G.Stalin. La Rivoluzione d’Ottobre e il problema dei ceti medi

 

da Stalin, Opere Complete, vol. 5, Edizioni Rinascita.

 

La Rivoluzione d’Ottobre e il problema dei ceti medi

 

 

 

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Pravda, n. 253, 7 novembre 1923

 

 

 

Senza dubbio, il problema dei ceti medi è uno dei problemi principali della rivoluzione operaia. I ceti medi sono i contadini, la piccola gente lavoratrice della città. Fra essi bisogna includere anche le nazionalità oppresse, composte per nove decimi di ceti medi. Come vedete, si tratta di quegli stessi ceti che, per la loro posizione economica, stanno fra il proletariato e la classe dei capitalisti.

 

 

 

Il peso specifico di questi ceti è determinato da due circostanze: in primo luogo, questi ceti rappresentano la maggioranza, o, comunque, una notevole minoranza della popolazione degli stati esistenti; , in secondo luogo, essi costituiscono quelle importanti riserve tra le quali la classe dei capitalisti recluta il suo esercito contro il proletariato.

 

 

 

Il proletariato non può conservare il potere senza la simpatia, l’appoggio dei ceti medi e innanzitutto dei contadini, specialmente in un paese come la nostra Unione delle repubbliche. Il proletariato non può neppure pensare seriamente di prendere il potere, se questi ceti non vengono per lo meno neutralizzati, se questi ceti non sono ancora riusciti a staccarsi dalla classe dei capitalisti, se continuano a costituire, nella loro massa, l’esercito del capitale.

 

 

 

Di qui la lotta per i ceti medi, la lotta per i contadini, che attraversa come un filo rosso tutta la nostra rivoluzione, dal 1905 al 1917, lotta che è ancor lungi dall’essere terminata e continuerà ancora a svolgersi nel futuro.

 

 

 

La rivoluzione del 1848 in Francia fu sconfitta, tra l’altro, perché non ebbe una ripercussione favorevole fra i contadini francesi. La Comune di Parigi cadde, tra l’altro, perché urtò contro la reazione dei ceti medi e innanzitutto dei contadini. La stessa cosa si deve dire della rivoluzione russa del 1905.

 

 

 

Alcuni marxisti volgari, con Kautsky alla testa, partendo dall’esperienza delle rivoluzioni europee, giunsero alla conclusione che i ceti medi e innanzitutto i contadini sono quasi i nemici innati della rivoluzione operaia, che in considerazione di ciò è indispensabile orientarsi verso la prospettiva di un periodo di sviluppo più lungo, in seguito al quale il proletariato diventerà la maggioranza della nazione e si creeranno con ciò stesso le condizioni concrete per la vittoria della rivoluzione operaia. In base a questa conclusione, costoro, questi marxisti volgari, mettevano in guardia il proletariato contro una rivoluzione «prematura». In base a questa conclusione, costoro, per «considerazioni di principio», abbandonavano i ceti medi in completa balìa del capitale. In base a questa conclusione, costoro ci predissero la rovina della Rivoluzione russa d’Ottobre, invocando il fatto che il proletariato, in Russia, costituisce una minoranza, che la Russia è un paese contadino e che perciò, in Russia, una rivoluzione operaia vittoriosa è impossibile.

 

 

 

E’ caratteristico il fatto che lo stesso Marx valutava i ceti medi e soprattutto i contadini in modo del tutto diverso. Mentre i marxisti volgari, trascurando completamente i contadini e lasciandoli, politicamente, alla completa mercé del capitale, si vantavano rumorosamente del loro saldo «attaccamento ai princìpi», Marx, questo marxista attaccato ai princìpi più di qualsiasi altro marxista, consigliava insistentemente al Partito comunista di non perdere di vista i contadini, di conquistarli al proletariato e di assicurarsi il loro appoggio nell’imminente rivoluzione proletaria. E’ noto che fra il 1850 e il 1860, dopo la disfatta della rivoluzione di febbraio in Francia e in Germania, Marx scriveva a, Engels, e per suo tramite al Partito comunista della Germania:

 

 

 

«Tutta la faccenda in Germania dipenderà dalla possibilità di sostenere la rivoluzione proletaria con una specie di seconda edizione della guerra dei contadini»»(91).

 

 

 

Questa affermazione si riferiva alla Germania del 1850, a un paese contadino, in cui il proletariato costituiva un’insignificante minoranza, ed era meno organizzato che nella Russia del 1917, a un paese in cui i contadini, per la loro posizione, erano meno disposti a sostenere la rivoluzione proletaria di quanto non lo fossero in Russia nel 1917.

 

 

 

Senza dubbio, la Rivoluzione d’Ottobre è stata quella felice unione della «guerra dei contadini» con la «rivoluzione proletaria» della quale scriveva Marx, a dispetto di tutti coloro che chiacchierano di «princìpi». La Rivoluzione d’Ottobre ha dimostrato che questa unione è possibile e realizzabile. La Rivoluzione d’Ottobre ha dimostrato che il proletariato può prendere il potere e conservarlo, se riesce a staccare i ceti medi, e innanzitutto i contadini, dalla classe dei capitalisti, se riesce a trasformare questi strati da riserve del capitale in riserve del proletariato.

 

 

 

In breve: la Rivoluzione d’Ottobre, prima fra tutte le rivoluzioni del mondo, ha messo in primo piano il problema dei ceti medi, e innanzitutto dei contadini, e l’ha risolto con successo malgrado tutte le «teorie» e le geremiadi degli eroi della II Internazionale.

 

 

 

Questo è il primo merito della Rivoluzione di Ottobre, ammesso che in questo caso si possa parlare in generale di meriti.

 

 

 

Ma non ci si è limitati a questo. La Rivoluzione d’Ottobre è andata oltre, cercando di stringere attorno al proletariato le nazionalità oppresse. Si è già detto sopra che queste sono composte per nove decimi di contadini e della piccola gente lavoratrice della città. Ma non si esaurisce qui il concetto di «nazionalità oppressa». Le nazionalità oppresse vengono abitualmente oppresse non solo come contadini e piccola gente lavoratrice delle città, ma anche come nazionalità, cioè come lavoratori che hanno una loro nazionalità, una loro lingua e cultura, un loro modo di vita, loro usi e costumi.

 

 

 

Il peso di questa duplice oppressione non può non far divenire rivoluzionarie le masse lavoratrici delle nazionalità oppresse, non può non spingerle alla lotta contro la forza principale dell’oppressione, alla lotta contro il capitale. Questa circostanza è stata la base sulla quale il proletariato è riuscito a realizzare l’unione della «rivoluzione proletaria» non solo con la «guerra dei contadini», ma anche con la «guerra nazionale».

 

 

 

Tutto ciò non poteva non allargare di molto il campo d’azione della rivoluzione proletaria oltre i confini della Russia, non poteva non mettere in pericolo le più profonde riserve del capitale. Se la lotta per conquistare i ceti medi della nazionalità dominante era una lotta per conquistare le riserve immediate del capitale, la lotta per la liberazione delle nazionalità oppresse non poteva non trasformarsi in lotta per la conquista delle singole, più profonde riserve del capitale, in lotta per la liberazione dei popoli delle colonie e delle semicolonie dall’oppressione del capitale.

 

 

 

Quest’ultima lotta è ancora ben lontana dall’esser terminata, anzi, non è ancora riuscita a riportare neppure i primi successi decisivi. Ma questa lotta per le riserve profonde è incominciata grazie alla Rivoluzione d’Ottobre e si svilupperà indubbiamente, un passo dopo l’altro, a misura che si sviluppa l’imperialismo, a misura che cresce la potenza della nostra Unione delle repubbliche, a misura che si sviluppa la rivoluzione proletaria in Occidente.

 

 

 

In breve: la Rivoluzione d’Ottobre ha effettivamente dato inizio alla lotta del proletariato per le riserve profonde del capitale, costituite dalle masse popolari dei paesi oppressi e dipendenti; essa, per prima, ha issato la bandiera della lotta per la conquista di queste riserve; questo è il suo secondo merito.

 

 

 

La conquista dei contadini si è compiuta da noi sotto la bandiera del socialismo. I contadini, avendo ricevuta la terra dalle mani del proletariato, avendo vinto i grandi proprietari fondiari con l’aiuto del proletariato, essendo saliti al potere sotto la guida del proletariato, non potevano non sentire, non potevano non capire che il processo della loro emancipazione si è svolto e continuerà a svolgersi sotto la bandiera del proletariato, sotto la sua rossa bandiera. Questa circostanza non poteva non trasformare la bandiera del socialismo, che era prima uno spauracchio per i contadini, in una bandiera che attira la loro attenzione e facilita la loro liberazione dall’abbrutimento, dalla miseria, dall’oppressione.

 

 

 

La stessa cosa, ma in misura ancora maggiore, va detta per le nazionalità oppresse. L’appello alla lotta per la liberazione delle nazionalità, appello corroborato da fatti come la liberazione della Finlandia, il ritiro delle truppe dalla Persia e dalla Cina, la formazione dell’Unione delle repubbliche, l’aperto aiuto morale ai popoli della Turchia, della Cina, dell’Indostan, dell’Egitto, questo appello, per la prima volta, risuonò sulle labbra degli uomini che nella Rivoluzione d’Ottobre avevano riportato la vittoria.

 

 

 

Non si può chiamare accidentale il fatto che la Russia, la quale in passato era, agli occhi delle nazionalità oppresse, la bandiera dell’oppressione, si sia trasformata, dopo essere diventata socialista, in bandiera dell’emancipazione. Non è neppure accidentale il fatto che il nome del capo della Rivoluzione d’Ottobre, il compagno Lenin, sia oggi quello pronunciato con più. affetto dai contadini oppressi e vilipesi e dagli intellettuali rivoluzionari dei paesi coloniali e privi di pieni diritti.

 

 

 

Se anticamente il cristianesimo era considerato, fra gli schiavi oppressi e schiacciati dell’immenso impero romano, l’ancora di salvezza, oggi si va verso una situazione in cui il socialismo può servire (e incomincia già a servire), per masse di milioni e milioni di uomini degli immensi stati coloniali dell’imperialismo, come bandiera di liberazione.

 

 

 

Non si può dubitare del fatto che questa circostanza ha notevolmente facilitato la lotta contro i pregiudizi ostili al socialismo e ha aperto la strada alle idee del socialismo persino negli angoli più sperduti dei paesi oppressi. Se prima era difficile per un socialista presentarsi a viso aperto fra i ceti medi, non proletari, dei paesi oppressi od oppressori, oggi egli può svolgere apertamente fra questi ceti la propaganda delle idee del socialismo, con la speranza di essere sentito e anche ascoltato, giacché ha a proprio favore un argomento forte come la Rivoluzione d’Ottobre. Anche questo è un risultato della Rivoluzione d’Ottobre.

 

 

 

In breve: la Rivoluzione d’Ottobre ha sgombrato il cammino alle idee del socialismo fra i ceti medi, non proletari, contadini, di tutte le nazionalità e di tutte le genti, ha reso popolare la bandiera del socialismo fra questi ceti. Questo è il terzo merito della Rivoluzione d’Ottobre.

 

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Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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