V.I.Lenin- Il marxismo e l’insurrezione

 

 Lenin, Opere Complete, vol. 26, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 12-17

 

 V.I.Lenin

 

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Il marxismo e l’insurrezione

 

Lettera al Comitato Centrale del POSDR

 

 

 

Scritto il 13-14 (26-27) settembre 1917

 

Pubblicato per la prima volta in Proletarskaia Revoliutsia, n. 2, 1921.

 

 

 

La menzogna opportunistica secondo la quale la preparazione dell’insurrezione e, in generale, il considerare l’insurrezione come un’arte è «blanquismo», è una delle peggiori e forse la più diffusa delle deformazioni del marxismo compiute dai partiti «socialisti» dominanti.

 

 

 

Il capo dell’opportunismo, Bernstein, si è già guadagnato una trista celebrità accusando il marxismo di blanquismo, e gli opportunisti attuali che gridano al blanquismo, in sostanza non rinnovano e non «arricchiscono» affatto le già povere «idee» di Bernstein.

 

 

 

Accusare i marxisti di blanquismo perché considerano l’insurrezione come un’arte! Si può forse deformare la verità in modo più disgustoso, quando nessun marxista può negare che Marx stesso si è pronunciato nel modo più netto, preciso e categorico sulla questione, definendo appunto l’insurrezione un’arte, dicendo che bisogna trattarla come un’arte, che bisogna conquistare un primo successo e proseguire di successo in successo, senza interrompere l’offensiva contro il nemico, approfittando del suo disorientamento, ecc. ecc.?

 

 

 

Per riuscire, l’insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d’avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa che è il momento in cui l’attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell’impostazione del problema dell’insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo.

 

 

 

Ma una volta che queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione.

 

 

 

Per dimostrare perché proprio il momento in cui viviamo è quello in cui il partito deve obbligatoriamente riconoscere che l’insurrezione è posta all’ordine del giorno dal corso obiettivo degli avvenimenti e dev’essere considerata come un’arte, per dimostrare ciò sarà meglio ricorrere al metodo comparativo e confrontare le giornate del 3-4 luglio con le giornate di settembre.

 

 

 

Il 3-4 luglio si poteva, senza peccare contro la verità, porre la questione in questi termini: sarebbe preferibile impadronirsi del potere perché, diversamente, i nostri nemici ci accuseranno egualmente di sedizione e ci puniranno come degli insorti. Ma questa considerazione non permetteva di concludere allora che fosse giunto il momento di battersi per conquistare il potere, perché mancavano le condizioni obiettive per la vittoria dell’insurrezione.

 

 

 

1) La classe che è l’avanguardia della rivoluzione non era ancora con noi.

 

Non avevamo ancora la maggioranza tra gli operai e i soldati delle due capitali. Oggi l’abbiamo in entrambi i soviet. Essa è stata creata esclusivamente dagli avvenimenti di luglio e di agosto, dall’esperienza della «repressione» contro i bolscevichi e della rivolta di Kornilov.

 

 

 

2) Mancava allora lo slancio rivoluzionario di tutto il popolo. Oggi, dopo il tentativo di Kornilov, esso esiste. Quel che avviene in provincia e la presa del potere da parte dei soviet in molte località lo dimostrano.

 

 

 

3) Non v’erano esitazioni importanti, su scala politica generale, tra i nostri nemici e tra la piccola borghesia indecisa. Oggi, queste esitazioni sono gigantesche: il nostro principale nemico, l’imperialismo alleato e mondiale (perché gli «Alleati» sono alla testa dell’imperialismo mondiale) esita in questo momento tra la guerra fino alla vittoria finale e la pace separata contro la Russia. I nostri democratici piccolo-borghesi, che hanno indubbiamente perduto la maggioranza tra il popolo, hanno cominciato a esitare fortemente, rinunciando al blocco, cioè alla coalizione, con i cadetti.

 

 

 

4) Perciò il 3-4 luglio l’insurrezione sarebbe stata un errore: non avremmo potuto conservare il potere né fisicamente né politicamente. Non ne avremmo avuto la forza fisica, perché, nonostante che Pietrogrado fosse in qualche momento nelle nostre mani, i nostri operai e i nostri soldati non erano pronti a battersi, a morire per il possesso di Pietrogrado; non erano ancora così «inferociti», non c’era un odio così furibondo e contro i Kerenski, e contro gli Tsereteli e i Cernov; e i nostri militanti non erano ancora temprati dall’esperienza della persecuzione contro i bolscevichi, condotta col concorso dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi.

 

 

 

Politicamente, il 3-4 luglio non avremmo conservato il potere perché prima dell’avventura di Kornilov l’esercito e la provincia avrebbero potuto marciare e avrebbero marciato contro Pietrogrado.

 

 

 

Oggi il quadro è completamente diverso.

 

 

 

Dalla nostra parte è la maggioranza della classe, che è l’avanguardia della rivoluzione, l’avanguardia del popolo, capace di trascinare le masse.

 

 

 

Dalla nostra parte è la maggioranza del popolo, perché le dimissioni di Cernov sono il sintomo più visibile, più evidente (ma non il solo) che dal blocco dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari (e dagli stessi socialisti-rivoluzionari) i contadini non avranno la terra. E proprio in questo consiste il carattere generale, popolare, della rivoluzione.

 

 

 

Dalla nostra parte è il vantaggio della situazione del nostro partito, che sa bene qual è la sua via, mentre tutto l’imperialismo etutto il blocco menscevico-socialista-rivoluzionario sono esitanti come non mai.

 

 

 

Dalla nostra parte è la vittoria sicura, perché il popolo è ormai vicino alla disperazione, e noi additiamo a tutto il popolo la soluzione giusta, dopo avergli mostrato, «nei giorni di Kornilov», il valore della nostra direzione, e dopo aver proposto successivamente un compromesso agli uomini del blocco e averne ricevuto, tra continue esitazioni, un rifiuto.

 

 

 

Sarebbe il più grave degli errori credere che la nostra proposta di compromesso non sia stata ancora respinta, che la «Conferenza democratica» possa ancora accettarla. Il compromesso è stato pro posto da partito a partiti; non poteva essere proposto altrimenti. Questi partiti l’hanno respinto. La Conferenza democratica è solo una conferenza enulla più. Non bisogna dimenticare che la maggioranza del popolo rivoluzionario, i contadini poveri ed esasperati, non vi sono rappresentati. E una conferenza della minoranza del popolo; ecco la verità evidente che non si deve dimenticare. Considerare la Conferenza democratica come un parlamento, sarebbe, da parte nostra, errore gravissimo, cretinismo parlamentare della peggiore specie, perché anche se la Conferenza si proclamasse parlamento, e parlamento sovrano della rivoluzione, non potrebbe egualmente decidere nulla: la decisione sta fuori della Conferenza, nei quartieri operai di Pietrogrado e di Mosca.

 

 

 

Abbiamo dinanzi a noi tutte le premesse obiettive per un’insurrezione coronata dal successo. Noi abbiamo il vantaggio straordinario di una situazione in cui solo la nostra vittoria nell’insurrezione può porre fine alle esitazioni che hanno esasperato il popolo e che sono il peggior supplizio; in cui solo la nostra vittoria nell’insurrezione può far fallire i tentativi di una pace separata contro la rivoluzione, e lo farà con la pubblica proposta di una pace più completa, più giusta, più rapida: una pace in favore della rivoluzione.

 

 

 

Infine, solo il nostro partito, vincendo nell’insurrezione, può salvare Pietrogrado, perché se la nostra offerta di pace sarà respinta e se non otterremo neppure un armistizio, allora noi diventeremo «difensisti», ci porremo alla testa dei partiti della,guerra, diventeremo il principale partito «della guerra», faremo la guerra in modo veramente rivoluzionario. Noi toglieremo ai capitalisti tutto il pane e tutte le scarpe. Non lasceremo loro che delle croste, non daremo loro che dei lapti (1). Il pane e le scarpe li invieremo al fronte.

 

 

 

E noi conserveremo allora Pietrogrado.

 

 

 

La Russia ha ancora immense risorse materiali e morali per una guerra veramente rivoluzionaria. Vi sono perciò novantanove probabilità su cento che i tedeschi ci accordino almeno l’armistizio; e ottenere l’armistizio ora significa già vincere il mondo intero.

 

 

 

Coscienti della necessità assoluta che gli operai di Pietrogrado e di Mosca insorgano per salvare la rivoluzione e per salvare la Russia da una spartizione «separata» da parte degli imperialisti delle due coalizioni, dobbiamo, in primo luogo, adattare alle condizioni dell’insurrezione in sviluppo la nostra tattica politica alla Conferenza; ed in secondo luogo provare che noi non accettiamo solo a parole l’idea di Marx sulla necessità di considerare l’insurrezione come un’arte.

 

 

 

Alla Conferenza dobbiamo immediatamente rinsaldare il gruppo bolscevico, senza preoccuparci del numero, senza temere di lasciare gli esitanti nel campo degli esitanti: essi saranno più utili alla causa della rivoluzione che non nel campo dei combattenti risoluti e devoti.

 

 

 

Dobbiamo redigere una breve dichiarazione dei bolscevichi, sottolineando nel modo più netto l’inopportunità dei lunghi discorsi e dei «discorsi» in generale, la necessità di un’azione immediata per salvare la rivoluzione, la necessità assoluta di una rottura completa con la borghesia, della destituzione di tutto il governo attuale, di una rottura completa con gli imperialisti franco-inglesi che preparano la spartizione «separata» della Russia, e la necessità dell’immediato passaggio di tutto il potere nelle mani della democrazia guidata dal proletariato rivoluzionario.

 

 

 

La nostra dichiarazione deve formulare questa conclusione nel modo più conciso e più netto, legandola al nostro progetto di programma: pace ai popoli, terra ai contadini, confisca degli scandalosi profitti dei capitalisti, repressione dello scandaloso sabotaggio della produzione perpetrato dai capitalisti.

 

 

 

Più la dichiarazione sarà breve e recisa, meglio sarà. Si dovranno soltanto indicare chiaramente altri due punti di estrema importanza: il popolo è stanco delle esitazioni, il popolo non ne può più delle indecisioni dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi; noi rompiamo definitivamente con quei partiti, perché essi hanno tradito la rivoluzione.

 

 

 

Secondo punto: proponendo immediatamente una pace senza annessioni, rompendo senza indugio con gli imperialisti alleati e con tutti gli imperialisti in generale, o noi otterremo immediatamente un armistizio, o tutto il proletariato rivoluzionario sarà per la difesa, e, sotto la sua direzione, la democrazia rivoluzionaria farà, da quel momento, una guerra veramente giusta, veramente rivoluzionaria.

 

 

 

Dopo aver letto la nostra dichiarazione, dopo aver invitato a decidere e non a parlare, ad agire e non a scrivere risoluzioni, dobbiamo, gettaretutto il nostro gruppo nelle officine e nelle caserme:là è il suo posto, là è il nerbo della vita, là è la sorgente della salvezza della rivoluzione, là è il motore della Conferenza democratica.

 

 

 

Là, parlando con ardore, con passione, dobbiamo spiegare il nostro programma, ponendo così la questione: o accettazione completa di quel programma da parte della Conferenza o insurrezione. Non c’è via di mezzo. L’attesa è impossibile. La rivoluzione perisce.

 

 

 

Posta cosi la questione, concentrato tutto il gruppo bolscevico nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento giusto per l’inizio dell’insurrezione.

 

 

 

E per trattare l’insurrezione da marxisti, cioè come un’arte, dobbiamo, nello stesso tempo, senza perdere un istante, organizzare uno stato maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, mettere i reggimenti fedeli nei punti più importanti, circondare il Teatro Alessandro (2), occupare la fortezza di Pietro e Paolo, arrestare stato maggiore e governo, mandare contro gli allievi ufficiali e contro la «divisione selvaggia» reparti pronti a sacrificarsi piuttosto che lasciar entrare il nemico nel centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli a un’ultima accanita battaglia, occupare simultaneamente il telegrafo e il telefono, installare il nostro stato maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarlo per telefono a tutte le officine, a tutti i reggimenti, a tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc.

 

 

 

Tutto questo è detto naturalmente in modo indicativo solo per illustrare il concetto che, in questo momento, non si può rimanere fedeli al marxismo, rimaner fedeli alla rivoluzione senza considerare l’insurrezione come un’arte.

 

 

 

Note

 

 

 

1) Calzature dei contadini poveri russi, fatte di scorza d’albero.

 

 

 

2) La Conferenza democratica teneva le sue riunioni nel teatro Alessandro a Pietrogrado. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, dopo che era stata schiacciata la rivolta di Kornilov, si erano opposti alla coalizione con i cadetti. Di fronte allo slancio della rivoluzioni imminente, per conservare i loro fautori, menscevichi e socialisti-rivoluzionari si erano dichiarati contrari a questa coalizione, ma nei fatti continuarono a difendere l’alleanza con i cadetti e a favorirne o a seguirne la politica.

 

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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