dato dei risultati così brillanti, è ben naturale che il materialismo nella storia non sia più un’ipotesi, ma una teoria scientificamente verificata; è ben naturale che la necessità di un tale metodo si estenda anche alle rimanenti formazioni sociali, quantunque esse non siano state sottoposte a uno studio concreto speciale e a un’analisi minuziosa, proprio come l’idea del trasformismo(14), dimostrata rispetto a una sufficiente quantità di fatti, si estende a tutto il campo della biologia, nonostante che per singole specie animali e vegetali non sia stato ancora possibile stabilire con esattezza il fatto della loro trasformazione. E come il trasformismo non pretende affatto di spiegare «tutta» la storia della formazione delle specie, ma soltanto di portare a un livello scientifico i metodi di questa spiegazione, così anche il materialismo nella storia non ha mai preteso di spiegare tutto, ma soltanto di indicare «l’unico metodo … scientifico» – secondo l’espressione di Marx (Il Capitale) – di spiegare la storia(15).

Da questo si può giudicare quanto siano spiritosi, seri e decorosi i metodi più polemici adoperati dal signor Michajlovskij, quando incomincia col travisare Marx attribuendo al materialismo nella storia l’assurda pretesa di «spiegare tutto», di trovare «la chiave di tutte le serrature storiche» (pretesa che Marx, s’intende, ha smentito subito e in forma molto caustica nella sua «lettera»(16) a proposito degli articoli di Michajlovskij), poi fa dell’ironia su queste pretese da lui stesso inventate e infine, citate le idee esatte di Engels (esatte perché questa volta si dà la citazione e non una parafrasi), – secondo il quale l’economia politica, come la intendono i materialisti «deve tuttora essere creata» e «la scienza economica che sinora possediamo si limita» alla storia della società capitalistica(17). – ne trae la conclusione che «con queste parole si restringe di molto il campo d’azione del materialismo economico»! Quale infinita ingenuità o quale infinita presunzione deve avere un uomo per credere che simili trucchi passino inavvertiti! Dapprima travisa Marx, poi fa dell’ironia sulle proprie menzogne, in seguito cita idee esatte, e adesso ha la sfrontatezza di affermare che queste idee restringono il campo d’azione del materialismo economico!

Dall’esempio seguente si può vedere di che specie e qualità sono le ironie del signor Michajlovskij: «Marx non li» (i fondamenti della teoria del materialismo economico) «motiva» «in nessuno posto», dice il signor Michajlovskij. «E’ vero, Marx si proponeva di scrivere insieme ad Engels un’opera di carattere storico-filosofico e filosofico-storico e, anzi, la scrisse (negli anni 1845-1846), ma essa non fu mai stampata(18). Engels dice: “La parte redatta consiste in una esposizione della concezione materialistica della storia, che prova soltanto quanto a quel tempo fossero ancora incomplete le nostre conoscenze della storia economica”(19). «Cosicché» conclude il signor Michajlovskij «i punti fondamentali del “socialismo scientifico” e della teoria del materialismo economico furono scoperti e subito dopo anche esposti nel Manifesto, in un periodo nel quale, per espresso riconoscimento di uno degli autori, le conoscenze occorrenti per un’opera simile erano in loro ancora deboli».

Come è gentile questa critica, non è vero? Engels dice che essi avevano delle conoscenze deboli nel campo della «storia» economica, e che perciò non avevano stampato una loro opera di carattere storico-filosofico «generale». E il signor Michajlovskij interpreta questo nel senso che le loro conoscenze erano deboli «per un’opera simile», quale l’elaborazione «dei punti fondamentali del socialismo scientifico», cioè della critica scientifica del regime «borghese», già esposta nel Manifesto. Delle due l’una: o il signor Michajlovskij non è in grado di capire la differenza fra il tentativo di abbracciare tutta la filosofia della storia e il tentativo di spiegare scientificamente il regime borghese, oppure egli suppone che Marx ed Engels non avessero conoscenze sufficienti per far la critica dell’economia politica. E, in questo caso, è molto crudele da parte sua non farci conoscere le sue considerazioni a proposito di questa insufficienza, le sue correzioni e le sue aggiunte. La decisione di Marx ed Engels di non pubblicare un’opera di filosofica della storia e di concentrare tutte le sue forze nell’analisi scientifica di una sola organizzazione sociale caratterizza soltanto l’altissimo grado della loro probità scientifica. La decisione del signor Michajlovskij di ironizzare su questo con una piccola aggiunta, secondo la quale Marx ed Engels avrebbero esposto le loro concezioni confessando essi stessi di non aver conoscenze sufficienti per elaborarle, caratterizza soltanto metodi polemici che non attestano né intelligenza, né dignità.

Altro esempio: «Quanto a motivare il materialismo economico come teoria storica, ha fatto di più Engels, l’alter ego di Marx» dice il signor Michajlovskij. «Di lui abbiamo una opera di carattere specificamente storico: L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato in rapporto (im Anschluss) alle indagini di Lewis H. Morgan. Questo “Anschluss” è veramente degno di nota. Il libro dell’americano Morgan(20) fu pubblicato molti anni dopo che Marx ed Engels avevano enunciato i fondamenti del materialismo economico e in modo del tutto indipendente da essa». Ed ecco che «i materialisti economici, avrebbero aderito» a questo libro e, per giunta, poiché nei tempi preistorici non esisteva la lotta delle classi, avrebbero introdotto la seguente «correzione» alla formula della concezione materialistica della storia: il fattore determinante, accanto alla produzione dei valori materiali, è la produzione dell’uomo stesso, cioè la procreazione, che è di primaria importanza nell’epoca primitiva, quando il lavoro, per la sua produttività, era ancora tutt’altro che sviluppato.

«Il grande merito di Morgan – dice Engels – è quello … di avere trovato nelle unioni gentilizie degli indiani dell’America del nord la chiave che ci schiude i più importanti e fin qui insolubili enigmi della più antica storia greca, romana e tedesca»(21). «Dunque – sentenzia a questo proposito il signor Michajlovskij – verso il 1850 veniva scoperta e proclamata una concezione della storia assolutamente nuova, materialistica e veramente scientifica, la quale fece per la scienza storica ciò che la teoria di Darwin aveva fatto per le scienza naturali moderne». Ma questa concezione – ripete poi ancora una volta il signor Michajlovskij – non fu mai motivata scientificamente. «Non soltanto essa non fu verificata sulla base di fatti numerosi e svariati» (il Capitale non è un’opera «corrispondente allo scopo»: in essa vi sono soltanto fatti e analisi minuziose!) «ma non fu neanche sufficientemente motivata, non foss’altro che per mezzo della critica e dell’esclusione degli altri sistemi di filosofia della storia». Il libro di Engels Herr E. Dühring Umwälzung der Wissenschaft(22) «contiene soltanto dei tentativi ingegnosi compiuti cammin facendo», e perciò il signor Michajlovskij ritiene possibile eludere totalmente le numerosissime questioni essenziali che sono toccate in quest’opera, nonostante che questi «tentativi ingegnosi» mostrino molto ingegnosamente l’inconsistenza delle sociologie «che incominciano dalle utopie», nonostante che in questa opera sia svolta una critica particolareggiata di quella «teoria della violenza» secondo la quale gli ordinamenti giuridico-politici determinano gli ordinamenti economici, teoria che i signori pubblicisti della Russkoe Bogatstvo propugnano con tanto zelo. In realtà, è molto facile lanciare, a proposito di un’opera, alcune frasi che non dicono nulla, anziché analizzare seriamente anche una sola delle questioni che essa risolve materialisticamente; per giunta, in questo modo, non si corre nessun pericolo, perché la censura, verosimilmente, non permetterà mai la traduzione di tale libro, e il signor Michajlovskij può definirlo ingegnoso, senza nessun rischio per la sua filosofia soggettivistica.

Ancora più caratteristico e istruttivo (come illustrazione del detto che la lingua è data all’uomo per nascondere il proprio pensiero o per dare alla vacuità la forma del pensiero) è l’apprezzamento del Capitale di Marx. «nel Capitale vi sono pagine brillanti di storia, ma» (magnifico questo «ma»! Non è neppure un «ma», bensì quel celebre «mais» che tradotto in russo vuol dire: «le orecchie non crescono più in su della fronte») «esse, anche per l’intento stesso del libro, concernono un solo periodo storico determinato, e non stabiliscono le tesi fondamentali del materialismo economico, ma toccano semplicemente il lato economico di un certo gruppo di fenomeni storici». In altre parole: il Capitale, che è appunto consacrato soltanto allo studio della società capitalistica, dà un’analisi materialistica di questa società e delle sue sovrastrutture, «ma» il signor Michajlovskij preferisce lasciare da parte quest’analisi: qui si tratta, vedete un po’, soltanto di «un» periodo, e lui, il signor Michajlovskij, vuole abbracciare tutti i periodi, e per giunta abbracciarli in modo da non parlare in particolare neppure di uno di essi. S’intende che per raggiungere questo scopo, – cioè per abbracciare tutti i periodi senza trattarne sostanzialmente nessuno, – c’è soltanto una via: la via dei luoghi comuni e delle frasi «brillanti» e vuote. E nessuno eguaglia il signor Michajlovskij nell’arte di cavarsela con delle frasi. Risulterebbe, secondo lui, che non vale la pena di intrattenersi (in separata sede) sulla sostanza delle indagini di Marx, per la semplice ragione che Marx «non stabilisce le tesi fondamentali del materialismo economico, ma tocca semplicemente il lato economico di un certo gruppo di fenomeni storici».

 Quale profondità di pensiero! – «Non stabilisce», ma «tocca semplicemente»! – Com’è semplice, in realtà, eludere con delle frasi qualsiasi questione! Per esempio: se Marx indica ripetute volte in qual modo i rapporti tra i produttori di merci sono la base dell’uguaglianza dei diritti civili, del libero contratto e degli simili principi dello Stato di diritto, che cosa è questo? Stabilisce in questo modo il materialismo o lo tocca «semplicemente»? Con la modestia che gli è propria, il nostro filosofo evita una risposta alla sostanza della questione e trae direttamente delle conclusioni dai suoi «ingegnosi tentativi» di parlare brillantemente senza dir nulla.

“Non è sorprendente – suona questa conclusione – che quarant’anni dopo la proclamazione di una teoria che aveva la pretesa di illuminare la storia universale, la storia antica dei greci, dei romani e dei germani sia rimasta per questa teoria un enigma insolubile? La chiave di questo enigma è stata data, in primo luogo, da un uomo assolutamente estraneo alla teoria del materialismo economico, da un uomo che non sapeva nulla di essi e, in secondo luogo, è stata data per mezzo di un fattore non economico. Un’impressione piuttosto divertente è suscitata dal termine: “produzione dell’uomo stesso”, cioè procreazione, termine al quale Engels si aggrappa per conservare non foss’altro che un nesso verbale con la formula fondamentale del materialismo economico. Egli è tuttavia costretto a riconoscere che la vita del genere umano per molti secoli non si è svolta secondo questa formula». E, in realtà, voi avete un modo molto «sorprendente» di polemizzare, signor Michajlovskij! La teoria consisteva nell’affermazione che, per «spiegare» la storia, non bisogna cercarne le basi nei rapporti sociali ideologici, ma in quelli materiali. La insufficienza del materiale documentario non permetteva di applicare questo metodo all’analisi di alcuni fenomeni importantissimi della storia più antica d’Europa, per esempio, alla analisi dell’organizzazione gentilizia, che per questa ragione resta un enigma(23).

 Ma ecco che Morgan, grazie al ricco materiale da lui raccolto in America, ha la possibilità di analizzare l’essenza dell’organizzazione gentilizia, ed egli arriva a concludere che la spiegazione di questa forma non deve essere ricercata nei rapporti ideologici (per esempio, nei rapporti giuridici o religiosi), ma nei rapporti materiali. E’ chiaro che questo fatto dà una conferma brillante al metodo materialistico, e niente più. E quando il signor Michajlovskij, stabilisce, a rimprovero di questa dottrina, che, in primo luogo, la chiave dei più difficili enigmi storici è stata trovata da una uomo «assolutamente estraneo» alla teoria del materialismo economico, ci si può soltanto meravigliare che degli uomini possano a tal segno non saper distinguere ciò che parla in loro favore da ciò che li colpisce duramente. In secondo luogo – argomenta il nostro filosofo – la procreazione non è un fattore economico. Ma dove avete «letto» in Marx e in Engels che essi parlassero necessariamente di materialismo economico? Quando essi definirono la loro concezione del mondo, la chiamarono semplicemente: materialismo. La loro idea fondamentale (espressa in modo assolutamente definito se non altro nel passo di Marx citato sopra) era che i rapporti sociali si dividono in rapporti materiali e rapporti ideologici. Questi ultimi sono soltanto una sovrastruttura dei primi, che si creano fuori della volontà e della coscienza dell’uomo, come forma (risultato) dell’attività dell’uomo diretta alla conservazione della propria esistenza. La spiegazione delle forme giuridico-politiche – dice Marx nella suddetta citazione – deve essere cercata «nei rapporti della vita materiale». E allora, il signor Michajlovskij pensa forse che i rapporti concernenti la procreazione rientrino nel novero dei rapporti ideologici? Le spiegazioni del signor Michajlovskij a questo proposito sono così caratteristiche che vale la pena di soffermarsi. «Per quanto ci siamo stillati il cervello sulla “procreazione” – egli dice – per tentare di stabilire un suo nesso anche soltanto verbale col materialismo economico, per quanto la procreazione s’incroci, nella rete complicata dei fenomeni della vita sociale, con altri fenomeni, compresi anche quelli economici, essa ha pur sempre le sue proprie radici fisiologiche e psichiche» (Forse è per i lattanti che voi, signor Michajlovskij, raccontate che la procreazione ha delle radici fisiologiche? Andiamo, cosa volete dar intendere?) «E questo ci ricorda che i teorici del materialismo economico, non solo non hanno fatto i conti con la storia, ma neanche con la psicologia. Non c’è dubbio che i rapporti gentilizi, hanno perduto la loro importanza nella storia dei paesi civili, ma non si può dire così sicuramente la stessa cosa per i rapporti puramente sessuali e familiari. Essi, s’intende, hanno subito dei forti cambiamenti, sotto la pressione della vita, che in generale si va complicando; tuttavia con una certa abilità dialettica si potrebbe dimostrare che non soltanto i rapporti giuridici, ma anche i rapporti i rapporti economici stessi costituiscono una “sovrastruttura” dei rapporti sessuali e familiari. Noi non ci occuperemo di questo; ma ad ogni modo ricorderemo almeno l’istituto dell’eredità».
Finalmente il nostro filosofo è riuscito a venir fuori dal campo delle frasi vuote(24), e a passare a fatti determinati, i quali ammettono una verifica e non permettono tanto facilmente di «eludere con chiacchiere», l’essenza della questione. Vediamo dunque in qual modo il nostro critico di Marx dimostra che l’istituto dell’eredità è una sovrastruttura dei rapporti sessuali e familiari. «Nell’eredità si trasmettono» argomenta il signor Michajlovskij «dei prodotti della produzione economica» («prodotti della produzione economica»!! Che linguaggio dotto!! E com’è sonoro ed elegante!) «e fino a un certo punto l’istituto stesso dell’eredità è condizionato dal fatto della concorrenza economica. Ma, in primo luogo, nell’eredità si trasmettono anche dei valori non materiali, ciò che si esprime nella cura di educare i figli nello spirito dei padri». Cosicché l’educatore dei fanciulli rientra nell’istituto dell’eredità! Per esempio, nelle leggi civili russe c’è un articolo secondo cui «i genitori devono tendere, mediante l’educazione domestica a preparare il carattere dei loro figli e a favorire i proposti del governo».

E’ forse questo quel che il nostro filosofo chiama istituto dell’eredità? «E, in secondo luogo – anche restando esclusivamente nel campo economico, – se l’istituto dell’eredità è inconcepibile senza i prodotti della produzione trasmessi ereditariamente, esso è egualmente inconcepibile senza i prodotti della “procreazione”, senza di essi e senza quella psiche complessa e intima che aderisce direttamente a tali prodotti». (Fate attenzione al linguaggio: la psiche complessa «che aderisce» ai prodotti della procreazione! Questa è una vera perla!). L’istituto dell’eredità è dunque una sovrastruttura dei rapporti familiari e sessuali, perché l’eredità è inconcepibile senza la procreazione. Ma questa è una vera scoperta dell’America! Finora tutti pensavano che la procreazione non potesse spiegare l’istituto dell’eredità più di quanto la necessità di ingerire dei cibi possa spiegare l’istituto della proprietà. Finora tutti pensavano che se, per esempio, in Russia, nell’epoca in cui prosperava il sistema dei pomestie (25), la terra non poteva essere trasmessa in eredità (perché considerata soltanto come proprietà condizionata), bisognava cercare la spiegazione di questo fatto nelle particolarità dell’organizzazione sociale di quel tempo. Il signor Michajlovskij suppone, a quanto pare, che la cosa si spieghi semplicemente col fatto che la psiche, che aderisce ai prodotti della procreazione del proprietario fondiario di quel tempo, si distinguesse per essere non sufficientemente complessa.

Grattate «l’amico del popolo» – possiamo dire parafrasando un detto celebre – e troverete il borghese. In realtà, quale altro significato possono avere questi ragionamenti del signor Michajlovskij intorno al nesso dell’istituto dell’eredità con l’educazione dei figli, la psiche della procreazione, ecc., se non che l’istituto dell’eredità è altrettanto eterno, necessario e sacro quanto l’educazione dei figli! E’ vero, il signor Michajlovskij ha tentato di lasciarsi una scappatoia affermando che «fino a un certo punto l’istituto dell’eredità è condizionato dal fatto della concorrenza economica»; ma questo in realtà non è altro che un tentativo di eludere una risposta categorica alla questione, e per giunta un tentativo compiuto con mezzi inadatti. Come potremo noi prendere in considerazione questa affermazione, quando non ci si dice neppure una parola per precisare quale sia quel «certo punto» fino al quale l’eredità dipende dalla concorrenza, quando non ci si dice affatto in qual modo esattamente si spiega questo nesso tra la concorrenza e l’istituto dell’eredità? Infatti, l’istituto dell’eredità presuppone già la proprietà privata e quest’ultima sorge soltanto quando appare lo scambio. Alla sua base sta la nascente specializzazione del lavoro sociale e l’alienazione dei prodotti sul mercato. Fino a quando, per esempio, tutti i membri della comunità primitiva indiana lavoravano in comune tutti i prodotti a loro necessari, la proprietà privata era impossibile. Quando invece si introdusse nella comunità la divisione del lavoro e i membri della comunità incominciarono a occuparsi ognuno per conto proprio della lavorazione di un qualche prodotto e a venderlo sul mercato, espressione di questa separazione materiale dei produttori di merci fu l’istituto della proprietà privata. Sia la proprietà privata che l’eredità sono categorie di ordinamenti sociali nei quali si sono già formate le piccole famiglie (monogamiche) isolate e lo scambio ha già cominciato a svilupparsi. L’esempio del signor Michajlovskij dimostra tutto l’opposto di quel che egli voleva dimostrare.
Nel signor Michajlovskij c’è ancora un’indicazione concreta, e anch’essa è una perla nel suo genere! «Per quanto riguarda i rapporti gentilizi», continua egli correggendo il materialismo, «essi impallidirono nella storia dei popoli civili, in parte effettivamente sotto raggi dell’influenza delle forme di produzione» (di nuovo un sotterfugio, ma ancor più ovvio.

Quali forme di produzione precisamente? Frase vuota!) «ma in parte si disciolsero, nella loro propria continuazione e generalizzazione, nei rapporti nazionali». Cosicché i rapporti nazionali sono la continuazione e la generalizzazione dei rapporti gentilizi! Il signor Michajlovskij, evidentemente, prende a prestito la sua concezione della storia della società da quella favola per bambini che si insegna agli allievi del ginnasio. La storia della società – afferma questa dottrina scolastica – è la seguente: in principio c’era la famiglia, cellula di ogni società(26), poi – si dice – la famiglia si sviluppò fino a diventare tribù e la tribù si sviluppò fino a formare lo Stato. Se il signor Michajlovskij ripete gravemente questa sciocchezza puerile, ciò dimostra soltanto – oltre a tutto il resto – che egli non ha la minima idea neanche dell’andamento della storia russa. Se si poteva parlare di una vita basata sull’organizzazione gentilizia nella Russia antica, è indubbio che già nel medioevo, all’epoca del regno di Mosca, questi rapporti gentilizi non esistevano più; lo Stato era cioè fondato su unioni nient’affatto gentilizie, ma locali: i signori feudali e i monasteri accoglievano contadini di diverse località, e le comunità così costituite erano puramente territoriali. Tuttavia, non sembra che si potesse parlare in quel tempo di legami nazionali nel senso proprio della parola: lo Stato era frazionato in «terre» staccate, parzialmente anche in principati, che conservavano tracce vive della passata autonomia, particolarità nell’amministrazione, e che avevano talvolta proprie truppe particolari (i boiari locali andavano in guerra con propri reparti militari), frontiere doganali particolari, ecc. Soltanto il periodo moderno della storia russa (approssimativamente dal secolo XVII) è realmente caratterizzato da una fusione di fatto di tutte queste regioni, terre e principati in un tutto unico.

Questa fusione, egregio signor Michajlovskij, non fu originata dai rapporti gentilizi, e neppure dalla loro continuazione e generalizzazione: essa fu originata dall’intensificarsi degli scambi tra le regioni, dallo aumento progressivo della circolazione delle merci, dalla concentrazione dei piccoli mercati locali in un mercato unico di tutta la Russia. E poiché i dirigenti e padroni di questo processo erano i mercanti capitalisti, la creazione di rapporti borghesi. Con entrambe le sue indicazioni concrete, il signor Michajlovskij si è solo dato la zappa sui piedi e non ci ha dato altro che degli esempi di banalità borghesi; «banalità», perché egli ha spiegato l’istituto dell’eredità per mezzo della procreazione e della sua psiche, e la nazionalità per mezzo dei rapporti gentilizi; «borghesi», perché ha scambiato le categorie e le sovrastrutture di una formazione sociale storicamente determinata (fondata sullo scambio) con delle categorie generali e perpetue, come l’educazione dei figli e i rapporti «puramente» sessuali.
E’ qui sommamente caratteristico il fatto che appena il nostro filosofo soggettivista si è provato a passare dalle frasi a indicazioni concrete, basate sui fatti, è immediatamente sprofondato nel pantano. Ed egli, a quanto pare, si stente molto bene in questa posizione non troppo pulita: vi si adagia, si pavoneggia e schizza fango tutt’intorno. Per esempio, quando vuole confutare la tesi secondo cui la storia è una serie di episodi della lotta di classe, egli, dandosi l’aria di pensare profondamente, afferma che questo è un’«esagerazione» e soggiunge: «L’Associazione internazionale degli operai fondata da Marx, organizzata per condurre la lotta di classe, non ha impedito agli operai francesi e tedeschi di massacrarsi e distruggersi reciprocamente«(27), il che dovrebbe dimostrare che il materialismo non ha fatto i conti «con il demone dell’orgoglio nazionale e dell’odio nazionale». Una tale affermazione dimostra da parte del critico la più grossolana incomprensione del fatto che gli interessi molto reali della borghesia commerciale e industriale costituiscono la base principale di quest’odio e che parlare del sentimento nazionale come di un fattore a sé stante significa soltanto occultare l’essenza della questione. Del resto, abbiamo già visto quale profondo concetto della nazionalità abbia il nostro filosofo. Il signor Michajlovskij non sa comportarsi verso l’internazionale se non con un’ironia del tutto degna di un Burenin(28). «Marx. Capo dell’Associazione internazionale degli operai, che è crollata, è vero, ma che deve rinascere». Certo, se si considera come il nec plus ultra della solidarietà internazionale il sistema dello scambio «equo», come l’espone prolissamente e con banalità piccolo-borghese il cronista per gli affari interni nel n. 2 della Russkoe Bogastvo, e se non si comprende che lo scambio, equo e non equo, presuppone e implica sempre il dominio della borghesia, e che, senza distruggere l’organizzazione economica fondata sullo scambio, non è possibile porre termine ai conflitti internazionali, allora è comprensibile che si parli dell’Internazionale soltanto con scherno. Allora è comprensibile che il signor Michajlovskij non possa arrivare in nessun modo a comprendere questa semplice verità: che non c’è nessun altro mezzo di lotta contro l’odio nazionale, all’infuori dell’organizzazione e dell’unione della classe degli oppressi per combattere la classe degli oppressori in ogni singolo paese; all’infuori dell’unione di queste organizzazioni nazionali di operai in un unico esercito operaio internazionale per combattere il capitale internazionale. Quanto al fatto che l’Internazionale non ha impedito agli operai di massacrarsi a vicenda, basterà ricordare al signor Michajlovskij gli avvenimenti della Comune, i quali hanno mostrato quale è l’atteggiamento effettivo del proletariato organizzato verso le classi dirigenti che scatenano le guerre.

In tutta questa polemica del signor Michajlovskij sono soprattutto rivoltanti i metodi. Se egli non è contento della tattica dell’Internazionale, se non condivide le idee in nome delle quali si organizzano gli operai europei, le critiche per lo meno francamente e direttamente, esponendo la sua idea su una tattica più adatta, su concezioni più giuste. Ma egli non muove nessuna obiezione determinata, chiara, e lancia soltanto qua e là, in un diluvio di frasi, degli scherni insensati. Come non chiamare fango questa roba, soprattutto se si tien conto che la difesa delle idee e della tattica dell’Internazionale non è permessa legalmente in Russia? Identici sono i metodi che il signor Michajlovskij adopera quando polemizza con i marxisti russi; senza darsi la pena di formulare con probità ed esattezza determinate loro tesi per sottoporle a una critica diretta e precisa, egli preferisce attaccarsi a piccoli frammenti, che gli sono giunti all’orecchio, di un’argomentazione marxista e travisarli. Giudicate voi stessi: «Marx era troppo intelligente e troppo erudito per credere di aver scoperto proprio lui l’idea della necessità storica dei fenomeni sociali e della loro conformità a una legge … Ai gradini inferiori» (della scala marxista)(29) «non si sa questo» (che «l’idea della necessità storica non è una novità inventata né scoperta da Marx, ma una verità da lungo tempo stabilita») «o, per lo meno, si ha un’idea confusa del secolare dispendio di forze e di energie intellettuali occorso per stabilire questa verità».

S’intende che simili affermazioni possono effettivamente impressionare un pubblico che sente parlare del marxismo per la prima volta, e che tra questo pubblico il critico può con facilità raggiungere il suo scopo: travisare, far dell’ironia e «vincere» (così – a quanto si dice – i collaboratori della Russkoe Bogatstvo giudicano gli articoli del signor Michajlovskij). Chiunque conosca un pochino Marx, vedrà subito tutta la falsità e l’artificiosità di simili metodi. Si può non essere d’accordo con Marx, ma non si può contestare che egli ha formulato nel modo più netto delle concezioni che costituivano una «novità» rispetto a quelle dei socialisti precedenti. La novità consisteva nel fatto che i socialisti precedenti, per motivare le loro concezioni, ritenevano sufficiente mostrare l’oppressione delle masse nel regime esistente, mostrare la superiorità del regime nel quale ognuno avrebbe ricevuto ciò che egli stesso avrebbe prodotto, mostrare che questo regime ideale corrispondeva alla «natura umana», al concetto di una vita etico-razionale, ecc. Marx riteneva impossibile accontentarsi di un simile socialismo.

Egli non si limitò a dare una definizione, un apprezzamento e un giudizio del regime esistente, ma ne diede una spiegazione scientifica, riconducendo questo regime esistente, diverso nei diversi Stati europei e non europei, a una base comune: alla formazione sociale capitalistica, e sottopose le leggi del funzionamento e dello sviluppo di questa società ad un’analisi obiettiva (dimostrò la necessità dello sfruttamento in questo regime). Nello stesso modo, egli non riteneva possibile accontentarsi dell’affermazione che soltanto il regime socialista corrisponde alla natura umana, come dicevano i grandi socialisti utopisti e i loro miseri epigoni, i sociologi soggettivisti. Con la stessa analisi obiettiva del regime capitalistico egli dimostrò la necessità della trasformazione di un regime in regime socialista. (Dovremo ancora ritornare sulla questione del modo come egli precisamente dimostrò questo, e del modo come il signor Michajlovskij contestò questa dimostrazione). Ecco la fonte di quei riferimenti alla necessità che si possono frequentemente incontrare nei marxisti. Il travisamento della questione da parte del signor Michajlovskij è evidente: egli ha omesso tutto il contenuto concreto della teoria, tutta la sua essenza e ha presentato le cose come se tutta la teoria si riducesse alla sola parola «necessità» («non si può invocare soltanto la necessità nelle complicate questioni pratiche»), come se la dimostrazione di questa teoria consistesse nel dire: così esige la necessità storica. In altre parole, egli non ha parlato del contenuto della dottrina; si è aggrappato soltanto a un suo soprannome, e adesso ricomincia a far dell’ironia su questo «semplice circolo banale», nel quale egli stesso si è sforzato di trasformare la dottrina di Marx.

Noi non c’incaricheremo, certo di seguire questo giuoco, perché ormai conosciamo abbastanza bene questa roba. Lasciamo pure che faccia delle capriole a sollazzo e godimento del signor Burenin (il quale non per niente nel Novoe Vremia(30) fa le moine al signor Michajlovskij), lasciamo pure che abbai in sordina contro Marx, dopo avergli fatto delle riverenze: «La sua polemica con gli utopisti e con gli idealisti – dice lui – è unilaterale anche di per se stessa», ossia anche senza la ripetizione dei suoi argomenti da parte dei marxisti. Queste trovate possiamo chiamarle soltanto latrati, perché contro questa polemica il signor Michajlovskij non presenta letteralmente nessuna obiezione di fatto, ben definita, controllabile; cosicché, malgrado il nostro desiderio di iniziare una discussione su questo tema, dato che riteniamo questa polemica estremamente importante per risolvere le questione socialiste russe, non siamo proprio in grado di rispondere ai latrati e possiamo soltanto alzare le spalle: Ah, botolo, forte ti senti Se contro l’elefante abbai!(31)

Non privo d’interesse è il ragionamento successivo del signor Michajlovskij intorno alla necessità storica, giacché esso ci rileva, almeno in parte, l’effettivo bagaglio ideologico del «nostro celebre sociologo» (nomea della quale il signor Michajlovskij, al pari del signor V.V.(32), gode tra i rappresentanti liberali della nostra «società colta»). Egli parla del «conflitto tra l’idea della necessità storica e l’importanza dell’attività personale»: gli uomini politici s’ingannano, quando immaginano di essere coloro che muovono, mentre sono «mossi», sono «marionette messe in movimento da un misterioso retroscena, dalle leggi immanenti della necessità storica». Tale è la conclusione che si vuol fare derivare da quell’idea, che viene perciò chiamata «sterile» e «vaga». Non ogni lettore comprende probabilmente come il signor Michajlovskij sia pervenuto a tutto questo pasticcio delle marionette, ecc. Sta di fatto che quest’idea del conflitto tra il determinismo e la morale, tra la necessità storica e l’importanza dell’individuo, è uno dei trastulli preferiti del filosofo soggettivista. Egli ha imbrattato a questo proposito montagne di carta e detto un cumulo di sciocchezze sentimentali piccolo-borghesi per appianare questo conflitto a vantaggio della morale e della funzione dell’individuo. In realtà qui non c’è nessun conflitto; esso è stato inventato dal signor Michajlovskij, il quale temeva (e non senza ragione) che il determinismo scalzasse le basi della morale piccolo-borghese che gli è così cara. L’idea del determinismo, stabilendo la necessità delle azioni umane, rigettando la favola sciocca del libero arbitrio, non sopprime affatto la ragione o la coscienza dell’uomo, né l’apprezzamento delle sue azioni. Allo opposto, soltanto dal punto di vista del determinismo è possibile dare un apprezzamento rigoroso e giusto, invece di attribuire tutto ciò che si vuole al libero arbitrio. Nello stesso modo anche l’idea della necessità storica non compromette per nulla la funzione dell’individuo nella storia: tutta la storia si compone appunto delle azioni di individui che sono indubbiamente dei fattori attivi. La questione reale che sorge quando si deve giudicare l’attività sociale di un individuo, consiste nel sapere: in quali condizioni il successo è assicurato a questa attività? Quali sono le garanzie che questa attività non rimanga un atto isolato, sommerso in una marea di atti contrastanti? A questo si riduce anche un’altra questione che i socialdemocratici e gli altri socialisti russi risolvono differentemente: in qual modo l’attività tendente all’attuazione del regime socialista deve attrarre le masse per dar risultati seri? E’ evidente che la soluzione di questo problema dipende direttamente e immediatamente dal concetto che si ha del raggruppamento delle forze sociali in Russia, della lotta delle classi, di cui si compone la realtà russa; e anche questa volta il signor Michajlovskij non ha fatto altro che girare attorno alla questione senza neppur tentare di porla esattamente e senza provarsi a darle una qualche soluzione. La soluzione socialdemocratica della questione è fondata, com’è noto, sulla convinzione che gli ordinamenti economici russi sono rappresentati da una società borghese, dalla quale vi può essere una sola via d’uscita, – derivante necessariamente dall’essenza stessa del regime borghese, – cioè la lotta di classe del proletariato contro la borghesia.

 E’ evidente che una critica seria dovrebbe essere diretta o contro l’opinione secondo la quale i nostri ordinamenti sono ordinamenti borghesi, o contro il concetto che si ha dell’essenza di questi ordinamenti e delle leggi del loro sviluppo; ma ad affrontare delle questioni serie il signor Michajlovskij non ci pensa neppure. Egli preferisce cavarsela con una fraseologia vuota a proposito della necessità, che sarebbe una parentesi troppo generica, ecc. Sicuro, ogni idea sarà una parentesi troppo generica, signor Michajlovskij, se la svuotate, come fareste con un pesce secco, di tutto il contenuto, e poi incominciate a prendervela con la pelle rimasta! Questa pelle che ricopre le questioni realmente serie, scottanti, del nostro tempo, rappresenta il campo di azione preferito del signor Michajlovskij, il quale, per esempio, sottolinea con particolare fierezza che «il materialismo economico trascura o mette in una luce falsa la questione degli eroi e della folla». Vogliate notare che il domandarsi da quali classi in lotta precisamente sia formata la realtà russa contemporanea e su quale terreno essa sorga, è verosimilmente una questione troppo generica per il signor Michajlovskij, ed egli la elude. Invece il problema dei rapporti esistenti tra l’eroe e la folla – non importa se formata di operai, di contadini, di fabbricanti o di proprietari terrieri – lo interessa in sommo grado. Può darsi che anche queste siano questioni «interessanti»; ma rimproverare ai materialisti di orientare tutti i loro sforzi alla soluzione di quei problemi che hanno un rapporto diretto con la liberazione della classe lavoratrice, significa essere un ammiratore della scienza filistea e nient’altro.

A conclusione della sua «critica»(?) del materialismo, il signor Michajlovskij ci offre ancora una falsificazione e un tentativo di travisare i fatti. Dopo aver espresso dei dubbi sulla giustezza dell’opinione di Engels, secondo cui il Capitale era stato accolto dalla congiura del silenzio da parte degli economisti ufficiali(33) (ed egli giustifica i suoi dubbi con la lcuriosa considerazione che in Germania esistono molte università!), il signor Michajlovskij dice: «Marx, d’altronde, non mirava esclusivamente a questa cerchia di lettori» (gli operai) «e aspettava qualche cosa anche dagli uomini di scienza». E’ assolutamente falso: Marx comprendeva benissimo che non si poteva fare assegnamento sull’imparzialità e sulla critica scientifica dei rappresentanti borghesi della scienza, e nel poscritto alla seconda edizione del Capitale si pronunciò a questo proposito nel modo più netto. Egli vi dice: «La comprensione che il Capitale ha trovato rapidamente in vaste sfere della classe operaia tedesca è la miglior ricompensa del mio lavoro». Un uomo che economicamente rappresenta il punto di vista borghese, il signor Mayer, fabbricante viennese, ha giustamente mostrato in un opuscolo uscito durante la guerra franco-tedesca che il grande senso teorico (der grosse theoretische Simm), che veniva considerato patrimonio ereditario tedesco, è stato completamente smarrito dalle cosiddette classi colte della Germania. E invece torna a rivivere nella sua classe operaia»(34).

Il travisamento riguarda ancora il materialismo ed è interamente congegnato secondo il primo stampo: «la teoria» (del materialismo) «non è mai stata motivata e controllata scientificamente». Questa è la tesi. Dimostrazione «Alcune buone pagine di contenuto storico appartenenti a Engels, a Kautsky e ad alcuni altri (come nell’emerita opera di Blos) potrebbero fare a meno dell’etichetta del materialismo economico, giacché» (notare. «giacché») «in realtà» (sic!) «in esse si tiene conto di tutta la complessità della vita sociale, anche se in questo accordo prevale la nota economica». Conclusione…: «Nella scienza, il materialismo economico non si è giustificato».

Vecchio giuoco! Per dimostrare che una teoria è infondata, il signor Michajlovskij incomincia con lo snaturarla, attribuendole l’intento assurdo di non prendere in considerazione tutta la complessità della vita sociale, mentre, al contrario, i materialisti (marxisti) sono stati i primi socialisti che sollevarono la questione della necessità di analizzare non soltanto la vita economica, ma tutti gli aspetti della vita sociale(35), in seguito constata che, «in realtà», i materialisti hanno spiegato «bene» tutta la complessità della vita sociale mediante l’economia (fatto che evidentemente si rivolge contro l’autore), e infine trae la conclusione che il materialismo «non si è giustificato». Invece le vostre falsificazioni, signor Michajlovskij, si sono giustificate ottimamente!

Ecco tutti gli argomenti che il signor Michajlovskij adduce per «confutare» il materialismo! Ripeto: qui non c’è nessuna critica, ma ci sono chiacchiere pretenziose e vuote. Domandate a chiunque: quali obiettivi ha addotto il signor Michajlovskij contro l’idea che i rapporti di produzione stanno alla base degli altri rapporti? Come ha confutato la giustezza del concetto – elaborato da Marx per mezzo del metodo materialistico – della formazione sociale e del processo storico naturale di sviluppo di queste formazioni? Come ha dimostrato l’inesattezza delle spiegazioni materialistiche (almeno di quelle fornite dagli scrittori che egli ha menzionato) dei diversi problemi storici? Costui non potrà far a meno di rispondervi: egli non ha addotto nessuna obiezione, non ha confutato nulla, non ha indicato nessuna inesattezza. Egli non ha fatto altro che girare attorno alla questione sforzandosi di mascherare l’essenza con delle frasi, e cammin facendo ha ideato vari trucchi meschini.

E da un critico di tal fatta non c’è da aspettarsi nulla di serio quando egli, nel n. 2 della Russkoe Bogatstvo, continua a confutare il marxismo. La sola differenza è che la sua facoltà inventiva in materia di falsificazioni è già esaurita, ed egli incomincia a utilizzare le falsificazioni altrui.
Come esordio, ci offre uno sproloquio intorno alla «complessità» della vita sociale: ecco – egli dice – il galvanismo, per esempio, è legato anche col materialismo economico, poiché gli esperimenti di Galvani «fecero impressione» anche su Hegel. Che spirito ammirevole! Con lo stesso successo si potrebbe stabilire un legame tra il signor Michajlovskij e l’imperatore della Cina! Che cosa ne consegue, se non che certi uomini sono soddisfatti quando dicono delle sciocchezze?!

«L’essenza del corso storico delle cose – continua il signor Michajlovskij, – inafferrabile in generale, non è stata colta neppure dalla dottrina del materialismo economico, quantunque essa poggi, a quel che pare, su due pilastri: sulla scoperta dell’importanza determinante delle forme di produzione e di scambio, e sul carattere assoluto del processo dialettico».

Dunque, i materialisti si appoggiano sul «carattere assoluto» del processo dialettico! Basano cioè le loro teorie sociologiche sulle triadi di Hegel. Ci troviamo di fronte all’accusa banale che attribuisce al marxismo la dialettica hegeliana, accusa che, a quanto pare, è già stata abbastanza logorata dai critici borghesi di Marx. Questi signori, i quali non sono in grado di obiettare nulla di sostanziale contro la dottrina, si sono aggrappati al modo di esprimersi di Marx, si sono gettati contro l’origine della teoria, pensando in questo modo di intaccarne l’essenza. E il signor Michajlovskij non si fa scrupolo di ricorrere a simili metodi. Gli è servito di pretesto un capitolo dell’opera di Engels contro Dühring, che aveva attaccato la dialettica di Marx, Engels replica che Marx non ha mai pensato di «dimostrare» qualche cosa con le triadi di Hegel, che Marx aveva soltanto studiato e investigato il processo reale, che egli riconosceva come unico criterio di una teoria la sua fedeltà alla realtà. Se poi, qualche volta, avviene che lo sviluppo di un qualche fenomeno sociale sembra coincidere con lo schema hegeliano – tesi, negazione, negazione della negazione, – non c’è nulla di stupefacente, giacché nella natura questo non è affatto una cosa rara. Ed Engels comincia a citare degli esempi tratti dal campo della storia naturale (sviluppo del seme) e dal campo sociale, del genere di questo: all’inizio vi era il comunismo primitivo, poi la proprietà privata, e poi la socializzazione capitalistica del lavoro; oppure: da principio vi era il materialismo primitivo, poi l’idealismo e, infine, il materialismo scientifico, ecc. E’ chiaro per tutti che il centro di gravità dell’argomentazione di Engels è che i materialisti devono rappresentare in modo giusto ed esatto il processo storico effettivo; che l’insistenza sulla dialettica, la scelta di esempi i quali dimostrano che la triade è giusta, non sono che residui di quell’hegelismo dal quale è sorto il socialismo scientifico, residui del suo modo d’esprimersi. E invero, quale importanza possono avere esempi di processi «dialettici», dal momento che si è dichiarato categoricamente che è assurdo voler «dimostrare» una cosa con le triadi, che nessuno ha mai pensato a questo? Non è chiaro che questa è un’allusione all’origine della dottrina e niente più? Il signor Michajlovskij lo sente lui stesso, quando afferma che a una teoria non conviene far colpa della sua origine. Ma per vedere in questi ragionamenti di Engels qualche cosa di più dell’origine della teoria, bisognerebbe, evidentemente, dimostrare che almeno un problema storico è stato risolto dai materialisti non sulla base di fatti appropriati, ma per mezzo delle triadi. Ha forse tentato di dimostrare questo il signor Michajlovskij? Niente affatto. Al contrario, egli stesso è stato costretto a riconoscere che «Marx ha talmente riempito di contenuto concreto lo schema dialettico vuoto, che lo si può esportare da questo contenuto come il coperchio della scodella, senza che nulla cambi» (più avanti parleremo dell’eccezione che fa qui il signor Michajlovskij a proposito dell’avvenire). Se le cose stanno così, perché mai il signor Michajlovskij si occupa con tanto zelo del coperchio che non cambia nulla? A che scopo continua a ripetere che i materialisti «si appoggiano» sul carattere assoluto del processo dialettico? A che scopo afferma che, combattendo contro questo coperchio, egli combatte contro uno dei «pilastri» del socialismo scientifico, quando ciò è manifestamente falso?

E’ ovvio che non mi metterò a esaminare come il signor Michajlovskij analizza gli esempi di triadi, perché, ripeto, ciò non ha nessun rapporto né col materialismo scientifico, né col marxismo russo. Ma c’è una questione interessante: per quali ragioni, in fin dei conti, il signor Michajlovskij ha snaturato in tal modo l’atteggiamento dei marxisti verso la dialettica? Le ragioni sono due: in primo luogo, il signor Michajlovskij ha sentito il suono della campana, ma non sa da che parte venga, in secondo luogo, il signor Michajlovskij ha commesso (o, meglio, ha preso da Dühring) un’altra falsificazione.
Ad 1)(36). Il signor Michajlovskij, leggendo le pubblicazioni marxiste, ha continuamente urtato nel «metodo dialettico» nella scienza sociale, nel «pensiero dialettico» sempre nella sfera delle questioni sociali (della quale soltanto si tratta), ecc. Nella semplicità dell’animo suo (meno male se non è che semplicità!) egli si è detto che questo metodo consiste nel risolvere tutti i problemi di sociologia secondo le leggi della triade di Hegel. Se egli avesse considerato la cosa con appena un po’ di attenzione, non avrebbe potuto non convincersi dell’assurdità di questa concezione. Ciò che Marx ed Engels chiamavano metodo dialettico – in contrapposizione al metodo metafisico – non è null’altro che il metodo scientifico in sociologia, consistente nel considerare la società come un organismo vivente, in continuo sviluppo (e non come qualche cosa di meccanicamente concatenato, che ammette, per conseguenza, ogni sorta di combinazioni arbitrarie di singoli elementi sociali), per lo studio del quale è necessaria l’analisi obiettiva dei rapporti di produzione che costituiscono una data formazione sociale e la ricerca delle leggi del suo funzionamento e del suo sviluppo. Cercheremo di illustrare più avanti, con l’esempio dei ragionamenti dello stesso signor Michajlovskij, il rapporto tra il metodo dialettico e il metodo metafisico (nel cui concetto rientra, senza dubbio, anche il metodo soggettivo in sociologia).

Per ora noteremo soltanto che chiunque legga la definizione e l’esposizione del metodo dialettico in Engels (nella polemica contro Dühring. In russo: L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza), o in Marx (varie note nel Capitale e Poscritto alla seconda edizione; Miseria della filosofia), constaterà che delle triadi di Hegel non si parla neppure, ma che tanto si riduce a considerare l’evoluzione sociale come un processo storico-naturale di sviluppo delle formazioni economico-sociali. Come dimostrazione riporto in extenso(37) l’esposizione del metodo dialettico pubblicata nel Vestnik Europy, anno 1982, n. 5 (la nota intitolata: Il punto di vista della critica dell’economia politica di K. Marx)(38), che Marx cita nel suo Poscritto alla seconda edizione del Capitale. In questo proscritto Marx dice che il metodo da lui applicato nel Capitale era stato mal compreso. «I recensori tedeschi, naturalmente, gridano alla sofistica hegeliana». E per maggior chiarezza Marx cita l’esposizione del suo metodo, data nella nota suddetta.

Per Marx – si dice in quella nota – una cosa importa, e precisamente: trovare la legge, dei fenomeni che sta indagando, e per lui è importante soprattutto la legge del loro mutamento, del loro sviluppo, del trapasso dei fenomeni da una forma nell’altra, da un ordinamento dei rapporti sociali nell’altro. In conseguenza di ciò Marx si preoccupa di una cosa sola: comprovare attraverso un’indagine scientifica precisa la necessità degli attuali ordinamenti dei rapporti sociali, constatando nel modo più completo possibile quei fatti che gli servono come punti di partenza o come punti di appoggio. A questo scopo è del tutto sufficiente dimostrare, insieme alla necessità dell’ordine esistente, la necessità di un ordine nuovo, nel quale il primo deve trapassare inevitabilmente, del tutto indifferente rimanendo che gli uomini vi credano o non vi credano, che essi ne siano o non ne siano coscienti. Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale, retto da leggi che non solo non dipendono dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma che, anzi, determinano la loro volontà, la loro coscienza e le loro intenzioni. (Ne prendano nota i signori soggettivisti, che distinguono lo sviluppo sociale dallo sviluppo che ha luogo nella storia naturale appunto perché l’uomo si prefigge dei «fini» coscienti ed è guidato da determinati ideali).

Se l’elemento cosciente ha una funzione così subordinata nella storia della civiltà, è ovvio che la critica che ha per oggetto la civiltà stessa men che mai potrà prendere a fondamento una qualsiasi forma o un qualsiasi risultato della coscienza. Il che significa che non l’idea, ma solo il fenomeno esterno, oggettivo, può servirle come punto di partenza. La critica deve consistere nel raffrontare, nel comparare un fatto determinato non con l’idea, ma con un altro fatto; per essa importa soltanto che entrambi i dati di fatto vengano indagati nel modo più esatto possibile e che costituiscono differenti momenti di sviluppo l’uno in confronto all’altro; inoltre è particolarmente necessario che venga indagata con altrettanta esattezza tutta la serie degli ordinamenti noti, la loro successione e il nesso nel quale si presentano i vari gradi dello sviluppo. Marx nega proprio l’idea che le leggi della vita economica siano identiche sia per il passato che per l’avvenire. Al contrario ogni periodo storico ha le sue leggi proprie. La vita economica ci offre un fenomeno analogo a quello della storia dello sviluppo negli altri settori della biologia. Gli economisti del passato, quando confrontavano le leggi economiche con le leggi della fisica e della chimica, non ne comprendevano la natura. Un’analisi più profonda dimostra che la distinzione fra i vari organismi sociali è altrettanto profonda quanto quella fra gli organismi vegetali e gli organismi animali. Marx proponendosi di studiare l’ordinamento economico capitalistico da questo punto di vista, non fa che formulare con rigore scientifico lo scopo che deve proporsi ogni indagine precisa della vita economica. Il valore scientifico di tale indagine sta nella spiegazione delle leggi specifiche (storiche) che regolano nascita, esistenza, sviluppo e morte di un organismo sociale dato e la sua sostituzione da parte di un altro, superiore.

Ecco una descrizione del metodo dialettico pescata da Marx nella gran mole di note apparse sui giornali e sulle riviste a proposito del Capitale, e tradotta da lui in tedesco perché, com’egli dice, questa definizione del metodo è perfettamente esatta. Ci si domanda: si trova qui anche una sola parola che ricordi le triadi, le tricotomie, il carattere perentorio del processo dialettico e altre simili assurdità, contro le quali guerreggia così cavallerescamente il signor Michajlovskij? E Marx, dopo questa descrizione, dice esplicitamente che il suo metodo è «direttamente l’opposto» del metodo di Hegel. Per Hegel, lo sviluppo dell’idea, conformemente alle leggi dialettiche della triade, determina lo sviluppo della realtà. E’ ovvio che soltanto in questo caso si potrebbe parlare dell’importanza delle triadi, del carattere perentorio del processo dialettico. Per me, al contrario, – dice Marx – «l’elemento ideale non è che il riflesso dell’elemento materiale». E tutto si riduce in questo modo a «una comprensione positiva del presente e della sua evoluzione necessaria»: alle triadi non resta altra funzione che quella del coperchio e della pelle («ho civettato con il linguaggio hegeliano», dice Marx in questo stesso poscritto), che può interessare soltanto dei filistei. Ci si domanda ora: come dobbiamo giudicare un uomo che ha voluto criticare uno dei «pilastri» del materialismo scientifico, cioè la dialettica, e si è messo a parlare di tutto un po’, persino delle rane e di Napoleone, senza dire però che cosa sia questa dialettica, senza dire lse lo sviluppo della società sia effettivamente un processo storico-naturale, se sia giusta la concezione materialistica delle formazioni economico-sociali considerate come organismi sociali particolari, se siano giusti i metodi di analisi obiettiva di queste formazioni, se sia vero che le idee sociali non determinano l’evoluzione sociale, ma sono determinate da essa, e così via? Si può ammettere che in questo caso vi sia soltanto incomprensione?

Ad 2)(39) Dopo una simile «critica» della dialettica, il signor Michajlovskij attribuisce a Marx questi metodi di dimostrazione «per mezzo» della triade hegeliana e, s’intende, combatte vittoriosamente contro di essi. «Per quanto concerne l’avvenire – egli dice – le leggi immanenti della società sono stabilite in modo esclusivamente dialettico». (Ecco l’eccezione ricordata sopra). Il ragionamento di Marx intorno alla inevitabilità dell’espropriazione degli espropriatori in virtù delle leggi dello sviluppo del capitalismo ha «un carattere esclusivamente dialettico». L’«ideale» di Marx della comunanza della terra e del capitale, «nel senso della sua inevitabilità e certezza, si regge esclusivamente all’estremità della catena hegeliana a tre anelli».

Quest’argomento è interamente preso da Dühring, che lo aveva esposto nella sua Kritische Geschichte der Nationaloekonomie und des Sozialismus(40). Ma il signor Michajlovskij non fa nessun accenno a Dühring. Che, dopo tutto, sia riuscito a escogitare da solo questo travisamento di Marx?
Engels ha dato una magnifica risposta a Dühring, e poiché egli cita anche la critica di Dühring, ci limiteremo a questa risposta di Engels(41). Il lettore vedrà che essa può servire interamente anche per il signor Michajlovskij.

«”Questo schizzo storico (della genesi della cosiddetta accumulazione primitiva del capitale in Inghilterra) – dice Dühring – è ancora relativamente la cosa migliore del libro di Marx, e sarebbe ancora migliore se non si fosse puntellato per andare avanti, oltre che sulle grucce della dottrina, su quelle della dialettica. Cioè, in mancanza di qualche mezzo migliore e più chiaro, qui la hegeliana negazione della negazione deve far da levatrice ed estrarre l’avvenire dal grembo del passato. La soppressione della proprietà individuale, compiutasi nella maniera già detta sin dal XVI secolo, è la prima negazione. Essa sarà seguita da una seconda, caratterizzata come negazione della negazione e perciò come ristabilimento della ‘proprietà individuale’, ma in una forma più elevata, basata sul possesso comune del suolo e degli strumenti di lavoro. Se questa nuova ‘proprietà individuale’ è stata ad un tempo chiamata dal signor Marx anche proprietà sociale, qui si appalesa la superiore unità di Hegel, nel quale la contraddizione deve essere superata [aufgehohen, termine speciale hegeliano], ossia, secondo un giuoco di parole, deve essere insieme sorpassata e conservata … Conseguentemente l’espropriazione degli espropriatori è per così dire il prodotto automatico della realtà storica nelle sue relazioni materiali esterne … Difficilmente un uomo si lascerebbe convincere della necessità della proprietà comune del suolo e del capitale sul credito dato alle fandonie di Hegel, una delle quali è la negazione della negazione … L’ibrida forma nebulosa delle idee di Marx non sorprenderà, del resto, chi sappia che cosa si può combinare o piuttosto che stravaganze devono venir fuori prendendo come base scientifica la dialettica di Hegel. Per chi sia ignaro di questi artifici bisogna notare espressamente che la prima negazione hegeliana è il concetto catechistico del peccato originale, e la seconda è quella di una superiore unità che porta alla redenzione. Ora, non è effettivamente possibile fondare la logica dei fatti su questo giochetto analogico preso a prestito dal campo della religione … Il sig. Marx resta tranquillamente nel mondo nebuloso della sua proprietà ad un tempo individuale e sociale e lascia ai suoi adepti di risolvere questo profondo enigma dialettico”». Così parla il signor Dühring.

«Quindi – conclude Engels – Marx non può dimostrare la necessità della rivoluzione sociale, l’instaurazione di una società fondata sulla proprietà comune della terra e dei mezzi di produzione creati dal lavoro, altrimenti che invocando la hegeliana negazione della negazione; e basando la sua teoria socialista su questo giochetto analogico preso a prestito dalla religione, arriva al risultato che nella società dell’avvenire dominerà una proprietà ad un tempo individuale e sociale, intesa come unità superiore hegeliana data dal superamento delle contraddizione(42).
«Lasciamo da parte per intanto la negazione della negazione e guardiamo alla “proprietà ad un tempo individuale e sociale”. Essa viene caratterizzata dal sig. Dühring come un “mondo nebuloso” e, cosa meravigliosa, in ciò egli ha veramente ragione. Ma disgraziatamente chi si trova in questo mondo nebuloso non è Marx, ma invece ancora una volta proprio il sig. Dühring …» Correggendo Marx secondo Hegel, gli attribuisce quella unità superiore della proprietà di cui Marx non ha detto neppure una parola.

«In Marx leggiamo: “E’ la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul processo collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso. La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale”. Questo è tutto. Lo stato di cose instaurato mediante l’espropriazione degli espropriatori viene quindi caratterizzato come il ristabilimento della proprietà individuale ma sulla base della proprietà sociale della terra e dei mezzi di produzione creati dal lavoro stesso. Ciò significa, per chiunque capisca il senso delle parole» (anche russe, signor Michajlovskij, essendo la traduzione assolutamente esatta), «che la proprietà sociale si estende alla terra e agli altri mezzi di produzione e la proprietà individuale ai prodotti, e quindi agli oggetti d’uso. E perché la cosa sia comprensibile anche a un bambino di sei anni, Marx suppone a p. 56» (dell’edizione tedesca, [edizione russa, p. 30]) «”un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale”, quindi una società organizzata socialisticamente, e dice: “Il prodotto complessivo dell’associazione è prodotto sociale. Una parte serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale. Ma un’altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell’associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi”(43). E questa cosa è davvero abbastanza chiara anche per la testa hegelianizzata del sig. Dühring.

«La proprietà ad un tempo individuale e sociale, questa ibrida forma confusa, questa insulsaggine che risalta necessariamente dalla dialettica di Hegel, questo mondo nebuloso, questo profondo enigma dialettico che Marx lascia da risolvere ai suoi adepti, ancora una volta è una libera creazione e una libera immaginazione del sig. Dühring…

«Ma – continua Engels – quale funzione ha in Marx la negazione della negazione? A p. 791 e sgg.» (edizione russa p. 648 e sgg.) «egli riassume i risultati conclusivi dell’indagine compiuta nelle cinquanta pagine» (nell’edizione russa trentacinque) «che precedono, sulla cosiddetta accumulazione primitiva del capitale. Prima dell’era capitalistica esistevano, almeno in Inghilterra, piccole industrie fondate sulla proprietà privata che il lavoratore aveva dei suoi mezzi di produzione. La cosiddetta accumulazione primitiva del capitale qui è consistita nell’espropriazione di questi produttori immediati, cioè nella dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro proprio. Questo fenomeno fu possibile perché la piccola industria, di cui abbiamo parlato sopra, era compatibile solo con limiti naturali e angusti della produzione e della società e perciò ad un certo livello crea i mezzi materiali della sua propria distruzione. Questa distruzione, la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e frazionati in mezzi di produzione socialmente concentrati, forma la preistoria del capitale. Appena gli operai si sono trasformati in proletari, i loro mezzi di lavoro si sono trasformati in capitale, appena il modo di produzione capitalistico comincia a reggersi in piedi l’ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione» (in capitale) «e perciò l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati, prendono una forma nuova. “Ora, quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai. Questa espropriazione si compie attraverso il giuoco delle leggi immanenti della stessa produzione capitalistica, attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, l’economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati”(44).

«Ed ora io chiedo al lettore: dove sono gli intrecci dialettici aggrovigliati e gli arabeschi di idee, quel garbuglio mal concepito di idee per cui in fine tutto è uno, dove i miracoli dialettici ad uso dei fedeli, dove il gran mistero della dialettico, dove gli aggrovigliamenti conformi alla dottrina hegeliana del logos, senza i quali Marx, secondo il sig. Dühring, è incapace di compiere il suo sviluppo? Marx dimostra semplicemente dal punto di vista storico, e brevemente riassume, questo concetto: che proprio come una volta la piccola industria creò necessariamente col suo proprio sviluppo le condizioni della sua distruzione, cioè dell’espropriazione dei piccoli proprietari, così era il modo di produzione capitalistico ha creato del pari le stesse condizioni materiali che necessariamente lo distruggono. E’ questo un processo storico, e se ad un tempo è un processo dialettico, la colpa non è di Marx, per quanto ciò possa essere spiacevole per il sig. Dühring.

«Solo ora, dopo aver portato a termine la sua dimostrazione storico-economica, Marx prosegue: “Il modo di appropriazione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E’ la negazione della negazione(45), ecc. (come si è citato sopra).
«Marx non pensa dunque, caratterizzando questo processo come negazione della negazione, di dimostrare per questa via che esso è un processo storicamente necessario. Al contrario: dopo aver dimostrato storicamente che il processo, in effetti, in parti si è compiuto e in parte deve ancora compiersi, lo caratterizza inoltre come un processo che si compie secondo una legge dialettica determinata. Questo è tutto. Ancora una volta è quindi una pura insinuazione del sig. Dühring la sua affermazione che la negazione della negazione debba qui far da levatrice, estraendo l’avvenire dal grembo del passato, o che Marx esiga che ci si debba, sul credito accordato alla negazione della negazione, lasciar convincere della necessità della proprietà comune del suolo e del capitale» (p.125).

Il lettore vede che tutta questa magnifica lezione che Engels impartisce a Dühring può per intero essere rivolta anche al sig. Michajlovskij, il quale afferma esattamente la stessa cosa, e cioè che per Marx l’avvenire si regge esclusivamente all’estremità della catena hegeliana e che la convinzione della sua inevitabilità può essere soltanto fondata sulla fede(46).

Tutta la differenza tra Dühring e il sig. Michajlovskij si riduce ai due seguenti piccoli punti: in primo luogo, Dühring, quantunque non possa parlare di Marx senza avere la bava alla bocca, ha tuttavia ritenuto necessario ricordare nel paragrafo successivo della sua Storia che Marx nel poscritto respinge categoricamente l’accusa di hegelismo. Invece il signor Michajlovskij non dice una parola di quest’esposizione (citata sopra), assolutamente chiara e netta, nella quale Marx dice che cosa intende per metodo dialettico.

In secondo luogo, l’altra originalità del signor Michajlovskij consiste nel fatto che egli ha concentrato tutta la sua attenzione sull’impiego dei tempi dei verbi. Perché, quando parla dell’avvenire, Marx adopera il presente? – domanda il nostro filosofo con aria trionfante. A tal proposito voi potete trovare delle spiegazioni in ogni grammatica, o emerito critico: vi si dirà che il presente si adopera invece del futuro quando questo futuro appare come sicuro e inevitabile. Ma perché questo, perché è sicuro? – chiede allarmato il signor Michajlovskij, volendo mostrare un’agitazione tale da giustificare anche i suoi travisamenti. Anche a questo proposito Marx ha dato una risposta assolutamente netta. Si può pensare che questa risposta sia insufficiente o errata, ma allora bisogna dire in che cosa precisamente e perché precisamente essa è errata, e non dir delle sciocchezze sullo hegelismo.
Vi fu un tempo in cui il sig. Michajlovskij non soltanto sapeva lui stesso in che cosa consisteva questa risposta, ma l’insegnava anche agli altri. Il signor Žukovskij nel 1877 non aveva il diritto morale di eludere la questione, mentre invece il signor Michajlovskij nel 1894 ha questo diritto morale! Forse quod licet Iovi non licet hovi?(47).

Non posso non ricordare qui un fatto curioso a proposito della concezione di questa socializzazione, esposta una volta dalle Otecestvenye Zapiski(48). Nel n. 7 dell’anno 1883 fu pubblicata una Lettera alla redazione di un certo signor Postoronny(49, il quale, proprio come il signor Michajlovskij, riteneva problematica la «costruzione» di Marx a proposito del futuro. «In sostanza – ragiona questo signore – la forma sociale del lavoro sotto il dominio del capitalismo si riduce al fatto che alcune centinaia o miglia di operai torniscono, battono, aggiustano, temprano, caricano, tirano e compiono ancora molte altre operazioni nello stesso locale. Ma il carattere generale di questo regime è ottimamente espresso nel detto “ognuno per sé e dio per tutti”. Che cosa c’entra qui la forma sociale del lavoro?».

Si vede che quest’uomo ha capito di che si tratta! «La forma sociale del lavoro» «si riduce» al «lavoro nello stesso locale»! E dopo idee così barbare, esposte per di più in una delle migliori riviste russe, ci si vuol convincere che la parte teorica del Capitale è generalmente riconosciuta dalla scienza. Sì, non avendo la capacità di obiettare qualche cosa di serio al Capitale «la scienza universalmente riconosciuta» ha incominciato a inchinarsi davanti a esso, continuando nello stesso tempo a dimostrare la più elementare ignoranza e a ripetere le vecchie banalità dell’economia scolastica. Bisogna soffermarsi alquanto su questo punto per mostrare al signor Michajlovskij qual è l’essenza della questione, che egli, secondo la sua inveterata abitudine, ha completamento lasciato in disparte.

La socializzazione del lavoro ad opera della produzione capitalistica non consiste assolutamente nel fatto che gli uomini lavorano nello stesso locale (questa è soltanto una piccola parte del processo), ma nel fatto che la concentrazione dei capitali è accompagnata da una specializzazione del lavoro sociale, dalla diminuzione del numero dei capitalisti in ogni determinata branca dell’industria e dell’aumento del numero delle branche particolari dell’industria; nel fatto che molti processi frazionati della produzione si fondono in un unico processo sociale di produzione. Se, per esempio, nell’epoca della tessitura artigiana i piccoli produttori filavano essi stessi il loro filo e tessevano le stoffe, avevamo allora poche branche d’industria (filatura e tessitura erano fuse insieme). Ma se la produzione viene socializzata dal capitalismo, il numero delle branche particolari dell’industria aumenta, la filatura del cotone e la tessitura si fanno a parte; questa specializzazione e questa concentrazione della produzione fanno sorgere a loro volta nuove branche: la produzione di macchine, l’estrazione del carbone fossile, ecc. In ogni branca dell’industria, diventata oggi più specializzata, il numero dei capitalisti diminuisce continuamente. Ciò significa che il legame sociale tra i produttori si consolida sempre più, che i produttori isolati eseguiva da solo parecchie operazioni e perciò era relativamente indipendente dagli altri: se, per esempio, l’artigiano seminava lui stesso il lino, lo filava e lo tesseva, egli era quasi indipendente dagli altri. In un simile regime di piccoli produttori di merci isolati (e soltanto in esso) si giustificava il detto: «ognuno per sé e dio per tutti», vale a dire l’anarchia delle fluttuazioni del mercato. Le cose vanno in un modo del tutto diverso quando si giunge, grazie al capitalismo, alla socializzazione del lavoro. Il fabbricante che produce delle stoffe dipende dal fabbricante che fila il cotone; quest’ultimo dal capitalista piantatore che ha seminato il cotone, dal proprietario dell’officina nella quale si fabbricano le macchine, da quello della miniera di carbone fossile, ecc. ecc. Ne risulta che nessun capitalista può fare a meno degli altri. E’ chiaro che il detto «ognuno per sé» non è più applicabile in nessun modo ad un simile regime: qui ormai ognuno lavora per tutti e tutti lavorano per ciascuno (e non rimane più posto per dio, né come fantasia celeste, né come «vitello d’oro» terrestre). Il carattere del regime cambia completamente. Al tempo del regine nel quale esistevano delle piccole aziende isolate, se il lavoro si arrestava in una qualsiasi di esse, ciò si ripercuoteva soltanto su un piccolo numero di membri della società, non causava una confusione generale, e per conseguenza non richiamava l’attenzione generale, non induceva a un intervento sociale nella questione. Ma se un tale arresto si è prodotto in una grande azienda di una branca d’industria già fortemente specializzata, che lavora quindi per quasi tutta la società e a sua volta dipende da tutta la società (per semplificare scelgo il caso in cui la socializzazione ha raggiunto il punto culminante), allora l’attività deve arrestarsi in tutte le rimanenti aziende della società, perché esse possono ricevere i prodotti necessari soltanto da quell’azienda, possono realizzare tutte le loro merci soltanto se dispongono delle merci di quell’azienda. Tutte le produzioni si fondono così in un unico processo sociale capitalista, dipende dal suo arbitrio, e gli dà i prodotti sociali a titolo di proprietà privata. Non è forse chiaro che la forma di produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell’appropriazione? Non è forse evidente che quest’ultima non può non adattarsi alla prima, non può divenire anch’essa sociale, cioè socialista? E lo spiritoso filisteo delle Otecestvennye Zapiski riduce tutto al lavoro in un solo locale. Questo sì che si chiama prendere un granchio! (Ho descritto un solo processo materiale, un solo cambiamento dei rapporti di produzione, senza toccare il lato sociale del processo: l’unione, il raggruppamento e l’organizzazione degli operai, poiché questo è un fenomeno derivato e di second’ordine).
Se è necessario spiegare ai «democratici» russi cose così elementari, ciò è dovuto al fatto che essi si sono impantanati fino al collo nelle idee piccolo-borghesi, tanto da non essere decisamente in grado di immaginare altro regime all’infuori del regime piccolo-borghese.
Ma ritorniamo al signor Michajlovskij. Che cosa ha obiettato contro i fatti e le considerazioni sui quali Marx ha fondato la conclusione dell’inevitabilità del regime socialista in forza delle leggi stesse dello sviluppo del capitalismo? Ha forse mostrato che nella realtà – data l’organizzazione mercantile dell’economia sociale – non avviene un aumento della specializzazione del processo sociale del lavoro, una concentrazione dei capitali e delle aziende, una socializzazione di tutto il processo lavorativo? No, egli non ha portato nessun argomento per confutare questi fatti. Ha forse scosso la tesi secondo la quale l’anarchia, inconciliabile con la socializzazione del lavoro, è inerente alla società capitalistica? Egli non ha detto nulla a questo proposito. Ha forse dimostrato che l’unione dei processi di lavoro di tutti i capitalisti in un unico processo sociale di lavoro può coesistere con la proprietà privata? Che è possibile e pensabile una via d’uscita da questa contraddizione, oltre a quella indicata da Marx? No, egli non ha detto neanche una parola a questo proposito.

A che cosa si appoggia dunque la sua critica? A dei trucchi, a dei travisamenti e a un torrente di frasi che non sono altro che dei giochetti.
E infatti, come chiamare altrimenti simili metodi, quando il critico – dopo aver detto preventivamente molte sciocchezze sui tre stadi successivi della storia – rivolge a Marx, con aria severa, una domanda di questo genere: «E poi?», vale a dire, come procederà la storia dopo questo stadio finale del processo che egli ha descritto? Guardate un po’. Marx fin dall’inizio della sua attività letteraria e rivoluzionaria ha dichiarato nel modo più netto che cosa egli esige dalla teoria sociologica: essa deve rappresentare esattamente il processo effettivo e nient’altro (si veda, per esempio, che cosa dice il Manifesto del partito comunista, a proposito delle posizioni teoriche dei comunisti(50). Marx nel Capitale ha rigorosamente rispettato questa esigenza: postosi il compito di fare un’analisi scientifica della formazione sociale capitalistica, egli ha fatto punto dopo aver dimostrato che lo sviluppo di quest’organizzazione, effettivamente in atto davanti ai nostri occhi, ha una certa tendenza, che questa organizzazione deve inevitabilmente perire e trasformarsi in un’altra organizzazione più elevata. E il signor Michajlovskij, lasciando da parte tutta l’essenza della dottrina di Marx, pone la più sciocca delle domande: «E poi?». E aggiunge con profondità di pensiero: «Devo riconoscere con franchezza che non mi figuro del tutto chiaramente la risposta di Engels». Noi invece dobbiamo riconoscere francamente, signor Michajlovskij, che abbiamo un’idea del tutto chiara dello spirito e dei procedimenti di una «critica» di questo genere!

Oppure anche quest’altro ragionamento: «Nel medioevo la proprietà individuale, come ce la presenta Marx, basata sul lavoro personale, non era il fattore né unico né predominante, neppure nel campo dei rapporti economici. Al suo fianco esistevano molte altre cose, alle quali tuttavia il metodo dialettico, nell’interpretazione di Marx» (e non nel travisamento del signor Michajlovskij?) «non propone di ritornare …E’ evidente che tutti questi schemi non offrono un quadro della realtà storica, e nemmeno delle sue proposizioni, ma soddisfano soltanto la propensione dell’intelletto umano a pensare ogni oggetto nei suoi dati di passato, presente e futuro». Persino i vostri metodi di alterare le cose, signor Michajlovskij, sono uniformi sino alla nausea! Dapprima si introduce di soppiatto nello schema di Marx, che si propone di formulare il processo reale dello sviluppo del capitalismo(51) e niente altro, l’intenzione di dimostrare una cosa qualsiasi per mezzo delle triadi, e, in seguito, si constata che lo schema di Marx non corrisponde a questo piano imposta dal signor Michajlovskij (il terzo stadio reintegra soltanto un lato del primo stadio, lasciando da parte tutti gli altri), e si conclude nel modo più disinvolto che «lo schema, evidentemente, non offre un quadro della realtà storica»!

Si può concepire una polemica seria con un uomo simile, incapace (per adoperare un’espressione di Engels a proposito di Dühring), anche in via di eccezione, di citare fedelmente? Come si possono qui muovere obiezioni quando si assicura il pubblico che lo schema non risponde «evidentemente» alla realtà senza neppur fare il tentativo di mostrare la sua inesattezza in un qualsiasi punto?

Invece di criticare il contenuto effettivo delle concezioni marxiste, il signor Michajlovskij fa dello spirito sulle categorie del passato, del presente e dell’avvenire. Engels, per esempio, muovendo delle obiezioni alle «verità eterne» del signor Dühring, dice che «ci si predica oggi» una triplice morale: la morale cristiana-feudale, la borghese e la proletaria cosicché passato, presente e futuro hanno le loro teorie morali(52). Il signor Michajlovskij, a questo proposito, argomenta: «Penso che alla base di ogni divisione della storia in tre periodi, stanno appunto le categorie del passato, del presente e dell’avvenire!». Che profondità di pensiero! Ma chi non sa che, se si considera un qualsiasi fenomeno sociale nel processo del suo sviluppo, si troveranno sempre in esso delle vestigia del passato, dei fondamenti del presente e dei germi dell’avvenire? Forse che, per esempio, Engels pensava di affermare che la storia della morale (egli parlava soltanto del «presente» si limitava ai tre momenti indicati? Che la morale feudale non era sta preceduta, per esempio, dalla morale schiavistica e quest’ultima dalla morale della comunità comunistica primitiva? Invece di criticare seriamente il tentativo di Engels di orientarsi nelle tendenze delle idee morali contemporanee per mezzo di una loro spiegazione materialistica, il signor Michajlovskij ci offre la più vuota fraseologia!

A proposito di simili metodi di «critica» del signor Michajlovskij, il quale incomincia col dichiarare che non sa in quale opera sia stata esposta la concezione materialistica della storia, non sarà forse inutile ricordare che vi fu un tempo in cui l’autore conosceva una di queste opere e sapeva giudicarla più giustamente. Nel 1877, il signor Michajlovskij dava il seguente giudizio del Capitale: «Se si toglie al Capitale il suo coperchio pesante, grossolano e inutile, fatto di dialettica hegeliana» (che razza di stranezza è questa? Perché nel 1877 la dialettica hegeliana» era «inutile», e nel 1894 risulta che il materialismo si basa sul «carattere perentorio del processo dialettico»?) «allora, indipendentemente dagli altri meriti di quest’opera, noi vediamo che essa contiene, elaborato in modo eccellente, del materiale per risolvere la questione generale del rapporto tra le forme e le condizioni materiali della loro esistenza e un’impostazione eccellente di questa questione per un determinato campo». Ma che cos’è «il rapporto tra le forme e le condizioni materiali della loro esistenza e un’impostazione eccellente di questa questione per un determinato campo». Ma che cos’è «il rapporto tra le forme e le condizioni materiali della loro esistenza», se non la questione dei rapporti tra i diversi aspetti della vita sociale, della sovrastruttura dei rapporti ideologici sociali sui rapporti materiali, questione la cui nota soluzione costituisce la dottrina del materialismo? Proseguiamo.
«Propriamente parlando, tutto il “Capitale”» (il corsivo è mio) «è consacrato allo studio di come una forma sociale, dopo esser sorta, si evolve incessantemente, accentua i suoi tratti caratteristici, assimila e subordina a sé le scoperte, le invenzioni, i miglioramenti dei metodi di produzione, i nuovi mercati, la scienza stessa, costringendoli a lavorare per essa, e di come, infine, questa forma non possa sostenere gli ulteriori cambiamenti delle condizioni materiali».

Caso strano! Nel 1877 «tutto il Capitale» era consacrato allo studio materialistico, se non nella spiegazione delle forme sociali per mezzo delle condizioni materiali?), e nel 1894 non si sa neppure in quale opera si debba cercare un’esposizione di questo materialismo!
Nel 1877, nel Capitale c’era «uno studio» di come «una data forma» (cioè la forma capitalistica, non è vero?) «non possa sostenere gli ulteriori cambiamenti» (notare questo) «delle condizioni materiali» e nel 1894 risulta che non esiste nessun studio, e che la convinzione che la forma capitalistica non possa sostenere un ulteriore sviluppo delle forze produttive si regge «esclusivamente all’estremità della triade hegeliana»! Nel 1877 il signor Michajlovskij scriveva che «l’analisi dei rapporti fra una data forma sociale e le condizioni materiali della sua esistenza resterà per sempre» (il corsivo è mio) «un monumento della forza logica e dell’immensa erudizione dell’autore», e nel 1894 egli afferma che la dottrina del materialismo non è mai stata controllata e motivata scientificamente in nessun luogo!

Che strano! Che cosa significa ciò in realtà? Che cosa è avvenuto?

Sono avvenute due cose: in primo luogo, il socialismo russo, il socialismo contadino degli anni settanta – che «s’infischiava» della libertà a causa del suo carattere borghese, che lottava contro «i liberali della mente aperta», i quali si sforzavano di attenuare gli antagonismi della vita russa, e che sognava una rivoluzione contadina – si è completamente disgregato e ha partorito quel volgare liberalismo piccolo-borghese che considera come «impressioni confortanti» le tendenze progressive dell’economia contadina, dimenticando che esse sono accompagnate (e condizionate) dall’espropriazione in massa dei contadini. In secondo luogo, nel 1877 il signor Michajlovskij era talmente preso dal suo proposito di difendere il «sanguigno» (cioè il rivoluzionario socialista) Marx dai critici liberali, che non rilevò l’incompatibilità del metodo di Marx col suo proprio metodo. Ma poi questa contraddizione inconciliabile tra il materialismo dialettico e la sociologia soggettivista gli venne spiegata, gli venne spiegata dagli articoli e dai libri di Engels, gli venne spiegata dai socialdemocratici russi (in Plechanov s’incontrano spesso delle osservazioni molto acute all’indirizzo del signor Michajlovskij). E il signor Michajlovskij, invece di mettersi seriamente a rivedere la questione, ha perduto semplicemente ogni ritegno. Egli, che una volta (nel 1872 e nel 1877)(53) rivolgeva complimenti a Marx, gli abbaia oggi contro, nascondendosi dietro lodi di dubbia qualità, e schiamazza, e schizza bava contro i marxisti russi che non vogliono accontentarsi «della protezione del debole economicamente», dei depositi di merci e dei miglioramenti nelle campagne, dei musei e delle artel(54) per artigiani e di altri simili progressi piccolo-borghesi fatti colle migliori intenzioni, e vogliono invece restare «sanguigni» partigiani della rivoluzione sociale, e istruire, dirigere e organizzare gli elementi sociali effettivamente rivoluzionari.

Dopo questa piccola incursione nel campo di un passato molto lontano, si può, mi pare, terminare l’analisi della «critica» della teoria di Marx fatta dal signor Michajlovskij. Proviamoci a fare il bilancio e a riassumere gli «argomenti» del critico.

La dottrina che egli aveva intenzione di demolire si basa, in primo luogo, sulla concezione materialistica della storia e, in secondo luogo, sul metodo dialettico.
Per quanto riguarda la prima, il critico ha affermato innanzi tutto di non sapere in quale opera è esposto il materialismo. Non avendo trovato in nessun luogo questa esposizione, egli, si è messo a inventare da solo che cos’è il massimalismo. Per dare una idea delle pretese smisurate di questo materialismo, ha inventato che i materialisti pretenderebbero di avere spiegato tutto il passato, il presente e l’avvenire del genere umano; e quando poi, in base a dichiarazioni autentiche di marxisti, è risultato che essi ritengono di aver spiegato soltanto una formazione sociale, il critico da deciso che i materialisti restringono il campo d’azione del materialismo e che in questo modo, si danno la zappa sui piedi. Per dare un’idea dei metodi coi quali questo materialismo è stato elaborato, egli ha inventato che i materialisti stessi avrebbero ammesso che le loro conoscenze erano deboli per un’opera quale l’elaborazione del socialismo scientifico, nonostante che Marx ed Engels abbiano (nel 1845-1846) ammesso la debolezza delle loro conoscenze per ciò che riguarda la storia economica in generale, e nonostante che non abbiano mai pubblicato l’opera che dimostra la debolezza delle loro conoscenze.

Dopo questi esordi, ci si regala anche la critica: il Capitale è stato demolito per il fatto che si riferisce a un solo periodo, mentre al critico occorrono tutti i periodi, e anche per il fatto che il Capitale non conferma il materialismo economico, ma si riferisce soltanto ad esso: argomenti, come si vede, così seri e di peso, da doversi riconoscere che il materialismo non è mai stato giustificato scientificamente. Contro il materialismo si è poi addotto il fatto che un uomo del tutto estraneo a questa dottrina, dopo aver studiato i tempi preistorici in tutt’altro paese, è giunto alle stesse conclusione materialistiche. Per dimostrare inoltre che la procreazione è stata attratta nell’orbita del materialismo del tutto ingiustificatamente, che questo è soltanto un trucco verbale, il critico ha incominciato dimostrare che i apporti economici rappresentano una sovrastruttura dei rapporti sessuali e familiari. Le indicazioni che questo critico serio ha dato in questo caso materialisti, per istruirli, ci hanno arricchito di una profonda verità, e cioè che la eredità è impossibile senza procreazione, che una psiche complessa «aderisce» ai prodotti di questo procreazione, e che i figli vengono educati nello spirito dei padri. Abbiamo anche saputo incidentalmente che i legami nazionali sono una continuazione e una generalizzazione dei rapporti gentilizi. Continuando la sua indagine teorica intorno al materialismo, il critico ha rilevato che il contenuto di molti argomenti dei marxisti consiste nell’affermare che l’oppressione e lo sfruttamento delle masse sono «necessari» in regime borghese, e che questo regime deve «necessariamente» trasformarsi in regime socialista; ed egli si è affrettato ad affermare che la necessità è una parentesi troppo generica (se non si dice che cosa precisamente gli uomini considerano necessario), e che perciò i marxisti sono dei mistici e dei metafisici. Il critico ha anche detto che la polemica di Marx contro gli idealisti è «unilaterale» senza spendere neppure una parola per spiegare l’atteggiamento delle concezioni di questi idealisti verso il metodo soggettivo e l’atteggiamento del materialismo dialettico di Marx nei confronti di queste concezioni.

Per quanto riguarda il secondo pilastro del marxismo – il metodo dialettico – è stata sufficiente una piccola spinta dell’ardito critico per farlo crollare. E la spinta è stata molto precisa: il critico si è dato da fare e ha fatto sforzi superiori alle sue forze per confutare la tesi seconda la quale con le triadi si potrebbe dimostrare qualche cosa, ma non ha detto una parola a proposito del fatto che il metodo dialettico non consiste affatto nelle triadi, ma consiste per l’appunto nella negazione dei metodi dell’idealismo e del soggettivismo in sociologia. Un’altra spinta è stata diretta particolarmente contro Marx: con l’aiuto del valoroso signor Dühring, il critico ha attribuito a Marx un pasticcio inverosimile, secondo il quale Marx avrebbe dimostrato la

necessità della rovina del capitalismo per mezzo delle triadi, e ha lottato poi vittoriosamente contro questo pasticcio.
Ecco l’epopea delle brillanti «vittorie» del «nostro celebre sociologo»! Molto «edificante» (Burenin), nevvero, la contemplazione di queste vittorie?
Non si può non parlare qui di un’altra circostanza che non ha un rapporto diretto con la critica della dottrina di Marx, ma che è estremamente caratteristica per spiegare gli ideali e la concezione della realtà del critico. Si tratta del suo atteggiamento verso il movimento operaio occidentale..
Abbiamo già citato l’affermazione del signor Michajlovskij, secondo cui il materialismo non si è giustificato nella «scienza» (forse, nella scienza degli «amici del popolo» tedeschi?), ma questo materialismo – argomenta il signor Michajlovskij – «si diffonde effettivamente con grande rapidità nella classe operaia». Come spiega dunque questo fatto il signor Michajlovskij? «Per quanto riguarda il successo che il materialismo economico gode, per così dire, in estensione – egli dice – e la sua diffusione in una forma non verificata criticamente, bisogna dire che il centro di gravità di questo successo non è nella scienza, ma nella pratica quotidiana, che viene stabilita dalle prospettive dell’avvenire, se non che il materialismo si diffonde non perché ha spiegato giustamente la realtà, ma perché si è staccato da questa realtà per volgersi alle prospettive? E in seguito si dice: «Queste prospettive non esigono, dalla classe operaia tedesca che le assimila e da coloro che prendono una parte attiva alle sorti di questa classe, né delle conoscenze, né un lavoro del pensiero critico. Esse esigono soltanto della fede». In altre parole, la diffusione in estensione del materialismo e del socialismo scientifico è dovuta al fatto che questa dottrina promette agli operai un avvenire migliore! Basta però la più elementare conoscenza della storia del socialismo e del movimento operaio in Occidente, per vedere tutta l’assurdità e la falsità di questa spiegazione. Tutti sanno che il socialismo scientifico non ha mai tratteggiato nessuna prospettiva sua proprio dell’avvenire; esso si è limitato a dare un’analisi del regime borghese moderno, e studiare le tendenze di sviluppo dell’organizzazione sociale capitalistica, e niente altro. «Noi – scriveva Marx fin dal 1843, ed egli applicò scrupolosamente questo programma – non diciamo al mondo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d’ordine della lotta. Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è una vera cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole»(55).

 Tutti sanno che, per esempio, il Capitale – quest’opera principale e fondamentale nella quale è esposto il socialismo scientifico – si limita agli accenni più generali per quanto riguarda l’avvenire, e indaga soltanto gli elementi già esistenti dai quali si sviluppa il regime futuro. Tutti sanno che, per quanto riguarda le prospettive dell’avvenire, i socialisti precedenti avevano dato immensamente di più, essi avevano dipinto in tutti i particolari la società futura proponendosi di attrarre l’umanità coll’immagine di un regime nel quale gli uomini avrebbero fatto a meno della lotta, nel quale i rapporti sociali degli uomini non si sarebbero fondati sullo sfruttamento, ma sui veri principi del progresso corrispondenti alle condizioni della natura umana. Tuttavia, nonostante tutta la falange di uomini di grande talento, che esponevano queste idee, e di socialisti dei più convinti, le loro teorie rimasero estranee dalla vita, i loro programmi rimasero fuori dei movimenti politici popolari, fino a quando la grande industria meccanica non trascinò nel turbine della vita politica le masse del proletariato operaio e fino a quando non venne trovata la vera parola d’ordine della sua lotta. Questa parola d’ordine è stata trovata da Marx, che «non fu un utopista, ma uno scienziato rigoroso, talvolta persino arido» (così il signor Michajlovskij giudicava Marx in un passato molto lontano, nel 1872); è stata trovata non per mezzo di una qualsiasi prospettiva, ma mediante un’analisi scientifica del regime borghese moderno, mediante la spiegazione della necessità dello sfruttamento in questo regime, mediante l’analisi delle leggi del suo sviluppo. Certo, il signor Michajlovskij può assicurare ai lettori della Russkoe Bogatstvo che l’assimilazione di quest’analisi non esige né conoscenze, né lavoro del pensiero, ma noi abbiamo già visto nello stesso Michajlovskij (e lo vedremo ancor più nell’economista suo collaboratore)(56) una tale grossolana incomprensione delle verità elementari stabilite da quest’analisi, ché una simile affermazione può, si intende, soltanto far sorridere. Rimangono i fatti indiscutibili: la diffusione e lo sviluppo del movimento operaio proprio laddove e in quanto si sviluppa la grande industria meccanizzata capitalistica; il successo della dottrina socialista appunto quando essa abbandona i ragionamenti intorno alle condizioni sociali corrispondenti alla natura umana e procede all’analisi materialistica dei rapporti sociali moderni, alla spiegazione della necessità dell’attuale regime di sfruttamento.

Dopo aver tentato di eludere le cause reali del successo del materialismo nell’ambiente operaio, dando una descrizione, diametralmente opposta alla verità, dell’atteggiamento di questa dottrina verso le «prospettive», il signor Michajlovskij incomincia a schernire nel modo più volgare e filisteo le idee e la tattica del movimento operaio dell’Europa occidentale. Come abbiamo visto, egli non ha saputo addurre letteralmente neppure un argomento contro la dimostrazione data da Marx della inevitabilità della trasformazione del regime capitalistico in regime socialista in conseguenza della socializzazione del lavoro, e ciò nondimeno egli ironizza con la massima disinvoltura sulla pretesa preparazione dell’espropriazione dei capitalisti da parte dell’«esercito dei proletari», «in conseguenza di che si metterà fine a ogni lotta di classe e la pace scenderà sulla terra e sugli uomini di buona volontà». Egli, il signor Michajlovskij, conosce delle vie molto più semplici e giuste per attuare il socialismo: basta soltanto che gli «amici del popolo» indichino in modo un po’ più particolareggiato le vie «chiare e infallibili» dell’«evoluzione economica desiderata», e allora questi amici del popolo saranno certamente «chiamati» a «risolvere i problemi economici pratici» (si veda l’articolo del signor Južakov, Problemi dello sviluppo economico della Russia, in Russkoe Bogatstvo, n. 11); intanto … intanto gli operai devono aspettare, affidarsi agli amici del popolo e non incominciare, con «una fiducia infondata nelle proprie forze», una lotta indipendente contro gli sfruttatori. Nell’intento di colpire a morte definitivamente questa «fiducia infondata nelle proprie forze», il nostro autore s’indigna pateticamente contro «questa scienza che può essere quasi contenuta tutta in un dizionario tascabile». Che orrore, in realtà: la scienza e gli opuscoli socialdemocratici che costano qualche soldo e stanno in tasca!! Non è chiaro fino a che punto è infondata la fiducia nelle proprie forze di coloro che apprezzano una scienza solo in quanto essa insegna agli sfruttati la lotta indipendente per la loro liberazione, insegna ad abbandonare tutti gli «amici del popolo», i quali smussano l’antagonismo delle classi e vogliono prendere nelle loro mani tutta la questione, e che perciò espongono questa scienza in edizioni a buon mercato che urtano tanto i filistei? La cosa sarebbe diversa se gli operai affidassero il loro destino agli «amici del popolo», i quali insegnerebbero loro la scienza vera, universitaria e filistea, in molti volumi; farebbero loro conoscere particolareggiatamente l’organizzazione sociale corrispondente alla natura umana, puché … gli operai acconsentissero ad aspettare e non incominciassero loro stessi la lotta con una fiducia così infondata nelle proprie forze!
Prima di passare alla seconda parte della «critica» del signor Michajlovskij, ormai non più diretta contro la teoria di Marx in generale, ma contro i socialdemocratici russi in particolare, dobbiamo fare una piccola disgressione. Si tratta di questo: il signor Michajlovskij – proprio come, criticando Marx, non soltanto non ha tentato di esporne esattamente la teoria, ma l’ha addirittura snaturata – travisa scandalosamente le idee dei socialdemocratici russi. E’ necessario ristabilire la verità. Il modo più comodo per far questo è di mettere a confronto le idee dei precedenti socialisti russi con le idee dei socialdemocratici. Prendo a prestito l’esposizione delle prime dall’articolo del signor Michajlovskij pubblicato nella rivista Russkaja Mysl (57), 1882, n. 6 nel quale egli parla anche del marxismo (e ne parla – e gliene sarà fatto rimprovero – con un tono decoroso, senza toccare le questioni che nella stampa sottoposta a censura possono essere trattate soltanto alla maniera di Burenin, senza confondere i marxisti con ogni genere di sozzure), e in contrapposizione al marxismo o, per lo meno, se non in contrapposizione, in parallelo, espone le sue concezioni. Certo, io non voglio assolutamente offendere né il signor Michajlovskij, annoverandolo tra i socialisti, né i socialisti russi mettendoli sullo stesso piano del signor Michajlovskij; soltanto penso che il corso dell’argomentazione nell’uno e negli atri è in sostanza identico; la differenza è nel grado di saldezza, di rettitudine e di coerenza delle convinzioni.

Nell’esporre le idee delle Otecestvennye Zapiski, il signor Michajlovskij scrive: «Fra gli ideali etico-politici abbiamo incluso l’appartenenza della terra al coltivatore e degli strumenti di lavoro al produttore». Il punto di partenza è di fatto, come vedete, delle migliori intenzioni, dei più pii desideri …«Le forme di lavoro medioevali(58) che ancora esistono da noi sono fortemente scosse, ma noi non abbiamo visto una ragione per farla finita completamente con esse a vantaggio di una qualsiasi dottrina, liberale o non liberale».

Strana argomentazione! Quali che siano le «forme di lavoro», esse possono essere scosse, come si sa, solo in seguito alla loro sostituzione con altre forme, e invece nel nostro autore non troviamo (come non troveremmo in nessuno di coloro che la pensano come lui) neppure il tentativo di analizzare queste nuove forme e di spiegarle, come pure di analizzare e spiegare le cause per cui le vecchie forme vengono soppiantate da quelle nuove. Ancora più strana è la seconda parte della tirata: «non abbiamo visto una ragione per farla finita con queste forme per far piacere a una dottrina». Ma di quali mezzi disponiamo «noi» (cioè i socialisti si veda la riserva fatta sopra) per «finirla» con le forme di lavoro, per rimaneggiare cioè gli attuali rapporti di produzione tra i membri della società? Non è forse una sciocchezza l’idea di trasformare questi rapporti secondo una dottrina? Ma sentiamo ancora: «Il nostro compito non consiste nello sviluppare immancabilmente una civiltà “originale” nel nostro proprio ambito nazionale, ma neppure nel trapiantare da noi l’intera civiltà occidentale, con tutte le contraddizioni che la dilaniano: bisogna prendere il buono dappertutto dov’è possibile, sia esso nostro o di altri; questa non è già più una questione di principio, ma di convenienza pratica. Ci pare così semplice, chiaro e comprensibile, che non è il caso di parlarne». Come è semplice, difatti! «Prendere» il buono dappertutto, e la cosa è fatta! Dalle forme medioevali «prendere» l’appartenenza dei mezzi di produzione al lavoratore, e dalle forme moderne (cioè capitalistiche) «prendere» la libertà, l’uguaglianza, l’istruzione, la cultura. E non è il caso di parlarne! Il metodo soggettivo in sociologia è qui visibile come sul palmo della mano: la sociologia incomincia con l’utopia – appartenenza della terra al lavoratore – e indica le condizioni nelle quali si può attuare ciò che è desiderabile: «prendere» il buono un po’ qua e un po’ là. Questo filisteo considera i rapporti sociali da un punto di vista puramente meccanico di questi o quei fenomeni. Egli prende uno di questi fenomeni – l’appartenenza della terra all’agricoltore nelle forme medioevali – e pensa che esso possa essere trasferito in qualsiasi altra forma, esattamente come un mattone può essere tolto da un edificio e collocato in un altro. Ma questo, in verità, non significa studiare i rapporti sociali, bensì significa snaturare il materiale esaminato; giacché la realtà non conosce un’appartenenza della terra al coltivatore, esistente separatamente e indipendentemente, quale voi l’avete assunta; essa è soltanto uno degli anelli dei rapporti di produzione allora esistenti, i quali consistevano nel fatto che la terra era divisa tra i grandi proprietari di terra, i signori feudali, che questi affidavano la terra ai contadini per sfruttarli, cosicché la terra era in un certo modo un salario in natura: essa dava al contadino i prodotti necessari, affinché egli potesse produrre un plusprodotto per il signore; essa era un mezzo per imporre ai contadini degli obblighi in favore del signore feudale. Perché l’autore non ha investigato questo sistema di rapporti di produzione, ma si è limitato a staccarne un fenomeno, presentandolo così in una luce del tutta falsa? perché l’autore non sa come si devono trattare le questioni sociali: egli (ripeto che utilizzo i ragionamenti del signor Michajlovskij solo come esempio di critica di tutto il socialismo russo) non si prefigge soltanto lo scopo di spiegare le «forme di lavoro» allora esistenti, di presentarle come un determinato sistema di rapporti di produzione, come una determinata formazione sociale. Per parlare la lingua di Marx, a Michajlovskij è estraneo il metodo dialettico, il quale fa obbligo di considerare la società come un organismo vivente nel suo funzionamento e nel suo sviluppo.

Senza affatto porsi la questione delle cause per le quali le vecchie forme di lavoro sono state soppiantate dalle nuove, egli ripete, ragionando intorno a queste nuove forme, proprio lo stesso errore. Per lui è sufficiente constatare che queste forme «scuotono» l’appartenenza della terra al coltivatore, cioè, in generale, portano alla separazione del produttore dai mezzi di produzione, per condannare questo fenomeno come non rispondente all’ideale. E anche questo suo ragionamento è assolutamente sciocco: egli prende un solo fenomeno (lo spossessamento) senza neppure provarsi a presentarlo come parte di un solo sistema di rapporti di produzione basato sulla economia mercantile, la quale genera necessariamente la concorrenza tra i produttori di merci, l’ineguaglianza, la rovina degli uni e l’arricchimento degli altri. Egli ha rilevato un fenomeno – la rovina della massa – lasciandone da parte un altro, – l’arricchimento di una minoranza – e in questo modo si è messo nell’impossibilità di comprendere sia l’uno che l’altro.
Ed egli osa chiamare simili metodi: «cercare la risposta alle questioni della vita nella loro forma rivestita di carne e sangue» (Russkoe Bogatstvo, 1894, n. 1), mentre, tutto all’opposto, non sapendo o non volendo spiegare la realtà, guardarla in faccia, ha sfuggito vilmente queste questioni della vita, con la sua lotta dell’abbiente contro il nullatenente, per rifugiarsi nel campo di innocenti utopie; egli chiama questo: «cercare la risposta alle questioni della vita nella impostazione ideale della loro scottante e complessa realtà effettiva» (Russkoe Bogatstvo, n. 1), mentre all’atto pratico non ha neppur fatto un tentativo di analisi e di spiegazione di questa realtà effettiva.  Invece di quest’analisi e di questa spiegazione, egli ci ha offerto un’utopia, creata con un’accozzaglia insensata di elementi disparati, presi da diverse formazioni sociali: dalla formazione medioevale ha preso una cosa, dalla formazione «moderna» un’altra cosa ecc. E’ evidente che una teoria costruita su queste basi non poteva non restare fuori dell’evoluzione sociale effettiva, per la semplice ragione che i nostri utopisti dovevano vivere e agire non nei rapporti sociali formati con elementi presi a destra e a sinistra, ma nei rapporti sociali che determinano i rapporti del contadino verso il kulak (contadino imprenditore), dell’artigiano verso il mercante, dell’operaio verso l’industriale, rapporti che essi non hanno assolutamente compreso. I loro tentativi e i loro sforzi per trasformare secondo il loro ideale questi rapporti incompresi non potevano non fare fallimento.

Ecco, a grandi tratti, un’esposizione del modo come si poneva la questione del socialismo in Russia quando «nacquero i marxisti russi».
Essi incominciarono per l’appunto con una critica dei metodi soggettivi dei socialisti precedenti; anziché limitarsi a constatare lo sfruttamento e a condannarlo, essi vollero spiegarlo. Vedendo che tutta la storia della Russia dopo la riforma(59) consiste nella rovina della massa e nell’arricchimento di una minoranza, osservando la gigantesca espropriazione dei piccoli produttori a fianco del progresso tecnico generale, notando che queste tendenze contrapposte sorgono e si rafforzano dove e in quanto si sviluppa e si rafforza l’economia mercantile, non potevano non concludere di aver a che fare con un’organizzazione borghese (capitalistica) dell’economia sociale, la quale generava necessariamente l’espropriazione e l’oppressione delle masse. Il loro programma pratico era già direttamente determinato da questa convinzione: esso si ridusse ad aderire a questa lotta del proletariato contro la borghesia, a questa lotta delle classi nullatenenti contro le classi abbienti, la quale costituisce il contenuto principale della realtà economica della Russia, incominciando dal più sperduto villaggio per finire alla più moderna fabbrica perfezionata. Come aderire? Anche questa risposta fu loro suggerita dalla realtà stessa. Il capitalismo ha condotto le branche principali dell’industria allo stadio della grande industria meccanica: socializzando così la produzione, esso ha creato le condizioni materiali dei nuovi ordinamenti, e nello stesso tempo ha creato una nuova forza sociale: la classe degli operai di fabbrica, del proletariato urbano. Pur subendo uno sfruttamento borghese che, per la sua essenza economica, è identico allo sfruttamento cui è sottoposta tutta la popolazione lavoratrice della Russia, questa classe è tuttavia posta in condizione vantaggiose per quanto riguarda la sua liberazione: nessun legame la unisce con la vecchia società, interamente basata sullo sfruttamento; le condizioni stesse del suo lavoro e il suo modo di vivere la organizzano, la costringono a pensare, le danno la possibilità di scendere sull’arena della lotta politica. E’ naturale che i socialdemocratici abbiano rivolto tutta la loro attenzione e fondano tutte le loro speranze su questa classe, che essi abbiano fatto dello sviluppo della sua coscienza di classe il loro programma, che abbiano rivolto tutta la loro attività ad aiutarla a elevarsi alla lotta politica aperta contro il regime attuale e ad attrarre inquesta lotta tutto il proletariato russo.  (quinta parte)

Vediamo ora come il signor Michajlovskij combatte contro i socialdemocratici. Che cosa oppone egli alle loro concezioni teoriche, alla loro attività politica socialista?Le concezioni teoriche dei marxisti vengono esposte dal nostro critico nel modo seguente:

«La verità – secondo parole che si vorrebbero attribuire a dei marxisti – è che, conformemente alle leggi immanenti della necessità storica, la Russia svilupperà la sua produzione capitalistica, con tutte le sue contraddizioni interne, con l’assorbimento dei piccoli capitali da parte dei grandi, mentre il contadino, strappato dalla terra, si trasformerà in proletario, si unirà, “si socializzerà”, e tutto sarà fatto: all’umanità non rimarrà che allungare la mano per afferrare la felicità».

Come vedete, dunque, i marxisti non differiscono in nulla dagli «amici del popolo» per quanto riguarda la concezione della realtà, ma si distinguono soltanto per quanto riguarda l’idea che essi hanno dell’avvenire: a quanto pare, essi non si occupano affatto del presente, ma soltanto delle «prospettive». Che questa sia per l’appunto l’opinione del signor Michajlovskij è cosa che non può essere messa in dubbio: i marxisti – egli dice – «sono del tutto sicuri che nelle loro previsioni dell’avvenire non ci sia nulla di utopistico e che tutto sia ponderato e misurato secondo le prescrizioni di una scienza rigorosa», e, infine, in modo ancora più chiaro: i marxisti «credono e professano l’intangibilità di uno schema storico astratto».
In una parola, abbiamo davanti a noi quella banalissima e volgare accusa contro i marxisti, alla quale da molto tempo ricorrono tutti coloro che non possono obiettare nulla di sostanziale contro le loro concezioni: «I marxisti professano l’intangibilità di uno schema storico astratto»!!
Ma questa è da cima a fondo una menzogna e una invenzione!

Nessun marxista, mai e in nessun posto, ha sostenuto che in Russia vi «deve essere» il capitalismo «perché» c’è stato in Occidente, ecc. Nessun marxista ha mai visto nella teoria di Marx uno schema storico-filosofico obbligatorio per tutti, qualcosa di più che la spiegazione di una data formazione economico-sociale. Soltanto un filosofo soggettivista, il signor Michajlovskij, ha trovato il modo di dar prova di una tale incomprensione di Marx da vedere nella sua dottrina una teoria filosofica generale; e a questa incomprensione Marx ha dato una risposta assolutamente precisa facendogli osservare che aveva sbagliato indirizzo. Nessun marxista ha mai fondato le sue concezioni socialdemocratiche se non sulla loro corrispondenza con la realtà e con la storia dei rapporti economico-sociali determinati, cioè russi, e non poteva fondarle su altro, perché quest’esigenza verso la teoria è affermata e posta in modo assolutamente netto e preciso, come pietra angolare di tutta la dottrina, dal fondatore stesso del «marxismo», da Marx.

Certo, il signor Michajlovskij può confutare quanto vuole queste affermazioni dicendo di aver udito «con le sue proprie orecchie» precisamente la professione di uno schema storico astratto. Ma che cosa importa a noi socialdemocratici o a chiunque altro che il signor Michajlovskij abbia avuto occasione di ascoltare da qualche suo interlocutore ogni genere di assurde sciocchezze? Questo non dimostra forse soltanto che egli è molto felice nella scelta dei suoi interlocutori, e niente di più? E’ possibilissimo, s’intende, che questi spiritosi interlocutori dello spiritoso filosofo si siano detti marxisti, socialdemocratici, ecc.; ma chi non sa che ai nostri giorni (come si è già notato da molto tempo) ogni furfante ama pavoneggiarsi in un vestito «rosso»?(60). E se il signor Michajlovskij è così perspicace da non poter distinguere simili «mascherine» dai marxisti, o se egli ha capito così profondamente Marx da non aver neppure afferrato questo criterio di tutta la sua dottrina, che Marx ha sottolineato con grande forza (formulazione «di ciò che avviene sotto i nostri occhi»), ciò dimostra soltanto ancora una volta che il signor Michajlovskij non è intelligente, e nient’altro.
In ogni caso, se egli si accingeva a polemizzare sulla stampa contro i «socialdemocratici», avrebbe dovuto aver presente il gruppo di socialisti che da molto tempo porta questo nome – ed è il solo a portarlo, di modo che non può essere confuso con altri – e che ha i suoi rappresentanti nella letteratura: Plechanov e il suo circolo(61). E se egli avesse fatto così – e così avrebbe dovuto fare evidentemente qualsiasi persona che avesse un minimo di onestà – e avesse volto la sua attenzione anche soltanto alla prima opera socialdemocratica, al libro di Plechanov Le nostre divergenze, avrebbe visto, fin dalle prime pagine, la categorica affermazione dell’autore a nome di tutti i membri del circolo.

«Noi non vogliamo in nessun caso coprire il nostro programma con l’autorità di un grande nome» (cioè con l’autorità di Marx). Capite il russo, signor Michajlovskij? Capite la differenza tra la professione di uno schema astratto e la negazione di ogni autorità di Marx nell’apprezzamento delle questioni russe?

Comprendete voi che, presentando il primo giudizio che vi è occorso di ascoltare dai vostri interlocutori come un giudizio marxista e ignorando la dichiarazione che uno dei membri più in vista della socialdemocrazia ha pubblicato a nome di tutto il gruppo, non vi siete comportato onestamente?
In seguito, la dichiarazione si fa ancora più netta:

«ritengo – dice Plechanov – che fra i marxisti più conseguenti sono possibili dei dissensi a proposito del giudizio sulla realtà russa attuale»; la nostra dottrina «è il primo tentativo di applicare questa teoria scientifica all’analisi di rapporti sociali molto complicati e aggrovigliati».
Sembrerebbe che sia difficile parlare più chiaramente: i marxisti prendono senza riserve dalla teoria di Marx soltanto i metodi preziosi, senza i quali non è possibile mettere in chiaro i rapporti sociali, e, per conseguenza, essi hanno come criterio per l’apprezzamento di questi rapporti, non degli schemi astratti ed altre assurdità, ma la giustezza della teoria e la sua corrispondenza con la realtà O, forse, voi pensate che, facendo tali dichiarazioni, l’autore in realtà ragionasse diversamente? Ma questo è falso. La questione della quale egli si occupava era questa: «deve la Russia passare attraverso la fase capitalistica di sviluppo?». Tale questione era quindi formulata non secondo il metodo marxista, ma secondo i metodi soggettivisti di vari filosofi russi, i quali vedono il criterio di questa obbligatorietà ora nella politica dei dirigenti, ora nell’attività della «società», ora nell’ideale della società «corrispondente alla natura umana», e in altre simili sciocchezze. Domandiamo: cosa avrebbe dovuto rispondere a una simile questione un uomo che avesse professato schemi astratti? Evidentemente, egli avrebbe dovuto incominciare a parlare del carattere assoluto del processo dialettico, del valore filosofico generale della teoria di Marx, dell’inevitabilità di ogni paese di attraversare questa fase … ecc. ecc.
E come ha risposto Plechanov?

Nel solo modo nel quale poteva rispondere un marxista: egli ha lasciato completamente da parte, come oziosa e interessante soltanto per i soggettivisti, la questione dell’obbligatorietà, e ha parlato sempre soltanto degli effettivi rapporti economici-sociali, della loro evoluzione effettiva. Perciò non ha dato neppure una risposta diretta a un quesito formulato in modo così sbagliato, e ha risposto invece così: «la Russia è entrata nella via capitalistica».
E il signor Michajlovskij, con l’aria di un intenditore, parla di professione di uno schema astratto, di leggi immanenti della necessità e di altre inverosimili stupidaggini! E chiama questo «polemica contro i socialdemocratici»!!

Rinuncia decisamente a comprendere: se questo è un polemista, a chi dare allora il nome di chiacchierone?!
A proposito del sopraccitato ragionamento del signor Michajlovskij, non si può non rilevare ancora che egli espone le opinioni dei socialdemocratici in modo tale da far risultare che «la Russia svilupperà la sua propria produzione capitalistica». Evidentemente, secondo l’opinione di questo filosofo, la Russia non ha una produzione capitalistica «sua propria».

L’autore probabilmente propende per l’idea secondo la quale il capitalismo russo si limita a un milione e mezzo di operai. Più avanti incontreremo ancora questa idea puerile dei nostri «amici del popolo», i quali classificano non si sa dove tutti gli altri modi di sfruttamento del lavoro libero. «La Russia svilupperà la sua propria produzione capitalistica con tutte le sue contraddizioni interne, e nello stesso tempo il contadino, strappato dalla terra, si trasformerà in proletario». Più si va vanti, più perle si trovano! Non c’è la rovina dell’immensa maggioranza della popolazione e l’arricchimento di un pugno di persone? In che cosa è consistita, allora, tutta la storia della Russia del periodo successivo alla abolizione della servitù della gleba, se non in un’espropriazione in massa dei contadini, con una intensità mai vista altrove? Bisogna averne del coraggio per dichiarare pubblicamente cose simili! E il signor Michajlovskij ha questo coraggio: «Marx aveva a che fare con un proletariato e con un capitalismo già formati, mentre noi dobbiamo ancora crearli». La Russia deve ancora creare il proletariato?! In Russia, il solo paese in cui si possa trovare una miseria così irrimediabile delle masse, uno sfruttamento così sfrontato dei lavoratori, un paese che è stato paragonato (e a buon diritto) con l’Inghilterra per la situazione della sua popolazione povera, dove la fame di milioni di uomini è un fenomeno costante accompagnato, per esempio, da una esportazione di grano in continuo aumento, in Russia non c’è proletariato!!

Penso che al signor Michajlovskij bisognerebbe erigere, da vivo, un monumento per queste classiche parole!(62).

Noi, del resto, vedremo ancora più avanti che questa è una tattica costante e sistematica degli «amici del popolo»: chiudere farisaicamente gli occhi sull’intollerabile situazione dei lavoratori in Russia, dipingere questa situazione soltanto come un qualche cosa di «scosso» e assicurare che gli sforzi della «società colta» e del governo saranno sufficienti per rimettere tutto sulla giusta via. Questi paladini pensano che se essi chiudono gli occhi sul fatto che la situazione delle masse lavoratrici è cattiva, non perché essa è «scossa», ma perché le masse vengono spogliate da un pugno di spudorati sfruttatori, che se essi, a somiglianza dello struzzo, nascondono la testa per non vedere questi sfruttatori, questi sfruttatori spariranno. E quando i socialdemocratici dicono loro che aver paura di guardare in faccia la realtà è una vergognosa codardia, quando essi prendono come punto di partenza il fatto dello sfruttamento e dicono che l’unica spiegazione possibile di questo sfruttamento sta nell’organizzazione borghese della società russa, che divide la massa del popolo in proletariato e borghesia, e nel carattere di classe dello Stato russo, il quale non è altro che l’organo di dominio di questa borghesia, e che perciò l’unica via di uscita è la lotta di classe del proletariato contro la borghesia, questi «amici del popolo» strillano che i socialdemocratici vogliono togliere la terra al popolo!! Vogliono distruggere la nostra organizzazione economica popolare!!
Giungiamo ora al punto rivoltante di tutta questa «polemica», che è per lo meno indecente, e cioè alla «critica»(?) dell’attività politica dei socialdemocratici da parte del signor Michajlovskij. Tutti capiscono che l’attività dei socialisti e degli agitatori tra gli operai non può essere oggetto di una onesta discussione nella nostra stampa legale, e che l’unica cosa che può fare in questo campo la stampa onesta sottoposta a censura è di «tacere con tatto». Il signor Michajlovskij ha dimenticato questa regola elementarissima e non si è fatto scrupolo di approfittare del suo monopolio della possibilità di rivolgersi al pubblico che legge per gettare fango contro i socialisti.

Ciò nonostante, anche fuori del giornalismo legale, si troverà bene il mezzo di combattere questo critico senza scrupoli!
«Per quel che io comprendo – dice con aria ingenua il signor Michajlovskij – i marxisti russi possono essere divisi in tre categorie: i marxisti-spettatori (osservatori indifferenti del processo), i marxisti passivi (che «facilitano soltanto le doglie del parto», i quali «non s’interessano del popolo legato alla terra e rivolgono la loro attenzione e le loro speranze a coloro che sono già privati dei mezzi di produzione»), e i marxisti attivi (che si adoperano direttamente per un’ulteriore rovina delle campagne)».

Che cos’è questo?! Come può il signor critico ignorare che i marxisti russi sono dei socialisti che partono dalla concezione della realtà, secondo la quale la nostra società è una società capitalistica, e che vi è una sola via d’uscita da questa società: la lotta di classe del proletariato contro la borghesia? In che modo e con che proposito li confonde egli con una simile insensata banalità? Con che diritto (diritto morale, s’intende) estende egli l’appellativo di marxista a persone che non accettano evidentemente le tesi fondamentali e più elementari del marxismo, a persone che non sono mai scese in campo in nessun luogo come gruppo a sé, non hanno mai presentato in nessun posto un loro qualsiasi programma particolare?
Il signor Michajlovskij si è riservato tutta una serie di scappatoie per giustificare tali metodi scandalosi.

«Forse – ironizza egli con la leggerezza di un fatuo uomo di mondo – questi non sono dei veri marxisti, ma si considerano e si dichiarano tali». Dove si sono dichiarati tali, e quando? Nei salotti liberali e radicali di Pietroburgo? In lettere private? Sia pure, ma allora parlate con loro nei loro salotti e nella vostra corrispondenza! Ma invece voi scendete in campo nella stampa, pubblicamente, contro degli uomini i quali (sotto la bandiera del marxismo) non si sono mai presentati pubblicamente in nessun posto. E per giunta voi osate ancora dichiarare che polemizzate contro i «socialdemocratici», pur sapendo che questo appellativo, appartiene unicamente a un solo gruppo di socialisti-rivoluzionari e che non si può confondere con esso nessun altro gruppo!(63).

Il signor Michajlovskij si dimena e si agita come uno studentello ginnasiale colto in fallo: io non c’entro per niente – si sforza di dimostrare al lettore – io «ho sentito con le mie orecchie» e ho visto con i miei occhi». Benissimo! Crediamo volentieri che davanti ai vostri occhi non ci sia che della gente banale e della canaglia, ma che cosa possiamo farci noi socialdemocratici? Chi non sa che «oggi, quando» non soltanto l’attività socialista, ma ogni attività sociale che abbia un minimo d’indipendenza e di onestà è fatta segno a persecuzioni politiche, per ogni persona la quale lavora effettivamente sotto l’una o l’altra bandiera – narodovolcestvo(64), marxismo o, diciamo anche, costituzionalismo – si hanno alcune decine di chiacchieroni che nascondono sotto questi appellativi la loro viltà liberale e in più, forse, anche alcuni veri e propri mascalzoni che fanno i loro piccoli affari personali? Non è chiaro che bisogna essere scesi ben in basso per far colpa a una qualunque di queste correnti del fatto che la sua bandiera viene insozzata (e non pubblicamente né apertamente) da ogni specie di canaglia? Tutta l’esposizione del signor Michajlovskij è una catena ininterrotta di travisamenti, di falsificazioni e di deformazioni. Abbiamo visto sopra che le «verità» dalle quali partono i socialdemocratici sono state completamente travisate dal signor Michajlovskij, il quale le ha esposte come nessun marxista mai e in nessun luogo le ha esposte e poteva esporle. E se egli avesse esposto la vera concezione dei socialdemocratici per ciò che riguarda la realtà russa non avrebbe potuto non vedere che soltanto in un modo è possibile «conformarsi» a queste concezioni, e cioè cooperando allo sviluppo della coscienza di classe del proletariato, organizzandolo e unificandolo per la lotta politica contro il regime attuale. Al signor Michajlovskij, del resto, è rimasta ancora una scappatoia. Con l’aria dell’innocenza offesa, egli alza gli occhi al cielo e dice mellifluamente. «Sono felicissimo di ascoltare questo, ma non capisco contro che cosa protestate» (proprio così egli dice nel n. 2 della Russkoe Bogatstvo). «Leggete più attentamente il mio giudizio sui marxisti passivi, e vedrete che dico: dal punto di vista etico non si può obiettare nulla».

E questo, s’intende, non è altro che una rimasticatura dei precedenti pietosi sotterfugi.

Dite un po’, per favore, come si chiamerebbe l’azione di un uomo il quale dichiarasse di criticare il populismo socialrivoluzionario (prendo questo periodo non essendone ancora sorto un altro) e incominciasse a esporre delle cose press’a poco di questo genere:
«I populisti, per quel che io comprendo, si dividono in tre categorie: i populisti conseguenti, i quali accettano interamente le idee del contadino e, in esatta conformità con i suoi desideri, generalizzano le verghe, l’abitudine di picchiare la moglie e in generale applicano l’ignobile politica governativa della frusta e del bastone, che veniva pur chiamata politica popolare; poi, poniamo, i populisti vili, i quali non s’interessano delle opinioni dei contadini e tentano soltanto di trasportare in Russia un movimento rivoluzionario che le è estraneo, per mezzo dell’associazione, ecc., contro di che, del resto, dal punto di vista etico, non si può obiettare nulla, se non che la via è sdrucciolevole e può facilmente trasformare il populista vile in populista conseguente o audace, e, infine, i populisti audaci, i quali attuano in tutta la loro pienezza gli ideali popolari del contadino imprenditore, e perciò si mettono a coltivare la terra per esercitare in pieno la loro attività di contadini ricchi». Tutte le persone oneste direbbero, naturalmente, che si tratta di una beffa vile e volgare. E se, inoltre, colui che ha detto simili cose non potesse ricevere una smentita dai populisti nella stessa stampa; se, inoltre, le idee di questi populisti fossero state esposte finora soltanto illegalmente, e per conseguenza molti non ne avessero un concetto esatto e potessero facilmente credere tutto ciò che loro si dice sul conto dei populisti, allora tutti converrebbero che una simile persona …
D’altronde il signor Michajlovskij stesso non ha forse ancora del tutto dimenticato la parola che bisognerebbe mettere qui.
Ma basta! Nel signor Michajlovskij ci sono ancora molte altre insinuazioni di questo genere, ma io non conosco lavoro più improbo, più ingrato, più basso, che rimestare questo fango, raccogliere le allusioni, lanciate a destra e a sinistra, metterle a confronto, cercare anche una sola obiezione seria.
Basta!

NOTE
1 Russkoe Bogatstvo (La ricchezza russa), rivista mensile fondata nel 1876. Negli anni novanta, sotto la direzione di S.N. Krivenko e N.K. Michajlovskij, era diventato l’organo dei populisti liberali.

2 Chi non loderà un Klopstock? Ma forse che ognuno lo leggerà? No. Noi vogliamo essere onorati, ma letti un po’ più attentamente! (Lessing).

3 Si tratta dell’articolo K. Marx pered sudam g. Ju. Žukovskogo (K. Marx sotto giudizio dinanzi al signor Ju. Žukovskij), pubblicato nella rivista Otecestvennye Zapiski (Memorie patrie), nell’ottobre 1877.

4 Cfr. Karl Marx, Il Capitale

5 op. cit.

6 Il corsivo è di Lenin.

7 Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica.

8 In questo scritto (pubblicato nel 1762) Jean-Jacques Rousseau sosteneva che ogni regime sociale deve essere il risultato di un libero accordo, di un «contratto» fra i membri della società.

9 Si tratta sempre, s’intende, della coscienza dei rapporti sociali e di nessun’altra (n.d.a.)

10 Cfr., Karl Marx-Friedrich Engels, Il manifesto del Partito Comunista.

11 Cfr., Karl Marx, Miseria della filosofia. Risposta alla «Filosofia della miseria» del signor Proudhon.

12 N.I. Kareev (1850-1931) storico russo, d’orientamento idealistico, autore di numerose opere di filosofia della storia.

13 Indipendentemente dall’esperienza.

14 La teoria di Darwin sulla evoluzione delle specie animali e vegetali.

15 Karl Marx, Il Capitale, cit. , vol. I.

16 Si tratta di una lettera alla redazione delle Otecestvennye Zapiski, scritta verso la fine del 1877 e provocata da un articolo di Michajlovskij. Tale lettera (per il testo cfr. Karl Marx-Friedrich Engels, India Cina Russia, Il Saggiatore, Milano, 1960) non fu mai spedita da Marx e secondo le parole di Engels, «dopo aver circolato a lungo in Russia attraverso qualche copia dell’originale francese, apparve in traduzione russa nel 1886 a Ginevra sul Messaggero della Volontà del popolo (Vestnik Narodnoj Voli) e più tardi anche in Russia. La lettera, come tutto ciò che proveniva da Marx, ebbe nei circoli russi grande eco e varie interpretazioni» (cfr. Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, v. 22 Dietz Verlag, Berlino. La pubblicazione in Russia avviene nell’ottobre 1888 sul Juridicenski Vestnik (il messaggero giuridico).

17 Friedrich Engels, Antidühring

18 Si tratta dell’Ideologia tedesca fino allora inedita. Quest’opera sarà poi pubblicata dall’Istituto Marx-Engels-Lenin nel 1952.

19 Cfr Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia tedesca.

20 Lewis Henry Morgan, Ancient Society, or Research in the Lines of human progress from Savagery, through Barbarism, to Civilization (La società antica, ossia ricerche sulle linee del progresso umano dallo stato selvaggio, attraverso la barbarie, alla civiltà), Macmillian, Londra, 1877.

21 Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.

22 «Il rivoluzionamento della scienza ad opera del signor E. Dühring»: si tratta del titolo per esteso dell’opera di Engels più nota come Antidühring.

23 Anche qui il signor Michajlovskij non perde l’occasione di far dell’ironia: come può essere? Abbiamo una concezione scientifica della storia, e la storia antica resta un enigma! Voi, signor Michajlovskij, potete imparare da qualsiasi manuale che i problemi dell’organizzazione gentilizia è annoverato tra i problemi più difficili e ha dato origine a una grande quantità di teorie le quali hanno tentato di risolverlo (n.d.a.)
24 In molte realtà, come chiamare altrimenti un metodo che consiste nel rimproverare i materialisti di non aver fatto i conti con la storia senza neppur tentare di esaminare letteralmente nessuna delle numerose spiegazioni materialistiche di vari problemi storici date dai materialisti. O un metodo consiste nell’asserire che si potrebbe dimostrare, ma che non ce ne incaricheremo? (n.d.a.)

25 Sistema feudale di proprietà fondiaria introdotta in Russia verso la metà del quattrocento. La terra del pomestie restava proprietà del sovrano e veniva assegnata, a titolo di possesso condizionato e temporaneo, agli uomini d’arme in riconoscimento dei loro servigi nell’esercito o a corte. A partire dalla metà del seicento la differenza tra promestie e votcina (possesso ereditario a pieno titolo) va man mano attenuandosi, finché scompare del tutto con Pietro I (1672-1725).

26 Questa è un’idea puramente borghese: le piccole famiglie frazionate, divennero predominanti solo in regime borghese; esse mancavano completamente nei tempi preistorici. Nulla di più caratteristico per la borghesia che estendere i tratti degli ordinamenti contemporaneamente a tutti tempi e a tutti i popoli (n.d.a.).

27 La Prima Internazionale fondata da Marx nel 1864, cessò di esistere nel 1872. Nel frattempo aveva avuto luogo la guerra franco-tedesca del 1870-1871, al cui termine il proletariato parigino aveva eretto il governo rivoluzionario della Comune.

28 P.V. Burenin, collaboratore del giornale reazionario Novoe Vremia (Tempi nuovi). Lenin si serve del suo nome per indicare i metodi polemici disonesti.
29 A proposito di questo termine privo di senso, bisogna notare che il signor Michajlovskij mette in prima linea Marx (troppo intelligente o troppo erudito, perché il nostro critico possa criticare apertamente e direttamente una e l’altra delle sue tesi), poi mette Engels («un ingegno non tanto creativo»), poi gli uomini più o meno indipendenti come Kautsky, e poi gli altri marxisti. Ora, che importanza seria può avere questa classificazione? Se il critico non è contento dei popolarizzatori di Marx, chi gli impedisce di correggerli secondo Marx? Egli non fa niente di simile. Ha evidentemente tentato di far dello spirito, ma ne sono venute fuori soltanto delle banalità (n.d.a.)

30 Il quotidiano Novoe Vremia (Tempi nuovi) di Pietroburgo, fondato nel 1868, era stato da principio liberale moderato, ma dal 1876 era diventato l’organo della nobiltà e della burocrazia reazionaria. Il suo orientamento politico lo portava ad avversare, non solo il movimento rivoluzionario, ma anche la borghesia liberale. il 4 gennaio 1894 su questo giornale era apparso un articolo di P.V. Burenin in cui si facevano gli elogi di N.K.Michajlovskij per la sua polemica contro i marxisti.

31 Dalla favola, L’elefante e il botolo di Krylov.

32 V.P. Vorontsov, teorico del populismo liberale dell’ultimo decennio del secolo XIX.

33 Cfr. Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, op. cit.

34 Karl Marx, Il Capitale, op. cit.

35 Ciò è stato espresso con la massima chiarezza nel Capitale e nella tattica dei socialdemocratici in confronto a quella dei socialisti precedenti. Marx formulò chiaramente l’esigenza di non limitarsi all’aspetto economico della questione. Nel 1843, Marx, tracciando il programma della rivista che aveva progettato di pubblicare, scriveva a Ruger: «… il principio socialista, a sua volta, non è altro che uno degli aspetti … Noi dobbiamo occuparci altrettanto dell’altro aspetto, dell’esigenza teorica dell’uomo, dunque far oggetto della nostra critica la religione, la scienza, ecc. Come la religione è l’indice delle lotte teoriche degli uomini, lo Stato politico lo è delle loro lotte pratiche. Lo Stato politico esprime dunque all’interno della sua forma sub specie rei publicae tutte le lotte, i bisogni, le verità sociali. Non è dunque affatto al di sotto della bauteur des principes far oggetto della critica la questione politica più particolare, ad esempio la differenza tra sistema degli stati e sistema rappresentativo. Infatti questa questione esprime soltanto in modo politico la differenza tra il dominio dell’uomo e il dominio della proprietà privata. Il critico dunque non soltanto può, egli deve entrare in questioni politiche (che, secondo l’opinione dei socialisti volgari, sono al di sotto di ogni dignità)» (n.d.a.) [Cfr. Karl Marx, La questione ebraica e altri scritti giovanili.

36 Sul primo punto.

37 Per esteso.

38 Il Vestnik Europy (Il messaggero dell’Europa) era un mensile d’orientamento liberale che appariva a Pietroburgo dal 1866. L’autore della nostra ripresa da Marx e da lui considerata una esposizione esatta del suo metodo dialettico era I.I. Kaufman (I.K.-n) professore all’università di Pietroburgo. Cfr Karl Marx, Il Capitale, op. cit. I.

39 Sul secondo punto.

40 Storia critica dell’economia politica e del socialismo.

41 Friedrich Engels, Antidühring.

42 Che questa formulazione delle concezioni di Dühring calzi a pennello anche al signor Michajlovskij può essere dimostrato anche da un bravo del suo articolo, K. Marx sotto giudizio dinanzi al signor Ju Žukovskij. Replicando al signor Žukovskij, il quale aveva affermato che Marx è un difensore della proprietà privata, il signor Michajlovskij accenna a questo schema di Marx e lo spiega nel modo seguente: «Nel suo schema Marx ha introdotto due trucchi universalmente noti della dialettica hegeliana: in primo luogo, lo schema costruito secondo le leggi della triade hegeliana; in secondo luogo, la sintesi basata sull’identità degli opposti; proprietà individuale e comune. Per conseguenza, la parola “individuale” ha il senso particolare, puramente convenzionale, di un elemento del processo dialettico, e non si può fondare assolutamente nulla su una parola». Queste cose sono state dette da un uomo animato dalle migliori intenzioni, il quale difendeva davanti al pubblico russo il «sanguigno» Marx contro il borghesi signor Žukovskij. Ed egli, con tutte queste buone intenzioni, illustra Marx in modo tale che questa sua idea del processo sembra basare su dei «trucchi»!Il signor Michajlovskij può trarre di qui una morale che non gli sarà inutile, e cioè che per uno scopo qualsiasi le buone intenzioni da sole sono un po’ poco (n.d.a.).

43 Karl Marx, Il Capitale, op. cit.

44 Karl Marx, op. cit.

45 Karl Marx, op. cit.

46 Non sarà superfluo, mi pare, rilevare a questo proposito che tutta questa spiegazione di Engels si trova nello stesso capitolo nel quale si parla del seme, della dottrina di Rousseau e di altri esempi del processo dialettico. Sembrerebbe che il solo confronto di questi esempi con le dichiarazioni così chiare e categoriche di Engels (e di Marx al quale fu letto preventivamente il manoscritto di quest’opera) – affermanti che non si può nemmeno parlare di dimostrare una cosa qualsiasi con le triadi o che non si può introdurre nella rappresentazione del processo reale i «termini convenzionali» di queste triadi – debba essere del tutto sufficiente per comprendere quanto sia assurda l’accusa di dialettica hegeliana lanciato contro il marxismo (n.d.a.).

47 Quel che è lecito a Giove non è lecito al bue.

48 Otecestvennye Zapiski (Memorie patrie), rivista mensile, politico-letteraria, pubblicata a Pietroburgo dal 1820 al 1830 e dal 1839 al 1884. Tra gli anni quaranta e sessanta ebbe fra i suoi collaboratori i più rappresentativi, fra i democratici rivoluzionari del tempo: Belinskij, Cernyševskij, Nekrasov, Salrykoy-Scedrin, ecc. Nel 1884 venne soppressa dal governo zarista, dopo che, nel decennio precedente, era stata l’organo dei populisti.

49 Postoronny (L’estraneo) era un pseudonimo di N.K. Michajlovskij.

50 Cfr. Kar Marx-Friedrich Engels, Opere scelte, (“Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi».

51 Si sono lasciati da parte gli altri tratti del regime economico medioevale, precisamente perché essi appartenevano alla formazione sociale feudale, mentre Marx studia soltanto la formazione capitalistica. Nella sua forma pura, il processo di sviluppo del capitalismo è effettivamente incominciato (per esempio in Inghilterra) dal regime dei piccoli produttori di merci isolati e dalla loro proprietà individuale basata sul lavoro (n.d.a.)

52 Cfr. Friedrich Engels, Antidühring, cit. (Prima parte: «Filosofia»; capitolo IX: «Morale e diritto, verità eterne»).

53 Cfr. gli articoli di Michajlovskij, Po povoda russkogo izdanja knigi K. Marksa (A proposito della esizione russa di un libero di K. Marx), in Otecestvennye Zapiski, aprile 1872, e K. Marx sotto giudizio dinanzi al signor Ju Žukovskij., già citato.

54 Cooperative.

55 Karl Marx, La questione ebraica e altri scritti giovanili, cit.

56 Allusione a S.N. Južakov, uno degli ideologi del populismo, influente collaboratore della Russkoe Bogatstvo. Le concenzioni politico-economiche di Južakov (riguardanti la realtà economica, le tendenze del capitalismo, la disgregazione delle masse contadine, ecc. in Russia) furono discusse da Lenin nella seconda parte del presente scritto, di cui fino a oggi non si è rintracciato il testo.

57 Russkaja Mysl  (Il pensiero russo), rivista mensile di orientamento populista liberale. Usciva dal 1880. Dopo la rivoluzione del 1905 diverrà l’organo del partito cadetto e sarà diretta da P. Struve.

58 «Per forme di lavoro medioevali – chiarisce l’autore in un altro luogo – bisogna intendere non soltanto il possesso fondiario fondato sull’obšcina, l’industria artigiana e l’organizzazione in artel. Tutte queste sono indubbiamente delle forme medioevali, ma tra di esse devono essere comprese tutte le forme di appartenenza della terra e degli strumenti di produzione al lavoratore» (n.d.a.)

59 La «riforma contadina», cioè l’abolizione della servitù della gleba attuata in Russia nel 1861, che fu – secondo le parole di Lenin – «un passo sul cammino della trasformazione della Russia in una monarchia borghese».

60 Tutto ciò è detto per il caso che il signor Michajlovskij abbia effettivamente ascoltato la professione di schemi storici astratti e che egli non abbia travisato nulla. Tuttavia ritengo assolutamente necessario a questo proposito fare delle riserve: do la cosa per quel che vale. (n.d.a.)

61 G. V. Plechnov aveva fondato nel 1883 a Ginevra il gruppo Emancipazione dal lavoro.

62 Forse, del resto, il signor Michajlovskij anche qui tenterà di trovare una scappatoia: io non volevo affatto dire che in Russia non c’è proletariato in generale, ma soltanto che non c’è proletariato capitalistico. – Ah, si? E allora perché non avete detto questo? Qui appunto sta tutta la questione: il proletariato russo è il proletariato proprio dell’organizzazione borghese dell’economia sociale, o un qualunque altro proletariato? Di chi è la colpa se voi, in due interi articoli, non avete detto neppure una parola su questa questione, la sola questione seria e importante, e avete preferito dire ogni sorta di sciocchezza e fare degli incomprensibili ragionamenti da ubriaco?(n.d.a.).

63 Mi soffermerò almeno su un’indicazione concreta che si trova negli scritti del signor Michajlovskij. Chiunque legga il suo articolo, dovrà convenire che il signor Michajlovskij annovera tra i «marxisti» anche il signor Skvortsov (autore di Cause economiche delle carestie). E invece questo signore non si dà questo nome, ed è sufficiente la più elementare conoscenza delle opere dei socialdemocratici per capire che dal loro punto di vista egli è un volgarissimo borghese, e niente più. Che razza di marxista è questo, dal momento che non capisce che l’ambiente sociale, per il quale egli progetta i suoi progressi, è un ambiente borghese; che, per conseguenza, ogni «miglioramento della cultura» davvero notevole, anche nell’azienda contadina, vuol dire progresso borghese che migliora la situazione della minoranza e proletarizza le masse! Che razza di marxista è questo, dal momento che non capisce che lo Stato, al quale egli si rivolge coi suoi progetti, è uno Stato di classe, capace soltanto di appoggiare la borghesia e di opprimere il proletariato! (n.d.a.)

64 Da narodovoltsi: seguaci del giornale populista Narodnaja Volia (Volontà del popolo).

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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