Episodi della vita di Stalin

di  Salvatore Ambrosino

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Memorie, racconti, colloqui

Raccolti in Urss per la prima volta nel 1939, tradotti dal russo e pubblicati per la prima volta in Italia da “Rassegna Sovietica” n. 3 marzo 1953, rivista dell’Associazione Italia-Urss, che dedicò l’intero numero del mensile alla memoria di Stalin, in occasione della sua scomparsa, pubblichiamo “Episodi della vita di Stalin. Memorie, racconti, colloqui”.
Tale rivista, inoltre, pubblicò quattro suoi scritti, allora inediti, sulla storiografia, la letteratura, il teatro e l’autocritica.

La casa natale
Verso il 1890 il giovane Gorki, durante le sue peregrinazioni nella Transcaucasia, visitò Gori.
Ecco la sua descrizione di Gori: “Non è un grande centro, sembra uno dei tanti villaggi russi; nel mezzo del paese sorge un’alta collina, sulla quale è una fortezza; sulle pendici della collina e ai suoi piedi sono sparse piccole capanne e casette quasi tutte di pietra. Tutto l’abitato ha un colore grigio, come di segregazione e di selvatico isolamento. Il cielo infuocato sulla città, le acque scure e impetuose del Kura vicino all’abitato, i monti non lontani, sui quali ricorrono regolarmente alcune cavità – una città di caverne -; e ancora più in là, sull’orizzonte, – bianche nubi eternamente immobili – sono i monti della catena principale, coperti dalle argentee nevi eterne.
Il paesaggio era insolito… e i suoi tratti severi; lo sguardo abituato agli ampi orizzonti è chiuso dalle catene dei monti, che cingono da ogni lato la piccola valle solcata dal fiume e dalla linea ferroviaria, che sembra stonare in mezzo a questa bellezza semplice e selvaggia, povera di colori, creata dalle masse pesanti di terreno informe che assume diversi aspetti sollevando le sue creste verso l’infuocato cielo azzurro” (dal libro di I. Grurdev, Gorki e il suo tempo, Mosca, 1938).

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In questa cittadina, da una famiglia di semplici lavoratori georgiani nacque il 2 dicembre 1879 Iosif Vissarionovic.
Il padre di Iosif Vissarionovic, Vissarion Ivanovic Giugascvili, era calzolaio. Vissarion Ivanovic, contadino d’origine, era nativo del villaggio di Didi-Lilo. Egli aveva vissuto molti anni a Gori. La madre di Iosif Vissarionovic, Iekaterina Gheorghievna, anch’essa contadina georgiana, era nativa del villaggio di Gambareuli.
Il bimbo nacque in una casetta dalle fondamenta di mattoni e con il tetto di assi, casetta che aveva sulla facciata la porta e nella parte posteriore l’ingresso della cantina. Lo chiamarono Iosif. La località circostante non era certo attraente. Dinanzi alla casa una viuzza accidentata con il lastricato sconnesso; dirimpetto alcune baracche con riparazioni asimmetriche e con i tubi delle stufe sporgenti. In mezzo al selciato corre un canale di scarico (H. Barbusse, Stalin, Ed. russa, 1936).
La casa, di proporzioni minime, è costruita con mattoni piatti georgiani di color rosa-grigio. Sulla via danno due piccole finestre a due battenti con semplici cornici. Attraverso la finestra si scorge il modesto arredamento della stanza. Vicino al cornicione su una piccola targa di ferro, il numero della casa: “N. 10”. Il balconcino è adorno di sottili e aguzze colonnine di legno. Della tinta bianca rimangono solo alcune tracce e sulle colonnine di sostegno si vedono ancora due strisce azzurre. In alcuni punti il maltempo e in altri il tarlo hanno intaccato la balaustra…
La porta è aperta. Entriamo in una camera. Un modesto tavolo da pranzo, coperto da una tovaglia di tela con il bordo grigio-azzurro. Attorno al tavolo possono sedere solo quattro persone. Quando vi erano degli ospiti la padrona di casa aggiungeva una tavola pieghevole. Quattro sgabelli di legno senza alcun ornamento. Sul tavolo un piatto di terra cotta e una brocca per l’acqua, anch’essa di terra cotta, di colore marrone chiaro. Accanto una vecchia lampada a petrolio, di rame.
Ecco il letto, con due coperte contadine fatte a mano. Una è rossa e nera con disegni, l’altra di colore chiaro. Sul letto un grande cuscino in tessuto di tappeto e altri due piccoli cuscini rotondi dello stesso tipo. Alla parete è appesa una “pantofola” di velluto. In essa la madre di Iosif Vissarionovic conservava il filo, gli aghi e il ditale. Ecco un piccolo cofano. Esso conteneva quasi tutti gli averi della famiglia. Ecco una cassetta georgiana per il pane, il “Kidobani”… Nella camera c’è poco spazio.
In una parete sono ricavati due armadi poco profondi per il vasellame e i vestiti. Sugli sportelli degli armadi un intaglio molto semplice.
Ecco l’angolo riservato alle feste: una piccola credenza, coperta da una tela cerata a quadri di colore giallo e grigio. Sulla credenza un lucido samovar di rame, un piccolo vassoio rotondo di rame, un risciacquatoio anch’esso di rame e una piccola teiera di maiolica dipinta, posta sul bollitoio del samovar. Accanto al vassoio, in un’intelaiatura di legno nero, uno specchio rotondo con due supporti per le candele e vicino allo specchio il grande bicchiere del padre, di vetro spesso, su un piattino. A un chiodo è appeso l’asciugamano.
Un tavolo, quattro sgabelli disadorni, un letto, un cofano, una cassetta per il pane, una piccola credenza e il samovar: questo è tutto l’arredamento.
Si accede al locale inferiore, interrato, attraverso una scala a chiocciola di sette gradini che compie un semicerchio.
La volta scura della cantina completamente affumicata, le pareti intonacate di semplice argilla. La luce penetra qui solo attraverso la parte superiore delle finestre, che si trovano al livello del soffitto. Una porta disadorna di cinque assi scorticati, con chiodi arrugginiti; alla porta pende un gancio di ferro.
La stanza interrata è bassa e scura. Qui era la culla di Stalin. Nel mezzo, a sostegno delle travi del soffitto, un palo ricurvo. Tre nicchie in cui si custodiva il materiale: le pelli, filo impeciato, le lesine, gli strumenti di lavoro del padre, le riserve alimentari per l’inverno e diverse suppellettili domestiche. Nella parete, completamente annerita dal fumo, il focolare. Vi è un unico sgabello disadorno tutto graffiato… (V. Viscnievski, La casetta a Gori, in “Zaria Vostoka”, 1937).

I primi anni di scuola
Iosif trascorse l’infanzia nel quartiere povero di Gori chiamato “Pavliant ubani”.
Gli anni dell’infanzia trascorsero rapidi. Arrivò l’epoca dello studio.
Vissarion Giugascvili dovette trasferirsi a Tiflis per ragioni di lavoro. La madre di Iosif – Iekaterina Gheorghievna – era una donna di grandi capacità. Era molto abile nel taglio e nel cucito, era maestra nella cottura del pane, sapeva scardassare bene la lana e lavorare a maglia. Tutti i conoscenti avevano per lei un grande rispetto. I suoi guadagni non erano alti e la vita di Soso era molto modesta, ma essa sognava di dare al figlio una buona istruzione.
A quel tempo, non lontano dal fiume sorgeva a Gori un bell’edificio a due piani, di recente costruzione. Era la scuola ecclesiastica che contava quattro classi (S. Goglicidze, Ricordi sulla vita di scuola di Stalin).
Ed ecco il piccolo Soso allievo della scuola ecclesiastica di Gori.
Egli frequentava la scuola vestito modestamente ma con proprietà. Aveva un paltò azzurro, gli stivali, un berretto di feltro e guanti grigi di maglia. Al collo portava una grande sciarpa rossa di maglia fatta dalla madre. A tracolla la cartella di cotone rosso.
Soso studiava con grande profitto e le sue doti eccezionali si sviluppavano sempre più brillantemente.
Di ingegno acutissimo, Soso era un bravo compagno, molto modesto. Egli non faceva mai sentire la sua superiorità, ma, al contrario, aiutava gli altri ragazzi a preparare le lezioni, a risolvere i problemi, a disegnare le carte geografiche.
Sebbene nella scuola ecclesiastica non si insegnasse disegno Soso imparò da solo a disegnare abbastanza bene. Egli disegnò i ritratti di Sciota Rustaveli e di altri scrittori georgiani.
Soso era un ragazzo sensibile e premuroso verso i compagni di scuola.
A scuola il compagno di banco di Soso era Dormidont Gogokhia. Nativo della Mingrelia, Dormidont parlava male il russo e il giorgiano. Gli scolari si burlavano di Gogokhia per il suo accento mingrelico e questo lo angustiava molto.
Soso osservò a lungo il compagno e una volta gli chiese: Perché sopporti queste burle?
Dormidont rispose: – Ma, veramente, non hanno torto: io pronuncio le parole georgiane con accento mingrelico. Che cosa devo fare?
La risposta era sincera. E Soso disse: – Hai ragione. Ma ecco, faremo così: tu mi insegnerai il mingrelico e io ti insegnerò il georgiano (P. Kapanadze, Racconti di vecchi operai sul grande Stalin, “Zaria Vostoka”, 1939)
La passione di Soso erano i libri. Egli leggeva moltissimo. La scuola possedeva una biblioteca. La direzione distribuiva agli scolari i libri di contenuto “etico-religioso”. Questi libri non erano di suo gusto. Ed egli si procurava i libri di lettura presso una biblioteca cittadina o dal libraio di Gori, Arsen Kalandadze.
Durante gli anni della scuola Soso lesse le opere di Eghnate Ninoscvili, Akaki Tsereteli, Ilia Ciavciavadze e di altri scrittori georgiani.
Soso leggeva anche le opere migliori dei classici della letteratura russa.
Soso trovò in biblioteca il libro di Eghnate Ninoscvili, nel quale lesse il racconto Goghia Uiscvili. In questo racconto l’autore con linguaggio semplice e chiaro descrive la situazione di schiavitù e di oppressione in cui vivevano i contadini georgiani. Questo racconto produsse su Soso una profonda impressione.
Anche Soso, quando frequentò le ultime classi, ebbe spesso l’occasione di osservare direttamente la vita difficile del contadino georgiano.
La maggior parte degli insegnanti della scuola ecclesiastica di Gori con il suo atteggiamento verso gli allievi li convinceva che la scuola non era per essi una madre, ma una matrigna. Quanto più gli scolari si inoltravano nello studio tanto più chiaramente incominciavano a capire che la scuola cercava di fare di essi degli schiavi e non degli uomini liberi.
Nella scuola ecclesiastica crescevano i futuri sacerdoti e perciò si cercava di inculcare negli allievi l’amore per la divinità, la sottomissione servile e la paura.
La devozione, la rassegnazione e l’amore per il prossimo predicati nella scuola erano in netto irriducibile contrasto con la vita.

Un’esecuzione sulla piazza di Gori
Una volta gli allievi della scuola ecclesiastica di Gori ne ebbero una chiara dimostrazione.
Un giorno di febbraio del 1892 la vita tranquilla della cittadina distrettuale di Gori fu messa in subbuglio. Fin dalle prime ore del mattino i tetti a terrazza delle case della periferia, la fortezza e il versante settentrionale della collina sul quale sorgono le antiche rovine erano piene di folla.
Dinanzi alla fortezza, sulla piazza, a quattrocento passi dal carcere era stato innalzato un patibolo con tre forche. Il vento faceva oscillare i lugubri capestri.
Quel giorno, il 18 febbraio 1892, doveva aver luogo l’esecuzione capitale di tre “criminali” condannati dal tribunale provvisorio di Gori all’impiccagione “alla presenza delle truppe della guarnigione locale”.
Fra la folla si trovavano anche gli allievi del seminario di Gori.
In quella stessa folla spiccava l’alta figura del giovane Aleksei Makshnovic Gorki, allora in viaggio attraverso la Georgia.
Al soldati era stato ordinato di circondare la piazza con un fitto cordone. L’atteggiamento dei soldati verso l’esecuzione è descritta magistralmente da A. M. Gorki: “Gli abbronzati soldati russi, tenendo il fucile sulla spalla, con il volto annoiato, come fossero di legno o inchiodati al terreno guardavano dinanzi a loro con occhi assolutamente privi d’espressione”.
E al di là di questo cordone di uomini abbrutiti da una disciplina militare insensata, rumoreggiava eccitata una folla di molte migliaia di persone. “Vicino al patibolo – scrive Gorki, – stavano le autorità in divisa, con fisionomie asciutte e severe e fra la folla animata e rumorosa le loro figure ufficiali erano incomprensibili e come estranee a tutto ciò che le circondava”.
P. Kapanadze, uno degli ex allievi della scuola ecclesiastica di Gori, racconta: “Tutti gli allievi si diressero verso il luogo della esecuzione. Gli insegnanti ritenevano che lo spettacolo avrebbe sviluppato nei giovani il sentimento della paura e della sottomissione. Ma lo spettacolo dell’esecuzione rafforzò ancora maggiormente in noi il malcontento per il regime che dominava nella scuola. Noi fummo terribilmente colpiti dalla scena dell’esecuzione, i nostri occhi si riempirono di lacrime. Insieme con noi era il giovane Soso Giugascvili. Discutemmo animatamente gli avvenimenti di quel giorno. I comandamenti che ci venivano inculcati dagli insegnanti della scuola ecclesiastica, il comandamento ‘non ammazzare’ e tutte le altre cose di questo genere non si collegavano in nessun modo nella nostra immaginazione con l’esecuzione pubblica di contadini che venivano chiamati briganti, con la figura del sacerdote che accompagnava i condannati”.
– La giornata era solatia e si sentiva nell’aria il tepore primaverile, ricorda D. Gogokhia. Tutti gli scolari si raccolsero nella fortezza. Dato che si era in carnevale, a scuola si faceva vacanza. prima di quel giorno noi non avevamo la minima idea di un’esecuzione capitale. E per noi, allievi della scuola ecclesiastica, fu una grande sorpresa veder comparire sul patibolo il sacerdote con la croce in mano. Uno dei condannati, ricordo, rifiutò la sua “benedizione”. Tra la folla si parlava con simpatia dei “briganti”, come di uomini che avevano lottato contro i nobili e contro i grandi proprietari fondiari. Dopo l’esecuzione, la folla incominciò lentamente a diradarsi.
Così, da quegli anni lontani giunge fino a noi un episodio che impressionò vivamente l’adolescente Stalin e il giovane Gorki…

Discussioni, letture e i primi contatti rivoluzionari
Nell’anno in cui Soso aveva fatto il suo ingresso nella scuola conobbe Lado Ketskhoveli, allievo di una classe superiore. A Lado piacque il carattere riflessivo di Soso e la sua serietà di adulto. Lado prestava spesso a Soso dei libri. Essi divennero ben presto amici e discussero su questioni alle quali la scuola non dava alcuna risposta.
Una volta Soso rivolse a Lado la seguente domanda: Dì, Lado, esiste dio?
Lado rispose: Che dirti? Anch’io ho molto pensato alla questione. Sono riuscito a trovare un libro da Arsen Kalandadze. Te lo darò. Leggilo e vi troverai una risposta migliore di quella che ti posso dare io.
Questo libro fu una rivelazione per Soso.
Una volta – racconta G. Glurgidze, uno dei compagni di scuola di Soso – durante le vacanze estive, di ritorno a Gori dal mio villaggio natio, mi recai a visitare Iosif e andammo a fare una passeggiata.
Attraversato il ponte sul Kura e la linea ferroviaria, sedemmo su un prato verdeggiante.
Giovani, ancora inesperti della vita, amavamo discutere su temi astratti. Io incominciai a parlare di dio. Iosif mi ascoltava e dopo un minuto di silenzio rispose: Sai, ci ingannano, dio non esiste…
Queste parole mi colpirono. Non avevo ancora sentito nessuno fare una simile affermazione.
Soso, che dici?
Soso aggiunse: Ti darò da leggere un libro nel quale vedrai che il mondo e tutta la vita sono organizzati diversamente e tutti i discorsi su dio sono chiacchiere insensate.
Che libro è?
Darwin. Devi assolutamente leggerlo – insistette Soso. (Scritti vari di G. Glurgidze, P. Kapanadze, G. Glebov, A. Arenste’n’)
Vi era un profondo abisso tra la sete di sapere scientifico che animava i giovani e l’oscurantismo clericale. Gli allievi del seminario di Tiflis si dedicarono allo studio delle opere scientifiche, desiderando confutare le assurde invenzioni sull’esistenza di dio e sulla creazione del mondo dal nulla. Ma allora questa non era una cosa facile. Agli allievi era proibito leggere le letteratura laica scientifica.
Sin dal primo anno del suo ingresso nel seminario, Soso capeggiò la lotta che i giovani conducevano contro il clero.
Per confutare fra gli allievi del seminario, per esempio, il mito della creazione del mondo in sei giorni, i seminaristi più progrediti dovevano conoscere e saper dimostrare l’origine geologica e l’età della terra, apprendere la dottrina di Darwin. Li aiutarono i libri su Galileo e Copernico, gli interessanti lavori di Flammarion. Soso Giugascvili lesse con enorme interesse il libro di Charles Loyal “L’antichità dell’uomo” e l’opera in due volumi di Charles Darwin “L’origine dell’uomo” nella traduzione diretta da Secenov.
In quegli anni la lettura e la diffusione degli scritti marxisti erano perseguite come propaganda rivoluzionaria. In particolare questo si verificava tra le mura del seminario, dove persino un nome come Darwin subiva furiosi attacchi.
I giovani, leggendo la letteratura sociale ed economica, continuarono ad interessarsi di astronomia, fisica e chimica. Un grande aiuto diede loro il libro di Ludwig Feuerbach “L’essenza del cristianesimo”.
Soso disse ai suoi compagni che dovevano prima di tutto diventare atei.
Molti incominciarono a orientarsi verso la concezione materialistica del mondo e a trascurare le materie teologiche.
I libri venivano presi in prestito presso la biblioteca pubblica di Via Kirocnaia. Questa biblioteca era frequentata da insegnanti e intellettuali. A. M. Gorki la frequentò nei primi anni del decennio 1890-1900.
Come risulta dai materiali di archivio, il monaco Hermoghen, ispettore del seminario, riferì che Giugascvili era abbonato alla “Biblioteca economica”.
Soso nutriva un particolare interesse per la letteratura storica. Erano libri di storia della rivoluzione borghese in Francia, della rivoluzione del 1848, della Comune di Parigi e di storia della Russia.
Soso e i suoi compagni studiarono su un testo manoscritto il primo volume del “Capitale” di Carlo Marx, dopo aver copiato l’unico esemplare stampato della prima edizione russa del 1872, di cui disponeva la biblioteca.
Nonostante il regime draconiano e probabilmente appunto per l’esistenza di questo regime, il seminario era un “vivaio di idee”. Contro la volontà dei dirigenti, questa scuola dava ricetto a varie manifestazioni embrionali di malcontento e di protesta, dirette contro gli ordinamenti vigenti e anche contro molte altre cose. Nel seminario si formarono circoli eretici; naturalmente le discussioni si svolgevano negli angoli, sottovoce. Esisteva un circolo nazionalistico (quando, finalmente, la Georgia sarà indipendente!), un circolo populista (abbasso i tiranni!), e anche un circolo di internazionalisti marxisti, organizzato da Soso Giugascvili, subito dopo il suo ingresso in seminario.
Il compagno Stalin aveva diciassette anni quando nel 1896 organizzò nel seminario il primo circolo illegale marxista e divenne un propagandista del marxismo.
Più tardi si formò anche un secondo circolo.
Nell’autunno del 1897 giunse illegalmente a Tiflis, sfuggendo alla sorveglianza della polizia, Lado Ketskhoveli. Gli allievi del seminario ricordavano Lado nel 1893 quando, sotto la sua direzione, era stato attuato uno sciopero.
In casa sua si svolgevano lunghe discussioni sui problemi del movimento operaio, si parlava di Lenin e di Plekhanov.
Per il tramite di Lado Ketskhoveli e dei marxisti russi, che vivevano in quegli anni nella Transcaucasia, Soso si procurò la letteratura illegale marxista. Egli seppe abilmente svolgere l’attività clandestina e solo nel 1899 gli ecclesiastici si convinsero che Soso svolgeva propaganda rivoluzionaria fra i seminaristi e gli operai di Tiflis.
Ecco i libri che Soso e i suoi compagni lessero in quegli anni: K. Marx “Il Manifesto del Partito comunista” ; Engels “La situazione della classe operaia in Inghilterra”; V. I. Lenin “Che cosa sono gli amici del popolo e come combattono contro i socialdemocratici?”; Beltov (Plekhanov) “Contributo alla questione dello sviluppo della concezione monistica della storia”; le opere di economia politica di Adamo Smith e Ricardo; Tugan-Baranovski “Le crisi periodiche in Inghilterra”; Spinoza “L’etica” edizione del 1892; G. Buckle “Storia della civilizzazione in Inghilterra”; Ch. Letourneau “Evoluzione della proprietà”; N. Sieber “David Ricardo e Karl Marx nelle loro indagini sociali ed economiche”.
Con l’aiuto di Soso, i suoi compagni lessero anche un gran numero di opere letterarie proibite nel seminario. Lessero “Guerra e Pace”, “Padrone e servitore”, “Sonata a Kreutzer” di Leone Tolstoi, le opere di Dostoievski, Cernyscevski, Gogol, Saltykov-Stcedrin. Fra i critici e i pubblicisti russi lessero Cernyscevski, Pisarev, Bielinski, Dobroliubov. Fra gli scrittori stranieri godevano una grande popolarità Erkman-Chatrian con la “Storia di un contadino” e Thackeray con il romanzo in due volumi “La fiera della vanità”. Furono anche lette le migliori opere di Shakespeare, Schiller e di altri scrittori stranieri.
Soso conosceva perfettamente gli scrittori georgiani. Egli amava particolarmente Sciota Rustaveli e Vagia Psciavela. (G. Kapanadze, Dai ricordi sui circoli staliniani ciandestini, 1939).

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Le poesie di Stalin
Nel 1895, subito dopo il suo ingresso nel seminario di Tiflis, il compagno Stalin scrisse alcune poesie che furono pubblicate sul giornale georgiano “Iveria”, diretto da Ilia Ciavciavadze. I versi del sedicenne Stalin riscossero la approvazione di questo esigente scrittore georgiano e furono pubblicati in rilievo, sulla prima pagina del giornale.
Nel periodo giugno-dicembre 1895, l'”Iveria” pubblicò cinque poesie del compagno Stalin firmate I. G.-scvili (I. Giugascvili) e in seguito Soselo (diminutivo di Iosif). Una di queste poesie è dedicata a Rafiel Eristavi, l’altra è intitolata “Alla luna” e le rimanenti sono senza titolo.
La sesta poesia “Starets Ninika” (“Il vecchio Ninika”) fu pubblicata sul giornale “Kvali” nel luglio del 1896.
Tutte queste poesie sono scritte con grande gusto letterario, in lingua popolare e sono mirabilmente musicali ed espressive. Esse esprimevano i sentimenti ottimistici del popolo georgiano asservito, la sua fede nella libertà imminente:
…E, tormentato da questa speranza, gioisco nell’anima e il cuore batte con forza. Sì, è già avverabile questa speranza, che mi comparve in quell’istante, bellissima.
In un’altra poesia il giovane Stalin scriveva:
E sappi: chi è caduto come polvere sulla terra, chi è stato un giorno oppresso si leverà più alto delle grandi montagne, sulle ali di una luminosa speranza.
Le poesie del giovane Stalin attirarono l’attenzione dei lettori. Nel 1901 il noto critico georgiano M. Kelengeridze, autore di un manuale di teoria della letteratura, incluse nel suo libro, fra i migliori esempi di letteratura classica georgiana, una poesia firmata Soselo.
Nel 1907 lo stesso M. Kelengeridze raccolse e pubblicò una antologia, la “Crestomazia georgiana o raccolta delle migliori opere della letteratura georgiana” vol. I. Nella prefazione l’autore scrive: “Nel comporre l’antologia ci siamo proposti di dare agli insegnanti di lingua georgiana, e anche alla gioventù studiosa, una raccolta possibilmente completa delle più insigni opere della poesia georgiana, che vengono considerate le migliori della letteratura georgiana e costituiscono un tesoro immortale e glorioso del popolo georgiano, sia per la forma che per il contenuto… Abbiamo scelto dalla letteratura georgiana quello che, secondo il nostro gusto e soprattutto secondo l’opinione della critica, si ispira alla verità, è profondamente umano e immortale”.
M. Kelengeridze attribuiva dunque una grande importanza a questa antologia della letteratura georgiana, che recava a pagina 43 la poesia di Iosif Stalin dedicata a R. Eristavi.
La prima poesia del compagno Stalin, pubblicata il 14 giugno 1895 sull'”Iveria”, fu inclusa nel 1916 nella XXXVIII edizione del manuale per le scuole elementari “Deda ena” (“La lingua materna”), di cui era autore il maestro la. Goghebascvili, nota personalità georgiana. La poesia era pubblicata con il titolo “Utro” (“Il mattino”), che corrispondeva pienamente al suo contenuto. (N. Nikolaiscvili, Versi del giovane Stalin, “Zaria Vostoka”, 1939).

Fra gli operai
Ma Soso non si limitava a svolgere la sua attività nel circolo dei seminaristi. Alla fine del 1896, il secondo anno dal suo ingresso al seminario, egli aveva già preso contatto con il circolo clandestino degli operai della Manifattura tabacchi. In quel periodo un sordo fermento serpeggiava fra gli operai della Manifattura.
Nella Manifattura tabacchi le condizioni di lavoro erano straordinariamente cattive. La giornata lavorativa incominciava alle sei del mattino e sì prolungava sino alle 10-11 della notte, ma anche dopo l’orario gli operai lavoravano a domicilio e, con l’aiuto delle donne di casa, confezionavano tubetti per le sigarette, ricevendo dieci copeki ogni mille tubetti.
Nel 1896 scoppiò uno sciopero spontaneo nella fabbrica. Il padrone fu costretto a cedere di fronte agli operai.
Nel 1898 la Manifattura introdusse una macchina che confezionava automaticamente il tabacco. In seguito all’introduzione di questa macchina numerosi operai furono licenziati. Gli operai raccolsero una somma di danaro e poi trovarono un “avvocato sicuro”, che per cinquanta rubli scrisse una petizione al governatore Golitsyn. Golitsyn trascorreva l’estate a Kogiori, località di villeggiatura nei dintorni di Tiflis. Gli operai attesero a lungo la risposta alla loro petizione, ma questa risposta non venne mai. Allora gli operai decisero di recarsi dal governatore per avere con lui un colloquio. Nelle prime ore del mattino si incamminarono verso Kogiori.
La popolazione di Kogiori guardò con meraviglia questa folla immensa di uomini in camiciotto nero. I gendarmi informarono Golitsyn dell’arrivo degli operai. Golitsyn comparve al balcone e gridò da lontano agli operai: – Sciocchi, perché siete venuti in tanti, tornate indietro, riceverete la risposta a casa, – con queste parole il governatore fece sgombrare gli operai.
Essi, naturalmente non ricevettero alcuna risposta.
Infine, dovettero cessare lo sciopero. (A. Megrabian, Soso tra gli operai della manifattura di Tabacchi, “Kommunist”, 1935).
Il compagno Soso conosceva perfettamente la storia del movimento operaio dell’Occidente, la dottrina della social-democrazia e perciò le sue conversazioni interessavano profondamente gli operai. Quando egli parlava teneva sott’occhio un libretto di appunti o semplicemente alcuni fogli coperti da una scrittura minuta. Egli preparava accuratamente ogni relazione. Si riunivano di sera al sopraggiungere dell’oscurità e di domenica camminavano per la città a piccoli gruppi di cinque-dieci e studiavano.
Le conferenze del compagno Soso erano delle vere e proprie conversazioni. Egli non passava a un nuovo argomento prima di convincersi che tutti lo avevano capito e avevano assimilato le sue parole. (G. Ninua, Le prime lezioni di teoria rivoluzionaria, Tbilissi, 1939).

Nei giorni della rivoluzione
In una via di Pietrogrado cammina una delegazione: Iersclov, Gheorghi, Svetlana e Panasiuk.
La musica si interrompe.
Svetlana indica una casa: Ecco la nostra tipografia, compagni!…
Dal portone escono correndo gli strilloni. Compare una carrozza carica di giornali.
Iersciov vede sulla carrozza un marinaio che conosce.
– Ehi!
– Salve!
Svetlana si rivolge al marinaio: Buongiorno… C’è il direttore?
– Sì! – risponde il marinaio.
La delegazione prosegue.
Su, andiamo… – dice il marinaio al vetturino.
Il vetturino incita il cavallo e la carrozza parte.
La redazione della “Pravda”. La segretaria di redazione sta scrivendo a macchina. Le si avvicina un redattore e le consegna un manoscritto.
– Eccovi il materiale… Anche questo si deve…
Entrano i delegati.
Anna Alekseievna! – esclama allegramente Svetlana, deponendo la sua cassetta di pronto soccorso.
Ah, Svetlanocka, sei arrivata? – risponde la segretaria di redazione.
Sì, eccoci qui – dice sorridendo Svetlana.
Voi che cosa desiderate, compagni? – domanda la segretaria ai delegati. – Avete portato del materiale?
Che cosa? – Panasiuk non capisce la domanda.
Avete portato del materiale? – ripete la segretaria.
Eh!… Sì!… – risponde Panasiuk.
Ebbene? – dice la segretaria.
Un mucchio di materiale – sorride Panasiuk.
Ebbene? – insiste la segretaria.
Panasiuk solleva dal pavimento un pesante zaino e lo mostra alla segretaria.
Ecco, saranno tre pud.
Iersciov si arrotola una sigaretta e chiede alla segretaria: — Possiamo vedere il direttore, eh?…
Un redattore? – domanda la segretaria.
Ma… Il direttore – scuote la testa Iersciov.
Verrà subito… – risponde la segretaria. – Ecco, mi sembra che sia lui.
Ah, bene – dice Panasiuk.
Nell’ufficio di redazione entra Stalin con un giornale in mano. Dietro di lui un redattore.
Queste sono le bozze? – gli domanda Stalin.
Si, si, – risponde il redattore. – Sono queste…
Stalin esamina le bozze: Bene!
Svetlana si avvicina a Stalin e dice: Buongiorno!
Ah! – La saluta Stalin – Buongiorno, massaia.., sei arrivata?
Sì, – ella risponde.
Molto bene! – Dice Stalin.
Svetlana accenna alla delegazione: Questi sono i compagni del fronte…
Vedo… – dice Stalin sorridendo e riconosce Iersciov. – Iersciov!…
La delegazione del fronte si avvicina a Stalin.
Iersciov guarda con gioia Stalin e sorride.
Svetlana dice: Lo zio Vassia…
Stalin guarda cordialmente i delegati. Lo conosco…
Svetlana presenta a Stalin Panasiuk: Ecco il nostro Panasiuk!
Sono io, – Panasiuk saluta Stalin. – Salute!
Stalin gli tende la mano: Salve!
Egli guarda i delegati: Siete delegati? Dunque… come vanno le cose da voi, laggiù, sul fronte?
Prima, ci attaccavano frontalmente, – risponde Iersciov.
Poi è arrivato Tsereteli e hanno incominciato ad attaccarci alle spalle – dice Gheorghi.
I nostri ragazzi volevano regolare i conti con lui, ma quello se l’è battuta – aggiunge Iersciov.
Non è mai tardi per regolare i conti – dice Stalin ai delegati. – Su, accomodatevi, compagni… Adesso io…
I delegati si mettono a sedere intorno alla scrivania. Stalin prende le bozze dal tavolo e legge: Questo è l’editoriale di Vladimir Ilic!
Si, sì, – conferma il redattore.
Mentre esamina le bozze, Stalin dice: Così… sì, può andare…
Egli legge le bozze e controlla il testo. “Chi fucila una parte così determinata dei soldati, chi fucila una parte così determinata delle truppe nell’esercito, ecco i carnefici: questo è il potere reale. Gli Tsereteli, i Cernov, i ministri senza potere, i ministri-marionette, i capi dei partiti… Mi sembra che abbiate omesso qualche cosa.
No, no – nega il redattore. – Non può essere…
Stalin apre un cassetto e dice: Vediamo un po’, confrontiamo il manoscritto…
Egli estrae dal cassetto il manoscritto di Lenin.
Stalin legge il manoscritto e dice al redattore: Ve l’avevo detto, guardate: “I ministri senza potere, i ministri-marionette, i capi dei partiti che appoggiano i carnefici…”. Egli ripete: “che appoggiano i carnefici”…
Ma il significato è lo stesso – tenta di giustificarsi il redattore.
C’è una certa differenza, invece! – risponde Stalin. – Non dobbiamo assolutamente correggere Lenin… Secondo me, non scrive male. – Stalin, sorridendo, scambia un’occhiata con i delegati. – Non è vero, compagni?
A ognuno il suo – risponde con un sorriso Iersciov.
Proprio così – dice Stalin al redattore.
Chiedo scusa – dice il redattore.
Stalin aggiunge con voce ferma e tranquilla: – E finché il partito mi affiderà la direzione della “Pravda”, nessuno, sapete, riuscirà ad alterare il pensiero di Lenin… – Egli guardò severamente il redattore, lisciandosi i baffi con il cannello della pipa. – Questo non accadrà!
Scusate, ripete il redattore confuso.
Su, prendete…, – Stalin gli consegna le bozze. Lavorate…
Il redattore prende le bozze e gli articoli ed esce.
Iersciov e Panasiuk versano dalla zaino sullo scrittoio numerose croci di San Giorgio.
Le croci di San Giorgio cadono su un foglio della “Pravda” che giace sullo scrittoio.
A chi queste onorificenze? – domanda scherzosamente Stalin.
Lo dirò subito, – risponde Panasiuk.
Estrae una lettera e incomincia a leggere: “A te, lottatrice contro le tenebre dell’oppressione…”.
È indirizzato alla “Pravda”? – gli domanda Stalin.
Sì, – rispondono i delegati.
Bene, – sorride Stalin.
Panasiuk continua a leggere: … Un caloroso saluto, di tutto cuore. “Sempre ti seguiremo e ti aiuteremo fino all’ultima risorsa”.
Sono versi! – spiega ingenuamente Panasiuk.
Vedo… – dice sorridendo Stalin. – Sicuramente pubblicheremo questi versi sul nostro giornale, senza dubbio!
Iersciov si rivolge a Stalin: Abbiamo letto l’annuncio che la “Pravda” ha bisogno di fondi e allora…
Abbiamo organizzato la raccolta anche nel nostro reggimento – aggiunge Gheorghi.
– È un’ottima cosa, compagni, che non dimentichiate il vostro giornale… – risponde Stalin e domanda in georgiano a Gheorghi: – Kartveli khar, bicio? (Sei giorgiano?)
Diakh, batono! – (Sì!) risponde Gheorghi.
Stalin gli domanda: Mere ak ram moghikvana, sce gmert dzaglo, scena? (Come sei capitato qui?).
Panasiuk si rivolge a Stalin: Scusate! Ecco, su tutto il fronte i ragazzi hanno detto così: Ebbene, dicono, portate là lo zaino, alla “Pravda”, e in questo zaino portateci indietro la pace… Ecco com’è…
Stalin, sorridendo cordialmente, scambia un’occhiata d’intesa coi delegati e risponde a Panasiuk, canticchiando scherzosamente a mezza voce: Il contadino semina la segala e la moglie dice che è papavero… Sarà così.
I delegati ridono allegramente.
Essi seggono attorno a Stalin.
Sedete più vicino, compagni, un po’ più vicino – dice loro Stalin. – Non è così facile, compagni… Non è così facile… – Si rivolge a Gheorghi: – Dadgeki ak, bicio! … (Siedi qui!…). Non è così facile… Dopo la rivoluzione di febbraio, il potere è rimasto nelle mani dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, nelle mani degli accaparratori e degli incettatori… Questo è il motivo delle attuali calamità sia all’interno del paese che al fronte…
Dunque, bisogna dar loro uno scappellotto, per cacciarli via… – esclama Panasiuk.
Giusto, giusto – dice Stalin sorridendo. – Quello che non è stato fatto a febbraio, quando abbiamo rovesciato lo zar, si deve fare oggi, quando i bolscevichi saliranno al potere…
E allora ci sarà la pace? – chiede Gheorghi.
Si, – risponde Stalin. – I bolscevichi proporranno una pace giusta a tutti i popoli belligeranti… Avanzeranno certamente questa proposta e allora vedremo…
Ah! – dice Panasiuk. – Da parte mia vi dico: Affrettatevi e lavorate, noi tutti vi aiuteremo… Dì così anche al compagno Lenin.
Ma perché non lo dite voi stessi al compagno Lenin! – dice Stalín ai delegati.
Si può vedere il compagno Lenin? – domanda Iersciov.
Perché no? – risponde Stalin. – Certo che si può. (G. Zagareli e M. Ciaureli, dal film “La grande aurora”, Goskinoizdat, 1939).
Lenin sta in piedi, vicino alla finestra e guarda in lontananza. Stalin, con la pipa in mano, sta anch’egli in piedi vicino alla porta.
Al tavolo siedono due visitatori – traditori del partito.
Ecco che cosa scrive Kerenski, – dice il primo visitatore che tiene dinanzi a sè un giornale – Leggo alcuni passi: “I disordini a Pietrogrado sono stati organizzati con la partecipazione di agenti del governo tedesco. I dirigenti e tutti coloro che si sono macchiati di sangue fraterno devono essere arrestati…”.
Stalin guarda severamente il visitatore e gli domanda: Perché citate questa calunnia?… Perché…
Vladimir Ilic, siamo soli, – dice il secondo visitatore. – Anche i menscevichi, anche i socialisti rivoluzionari ci vengono contro.
Stalin rivolgendosi ai visitatori: Ascoltate, non c’è affatto bisogno di seminare il panico, assolutamente…
Lenin si avvicina al tavolo.
Tutti i gruppi parlamentari chiedono che il nostro partito sia sottoposto a giudizio, – insiste il primo visitatore. – Chiedono la vostra presentazione davanti al tribunale.
Ah, è così? – esclama Lenin, sedendosi al tavolo e fissando attentamente il visitatore.
Sì, sì, – conferma l’altro visitatore, è l’unica via d’uscita da questa situazione.
Lenin domanda al primo visitatore: Ma il tribunale è un organo del potere?
– Senza dubbio, – fa eco il secondo.
– E dov’è il potere? – gli domanda Lenin e s’alza con un moto di collera. – Il governo?… La composizione del governo cambia di giorno in giorno. Il governo è inerte… Non esiste… Agisce la dittatura militare!…
In parte!… – cerca di cavarsi d’impaccio il primo visitatore.
Lenin afferma con sdegno: Completamente!.. Quanto a presentarsi davanti al tribunale è ridicolo persino parlarne… Non si tratta di questo… È un episodio della guerra civile.
Lenin cammina rapidamente per la camera.
Sia pure come dite, – comincia ad argomentare il primo visitatore. – Ma il processo sarà pubblico. Il popolo capirà. Noi pensiamo che vi dovete assolutamente presentare, Vladimir Ilic
Sappiate che il vostro ragionamento è infantile, – ribatte Lenin.
Sa di tradimento! – aggiunge Stalin.
Che cosa? – domanda sorpreso il primo visitatore.
Proprio così! – sottolinea con un gesto Lenin.
Lenin si avvicina al primo visitatore e gli dice con tono sdegnato: Cercate di capire, finalmente che il governo non vuole processare, ma dare la caccia agli internazionalisti.
Giusto, – conferma Stalin.
Gettarli in carcere e trattenerli, – continua Lenin, – Ecco che cosa vogliono il signor Kerenski e soci.
Perfettamente giusto, – ribadisce Stalin.
Avete capito?… gettarli in carcere… – ripete Lenin.
Non credo… replica il primo visitatore restando imperturbabile. – Il governo rivoluzionario…
Io penso, – interrompe Stalin guardandolo severamente, – penso che la questione sia esaurita… Vladimir Ilic ha parlato in modo molto chiaro e comprensibile…
Lenin esce nel corridoio.
Sì, ma… – mugola il primo visitatore.
Stalin dice ai visitatori con tono risoluto: … in modo chiaro e comprensibile per coloro che vogliono intendere. VladimIr Ilic non si presenterà affatto davanti al tribunale.
Il primo visitatore s’alza e dichiara enfaticamente: Ascoltate, noi riteniamo che la presentazione di Vladimir Ilic davanti al tribunale assesterà un colpo mortale alla controrivoluzione…
Sì, si, sì, – fa coro il secondo visitatore. – Si, sì… Stalin si avvicina alla porta e guarda dov’è Lenin.
I visitatori si guardano perplessi.
Che cosa fa? – domanda sorpreso al suo vicino il primo visitatore e si mette a sedere.
Non so, – bisbiglia l’altro.
Stalin, assicuratosi che Lenin non lo può sentire, si avvicina ai visitatori e dice: Bisogna ricordare e non dimenticare mai che non abbiamo un altro Lenin.
Sulla soglia compare inavvertito Lenin che tiene in mano una tazza… Sorseggiando il tè, egli ascolta la conversazione.
Io, almeno, continua Stalin, – non ricordo che sia esistito un altro come lui nella storia dell’umanità.
Lenin, sorridendo, fa un gesto con la mano e s’allontana senza farsi sentire.
Stalin dice in tono risoluto ai visitatori: E perciò non si deve permettere a nessuno di disporre della sua vita, salvo che al partito… Chi ci garantisce, vi domando… chi ci garantisce che gli stessi junker che lo condurranno dinnanzi al tribunale, non lo massacrino per strada?… Sono dei banditi.
Ma nessuno di noi è garantito contro una simile eventualità – replica il secondo visitatore.
Ammettiamolo pure… – sorride maliziosamente Stalin, lisciandosi i baffi col cannello della pipa, e dice ironicamente: “Voi potete stare tranquilli… La vostra condotta è già una garanzia”.
Nella camera entra con passo svelto Svetlana. Lenin entra dietro di lei ed esclama: Svetlanocka! – Svetlana gli mostra un proclama controrivoluzionario: Ammirate, Vladimir Ilic !… È affisso su tutti i muri. Lenin prende il proclama.
I visitatori si alzano e si avvicinano a Lenin.
Vi avevamo già avvertito… – interviene il secondo visitatore.
Del tutto logico – aggiunge il primo.
Lenin legge il testo del proclama: “Cittadini! La Russia è tradita… Esigiamo il processo contro Lenin. Cittadini; difendiamo la libera Russia”.
Stalin dice a Lenin: Non vi sporcate le mani, Vladimir Ilic.
Egli prende dalle mani di Lenin il manifesto, lo piega e lo mette in tasca.
Sarà meglio che ce ne andiamo di qui – propone a Lenin.
Lenin acconsente. Si avvicina alla poltrona presso la finestra, prende il suo cappotto e il berretto.
Anche i visitatori prendono i loro cappelli e cappotti e si accingono a uscire.
Dove andate ora? – domanda il secondo visitatore.
Stalin a sua volta gli domanda, senza guardarlo: E voi in che direzione andate?
Noi andiamo a destra – risponde il secondo visitatore.
A destra – ripete il primo.
Ebbene, noi andiamo diritto.., risponde con sarcasmo Stalin.
Diritto – conferma Lenin.
I visitatori aprono la porta.
Il secondo visitatore, voltandosi, dice a Stalin: Noi speriamo che Vladimir Ilic stia al sicuro.
Potete stare tranquilli – sorride maliziosamente Stalin. – Finché voi non saprete il suo indirizzo, egli sarà completamente al sicuro… (ibidem)
La sala delle riunioni è sovraffollata.
Scrosciano gli applausi.
In mezzo alla sala Stalin, al tavolo della presidenza, pronuncia un discorso storico: … e io direi che non permetteremo a nessuno di sfruttare a fini provocatori la forzata assenza del compagno Lenin, perché tutto il nostro lavoro è permeato dello spirito, dei pensieri e delle decisioni di Lenin.
Tutti si alzano e applaudono calorosamente.
I due visitatori si pongono a sedere al tavolo.
Echeggiano alcune voci: Giusto!… Bene!…
Al tavolo della presidenza, accanto a Stalin, seggono Sverdlov e Dzerginski.
– Egli è qui – dice Stalin. – Egli è sempre e dappertutto con noi.
Una tempesta di applausi.
Stalin, attesa la fine degli applausi, continua il suo discorso: Abbiamo sempre capito e sappiamo perché questo Governo provvisorio dei signori Kerenski e Tsereteli ha trascinato e continua a trascinare al fronte soldati sfiniti, martoriati, il più delle volte senza armi, per combattere guerre di rapina, dando ipocritamente a tutto questo il nome di difesa della patria. Cercando di ottenere la vittoria per questa via, essi vogliono rafforzare il potere del capitale.
Iersciov balza dal suo posto e grida: Abbasso il Governo provvisorio!… Abbasso, abbasso Kerenski e soci.
Stalin dice con fermezza: Ma noi dobbiamo dire a Kerenski e Tsereteli: spettabili signori, questa volta il giuoco non vi riuscirà…
Nella sala si esclama: Giusto!… Giusto!…
Il gioco non vi riuscirà. – ripete Stalin – Nonostante che… i fumi dello sciovinismo, purtroppo, abbiano avvelenato alcuni dei presenti – egli continua.
Chi? – replica dal posto il secondo visitatore.
Dite il nome… – aggiunge il primo visitatore.
Forse me? – domanda uno di quelli seduti al tavolo.
Stalin sorride maliziosamente e risponde: La lingua batte dove il dente duole.
Tutta la sala è in preda all’ilarità.
Stalin aggiunge ironicamente: Ma questo, naturalmente, non si riferisce a voi.
Tutti ridono e applaudono. L’idea secondo cui soltanto l’Europa può additarci il cammino – dice Stalin – è un vecchio pregiudizio superato.
Questo significa che si può vincere senza la rivoluzione proletaria in Occidente? – domanda il secondo visitatore.
Stalin risponde: Voi ripetete sempre le stesse cose, per qualsiasi situazione. Non è affatto esclusa la possibilità che proprio la Russia sia il paese che aprirà la strada al socialismo.
Svetlana e Gheorghi applaudono calorosamente.
Tutti i delegati si alzano e applaudono.
Stalin continua: Adesso è necessario condurre una lotta risoluta contro il Governo provvisorio e contro i partiti conciliatori a doppia faccia. Questi partiti a doppia faccia devono essere isolati.
Uno di coloro che stanno seduti al tavolo domanda a Stalin: E perché?
Stalin risponde: Perché nella rivoluzione la politica conciliatrice va sempre a braccetto con il tradimento.
Numerosi delegati esclamano: Giusto !… Bene !… Giusto !…
Stalin dichiara: Mentre prima della sparatoria di luglio era possibile una vittoria pacifica, il passaggio pacifico del potere ai Soviet, oggi – dopo la sparatoria di luglio – questa possibilità è completamente scomparsa.
Questo significa la conquista del potere? – domanda il primo visitatore.
Sì, sì, proprio così… – risponde Stalin – La conquista del potere da parte di coloro cui esso deve appartenere.
E precisamente? – domanda ancora il primo visitatore.
Al proletariato e ai contadini poveri – risponde Stalin.
Dunque, con la forza? – domanda il secondo visitatore.
Sì, con la forza armata – risponde Stalin.
Applausi generali.
Sì esclama: Giusto!…
Il secondo visitatore si alza, si avvicina al tavolo e grida: Questo è blanquismo, non marxismo.
Permettete che vi faccia osservare, egregio “marxista”, – gli risponde Stalin – che c’è un marxismo dogmatico e un marxismo creatore, rivoluzionario. Ebbene, noi qui siamo sul terreno del marxismo creatore, rivoluzionario.
Si solleva una tempesta di applausi. Si grida: Giusto!…
Gli operai, i contadini e i soldati devono comprendere – continua Stalin – che senza rovesciare il potere del capitale essi non riceveranno né la libertà, né la terra, né il pane.
Alla forza si risponderà con la forza – dice il secondo visitatore per intimorire i delegati.
Ebbene, sapete, chi teme i lupi non vada nel bosco – risponde Stalin.
Tutti ridono e applaudono.
Il secondo visitatore esce frettolosamente.
Stalin continua: …E, in generale, sarà meglio che i compagni in preda al panico vadano a nascondersi. Parlare oggi di passaggio pacifico del potere ai Soviet, significa cianciare a vanvera, trastullarsi. Il periodo pacifico della rivoluzione è terminato. È subentrato il periodo degli scontri e delle esplosioni.
Tutti i delegati si alzano e cantano l'”Internazionale”.
Comizio in un’autorimessa militare. Le autoblinde sono allineate. Il locale è pieno di soldati e di marinai armati.
In piedi su un’autoblinda, un socialista-rivoluzionario, che indossa un cappotto da soldato, un sottufficiale con la barbetta di capra e un tenente si sbracciano gridando: – Signori… Cittadini… Signori… Cittadini… Questo è un assassinio… Il popolo russo non ha mai commesso una simile infamia.
Ricordate il giuramento al Governo provvisorio, – si ode gridare uno degli oratori.
Un marinaio grida con collera: È una vergogna, compagni, ascoltare questo provocatore. Vergogna!
Stiamo tutto il giorno ad ascoltare dei ciarlatani e non si conclude niente, – si indigna Panasiuk. – Via di qui!…
Il marinaio e Panasiuk saltano giù dall’autoblinda e si avviano. Panasiuk chiama Iersciov e Gheorghi: Andiamo Iegorka, andiamo, andiamo… egli grida.
Egli conduce i compagni al telefono. Li seguono i soldati armati.
Panasiuk telefona: Compagno Stalin, – dice, – qui da noi c’è una grande confusione, chi parla in un modo, chi in un altro… Agire con le armi o senza armi?
Stalin risponde al telefono: Chiedete che cosa si deve fare?
Egli s’accorge che i due visitatori lo stanno ad ascoltare.
Dopo una pausa, Stalin risponde a Panasiuk: Dunque, ascoltate… Noi, giornalisti. teniamo, sempre con noi la penna pronta… Ebbene, per voi sarà ancora più semplice.
Egli attacca il ricevitore.
I soldati e i marinai circondano Panasiuk e attendono impazienti la risposta: Allora? Ebbene?
Panasiuk attacca il ricevitore e dice ai soldati: Egli dice: “Noi giornalisti teniamo sempre con noi la penna…”.
Georghi afferra il significato delle parole di Stalin e dice esultante: Vuol dire, – interviene Iersciov, – che si deve agire con le armi!
Tutti si avviano e gridano: Con le armi!…
I soldati fanno scendere a viva forza dall’autoblinda gli oratori: il socialista-rivoluzionario con il cappotto da soldato, il sottufficiale con la barbetta di capra e il tenente.
Le autoblinde si mettono in marcia rombando. I soldati le seguono in massa.
Si apre il portone dell’autorimessa. I soldati, i marinai e le guardie rosse escono cantando:
Anche se il cammino è pieno di difficoltà.
Marciano i combattenti da tutte le direzioni.
La grande aurora della libertà
Illumina il mondo in rivolta.
Le autoblinde continuano a uscire senza sosta dalla rimessa, seguite dai soldati, dai marinai e dalle guardie rosse.
Dal portone dell’officina della società per azioni “Pulemiot” esce un reparto di guardie rosse recando un cartello sul quale è scritto “Tutto il potere ai Soviet”, gli operai cantano.
I soldati, i marinai e le guardie rosse marciano cantando un inno di lotta:
Spezzeremo le catene senza timore
E mai indietreggeremo!
Avanti, avanti, operaio, pastore,
Per il potere del libero lavoro.
Avanzano le autoblinde circondate dai soldati e dagli operai. (ibidem).

I primi giorni del potere sovietico
Quando l’umanità liberata celebrerà le date della sua liberazione, festeggerà con il più grande slancio, con il più grande entusiasmo la ricorrenza del 25 ottobre 1917, che segnò il passaggio risoluto dalla commedia della rivoluzione alla rivoluzione effettiva. E l’umanità renderà onore a coloro che hanno attuato questo passaggio.
Nell’Ottobre il Comitato Centrale elegge Stalin membro del Comitato dei cinque (incaricato di dirigere politicamente l’insurrezione) e membro del Comitato dei sette (incaricato di dirigere organizzativamente l’insurrezione).
La Rivoluzione d’Ottobre ebbe pieno successo.
Essa decreta subito la pace immediata (prima condizione pratica della vittoria, primo raggio di luce nel caos); decreta il passaggio di tutto il potere ai Soviet, vale a dire la dittatura del proletariato, che nasce dappertutto dalla terra stessa, autentico diritto umano. La rivoluzione proclama la completa distruzione, dall’alto in basso, del potere della borghesia, non solo per sostituirgli il potere della classe sino ad allora oppressa e sfruttata, ma per riorganizzare tutta la società mediante l’unica forza capace di assolvere questo compito colossale: il proletariato. Per creare infine, una vera società, interamente libera, senza classi, senza oppressione e sfruttamento, indivisibile e, naturalmente, aperta a tutto il mondo: la società del lavoro. Il fronte del capitalismo, che si estendeva prima di allora su tutto il globo terrestre, fu spezzato e la breccia fu così larga che la sesta parte della terra vi trovò posto.
Lenin e Stalin diressero personalmente, insieme, i combattimenti rivoluzionari, organizzarono la disfatta di Kerenski e Krasnov.
Nei momenti di svolta, che dovevano decidere le sorti della rivoluzione, Lenin e Stalin adottavano insieme le misure necessarie. Quando il Quartiere generale controrivoluzionario tentò di compiere una mossa provocatoria nei confronti dei soldati, Lenin e Stalin il 22 (9) novembre chiamarono per filo diretto il comandante in capo ribelle, generale Dukhonin, e gli ingiunsero di iniziare immediatamente negoziati di armistizio coi tedeschi. Dopo il rifiuto di Dukhonin, Lenin e Stalin lo destituirono e per radio rivolsero un appello all’esercito esortandolo a prendere nelle sue mani la causa della pace. (Henri Barbusse, Stalin, II ed., 1936)
Si doveva costruire, ma prima di tutto era necessario far fronte alla guardie bianche, ai menscevichi, a coloro che Stalin chiamava “isterici”, cioè agli anarchici e ai socialisti-rivoluzionari di sinistra.
… E si doveva lottare contro le grandi potenze e contro le spie, contro la rovina del paese, la carestia, lo sfacelo economico, il caos finanziario.
Si doveva risolvere il problema della guerra imperialistica, il problema delle nazionalità; numerose nazionalità, ancora vibranti d’odio contro il giogo zarista, ancora inebriate dallo spettacolo delle catene infrante, deviavano dal giusto cammino, minacciando di compromettere l’opera iniziata.
Era naturale che subito dopo il crollo dell’assolutismo “democratico” della borghesia, Stalin, profondo conoscitore della questione nazionale, divenisse il dirigente ufficiale della politica del partito nella questione nazionale.
Sin dai primi giorni dell’Ottobre Stalin assunse l’incarico di Commissario del popolo per gli affari delle nazionalità. Egli ricoperse questo incarico sino al 1923.
Un importantissimo documento programmatico, pubblicato nel 1917 con la firma di Lenin e Stalin, fu rivolto a tutti i lavoratori mussulmani, che vivevano ai confini dell’ex impero eurasiatico dello zarismo. Si trattava della parte più arretrata e oppressa della cosiddetta popolazione della “Russia”. Il governo sovietico dichiarò che considerava come uno dei suoi compiti più importanti quello di elevare al livello generale di tutto il paese i milioni e milioni di mussulmani. del Turkestan, della Siberia, del Caucaso, della regione del Volga.
Lenin e Stalin scrissero insieme la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia”, questo grandioso documento dell’Ottobre, che proclamò i principii della politica nazionale dello Stato della dittatura proletaria.
Lenin e Stalin scrissero insieme anche un altro documento storico e cioè il decreto di scioglimento della Assemblea costituente.
Nei primi mesi del regime sovietico, Lenin e Stalin svolsero in strettissimo contatto il gigantesco lavoro di direzione dello Stato proletario.
Il compagno Stalin nutriva un immenso affetto e un’ammirazione profonda per Lenin. Egli ha scritto sull’attività di Lenin: “Lenin era nato per la rivoluzione. Era veramente il genio delle esplosioni rivoluzionarie e il più grande maestro nell’arte di dirigere la rivoluzione. Mai si sentiva così a suo agio e così felice come nei momenti di scosse rivoluzionarie… Nei giorni dei sommovimenti rivoluzionari egli rifioriva letteralmente, acquistava il dono della chiaroveggenza, prevedeva il movimento delle classi e i probabili zig-zag della rivoluzione, come se li leggesse sul palmo della mano” (Stalin, Discorso pronunciato a una serata degli allievi della Scuola Militare del Kremlino il 28 gennaio 1924. Pubblicato in: Lenin, Opere scelte, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1946, Vol. I, pag. 30).
Questa mirabile caratterizzazione poteva essere compiuta solo da un altro genio della Rivoluzione: da Josif Vissarionovic Stalin. (Stalin nel 60° anniversario dalla nascita, Mosca, 1940).
“Nel periodo 1918-1920 il compagno Stalin fu forse l’unico uomo che il Comitato Centrale lanciasse da un fronte di guerra all’altro, scegliendo i punti più pericolosi più temibili per la rivoluzione. Dove regnava una calma relativa e la situazione era favorevole, dove avevamo dei successi, non si vedeva Stalin. Ma dove, per tutta una serie di motivi, gli eserciti rossi cedevano, dove le forze controrivoluzionarie, sfruttando i loro successi, minacciavano l’esistenza stessa del potere sovietico, dove la rivolta e il panico potevano in qualsiasi istante trasformarsi nell’impotenza, nella catastrofe, là compariva il compagno Stalin. Egli non dormiva la notte, organizzava, prendeva con mano ferma la direzione, demoliva, era implacabile e, creando una svolta, risanava la situazione. Lo stesso compagno Stalin ha scritto a questo proposito, in una sua lettera del 1919 diretta al Comitato Centrale, che lo si voleva trasformare in uno specialista di ripulimento delle stalle del Dicastero della guerra”. (K. Voroloscilov, Stalin nel 60° anniversario della nascita, 1940).

Una nuova automobile
… Accadde nell’estate del 1933; noi eravamo occupati nella preparazione di un nuovo autocarro pesante. Nel mio studio aveva luogo una riunione per risolvere i problemi tecnici riguardanti la realizzazione di questa macchina. Si sente squillare il telefono. Chiama Kaganovic, segretario del Comitato centrale e del Comitato di partito di Mosca. Mi dice di recarmi al Comitato di partito di Mosca assieme al mio sostituto e al segretario del Comitato di partito.
Venite con i vostri uomini, – mi dice Lazar Moiseievic – vi vogliono parlare di una nuova produzione.
Arriviamo al Comitato di partito di Mosca. Il compagno Kaganovic ci chiede: Che cosa ne pensate se il partito e il governo vi incaricano di costruire nella vostra officina automobili?
La domanda mi giunge assolutamente inaspettata. Rispondo: È una domanda inattesa… Non abbiamo mai pensato a una cosa come questa, noi avevamo deciso di non costruire automobili e di specializzarci negli autocarri.
E se il partito vi incaricherà proprio di questo? – mi domanda il compagno Kaganovic.
– Se il partito ce ne incaricherà lo faremo.
Il dialogo fu interrotto da uno squillo del telefono. Lazar Moiseievic andò a rispondere all’apparecchio: Sì, sono da me. Verremo subito da Voi.
Uscimmo insieme dalla sede del Comitato di partito, prendemmo posto in macchina e andammo al Kremlino, dal compagno Stalin.
Nello studio, con il compagno Stalin trovammo i compagni Kirov, Kalinin; il compagno Serghei Orgionikidze non c’era, non stava bene.
Il compagno Stalin mi rivolse questa domanda: E allora potreste produrre un’automobile?
Risposi esattamente come avevo fatto con il compagno Kaganovic, che ne avevo sentito parlare appena qualche minuto prima e che logicamente non ci avevo ancora pensato.
E che? Vi fa paura una automobile? – interruppe il compagno Stalin ridendo – Siete abituato agli autocarri?
A questo punto cominciò a parlare con noi proprio del tipo di automobile che si sarebbe dovuto costruire nella nostra officina.
Noi abbiamo bisogno che costruiate una macchina grande a sei posti adatta agli usi della vita pratica nell’Unione Sovietica, – dichiarò il compagno Stalin – Tanto più che macchine a cinque posti ne costruisce già l’Officina di Gorghi, voi invece dovete occuparvi di una macchina di maggiore capienza.
Il colloquio con il compagno Stalin si protrasse per due ore. Ci espose il suo pensiero sulla necessità di costruire officine automobilistiche e ci precisò di che tipo.
Noi abbiamo bisogno non di una sola, ma di varie officine automobilistiche. E ne dobbiamo costruire non soltanto nel centro dell’Unione Sovietica ma anche in zone come la Siberia, il Volga.
Il compagno Stalin ci spiegò anche perché proprio la nostra officina doveva costruire automobili.
A conclusione del colloquio il compagno Stalin ci incaricò di preparare il nostro rapporto sui mezzi richiesti per la costruzione di macchine leggere nella nostra officina. Ci diede come limite di tempo due o tre settimane. Immediatamente affrontammo la compilazione del bilancio preventivo e dopo tre settimane ero di nuovo nello studio del compagno Stalin dove erano presenti Sergo Orgionikidze, L. M. Kaganovic e M. I. Kalinin.
Che cifra occorre? – fu la prima domanda del compagno Stalin.
Dissi la somma. La cifra preventivata, era piuttosto ragguardevole. Il compagno Sergo rispose circostanziatamente: Se ve ne daremo un terzo ne avrete abbastanza.
Quanto tempo vi occorre? – fu la seconda domanda del compagno Stalin.
Rispondemmo. Allora il compagno Stalin ci incaricò di redigere un progetto di impianto della nuova produzione nell’area dell’officina e sulle misure preparatorie che occorreva prendere.
Dopo qualche tempo, due o tre settimane, la questione fu sottoposta all’approvazione del governo. Su proposta del compagno Stalin fu deciso di costruire un’officina per la produzione di 17.000 autocarri pesanti e 10.000 automobili all’anno.
Iniziammo il progetto di ricostruzione dell’officina. Contemporaneamente studiammo gli ultimi modelli di macchine estere.
Nel gennaio 1934 portammo questi progetti al Kremlino… Li osservarono i compagni Stalin, Molotov, Orgionikidze, Kaganovic e Voroscilov. Espressero tutta una serie di preziose osservazioni che ci aiutarono a stabilire il tipo della costruenda macchina sovietica. Furono avanzate le esigenze che la macchina fosse a sei posti, possedesse una grande autonomia, che vi fosse impiegata la minore quantità possibile di metalli non ferrosi e che la sua costruzione fosse relativamente leggera considerato l’uso a cui sarebbe stata adibita.
Il compagno Stalin diede interessanti indicazioni sulla linea della carrozzeria e si interessò al numero di ruote di ricambio che avrebbe avuto la ZIS-101, e sui conforts che sarebbero stati creati per i passeggeri. Il compagno Stalin ci chiese perentoriamente che la ZIS-101 non avesse in nessun caso caratteristiche costruttive inferiori a quelle degli ultimi modelli delle macchine americane. Per prepararci a questa produzione, per noi nuova, inviammo all’estero un buon gruppo di lavoratori, venticinque o trenta uomini.
Di ritorno dall’America, nel settembre, ci recammo dal compagno Stalin questa volta con il progetto della nostra macchina. Il progetto fu di nuovo sottoposto all’esame dei dirigenti del partito e del governo. E il compagno Stalin si addentrò in tutti i particolari.
Dopo l’approvazione del progetto da parte del governo, passammo alla costruzione di cinque macchine a titolo sperimentale. Il 19 marzo 1936 il compagno Sergo Orgionikidze visitò l’officina rendendosi minutamente conto dell’andamento della produzione.
Terminammo le prime due automobili ZIS-101 alla fine di aprile.
Il 29 aprile il compagno Sergo Orgionikidze ci incaricò di collaudare in pubblico la nuova macchina. Ci recammo al Kremlino e per la prima volta sulle piazze adiacenti corsero le confortevoli automobili sovietiche.
Il compagno Stalin si diede ad osservare accuratamente la macchina in tutti i suoi aspetti, ci fece delle domande e ci diede tutta una serie di indicazioni pratiche. Salì varie volte nella nostra macchina e la mise a raffronto con quelle importate che, a titolo dimostrativo, aveva fatto mettere accanto alle nostre. Osservava attentamente ogni piccola minuzia.
I cuscini nella vostra macchina sono meno comodi che in quella importata, – disse – bisogna apportare dei miglioramenti perché ci si possa sedere più comodamente.
Poi sollevò gli strapuntini, vi si sedette: Gli strapuntini hanno una pendenza eccessiva. Bisogna sistemarli meglio.
Il compagno Stalin notò che in alcuni modelli esteri il posto di guida poteva essere separato dai passeggeri mediante un vetro scorrevole mentre la nostra carrozzeria non aveva questo dispositivo.
Stalin disse che bisognava applicare anche alla nostra questo vetro per rendere possibile ai passeggeri di isolarsi dall’autista. Sarebbe stato soprattutto opportuno per il trasporto di malati o di bambini, perché l’autista potesse manovrare liberamente, aprire il finestrino quando lo desiderasse senza disturbare così i passeggeri.
Il sistema di illuminazione va spostato in avanti e messo al centro della vettura, – disse il compagno Stalin – bisogna anche avvicinare l’interruttore a chi sta seduto perché possa usarlo agevolmente. Propose anche che il tergicristallo fosse applicato in basso e non in alto perché allo stato di riposo non fosse visibile. La tappezzeria doveva essere di qualità migliore.
Stalin rivolse la sua attenzione perfino sulla sigla ZIS-101, proponendo di togliere il numero 101 e di lasciare solamente ZIS. Infatti il numero del modello non interessava nessuno. Sul radiatore noi avevamo posto una statuina rappresentante un uccello. Al compagno Stalin non piacque e ci propose di sostituirla con una bandierina recante una stella a cinque punte. Il compagno Stalin propose che il posto di guida fosse ricoperto di pelle e non di stoffa.
Il compagno Stalin ci dava tutte queste indicazioni mentre osservava la macchina consigliandosi con i membri del governo; ma alla fine del suo esame improvvisamente mi chiese di leggere tutto quello che io avevo annotato nel mio notes per il caso che io avessi trascurato qualche cosa. (I. Zikhracev, Una automobile, Pravda, 6 maggio 1936).

Il canale Volga-Don
Accadde venti anni fa. Nella zona di Zarizyn una squadra addetta ai rilievi lavorava al tracciato del canale Volga-Don. Fu necessario ricorrere alla mobilitazione di un certo numero di uomini per misure difensive. Nel fonogramma che conteneva la protesta contro questo fatto i compagni Stalin e Voroscilov scrissero la risoluzione: “Scaveremo il canale dopo avere affogato nel Volga e nel Don i cadetti”.
E così fu. Ebbe termine la guerra civile e tra gli altri lavori creativi si iniziò la costruzione di quei sistemi idrotecnici che stanno cambiando l’economia, la natura, la geografia dell’Unione Sovietica.
Il nostro paese, ricco di fiumi, poco o nulla li sfruttava. La scarsa profondità dei fiumi ostacolava la navigazione. Le acque dei fiumi si gettavano nel mare senza dare l’energia in esse racchiusa. Occorreva costruire una rete di canali che collegassero bacini fluviali separati in un unico sistema. Bisognava prolungare la via fluviale dal Baltico al nord fino al Volga. Unire il Caspio e il Mar Nero. Costruire decine di centrali idroelettriche, di porti. Sfruttare l’eccedenza di acque per l’irrigazione di milioni di ettari di terra.
Grandioso piano profondamente elaborato dal compagno Stalin e realizzato con ferrea costanza!
Il primo anello di questa catena fu costituito dal Canale Mar Bianco-Baltico, la prima grande opera idrotecnica sovietica. Il compagno Stalin personalmente indicò quale doveva essere il tracciato del canale indicandone i punti iniziale e finale. Dal giorno in cui il progetto nacque a quello del compimento dei lavori sapemmo sempre che Iosif Vissarionovic seguiva attentamente la realizzazione delle sue idee. Quando il canale fu pronto vennero ad osservare l’opera il compagno Stalin insieme ai compagni Kirov e Voroscilov.
Dopo il Canale Mar Bianco-Baltico fu la volta del canale Volga-Mosca. In quegli anni memorabili ci avvenne più volte di assistere alle sedute del Comitato Centrale del PC(b) dell’URSS e del Sovnarkom dell’URSS alle quali presenziava il compagno Stalin. Facevamo i nostri rapporti sul corso dei lavori. Iosif Vissarionovic osservava particolareggiatamente le carte, i disegni, gli schizzi, i piani, i progetti architettonici. Si sentiva che egli vedeva chiaramente davanti a sè il canale come doveva essere, come sarebbe stato, e suggeriva a noi, ingegneri, le soluzioni che avrebbero portato nella maniera più giusta ed economica al raggiungimento del fine prefisso.
In casi difficili, complicati gli idrotecnici si rivolgevano per aiuti a Iosif Vissarionovic Stalin. A Iaroslavl si era iniziata la costruzione della diga. I lavori erano già in corso, quando un gruppo di giovani ingegneri sovietici capeggiati dal prof. Rakhmanov elaborarono una seria dimostrazione, suffragata da argomenti incontestabili, dell’utilità di trasferirne la costruzione a Rybin. In effetti a Iaroslavl non vi era possibilità di creare un grande bacino collettore. L’efflusso di acqua e conseguentemente la produzione di energia avrebbe oscillato tra termini straordinariamente distanti. La costruzione della diga a Rybinsk avrebbe evitato queste difficoltà e contemporaneamente avrebbe migliorato la navigazione sul Volga.
Oggi tutto ciò è fuori discussione. Ma nel 1935 la proposta dei giovani ingegneri non incontrava approvazioni e appoggi. Per questo essi si rivolsero al compagno Stalin il quale, dopo aver studiato attentamente il rapporto sul trasferimento della costruzione della diga a Rybinsk, espresse laconicamente la sua opinione con le parole: “Io sono favorevole”.
Le poche sillabe della risoluzione staliniana decisero della sorte della costruzione. L’avvenire doveva dimostrare l’assoluta giustezza di questa risoluzione.
Venne il 1936. Per incarico del Comitato Centrale del PC(b) stesi una relazione sulla questione se fosse più utile costruire il nodo idrico a Kuibyscev o a Kamyscin. Circa due settimane dopo mi fu detto che ero chiamato al telefono dal compagno Stalin. Rispose dapprima il compagno Sergo Orgionikidze, poi prese il microfono il compagno Stalin.
Iosif Vissarionovic mi disse che non avevo inteso esattamente l’incarico avuto. Non si trattava di stabilire i vantaggi di costruire il nodo a Kuibyscev o a Kamyscin. Questa per il Comitato Centrale era una questione ormai decisa. Kuibyscev presentava notevoli vantaggi. In primo luogo permetteva uno sfruttamento migliore delle acque del Volga per l’irrigazione. In secondo luogo la città di Kuibyscev era più vicina alle regioni centrali del paese e all’Ural che sarebbero state perciò più facilmente rifornite di energia. In terzo luogo con la costruzione di un canale che tagliasse l’ansa di Samara avremmo abbreviato di 140 km. il percorso delle navi lungo il Volga.
Cosicché, – disse il compagno Stalin – in questo momento ci serve che si chiarisca la possibilità tecnica della costruzione di opere di tale immensa portata nei pressi di Kuibyscev: non vi sono altre questioni dubbie. Noi aspettiamo la risposta a questa questione.
Chiesi dieci giorni di tempo e il permesso di recarmi a Kuibyscev.
Va bene, partite. – rispose Iosif Vissarionovic.
Gli ingegneri discutevano sulle dimensioni che dovevano avere le chiuse sul Volga. Si erano proposte tutte le possibili varianti. Alcuni erano attratti verso dimensioni addirittura gigantesche, altri erano, invece, eccessivamente timidi.
Durante la conversazione telefonica avevo chiesto al compagno Stalin come risolvere questa questione. La risposta era stata: – Questa questione è già stata esaminata dal Comitato Centrale.
E Iosif Vissarionovic, ricordo, mi citò i principali dati: profondità, ampiezza, ecc.
Come sempre, dopo il colloquio con il compagno Stalin, tutto era diventato chiaro e pratico. La gita in loco mi mostrò che era possibile costruire gli impianti vicino a Kuibyscev, solo bisognava dislocare il luogo dove erigere la diga.
Iosif Vissarionovic non si lasciava sfuggire nessuna delle tappe importanti dell’opera di costruzione idrotecnica. Proprio nel suo studio hanno originato i piani della grandi opere che il nostro paese viene realizzando. E una volta ideata la costruzione, il compagno Stalin ne seguiva passo passo la realizzazione.
Nella primavera del 1937, fui chiamato da Iosif Vissarionovic per un colloquio sulla costruzione del cosiddetto Canale del nord e la ricostruzione del fiume Iauza.
Il Canale del nord doveva cingere ad anello la capitale dal nord e dare l’acqua per arricchire il volume del fiume Iauza. Nella riunione si discuteva di questo progetto la cui realizzazione avrebbe comportato la spesa di circa mezzo miliardo di rubli.
Iosif Vissarionovic ad un tratto aveva interrotto la discussione: Ma è proprio necessario costruire questo canale? Forse la questione si può risolvere più semplicemente ed economicamente.
Questa possibilità c’era. Fu allora deciso di costruire, anziché il Canale del nord, una conduttura dal bacino collettore di Kimkin al fiume Likhoborka, affluente della Iauza, e di immettere cosi l’acqua nel fiume Iauza. Ciò avrebbe fatto risparmiare varie centinaia di milioni di rubli.
Terminata la costruzione del Canale Volga-Mosca, tutti aspettavamo con profonda emozione di sapere come si sarebbe contenuto il compagno Stalin di fronte al lavoro e quale apprezzamento ne avrebbe dato. Iosif Vissarionovic venne sul luogo della costruzione. Esaminò le chiuse, le centrali di pompaggio, informandosi minutamente, particolareggiatamente della realizzazione dei lavori nel loro complesso.
Si era realizzata la seconda tappa dei grandi lavori di costruzioni idrotecniche. Ora era la volta del nodo idrico di Kuibyscev.
Venne l’estate del 1937. Nella sessione del Comitato Centrale e del Sovnarkom fu decisa la sorte del bacino idrico. Furono impostati tutti i principali problemi tecnici ed economici.
Il compagno Stalin si avvicinò ad una carta geografica. Parlò delle località alle quali sarebbe andata l’energia prodotta a Kuibyscev. In primo luogo essa sarebbe stata impiegata per l’irrigazione, per la lotta contro la siccità. Ma bisognava anche darne alle regioni centrali del paese le cui risorse energetiche erano insufficienti.
Quando Iosif Vissarionovic ebbe parlato fu subito chiaro che la questione non stava nel fatto della realizzazione o meno del nodo idrico. Esso sarebbe stato costruito. Ed appariva che il compagno Stalin, in piedi là vicino alla carta geografica vedeva chiaramente le gigantesche costruzioni del nodo idrico, gli acquedotti irradiantisi verso tutto il paese. Per lui tutto ciò non era un sogno, ma una assoluta realtà.
Questa meravigliosa forza di persuasione, questa capacità di rendere il futuro vicino, visibile, reale, facilita la realizzazione dei lavori che si intraprendono seguendo le idee di Iosif Vissarionovic.
Alla fine della seduta traendo le conclusioni degli interventi il compagno Stalin disse: Bisogna costruire.
Meno di un anno dopo, nell’autunno del 1938, fui chiamato di nuovo dal compagno Stalin. Sull’ampio tavolo stavano disposte carte geografiche, grafici, piani, schizzi di costruzioni. In questo colloquio furono decise tutte le questioni principali dei lavori da eseguire.
Quella sera il compagno Stalin approvò la località da noi proposta per la costruzione della diga e della centrale idroelettrica la quale secondo le sue indicazioni sarebbe stata suddivisa in due centrali elettriche indipendenti: una sarebbe stata costruita a Perevoloki e l’altra a Giguli accanto alla diga.
Noi ritenevamo allora che delle quattro chiuse che dovevano far parte del nodo idrico di Kuibyscev in un primo momento se ne dovessero costruire due. La costruzione delle chiuse di Perevoloki pensavamo che potesse essere rimandata.
Ma Iosif Vissarionovic ci spiegò l’inesattezza delle nostre vedute. Le chiuse di Perevoloki avrebbero permesso di abbreviare il percorso sul Volga di 140 km. e questo avrebbe avuto un effetto economico di grande importanza.
Si passò a parlare dell’irrigazione. Noi in un sovcos sperimentale avevamo fatto esperienze di piogge artificiali.
Il compagno Stalin stette per qualche secondo ad esaminare attentamente le fotografie degli apparecchi per la produzione della pioggia artificiale. Si levò in piedi, passeggiò per la stanza poi cominciò a parlare minutamente dei vantaggi di questo metodo di irrigazione. Era evidente che da molto tempo si interessava di questa questione.
Le piante, – disse il compagno Iosif Vissarionovic – assorbono assai meglio l’umidità che ricevono dall’alto. Inoltre le gocce di pioggia eliminano gli agenti nocivi che si trovano sugli steli e sulle foglie. La questione della pioggia artificiale è importante.
Nel giugno 1939 io feci al compagno Stalin un rapporto sulla potenza delle turbine destinate a Kuibyscev. La nostra industria era arrivata per la centrale idroelettrica di Rybin alla potenza di Kw. 55.000. Se si fosse accresciuto di 50-100 cm. il diametro di queste turbine, nelle condizioni di Kuibyscev in cui l’afflusso di acqua è più rilevante che a Rybin, la loro potenza sarebbe salita a Kw. 200.000. E tale potenza era anche prevista nel progetto.
Tuttavia una parte degli specialisti sovietici riteneva che Kw. 200.000 fosse una potenza eccessiva e che non convenisse costruire turbine di potenza superiore ai Kw. 100.000.
Riferii al compagno Stalin.
Anche noi pensiamo a questo proposito, – disse Iosif Vissarionovic – che non convenga accrescere in maniera rilevante la potenza delle turbine. D’altra parte, dato che vi sono già delle officine che impiegano macchine con turbine aventi un diametro del rotore di 9 metri non conviene diminuire tale diametro, anche per Kuibyscev si devono impiegare queste turbine. Esse svilupperanno laggiù una potenza di 170-180.000 Kw. il che è assolutamente sufficiente.
Ogni incontro con il compagno Stalin lascia una grande traccia nella vita. Si esce dal suo studio con nuova forza, pieni della più assoluta fiducia che tutto si può fare e tutto sarà fatto poiché così pensa il compagno Stalin.
Ed ognuno di noi sente la mano forte, la mano che guida, lo sguardo penetrante e indagatore, l’aiuto amichevole di Iosif Vissarionovic Stalin. (S. Giuk, Il grande costruttore, Pravda, 19 dicembre 1939 ).

A colloquio cogli stacanovisti
Alla vigilia del 18° anniversario della Grande rivoluzione d’Ottobre gli stacanovisti erano già in numero notevole ed ogni lavoratore voleva celebrare degnamente la grande festa. Nel Donbass si cominciò a costituire una delegazione di stacanovisti che dovevano recarsi alle feste a Mosca, ed io andai nella capitale con la delegazione dei minatori e dei metallurgici del Donets.
All’albergo incontrai quasi tutti i più noti stacanovisti. Feci conoscenza con Alexandr Busyghin, con Dussia Vinogradova, con Marussia Vinogradova. Incontrai anche Krivonos. Erano dei ragazzi semplici, proprio come i nostri stacanovisti del Donets.
Passeggiammo a lungo parlando di Mosca e della .sua vita. La disposizione d’animo di tutti noi era serena, entusiastica. Percorrendo le vie ed osservando l’addobbo festoso della città, gli enormi ritratti del compagno Stalin sui muri delle case, in questa città pulita, ordinata, bella e nella vita stessa di Mosca vedevamo e sentivamo la mano del compagno Stalin. Decidemmo di mandargli il nostro saluto.
Uno di noi disse: – Su ragazzi, scriviamo una lettera di saluto al compagno Stalin.
Tutti fummo subito d’accordo, ma io chiesi in che modo potevamo fargli arrivare il nostro saluto.
Decidemmo di mandare la nostra lettera alla Pravda.
Per la strada, vicino al muro di una casa tirai fuori il mio notes e sotto dettatura dei compagni scrissi: “Nel giorno del 18° anniversario della Grande rivoluzione il nostro saluto a tutto il popolo lavoratore dell’Unione Sovietica! Ospiti dei lavoratori di Mosca, mandiamo attraverso la Pravda il nostro ardente saluto all’amatissimo paterno Stalin”.
Tutti firmammo.
La conversazione cadde sul compagno Stalin che avevamo gran voglia di vedere. Aspettavamo con impazienza il giorno dopo in cui saremmo stati sulla Piazza Rossa e lì sicuramente avremmo visto il compagno Stalin.
… a sera andammo al Teatro Bolscioi alla serata di gala delle organizzazioni di Mosca dedicata al diciottesimo anniversario della Grande rivoluzione socialista. Lì per la prima volta nella mia vita vidi il compagno Stalin e i suoi più vicini collaboratori.
Il Teatro Bolscioi mi piacque, mi incantò la sua bellezza. Ma poco o nulla io guardavo del teatro perché non potevo staccare gli occhi dal compagno Stalin. Mi sarebbe piaciuto tanto essergli vicino, dargli la mano, parlargli. E non sapevo che assai presto il mio sogno si sarebbe avverato. Contemplavo il compagno Stalin, ne seguivo i movimenti. Pensavo: ecco questo è l’uomo che ciascuno di noi considera un grande onore vedere, l’uomo che ha lavorato accanto a Lenin fino agli ultimi giorni del nostro grande compagno, l’uomo che a tutti noi è caro come la vita stessa. Stalin vestiva un abito grigio da lavoro. Conversava con i suoi compagni del presidium e sorrideva allegramente. Ed io provavo una grande gioia nei contemplarlo.
Il 12 novembre decidemmo di lasciare Mosca. Avevamo già i biglietti. Ed ecco che inaspettatamente in albergo ci si dice per telefono di restituire i biglietti e di non lasciare Mosca perché eravamo invitati al Narkom, dal compagno Orgionikidze.
Da Sergo passammo varie ore. Conversava cordialmente con noi, si informava di tutto e noi gli raccontavamo tutto. Sergo chiamava gli stacanovisti eroi sovietici. Al termine della visita Sergo ci disse che avremmo avuto il piacere di parlare con il compagno Stalin che si interessava molto del movimento stacanovista. Voleva vederci, sentirci parlare.
Quattordici novembre. Andiamo al Comitato Centrale del partito. In macchina silenzio; ciascuno pensa a qualcosa di suo. Io, per la verità, penso ad una sola cosa: come sarà Stalin, che cosa ci chiederà, che cosa ci dirà.
Arriviamo. Entriamo nel salone. Prendiamo posto rapidamente. Ciascuno vorrebbe sedersi più vicino possibile al tavolo del presidium perché sa che lui sarà dietro questo tavolo. Ed ecco che entrano i compagni Stalin, Molotov, Kaganovic, Orgionikidze, Voroscilov, Kalinin, Andreiev, Mikoian, Zdanov, Khrusciov. Salutano con un lieve inchino.
Nel salone accade qualche cosa che sembra favoloso. Tutti insieme ci leviamo in piedi e applaudiamo con tutte le nostre forze. Io fisso il compagno Stalin: è lì in piedi, allegro, ci sorride, applaude e alza il braccio per salutarci. Non riusciamo a calmare le manifestazioni del nostro entusiasmo.
Sergo Orgionikidze apre la seduta: fu questo l’inizio della Prima conferenza degli stacanovisti dell’URSS…
Il compagno Stalin ci guarda come fossimo suoi figliuoli e noi, mentre ascoltiamo Sergo guardiamo il compagno Stalin, il suo volto sereno, i suoi occhi vivaci un pò socchiusi. Io penso: quest’uomo così sereno quanto ha sofferto nella sua vita, carcere, esilio, privazioni. Ma, continuo a pensare, il compagno Stalin è veramente felice perché può vedere i risultati della lotta dei bolscevichi, i risultati del suo lavoro. Anche io, che siedo qui accanto ai miei compagni, sono un discepolo del compagno Stalin.
– Ecco ciò che tu e il partito che dirigi avete fatto di noi, vorrei dirgli.
Quando il compagno Sergo ebbe finito di parlare diede subito la parola a me. Tutti si misero ad applaudirmi. Io, emozionato, non facevo che guardare le mie note, volgere lo sguardo verso quelli che mi stavano vicini, inchinarmi. Il compagno Stalin si volse dalla mia parte. Nel vedere il suo sguardo paterno, mi sentii libero, a mio agio proprio come nella miniera, tra la mia gente, e raccontai come stavano le cose, come avevo raggiunto il record ed espressi la nostra riconoscenza al compagno Stalin al quale noi eravamo debitori della nuova vita felice.
Parlai dei successi conseguiti da noi, dal movimento stacanovista…
Parlai dei nostri salari ed esposi la mia opinione che l’alta produttività del lavoro eleva i salari…
Io parlavo e il compagno Stalin mi seguiva attentamente. Cercavo di parlare il più brevemente possibile, ero imbarazzato al pensiero che facevo perdere molto tempo. Pensavo che il compagno Stalin aveva una mole enorme di lavoro e che bisognava dirgli solo l’essenziale e nella forma più breve.
Ero orgoglioso di me. Un antico bracciante e pastore esponeva le sue idee ai dirigenti del popolo. Ma pensavo: anche loro provengono da questo stesso popolo.
Sì, solamente nel nostro paese sono possibili questi incontri, questi colloqui a cuore aperto tra i capi e i semplici operai che parlano loro dei successi conseguiti sul fronte del lavoro!
Dopo di me prese la parola Piotr Krivonos. Egli disse che aveva eseguite le indicazioni del compagno Stalin e l’appello fatto dal compagno Kaganovic a nome del Narkom sull’applicazione di nuovi metodi per lo sfruttamento delle locomotive…
Dopo Krivonos prese la parola Busyghin dell’officina automobilistica di Gorki. Busyghin aperse il suo taccuino ed elencò i suoi record e parlò anche dei salari.
Il compagno Stalin, che ci aveva seguiti attentamente tutti, interruppe Busygliin per chiedergli: La qualità degli alberi di trasmissione non soffrirà di un lavoro accelerato?
È vero il contrario, – rispose Busyghin – quanto minori sono i pezzi di scarto che si hanno e tanto migliore è la qualità. Prima facevamo 450 pezzi e avevamo 20 pezzi di scarto. Oggi su 1100 pezzi ho 2 scarti…
Poi prese la parola Dussia Vinogradova.
Poggiandosi al tavolo cominciò a parlare dell’alta produttività e dei salari. Se una volta guadagnava 200-270 rubli al mese oggi lavorando su 144 telai il suo salario arriva a 6000 rubli. Fissò il compagno Stalin e disse: Ecco come io ho elevato il mio salario!
Il compagno Stalin le rispose: Molto bene.
Prese poi la parola Miron Liukanov. Tra lui e i compagni Stalin e Orgionikizde si svolse un dialogo interessantissimo. Il compagno Orgionikizde chiese a Liukanov: Quanti minatori c’erano da voi prima del movimento stacanovista e quanti ce ne sono ora?
Liukanov rispose che prima del movimento stacanovista c’erano 23 operai addetti alla perforazione, mentre adesso ve n’erano 12. Prima gli stessi operai eseguivano il taglio e le opere di consolidamento in legno. Oggi invece il lavoro è diviso.
Il compagno Stalin ascoltò con la massima attenzione e disse: – Qui è la sostanza dei successi.
E il compagno Orgionikidze confermò: È questa la cosa principale.
Nel suo intervento Miron Liukanov ricordò che quando eravamo al Narkom, gli aveva parlato delle deficienze che sussistono da noi nelle miniere. Il compagno Stalin si interessò di queste deficienze e chiese che Liukanov ne riparlasse.
Liukanov rispose che da noi le cose non andavano bene rispetto ai carriaggi che il parco vagoni non era sufficiente, che avevamo pochi locomotori elettrici: – Se voi ci fornirete un numero sufficiente di locomotori elettrici, noi potremo dare una quantità doppia di minerale estratto.
Interessante fu l’intervento dell’operaia addetta alle alesatrici, Nina Slavnikova. Nina disse che era in gara di emulazione con la sua compagna di lavoro Marussia Makarova. Quando Nina dichiarò che lei aveva un salario di 886 rubli, il compagno Mikoian le chiese: E quale è il salario della vostra compagna?
Nina rispose che Marussia percepiva un salario di 1336 rubli.
Come spende Marussia il suo denaro? – chiese interessandosi alla cosa Mikoian.
Nina rispose che anche lei si era interessata di sapere come la sua compagna spendeva il denaro e che Marussia le aveva detto: Mi compro, per esempio, un paio di scarpe bianche per 180 rubli, un abito di crespo di Cina per 200 rubli, un paltò per 700 rubli. Ecco che stacanoviste ci sono oggi da noi!
Il compagno Stalin chiese a Nina Slavnikova se nell’officina le macchine erano sufficienti. Nina rispose di si.
E gli operai sono anche idonei al loro lavoro?
Anche gli operai lo sono, nella nostra officina alcuni stanno già compiendo il sestuplo della norma di lavoro prevista, rispose Nina.
Vidi che al compagno Stalin la risposta era piaciuta.
Molto bello fu l’intervento del compagno Nikita Alexeievic Izotov studente all’Accademia industriale di Mosca.
Quando Izotov salì alla tribuna disse che non era oratore e che lo si doveva perciò scusare. Ma poi parlò talmente bene che il compagno Stalin gli osservò: Proprio un oratore da nulla!
E Sergo Orgionikidze di rincalzo: Sì, non c’è male.
Tutti ridemmo allegramente e Nikita dopo questo episodio cominciò a parlare ancora meglio. Nikita Izotov lavorava da non molto nel bacino di Mosca e nel suo discorso richiamò l’attenzione di Nikita Sergheievic Khrusctcev sul bacino stesso: non vi erano lavoratori d’assalto nell’industria carbonifera.
Effettivamente non ne conosciamo, – confermò il compagno Stalin. Dopo Nikita Izotov prese la parola la celebre operaia tessile del combinato Bolscevik di Rodnikovsk della provincia di Ivanov, Tassia Odintsova, che era in gara di emulazione con la Vinogradova.
Il compagno Orgionikidze stesso dichiarò: Ha la parola la compagna Odintsova, emula della Vinogradova.
Staremo a vedere chi avrà la meglio, – disse il compagno Stalin.
Ed effettivamente dopo la conferenza degli stacanovisti la Vinogradova e l’Odintsova non cessarono mai di gareggiare e ogni volta comunicavano al compagno Stalin chi era stata vincitrice.
La Odintsova nel suo intervento disse rivolgendosi al compagno Stalin: Io vi prometto, compagno, che emulando Dussia Vinogradova, compirò in eccedenza il piano e la lascerò indietro.
E la Vinogradova di rimando: Ma tu a quanti telai intenderai passare a lavorare?
La Odintsova disse: Su 156 telai.
E la Vinogradova dal suo posto: E io su 208!
Il compagno Stalin stava appoggiato a una parete e fumando la sua pipa osservava questa scena.
Effettivamente la Vinogradova arrivò più tardi a lavorare non su 208 ma su 216 telai. E Tassia Odintsova seguendola a ruota passò ai 216 telai.
Ha ora la parola Pusckin del Donbass, capo operaio del reparto alti forni dell’Officina Kirov di Makeevsk. Aveva raggiunto un coefficiente di utilizzazione del carico utile dell’altoforno comportante uno scarto dello 0,92. Il compagno Orgionikizde gli fece osservare che l’accademico Pavlov diceva che questo coefficiente negli altiforni poteva essere da 2 a 1,5.
Ma Pusckin aveva superato tutti, americani, tedeschi e perfino i nostri accademici. Il compagno Stalin, che si interessava di conoscere la misura degli aumenti dei salari per gli stacanovisti, chiese a Pusckin: – Quanto guadagnavate una volta?
Io, – rispose Pusckin – guadagnavo 375 rubli, mentre oggi ne guadagno duemila.
Dopo l’operaio degli altiforni prese la parola Degtiarev, operaio specializzato nella preparazione dell’acciaio delle Officine Dzerzhin della città di Dnieprodzerzhinsk. Il compagno Stalin si interessava molto dei metodi stacanovisti nella preparazione dell’acciaio e ne chiese a Degtiarev. Questi gli rispose che tali metodi consistevano nell’iniziare assai presto il processo di cottura dell’acciaio. I fonditori dell’officina danno una colata di 172 tonnellate in 8 ore e 50 minuti.
E prima quanto davano? – chiese il compagno Stalin.
Prima, – rispose Legtiarev – davano 150-160 tonnellate in 12 ore.
Il più anziano degli intervenuti alla conferenza degli stacanovisti era Pronin, operaio addetto alla graticolazione in una cartiera. Era venuto a Mosca insieme al figlio anche lui operaio cartaio. Il padre e il figlio erano in gara di emulazione ed entrambi fecero un intervento.
Il più giovane delegato alla Prima conferenza degli stacanovisti dell’URSS era Kolia Kurianov, tornitore di Kuibyscev. Sergo annunziò: La parola al vecchio tornitore Kurianov.
Tutti guardavano pensando che sarebbe salito sulla tribuna un vecchio ed invece apparve un ragazzo sedicenne dal viso tondo con i capelli tagliati a cupola.
Il compagno Stalin si sporse un pochino alzandosi dal suo posto ed osservò Kurianov. Sergo gli chiede quanto guadagnava.
Nel periodo dell’apprendistato 6 rubli al giorno, ora che sono diventato stacanovista seguace di Busyghin 25 rubli, – rispose Kurianov.
Il compagno Stalin si mise a ridere rumorosamente guardando con viso lieto Kurianov e applaudendolo a lungo. In complesso gli interventi erano stati molto interessanti e molto interessanti erano state le opinioni espresse…
Quattro giorni durò la conferenza al Kremlino. E per quattro giorni furono presenti insieme a noi tutto il governo e tutto il Comitato Centrale del partito. I compagni Stalin, Molotov, Orgionikidze, Kaganovic avevano minuziosamente interrogato semplici operai per sapere come era possibile elevare la produttività del lavoro. In questi quattro giorni avevamo visto e udito quanto non si sarebbe potuto vedere conoscere in un intero secolo…
Naturalmente tutti noi sognavamo di potere ascoltare il compagno Voroscilov, il compagno Kaganovic, il compagno Molotov, il compagno Orgionikidze, il compagno Voroscilov, il compagno Kaganovic ed altri dirigenti del partito e del governo, ma la conferenza volgeva ormai alla fine, eravamo inquieti pensando che il compagno Stalin non sarebbe intervenuto.
Ma la sera del 16 novembre, Orgionikidze, nel dare la parola a Skatersctcikov caporeparto della centrale elettrica di Mosca, disse che l’intervento seguente sarebbe stato del compagno Stalin.
Ed ecco che Skatersctcikov finisce di parlare e Sergo Orgionikidze annunzia: La parola al compagno Stalin.
Si levò una ondata tempestosa. Più di tremila persone che riempivano tutto il salone del Kremlino si alzarono in piedi. Per minuti e minuti applaudimmo e salutammo il capo.
Il compagno Stalin si alzò e si avvicinò alla tribuna. Noi in piedi gridavamo: Evviva il compagno Stalin!
E il compagno Stalin stava in piedi sulla tribuna, calmo, sorridendoci e guardandoci con i suoi occhi paterni. Da tutti gli angoli della sala grida di saluto si levavano verso di lui. Il compagno Stalin alzò la mano chiedendo silenzio. Varie volte cercò di calmarci invitandoci a sederci. Ma non riusciva. Ciascuno di noi aveva nel suo cuore un tale cumulo di affetto per il compagno Stalin che non poteva resistere alla tentazione di manifestare la sua gioia. Il compagno Stalin girò gli occhi per tutta la sala in tumulto. Dai petti di tutti noi ad una voce si levò il canto dell’Internazionale. Poi l’ovazione riprese. Il compagno Stalin si rivolse alla presidenza chiedendo di ristabilire la calma. Sergo lo indicò con la mano alla sala. Il compagno Stalin tirò fuori l’orologio e ce lo mostrò. Ma noi non avevamo più cognizione del tempo. Il compagno Orgionikidze si mise a scampanellare sino a quando in sala ci fu silenzio.
Quando il compagno Stalin cominciò a parlare, regnava la più assoluta immobilità: ciascuno agognava di udire tutto, di non lasciarsi scappare neanche una parola.
Il compagno Stalin parlava con semplicità e in modo che tutti capissero e le sue parole penetravano profondamente nella coscienza. Egli varie volte citò il mio nome, quello di Busyghin e degli altri stacanovisti. Oh, come ero commosso quando egli parlava di noi! Ma era possibile non commuoversi quando egli diceva che noi avevamo suscitato la scintilla dalla quale era scaturita la fiamma?
Il compagno Stalin stava ritto alla tribuna e il suo volto era illuminato dai proiettori. Gli altoparlanti diffondevano le sue parole per tutti gli angoli della vasta sala. Gli operatori cinematografici avevano messo in azione le loro macchine. Gli occhi di tutti erano fissi alla tribuna…
Ecco che il compagno Stalin dice che il movimento stacanovista era maturato a poco a poco e che esso ormai non poteva più essere costretto nelle vecchie norme tecniche. La verità vera…
Il compagno Stalin diceva che la vita degli operai è oggi diventata migliore e più lieta. Ed effettivamente io potevo constatare che vivevamo molto bene. Non c’era preoccupazione per il pane; l’unica nostra preoccupazione era per il sapere, per lo sviluppo della nostra cultura, noi volevamo imparare, continuare sempre ad imparare. Nikita Izotov da minatore era diventato studente dell’Accademia. Il compagno Stalin diceva: Davanti a noi stanno uomini della statura dei compagni Stakhanov, Busyghin, Smetanin, Krivonos, Pronin, la Vinogradova e tanti altri, uomini nuovi, operai ed operaie che posseggono completamente la tecnica della loro specialità, la dominano e la portano avanti. Tre anni fa noi non avevamo uomini simili. Sono uomini nuovi… Essi hanno saputo infrangere le vecchie norme tecniche e raggiungere una produttività così alta del lavoro che lascia indietro i più evoluti paesi capitalistici…
A me e ai miei compagni della miniera che lessero il discorso del compagno Stalin, piacque molto il passo in cui egli parlando della libertà dice: Se manca il pane, se mancano il burro ed i grassi, se mancano le fabbriche, se le case di abitazione sono brutte, non si potrà vivere di sola libertà. È molto difficile compagni vivere della sola libertà! Così disse il compagno Stalin e noi facemmo eco approvando e applaudendo.
Per potere vivere bene e lietamente, – proseguì – è necessario che i beni della libertà politica siano completati dai beni materiali. Ma la nostra rivoluzione ci ha dato questi beni. Ciascuno di noi lo sente e perciò il vivere è diventato per noi ragione di gioia. E perciò così celermente si sviluppa il movimento stacanovista.
E ricordo anche molto bene il passo del discorso del compagno Stalin in cui egli diceva: Che voi, che avete partecipato a questa conferenza, abbiate imparato qualche cosa qui dai dirigenti del nostro governo, io non starò a negarlo. Ma sarebbe anche impossibile negare che anche noi, dirigenti del governo, abbiamo imparato molto da voi stacanovisti che partecipate a questa conferenza. Grazie a voi compagni per quello che ci avete insegnato, grazie di cuore.
Grazie anche a voi, compagno Stalin, – gridammo noi rispondendo, ed ognuno pensava in se stesso: “Il nostro maestro, che guida tutto il paese e che è anche il maestro degli operai di tutto il mondo, ha dichiarato che ha imparato da noi stacanovisti e ci ha espresso la sua gratitudine. Noi ameremo ancora di più il compagno Stalin che apprezza il nostro lavoro, la nostra esperienza e le nostre cognizioni”.
Il compagno Stalin parlava così chiaramente che io potei capire tutto. Cercai di fissarmi tutto nella mente, anche con l’aiuto di annotazioni, per potere raccontare minutamente al mio ritorno le cose ai compagni.
Prima di terminare il suo discorso il compagno Stalin disse sorridendo: Noi qui alla presidenza abbiamo deciso che è opportuno mettere nel dovuto rilievo questa conferenza dei dirigenti del governo con i dirigenti del movimento stacanovista. E siamo venuti alla decisione che cento-centoventi di voi debbano essere insigniti di un’alta ricompensa…
Se voi approvate, compagni, noi attueremo questo provvedimento, – disse il compagno Stalin chiudendo il suo discorso.
Ancora una volta qualcosa di immenso avvenne nel salone del Kremlino.
Senza fine risuonarono i canti di saluto al compagno Stalin. Con slancio particolarmente grande intonammo l’Internazionale e al nostro canto si unirono i capi del partito e del governo che stavano sulla tribuna.
Il compagno Sergo Orgionikidze dichiarò chiusa la conferenza. Il ferroviere cosacco Satbaiev si avvicinò correndo alla presidenza e strinse a lungo le mani del compagno Stalin. Noi rimanemmo ancora a lungo a salutare il capo del nostro popolo e per qualche minuto nessuno uscì dalla sala. Ci dispiaceva lasciare il luogo dove eravamo stati così a lungo vicini al compagno Stalin, così a lungo lo avevamo visto e sentito parlare. Non volevamo separarci dal compagno Stalin, dai nostri dirigenti. Improvvisamente qualcuno intonò l’aria del film Tutto il mondo ride. Gli fece eco il compagno Zhdanov: si mise anche lui a cantare, mentre Kliment Efremovic Voroscilov dal proscenio dirigeva il canto. Cantavamo lieti e orgogliosi, ma nello stesso tempo eravamo tristi per la nostra separazione.
Uscimmo dal Kremlino e ci dirigemmo al Teatro Bolscioi dove si dava per noi il balletto La fiamma di Parigi. Il teatro era straboccante di stacanovisti.
Nell’intervallo vidi nel palco del governo il compagno Stalin e i dirigenti del governo e del partito. Dopo il terzo atto gli artisti uscirono per salutare i capi del partito e gli stacanovisti. Il compagno Stalin applaudiva in piedi dal suo palco…
Il compagno Mikoian ci raccontò che il compagno Stalin dava direttamente le direttive all’industria alimentare: egli si curava che il popolo mangiasse bene.
Alcune fabbriche producevano generi di cattiva qualità. Era vergognoso vedere le salcicce, i dolci che alcune fabbriche presentavano nel periodo del razionamento. Anastas Ivanovic disse al compagno Stalin che le imprese alimentari producevano articoli di cattiva qualità per il nostro mercato mentre destinavano alla esportazione dolci, burro, acque di Colonia di tipo eccellente. Il compagno Stalin gli consigliò: – Fate preparare le merci come se fossero per l’esportazione e poi, invece di mandarle all’estero, consegnatele ai nostri magazzini.
E così fu fatto. Il burro, le uova e gli altri prodotti alimentari a noi utili, che venivano esportati all’estero per avere l’oro per comprare macchinari e macchine, ora possiamo non esportarli più dato che abbiamo creato la nostra industria.
Il compagno Mikoian riferì un caso interessante riguardante l’industria saponifera. Egli aveva fatto chiamare i rappresentanti di questa industria ed aveva detto loro di fabbricare un campionario dei migliori tipi di sapone che una volta venivano prodotti nel paese. Il compagno Stalin aveva detto a Mikoian di portare questo campionario di saponi al Comitato Centrale, ove sarebbero stati esaminati ed eventualmente approvati.
Mikoian portò il campionario. I compagni Stalin, Molotov e Kaganovic esaminarono attentamente tutti i vari tipi, si informarono minutamente delle ricette applicate nella fabbricazione di ciascun tipo, del peso dei singoli pezzi e ne respinsero alcuni tipi e dei rimanenti ordinarono la fabbricazione su vasta scala per il mercato. Ma guardate come il compagno Stalin, che ha da fare cose tanto grandi e che dirige tutta la politica estera ed interna, trova il tempo per interessarsi personalmente del sapone!
Quando il compagno A. I. Mikoian disse al compagno Stalin che intendeva incrementare la produzione delle salsicce, il compagno Stalin lo appoggiò incondizionatamente e disse: – Sì, questa è una cosa veramente opportuna. (A. Stakhanov, Storia della mia vita, 1937).

A colloquio coi colcosiani
… così tra i delegati è stato eletto il compagno Litvinenko, – prosegui il relatore parlando di sè stesso in terza persona, – il quale vi parlerà di quello che ha visto a Mosca e del suo colloquio con il nostro grande capo, il compagno Stalin.
“Arrivammo a Mosca e subito dichiarammo: le cose stanno così. Noi dobbiamo parlare personalmente con il compagno Stalin. Facemmo questa dichiarazione e aspettammo. Passò un giorno, ne passò un altro. Molti già dubitavano se si sarebbe riusciti ad avere questo colloquio. In effetti nell’Unione Sovietica ci sono molte province, centinaia di migliaia di colcos e di affari egli ne aveva a sufficienza. Ci avrebbe potuto ricevere? Ma ecco che improvvisamente siamo chiamati al telefono e ci si annunzia: “il compagno Stalin aspetta i colcosiani. Arrivederci.
Arriviamo, montiamo in ascensore e scendiamo al quinto piano. La stanza non era né grande né piccola. Semplice e senza niente di particolare. Un grande tavolo coperto da un tappeto verde, sedie e un orologio antiquato su una mensola appesa alla parete. Su un lato una decina di ritratti.
Entrano i compagni Stalin e Kaganovic: ci salutiamo. E Stalin ci domanda: – E allora, perché siete venuti? Che cosa vi manca? Di che cosa vi lagnate? Raccontate.
A questo punto tutto mi si confonde. Probabilmente avrei preferito non dire niente, ma i compagni delegati che erano partiti con me non mi avrebbero permesso di sottrarmi, perciò occorreva dire qualcosa dato che il compagno Stalin si era rivolto a me. Mi alzai e, in preda ad una grande emozione, cominciai il mio rapporto: “Nostro caro e amato capo…”. Ma il compagno Stalin fece un cenno con la mano e mi interruppe: Non occorre, raccontate con semplicità senza ufficialità e senza capi.
Tutti risero ed io mi sedetti stupefatto mentre i capelli mi si drizzavano in capo. Ecco, io pensavo, è uno scandalo; che cosa dirò ai miei compagni del colcos? Resto seduto e in silenzio. Ma il compagno Stalin mi guarda e dice al compagno Kaganovic: “Guardate, voleva dire qualche cosa, fatelo parlare, – e rivolgendosi a me – Ma parlate dunque, parlate alla vostra maniera senza voler fare un rapporto”.
Una voce impaziente: – E allora, tu che cosa hai detto?
Litvinenko: “Naturalmente io ho raccontato che cosa si fa e come si sta nel nostro colcos, come lavoriamo, come viviamo. Il compagno Stalin mi ha chiesto come lavorano da noi le mietotrebbiatrici e se le donne prendono attivamente parte ai lavori. Io gli ho detto che le mietotrebbiatrici in alcuni punti lavorano bene, in altri, invece, dove il grano è coricato, lavorano male. Le donne poi non lavorano bene in tutti i generi di lavoro indifferentemente. E gli ho anche parlato delle merci”.
Voce: “E che cosa precisamente gli hai detto?”.
Litvinenko: “Ma gli ho detto che occorrono più merci. Di grano, ho detto al compagno Stalin, ne abbiamo molto e possiamo anche individualmente venderne e comprarne.
Voce: “E che cosa ha detto il compagno Stalin?”.
Litvinenko: “Oh, ha detto che merci ce ne saranno in quantità maggiore. Di questo si preoccuperanno il partito e il governo. ‘Siatene certi’, ha detto”.
Ma tutto questo è avvenuto dopo, quando già avevamo parlato dei successi raggiunti. I colcosiani avevano cominciato a vantarsi con il compagno Stalin facendogli vedere quanto percepivano per giornata lavorativa. Uno diceva sei chili di frumento, un altro dieci chili, un altro dodici chili, un quarto quindici chili. Ma il compagno Stalin rispondeva sempre: “Poco”, “Molto poco”. Era una cosa evidente e più i colcosiani si vantavano e più il compagno Stalin rispondeva: “Poco”. Un delegato disse che da loro si guadagnava sui venti chili di frumento per giornata lavorativa. Il compagno Stalin se ne interessò molto e gli chiese come stavano le cose nel suo colcos.
Ma poi ci spiegò perché secondo lui anche venti chili di frumento per giornata lavorativa erano pochi.
Voi, – disse – avete fatto solamente il primo passo. Bisogna ottenere di più e voi otterrete di più; sarete ricchi di grano e di ogni altro bene. Ve lo assicuro. Bisogna solamente lavorare alacremente nei colcos e tutti i colcosiani vivranno con ricchezza.
Insomma tutto avvenne precisamente come avete letto sul giornale.
In generale però la cosa di cui maggiormente si interessarono i compagni Stalin e Kaganovic furono le donne colcosiane.
Voi sottovalutate le colcosiane, – disse – non permettete loro di arrivare a posti di responsabilità.
Ma no, compagno Stalin, – dicemmo – da noi le colcosiane non sono escluse da nessun lavoro e lavorano a parità di diritti, credetelo sulla parola.
Ma lui rise e disse: – Sì, le trascurate, si vede da tutto. Ecco la vostra delegazione: cinquanta uomini, donne appena due.
Effettivamente non potevamo negarlo. Ci conveniva tacere. Un delegato della zona di Novoprazhe raccontò quante e quali erano le loro lavoratrici d’assalto, nel colcos. Una era la migliore di tutte ed era anche una grande attivista.
Il compagno Stalin stette a sentire e poi disse: – E perché non l’avete fatta venire?
Il delegato, naturalmente, si tacque. Ma alla fine della seduta il compagno Stalin ritornò ancora sull’argomento: – Una cosa debbo dirvi: non sottovalutate le donne fatele coraggiosamente avanzare. Se uomini e donne lavorerete insieme attivamente nei colcos, sposterete le montagne. Non arrestatevi dinanzi a niente e sarete tutti ricchi. Perché il colcos è una ricchezza per tutti se tutti lavoreranno con impegno.
Il profondo silenzio che dominava a questo punto fu interrotto da una tempesta di applausi. Litvinenko continuava a parlare senza dimenticare neppure una sillaba dei colloqui.
Ancora mancava molto alla fine del rapporto e per tutta l’assemblea impaziente correva una gran quantità di domande. Interrompevano continuamente il relatore senza dargli la possibilità di parlare secondo il piano che si era prefisso; tutti chiedevano che il relatore parlasse di ciò che interessava maggiormente l’assemblea.
Quasi tutti domandavano impazientemente:
– Racconta, come era il compagno Stalin? Che aspetto aveva?
– Come era vestito?
– Era invecchiato?
– Stava bene?
– Come era la sua voce? Aveva un tono seccato?
Per metter fine a tutte queste domande, Litvinenko, finalmente cominciò a parlare di ciò che interessava tutti e che tutti ascoltavano con l’animo sospeso.
… Ecco, compagni, ho avuto la fortuna di vedere tutti i nostri capi: Stalin, Motolov, Kaganovic, Kalinin, Voroscilov. Vedete, i loro ritratti stanno lì attaccati alla parete; ve ne racconterò qualche cosa.
Forse voi penserete che si tratta di gente orgogliosa e dall’aspetto severo. No, non è così, compagni. Sono uomini molto semplici e alla mano: E vestono in maniera semplicissima che non si differenzia in nulla da quella di tutti gli altri cittadini.
Certo, lo riconosco, quando andammo dal compagno Stalin avevamo una certa paura e al principio i colloqui erano impacciati, ma lui parlava in maniera così semplice con noi, scherzava, rideva che d’un tratto noi ci sentimmo a nostro agio, come a casa nostra e parlammo con lui senza fare rapporti, così come si parlerebbe ad un fratello.
La sua statura è superiore alla media, i capelli neri, ma un pochino grigi alle tempie. Era vestito con un abito da lavoro semplicissimo, mi sembrò che il giaccone non fosse nuovo e portava un paio di pantaloni grigi di quelli che vanno infilati dentro gli stivali. Ve l’ho detto che era vestito molto semplicemente.
Il compagno Stalin per tutto il tempo stette a fumare la pipa; oh, una pipa ricurva assai semplice, comune.
Di aspetto appariva lieto. Gli occhi erano acuti, quando guarda pare che vi passi da parte a parte: ha gli occhi chiari.
Ascolta quello che si dice e se gli raccontano qualche cosa che fa ridere, si tira i baffi e ride, ma ride così di cuore che tutti intorno a lui sono tratti a ridere fragorosamente. Parla seriamente, con serenità, con chiarezza e scandendo le parole. Io ricordo tutto, tutto quello che ha detto… (Litvinenko, Come il compagno Litvinenko riferì ai colcosiani la sua visita a Stalin, Pravda, 1934).
Il nostro colcos ebbe origine nel 1921 nelle steppe della zona del Mar d’Azov. Io ero il presidente. Nel 1933 partii dal colcos per prender parte al Primo Congresso dei colcosiani dell’URSS. Qui, per la prima volta in vita vidi il compagno Stalin. Mi sono rimaste profondamente impresse nella mente le sue grandi parole sull’unica via giusta che era stata scelta dai contadini, quella del colcos che porta ad una vita agiata…
Tre anni dopo alla Conferenza degli allevatori d’avanguardia dell’URSS feci un intervento sui risultati raggiunti dal nostro lavoro che, si era svolto seguendo le direttive del capo. Parlai del raccolti, del reddito del colcos e dei colcosiani, del fatto che il nostro colcos aveva 7510 pecore, 1067 capi di bestiame cornuto, 310 cavalli e allevavamo i buoni trottatori di Orlov.
– Voi siete gente ricca.
Ricchi – dico io – compagno Stalin.
Parlai poi delle nostre possibilità, del fatto che noi possiamo nel nostro colcos dare annualmente alcune centinaia di capi di bestiame. Avremmo potuto anche allargare le dimensioni dell’azienda, ma avevamo solamente 12.000 ettari di terra. Il compagno Stalin sorrise, e dopo il mio intervento, mentre i colcosiani applaudivano entusiasticamente, mi strinse calorosamente la mano.
In quell’occasione fui insignito dell’Ordine di Lenin.
Il nostro colcos effettivamente era diventato ricco ed era il più progredito dell’Ucraina e ciò grazie al compagno Stalin e all’aiuto che personalmente ci aveva dato.
… Accadde nel 1933. Dopo il Primo Congresso dei colcosiani oltre 40 colcos della zona di Dniepropetrovsk che avevano conseguito grandi successi applicando le indicazioni del compagno Stalin, erano stati iscritti nel libro dei colcos d’avanguardia. Noi presidenti dei colcos decidemmo di far dono di questo libro al saggio dirigente di tutta l’organizzazione colcosiana del paese.
Ci recammo al Comitato Centrale. Io ero emozionato. Ero stato incaricato di consegnare il nostro dono e di essere il primo a rivolgere la parola al compagno Stalin. Fummo accolti con la massima semplicità.
– Raccontate, che cosa avete portato con voi?
Dissi al compagno Stalin: – Vi abbiamo portato il Libro rosso che reca iscritti i colcos d’avanguardia e il saluto più fervido dei colcosiani. I successi registrati in questo libro sono stati conseguiti grazie al governo, al partito e personalmente a voi, alle vostre indicazioni.
Egli prese il libro e cominciò a leggerlo attentamente. Poi si intrattenne con noi.
Questa – disse – è la vostra comune agricola, voi ne siete il presidente? Raccontate: come vivono i vostri compagni della comune? Posseggono mucche, ci sono polli?
No – risposi – nel nostro statuto questo non è previsto.
Il compagno Stalin volle essere minutamente informato sulla nostra organizzazione del lavoro, sull’alimentazione degli uomini della comune. Raccontai che lavoravano tutti insieme e che si teneva conto delle giornate lavorative, che veniva dato individualmente a ciascuno del danaro, mentre il grano e gli altri prodotti venivano messi in comune; che da noi era previsto il pasto in comune e che mangiano tutti molto bene. Egli ascoltava, annotava, faceva rapidamente dei calcoli.
Questo – disse — significa che da voi vige il livellamento generale. Nella vostra comune naturalmente non tutti lavorano bene, mentre mangiano tutti alla stessa maniera.
Dovetti concedere al compagno Stalin che effettivamente da noi c’erano dei pigri che andavano tardi al lavoro, che smettevano prima del tempo e che pure avevano grandi pretese.
E ci sono dei buoni lavoratori ai quali questo stato di cose non garba e vi lasciano?
– Sì – dissi – ce ne sono, e vanno via.
– E allora perché non passate allo statuto dell’artel?
– Ci siamo posti due volte questo problema ma non soltanto noi dirigenti, ma neppure i membri della comune desiderano I’artel.
– E voi che siete il presidente – disse il compagno Stalin – voi stesso non volete passare all’artel e naturalmente i membri della comune vi seguono. Secondo me l’artel andrebbe per voi molto meglio. Ripensateci meglio, discutetene con tutti i membri della comune.
Il compagno Stalin conversava con me ed io avevo addirittura l’impressione che egli fosse vissuto con noi e avesse visto ogni cosa. Si informò dei redditi dei membri della comune. Io gli dissi che noi avevamo i salari più alti per giornata lavorativa: 3 rubli in denaro e 4 chilogrammi di grano.
Non avete gran che da lodarvi per questo, – interruppe il compagno Stalin. Prese un foglietto di carta e vi annotò il reddito di una famiglia media e le spese per il vestiario, le calzature e altre necessità: – Bisogna che ciascuno abbia la sua vacca, il suo latte, il suo burro, la sua carne a sazietà. Lavorerete bene e vivrete meglio.
Conversammo così a cuore aperto e con semplicità per due ore e mezza. Il compagno Stalin si interessava di tutto, domandava tutto, dava consigli. Io allora gli dissi: – Nei grandi colcos che dispongono di grandi estensioni di terreno occorrono le macchine automatiche.
Il compagno Stalin stette un po’ soprapensiero ma non disse nulla. Parlammo anche della insufficienza del legname per costruzione. Io ritornai ancora a parlare delle macchine automatiche.
Il compagno Stalin sorrise. – Già preso nota – disse.
Ci trattenemmo un po’ di tempo a Mosca. Visitavamo le officine, frequentavamo il Bolscioi ed assistevamo anche a sedute del Governo. Ritornai a casa. Avevano già ricevuto un camion ed erano arrivati quaranta vagoni di legname. Era una grande gioia! In un anno costruimmo cinquanta case e due stabbi capaci di mille capi ciascuno. Installammo nel colcos il telefono e costruimmo una centrale elettrica. Poi arrivarono gli specialisti incaricati di installare un cinema sonoro. Costruirono una stazione radio di ritrasmissione e così tutte le case ebbero la propria radio.
Al mio ritorno da Mosca mi vennero incontro tutti i membri della comune. Ciascuno voleva sapere di che cosa avevamo parlato con il compagno Stalin. Io raccontai tutto come si era svolto. Dissi: – Il compagno Stalin ci consiglia di passare all’artel perché ciascuno abbia la sua vacca, il suo maiale, i suoi polli.
– Il compagno Stalin consiglia giusto, – dissero i membri della comune.
E così passammo allo statuto dell’artel agricolo. Avevamo molto bestiame, assegnammo a tutti le vacche, i vitelli, i maiali da latte. I colcosiani risposero al compagno Stalin con un buon lavoro: un tale slancio nel lavoro da noi non si era mai visto. (A. Pirovarov, Per consiglio di Stalin, Pravda, 1039)

Gli inventori
Alla fine dell’inverno del 1935 scrissi al compagno Stalin parlandogli di due nostri grandi inventori: il giovane autodidatta S. T. Sinytsin, inventore di un tubo catodico di potenza mai realizzata e che irradia una corrente elettronica di forza eccezionale e il dott. S. S. Briukhonenko che lavora sui problemi del cuore artificiale e della reviviscenza dell’organismo.
Dopo qualche giorno, alle otto di sera fummo chiamati al Kremlino. Trovammo il compagno Stalin insieme ai compagni Molotov, Voroscilov e Kalinin.
– Davanti a Stalin stava la mia lettera. Il compagno Stalin chiese: Che cosa concretamente desiderate?
Gli risposi che i lavori di Sinytsin e di Briukhonenko erano di eccezionale importanza. Era necessario creare tutte le condizioni perché essi potessero lavorare proficuamente, occorreva modificare l’atteggiamento verso di loro all’Istituto elettrotecnico dell’URSS e all’Istituto per la trasfusione del sangue.
Dopo aver messo in rilievo che egli conosceva assai poco Briukhonenko, il compagno Stalin ripeté la domanda: Che cosa occorre fare in concreto?
Gli risposi che occorreva seguire direttamente il lavoro del dott. Briukhonenko, dargli le necessarie attrezzature, il personale adatto e creare tutte le altre condizioni necessarie per il suo lavoro. Qui si vide subito l’eccezionale praticità del compagno Stalin. Si rianimò subito, si alzò e passeggiando per la sala con la pipa in bocca cominciò a porre delle domande, a fare obiezioni, a rispondere alle varie questioni.
Chi incaricare di redigere le relazioni necessarie, a questo proposito?
Espressi l’idea di chiamare a questo compito qualcuno della società degli inventori.
Sarebbe impossibile arrivare a qualche cosa per altra via? – chiese il compagno Stalin, sapendo, evidentemente, che la società degli inventori allora non era in ordine, e aggiunse: Incarico precisamente voi!…
Il discorso poi cadde sui lavori del compagno Sinytsin. Dopo una serie di domande sulla sostanza del progetto del compagno Sinytsin, il compagno Stalin si rivolse a lui stesso: Voi siete evidentemente un uomo modesto. Non sarete quindi contrario se noi cambiamo un pochino appena i vostri rapporti con la direzione. Chi vi ostacola? Il direttore? Il caporeparto?
E dopo le risposte del compagno Sinytsin, il compagno Stalin fece chiamare al telefono il direttore del BEI. Stalin prese il microfono e gli disse presso a poco: Lavora dai voi l’inventore Sinytsin. Voi il caporeparto non apprezzate secondo il suo giusto valore l’inventore Sinytsin. Io spero che dopo questo colloquio le cose cambieranno.
Osservazioni particolarmente numerose suscitò la notizia che il compagno Sinytsin non era tenuto in gran conto perché era sfornito del diploma.
Il compagno Stalin condivideva l’opinione dei compagni Molotov e Voroscilov secondo cui molti mezzi venivano spesi nei vari laboratori di fisica, ma che questi laboratori, malgrado l’autorevolezza dei direttori, non davano tanto quanto aveva già dato il compagno Sinytsin.
Il compagno Stalin disse: Noi non abbiamo bisogno di persone solo autorevoli, ma di uomini che rechino un’effettiva utilità.
Il colloquio continuò.
Dite con tutta franchezza. Quali sono le vostre necessità personali? Avete moglie? Avete bisogno di un appartamento, di denaro?
Sinytsin appariva turbato: il compagno Stalin risolse la questione dell’assegnazione di un appartamento a Sinytsin, gli mise poi a disposizione immediatamente una discreta somma di denaro.
Ed ecco quali furono i risultati di questo colloquio: il dott. Briukhonenko ebbe un istituto speciale, il compagno Sinytsin un laboratorio attrezzatissimo….
Il colloquio con il compagno Stalin fece una grande impressione sulla società degli inventori. Il compagno Stalin è il primo amico degli inventori e novatori della scienza; con l’esempio di Sinytsin e di Briukhonenko ha mostrato come vanno considerate la seria attività inventiva e le nuove scoperte in campo scientifico. (V. Niekrassov, Il primo amico degli inventori, Izvestia, 1936)

Con i miciuriniani
Vi sono dei momenti eccezionali il cui solo ricordo dà un’emozione di molto maggiore di ogni altra che la vita intera possa offrire. Anche nella mia vita c’è stato un simile momento. Io non dimenticherò mai il mio primo incontro con il compagno Stalin, il mio primo colloquio con lui, l’enorme influenza che questo incontro ebbe su tutto il mio ulteriore lavoro.
Occorre dire che in quegli anni (1928-1935) le esperienze da me intraprese di ibridazione delle piante coltivate con piante selvatiche e in particolare del frumento con la gramigna non godevano del minimo appoggio da parte dei “pilastri” ufficialmente riconosciuti della scienza agrobiologica. Alcuni lavoratori della scienza avevano dichiarato che un tale genere di ibridazione poteva portare solamente ad un peggioramento delle colture. Altri battezzavano il problema da noi posto della produzione di piante pluriennali di frumento con il nome di “ignoranza della selezione”. Altri ancora predicevano che da questi lavori non sarebbe venuto assolutamente nulla. Era un’epoca in cui si impediva di lavorare.
Nel 1935 per la prima volta producemmo gli ibridi stabili di varietà pluriennali di frumento. La cosa era veramente grande, erano stati risolti problemi di capitale importanza dell’ordine puramente teorico, sebbene destinati ad avere profonde conseguenze per la pratica futura. Nel dicembre del 1935 fui chiamato a Mosca per la Conferenza dei novatori dell’agricoltura dell’URSS; decisi che occorreva parlare del nostro lavoro sia pure nelle sue linee generali.
Nella seduta mattutina del 29 dicembre mi fu data la parola. Per la prima volta nella mia vita mi avveniva di salire su una tribuna dalla quale mi avrebbero ascoltato Mosca e tutto il paese, i membri del governo e il capo dei lavoratori di tutto il mondo, il compagno Stalin.
Alla fine del mio discorso mi avvicinai al compagno Stalin. Mi sembrava di non aver parlato troppo bene e non osavo neppure guardare. Risposi come in sogno alle prime domande di Iosif Vissarionovic. Doveva aver compreso qual era la mia vita perché per prima cosa si informò delle cose più ovvie: come vivevo, come la voravo…
Rispondendo, mi meravigliavo che il compagno Stalin potesse avere delle notizie così particolareggiate, che conoscesse tante minuzie del mio lavoro e perfino delle condizioni in cui si svolgeva.
Non siete ostacolato nel vostro lavoro? – chiese il compagno Stalin – E precisamente che genere di aiuto vi occorre da noi?
Nelle sue domande c’era una tale paterna sollecitudine che pur rispondendo con la massima concisione, decisi di mostrargli i campioni del primo frumento pluriennale che avevo portato con me da Omsk. In quel pugnetto di sementi, per esprimerci figuratamente, erano racchiusi cinque anni di lavoro di tutto il collettivo. Per me personalmente ogni chicco di frumento era più prezioso del più bel brillante perché conteneva in sé ogni varietà di frumento che si sarebbe riusciti ad ottenere in avvenire. Ecco perché misi queste sementi sul palmo della mano di Stalin: sapevo che non poteva esserci “granaio più sicuro!”…
Nell’osservare queste sementi, il compagno Stalin si informò minutamente delle caratteristiche e delle qualità del frumento pluriennale senza dimenticare di chiedere del tempo occorrente per le prove sperimentali.
Nel congedarmi, Iosif Vissarionovic mi mise la mano sulla spalla dicendomi: Fate coraggiosamente i vostri esperimenti, avete il nostro appoggio.
Per me e per tutti gli altri ricercatori del nostro paese queste parole di Stalin diventarono programma di lavoro.
Mai si era lavorato così bene come dopo questo incontro. Il solo pensiero che Stalin in persona seguiva il nostro lavoro, se ne interessava ed era pronto, in caso di necessità, a sostenerlo, apriva a me e a tutto il collettivo orizzonti che ci spingevano a duplicare, triplicare le nostre forze. Nelle nostre esperienze ardimentose, noi non facevamo indagini vuote, ma tenevamo nel massimo conto i fini concreti, i compiti concreti che ci stavano dinanzi.
Ricordo vivamente anche un altro incontro con il compagno Stalin.
Anche questo incontro ebbe luogo al Cremlino e fu nell’agosto del 1938 alla Seconda sessione del Soviet supremo dell’URSS. Si discuteva la questione della Mostra sovietica di agricoltura. Avevo terminato il mio intervento su questa questione, quando d’un tratto Iosif Vissarionovic mi si rivolse con queste parole: Come va da voi il lavoro per la creazione del nuovo frumento pluriennale?
Il mio intervento alla sessione del Soviet supremo servì, fino ad un certo punto, di argomento per la mia nomina a direttore della Mostra. Il 1° agosto del 1939 fu inaugurata la Mostra e due giorni dopo venne il compagno Stalin. Prima della Mostra, per la preparazione c’erano state tra i lavoratori addetti non poche preoccupazioni e probabilmente Iosif Vissarionovic vide sul mio volto tracce di stanchezza e infatti rivolgendosi con sollecitudine affettuosa mi disse: E così, dove volete arrivare? Dovete riposarvi, il tempo ci sarà.
Visitando minutamente la mostra, il compagno Stalin fece tutta una serie di preziose osservazioni, poi, nel congedarsi mi ripeté: Scusatemi se vi ho disturbato. Ma voi dovete riposarvi!… (N. Tsytsyn, Stalin segue il nostro lavoro, Pravda, 1939)

Per il piano urbanistico di Mosca
Alla sede del Soviet di Mosca si presentarono due autobus. Vi prendemmo posto, gli architetti e i tecnici urbanisti della capitale, e percorsero rapidamente la Via Gorki, allora ancora stretta, fiancheggiata da casette e con una discesa ripida e sghemba verso l’Okhotny riad. Ed ecco l’Okhotny riad, le impalcature per la costruzione dell’Albergo Mosca. Dalla parte opposta, cinto da una palizzata, l’appezzamento sul quale si costruiva la Casa del Sovnarkom.
Il Kremlino! Ne oltrepassammo il portone con gioiosa emozione: oggi avremmo visto Stalin e i suoi più intimi collaboratori.
Nel salone del Kremlino, dietro un tavolo coperto da un tappeto verde stavano seduti i compagni Stalin, L. M. Kaganovic, Voroscilov, Orgionikizde, Kalinin. I dirigenti del partito e del governo ci salutarono e ci invitarono a prendere posto.
L’ambiente divenne subito caldo di discussioni serrate. Si iniziò la discussione dei progetti di pianificazione della città. Stalin ascoltava attentamente i relatori, replicava, faceva domande. Ripetutamente si avvicinava alla carta topografica che stava attaccata ad una parete.
Questa riunione ebbe luogo il 14 luglio 1934.
Nella riunione del Kremlino il compagno Stalin ci diede con eccezionale chiarezza e forza persuasiva le linee fondamentali per l’impostazione della questione della ricostruzione della capitale. Parlava a voce bassa. Alla fine ci alzammo dai nostri posti e circondammo il capo ascoltandolo con intensa attenzione, cogliendone ogni parola.
Qualche giorno prima della riunione, al Comitato Centrale del partito erano stati inviati un rapporto sulla ricostruzione di Mosca, gli schizzi, le carte topografiche e i diagrammi. Eravamo stupiti che in così poco tempo Iosif Vissarionovic avesse potuto studiare a fondo un materiale così voluminoso. Nei suoi interventi citava a memoria singoli tratti di questi documenti, formulava concretamente i principi basilari della ricostruzione della città.
Il compagno Stalin disse che era necessario unire le prospettive più ardite di pianificazione con la realtà effettiva e con le condizioni che si erano determinate a Mosca nel corso di otto secoli di sviluppo spontaneo.
Dopo aver fatto notare che la posizione presa dalle organizzazioni di Mosca a proposito del piano regolatore della città era giusta, il compagno Stalin disse che in questa ricostruzione si doveva condurre la lotta su due fronti. Per noi era inaccettabile sia la posizione di coloro che volevano lasciare a Mosca il suo aspetto di grande villaggio, sia la posizione di coloro che parteggiavano per un’eccessiva urbanizzazione, che proponevano, cioè, di costruire una città del tipo di quelle dei paesi capitalistici, con i grattacieli, con una popolazione straordinamente accentrata.
La storia, – disse il compagno Stalin – ci mostra che nei centri industriali il tipo di città più vantaggioso economicamente è costituito da quello che dà un risparmio nelle opere di canalizzazione, di conduttura delle acque, di illuminazione, di riscaldamento, ecc.. Perciò hanno torto coloro che propongono di fare estendere la città su una lunghezza di 70-100 chilometri, cioè trasformarla in vera e propria campagna, pur lasciandole tutti i vantaggi dei servizi urbani e della vita culturale di una città. Noi dobbiamo costruire per lo più case a sei o sette piani.
Il compagno Stalin parlò di una città nella quale dovevano essere create le maggiori comodità per la cittadinanza, della bellezza degli edifici, della forma architettonica delle case, delle buone condizioni di abitabilità degli appartamenti.
Alcuni urbanisti erano attratti allora dalle arterie straordinariamente larghe. Il compagno Stalin li corresse, mostrando che ove occorra ricostruire le grandi arterie in una parte già costruita della città, dove, cioè, la larghezza delle strade provoca la necessità di spostare i vecchi edifici, bisogna limitarsi ad una larghezza di 30-35 metri, mentre dove le strade vengono costruite di sana pianta si può arrivare ad una larghezza di 60-70 metri.
Il compagno Stalin attrasse la nostra attenzione anche sulla ricostruzione dei lungofiumi. L’acqua del Volga passerà nel Moscova e nello Iauza. Occorrerà rivestire le sponde di questi fiumi di granito, asfaltare i lungofiumi, renderli atti al traffico urbano, costruirvi degli edifici.
Il compagno Stalin criticò decisamente i lavori per il rinverdimento della città.
Qualcuno pensava ingenuamente che quando avesse costruito qualche modesta aiuola vicino ai marciapiedi rendendoli così più stretti, avrebbe perfettamente attuato il rinverdimento della città. Ma in effetti queste aiuole sarebbero servite solamente ad intralciare il traffico, senza arricchire per nulla l’atmosfera di ossigeno. Bisognava costruire grandi zone alberate e a prato e grandi viali.
Nel suo intervento il compagno Stalin disse anche che non solamente bisognava interrompere nuove costruzioni a carattere industriale a Mosca, ma che bisognava anche eliminare dalla città certe imprese industriali nocive alla salute dei cittadini.
È possibile che noi ci imbattiamo in svariate difficoltà, in proteste da parte di singoli comitati popolari, ma noi dobbiamo agire egualmente.
Uno dei relatori citò il caso di certi costruttori che edificavano case sgradevoli a vedersi, che disturbavano l’aspetto delle vie. Il compagno Stalin in tono interrogativo chiese: “Sono colpevoli di una simile cosa?” La replica bene appropriata colpì nel segno. Comprendemmo perfettamente che i colpevoli eravamo noi architetti e urbanisti.
Nel suo discorso Iosif Vissarionovic ci ricordò ancora una volta che noi falliremmo nel nostro intento. Disse che era necessario il più attento controllo sulle costruzioni, dato che le singole organizzazioni costruivano dove e come pareva loro.
Bisogna costruire, – disse il compagno Stalin – secondo un piano ben preciso e obbligatorio. Chiunque tenti di alterare questo piano deve essere richiamato all’ordine.
Per iniziativa del compagno Stalin e con la sua immediata e diretta partecipazione ebbe inizio un immenso lavoro creatore per la redazione del piano generale di ricostruzione di Mosca.
Un anno dopo questo piano, che a giusta ragione porta il nome di piano staliniano, fu approvato dal partito e dal governo.
Nella storia del genere umano non vi sono esempi paragonabili al gigantesco lavoro che si conduce per la ricostruzione di Mosca. Saggezza e immensa sollecitudine per i lavoratori si rivelano in ogni parola, in ogni cifra del piano generale di ricostruzione della capitale. Sotto gli occhi di tutti avviene la trasformazione dell’antica Mosca dalla pianta a forma di gomito, con le sue strade sporche, strette e luride, con i suoi vicoli ciechi, in una città bella, progredita, dotata di ogni comodità, degna dell’epoca staliniana.
Con grande preveggenza e con straordinaria attenzione per i bisogni e gli interessi della popolazione della capitale, il compagno Stalin dà alle organizzazioni moscovite le indicazioni e i consigli sul modo migliore per costruire le case di abitazione e sulla migliore organizzazione urbanistica.
Stalin è andato personalmente nelle gallerie della Metro, si è recato nei luoghi dove si scava il canale Mosca-Volga, personalmente ha scelto il luogo e il progetto del palazzo dei Soviet, ha discusso con i relatori il tipo di ponti coperti da adottare, ha scelto le varietà di granito da usare per il rivestimento delle sponde del Moscova e dello Iauza, ha dato consigli ai costruttori dei nuovi ponti di Mosca. In una parola non c’è parte della vita cittadina alla quale non abbia preso parte, in funzione di dirigenza e con estrema sollecitudine per i lavoratori, il compagno Stalin.
Sul fiume Moscova sono stati costruiti nuovi giganteschi ponti. Il mondo non aveva mai visto opere di questa mole. In tre anni (1936-1939) sono stati costruiti undici nuovi ponti. I moscoviti sono incantati dalla bellezza dei loro ponti sotto i quali liberamente passano i grandi piroscafi del Volga. Ma il Soviet di Mosca non aveva portato a buon termine l’opera intrapresa: appezzamenti di terreno adiacenti ad alcuni nuovi ponti erano rimasti privi di una acconcia sistemazione.
Ma ecco che i dirigenti del Soviet di Mosca si sono sentiti il rimprovero ammonitore del compagno Stalin: Ma come, compagni moscoviti, – diceva Iosif Vissarionovic – avete costruito quarantasette chilometri di sponde e non potete mettere in ordine quei pochi appezzamenti di terreno che rimangono? Bisogna cercare di provvedere e al più presto.
Su proposta del compagno Stalin in breve termine di tempo è stato sistemato il tratto di terreno chiamato Bolot adiacente al ponte Kamenny. Sono state tolte di mezzo le anguste bottegucce che lo ingombravano ed è stato rimesso in ordine e asfaltato il canale di scolo adiacente alla riva.
Il compagno Stalin si è reso perfettamente edotto dei materiali da far venire a Mosca per le nuove costruzioni civili. Era apparso chiaramente che il Soviet di Mosca non sempre si atteneva scrupolosamente al piano generale di ricostruzione della città. Occorreva concentrare le nuove costruzioni nelle principali arterie e sui lungofiumi che per primi dovevano essere sottoposti alla ricostruzione. Avveniva invece, e non di rado, che le case venissero costruite su strade secondarie, in zone eccentriche che non avevano ancora collegamenti diretti col centro della città.
Il compagno Stalin seguiva attentamente la ricostruzione di Mosca dando tempestivamente indicazioni al Soviet della città e consigliando di sistemare le arterie e i lungofiumi di maggiore importanza.
In quante nuove zone non si è ancora cominciato a costruire? – chiese una volta il compagno Stalin.
I dirigenti delle organizzazioni moscovite portarono le cifre. Informarono che ventiquattro case dei Soviet di zona costruite a tempo di primato erano sorte nelle varie zone della capitale.
Vi consiglio di lasciar stare tutto questo. – disse il compagno Iosif Vissarionovic – Preoccupatevi delle arterie e dei lungofiumi di maggiore importanza.
E il Presidium del Soviet di Mosca dovette adottare le misure richieste basandosi su queste indicazioni del compagno Stalin. Già oggi noi vediamo i risultati di tutto ciò. In una sola estate è stata costruita la via Bolsciaia Kaluzhskaia. Grandi edifici si costruiscono anche sui lungofiumi e sulle altre grandi arterie della capitale. Sorgono come per incanto interi quartieri e strade, che assumono così il loro aspetto architettonico definitivo.
Nell’estate di quest’anno il compagno Stalin ha apportato correzioni al progetto di costruzione della via Bolsciaia Kaluzhskaia. Come è noto di questa grande arteria fa parte il giardino Neskucny che si estende sul lato destro della strada per circa 200 metri. Questa macchia verde sulla Bolsciaia Kaluzhskaia sarebbe stata occultata dalle nuove costruzioni. Ma tutto questo non piacque al compagno Stalin.
Immediatamente fu data l’indicazione: Non eliminare il verde. Il giardino va conservato. E oggi noi vediamo che il verde completa splendidamente l’architettura dell’arteria ricostruita.
Lungo il viale di accesso all’Esposizione agricola dell’URSS si dovevano piantare alcuni tigli secolari. Gli alberi erano stati presi dai Monti Lenin, ma così facendo si era agito molto inopportunamente rovinando un intero appezzamento.
Il compagno Stalin passando per la grande arteria che attraversa i Monti Lenin notò questo fatto: Qui c’erano degli alberi, – disse – dove sono andati a finire?
Nello stesso giorno il compagno Stalin telefonò al Soviet di Mosca consigliando di conservare gelosamente le zone di verde della capitale.
Passando per le strade di Mosca il compagno Stalin osserva attentamente tutto ciò che si fa nella città. Ogni volta, dopo avere percorso delle strade, Iosif Vissarionovic ci propone nuovi obbiettivi, ci indica quali lavori è necessario compiere in primo luogo per la ricostruzione della città, ne fissa i termini di tempo. Questa estate, il compagno Stalin ci chiese di accelerare i lavori per l’ampliamento dell’anello dei giardini nella zona che va del ponte del Kremlino alla piazza Tagan.
(Gli architetti di Mosca, Maskovski Bolscevik, 1939)

A colloquio con Ciaureli
Ho avuto la fortuna di vedere il compagno Stalin.
Mi ha colpito la straordinaria semplicità del compagno Stalin, una semplicità priva della pur minima ombra di “sufficienza”, il lusso cioè che di solito i grandi uomini si permettono.
Nel compagno Stalin si concentra l’amore del popolo sovietico. E la semplicità del compagno Stalin, la sua modestia, si ritrovano con profonde radici nel carattere stesso del potere sovietico.
Il compagno Stalin espresse in quell’occasione il desiderio di vedere ancora una volta il mio film L’ultima mascherata.
Ma il mio stupore non ebbe limiti quando vidi con quale vivacità, con quale trasporto tipicamente giovanile, con quale freschezza di impressioni egli vedeva il film, inquadratura per inquadratura.
Quando parlai della funzione ideologica della cinematografia sovietica e dei punti di vantaggio che essa ha sulla cinematografia borghese, Stalin mi corresse rilevando che il cinema capitalistico non assolve in modo peggiore al compito di far assimilare alle masse l’ideologia borghese.
Laggiù lavorano in modo abile. – disse il compagno Stalin – Creando film su temi “neutrali”, il cinema borghese distrae le masse dalla lotta di classe, le istupidisce.
Il film Ciapaiev – questo grande film che Stalin ha veduto molte volte – è considerato da lui uno dei più alti risultati dell’arte sovietica.
Dando un giudizio complessivo dell’Ultima mascherata il compagno Stalin richiamò la mia attenzione su di un certo schematismo del film e sull’insufficienza delle didascalie.
Nel corso della conversazione si parlò del classico georgiano Ilia Ciavciavadze, che per un certo tempo era stato messo al bando.
Errore. – osservò Stalin – È una storia analoga a quella di Leone Tolstoi. Ma Lenin ha detto che prima di quel conte nessuno ha scritto in modo così vero del contadino russo. Non trascureremo per caso Ciavciavadze solo perché era un principe? Ma quale altro scrittore georgiano ha dato pagine come le sue, sui rapporti fra latifondisti e contadini? Indubbiamente si tratta della più grande figura della letteratura georgiana della fine del XIX secolo e del principio del XX.
Sul poema Gandeghili di Ciavciavadze, Stalin si soffermò particolarmente, rilevando la perfezione e l’evidenza delle figure dell’eremita e della giovane montanara che incarna in sé la forza della vita, una forza che vince il monaco asceta.
Poi il compagno Stalin passò ai ricordi della sua infanzia e raccontò del feudatario di Gori, M. Amilakhvari: Questo principe latifondista era un liberale, ma ciò non gli impediva di estorcere, diligentemente ai contadini un terzo del raccolto, la cosiddetta “gala”. Ridotti alla disperazione dal peso dei tributi, i contadini cessarono di rendere il saluto al principe. Era l’unica forma di protesta muta. M. Amilakhvari venne a trovarsi in una posizione imbarazzante. Il principe convocò allora i contadini e annunciò loro che avrebbe restituito la “gala” e venduto a buone condizioni terre coltivabili. Credendo poco alla “beneficenza” del principe, i contadini risposero che avrebbero riflettuto sulla proposta. Ma, dopo averci pensato, conclusero che da Amilakhvari era difficile aspettarsi qualcosa di buono. Continuarono perciò a pagargli la “gala”, ma continuarono anche a non riconoscerlo quando lo vedevano.
Un altro episodio: Amilakhvari aveva espresso l’intenzione di costruire una scuola per i contadini. Temendo qualche tranello o una nuova forma di sfruttamento, i contadini risposero: “Non vogliamo il ‘zena-kari’ (vento dell’est) né quando viene né quando se ne va”. Il vento dell’est rappresentava una delle più gravi sciagure per i contadini, perché si accompagnava alla siccità e alla devastazione.
Il compagno Stalin terminò questi suoi ricordi sui feudatari col racconto del cannone di Elibo: Elibo era della Kisikia e aveva fama d’inventore. Quando i contadini furono portati alla disperazione dalle imposizioni dei latifondisti, Elibo decise di difendere i compaesani. Egli aveva visto i cannoni zaristi che non erano molto grandi. Elibo decise pertanto di fabbricare un grande cannone e di sparare dalla Georgia su Pietroburgo. Trovò un’enorme quercia attraversata da una fenditura e la riempì di polvere da sparo e di pietre.
I contadini si raccolsero attorno al cannone.
Elibo preparò il cannone e diede fuoco alla miccia. Echeggiò un boato assordante. Varie decine di contadini rimasero uccisi e mutilati. Quelli che s’erano salvati si scagliarono su Elibo: Che cosa hai fatto?
Elibo rispose orgogliosamente: Che volete che sia! Immaginate piuttosto quel che sta succedendo a Pietroburgo!
… L’eredità del feudalesimo si faceva sentire in Georgia anche dopo l’instaurazione del potere sovietico, – concluse il compagno Stalin.
Essa si manifestò nella deviazione nazionalistica che vi fu nel partito comunista georgiano. Sino a qual punto le sopravvivenze dei rapporti feudali dominassero la mentalità dei contadini georgiani,- disse il compagno Stalin – lo si vide dal seguente fatto. Nel 1924 stavo conversando con dei contadini in Georgia quando un vecchio mi domandò: “Non si potrebbero mandar qui i ragazzi di Mosca… Anche per poco tempo, tanto perché noi si possa fare i conti coi nobili… Perché il nostro governo ha pietà di loro e ci impedisce di metterli a posto”.
Il compagno Stalin raccontò anche alcuni episodi del periodo clandestino della sua attività.
Questo è successo nel carcere di Batum – disse il compagno Stalin – Avevano portato un arrestato di nome Giokhadze. Si trattava di un giovane bolscevico, un ragazzo tarchiato, forte. Giokhadze si rivolse a me pregandomi di fargli conoscere il Manifesto dei comunisti in lingua georgiana. Ma non potevamo vederci. Siccome, tuttavia, le nostre celle non erano lontane, io leggevo il Manifesto nella mia cella e nella cella adiacente si poteva sentire.
Una volta, mentre tenevo una di queste “lezioni”, nel corridoio si udirono dei passi. Interruppi la lezione. Ma ad un tratto sentii: Perché taci? Continua, compagno.
Mi accostai all’inferriata della porta. Vidi allora che era stato il soldato di sentinella a chiedermi di continuare la lezione.
Il compagno Stalin raccontò poi un altro episodio:
Eravamo negli anni di reazione. Io ero ancor giovine. I contadini che erano stati sconfitti nella loro lotta contro l’autocrazia e subivano le più crudeli repressioni da parte dei gendarmi, tanto da essere ridotti in uno stato di disperazione, fuggivano nei boschi e impugnavano le armi.
Alla crudeltà delle spedizioni punitive i contadini-partigiani rispondevano con la crudeltà. Il partito mi inviò a trattare coi partigiani. Mi incontrai con loro e cominciai a dimostrare che il loro comportamento gettava ombra sulla rivoluzione. Ma non avevo alcuna influenza su di loro. Allora per la prima volta sentii l’impeto di quell’ira e di quell’odio di classe che costituisce la forza motrice e vittoriosa della rivoluzione.
Il compagno Stalin concluse i suoi ricordi sulla vigilia della rivoluzione del 1905 con l’episodio di un’originale espropriazione del Capitale di Carlo Marx: A Tiflis c’era un libraio antiquario che tutti conoscevano. Io studiavo in seminario. Il libraio pubblicava anche degli opuscoli a buon mercato ad orientamento populista. Noi avevamo creato un circolo marxista. Non so come avesse avuto una prima copia del primo volume del Capitale di Marx. Tenendo conto della “domanda” per il Capitale egli decise di dare il libro a prestito. Il prezzo fissato era alto. Il nostro circolo raccolse il denaro letteralmente centesimo per centesimo. Era difficile per noi tirare fuori dal nostro modesto bilancio una somma simile ed eravamo sdegnati per la politica di “illuminazione del popolo” di quel populista.
Una volta ottenuto il prezioso volume, rimandammo la restituzione di tre giorni. Il libraio richiese allora un sovraprezzo per il ritardo. Noi lo pagammo. Ma quali furono il suo sdegno e il suo dispetto quando vide che il Capitale era stato espropriato!
Noi infatti gli spalancammo sotto gli occhi un secondo esemplare manoscritto del Capitale. In breve tempo avevamo ricopiato il Capitale dalla prima all’ultima riga.
Il compagno Stalin ricordò anche la sua fuga dalla Siberia, quando era stato deportato dal governo zarista.
Mi trovavo a disposizione del capo di polizia del distretto. Era un uomo dai modi violenti, che s’era guadagnato non solo l’odio dei deportati, ma di tutta la popolazione, specialmente dei corrieri. I corrieri, com’è noto, assolvevano una funzione di non poca importanza nel rigido clima settentrionale, dove le località distavano centinaia di verste. Quella gente, che ne aveva viste di tutti i colori, era letteralmente terrorizzata dal capo della polizia. Cercando il modo di evadere, decisi di giocare su quest’odio.
“Voglio presentare una lagnanza contro il capo della polizia. Ho delle conoscenze a Zimniaia”, – dissi ad uno dei corrieri. Zimniaia era la più vicina stazione ferroviaria, che distava parecchi giorni di viaggio. Il corriere acconsentì volentieri a portarmi laggiù dopo essersi fatto promettere, oltre al compenso, un boccale di vodka alle fermate importanti e mezzo boccale a quelle secondarie.
Spronato dall’odio verso il prepotente capo della polizia, il corriere mi fece viaggiare ottimamente. Alle fermate i tavernieri gli servivano interi e mezzi boccali di vodka a mie spese.
C’era un gelo di quaranta gradi sotto zero. Io ero tutto avvolto nella pelliccia. Il corriere frustava i cavalli col suo pellicciotto aperto esponendo il ventre seminudo al crudele vento gelido. Il suo corpo, si capisce, era ben impregnato di alcool. È gente forte quella! Così riuscii a fuggire, – concluse Stalin. (M. Ciaureli, Incontri col capo dei popoli, 1939).

 

tratto da http://www.pmli.it/episodivitastalin.htm

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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