Stalin ; DISCORSO DI CHIUSURA ALLA SESSIONE PLENARIA DEL COMITATO CENTRALE DEL P.C. (B) DELL’ URSS DEL 5 MARZO 1937

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Giuseppe Stalin

DISCORSO DI CHIUSURA ALLA SESSIONE PLENARIA  DEL COMITATO CENTRALE DEL P.C. (B) DELL’ URSS DEL 5 MARZO 1937

Il discorso di Stalin che pubblichiamo è pressoché sconosciuto ai lettori italiani. Si tratta dell’intervento  conclusivo della sessione plenaria del Comitato Centrale del P.C. (b) dell’URSS che si tenne dal 29 febbraio  al 5 marzo del 1937.
Siamo nel periodo in cui era di fatto già iniziata la seconda guerra imperialistica mondiale, che costituiva  un pericolo gravissimo per l’URSS.
Durante il plenum, il compagno Stalin tenne due storici discorsi: il rapporto (3 marzo) e le conclusioni (5  marzo) a cui fu dato grande risalto sulla stampa sovietica.
Nel rapporto del 3 marzo il compagno Stalin si soffermò sulle carenze politiche ed ideologiche dei membri  del partito di modo che il C.C., sulla base della comprensione della situazione interna ed internazionale,  potesse superare le insufficienze emerse e fare piazza pulita dei sabotatori trotskisti e bukhariniani.

Nel corso del suo intervento il compagno Stalin criticò la teoria dell’affievolimento della lotta di classe e della arrendevolezza del nemico di classe. Stalin chiarì in modo particolare che “quanto più andremo avanti, tanto più i residui delle vecchie classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci”, dal momento che la lotta per la costruzione del socialismo non andava concepita in maniera ristretta entro le frontiere dell’URSS, ma andava intesa come lotta su scala internazionale fra la borghesia ed il proletariato.
Nelle conclusioni che pubblichiamo il compagno Stalin non si dilunga sulle questioni del rafforzamento della vigilanza e sulle misure per distruggere i sabotatori, ormai politicamente risolte dal C.C.

Affronta invece le questioni concrete del rafforzamento del lavoro politico del partito, in vista delle imminenti elezioni, le prime dopo l’approvazione della nuova Costituzione.
Al centro del discorso di chiusura stanno questioni di grande valore politico: la questione dell’inseparabilità fra politica ed economia, il rapporto partito-masse, il metodo di direzione, la democrazia interna al partito, il controllo delle masse, la preparazione politica ed il perfezionamento dei quadri, la lotta alle altre forme di deviazioni quali burocratismo ed il formalismo. Per prepararsi all’aggressione delle potenze capitaliste il partito doveva certamente liberarsi dai nemici infiltrati, ma bisognava metterlo in guardia contro la  tendenza ad estendere arbitrariamente la repressione, contro la mancanza di critica ed autocritica, contro
un metodo di lavoro che staccava il partito dalle masse.
L’intero lavoro del partito andava quindi riorganizzato sulla base dei principi democratici.
Il trionfo della classe operaia e del popolo sovietico nelle elezioni del dicembre 1937 (a cui parteciparono il  96,8 per cento degli aventi diritto al voto e votarono per il blocco unico dei comunisti e dei senza partito il 98,6 per cento) fu il trionfo del partito bolscevico di Lenin e di Stalin e rappresentò un fatto senza precedenti, irrealizzabile nella pratica elettorale borghese.
Invitiamo tutti i compagni a leggere, studiare e riflettere sui contenuti del discorso che presentiamo, per apprendere la scienza della direzione politica e migliorare il lavoro quotidiano.
Il testo è tratto dall’opuscolo catalogato con la sigla F. COL, Op..4, n. 71137 della biblioteca della  Fondazione Gramsci.

Compagni!
Ho parlato nel mio rapporto delle questioni fondamentali riguardanti il tema che stiamo discutendo. La discussione ha dimostrato che regna tra di noi, adesso, una chiarezza completa, che si comprendono i compiti ed esiste la volontà di liquidare le lacune del nostro lavoro.

Ma la discussione ha anche dimostrato che vi sono diverse questioni concrete della nostra pratica politico-organizzativa, le quali  non vengono ancora comprese in modo del tutto chiaro. Ne ho contate sette.
Permettetemi di dire alcune parole su queste questioni.
1) Adesso, bisogna supporre, tutti hanno compreso, tutti si sono resi conto, che l’entusiasmo esagerato per le campagne economiche e per i successi economici, quando si sottovalutano e si dimenticano le questioni politiche del partito, conduce in un vicolo cieco.

E’ quindi necessario volgere l’attenzione dei militanti verso le questioni politiche del partito, affinché i successi economici procedano uniti e di pari passo
con i successi del lavoro politico del partito. Come adempiere praticamente il compito di rafforzare il lavoro politico del partito, il compito di liberare le organizzazioni di partito dalle piccolezze economiche? Come si vede dalla discussione, certi compagni sono propensi a tirare la conclusione sbagliata, che adesso bisognerebbe abbandonare completamente il lavoro
economico. Per lo meno, vi sono state delle voci di questo genere: -Ebbene, adesso, grazie a dio, ci libereremo dalle cose economiche, adesso potremo occuparci anche del lavoro politico del partito.

E’ giusta questa conclusione? No, è sbagliata. Allorché i compagni del nostro partito, entusiasmati dai successi economici, non si curavano più della politica, era un’esagerazione che ci è costata dei grandi sacrifici. Se adesso certi nostri compagni, accingendosi a rafforzare il lavoro politico del partito, pensano di non occuparsi più dell’economia, questa sarà un’altra esagerazione, che non ci costerà meno sacrifici.

Non si può cadere da un estremo all’altro. Non si può separare la politica dall’economia.

Non possiamo disinteressarci dell’economia così come non possiamo disinteressarci della politica. Per comodità di studio, si separano di solito, metodologicamente, le questioni dell’economia dalle questioni della politica. Ma è una separazione puramente metodologica, artificiale, che si fa solo per comodità di studio.

Nella vita, al contrario, nella pratica, la politica e l’economia sono inseparabili.

Esse esistono insieme e agiscono insieme. E colui che pensa di separare, nella nostra politica pratica, l’economia dalla politica, di rafforzare il lavoro economico a prezzo di una riduzione del lavoro politico, o, al contrario, di rafforzare il lavoro politico a prezzo di una riduzione del lavoro economico, finisce infallibilmente in un vicolo cieco.
Il punto che voi conoscete del progetto di risoluzione in cui si parla di liberare le organizzazioni di partito dalle piccolezze economiche e di rafforzare il lavoro politico del partito, non significa che ci si debba disinteressare del lavoro economico e della direzione economica, ma significa soltanto che non si deve più ammettere la pratica per cui le organizzazioni del nostro partito si sostituiscono agli organismi economici e particolarmente agli organismi agrari e tolgono loro ogni responsabilità.

E’ necessario quindi assimilare il  metodo di direzione bolscevica degli organismi economici, metodo che consiste nell’aiutare sistematicamente questi organismi, nel rafforzarli sistematicamente e nel dirigere l’economia non ignorando questi organismi, ma attraverso di essi. Bisogna dare agli organismi economici e prima di tutto agli organismi agrari gli uomini migliori, bisogna completare il loro personale con dei nuovi militanti e dei migliori, capaci di adempiere i compiti che vengono loro affidati. Solo dopo che questo lavoro sarà stato fatto, le organizzazioni del partito potranno liberarsi completamente dalle piccolezze economiche.

E’ chiaro che si tratta d’una cosa seria, che esige un certo tempo. Ma, finché questo non sarà stato fatto, le organizzazioni del partito dovranno ancora, per un determinato breve periodo di tempo, occuparsi da vicino delle questioni agrarie, con tutte le loro piccolezze, aratura, seminagione, raccolto, ecc.

2) Due parole sui sabotatori, agenti di diversione, spie, ecc. Penso che adesso è chiaro per tutti che gli  attuali sabotatori e agenti di diversione, qualunque sia la bandiera sotto la quale si mascherano, trotskista o  bukhariniana, hanno cessato già da tempo di essere una tendenza politica nel movimento operaio, si sono  trasformati in una banda senza principi e senza idee di sabotatori professionali, agenti di diversione, spie,  assassini. E’ evidente che bisognerà schiacciare ed estirpare questi signori senza alcuna pietà come nemici della classe operaia, come traditori della nostra patria. Ciò è chiaro e non esige ulteriori spiegazioni.

Ma sorge una questione: come realizzare praticamente il compito di distruggere ed estirpare gli agenti  tedesco-giapponesi del trotskismo? Significa forse ciò, che bisogna battere ed estirpare non solo i veri  trotskisti, ma anche coloro che nel passato hanno inclinato verso il trotskismo, ma poi, già da molto tempo,  hanno abbandonato il trotskismo; non solo coloro che sono effettivamente degli agenti trotskisti di sabotaggio, ma anche coloro cui è accaduto nel passato di passare per la strada percorsa nel passato da questo o da quel trotskista? Per lo meno, tali voci si sono fatte sentire qui, nella sessione plenaria. Si può considerare giusta una tale interpretazione della risoluzione? No, non la si può considerare giusta.

A questo proposito, come a proposito di tutte le altre questioni, è necessario differenziare, trattare ogni caso individualmente.

Non si può misurar tutti con lo stesso metro. Questo modo di considerare il problema globalmente può solo danneggiare la causa della lotta contro i veri sabotatori, le vere spie trotskiste. Tra i nostri compagni responsabili vi è una certa quantità di ex-trotskisti i quali, già da tempo, hanno abbandonato il trotskismo e conducono la lotta contro di esso, non peggio, anzi meglio di certi nostri egregi compagni cui non è mai accaduto di inclinare verso il trotskismo. Sarebbe stupido gettare del fango adesso  su quei compagni.

Tra i nostri compagni ve ne sono anche di quelli che sono sempre stati ideologicamente contro il trotskismo, ma, ciononostante, hanno, mantenuto dei rapporti personali con singoli trotskisti, rapporti che non han  tardato a rompere, non appena è stata loro chiara la fisionomia pratica del trotskismo. Naturalmente, non è bene che essi abbiano rotto i loro rapporti di amicizia con singoli trotskisti, non subito, ma con ritardo. Ma sarebbe stupido mettere questi compagni nello stesso sacco con i trotskisti.

3) Che cosa significa – scegliere bene gli uomini e disporli giustamente nel lavoro?
Ciò significa scegliere gli uomini, prima di tutto, secondo un punto di vista politico, vale a dire a seconda che essi sono meritevoli di fiducia politica, e, in secondo luogo, secondo un punto di vista pratico, vale a dire a seconda che essi convengono per questo o quel lavoro concreto.
Ciò significa che il criterio pratico non deve trasformarsi in praticismo, il che avviene quando ci si interessa delle qualità pratiche degli uomini, ma non ci si interessa della loro fisionomia politica.

Ciò significa che il criterio politico non deve diventare il criterio unico ed esclusivo, il che avviene quando ci si interessa della fisionomia politica degli uomini, ma non ci si interessa delle loro qualità pratiche. Si può dire che questa regola bolscevica venga applicata dai compagni del nostro partito? Purtroppo non lo si può dire. Qui, nella sessione plenaria, se ne è già parlato.

Ma non si è detto tutto. Il fatto è che, nella nostra pratica, questa regola provata viene violata spesso e di continuo e nel modo più grossolano.

Per lo più, si scelgono gli uomini non secondo criteri oggettivi, ma secondo criteri occasionali, soggettivi, piccolo-borghesi. Per lo più, si scelgono i cosiddetti conoscenti, amici, compaesani, uomini personalmente fedeli, maestri nell’adulare i loro capi, -indipendentemente dalla loro capacità politica e pratica.
E’ evidente, che invece di un gruppo dirigente di uomini responsabili, si ottiene una famigliola di amici, una combriccola di persone che si sforzano di vivere in pace, di non offendersi a vicenda, di lavare in famiglia i panni sporchi, di lodarsi l’uno con l’altro e di inviare di quando in quando al centro dei rapporti vuoti e nauseanti sui loro successi.
Non è difficile capire, che in un tale ambiente famigliare non può esserci posto né per la critica delle lacune del lavoro, né per l’autocritica dei dirigenti del lavoro.
E’ comprensibile che una simile atmosfera famigliare crei un ambiente favorevole all’allevamento degli adulatori, degli uomini privi del senso della loro dignità e che perciò non hanno niente di comune con il bolscevismo.
Prendiamo, per esempio, i compagni Mirsoian e Vainof. Il primo di essi è segretario dell’organizzazione di partito del territorio del Kazakhstan, il secondo è segretario dell’organizzazione regionale di partito di Iaroslav. Nel nostro ambiente questi uomini non sono gli ultimi. E come scelgono essi i loro collaboratori? Il primo, quando è andato nel Kazakhstan, si è tirato dietro dall’Azerbaigian e dagli Urali, dove lavorava prima, 30-40 dei “suoi” uomini e li ha collocati in posti di responsabilità nel Kazakhstan. Il secondo, pure, si  è tirato dietro a Iaroslav, dal bacino del Donetz, dove lavorava prima, più di una diecina dei “suoi” uomini e li ha pure collocati in posti di responsabilità.

Quindi, il compagno Mirsoian ha la sua combriccola. E c’è l’ha pure il compagno Vainof. Forse che non si potevano scegliere i propri collaboratori fra gli uomini del posto, attenendosi alla nota regola bolscevica circa la scelta e l’impiego degli uomini? Naturalmente, si poteva.
Perché essi non l’hanno fatto? Perché la regola bolscevica circa la scelta degli uomini esclude la possibilità di trattare questa questione in modo piccolo-borghese, esclude la possibilità di scegliere gli uomini secondo un criterio famigliare e di consorteria. Inoltre, scegliendosi come collaboratori degli uomini personalmente fedeli, questi compagni volevano, evidentemente, crearsi una situazione di una certa indipendenza sia dagli uomini del posto che dal Comitato Centrale del partito.

Ammettiamo che i compagni Mirsoian e Vainof, in  forza di queste o quelle circostanze, siano trasferiti dal loro posto attuale di lavoro in un altro posto qualunque. Come dovranno agire in tal caso verso il loro “seguito”? Possibile che essi debbano tirarselo dietro di nuovo nei loro nuovi posti di lavoro?
Ecco a quale assurdo conduce la violazione della regola bolscevica circa la giusta scelta e il giusto impegno degli uomini.

4) Cosa significa – controllare gli uomini, controllare l’adempimento dei compiti?
Controllare gli uomini non significa controllarli sulla base delle loro promesse e dichiarazioni, ma sulla base dei risultati del loro lavoro.
Controllare l’adempimento dei compiti significa eseguire un controllo non solo burocratico, né solo sulla base di rapporti formali, ma controllare prima di tutto sul posto di lavoro, sulla base dei risultati effettivi dell’esecuzione.

E’ necessario, in generale, questo controllo? Indiscutibilmente, è necessario. E’ necessario, in primo luogo,  perché solo un tale controllo dà la possibilità di conoscere gli uomini, di stabilire quali sono le loro qualità effettive. E’ necessario in secondo luogo, perché solo un tale controllo dà la possibilità di stabilire le qualità e i difetti dell’apparato esecutivo. E’ necessario in terzo luogo, perché solo un tale controllo dà la possibilità di stabilire le qualità e i difetti insiti nel modo stesso come i compiti sono stati fissati.

Certi compagni pensano che gli uomini si possano controllare solo dall’alto, il che avviene quando i dirigenti controllano coloro che essi dirigono sulla base dei risultati del loro lavoro. Ciò è falso. Il controllo dall’alto, naturalmente, è necessario come una delle misure effettive di controllo degli uomini e di controllo dell’adempimento dei compiti. Ma il controllo dall’alto è ben lontano dall’esaurire tutta l’opera di controllo.
Esiste ancora un altro genere di controllo, il controllo dal basso, che si ha quando le masse, quando coloro che sono diretti controllano i dirigenti, notano i loro errori e indicano la via per correggerli. Questo genere di controllo è uno dei metodi più efficaci di controllo degli uomini.
Le masse del partito controllano i loro dirigenti nelle riunioni di attivisti, nelle conferenze, nei congressi, ascoltando i loro rapporti, criticando i difetti, infine, eleggendo o non eleggendo negli organi di direzione questi o quei compagni dirigenti.

Un’applicazione precisa del centralismo democratico nel partito, come lo esige lo statuto del nostro partito, il principio assoluto dell’eleggibilità degli organi del partito, il diritto di presentare e di respingere dei candidati, la votazione segreta, la libertà di critica e di autocritica, -tutte queste e altre simili misure è necessario siano realizzate, tra l’altro, per facilitare la verifica e il controllo dei dirigenti del partito da parte delle masse del partito.
Le masse senza partito controllano i loro dirigenti economici, sindacali, ecc., nelle riunioni di attivisti, nelle conferenze di massa di ogni genere, dove ascoltano i rapporti dei loro dirigenti, criticano i difetti e indicano la via per correggerli.
Infine, il popolo controlla i dirigenti del paese durante le elezioni degli organi del potere dell’Unione Sovietica mediante il suffragio universale ed eguale, a scrutinio diretto e segreto.
Ciò che è necessario è di unire il controllo dall’alto al controllo dal basso.

5) Cosa significa – educare i quadri sulla base dei loro propri errori?
Lenin ha insegnato che svelare in modo coscienzioso gli errori del partito, studiare le cause che hanno generato questi errori e determinare le vie che occorre seguire per correggerli, è uno dei migliori mezzi per bene educare e istruire i quadri del partito, per bene educare e istruire la classe operaia e le masse lavoratrici.
Lenin dice:
“La posizione di un partito politico verso i propri errori è uno dei criteri più importanti e sicuri per giudicare se un partito è serio, se esso adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici.
Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi di correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama adempiere i propri doveri, educare e istruire la classe, e, quindi, anche le masse.”

Ciò significa che i bolscevichi hanno il dovere non di occultare i loro errori, di eludere la questione dei loro errori, come ciò avviene spesso da noi, ma di riconoscere i loro errori in modo onesto e aperto, hanno il dovere di stabilire in modo onesto e aperto quali vie devono essere seguite per correggere questi errori, hanno il dovere di correggere i loro propri errori in modo onesto e aperto.

Non direi che molti dei nostri compagni facciano questo con piacere. Ma i bolscevichi, se vogliono effettivamente essere dei bolscevichi, devono trovare in sé il coraggio di riconoscere apertamente i loro errori, di scoprire le cause di essi, di stabilire le vie che si devono seguire per correggerli e aiutare così il partito a dare ai quadri una educazione giusta e una giusta istruzione politica. Poiché solo battendo questa strada, solo in una atmosfera di autocritica aperta ed onesta si possono educare dei veri quadri bolscevichi, si possono educare dei veri capi bolscevichi.
Due esempi che dimostrano la giustezza della tesi di Lenin.
Si prendano, per esempio, gli errori che abbiamo commesso nella creazione dei colcos. Vi ricordate, certamente, il 1930, quando i compagni del nostro partito pensavano di risolvere la complicatissima questione del passaggio dei contadini all’organizzazione dei colcos in tre-quattro mesi appena, e quando il Comitato Centrale del partito fu costretto a frenare i compagni che erano stati presi dalle vertigini.

Fu uno dei periodi più pericolosi della vita del nostro partito. L’errore consisteva nel fatto che i compagni del nostro partito avevano dimenticato il principio della volontarietà dell’organizzazione dei colcos, avevano
dimenticato che non si possono far passare i contadini sulla via dei colcos mediante una pressione amministrativa, avevano dimenticato che l’organizzazione dei colcos non esige alcuni mesi, ma alcuni anni di lavoro accurato e meditato. Essi avevano dimenticato tutto ciò e non volevano riconoscere i loro errori. Vi ricordate certamente che l’ammonimento dato dal Comitato Centrale – circa i successi che davano alla testa, e affinché i nostri compagni alla periferia, ignorando la situazione reale, non corressero troppo avanti, incontrò una grande resistenza. Ma questo non impedì al C.C. di andare contro corrente e di far tornare i compagni del nostro partito sulla strada giusta. E cos’è avvenuto? Adesso è chiaro per tutti che il partito ottenne quanto voleva, facendo ritornare i compagni del nostro partito sulla strada giusta.

Adesso abbiamo delle diecine di migliaia di magnifici quadri contadini per l’organizzazione dei colcos e per la direzione dei colcos. Questi quadri sono cresciuti e si sono educati sulla base dell’esperienza degli errori del 1930. Ma questi quadri adesso non li avremmo, se il partito non avesse allora riconosciuto i suoi errori e non li avesse corretti a tempo.

Un altro esempio, preso nel campo dell’edificazione industriale. Intendo parlare degli errori da noi commessi nel periodo del sabotaggio di Sciakhti. I nostri errori consistettero allora nel non tener conto di tutto il pericolo che rappresentava l’arretratezza tecnica dei nostri quadri nell’industria, nel rassegnarsi a questa arretratezza e nel pensare di dare un ampio sviluppo all’edificazione industriale socialista con l’aiuto di  specialisti ostili, condannando i nostri quadri economici alla funzione di cattivi commissari presso degli specialisti borghesi. Vi ricordate, certamente, come i nostri quadri economici riconoscevano allora mal volentieri i loro errori, come essi riconoscevano mal volentieri la loro arretratezza tecnica e con quale pena essi facevano propria la parola d’ordine – “conquistare la tecnica”.

E cos’è avvenuto? I fatti dimostrano che la parola d’ordine “conquistare la tecnica” ha avuto il suo effetto e ha dato i suoi buoni risultati.

Adesso abbiamo dei magnifici quadri economici bolscevichi, composti di diecine e centinaia di migliaia di uomini, che hanno già conquistato la tecnica e portano avanti la nostra industria. Ma questi quadri adesso non li avremmo se il partito avesse ceduto davanti all’ostinatezza dei dirigenti economici che non volevano riconoscere la loro arretratezza tecnica, se il partito non avesse allora riconosciuto i suoi errori e non li avesse corretti a tempo.
Certi compagni dicono che non è opportuno parlare apertamente dei propri errori, perché l’aperto riconoscimento dei propri errori può essere interpretato dai nostri nemici come una nostra debolezza, e può venire utilizzato da essi. Sono sciocchezze, compagni, e niente altro che delle sciocchezze. Il riconoscimento aperto dei nostri errori e l’onesta correzione di essi, al contrario, può solo rafforzare il nostro partito, elevare l’autorità del nostro partito agli occhi degli operai, dei contadini, degli intellettuali lavoratori, accrescere la forza e la potenza del nostro Stato.

E questo è l’essenziale. Se gli operai, i contadini, gli intellettuali  lavoratori sono con noi, tutto il resto verrà da sé.
Altri compagni dicono che l’aperto riconoscimento dei nostri errori può portare non all’educazione e al rafforzamento dei nostri quadri, ma al loro indebolimento e alla loro disorganizzazione; che dobbiamo risparmiare e curare i nostri quadri, che dobbiamo aver riguardo del loro amor proprio e della loro tranquillità.

A questo scopo essi propongono di occultare gli errori dei nostri compagni, di indebolire la forza della critica, e, ancor meglio, di passar sopra questi errori.

Una tale posizione non solo è radicalmente sbagliata, ma è pericolosa al più alto grado, è pericolosa prima di tutto per i quadri che si vogliono “risparmiare” e “curare”. Risparmiare e conservare i quadri occultando i loro errori, -significa rovinare sicuramente questi quadri. Noi avremmo sicuramente rovinato i nostri quadri bolscevichi dei colcos, se non avessimo messo a nudo gli errori del 1930 e non li avessimo educati sulla base dell’esperienza di questi errori.

Avremmo sicuramente rovinato i nostri quadri bolscevichi dell’industria se non avessimo messo a nudo gli errori dei nostri compagni nel periodo del sabotaggio di Sciakhti e non avessimo educato i quadri della nostra industria sulla base dell’esperienza di questi errori. Chi pensa di risparmiare l’amor proprio dei nostri quadri tenendo nascosti i loro errori, costui rovina e i quadri e l’amor proprio dei quadri, poiché tenendo nascosti i loro errori facilita la ripetizione di nuovi errori, forse più seri, che portano, evidentemente, a un completo fallimento dei quadri a detrimento del loro “amor proprio” e della loro “tranquillità”.

6) Lenin ci ha insegnato non solo a insegnare alle masse, ma a imparare dalle masse.

Che significa ciò?
Ciò significa, in primo luogo, che noi, dirigenti, non dobbiamo aver della presunzione e dobbiamo comprendere che, se siamo membri del C.C. o Commissari del Popolo, questo non significa ancora che possediamo tutte le conoscenze necessarie per dirigere giustamente. Il grado per sé stesso non dà le conoscenze e l’esperienza. Il titolo -ancor meno.
Ciò significa, in secondo luogo, che la nostra sola esperienza, l’esperienza dei dirigenti, è insufficiente per dirigere bene, che è necessario quindi completare la nostra esperienza, l’esperienza dei dirigenti, con l’esperienza delle masse, con l’esperienza delle masse del partito, con l’esperienza della classe operaia, con l’esperienza del popolo.
Ciò significa, in terzo luogo, non indebolire neanche per un minuto e a maggior ragione non rompere i nostri legami con le masse.
Ciò significa, in quarto luogo, ascoltare attentamente la voce delle masse, la voce dei membri di base del partito, la voce dei cosiddetti “uomini modesti”, la voce del popolo.  Cosa vuol dire dirigere bene? Non vuol dire affatto sedere in un ufficio e scrivere delle direttive.

Dirigere bene vuol dire: in primo luogo, trovare la giusta soluzione della questione. E la giusta soluzione non si può trovare senza tener conto dell’esperienza delle masse, le quali provano sulla loro schiena i risultati della nostra direzione; in secondo luogo, organizzare una esecuzione della decisione giusta, il che tuttavia non può essere fatto senza un aiuto diretto da parte delle masse; in terzo luogo, organizzare il controllo dell’esecuzione di questa decisione giusta, il che ancora una volta non può essere fatto senza l’aiuto diretto delle masse.
Noi, dirigenti, vediamo le cose, gli avvenimenti, gli uomini solo da una parte, io direi – dall’alto: il nostro campo visivo, quindi, è più o meno limitato. Le masse, al contrario, vedono le cose, gli avvenimenti, gli uomini da un’altra parte, io direi – dal basso: il loro campo visivo è pure, quindi, in una certa misura, limitato. Per ottenere una soluzione giusta della questione, bisogna unire queste due esperienze. Solo in questo caso la direzione sarà giusta.
Ecco cosa significa non soltanto insegnare alle masse, ma anche imparare dalle masse.
Due esempi, che dimostrano la giustezza di questa tesi di Lenin.
Il fatto è avvenuto alcuni anni or sono. Noi, membri del C.C., esaminammo la questione del miglioramento della situazione nel bacino del Donetz.

Il progetto delle misure da prendersi, presentato dal Commissario del Popolo dell’Industria pesante, era manifestamente insoddisfacente. Tre volte ricevemmo dal Commissariato dei progetti diversi. E tuttavia non si poteva ritenere che questi progetti fossero soddisfacenti. Infine, decidemmo di chiamare dal bacino del Donetz alcuni operai, dei dirigenti economici della base e dei funzionari sindacali.

Parlammo tre giorni con questi compagni. E noi tutti, membri del C.C., dovemmo riconoscere che essi soli, questi elementi della base, questi “uomini modesti”, avevano saputo suggerirci la decisione giusta. Vi ricordate, senza dubbio, la nota decisione del Comitato Centrale e del Consiglio dei Commissari del Popolo sulle misure per intensificare l’estrazione del carbone nel bacino del Donetz. Ebbene, questa decisione del C.C. e del Consiglio dei Commissari del Popolo, che tutti i nostri compagni riconobbero essere una decisione giusta, e perfino famosa, ci fu suggerita da uomini modesti, della base.
Un altro esempio. Voglio parlare del caso della compagna Nikolaienko. Chi è Nikolaienko? Nikolaienko è una semplice iscritta al partito. E’ una “persona modesta”, comune. Per tutto un anno essa segnalò che nell’organizzazione del partito di Kiev le cose non andavano bene, denunciò lo spirito famigliare, il modo piccolo-borghese di trattare gli uomini, il soffocamento dell’autocritica, la penetrazione dei sabotatori trotskisti. La si allontanava come una mosca fastidiosa. Infine, per disfarsene, la presero e la espulsero dal partito.

Né l’organizzazione di Kiev, né il C.C. del partito comunista (bolscevico) dell’Ucraina l’aiutarono ad ottenere giustizia. Solo l’intervento del Comitato Centrale del partito permise di sciogliere questa matassa ingarbugliata. E cosa si vide dopo che la faccenda fu messa in chiaro? Si vide che Nikolaienko aveva ragione, e che l’organizzazione di Kiev aveva torto. Né più, né meno. E chi era questa Nikolaienko? Essa, naturalmente, non fa parte del Comitato Centrale, non è Commissario del Popolo, non è segretaria dell’organizzazione regionale di Kiev, non è nemmeno segretaria di una cellula qualunque, è una semplice iscritta al partito. Come vedete, le persone modeste sono alle volte più vicine alla verità di certe alte istituzioni.
Si potrebbero portare ancora delle diecine, delle centinaia di esempi simili.
Risulta in tal modo che per dirigere il nostro lavoro la nostra sola esperienza, l’esperienza dei dirigenti, è ancora ben lontana dall’ essere sufficiente. Per poter dirigere bene bisogna completare l’esperienza dei dirigenti con l’esperienza delle masse del partito, con l’esperienza della classe operaia, con l’esperienza dei lavoratori, con l’esperienza delle cosiddette “persone semplici”.
E quando è possibile far questo?
E’ possibile solo quando i dirigenti sono legati con le masse nel modo più stretto, quando essi sono legati con le masse del partito, con la classe operaia, con i contadini, con gli intellettuali lavoratori. Il legame con le masse, il rafforzamento di questo legame, la volontà di ascoltare la voce delle masse, -ecco che cosa rende forte e invincibile la direzione bolscevica. Si può riconoscere, come regola, che fino a quando i bolscevichi manterranno i legami con le larghe masse del popolo, essi saranno invincibili.

E, al contrario, basta che i bolscevichi si stacchino dalle masse e perdano i contatti con esse, basta che essi si coprano di ruggine burocratica, perché essi perdano ogni loro forza e diventino delle nullità. Gli antichi greci nel sistema della loro mitologia avevano un eroe famoso, Anteo, il quale era, come racconta la mitologia, figlio di Posidone, dio del mare, e di Gea, dea della terra. Egli aveva uno speciale attaccamento per sua madre, che l’aveva messo al mondo, nutrito e educato. Non c’era nessun eroe che egli non avesse vinto – questo Anteo.

Era considerato come un eroe invincibile. In che consisteva la sua forza? Consisteva nel fatto che ogni volta che, nella lotta contro un avversario, si trovava a mal partito, egli toccava la terra, la madre sua che l’aveva messo al mondo e l’aveva nutrito, e ne riceveva nuove forze.

Ma tuttavia egli aveva un punto debole: correva il rischio di essere staccato in un modo o nell’altro dalla terra. I nemici tenevano conto di questa sua debolezza e stavano all’ agguato. Ed ecco che si trovò un nemico, che utilizzò questa sua debolezza e lo vinse. Questi fu Ercole. Ma come lo vinse? Lo stacco dalla terra, lo elevò in aria, gli tolse la possibilità di toccare la terra e lo strozzò in tal modo nell’aria.
Penso che i bolscevichi ci ricordano Anteo, l’eroe della mitologa greca.

Essi, così come Anteo, sono forti per il fatto che mantengono il legame con la loro madre, con le masse che li hanno messi al mondo, che li hanno nutriti e educati. E fino a quando mantengono i legami con la loro madre, con il popolo, essi hanno tutte le probabilità di restare invincibili. E’ questo che rende invincibile la direzione bolscevica.

7) Infine, ancora una questione. Intendo parlare del modo formale, burocratico e inumano col quale certi compagni del nostro partito considerano la sorte dei singoli membri del partito, considerano il problema dell’espulsione dal partito di membri del partito o il problema della riammissione nel partito di elementi espulsi.

Si tratta del fatto che alcuni dirigenti del nostro partito mancano di attenzione per gli uomini, per i membri del partito, per gli attivisti. Più ancora, essi non studiano i membri del partito, non sanno di cosa vivano e come si sviluppino, non conoscono, in generale, gli attivisti.

Perciò essi non trattano i membri del partito, gli attivisti del partito, in modo adatto a ciascuno di essi, individualmente. E appunto perché nell’ apprezzare i membri del partito e gli attivisti del partito, essi non sanno tener conto delle particolarità di ciascuno, di solito essi agiscono a casaccio: o li elogiano in blocco, senza misura, oppure li battono anche tutti in blocco e senza misura, li espellono dal partito a migliaia e a diecine di migliaia. Tali dirigenti in generale si sforzano di pensare alle diecine di migliaia, e non si preoccupano delle “unità”, dei singoli membri del partito, della loro sorte.

Espellere dal partito delle migliaia e delle diecine di migliaia di uomini è considerato da loro una cosa da nulla e si consolano col fatto che il nostro partito ha due milioni di membri e delle diecine di migliaia di espulsi non possono cambiar nulla nella situazione del partito. Ma così possono trattare i membri del partito solo delle persone che siano, in sostanza, profondamente ostili al partito.
Come risultato di questo comportamento burocratico verso gli uomini, verso i membri del partito e gli attivisti del partito, si crea artificialmente in una parte del partito del malcontento, dell’irritazione e gli ipocriti trotskisti si aggrappano abilmente a questi compagni irritati e li tirano destramente con sé nel pantano del sabotaggio trotksista.
I trotskisti di per sé stessi non hanno mai rappresentato una grande forza nel nostro partito. Ricordate l’ultima discussione che ebbe luogo nel nostro partito, nel 1927. Fu un vero referendum di partito.

Su 850.000 membri del partito, 730.000 presero parte alla votazione. Di essi, 724 mila votarono per i bolscevichi, per il Comitato Centrale del partito, contro i trotskisti; quattro mila, cioè 0,5 per cento, votarono per i trotskisti e 2.600 si astennero. Non presero parte alla votazione 123 mila membri del partito. Non presero parte alla votazione o perché erano in viaggio, o perché, durante la votazione, erano di turno sul lavoro.

Se ai 4 mila che votarono per i trotskisti si aggiungono tutti gli astenuti, -supponendo che essi pure simpatizzassero per i trotskisti, -e se al totale ottenuto si aggiunge non 0,5 per cento dei non partecipanti alla votazione, come converrebbe fare, di regola, ma 5% dei non partecipanti, cioè circa 6 mila membri del partito, si ottengono circa 12 mila membri del partito simpatizzanti in un modo o nell’altro col trotskismo.
Eccovi tutta la forza dei signori trotskisti. Aggiungete a ciò la circostanza che tra questi molti rimasero delusi dal trotskismo e lo abbandonarono, e avrete una rappresentazione di quanto siano infime le forze trotskiste. E se, malgrado ciò, i sabotatori trotskisti hanno tuttavia qualche riserva a lato del nostro partito, ciò avviene perché la politica sbagliata di certi nostri compagni circa la questione dell’espulsione dal partito e della riammissione degli espulsi, il comportamento burocratico di certi nostri compagni verso singoli membri di partito e singoli attivisti, moltiplicano artificialmente il numero dei malcontenti e degli irritati e creano, in tal modo, queste riserve per i trotskisti.
Nella maggior parte dei casi si esclude per la cosiddetta passività. Che cos’è la passività? Si ritiene, a quanto pare, che se il membro del partito non ha assimilato il programma del partito, egli è passivo e merita l’espulsione. Ma questo è sbagliato, compagni. Non si può interpretare in modo così letterale lo statuto del nostro partito. Per assimilare il programma del partito bisogna essere dei veri marxisti, dei marxisti provati e teoricamente preparati. Non so se vi sono da noi molti membri del partito che hanno già assimilato il nostro
programma che sono diventati dei veri marxisti, teoricamente preparati e provati. Se si seguisse per questa
strada, dovremmo lasciare nel partito solo gli intellettuali e in generale le persone istruite. A chi è necessario

un tale partito? Abbiamo, a proposito delle qualità che deve avere un membro del partito, una formula leninista provata, che ha passato tutte le prove. Secondo questa formula si considera membro del partito colui che accetta il programma del partito. Fate attenzione: nella formula leninista si parla non di assimilazione del programma, ma di accettazione del programma. Sono due cose completamente diverse.

Non c’è bisogno di dimostrare che ha ragione su questo punto Lenin e non hanno ragione i compagni del nostro partito, che chiacchierano a vuoto di assimilazione del programma. Ed è comprensibile. Se il partito partisse dal presupposto che possono essere membri del partito solo quei compagni che hanno già assimilato il programma e son diventati dei marxisti teoricamente preparati, esso non organizzerebbe nel partito delle migliaia di circoli di partito, delle centinaia di scuole di partito in cui i membri del partito studiano il marxismo e che li aiutano ad assimilare il nostro programma. E’ assolutamente chiaro che se il partito organizza queste scuole e questi circoli per i membri del partito, ciò avviene perché esso sa che i membri del partito non sono ancora riusciti ad assimilare il programma del partito, non sono ancora riusciti a diventare dei marxisti teoricamente preparati.
Quindi, per correggere la nostra politica circa le qualità che devono avere i membri del partito e circa le espulsioni dal partito, è necessario finirla con l’attuale sciocca interpretazione della passività.
Ma abbiamo ancora un altro peccato in questo campo. Il fatto è che i nostri compagni non sanno trovare il giusto mezzo tra i due estremi. Basta che un operaio, un membro del partito, faccia una piccola mancanza, ritardi una volta o due alla riunione di partito, non paghi le quote per una ragione qualunque, perché lo buttino istantaneamente fuori dal partito. Non ci si interessa del grado della sua colpa, dei motivi della sua assenza alla riunione, delle ragioni per cui non ha pagato le quote. Il burocratismo che regna in questo campo è una cosa veramente mai vista. Non è difficile capire che precisamente in seguito a una tale politica burocratica sono stati cacciati dal partito degli ottimi quadri operai, dei magnifici stakhanovisti. Non era possibile, prima di espeller dal partito, di dare un avvertimento, e se questo non serviva, di mettere in guardia, o di infliggere un biasimo, e se anche questo non serviva, di fissare un termine per correggersi, oppure, in caso estremo, di retrocedere nella categoria dei candidati, ma non escludere avventatamente dal partito?

Naturalmente, si poteva. Ma per far questo si esige un atteggiamento pieno di attenzione per gli uomini, per i membri del partito, per la sorte dei membri del partito. Ma questo è proprio ciò che manca a certi nostri compagni.
E’ ora, compagni, da gran tempo è ora di finirla con queste cose scandalose. (Applausi.)

Tratto da Teoria e Prassi-Piattaforma Comunista

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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