Vladimir Lenin Il socialismo e la guerra (1915)

Vladimir Lenin Il socialismo e la guerra (1915)

Il socialismo e la guerra Prefazione alla seconda edizione [1]

 Il presente opuscolo è stato scritto nell’estate del 1915, prima della Conferenza di Zimmerwald [2]. E’ stampato anche in tedesco e in francese ed è stato ripubblicato integralmente in norvegese, nell’organo della gioventù socialdemocratica norvegese. L’edizione tedesca di questo opuscolo è stata introdotta in Germania illegalmente ed illegalmente diffusa a Berlino, Lipsia, Brema ed altre città, dai seguaci della sinistra zimmerwaldiana e dal gruppo di Karl Liebknecht. L’edizione francese è stata stampata illegalmente a Parigi e diffusa dagli zimmerwaldiani francesi. L’edizione russa è giunta in numero assai limitato di copie e, a Mosca, è stata copiata a mano da operai.

Ripubblichiamo ora integralmente l’opuscolo come documento. Il lettore dovrà sempre tener presente che esso è stato scritto nell’agosto del 1915. Bisogna particolarmente ricordarsene quando si parla della Russia: la Russia era allora ancora zarista, era la Russia dei Romanov…

 Note

 1. Pubblicata nell’edizione dell’opuscolo del 1918.

 2. Conferenza internazionale socialista che ebbe luogo dal 5 all’8 settembre 1915. Vi parteciparono 38 delegati di 11 paesi europei. Al termine della conferenza, l’ala sinistra degli internazionalisti, che si era stretta intorno a Lenin, elesse il suo “Ufficio”, organizzò la pubblicazione di un bollettino e di un giornale teorico (Der Vorbote) e svolse un grande lavoro di organizzazione. L'”Ufficio” fu il germe della III Internazionale.

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Il socialismo e la guerra

I. I princìpi del socialismo e la guerra del 1914-15

Indice La posizione dei socialisti di fronte alle guerre Tipi storici di guerre nei tempi moderni Differenza fra guerra di aggressione e guerra di difesa La guerra attuale è una guerra imperialista La guerra tra i maggiori schiavisti per la conservazione e il rafforzamento della schiavitù “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (e precisamente con mezzi violenti) L’esempio del Belgio Perché combatte la Russia? Che cos’è il socialsciovinismo? Il manifesto di Basilea Falsi richiami a Marx e a Engels Il fallimento della II Internazionale Il socialsciovinismo è il pieno sviluppo dell’opportunismo L’unità con gli opportunisti significa unione degli operai con la “propria” borghesia nazionale e divisione della classe operaia internazionale rivoluzionaria Il “kautskismo” La parola d’ordine dei marxisti è la parola d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria L’esempio della fraternizzazione nelle trincee L’importanza dell’organizzazione illegale Sulla sconfitta del “proprio” governo nella guerra imperialista Sul pacifismo e sulla parola d’ordine della pace Il diritto delle nazioni all’autodecisione


La posizione dei socialisti di fronte alle guerre

 I socialisti hanno sempre condannato le guerre fra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi (fautori e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi ci distinguiamo in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi nell’interno di ogni paese, comprendiamo l’impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressivo e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime, degli schiavi contro i padroni di schiavi, dei servi della gleba contro i proprietari fondiari, degli operai salariati contro la borghesia. E dai pacifisti e dagli anarchici noi marxisti ci distinguiamo in quanto riconosciamo la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra. Nella storia sono più volte avvenute delle guerre che, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie ed i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, sono state progressive; che, cioè, sono state utili all’evoluzione dell’umanità, contribuendo a distruggere istituzioni particolarmente nocive e reazionarie (per esempio l’autocrazia o la servitù della gleba), i più barbari dispotismi dell’Europa (quello turco e quello russo). Perciò bisogna prendere in esame le particolarità storiche proprie di questa guerra.

 Tipi storici di guerre nei tempi moderni

 La grande Rivoluzione francese ha iniziato una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora fino alla Comune di Parigi, dal 1789 al 1871, un particolare tipo di guerra è costituito dalle guerre a carattere borghese progressivo, di liberazione nazionale. In altre parole, il principale contenuto ed il significato storico di queste guerre è stato l’abbattimento e la distruzione dell’assolutismo e del feudalesimo, l’abbattimento dell’oppressione straniera. Esse sono state, perciò, guerre progressive e tutti gli onesti democratici rivoluzionari, nonché tutti i socialisti, durante tali guerre, simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia) che contribuiva ad abbattere o a minare i pilastri più pericolosi del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione di popoli stranieri. Per esempio, nelle guerre rivoluzionarie della Francia c’era anche un elemento di rapina e di conquista di terre straniere da parte dei francesi, ma ciò non cambia affatto il significato storico fondamentale di quelle guerre, le quali distruggevano e scuotevano il feudalesimo e l’assolutismo in tutta la vecchia Europa feudale. Nella guerra franco-prussiana, la Germania depredò la Francia; ma ciò non cambia il significato storico fondamentale di quella guerra, che ha liberato il popolo tedesco, cioè un popolo di decine di milioni di uomini, dal frazionamento feudale e dall’oppressione di due despoti: lo zar russo e Napoleone III.


Differenza fra guerra di aggressione e guerra di difesa

Il periodo 1789-1871 ha lasciato tracce e ricordi rivoluzionari profondi. Fino all’abolizione del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione straniera, non si poteva nemmeno parlare di uno sviluppo della lotta proletaria per il socialismo. Quando parlavano di legittimità della guerra “difensiva”, a proposito delle guerre di tale epoca, i socialisti avevano presenti appunto sempre quegli scopi, cioè la rivoluzione contro il medioevo e contro la servitù della gleba. Per guerra “difensiva” i socialisti hanno sempre inteso una guerra “giusta” in questo senso (una volta W. Liebknecht si espresse appunto così). Soltanto in questo senso i socialisti hanno riconosciuto e riconoscono oggi la legittimità, il carattere progressivo e giusto della “difesa della patria” o della guerra “difensiva”. Per esempio, se domani il Marocco dichiarasse guerra alla Francia, l’India all’Inghilterra, la Persia o la Cina alla Russia, ecc., queste sarebbero delle guerre “giuste”, delle guerre “difensive” indipendentemente da chi avesse attaccato per primo, ed ogni socialista simpatizzerebbe per la vittoria degli Stati oppressi, soggetti e privi di diritti, contro le “grandi” potenze schiaviste che opprimono e depredano.

Ma immaginate che un padrone di cento schiavi guerreggi con un altro che ne possiede duecento per una più “giusta” ripartizione degli schiavi stessi. E’ chiaro che, in un simile caso, la qualifica di guerra “difensiva” o di “difesa della patria” costituirebbe una falsificazione storica e, in pratica, solo un inganno del popolo semplice, della piccola borghesia, della gente ignorante, da parte degli astuti padroni di schiavi. E’ proprio così che la borghesia imperialista del nostro tempo inganna i popoli, servendosi dell’ideologia “nazionale” e del concetto di difesa della patria nell’attuale guerra fra i padroni di schiavi, per il consolidamento ed il rafforzamento della schiavitù.

La guerra attuale è una guerra imperialista

 Quasi tutti riconoscono che la guerra attuale è imperialista, ma i più deformano questo concetto o lo applicano unilateralmente o cercano di far credere alla possibilità che questa guerra abbia un significato borghese-progressivo di liberazione nazionale. L’imperialismo è il più alto grado di sviluppo del capitalismo, ed è stato raggiunto soltanto nel XX secolo. Per il capitalismo, sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali, senza la cui formazione esso non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo. Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione, che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi “signori del capitale”, o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri. Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, dall’usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l’umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le “grandi” potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie.

La guerra tra i maggiori schiavisti per la conservazione e il rafforzamento della schiavitù

Per chiarire il significato dell’imperialismo, citiamo dei dati precisi sulla spartizione del mondo tra le cosiddette “grandi potenze” (le potenze, cioè, cui arride la fortuna nella grande rapina).

Ripartizione del mondo tra le “grandi” potenze schiaviste
Colonie Metropoli Totale
1876 1914 1914
Abit.* Kmq* Abit.* Kmq* Abit.* Kmq* Abit.* Kmq*
Grandi potenze
Inghilterra 22,5 251,9 33,5 393,5 0,3 46,5 33,8 440,0
Russia 17,0 15,9 17,4 33,2 5,4 136,2 22,8 169,4
Francia 0,9 6,0 10,6 55,5 0,5 39,6 11,1 95,1
Germania 2,9 12,3 0,5 64,9 3,4 77,2
Giappone 0,3 19,2 0,4 53,0 0,7 72,2
Stati Uniti d’America 0,3 9,7 9,4 97,0 9,7 106,7
Sei “grandi” potenze 40,4 273,8 65,0 523,4 16,5 437,2 81,5 960,6
Colonie appartenenti a non grandi potenze (ma al Belgio, Olanda e altri Stati) 9,9 45,3 9,9 45,3
Tre paesi “semicoloniali” (Turchia, Cina, Persia) 14,5 361,2
Totale 105,9 1.367,1
Rimanenti Stati e Paesi 28,0 289,9
Tutto il globo senza le regioni polari) 133,9 1.657,0

* In milioni.

Da ciò si vede come i popoli i quali, negli anni 1789-1871 lottarono, per lo più, alla testa degli altri per la libertà, si siano trasformati, dopo il 1876, sul terreno di un capitalismo altamente sviluppato e “ipermaturo”, in oppressori e asservitori della maggioranza della popolazione e delle nazioni di tutto il globo terrestre. Dal 1876 al 1914, sei “grandi” potenze depredarono 25 milioni di chilometri quadrati, cioè una superficie due volte e mezzo l’intera Europa! Sei potenze tengono soggetti più di mezzo miliardo (523 milioni) di uomini nelle colonie. Per ogni 4 abitanti delle “grandi” potenze si contano cinque abitanti delle “loro” colonie. E’ noto a tutti che le colonie sono conquistate col ferro e col fuoco, che nelle colonie la popolazione è trattata bestialmente, sfruttata in mille modi (per mezzo dell’esportazione del capitale, delle concessioni, ecc., con la frode nella vendita delle merci, con la sottomissione ai poteri della nazione “dominante” e così via). La borghesia anglo-francese inganna il popolo, affermando di condurre la guerra per la libertà dei popoli e del Belgio: in realtà, essa conduce la guerra per conservare le colonie che sfrutta senza misura. Gli imperialisti tedeschi avrebbero subito liberato il Belgio ecc., se gli inglesi e i francesi avessero “cristianamente” diviso con loro le proprie colonie. L’originalità della situazione sta nel fatto che, in questa guerra, i destini delle colonie vengono decisi dalla lotta armata sul continente. Dal punto di vista della giustizia borghese e della libertà nazionale (o del diritto delle nazioni all’esistenza) la Germania avrebbe indubbiamente ragione contro l’Inghilterra e la Francia, poiché essa è “sprovvista” di colonie, mentre i suoi nemici opprimono nazioni in numero incomparabilmente maggiore; sotto la sua alleata, l’Austria, gli slavi oppressi godono indubbiamente una libertà maggiore che non in quella vera “prigione di popoli” che è la Russia zarista. Ma la stessa Germania si batte non per liberare ma per opprimere le nazioni. Non è compito dei socialisti aiutare il brigante più giovane e più forte (la Germania) a depredare i briganti più vecchi e più nutriti. I socialisti devono servirsi della lotta tra i briganti per abbatterli tutti. A tal fine, i socialisti devono dire al popolo la verità, e precisamente che questa guerra è una guerra di schiavisti per il rafforzamento della schiavitù, per tre motivi; questa guerra tende: in primo luogo a rafforzare la schiavitù delle colonie con una più “giusta” ripartizione e con un ulteriore e più “concorde” sfruttamento di esse; in secondo luogo, a consolidare l’oppressione sulle nazionalità allogene nelle “grandi” potenze stesse, perché sia l’Austria, sia la Russia (la Russia molto più e molto peggio dell’Austria) si reggono soltanto con tale oppressione e la rafforzano con la guerra; in terzo luogo, a consolidare e prolungare la schiavitù salariata, poiché il proletariato è diviso e schiacciato ed i capitalisti ne approfittano, arricchendosi con la guerra, inculcando i pregiudizi nazionali e rafforzando la reazione, la quale ha alzato la testa in tutti i paesi, perfino in quelli più liberi e repubblicani.

“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (e precisamente con mezzi violenti)

Questa celebre espressione appartiene ad uno dei più profondi scrittori di problemi militari, Clausewitz [1]. Giustamente i marxisti hanno sempre ritenuto questa tesi come la base teorica per intendere il significato di ogni guerra concreta. Marx ed Engels hanno sempre considerato le varie guerre precisamente da questo punto di vista.

Applicate questa teoria alla guerra attuale. Vedrete che, nel corso di decenni, di quasi mezzo secolo, i governi e le classi dominanti in Inghilterra in Francia, in Germania, in Italia, in Austria, in Russia hanno condotto una politica di depredazione delle colonie, di oppressione di altre nazioni, di soffocamento del movimento operaio. Appunto tale politica – e soltanto essa – ha la sua continuazione nella presente guerra. In particolare, sia in Austria che in Russia, la politica, tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra, consiste nell’asservimento delle nazioni e non nella loro liberazione. Al contrario, in Cina, in Persia, in India e in altri paesi soggetti, si è sviluppata, nel corso degli ultimi decenni, una politica di risveglio alla vita nazionale di decine e centinaia di milioni di uomini, di liberazione dall’oppressione delle “grandi” potenze reazionarie. Su questo terreno storico, una guerra può essere anche oggi borghese-progressiva, di liberazione nazionale.

Basta ricordare che la guerra attuale è la continuazione della politica delle “grandi” potenze e delle classi fondamentali nell’interno di esse, per vedere subito la stridente antistoricità, la falsità e l’ipocrisia dell’opinione secondo la quale l’idea della “difesa della patria” sarebbe giustificabile in questa guerra.

L’esempio del Belgio

I socialsciovinisti della Triplice (ora quadruplice) Intesa (in Russia, Plekhanov e soci) amano riferirsi soprattutto all’esempio del Belgio. Ma questo esempio parla contro di loro. Gli imperialisti tedeschi hanno spudoratamente violato la neutralità del Belgio; come hanno fatto sempre ed ovunque gli Stati belligeranti, che, in caso di necessità, hanno calpestato tutti i trattati e gli impegni. Ammettiamo che tutti gli Stati interessati al rispetto dei trattati internazionali abbiano dichiarato guerra alla Germania reclamando la liberazione del Belgio ed il risarcimento dei danni da esso subìti. In questo caso, la simpatia dei socialisti sarebbe, naturalmente, dalla parte dei nemici della Germania. Ma sta di fatto che la “Triplice” (e quadruplice) Intesa fa la guerra non per il Belgio: ciò è ben noto, e soltanto gli ipocriti lo nascondono. L’Inghilterra depreda le colonie della Germania e la Turchia; la Russia depreda la Galizia e la Turchia; la Francia mira ad ottenere l’Alsazia-Lorena e perfino la riva sinistra del Reno; con l’Italia è concluso un patto per la divisione del bottino (Albania, Asia Minore); con la Bulgaria e la Romania è pure avviato un mercato per la divisione del bottino. Sulla base dell’attuale guerra, con i governi attuali, è impossibile aiutare il Belgio, se non contribuendo a soffocare l’Austria o la Turchia ecc.! Che cosa c’entra in questo la “difesa della patria”? In questo appunto consiste la caratteristica della guerra imperialista, della guerra fra governi borghesi reazionari, storicamente superati, guerra condotta per l’oppressione di altre nazioni. Chi giustifica la partecipazione all’attuale guerra, perpetua l’oppressione imperialista delle nazioni. Chi consiglia di sfruttare le attuali difficoltà dei governi ai fini della lotta per la rivoluzione sociale, difende realmente la libertà di tutte le nazioni raggiungibile solo col socialismo.

Perché combatte la Russia?

In Russia, l’imperialismo capitalista di tipo nuovissimo si è pienamente rivelato nella politica dello zarismo verso la Persia, la Manciuria, la Mongolia; ma in generale in Russia predomina l’imperialismo militare e feudale. In nessuna parte del mondo esiste una simile oppressione della maggioranza della popolazione del paese come in Russia: i grandi-russi rappresentano solo il 43 per cento della popolazione e cioè meno della metà, e tutti gli altri, in quanto allogeni, sono privi di diritti. Dei 170 milioni di abitanti della Russia circa 100 milioni sono oppressi e privi di diritti. Lo zarismo conduce la guerra per impadronirsi della Galizia e per soffocare definitivamente la libertà degli ucraini, per impadronirsi dell’Armenia, di Costantinopoli, ecc. Lo zarismo vede nella guerra un mezzo per distrarre l’attenzione dal crescente malcontento nell’interno del paese e per schiacciare il crescente movimento rivoluzionario. Attualmente, su due grandi-russi si contano in Russia da due a tre “allogeni” privi di diritti: per mezzo della guerra, lo zarismo si sforza di aumentare il numero delle nazioni oppresse dalla Russia, di consolidare la loro schiavitù, e con ciò di stroncare la lotta per la libertà dei grandi-russi stessi. La possibilità di opprimere e depredare popoli stranieri stabilizza il ristagno economico, perché, anziché lo sviluppo delle forze produttive, è lo sfruttamento semifeudale degli “allogeni” che rappresenta, non di rado, la fonte del profitto. In tal modo, nei confronti della Russia, la guerra si distingue per il carattere spiccatamente reazionario e illiberale.


Che cos’è il socialsciovinismo?

Il socialsciovinismo consiste nel sostenere l’idea della “difesa della patria” nella guerra attuale. Da questa idea deriva, inoltre, la rinuncia alla lotta di classe in tempo di guerra, l’approvazione dei crediti di guerra, ecc. In realtà, i socialsciovinisti conducono una politica borghese antiproletaria, perché in realtà essi sostengono non la “difesa della patria” nel senso di una lotta contro l’oppressione straniera, ma il “diritto” di determinate “grandi” potenze a depredare colonie e opprimere popoli stranieri. I socialsciovinisti rinnovano ai danni del popolo l’inganno borghese, come se la guerra si facesse per la difesa della libertà e per l’esistenza delle nazioni, e passano così dalla parte della borghesia contro il proletariato. Sono da annoverare tra i socialsciovinisti sia coloro che giustificano e mettono in buona luce i governi e la borghesia di uno dei gruppi di potenze belligeranti, sia coloro che, come Kautsky, riconoscono ai socialisti di tutte le potenze belligeranti lo stesso diritto di “difendere la patria”. Il socialsciovinismo, rappresentando in realtà la difesa dei privilegi, del predominio, dei saccheggi, delle violenze della “propria” (o in generale di qualsiasi) borghesia imperialista, costituisce il completo tradimento di tutte le convinzioni socialiste e delle decisioni del congresso socialista internazionale di Basilea [2].


Il manifesto di Basila

Il manifesto sulla guerra, accettato all’unanimità a Basilea nel 1912, si riferisce proprio alla guerra fra l’Inghilterra e la Germania ed i loro rispettivi alleati attuali, che scoppiò poi nell’anno 1914. Il manifesto dichiara apertamente che nessun interesse del popolo può giustificare una simile guerra, condotta per i profitti dei “capitalisti ed a vantaggio delle dinastie”, sul terreno della politica imperialista di rapina delle grandi potenze. Il manifesto dichiara apertamente che la guerra è pericolosa “per i governi” (tutti, senza eccezione), rileva il loro timore di una “rivoluzione proletaria”, cita con la massima precisione l’esempio della Comune del 1871 e dell’ottobre-dicembre del 1905, cioè l’esempio della rivoluzione e della guerra civile. In tal modo il manifesto di Basilea fissa, proprio per questa guerra, la tattica della lotta rivoluzionaria degli operai su scala internazionale contro i propri governi, la tattica della rivoluzione proletaria. Il manifesto di Basilea ripete le parole della risoluzione di Stoccarda [3], e cioè che in caso di guerra, i socialisti devono sfruttare la “crisi economica e politica” che ne deriva per “affrettare l’eliminazione del dominio di classe capitalistico”, cioè di sfruttare le difficoltà che la guerra crea ai governi e l’indignazione delle masse, ai fini della rivoluzione socialista.

La politica dei socialsciovinisti, la giustificazione che essi fanno della guerra con argomenti “di libertà” borghese, l’ammissione della “difesa della patria”, la votazione dei crediti, la partecipazione ai ministeri, ecc. ecc., è un aperto tradimento del socialismo che si spiega solo, come vedremo più avanti, con la vittoria dell’opportunismo e della politica operaia nazional-liberale nel seno della maggioranza dei partiti europei.


Falsi richiami a Marx e a Engels

I socialsciovinisti russi, con Plekhanov alla testa, si richiamano alla tattica di Marx nella guerra del 1870; i tedeschi sul tipo di Lensch, di David e soci, si richiamano alla dichiarazione di Engels del 1891 sull’obbligo per i socialisti tedeschi di difendere la patria in caso di guerra contro la Russia e la Francia unite; infine, i socialsciovinisti tipo Kautsky, che desiderano conciliare e legalizzare lo sciovinismo internazionale, si richiamano al fatto che Marx ed Engels, pur condannando le guerre, si posero nondimeno, continuamente dal 1854-1855 fino al 1870-1871 e 1876-1877, dalla parte di un determinato Stato belligerante, una volta che la guerra era scoppiata.

Tutte queste citazioni rappresentano di per sé una ripugnante deformazione a profitto della borghesia e degli opportunisti, delle teorie di Marx ed Engels, precisamente come gli scritti degli anarchici Guillaume e soci rappresentano una deformazione delle teorie di Marx ed Engels, fatta per giustificare l’anarchismo. La guerra del 1870-1871, finché Napoleone III non fu vinto, era storicamente progressiva per la Germania; poiché Napoleone, insieme allo zar, oppresse per lunghi anni la Germania, mantenendovi il frazionamento feudale. Ma non appena la guerra finì con la rapina a danno della Francia (annessione dell’Alsazia-Lorena), Marx ed Engels condannarono decisamente i tedeschi. Inoltre, al principio di quella guerra, Marx ed Engels avevano approvato il rifiuto di Bebel e di Liebknecht di votare per i crediti di guerra, e avevano consigliato i socialdemocratici a non fondersi con la borghesia e a difendere gli interessi di classe indipendenti del proletariato. Trasferire il giudizio dato su quella guerra, borghese-progressista e di liberazione nazionale, alla attuale guerra imperialista, è farsi beffa della verità. Lo stesso si deve dire, ed a maggior ragione, della guerra del 1854-1855 e di tutte le guerre del XIX secolo, quando non c’erano l’imperialismo attuale le condizioni obiettive già mature del socialismo, partiti socialisti di massa in tutti i paesi belligeranti, quando cioè mancavano precisamente quelle condizioni dalle quali il manifesto di Basilea aveva dedotto la tattica della ” rivoluzione proletaria” in rapporto alla guerra fra le grandi potenze.

Chi si richiama adesso all’atteggiamento di Marx verso le guerre del periodo progressivo della borghesia e dimentica le parole di Marx: “gli operai non hanno patria” – parole che si riferiscono precisamente all’epoca della borghesia reazionaria, superata, all’epoca della rivoluzione socialista – deforma spudoratamente Marx e sostituisce al punto di vista socialista il punto di vista borghese.

Il fallimento della II Internazionale

I socialisti di tutto il mondo hanno solennemente dichiarato, nel 1912 a Basilea, di considerare la guerra europea che si avvicinava come un’azione “delittuosa”, la più reazionaria azione di tutti i governi, la quale dovrà affrettare il crollo del capitalismo, provocando inevitabilmente la rivoluzione contro di esso. E’ scoppiata la guerra, è venuta la crisi. Invece della tattica rivoluzionaria, la maggioranza dei partiti socialdemocratici ha adottato una tattica reazionaria, ponendosi dalla parte dei rispettivi governi e delle rispettive borghesie. Questo tradimento del socialismo ha provocato il fallimento della II Internazionale (1889-1914) e noi dobbiamo renderci conto delle cause di questo fallimento, vedere che cosa ha dato vita e vigore al socialsciovinismo.

Il socialsciovinismo è il pieno sviluppo dell’opportunismo

In tutto il periodo della II Internazionale si è svolta ovunque, in seno ai partiti socialdemocratici, una lotta fra l’ala rivoluzionaria e l’ala opportunista. In diversi paesi è avvenuta una scissione di questo genere (Inghilterra, Italia, Olanda, Bulgaria). Nessun marxista ha mai dubitato del fatto che l’opportunismo esprime la politica borghese nel movimento operaio, esprime gli interessi della piccola borghesia e l’unione di un’infima parte di operai imborghesiti con la propria borghesia, contro gli interessi della massa dei proletari, della massa degli oppressi.

Le condizioni obiettive della fine del secolo XIX hanno particolarmente rafforzato l’opportunismo trasformando l’utilizzazione della legalità borghese in un atteggiamento servile dinanzi ad essa, creando un piccolo strato di burocrazia e di aristocrazia della classe operaia, attirando nelle file dei partiti socialdemocratici molti “compagni di strada” piccolo-borghesi.

La guerra ha accelerato questo sviluppo, trasformando l’opportunismo in socialsciovinismo, rendendo palese l’unione segreta degli opportunisti con la borghesia. Nel tempo stesso, le autorità militari hanno proclamato dovunque lo stato d’assedio, mettendo il bavaglio alla massa operaia, i cui vecchi capi sono quasi tutti passati alla borghesia. La base economica dell’opportunismo e del socialsciovinismo è identica: gli interessi di un gruppo piccolissimo di operai privilegiati e di piccoli borghesi che difendono la propria situazione privilegiata, il proprio “diritto” alle briciole dei profitti ottenuti dalla “loro” borghesia nazionale col depredamento di altre nazioni, con i vantaggi della posizione di grande potenza, ecc.

Il contenuto ideologico e politico dell’opportunismo e del socialsciovinismo è identico: la collaborazione delle classi invece della lotta di classe, la rinuncia ai mezzi rivoluzionari di lotta, l’aiuto al “proprio” governo nelle situazioni difficili, invece di utilizzare le sue difficoltà nell’interesse della rivoluzione. Se consideriamo tutti i paesi europei nel loro complesso, se rivolgiamo l’attenzione non a singole persone (fossero anche le più autorevoli), risulterà che proprio la corrente opportunista è divenuta il sostegno principale del socialsciovinismo, mentre dal campo dei rivoluzionari si leva, quasi dovunque, una protesta più o meno conseguente contro di esso. E se si considera, per esempio, il raggruppamento delle tendenze al Congresso internazionale socialista di Stoccarda del 1907, vediamo che il marxismo internazionale era contro l’imperialismo, mentre l’opportunismo internazionale già allora era in suo favore.

L’unità con gli opportunisti significa unione degli operai con la “propria” borghesia nazionale e divisione della classe operaia internazionale rivoluzionaria

Nel periodo passato, prima della guerra, l’opportunismo era considerato, non di rado, una “deviazione”, un'”ala estrema”, ma pur sempre una parte integrante, legittima del partito socialdemocratico. La guerra ha dimostrato l’impossibilità di un simile atteggiamento per il futuro. L’opportunismo è “maturato”, ha spinto fino in fondo la sua funzione di emissario della borghesia nel movimento operaio. L’unità con gli opportunisti è divenuta una mera impostura, e ne vediamo l’esempio nel partito socialdemocratico tedesco. In tutte le questioni importanti (per esempio, nella votazione del 4 agosto), gli opportunisti si presentano con un proprio ultimatum ed ottengono soddisfazione, grazie ai loro molteplici legami con la borghesia, alla loro maggioranza fra i dirigenti dei sindacati, ecc. L’unità con gli opportunisti significa oggi in pratica la sottomissione della classe operaia alla “propria” borghesia nazionale, l’unione con essa per assoggettare altre nazioni e per lottare in favore dei privilegi di grande potenza, significa dunque la divisione del proletariato rivoluzionario di tutti i paesi.

Per quanto, in singoli casi, la lotta contro gli opportunisti, che predominano in tante organizzazioni, sia difficile, per quanto sia vario nei diversi paesi il processo di epurazione dei partiti operai dagli opportunisti, questo processo è inevitabile e vantaggioso. Il socialismo riformista muore; il socialismo che rinasce “sarà rivoluzionario, intransigente, insurrezionale”, secondo la giusta espressione del socialista francese Paul Golay [4].

Il “kautskismo”

Kautsky, la maggiore autorità della II Internazionale, rappresenta un esempio estremamente tipico e chiaro del modo in cui il riconoscimento verbale del marxismo ha condotto in pratica alla sua trasformazione in “struvismo” od in “brentanismo” [5]. Lo vediamo anche nel caso di Plekhanov. Con evidenti sofismi si priva il marxismo della sua viva anima rivoluzionaria; del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta, la loro propaganda e preparazione, l’educazione delle masse appunto in questa direzione. Kautsky “concilia”, senza preoccuparsi dell’ideologia, il pensiero fondamentale del socialsciovinismo, il riconoscimento della difesa della patria nella guerra attuale, con una concessione diplomatica, formale, agli uomini della sinistra, consistente nell’astenersi dal votare i crediti di guerra, nell’affermare a parole il suo atteggiamento d’opposizione, ecc. Kautsky, che nel 1909 aveva scritto tutta un’opera sull’approssimarsi della epoca delle rivoluzioni e sul nesso esistente tra la guerra e la rivoluzione, Kautsky che nel 1912 ha firmato il manifesto di Basilea sull’utilizzazione rivoluzionaria della futura guerra, giustifica ora in tutti i modi e mette in buona luce il socialsciovinismo, e, al pari di Plekhanov, si unisce alla borghesia, per schernire ogni proposito di rivoluzione, ogni passo verso un’immediata lotta rivoluzionaria.

La classe operaia non può assolvere la sua funzione rivoluzionaria mondiale senza condurre una lotta spietata contro questo tradimento, contro questa mancanza di carattere, contro questo servilismo dinanzi all’opportunismo e contro questo inaudito avvilimento teorico del marxismo. Il kautskismo non è un caso, ma il prodotto sociale delle contraddizioni della II Internazionale, del connubio tra la fedeltà verbale al marxismo e la sottomissione all’opportunismo nei fatti.

Nei diversi paesi, quest’inganno fondamentale del kautskismo si manifesta in varie forme. In Olanda, Roland-Holst, pur negando l’idea della difesa della patria, difende l’unità degli opportunisti con il partito. In Russia, Trotski, pur negando anch’egli quest’idea, sostiene l’unità con il gruppo opportunista e sciovinista della Nascia Zarià [6].

In Romania, Rakovski, dichiarando guerra all’opportunismo, quale colpevole del fallimento dell’Internazionale, è pronto nello stesso tempo a riconoscere la legittimità dell’idea della difesa della patria. Tutte queste sono manifestazioni di quel male che i marxisti olandesi (Gorter, Pannekoek) hanno chiamato “radicalismo passivo” e che porta a sostituire il marxismo rivoluzionario con l’eclettismo della teoria e col servilismo e con l’impotenza dinanzi agli opportunisti, nella pratica.

 La parola d’ordine dei marxisti è la parola d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria

La guerra ha indubbiamente generato la crisi più acuta ed ha aggravato in modo inverosimile la miseria delle masse. Il carattere reazionario di questa guerra, l’impudente menzogna della borghesia di tutti i paesi, che maschera i propri scopi di rapina con un’ideologia “nazionale”, tutto ciò, sul terreno di una situazione obiettivamente rivoluzionaria, crea inevitabilmente nelle masse degli stati d’animo rivoluzionari. E’ nostro dovere contribuire a rendere coscienti questi stati d’animo, approfondirli e precisarli. Questo compito è espresso in modo giusto soltanto dalla parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile; ed ogni lotta di classe conseguente in tempo di guerra, ogni tattica di “azione di massa” seriamente applicata, conduce inevitabilmente a questo. E’ impossibile sapere se un forte movimento rivoluzionario scoppierà in seguito alla prima o alla seconda guerra imperialistica fra le grandi potenze, durante o dopo di essa, ma in ogni caso è nostro preciso dovere lavorare sistematicamente e con perseveranza proprio in questa direzione.

Il manifesto di Basilea si richiama direttamente all’esempio della Comune di Parigi, cioè alla trasformazione della guerra tra i governi in guerra civile. Mezzo secolo fa il proletariato era troppo debole, le condizioni obiettive del socialismo non erano ancora maturate, il collegamento e la collaborazione dei movimenti rivoluzionari in tutti i paesi belligeranti non poteva esistere. La simpatia di una parte degli operai di Parigi per le “ideologie nazionali” (tradizione del 1792) era una loro debolezza piccolo-borghese, rilevata a suo tempo da Marx: fu questa una delle ragioni della sconfitta della Comune. A distanza di mezzo secolo, le condizioni che indebolirono la rivoluzione di allora non esistono più, e attualmente sarebbe imperdonabile per un socialista tollerare la rinuncia ad agire precisamente nello spirito dei comunardi parigini.

L’esempio della fraternizzazione nelle trincee

I giornali borghesi di tutti i paesi belligeranti hanno citato casi di fraternizzazione fra i soldati delle nazioni belligeranti, persino nelle trincee. E gli ordini draconiani delle autorità militari (Germania, Inghilterra) contro simili fraternizzazioni, dimostrano che i governi e la borghesia vi hanno attribuito una grande importanza.

Se nonostante il completo dominio dell’opportunismo negli alti ranghi dei partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale e nonostante l’appoggio dato al socialsciovinismo da tutta la stampa socialdemocratica e da tutte le autorità della II Internazionale, sono stati possibili dei casi di fraternizzazione, questo dimostra quali possibilità vi sarebbero di abbreviare l’attuale guerra schiavista, delittuosa e reazionaria, e di organizzare un movimento rivoluzionario internazionale, con un sistematico lavoro in questa direzione, compiuto anche solo dai socialisti di sinistra di tutti i paesi belligeranti.

L’importanza dell’organizzazione illegale

 Gli anarchici più in vista, in tutto il mondo, non meno degli opportunisti si sono macchiati, in questa guerra, di socialsciovinismo (alla maniera di Plekhanov e di Kautsky). Uno dei risultati utili di questa guerra sarà indubbiamente che essa eliminerà tanto l’opportunismo quanto l’anarchismo.

Senza rinunciare, in nessun caso ed in nessuna circostanza, ad utilizzare ogni minima possibilità legale per l’organizzazione delle masse e la propaganda del socialismo, i partiti socialdemocratici devono romperla con il loro asservimento alla legalità. “Per favore sparate per primi, signori borghesi”, scrisse Engels, alludendo appunto alla guerra civile ed alla necessità che la legalità fosse violata da noi dopo che essa era stata violata dalla borghesia. La crisi ha dimostrato che la borghesia viola la legalità in tutti i paesi, persino nei più liberi, e che è impossibile condurre le masse alla rivoluzione senza creare un’organizzazione illegale per la propaganda, lo studio, la valutazione, la preparazione dei mezzi rivoluzionari di lotta. In Germania, per esempio, tutto ciò che di onesto fanno i socialisti, si fa contro il basso opportunismo e contro il “kautskismo” ipocrita, e si fa precisamente in modo illegale.

In Inghilterra si pronunciano condanne alla galera per dei manifestini invitanti a non entrare nell’esercito.

Considerare compatibile con l’appartenenza al partito socialdemocratico la negazione dei metodi illegali di propaganda e la derisione di questi metodi nella stampa legale, è un tradimento del socialismo.


 Sulla sconfitta del “proprio” governo nella guerra imperialista

 I sostenitori della vittoria del proprio governo nella guerra attuale, nonché i sostenitori della parola d’ordine “né vittoria né sconfitta”, hanno un punto di vista egualmente socialsciovinista. La classe rivoluzionaria, nella guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggior facilità di abbatterlo. Soltanto il borghese, il quale crede e desidera che la guerra iniziatasi tra i governi termini assolutamente come una guerra tra governi, trova “ridicola” od “assurda” l’idea che i socialisti di tutti i paesi belligeranti manifestino e augurino la sconfitta a tutti i “propri” governi. Al contrario, proprio una simile azione corrisponderebbe ai segreti pensieri di ogni operaio cosciente e si accorderebbe con la linea della nostra attività diretta a trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

Indubbiamente, la seria agitazione contro la guerra di una parte dei socialisti inglesi, tedeschi, russi ha “indebolito la potenza militare” dei rispettivi governi; ma tale agitazione è stata un merito di questi socialisti. I socialisti devono spiegare alle masse che per esse non c’è salvezza senza l’abbattimento rivoluzionario dei “propri” governi, e che le difficoltà di questi governi nell’attuale guerra devono essere sfruttate appunto a questo fine.

 Sul pacifismo e sulla parola d’ordine della pace

 Lo stato d’animo delle masse a favore della pace esprime spesso un principio di protesta, di indignazione e di coscienza del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d’animo è dovere di tutti i socialdemocratici. Essi prenderanno vivissima parte a tutti i movimenti ed a tutte le dimostrazioni su questo terreno, ma non inganneranno il popolo ammettendo che, senza movimento rivoluzionario, sia possibile la pace senza annessioni, senza oppressioni di nazioni, senza rapina, senza germi di nuove guerre fra i governi attuali, fra le classi attualmente dominanti. Ingannando in tal modo il popolo si favorirebbe la diplomazia segreta dei governi belligeranti ed i loro piani controrivoluzionari.

Chi vuole la pace democratica e duratura deve essere per la guerra civile contro i governi e contro la borghesia.

Il diritto delle nazioni all’autodecisione

Il più frequente inganno fatto al popolo dalla borghesia nell’attuale guerra consiste nel mascherare i propri scopi di rapina con un’ideologia di “liberazione nazionale”. Gli inglesi promettono la libertà al Belgio, i tedeschi alla Polonia, ecc… In realtà, come abbiamo visto, questa è una guerra fra gli oppressori della maggior parte delle nazioni del mondo per rafforzare ed estendere questa oppressione.

I socialisti non possono raggiungere il loro alto obiettivo senza lottare contro ogni oppressione nazionale. Indubbiamente, essi devono perciò esigere che i partiti socialdemocratici dei paesi oppressori (in modo particolare delle cosiddette “grandi” potenze) riconoscano e difendano il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, precisamente nel significato politico della parola, e cioè il diritto alla separazione politica. Il socialista di una grande potenza o di una nazione che possiede delle colonie, il quale non difenda questo diritto, è uno sciovinista.

La difesa di questo diritto non solo non favorisce la formazione di piccoli Stati, ma, al contrario, conduce alla formazione più libera, più audace e perciò più larga e più diffusa di grandissimi Stati ed unioni fra gli Stati, più vantaggiosi per le masse e meglio rispondenti allo sviluppo economico.

I socialisti delle nazioni oppresse, da parte loro, devono lottare incondizionatamente per la completa unità (anche organizzativa) tra gli operai delle nazioni oppresse e di quelle che opprimono. L’idea di una separazione legale di una nazione dall’altra – la cosiddetta “autonomia culturale nazionale” di Bauer e Renner – è un’idea reazionaria.

L’imperialismo è un’epoca di crescente oppressione delle nazioni di tutto il mondo da parte di un pugno di “grandi” potenze, e perciò la lotta per la rivoluzione socialista internazionale contro l’imperialismo è impossibile senza il riconoscimento del diritto delle nazioni all’autodecisione. “Non può essere libero un popolo che opprime altri popoli” (Marx ed Engels). Non può essere socialista un proletariato che si dimostri conciliante con la minima violenza della “sua” nazione su altre nazioni.

Note

1. Karl von Clausewitz (1780-1851), generale prussiano, adoperò tale espressione nella sua opera Vom Kriege (Sulla guerra), scritta tra il 1830 e il 1840.

2. Il congresso di Basilea della II Internazionale ebbe luogo il 25 novembre 1912 in occasione della guerra balcanica e trattò anche i problemi della guerra mondiale che si prevedeva imminente. Appunto a questo proposito fu approvato il noto manifesto che denunziava il carattere imperialista di tale guerra e invitava i socialisti di tutti i paesi a lottare attivamente contro di essa.

3. Approvata dal congresso della II Internazionale che ebbe luogo a Stoccarda il 18-24 agosto 1907.

4. Allude all’opuscolo di Paul Golay, Le socialisme qui meurt et le socialisme qui doit renaitre (Il socialismo che muore e il socialismo che deve rinascere), pubblicato a Losanna nel 1915.

5. “Struvísmo” tendenza che prende nome da P. Struve, capo del “marxismo legale” in Russia e sostenitore della collaborazione fra le classi. “Brentanismo” tendenza dell’economista tedesco L. Brentano, il quale cercava di dimostrare la possibilità di realizzare l’uguaglianza sociale nel quadro del capitalismo.

6. Nascia Zarià (La nostra aurora); rivista mensile legale dei menscevichi liquidatori. Si pubblicò dal 1910 al 1914 a Pietroburgo e fu il centro attorno al quale si raccolsero i liquidatori russi. Fu soppressa nell’ottobre 1914.

II. Le classi e i partiti in Russia

Indice

La borghesia e la guerra

La classe operaia e la guerra

Il gruppo operaio socialdemocratico alla Duma e la guerra

La borghesia e la guerra

Il governo russo non è rimasto indietro ai suoi confratelli europei, da questo punto di vista: al pari di essi, ha saputo realizzare l’inganno del “proprio” popolo su larga scala. Un immenso, mostruoso apparato di menzogne e di astuzie è stato messo in moto anche in Russia per avvelenare le masse con lo sciovinismo e per creare l’impressione che il governo zarista conduca una guerra “giusta” difendendo disinteressatamente i “fratelli slavi”, ecc.

La classe dei proprietari di terre e le alte sfere della borghesia commerciale-industriale hanno ardentemente sostenuto la politica di guerra del governo zarista. Esse si aspettano, ed a ragione, immensi vantaggi materiali e privilegi dalla divisione dell’eredità turca ed austriaca. In molti loro congressi già pregustano i profitti che andrebbero a finire nelle loro tasche in caso di vittoria dell’esercito zarista. Inoltre, i reazionari comprendono benissimo che se qualche cosa può ancora ritardare la caduta della monarchia dei Romanov e frenare la nuova rivoluzione in Russia, questo è soltanto una guerra contro un nemico esterno, vittoriosa per lo zar.

Vasti strati della “media” borghesia urbana, di intellettuali borghesi, di liberi professionisti, ecc., almeno all’inizio della guerra, avevano subìto anch’essi il contagio dello sciovinismo. Il partito della borghesia liberale russa, il partito dei cadetti, ha sostenuto completamente e senza riserve il governo zarista. Nel campo della politica estera, i cadetti sono già da lungo tempo un partito governativo.

Il panslavismo per mezzo del quale la diplomazia zarista ha attuato più d’una volta le sue grandi truffe politiche, è divenuto l’ideologia ufficiale dei cadetti [1]. Il liberalismo russo è degenerato in nazional-liberalismo. Esso gareggia in “patriottismo” con i “centoneri” [2], vota sempre volentieri per il militarismo, per la marina, ecc. Nel campo del liberalismo russo, si osserva presso a poco lo stesso fenomeno che si poté notare in Germania tra il 1870 e il 1880, quando il liberalismo “libero pensatore” si disgregò ed espresse dal suo seno il partito nazional-liberale. La borghesia liberale russa si è messa definitivamente sulla via della controrivoluzione. Il punto di vista del POSDR, a questo proposito, è pienamente confermato. La vita ha sconfitto l’opinione dei nostri opportunisti, secondo cui il liberalismo sarebbe ancora una forza motrice della rivoluzione in Russia.

La cricca dirigente, con l’aiuto della stampa borghese, del clero, ecc., è riuscita a far sorgere uno stato d’animo sciovinista anche fra i contadini. Ma, a misura che i soldati ritorneranno dai campi della strage, lo stato d’animo nella campagna indubbiamente cambierà, e non a vantaggio della monarchia zarista. I partiti borghesi democratici, che sono a contatto con la massa rurale, non hanno resistito all’ondata sciovinista. Il partito dei trudovikí [3] ha rifiutato, alla Duma, di votare i crediti di guerra. Ma, per bocca del suo capo Kerenski, ha fatto una dichiarazione “patriottica”, straordinariamente vantaggiosa per la monarchia. Tutta la stampa legale dei “populisti” si è accodata ai liberali. Persino l’ala sinistra della democrazia borghese, il cosiddetto partito dei socialisti-rivoluzionari, affiliato all’Ufficio socialista internazionale, ha seguìto la stessa corrente. Il rappresentante di questo partito nell’Ufficio socialista internazionale, Rubanovic, agisce apertamente come un socialsciovinista. La metà dei delegati di questo partito alla conferenza dei socialisti dell'”Intesa”, a Londra, ha votato per la risoluzione sciovinista (l’altra metà si è astenuta). Nella stampa illegale dei socialisti-rivoluzionari (il giornale Novosti [4] ed altri) predominano gli sciovinisti. I rivoluzionari provenienti dall'”ambiente borghese”, cioè i rivoluzionari borghesi, non legati alla classe operaia, hanno subìto un crollo dei più violenti in questa guerra. Il triste destino di Kropotkin, di Burtsev, di Rubanovic è straordinariamente significativo.

La classe operaia e la guerra

L’unica classe in Russia alla quale non si sia riusciti ad inoculare i germi dello sciovinismo è il proletariato. Gli eccessi isolati, all’inizio della guerra, devono attribuirsi esclusivamente agli strati operai più arretrati. La partecipazione degli operai alle infamie moscovite contro i tedeschi è stata molto esagerata. In complesso, la classe operaia russa si è mostrata immune dallo sciovinismo. Ciò si spiega con la situazione rivoluzionaria nel paese e con le condizioni generali di vita del proletariato russo.

Gli anni 1912-1914 hanno segnato l’inizio di un nuovo grande slancio rivoluzionario in Russia. Siamo stati nuovamente testimoni di un grande movimento di scioperi, quali il mondo non aveva ancora visto. Gli scioperi rivoluzionari di massa, nell’anno 1913, ebbero, secondo i calcoli più prudenti, un milione e mezzo di partecipanti; superarono i due milioni nel 1914, avvicinandosi al livello del 1905. Alla vigilia della guerra, a Pietroburgo, si era giunti fino alle prime lotte sulle barricate.

L’illegale Partito operaio socialdemocratico della Russia ha fatto il suo dovere di fronte all’Internazionale. La bandiera dell’internazionalismo non ha tremato nelle sue mani. Da lungo tempo il nostro partito era giunto alla rottura organizzativa con i gruppi e gli elementi opportunisti. La palla di piombo dell’opportunismo e del “legalismo ad ogni costo” non pesava ai piedi del nostro partito. E questa circostanza l’ha aiutato ad assolvere il suo compito rivoluzionario, così come la separazione dal partito opportunista di Bissolati ha aiutato i compagni italiani [5].

La situazione generale del nostro paese è sfavorevole al fiorire dell’opportunismo “socialista” fra le masse operaie. Abbiamo in Russia tutta una serie di sfumature dell’opportunismo e del riformismo fra gli intellettuali, fra la piccola borghesia, ecc. Ma l’opportunismo ha una minoranza. insignificante negli strati operai politicamente attivi. Lo strato degli operai e degli impiegati privilegiati è da noi molto debole. Il feticismo della legalità non ha potuto sorgere da noi. I liquidatori [6] (il partito degli opportunisti diretto da Axelrod, da Potresov, da Cerevanin, da Maslov e da altri) non hanno trovato fino alla guerra nessun serio appoggio nelle masse operaie. Tutti e sei i deputati operai eletti, alla IV Duma sono avversari del liquidatorismo. La tiratura e le sottoscrizioni per la stampa operaia legale a Pietrogrado e a Mosca hanno dimostrato, in modo inconfutabile, che i quattro quinti degli operai coscienti sono contrari all’opportunismo e al liquidatorismo.

All’inizio della guerra, il governo zarista ha arrestato ed esiliato migliaia e migliaia di operai avanzati, membri del nostro POSDR illegale. Questa circostanza, e la proclamazione dello stato d’assedio nel paese, la soppressione dei nostri giornali, ecc., hanno ostacolato il movimento. Ma, ciò nonostante, il lavoro illegale rivoluzionario del nostro partito procede ugualmente. A Pietrogrado, il comitato del nostro partito fa uscire un giornale illegale: il Proletarski Golos [7].

Gli articoli dell’organo centrale Sozial-Demokrat, che si pubblica all’estero, sono riprodotti a Pietrogrado e diffusi nella provincia. Si stampano volantini illegali che vengono distribuiti nelle caserme. Nei dintorni della città, in varie località isolate, si tengono riunioni illegali di operai. In questi ultimi tempi, a Pietrogrado, sono incominciati grandiosi scioperi di operai metallurgici. In rapporto a questi scioperi, il nostro Comitato di Pietrogrado ha diffuso alcuni manifestini fra gli operai.

 Il gruppo operaio socialdemocratico alla Duma e la guerra

Nel 1913 è avvenuta una scissione fra i deputati socialdemocratici alla Duma. Da una parte, sette partigiani dell’opportunismo, guidati da Ckheidze, che erano stati eletti in sette governatorati non proletari, dove gli operai erano, secondo i calcoli, 214.000. Dall’altra, sei deputati tutti della curia operaia, eletti nei centri più industrializzati della Russia, nei quali si contavano 1.008.000 operai.

La causa principale del dissenso consisteva in questo dilemma: tattica del marxismo rivoluzionario oppure tattica del riformismo opportunista. Il dissenso si esprimeva praticamente più che altro nel campo del lavoro extraparlamentare fra le masse. Questo lavoro doveva svolgersi illegalmente in Russia, se coloro che lo conducevano volevano rimanere su un terreno rivoluzionario. La frazione di Ckheidze era rimasta la più fedele alleata dei liquidatori, che avevano respinto il lavoro illegale, e li aveva difesi in tutte le discussioni con gli operai e in tutte le riunioni. Da ciò la scissione. Sei deputati formarono il gruppo operaio socialdemocratico. Un anno di lavoro dimostra irrefutabilmente che esso ha dalla sua parte la schiacciante maggioranza degli operai russi.

All’inizio della guerra, le divergenze hanno assunto una straordinaria evidenza. La frazione di Ckheidze si è limitata al lavoro parlamentare. Essa non ha votato i crediti di guerra, perché altrimenti avrebbe provocato contro di sé la tempesta dell’indignazione operaia (abbiamo visto che in Russia persino i piccolo-borghesi trudovikí non hanno votato i crediti di guerra), ma non ha protestato contro il socialsciovinismo.

Ma il gruppo operaio socialdemocratico, che esprimeva la linea politica del nostro partito, ha proceduto diversamente. Esso ha elevato la sua protesta contro la guerra fra le grandi masse della classe operaia, ha fatto propaganda contro l’imperialismo fra le grandi masse dei proletari russi.

Ed esso ha suscitato un’eco di viva simpatia fra gli operai. Questo ha spaventato il governo, inducendolo ad arrestare ed a condannare all’esilio a vita in Siberia i nostri compagni deputati, in aperta violazione delle proprie leggi. Nella prima comunicazione ufficiale sull’arresto dei nostri compagni, il governo zarista scriveva:

“Una posizione del tutto speciale in questo senso è stata assunta da alcuni membri delle associazioni socialdemocratiche, i quali hanno dato alla loro attività l’obiettivo di scuotere la forza militare della Russia per mezzo della agitazione contro la guerra, per mezzo di appelli clandestini e di propaganda orale”.

Al noto invito di Vandervelde, di cessare “temporaneamente” la lotta contro lo zarismo (oggi, per dichiarazione del principe Kudascev, ambasciatore dello zar nel Belgio, sappiamo che Vandervelde ha elaborato questo appello non da solo ma in collaborazione con questo ambasciatore dello zar), soltanto il nostro partito, pel tramite del suo Comitato centrale, ha dato una risposta negativa. Il centro dirigente dei liquidatori sì è messo d’accordo con Vandervelde ed ha ufficialmente dichiarato alla stampa che “nella propria attività non agisce contro la guerra”.

Il governo zarista ha anzitutto incolpato i nostri compagni deputati di aver fatto propaganda fra gli operai di questa risposta negativa a Vandervelde.

Il procuratore dello zar, signor Nenarokomov, al processo dei nostri compagni, ha citato come esempio i socialisti tedeschi e francesi: “I socialdemocratici tedeschi” egli ha detto “hanno votato i crediti di guerra e si sono dimostrati amici del governo. Così hanno agito i socialdemocratici tedeschi, ma non così hanno agito i tristi cavalieri della socialdemocrazia russa… I socialisti del Belgio e della Francia hanno unanimemente dimenticato le loro discordie con le altre classi, i loro dissensi di partito e, senza esitazione, si sono schierati sotto le bandiere della patria”. Ma i membri del gruppo operaio socialdemocratico, sottomettendosi alle direttive del Comitato centrale del partito, non hanno agito così…

Il processo ha messo in luce il quadro imponente della vasta agitazione illegale contro la guerra, condotta dal nostro partito fra le masse del proletariato. Il tribunale zarista, s’intende, era ben lungi dall’essere riuscito a “scoprire” tutta l’attività dei nostri compagni in questo campo. Ma anche ciò che è stato scoperto ha dimostrato quanto si è fatto nel breve spazio di qualche mese.

Al processo sono stati resi pubblici gli appelli illegali dei nostri gruppi e comitati contro la guerra e per una tattica internazionale. Gli operai coscienti di tutta la Russia erano in collegamento con i membri del gruppo operaio socialdemocratico che, nei limiti delle sue forze, cercava di aiutarli a giudicare la guerra da un punto di vista marxista.

Il compagno Muranov, deputato degli operai della provincia di Kharkov, ha detto al processo:

“Sapendo che il popolo mi ha inviato alla Duma non soltanto per occuparvi un seggio, sono andato sul posto per conoscere lo stato d’animo della classe operaia”. Egli ha ammesso al processo di aver assunto le funzioni di agitatore illegale del nostro partito, di aver organizzato negli Urali un comitato operaio nello stabilimento di Verkhnieiset ed in altre località. Il processo ha dimostrato che i membri del gruppo operaio socialdemocratico alla Duma, dopo l’inizio della guerra, hanno percorso, a scopo di propaganda, quasi tutta la Russia; che Muranov, Petrovski, Badaiev ed altri hanno organizzato numerose riunioni di operai, nelle quali si sono votate risoluzioni contro la guerra, ecc. Il governo zarista ha minacciato agli imputati la pena di morte. A questo proposito, non tutti in quel processo si sono comportati coraggiosamente come il compagno Muranov. Qualcuno si è sforzato di rendere difficile ai procuratori dello zar la propria condanna. Di ciò si valgono ora, in modo indegno, i socialsciovinisti russi per confondere la sostanza del problema: quale parlamentarismo occorre alla classe operaia?

Da Südekum a Heine, da Sembat a Vaillant, da Bissolati a Mussolini, da Ckheidze a Plekhanov, tutti ammettono il parlamentarismo. Il parlamentarismo è ammesso dai nostri compagni del gruppo operaio socialdemocratico, dai compagni bulgari, italiani, che hanno rotto con gli sciovinisti. Ma c’è parlamentarismo e parlamentarismo. Gli uni si servono dell’arena parlamentare per rendersi grati ai propri governi oppure, nel migliore dei casi, per lavarsene le mani, come la frazione di Ckheidze. Altri si servono del parlamentarismo per rimanere rivoluzionari fino alla fine per adempiere il loro dovere di socialisti ed internazionalisti anche nelle circostanze più difficili. L’attività parlamentare degli uni li conduce al seggio ministeriale, quella degli altri li conduce in prigione, in esilio, ai lavori forzati. Gli uni servono la borghesia, gli altri il proletariato. Gli uni sono socialimperialisti. Gli altri marxisti rivoluzionari.

Note

1. Cadetti: “partito democratico costituzionale”, principale partito borghese in Russia attorno al quale si raccoglieva la borghesia liberale monarchica e che si costituì nell’ottobre del 1905. Autodefinendosi partito della “libertà del popolo”, i cadetti cercavano di attrarre dalla loro parte le masse contadine.

2. Centoneri: bande armate al servizio dello zarismo, create durante la rivoluzione del 1905 dalla polizia e da organizzazioni monarchiche (Unione del popolo russo, Unione dell’arcangelo San Michele). Il termine equivaleva a “ultrareazionari”.

3. Trudovikí o “gruppo del lavoro”: raggruppamento di tendenza democratica borghese, costituito nell’aprile 1906 dai deputati contadini della I Duma.

4. Novosti (Notizie), quotidiano del partito socialista rivoluzionario, si Pubblicò a Parigi dall’agosto del 1914 al maggio del 1915.

5. Nel 1912 il congresso del Partito socialista italiano a Reggio Emilia espulse Bissolati ed altri socialisti che avevano approvato la guerra per la conquista della Libia.

6. Liquidatori: corrente menscevica di estrema destra sorta dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905-1907. I liquidatori, avendo perduto ogni fiducia nella possibilità di una nuova ripresa della rivoluzione, miravano a liquidare il partito illegale rivoluzionario del proletariato.

7. Proletarski Golos (La voce proletaria): giornale illegale, organo del comitato di Pietrogrado del POSDR; ne uscirono 4 numeri, dal febbraio 1915 al dicembre 1916.

III. La ricostituzione dell’Internazionale

 Indice

Il metodo dei socialsciovinisti e del “centro”

La situazione nel campo dell’opposizione

Il Partito operaio socialdemocratico della Russia e la III Internazionale

  Come ricostituire l’Internazionale? Ma diciamo prima alcune parole sul modo in cui non bisogna ricostituire l’Internazionale.

Il metodo dei socialsciovinisti e del “centro”

Oh, i socialsciovinisti di tutti i paesi sono grandi “internazionalisti”! Fin dall’inizio della guerra, si sono vivamente preoccupati per l’internazionale. Da una parte, essi asseriscono che parlare di fallimento dell’Internazionale è “esagerato”. Infatti, non è avvenuto nulla di speciale. Sentite Kautsky: l’Internazionale è semplicemente “l’arma del tempo di pace”; è quindi naturale che in tempo di guerra questo strumento non si sia dimostrato all’altezza della situazione. D’altra parte, i socialsciovinisti di tutti i paesi hanno trovato un mezzo molto semplice – e, soprattutto, internazionale – per uscire dalla situazione che si è creata. Il mezzo non è complicato: bisogna soltanto aspettare la fine della guerra. Sino alla fine della guerra, i socialisti di ogni paese devono difendere la propria “patria” e sostenere il “proprio” governo, e alla fine della guerra “amnistiarsi” reciprocamente, riconoscere che tutti avevano ragione, che in tempo di pace viviamo come fratelli, ma in tempo di guerra noi – sulla base precisa di qualche risoluzione – invitiamo gli operai tedeschi ad uccidere i loro fratelli francesi e viceversa.

In questo si trovano ugualmente d’accordo Kautsky e Plekhanov, Viktor Adler e Heine. Viktor Adler scrive che “quando avremo superato questo grave periodo, il nostro primo dovere sarà di non rimproverarci a vicenda”. Kautsky asserisce che “finora, da nessuna parte si sono udite voci di socialisti seri, le quali inducessero a temere” per il destino dell’Internazionale. Plekhanov dice che “non è piacevole stringer la mano (dei socialdemocratici tedeschi) che odora del sangue delle vittime innocenti”. Ma nello stesso tempo propone l'”amnistia”. “In questo caso sarà pienamente opportuna – egli scrive – la sottomissione del cuore alla ragione. Per la propria grande causa, l’internazionale dovrà prendere in considerazione anche i pentimenti tardivi.” Heine, nei Sozialistiche Monatshelte [1] definisce “coraggiosa ed altèra” la condotta di Vandervelde e la cita ad esempio alla sinistra tedesca.

In una parola, quando la guerra terminerà, formate una commissione composta da Kautsky e Plekhanov, Vandervelde ed Adler, ed in un istante verrà adottata una risoluzione “unanime” ispirata alla amnistia reciproca. Il contrasto verrà felicemente messo a tacere. Invece di aiutare gli operai ad orientarsi negli avvenimenti, li si ingannerà mostrando loro una apparente “unità” sulla carta. L’unione dei socialsciovinisti e degli ipocriti di tutti i paesi sarà chiamata la ricostituzione dell’Internazionale.

Non dobbiamo nasconderci che il pericolo di una simile “ricostituzione” è molto grande. I socialsciovinisti di tutti i paesi vi sono ugualmente interessati. Essi vogliono tutti ugualmente che le masse operaie dei loro paesi non risolvano da sé la questione: socialismo oppure nazionalismo. Essi sono tutti ugualmente interessati a nascondersi reciprocamente i propri peccati. Nessuno di loro può proporre nulla all’infuori di ciò che propone il virtuoso della ipocrisia “internazionale”: Kautsky.

Ma, nel frattempo, ci si rende poco conto di questo pericolo. Durante il primo anno di guerra, abbiamo visto una serie di tentativi per riallacciare i legami internazionali. Non parliamo delle conferenze di Londra e di Vienna [2], in cui determinati sciovinisti si sono riuniti per aiutare gli stati maggiori e la borghesia della loro “patria”. Alludiamo invece alle conferenze di Lugano [3] e di Copenaghen [4], alla Conferenza femminile internazionale ed alla Conferenza internazionale della gioventù [5]. Queste conferenze erano animate dalle migliori intenzioni. Ma non hanno assolutamente visto il pericolo di cui abbiamo parlato. Esse non hanno tracciato la linea di combattimento degli internazionalisti. Non hanno indicato al proletariato l’incombente pericolo del modo socialsciovinista di “ricostituire” l’Internazionale. Nel migliore dei casi, si sono limitate a ripetere le vecchie risoluzioni, senza dimostrare agli operai che, mancando la lotta contro i socialsciovinisti, la causa del socialismo è disperata. Nel migliore dei casi, hanno segnato il passo.

   La situazione nel campo dell’opposizione

Non v’è nessun dubbio che la situazione nel campo dell’opposizione socialdemocratica tedesca presenta il massimo interesse per tutti gli internazionalisti. La socialdemocrazia ufficiale tedesca, la quale era il partito più forte e il partito dirigente della II Internazionale, ha vibrato il colpo più forte alla organizzazione internazionale degli operai. Ma nella socialdemocrazia tedesca si è manifestata al tempo stesso l’opposizione più forte. Il partito socialdemocratico tedesco, primo tra i grandi partiti europei, ha fatto sentire la forte voce di protesta dei compagni rimasti fedeli alla bandiera del socialismo. Con gioia abbiamo letto i giornali Lichtstrahlen [6] e Die Internationale  [7]. Con gioia ancora maggiore abbiamo appreso la diffusione in Germania di appelli rivoluzionari illegali, come, per esempio, l’appello Il principale nemico è nel proprio paese [8]. Ciò significa che fra gli operai tedeschi è vivo lo spirito del socialismo, che in Germania c’è ancora della gente capace di difendere il marxismo rivoluzionario.

Nel seno della socialdemocrazia tedesca, la scissione del socialismo contemporaneo si è delineata con la massima evidenza. Vediamo qui, nettamente distinte, tre correnti: gli opportunisti sciovinisti, che in Germania sono arrivati a un grado di bassezza e di tradimento che non ha l’eguale in nessun altro paese; il “centro” kautskiano, il quale si è dimostrato completamente impotente ad assolvere una funzione qualsiasi all’infuori di quella di servitore degli opportunisti; e la sinistra, che rappresenta i soli socialdemocratici della Germania.

Più di tutto, naturalmente, ci interessa la situazione della sinistra tedesca. In essa vediamo i nostri compagni, la speranza di tutti gli elementi internazionalisti.

Qual è questa situazione?

Il giornale Die Internationale aveva pienamente ragione, quando affermava che nella sinistra tedesca tutto si trova ancora in un processo di fermentazione, che si prevedono ancora grandi spostamenti, che nel seno delle sinistre vi sono elementi decisi e altri meno decisi.

Noi, internazionalisti russi, non abbiamo, naturalmente, neppure la minima pretesa di immischiarci negli affari interni dei nostri compagni tedeschi di sinistra. Comprendiamo che soltanto essi sono pienamente in grado di definire i propri metodi di lotta contro gli opportunisti, tenendo conto delle condizioni di tempo e di luogo. Noi consideriamo soltanto nostro diritto e nostro dovere esprimere sinceramente il nostro pensiero sulla situazione.

Siamo convinti che l’autore dell’articolo di fondo del giornale Die Internationale aveva veramente ragione quando diceva che il “centro” kautskiano arreca maggior danno alla causa del marxismo che non un aperto socialsciovinismo. Chi maschera oggi i dissensi, chi, sotto il manto del marxismo, predica ora agli operai ciò che predica il kautskismo, addormenta gli operai, è più nocivo dei vari Südekum e Heine, i quali impostano apertamente il problema e inducono gli operai a riflettere.

La fronda che in questi ultimi tempi, Kautsky e Haase si permettono contro le “istanze”, non deve confondere nessuno. Le divergenze fra essi e Scheidemann non sono divergenze di principio. Gli uni ritengono che Hindenburg e Mackensen abbiano già vinto, e che adesso ci si possa permettere il lusso di protestare contro le annessioni. Gli altri ritengono che Hindenburg e Mackensen non abbiano ancora vinto e che perciò si debba “resistere fino alla fine”.

Il kautskismo conduce contro le “istanze” soltanto una lotta apparente, precisamente al fine di soffocare dinanzi agli operai, dopo la guerra, le divergenze di principio e di riaggiustare le cose con una millesima risoluzione piena di belle parole, composta con un vago spirito di “sinistra”, operazione nella quale i diplomatici della II Internazionale sono grandi maestri.

E’ pienamente comprensibile che nella propria difficile lotta contro le “istanze”, l’opposizione tedesca debba utilizzare anche questa fronda kautskiana senza princìpi. Ma la pietra di paragone per ogni internazionalista deve rimanere l’atteggiamento negativo verso il neokautskismo. Soltanto chi lotta contro il kautskismo, chi comprende che il “centro” anche dopo la finta svolta dei suoi capi, rimane quanto ai princìpi alleato degli sciovinisti e degli opportunisti, è realmente un internazionalista.

Il nostro atteggiamento in generale verso gli elementi esitanti dell’Internazionale ha un’importanza immensa. Questi elementi, prevalentemente socialisti di tendenza pacifista, esistono anche nei paesi neutrali ed in alcuni paesi belligeranti (per es. il Partito operaio indipendente in Inghilterra). Questi elementi possono essere nostri compagni di strada. Accostarsi ad essi, per combattere i socialsciovinisti, è necessario. Ma bisogna ricordare che sono soltanto compagni di strada, che, nelle questioni principali e fondamentali, quando l’Internazionale sarà ricostituita, questi elementi non saranno con noi, ma contro di noi, saranno con Kautsky, con Scheidemann, con Vandervelde, con Sembat. Nelle conferenze internazionali, è impossibile limitare il nostro programma a quello che questi elementi potrebbero accettare, perché altrimenti noi stessi cadremmo prigionieri dei pacifisti esitanti. Così è avvenuto, per esempio, alla Conferenza femminile internazionale di Berna. La delegazione tedesca, che sosteneva il punto di vista della compagna Clara Zetkin, di fatto, in questa conferenza ha assolto una funzione di “centro”. La conferenza femminile ha detto soltanto ciò che era accettabile per le delegazioni del partito olandese opportunista di Troelstra, per le delegate dell’ILP (Partito operaio indipendente) il quale, non dimentichiamolo, alla Conferenza di Londra degli sciovinisti dell'”Intesa” ha votato per la risoluzione di Vandervelde. Noi esprimiamo la nostra più profonda stima all’ILP per la coraggiosa lotta contro il governo inglese durante la guerra. Ma sappiamo che questo partito non era e non è sul terreno del marxismo, mentre noi pensiamo che il compito principale dell’opposizione socialdemocratica, nel momento attuale, sia quello di tener alta la bandiera del marxismo rivoluzionario, di dire agli operai, in modo fermo e preciso, come noi consideriamo le guerre imperialiste, di lanciare la parola d’ordine delle azioni rivoluzionarie di massa, cioè della trasformazione dell’epoca delle guerre imperialiste nell’inizio dell’epoca delle guerre civili.

Malgrado tutto, in molti paesi esistono degli elementi socialdemocratici rivoluzionari. Esistono in Germania, in Russia, in Scandinavia (tendenza influente, il cui rappresentante è il compagno Höglund) e nei Balcani (il partito dei tesniaki bulgari), in Italia, in Inghilterra (una parte del Partito socialista britannico), in Francia (lo stesso Vaillant ha ammesso nell’Humanité [9] di aver ricevuto lettere di protesta di internazionalisti, ma non ne ha pubblicato integralmente neppure una), in Olanda (“i tribunisti” [10]), ecc… Raccogliere questi elementi marxisti, per quanto poco numerosi essi siano all’inizio, ricordare in loro nome le parole oggi dimenticate del socialismo autentico, invitare gli operai di tutti i paesi a rompere con gli sciovinisti ed a porsi sotto la vecchia bandiera del marxismo: ecco il compito del giorno.

La conferenza con i cosiddetti programmi di “azione” si sono finora ridotte unicamente a formulare, in modo più o meno completo, un programma di semplice pacifismo. Il marxismo non è pacifismo. E’ necessario lottare per la più rapida liquidazione della guerra. Ma la rivendicazione della “pace” assume un significato proletario soltanto con l’appello alla lotta rivoluzionaria. Senza una serie di rivoluzioni, la cosiddetta pace democratica è un’utopia piccolo-borghese. Come programma effettivo d’azione ci può essere solo il programma marxista, che dia alle masse una completa e chiara risposta a ciò che è avvenuto, spieghi che cos’è l’imperialismo e come bisogna lottare contro di esso, dichiari apertamente che l’opportunismo ha condotto al fallimento della II Internazionale, inviti apertamente a costituire un’Internazionale marxista senza e contro gli opportunisti. Soltanto un simile programma, il quale dimostri che noi crediamo in noi stessi, crediamo nel marxismo, dichiariamo guerra all’opportunismo per la vita e per la morte, ci assicurerebbe, prima o poi, la simpatia delle masse realmente proletarie.

 Il Partito operaio socialdemocratico della Russia e la III Internazionale

Il POSDR si è separato da lungo tempo dai suoi opportunisti. Gli opportunisti russi sono ora divenuti anche sciovinisti. Questo non fa che rafforzare in noi la convinzione che la separazione dagli opportunisti è stata necessaria nell’interesse del socialismo. Siamo convinti che le divergenze attuali tra i socialdemocratici e i socialsciovinisti non sono affatto minori di quelle che esistevano fra i socialisti e gli anarchici, quando i socialdemocratici si sono separati da questi ultimi. Giustamente, l’opportunista Monitor nei Preussische Jahrbücher [11] ha detto che per gli opportunisti e per la borghesia è vantaggiosa la attuale unità, perché essa costringe gli elementi di sinistra a sottomettersi agli sciovinisti ed impedisce agli operai di raccapezzarsi nelle discussioni e di formarsi il proprio partito realmente operaio, realmente socialista. Siamo profondissimamente convinti che, nella situazione attuale, la separazione dagli opportunisti e dagli sciovinisti sia il primo dovere del rivoluzionario, così come la separazione dai sindacati operai gialli, antisemiti, liberali ecc. era indispensabile precisamente per illuminare, nel modo più rapido, gli operai arretrati e per attirarli nelle file del partito socialdemocratico.

La III Internazionale, secondo la nostra opinione, dovrebbe essere fondata precisamente su una tale base rivoluzionaria. Per il nostro partito non esiste il problema dell’opportunità della rottura con i socialsciovinisti. Esso è già stato risolto in maniera irrevocabile. Per il nostro partito esiste soltanto il problema di realizzare questa separazione nel tempo più breve, su scala internazionale.

E’ pienamente comprensibile che, per realizzare un’organizzazione marxista internazionale, è necessario preparare la creazione di partiti marxisti indipendenti nei diversi paesi. La Germania, essendo il paese del più vecchio e più forte movimento operaio, ha un’importanza decisiva. Il prossimo avvenire dimostrerà se sono già maturate le condizioni per la creazione di una nuova Internazionale marxista. Se sì, il nostro partito entrerà con gioia in una III Internazionale purificata dall’opportunismo e dalla sciovinismo. Se no, ciò dimostrerà che per questa purificazione occorre ancora una evoluzione più o meno lunga. In questo caso, il nostro partito sarà all’estrema opposizione nell’interno della precedente Internazionale, fino a quando, nei diversi paesi, non si creerà una base per una unione internazionale di operai sul terreno del marxismo rivoluzionario.

Non sappiamo e non possiamo sapere come si evolverà, nei prossimi anni, la situazione in campo internazionale. Ma sappiamo sicuramente, siamo incrollabilmente convinti, che il nostro partito lavorerà instancabilmente nel nostro paese, fra il nostro proletariato, nella direzione indicata, e nella sua attività quotidiana andrà creando la sezione russa dell’Internazionale marxista.

Anche da noi, in Russia, non mancano i socialsciovinisti palesi e i gruppi di “centro”. Questa gente lotterà contro la creazione dell’Internazionale marxista. Sappiamo che Plekhanov in linea di principio è d’accordo con Südekum e che già ora gli tende la mano. Sappiamo che il cosiddetto Comitato di organizzazione, guidato da Axelrod, predica il kautskismo su una base russa. Sotto il manto della unità della classe operaia, questa gente predica la unità con gli opportunisti e, attraverso essi, con la borghesia. Ma tutto quello che sappiamo sulla situazione attuale del movimento operaio in Russia, ci dà la piena sicurezza che il proletariato cosciente della Russia rimarrà come prima, con il nostro partito.

Note

1. Sozialistiche Monatshelte (Quaderni mensili del socialismo): la principale rivista degli opportunisti tedeschi, pubblicata dal 1897 al 1933. Durante la prima guerra mondiale divenne apertamente socialsciovinista.

2. La conferenza di Londra dei socialisti dei paesi dell’Intesa si riunì il 14 febbraio 1915. La conferenza di Vienna dei socialisti tedeschi e austriaci, che in un certo senso doveva servire di risposta alla conferenza di Londra, avvenne nell’aprile del 1915. Tutte e due le conferenze si pronunciarono per la “difesa della patria”.

3. Il 27 settembre 1914 si tenne a Lugano una conferenza dei socialisti dell’Italia e della Svizzera, alla cui preparazione partecipò anche Lenin. La conferenza, definendo imperialista la guerra in corso, si pronunciò per la lotta internazionale per la pace. Alla conferenza presero parte per l’Italia tra gli altri, Serrati, Lazzari, Morgari, Turati, Modigliani e lo stesso Mussolini, alla vigilia del tradimento.

4. La conferenza di Copenaghen dei socialisti dei paesi neutrali (Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda) si riunì il 17-18 gennaio 1915. La conferenza deliberò di invitare i governi dei paesi neutrali, per mezzo dei rispettivi partiti socialisti, a farsi mediatori per la cessazione della guerra.

5. La Conferenza socialista internazionale della gioventù si tenne a Berna dal 4 al 6 aprile 1915. L’Ufficio internazionale della gioventù socialista, eletto alla conferenza, incominciò a pubblicare la rivista Jugend-Internationale, alla quale collaborarono Lenin e Liebknecht.

6. Lichtstrahlen (Raggi di luce): mensile, organo del gruppo dei socialdemocratici tedeschi di sinistra. Si pubblicò saltuariamente a Berlino dal 1913 al 1921.

7. Die Internationale (L’Internazionale): rivista fondata da R. Luxemburg e F. Mehring, di cui uscì un numero unico a Berlino nell’aprile del 1915.

8. Scritto da K. Liebknecht dopo l’entrata dell’Italia in guerra e pubblicato nel maggio 1915.

9. Quotidiano fondato da Jaurès nel 1904 come organo del Partito socialista francese. Dopo la scissione del partito decisa dal congresso del dicembre 1920, divenne l’organo del Partito comunista francese.

10. Tribunisti: gruppo di sinistra del Partito operaio socialdemocratico olandese, che pubblicò dal 1907 il giornale De Tribune. Nel 1909 i tribunisti furono espulsi dal POSO e organizzarono un partito autonomo (il Partito socialdemocratico d’Olanda). Rappresentavano l’ala sinistra del movimento operaio in Olanda, pur non essendo un partito rivoluzionario conseguente.

11. Preussische Jahrbücher (Annali prussiani): rivista mensile conservatrice, pubblicata a Berlino dal 1858 al 1935.

IV. La storia della scissione e la situazione attuale della socialdemocrazia in  Russia

  Indice Gli “economisti” e la vecchia “Iskra” (1894-1903) Il menscevismo e il bolscevismo (1903-1908) Il marxismo ed il liquidatorismo (1908-1914) Il marxismo e il socialsciovinismo (1914-1915) La situazione attuale della socialdemocrazia della Russia I compiti del nostro partito

La tattica ora esposta del POSDR in relazione alla guerra rappresenta il risultato inevitabile del trentennale sviluppo della socialdemocrazia in Russia: impossibile comprendere esattamente questa tattica, ed anche l’attuale situazione della socialdemocrazia nel nostro paese, senza meditare sulla storia del nostro partito. Ecco perché dobbiamo ricordare qui al lettore i fatti fondamentali di questa storia.

Come corrente ideologica, la socialdemocrazia nacque nel 1883 quando per la prima volta furono esposte sistematicamente all’estero, dal gruppo “Emancipazione del lavoro” le teorie socialdemocratiche applicate alla Russia. Fino all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, la socialdemocrazia rimase una corrente ideologica senza legami con il movimento operaio di massa della Russia. All’inizio dell’ultimo decennio del sec. XIX, il risveglio sociale, il fermento ed il movimento di scioperi fra gli operai, fecero della socialdemocrazia una forza politica attiva, indissolubilmente legata alla lotta (sia economica che politica) della classe operaia. E da questo momento incomincia la scissione in “economisti” ed “iskristi”.

Gli “economisti” e la vecchia “Iskra” (1894-1903)

L'”economismo” era una corrente opportunista della socialdemocrazia russa. La sua essenza politica si riassumeva nel programma: “Agli operai la lotta economica, ai liberali la lotta politica”. La sua principale base teorica era il cosiddetto “marxismo legale” o “struvismo”, il quale “ammetteva” un “marxismo” completamente epurato da qualsiasi rivoluzionarismo e adattato alle esigenze della borghesia liberale. Riferendosi alla scarsa evoluzione delle masse operaie in Russia, e desiderando “andare con la massa”, gli “economisti” limitavano i compiti e lo slancio del movimento operaio alla lotta economica e all’appoggio politico al liberalismo, non ponendosi nessun compito politico indipendente e nessun compito rivoluzionario.

La vecchia Iskra (1900-1903) condusse una lotta vittoriosa contro l'”economismo”, in nome dei princìpi della socialdemocrazia rivoluzionaria. Tutto il fiore del proletariato cosciente stava dalla parte dell’Iskra. Qualche anno prima della rivoluzione, la socialdemocrazia adottò un programma più conseguente e più intransigente. E la lotta delle classi, la insurrezione delle masse durante la rivoluzione del 1905 confermarono questo programma. Gli “economisti” si adattavano alle masse arretrate. La Iskra educava l’avanguardia degli operai, capace di condurre avanti le masse. Gli attuali argomenti dei socialsciovinisti (sulla necessità di tener conto delle masse, sul carattere progressivo dell’imperialismo, sulle “illusioni” dei rivoluzionari, ecc.) erano stati già tutti impiegati dagli economisti. Il rimaneggiamento opportunista del marxismo, sotto il nome di “struvismo” era ben noto venti anni fa alla Russia socialdemocratica.

Il menscevismo e il bolscevismo (1903-1908)

L’epoca della rivoluzione democratica borghese generò nella socialdemocrazia una nuova lotta di tendenze, che era una diretta continuazione della precedente. L'”economismo” si trasformò in “menscevismo”; la tattica rivoluzionaria, difesa dalla vecchia Iskra, generò il bolscevismo.

Negli anni tempestosi 1905-1907, il menscevismo era una corrente opportunista, che era sostenuta dalla borghesia liberale e che introduceva nel movimento operaio le tendenze borghesi liberali. La sua essenza consisteva nell’adattare la lotta di classe operaia al liberalismo. Il bolscevismo, al contrario, pose agli operai socialdemocratici il compito di elevare la massa contadina democratica alla lotta rivoluzionaria, contro i tentennamenti e i tradimenti del liberalismo. E nel periodo della rivoluzione le masse operaie, come riconobbero più volte gli stessi menscevichi, furono con i bolscevichi in tutte le azioni più importanti.

La rivoluzione del 1905 collaudò, rafforzò, approfondì e temprò la tattica socialdemocratica rivoluzionaria intransigente in Russia. L’azione aperta delle classi e dei partiti mise ripetutamente in luce il legame dell’opportunismo socialdemocratico (“menscevismo”) con il liberalismo.


 Il marxismo ed il liquidatorismo (1908-1914)

 Il periodo controrivoluzionario pose di nuovo all’ordine del giorno, in forma completamente nuova, il problema della tattica opportunista e della tattica rivoluzionaria della socialdemocrazia. La principale corrente del menscevismo, malgrado le proteste di molti fra i suoi migliori rappresentanti, generò la corrente del liquidatorismo, la rinunzia alla lotta per una nuova rivoluzione in Russia, all’organizzazione ed al lavoro illegale, l’irrisione sprezzante dell’attività “clandestina”, della parola d’ordine della repubblica, ecc. Sotto forma di gruppo di pubblicisti legali della rivista Nascia Zarià (Potresov, Cerevanin, ecc.) si formò un nucleo indipendente dal vecchio partito socialdemocratico, sostenuto, esaltato, accarezzato in mille modi dalla borghesia liberale della Russia, desiderosa di disabituare gli operai dalla lotta rivoluzionaria.

La conferenza del POSDR del gennaio 1912, che riorganizzò il partito nonostante la furiosa ostilità di tutta una serie di gruppi e gruppetti esteri, escluse dal partito questo gruppo di opportunisti. Per più di due anni (dall’inizio del 1912 alla metà del 1914) ci fu un’ostinata lotta di due partiti socialdemocratici: il Comitato centrale, eletto nel gennaio 1912, ed il “Comitato d’organizzazione”, il quale non riconosceva la Conferenza di gennaio e voleva riorganizzare il partito in modo diverso, conservando l’unità col gruppo Nascia Zarià. Fra i due giornali quotidiani operai (la Pravda [1] e il Luc [2] ed i loro successori) e fra i due gruppi socialdemocratici alla IV Duma (il “gruppo operaio socialdemocratico”, dei pravdisti o marxisti, ed il “gruppo socialdemocratico” dei liquidatori, con a capo Ckheidze), si svolse una lotta ostinata.

Difendendo le giuste tradizioni rivoluzionarie del partito, sostenendo l’iniziata ascesa del movimento operaio (specialmente dopo la primavera del 1912), unendo organizzazione legale ed illegale, stampa e agitazione, i “pravdisti” raccolsero intorno a sé la schiacciante maggioranza della classe operaia cosciente, mentre i liquidatori, agendo come forza politica esclusivamente per mezzo del gruppo della Nascia Zarià, si appoggiavano ai molteplici aiuti degli elementi liberali borghesi.

Le pubbliche sottoscrizioni dei gruppi operai ai giornali dei due partiti (essendo allora quella, per i socialdemocratici, la forma di pagamento delle quote adatta alle condizioni russe e l’unica liberamente ammessa, controllata da tutti) confermarono in modo evidente la base proletaria della forza e dell’influenza dei “pravdisti” (marxisti), e la base borghese liberale dei liquidatori (e del loro “Comitato d’organizzazione”). Ecco qualche dato su quei versamenti pubblicati particolareggiatamente nel libro Marxismo e liquidatorismo [3], riassunti nel giornale socialdemocratico tedesco Leipziger Volkszeitung del 21 luglio 1914.

Numero e importo dei versamenti fatti ai quotidiani marxisti (pravdisti) e liquidatori di Pietroburgo, dal 1° gennaio al 13 maggio 1914:

pravdisti liquidatori
n. dei versamenti importo (rubli) n. dei versamenti importo (rubli)
dai gruppi operai 2.873 18.934 671 5.296
non da gruppi operai 713 2.650 453 6.760

In questo modo, il nostro partito ha raccolto, nel 1914, i 4/5 degli operai coscienti della Russia intorno alla tattica socialdemocratica rivoluzionaria. Per tutto il 1913, il numero dei versamenti da parte dei gruppi di operai era stato di 2.181 per i pravdisti e di 661 per i liquidatori. Dal 1° gennaio al 13 maggio 1914 si ottiene la somma: 5.054 versamenti dei gruppi di operai ai “pravdisti” (cioè al nostro partito) e 1.332, cioè il 20,8 per cento, ai liquidatori.

Il marxismo e il socialsciovinismo (1914-1915)

La grande guerra europea del 1914-1915 ha dato a tutti i socialdemocratici europei, ed anche a quelli russi, la possibilità di mettere alla prova la loro tattica in una crisi di dimensioni mondiali. Il carattere reazionario, rapinatore, schiavista della guerra da parte dello zarismo è incomparabilmente più evidente che da parte degli altri governi. Ciò nonostante, il gruppo fondamentale dei liquidatori (l’unico, all’infuori del nostro, che abbia una seria influenza in Russia, grazie ai suoi legami con i liberali) è passato al socialsciovinismo! Questo gruppo della Nascia Zarià che, per un periodo abbastanza lungo, ha avuto il monopolio della legalità, ha condotto fra le masse la propaganda della “non opposizione alla guerra”, del desiderio della vittoria della “Triplice” (ora quadruplice) Intesa, accusando di “colpe smisurate” l’imperialismo tedesco, ecc. Plekhanov, che dopo il 1903 ha dato numerose prove della sua estrema mancanza di carattere politico e del suo passaggio agli opportunisti, ha preso ancora più decisamente, la posizione lodata da tutta la stampa borghese della Russia. Plekhanov si è abbassato fino a dichiarare giusta la guerra dello zarismo ed ha concesso interviste ai giornali governativi d’Italia, per spingere quest’ultima alla guerra!

L’esattezza del nostro giudizio sul liquidatorismo e sull’esclusione del principale gruppo dei liquidatori del nostro partito, è stata, così, pienamente confermata. Il reale programma dei liquidatori ed il reale significato della loro corrente consiste adesso non soltanto nell’opportunismo in generale, ma anche nella difesa dei privilegi da grande potenza e dei profitti dei proprietari fondiari e dei borghesi grandi-russi. Questa è la tendenza della politica operaia nazional-liberale. Questa è l’unione dei piccoli borghesi radicali e di un’infima minoranza di operai privilegiati con la “propria” borghesia nazionale contro la massa del proletariato.

 La situazione attuale della socialdemocrazia della Russia

 Come abbiamo già detto, la nostra conferenza del gennaio 1912 non è stata riconosciuta né dai liquidatori né da tutta una serie di gruppi all’estero (di Plekhanov, di Alexinski, di Trotsky ed altri), né dai cosiddetti gruppi socialdemocratici “nazionali”(cioè non grandi-russi). Gli innumerevoli biasimi, di cui essi ci hanno coperto, ripetono per lo più l’accusa di “usurpatori” e di “scissionisti”. La nostra risposta è stata la presentazione di cifre esatte, obiettivamente verificabili, le quali dimostrano che il nostro partito riuniva i 4/5 degli operai coscienti della Russia. Questo non è poco, considerando tutte le difficoltà del lavoro illegale in periodo controrivoluzionario.

Se in Russia era possibile un'”unità” sulla base della tattica socialdemocratica, senza l’esclusione del gruppo Nascia Zarià, perché i nostri numerosi avversari non l’hanno realizzato nemmeno fra di loro? Dal gennaio 1912 sono passati ben tre anni e mezzo, ed in tutto questo tempo i nostri avversari non hanno saputo creare, nonostante il loro desiderio, un partito socialdemocratico contro di noi. Questo fatto è la migliore difesa del nostro partito.

Tutta la storia dei gruppi socialdemocratici, che lottano contro il nostro partito, è una storia di decadenza e di disgregazione. Nel marzo 1912, tutti, senza eccezione, si “unirono” per insultarci. Ma già nell’agosto 1912, quando fu creato contro di noi il cosiddetto “blocco di agosto”, incominciò la loro disgregazione. Una parte dei gruppi si staccò da loro. Non erano in grado di costituire un partito o un Comitato centrale. Crearono appena un Comitato di organizzazione “per la costituzione dell’unità”. Ma, in sostanza, questo Comitato d’organizzazione si dimostrò un impotente mascheramento del gruppo dei liquidatori in Russia. Per tutto il periodo dell’immenso incremento del movimento operaio in Russia e degli scioperi di massa del 1912-1914, l’unico gruppo di tutto il blocco d’agosto che svolgesse un lavoro fra le masse, è stato il gruppo della Nascia Zarià, la cui forza consisteva nei suoi legami con i liberali. E all’inizio del 1914, i socialdemocratici lettoni sono usciti formalmente dal “blocco d’agosto” (i socialdemocratici polacchi non ne facevano parte), e Trotsky, uno dei capi del blocco, ne è uscito in modo non formale, fondando di nuovo un gruppo a parte. Nel luglio 1914, alla Conferenza di Bruxelles, con la partecipazione del Comitato esecutivo dell’Ufficio socialista internazionale, di Kautsky e di Vandervelde, è stato creato contro di noi il cosiddetto “blocco di Bruxelles”, nel quale non sono entrati i lettoni e dal quale si è subito staccata l’opposizione socialdemocratica polacca. Cominciata la guerra, questo blocco è andato in sfacelo. La Nascia Zarià, Plekhanov, Alexinski, il capo dei socialdemocratici del Caucaso, An, sono diventati socialsciovinisti aperti e diffondono l’idea che è desiderabile la sconfitta della Germania. Il Comitato d’organizzazione e il Bund [4] difendono i socialsciovinisti e i princìpi del socialsciovinismo. La frazione di Ckheidze, sebbene abbia votato contro i crediti di guerra (in Russia, perfino i democratici borghesi, i trudovikí, hanno votato contro), rimane fedele alleata alla Nascia Zarià. I nostri socialsciovinisti più spinti, Plekhanov, Alexinski e soci, sono pienamente soddisfatti della frazione di Ckheidze. A Parigi si fonda il giornale Nasce Slovo (prima Golos) [5] con la partecipazione principale di Martov e di Trotsky, desiderosi di accordare la difesa platonica dell’internazionalismo con un’incondizionata esigenza di unione con la Nascia Zairà, con il Comitato d’organizzazione o con la frazione di Ckheidze. Dopo 250 numeri, questo giornale è esso stesso costretto a riconoscere la propria decadenza. Una parte della redazione gravita verso il nostro partito, Martov rimane fedele al Comitato d’organizzazione, il quale accusa pubblicamente il Nasce Slovo di “anarchismo” (come gli opportunisti in Germania, David e soci l’Internationale Korrespondenz [6], Legien e soci, incolpano di anarchismo il compagno Liebknecht); Trotsky rende nota la sua rottura con il Comitato d’organizzazione, ma desidera stare con la frazione di Ckheidze. Ecco il programma e la tattica della frazione di Ckheidze esposta da uno dei suoi leader. Nel n. 5 del Sovriemenni Mir [7] del 1915, giornale della tendenza di Plekhanov e di Alexinski, Ckhenkeli scrive: “Dire che la socialdemocrazia tedesca era in grado di impedire l’azione militare del suo paese e non l’ha fatto, significherebbe o desiderare segretamente che essa trovi sulle barricate non soltanto la sua fine, ma anche quella della sua patria, oppure considerare le cose che abbiamo vicino attraverso il telescopio anarchico[8].

In queste poche righe è espressa tutta l’essenza del socialsciovinismo: la giustificazione di principio dell’idea della “difesa della patria” nell’attuale guerra, la derisione, con il permesso dei censori militari, della propaganda e della preparazione della rivoluzione. Il problema non consiste affatto nel sapere se la socialdemocrazia tedesca fosse in grado di impedire la guerra, o se, in generale, dei rivoluzionari possano garantire il successo della rivoluzione. Il problema consiste nel sapere se ci si debba comportare da socialisti o se si debba davvero “soffocare” nell’abbraccio della borghesia imperialista.


I compiti del nostro partito

 La socialdemocrazia è nata in Russia prima della rivoluzione democratica borghese del nostro paese (1905), e si è rafforzata durante la rivoluzione e la controrivoluzione. Le condizioni arretrate della Russia spiegano la straordinaria esuberanza di correnti e di sfumature dell’opportunismo piccolo-borghese da noi, mentre l’influenza del marxismo in Europa e la solidità dei partiti socialdemocratici legali prima della guerra hanno fatto dei nostri liberali evoluti quasi degli adoratori di una teoria e di una socialdemocrazia “intelligente”, “europea” (“non rivoluzionaria”), “legale”, “marxista”. La classe operaia in Russia non ha potuto crearsi il proprio partito se non con una lotta decisa, trentennale, contro le varie specie d’opportunismo. L’esperienza della guerra mondiale, che ha portato al vergognoso crollo della corrente opportunista europea e che ha rinsaldato l’unione dei nostri nazional-liberali con il liquidatorismo socialsciovinismo, ci rafforza ancor più nella convinzione che il nostro partito dovrà, anche in avvenire, procedere sul medesimo cammino conseguentemente rivoluzionario.

Note

1. Pravda (La verità): quotidiano bolscevico sorto per iniziativa degli operai di Pietroburgo. Il primo numero uscì a Pietroburgo il 22 aprile 1912. Il 5 luglio 1913 venne soppresso dal governo e in seguito uscì con diverse testate.

2. Luc (Il raggio): quotidiano legale dei menscevichi-liquidatori, pubblicato a Pietroburgo dal settembre 1912 al luglio 1913.

3. Pubblicato a Pietroburgo nel 1914 con il sottotitolo Raccolta di articoli sulle questioni fondamentali del movimento operaio attuale. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 20, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 165-167.

4. Il Bund (Unione generale operaia ebraica in Lituania, Polonia e Russia) era un’organizzazione piccolo-borghese fondata nel 1897. Sosteneva il separatismo e il nazionalismo nel movimento operaio in Russia. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, i bundisti, tranne un piccolo gruppo, aderirono al partito bolscevico.

5. Golos (La voce): quotidiano menscevico Trotskysta. Si pubblicò a Parigi dal 1914 al gennaio 1915. Dal gennaio 1915 fu sostituito dal Nasce Slovo (La nostra parola), che si pubblicò, sempre a Parigi, fino al settembre 1916.

6. Internationale Korrespondenz (La corrispondenza internazionale): settimanale socialsciovinista tedesco, si pubblicò a Berlino dal 1914 al 1917.

7. Sovriemenni Mir (Il mondo moderno): rivista letteraria, scientifica e politica che si pubblicò a Pietroburgo dal 1906 al 1918. Dal 1914 organo dei socialsciovinisti.

8. S.M., 1915, n. 5, p. 148. Trotsky ha dichiarato recentemente che considera suo compito rialzare l’autorità della frazione di Ckheidze nell’Internazionale. Indubbiamente Ckheidze, da parte sua, altrettanto energicamente, risolleverà nell’Internazionale l’autorità di Trotsky… (Nota di Lenin).

Il socialismo e la guerra

Appendice

I. La guerra e la socialdemocrazia russa

La guerra europea, preparata durante decenni dai governi e dai partiti borghesi di tutti i paesi, è scoppiata. L’aumento degli armamenti, l’estremo inasprimento della lotta per i mercati nella nuova fase imperialistica di sviluppo del capitalismo nei paesi più avanzati, gli interessi dinastici delle monarchie più arretrate dell’Europa orientale dovevano inevitabilmente condurre, e hanno condotto, a questa guerra. Conquistare territori e asservire nazioni straniere, mandare in rovina le nazioni concorrenti e depredarne le ricchezze, deviare l’attenzione delle masse lavoratrici dalla crisi politica interna in Russia, in Germania, in Inghilterra e in altri paesi, scindere le masse lavoratrici, abbindolarle mediante l’inganno nazionalistico e distruggerne l’avanguardia allo scopo di indebolire il movimento rivoluzionario del proletariato, ecco l’unico effettivo contenuto, il significato e la portata della guerra attuale.

Alla socialdemocrazia incombe innanzi tutto il dovere di svelare il vero significato della guerra e di smascherare senza pietà le menzogne, i sofismi e le frasi “patriottiche” propagate dalle classi dominanti, dai grandi proprietari fondiari e dalla borghesia in difesa della guerra.

A capo di un gruppo di nazioni belligeranti sta la borghesia tedesca, la quale inganna la classe operaia e le masse lavoratrici affermando di condurre la guerra per la difesa della patria, della libertà e della civiltà, per la liberazione dei popoli oppressi dallo zarismo, per l’abbattimento dello zarismo reazionario. Ma, in realtà, proprio questa borghesia, servile dinanzi agli junker prussiani che hanno alla loro testa Guglielmo II, è sempre stata alleata fedele dello zarismo e nemica del movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini russi. In realtà, questa borghesia, indipendentemente dall’esito della guerra, farà tutti gli sforzi, assieme agli junker, per sostenere la monarchia zarista contro la rivoluzione in Russia.

In realtà la borghesia tedesca ha intrapreso una brigantesca campagna contro la Serbia per soggiogarla e soffocare la rivoluzione nazionale degli slavi del sud, e nello stesso tempo ha diretto la parte principale delle sue forze militari contro paesi più liberi, il Belgio e la Francia, allo scopo di saccheggiare questi concorrenti più ricchi. La borghesia tedesca, mentre diffondeva la leggenda di una sua guerra difensiva, sceglieva in realtà il momento ad essa più propizio per la guerra, utilizzando gli ultimi perfezionamenti a cui era giunta la sua tecnica militare e prevenendo l’impiego dei nuovi armamenti già progettati e prestabiliti dalla Russia e dalla Francia.

Alla testa dell’altro gruppo di nazioni belligeranti stanno le borghesie inglese e francese, le quali ingannano la classe operaia e le masse lavoratrici affermando che conducono la guerra per la patria, la libertà e la civiltà, contro il militarismo e il dispotismo della Germania. Ma in realtà già da molto tempo queste borghesie avevano assoldato coi loro miliardi, l’esercito dello zarismo russo, della monarchia più reazionaria e barbara dell’Europa, preparandolo all’aggressione contro la Germania.

In realtà, lo scopo della lotta della borghesia inglese e della borghesia francese è la conquista delle colonie tedesche e la rovina della nazione concorrente che si distingue per il suo più rapido sviluppo economico. E per questo nobile fine, le nazioni “democratiche” più “avanzate” aiutano il barbaro zarismo a opprimere maggiormente la Polonia, l’Ucraina, ecc., e a soffocare con maggior violenza la rivoluzione russa.

Nessuno dei due gruppi belligeranti la cede in nulla all’altro per le rapine, la ferocia e l’infinita crudeltà della guerra. Ma per ingannare il proletariato e distogliere la sua attenzione dall’unica guerra effettivamente liberatrice, vale a dire dalla guerra civile contro la borghesia del “proprio” paese e dei paesi “stranieri”, per questo alto scopo la borghesia di ogni paese tenta di esaltare, con frasi menzognere sul patriottismo, il significato della “propria” guerra nazionale e vuol far credere che si sforza di vincere il nemico, non per spogliarlo e occuparne il territorio, ma per “liberare” tutti gli altri popoli, eccettuato il proprio.

Ma con quanto più zelo il governo e la borghesia di tutti i paesi tentano di dividere i proletari aizzandoli gli uni contro gli altri, quanto più ferocemente si applica in tal nobile fine il regime dello stato d’assedio e della censura militare (che persino oggi, in tempo di guerra, è diretta più contro il nemico “interno” che contro quello esterno), tanto più improrogabile diviene il dovere del proletariato cosciente di difendere la sua unità di classe, il suo internazionalismo, le sue concezioni socialiste contro il baccanale dello sciovinismo della cricca borghese “patriottica” di tutti i paesi. Sottrarsi a questo compito significherebbe, per gli operai coscienti, rinunciare a tutte le loro aspirazioni alla libertà e alla democrazia, per non parlare della rinuncia alle loro aspirazioni socialiste.

Bisogna constatare con profonda amarezza che i partiti socialisti dei principali paesi europei non hanno adempiuto questo compito e che la condotta dei capi di questi partiti -particolarmente del partito tedesco- confina con l’aperto tradimento della causa del socialismo. In un momento che ha la più grande importanza storica mondiale, la maggioranza dei capi dell’attuale II Internazionale socialista (1889-1914) tenta di sostituire il nazionalismo al socialismo. Per il contegno di tali capi, i partiti operai di questi paesi non si sono opposti alla condotta criminale dei governi e hanno invitato la classe operaia a identificare la sua posizione con quella dei governi imperialisti. I capi dell’Internazionale hanno tradito il socialismo votando i crediti di guerra, ripetendo le parole d’ordine scioviniste (“patriottiche”) della borghesia dei “loro” paesi, giustificando e difendendo la guerra, entrando nei ministeri borghesi dei paesi belligeranti, ecc. ecc.. I più influenti capi socialisti e i più influenti organi della stampa socialista dell’Europa odierna si mettono da un punto di vista sciovinista borghese e liberale, e niente affatto socialista. La responsabilità di questo oltraggio al socialismo ricade innanzitutto sui socialdemocratici tedeschi, i quali erano il partito più forte e più influente della II Internazionale. Ma non si possono nemmeno giustificare i socialisti francesi, i quali hanno accettato dei posti ministeriali nel governo di quella stessa borghesia che tradì la sua patria e si accordò con Bismarck per schiacciare la Comune.

I socialdemocratici tedeschi e austriaci tentano di giustificare il loro appoggio alla guerra affermando che in questo modo appunto essi lottano contro lo zarismo russo. Noi, socialdemocratici russi, dichiariamo di considerare tale giustificazione come un puro sofisma. Nel nostro paese il movimento rivoluzionario contro lo zarismo ha avuto negli ultimi anni un’enorme estensione, e la classe operaia russa è sempre stata alla testa di questo movimento. Milioni di lavoratori hanno partecipato in questi ultimi anni agli scioperi politici che si sono svolti con la parola d’ordine del rovesciamento dello zarismo e con la rivendicazione della repubblica democratica. Proprio alla vigilia della guerra, il presidente della repubblica francese, Poincaré, durante la sua visita a Nicola II, poté vedere con i propri occhi nelle vie di Pietroburgo le barricate costruite dalle mani degli operai russi. Il proletariato russo non si arrestava dinanzi a nessun sacrificio pur di liberare l’umanità dall’ignominia della monarchia zarista. Ma dobbiamo dire che se qualche cosa può, sotto certe condizioni, rinviare la fine dello zarismo, se qualche cosa può aiutarlo nella lotta contro tutta la democrazia russa, ciò è appunto la guerra attuale che ha messo a servizio dei fini reazionari dello zarismo l’oro delle borghesie inglese, francese e russa. E se qualche cosa può rendere più difficile la lotta rivoluzionaria della classe operaia russa contro lo zarismo, ciò è proprio la condotta dei capi della socialdemocrazia tedesca e austriaca che la stampa sciovinista russa non cessa di presentarci come esempio.

Anche se si ammette che l’insufficienza di forze della socialdemocrazia tedesca era tale da costringerla a rinunziare a qualsiasi azione rivoluzionaria, anche in questo caso essa non doveva unirsi al campo sciovinista, né doveva far quei passi a proposito dei quali i socialisti italiani hanno giustamente dichiarato che i capi socialdemocratici tedeschi macchiano la bandiera dell’Internazionale proletaria [1].

Il nostro partito, il Partito operaio socialdemocratico russo, ha già subìto e subirà ancora immense perdite a causa della guerra. Tutta la nostra stampa legale è stata distrutta, la maggior parte dei sindacati sono stati sciolti, gran numero dei nostri compagni sono in carcere o deportati. Ma la nostra rappresentanza parlamentare il gruppo operaio socialdemocratico russo alla Duma ha considerato come suo assoluto dovere socialista non soltanto di non votare i crediti militari, ma di abbandonare l’aula delle sedute della Duma per esprimere ancor più energicamente la propria protesta e per bollare la politica dei governi europei come una politica imperialista. E benché l’oppressione del governo zarista si sia decuplicata, i nostri compagni operai pubblicano già in Russia i primi appelli illegali contro la guerra, compiendo così il loro dovere verso la democrazia e verso l’Internazionale.

Se i rappresentanti della socialdemocrazia rivoluzionaria, quali la minoranza della socialdemocrazia tedesca e i migliori socialdemocratici dei paesi neutrali, provano un cocente senso di vergogna per questo fallimento della II Internazionale [2], se voci di socialisti contro lo sciovinismo della maggioranza dei partiti socialdemocratici si levano in Inghilterra e in Francia, se gli opportunisti, rappresentati per esempio dalla rivista tedesca Sozialistische Monatshefte, che da molto tempo avevano una posizione nazional-liberale, festeggiano legittimamente la loro vittoria sul socialismo europeo, il servizio peggiore al proletariato lo rendono quegli individui che oscillano tra l’opportunismo e la socialdemocrazia rivoluzionaria (come il “centro” nel Partito socialdemocratico tedesco), che tentano di passare sotto silenzio o di coprire con frasi diplomatiche il fallimento della II Internazionale.

Bisogna, al contrario, riconoscere apertamente questo fallimento e comprenderne le cause, affinché sia possibile organizzare una nuova e più salda unione socialista dei lavoratori di tutti i paesi.

Gli opportunisti hanno sabotato le risoluzioni dei congressi di Stoccarda, Copenaghen e Basilea [3], le quali impegnavano i socialisti di tutti i paesi a lottare contro lo sciovinismo in ogni e qualsiasi condizione, a rispondere con una più intensa propaganda per la guerra civile e per la rivoluzione sociale a ogni guerra iniziata dalla borghesia e dai governi. Il fallimento della Il Internazionale è il fallimento dell’opportunismo, che si è sviluppato sul terreno delle particolarità del periodo storico trascorso (periodo cosiddetto “pacifico”) e, in questi ultimi anni, ha dominato di fatto nell’Internazionale. Da molto tempo gli opportunisti preparavano questo fallimento negando la rivoluzione socialista e sostituendo ad essa il riformismo borghese; negando la lotta di classe e la necessità di trasformarla – in determinati momenti – in guerra civile e predicando la collaborazione di classe; predicando lo sciovinismo borghese col nome di patriottismo e di difesa della patria; ignorando e negando una verità fondamentale del socialismo già enunciata nel Manifesto comunista, e cioè che gli operai non hanno patria; attenendosi ad un punto di vista sentimentale piccolo-borghese nella lotta contro il militarismo, invece di riconoscere la necessità della guerra rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi contro la borghesia di tutti i paesi; trasformando la necessaria utilizzazione del parlamentarismo borghese e della legalità borghese nel feticismo per questa legalità e dimenticando l’obbligatorietà delle forme illegali di agitazione e di organizzazione nei periodi di crisi. Il “complemento” naturale dell’opportunismo – complemento che è anch’esso borghese e ostile al punto di vista proletario, cioè marxista – è la corrente anarco-sindacalista che si è creata una fama non meno disonorante ripetendo con sussiego le parole d’ordine scioviniste durante la crisi attuale.

Oggi non si possono adempiere i compiti del socialismo, non si può costituire un’effettiva unione internazionale dei lavoratori senza rompere decisamente cori l’opportunismo e senza chiarire bene alle masse l’inevitabilità del fallimento di esso.

Il compito della socialdemocrazia di ogni paese deve essere prima di tutto la lotta contro lo sciovinismo nel proprio paese. In Russia, tutto il liberalismo borghese (“cadetti” e una parte dei populisti) inclusi i socialisti-rivoluzionari e i socialdemocratici di destra, sono caduti nello sciovinismo. (Particolarmente dev’essere denunciata l’attività sciovinista di uomini come E. Smirnov, P. Maslov e G. Plekhanov, attività sulla quale si è gettata, sfruttandola largamente, la stampa “patriottica” borghese.)

Nella situazione attuale non si può stabilire, dal punto di vista del proletariato internazionale, la disfatta di quale dei due gruppi di nazioni belligeranti sarebbe di minor danno per il socialismo. Ma per noi socialdemocratici russi non vi può essere dubbio che, dal punto di vista della classe operaia e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia, il minor male sarebbe la sconfitta della monarchia zarista, del più barbaro e reazionario dei governi, del governo che opprime il maggior numero di nazioni e la massa più grande della popolazione in Europa e in Asia.

L’immediata parola d’ordine politica dei socialdemocratici europei dev’essere la formazione degli Stati Uniti repubblicani d’Europa; ma, a differenza della borghesia, la quale è sempre pronta a “promettere” tutto ciò che si vuole pur di trascinare il proletariato nella corrente generale dello sciovinismo, i socialdemocratici spiegheranno quanto sia assurda e menzognera questa parola d’ordine senza l’abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa.

In Russia, data la grande arretratezza di questo paese, che non ha ancora portato a termine la sua rivoluzione borghese, i compiti dei socialdemocratici devono, come prima, consistere nelle tre condizioni fondamentali di una trasformazione democratica conseguente: la repubblica democratica (con piena eguaglianza di diritti e autodecisione di tutte le nazioni), la confisca delle terre dei grandi proprietari e la giornata lavorativa di otto ore. Ma in tutti i paesi più progrediti, la guerra rende attuale la parola d’ordine della rivoluzione socialista, la quale diviene tanto più urgente quanto più il peso della guerra grava sulle spalle del proletariato e quanto più attiva sarà necessariamente la funzione del proletariato nella ricostruzione dell’Europa, dopo gli orrori della moderna barbarie “patriottica”, nel quadro dei giganteschi progressi tecnici del grande capitale. La borghesia ha fatto ricorso alle leggi dello stato di guerra per chiudere completamente la bocca al proletariato, e ciò pone assolutamente davanti a quest’ultimo il compito imprescindibile di creare forme illegali di agitazione e di organizzazione. Gli opportunisti, a prezzo del tradimento dei loro princìpi, “proteggano” pure le loro organizzazioni legali. I socialdemocratici rivoluzionari approfittano dell’esperienza organizzativa e dei collegamenti della classe operaia per creare forme illegali di lotta per il socialismo, adatte al periodo della crisi, e per unire le masse lavoratrici, non con la borghesia sciovinista del proprio paese, ma con gli operai di tutti i paesi. L’Internazionale proletaria non è morta e non morirà. Le masse operaie, sormontando tutti gli ostacoli, creeranno una nuova Internazionale. L’odierno trionfo dell’opportunismo non durerà a lungo. Quanto più numerose saranno le vittime della guerra, tanto più palese sarà per le masse operaie il tradimento consumato ai loro danni dagli opportunisti, e tanto più evidente sarà la necessità di rivolgere le armi contro il governo e la borghesia di ogni paese.

La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune formulata dalla risoluzione di Basilea (1912) e sgorgante da tutte le condizioni della guerra imperialista tra paesi borghesi altamente sviluppati. Per quanto grandi appaiano le difficoltà di questa trasformazione in questo o quel momento i socialisti, dall’istante in cui la guerra è divenuta un fatto, non desisteranno mai dal lavoro sistematico, perseverante, continuo per prepararla.

Solo con questo mezzo il proletariato potrà liberarsi dal suo assoggettamento alla borghesia sciovinista e, in una forma o nell’altra, più o meno rapidamente, compiere passi decisivi verso l’effettiva liberazione dei popoli e verso il socialismo.

Evviva la fratellanza internazionale degli operai contro lo sciovinismo e il patriottismo della borghesia di tutti i paesi!

Evviva l’Internazionale proletaria liberata dall’opportunismo!

Il Comitato centrale del Partito operaio socialdemocratico russo

Note

1. Alla conferenza socialista italo-svizzera tenutasi a Lugano il 27 settembre 1914 e nella risposta della direzione del PSI a Südekum che nel settembre 1914 si era recato in Italia per sollecitarne l’intervento nella guerra a fianco della Germania.

2. Lenin allude alla dichiarazione di K. Liebknecht, F. Mehring, R. Luxemburg e C. Zetkin del 10 settembre 1914, pubblicata il 30-31 ottobre nei giornali svizzeri.

3. Il congresso di Stoccarda della II Internazionale ebbe luogo dal 18 al 24 agosto 1907, quello di Copenaghen dal 28 agosto al 3 settembre 1910 e quello di Basilea il 24-25 novembre 1912. Lenin partecipò ai tre congressi.

Il socialismo e la guerra

Appendice

II. La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo

Giorni addietro ha terminato i suoi lavori la conferenza delle sezioni estere del POSDR, che si è tenuta in Svizzera [1]. Oltre all’aver esaminato, questioni che concernono puramente l’emigrazione, e delle quali cercheremo di parlare, sia pur brevemente, nei prossimi numeri dell’organo centrale, la conferenza ha elaborato risoluzioni su una questione importante e di grande attualità, la questione della guerra. Pubblichiamo subito queste risoluzioni con la speranza che siano profittevoli a tutti quei socialdemocratici che cercano seriamente di giungere a un lavoro vivo, uscendo dal presente caos di opinioni il quale, in sostanza, si riduce al riconoscimento, a parole, dell’Internazionalismo e alla tendenza, di fatto, a riconciliarsi ad ogni costo, in un modo o nell’altro, col socialsciovinismo. Aggiungiamo che, riguardo alla parola d’ordine degli “Stati uniti d’Europa”, il dibattito ha avuto un carattere politico unilaterale e si è deciso di soprassedere in attesa che il lato economico della questione sia discusso sulla stampa.

  Le risoluzioni della conferenza

Restando sul terreno del manifesto del Comitato centrale pubblicato nel n. 33, al fine di meglio coordinare la propaganda, la conferenza afferma le tesi seguenti:

  Il carattere della guerra

  La guerra attuale ha un carattere imperialista. Essa è stata generata dalle condizioni dell’epoca nella quale il capitalismo ha raggiunto la fase suprema del suo sviluppo; nella quale non soltanto l’esportazione delle merci, ma anche l’esportazione di capitali ha la massima importanza sostanziale; nella quale la monopolizzazione della produzione e l’internazionalizzazione della vita economica hanno raggiunto considerevoli dimensioni; nella quale la politica coloniale ha portato alla spartizione di quasi tutto il globo terrestre nella quale le forze produttive del capitalismo mondiale hanno superato la limitata cornice delle divisioni statali-nazionali; nella quale sono pienamente maturate le condizioni oggettive per la realizzazione del socialismo.

  La parola d’ordine della “difesa della patria”

  Il contenuto reale della presente guerra è la lotta fra l’Inghilterra, la Francia e la Germania per la ripartizione delle colonie e per il saccheggio dei paesi concorrenti e l’aspirazione dello zarismo e delle classi dominanti della Russia a impadronirsi della Persia, della Mongolia, della Turchia asiatica, di Costantinopoli, della Galizia, ecc. L’elemento nazionale della guerra austro-serba ha un’importanza assolutamente secondaria e non cambia il carattere imperialistico generale della guerra.

Tutta la storia economica e diplomatica degli ultimi decenni dimostra che i due gruppi di nazioni belligeranti hanno appunto preparato sistematicamente una guerra di questo genere. La questione: quale è stato il gruppo che ha sferrato il primo colpo militare o che ha dichiarato per primo la guerra, non ha nessuna importanza nella determinazione della tattica dei socialisti. Le frasi sulla difesa della patria, sulla resistenza all’invasione nemica, sulla guerra di difesa, ecc., sono, da ambo le parti, tutti raggiri per ingannare il popolo.

Le guerre effettivamente nazionali, che si svolsero specialmente tra il 1789 ed il 1871, avevano come base una lunga successione di movimenti nazionali di massa, di lotte contro l’assolutismo e il feudalesimo, per l’abbattimento del giogo nazionale e la creazione di Stati su base nazionale, i quali erano la premessa dello sviluppo capitalistico.

L’ideologia nazionale, sorta in quel periodo, lasciò tracce profonde nelle masse della piccola borghesia e in una parte del proletariato. Di questo fatto si valgono oggi, in un’epoca assolutamente diversa, vale a dire nell’epoca dell’imperialismo, i sofisti della borghesia e i traditori del socialismo che si mettono al loro rimorchio per dividere gli operai e distoglierli dai loro obiettivi di classe e dalla lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

Le parole del Manifesto comunista: “Gli operai non hanno patria”, sono più vere che mai. Soltanto la lotta internazionale del proletariato contro la borghesia può difendere le conquiste proletarie ed aprire alle masse oppresse la via di un migliore avvenire.

  Le Parole d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria

  “La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune, formulata dalla risoluzione di Basilea (1912) e sgorgante da tutte le condizioni della guerra imperialista tra paesi borghesi altamente sviluppati.”

La guerra civile, alla quale fa appello la socialdemocrazia rivoluzionaria nel presente periodo, è la lotta del proletariato, con le armi in pugno, contro la borghesia per l’espropriazione della classe dei capitalisti nei paesi capitalistici più progrediti, per la rivoluzione democratica in Russia (repubblica democratica, giornata lavorativa di otto ore, confisca delle terre dei grandi proprietari), per la repubblica nei paesi monarchici arretrati in generale, ecc.

Le terribili calamità che la guerra ha portato alle masse non possono non generare stati d’animo e movimenti rivoluzionari, e la parola d’ordine della guerra civile deve servire per generalizzarli e dirigerli.

Nell’attuale momento l’organizzazione della classe operaia è gravemente colpita. Ma nondimeno la crisi rivoluzionaria va maturando. Dopo la guerra le classi dominanti in tutti i paesi intensificheranno ancor più i loro sforzi per far retrocedere di molti decenni il movimento di liberazione del proletariato. Compito della socialdemocrazia rivoluzionaria, sia nel caso di un ritmo accelerato dello sviluppo rivoluzionario, come nel caso di una crisi prolungata, sarà di non desistere dal lavoro continuo, quotidiano, di non sdegnare nessuno dei precedenti metodi della lotta di classe. Sarà un compito orientare l’azione parlamentare e la lotta economica contro l’opportunismo e in direzione della lotta rivoluzionaria delle masse.

Come primi passi sulla via della trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile, bisogna indicare: 1) il rifiuto assoluto di votare i crediti di guerra e l’uscita dai ministeri borghesi; 2) la rottura completa con la politica della “pace civile” (bloc national, Burg-frieden); 3) la creazione di organizzazioni illegali in quei paesi nei quali il governo e la borghesia, proclamando lo stato d’assedio, aboliscono le libertà costituzionali; 4) l’appoggio alla fraternizzazione dei soldati delle nazioni belligeranti nelle trincee e, in generale, sui teatri della guerra l’appoggio ad ogni specie di attività rivoluzionaria di massa del proletariato in generale.

  L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale

Il fallimento della II Internazionale è il fallimento dell’opportunismo socialista, il quale si è sviluppato come prodotto del precedente periodo “pacifico” di sviluppo del movimento operaio. Tale periodo insegnò alla classe operaia quegli importanti mezzi di lotta che sono l’utilizzazione del parlamentarismo e di tutte le possibilità legali, la creazione di organizzazioni di massa politiche ed economiche, di una stampa operaia a larga diffusione, ecc. D’altro lato, questo periodo generò la tendenza alla negazione della lotta di classe, alla predicazione della pace sociale, alla negazione della rivoluzione socialista, alla negazione, per principio, dell’organizzazione illegale, al riconoscimento del patriottismo borghese, ecc. Certi strati della classe operaia (la burocrazia nel movimento operaio e l’aristocrazia operaia, alle quali toccò una particella dei profitti derivati dallo sfruttamento delle colonie e dalla posizione privilegiata delle loro “patrie” sul mercato mondiale) e anche gli occasionali compagni di strada piccolo-borghesi, membri dei partiti socialisti, rappresentarono l’appoggio sociale principale di queste tendenze e furono i veicoli dell’influenza borghese sul proletariato.

La disastrosa influenza dell’opportunismo si è manifestata con particolare evidenza nella politica della maggioranza dei partiti socialdemocratici ufficiali della II Internazionale durante la guerra. L’approvazione dei crediti militari, la partecipazione ai ministeri, la politica della “pace civile”, la rinuncia alle organizzazioni illegali nel momento in cui la legalità era abolita, rivelano il sabotaggio delle risoluzioni più importanti dell’Internazionale e l’aperto tradimento del socialismo.

  La III Internazionale

 La crisi generata dalla guerra ha svelato l’effettiva natura dell’opportunismo, mostrandolo nella sua funzione di diretto sostenitore della borghesia contro il proletariato. Il cosiddetto “centro” socialdemocratico, con Kautsky alla testa, in realtà è ruzzolato in pieno nell’opportunismo, nascondendolo dietro frasi ipocrite, particolarmente perniciose, e spacciando l’imperialismo per marxismo. L’esperienza mostra che, per esempio in Germania, soltanto con la risoluta violazione della volontà della maggioranza degli strati superiori del partito, è stato possibile intervenire in difesa del punto di vista socialista. Sarebbe un’illusione pericolosa sperare nella ricostituzione di una Internazionale effettivamente socialista senza una completa separazione organizzativa dall’opportunismo.

Il Partito operaio socialdemocratico russo deve appoggiare qualsiasi azione internazionale e rivoluzionaria di massa del proletariato e sforzarsi di riunire tutti gli elementi antisciovinisti dell’Internazionale.

  Il pacifismo e la parola d’ordine della pace

Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili. D’altra parte i socialdemocratici non possono negare l’importanza positiva delle guerre rivoluzionarie, cioè delle guerre non imperialiste, come, per esempio, le guerre condotte dal 1789 al 1871 per l’abolizione dell’oppressione nazionale e per metter fine al frazionamento feudale con la creazione di Stati capitalistici nazionali, oppure delle possibili guerre per la difesa delle conquiste del proletariato vittorioso nella lotta contro la borghesia.

Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti. In particolare è un grave errore pensare alla possibilità della cosiddetta pace democratica senza una serie di rivoluzioni.

La sconfitta della monarchia zarista

In ogni paese la lotta contro il governo che conduce la guerra imperialista non deve arrestarsi dinanzi alla possibilità della sconfitta del proprio paese, come risultato di questa agitazione rivoluzionaria. La sconfitta dell’esercito di un governo determina un indebolimento di quest’ultimo, aiuta la liberazione dei popoli da esso asserviti e facilita la guerra civile contro le classi dirigenti.

Questa situazione è particolarmente vera per quanto concerne la Russia. La vittoria della Russia determinerebbe un rafforzamento della reazione mondiale, un inasprimento della reazione nell’interno del paese e sarebbe seguita dal completo asservimento dei popoli nei territori già occupati. Perciò una sconfitta della Russia costituirebbe in ogni condizione il minor male.

  I rapporti con gli altri partiti e gruppi

  La guerra, scatenando il baccanale dello sciovinismo, ha smascherato la sottomissione a quest’ultimo degli intellettuali democratici (populisti), del partito dei socialisti-rivoluzionari, la completa instabilità della loro corrente d’opposizione, che fa capo alla Mysl, e del nucleo fondamentale dei liquidatori (Nascia Zarià), appoggiato da Plekhanov. In realtà, anche il Comitato d’organizzazione è dalla parte dello sciovinismo, a cominciare da Larin e Martov, che appoggiano lo sciovinismo in modo mascherato, fino ad Axelrod, che difende per principio le idee del patriottismo, e al Bund, in cui predomina lo sciovinismo germanofilo. Il blocco di Bruxelles (3 luglio 1914) si è complessivamente disgregato. E gli elementi che si raggruppano attorno al Nasce Slovo oscillano tra una platonica simpatia per l’internazionalismo e la tendenza a unirsi ad ogni costo alla Nascia Zarià e al Comitato d’organizzazione. E parimenti oscilla la frazione socialdemocratica di Ckheidze, la quale, mentre espelle Mankov, seguace di Plekhanov, vale a dire uno sciovinista, desidera nello stesso tempo nascondere ad ogni costo lo sciovinismo di Plekhanov, della Nascia Zarià, di Axelrod, del Bund, ecc.

Il compito del Partito operaio socialdemocratico russo consiste nell’ulteriore rafforzamento dell’unità proletaria, realizzata in primo luogo, nel periodo 1912-1914, dalla Pravda, e nella ricostituzione delle organizzazioni di partito socialdemocratiche, organizzazioni della classe operaia, sulla base di una netta separazione organizzativa dai socialsciovinisti. Sono ammissibili soltanto accordi temporanei con quei socialdemocratici che sono per la decisa rottura organizzativa con il Comitato d’organizzazione, la Nascia Zarià e il Bund.

  Note

1. La conferenza fu tenuta a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo 1915. Vi parteciparono i rappresentanti bolscevichi delle sezioni di Parigi, Zurigo, Ginevra, Berna e Losanna.

La guerra e la socialdemocrazia russa

Vladimir Lenin (1914)


La guerra europea, preparata durante decenni dai governi e dai partiti borghesi di tutti i paesi, è scoppiata. L’aumento degli armamenti, l’estremo inasprimento della lotta per i mercati nella nuova fase imperialistica di sviluppo del capitalismo nei paesi più avanzati, gli interessi dinastici delle monarchie più arretrate dell’Europa orientale dovevano inevitabilmente condurre, e hanno condotto, a questa guerra. Conquistare territori e asservire nazioni straniere, mandare in rovina le nazioni concorrenti e depredarne le ricchezze, deviare l’attenzione delle masse lavoratrici dalla crisi politica interna in Russia, in Germania, in Inghilterra e in altri paesi, scindere le masse lavoratrici, abbindolarle mediante l’inganno nazionalistico e distruggerne l’avanguardia allo scopo di indebolire il movimento rivoluzionario del proletariato, ecco l’unico effettivo contenuto, il significato e la portata della guerra attuale.

Alla socialdemocrazia incombe innanzi tutto il dovere di svelare il vero significato della guerra e di smascherare senza pietà le menzogne, i sofismi e le frasi “patriottiche” propagate dalle classi dominanti, dai grandi proprietari fondiari e dalla borghesia in difesa della guerra.

A capo di un gruppo di nazioni belligeranti sta la borghesia tedesca, la quale inganna la classe operaia e le masse lavoratrici affermando di condurre la guerra per la difesa della patria, della libertà e della civiltà, per la liberazione dei popoli oppressi dallo zarismo, per l’abbattimento dello zarismo reazionario. Ma, in realtà, proprio questa borghesia, servile dinanzi agli junker prussiani che hanno alla loro testa Guglielmo II, è sempre stata alleata fedele dello zarismo e nemica del movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini russi. In realtà, questa borghesia, indipendentemente dall’esito della guerra, farà tutti gli sforzi, assieme agli junker, per sostenere la monarchia zarista contro la rivoluzione in Russia.

In realtà la borghesia tedesca ha intrapreso una brigantesca campagna contro la Serbia per soggiogarla e soffocare la rivoluzione nazionale degli slavi del sud, e nello stesso tempo ha diretto la parte principale delle sue forze militari contro paesi più liberi, il Belgio e la Francia, allo scopo di saccheggiare questi concorrenti più ricchi. La borghesia tedesca, mentre diffondeva la leggenda di una sua guerra difensiva, sceglieva in realtà il momento ad essa più propizio per la guerra, utilizzando gli ultimi perfezionamenti a cui era giunta la sua tecnica militare e prevenendo l’impiego dei nuovi armamenti già progettati e prestabiliti dalla Russia e dalla Francia.

Alla testa dell’altro gruppo di nazioni belligeranti stanno le borghesie inglese e francese, le quali ingannano la classe operaia e le masse lavoratrici affermando che conducono la guerra per la patria, la libertà e la civiltà, contro il militarismo e il dispotismo della Germania. Ma in realtà già da molto tempo queste borghesie avevano assoldato coi loro miliardi, l’esercito dello zarismo russo, della monarchia più reazionaria e barbara dell’Europa, preparandolo all’aggressione contro la Germania.

In realtà, lo scopo della lotta della borghesia inglese e della borghesia francese è la conquista delle colonie tedesche e la rovina della nazione concorrente che si distingue per il suo più rapido sviluppo economico. E per questo nobile fine, le nazioni “democratiche” più “avanzate” aiutano il barbaro zarismo a opprimere maggiormente la Polonia, l’Ucraina, ecc., e a soffocare con maggior violenza la rivoluzione russa.

Nessuno dei due gruppi belligeranti la cede in nulla all’altro per le rapine, la ferocia e l’infinita crudeltà della guerra. Ma per ingannare il proletariato e distogliere la sua attenzione dall’unica guerra effettivamente liberatrice, vale a dire dalla guerra civile contro la borghesia del “proprio” paese e dei paesi “stranieri”, per questo alto scopo la borghesia di ogni paese tenta di esaltare, con frasi menzognere sul patriottismo, il significato della “propria” guerra nazionale e vuol far credere che si sforza di vincere il nemico, non per spogliarlo e occuparne il territorio, ma per “liberare” tutti gli altri popoli, eccettuato il proprio.

Ma con quanto più zelo il governo e la borghesia di tutti i paesi tentano di dividere i proletari aizzandoli gli uni contro gli altri, quanto più ferocemente si applica in tal nobile fine il regime dello stato d’assedio e della censura militare (che persino oggi, in tempo di guerra, è diretta più contro il nemico “interno” che contro quello esterno), tanto più improrogabile diviene il dovere del proletariato cosciente di difendere la sua unità di classe, il suo internazionalismo, le sue concezioni socialiste contro il baccanale dello sciovinismo della cricca borghese “patriottica” di tutti i paesi. Sottrarsi a questo compito significherebbe, per gli operai coscienti, rinunciare a tutte le loro aspirazioni alla libertà e alla democrazia, per non parlare della rinuncia alle loro aspirazioni socialiste.

Bisogna constatare con profonda amarezza che i partiti socialisti dei principali paesi europei non hanno adempiuto questo compito e che la condotta dei capi di questi partiti -particolarmente del partito tedesco- confina con l’aperto tradimento della causa del socialismo. In un momento che ha la più grande importanza storica mondiale, la maggioranza dei capi dell’attuale II Internazionale socialista (1889-1914) tenta di sostituire il nazionalismo al socialismo. Per il contegno di tali capi, i partiti operai di questi paesi non si sono opposti alla condotta criminale dei governi e hanno invitato la classe operaia a identificare la sua posizione con quella dei governi imperialisti. I capi dell’Internazionale hanno tradito il socialismo votando i crediti di guerra, ripetendo le parole d’ordine scioviniste (“patriottiche”) della borghesia dei “loro” paesi, giustificando e difendendo la guerra, entrando nei ministeri borghesi dei paesi belligeranti, ecc. ecc.. I più influenti capi socialisti e i più influenti organi della stampa socialista dell’Europa odierna si mettono da un punto di vista sciovinista borghese e liberale, e niente affatto socialista. La responsabilità di questo oltraggio al socialismo ricade innanzitutto sui socialdemocratici tedeschi, i quali erano il partito più forte e più influente della II Internazionale. Ma non si possono nemmeno giustificare i socialisti francesi, i quali hanno accettato dei posti ministeriali nel governo di quella stessa borghesia che tradì la sua patria e si accordò con Bismarck per schiacciare la Comune.

I socialdemocratici tedeschi e austriaci tentano di giustificare il loro appoggio alla guerra affermando che in questo modo appunto essi lottano contro lo zarismo russo. Noi, socialdemocratici russi, dichiariamo di considerare tale giustificazione come un puro sofisma. Nel nostro paese il movimento rivoluzionario contro lo zarismo ha avuto negli ultimi anni un’enorme estensione, e la classe operaia russa è sempre stata alla testa di questo movimento. Milioni di lavoratori hanno partecipato in questi ultimi anni agli scioperi politici che si sono svolti con la parola d’ordine del rovesciamento dello zarismo e con la rivendicazione della repubblica democratica. Proprio alla vigilia della guerra, il presidente della repubblica francese, Poincaré, durante la sua visita a Nicola II, poté vedere con i propri occhi nelle vie di Pietroburgo le barricate costruite dalle mani degli operai russi. Il proletariato russo non si arrestava dinanzi a nessun sacrificio pur di liberare l’umanità dall’ignominia della monarchia zarista. Ma dobbiamo dire che se qualche cosa può, sotto certe condizioni, rinviare la fine dello zarismo, se qualche cosa può aiutarlo nella lotta contro tutta la democrazia russa, ciò è appunto la guerra attuale che ha messo a servizio dei fini reazionari dello zarismo l’oro delle borghesie inglese, francese e russa. E se qualche cosa può rendere più difficile la lotta rivoluzionaria della classe operaia russa contro lo zarismo, ciò è proprio la condotta dei capi della socialdemocrazia tedesca e austriaca che la stampa sciovinista russa non cessa di presentarci come esempio.

Anche se si ammette che l’insufficienza di forze della socialdemocrazia tedesca era tale da costringerla a rinunziare a qualsiasi azione rivoluzionaria, anche in questo caso essa non doveva unirsi al campo sciovinista, né doveva far quei passi a proposito dei quali i socialisti italiani hanno giustamente dichiarato che i capi socialdemocratici tedeschi macchiano la bandiera dell’Internazionale proletaria [1].

Il nostro partito, il Partito operaio socialdemocratico russo, ha già subìto e subirà ancora immense perdite a causa della guerra. Tutta la nostra stampa legale è stata distrutta, la maggior parte dei sindacati sono stati sciolti, gran numero dei nostri compagni sono in carcere o deportati. Ma la nostra rappresentanza parlamentare il gruppo operaio socialdemocratico russo alla Duma ha considerato come suo assoluto dovere socialista non soltanto di non votare i crediti militari, ma di abbandonare l’aula delle sedute della Duma per esprimere ancor più energicamente la propria protesta e per bollare la politica dei governi europei come una politica imperialista. E benché l’oppressione del governo zarista si sia decuplicata, i nostri compagni operai pubblicano già in Russia i primi appelli illegali contro la guerra, compiendo così il loro dovere verso la democrazia e verso l’Internazionale.

Se i rappresentanti della socialdemocrazia rivoluzionaria, quali la minoranza della socialdemocrazia tedesca e i migliori socialdemocratici dei paesi neutrali, provano un cocente senso di vergogna per questo fallimento della II Internazionale [2] , se voci di socialisti contro lo sciovinismo della maggioranza dei partiti socialdemocratici si levano in Inghilterra e in Francia, se gli opportunisti, rappresentati per esempio dalla rivista tedesca Sozialistische Monatshefte, che da molto tempo avevano una posizione nazional-liberale, festeggiano legittimamente la loro vittoria sul socialismo europeo, il servizio peggiore al proletariato lo rendono quegli individui che oscillano tra l’opportunismo e la socialdemocrazia rivoluzionaria (come il “centro” nel Partito socialdemocratico tedesco), che tentano di passare sotto silenzio o di coprire con frasi diplomatiche il fallimento della II Internazionale.

Bisogna, al contrario, riconoscere apertamente questo fallimento e comprenderne le cause, affinché sia possibile organizzare una nuova e più salda unione socialista dei lavoratori di tutti i paesi.

Gli opportunisti hanno sabotato le risoluzioni dei congressi di Stoccarda, Copenaghen e Basilea [3], le quali impegnavano i socialisti di tutti i paesi a lottare contro lo sciovinismo in ogni e qualsiasi condizione, a rispondere con una più intensa propaganda per la guerra civile e per la rivoluzione sociale a ogni guerra iniziata dalla borghesia e dai governi. Il fallimento della Il Internazionale è il fallimento dell’opportunismo, che si è sviluppato sul terreno delle particolarità del periodo storico trascorso (periodo cosiddetto “pacifico”) e, in questi ultimi anni, ha dominato di fatto nell’Internazionale. Da molto tempo gli opportunisti preparavano questo fallimento negando la rivoluzione socialista e sostituendo ad essa il riformismo borghese; negando la lotta di classe e la necessità di trasformarla – in determinati momenti – in guerra civile e predicando la collaborazione di classe; predicando lo sciovinismo borghese col nome di patriottismo e di difesa della patria; ignorando e negando una verità fondamentale del socialismo già enunciata nel Manifesto comunista, e cioè che gli operai non hanno patria; attenendosi ad un punto di vista sentimentale piccolo-borghese nella lotta contro il militarismo, invece di riconoscere la necessità della guerra rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi contro la borghesia di tutti i paesi; trasformando la necessaria utilizzazione del parlamentarismo borghese e della legalità borghese nel feticismo per questa legalità e dimenticando l’obbligatorietà delle forme illegali di agitazione e di organizzazione nei periodi di crisi. Il “complemento” naturale dell’opportunismo – complemento che è anch’esso borghese e ostile al punto di vista proletario, cioè marxista – è la corrente anarco-sindacalista che si è creata una fama non meno disonorante ripetendo con sussiego le parole d’ordine scioviniste durante la crisi attuale.

Oggi non si possono adempiere i compiti del socialismo, non si può costituire un’effettiva unione internazionale dei lavoratori senza rompere decisamente cori l’opportunismo e senza chiarire bene alle masse l’inevitabilità del fallimento di esso.

Il compito della socialdemocrazia di ogni paese deve essere prima di tutto la lotta contro lo sciovinismo nel proprio paese. In Russia, tutto il liberalismo borghese (“cadetti” e una parte dei populisti) inclusi i socialisti-rivoluzionari e i socialdemocratici di destra, sono caduti nello sciovinismo. (Particolarmente dev’essere denunciata l’attività sciovinista di uomini come E. Smirnov, P. Maslov e G. Plekhanov, attività sulla quale si è gettata, sfruttandola largamente, la stampa “patriottica” borghese.)

Nella situazione attuale non si può stabilire, dal punto di vista del proletariato internazionale, la disfatta di quale dei due gruppi di nazioni belligeranti sarebbe di minor danno per il socialismo. Ma per noi socialdemocratici russi non vi può essere dubbio che, dal punto di vista della classe operaia e delle masse lavoratrici di tutti i popoli della Russia, il minor male sarebbe la sconfitta della monarchia zarista, del più barbaro e reazionario dei governi, del governo che opprime il maggior numero di nazioni e la massa più grande della popolazione in Europa e in Asia.

L’immediata parola d’ordine politica dei socialdemocratici europei dev’essere la formazione degli Stati Uniti repubblicani d’Europa; ma, a differenza della borghesia, la quale è sempre pronta a “promettere” tutto ciò che si vuole pur di trascinare il proletariato nella corrente generale dello sciovinismo, i socialdemocratici spiegheranno quanto sia assurda e menzognera questa parola d’ordine senza l’abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa.

In Russia, data la grande arretratezza di questo paese, che non ha ancora portato a termine la sua rivoluzione borghese, i compiti dei socialdemocratici devono, come prima, consistere nelle tre condizioni fondamentali di una trasformazione democratica conseguente: la repubblica democratica (con piena eguaglianza di diritti e autodecisione di tutte le nazioni), la confisca delle terre dei grandi proprietari e la giornata lavorativa di otto ore. Ma in tutti i paesi più progrediti, la guerra rende attuale la parola d’ordine della rivoluzione socialista, la quale diviene tanto più urgente quanto più il peso della guerra grava sulle spalle del proletariato e quanto più attiva sarà necessariamente la funzione del proletariato nella ricostruzione dell’Europa, dopo gli orrori della moderna barbarie “patriottica”, nel quadro dei giganteschi progressi tecnici del grande capitale. La borghesia ha fatto ricorso alle leggi dello stato di guerra per chiudere completamente la bocca al proletariato, e ciò pone assolutamente davanti a quest’ultimo il compito imprescindibile di creare forme illegali di agitazione e di organizzazione. Gli opportunisti, a prezzo del tradimento dei loro princìpi, “proteggano” pure le loro organizzazioni legali. I socialdemocratici rivoluzionari approfittano dell’esperienza organizzativa e dei collegamenti della classe operaia per creare forme illegali di lotta per il socialismo, adatte al periodo della crisi, e per unire le masse lavoratrici, non con la borghesia sciovinista del proprio paese, ma con gli operai di tutti i paesi. L’Internazionale proletaria non è morta e non morirà. Le masse operaie, sormontando tutti gli ostacoli, creeranno una nuova Internazionale. L’odierno trionfo dell’opportunismo non durerà a lungo. Quanto più numerose saranno le vittime della guerra, tanto più palese sarà per le masse operaie il tradimento consumato ai loro danni dagli opportunisti, e tanto più evidente sarà la necessità di rivolgere le armi contro il governo e la borghesia di ogni paese.

La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune formulata dalla risoluzione di Basilea (1912) e sgorgante da tutte le condizioni della guerra imperialista tra paesi borghesi altamente sviluppati. Per quanto grandi appaiano le difficoltà di questa trasformazione in questo o quel momento i socialisti, dall’istante in cui la guerra è divenuta un fatto, non desisteranno mai dal lavoro sistematico, perseverante, continuo per prepararla.

Solo con questo mezzo il proletariato potrà liberarsi dal suo assoggettamento alla borghesia sciovinista e, in una forma o nell’altra, più o meno rapidamente, compiere passi decisivi verso l’effettiva liberazione dei popoli e verso il socialismo.

Evviva la fratellanza internazionale degli operai contro lo sciovinismo e il patriottismo della borghesia di tutti i paesi!

Evviva l’Internazionale proletaria liberata dall’opportunismo!

Il Comitato centrale del Partito operaio socialdemocratico russo

Note

1. Alla conferenza socialista italo-svizzera tenutasi a Lugano il 27 settembre 1914 e nella risposta della direzione del PSI a Südekum che nel settembre 1914 si era recato in Italia per sollecitarne l’intervento nella guerra a fianco della Germania.

2.Lenin allude alla dichiarazione di K. Liebknecht, F. Mehring, R. Luxemburg e C. Zetkin del 10 settembre 1914, pubblicata il 30-31 ottobre nei giornali svizzeri.

3. Il congresso di Stoccarda della II Internazionale ebbe luogo dal 18 al 24 agosto 1907, quello di Copenaghen dal 28 agosto al 3 settembre 1910 e quello di Basilea il 24-25 novembre 1912. Lenin partecipò ai tre congressi.

La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo

Vladimir Lenin (1915)



Giorni addietro ha terminato i suoi lavori la conferenza delle sezioni estere del POSDR, che si è tenuta in Svizzera [1]. Oltre all’aver esaminato, questioni che concernono puramente l’emigrazione, e delle quali cercheremo di parlare, sia pur brevemente, nei prossimi numeri dell’organo centrale, la conferenza ha elaborato risoluzioni su una questione importante e di grande attualità, la questione della guerra. Pubblichiamo subito queste risoluzioni con la speranza che siano profittevoli a tutti quei socialdemocratici che cercano seriamente di giungere a un lavoro vivo, uscendo dal presente caos di opinioni il quale, in sostanza, si riduce al riconoscimento, a parole, dell’Internazionalismo e alla tendenza, di fatto, a riconciliarsi ad ogni costo, in un modo o nell’altro, col socialsciovinismo. Aggiungiamo che, riguardo alla parola d’ordine degli “Stati uniti d’Europa”, il dibattito ha avuto un carattere politico unilaterale e si è deciso di soprassedere in attesa che il lato economico della questione sia discusso sulla stampa.

Le risoluzioni della conferenza

Restando sul terreno del manifesto del Comitato centrale pubblicato nel n. 33, al fine di meglio coordinare la propaganda, la conferenza afferma le tesi seguenti:

Il carattere della guerra

La guerra attuale ha un carattere imperialista. Essa è stata generata dalle condizioni dell’epoca nella quale il capitalismo ha raggiunto la fase suprema del suo sviluppo; nella quale non soltanto l’esportazione delle merci, ma anche l’esportazione di capitali ha la massima importanza sostanziale; nella quale la monopolizzazione della produzione e l’internazionalizzazione della vita economica hanno raggiunto considerevoli dimensioni; nella quale la politica coloniale ha portato alla spartizione di quasi tutto il globo terrestre nella quale le forze produttive del capitalismo mondiale hanno superato la limitata cornice delle divisioni statali-nazionali; nella quale sono pienamente maturate le condizioni oggettive per la realizzazione del socialismo.

La parola d’ordine della “difesa della patria”

Il contenuto reale della presente guerra è la lotta fra l’Inghilterra, la Francia e la Germania per la ripartizione delle colonie e per il saccheggio dei paesi concorrenti e l’aspirazione dello zarismo e delle classi dominanti della Russia a impadronirsi della Persia, della Mongolia, della Turchia asiatica, di Costantinopoli, della Galizia, ecc. L’elemento nazionale della guerra austro-serba ha un’importanza assolutamente secondaria e non cambia il carattere imperialistico generale della guerra.

Tutta la storia economica e diplomatica degli ultimi decenni dimostra che i due gruppi di nazioni belligeranti hanno appunto preparato sistematicamente una guerra di questo genere. La questione: quale è stato il gruppo che ha sferrato il primo colpo militare o che ha dichiarato per primo la guerra, non ha nessuna importanza nella determinazione della tattica dei socialisti. Le frasi sulla difesa della patria, sulla resistenza all’invasione nemica, sulla guerra di difesa, ecc., sono, da ambo le parti, tutti raggiri per ingannare il popolo.

Le guerre effettivamente nazionali, che si svolsero specialmente tra il 1789 ed il 1871, avevano come base una lunga successione di movimenti nazionali di massa, di lotte contro l’assolutismo e il feudalesimo, per l’abbattimento del giogo nazionale e la creazione di Stati su base nazionale, i quali erano la premessa dello sviluppo capitalistico.

L’ideologia nazionale, sorta in quel periodo, lasciò tracce profonde nelle masse della piccola borghesia e in una parte del proletariato. Di questo fatto si valgono oggi, in un’epoca assolutamente diversa, vale a dire nell’epoca dell’imperialismo, i sofisti della borghesia e i traditori del socialismo che si mettono al loro rimorchio per dividere gli operai e distoglierli dai loro obiettivi di classe e dalla lotta rivoluzionaria contro la borghesia.

Le parole del Manifesto comunista: “Gli operai non hanno patria”, sono più vere che mai. Soltanto la lotta internazionale del proletariato contro la borghesia può difendere le conquiste proletarie ed aprire alle masse oppresse la via di un migliore avvenire.

Le Parole d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria

“La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune, formulata dalla risoluzione di Basilea (1912) e sgorgante da tutte le condizioni della guerra imperialista tra paesi borghesi altamente sviluppati.”

La guerra civile, alla quale fa appello la socialdemocrazia rivoluzionaria nel presente periodo, è la lotta del proletariato, con le armi in pugno, contro la borghesia per l’espropriazione della classe dei capitalisti nei paesi capitalistici più progrediti, per la rivoluzione democratica in Russia (repubblica democratica, giornata lavorativa di otto ore, confisca delle terre dei grandi proprietari), per la repubblica nei paesi monarchici arretrati in generale, ecc.

Le terribili calamità che la guerra ha portato alle masse non possono non generare stati d’animo e movimenti rivoluzionari, e la parola d’ordine della guerra civile deve servire per generalizzarli e dirigerli.

Nell’attuale momento l’organizzazione della classe operaia è gravemente colpita. Ma nondimeno la crisi rivoluzionaria va maturando. Dopo la guerra le classi dominanti in tutti i paesi intensificheranno ancor più i loro sforzi per far retrocedere di molti decenni il movimento di liberazione del proletariato. Compito della socialdemocrazia rivoluzionaria, sia nel caso di un ritmo accelerato dello sviluppo rivoluzionario, come nel caso di una crisi prolungata, sarà di non desistere dal lavoro continuo, quotidiano, di non sdegnare nessuno dei precedenti metodi della lotta di classe. Sarà un compito orientare l’azione parlamentare e la lotta economica contro l’opportunismo e in direzione della lotta rivoluzionaria delle masse.

Come primi passi sulla via della trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile, bisogna indicare: 1) il rifiuto assoluto di votare i crediti di guerra e l’uscita dai ministeri borghesi; 2) la rottura completa con la politica della “pace civile” (bloc national, Burg-frieden); 3) la creazione di organizzazioni illegali in quei paesi nei quali il governo e la borghesia, proclamando lo stato d’assedio, aboliscono le libertà costituzionali; 4) l’appoggio alla fraternizzazione dei soldati delle nazioni belligeranti nelle trincee e, in generale, sui teatri della guerra l’appoggio ad ogni specie di attività rivoluzionaria di massa del proletariato in generale.

L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale

Il fallimento della II Internazionale è il fallimento dell’opportunismo socialista, il quale si è sviluppato come prodotto del precedente periodo “pacifico” di sviluppo del movimento operaio. Tale periodo insegnò alla classe operaia quegli importanti mezzi di lotta che sono l’utilizzazione del parlamentarismo e di tutte le possibilità legali, la creazione di organizzazioni di massa politiche ed economiche, di una stampa operaia a larga diffusione, ecc. D’altro lato, questo periodo generò la tendenza alla negazione della lotta di classe, alla predicazione della pace sociale, alla negazione della rivoluzione socialista, alla negazione, per principio, dell’organizzazione illegale, al riconoscimento del patriottismo borghese, ecc. Certi strati della classe operaia (la burocrazia nel movimento operaio e l’aristocrazia operaia, alle quali toccò una particella dei profitti derivati dallo sfruttamento delle colonie e dalla posizione privilegiata delle loro “patrie” sul mercato mondiale) e anche gli occasionali compagni di strada piccolo-borghesi, membri dei partiti socialisti, rappresentarono l’appoggio sociale principale di queste tendenze e furono i veicoli dell’influenza borghese sul proletariato.

La disastrosa influenza dell’opportunismo si è manifestata con particolare evidenza nella politica della maggioranza dei partiti socialdemocratici ufficiali della II Internazionale durante la guerra. L’approvazione dei crediti militari, la partecipazione ai ministeri, la politica della “pace civile”, la rinuncia alle organizzazioni illegali nel momento in cui la legalità era abolita, rivelano il sabotaggio delle risoluzioni più importanti dell’Internazionale e l’aperto tradimento del socialismo.

La III Internazionale

La crisi generata dalla guerra ha svelato l’effettiva natura dell’opportunismo, mostrandolo nella sua funzione di diretto sostenitore della borghesia contro il proletariato. Il cosiddetto “centro” socialdemocratico, con Kautsky alla testa, in realtà è ruzzolato in pieno nell’opportunismo, nascondendolo dietro frasi ipocrite, particolarmente perniciose, e spacciando l’imperialismo per marxismo. L’esperienza mostra che, per esempio in Germania, soltanto con la risoluta violazione della volontà della maggioranza degli strati superiori del partito, è stato possibile intervenire in difesa del punto di vista socialista. Sarebbe un’illusione pericolosa sperare nella ricostituzione di una Internazionale effettivamente socialista senza una completa separazione organizzativa dall’opportunismo.

Il Partito operaio socialdemocratico russo deve appoggiare qualsiasi azione internazionale e rivoluzionaria di massa del proletariato e sforzarsi di riunire tutti gli elementi antisciovinisti dell’Internazionale.

Il pacifismo e la parola d’ordine della pace

Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili. D’altra parte i socialdemocratici non possono negare l’importanza positiva delle guerre rivoluzionarie, cioè delle guerre non imperialiste, come, per esempio, le guerre condotte dal 1789 al 1871 per l’abolizione dell’oppressione nazionale e per metter fine al frazionamento feudale con la creazione di Stati capitalistici nazionali, oppure delle possibili guerre per la difesa delle conquiste del proletariato vittorioso nella lotta contro la borghesia.

Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti. In particolare è un grave errore pensare alla possibilità della cosiddetta pace democratica senza una serie di rivoluzioni.

La sconfitta della monarchia zarista

In ogni paese la lotta contro il governo che conduce la guerra imperialista non deve arrestarsi dinanzi alla possibilità della sconfitta del proprio paese, come risultato di questa agitazione rivoluzionaria. La sconfitta dell’esercito di un governo determina un indebolimento di quest’ultimo, aiuta la liberazione dei popoli da esso asserviti e facilita la guerra civile contro le classi dirigenti.

Questa situazione è particolarmente vera per quanto concerne la Russia. La vittoria della Russia determinerebbe un rafforzamento della reazione mondiale, un inasprimento della reazione nell’interno del paese e sarebbe seguita dal completo asservimento dei popoli nei territori già occupati. Perciò una sconfitta della Russia costituirebbe in ogni condizione il minor male.

I rapporti con gli altri partiti e gruppi

La guerra, scatenando il baccanale dello sciovinismo, ha smascherato la sottomissione a quest’ultimo degli intellettuali democratici (populisti), del partito dei socialisti-rivoluzionari, la completa instabilità della loro corrente d’opposizione, che fa capo alla Mysl, e del nucleo fondamentale dei liquidatori (Nascia Zarià), appoggiato da Plekhanov. In realtà, anche il Comitato d’organizzazione è dalla parte dello sciovinismo, a cominciare da Larin e Martov, che appoggiano lo sciovinismo in modo mascherato, fino ad Axelrod, che difende per principio le idee del patriottismo, e al Bund, in cui predomina lo sciovinismo germanofilo. Il blocco di Bruxelles (3 luglio 1914) si è complessivamente disgregato. E gli elementi che si raggruppano attorno al Nasce Slovo oscillano tra una platonica simpatia per l’internazionalismo e la tendenza a unirsi ad ogni costo alla Nascia Zarià e al Comitato d’organizzazione. E parimenti oscilla la frazione socialdemocratica di Ckheidze, la quale, mentre espelle Mankov, seguace di Plekhanov, vale a dire uno sciovinista, desidera nello stesso tempo nascondere ad ogni costo lo sciovinismo di Plekhanov, della Nascia Zarià, di Axelrod, del Bund, ecc.

Il compito del Partito operaio socialdemocratico russo consiste nell’ulteriore rafforzamento dell’unità proletaria, realizzata in primo luogo, nel periodo 1912-1914, dalla Pravda, e nella ricostituzione delle organizzazioni di partito socialdemocratiche, organizzazioni della classe operaia, sulla base di una netta separazione organizzativa dai socialsciovinisti. Sono ammissibili soltanto accordi temporanei con quei socialdemocratici che sono per la decisa rottura organizzativa con il Comitato d’organizzazione, la Nascia Zarià e il Bund.

Note

1. La conferenza fu tenuta a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo 1915. Vi parteciparono i rappresentanti bolscevichi delle sezioni di Parigi, Zurigo, Ginevra, Berna e Losanna.

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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