Lenin -La guerra partigiana – V. I. Lenin La guerra de guerrillas

Lenin -La guerra partigiana. Opere Complete, vol. 11, Editori Riuniti, Roma, 1962, pp.. 194-204
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La guerra partigiana

Pubblicato su Proletari, n. 5, 30 settembre 1906

 

Il problema delle azioni partigiane suscita un vivo interesse nel nostro partito e nelle masse operaie. Abbiamo già toccato più volte incidentalmente la questione e intendiamo ora esporre in modo più organico le nostre idee in proposito, secondo la promessa fatta.

I

Cominciamo dal principio. A quali fondamentali esigenze deve attenersi ogni marxista nell’esaminare il problema delle forme di lotta? Innanzi tutto, il marxismo si distingue da tutte le forme primitive di socialismo perché non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le «inventa», ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinale, il marxismo esige un attento esame della lotta di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l’elevarsi della coscienza delle masse, con l’inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco.

Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta e non si limita in nessun caso a quelle possibili ed esistenti solo in un determinato momento, riconoscendo che inevitabilmente, in seguito al modificarsi di una determinata congiuntura sociale, ne sorgono delle nuove, ancora ignote agli uomini politici di un dato periodo. Sotto questo aspetto il marxismo impara, per così dire, dall’esperienza pratica delle masse, ed è alieno dal pretendere di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino dai «sistematici». Noi sappiamo – ha detto, per esempio, Kautsky, esaminando le varie forme di rivoluzione sociale – che la crisi imminente ci arrecherà nuove forme di lotta, che adesso non possiamo prevedere.

In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta significa non capire l’abbicci del materialismo dialettico. In momenti diversi dell’evoluzione economica, a seconda delle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali, sociali, ecc., differenti sono le forme di lotta che si pongono in primo piano divenendo fondamentali, e in relazione a ciò si modificano, a loro volta, anche le forme di lotta secondarie, marginali. Tentar di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l’idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo.

Questi sono i due principi teorici fondamentali cui dobbiamo attenerci. La storia del marxismo nell’Europa occidentale ci offre una grande quantità di esempi che convalidano quanto si è detto sopra. La socialdemocrazia europea ritiene che nel momento attuale le principali forme di lotta siano il parlamentarismo e il movimento sindacale; in passato essa ammetteva l’insurrezione ed è pienamente disposta ad ammetterla in avvenire, col modificarsi della congiuntura, nonostante l’opinione dei liberali borghesi del tipo dei cadetti russi e degli appartenenti al gruppo del Biez Zaglavia (1). Negli anni settanta la socialdemocrazia aveva respinto lo sciopero generale come panacea sociale, come mezzo per abbattere di colpo la borghesia senza ricorrere alla lotta politica, ma ammette oggi pienamente lo sciopero politico di massa (soprattutto dopo l’esperienza della Russia nel 1905) come uno dei mezzi di lotta indispensabile in certe condizioni. La socialdemocrazia aveva ammesso la lotta di strada con le barricate negli anni quaranta e la respinse, in base a precise considerazioni, alla fine del secolo XIX, ma si è dimostrata pienamente disposta a rivedere questo suo ultimo atteggiamento e ad ammettere la opportunità della lotta sulle barricate dopo l’esperienza di Mosca, che, secondo le parole di K. Kautsky, ha rivelato una nuova tattica delle barricate.

II

Stabiliti i principi generali del marxismo, passiamo alla rivoluzione russa. Ricordiamo lo sviluppo storico delle forme di lotta da essa create. Prima gli scioperi economici degli operai (1896-1900), poi le dimostrazioni politiche degli operai e degli studenti (1901-1902), le rivolte contadine (1902), l’inizio degli scioperi politici di massa variamente combinati con dimostrazioni (Rostov 1902, gli scioperi dell’estate 1903, il 9 gennaio 1905), lo sciopero politico in tutta la Russia con episodi locali di lotta sulle barricate (ottobre 1905), la lotta di massa, le barricate e l’insurrezione armata (dicembre 1905), la lotta pacifica parlamentare (aprile-giugno 1906), le insurrezioni parziali nell’esercito (giugno 1905-luglio 1906), le insurrezioni parziali dei contadini (autunno 1905-autunno 1906).

Tale la situazione all’inizio dell’autunno 1906 per quanto riguarda le forme di lotta in generale. La forma di lotta che l’autocrazia impiega come «ritorsione» è il pogrom dei centoneri, a cominciare da Kisciniov nella primavera del 1903 per finire con Sedlets nell’autunno del 1906. In tutto questo periodo l’organizzazione dei pogrom dei centoneri e dei massacri di ebrei, studenti, rivoluzionari e operai coscienti non fa che progredire e perfezionarsi, unendo alle violenze della teppa mercenaria quelle dei centoneri dell’esercito e arrivando sino all’impiego dell’artiglieria nei villaggi e nelle città, fondendosi con le spedizioni e i convogli punitivi, ecc.

Questo è lo sfondo generale del quadro. Su questo sfondo si delinea – indubbiamente come qualcosa di parziale, secondario, marginale – il fenomeno che nel presente articolo ci proponiamo di studiare e valutare. Che cos’è questo fenomeno? Quali sono le sue forme e le sue cause? Quando è sorto e in che misura si è diffuso? Qual è la sua importanza nel corso generale della rivoluzione? In che rapporto si trova con la lotta della classe operaia organizzata e diretta dalla socialdemocrazia? Queste sono le questioni alle quali dobbiamo ora passare dopo aver tracciato lo sfondo generale del quadro.

Il fenomeno che ci interessa è la lotta armata. Conducono questa lotta singoli individui e singoli gruppi. Una parte di loro appartiene a organizzazioni rivoluzionarie, un’altra parte (e in alcune località della Russia la maggior parte) non appartiene a nessuna di esse. La lotta armata persegue due diversi obiettivi, che è necessario distinguere nettamente l’uno dall’altro: innanzitutto, essa mira a uccidere singole persone, ufficiali e subalterni dell’esercito e della polizia; in secondo luogo, si propone di confiscare somme di denaro appartenenti sia al governo, sia a privati. Una certa aliquota delle somme confiscate viene destinata al partito e la parte restante specificamente all’armamento e alla preparazione dell’insurrezione o al mantenimento di coloro che conducono questa lotta. I proventi delle grandi espropriazioni (quella del Caucaso di oltre 200.000 rubli, quella di Mosca di 875.000 rubli) vengono destinati innanzi tutto ai partiti rivoluzionari, mentre i proventi minori vengono per lo più destinati, e talvolta esclusivamente, al mantenimento degli «espropriatori».

Questa forma di lotta ha indubbiamente avuto un largo sviluppo e una notevole diffusione solo quest’anno, cioè dopo l’insurrezione del dicembre. L’inasprimento della crisi politica, che ha condotto alla lotta armata, e in particolare l’aggravarsi della miseria, della carestia e della disoccupazione nei villaggi e nelle città hanno avuto una grande parte fra le cause che hanno suscitato la lotta descritta. Questa forma di lotta è stata accolta come forma prevalente, e persino esclusiva, di lotta sociale dagli elementi più poveri della popolazione, dal sottoproletariato e dai gruppi anarchici. Forma di «ritorsione» da parte dell’autocrazia devono essere considerati lo stato d’assedio, la mobilitazione di nuove truppe, i pogrom organizzati dai centoneri (Sedlets), le corti marziali.

III

Il giudizio che viene di solito dato sulla lotta che stiamo esaminando si riduce a quanto segue: è anarchismo, blanquismo, terrorismo di vecchio stampo, azione di individui staccati dalle masse, che demoralizza gli operai, allontana da toro vasti gruppi di popolazione, disorganizza il movimento, nuoce alla rivoluzione. È facile trovare conferma di questo giudizio citando esempi scelti fra gli avvenimenti che vengono comunicati ogni giorno sui giornali.

Ma sono probanti questi esempi? Per provarne la validità, esaminiamo la regione lettone, zona in cui la forma di lotta che stiamo esaminando ha il maggiore sviluppo. Ecco come il giornale Novoie Vremia (del 9 e del 12 settembre) deplora l’attività della socialdemocrazia lettone. Il Partito operaio socialdemocratico lettone (che fa parte del POSDR) pubblica regolarmente il suo giornale con una tiratura di 30.000 copie. In una apposita rubrica compaiono elenchi di spie, il cui annientamento è un dovere per ogni persona onesta. Coloro che collaborano con la polizia vengono dichiarati «nemici della rivoluzione» e sono soggetti alla pena di morte, oltre che alla confisca dei beni. Si ordina alla popolazione di consegnare denaro al partito socialdemocratico solo dietro rilascio di ricevute firmate. Nell’ultimo rendiconto del partito, dei 48.000 rubli di entrate annue, 5.600 provengono dalla sezione di Libau per l’acquisto di armi; questi fondi sono stati procurati mediante espropriazione. Il Novoie Vremia, come è ovvio, dà in escandescenze scagliandosi contro questa «legislazione rivoluzionaria», contro questo «terribile governo».

Nessuno osa chiamare anarchismo, blanquismo, terrorismo quest’attività dei socialdemocratici lettoni. Perché? Perché qui è chiaro il legame che esiste tra la nuova forma di lotta e l’insurrezione che vi fu in dicembre e che di nuovo sta maturando. Quanto alla Russia, questo legame non si scorge con eguale chiarezza, eppure esiste. Il diffondersi della lotta «partigiana» proprio dopo il dicembre, il suo legame con l’inasprimento della crisi non solo economica, ma anche politica, sono incontestabili. Il vecchio terrorismo russo era opera di intellettuali cospiratori; oggi la lotta partigiana viene condotta, di regola, dall’operaio militante o semplicemente dall’operaio disoccupato.

Le formule del blanquismo e dell’anarchismo vengono in mente a chi tende a ragionare per schemi, ma nell’atmosfera insurrezionale così evidente nella regione lettone balza agli occhi la poca opportunità di queste etichette meccanicamente applicate.

L’esempio dei lettoni rivela con chiarezza quanto sia sbagliata, antiscientifica, antistorica un’analisi della guerra partigiana che prescinda, come ormai si è soliti fare da noi, dal suo legame con la situazione insurrezionale. Bisogna esaminare questa situazione, riflettere sulle peculiarità del periodo che intercorre fra le grandi azioni insurrezionali, bisogna capire quali forme di lotta ne scaturiscono inevitabilmente, e non cercare di cavarsela con logori termini, ripetendo, come fanno tanto i cadetti quanto quelli del Novoie Vremia: anarchismo, rapina, teppismo!

Si dice: le azioni partigiane disorganizzano il nostro lavoro. Applichiamo questo ragionamento alla situazione che si è determinata dopo il dicembre 1905, al periodo dei pogrom organizzati dai centoneri e degli stati d’assedio. Chi disorganizza di più il movimento in questo periodo: la non resistenza o la lotta partigiana organizzata? Confrontate la Russia centrale alle regioni periferiche occidentali, alla Polonia e alla regione lettone. È incontestabile che la lotta partigiana si è diffusa su scala molto più vasta e ha avuto un più intenso sviluppo nelle regioni periferiche occidentali. Ed è altrettanto incontestabile che il movimento rivoluzionario in generale, e il movimento socialdemocratico in particolare, sono più disorganizzati nella Russia centrale che nelle regioni periferiche occidentali. Non ci passa davvero per la mente di dedurne che il movimento socialdemocratico polacco e lettone sia meno disorganizzato grazie alla guerra partigiana. No. Ne consegue soltanto che non si deve attribuire la colpa della disorganizzazione del movimento operaio socialdemocratico nel 1906 in Russia alla guerra partigiana.

A questo proposito ci si richiama spesso alla peculiarità delle condizioni nazionali. Ma questo richiamo rivela con particolare evidenza quanto sia debole l’argomentazione corrente. Se si parla delle condizioni nazionali, vuol dire che non si tratta di anarchismo, di blanquismo, di terrorismo – difetti comuni ai russi, e anzi specificamente russi – ma di qualcos’altro. Esaminate in concreto questo qualcos’altro, signori! Vi accorgerete allora che l’oppressione o l’antagonismo nazionale non spiegano nulla, perché sono sempre esistiti nelle regioni periferiche occidentali, mentre la lotta partigiana si è accesa solo in un periodo storico determinato. Vi sono molte zone in cui esistono l’oppressione e l’antagonismo nazionale, ma in esse non vi è la lotta partigiana, che si sviluppa talvolta senza alcuna oppressione nazionale. L’esame concreto della questione suggerirà che non si tratta dell’esistenza dell’oppressione nazionale, ma delle condizioni per l’insurrezione. La lotta partigiana è una forma di lotta inevitabile nel momento in cui il movimento di massa è già arrivato praticamente all’insurrezione, e subentrano intervalli più o meno lunghi fra le «grandi battaglie» della guerra civile.

Non le azioni partigiane disorganizzano il movimento, ma la debolezza del partito, che non sa prendere nelle sue mani la direzione di queste azioni. Ecco perché agli anatemi che noi russi siamo soliti lanciare contro le azioni partigiane si uniscono azioni partigiane segrete, occasionali, non organizzate, che effettivamente disorganizzano il partito. Non potendo capire le condizioni storiche che suscitano questa lotta, non possiamo nemmeno neutralizzarne i lati negativi. Nondimeno questa lotta continua. La suscitano potenti cause economiche e politiche. E noi non siamo in grado di eliminarle, e quindi di eliminare questa lotta. Le nostre recriminazioni contro la lotta partigiana non sono altro che recriminazioni contro la debolezza del nostro partito nell’insurrezione.

Quanto abbiamo detto sulla disorganizzazione vale anche per la demoralizzazione. Non è la guerra partigiana che demoralizza, ma l’insufficiente organizzazione, il disordine, la mancanza di un’impronta di partito nelle azioni partigiane. Le condanne e gli anatemi contro le azioni partigiane non valgono assolutamente a liberarci da questa incontestabile demoralizzazione, perché le condanne e gli anatemi non sono minimamente in grado di arrestare un fenomeno determinato da profonde cause economiche e politiche. Si obietterà: se siamo impotenti ad arrestare un fenomeno anormale e demoralizzante, ciò non è un argomento valido per il passaggio del partito a mezzi di lotta anormali e demoralizzanti. Ma una simile obiezione sarebbe un’obiezione puramente liberale-borghese, e non marxista, perché un marxista non può in generale ritenere anormale e demoralizzante la guerra civile, o la guerra partigiana che è una delle sue forme.

Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, e non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo.

Nell’epoca della guerra civile l’ideale del partito del proletariato è il partito combattente: ciò è assolutamente incontestabile. Non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che dal punto di vista della guerra civile si possa sostenere e dimostrare l’inopportunità di determinate sue forme in questo o quel momento. Noi riconosciamo pienamente le critiche che si muovono alle varie forme di guerra civile dal punto di vista dell’opportunità militare e ammettiamo senza riserve che in questo problema una funzione determinante spetta ai pratici della socialdemocrazia di ogni singola località.

Ma, in nome dei principi del marxismo, esigiamo categoricamente che non ci si sbarazzi del dovere di analizzare le condizioni in cui si svolge la guerra civile con frasi logore e stereotipate sull’anarchismo, sul blanquismo, sul terrorismo, che gli insensati metodi di lotta partigiana, impiegati in un certo momento da una certa organizzazione del Partito socialista polacco non vengano utilizzati come uno spauracchio quando si tratta di decidere la partecipazione vera e propria dei socialdemocratici alla guerra partigiana in generale.

Bisogna esaminare con spirito critico le affermazioni secondo cui la guerra partigiana disorganizza il movimento. Ogni nuova forma di lotta, accompagnata da nuovi pericoli e da nuovi sacrifici, «disorganizza» inevitabilmente le organizzazioni che non vi sono preparate. Il passaggio all’agitazione ha disorganizzato i nostri vecchi circoli di propagandisti. In seguito, il passaggio alle dimostrazioni ha disorganizzato i nostri comitati. In qualsiasi guerra ogni azione introduce una carta disorganizzazione nelle file dei combattenti, ma non bisogna dedurne che non si debba combattere. Bisogna dedurne che si deve imparare a combattere. E basta.

Quando sento dei socialdemocratici dichiarare con orgogliosa soddisfazione: noi non siamo degli anarchici, non siamo dei ladri o rapinatori, siamo al di sopra di simili cose e condanniamo la guerra partigiana, mi domando: capiscono costoro di che cosa stanno parlando? In tutto il paese avvengono scontri armati e conflitti del governo dei centoneri con la popolazione. Questo fenomeno è assolutamente inevitabile nell’attuale fase di sviluppo della rivoluzione, e la popolazione reagisce anch’essa con scontri e attacchi armati, in modo spontaneo, non organizzato, e proprio per questo spesso in forme sbagliate e votate all’insuccesso.

Capisco che, data la debolezza e l’impreparazione della nostra organizzazione, possiamo indurre il partito ad astenersi dal dirigere questa lotta spontanea in una certa zona e in un determinato momento. Capisco che la questione debba essere decisa dai pratici, sul posto, e che non sia un compito facile quello di rinnovare organizzazioni deboli e non preparate. Però quando vedo un teorico o un pubblicista socialdemocratico che non si rattrista per questa impreparazione, ma ripete con orgogliosa soddisfazione e con vanitosa compiacenza frasi sull’anarchismo, sul blanquismo, sul terrorismo, meccanicamente imparate a memoria nella sua prima giovinezza, provo un moto di sdegno per lo svilimento della dottrina più rivoluzionaria del mondo.

Si dice: la guerra partigiana accomuna il proletariato cosciente con gli alcolizzati straccioni declassati. È vero. Ma ne risulta solo che il partito del proletariato non può mai considerare la guerra partigiana come l’unico e nemmeno il principale mezzo di lotta; questo mezzo deve essere subordinato agli altri, dev’essere adeguato ai principali mezzi di lotta e nobilitato dall’influenza educatrice e organizzatrice del socialismo.

E nella società borghese senza quest’ultima condizione tutti, assolutamente tutti, i mezzi di lotta mettono il proletariato in contatto con i vari ceti non proletari che stanno al di sopra o al di sotto di esso, ed essendo tali mezzi abbandonati al corso spontaneo degli avvenimenti vengono sviliti, deformati, prostituiti. Abbandonati al corso spontaneo degli avvenimenti, gli scioperi si snaturano trasformandosi in «Alliances», accordi degli operai coi padroni contro i consumatori. Il parlamento si snatura e diviene una casa di tolleranza, dove una banda di politicanti borghesi vende all’ingrosso e al minuto la «libertà del popolo», il «liberalismo», la «democrazia», il repubblicanismo, l’anticlericalismo, il socialismo e tutte le altre merci d’uso corrente.

Il giornale si snatura diventando un mezzano di cui tutti possono servirsi, uno strumento di corruzione delle masse, di grossolana lusinga dei bassi istinti della folla, ecc. ecc. La socialdemocrazia non conosce mezzi di lotta universali che siano in grado di erigere una muraglia cinese tra il proletariato e i ceti che stanno un po’ al di sopra o un po’ al di sotto di esso. In periodi diversi la socialdemocrazia adopera mezzi diversi, sempre facendo dipendere il loro impiego da condizioni ideologiche e organizzative rigorosamente stabilite (*).

IV

Le forme di lotta nella rivoluzione russa si distinguono per la loro immensa varietà rispetto a quelle delle rivoluzioni borghesi dell’Europà. Kautsky seppe in parte prevederlo, dicendo nel 1902 che la futura rivoluzione (egli aggiungeva: forse a eccezione della Russia) sarebbe stata non tanto una lotta del popolo contro il governo, quanto una lotta fra due parti del popolo. In Russia constatiamo indubbiamente uno sviluppo più largo di questa seconda lotta che non nelle rivoluzioni borghesi dell’Occidente. In seno al popolo i nemici della nostra rivoluzione sono poco numerosi, ma essi si organizzano sempre più, man mano che la lotta s’inasprisce, e usufruiscono dell’appoggio degli strati reazionari della borghesia. È quindi del tutto naturale e inevitabile che in quest’epoca, nell’epoca degli scioperi politici di tutto il popolo, l’insurrezione non possa assumere la vecchia forma di azioni isolate, limitate a un periodo molto breve e a una zona molto piccola.

È del tutto naturale e inevitabile che l’insurrezione assuma forme più elevate e complesse, sboccando in una lunga guerra civile che abbracci tutto il paese, cioè in una lotta armata fra due parti del popolo. Una guerra di questo genere non si può concepire se non come una limitata serie di grandi battaglie, separate da intervalli relativamente lunghi, e un grande numero di piccoli scontri durante questi intervalli. Se è così – e lo è indubbiamente – la socialdemocrazia deve necessariamente porsi il compito di creare organizzazioni che abbiano la più grande capacità di dirigere le masse tanto nelle grandi battaglie, quanto, nella misura del possibile, nei piccoli scontri.

Nell’epoca in cui la lotta delle classi s’inasprisce sino a trasformarsi in guerra civile, la socialdemocrazia deve porsi non solo il compito di partecipare a questa guerra civile, ma anche di assumere in essa una funzione dirigente. La socialdemocrazia deve educare e preparare le sue organizzazioni affinché esse agiscano effettivamente come una parte belligerante, che non si lascia sfuggire la minima occasione di recar danno alle forze del nemico.

È superfluo dire che si tratta di un compito difficile. Non lo si può adempiere di colpo. Come tutto il popolo si rieduca e impara nella lotta durante la guerra civile, così le nostre organizzazioni per adempiere questo compito devono essere educate, devono essere trasformate sulla base dei dati dell’esperienza.

Non abbiamo la minima pretesa d’imporre ai pratici una qualsiasi forma di lotta da noi inventata e nemmeno di risolvere a tavolino il problema della funzione di questa o quella forma di guerra partigiana nel corso generale della guerra civile in Russia. Siamo lontani dal voler vedere nella valutazione concreta di determinate azioni partigiane un problema di indirizzo della socialdemocrazia. Ma consideriamo sia nostro compito contribuire, nella misura delle nostre forze, a una giusta valutazione teorica delle nuove forme di lotta dettate dalla vita e condurre una lotta implacabile contro gli schematismi e i pregiudizi, che impediscono agli operai coscienti di impostare in modo giusto una nuova e difficile questione e di affrontarne in modo giusto la soluzione.

Note

1) Gruppo semicadetto (formato da Prokopovic, Kuskova, e altri) che pubblicò nel 1906 la rivista Biez Zaglavia. I suoi aderenti si dichiararono sostenitori dell’ala destra della socialdemocrazia dell’Europa occidentale ed erano contrari alla politica di classe autonoma del proletariato.

*) I socialdemocratici bolscevichi vengono spesso accusati di avere un atteggiamento superficiale e tendenzioso verso le azioni partigiane. Non sarà superfluo perciò rammentare che nel progetto di risoluzione sulle azioni partigiane (n. 2 delle Partiinie Izvestia e rapporto di Lenin sul congresso) quella parte di bolscevichi che le difende, per accettarle ha posto le seguenti condizioni: le «espropriazioni» di beni privati vengono assolutamente escluse; le «espropriazioni» di beni pubblici non vengono consigliate, ma solo ammesse, a condizione che il partito le controlli e i fondi vengano destinati ai bisogni dell’insurrezione. Le azioni partigiane di tipo terroristico sono state consigliate se condotte contro gli sgherri del governo e contro i centoneri attivi, purché si osservino le seguenti condizioni: 1) tenere conto dello stato d’animo delle larghe masse; 2) tenere presente la situazione del movimento operaio in quella determinata località; 3) preoccuparsi di evitare un inutile spreco di forze del proletariato. La differenza pratica di questo progetto dalla risoluzione che è stata approvata al Congresso di unificazione, consiste esclusivamente nel fatto che in quest’ultima non sono ammesse le «espropriazioni» di beni pubblici.

V. I. Lenin LA GUERRA DE GUERRILLAS

 Proletari, núm. 5, 30 de septiembre de 1906.  De las Obras Completas, t. Xl.

 De la colección: V. I. Lenin, Marx Engels Marxismo págs. 198-212.

 NOTA DEL EDITOR

La presente versión ha sido realizada sobre la base de diversas ediciones en lengua castellana y confrontada con el original ruso.

LA GUERRA DE GUERRILLAS

 La cuestión de la acción guerrillera es de sumo interés para nuestro Partido y para las masas obreras. Ya nos hemos referido de paso a ella más de una vez, y ahora, tal como lo habíamos prometido, nos proponemos ofrecer una exposición más completa de nuestras ideas al respecto.

I

Comencemos por el principio. ¿Cuáles son las exigencias fundamentales que todo marxista debe presentar para el análisis de la cuestión de las formas de lucha? En primer lugar, el marxismo se distingue de todas las formas primitivas del socialismo pues no liga el movimiento a una sola forma determinada de lucha. El marxismo admite las formas más diversas de lucha; además, no las “inventa”, sino que generaliza, organiza y hace conscientes las formas de lucha de las clases revolucionarias que aparecen por sí mismas en el curso del movimiento. El marxismo, totalmente hostil a todas las fórmulas abstractas, a todas las recetas doctrinas,

 exige que se preste mucha atención a la lucha de masas en curso que, con el desarrollo del movimiento, el crecimiento de la conciencia de las masas y la agudización de las crisis económicas y políticas, engendra constantemente nuevos y cada vez más diversos métodos de defensa y ataque. Por esto, el marxismo no rechaza categóricamente ninguna forma de lucha El marxismo no se limita, en ningún caso, a las formas de lucha posibles y existentes sólo en un momento dado, admitiendo la aparición inevitable de formas de lucha nuevas, desconocidas de los militantes de un período dado, al cambiar la coyuntura social. El marxismo, en este sentido, aprende, si puede decirse así, de la práctica de las masas, lejos de pretender enseñar a las masas formas de lucha inventadas por “sistematizadores” de gabinete. Sabemos — decía, por ejemplo, Kautsky, al examinar las formas de la revolución social — que la próxima crisis nos traerá nuevas formas de lucha que no podemos prever ahora.

En segundo lugar, el marxismo exige que la cuestión de las formas de lucha sea enfocada históricamente. Plantear esta cuestión fuera de la situación histórica concreta significa no comprender el abecé del materialismo dialéctico. En los diversos momentos de la evolución económica, según las diferentes condiciones políticas, cultural-nacionales, costumbrales, etc., aparecen en primer plano distintas formas de lucha, y se convierten en las formas de lucha principales; y, en relación con esto, se modifican a su vez las formas de lucha secundarias, accesorias. Querer responder sí o no a propósito de un determinado procedimiento de lucha, sin examinar en detalle la situación concreta de un movimiento dado, la fase dada de su desenvolvimiento, significa abandonar completarnente la posición del marxismo.

Estos son los dos principios teóricos fundamentales que deben guiarnos. La historia del marxismo en Europa Occidental nos suministra innumerables ejemplos que confirman lo dicho. La socialdemocracia europea considera, en el momento actual, el parlamentarismo y el movimiento sindical como las principales formas de lucha; en el pasado reconocía la insurrección y está plenamente dispuesta a reconocerla en el porvenir si la situación cambia, pese a la opinión de los liberales burgueses, como los kadetes[141] y los bezzaglavtsi [142] rusos. La socialdemocracia negaba la huelga general en la década del 70 como panacea social, como medio para derribar de golpe a la burguesía por la vía no política, pero admite plenamente la huelga política de masa (sobre todo, después de la experiencia rusa de 1905) como uno de los procedimientos de lucha, indispensable en ciertas condiciones. La socialdemocracia, que admitía la lucha de barricadas en la década del 40 del siglo XIX, y la rechazaba, basándose en datos concretos, a fines del siglo XIX, se ha declarado plenamente dispuesta a revisar esta última opinión y a reconocer la conveniencia de la lucha de barricadas después de la experiencia de Moscú, que ha iniciado según las palabras de Kautsky, una nueva táctica de las barricadas.

Establecidos los principios generales del marxismo, pasemos a la revolución rusa. Recordemos el desarrollo histórico de las formas de lucha que ha hecho aparecer. Primero, las huelgas económicas de los obreros (1896-1900), después, las manifestaciones políticas de obreros y estudiantes (1901-1902), las revueltas campesinas (1902), el principio de las huelgas políticas de masas combinadas de diversos modos con las manifestaciones (Rostov 1902, las huelgas del verano de 1903, el 9 de enero de 1905), la huelga política en toda Rusia con casos locales de combates de barricadas (octubre de 1905), la lucha masiva de barricadas y la insurrección armada (diciembre de 1905), la lucha parlamentaria pacífica (abril-junio de 1906), los alzamientos militares parciales (junio de 1905-julio de 1906), las sublevaciones parciales de campesinos (otoño de 1905-otoño de 1906).

Tal es el estado de cosas en el otoño de 1906, desde el punto de vista de las formas de lucha en general. La forma de lucha con que la autocracia “contesta” es el pogromo de las centurias negras, comenzando por el de Kishiniov en la primavera de 1903, y terminando por el de Siedlce en el otoño de 1906. Durante todo este período la organización de pogromos por las centurias negras y las matanzas de judíos, estudiantes, revolucionarios, obreros conscientes han ido constantemente en aumento y se han ido perfeccionando, uniéndose la violencia de la chusma sobornada a la violencia de las tropas centurionegristas, llegando hasta utilizar la artillería en aldeas y ciudades, en combinación con expediciones punitivas, trenes de represión, etc.

Tal es el fondo esencial del cuadro. Sobre este fondo se dibuja — evidentemente como algo particular, secundario, accesorio — el fenómeno a cuyo estudio y apreciación está consagrado el presente artículo. ¿En qué consiste este fenómeno? ¿Cuáles son sus formas? y ¿cuáles sus causas? ¿Cuándo surgió y hasta dónde se ha extendido? ¿Cuál su significación en la marcha general de la revolución? ¿Cuáles son sus relaciones con la lucha de la clase obrera, organizada y dirigida por la socialdemocracia? Estas son las cuestiones que debemos abordar ahora, después de haber bosquejado el fondo general del cuadro.

El fenómeno que nos interesa es la lucha armada. Sostienen esta lucha individuos aislados y pequeños grupos. Unos pertenecen a las organizaciones revolucionarias otros (la mayoría, en cierta parte de Rusia) no pertenecen a ninguna organización revolucionaria. La lucha armada persigue dos fines diferentes, que es preciso distinguir rigurosamente : en primer lugar, esta lucha se propone la ejecución de personas aisladas, de los jefes y subalternos de la policía y del ejército; en segundo lugar, la confiscación de fondos pertenecientes tanto al gobierno como a particulares. Parte de las sumas confiscadas va al partido, parte está consagrada especialmente al armamento y a la preparación de la insurrección, parte a la manutención de los que sostienen la lucha que caracterizamos. Las grandes expropiaciones (la del Cáucaso, de más de 200.000 rublos; la de Moscú, de 875.000 rubios) estaban destinadas precisamente a los partidos revolucionarios ante todo; las pequeñas expropiaciones sirven en primer lugar, e incluso a veces enteramente, al sostenimiento de los “expropiadores”. Esta forma de lucha ha tomado un amplio desarrollo y extensión, indudablemente, tan sólo en 1906, es decir, después de la insurrección de diciembre. La agudización de la crisis política hasta llegar a la lucha armada y, sobre todo, la agravación de la miseria, del hambre y del paro en las aldeas y en las ciudades han desempeñado un importante papel entre las causas que han originado la lucha de que tratamos. El mundo de los vagabundos, el “lumpenproletariat” y los grupos anarquistas han adoptado esta forma de lucha como la forma principal y hasta exclusiva de lucha social. Como forma de lucha empleada en “respuesta” por la autocracia, hay que considerar: el estado de guerra, la movilización de nuevas tropas, los pogromos de las centurias negras (Siedlce) y los consejos de guerra.

El juicio habitual sobre la lucha que estamos describiendo, se reduce a lo siguiente: esto es anarquismo, blanquismo, el antiguo terrorismo, actos de individuos aislados de las masas que desmoralizan a los obreros, que apartan de ellos a los amplios círculos de la población, desorganizan el movimiento y perjudican a la revolución. En los hechos comunicados todos los días por los periódicos se encuentran, sin dificultad, ejemplos para confirmar este juicio.

Pero ¿son convincentes estos ejemplos? Para comprobarlo tomemos el hogar en que esta forma de lucha está más desarrollada: la región de Letonia. He aquí en qué términos se lamenta Nóvoie Vremia [143] (del 9 y del 12 de septiembre), de la actividad de la socialdemocracia letona. El Partido Obrero Socialdemócrata Letón (sección del POSDR) publica regularmente 30.000 ejemplares de su periódico; en las columnas de anuncios de éste se publican listas de confidentes cuya supresión constituye un deber para cada hombre honrado; los que ayudan a la policía son declarados “enemigos de la revolución” y deben ser ejecutados, y, además, confiscados sus bienes; se llama a la población a no dar dinero para el Partido Socialdemócrata más que contra recibo sellado; en la última rendición de cuentas del Partido figuran, entre los 48.000 rublos de ingreso del año, 5.600 rublos de la sección de Libava para la compra de armas, procurados mediante expropiaciones. Como es natural, Nóvoie Vremia lanza rayos y centellas contra esta “legislación revolucionaria”, contra este “gobierno de terror”.

Nadie se atreverá a calificar de anarquismo, de blanquismo, de terrorismo, estas acciones de los socialdemócratas letones. Pero, ¿por qué? Porque en este caso es evidente la relación de la nueva forma de lucha con la insurrección que estalló en diciembre y que madura de nuevo. En lo que concierne a toda Rusia, esta relación no es tan perceptible, pero existe. La extensión de la lucha de “guerrillas”, precisamente después de diciembre, su relación con la agravación de la crisis no sólo económica, sino también política, son innegables. El viejo terrorismo ruso era obra del intelectual conspirador; ahora, la lucha de guerrillas la mantiene, por regla general, el obrero combatiente o simplemente el obrero sin trabajo. Blanquismo y anarquismo se les ocurren fácilmente a gentes que gustan de los clichés, pero en la atmósfera de insurrección, que de un modo tan evidente existe en la región de Letonia, es indudable que estas etiquetas aprendidas de memoria no tienen ningún valor.

El ejemplo de los letones demuestra perfectamente que el método, tan común entre nosotros, de analizar la guerra de guerrillas al margen de las condiciones de una insurrección, es incorrecto, anticientífico y antihistórico. Hay que tener en cuenta esta atmósfera insurreccional, reflexionar sobre las particularidades del período transitorio entre los grandes actos de la insurrección, comprender qué formas de lucha surgen necesariamente como consecuencia de ello y no salir del paso con un surtido de palabras aprendidas de memoria, que son empleadas lo mismo por los kadetes y por la gente de Nóvoie Vremia : ¡anarquismo, pillaje, rufianismo!

 Las operaciones de guerrillas, se dice, desorganizan nuestro trabajo. Apliquemos este razonamiento a la situación creada después de diciembre de 1905, a la época de los pogromos de las centurias negras y de la ley marcial. ¿Qué es lo que desorganiza más el movimiento en dicha época: la falta de resistencia o bien la lucha organizada de los guerrilleros? Comparad la Rusia Central con sus confines del Oeste, con Polonia y la región de Letonia. La lucha de guerrillas ha adquirido indudablemente mucha más difusión y desarrollo en esos confines occidentales. Y es no menos innegable que el movimiento revolucionario en general y el movimiento socialdemócrata en particular, están más desorgenizados en la Rusia Central que en las regiones del Oeste. Evidentemente, ni siquiera se nos ocurre la idea de deducir que si los movimientos socialdemócratas polaco y letón están menos desorganizados es gracias a la guerra de guerrillas. No. La única conclusión que se desprende de ello es que no puede imputarse a la guerra de guerrillas el estado de desorganización del movimiento obrero socialdemócrata en la Rusia de 1906.

Se invocan frecuentemente las particularidades de las condiciones nacionales, lo cual revela manifiestamente la debilidad de la argumentación corriente. Si se trata de las condiciones nacionales, es que no se trata de anarquismo, de blanquismo, de terrorismo — pecados comunes a toda Rusia e incluso específicamente rusos –, sino de algo diferente. ¡Analizad este algo diferente de un modo concreto, señores! Veréis entonces que la opresión o el antagonismo nacionales no explican nada, pues siempre han existido en los confines occidentales, mientras que la lucha de guerrillas ha sido engendrada solamente por el período histórico actual. Hay muchos sitios en que existen la opresión y el antagonismo nacionales, pero no la lucha de guerrillas, que se desarrolla a veces sin que se dé la opresión nacional. Un análisis concreto de la cuestión muestra que no es del yugo nacional de lo que se trata, sino de las condiciones de la insurrección. La lucha de guerrillas es una forma inevitable de lucha en un momento en que el movimiento de masas ha llegado ya realmente a la insurrección y en que se producen intervalos más o menos considerables entre “grandes batallas” de la guerra civil.

No son las acciones de guerrillas las que desorganizan el movimiento, sino la debilidad del Partido, que no sabe tomar en sus manos tales acciones. Por eso, entre nosotros, los rusos, los anatemas lanzados habitualmente contra las acciones de guerrillas, coinciden con acciones de guerrillas clandestinas, accidentales, no organizadas, que realmente desorganizan al Partido. Incapaces de comprender cuáles son las condiciones históricas que engendran esta lucha, somos igualmente incapaces de contrarrestar sus aspectos perjudiciales. La lucha no por eso deja de continuarse, pues la provocan potentes factores económicos y políticos. No tenemos fuerza para suprimir estos factorcs ni esta lucha. Nuestras quejas contra la lucha de guerrillas son quejas contra la debilidad de nuestro Partido en materia de insurrección.

Lo que hemos dicho de la desorganización se aplica también a la desmoralización. No es la guerra de guerrillas lo que desmoraliza, sino el carácter inorganizado, desordenado, sin partido de las acciones de guerrillas. De esta evidentísima desmoralización no nos salvaremos ni un ápice condenando o maldiciendo las acciones de guerrillas; pues estas condenaciones y maldiciones son absolutamente impotentes para detener un fenómeno provocado por causas económicas y políticas profundas. Se nos objetará que si somos incapaces de detener un fenómeno anormal y desmoralizador, esto no es razón para que el Partido adopte procedimientos de lucha anormales y desmoralizadores. Pero tal objeción sería puramente liberal-burguesa y no marxista, pues un marxista no puede considerar en general anormales y desmoralizadoras la guerra civil o la guerra de guerrillas, como una de sus formas. Un marxista se basa en la lucha de clases y no en la paz social. En ciertos períodos de crisis económicas y políticas agudas, la lucha de clases, al desenvolverse, se transforma en guerra civil abierta, es decir, en lucha armada entre dos partes del pueblo. En tales períodos, el marxista está obligado a tomar posición por la guerra civil. Toda condenación moral de ésta es completamente inadmisible desde el punto de vista del marxismo.

En una época de guerra civil, el ideal del Partido del proletariado es un partido de combate. Esto es absolutamente incontrovertible. Estamos completamente dispuestos a conceder que, desde el punto de vista de la guerra civil se puede demostrar, y se demuestra, la inconveniencia de unas u otras formas de guerra civil en uno u otro momento. Admitimos plenamente la crítica de las diversas formas de guerra civil desde el punto de vista de la conveniencia militar y estamos incondicionalmente de acuerdo en que, en esta cuestión, el voto decisivo corresponde a los militantes activos socialdemócratas de cada localidad. Pero, en nombre de los principios del marxismo, exigimos absolutamente que nadie intente sustraerse al análisis de las condiciones de la guerra civil con frases triviales y rutinarias sobre el anarquismo, el blanquismo y el terrorismo; que no se haga de los procedimientos insensatos empleadGs en la guerra de guerrillas en un cierto momento por cierta organización del Partido Socialista Polaco, un espantajo en la cuestión de la participación de la socialdemocracia en la guerra de guerrillas en general.

 El argumento de que la guerra de guerrillas desorganiza el movimiento debe ser apreciado de manera crítica. Toda forma nueva de lucha, que trae aparejada consigo nuevos peligros y nuevos sacrificios, “desorganiza”, indefectiblemente, las organizaciones no preparadas para esta nueva forma de lucha. Nuestros antiguos círculos de propagandistas se desorganizaron al recurrir a los métodos de agitación. Nuestros comités se desorganizaron al recurrir a las demostraciones. En toda guerra, cualquier operación lleva un cierto desorden a las filas de los combatientes. De esto no puede deducirse que no hay que combatir. De esto es preciso deducir que hay que aprender a combatir. Y nada más.

Cuando veo a socialdemócratas que declaran arrogante y presuntuosamente: nosotros no somos anarquistas, ni ladrones, ni bandidos; estamos por encima de todo eso, rechazamos la guerra de guerrillas, me pregunto: ¿comprenden esas gentes lo que dicen? En todo el país se libran encuentros armados y choques entre el gobierno centurionegrista y la población. Es un fenómeno absolutamente inevitable en la fase actual de desarrollo de la revolución. Espontáneamente, sin organización — y, precisamente por eso, en formas a menudo poco afortunadas y malas –, la población reacciona también mediante colisiones y ataques armados. Estoy de acuerdo en que, a causa de la debilidad o de la falta de preparación de nuestra organización, podemos renunciar, en una localidad y en un momento dado, a colocar esta lucha espontánea bajo la dirección del Partido. Estoy de acuerdo en que esta cuestión debe ser resuelta por los militantes locales activos, en que no es cosa fácil reajustar el trabajo de organizaciones débiles y no preparadas. Pero cuando veo que un teórico o que un publicista de la socialdemocracia, no lamenta esta falta de preparación, sino que repite con orgullosa suficiencia y entusiasmo narcisista las frases aprendidas en su primera juventud sobre el anarquismo, el blanquismo y el terrorismo, me causa una gran pena el ver rebajar así la doctrina más revolucionaria del mundo.

Se dice que la guerra de guerrillas aproxima al proletariado consciente a la categoría de los vagabundos borrachines y degradados. Es cierto. Pero de esto sólo se desprende que el partido del proletariado no puede nunca considerar la guerra de guerrillas como el único, ni siquiera como el principal procedimiento de lucha; que este procedimiento debe estar subordinado a los otros, debe ser proporcionado a los procedimientos esenciales de lucha, ennoblecido por la influencia educadora y organizadora del socialismo. Sin esta última condición, todos, absolutamente todos los procedimientos de lucha, en la sociedad burguesa, aproximan al proletariado a las diversas capas no proletarias, situadas por encima o por debajo de él, y, abandonados al curso espontáneo de los acontecimientos, se desgastan, se pervierten, se prostituyen. Las huelgas, abandonadas al censo espontáneo de los acontecimientos, degeneran en Alliances, en acuerdos entre obreros y patronos contra los consumidores. El parlamento degenera en un burdel, donde una banda de politicastros burgueses comercia al por mayor y al por menor con la “libertad popular”, el “liberalismo”, la “democracia”, el republicanismo, el anticlericalismo, el socialismo y demás mercancías de fácil colocación. La prensa se transforma en alcahueta barata, en instrumento de corrupción de las masas, de adulación grosera de los bajos instintos de la muchedumbre, etc., etc. La socialdemocracia no conoce procedimientos de lucha universales que separen al proletariado con una muralla china de las capas situadas un poco más arriba o un poco más abajo de él. La socialdemocracia emplea, en diversas épocas, diversos procedimientos, rodeando siempre su aplicación de condiciones ideológicas y de organización rigurosamente determinadas[*].

Las formas de lucha de la revolución rusa, comparadas con las revoluciones burguesas de Europa, se distinguen por su extraordinaria variedad. Kautsky lo había previsto en parte cuando decía en 1902 que la futura revolución (tal vez con excepción de Rusia, añadía) sería no tanto una lucha del pueblo contra el gobierno, como una lucha entre dos partes del pueblo. En Rusia vemos que esta segunda lucha toma indudablemente un desarrollo más extenso que en las revoluciones burguesas de Occidente. Los enemigos de * Se acusa frecuentemente a los socialdemócratas bolcheviques de asumir una actitud irreflexiva y parcial frente a las acciones de guerrillas. Por esto no será superfluo recoldar que en el proyecto de resolución sobre las acciones de guerrillas (Nƒ 2 de Partinie Izvestia [144] e informe de Lenin acerca del Congreso[145]) el sector de bolcheviques que las defiende ha puesto las condiciones siguientes para su aprobación: no son toleradas en absoluto las “expropiacioncs” de bienes privados; las “expropiacioncs” de bienes del Estado no son recomendadas; sólo son toleradas a condición de que se hagan bajo el control del Partido y de que los recursos sean destinados a las necesidades de la insurrección. Las acciones de guerrillas que revisten la forma de actos terroristas son recomendadas contra los opresores gubernamentales y los elementos activos de las “centurias negras”, pero con las condiciones siguientes: 1) tener en cuenta el estado de ánimo de las grandes masas; 2) tomar en consideración las condiciones del movimiento obrero local; 3) preocuparse de no gastar inútilmente las fuerzas del proletariado. La diferencia práctica entre este proyecto y la resolución adoptada en el Congreso de Unificación[146] consiste, exclusivamente, en que las “expropiaciones” de bienes del Estado no han sido admitidas.

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nuestra revolución son poco numerosos entre el pueblo, pero se organizan más y más a medida que la lucha se agudiza y reciben apoyo de las capas reaccionarias de la burguesía. Es, pues, completamente natural e inevitable que en una época semejante, en una época de huelgas políticas en escala nacional, la insurrección no puede adoptar la antigua forma de actos aislados, limitados a un lapso de tiempo muy breve y a una zona muy reducida. Es completamente natural e inevitable que la insurrección tome formas más elevadas y complejas de una guerra civil prolongada y que abarca a todo el país, es decir, de una lucha armada entre dos partes del pueblo. Semejante guerra no puede concebirse más que como una serie de pocas grandes batallas, separadas unas de otras por intervalos relativamente considerables y una gran cantidad de pequeños encuentros librados durante estos intervalos. Si esto es así — y lo es sin duda –, la socialdemocracia debe sin falta plantearse la tarea de constituir organizaciones que sean lo más aptas posibles para dirigir a las masas en estas grandes batallas y, en lo posible, en estos pequeños encuentros. La socialdemocracia debe proponerse, en la época en que la lucha de clases se agudiza hasta llegar a la guerra civil, no solamente tomar parte en esta guerra civil, sino también desempeñar la función dirigente en ella. La socialdemocracia debe educar y preparar a sus organizaciones para que realmente sean capaces de actuar como una parte beligerante, no dejando pasar ninguna ocasión de asestar un golpe a las fuerzas del adversario.

 Esta es — no es posible negarlo — una tarea difícil, que no se puede resolver de golpe. Lo mismo que todo el pueblo se reeduca y se instruye en la lucha en el curso de la guerra civil, nuestras organizaciones deben ser educadas, deben ser reorganizadas sobre la base de lo que enseña la experiencia, a fin de estar a la altura de su misión.

No tenemos la menor pretensión de imponer a los militantes activos una forma de lucha cualquiera inventada por nosotros, ni siquiera resolver, desde nuestro gabinete, la cuestión del papel que una u otra forma de guerra de guerrillas puede desempeñar en el curso general de la guerra civil en Rusia. Lejos de nosotros la idea de ver en la apreciación concreta hecha de una u otra acción de guerrillas una cuestión de tendencia en la socialdemocracia. Pero consideramos que constituye para nosotros un deber contribuir en la medida de nuestras fuerzas a la justa apreciación teórica de las formas nuevas de lucha que la vida hace aparecer; que debemos combatir sin cuartel la rutina y los prejuicios que impiden a los obreros conscientes plantear como conviene esta nueva y difícil cuestión y abordar como es debido su solución.

NOTAS

 [141] Kadetes (“Los demócratas constitucionalistas”): principal partido burgués de Rusia; partido de la burguesía monárquica liberal, se constituyó en octubre de 1905. Su lider fue P. Miliukov. Encubriéndose con falsas apariencias de democratismo, se llamaron a sí mismo el partido de la “libertad del pueblo”, se esforzaban por atraer a su lado a los campeshlos. Aspiraban a conservar el zarismo como una monarquía constitucional. Más tarde, el partido constitucional demócrata se convirtió en un partido burgués del imperialismo. Después de la victoria de la Revolución Socialista de Octubre, los kadetes organizaron complots y sublevaciones contrarrevolucionarias para derrocar la República Soviética. [pág. 200]

[142] Bezzaglavtsi : organizadores y colaboradores de la revista Bez Zaglavia (“Sin Titulo”), editada en Petersburgo en 1906 por S. N. Prokopóvich, E. D. Kuskova, V. I. Bogucharski y otros. Los Bezzglavtsi se declaraban abiertamente partidarios del revisionismo, apoyaban a los mencheviques y liberales, y actuaban contra la política independiente del proletariado. Lenin llamó a los Bezzaglavtsi kadetes tipo menchevique, o sea, mencheviques tipo kadete. [pág. 200]

[143] Nóvoie Vremia (“Tiempos Nuevos”): diario que se publicó en Petersburgo desde 1868 hasta 1917. Primero fue liberal moderado, y desde 1876, se trasformó en vocero de los circulos reaccionarios de la nobleza y la burocracia, luchó no solamente contra el movimiento revolucionario, sino también contra el de la burguesía liberal. A partir de 1905 se convirtió en órgano de los centurionegristas. Lenin lo llamaba “modelo de periódico venal”. Después de la Revolución Democrático burguesa de Febrero apoyó sin reservas la politica contrarrevolucionaria del gobierno provisional burgués y desató una furiosa campaña contra los bolcheviques. Fue clausurado el 8 de noviembre de 1917 por el Comité Militar Revolucionario adjunto al Soviet de Petrogrado. [pág. 203]

[144] Partinie Izvestia (“Noticias del Partido”): periódico clandestino del CC Unificado del POSDR, se publicó en Petersburgo en visperas del IV Congreso (de Unificación) del Partido. Sólo aparecieron dos números: el 20 de febrero y el 2 de abril de 1906. La redacción estaba integrada por los redactores del periódico bolchevique (Proletari ) y por igual número de redactores de la nueva Iskra menchevique. Representaban a los bolcheviques Lenin, Lunacharski y otros.

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En Partinie Izvestia se incluyeron dos articulos de Lenin: “La situación actual en Rusia y la táctica del partido obrero ” y “La revolución rusa y las tareas del proletariado “, con la firma Bolchevique. (V. I. Lenin, Obras Completas, t. X.) Después del Congreso, Partinie Izvestia dejó de aparecer. [pág. 210]

[145] Se alude al “Informe sobre el Congreio de Unificación del POSDR” — Carta a los obreros de Petersburgo. (V. I. Lenin, Obras Completas, t. X.) [pág. 210]

[146] El IV Congreso (de Unificación) del POSDR se realizo en Estocolmo entre el 23 de abril y 8 de mayo de 1906.

Asistieron al Congreso 112 delegados con derecho a voto, en representacion de 57 organizaciones locales del POSDR, y 22 delegados con voz pero sin voto. Las organizaciones nacionales también estuvieron representadas: tres delegados por la socialdemocracia de Polonia y Lituania, tres por el Bund, tres por el partido obrero socialdemócrata de Letonia, un delegado del Partido Obrero Socialdemócrata de Ucrania y uno del Partido Obrero de Finlandia. Además, asistió un representante del Partido Obrero Socialdemócrata de Bulgaria. De los delegados, 46 eran bolcheviques y 62 mencheviques. El Congreso analizó los siguientes principales problemas: problema agrario; apreciación de la situación actual y de las tareas de clase del proletariado; la actitud hacia la Duma del Estado; problema organizativo. La discusión de cada problema provocaba áspera lucha entre bolcheviques y mencheviques. Lenin presentó informes e intervino acerca del problema agrario, de la situación en ese momento, de la táctica respecto a la elección en la Duma, la insurrección armada y otros problemas.

La superioridad numérica de los mencheviques, aunque mezquina, determinó el carácter de las resoluciones: con respecto a muchos problemas el Congreso tomó resoluciones mencheviques (resoluciones sobre el problema agrario, la actitud hacia la Duma, etc.). En lo que se refiere a los estatutos, el Congreso adoptó la formulación de Lenin para el articulo 1. Se aprobó una resolución sobre la unificación con la socialdemocracia de Polonia y de Lituania y con el Partido Obrero Socialdemócrata de Letonia, que se incorporaron al POSDR como organizaciones territoriales. Asimismo el Congreso prejuzgó la cuestión de Bund de formar parte de POSDR.

Integraban el Comité Central, elegido en el Congreso, tres bolcheviques y siete mencheviques. La Redacción del Organo Central estaba compuesta sólo por mencheviques.

 

pág. 650

 

 

El análisis detallado de la labor del Congreso aparece en el artículo “Informe sobre el Congreso de Unificación del POSDR”. (V. I. Lenin, Obras Completes, t. X.) “El momento actual y el Congreso de Unificación del Partido Obrero” y “Prólogo del autor al primer tomo”. (J. Stalin, Obras, t. I.) [pág. 210]

 

 

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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