1948 – Il Cominform l’URSS e la Jugoslavia

1948 – Il Cominform l’URSS e la Jugoslavia
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I Partiti Comunisti nel secondo dopoguerra fra nazionalismo ed internazionalismo proletario
 
Vincenzo De Robertis
 
 
Capitolo II
 
Fra le iniziative intraprese e gli atti adottati dal Cominform nei suoi nove anni di vita merita attenzione la Risoluzione in 8 punti, adottata nel 1948 dal suo Bureau, come pubblica denuncia della
 
“linea falsa [del Partito Comunista Jugoslavo che pure era componente del Cominform] che rappresenta una deviazione della dottrina marxista-leninista”.
 
Occuparsi di questa vicenda può fornire elementi utili, a mio avviso, per comprendere le diverse interpretazioni del concetto di “internazionalismo proletario”, già esistenti all’epoca, le trasformazioni successive avvenute nei rapporti fra Partiti Comunisti ed aprire la porta di un dibattito che definisca i principi su cui fondare oggi un nuovo internazionalismo proletario fra i Partiti Comunisti.
 
Alla Risoluzione di condanna si pervenne dopo un carteggio di diverse lettere, intercorso nei tre mesi dal 18 marzo al 17 maggio del 1948 fra la Direzione del P.C.(b) dell’URSS e quella del Partito Comunista di Jugoslavia, di cui conosciamo il testo.[1]
 
Su che cosa si basa la condanna ?
Sintetizzando al massimo le contestazioni, sono sollevate questioni attinenti:
– il rapporto della Jugoslavia con l’URSS;
– la costruzione del socialismo in Jugoslavia;
– il Partito Comunista Jugoslavo e la sua vita interna.
Nel dettaglio ce lo spiega la Risoluzione del Cominform, articolata in vari punti:
 
Punto I
 
“[…]L’Ufficio d’Informazioni dichiara che la direzione del Partito Comunista Jugoslavo sta perseguendo una politica ostile verso l’Unione Sovietica ed il PCUS. […]
… i capi del Partito comunista jugoslavo hanno preso un atteggiamento indegno [per] dei Comunisti ed hanno cominciato ad identificare la politica estera dell’Unione Sovietica con la politica estera delle potenze imperialiste, comportandosi verso l’Unione Sovietica nella stessa maniera in cui si comportano verso gli stati borghesi. Precisamente a motivo di questo atteggiamento antisovietico, la calunniosa propaganda sulla «degenerazione» del PCUS, sulla «degenerazione» dell’URSS …., è cosa corrente entro il Comitato Centrale del Partito Comunista jugoslavo.”
 
I fatti a cui si riferisce questo punto della Risoluzione sono meglio descritti nelle lettere del carteggio:
Il 18 marzo del 1948 i sovietici comunicano agli jugoslavi che avrebbero richiamato in URSS i consulenti militari ed i tecnici civili, precedentemente inviati nel Paese balcanico su richiesta dei suoi stessi governanti. A dispetto di quanti poi gridarono contro “i propositi egemonici dell’URSS”, non ultimo Milovan Gilas [Dijlias] nel volume “Conversazioni con Stalin” Ed. Feltrinelli, i consulenti militari sovietici erano stati inviati, come chiarisce una lettera del carteggio, in numero inferiore alla richiesta fatta dagli jugoslavi !
 
La ragione del ritiro risiede, a detta dei sovietici, nel diffuso clima ostile che circonda in Jugoslavia i militari ed i civili sovietici, clima attestato dai rapporti inviati dall’Ambasciatore a Belgrado e dalle lamentele inviate a Mosca dagli stessi Consiglieri. Inoltre, per quanto riguarda gli esperti civili, oltre ad esser loro negata ogni informazione economica, per le quali avrebbero, invece, dovuto rivolgersi, secondo gli jugoslavi, ai massimi dirigenti del PCJ, sono pure fatti oggetto delle attenzioni dell’ UDBa [Ozna], i servizi segreti jugoslavi. E lo stesso trattamento viene riservato al rappresentante del PCUS nel Cominform, il compagno Yudin.
 
Un clima ostile che i dirigenti jugoslavi ostinatamente e categoricamente negano nelle lettere di risposta, nelle quali, invece, accusano l’Ambasciatore sovietico a Belgrado di “diffondere notizie false e tendenziose” atte a turbare i buoni rapporti fra i due Stati:
“Le accuse nella vostra lettera che l’UDBa pedina esperti sovietici e altri cittadini sovietici non è vera. Nessuno ha mai preso una decisione del genere e non è vero che i cittadini sovietici vengano seguiti. Questa informazione è un’invenzione di qualcuno. E ancor meno esatto è che i rappresentanti del governo sovietico e il compagno Yudin del Cominform siano stati seguiti.”
 
I sovietici, invece, ritengono oltremodo credibili e fondate le contestazioni e fanno risalire la responsabilità del clima antisovietico proprio ai massimi dirigenti comunisti jugoslavi, citando almeno due episodi concreti.
 
In particolare, nel primo episodio, secondo i sovietici, Dijlias [Gilas], partendo da alcuni episodi incresciosi realmente avvenuti che avevano avuto come protagonisti alcuni ufficiali sovietici durante l’occupazione della Jugoslavia settentrionale nella fase finale della guerra, in una riunione del Comitato Centrale, senza essere contrastato da alcuno, aveva dichiarato che “gli ufficiali dell’esercito sovietico erano moralmente inferiori a quelli inglesi“, guadagnandosi per queste affermazioni un telegramma ufficiale di protesta a firma di Stalin, a cui Dijlias [Gilas] aveva verbalmente risposto, nel corso di una visita a Mosca, con un riconoscimento del proprio errore ed una richiesta di dimenticare l’accaduto.
 
Milovan Gilas [Dijlias], nel libro citato, scritto nel 1961 quando ormai cominciava a prendere le distanze, non solo dallo “stalinismo” ma dal comunismo tout court, ci dà una versione completamente diversa di questi fatti; da essa emerge che i sovietici si rifiutarono, sin dall’inizio, di riconoscere la gravità degli episodi e negarono sempre la gravità dell’accaduto, come fece pure, nella la versione dei fatti esposta nel libro, lo stesso Stalin, descritto lì secondo i canoni di una iconografia, ormai affermatisi dopo il XX Congresso, come “despota arrogante, ignorante e volubile“.
 
Nel secondo episodio, più interessante, i sovietici fanno riferimento al discorso pronunciato da Tito a Lubiana nel 1945, subito dopo la fine della guerra, riguardante l’annessione di Trieste alla Jugoslavia.
 
In quel discorso Tito aveva detto:
«Si dice che questa guerra sia semplicemente una guerra e noi l’abbiamo considerata tale. Comunque, noi cerchiamo anche un fine giusto; chiediamo che tutti possano essere padroni a casa propria; non vogliamo pagare per gli altri, non vogliamo venir usati come un pegno in un mercanteggiamento internazionale, non vogliamo venir coinvolti in nessuna politica di sfere di interesse».
 
Mettere sullo stesso piano l’URSS e le potenze imperialiste nei “mercanteggi” per le proprie “sfere di interessi” aveva fatto scattare l’immediata indignazione dell’URSS, che tramite il proprio Ambasciatore aveva consegnato agli jugoslavi, immediatamente dopo la pronuncia del discorso, una nota di protesta, minacciando di renderla pubblica, se si fosse ripetuto l’affronto.
 
L’episodio viene ricordato in una lettera con queste parole:
“…dopo una serie di concessioni territoriali a beneficio della Jugoslavia, che l’Unione Sovietica estorse agli Anglo Americani, questi ultimi, in unione ai Francesi, respinsero la proposta sovietica di concedere Trieste alla Jugoslavia ed occupare con le loro forze, che allora si trovavano in Italia, Trieste. Poiché tutti gli altri mezzi erano esauriti, l’Unione Sovietica non aveva che un altro mezzo per conquistare Trieste alla Jugoslavia — cominciare una guerra con gli Anglo Americani per Trieste, conquistandola con la forza. I compagni jugoslavi non potevano far a meno di realizzare che dopo una guerra cosi dura l’URSS non poteva cominciarne un’altra. Comunque, questo fatto provocò malcontento tra i capi jugoslavi la cui attitudine venne descritta dal compagno Tito. L’asserzione di Tito a Lubiana che «la Jugoslavia non vuole pagare per gli altri», «che non vuole venir usata come un pegno», «non vuole rimanere coinvolta in nessuna politica di sfere d’interesse», era diretta non soltanto contro gli stati imperialisti, ma anche contro l’URSS, e nelle circostanze date, le relazioni di Tito verso l’URSS non sono diverse dalle sue relazioni verso gli stati imperialisti, poiché non riconosce alcuna differenza tra l’URSS e gli Stati Imperialisti.”
 
Lo stesso episodio viene ricordato anche da Enver Hoxha nel suo resoconto dei colloqui avuti con i dirigenti sovietici subito dopo la Risoluzione del Cominform.
A questa contestazione specifica non vi è replica jugoslava nel carteggio.
 
E non vi è replica neanche ad un’altra grave accusa sovietica, contenuta nel carteggio, di cui, però non vi è traccia nelle parti conosciute della Risoluzione, forse per la natura “politico-amministrativa”, più che ideologica, del fatto, che, però, disvela i rapporti anglo-jugoslavi. Si tratta della presenza nel Governo jugoslavo di Vladimir Velebit, Ministro degli Esteri, che i sovietici accusano di essere acclarata spia inglese.
 
“Non possiamo comprendere perché la spia britannica Velebit sia tuttora al Ministero degli Affari Esteri della Jugoslavia come primo ministro assistente. I compagni jugoslavi sanno che Velebit è una spia britannica. Sanno anche che i rappresentanti del Governo Sovietico considerano Velebit una spia. Ciò non di meno Velebit rimane nella posizione di Primo Ministro assistente di Jugoslavia. È possibile che il Governo jugoslavo intenda usare Velebit, precisamente come spia dell’Inghilterra. Come è risaputo, i governi borghesi considerano lecito avere tra il loro personale spie delle grandi potenze imperialiste con il proposito di attirare la loro benevolenza e sarebbero anche disposti di collocare a questo scopo loro dipendenti sotto il patronato di questi stati. Noi consideriamo questa pratica assolutamente vietata ai Marxisti. Ma, comunque stiano le cose, il governo dei Soviet non può aver le sue relazioni con il governo jugoslavo poste sotto il controllo di una spia britannica. È quindi pacifico che, fintanto che Velebit rimane al Ministero degli Esteri Jugoslavo, il governo dei Soviet si considera in una situazione difficile e privato della possibilità di mantenersi in una corrispondenza aperta con il governo jugoslavo attraverso il Ministero Jugoslavo degli esteri.”
 
All’accusa non segue replica da parte jugoslava e Velebit restò Ministro degli Esteri fino al 1948. Dopo l’accusa sovietica divenne Presidente del Consiglio Federale del Turismo. Nel 1953 venne inviato in Gran Bretagna come Ambasciatore di Jugoslavia !!!
 
Punto II
 
In un altro punto della Risoluzione del Cominform si condanna la politica interna del PCJ, con riferimento alle campagne ed all’inasprimento della lotta di classe. Si dice:
“Nella politica interna i capi del Partito comunista di Jugoslavia …[n]egano che nel loro paese ci sia un aumento di elementi capitalisti e in conseguenza un acuirsi della lotta di classe nelle loro campagne…Nelle condizioni esistenti in Jugoslavia dove predomina lo sfruttamento individuale delle coltivazioni e dove la terra può venir venduta e comperata, dove molto terreno è concentrato nelle mani di kulaki, dove viene usata mano d’opera a giornata, non vi può esser questione di educare il Partito nello spirito di coprire di orpelli la lotta di classe e riconciliare le contraddizioni di classe, senza, così facendo, disarmare il partito stesso di fronte alle difficoltà connesse alla costruzione del socialismo.
 
Nelle lettere sovietiche non viene molto sviluppata, ma solo accennata, questa critica, poi fatta propria dal Cominform nella Risoluzione. Solo in una delle lettere si dice:
 
“Lo spirito della politica di lotta di classe non è sentita nel PCJ. È in pieno sviluppo un aumento degli elementi capitalisti nei villaggi e nelle città, e la direzione del Partito non prende alcuna misura per controbattere questi elementi capitalisti. Il PCY è accecato dalla teoria degenerata e opportunista dell’assorbimento pacifico di elementi capitalisti in un sistema socialista, presa in prestito da Bernstein, Vollmar e Bukharin”.
 
A queste critiche gli jugoslavi avevano replicato, respingendo formalmente le accuse di bukharinismo, e rivendicando, sostanzialmente, il diritto a costruire il socialismo a modo proprio, secondo una “via jugoslava al socialismo” diversa da quella seguita in URSS:
 
“L’accusa che la politica della lotta di classe non viene attuata nel PCY e che elementi capitalisti sian stati rafforzati nei villaggi e nelle città, è completamente inesatta…. Non è quindi comprensibile come si possa parlare di Bernstein, Volimar, Bukharin e marcio opportunismo riferendosi al nostro Partito…. studiamo e prendiamo ad esempio il sistema sovietico, ma nel nostro paese diamo sviluppo al Socialismo in forme in certo qual modo diverse. Nel presente periodo e nelle specifiche condizioni esistenti nel nostro paese, considerando le condizioni internazionali create dopo la guerra di liberazione, tentiamo di applicare le migliori forme di lavoro per la realizzazione del Socialismo. Non facciamo questo allo scopo di provare che la nostra strada è migliore di quella presa dall’Unione Sovietica, e che inventiamo qualcosa di nuovo, ma perché questo ci viene imposto dalla nostra vita quotidiana…”
 
Punto III
 
Un altro punto importante della Risoluzione riguarda il Partito Comunista ed i suoi rapporti con il Fronte Popolare e con lo Stato.
 
Si dice:
“L’Ufficio d’Informazioni [del Cominform] considera che la direzione del Partito Comunista jugoslavo sta rivedendo gli insegnamenti marxisti leninisti sul Partito. Secondo la teoria del marxismo-leninismo il partito è la principale forza direttiva e di comando nel paese, che ha il suo proprio programma specifico e non si dissolve tra le masse al di fuori del partito. Il partito è la più elevata forma di organizzazione e l’arma più importante della classe lavoratrice […] Ma in Jugoslavia non è il partito comunista, bensì il Fronte popolare a essere considerato come la forza dirigente del paese. I dirigenti iugoslavi riducono il ruolo del partito comunista, lo diluiscono di fatto all’interno del Fronte popolare senza partito[…] I dirigenti del Partito comunista iugoslavo ripetono gli errori dei menscevichi russi circa la dispersione del partito marxista nell’organizzazione delle masse dei senza partito. Tutto ciò dimostra l’esistenza di tendenze liquidazioniste nei confronti del Partito comunista iugoslavo […]”
 
Questo tema era stato già trattato in una lettera sovietica agli jugoslavi, in cui si diceva:
“Siamo disturbati dallo stato attuale del PCY. Siamo altamente meravigliati dal fatto che il PCY che è il partito dominante non sia ancora completamente legalizzato ed abbia sempre una posizione semilegale. Le decisioni degli organi del Partito non vengono mai pubblicate sulla stampa, né i rapporti delle assemblee del Partito. […] Secondo la teoria del marxismo leninista, il Partito è la forza che deve governare il paese ed ha un suo peso specifico senza potersi confondere con le masse al di fuori del Partito. In Jugoslavia al contrario il Fronte Popolare è considerato la forza dominante principale e vi è stato un tentativo di lasciar sommergere il Partito dal Fronte. Nel suo discorso al Secondo Congresso del Fronte Popolare, il compagno Tito disse: «Il PCY ha forse un programma che sia diverso da quello del Fronte Popolare? No, il PCY non ha un altro programma. Il programma del Fronte Popolare è anche il suo».”
 
Alle argomentazioni della lettera sovietica gli jugoslavi avevano replicato con tre argomentazioni:
“In primo luogo …oggi in Jugoslavia il potere è in nostre mani… il PCY ha la parte dominante nel governo… è inevitabile che le forme organizzative debbano in qualche modo venir mutate, cambiati i metodi di lavoro, quanto le forme di governo delle masse, allo scopo di raggiungere più facilmente fini specifici. In secondo luogo, il Fronte Popolare in Jugoslavia, per merito della sua qualità, è, non solo eguale ad alcuni Partiti Comunisti, che accettano chiunque nei loro ranghi, ma è financo migliore per organizzazione ed attività. Non tutti possono essere membri del Fronte Popolare in Jugoslavia, benché esso conti 7.000.000 di membri. In terzo luogo, il PCY tiene saldamente le redini nel Fronte Popolare, in quanto il PCY costituisce il nucleo del Fronte Popolare. Non vi è quindi pericolo del suo dissolversi nel Fronte Popolare, come vien detto nella lettera. Attraverso il Fronte Popolare il PCY realizza gradualmente il suo programma, che il Fronte Popolare volontariamente adotta, considerandolo il programma proprio…”
 
Punto IV
 
Nel carteggio era poi stata sollevata dai sovietici un’altra contestazione, riguardante sempre i rapporti Partito-Stato, a cui gli jugoslavi replicano e di cui, però, non vi è traccia nella parte conosciuta della Risoluzione del Cominform.
 
“È un fatto caratteristico che il Segretario del personale [Segretario organizzativo] del Partito sia anche Ministro della Sicurezza dello Stato. In altre parole, i quadri del Partito sono sotto alla supervisione del Ministero della Sicurezza statale. Secondo la teoria marxista, il Partito dovrebbe controllare tutti gli organi statali del paese, compreso il Ministero della Sicurezza, mentre in Jugoslavia avviene precisamente il contrario: perché il Ministero della Sicurezza controlla effettivamente il Partito. Questo spiega probabilmente il fatto che la iniziativa tra le masse del Partito in Jugoslavia non è ad un livello adeguato.”
 
La replica jugoslava sul punto recita:
“Il fatto che il segretario dell’organizzazione nel PCY è anche Ministro della Sicurezza Statale non interferisce in nessun caso con l’iniziativa delle organizzazioni di Partito. Il Partito non è sotto il controllo del UDBa [il Servizio segreto jugoslavo]; il controllo viene esercitato attraverso il CC del PCY di cui il Ministro della Sicurezza Statale è un membro.”
 
Punto V
 
Sempre con riferimento al Partito, ma con riguardo alla sua vita interna, la Risoluzione del Cominform condanna il Partito Comunista Jugoslavo su questi punti:
“Il Bureau d’Informazione pensa che il regime burocratico creato dai dirigenti iugoslavi in seno al partito è nefasto per la vita e lo sviluppo del Partito comunista iugoslavo. Nel partito non esiste democrazia interna né eleggibilità degli organi interni, né critica e autocritica.[…] È assolutamente intollerabile che nel Partito comunista iugoslavo vengano calpestati i diritti più elementari dei membri del partito, dal momento che la più piccola critica del comportamento erroneo nel partito determina severe rappresaglie.[…] Il Bureau d’Informazione considera che non può essere tollerato in un partito comunista un regime tanto vergognoso, assolutamente sporco e terroristico […].
 
Nel carteggio i sovietici avevano evidenziato:
“La democrazia non è evidente nell’interno stesso del PCY. Il Comitato Centrale nella sua maggioranza non è stato eletto, ma cooptato. Le critiche e le autocritiche nel seno del Partito non esistono o quasi.”
 
A ciò gli jugoslavi avevano replicato:
“Quale è la base per l’accusa della lettera che nel nostro Partito non esiste democrazia? È un’informazione forse di Lavrentiev [l’Ambasciatore sovietico]? Dove si è procurato una simile informazione? Consideriamo che lui, quale ambasciatore, non ha diritto di rivolgersi a chiunque per informazioni sul lavoro del nostro Partito. Non è questo il suo ufficio. Queste informazioni possono venir ottenute dal CC del PCUS e dal CC del PCY… Non è vero che non vi è libertà di critica nel nostro Partito. Libertà di critica e di autocritica esiste nel nostro Partito e viene esercitata in regolari riunioni del Partito ed in conferenze dell’aktiv. Quindi qualcuno deve aver inventato questa falsità e la deve aver trasmessa come informazione al CC del PCUS.”
 
Punto VI
 
La questione dell’atteggiamento renitente alla critica ed all’autocritica non attiene solo ai meccanismi interni al Partito jugoslavo, ma coinvolge in primo luogo i massimi suoi dirigenti, Tito, Kardelj, Djilas e Rankovic, pesantemente accusati nella Risoluzione del Cominform:
“[…] invece di onestamente accettare le critiche e di seguire la maniera bolscevica nel correggere questi errori, i capi del Partito Comunista di Jugoslavia, sconfinatamente ambiziosi, arroganti e presuntuosi, fan fronte a queste critiche con spirito bellicoso ed ostile. Assunsero la via contro lo spirito del partito, negando indiscriminatamente tutti gli errori, violarono la dottrina del marxismo-leninismo riguardante l’attitudine di un partito politico verso i propri errori e cosi aggravando gli errori contro il Partito… I dirigenti iugoslavi che non hanno avuto argomenti di fronte alla critica del Comitato centrale del Partito comunista (bolscevico) dell’URSS e dei Comitati centrali degli altri partiti fratelli, hanno intrapreso il cammino della menzogna flagrante nei confronti del loro partito e del loro popolo, nascondendo al Partito comunista iugoslavo la critica della politica erronea del Comitato centrale del Partito comunista iugoslavo, e nascondendo inoltre al partito e al popolo lecause reali della repressione inflitta [?] ai compagni Khuyovic e Hebrang.”
 
L’arroganza e la presunzione dei dirigenti jugoslavi era stata stigmatizzata in più di una lettera del carteggio. Precedentemente, nel numero 15 del giornale del Cominform, un articolo dal titolo “L’autocritica, arma possente dei partiti comunisti e operai”, a firma del suo direttore Judin, lodava il comportamento dei comunisti italiani e francesi, disposti ad accettare le critiche, sollevate nei loro confronti durante la prima conferenza del Cominform[2]. Altri comunisti, invece, – continuava l’articolo – erano “ubriachi di panegirici e di autoincensamento, non riuscivano a vedere i propri errori e peccavano di atteggiamento anti-marxista.” Anche se non venivano fatti nomi, l’attacco era preciso. L’edizione serbo-croata del giornale venne naturalmente ritirata e di lì a poco la sede del giornale – che era a Belgrado – venne trasferita in Romania.[3]
 
Piccati da queste critiche, gli jugoslavi avevano replicato che “individui che hanno trascorso sei, otto, dieci e più anni in carcere — e tra le altre cose per la loro opera di popolarizzazione dell’URSS —” non potevano essere considerati nemici dell’URSS.
 
“Questa gente non può lavorare «per denigrare il sistema sovietico» perché questo significherebbe rinnegare le loro convinzioni ed il loro passato. Abbiamo il sentimento che tutte queste persone non dovrebbero venir giudicate sulla base di informazioni sospette, ma su quella della loro lunga attività rivoluzionaria.”
 
Inoltre, bisognava tener conto che l’amore del popolo jugoslavo verso l’URSS non era nato spontaneamente, ma era il frutto di un lavoro di propaganda mirato.
 
“I presenti capi della nuova Jugoslavia sono gli stessi che, molto prima della guerra, non risparmiando né sacrifici, né sforzi, con costanza rivelarono alle masse la verità sull’Unione Sovietica e inculcarono tra le masse jugoslave l’amore per la terra del socialismo.”
 
Ciononostante, i sovietici, a fronte di un ripetuto sbandieramento dei meriti acquisiti sul campo dagli jugoslavi, non si erano lasciati sfuggire l’occasione per ridimensionarne la presunzione, ricordando, in una delle lettere, il ruolo svolto in quel Paese dall’Esercito Rosso, che nel corso della II Guerra Mondiale era corso in aiuto dei partigiani jugoslavi:
 
“Tito e Kardelj, nella loro lettera, parlano dei meriti e dei successi del PCY, dicendo che il CC del PCUS ha in passato lodato i loro servigi e successi, ma tace volutamente quali. Questo, naturalmente, non risponde a verità. Nessuno può negare i servizi ed i successi del PCY. Su questo non vi è dubbio. Comunque siamo anche costretti a dire che i servizi dei Partiti Comunisti di Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria ed Albania non sono minori di quelli del PCY. Comunque i capi di questi partiti hanno un contegno modesto e non se ne vantano come fanno i capi jugoslavi, che hanno assordato tutte le orecchie con il loro sconfinato auto-incensamento. È anche necessario sottolineare che i servizi resi alla rivoluzione dai PP.CC. francese ed italiano, non furono meno importanti, ma maggiori di quelli della Jugoslavia. Benché i PC francesi ed italiani abbiano finora raggiunto minor successo del PCY, questo non è dovuto a particolari qualità del PCY, ma principalmente perché, dopo la distruzione dei quartier generali dei partigiani jugoslavi da parte dei paracadutisti germanici, in un momento in cui il movimento di liberazione popolare in Jugoslavia stava passando attraverso una seria crisi, l’armata sovietica venne in aiuto al popolo jugoslavo, schiacciò l’invasore tedesco, liberò Belgrado ed a questo modo creò le condizioni necessarie perché il PCY assumesse il potere. Disgraziatamente l’armata sovietica non ebbe la possibilità di prestare un simile aiuto ai PC francese ed italiano. Se i compagni Tito e Kardelj tenessero a mente questo fatto, si vanterebbero meno dei loro meriti e successi e si condurrebbero con maggior modestia e convenienza.”
 
Punto VII
 
La presunzione e l’arroganza dei capi jugoslavi sono alla base, secondo la Risoluzione del Cominform, non solo del rifiuto di accettare le critiche e fare autocritica, ma anche della loro decisione di non presentarsi alla riunione con gli altri otto Partiti, sollecitata dai sovietici.
 
In verità i dirigenti jugoslavi avevano proposto un incontro a due, fra PCUS e PCJ, perché si appianassero quelli che loro chiamavano “i malintesi”, dovuti alle cattive informazioni dell’Ambasciatore sovietico a Belgrado. Ma i sovietici avevano respinto la proposta, attesa la natura di principio delle questioni ed avevano ribadito la necessità di riunire il Cominform.
 
Inoltre, avevano sin dall’inizio del carteggio coinvolto le Direzioni degli altri partiti del Cominform ed anche del Partito Comunista Albanese, che del Cominform non faceva parte, suo malgrado. Lo conferma Enver Hoxha nel suo volume di memorie “I Titisti” :
 
“…ci fu recapitata la prima lettera del CC del PC dell’Unione Sovietica indirizzata alla direzione titista jugoslava….Nel frattempo ci erano pervenute anche la seconda e la terza lettera del CC del PC dell’Unione Sovietica indirizzate alla direzione jugoslava (la prima in data 4 maggio e l’altra in data 28 maggio) ed anche la Risoluzione dell’Ufficio Informativo del giugno 1948…” [4]
 
Di ciò si lamentano gli jugoslavi:
“Anche prima che noi si venisse informati, i nove [otto] Partiti ricevettero la vostra [sovietica] prima lettera e presero le loro posizioni. Il contenuto della vostra lettera non rimase una questione interna per Partiti individuali, ma venne fatta uscire dal circolo lecito, ed il risultato ne è, che oggi, in alcuni paesi come la Cecoslovacchia e l’Ungheria, non soltanto il nostro partito, ma il nostro paese, come complesso, vengono insultati, come avvenne con la nostra delegazione parlamentare a Praga.”
 
Perciò, anche se
“… non rifuggiamo dalle critiche su questioni di principio,…in questa questione ci sentiamo talmente in svantaggio che per noi è impossibile acconsentire che questa questione venga ora decisa dal Cominform.”
 
Questa presa di posizione, lungi dall’essere considerata una scusante, viene dal Cominform presa come un’ulteriore manifestazione di arroganza:
 
“Tentando di evitare le giuste critiche dei partiti fratelli nell’Ufficio d’Informazioni, i capi jugoslavi inventarono la favola della loro ingiusta « posizione d’inferiorità». In questa teoria non vi è un filo di verità. È cosa generalmente nota che quando venne istituito l’Ufficio d’Informazioni, i partiti comunisti fondarono il loro lavoro sull’indiscutibile principio che qualsiasi partito poteva informare l’Ufficio d’Informazioni, allo stesso modo che ogni partito aveva il diritto di criticare gli altri partiti. Alla prima riunione dei nove partiti comunisti, il Partito comunista jugoslavo si valse pienamente di questo diritto. “[5]
 
“La conferenza di nove Partiti Comunisti iniziò il principio che ogni singolo Partito ha il diritto di criticare qualsiasi altro partito. I compagni francesi ed italiani non disputarono il diritto degli altri partiti di criticare i loro errori ed accettarono in maniera bolscevica la severità di critica. È fatto risaputo che i compagni francesi ed italiani non si opposero al diritto di altri partiti di criticare i loro errori. Al contrario hanno sopportato il peso della critica bolscevica e traendone vantaggio dalle conclusioni. Oltre a ciò, i compagni jugoslavi approfittarono dell’opportunità di criticare gli errori dei compagni italiani e francesi e non considerarono che così facendo si ledeva l’eguaglianza di quei partiti.”
 
Potendo oggi attingere ai documenti del Cominform, è interessante conoscere i temi oggetto di quella critica agli Italiani ed ai Francesi .[6]
 
Punto VIII
 
Dopo l’esposizione dei “capi d’accusa” e delle “motivazioni” della colpevolezza, si perviene nel testo della Risoluzione alla “condanna”:
“L’Ufficio d’Informazione condanna questa politica avversa al partito e l’atteggiamento del Comitato Centrale del Partito Comunista in Jugoslavia. L’Ufficio d’Informazione considera che, visto tutto questo, il Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia si è posto, ed ha posto, il Partito Jugoslavo al di fuori della famiglia dei Partiti Comunisti fratelli, al di fuori del Fronte Unito Comunista ed, in conseguenza, al di fuori dei ranghi dell’Ufficio d’Informazione.”
 
La parte conclusiva della Risoluzione contiene il “succo” dell’analisi e delle considerazioni che conducono il PCUS e gli altri sette Partiti a bollare come “nazionalismo borghese” gli atteggiamenti e le posizioni jugoslave e per questo ad estromettere il Partito Comunista Jugoslavo dal consesso del Cominform.
 
“L’Ufficio d’Informazioni considera che la base di questi errori, commessi dalla direzione del Partito Comunista jugoslavo, sta nell’indubitato fatto che elementi nazionalisti, che in precedenza esistevano in forma clandestina, riuscirono nel volgere degli ultimi cinque o sei mesi a raggiungere una posizione dominante nella direzione del Partito Comunista jugoslavo e che in conseguenza la direzione del Partito Comunista jugoslavo abbia rotto le tradizioni internazionaliste del Partito comunista jugoslavo, imboccando le vie verso il nazionalismo.
 
Sopravalutando considerevolmente le forze nazionaliste interne in Jugoslavia e la loro influenza, i capi jugoslavi pensano di poter mantenere l’indipendenza jugoslava e di poter edificare il socialismo senza l’aiuto delle democrazie popolari, e senza l’aiuto dell’Unione Sovietica. Pensano che la nuova Jugoslavia possa fare a meno dell’aiuto di queste forze rivoluzionarie.
 
Dimostrando la loro deficiente comprensione della situazione internazionale ed il fatto di esser stati intimiditi dalle minacce ricattatorie degli imperialisti, i capi jugoslavi pensano che facendo concessioni e lusinghe possano allettare gli stati imperialisti a concedere favori. Pensano di esser capaci a mercanteggiare con questi l’indipendenza jugoslava e orientare gradualmente il popolo jugoslavo verso questo stato, che sarebbe a dire verso il capitalismo. In questo procedono tacitamente dalla ben nota tesi del capitalismo borghese che «gli stati capitalisti siano un minor pericolo per l’indipendenza della Jugoslavia, che non l’Unione Sovietica».
 
I capi jugoslavi evidentemente non comprendono o, probabilmente, fanno mostra di non comprendere, che una simile linea di condotta nazionalista può portare soltanto alla degenerazione della Jugoslavia in una comune repubblica borghese, alla perdita dell’indipendenza ed alla sua trasformazione in una colonia dei paesi imperialisti.”
 

[1]   Le tre lettere del CC del Partito Comunista dell’Unione Sovietica al CC del Partito Comunista di Jugoslavia (e le relative risposte) sono state pubblicate in “Mosca-Belgrado, I documenti della controversia 1948-1958“, Schwarz editore, Milano, 1962.
[2] Vedi Appendice.
[3] Tratto dall’articolo:”Tito dice no a Stalin”di Ferruccio Gattuso, pubblicato sul sito Internet: http://www.storiain.net/arret/num139/artic5.asp
 
[4]           Enver Hoxha, “I Titisti”, Tirana 1983 pp.500-513.
[5] Si riferisce alla circostanza che nella prima conferenza del Cominform a Szklarska Poreba, Kardelj, capo della delegazione jugoslava, fu il principale accusatore di francesi ed italiani (vedi Appendice).
[6] Sull’argomento qualcosa si può leggere su: “Nascita del Cominform” di E.Reale. Milano.A.Mondadori 1958 e su “The Cominform: minutes of the Three conferences 1947-1948-1949” Feltrinelli 1995 –  Annali della Fondazione G. Feltrinelli (testo in inglese e russo). In sintesi ho ritenuto utile riportare in Appendice stralci da un articolo, a mio avviso molto interessante, letto sul sito http://scintillarossa.forumcommunity.net/, che ricostruisce e documenta i temi del dibattito della prima conferenza del Cominform.
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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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