Un gendarme dell’Occidente nel Corno d’Africa ,di G.Sciortino

Adua. 1° marzo 1896

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Il 1° marzo del 1896 l’esercito coloniale italiano viene sconfitto ad Adua e le mire di conquista sull’Africa orientale saranno bloccate per 40 anni, fino al 1935.
Le potenze coloniali prevalenti, Inghilterra, Francia e Germania, assistettero con preoccupazione all’evento.
C’era il rischio che potesse costituire un pericoloso precedente di affrancamento per i popoli africani dal dominio europeo.
Al contrario per i popoli africani ancora oggi questa data viene celebrata come la prima vera e grande vittoria contro il colonialismo.

Il giovane stato unitario italiano, con il favore della potenza imperialista predominante, già entrata nella sua fase di declino, l’Inghilterra, vera artefice delle nostre sorti ancora per parecchi decenni, intendeva sperimentare la via militare di conquista come motore antirecessivo e anticiclico a fronte di una crisi internazionale che colpiva già gravemente l’Europa.
Fu anche la risposta alla grave depressione che colpì il paese, per effetto del crollo del mercato immobiliare, la cui punta dell’iceberg fu lo scandalo che coinvolse il Banco di Roma e prevalentemente (ma non solo) la “sinistra storica” giolittiana.

Adwa. Monumento commemorativo della battaglia

Adwa. Monumento commemorativo della battaglia

Le mire “neocoloniali” del ceto politico, giolittiano prima e crispino poi, dei settori imprenditoriali della nascente industria metalmeccanica legata ai settori trainanti e tecnologicamente più avanzati del capitalismo (trasporti su terra e su mare, armi) trovarono sintonia e canali privilegiati nelle strategie della potenza inglese che intendeva contrastare Francia e Germania nello scacchiere africano orientale.
L’Inghilterra era in quegli anni impegnata a combattere il nascente nazionalismo musulmano dei dervisci del Mahdi in Sudan, pertanto la presenza italiana fu favorita come il protagonismo di una nazione subdominata i cui interessi rientravano nella sfera di stato “vassallo” ed erano quindi sotto diretto controllo.

Ma l’Italia, la cui borghesia difficilmente ha espresso oligarchie dirigenti capaci di visioni strategiche che andassero al di là dell’improvvisazione, non seppe fare i conti fino in fondo con il nascente nazionalismo etiope che in quella frazione di secolo non avrebbe tardato a costruire la nuova entità statale “indipendente” dell’Etiopia.

Al dilettantismo coloniale italiano si sarebbe invece contrapposta la notevole capacità di statista e la lungimiranza strategica di Menelik che si evidenzia atraverso alcuni abili mosse in un’epoca in cui l’accerchiamento colonialista era il dato primario della realtà geopolitica nel Corno d’Africa come in tutto il resto del continente. Il risultato della sua politica fu la riunificazione degli interessi delle storiche aristocrazie prevalenti, scioana, ahmara e tigrina dell’antica Abissinia, in quello che diventerà in nuovo centro politico e economico e militare dell’Impero, ovvero il suo regno dello Scioa, corrispondente ancora oggi al cuore della moderna Etiopia.

Menelik costruì di un grande esercito di massa dotato di moderni fucili acquistati oltre che dalla Francia e dall’Inghilterra, prevalentemente dalla stessa Italia nei due decenni precedenti Adua, in cui gli italiani pensavano di poter sfruttare il suo forte antagonismo all’imperatore Johannes IV. Costituì, inoltre, la base di sussistenza logistica primaria di tale esercito attraverso la conquista dei territori del Sidamo e degli altri popoli Galla del sud della regione, ricchi di allevamenti bovini, nonchè la conquista delle regioni dell’est, attorno alla storica città musulmana di Harar, in diretta relazione con i porti sul golfo di Aden dove era più forte la presenza degli agenti politici, finanziari e militari della Francia e dell’Inghilterra (il porto di Massaua, sul mar Rosso, s’è già detto che era già sotto controllo degli italiani). Non è inoltre da sottovalutare che tale politica di epansione territoriale nella regione abbia anche assunto il compito di alimentare il modo di produzione del “lavoro coatto”, temporaneo o continuativo, ai danni delle nuove popolazioni sottomesse, che era sempre la base strutturale oltrechè di tutte le “opere pubbliche” a carattere nazionale (Menelik in quegli anni edificava la prima grande capitale etiope dell’epoca moderna, Addis Ababa) anche della riproduzione del sistema feudale vigente.

L'imperatore Johannes IV

L’imperatore Johannes IV

Alla morte dell’imperatore Yohannes, nella battaglia di Metemma contro il Mahdi e l’invasione musulmana proveniente dal Sudan, Menelik riesce a farsi incoronare Negus Neghesti (re dei re) con il nome di Menelik II (il primo fu il mitico figlio di re Salomone e della regina di Saba) confinando la concorrenza del Negus Tekle Haymanot, re del Goggiam, e sconfiggendo le pretese del successore designato al trono imperiale, Ras Mangascià, figlio illegittimo di Johannes.

Ho già accennato che l’avventura coloniale italiana nel Corno d’Africa ha inizio con un atto notarile. Il 15 novembre del 1869, Giuseppe Sapeto, studioso arabista e missionario dell’ordine di San Lazzaro, compra il porticciolo di Assab sul Mar Rosso, nella zona costiera antistante il deserto della Dancalia, per conto della società Florio – Rubattino. La compagnia di navigazione non era nuova ad attività “patriottiche”. La nave che aveva condotto i Mille in Sicilia apparteneva alla società e faceva parte del pacchetto di finanziamenti inglesi a favore della spedizione piemontese-garibaldina. Nel 1882 il porticciolo, rivelatosi inservibile per qualsiasi attività commerciale di rilievo, viene ceduto, come era nelle previsioni, al Regno d’Italia.

L'imperatore Menelik II.

L’imperatore Menelik II.

Nel 1885, in un punto del conflitto tra i dervisci di Muhammed Ahmad (al Mahdi) e gli occupanti inglesi del Sudan, le truppe italiane sbarcano nel porto di Massaua ottenendo subito la resa della piccola guarnigione egiziana, già comunque nei fatti esautorata dalla sua funzione, per effetto del protettorato che di fatto l’Inghilterra aveva intanto ottenuto sull’Egitto a causa della bancarotta a vantaggio della finanza inglese. Già da un po di tempo la diplomazia italiana aveva offerto all’alleato inglese il supporto delle sue truppe nel conflitto, ottenendo però apparenti vaghi e svogliati assensi. Nel 1884 il trattato di Hewet (dal nome del funzionario inglese che lo formulò) aveva riconosciuto all’Etiopia la sovranità sulla regione del Mar Rosso. Nei fatti la regione rimaneva in una sorta di interregno essendone la sovranità rivendicata anche dal moribondo impero della Sublime Porta e dal governo egiziano. A questo punto per l’impero britannico la presenza del proprio subordinato italiano nella regione poteva tornare utile al contenimento delle mire geopolitiche di Francia e Germania.

Massaua ai primi del '900

Massaua ai primi del ’900

Le operazioni di penetrazione italiana furono facilitate dalle incursioni delle truppe mahadiste che intanto, arrivando a Gondar, nel cuore del territorio abissino, nella sua storica capitale, avevano costretto Yohannes e Haymanot alla difensiva minandone anche la reazione all’invasione italiana. Dopo la disfatta italiana di Dogali nel 1887 ad opera di Ras Alula, signore di Asmara e generale dell’imperatore abissino, nel 1889 gli italiani conquistano Asmara e diventano anche un utile supporto per il contenimento dei mahadisti, respinti ad Agorbat, con la conseguente occupazione della città di Cassala in territorio sudanese. La vera svolta che determina il successo militare italiano è in realtà la morte dell’imperatore Yohannes, nello stesso anno a Metemma, sul confine sudanese, nello scontro con i dervisci.

Asmara. Quartier generale di Ras Alula. Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, Roma.

Asmara. Quartier generale di Ras Alula. Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma.

Asmara. Accampamento di Ras Alula. Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, Roma.

Asmara. Accampamento di Ras Alula. Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma.

E’ così che il 1° gennaio del 1890 viene creata dal nulla l’Eritrea, prendendo il nome greco-latino del Mar Rosso su idea di Ferdinando Martini ministro delle colonie. Fino a questa data i popoli che occupavano la zona costiera e il prospiciente altopiano di Asmara erano chiamati Bahri ovvero “uomini del mare” per distinguerli dai popoli che occupavano le zone centrali dell’Abissinia.

Asmara nel 1913. Foto Dainesi, Roma.

Asmara nel 1913. Foto Dainesi, Roma.

Con il trattato di Uccialli del 1889 l’Italia di Crispi e l’Etiopia del re dello Scioa Menelik si impegnavano a comporre i conflitti che fino ad allora si erano sviluppati. Si stipulava un patto di amicizia e di libero commercio tra le due nazioni nei territori dell’Etiopia e dell’Eritrea della quale si stabilivano i confini con l’acquisizione italiana di Asmara. Inoltre veniva assicurato il libero passaggio in Eritrea e il libero uso del porto di Massaua per le carovane di armi e munizioni del governo etiope.

Tra il 29 settembre e il 4 dicembre 1889, Ras Makonnen, primo cugino del nuovo imperatore Menelik , si recò in Italia alla guida di una delegazione diplomatica, incaricata di firmare un protocollo addizionale al trattato di Uccialli, firmato il 2 maggio precedente; Makonnen fu il primo membro della famiglia reale etiopica a recarsi in Europa. L’Italia utilizzò tale viaggio per impressionare la delegazione abissina circa la propria potenza militare. Il molto concreto e pratico Makonnen ne approfittò per sottoscrivere un accordo di fornitura di un rilevante quantitativo dei moderni fucili a ripetizione che sarebbero stati presto collaudati sull’Amba Alagi, nel 1895, usati a Macallè nel 1896 e infine utilizzati con esito determinante ad Adua.

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L’art. 17 del trattato di Uccialli diverrà ben presto la causa del conflitto risolutivo per via della discordanza tra il testo italiano e il testo in amarico. La versione italiana del trattato così recitava all’art. 17: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi”. Così la versione in amarico: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia può trattare tutti gli affari che desidera con altre potenze o governi con l’aiuto del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia.

Era evidente che la versione italiana trasformava a sorpresa l’Etiopia in un protettorato italiano (non si capisce per quale diritto acquisito !). E’ facile ipotizzare che la versione italiana dell’art.17 sia stata il frutto delle impazienze coloniali di Crispi e di una particolare propensione a risolvere grandi problemi con piccole astuzie. Inoltre esistono mezze ammissioni circa il raggiro perpetrato da parte del delegato italiano conte Pietro Antonelli. Eppure il ricordo della cocente disfatta di Dogali di appena due anni antecedente al trattato doveva essere assai vivo. Se Crispi in questo modo preparava una nuovo conflitto al fine di impadronirsi dell’Etiopia mancò di capacità di comprensione circa la natura indomabile dei popoli dell’altopiano unita all’attegiamento di altezzosa supponenza circa gli avvertimenti che pure le autorità militari (e pare lo stesso Baratieri) avevano rivolto per un’adeguato rifornimento di mezzi tecnico militari.

Il generale Baratieri ed il suo stato maggiore poco prima della battaglia di Adua.

Il generale Baratieri ed il suo stato maggiore poco prima della battaglia di Adua.

Così il 1° marzo del 1896 le truppe del generale Baratieri, con un equipaggiamento logistico militare carente, in preda al più assoluto dilettantismo tattico favorito da carte geografiche e mappe carenti ed errate, vanno incontro ad una disfatta dal carattere “epocale” sulle colline nei pressi di Adua. Crispi sarà costretto alle dimissioni a favore del palermitano Di Rudinì (poco interessato alle avventure coloniali) e l’Italia si scorderà dell’Etiopia per 39 anni, fino all’avventura fascista del ’35. In seguito concentrerà tutte le sue energie e risorse militari nel mediterraneo per la conquista della Libia a partire dal 1911, al seguito dei conflitti stimolati e organizzati dai britannici per la distruzione del vecchio impero ottomano.

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Massaua. Feriti della battaglia di Adua. Agli ascari catturati in forza alle truppe coloniali italiane i generali etiopi inflissero la pena a carico di tutti i traditori della Patria. La mutilazione del piede sinistro e della mano destra.

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E’ singolare come oggi la memoria non abbia più alcun valore presso l’oligarchia dominante in Patria, subdominata dall’Europa e da Washington, che sta precipitando nel baratro se stessa e l’intero paese. Ancora nell’ultimo decennio del novecento si poteva assistere a celebrazioni dal substrato ideologico patriottardo e sciovinista, del tutto simili a quelle del “ventennio”. Rare erano le iniziative di ricostruzione storica che prendessero in seria considerazione le responsabilità politiche della borghesia italiana, in una politica coloniale feroce condotta senza fondate strategie e per giunta fuori tempo massimo, la cui continuità di potere, pur attraverso rotture dei precedenti assetti ed evidenti mutazioni antropologiche lungo l’arco del secolo trascorso, non è mai venuta meno.

All’epoca della celebrazione e del ricordo stucchevole e autoassolutorio è seguita quella dell’oblio. Sul nostro passato coloniale si preferisce tacere e dimenticare.
Eppure i parallelismi con quest’epoca, in cui il capitalismo (affatto diverso per strutture e forme da quello di fine ’800) stà velocemente precipitando di nuovo in una crisi del proprio assetto strategico globale e sotto la forma di una nuova multipolarità, sono del tutto evidenti.

Nessuna riflessione circa la condizione dell’Italia come paese subdominato ed eterodiretto che deve in ultima istanza i suoi disastri, interni e in politica estera, a centri di potere che stanno fuori dai suoi confini nazionali e ad un classe “dirigente” nazionale sempre più “compradora”. Ieri la potenza che dominava a casa nostra era l’Inghilterra. Dal dopoguerra sono gli USA e, l’Italia, avendo anche perduto quella parziale autonomia che derivava dall’essere l’avamposto nel Mediterraneo e in Europa contro il dissolto blocco geopolitico a direzione sovietica, può scordarsi welfare e benessere relativo.

Insieme agli USA stiamo precipitando verso il declino occidentale, ma secondo una scala gerarchica di “sviluppo” e “privilegio” che ci vede occupare gli ultimi gradini, accompagnato con le peggiori efferatezze compiute impersonando anche la parte dei killer (ma di seconda scelta), meri esecutori anche contro i nostri interessi (Libia, Siria).

Nessuna considerazione e nessun ricordo dell’inutile sacrificio di decine di migliaia di dominati mandati al macello nelle nostre avventure coloniali e della strage di popolazioni africane. Chissà che a qualcuno possa venire in mente di chiedersi cosa fanno le nostre truppe (professionali, non più composte da coscritti) in Afganistan, cosa hanno fatto i nostri piloti bombardando la Libia, e cosa significhi il nostro supporto logistico all’aggressione alla Siria. Ma soprattutto, ammesso che si possa trovare una forma di giustificazione nell’aggressione militare, se questa corrisponda ai nostri interessi “nazionali” o, al contrario, se ne costituisca invece una evidente negazione unicamente a vantaggio dei nostri “padroni” d’oltre Atlantico.

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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