Vladimir Ilic Lenin – Su Trotskij -parte terza, estratti

 

*Estratti dalle opere complete *

Sul diritto di autodecisione delle nazioni

  

   [Dallo scritto con questo titolo pubblicato in Prosvešcenie, 1914, nn. 4, 5 e 6. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 20.]

  

   Come il lettore vede, al II congresso del partito, che approvò il programma, non vi furono divergenze nell’interpretare l’autodecisione “soltanto” come diritto alla separazione. Persino i membri del Bund, allora, riconobbero questa verità, e soltanto nei nostri tristi tempi di persistente controrivoluzione e di “rinunce” di ogni specie si trova della gente, resa audace dalla propria ignoranza, che muove al programma l’accusa di “oscurità”. Ma, prima di occuparci di questi tristi “pseudo-socialdemocratici”, terminiamo con l’atteggiamento dei polacchi verso il programma.

  

   Al II congresso (1903) essi si presentarono con la dichiarazione della necessità e dell’urgenza dell’unione. Ma uscirono dal congresso dopo gli “scacchi” subiti nella commissione per il programma, e la loro ultima parola fu una dichiarazione scritta, inclusa nei verbali del congresso e contenente la succitata proposta di sostituire l’autodecisione con l’autonomia culturale nazionale.

  

   Nel 1906 i marxisti polacchi entrarono nel partito, ma, né allora né dopo (né al congresso del 1907 né alle conferenze del 1907 e 1908 né alla riunione plenaria del 1910), presentarono una proposta di revisione del paragrafo 9 del programma russo!!

  

   [pagina 112]

  

   Questo è un fatto.

  

   E questo fatto dimostra chiaramente, a onta di tutte le frasi e di tutte le dichiarazioni, che gli amici di Rosa Luxemburg

ritenevano esaurienti le discussioni che si sono svolte durante il II congrsso nella commissione per il programma e la

decisione approvata dal congresso stesso, e che essi, tacendo, hanno riconosciuto e corretto il loro errore, quando nel

1906 sono rientrati nel partito, dopo averne abbadonato il congresso nel 1903, senza mai tentare di sollevare nelle istanza

di partito la questione della revisione del paragrafo 9 del programma.

  

   L’articolo di Rosa Luxemburg è stato pubblicato nel 1908 con la firma dell’autrice, – naturalmente, non è venuto in mente a nessuno di negare ai pubblicisti del partito il diritto di criticare il programma, – ma dopo quest’articolo nessuna istanza ufficiale dei marxisti polacchi ha sollevato la questione della revisione del paragrafo 9.

  

   Perciò, in verità, Trotskij rende un cattivo servizio ad alcuni ammiratori di Rosa Luxemburg quando, a nome della redazione della Borba, scrive nel n. 2 di questa rivista (marzo 1914):

  

   “… I marxisti polacchi considerano il ‘diritto all’autodecisione nazionale” completamente privo di contenuto politico e destinato a essere soppresso dal programma” (p. 25).

  

   Il servizievole Trotskij è più pericoloso di un nemico! Egli non è riuscito a trovare argomenti per dimostrare che i “marxisti polacchi” sono, in generale, fautori di ogni articolo di Rosa Luxemburg, se non nelle “conversazioni private” (e cioè semplicemente nei pettegolezzi di cui Trotskij vive sempre). Trotskij presenta i “marxisti polacchi” come gente senza onore e senza coscienza, che non ha nessuna stima per le proprie convinzioni e per il programma del proprio partito. Servizievole Trotskij!

  

   Nel 1903 i rappresentanti dei marxisti polacchi, a causa del diritto di autodecisione, abbandonarono il II congresso, e allora Trotskij potè dire che essi ritenevano questo diritto privo di contenuto e destinato ad essere soppresso dal programma.

   

   [pagina 113]

  

   Ma in seguito i marxisti polacchi entrarono nel partito, che ha quel programma, e non presentarono mai nessuna proposta di revisione.

  

   [Ci si comunica che i marxisti polacchi hanno partecipato alla riunione dei marxisti russi, che si è tenuta nell’estate del 1913, soltanto con voto consultivo e che sulla questione del diritto di autodecisione (separazione) si sono astenuti, esprimendosi in generale contro un simile diritto. S’intende, essi avevano tutto il diritto di agire così e di fare, come prima, della propaganda in Polonia contro la separazione della Polonia stessa. Ma questo non è precisamente ciò di cui parla Trotskij, poiché i marxisti polacchi non hanno chiesto la “soppressione del paragrafo 9 del programma” (n.d.a.).]

  

   Perché Trotskij tace questi fatti ai lettori della sua rivista? Soltanto perché egli ha interesse a speculare sul manifestarsi dei dissensi fra gli avversari polacchi e russi del liquidatorismo e ad ingannare gli operai russi sulla questione del programma.

  

   Finora Trotskij non ha mai avuto opinioni stabili su nessuna questione importante del marxismo: egli “passa sempre attraverso la fessura” di questo o quel dissenso spostandosi da una parte all’altra. Oggi è in compagnia dei bundisti e dei liquidatori. E questi signori non fanno cerimonie col partito.

  

   [pagina 114]

  

   Il socialismo e la guerra

   [Dall’opuscolo omonimo scritto nel luglio-agosto 1915 e pubblicato a Ginevra nell’autunno dello stesso anno. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 21.]

  

   Kautsky, la maggiore autorità della II Internazionale, rappresenta un esempio estremamente tipico e chiaro del modo in cui il riconoscimento verbale del marxismo ha condotto in pratica alla sua trasformazione in “struvismo” o in “brentanismo”. Lo vediamo anche nel caso di Plechanov. Con evidenti sofismi si priva il marxismo della sua viva anima rivoluzionaria; del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta, la loro propaganda e preparazione, l’educazione delle masse appunto in questa direzione. Kautsky “concilia”, senza preoccuparsi dell’ideologia, il pensiero fondamentale del socialsciovinismo, il riconoscimento della difesa della patria nella guerra attuale, con una concessione diplomatica, formale, agli uomini della sinistra, consistente nell’astenersi dal votare i crediti di guerra, nell’affermare a parole il suo atteggiamento d’opposizione, ecc. Kautsky, che nel 1909 aveva scritta tutta un’opera sull’approssimarsi dell’epoca delle rivoluzioni e sul nesso esistente tra la guerra e la rivoluzione, Kautsky, che nel 1912 ha firmato il manifesto di Basilea sull’utilizzazione rivoluzionaria della futura guerra, giustifica ora in tutti i modi e mette in buona luce il socialsciovinismo, e, al pari di Plechanov, si unisce alla borghesia, per schernire ogni

  proposito di rivoluzione, ogni passo verso un’immediata lotta rivoluzionaria.

  

   La classe operaia non può assolvere la sua funzione rivoluzionaria mondiale senza condurre una lotta spietata contro questo tradimento, contro questa mancanza di carattere, contro questo servilismo dinanzi all’opportunismo e contro questo inaudito avvilimento teorico del marxismo. Il kautskismo non è un caso, ma il prodotto sociale delle contraddizioni della II Internazionale, del connubio tra la fedeltà verbale al marxismo e la sottomissione all’opportunismo nei fatti.

  

   Nei diversi paesi, quest’inganno fondamentale del kautskismo si manifesta in varie forme. In Olanda, H. Roland-Holst, pur negando l’idea della difesa della patria, difende l’unità degli opportunisti con il partito. In Russia Trotskij, pur negando anch’egli quest’idea, sostiene l’unità con il gruppo opportunistico e sciovinistico della Naša zarja. In Romania, Rakovskij, dichiarando guerra all’opportunismo, quale colpevole del fallimento dell’Internazionale, è pronto nello stesso tempo a riconoscere la legittimità dell’idea della difesa della patria. Tutte queste sono manifestazioni di quel male che i marxisti olandesi (Gorter, Pannekoek) hanno chiamato “radicalismo passivo” e che porta a sostituire il marxismo rivoluzionario con l’eclettismo nella teoria e col servilismo e l’impotenza dinanzi agli opportunisti nella pratica. […]

  

  

Come abbiamo già detto, la nostra conferenza del gennaio 1912 non è stata riconosciuta né dai liquidatori né da tutta una serie di gruppi all’estero (Plechanov, Aleksinskij, Trotskij e altri), né dai cosiddetti gruppi socialdemocratici “nazionali” (cioè non grandi-russi). Gli innumerevoli biasimi, di cui essi ci hanno coperto, ripetono per lo più l’accusa di “usurpatori” e di “scissionisti”. La nostra risposta è stata la presentazione di cifre esatte, obiettivamente verificabili, le quali dimostrano che il nostro partito riuniva i quattro quinti degli operai coscienti della Russia. Questo non è poco, considerando tutte le difficoltà del lavoro illegale in un periodo controrivoluzionario.

   Se in Russia era possibile l’”unità” sulla base della tattica socialdemocratica, senza l’esclusione del gruppo Naša zarja, perché i nostri numerosi avversari non l’hanno realizzata nemmeno tra di loro? Dal gennaio 1912 sono passati ben tre anni e mezzo, e in tutto questo tempo i nostri avversari non hanno saputo creare, nonostante il loro desiderio, un partito socialdemocratico contro di noi. Questo fatto è la migliore difesa del nostro partito.

  

   Tutta la storia dei gruppi socialdemocratici, che lottano contro il nostro partito, è una storia di decadenza e disgregazione. Nel marzo 1912 tutti, senza eccezione, si “unirono” per insultarci. Ma già nell’agosto 1912, quando fu creato contro di noi il cosiddetto “blocco di agosto”, incominciò la loro disgregazione. Una parte dei gruppi si staccò da loro. Non erano capaci di costituire un partito o un Comitato centrale. Crearono appena un comitato di organizzazione “per la costituzione dell’unità”. Ma, in sostanza, questo comitato d’organizzazione si dimostrò un impotente mascheramento del gruppo dei liquidatori in Russia. Per tutto il periodo dell’immenso incremento del movimento operaio in Russia e degli scioperi di massa del 1912-1914, l’unico gruppo di tutto il blocco d’agosto che svolgesse un lavoro tra le masse, è stato il gruppo della Naša zarja, la cui forza consisteva nei suoi legami con i liberali. E, all’inizio del 1914, i socialdemocratici lettoni sono usciti formalmente del “blocco d’agosto” (i socialdemocratici polacchi non ne facevano parte), e Trotskij, uno dei capi del blocco, ne è uscito in modo non formale, fondando di nuovo un gruppo a parte. Nel luglio 1914, alla conferenza di Bruxelles, con la partecipazione del Comitato esecutivo dell’Ufficio socialista internazionale, di Kautsky e di Vandervelde, è stato creato contro di noi il cosiddetto “blocco di Bruxelles”, nel quale non sono entrati i lettoni e dal quale si è subito staccata l’opposizione socialdemocratica polacca. Cominciata la guerra, questo blocco è andato in sfacelo. LaNaša zarja, Plechanov, Aleksinskij, il capo dei socialdemocratici del Caucaso, An, sono diventati socialsciovinisti aperti e hanno cominciato a diffondere l’idea che è desiderabile la sconfitta della Germania. Il comitato d’organizzazione e il Bund difendono i socialsciovinisti e i principi del socialsciovinismo. La frazione di Ccheidze, sebbene abbia votato contro i crediti di guerra (in Russia, perfino i democratici borghesi, i trudovikì, hanno votato contro), rimane fedele alleata della  Naša zarja. I nostri socialsciovinisti più spinti, Plechanov, Aleksinskij e soci, sono pienamente soddisfatti della frazione di Ccheidze. A Parigi si fonda il giornale Naše slovo[Naše slovo (La nostra parola), quotidiano menscevico pubblicato a Parigi dal gennaio 1915 al settembre 1916.](prima Golos) con la partecipazione principale di Martov e di Trotskij, desiderosi di accordare la difesa platonica dell’internazionalismo con una incondizionata esigenza di unione con la Naša zarja, con il comitato di organizzazione o con la frazione di Ccheidze. Dopo 250 numeri, questo giornale è esso stesso costretto a riconoscere la propria decadenza.Una parte della redazione gravita verso il nostro partito, Martov rimane fedele al comitato d’organizzazione, il quale accusa pubblicamente il Naše slovo di “anarchismo” (come gli opportunisti in Germania, David e soci, l’Internationale Korrespondenz, Legien e soci, incolpano di anarchismo il compagno Liebknecht); Trotskij rende nota la sua rottura con il comitato d’organizzazione, ma desidera stare con la frazione di Ccheidze. Ecco il programma e la tattica della frazione di Ccheidze esposta da uno dei suoi leaders. Nel n. 5 del Sovremennyi mir

  

   [Sovremennyi mir (Il mondo moderno), rivista culturale-politica pubblicata a Pietroburgo dal 1906 al 1918.]

  

del 1915, giornale della tendenza di Plechanov e di Aleksinskij, Cchenkeli scrive: “Dire che la socialdemocrazia tedesca era in grado di impedire l’azione militare del suo paese, e non l’ha fatto, significherebbe o desiderare segretamente che essa trovi sulle barricate soltanto la sua fine, ma anche quella della sua patria, oppure considerare le cose che abbiamo vicino attraverso il telescopio anarchico”.

  

   [Sovremennyi mir, 1915, n. 5, p. 148. Trotskij ha dichiarato recentemente che considera suo compito rialzare l’autorità della frazione di Ccheidze nell’Internazionale. Indubbiamente Cchenkeli, da parte sua, altrettanto energicamente, risolleverà nell’Internazionale l’autorità di Trotskij (n.d.a.).]

  

   In queste poche righe è espressa tutta l’essenza del socialsciovinismo: la giustificazione di principio dell’idea della “difesa della patria” nell’attuale guerra, la derisione, con il permesso dei censori militari, della propaganda e della preparazione della rivoluzione. Il problema non consiste affatto nel sapere se la socialdemocrazia tedesca fosse in grado di impedire la guerra, o se, in generale, dei rivoluzionari possano garantire il successo della rivoluzione. Il problema consiste nel sapere se ci si debba comportare da socialisti o se si debba davvero “soffocare” nell’abbraccio della borghesia imperialistica.

  

  

  

   La socialdemocrazia è nata in Russia prima della rivoluzione democratica borghese (1905) e si è rafforzata durante la rivoluzione e la controrivoluzione. Le condizioni arretrate della Russia spiegano la straordinaria esuberanza di correnti e di sfumature dell’opportunismo piccolo-borghese da noi, mentre l’influenza del marxismo in Europa e la solidità dei partiti socialdemocratici legali prima della guerra hanno fatto dei nostri liberali evoluti quasi degli adoratori di una teoria e di una socialdemocrazia “intelligente”, “europea” (“non rivoluzionaria”), “legale”, “marxista”. La classe operaia in Russia ha potuto crearsi il suo partito solo con una lotta decisa, trentennale, contro le varie specie d’opportunismo. L’esperienza della guerra mondiale, che ha portato al vergognoso crollo della corrente opportunistica europea e che ha rinsaldato l’unione dei nostri nazional-liberali con il liquidatorismo socialsciovinistico, ci rafforza ancor più nella convinzione che il nostro partito dovrà, anche in avvenire, procedere sul medesimo cammino conseguentemente rivoluzionario.

  

   Ad Aleksandra Kollontaj  [Da una lettera scritta nell’estate del 1915]

   Cara A.M.

 siamo stati molto lieti della dichiarazione dei norvegesi e del vostro interessamento per gli svedesi. Una dichiarazione internazionale comune dei marxisti di sinistra avrebbe un’importanza formidabile! (L’essenziale e, per ora, l’unica cosa possibile è una dichiarazione di principio.)

   La Roland-Holst, come pure Rakovskij (avete visto il suo opuscolo francese?), come pure Trotskij, sono tutti, secondo me, dei dannosissimi “kautskiani”, nel senso che tutti, sotto diverse forme, sono per l’unità con gli opportunisti, tutti, sotto diverse forme, abbelliscono l’opportunismo, tutti praticano (in modi diversi) l’eclettismo invece del marxismo rivoluzionario.

 A Henriette Roland-Holst  [Da una lettera dell’8 marzo 1916. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 43.]

 (5) In che consistono le nostre divergenze con Trotskij? Probabilmente, la cosa vi interessa. In poche parole: egli è un kautskiano, cioè vuole l’unità con i kautskiani nell’Internazionale e con il gruppo di Ccheidze in Russia. Noi siamo decisamente contrari a tale unità. Ccheidze copre con le sue frasi (egli sarebbe per Zimmerwald: vedi il suo ultimo discorso, Vorwärts, 5 marzo) il fatto che condivide le vedute del comitato di organizzazione e di persone che fanno parte dei comitati militari. Attualmente Trotskij è contro il comitato di organizzazione (Akselrod e Martov), ma per l’unità con il gruppo parlamentare di Ccheidze!!

   Noi siamo assolutamente contrari.

  

   

   Risultati della discussione sull’autodecisione

[Dallo scritto con lo stesso titolo pubblicato in Sbornik Sotsialdemokrata, 1916, 1. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 22.]

  

   La rivendicazione dell’autodecisione delle nazioni, contrariamente all’erronea affermazione dei socialdemocratici polacchi, ha avuto una funzione tanto importante nella propaganda del nostro partito, quanto, per esempio, quella dell’armamento del popolo, della separazione della Chiesa dello Stato, dell’elezione dei funzionari da parte del popolo e gli altri punti che il borghesuccio chiama “utopistici”. Al contrario la ripresa dei movimenti nazionali dopo il 1905 ha naturalmente suscitato una ripresa anche nella nostra propaganda: parecchi articoli degli anni 1912-1913, la risoluzione del nostro partito del 1913, che dette una definizione precisa e “antikautskiana” (cioè intransigente nei confronti di un “riconoscimento” puramente verbale) della sostanza della questione.

  

   Già allora apparve un fatto che non è permesso eludere: gli opportunisti di diverse nazioni, l’ucraino Jurkevic, il bundista Libman, il tirapiedi russo di Potresov e soci, Semkovskij, si pronunciarono in favore degli argomenti di Rosa Luxemburg contro l’autodecisione! Ciò che nella socialdemocrazia polacca era soltanto una generalizzazione teorica errata delle condizioni particolari del movimento in Polonia apaprve subito oggettivamente – su un piano più vasto, nelle condizioni non di un piccolo Stato, ma di un grande Stato, suscala internazionale e non strettamente polacca – un appoggio opportunistico all’imperialismo grande-russo. La storia delle correnti del pensiero politico (a differenza delle opinioni personali) ha confermato la giustezza del nostro programma.

   Anche ora i socialdemocratici dichiarati del tipo di Lensch insorgono apertamente sia contro l’autodecisione, sia contro la condanna delle annessioni. Quanto ai kautskiani, essi riconoscono ipocritamente l’autodecisione, seguono cioè la via seguita da noi in Russia da Trotskij e da Martov. A parole tutti e due sono per l’autodecisione, come Kautsky. Ma in realtà? In Trotskij – si prende lo scritto intitolato La nazione e l’economia in Naše slovo – si ritrova il suo consueto eclettismo: da una parte, l’economia fonde le nazioni; dall’altra, il giogo nazionale le separa. Confusione? La conclusione è che l’ipocrisia continua a regnare senza essere smascherata, la propaganda rimane priva di vita, non tocca il fondamentale, il principale, l’essenziale, ciò che è vicino alla pratica: l’atteggiamento verso la nazione oppressa dalla “mia” nazione. Martov e gli altri segretari all’estero hanno preferito semplicemente dimenticare – comoda amnesia! – la lotta del loro collega e membro della stessa organizzazione, Semkovskij, contro l’autodecisione. Nella stampa legale dei seguaci di Gvozdev (Naš golos)

  

   [Naš golos (La nostra voce), giornale legale menscevico pubblicato a Samara tra il 1915 e il 1916. Fu di tendenza socialsciovinistica.]

  

Martov s’è pronunciato a favore dell’autodecisione, accingendosi a dimostrare la verità indiscutibile che essa non impegna a partecipare alla guerra imperialistica, ecc., ma eludendo l’essenziale, – come lo elude nella stampa illegale, libera! – dimenticando cioè che la Russia, anche in tempo di pace, ha avuto il primato nell’oppressione delle nazioni, la quale ha le sue radici in un imperialismo molto più  brutale, medioevale, economicamente arretrato, militare e burocratico. Il socialdemocratico russo che “riconosce” l’autodecisione delle nazioni pressapoco come la riconoscono i signori Plechanov, Potresov e soci, cioè senza lottare per la libertà di separazione delle nazioni oppresse dallo zarismo, è in realtà un imperialista e un lacché dello zarismo.

  

   Quali che siano le “buone intenzioni” soggettive di Trotskij e di Martov, oggettivamente essi appoggiano, con il loro atteggiamento elusivo, il socialimperialismo russo. L’epoca imperialistica ha trasformato tutte le “grandi” potenze in Stati  oppressori di una serie di nazioni, e lo sviluppo delle nazioni condurrà improvvisamente, anche in seno alla socialdemocrazia internazionale, a una divisione più netta delle correnti su questo problema.

    

  

   Ad Alessandra Kollontaj

  

   [Da una lettera scritta il 17 febbraio 1917. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 35. Novyj mir = Mondo nuovo.]

  

   Quanto ci ha fatto piacere apprendere da voi della vittoria di N. Iv. e di Pavlov nel Novyj mir (questo giornale mi arriva con una irregolarità spaventosa per colpa evidentemente della posta e non dell’ufficio spedizioni del giornale stesso), altrettanto ci è dispiaciuta la notizia del blocco di Trotskij con i destri per la lotta contro N. Iv. Che razza di porco questo Trotskij! frasi di sinistra e blocco con i destri contro la sinistra di Zimmerwald! Bisognerebbe smascherarlo (dovreste farlo voi), sia pure con una breve lettera al Sotsialdemokrat!

  

 

   A Ines Armand  [Da una lettera scritta nel febbraio 1917. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 35.]

    Siamo vivi e vegeti, dunque! Viviamo in condizioni difficili e tanto più il nostro partito. Ma tuttavia si vive.

Ancora una lettera dalla nostra Kollontaj, che (sia detto per ora entre nous) è ritornata in Norvegia dall’America. N.Iv. e Pavlov (Pavel Vasilic, il lettone che stava a Bruxelles) hanno conquistato, dice il Novyj mir (questo giornale mi arriva con una irregolarità incredibile), ma… è arrivato Trotskij, e questo mascalzone se l’è intesa subito con l’ala destra del Novyj mir contro i sinistri di Zimmerwald!! Proprio così! Eccovi Trotskij! Sempre uguale a sé stesso = tergiversa, raggira, posa da sinistro, e aiuta i destri, finché è possibile.

    

  

   Discorso sulla guerra e sulla pace [Dal discorso tenuto da Lenin il 24 gennaio 1918 al Comitato centrale del POSDR. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 36.]

  

   Prende per primo la parola il compagno Lenin, il quale rileva che alla riunione dell’8 (21) gennaio si sono delineati tre punti di vista sulla questione, e chiede se sia il caso di discutere il problema secondo i punti delle tesi da lui esposte oppure di aprire la discussione generale. Si approva la seconda alternativa e si concede la parola al compagno Lenin.

  

   Egli inizia  esponendo i tre punti di vista delinatisi nella precedente riunione: 1) pace separata annessionista, 2) guerra rivoluzionaria e 3) dichiarare cessata la guerra, smobilitare l’esercito, ma non firmare la pace. Nella riunione precedente il primo punto di vista aveva raccolto 15 voti, il secondo 32 e il terzo 16

 A Trotskij 

[Telegramma spedito in risposta alla domanda di Trotskij, presidente della delegazione sovietica alle trattative di pace di Brest-Litovsk, circa il modo in cui bisognava replicare all’ultimatum posto dai tedeschi. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 26. E si vedano i documenti che seguono.]

  Risposta

   28 gennaio

  [Ossia 10 febbraio 1918.], ore 6,30 pomeridiane.

  

   Il nostro punto di vista vi è noto e non ha fatto che rafforzarsi negli ultimi tempi, soprattutto dopo la lettera di Ioffe. Ripetiamo ancora una volta che della Rada di Kiev non è rimasto niente e che i tedeschi saranno costretti a riconoscere il fatto, anche se non l’hanno ancora riconosciuto.

  Informateci più spesso.

   Lenin. Stalin.

 

      Allo stato maggiore del comandante in capo

   [I due telegrammi furono trasmessi per filo diretto l’11 e il 12 febbraio 1918. Il comandante in capo N.V. Krylenko, in base a un telegramma di Trotskij (che stava conducendo i negoziati con la Germania a Brest Litovsk e che, nonostante le direttive di Lenin, si era rifiutato di firmare la pace alle condizioni poste dai tedeschi), emanò un’ordinanza in cui si diceva che la pace era stata conclusa e che pertanto bisognava sospendere le operazioni belliche e accingersi a smobilitare l’esercito. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 44.]

  

    Annullate con tutti i mezzi di cui disponete l’odierno telegramma sulla pace e sulla smobilitazione generale dell’esercito su tutti i fronti. Ordine di Lenin.

     Comunicate a tutti i commissari dell’esercito e a Bonc’-Bruevic’ di bloccare tutti i telegrammi firmati da Trotskij e da Krylenko circa la smobilitazione. Non possiamo comunicarvi le condizioni di pace, perché la pace non è stata ancora conclusa di fatto. Vi prego di bloccare tutti i telegrammi relativi alla pace sino al momento in cui riceverete una speciale autorizzazione.

  

 

Discorsi al CC del POSDR

   [I tre interventi che seguono furono presentati da Lenin al CC del POSDR il 18 febbraio 1918 (il primo nella seduta del mattino e gli altri due nella seduta serale). Nell’assemblea del CC si doveva decidere la linea da seguire in rapporto alla rottura dei negoziati  con la Germania e all’offensiva scatenata dai tedeschi contro la repubblica sovietica. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 26.]

  

   Dopo l’intervento di L.D. Trotskij, che si dichiara contro l’invio di un telegramma con la proposta di pace, parla

 Lenin (in favore della proposta di pace). E’ stato particolarmente caratteristico il voto di ieri, quando tutti hanno riconosciuto la necessità della pace, se non ci sarà movimento in Germania, e ci sarà l’offensiva. Sussiste il dubbio che i tedeschi vogliano l’offensiva per rovesciare il governo dei soviet. Ci troviamo in una situazione in cui è necessario agire. Se sarà del tutto evidente l’offensiva dell’imperialismo, allora saremo per la difesa e allora si potrà spiegarlo al popolo. Se l’offensiva incomincia subito, e noi ci metteremo a spiegare alle masse, creeremo una confusione maggiore che non trattando subito per il prolungamento dell’armistizio. Non c’è un’ora da perdere, perché le masse non comprenderanno un simile modo di porre la questione. O facciamo una guerra rivoluzionaria per la socializzazione della terra, e allora le masse ci capiranno, o trattiamo la pace.

  

La questione è fondamentale. La proposta di Uritskij  [Che sosteneva nel dibattito la linea di Trotskij.]è sorprendente. Il CC ha votato contro la guerra rivoluzionaria; ora noi non abbiamo né guerra né pace e stiamo scivolando verso una guerra rivoluzionaria. Non si può scherzare con la guerra. Perdiamo dei vagoni, e peggiora la situazione dei nostri trasporti. Adesso non si può aspettare, perché la situazione è assolutamente chiara. Il popolo non capirà: se si deve fare la guerra, allora non bisognava smobilitare; i tedeschi ora prenderanno tutto. Il giuoco è arrivato a un tale punto morto che il fallimento della rivoluzione è inevitabile, se continuiamo a seguire una via di mezzo. Ioffe ha scritto da Brest che in Germania non c’è nemmeno l’inizio di una rivoluzione; se è così, i tedeschi poossono trarre vantaggio da un’ulteriore avanzata. Ora non è possibile aspettare. Significherebbe  far abbattere la rivoluzione russa. Se i tedeschi dicessero che esigono il rovesciamento del potere bolscevico, allora, naturalmente, bisognerebbe fare la guerra; a questo punto non sarebbero più possibili ulteriori rinvii. Adesso si tratta non del passato, ma del presente. Stare a chiedere ai tedeschi che cosa vogliono sarebbe soltanto uno spreco di carta. Questa non è politica. L’unica cosa è proporre ai tedeschi di riprendere le trattative. Una via di mezzo è ora impossibile. Se si deve fare la guerra rivoluzionaria, bisogna dichiararla, sospendere la smobilitazione, ma continuare così non si può. Noi scriviamo dei documenti, e intanto loro si prendono i depositi, i vagoni, e noi stiamo per crepare. Ora il problema è che noi, giocando con la guerra, consegniamo la rivoluzione ai tedeschi.  La storia dirà che voi avete consegnato la rivoluzione. Potevamo firmare una pace che non minacciava minimamente la rivoluzione. Non abbiamo più nulla, non riusciamo nemmeno a far saltare in aria quello che abbandoniamo nella ritirata. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, abbiamo aiutato la rivoluzione in Finlandia, e ora non possiamo più farlo. Adessonon è tempo di scambiarsi delle note, e bisogna smetterla di star lì ad aspettare. Adesso è tardi per “sondare il terreno”, poiché adesso è chiaro che i tedeschi possono attaccare. Non si può polemizzare con i fautori della guerra rivoluzionaria, ma si può e si deve discutere con i fautori dell’attesa. Bisogna proporre ai tedeschi la pace.

  

     Bucharin non s’è accorto di essere passato sulla posizione della guerra rivoluzionaria. Il contadino non vuole la guerra, e non andrà alla guerra. Si può ora chiedere al contadino di andare a combattere una guerra rivoluzionaria? Ma, se si vuole questo, allora non bisognava smobilitare l’esercito. Una guerra contadina permanente è un’utopia. La guerra rivoluzionaria non dev’essere una frase. Se non siamo preparati, dobbiamo firmare la pace. Una volta che abbiamo smobilitato l’esercito, è ridicolo parlare di guerra permanente. Non si può fare il confronto con la guerra civile. Il mugik non farà una guerra rivoluzionaria e caccerà via chiunque glielo dirà apertamente. La rivoluzione in Germania non è ancora cominciata. E noi sappiamo che anche da noi la nostra rivoluzione non ha vinto subito. Qui è stato detto che essi prenderanno la Lettonia e l’Estonia, ma che noi possiamo cedergliele in nome della rivoluzione. Se essi esigeranno il ritiro delle truppe dalla Finlandia, prego, si prendano la Finlandia rivoluzionaria. Se cederemo la Finlandia, la Lettonia e l’Estonia, la rivoluzione non è perduta. Le prospettive con le quali ieri Ioffe ci ha spaventato, non porteranno affatto la rivoluzione alla rovina.

     Propongo di dichiarare che firmiamo la pace propostaci ieri dai tedeschi; se essi vi aggiungeranno la richiesta di non intervento negli affari dell’Ucraina, della Finlandia, della Lettonia e dell’Estonia, bisogna accettare indubbiamente anche questo. I nostri soldati non sono più in condizione di combattere; i tedeschi vogliono il grano, lo prenderanno e si ritireranno, dopo aver reso impossibile il potere dei soviet. Dire che la smobilitazione è cessata significa la nostra rovina.

    Il compagno Lenin rileva che i bolscevichi non si sono mai rifiutati di difendere la patria, ma che questa difesa deve avere una determinazione concreta nella situazione attualmente esistente, e precisamente deve essere la difesa della repubblica socialista dallo strapotente imperialismo internazionale. La questione è soltanto: come dobbiamo difendere la patria, la repubblica socialista? L’esercito è sfinito dalla guerra; la disponibilità di cavalli è ridotta a tal punto che non possiamo spostare l’artiglieria in caso di offensiva; possono prendere Reval e Pietrogrado quasi senza colpo ferire. Continuando laguerra in tali condizioni rafforzeremo straordinariamente l’imperialismo tedesco, la pace dovremo comunque concluderla, ma sarà allora una pace peggiore, poiché non saremo noi a concluderla. Indubbiamente la pace che siamo costretti a concludere ora è una pace infame, ma, se si riprende la guerra, il nostro governo sarà rovesciato e la pace sarà conclusa da un altro governo.

   Quello che propone il compagno Trotskij – cessazione della guerra, rifiuto di firmare la pace e smobilitazione dell’esercito – è un gesto dimostrativo di politica internazionale. Ritirando le truppe non facciamo altro che consegnare ai tedeschi la repubblica socialista dell’Estonia. Si dice che, firmando la pace, sleghiamo le mani a giapponesi e americani che subito occuperanno Vladivostok. Ma prima che essi arrivino solo a Irkutsk, riusciremo a consolidare la nostra repubblica socialista.

     Certo, firmando la pace, abbandoniamo la Polonia che ha ottenuto la sua indipendenza, ma conserviamo la repubblica socialista di Estonia e possiamo consolidare le nostre conquiste. Indubbiamente, noi operiamo una svolta a destra, che ci conduce attraverso una lurida stalla, ma dobbiamo farlo. Se i tedeschi cominciano ad avanzare, saremo costretti a sottoscrivere una pace qualsiasi, e allora, certamente, questa pace sarà peggiore. Per salvare la repubblica socialista 3 miliarddi di indennità non sono troppi. Firmando la pace ora, mostriamo chiaramente alle grandi masse che gli imperialisti (Germania, Inghilterra e Francia), dopo aver preso Riga e Bagdad, continuano la guerra, mentre noi progrediamo, progredisce la repubblica socialista.

  

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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