Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, – prefazione – cap I

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Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, Edizioni Rinascita, Roma, 1949  – da  marx-karl.com/spgm/v_gallery.html


 
La guerra dei contadini in Germania
 
di Friedrich Engels (1850)
 
Indice
 
 
 
 

 
Prefazione
 
Il presente lavoro fu scritto a Londra nell’estate del 1850, ancora sotto l’impressione diretta della controrivoluzione che aveva appena compiuto il suo ciclo; e apparve nel 5° e nel 6° fascicolo della Neue Rheinische Zeitung, Politisch-okonomische Revue[1]’ diretta da Carlo Marx, Amburgo, 1850. I miei amici politici in Germania desiderano che sia ristampato e io appago il loro desiderio, perché, con mio dolore, questo scritto è anche oggi di attualità.
 
Esso non ha nessuna pretesa di fornire del materiale inedito, frutto di personali ricerche. Tutto il materiale documentario sulle sollevazioni dei contadini e su Tommaso Münzer è tratto dall’opera dello Zimmermann. Il suo libro, benché qua e là lacunoso, rimane ancora la miglior raccolta documentaria. Inoltre, il vecchio Zimmermann trovava motivi di godimento nel suo soggetto. Quell’istinto rivoluzionario che qui affiora dappertutto a favore della classe oppressa, più tardi fece di lui uno degli uomini migliori dell’estrema sinistra di Francoforte. Certo, da allora dev’essere un po’ invecchiato.
 
Se poi l’esposizione dello Zimmerrnann difetta di un intrinseco nesso unitario; se non riesce a mostrare. nelle controversie politico-religiose di quell’epoca, il riflesso delle lotte delle classi che venivano svolgendosi; se in queste lotte delle classi vede solamente oppressori ed oppressi, malvagi e buoni, e la vittoria finale dei malvagi; se il suo esame delle condizioni sociali che determinarono tanto l’esplosione che l’esito della lotta, è assolutamente insufficiente, l’errore è dell’epoca in cui il libro fu composto. Anzi si deve dire che esso è condotto molto realisticamente per il suo tempo: lodevole eccezione nella congerie delle opere storiche tedesche idealistiche.
 
La mia esposizione, pur dando solo uno schizzo del corso storico della lotta, ha cercato di spiegare l’origine della guerra dei contadini, la posizione dei diversi partiti che scesero in lotta, le teorie politiche e religiose con le quali questi partiti cercarono di chiarire la loro posizione, e, finalmente il risultato della lotta stessa, come fatti derivanti, necessariamente dalle condizioni sociali storicamente determinate dalle condizioni in cui vivevano queste classi. Con ciò la mia esposizione ha cercato di mostrare che la costituzione politica tedesca di allora, le sollevazioni contro di essa, le teorie politiche e religiose dell’epoca, non sono le cause, ma il risultato del grado di sviluppo in cui si trovavano in Germania l’agricoltura, l’industria, le vie di comunicazione terrestri, marittime e fluviali, il commercio delle merci e del denaro. Questa è l’unica concezione materialistica della storia, non è opera mia, ma di Marx e si trova nelle sue opere sulla rivoluzione francese del 1848-49, pubblicate nella stessa rivista e nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
 
Il parallelo tra la rivoluzione tedesca del 1525 e quella del 1848-’49 era troppo evidente perché, allora, io lo respingessi. Ma, accanto all’uniformità nello svolgimento degli avvenimenti, per cui nei due casi si ha sempre che l’esercito del sovrano reprime una dopo l’altra diverse sollevazioni locali, accanto all’analogia, spesso così spinta da provocare le risa, del comportamento della borghesia cittadina nelle due occasioni, emerge anche, chiara ed evidente, una differenza.
 
«Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1525? I principi. Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1848? I grandi principi, l’Austria e la Prussia. Dietro ai piccoli principi del 1525 stavano i piccoli borghesi che li tenevano legati a sé con il pagamento delle imposte, dietro ai grandi principi del 1850, dietro all’Austria e alla Prussia, stanno i grossi borghesi moderni che li sottomettono ben presto al loro giogo con il debito pubblico. E dietro ai grossi borghesi stanno i proletari».
 
Mi duole dirlo, ma con quest’ultima frase si fa troppo onore alla borghesia tedesca. In Austria come in Prussia, hanno avuto l’occasione di sottomettere ben presto al loro giogo, con il debito pubblico, la monarchia, e pure, mai e in nessun luogo, essi hanno sfruttato questa occasione.
 
Con la guerra del 1866[2], l’Austria è caduta come un dono tra le braccia della borghesia. Ma questa non è capace di esercitare il potere; essa è assolutamente impotente e incapace di fare qualsiasi cosa. Una sola cosa sa fare: infuriare contro i lavoratori, non appena questi si muovono. Resta ancora al timone, ma solo perché gli ungheresi ne hanno bisogno.
 
E in Prussia? Certo, il debito pubblico è aumentato in modo veramente spaventoso, il bilancio è in permanenza deficitario, le spese pubbliche si accrescono di anno in anno, i borghesi hanno la maggioranza nella Camera, senza di loro non si possono né inasprire le imposte, né ottenere nuovi prestiti. Ma quale forza essi hanno sullo stato? Ancora un paio di mesi fa, quando si presentò un nuovo deficit, essi avevano la posizione migliore. Soltanto con un po’ di fermezza essi avrebbero potuto strappare delle concessioni molto buone. Che cosa fanno invece? Vedono come una concessione sufficiente che il governo permetta loro di deporre ai suoi piedi circa 9 milioni e non per un anno, ma ogni anno e in perpetuo.
 
Io non voglio biasimare i poveri “nazional-liberali” della Camera più di quanto meritino. So bene che sono stati piantati in asso da quelli che stanno dietro a loro, dalla massa della borghesia. Questa massa non vuole il potere; essa sente sempre sin nel midollo il 1848.
 
Illustrerò più avanti perché la borghesia dimostri una così notevole dose di viltà.
 
Per la classe operaia tedesca in tutti questi capitali avvenimenti di stato di notevole non c’è che questo:
 
In primo luogo, col suffragio universale, gli operai hanno raggiunto la possibilità di farsi rappresentare direttamente nell’assemblea legislativa.
 
In secondo luogo, la Prussia ha dato il buon esempio e ha ingoiato altre tre corone per grazia di Dio. Che, dopo questo modo di procedere, essa possieda ancora la stessa corona immacolata, per grazia di Dio, che si era attribuita prima, è cosa cui non credono neanche i nazional-liberali.
 
In terzo luogo, in Germania non c’è più che un solo avversario serio della rivoluzione: il governo prussiano.
 
E in quarto luogo, gli austro-tedeschi ora sì debbono domandare, una buona volta, che cosa vogliono essere: tedeschi o austriaci? Da che parte vogliono stare? Dalla parte della Germania o dalla parte delle sue appendici transleitane, specificatamente non tedesche? Che essi debbano abbandonare l’uno o l’altro, si intendeva da sé già da lungo tempo, ma è stato sempre nascosto dalla democrazia piccolo-borghese.
 
Per ciò che concerne le altre importanti controversie sul 1866, che da allora sono state agitate fino alla sazietà tra i nazional-liberali da una parte e il partito popolare dall’altra, la storia dei prossimi anni dimostrerà probabilmente che questi due punti di vista si combattono così accanitamente solo perché sono i due poli opposti di una sola e medesima angustia di vedute.
 
Il 1866 non ha modificato quasi per niente le condizioni sociali della Germania. Le poche riforme borghesi — unificazione del sistema dei pesi e delle misure, libertà di domicilio, libertà d’intrapresa ecc., e tutto questo entro limiti burocratici — non raggiungono neppure lontanamente ciò che la borghesia degli altri paesi dell’Europa occidentale possiede già da lungo tempo, e lasciano intatto l’obbrobrio principale: il sistema delle concessioni burocratiche. Per il proletariato, anche indipendentemente da tutto ciò, tutte le leggi sulla libertà di domicilio, sulla povertà, sull’abolizione dei passaporti ed altre ancora, sono rese del tutto illusorie dalla comune prassi poliziesca.
 
Ciò che è molto più importante dei capitali avvenimenti di stato del 1866 è l’incremento, verificatosi in Germania dal 1848, dell’industria, del commercio, delle strade ferrate, dei telegrafi e della navigazione a vapore transoceanica. Per quanto questo progresso sia molto meno avanzato di quello che si è realizzato nello stesso tempo in Inghilterra e persino in Francia, è cosa inaudita per la Germania e, in 20 anni, ha fatto più di quanto in altre epoche abbia fatto un secolo intero. Solo ora la Germania è stata immessa in modo serio ed irrevocabile nel commercio mondiale. I capitali degli industriali hanno avuto un rapido accrescimento e la posizione sociale della borghesia si è elevata corrispondentemente. Il sintomo più sicuro del fiorire dell’industria, la truffa, è in pieno fervore ed ha aggiogato al suo carro di trionfo conti e duchi. Oggi il capitale tedesco – gli sia lieve la terra – costruisce le strade ferrate russe e rumene, mentre, non più di 15 anni fa, le ferrovie tedesche andavano mendicando aiuti dagli imprenditori inglesi. Come è possibile, allora, che la borghesia non abbia conquistato anche politicamente il potere e si comporti verso il governo con tanta viltà?
 
La borghesia tedesca ha la disgrazia di arrivare troppo tardi, proprio alla maniera che i tedeschi prediligono. E così fiorisce in un periodo in cui la borghesia degli altri paesi dell’Europa occidentale è ormai politicamente al tramonto. In Inghilterra la borghesia non ha potuto portare al governo il proprio rappresentante Bright altrimenti che con un allargamento del suffragio elettorale, che come sua conseguenza, dovrà porre fine a tutto il potere della borghesia. In Francia, dove la borghesia, come tale, come classe nel suo complesso, ha avuto il potere sotto la repubblica solo per due anni, nel 1849 e nel 1850, essa ha potuto prolungare la sua esistenza sociale, solo cedendo il suo potere politico a Luigi Bonaparte e all’esercito. Oggi, con un’influenza reciproca così smisuratamente accresciuta dei tre paesi più progrediti dell’Europa non è più assolutamente possibile che la borghesia instauri tranquillamente il suo potere politico in Germania, mentre esso in Inghilterra e in Francia non è più che una sopravvivenza.
 
C’è una particolarità che distingue specificatamente la borghesia da tutte le precedenti classi dominanti: nel suo sviluppo c’è un punto critico oltre il quale ogni ulteriore accrescimento dei mezzi della sua potenza, e perciò anzitutto dei suoi capitali, contribuisce solo a renderla sempre più incapace di esercitare il potere politico. «Dietro ai grossi borghesi stanno i proletari». Proprio nella misura in cui la borghesia sviluppa la sua industria, il suo commercio, i suoi mezzi di comunicazione, nella stessa misura produce il proletariato. E ad un certo punto — che non è detto che debba presentarsi dappertutto nel medesimo momento o al medesimo grado di sviluppo — essa comincia ad accorgersi che questo suo proletario compagno di viaggio è andato più avanti di lei. Da questo momento, la borghesia perde la capacità di esercitare egemonicamente il proprio potere politico, e cerca degli alleati, con i quali dividere il potere o ai quali cederlo interamente, a seconda delle circostanze.
 
Per la borghesia tedesca questo punto critico sopraggiunse già nel 1848; e in quel momento essa si spaventò non tanto del proletariato francese, quanto del proletariato tedesco. La battaglia di Parigi del giugno 1848 le fece vedere che cosa essa doveva aspettarsi, e il proletariato tedesco era proprio abbastanza agitato per mostrarle che anche qui si era già seminato per lo stesso raccolto. Da quel giorno all’azione politica della borghesia tedesca fu mozzata la punta. Essa si diede a cercare alleati, si offerse a qualsiasi prezzo, e ancor oggi non è andata avanti di un passo.
 
Questi alleati sono tutti di natura reazionaria. Essi sono la monarchia col suo esercito e la sua burocrazia, la grande nobiltà feudale, i piccoli nobilotti di campagna e perfino i preti. Con tutti costoro la borghesia è venuta a patti ha tenuto conciliaboli, soltanto per salvare la sua pelle diletta finché, alla fine, non le è rimasto proprio più nulla da trafficare. Quanto più il proletariato si sviluppa, quanto più comincia ad avere coscienza di classe, ad agire come classe, tanto più pusillanimi diventano i borghesi. Allorché a Sadowa la strategia dei prussiani, mirabilmente infelice, riportò la vittoria su quella degli austriaci, mirabilmente ancor più infelice, era difficile dire chi respirasse a polmoni più pieni, se il borghese prussiano, che, anche lui, era stato battuto a Sadowa o l’austriaco.
 
I nostri grandi borghesi continuano ad agire nel 1870 proprio come agirono i borghesi medi del 1525. Quanto ai piccoli borghesi artigiani e mercanti, essi resteranno sempre gli stessi. Sperano di arrampicarsi all’alta borghesia, temono di precipitare nel proletariato. E così tra la speranza e il timore, durante la lotta salveranno la loro preziosa pelle, e dopo la lotta, si accoderanno al vincitore. E’ la loro natura.
 
Dal 1849 l’azione sociale e pratica del proletariato ha tenuto il passo con lo slancio dell’industria. Il ruolo che gli operai tedeschi, con i loro sindacati, con le loro cooperative, con le loro unioni ed assemblee politiche, hanno nelle elezioni, e nel cosiddetto Reìchstag dimostra da solo quale rivolgimento abbia subito inosservatamente la Germania negli ultimi 20 anni. Ridonda a massimo onore degli operai tedeschi il fatto che essi da soli sono riusciti a mandare in parlamento operai e rappresentanti di operai, mentre a questo non sono ancora arrivati né francesi né inglesi.
 
Ma anche il proletariato non si sottrae ancora al parallelo con il 1525. La classe che trae i mezzi di sostentamento esclusivamente e per tutta la vita dal salario è pur sempre ben lontana dal costituire la maggioranza del popolo tedesco. Perciò anche il proletariato è alla ricerca di alleati e non li può cercare che tra i piccoli borghesi, nel sottoproletariato delle città, tra i piccoli agricoltori e salariati agricoli.
 
Dei piccoli borghesi abbiamo già parlato. Di loro non ci si può assolutamente fidare, tranne che quando si è vinto. Allora se ne vanno per le birrerie gridando in modo da assordare. Tuttavia tra loro ci sono degli elementi molto buoni, i quali si uniscono spontaneamente agli operai.
 
Il sottoproletariato, questo mazzo di elementi squalificati di tutte le classi, che pianta il suo quartiere generale nelle grandi città, è il peggiore di tutti i possibili alleati. E’ una plebaglia assolutamente venale e assolutamente impudente. Se gli operai francesi, nel corso di ogni rivoluzione, scrivevano sui muri delle case: «Mort aux voleurs!». (Morte ai ladri!), e ne fucilavano anche alcuni, questo non accadeva perché fossero pieni d’entusiasmo per la proprietà ma perché, giustamente, erano consapevoli che bisognava anzitutto tenersi alla larga da questa banda. Ogni dirigente della classe operaia che usa questi straccioni come guardia, o che si basa su di loro, solo per questo dimostra già di essere un traditore del movimento.
 
I piccoli contadini – infatti i grandi fanno parte della borghesia – sono di specie diversa. O sono contadini feudali e in questo caso sono ancora tenuti alle corvées per i loro graziosi signori. Dopo che la borghesia, venendo meno a quello che era il proprio compito, ha omesso di affrancare costoro dal servaggio feudale, non sarà difficile convincerli che solo dalla classe operaia essi devono aspettare la propria redenzione.
 
O sono fittavoli. In questo caso si presenta quasi sempre una situazione uguale a quella che esiste in Irlanda. Il fitto è talmente salato, che il contadino con la sua famiglia può a stento tirare avanti la vita quando il raccolto è normale e, quando il raccolto e cattivo, è ridotto quasi alla fame, non può pagare il fitto e, per questo, cade completamente alla mercé della buona grazia del padrone. Per costoro la borghesia fa qualche cosa solo se vi è proprio costretta. Da chi possono dunque sperare salvezza se non dagli operai?
 
Restano i contadini che coltivano il loro piccolo appezzamento. Questi, per lo più, sono così oppressi dalle ipoteche che dipendono dall’usuraio proprio come i fittavoli dal padrone. Anche a loro rimane una remunerazione del lavoro molto esigua e, per giunta, straordinariamente incerta, in dipendenza delle buone e delle cattive annate. Meno di tutti possono aspettarsi qualcosa dalla borghesia poiché sono spremuti proprio dai borghesi, dai capitalisti usurai. Ma essi sono enormemente attaccati alla loro proprietà, per quanto, in realtà, essa appartenga all’usuraio e non a loro. Tuttavia, bisogna portarli a capire che potranno svincolarsi dall’usuraio, solo quando un governo, che sia veramente emanazione del popolo, converta tutti quanti i debiti ipotecari in un solo debito verso lo stato e riduca con ciò il tasso di interesse. Ma questo può imporlo solo la classe operaia.
 
Dappertutto dove domina la media e la grande proprietà fondiaria, i salariati agricoli costituiscono la classe più numerosa nella campagna. Questo è il caso che si verifica in tutta la Germania settentrionale ed orientale, e qui gli operai dell’industria delle città trovano i loro più numerosi e più naturali alleati. La posizione del capitalista di fronte all’operaio dell’industria non differisce dalla posizione del grande proprietario fondiario o del grande affittuario di fronte ai salariati agricoli. Perciò le misure che giovano all’uno devono giovare anche all’altro. Gli operai dell’industria si possono liberare solo se trasformano in proprietà della società, cioè in loro proprietà, sfruttata da loro stessi in comune, il capitale dei borghesi, cioè le materie prime, le macchine, gli utensili, i viveri necessari alla produzione. Parimenti gli operai agricoli possono essere redenti dalla loro spaventosa miseria, solo se sottraggono alla proprietà privata dei grossi contadini e dei feudatari, ancora più grandi, la terra, oggetto principale del loro lavoro, e la trasformano in proprietà sociale, coltivata da cooperative agricole, in vista del loro utile comune. E qui veniamo alla famosa risoluzione del Congresso operaio internazionale di Basilea’[3], la quale dice che la società ha interesse alla trasformazione della proprietà fondiaria in proprietà comune della nazione. Questa risoluzione è stata formulata specialmente per i paesi in cui esiste la grande proprietà fondiaria e, connessa con questa, la conduzione di grandi fondi con un solo padrone e molti giornalieri agricoli. Ma in Germania queste condizioni sono sempre ancora prevalenti, e perciò la risoluzione aveva proprio per la Germania un’attualità grandissima, seconda soltanto a quella che aveva per l’Inghilterra. Il proletariato agricolo, i salariati agricoli: ecco la classe da cui vengono reclutati in gran massa gli eserciti dei principi; ecco la classe che ora, grazie al suffragio universale, manda in parlamento questa grande quantità di feudatari e di Junker! Ma ecco anche la classe più vicina agli operai dell’industria delle città, che divide con loro le medesime condizioni di vita, che langue in una miseria perfino maggiore della loro. Questa classe è impotente perché è sparpagliata e dispersa, ma il governo e l’aristocrazia a tal punto ne conoscono l’occulta potenza, che lasciano in abbandono le scuole col preciso proposito di fare che essa resti nella più assoluta ignoranza. Risvegliare questa classe, immetterla nel proprio movimento: questo è il compito più immediato e più urgente del movimento operaio tedesco. Dal giorno in cui la massa dei salariati agricoli avrà compreso quali sono i suoi interessi autentici, da quel giorno in Germania non sarà più possibile un governo reazionario, feudale, burocratico o borghese.
 
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Le righe precedenti sono state scritte più di quattro anni fa. Ma anche oggi esse conservano la loro validità. Ciò che era giusto dopo Sadowa e la divisione della Germania è confermato dopo Sedan e dopo la fondazione del Sacro impero tedesco di nazione prussiana. Tanto poco i capitali avvenimenti di stato della cosiddetta politica «che scuotono il mondo», possono alterare il corso del movimento storico.
 
Una cosa questi capitali avvenimenti di stato possono fare: accelerare la velocità di questo movimento. E, a questo proposito, gli autori di questi «avvenimenti che scuotono il mondo» hanno conseguito successi involontari, successi che certamente erano ben lontani dal desiderare, ma a cui, vogliano o non vogliano, devono rassegnarsi.
 
Già la guerra del 1866 scosse la vecchia Prussia sin dalle sue fondamenta. Era costato già molta fatica, dopo il 1848, ricondurre alla vecchia disciplina gli elementi ribelli dell’industria — borghesi e proletari — appartenenti alle province occidentali, ma ci si era riusciti e l’interesse dei Junker delle province orientali, accanto a quello dell’esercito, era ritornato ad essere l’interesse dominante dello stato. Col 1866 diventò prussiana quasi tutta la Germania nord occidentale e, a prescindere dall’incurabile danno morale che la corona prussiana per grazia di Dio trasse dall’avere inghiottito tre altre corone per grazia di Dio, il centro di gravità della monarchia si spostò considerevolmente verso occidente. E così i 5 milioni di renani e vestfaliani furono rafforzati, con l’Unione germanica del Nord, in un primo tempo e direttamente da 4 milioni, e in un secondo tempo indirettamente da 6 milioni di tedeschi che venivano annessi. Nel 1870[4] , poi, si aggiunsero gli 8 milioni di tedeschi sud occidentali; cosicché, nel nuovo Reich ai 14 milioni e mezzo di vecchi prussiani (delle 6 province dell’Elba orientale tra i quali per giunta vi erano 2 milioni di polacchi) stavano di fronte circa 25 milioni che da gran tempo avevano superato il vecchio feudalesimo prussiano dei Junker. Così proprio le vittorie dell’esercito prussiano vennero a spostare completamente la base dell’edificio dello stato prussiano, e il potere dominante dei Junker divenne sempre più insopportabile perfino al governo. Ma contemporaneamente lo sviluppo industriale spaventosamente rapido aveva messo, al posto della lotta tra i Junker e i borghesi, la lotta tra i borghesi e gli operai, cosicché le basi sociali del vecchio stato avevano subito, anche nel loro intimo, una trasformazione completa. La monarchia, che dopo il 1840 si andava lentamente putrefacendo, aveva avuto come sua condizione fondamentale la lotta tra nobiltà e borghesia, nella quale essa manteneva l’equilibrio. Dall’istante in cui non si trattava più di difendere la nobiltà dalla pressione della borghesia, ma di difendere tutte le classi possidenti dalla pressione della classe operaia, la monarchia assoluta fu costretta a trapassare completamente in quella forma di stato che era stata elaborata proprio per questo fine: la monarchia bonapartista. Questo passaggio della Prussia al bonapartismo è stato spiegato da me altrove (Questione delle abitazioni, 2° fasc., p. 26 e sgg.). Ciò che io non dovevo mettere in rilievo in quello scritto e che qui invece è essenzialissimo si è che questo passaggio fu il più grande progresso fatto dalla Prussia dopo il 1848: tale era lo stato di arretratezza in cui era rimasta la Prussia rispetto al moderno processo di sviluppo! Essa era tuttora uno stato semifeudale, mentre il bonapartismo è, in ogni caso, una forma moderna di stato che ha come suo presupposto la soppressione del feudalesimo. La Prussia deve dunque decidersi a farla finita con i suoi numerosi residui feudali, e a sacrificare la sua nobiltà campagnola di tipo feudale. Naturalmente questo si compie nella forma più dolce e secondo l’amato ritornello: chi va piano va sano. Prendiamo come esempio il famosissimo ordinamento distrettuale. Esso sopprime i privilegi feudali del singolo Junker sul suo fondo, ma solo per ristabilirli nella forma di privilegi della comunità dei grandi proprietari terrieri per tutto quanto il distretto. La cosa rimane, solo viene tradotta dal linguaggio feudale nel linguaggio borghese. Si costringe il vecchio Junker prussiano a diventare qualcosa come uno squire inglese; ed egli non ha proprio niente da opporre, perché l’uno è stupido quanto l’altro.
 
Cosicché la Prussia ha il singolare destino di compiere alla fine di questo secolo e nella gradevole forma del bonapartismo la sua rivoluzione borghese, iniziata nel periodo dal 1808 al 1813 e spinta avanti per un certo tratto nel 1848. E se tutto andrà bene, se il mondo avrà la compiacenza di restare tranquillo, e se noi tutti vivremo abbastanza, forse nell’anno 1900 potremo vedere che il governo prussiano ha abbandonato tutte le istituzioni feudali e che la Prussia finalmente giunge al punto in cui la Francia si trovava nel 1792.
 
Abolizione del feudalesimo vuol dire, esprimendoci positivamente, instaurazione dei regime borghese. Nella misura in cui i privilegi nobiliari cadono, la legislazione diventa borghese. E qui tocchiamo il punto centrale del rapporto tra la borghesia tedesca e il governo. Noi abbiamo visto che il governo è costretto ad introdurre queste lente e meschine riforme. Ma esso presenta alla borghesia ognuna di queste piccole concessioni come un sacrificio fatto per i borghesi, come una concessione strappata con fatica e con forza alla corona, per cui anch’essi, i borghesi, dovrebbero, a loro volta, fare delle concessioni al governo. E la borghesia, quantunque veda abbastanza chiaramente il reale stato delle cose, si presta a lasciarsi ingannare. Da ciò ha avuto origine quel tacito accordo che costituisce la base sottintesa di tutti i dibattiti del Reichstag e della Camera a Berlino: da una parte il governo, a galoppo di lumaca, riforma le leggi nell’interesse della borghesia, elimina gli ostacoli che provengono all’industria dalla feudalità e dall’esistenza di una congerie di piccoli stati, stabilisce l’unità di moneta, di pesi e di misure, introduce la libertà di esercizio professionale ecc. e, con la libertà di domicilio, mette la forza di lavoro tedesca ad illimitata disposizione del capitale, favorisce il commercio e la truffa; dall’altra parte, la borghesia abbandona al governo ogni effettivo potere politico, vota imposte, prestiti e soldati, e aiuta a redigere tutte le nuove leggi sulle riforme in modo tale che il vecchio potere della polizia sulle persone non gradite resti in piena efficienza. La borghesia compra la sua graduale emancipazione sociale con la pronta rinunzia al proprio potere politico. Naturalmente il motivo principale che rende un tale contratto accettabile dalla borghesia non è la paura del governo, ma la paura del proletariato.
 
Per quanto la nostra borghesia sul piano politico proceda miserevolmente, non si deve negare che per quello che riguarda l’industria e il commercio, essa finalmente assolve il proprio compito. Lo slancio industriale e commerciale che abbiamo messo in rilievo nell’introduzione alla seconda edizione, da allora si è sviluppato con un’energia ancora molto maggiore. Sotto questo rapporto quello che è avvenuto dopo il 1869 nel distretto industriale renano-vestfalico è assolutamente inaudito per la Germania e ricorda lo slancio che si è avuto nei distretti industriali inglesi al principio di questo secolo. E sarà così anche in Sassonia e nell’Alta Slesia, a Berlino, ad Hannover e nelle città marittime. Finalmente abbiamo un commercio mondiale, una vera grande industria, una borghesia veramente moderna, e perciò abbiamo anche subìto una vera crisi, e parimente abbiamo un autentico e forte proletariato.
 
Per lo storico futuro il fragore delle battaglie di Spichern, di Mars-la-Tour e di Sedan e le conseguenze che ne sortirono avranno minor valore per la storia della Germania, dal 1869 al 1874, dello sviluppo senza pretese, tranquillo ma ininterrotto, del proletariato tedesco. Pure, nel 1870 gli operai tedeschi subirono una dura prova: la provocazione di guerra di Luigi Bonaparte e il suo effetto naturale, cioè il generale entusiasmo nazionale in Germania. Ma gli operai tedeschi non si lasciarono sviare neanche per un istante: in loro non apparve il più piccolo moto di sciovinismo nazionale. In mezzo alla più folle ebbrezza per la vittoria essi si mantennero freddi e richiesero «condizioni eque di pace con la repubblica francese e nessuna annessione». Neppure lo stato d’assedio li poté ridurre al silenzio. Né la gloria dei combattimenti né l’evocazione della «magnificenza del Reich tedesco» ebbero presa su loro. Il loro unico fine rimase la liberazione di tutto il proletariato europeo. Si può ben dirlo: in nessun altro paese gli operai sono stati sinora sottoposti ad una prova così dura né l’hanno superata così brillante. mente.
 
Allo stato d’assedio del tempo di guerra, seguirono i processi di alto tradimento, di lesa maestà, di offese a pubblici funzionari, nonché le angherie sempre crescenti della polizia: cose, queste, proprie del tempo di pace. Il Volksstaat[5] aveva regolarmente da tre a quattro redattori in carcere nello stesso tempo, e gli altri giornali in proporzione. Ogni oratore del partito che fosse appena noto era processato almeno una volta all’anno e regolarmente condannato. Bandi, confische, scioglimenti di assemblee si seguivano fitti come la grandine. Ma tutto invano: al posto di chi veniva arrestato o bandito subentrava subito un altro; per ogni assemblea che veniva sciolta ne indicevano altre due e dappertutto si aveva ragione dell’arbitrio della polizia, con la fermezza e con la precisa osservanza della legge. Tutte le persecuzioni ottenevano un effetto contrario al previsto: anziché spezzare il partito operaio o anche solamente piegarlo, facevano accorrere tra le sue file sempre nuove reclute e ne rafforzavano l’organizzazione.
 
Nella loro lotta contro le autorità così come contro i singoli borghesi, gli operai si mostravano dappertutto intellettualmente e moralmente superiori, e nei loro conflitti con i così detti datori di lavoro, mostravano che ora essi, gli operai, erano gli uomini colti e che i capitalisti, invece, erano degli uomini rozzi. Inoltre essi conducevano la lotta per lo più con un senso di umorismo che è la prova migliore di quanto fossero sicuri della loro causa e consapevoli della loro superiorità.
 
Una lotta condotta così, su un terreno già storicamente preparato, deve dare grandi risultati. I successi ottenuti nelle elezioni del gennaio restano sino ad ora un esempio unico nella storia del movimento operaio moderno, e lo stupore che essi hanno suscitato in tutta l’Europa era perfettamente giustificato.
 
Gli operai tedeschi hanno due vantaggi essenziali sugli operai del resto dell’Europa. In primo luogo essi appartengono al popolo più portato alla teoria dell’Europa ed hanno conservato il senso teorico, così totalmente perduto nei così detti «uomini colti» della Germania. Senza il precedente della filosofia tedesca e precisamente della filosofia di Hegel, il socialismo scientifico tedesco — l’unico socialismo scientifico che sia mai esistito — non sarebbe mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo senso teorico, il socialismo scientifico non si sarebbe mai cambiato in sangue e carne in così grande misura come è effettivamente accaduto. E quale incommensurabile vantaggio sia questo, si rivela da una parte se si tenga presente l’indifferenza verso tutte le teorie, che è una delle cause principali per cui il movimento operaio inglese, malgrado tutta la notevole organizzazione dei singoli sindacati, avanza così lentamente, e, dall’altra parte, se si tengano presenti la confusione e le storture che il proudhonismo ha provocato, nella sua forma originaria nei francesi e nei belgi, e, più tardi, nella caricatura che ne fece Bakunin, negli spagnoli e negli italiani.
 
Il secondo vantaggio è costituito dal fatto che i tedeschi sono arrivati quasi ultimi nel movimento operaio dell’epoca. Come il socialismo tedesco non dimenticherà mai che esso, diremo, poggia sulle spalle di Saint-Simon. Fourier e Owen, tre uomini che, con tutta la loro fantasticheria e tutto il loro utopismo, sono tra le teste più fini di tutti i tempi e hanno anticipate infinite cose che noi oggi dimostriamo scientificamente, così il movimento operaio pratico tedesco non può mai dimenticare che esso si è sviluppato sulle spalle del movimento inglese e francese, che può con tutta semplicità trarre profitto dalle loro esperienze acquistate a così caro prezzo, ed evitare ora i loro errori che erano allora inevitabili. Senza il gigantesco impulso dato specialmente dalla Comune di Parigi, dallo sviluppo precedente delle trade unions inglesi e dalle lotte politiche degli operai francesi, a che punto saremmo noi ora?
 
Si deve riconoscere che gli operai tedeschi hanno sfruttato con rara intelligenza la loro posizione vantaggiosa. Infatti, per la prima volta dacché esiste il movimento operaio, la lotta viene condotta unitariamente, coerentemente e secondo un piano che si svolge su tre linee: teorica, politica e pratico-economica (resistenza ai capitalisti). La forza e l’invincibilità del movimento tedesco sta precisamente in questo attacco che potremmo dire concentrico.
 
Da una parte per questa loro privilegiata posizione, dall’altra per le particolarità insulari del movimento inglese la violenta repressione del movimento francese, gli operai tedeschi sono per il momento all’avanguardia della lotta proletaria. Per quanto tempo gli avvenimenti lasceranno loro questo posto d’onore non si può dire. Ma sino a quando lo occuperanno, è sperabile che essi eseguiranno il loro compito come si conviene. Per questo occorre che gli sforzi siano raddoppiati in ogni campo della lotta e dell’agitazione. Precisamente sarà dovere di tutti i dirigenti chiarire sempre più tutte le questioni teoriche, liberarsi sempre più completamente dall’influsso delle frasi fatte proprie della vecchia concezione del mondo, e tenere sempre presente che il socialismo, da quando è diventato una scienza, va trattato come una scienza, cioè va studiato. Ma l’importante sarà poi diffondere tra le masse, con zelo accresciuto, la concezione che così si è acquisita e che sempre più si è chiarita, e rinsaldare sempre più fermamente l’organizzazione del partito e dei sindacati. Per quanto i voti socialisti espressi in gennaio rappresentino già un buon esercito[6], esso è ancora molto lontano dal costituire la maggioranza della classe operaia; per quanto incoraggianti siano i successi raggiunti dalla propaganda tra la popolazione rurale, proprio qui resta ancora infinitamente da fare.
 
Non c’è da accusare stanchezza nella lotta: c’è invece da strappare al nemico una città dopo l’altra, una circoscrizione elettorale dopo l’altra. E soprattutto c’è da mantenere puro il senso puramente internazionalistico, che non lascia adito a nessuno sciovinismo patriottico e che saluta con gioia ogni nuovo passo in avanti del movimento proletario, senza nessuna differenza, quale che sia la nazione da cui esso provenga. Se gli operai tedeschi così andranno avanti, non perciò marceranno alla testa del movimento — anzi non è affatto nell’interesse del movimento che gli operai di una singola nazione, quale che essa sia, marcino alla testa del movimento — ma tuttavia occuperanno un posto degno di onore nella linea del combattimento; e saranno pronti in armi, se o dure prove inattese o grandi avvenimenti esigeranno maggiore coraggio, maggiore decisione ed energia.
 
Londra, 1. luglio 1874.
Friedrich Engels
 
***
 
Anche il popolo tedesco ha la sua tradizione rivoluzionaria. Ci fu un tempo in cui la Germania produsse personalità che possono stare al livello dei rivoluzionari degli altri paesi, in cui il popolo tedesco diede prova di una costanza, di un’energia che, in una nazione centralizzata, avrebbero dato i risultati più grandiosi, in cui i contadini e i plebei tedeschi concepirono idee e piani di fronte ai quali i loro discendenti indietreggiano spaventati.
 
E’ venuto il momento, di fronte al temporaneo rilassamento che dopo due anni di lotta appare un po’ dappertutto, di presentare ancora una volta al popolo tedesco i profili rudi, ma forti e tenaci, della grande guerra dei contadini. Tre secoli sono passati da allora e qualcosa è cambiata: eppure la guerra dei contadini non è tanto remota dalle lotte che noi conduciamo al presente, e gli avversari contro cui dobbiamo combattere, sono in massima parte sempre gli stessi. Le classi e le frazioni delle classi che dappertutto nel 1848 e 1849 hanno tradito, le ritroveremo traditrici già nel 1525, per quanto esse fossero a un grado più basso di sviluppo. E se il vigoroso vandalismo della guerra dei contadini, nel movimento degli ultimi anni, si è affermato solo localmente, nell’Odenwald, nella Selva Nera e nella Slesia, questo non è certo in nessun caso un privilegio di cui goda l’insurrezione moderna.
 


Note:
[1] «Nuova gazzetta renana. rivista politico-economica». Si pubblicò ad Amburgo sotto la direzione di Marx ed Engels nel 1850. Ne uscirono complessivamente 6 fascicoli
[2] Nel 1866 scoppiò una guerra sanguinosa, ma di breve durata, tra l’Austria e la Prussia (di quest’ultima era alleata l’Italia). La vittoria delle truppe prussiane a Sadowa e la conclusione del conflitto (pace di Praga, 23 agosto 1866) segnarono lo scioglimento della Confederazione germanica e l’estromissione dell’impero d’Austria dalla vita della Germania, che si avviò alla propria unità sotto l’egemonia della Prussia.
[3] Questo congresso della I° Internazionale ebbe luogo nel settembre 1869
[4] il 19 luglio 1870 provocata da Bismarck, scoppiò la guerra tra la Francia e la Prussia. La campagna si concluse in sei settimane con la sconfitta della Francia. Risultato del conflitto tu la costituzione dell’impero tedesco di cui, pur riluttanti, fecero parte anche Il Baden, Il Württemberg e la Baviera, la quale fu costretta a riconoscere il titolo di Imperatore al re di Prussia, pur conservando alcune prerogative sovrane
[5] Organo socialdemocratico, bisettimanale, pubblicato a Lipsia tra il 1869 e il 1876 sotto la direzione di Guglielmo Liebknecht. 
[6] Nelle elezioni del 1874 i socialdemocratici ebbero 351.670 voti, marcando un aumento del 200 % rispetto al 1871.
 
 
Capitolo I
 
Rifacciamoci, anzitutto, alla situazione della Germania al principio del secolo decimosesto.
 
Nei secoli decimoquarto e decimoquinto l’industria tedesca aveva preso uno slancio considerevole. Al posto dell’industria locale rurale del periodo feudale era subentrata l’attività industriale delle corporazioni cittadine, che produceva per zone più vaste e perfino per mercati lontani.
 
La tessitura di grossolane stoffe di lane e di tela era allora un’industria stabile e diffusa; e già ad Augusta si manifatturavano perfino tessuti fini di lana e di tela e seterie. Accanto alla tessitura si era sviluppata in modo particolare quell’industria artistica che trovava alimento nel lusso dei laici e degli ecclesiastici del basso Medioevo: l’industria degli orafi e degli argentieri, degli statuari e degli intagliatori, degli incisori su rame e su legno, degli armaioli, dei medaglisti, dei tornitori ecc. ecc. Allo sviluppo dell’industria aveva contribuito in modo essenziale una serie di invenzioni più meno importanti, il cui apogeo fu rappresentato da quelle della polvere da sparo e della stampa. Il commercio progrediva di pari passo con l’industria. L’Ansa[1] aveva assicurato, con il suo monopolio del mare, il risorgimento della Germania dalla barbarie medioevale, e se anche, dopo la fine del secolo decimoquinto, la Germania cominciò a soggiacere di fronte alla concorrenza degli inglesi e degli olandesi, pure, nonostante le scoperte di Vasco di Gama, la grande via commerciale dalle Indie al Nord continuava a passare per la Germania e Augusta rimaneva sempre il grande scalo per le seterie italiane, le spezie delle Indie e tutti i prodotti del Levante. Le città della Germania settentrionale, specialmente Augusta e Norimberga, erano il centro di una ricchezza e di un lusso considerevoli per quel tempo. Ma anche la produzione delle materie prime si era sviluppata in modo considerevole. Nel secolo decimoquinto i minatori tedeschi erano i più abili del mondo, e il fiorire delle città aveva tratto fuori dalla rozzezza del primo Medioevo anche l’agricoltura. Non solo, infatti, furono dissodate vaste estensioni di terreno, ma si coltivarono erbe tintorie e altre varietà importate, la cui coltura, che richiedeva particolari cure, ebbe un effetto favorevole sull’agricoltura in generale.
 
Tuttavia, lo sviluppo della produzione nazionale della Germania non aveva tenuto il passo con la produzione degli altri paesi. L’agricoltura era molto arretrata rispetto a quella inglese e olandese, arretrata l’industria rispetto a quella italiana, fiamminga e inglese, e sul mare gli inglesi e particolarmente gli olandesi cominciavano già ad eliminare i tedeschi. La popolazione rimaneva ancora molto disseminata.
 
In Germania la vita culturale esisteva solo qua e là, raggruppata intorno a singoli centri industriali e commerciali, e gli interessi di questi centri erano molto divergenti, e a stento qua e là avevano qualche punto di contatto. Il Sud aveva vie di traffico e mercati di sbocco assolutamente diversi da quelli del Nord, mentre l’Est e l’Ovest erano quasi tagliati fuori da ogni traffico. Nessuna singola città era poi in condizione di diventare il centro industriale e commerciale di tutto il paese, come per esempio era già Londra per l’Inghilterra. Tutte le comunicazioni interne si limitavano esclusivamente alla navigazione costiera e fluviale e a poche grandi vie di comunicazione commerciali, che portavano da Augusta e Norimberga ai Paesi Bassi passando per Colonia e, al Nord, passando per Erfurt. Lontano dai fiumi e dalle strade commerciali c’era un certo numero di città minori, che. escluse dalle grandi vie di traffico, continuavano indisturbate a vegetare nelle condizioni di vita del tardo Medioevo, consumando poche merci importate e poco producendo per l’esportazione. Della popolazione rurale, solo la nobiltà veniva in contatto con circoli più vasti e con nuovi bisogni, mentre la massa dei contadini non oltrepassava mai i limiti delle relazioni locali più prossime e l’angusto orizzonte che aprivano.
 
Mentre in Inghilterra e in Francia lo sviluppo del commercio e dell’industria ebbe come conseguenza il concatenamento degli interessi in tutto il paese e quindi l’accentramento politico, la Germania non arrivò che al raggruppamento degli interessi sul piano delle provincie e di centri puramente locali, e con ciò al frazionamento politico: frazionamento che ben presto si consolidò stabilmente con l’esclusione della Germania dal commercio mondiale. Nella misura in cui l’Impero schiettamente feudale si dissolveva, il vincolo che teneva legate le varie parti dell’impero si scioglieva; i grandi feudatari imperiali si trasformavano in principi quasi indipendenti, mentre, da una parte le città imperiali, dall’altra i cavalieri dell’Impero stringevano leghe, ora per combattersi vicendevolmente, ora per combattere contro i principi o contro l’imperatore. Il potere imperiale, dubitando perfino della propria posizione, oscillava incerto tra i diversi elementi che costituivano l’Impero e perciò perdeva sempre più di autorità. I suoi tentativi di centralizzazione nella forma usata da Luigi XI, malgrado tutti gli intrighi e tutte le violenze, non andarono al di là di un raggruppamento dei paesi ereditari austriaci. In questa confusione, in questi conflitti che si intrecciavano all’infinito, quelli che esclusivamente guadagnavano, e dovevano guadagnare, furono i rappresentanti dell’accentramento sul piano del frazionamento, i rappresentanti dell’accentramento locale e provinciale, i principi, accanto ai quali lo stesso imperatore divenne sempre più un principe come gli altri.
 
In queste condizioni, la posizione delle classi tramandate dal Medioevo si cambiò in modo essenziale, e accanto alle vecchie classi ne sorsero delle nuove.
 
Dall’alta nobiltà erano sorti i principi. Essi erano già quasi interamente indipendenti dall’imperatore ed erano in possesso della maggior parte dei diritti sovrani: facevano guerra o pace di loro iniziativa, tenevano eserciti permanenti, indicevano diete e imponevano balzelli. Inoltre, avevano già sottomesso al loro potere una gran parte della piccola nobiltà e delle città e continuavano ad usare qualsiasi mezzo per incorporare ai loro territori anche le altre città e gli altri domini feudali che dipendevano direttamente dall’Impero. Così, la loro azione, mentre verso questi elementi era rivolta ad accentrare, nei confronti dell’autorità imperiale era rivolta a decentrare. All’interno il loro governo era già assolutistico. Non convocavano gli stati[2] se non quando non avrebbero potuto aiutarsi in altra maniera; imponevano tributi e prendevano denaro a loro arbitrio; il diritto di approvare i tributi, che apparteneva agli stati, raramente fu riconosciuto e ancora più raramente applicato. Ma anche in questo caso, il principe aveva abitualmente la maggioranza attraverso i due stati che erano esenti dal pagamento delle imposte mentre partecipavano al loro godimento: i cavalieri e i prelati. Il bisogno di denaro del principe cresceva con l’estendersi del lusso e delle spese per il mantenimento della corte con la costituzione degli eserciti permanenti, col costo crescente del governo. La pressione fiscale diventò quindi sempre più aspra. Ma le città erano al riparo da essa per via dei loro privilegi. Cosicché tutto il peso fiscale ricadeva sulle spalle dei contadini, tanto di quelli che appartenevano ai domini del principe, quanto dei servi della gleba, degli emancipati[3] e dei censuari appartenenti ai vassalli. Quando l’imposizione fiscale diretta non era sufficiente, interveniva l’indiretta, e lo manovre più raffinate della tecnica finanziaria furono usate per tappare i buchi del fisco. Quando tutto questo non giovava, quando non c’era più niente da dare in pegno e nessuna città libera voleva più concedere dei crediti, allora si ricorreva ad operazioni monetarie della specie più sporca, sì coniava oro di bassa lega, si imponeva il corso forzoso, alto o basso a seconda che convenisse al fisco. Il traffico dei privilegi delle città o di altri privilegi, che poi venivano ritolti con la violenza per venderli a più caro prezzo, lo sfruttamento di ogni tentativo di opposizione per saccheggi e depredazioni di tutte le specie, ecc., rappresentavano fonti di denaro lucrose e giornaliere per i principi di quel tempo. Anche la giustizia per i principi era un articolo commerciale permanente e tutt’altro che insignificante. In breve, ai sudditi di quell’epoca, i quali avevano inoltre da soddisfare alle bramosie personali dei sovrintendenti e degli ufficiali del principe, fu dato di gustare, in modo sovrabbondante, tutte le delizie del sistema «paterno» di governo.
 
Dalla gerarchia feudale del Medioevo era quasi totalmente scomparsa la nobiltà media. Essa, o si era elevata alla posizione di indipendenza dei piccoli principi o era caduta nella schiera dei piccoli nobili. La piccola nobiltà, la cavalleria, andava incontro rapidamente alla sua dissoluzione. Una gran parte di essa era già caduta in piena miseria e viveva semplicemente, servendo i principi in uffici militari o civili. Un’altra parte stava in una posizione di vassallaggio alle dipendenze dei principi. La parte minore era la nobiltà dell’impero. Lo sviluppo dell’arte della guerra, il crescente valore che assumeva la fanteria, il perfezionamento delle armi da fuoco andavano eliminando l’importanza delle sue prestazioni militari come cavalleria pesante e contemporaneamente non assicurava più l’inespugnabilità dei suoi castelli. Proprio come gli artigiani di Norimberga, i cavalieri diventavano inutili con il progresso dell’industria. Il bisogno che essi avevano di denaro contribuì in modo rilevante alla rovina totale dei cavalieri. Il lusso dei castelli, l’emulazione nello splendore dei tornei e delle feste, il prezzo delle armi e dei cavalli aumentavano con il progredire dello sviluppo sociale, mentre le fonti dei redditi dei cavalieri e dei baroni si accrescevano poco o niente addirittura. Piccole guerre coi relativi saccheggi e spoliazioni, grassazioni e altre analoghe nobili occupazioni erano diventate col tempo troppo pericolose. Il gettito delle imposte e le prestazioni dei sudditi dei signori rendevano poco più di prima. Per sopperire ai loro bisogni in aumento, i graziosi signori dovettero perciò ricorrere agli stessi mezzi dei principi. E così la nobiltà perfezionò ogni anno maggiormente lo scorticamento dei contadini: ai servi della gleba fu succhiata sino all’ultima goccia di sangue, gli emancipati furono aggravati di contribuzioni e di prestazioni sotto pretesti e titoli di ogni sorta. Le corvées, gli interessi, i censi, i laudemi[4], i tributi per il caso di morte, i tributi di protettorato ecc, furono arbitrariamente inaspriti a dispetto di tutti i vecchi contratti. Ci si rifiutava di rendere giustizia o se ne faceva oggetto di traffico. E finalmente, se il cavaliere non aveva proprio nessun altro modo per arraffare il denaro del contadino, lo gettava in catene sulla torre del castello e lo costringeva a ricomprarsi la libertà.
 
Neanche con gli altri stati la piccola nobiltà viveva in rapporti amichevoli. La nobiltà feudale vassalla cercava di diventare nobiltà dell’Impero, mentre la nobiltà dell’Impero cercava di conservare la propria indipendenza: da qui conflitti continui con i principi.
 
Al clero, che nella sua forma pomposa di allora, gli appariva come uno stato assolutamente superfluo, il cavaliere invidiava i grandi beni e le grandi ricchezze accumulate per via del celibato e della costituzione della chiesa. Con le città il cavaliere era sempre ai ferri corti: era indebitato verso di esse, viveva del saccheggio dei loro territori, delle grassazioni che compiva sui loro mercanti, del denaro estorto per il riscatto dei prigionieri fatti durante le sue imprese guerresche contro di loro. E la lotta dei cavalieri contro tutti questi stati, tanto più incrudiva quanto più la questione del denaro diventava per loro una questione vitale.
 
Il clero, rappresentante dell’ideologia feudale, sentiva in misura non minore l’influsso del repentino cambiamento storico. Con l’invenzione della stampa e con le esigenze del commercio esercitato su scala più larga veniva ad essere soppresso non solo il suo monopolio dei primi rudimenti del sapere, ma anche quello dell’alta cultura. La divisione del lavoro si affermava anche nel campo intellettuale! La nuova classe che si veniva costituendo, la classe dei giuristi, lo eliminò da una serie di uffici che conferivano una grande influenza. Quindi anche il clero cominciò in gran parte a diventare superfluo, e del resto esso stesso dimostrava la verità di questo fatto con la sua crescente pigrizia ed ignoranza. Ma quanto più diventava superfluo, tanto più diventava numeroso, grazie alle sue enormi ricchezze che accresceva di continuo usando ogni mezzo possibile.
 
Nel clero si distinguevano due classi diverse. Le gerarchie ecclesiastiche feudali costituivano la classe aristocratica: i vescovi e gli arcivescovi, gli abati, i priori e gli altri prelati. Questi alti dignitari della chiesa o erano dei principi dell’impero essi stessi o, come signori feudali, sotto la sovranità di altri principi, dominavano su vasti territori con un numero infinito di servi della gleba e di affrancati. Essi non soltanto sfruttavano i loro sottoposti senza nessun ritegno, come facevano nobiltà e principi, ma procedevano in modo ancora più spudorato. Oltre alla violenza brutale, misero in moto tutti i soprusi della religione, oltre agli orrori della tortura, gli orrori della scomunica e del rifiuto dell’assoluzione, e tutti gli intrighi del confessionale, pur di estorcere al contadino sino all’ultimo soldo e accrescere il patrimonio ereditario della chiesa. Falsificare documenti rappresentava per queste degne persone un mezzo abituale e prediletto di truffa. Ma, sebbene oltre alle prestazioni feudali ed ai tributi consueti riscuotessero anche le decime, tutte queste entrate non erano ancora sufficienti. Per estorcere al popolo maggiori contributi, si ricorse alla fabbricazione di immagini sacre e di reliquie miracolose, all’organizzazione di luoghi sacri, al traffico delle indulgenze. E tutto ciò durò a lungo e col più felice successo.
 
Questi prelati e la loro sterminata gendarmeria di monaci che si accresceva di continuo con l’estendersi delle persecuzioni politiche e religiose, costituivano l’oggetto su cui si concentrava l’odio per il pretume non solo del popolo, ma anche della nobiltà. Dipendevano direttamente dall’impero e perciò erano di ostacolo ai principi. L’allegra vita di questi ben pasciuti vescovi ed abati e del loro esercito di monaci, tanto più eccitava l’invidia della nobiltà e l’indignazione del popolo che doveva pagarne le spese quanto più colpiva il contrasto tra questo tenore di vita e i loro sermoni.
 
La frazione plebea del clero era costituita dai predicatori di campagna e di città. Essi erano fuori della gerarchia feudale della chiesa e non avevano parte alcuna nelle sue ricchezze. Il loro lavoro era meno controllato, e per quanto esso fosse importante per la chiesa, al momento era molto meno indispensabile dei servizi di polizia dei monaci incasermati. Perciò erano pagati molto peggio e le loro prebende, per lo più, erano molto esigue. Borghesi o plebei per la loro origine, erano abbastanza vicini alle condizioni materiali di vita della massa, per nutrire, malgrado la loro qualità di preti, simpatie borghesi e plebee. La partecipazione ai movimenti dell’epoca era per i monaci solo l’eccezione, per loro la regola. Essi fornirono gli ideologi e i teorici del movimento, e perciò, molti di loro, rappresentanti dei plebei e dei contadini, morirono sul patibolo. Quindi, l’odio popolare contro i preti solo in casi sporadici si volse contro costoro.
 
Come al di sopra dei principi e della nobiltà stava l’imperatore, così al di sopra dell’alto e del basso clero stava il papa. Come all’imperatore si pagavano le imposte dell’Impero, il «soldo comune», così si pagavano al papa le imposte ecclesiastiche generali, con le quali egli faceva fronte al lusso della corte romana. In nessun paese queste imposte ecclesiastiche venivano riscosse — grazie alla potenza e al numero dei preti — con maggiore coscienziosità e con maggiore rigore che in Germania. Così, ad esempio, particolarmente rigorosa era l’esazione delle annate per l’insediamento nei vescovati vacanti. Con l’accrescersi dei bisogni furono escogitati nuovi mezzi per far denaro: commercio di reliquie, indulgenze, giubilei. Così ogni anno grandi somme di denaro partivano dalla Germania per Roma, e la pressione inasprita, non solamente dava impulso all’odio per i preti, ma eccitava anche il sentimento nazionale, particolarmente della nobiltà che era allora la casta più nazionale.
 
Dagli originari piccoli borghesi delle città medioevali si erano sviluppate, col fiorire del commercio e dell’industria, tre frazioni rigidamente separate.
 
Al vertice della popolazione urbana stavano le casate patrizie, la cosiddetta «onorabilità». Erano le famiglie più ricche; solo esse sedevano nel consiglio e in tutti gli uffici cittadini, e perciò non solo amministravano le entrate della città, ma anche le consumavano. Forti della loro ricchezza e della loro posizione aristocratica tradizionale riconosciuta dall’imperatore e dall’impero, sfruttavano in tutte le maniere tanto la comunità cittadina quanto i contadini sudditi della città: praticavano speculazioni usurale sul grano e sul denaro, concedevano monopoli di ogni specie, toglievano alla comunità, uno dopo l’altro, tutti i diritti all’uso comune dei boschi e dei prati, che sfruttavano direttamente per il loro personale tornaconto, imponevano arbitrariamente pedaggi sulle strade, sui ponti e sulle porte, ed altri gravami, trafficavano con i privilegi corporativi, con i diritti di maestranza e di cittadinanza e con la giustizia. Né maggiori riguardi usavano verso i contadini della periferia di quanti ne usassero la nobiltà o i preti. Al contrario i sovrintendenti e i funzionari della città preposti ai villaggi, tutti fior di patrizi, aggiungevano alle durezze e all’avidità degli aristocratici una certa dose di pedanteria burocratica nelle esazioni. Le entrate della città, così raccolte, erano amministrate con il più completo arbitrio; nei registri cittadini la contabilità, pura formalità, era trascurata ed imbrogliata al massimo grado possibile: peculati e ammanchi di cassa erano all’ordine del giorno. Quanto fosse facile allora ad una casta, circondata da ogni lato di privilegi, poco numerosa, tenuta strettamente unita dalla parentela e dall’interesse, arricchirsi con le entrate della città, si comprende quando si pensi al numero di peculati e di frodi che il 1848 ha messo in luce in tante amministrazioni comunali.
 
I patrizi s’erano preso cura di lasciare che i diritti delle comunità cittadine, specie in materia finanziaria, cadessero nel più profondo letargo. Solo più tardi quando le trufferie di questi signori divennero troppo gravi, le comunità cittadine si rimisero in movimento per avocare a sé almeno il controllo sull’amministrazione cittadina; e nella maggior parte delle città esse riconquistarono effettivamente i loro diritti. Ma, con le lotte continue delle corporazioni tra di loro, con la tenacia dei patrizi e con la protezione che trovavano nell’Impero e nei governi delle città legate a loro, ben presto i consiglieri appartenenti al patriziato ristabilirono la loro egemonia effettiva, sia con l’astuzia, sia con la violenza. Difatti al principio del secolo decimosesto in tutte le città la comunità si trovava nuovamente all’opposizione.
 
Nelle città l’opposizione contro il patriziato si divideva in due frazioni che apparvero molto distinte durante la guerra dei contadini.
 
L’opposizione borghese, l’antenata dei nostri liberali di oggi, comprendeva i borghesi ricchi e medi, nonché una parte dei piccoli borghesi, grande o piccola a seconda delle circostanze locali. Le loro rivendicazioni si mantenevano su un terreno puramente costituzionale: essi esigevano il controllo sull’amministrazione cittadina e la partecipazione al potere legislativo, o attraverso la stessa assemblea della comunità cittadina o attraverso una rappresentanza della comunità (maggior consiglio, municipalità); inoltre, la limitazione del nepotismo dei patrizi e dell’oligarchia di poche famiglie che anche in seno al patriziato si manifestava in modo sempre più aperto. Al massimo richiedevano che alcuni seggi del consiglio fossero occupati da borghesi della loro cerchia. Questo partito, che qua e là abbracciava anche la frazione degli scontenti e dei declassati del patriziato, aveva la grande maggioranza nelle assemblee cittadine e nelle corporazioni. I partigiani del consiglio e l’opposizione più radicale messi insieme rappresentano la più ristretta minoranza dei cittadini.
 
Vedremo come, nel corso del movimento del secolo decimoquinto, questa opposizione «moderata», «legale» , «benestante», «intelligente» ebbe lo stesso ruolo e il medesimo successo che ha avuto il suo erede, il partito costituzionale, nel movimento del 1848 e 1849.
 
Del resto, l’opposizione borghese si accaniva ancor più contro i preti, la cui vita allegra, i cui costumi rilassati, suscitavano la sua più profonda riprovazione. Essa esigeva perciò delle misure contro lo scandaloso tenore di vita di queste degne persone, l’abolizione del foro ecclesiastico e della immunità dalle tasse di cui godevano i preti e, infine, la limitazione del numero dei monaci.
 
L’opposizione plebea era costituita dai borghesi declassati e dalla massa degli abitanti delle città esclusi dal godimento dei diritti civici: gli apprendisti delle botteghe artigiane, i salariati, e i numerosi polloni del sottoproletariato nascente che già si riscontrano negli stadi meno evoluti dello sviluppo della città. In generale il sottoproletariato è un fenomeno che, più o meno sviluppato, si presenta in quasi tutte le fasi della società che si sono avute sino ad ora. La moltitudine di gente senza un mestiere e senza fissa dimora in quell’epoca si accrebbe in modo particolare per la decomposizione del feudalesimo in una società in cui ogni mestiere, ogni sfera della vita si trincerava dietro una quantità di privilegi. In nessun paese evoluto c’era mai stato un numero di vagabondi quale si ebbe nella prima metà del secolo decimosesto. Una parte di questi vagabondi, in tempo di guerra, si arruolava nell’esercito, un’altra andava questuando per il paese e, infine, la terza cercava nelle città, con il lavoro salariato a giornata o con ogni altra attività che non fosse soggetta ai vincoli delle corporazioni, di campare la sua vita miserabile. Ora, tutte e tre queste parti ebbero una loro funzione nella guerra dei contadini: la prima negli eserciti dei principi, davanti ai quali i contadini restarono soccombenti, la seconda nelle cospirazioni e nelle bande dei contadini, nelle quali si manifesta ad ogni piè sospinto il suo influsso demoralizzante, la terza nelle lotte dei partiti cittadini. Del resto, non si deve dimenticare che una gran parte di questa classe, precisamente quella che viveva in città, possedeva ancora in notevole misura un nucleo di sana natura contadinesca ed era ancora molto lontana dalla venalità e dalla depravazione proprie del sottoproletariato incivilito dei nostri giorni.
 
Si vede da ciò che l’opposizione plebea nelle città di quel tempo era costituita da elementi molto eterogenei. Essa univa gli elementi declassati della vecchia società feudale e corporativa con l’elemento proletario non ancora sviluppato e, anzi, appena emergente della società borghese moderna in germe. Da una parte artigiani impoveriti delle corporazioni, che erano ancora legati per via dei loro privilegi all’ordinamento della loro classe tuttora in vigore, dall’altra contadini cacciati dalla loro terra, persone di servizio licenziate, che ancora non potevano dirsi proletari. Tra questi due elementi, gli apprendisti delle botteghe artigiane. Essi erano momentaneamente fuori della società ufficiale e per la condizione della loro vita si avvicinavano al proletariato, per quel tanto che questo poteva esistere, tenuti presenti lo stato dell’industria di allora e i privilegi corporativi, ma nello stesso tempo, in virtù di questo privilegio corporativo, erano all’incirca dei futuri maestri veri e propri e appartenevano alla borghesia. Il modo con cui questo miscuglio di elementi si sarebbe inserito nei partiti era estremamente incerto e variabile a seconda delle varie località. Prima della guerra dei contadini, l’opposizione plebea non scese nella lotta politica come partito, ma solo come un’appendice dell’opposizione borghese, appendice turbolenta, avida di saccheggio, capace di vendersi per qualche botte di vino. Solo la sollevazione dei contadini ne fece un partito, ma anche allora, quasi dappertutto, nelle sue rivendicazioni e nella sua azione fu sempre in un rapporto di dipendenza dai contadini; ciò che costituisce una magnifica prova di quanto, allora, la città dipendesse ancora dalla campagna. Nella misura in cui l’opposizione plebea esplica un’azione indipendente, esige l’instaurazione nella campagna dei monopoli dell’industria cittadina e non vuol saperne di una riduzione delle entrate della città determinata dalla abolizione dei gravami feudali che pesavano sui contadini dei dintorni. In breve, nella misura in cui è reazionaria, si subordina ai suoi propri elementi piccolo-borghesi, dando con ciò un esempio caratteristico della tragicommedia che la piccola borghesia moderna rappresenta da tre anni, sotto l’insegna della democrazia.
 
Solo in Turingia, sotto l’influsso diretto di Münzer, e in alcune altre località, sotto l’influenza dei suoi discepoli, la frazione plebea delle città fu trascinata tanto avanti dalla tempesta generale, che l’embrionale elemento proletario prese il sopravvento su tutte le altre frazioni del movimento. Questo episodio che costituisce il punto culminante di tutta quanta la guerra dei contadini, e si raccoglie intorno alla sua figura più grandiosa, Tommaso Münzer, è ad un tempo il più breve. Si comprende facilmente come questa opposizione dovesse nel tempo più breve andare incontro al fallimento, come in essa ci dovesse essere un’impronta alquanto fantastica, e come quindi l’espressione delle sue rivendicazioni dovesse rimanere assolutamente indeterminata. Nelle condizioni di quell’epoca essa trovò appunto il terreno meno propizio.
 
Al di sotto di tutte queste classi, ad eccezione dell’ultima, stava la grande massa degli sfruttati della nazione: i contadini. Sul contadino gravavano tutti gli strati dell’edifico sociale: principi, funzionari, nobiltà, preti, patrizi e borghesi. Appartenesse ad un principe, a un nobile dell’Impero, a un vescovo, a un monastero, a una città, dappertutto era trattato come una cosa, come una bestia da soma e anche peggio. Se era un servo, era alla mercé della buona o cattiva grazia del suo padrone. Se era un emancipato, le sue prestazioni legali, contrattuali erano sufficienti a schiacciarlo, e queste prestazioni venivano accresciute ogni giorno. La massima parte del suo tempo egli la doveva impiegare a lavorare sui beni del suo signore, su quello che guadagnava nelle poche ore libere dovevano essere pagate decime, interesse, censo, dogana, tassa per l’esenzione (imposta militare), imposta regionale, imposta imperiale. Non poteva sposarsi né morire senza pagare un’imposta al padrone. Oltre alle prestazioni feudali ordinarie doveva rendere al suo padrone altri servizi: raccogliere la paglia, raccogliere le fragole, raccogliere i mirtilli, raccogliere le lumache, scovare la selvaggina per la caccia, spaccare la legna ecc. Il diritto di pesca e di caccia apparteneva al signore: se la selvaggina danneggiava il suo raccolto, il contadino doveva starsene tranquillo a guardare. Quasi dappertutto i pascoli e i boschi comunali erano stati dai signori tolti ai contadini con la violenza. E, allo stesso modo che della proprietà, il signore disponeva a suo arbitrio della persona del contadino, nonché di quelle della moglie e delle figlie di lui, Egli aveva infatti il diritto della prima notte. E se poi ciò gli aggradava, gettava il contadino nella torre del castello, dove con la stessa sicurezza con cui oggi lo aspetta il giudice istruttore, allora lo aspettava la tortura. Se invece lo preferiva, lo uccideva, lo faceva decapitare. Di quegli edificanti capitoli della Carolina[5] che trattano «del taglio delle orecchie», «del taglio del naso», «dell’enucleazione degli occhi», «dello stroncamento delle dita e delle mani», «della decapitazione», «del supplizio della ruota», «del supplizio del fuoco», «dell’attanagliare con tenaglie roventi», «dello squartamento», ecc., non ce n’è neanche uno solo che il grazioso padrone o protettore non abbia applicato ai suoi contadini. Chi avrebbe dovuto difenderli? Nei tribunali sedevano baroni, preti, patrizi, oppure giudici che sapevano bene per che cosa erano pagati. Tutte queste classi sociali dell’impero vivevano della spoliazione dei contadini.
 
Malgrado gemessero sotto il terrore dell’oppressione, tuttavia non era facile portare i contadini all’insurrezione. La loro dispersione rendeva estremamente difficile ogni intesa comune. La lunga abitudine alla sottomissione, tramandata di generazione in generazione, in molti luoghi la desuetudine all’uso delle armi, la durezza dello sfruttamento che aumentava o diminuiva a seconda della persona del signore, contribuivano a mantenere i contadini in uno stato di tranquillità. Perciò, almeno in Germania, noi troviamo nel Medioevo un gran numero di insurrezioni locali di contadini, ma non troviamo, prima della guerra dei contadini, neanche una sola sollevazione generale dei contadini su scala nazionale. Inoltre, i contadini, da soli non erano in condizione di fare una rivoluzione sino a quando stava di fronte a loro la forza organizzata dei principi, della nobiltà e delle città stretti in alleanza. Solo mediante una alleanza con altre classi sociali essi potevano avere una chance di vittoria, ma come avrebbero dovuto allearsi con altre classi, se erano sfruttati da tutti in eguale misura?
 
Noi vediamo quindi, che sul principio del sedicesimo secolo le diverse classi sociali dell’impero — principi, nobiltà, prelati, patrizi, borghesi, plebei e contadini — costituivano una massa straordinariamente aggrovigliata, con i bisogni più diversi, e si intrecciavano in tutte le direzioni. Ogni classe sociale era di ostacolo all’altra ed era in uno stato di lotta continua, ora latente ora nascosta, con tutte le altre. Quella divisione di tutta la nazione in due grandi campi, quale sussisteva in Francia precedentemente allo scoppio della prima rivoluzione, e che in un più alto grido di sviluppo esiste oggi nei paesi più progrediti, era in quelle circostanze assolutamente impossibile. Essa poté effettuarsi e solo approssimativamente allorquando lo strato infimo della nazione, sfruttato da tutte le altre classi, i contadini e i plebei, si sollevò. Si può comprendere l’intreccio di interessi, vedute e aspirazioni di quell’epoca, quando ci si ricordi quale confusione abbia generato negli ultimi due anni la composizione attuale, pure molto meno complessa, della nazione tedesca, risultante da nobiltà feudale, borghesia, piccola borghesia, contadini e proletariato.
 


 
Friedrich Engels: La guerra dei contadini in Germania – [Indice]

Note:
[1] Ansa o Lega Ansestica: unione commerciale fra le città della Germania settentrionale, sotto la guida di Lubecca. Amburgo e Brema. Durò dal XIII al XVII secolo.
[2]Stände: strati sociali organizzati (nobiltà, clero, borghesia).
[3] Il termine tedesco che usa Engles è Höriger. La differenza tra servo della gleba e emancipato ricorda quella che sussisteva a Roma tra lo schiavo o il liberto. Il carattere che distingueva l’emancipato dal servo della gleba era la mancanza di quel rapporto servile che legava questo al signore. Ciò che non impediva però che gli emancipati dovessero ai signore delle prestazioni che poco differivano da quelle a cui erano tenuti i servi e che fossero poi gravati di imposte reali che finivano con lo schiacciarli.
[4] Laudemio si diceva la tassa che il vassallo pagava ai padrone all’atto dell’investitura. Si chiama più comunemente tassa dominicale.
[5] Codice penale promulgato sotto l’Imperatore Carlo V nel 1532.
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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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