Vladimir Ilic Lenin – Su Trotskij – PRIMA PARTE

 

 

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Indice

  

   Sullo statuto del partito

   Lettera a Plechanov

   Lettera a E.D. Stasova

   La socialdemocrazia  e il governo rivoluzionario provvisorio

   Quinto congresso del POSDR

   Il fine della lotta del proletariato nella nostra rivoluzione

   Lettera a M.P.Tomskij

   Lettera a G.E. Zinovev

   Note di un pubblicista

   Il significato storico della lotta all’interno del partito in Russia

   Lettera al collegio russo del CC del POSDR

   La situazione nel partito

   Rossore di vergogna di Iuduška Trotskij

   Dal campo del partito “operaio” di Stolypin

  


  

   Sullo statuto del partito

   [Dall’intervento presentato il 15 agosto 1903 al II Congresso del Partito operaio socialdemocratico di Russia. Cfr. Lenin, Opere complete, Roma, 1954-1971, v. 6.]

  

   Vorrei fare prima di tutto due osservazioni di carattere particolare. In primo luogo, si tratta della gentile (lo dico senza ironia) proposta di un “accordo” avanzata da Akselrod. Accetterei volentieri quest’invito, perché non ritengo affatto che il nostro dissenso sia così sostanziale da dover far dipendere da esso la vita o la morte del partito. Non moriremo davvero per un cattivo paragrafo dello statuto! Ma, dato che si è già arrivati a una scelta fra due formulazioni, non posso abbandonare in nessun modo questa mia ferma convinzione: la formulazione di Martov è un peggioramento che, in certe condizioni, può arrecare al partito un danno abbastanza serio. La seconda osservazione concerne il compagno Bruker. E’ del tutto naturale che, desiderando applicare dappertutto il principio elettivo, il compagno Bruker abbia approvato la mia formulazione, l’unica che determina con più o meno precisione il concetto di membro del partito. Non capisco perciò la soddisfazione del compagno Martov per il fatto che il compagno Bruker è d’accordo con me. Possibile che il compagno Martov riconosca realmente che valga per lui di orientamento ciò che è il conrario di quello che dice Bruker, senza esaminare i suoi motivi e argomenti?

  

   Dirò, entrando nel merito, che il compagno Trotskij non ha affatto capito l’idea fondamentale del compagno Plechanov e perciò nei suoi ragionamenti ha eluso tutta la sostanza della

  

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   questione. Egli ha parlato degli intellettuali e degli operai, del punto di vista classista e del movimento di massa, ma non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto, mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua “elasticità”.

  

   [La formulazione leniniana del § 1 dello statuto del partito diceva: “Si considera membro del partito chiunque ne riconosca il programma e sostenga il partito sia con mezzi materiali sia con la partecipazione personale a una delle sue organizzazioni”. Nel testo proposto da Martov al congresso si leggeva: “Si considera membro del POSDR chiunque ne accordi regolarmente il proprio appoggio personale, sotto la direzione di una delle tante organizzazioni”.]

  

   E proprio l’”elasticità”, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati, tentennanti e opportunisti. Per confutare questa conclusione semplice ed evidente è necessario dimostrare che questi elementi non esistono, e il compagno Trotskij non ha nemmeno pensato di farlo. Del resto, non lo si può dimostrare, perché tutti sanno che questi elementi sono abbastanza numerosi ed esistono anche nella classe operaia. La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principii del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente, in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa. Il compagno Trotskij ha capito molto male l’idea fondamentale del mio Che fare? quando ha detto che il partito non è un’organizzazione clandestina (obiezioneche mi è stata fatta anche da molti altri). Egli ha dimenticato che nel mio libro propongo  tutta una serie di organizzazioni di tipo diverso, cominciando dalle più clandestine e ristrette per finire con quelle relativamente larghe e “libere” (lose). Egli ha dimenticato che il partito dev’essere solo il reparto d’avanguardia, il dirigente dell’immensa massa della classe operaia, che lavora tutta (o quasi

  

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tutta) “sotto il controllo e la direzione” delle organizzazioni del partito, ma che non entra tutta, e non deve entrare tutta, nel “partito”. Osservate, in effetti, a quali conclusioni pervenga il compagno Trotskij a causa del suo errore fondamentale. Egli ci ha detto qui che, se intere schiere di operai fossero arrestate e tutti gli operai dichiarassero di non appartenere al partito, il nostro partito sarebbe ben strano! Ma non è forse vero il contrario? Non è l’argomentazione del compagno Trotskij che è strana? Egli ritiene doloroso ciò di cui ogni rivoluzionario un po’ esperto potebbe solo rallegrarsi. Se risultasse che centinaia e migliaia di operai arrestati per aver partecipato a scioperi e dimostrazioni non sono membri delle organizzazioni del partito, ciò dimostrerebbe unicamente che le nostre organizzazioni sono buone, che noi adempiamo il nostro compito, quello di far lavorare clandestinamente una cerchia più o meno ristretta di dirigenti e di far partecipare al movimento le più larghe masse possibili.

  

   La radice dell’errore di coloro che sono per la formulazione di Martov risiede nel fatto che essi non solo ignorano uno dei mali essenziali della nostra vita di partito, ma lo consacrano persino. Questo male consiste nel fatto che, in una atmosfera di quasi generale malcontento politico, in condizioni di totale segretezza del lavoro e di concentramento della maggior parte dell’attività in stretti circoli segreti e persino in incontri privati, è per noi estremamente difficile, quasi impossibile, distinguere i chiaccheroni da coloro che lavorano. E sarà quasi impossibile trovare un altro paese in cui l’intreccio di queste due categorie sia così consueto, provochi confusione e danni su così vasta scala come in Russia. Non solo fra gli intellettuali, ma anche nell’ambiente della classe operaia siamo crudelmente colpiti da questo male, e la formulazione del compagno Martov lo legittima. Questa formulazione tende inevitabilmente a far divenire tutti membri del partito; lo stesso compagno Martov l’ha dovuto riconoscere con riserva; “se volete, è così”, egli ha detto. Ma è proprio quel che non vogliamo! Proprio per questo noi insorgiamo così decisamente contro la formulazione di Martov.

  

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   Lettera a Plechanov

  

   [Lettera spedita a Ginevra da Parigi. “Pero” (che significa “penna”) è L.D. Trotskij. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 43.]

  

   2 marzo 1902

  

   Propongo a tutti i membri della redazione di cooptare “Pero” con piena parità di diritti nella redazione. (Penso che per la cooptazione occorra non la maggioranza, ma una decisione unanime.)

  

   Abbiamo molto bisogno di un settimo membro, sia per comodità nelle votazioni (6 è un numero pari), sia per rafforzarci.

  

   Da vari mesi ormai “Pero” scrive in ogni numero. In generale, lavora per l’Iskra

  

   [Iskra (La scintilla): primo giornale marxista illegale, fondato da Lenin nel 1900 e pubblicato all’estero. Al II Congresso del partito diventò organo centrale del POSDR. Nel 1903 Lenin uscì dalla redazione, e il giornale passò nelle mani dei menscevichi fino all’ottobre 1905, quando sospese le sue pubblicazioni.]

  

   nel modo più energico, tiene conferenze (riscuotendo tra l’altro un enorme successo), ecc.

  

   Per gli articoli e le note di attualità egli ci sarà non soltanto molto utile, ma addirittura indispensabile.

  

   Indubbiamente, è un uomo con capacità fuori del comune, una persona convinta, energica, che andrà lontano. Sia nel campo delle traduzioni che in quello della letteratura divulgativa saprà fare non poco.

  

   Abbiamo bisogno di far partecipare delle forze giovani: questo incoraggerà i giovani a considerarsi dei

  

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pubblicisti professionali. E che da noi ci sia penuria di tali giovani è cosa chiara (basti ricordare: 1) la difficoltà di trovare redattori per le traduzioni; 2) la scarsità di rassegne interne; 3) la scarsità di letteratura divulgativa). Proprio nel campo della letteratura divulgativa “Pero” vorrebbe provare le sue forze.

  

   Eventuali argomenti contrari: 1) la giovinezza; 2) la prossima (forse) partenza per la Russia; 3) la sua penna (senza virgolette) reca le tracce dello stile d’appendice, ha un’eccessiva ricercatezza, ecc.

  

   Ad 1) “Pero” viene proposto non per un incarico indipendente, ma nel collegio. E’ qui, appunto, che diventerà esperto. Indubbiamente, il “fiuto” dell’uomo di partito, di frazione ce l’ha; quanto alle cognizioni e all’esperienza, sono cose cui si può rimediare. Che studi e lavori è anche fuori di dubbio. La cooptazione è indispensabile per legarlo definitivamente e incoraggiarlo.

  

   Ad 2) Se “Pero” si metterà al corrente di tutti i lavori, forse non partirà tanto presto. Se dovesse partire,a nche in tal caso il legame organizzativo con il collegio, la subordinazione ad esso, non sarà un difetto, ma un enorme vantaggio.

  

   Ad 3) Le lacune dello stile non sono un difetto importante. Migliorerà. Adesso accetta le “correzioni” in silenzio (e non molto volentieri). In seno al collegio ci saranno discussioni, votazioni, e le “indicazioni” assumeranno un aspetto più compiuto e pressante.

  

   Quindi propongo:

  

   1) che tutti e sei i membri della redazione votino sulla questione della piena cooptazione di “Pero”;

  

   2) successivamente, se egli sarà accettato, che si mettano a punto definitivamente i rapporti e le votazioni all’interno della redazione e si elabori un regolamento preciso. Questo serve anche a noi ed è importante per il congresso.

  

   P.S. Ritengo estremamente sconveniente e imbarazzante rinviare la cooptazione, perché per me è evidente l’insoddi-

  

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   sfazione già considerevole di “Pero” (naturalmente, non espressa in modo esplicito) per il fatto di essere sempre “sospeso in aria”, di essere tuttora trattato altezzosamente (sembra a lui) come un “ragazzino”.

  

   Se non accettassimo “Pero” adesso e se egli dovesse partire, poniamo, tra un mese per la Russia, sono sicuro che intenderebbe la cosa come un nostro esplicito rifiuto di accoglierlo nella redazione. Potremmo lasciarcelo “sfuggire” e sarebbe molto male.

  

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   Lettera a E.D. Stasova

  

   [Da una lettera a E.D. Stasova, F.V. Lengnik, ecc. scritta il 14 settembre 1904. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 43]

  

   Recentemente è stato pubblicato, secondo quanto si dichiara, a cura dell’Iskra, un nuovo opuscolo di Trotskij, che costituisce pertanto una sorta di Credo della nuova Iskra. Lo opuscolo è la più impudente menzogna e alterazione dei fatti. E questo viene fatto a cura dell’organo centrale. Il lavoro degli iskristi vi è denigrato in tutti i modi, vi si dice che gli economisti avrebbero fatto molto di più, che gli iskristi non avrebbero preso iniziative, non avrebbero pensato al proletariato, si sarebbero preoccupati soprattutto degli intellettuali borghesi, avrebbero introdotto dappertutto un burocratismo mortificante, il loro lavoro si sarebbe ridotto alla realizzazione del programma del famoso Credo.

  

   [Ossia del manifesto pubblicato da un gruppo di “economisti”, su cui cfr. Lenin, Opere complete, v. 4, pp. 167-181.]

  

   Secondo l’organo centrale, il II congresso sarebbe un tentativo reazionariodi sancire i metodi di gruppo nell’organizzazione, ecc. Quest’opuscolo è uno schiaffo all’odierna relazione dell’organo centrale e a tutti i funzionari del partito. Leggendo tale opuscolo, si vede chiaramente che la “minoranza” ha mentito tanto, è diventata così ipocrita da non saper più creare niente di vitale e da suscitare il desiderio di lottare, perché c’è ormai qualcosa per cui lottare.

  

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   La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio

  

   [Dall’articolo con lo stesso titolo, scritto tra la fie di marzo e i primi di aprile del 1905. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 8.]

  

   Non deve far meraviglia che Parvus, il quale sosteneva così generosamente i neoiskristi fino a che si trattava prevalentemente di cooptare i più vecchi e i benemeriti, alla fin dei conti si sia sentito a disagio in così paludosa compagnia. Non deve far meraviglia che egli abbia cominciato a darvi sempre più spesso prova di tedium vitae, di disgusto della vita. E infine si è ribellato. Non si è limitato a difendere la parola d’ordine di “organizzare la rivoluzione”, che incute una paura mortale alla nuova Iskra, non si è limitato a redigere appelli che l’Iskra stampava su foglietti separati, evitando, anche nel ricordare gli orrori “giacobini”, ogni accenno al partito operaio socialdemocratico.

  

   [Non so se i nostri lettori abbiano notato un fatto caratteristico: nel mucchio di ciarpame pubblicato dalla nuova Iskra sotto forma di volantini ce n’erano dei buoni firmati da Parvus. La redazione dell’Iskra, non volendo menzionare né il nostro partito né la sua casa editrice, ha voluto ignorare proprio questi volantini (n.d.a.).]

  

   No. Liberatosi dall’incubo della saggissima teoria dell’organizzazione-processo di Akselrod (o della Luxemburg?), Parvus ha saputo infine andare avanti, invece di camminare a ritroso come un gambero. Non ha voluto fare la “faticadi Sisifo” di correggere le infinite sciocchezze di martynov e di Martov e si è pronunciato apertamente (purtroppo, insieme con quel tronfio chiaccherone di Trotskij nella prefazione al suo vacuo opuscolo: Prima del 9 dicembre) per

  

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la difesa dell’idea della dittatura democratica rivoluzionaria, dell’idea dell’obbligo per la socialdemocrazia di partecipare al governo rivoluzionario provvisorio dopo aver abbattuto l’autocrazia. Parvus ha mille volte ragione quando dice che la socialdemocrazia non deve temere gli audaci passi in avanti, non deve temere di “colpire” il nemico assieme, fianco a fianco, con la borghesia rivoluzionaria, alla condizione obbligatoria (ricordata molto a proposito) di non confondere le organizzazioni; procedere separati, colpire insieme; non nascondere l’eterogeneità degli interessi; sorvegliare il proprio alleato come si fa col proprio nemico, ecc.

  

   Ma quanto più viva è la nostra simpatia per tutte queste parole d’ordine di un socialdemocratico rivoluzionario che ha voltato le spalle al codismo, tanto più sgradevoli sono state per noi certe stonature di Parvus. Non è per cavillare che rileviamo queste piccole inesattezze, ma perché molto si può chiedere a colui al quale molto si è dato. La cosa più pericolosa sarebbe ora che la giusta posizione di Parvus venisse compromessa dalla sua propria imprudenza. Tra le frasi quanto meno imprudenti della citata prefazione di Parvus all’opuscolo di Trotskij vanno enumerate le seguenti: “Se vogliamo separare il proletariato rivoluzionerio dalle altre correnti politiche, dobbiamo saper stare idealmente alla testa del movimento rivoluzionario” (giusto), “essere più rivoluzionari di tutti”. Questo è sbagliato. Ossia è sbagliato se si deve prendere questa tesi nel senso generale che la frase di Parvus le attribuisce, è sbagliato se si assume l’angolo visuale del lettore che considera questa prefazione come una cosa a sé, avulsa da Martynov e dai neoiskristi, ai quali Parvus non ha fatto cenno. Se si considera questa tesi in modo dialettico, vale a dire in modo relativo, concreto ed esauriente, senza imitare quei letterati sputasentenze che, perfino dopo molti anni, estraggono da un’opera organica singole proposizioni e ne snaturano il senso, sarà chiaro come essa sia stata diretta da Parvus proprio contro il codismo e in quale misura essa si aggiusta (cfr., in particolare, le seguenti parole di Parvus: “Se noi ci lasceremo sorpassare dallo sviluppo della rivoluzione”, ecc.). Ma il lettore

  

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non può tener presenti i soli codisti, e fra i pericolosi amici della rivoluzione appartenenti al campo dei rivoluzionari vi sono, oltre ai codisti, uomini assolutamente diversi, e cioè i “socialisti-rivoluzionari”, uomini trascinati dal corso degli avvenimenti, inermi di fronte ad una frase rivoluzionaria, come i Nadezdin, o quelli in cui l’istinto sostituisce una concezione rivoluzionaria del mondo (come Gapon). Parvus li ha dimenticati, e li ha dimenticati perché la sua esposizione, lo svolgimento del suo pensiero, non hanno proceduto liberi, ma connessi invece col piacevole ricordo delle concezioni di Martynov, contro le quali Parvus si sforza di prevenire il lettore. L’esposizione di Parvus non è abbastanza concreta, perché non tiene conto di tutto l’insieme delle diverse tendenze rivoluzionarie esistenti in Russia, che sono inevitabili nell’epoca della rivoluzione democratica e che esprimono, naturalmente, la mancanza di confini determinati fra le classi sociali in quest’epoca. Com’è naturale, i programmi democratici rivoluzionari si rivestono completamente, in questo periodo, di idee socialiste confuse, e talvolta perfino reazionarie, che si nascondono dietro una fraseologia rivoluzionaria (ricordate i socialisti-rivoluzionari e Nadezdin, che, passando dai socialisti-rivoluzionari alla nuova Iskra, ha cambiato, a quanto pare, solo di nome). In simili condizioni noi socialdemocratici non possiamo lanciare, e non lanceremo mai, la parola d’ordine: “Essere più rivoluzionari di tutti”. Non pensiamo neppure di correr dietro al rivoluzionarismo di un democratico staccato dal terreno di classe, che sfoggia belle frasi, che ha la passione (specie nel campo agrario) delle parole d’ordine correnti e a buon mercato; al contrario, verso questo rivoluzionarismo assumeremo sempre un atteggiamento critico, denunciando l’effettivo significato delle parole, l’effettivo contenuto dei grandi eventi idealizzati, insegnando a tener conto con la massima sobrietà delle classi e delle sfumature di classe nei momenti più infocati della rivoluzione.

  

   Altrettanto inesatte, e per lo stesso motivo, sono le tesi di Parvus secondo le quali “il governo rivoluzionario provvisorio in Russia sarà il governo della democrazia operaia”; “se

  

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la socialdemocrazia sarà alla testa del movimento rivoluzionario del proletariato russo, questo governo sarà socialdemocratico”, e il governo socialdemocratico provvisorio “sarà un governo unitario con una maggioranza socialdemocratica”. Questo non può essere, se sip arla non già di episodi casuali ed effimeri, ma di qualche cosa più o meno durevole, di qualche cosa che possa più o meno lasciare una traccia nella storia della dittatura rivoluzionaria. Questo non può essere, perché soltanto una dittatura rivoluzionaria che poggi sulla stragrande maggioranza del popolo, può costituire (beninteso, non in senso assoluto, ma relativo) qualcosa di più o meno stabile. Ma, attualmente, il proletariato russo costituisce la minoranza della popolazione della Russia. Solo quando si unirà con la massa dei semiproletari, cioè con la massa piccolo-borghese dei poveri della città e della campagna, potrà diventare la stragrande, la schiacciante maggioranza. E una simile composizione della base sociale di un eventuale e auspicabile dittatura democratica rivoluzionaria si rifletterà, senza dubbio, sulla composizione del governo rivoluzionario, renderà inevitabile la partecipazione ad esso, o addirittura la prevalenza in esso, dei più eterogenei rappresentanti della democrazia rivoluzionaria. Sarebbe molto dannoso farsi a questo riguardo illusioni di qualsiasi specie. Se quel chiaccherone di Trotskij scrive adesso (purtroppo, a fianco di Parvus) che “il pope Gapon può apparire una sola volta”, che “non c’è posto per un secondo Gapon”, questo avviene esclusivamente perché egli è un chiaccherone. Se in Russia non ci fosse posto per un secondo Gapon, non ci sarebbe posto neanche per noi né per una rivoluzione democratica effettivamente “grande”, che giunga alle sue conclusioni ultime. Per essere effettivamente grande, per ricordare gli anni dal 1789 al 1793, e non quelli dal 1848 al 1850, e andare oltre, essa deve elevare a una vita attiva, a sforzi eroici, a una “creazione storica duratura” masse immense, deve emanciparle dalla tremenda ignoranza, dall’inaudita umiliazione, dall’incredibile inciviltà e dalla più nera ottusità. Essa già le eleva, le eleverà, e lo stesso governo colla sua resistenza disordinata facilita quest’opera, ma naturalmente non si può neppure parlare di

  

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una seria coscienza politica o di una coscienza socialdemocratica di queste masse e dei loro numerosi capi sorti “spontaneamente” dal popolo e perfino dai contadini. Essi non possono diventare subito socialdemocratici, senza aver fatto una serie di esperienze rivoluzionarie, non solo a causa dell’ignoranza (lo ripetiamo, la rivoluzione istruisce con favolosa rapidità) ma perché la loro condizione di classe non è proletaria, perché la logica obiettiva dello sviluppo rivoluzionario pone loro nel momento presente il compito di una rivoluzione, che non è affatto socialista, ma democratica.

  

   A questa rivoluzione prenderà parte, con tutta la sua energia, il proletariato rivoluzionario, spazzando via il misero codismo degli uni e le belle frasi rivoluzionarie degli altri, introducendo nel turbine vertiginoso degli avvenimenti la determinatezza e la coscienza di classe, procedendo innanzi con fermezza e audacia, senza lasciarsi spaventare dalla dittatura democratica rivoluzionaria, ma desiderandola ardentemente, lottando pe rla repubblica e per la completa libertà repubblicana, per radicali riforme economiche, per creare a sé stesso un’arena di lotta per il socialismo, realmente ampia ed effettivamente del secolo ventesimo.

  

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   V Congresso del POSDR

  

   [I tre brani che seguono sono tolti dai verbali del V Congresso del POSDR (maggio-giugno 1907). Cfr. Lenin, Opere complete, v. 12.]

  

   1.

  

   Alcune parole su Trotskij. Egli ha parlato dal “centro” e ha espresso le opinioni del Bund. Egli ci ha attaccato con violenza, dicendo che avevamo presentato una risoluzione “inaccettabile”, e ci ha minacciato addirittura di scissione, di abbandono del congresso da parte del nostro gruppo alla Duma, che sarebbe stato offeso nella nostra risoluzione. Sottolineo queste parole e vi invito a rileggere attentamente la nostra risoluzione.

  

   Scorgere un’offesa nel calmo riconoscimento degli errori, senza nessun rimprovero in forma aspra, parlare a questo proposito di scissione, non è forse tutto ciò mostruoso?? Non è forse una prova che il nostro partito è malato, malato della paura di riconoscere gli errori? della paura della critica rivolta al nostro gruppo alla Duma?

  

   Solo il fatto che sia possibile impostare in tal modo la questione mostra che nel nostro partito vi è qualcosa non di partito, che è costituito dai rapporti del nostro gruppo alla Duma con il partito. Il gruppo deve essere un gruppo maggiormente di partito, legato più strettamente con il partito, più subordinato a tutta l’attività operaia. Allora cesseranno le grida per l’offesa, cesseranno le minacce di scissione.

  

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   Quando Trotskij ha detto: la vostra risoluzione inaccettabile impedisce di tradurre in atto le vostre idee giuste, gli ho gridato: “Dateci dunque la vostra risoluzione!”. Trotskij ha risposto: no, prima ritirate la vostra.

  

   E’ buona la posizione del “centro”, vero? Per il nostro (secondo Trotskij) errore (“mancanza di tatto”), egli punisce tutto il partito privandolo dell’esposizione, da lui “fatta con tatto”, degli stessi principii! Perché non è stata approvata la vostra risoluzione? – ci chiederanno le organizzazioni locali. Perché aveva offeso il centro, il quale si era offeso perché si erano esposti i suoi stessi principii!! Questa non è una posizione di principio, ma assenza di principii da parte del centro.

  

   Siamo venuti al congresso con due linee tattiche da tempo note al partito. Sarebbe poco intelligente e indegno di un partito operaio nascondere i dissensi, dissimularli. Confrontiamo in modo chiaro i due punti di vista. Esprimiamoli, applichiamoli a tutti i problemi della nostra politica. Facciamo un chiaro bilancio dell’esperienza del partito. Solo così adempiremo il nostro devere e porremo fine ai tentennamenti nella politica del proletariato.

  

   2.

  

   Alcune parole su Trotskij. Non ho il tempo ora di soffermarmi sui nostri dissensi con lui. Rileverò soltanto che egli, nel libro In difesa del partito, ha espresso la sua solidarietà con Kautsky, il quale ha scritto che nella rivoluzione attuale in Russia il proletariato e le masse contadine hanno interessi economici comuni. Trotskij ha riconosciuto l’ammissibilità e l’opportunità di un blocco delle sinistre contro la borghesia liberale. Per me questi fatti sono sufficienti per dire che egli si è avvicinato alle nostre opinioni. Astraendo dal problema della “rivoluzione permanente”, vi è qui una solidarietà sui punti fondamentali del problema dell’atteggiamento verso i partiti borghesi.

  

   3.

  

   Non si può non convenire che l’emendamento di Trotskij non è menscevico, che esso esprime la “stessa” idea bolscevica, ma è dubbio che quest’idea sia da lui espressa in modo migliore. Quando diciamo “contemporaneamente”, esponiamo il carattere generale della politica odierna, ed esso è indubbiamente tale da far sì che le circostanze ci costringono a marciare contemporaneamente sia contro Stolypin sia contro i cadetti. Lo stesso si dica per la politica proditoria dei cadetti. La aggiunta di Trotskij è superflua, perché nella risoluzione non cogliamo i singoli casi, ma determiniamo la linea fondamentale della socialdemocrazia nella rivoluzione borghese russa.

  

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   Il fine della lotta del proletariato nella nostra rivoluzione

  

   [Riportiamo qui il § 3 dell’articolo con lo stesso titolo, pubblicato nei nn. 3 e 4, 1909, del Sotsialdemokrat, organo centrale del POSDR. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 15.]

  

   Riguardo a Trotskij, che il compagno Martov ha costretto a intervenire nella discussione fra terzi da lui organizzata, – discussione a cui partecipano tutti tranne il suo promotore, – non possiamo assolutamente addentrarci qui in un’analisi completa delle sue opinioni. Sarebbe necessario un lungo articolo. Il compagno Martov, toccando le opinioni sbagliate di Trotskij, citando alcuni frammenti di queste opinioni, diffonde tra i lettori una serie di malintesi, perché le citazioni frammentarie non chiariscono, ma ingarbugliano le cose. L’errore fondamentale di Trotskij sta nel misconoscimento del carattere borghese della rivoluzione, nella mancanza di idee chiare sul problema del passaggio da questa rivoluzione alla rivoluzione socialista. Da quest’errore fondamentale scaturiscono gli errori particolari che il compagno Martov ripete trascrivendo con simpatia e consenso un paio di citazioni. Per non lasciare il problema in quello stato di confusione nel quale lo presenta il compagno Martov mostreremo l’erroneità almeno di quei ragionamenti di Trotskij che si meritano l’approvazione del compagno Martov. La coalizione del proletariato e dei contadini “presuppone che uno dei partiti borghesi attuali s’impossessi dei contadini oppure che i contadini creino un grande partito autonomo”. Evidentemente, questa tesi è sbagliata tanto da

  

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un punto di vista teorico generale quanto da quello dell’esperienza della rivoluzione russa. La “coalizione” delle classi non presuppone affatto l’esistenza di questo o quel grande partito e nemmeno i partiti in generale. Per tale via si confonde il problema delle classi col problema dei partiti. La “coalizione” delle due classi indicate non presuppone affatto né che uno dei partiti borghesi attuali s’impossessi dei contadini che i contadini creino un grande partito autonomo. Sul piano teorico generale questo risulta evidente anzitutto perché i contadini si subordinano con particolare sforzo all’organizzazione di partito e inoltre perché la creazione dei partiti contadini è un processo difficile e lento nella rivoluzione borghese, tanto che un “grande” partito “autonomo” può comparire solo verso la fine della rivoluzione. Dall’esperienza della rivoluzione russa risulta in modo altrettanto evidente che la “coalizione” del proletariato e dei contadini si è realizzata decine e centinaia di volte nelle forme più disparate senza alcun “grande partito autonomo” dei contadini. Questa coalizione si è realizzata quando si è avuta, per esempio, l’”azione comune del soviet dei deputati operai e del soviet dei deputati dei soldati o del comitato di sciopero dei ferrovieri o dei deputati contadini, ecc. Tutte queste organizzazioni erano in prevalenza apartitiche e, non di meno, la “coalizione” delle classi si è sempre realizzata in ogni azione comune di queste organizzazioni. Il partito contadino si è delineato, è sorto, è nato, – come Unione dei contadini nel 1905 o come Gruppo del lavoro nel 1906, – e, via via che questo partito è cresciuto, si è consolidato e definito, la coalizione delle classi ha assunto forme diverse, dagli accordi vaghi e indeterminati fino alle intese politiche più concrete e ufficiali. Per esempio, dopo lo scioglimento della prima Duma, sono stati lanciati tre appelli all’insurrezione: 1) All’esercito e alla flotta; 2) A tutti i contadini russi; 3) A tutto il popolo. Il primo appello è stato firmato dal gruppo socialdemocratico alla Duma e dal comitato del Gruppo del lavoro. Non si è forse realizzata in quest’”azione comune” una coalizione delle due classi? La risposta non può che essere affermativa. Negare questo fatto significa appunto cavillare o tra-

  

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mutare l’ampio concetto scientifico di “coalizione delle classi” in un concetto angustamente giuridico, direi quasi notarile. E ancora: si può forse negare che l’appello comune alla insurrezione, firmato dai deputati della classe operaia e dei contadini, sia stato accompagnato da azioni comuni nelle insurrezioni parziali dei rappresentanti delle due classi? Si può forse negare che l’appello comune all’insurrezione generale e la comune partecipazione alle insurrezioni locali e parziali impegnino a propugnare la comune costituzione di un governo rivoluzionario provvisorio? Negare ciò significherebbe cavillare, comprendere sotto il concetto di “governo” solo i fenomeni compiutu  e ufficiali, dimenticare che la compiutezza di un fenomeno deriva appunto dall’incompiutezza.

  

   Il secondo appello all’insurrezione è stato firmato dal Comitato centrale (menscevico!) del POSDR, dal partito dei socialisti-rivoluzionari, dall’Unione degli insegnanti di tutta la Russia, oltre che dal comitato del Gruppo del lavoro e dal gruppo socialdemocratico. Il terzo appello reca le firme del Partito socialista polacco e del Bund più tutte le precedenti, tranne quella delle tre Unioni.

  

   Ecco una coalizione politica formalmente compiuta di partiti e organizzazioni apartitiche! Ecco la “dittatura del proletariato e dei contadini”, proclamata come minaccia allo zarismo, come appello a tutto il popolo, ma non ancora realizzata! E forse oggi pochi socialdemocratici concorderebbero con il menscevico Sotsialdemokrat

  

   [Questo giornale fu pubblicato nel 1906. Ne uscirono in tutto sei numeri.]

  

   (1906, n. 6), in cui, a proposito di questi appelli, si diceva: “Nel caso summenzionato il partito ha concluso con altri partiti e gruppi rivoluzionari non un blocco politico, ma un accordo di lotta, che sempre abbiamo considerato opportuno e necessario” (cfr. il Proletarij, n. 1, 21 agosto 1906, e n. 8, 23 novembre 1906). Non si può contrapporre un accordo di lotta a un blocco politico, perché il primo concetto rientra nel secondo. Un blocco politico si realizza nei diversi momenti storici ora come un “accordo di lotta” sull’insurrezione, ora come un’intesa parlamentare sulle

  

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“azioni comuni contro i centoneri e i cadetti” e così via. L’idea della dittatura del proletariato e dei contadini ha trovato la sua espressione pratica, durante tutta la rivoluzione, in migliaia di forme, dalla firma di un manifesto sul non pagamento delle imposte e sulla restituzione dei depositi (dicembre 1905) o dalla firma di appelli all’insurrezione (luglio 1906) fino alle votazioni effettuate alla seconda e alla terza Duma, nel 1907 e nel 1908.

  

   Altrettanto sbagliata è la seconda dichiarazione di Trotskij, riferita dal compagno Martov. Non è vero che “tutta la questione stia in chi impone il contenuto della politica governativa, in chi unifica l’omogenea maggioranza”, ecc. e lo è anche di meno perché il compagno Martov considera quest’affermazione come una tesi contro la dittatura del proletariato e dei contadini. Lo stesso Trotskij ammette nel suo ragionamento “la partecipazione dei rappresentanti della popolazione democratica” a un “governo operaio”, ammette cioè un governo composto di rappresentanti del proletariato e dei contadini. A quali condizioni occorra ammettere la partecipazione del proletariato al governo rivoluzionario è un problema specifico, sul quale, con ogni probabilità, i bolscevichi dissentono non solo da Trotskij, ma anche dai socialdemocratici polacchi. Senonché, la questione della dittatura delle classi rivoluzionarie non si riduce in nessun caso alla questione della “maggioranza” in questo o in quel governo rivoluzionario, al problema delle condizioni in cui è ammissibile la partecipazione della socialdemocrazia a questo o a quel governo.

  

   E’, infine, assolutamente sbagliata la terza idea di Trotskij che il compagno Martov riporta e  considera “giusta”: “Ed essi [i contadini] lo faranno [cioè “aderiranno al regime della democrazia operaia”] con la stessa scarsa consapevolezza con cui di solito aderiscono al regime borghese”. Il proletariato non può accettare che nel periodo della rivoluzione si perpetui la pur normale inconsapevolezza e passività dei contadini. Gli esempi tratti dalla storia della rivoluzione russa mostrano che la prima ondata, alla fine del 1905, sospinse di colpo i contadini verso un’organizzazione politica (l’Unione dei contadini di

  

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tutta la Russia) che fu, senza dubbio, l’embrione di un partito specificamente contadino. Alla prima e alla seconda Duma, nonostante lo sterminio della prima leva di contadini d’avanguardia compiuto dalla controrivoluzione, i contadini – per la prima volta su scala nazionale, alle elezioni svoltesi in tutta la Russia – posero le fondamenta del Gruppo del lavoro, che è innegabilmente la forma embrionale di uno specifico partito contadino. In questi germi ed embrioni vi sono molti elementi instabili, indeterminati, esitanti, è incontestabile, ma, se l’inizio della rivoluzione ha già creato simili raggruppamenti politici, non vi è il minimo dubbio che la rivoluzione, portata a “termine” o meglio a un alto grado di sviluppo, in quanto dittatura rivoluzionaria, creerà un partito contadino rivoluzionario meglio determinato e più forte. Ragionare in altro modo significherebbe supporre che alcuni organi essenziali dell’adulto possano restare infantili per grandezza, forma e grado di sviluppo.

  

   Comunque, la conclusione del compagno Martov, secondo cui la conferenza sarebbe stata d’accordo con Trotskij riguardo al problema dei rapporti tra il proletariato e i contadini nella lotta per il potere, è in assoluto contrasto con la realtà, è un vero e proprio tentativo di “spremere” dalle parole quel che alla conferenza non si è affatto discusso, ricordato, tenuto presente.

  

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   Lettera a M.P. Tomskij

  

   [Da una lettera a Tomsskij, scritta nel settembre 1909. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 43.]

  

   Quanto a Trotskij, purtroppo non si riesce a combinare. Desiderando con la massima sincerità di allearci con lui, gli abbiamo proposto condizioni idealmente vantaggiose: il suo mantenimento, la copertura del deficit della Pravda,

  

   [Pravda (La verità), giornale di tendenza menscevica, pubblicato a Vienna dal 1908 al 1912. Fu un organo di stampa di Trotskij.]

  

la parità di diritti in redazione, il trasferimento qui; egli non accetta, chiede la maggioranza nella redazione (due trotskisti e un bolscevico!). S’intende che non siamo in condizione di mantenere in un’altra città un giornale non del partito, ma di Trotskij. Trotskij non vuole costruire il partito insieme con i bolscevichi, ma creare una sua frazione. Ebbene, ci provi pure! Con la “sua” frazione strapperà qualcuno ai menscevichi qualcuno a noi, e alla fine inevitabilmente porterà gli operai al bolscevismo.

  

   Per quanto riguarda la “leggera revisione della questione agraria”, come voi vi esprimete ironicamente, se qui si tratta del ruolo dei contadini nella rivoluzione bisogna, nel caso dato, essere più cauti. Bisogna cominciare con una discussione sulla stampa di tutto il partito o su quella bolscevica. Soprattutto vi metto in guardia dalle affrettate rinunce al bolscevismo e da una fiducia esagerata nel successo della politica agraria di Stolypin. Non c’è che dire, questa politica

  

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ha sollevato nuovi problemi che bisogna studiare e studiare, ha aperto la possibilità di un esito non rivoluzionario, ma da qui al suo completo successo c’è ancora tanta distanza quanta ce n’è per arrivare a una stella in cielo.

  

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   Lettera a G.E. Zinovev

  

   [Da una lettera a Zinovev, scritta il 24 agosto 1909. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 34.]

  

   Ho ricevuto il n. 7-8 del Sotsialdemokrat. Protesto contro la firma di Trotskij: bisogna togliere le firme. (Non ho ancora avuto tempo di leggere gli articoli.) […].

  

   Quanto alla Pravda, avete letto la lettera di Trotskij a Inok? Spero vi sarete convinti, se l’avete letta, che Trotskij si è comportato come un infame carrierista e frazionista del tipo di Rjazanov e soci. O parità nella redazione, subordinazione al CC e trasferimento a Parigi di nessun altro all’infuori di Trotskij (quel mascalzone vuole “sistemare” a nostre spese tutta l’allegra brigata della Pravda!), o rottura con quest’avventuriero e suo smascheramento nell’organo centrale. Ciarla sul partito e si comporta peggio di tutti gli altri frazionisti!

  

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   Note di un pubblicista

  

   [Dallo scritto con questo  titolo pubblicato in Diskussionnyi listok, 1910, nn. 1 e  2. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 16.]

  

   1. Due punti di vista sull’unificazione

  

   Con commovente unanimità, i liquidatori e gli otzovisti si scagliano contro i bolscevichi (i primi anche contro Plechanov). I colpevoli sono i bolscevichi, il centro bolscevico, i “metodi individualistici di Lenin e di Plechanov” (p. 15 del Supplemento indispensabile), il “gruppo irresponsabile” degli “ex membri del centro bolscevico” (cfr. il foglio del gruppo “Vperiod”).

  

   [Vperiod (Avanti) si intitolava l’organo di stampa del gruppo di otzovisti (che proponevano di richiamare i deputati bolscevichi dalla Duma), ultimatisti, machisti, ecc. organizzato da A. Bogdanov e G. Aleksinskij nel dicembre 1909. I “vperiodisti” si unirono in seguito ai menscevichi liquidatori nel cosiddetto “blocco di agosto” (1912).]

  

   Su questo punto l’unanimità più completa regna tra i liquidatori e gli otzovisti; il loro blocco contro il bolscevismo ortodosso (questo blocco, come si vedrà in seguito, caratterizzò più di una volta la lotta che si svolse durante la sessione plenaria) è un fatto indiscutibile. I rappresentanti delle due tendenze estreme, ugualmente soggette all’influenza delle concezioni borghesi, ugualmente antipartito, sono completamente concordi nella politica da svolgere all’interno del partito, nella lotta contro i bolscevichi e nel proclamare che l’organo centrale è “bolscevico”. Ma le invettive più virulente di Akselrod e di Aleksinskij dissimulando unica-

  

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   mente l’assoluta incomprensione del significato e dell’importanza dell’unificazione del partito. La rivoluzione di Trotskij (dei viennesi) si distingue dallo “sfogo” di Akselrod e di Aleksinskij solo in apparenza. E’ redatta con molta “prudenza” e pretende a un’equità “che sta al di sopra delle frazioni”. Ma quale ne è la sostanza? I “capi bolscevichi” sono responsabili di tutto: è la stessa “filosofia della storia” di Akselrod e di Aleksinskij.

  

   Nel primo paragrafo della rivoluzione di Vienna già si dice: “…i rappresentanti di tutte le frazioni e tendenze… con la loro decisione” (alla sessione plenaria del CC) “hanno, scientemente e ponderatamente, assunto la responsabilità dell’applicazione delle risoluzioni approvate, nelle condizioni esistenti, in collaborazione con determinate persone, gruppi ed organismi”. Si tratta dei “conflitti che sono scoppiati nella redazione dell’organo centrale del partito”. Chi, nell’organo centrale del partito “è responsabile dell’applicazione delle risoluzioni” approvate dalla sessione plenaria? Indubbiamente la maggioranza della redazione, cioè i bolscevichi e i polacchi. Essi ne sono responsbili, “insieme con determinate persone”, cioè con i fautori del Golos

 

   [Golos sotsialdemokrata (La voce del socialdemocratico), giornale pubblicato prima a Ginevra e poi a Parigi dai menscevichi liquidatori (febbraio 1908-dicembre 1911).] e i vperiodisti.

  

   Che cosa afferma la principale risoluzione della sessione plenaria nella parte relativa alle questioni più “scabrose” per il nostro partito, alle questioni che prima della sessione plenaria furono le più discusse e che dovevano essere le meno discusse dopo la sessione?

  

   Che sono manifestazioni dell’influenza borghese sul proletariato la negazione, da una parte, della necessità del partito socialdemocratico illegale, lo svilimento della sua funzione e della sua importanza, ecc.; e la negazione, d’altra parte, della necessità del lavoro dei socialdemocratici alla Duma e dell’utilizzazione delle possibilità legali, l’incomprensione dell’importanza dell’una e dell’altra, ecc.

  

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   Qual’è, ci si domanderà, la sostanza di questa risoluzione?

  

   Che i fautori del Golos dovevano sinceramente ed irrevocabilmente finirla con la negazione della necessità di un partito illegale, con lo svilimento della sua funzione, ecc.? Che dovevano riconoscere questa loro deviazione, liberarsene ed iniziare un lavoro positivo nella direzione opposta? Che i vperiodisti dovevano sinceramente e irrevocabilmente smettere di negare la necessità dell’attività parlamentare e dell’utilizzazione delle possibilità legali, ecc.? Che, infine, la maggioranza della redazione dell’organo centrale doveva, con tutti i mezzi, ottenre la “collaborazione” dei fautori del Golos e dei vperiodisti a condizione che essi abbandonassero sinceramente, coerentemente e definitivamente le “deviazioni” che la risoluzione definisce in modo particolareggiato?

  

   Oppure che la maggioranza della redazione dell’organo centrale è responsabile dell’applicazione delle risoluzioni (sul superamento delle deviazioni liquidatoriste e otzoviste) “insieme con determinati” sostenitori del Golos che continuano come prima e persino più brutalmente di prima a difendere il liquidatorismo o con determinati vperiodisti che continuano come prima e persino più brutalmente di prima a difendere la legittimità dell’otzovismo, dell’ultimatismo, ecc., ecc.?

  

   Basta porre la questione per vedere che le frasi altisonanti della risoluzione di Trotskij sono vuote, per comprendere che in pratica esse servono a difendere una posizione che è identica a quella di Akselrod e soci, di Aleksinskij e soci.

  

   Fin dalle prime parole della sua risoluzione, Trotskij mette in luce tutta la sostanza del peggiore “conciliatorismo”, del “conciliatorismo” tra virgolette, del “conciliatorismo” da circolo, filisteo, che prende in considerazione “determinate persone” e non la linea, lo spirito, la sostanza ideologica e politica dell’attività del partito.

  

   Qui sta tutta l’enorme differenza tra il “conciliatorismo” di Trotskij e soci – che, di fatto, si adopera a servire con la sua massima fedeltà i liquidatori e gli otzovisti ed è perciò un

  

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male tanto più pericoloso nel partito con quanta più astuzia, ricercatezza e vuota fraseologia si dissimula dietro declamazioni sedicenti di partito e sedicenti antifrazionistiche – e la realtà di partito, che consiste nell’epurare il partito dal liquidatorismo e dall’otzovismo.

  

   Qual’è infatti il compito di partito che ci viene assegnato?

  

   Quello di “conciliare” “determinate persone, gruppi ed organismi”, indipendentemente dalla loro linea, dal contenuto del loro lavoro, dal loro atteggiamento verso il liquidatorismo e l’otzovismo?

  

   Oppure, è quello datoci dalla linea del partito, dall’orientamento e dal contenuto ideologico e politico di tutto il nostro lavoro, è quello di epurare questo lavoro dal liquidatorismo e dall’otzovismo, compito questo che deve essere adempiuto indipendentemente da “persone, gruppi ed organismi”, e nonostante l’opposizione di “persone, organismi, gruppi” che non approvano tale linea o non l’applicano?

  

   Sul significato e sulle condizioni necessarie per raggiungere una qualsiasi unificazione del partito vi possono essere due concezioni. E’ estremamente importante comprendere la differenza tra l’una e l’altra, perché esse si intrecciano e si confondono nel corso dello sviluppo della nostra “crisi di unificazione”. Se non si traccia una netta divisione tra le due non ci si può orientare nella crisi attuale.

  

   Una di queste due concezioni dell’unificazione può mettere in primo piano la “conciliazione” di “determinate persone, organismi e gruppi”. L’unità delle loro idee sull’attività del partito, sulla linea che questo deve seguire è una questione secondaria. Bisogna cercare di passare sotto silenzio i disaccordi, non ricercarne le cause, la portata, le condizioni oggettive. L’essenziale è di “conciliare” le persone e i gruppi. Se questi non sono d’accordo sull’applicazione della linea generale, bisogna dare a quest’ultima un’interpretazione che tutti possano accettare. Vivere e lasciar vivere. Si tratta di un “conciliatorismo” volgare che conduce inevitabilmente a una diplomazia da circolo. “Seppellire” le cause dei contrasti, ta-

  

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   cere su di essi, “comporre” ad ogni costo i “conflitti”, neutralizzare le tendenze avverse: ecco a che cosa mira siffatto “conciliatorismo”. Nulla di strano che, nelle condizioni di un partito illegale, che ha all’estero la sua base d’operazioni, tale diplomazia da circolo spalanchi la porta a “persone, organismi e gruppi” che assumono la funzione di “onesti sensali” in ogni tentativo di “coinciliazione” e di “neutralizzazione”.

  

   Ecco come Martov racconta, nel n. 19-20 del Golos, uno dei tentativi fatti alla sessione plenaria del CC:

  

   “I menscevichi, i partigiani della Pravda e i bundisti proponevano per l’organo centrale del partito una redazione che assicurasse la “neutralizzazione” delle tendenze opposte senza dare una maggioranza sicura a nessuna delle due e costringesse quindi l’organo del partito a elaborare, in ogni questione essenziale, una linea media, tale da unire la maggioranza dei militanti”.

  

   E’ noto che la proposta dei menscevichi non fu accettata, e Trotskij, che aveva posto la propria candidatura alla redazione dell’organo centrale del partito come neutralizzatore, fu bocciato. La candidatura del “bundista” – proposta dai menscevichi nei loro discorsi – non fu neppure messa ai voti.

  

   Tale è stata, di fatto, la funzione di quei “conciliatori” (conciliatori nel peggior senso della parola) che hanno redatto la risoluzione di Vienna e le cui concezioni sono esposte nell’articolo di Ionov, pubblicato nel n. 4 di Otkliki Bunda

  

   [Otkliki Bunda (L’eco del Bund), organo dell’Unione generale degli operai ebrei di Lituania, Polonia e Russia, pubblicato saltuariamente a Ginevra dal 1909 al 1911.]

  

(l’ho ricevuto in questo momento). I menscevichi non hanno osato proporre una redazione dell’organo centrale composta in maggioranza di loro aderenti, pur riconoscendo, come risulta dalle parole di Martov da me citate, l’esistenza di due tendenze opposte nel partito. Non è neppure venuto loro in mente. Non hanno neppure tentato di ottenere una redazione con una ten-

  

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denza ben definita (tanto alla sessione plenaria era evidente il disorientamento dei menscevichi ai quali si domandava e dai quali si attendeva per il momento soltanto un’abiura sincera e coerente del liquidatorismo). I menscevichi volevano ottenere la neutralizzazione dell’organo centrale, e come “neutralizzatore” proponevano un membro del Bund oppure Trotskij. Il bundista e Trotskij dovevano essere i paraninfi incaricati di “sposare” “determinate persone, gruppi ed organismi” senza preoccuparsi se uno degli sposi aveva ripudiato o no il liquidatorismo.

  

   Questo punto di vista da sensale è tutta la “base ideologica” del “conciliatorismo” di Trotskij e di Ionov. Perciò quando essi piangono e si lagnano perché l’unità è fallita, bisogna capire i loro lamenti cum grano salis. Bisogna capire che i paraninfi hanno fatto fiasco. La “delusione” delle speranze di Trotskij e Ionov nell’unificazione con “determinate persone, gruppi ed organismi”, indipendentemente dal loro atteggiamento verso il liquidatorismo, è soltanto la delusione dei paraninfi, è l’errore, la vanità, la puerilità della loro concezione da sensali, ma non è affatto il fallimento dell’unificazione del partito.

  

   Esiste un’altra concezione dell’unificazione. Secondo questa concezione, numerose cause, profonde e oggettive, indipendentemente da ciò che rappresentano “determinate persone, gruppi ed organismi” (intervenuti alla sessione plenaria o rivelatisi nel corso della stessa), hanno cominciato da molto tempo a produrre e continuano sicuramente a produrre nelle due frazioni più vecchie ed importanti della socialdemocrazia russa mutamenti che creano le basi ideologiche o organizzative dell’unificazione, talvolta nonostante la volontà di talune di queste “determinate persone, gruppi ed organismi”, e anche senza che se ne rendano conto. Queste condizioni oggettive sorgono dalle particolarità del presente periodo di sviluppo borghese della Russia, periodo di controrivoluzione borghese e di tentativi dell’autocrazia di riorganizzarsi secondo il tipo di

  

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monarchia borghese. Queste condizioni oggettive, indissolubilmente legate le une alle altre, creano al tempo stesso mutamenti nel carattere del movimento operaio, nella composizione, nel tipo, nei tratti dell’avanguardia operaia socialdemocratica e anche nei compiti ideologici e politici del movimento socialdemocratico. L’influenza borghese sul proletariato, che il liquidatorismo (un semiliberalismo desideroso di incorporarsi nella socialdemocrazia) e l’otzovismo (un semianarchismo desideroso di incorporarsi nella socialdemocrazia), non è quindi effetto del caso, non è una malevola intenzione, né una sciocchezza, né un errore individuale, ma il risultato inevitabile dell’azione di queste cause oggettive, è una sovrastruttura, inseparabile dalla “base”, elevata sul movimento operaio della Russia moderna. La sensazione del pericolo, del carattere non socialdemocratico, del danno per il movimento operaio provenienti dalle due deviazioni suscita il ravvicinamento di elementi delle due frazioni, “attraverso tutti gli ostacoli”, e apre la via all’unificazione del partito.

  

   Da questo punto di vista l’unificazione può avanzare lentamente, con difficoltà, esitazioni, oscillazioni, ricadute ma non può non progredire. Da questo punto di vista, l’unificazione non si effettua necessariamente fra “determinate persone, gruppi ed organismi”, ma indipendentemente da determinate persone, assoggettandole ed eliminando quelle di “esse” che non si rendono conto o non vogliono rendersi conto delle esigenze dello sviluppo oggettivo, promuovendo e facendo partecipare al lavoro elementi nuovi che non appartengono all’ambiente di quelle “determinate persone”, provocando mutamenti, spostamenti, schieramenti all’interno delle vecchie frazioni, tendenze e sottofrazioni. Da questo punto di vista, l’unificazione è inseparabile dalla sua base ideale, non può svilupparsi se non sulla base di un ravvicinamento ideale, è connessa con l’apparizione e lo sviluppo di deviazioni come il liquidatorismo e l’otzovismo non da un legame fortuito fra questa o quella polemica, fra questa o quella lotta fra scrittori, ma con un legame interno, indissolubile, col legame che corre tra causa ed effetto.

  

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   2. La “lotta su due fronti” e il superamento delle deviazioni

  

   Tali sono le due concezioni, differenti in linea di principio, fondamentalmente opposte, sul carattere e sull’importanza della nostra unificazione di partito.

  

   Ma, ci si domanderà, su quale delle due concezioni è basata la risoluzione della sessione plenaria? Un’analisi profonda dimostrerà che la risoluzione e basata sulla seconda concezione, ma che in alcune sue parti vi sono visibili tracce di “emendamenti” che, pur peggiorandola, non ne eliminano affatto le basi, il contenuto essenziale, completamente impregnato dalla seconda concezione.

  

   Per dimostrare che gli “emendamenti” voluti dalla diplomazia di circolo sono effettivamente degli emendamenti secondari, i quali non cambiano né la sostanza della questione né i principii sui quali la risoluzione è basata, mi soffermerò su alcuni punti e su alcuni brani della risoluzione sulla situazione del partito già trattati nella stampa di partito. Comincerò dalla fine.

  

   Accusando i “dirigenti delle vecchie frazioni” di far tutto il possibile per impedire che si raggiunga l’unità e di aver assunto alla sessione plenaria un atteggiamento tale che “fu necessario strappar loro ogni palmo di terreno con una lotta accanita”, Ionov scrive:

  

   “Il compagno Lenin non ha voluto che “si superassero le deviazioni pericolose” “sviluppando e rafforzando l’attività socialdemocratica”. Egli ha lottato con molta energia per ottenere che la teoria della “lotta su due fronti” divenisse il fulcro di tutte le iniziative del partito. Non ha ammesso che si potesse pensare a sopprimere nel partito ‘lo stato d’assedio’”. (p. 22, colonna 1).

  

   Si tratta del § 4, punto b della risoluzione sulla situazione nel partito. Il progetto fu presentato da me al Comitato centrale e il punto in questione fu emendato dalla stessa sessione plenaria, quando la commissione aveva già finito i suoi lavori,

  

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secondo una proposta di Trotskij da me inutilmente combattuta. Il testo da me proposto, se non conteneva la frase: “la lotta su due fronti”, conteneva però parole che esprimevano la stessa idea. Le parole “superare sviluppando e rafforzando” furono aggiunte su proposta di Trotskij. Son grato al compagno Ionov di offrirmi, col suo racconto della lotta da me sostenuta contro questa proposta, l’occasione di esporre il mio pensiero sul significato degli “emendamenti”.

  

   Nulla suscitò durante la sessione plenaria un’indignazione così violenta – e spesso comica – come l’idea della “lotta su due fronti”. Il solo fatto di parlarne faceva uscir dai gangheri i vperiodisti e i menscevichi. Storicamente, tanta indignazione è comprensibilissima. Dall’agosto 1908 al gennaio 1910 i bolscevichi hanno infatti lottato su due fronti, cioè contro i liquidatori e contro gli otzovisti. Tanta indignazione era anche comica perché si infuriava contro i bolscevichi non faceva che dimostrare la propria colpa, non faceva che dimostrare di continuare a sentirsi punto sul vivo da ogni condanna del liquidatorismo e dell’otzovismo, di aver la coda di paglia.

  

   La proposta fatta da Trotskij di sostituire le parole: “lotta su due fronti” con la frase: “superare sviluppando e rafforzando” fu calorosamente appoggiata dai menscevichi e dai vperiodisti.

  

   E oggi, sia Ionov che la Pravda, sia la risoluzione di Vienna che il Golos Sotsialdemokrata gongolano per tanta “vittoria”. Ma ci si domanderà: eliminando dal punto in questione le parole che si riferivano alla lotta su due fronti, si eliminano dalla risoluzione il riconoscimento della necessità della lotta stessa? Niente affatto. Perché se si riconosce che esistono “deviazioni”, che sono “pericolose”, che è necessario “spiegare” il pericolo che presentano; se si ammette che tali deviazioni sono una “manifestazione dell’influenza borghese sul proletariato”, con ciò in sostanza si riconosce appunto la lotta su due fronti! Si è modificato in un brano un termine “sgradevole” (per questo o per quel compare),

  

   [pagina 35]

  

ma si è lasciata  l’idea principale! Il solo risultato è stato di ingarbugliare, annacquare   e peggiorare con una frase un paragrafo della risoluzione.

  

   Si tratta infatti solo di una frase e di un vano sotterfugio quando nel paragrafo in questione si parla di “superare” sviluppando e rafforzando il lavoro. Qui non vi è nessuna idea chiara. Si deve sempre ed assolutamente sviluppare e rafforzare il lavoro. Tutto il terzo paragrafo della risoluzione ne parla particolareggiatamente prima di passare agli specifici “compiti ideologici e politici” che non sempre e assolutamente sono obbligatori, ma sono posti dalle condizioni di un periodo particolare. Il quarto paragrafo è consacrato esclusivamente a questi compiti specifici e nell’introduzione ai tre punti di questo paragrafo si dice chiaramente che i compiti ideologici e politici in questione “sono stati posti nel momento giusto”.

  

   Che cosa ne è risultato? Un assurdo, e cioè che anche il problema dello sviluppo e del rafforzamento del lavoro è stato posto nel momento giusto! Come se potesse esistere un “momento” storico in cui questo problema non sia, come sempre, attuale!

  

   Ma come si possono superare le deviazioni sviluppando e rafforzando il lavoro socialdemocratico? In ogni fase di sviluppo e di rafforzamento si porrà necessariamente la questione del come sviluppare e rafforzare; se il liquidatorismo e l’otzovismo non sono fenomeni accidentali, ma tendenze suscitate dalle condizioni sociali, ad ogni sviluppo e ad ogni rafforzamento del lavoro essi possono aprirsi una strada. Si può sviluppare e rafforzare il lavoro ispirandosi al liquidatorismo, come fanno per esempio la Naša zarja e il Vozrozdenie,

  

   [Naša zarja (La nostra aurora), rivista mensile legale dei menscevichi liquidatori, pubblicata a Pietroburgo dal 1910 al 1914. Vozrozdenie (Rinascita), rivista della stessa tendenza, pubblicata a Mosca dalla fine del 1908 alla metà del 1910.]

  

   oppure ispirandosi all’otzovismo. D’altra parte, per superare le deviazioni – “superare” nel vero significato della parola – occorre necessariamente distogliere dallo sviluppo e dal rafforzamento del lavoro socialdemocratico certe forze, un certo tem-

  

   [pagina 36]

  

po, una certa energia. A questo proposito lo stesso Ionov scrive nella stessa pagina del suo articolo:

  

   “La sessione plenaria è finita. I partecipanti se ne sono andati. Per organizzare il lavoro il Comitato centrale deve superare difficoltà incredibili, non ultima l’atteggiamento dei cosiddetti liquidatori [solo “cosiddetti”, compagno Ionov, o non piuttosto veri e propri liquidatori?] dei quali il compagno Martov negava con tanto accanimento l’esistenza”.

  

   Ecco un documento minuscolo ma caratteristico per mettere in luce la vacuità delle frasi di Trotskij e di Ionov. La lotta contro l’attività liquidatorista di Michail, Jurij e soci ha fatto perdere forze e tempo al Comitato centrale a danno dello sviluppo e del rafforzamento immediato del vero lavoro socialdemocratico. Se Michail, Jurij e soci non avessero agito come hanno agito, se non vi fosse stato del liquidatorismo tra coloro che noi a torto persistiamo a considerare nostri compagni, lo sviluppo e il rafforzamento del lavoro socialdemocratico avrebbero progredito con maggiori risultati perché la lotta intestina non avrebbe distrutto le forze del partito. Se per sviluppo e rafforzamento dell’azione socialdemocratica si intende lo sviluppo immediato dell’agitazione, della propaganda, della lotta economica, ecc. in un senso effettivamente socialdemocratico, risulta chiaramente che la lotta contro le deviazioni di alcuni socialdemocratici dalla socialdemocrazia costituisce un’attività negativa che bisogna, per così dire, sottrarre all’”attività positiva” e che, per conseguenza, la famosa frase sul superamento delle deviazioni sviluppando ecc. è priva di significato.

  

   Essa esprime infatti il desiderio confuso, bonario, innocente che tra i socialdemocratici vi sia una minor lotta intestina! All’infuori di questo innocente desiderio essa non ha alcun altro significato. Essa è il sospiro dei cosiddetti conciliatori: oh! se si combattesse un po’ meno il liquidatorismo e l’otzovismo!

  

   L’importanza politica di questo “sospiro” è nulla. Se vi sono nel partito uomini che hanno interesse a “negare tenacemente” l’esistenza dei liquidatori (e degli

  

   [pagina 37]  otzovisti), costoro si serviranno dei “sospiri” dei “conciliatori” per mascherare il male. Così agisce appunto il Golos Sotsialdemokrata. E quindi soltanto i cosiddetti “conciliatori” propugnano l’introduzione di frasi vuote e pii desideri nelle risoluzioni. Di fatto essi sono i reggicoda dei liquidatori e degli otzovisti; di fatto rafforzano non il lavoro socialdemocratico, ma il suo abbandono; aggravano il male, nascondendolo temporaneamente, rendendone più difficile la guarigione.

  

   Per illustrare al compagno Ionov la gravità del male, gli ricorderò un brano dell’articolo del compagno Ionov, pubblicato nel n. 1 del Dikussionnyi listok. Il compagno Ionov, con una frase felice, paragonava il liquidatorismo e l’otzovismo a un ascesso benigno che “maturando assorbe tutti gli elementi nocivi dell’organismo e contribuisce così a guarirlo”.

  

   Precisamente. L’ascesso che maturando purifica l’organismo dagli “elementi nocivi” porta alla guarigione. E ciò che intralcia la purificazione dell’organismo da questi elementi è nocivo. Mediti il compagno Ionov sull’utile affermazione del compagno Ionov!

  

   [pagina 38]

  

   Il significato storico della lotta all’interno del partito in Russia

  

   [Dall’articolo così intitolato che uscì nel maggio 1911 in Diskussionnyi listok, n. 3. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 16.]

  

   Il tema indicato nel titolo è trattato negli articoli di Trotskij e Martov nei nn. 50 e 51 della Neue Zeit. Martov espone le idee del menscevismo. Trotskij si trascina a rimorchio dei menscevichi coprendosi con frasi particolarmente altisonanti. Per Martov l’”esperienza russa” si riduce al fatto che “l’incultura blanquista e anarchica hanno riportato la vittoria sulla cultura marxista” (leggi il bolscevismo sul menscevismo). “La ‘filosofia della storia’ di Trotskij è la stessa. Causa della lotta: “l’adattamento degli intellettuali marxisti al movimento di classe del proletariato”. Si mettono in primo piano “lo spirito settario, l’individualismo intellettuale, il feticismo ideologico”. “Lotta per l’influenza sul proletariato politicamente immaturo”, ecco dov’è il nocciolo della questione.

  

  

  

   La teoria che vede nella lotta del bolscevismo contro il menscevismo una lotta per l’influenza sul proletariato immaturo non è nuova. La troviamo, dal 1905 (se non dal 1903), in innumerevoli libri, opuscoli, articoli della stampa liberale. Martov e Trotskij ammanniscono ai compagni tedeschi idee liberali truccate alla marxista.

  

   [pagina 39]

  

   Certo, il proletariato russo è politicamente molto meno maturo di quello dell’Europa occidentale. Ma, di tutte le classi della società russa, è appunto il proletariato che ha dato prova, dal 1905 al 1907, della maggiore maturità politica. La borghesia liberale russa, che da noi si è comportata in modo basso, vile, sciocco e proditorio come quella tedesca nel 1848, odia il proletariato russo proprio perché questo ha dimostrato nel 1905 di essere tanto maturo politicamente da strapparle la direzione del movimento, da smascherare implacabilmente il tradimento dei liberali.

  

   E’ un’”illusione” pensare – dichiara Trotskij – che il menscevismo e il bolscevismo “abbiano meno profonde radici negli strati più profondi del proletariato”. Questo è un saggio di quelle frasi altisonanti ma vuote nelle quali il nostro Trotskij è maestro. Non “negli strati più profondi del proletariato”, ma nel contenuto economico della rivoluzione russa si trovano le radici dei dissensi fra menscevichi e bolscevichi. Volendo ignorare questo contenuto, Martov e Trotskij si sono privati della possibilità di comprendere il significato storico della lotta all’interno del partito in Russia. L’essenziale non è di sapere se le formulazioni teoriche dei dissensi siano penetrate “profondamente” in questi o quegli strati del proletariato; l’essenziale è che le condizioni economiche della rivoluzione del 1905 hanno posto il proletariato in rapporti ostili con la borghesia liberale non solo per il problema del miglioramento del tenore di vita degli operai, ma anche per la questione agraria, per tutte le questioni politiche della rivoluzione, ecc. Parlare della lotta tra le varie tendenze nella rivoluzione russa, distribuendo le etichette: “settarismo”, “incultura”, ecc. e non dire nemmeno una parola sugli interessi economici fondamentali del proletariato, sulla borghesia liberale e sui contadini democratici significa scendere al livello di giornalisti volgari […].

  

  

  

   Negli anni 1905-1907 l’antagonismo fra la borghesia liberale e i contadini si è pienamente rivelato. Nella primavera

  

   [pagina 40]

  

e nell’autunno del 1905, e così pure nella primavera del 1906, le insurrezioni contadine abbracciarono da un terzo a una metà dei distretti della Russia centrale. I contadini devastarono circa duemila ville (purtroppo ciò non è più di un quindicesimo di quello che si sarebbe dovuto devastare). Solo il proletariato dette un aiuto incondizionato a questa lotta rivoluzionaria, l’orientò in tutti i modi, la guidò, la unificò mediante i suoi scioperi di massa. Mai, nemmeno una volta, la borghesia liberale aiutò la lotta rivoluzionaria, preferendo “calmare” i contadini e “conciliarli” con i grandi proprietari fondiari e con lo zar. In seguito, nelle due prime Dume (1906 e 1907), la stessa cosa si ripetè nell’arena parlamentare. I liberali hanno sempre frenato la lotta dei contadini, li hanno traditi, e solo i deputati operai hanno diretto e sostenuto i contadini contro i liberali. Della lotta dei liberali contro i contadini e i socialdemocratici è piena tutta la storia della I e della II Duma. La lotta del bolscevismo contro il menscevismo, lotta per non appoggiare o appoggiare i liberali, per abbattere o per non abbattere la loro egemonia sui contadini, è indissolubilmente legata a questa storia. Perciò spiegare le nostre scissioni attribuendole all’influenza degli intellettuali, all’immaturità del proletariato, ecc. è una ripetizione ingenua, puerile, delle favole iberali.

  

   Per lo stesso motivo è radicalmente falso il ragionamento di Trotskij secondo il quale nella socialdemocrazia internazionale le scissioni sarebbero dovute al “processo di adattamento della classe socialmente rivoluzionaria alle limitate (anguste) condizioni del parlamentarismo”, ecc. e, nella socialdemocrazia russa, all’adattamento degli intellettuali al proletariato. “Quanto era limitato (angusto), – scrive Trotskij, – dal punto di vista dello scopo finale socialista, il reale contenuto politico di questo processo di adattamento, tanto erano irrefrenabili le sue forme, tanto era grande l’ombra ideologica proiettata da questo processo.”

  

   In verità, quest’”irrefrenabile” fraseologia è solo l’”om-

  

   [pagina 41]

  

bra ideologica” del liberalismo. Tanto Martov che Trotskij mettono in un solo mucchio periodi storici diversi, paragonando la Russia, che sta compiendo la sua rivoluzione borghese, all’Europa, che ha da lungo tempo portato a termine queste rivoluzioni. In Europa il reale contenuto politico del lavoro socialdemocratico è la preparazione del proletariato alla lotta per il potere contro la borghesia, che ha già il pieno dominio nello Stato. In Russia si tratta ancora soltanto di creare un moderno Stato borghese che assomiglierà o a una monarchia junkeriana (in caso di vittoria dello zarismo sulla democrazia). Ma la vittoria della democrazia nella Russia odierna è possibile soltanto se le masse contadine seguiranno il proletariato rivoluzionario, e non il liberalismo traditore. Storicamente, questa questione non è ancora risolta. Le rivoluzioni borghesi in Russia non sono ancora finite, e in questi limiti, cioè nei limiti della lotta per la forma dell’ordinamento borghese in Russia, il “reale contenuto politico” del lavoro dei socialdemocratici russi è meno “angusto” che nei paesi nei quali non c’è nessuna lotta per la confisca delle terre dei grandi proprietari fondiari da parte dei contadini, nei quali le rivoluzioni borghesi sono state da molto tempo portate a termine.

  

   E’ facile comprendere perché gli interessi di classe della borghesia inducano i liberali a suggerire agli operai che la loro funzione nella rivoluzione è “limitata”, che la lotta delle tendenze è provocata dagli intellettuali e non dalle profonde contraddizioni economiche, che il partito operaio deve essere “non l’egemone nella lotta di liberazione, ma un partito di classe”. Appunto questa è la formula avanzata negli ultimissimi tempi dai liquidatori (Levitskij in Naša zarja) e approvata dai liberali. Essi comprendono le parole “partito di classe” nel senso dato loro da Brentano e Sombart: preoccupatevi solo della vostra classe e abbandonate i “sogni blanquisti” di dirigere tutti gli elementi rivoluzionari del popolo nella lotta contro lo zarismo e contro il liberalismo traditore!

  

   [pagina 42]

  

   I ragionamenti di Martov sulla rivoluzione russa e di Trotskij sulla posizione attuale della socialdemocrazia russa danno concrete conferme dell’erroneità delle loro idee fondamentali.

  

   Cominciamo dal boicottaggio: Martov chiama il boicottaggio “astensionismo politico”, sistema da “anarchici e sindacalisti”; e si deve tener presente che parla solo del 1906. Trotskij dice che “la tendenza boicottista attraversa tutta la storia del bolscevismo: boicottaggio dei sindacati, della Duma, dell’autoamministrazione locale, ecc.”, che essa è “il prodotto del timore settario di dissolversi nelle masse, la radicalizzazione del rigido astensionismo”, ecc. Riguardo al boicottaggio dei sindacati e dell’autoamministrazione locale Trotskij dice una grossa menzogna. Ed è ugualmente una menzogna che il boicottismo attraversi tutta la storia del bolscevismo; il bolscevismo si formò completamente, come tendenza, nella primavera e nell’estate del 1905, prima che sorgesse per la prima volta la questione del boicottaggio. Esso dichiarò nell’agosto del 1906, nell’organo ufficiale della frazione bolscevica, che le condizioni storiche che avevano suscitato la necessità del boicottaggio non esistevano più.

  

   Trotskij deforma il bolscevismo, perché non ha mai potuto formarsi idee più o meno precise sulla funzione del proletariato nella rivoluzione borghese russa.

  

   Ma è cosa assai peggiore travisare la  storia di questa rivoluzione. Se si deve parlare del boicottaggio, si deve cominciare dal principio e non dalla fine. La prima (e unica) vittoria nella rivoluzione è stata strappata da un movimento di massa che ebbe per parola d’ordine il boicottaggio. Solo ai liberali fa comodo dimenticarlo.

  

   La legge del 6 agosto 1905 voleva creare la Duma di Bulygin, organo consultivo. I liberali, anche quelli più a sinistra, decisero di prendervi parte. La socialdemocrazia decise a stragrande maggioranza (contro i menscevichi) di boicottare la Duma e di chiamare le masse a un attacco diretto contro lo zarismo, allo sciopero di massa e all’insurrezione. La questione

  

   [pagina 43]

  

del boicottaggio non fu quindi soltanto un problema interno della socialdemocrazia. Si trattò della lotta del liberalismo contro il proletariato. Tutta la stampa liberale di quel tempo mostra come i liberali temessero lo sviluppo della rivoluzione e come tutti i loro sforzi fossero volti a un “accordo” con lo zarismo […].

  

  

  

   Ancora una volta lo sviluppo delle frazioni della socialdemocrazia russa dopo la rivoluzione non si spiega attribuendolo all’”adattamento degli intellettuali al proletariato”; va invece attribuito ai cambiamenti dei rapporti fra le classi. La rivoluzione del 1905-1907 rese più acuto, rivelò, mise all’ordine del giorno l’antagonismo fra i contadini e la borghesia liberale sulla questione della forma del regime borghese in Russia. Il proletariato politicamente maturo non poteva non partecipare nel modo più energico a  questa lotta, e la lotta fra il bolscevismo e il menscevismo è stata il riflesso del suo atteggiamento nei confronti delle diverse classi della nuova società.

  

   Il triennio 1908-1910 è caratterizzato dalla vittoria della controrivoluzione, dalla restaurazione dell’autocrazia e dalla III Duma, dalla Duma dei centoneri e degli ottobristi. La lotta tra le classi borghesi per la forma del nuovo regime è uscita dal proscenio. Per il proletariato si è posto all’ordine del giorno il compito elementare di difendere il suo partito, il partito proletario, nemico sia della reazione che del liberalismo controrivoluzionario. Questo compito non è facile, appunto perché sul proletariato si è abbattuto tutto il peso delle persecuzioni economiche e politiche, tutto l’odio suscitato nei liberali dal fatto che la socialdemocrazia aveva strappato loro di mano la direzione della rivoluzione.

  

   La crisi del partito socialdemocratico è molto grave. Le organizzazioni sono disgregate. Molti vecchi dirigenti (specialmente intellettuali) sono stati arrestati. E’ già nato il nuovo tipo di operaio socialdemocratico che prende nelle sue mani gli affari del partito, ma egli dovrà superare straordinarie difficoltà. In tali condizioni il partito socialdemocratico perde

  

   [pagina 44]

  

molti “compagni di strada”. E’ naturale che nella rivoluzione borghese si unissero ai socialisti dei compagni di strada piccolo-borghesi. Oggi essi si staccano dal marxismo e dalla socialdemocrazia. Questo processo si è manifestato in ambedue le frazioni: fra i bolscevichi, sotto l’aspetto della tendenza “otzovista”, che apparve nella primavera del 1908, fu subito sconfitta alla conferenza di Mosca e, dopo una lunga lotta, è stata sconfessata dal centro ufficiale della frazione e ha costituito all’estero una frazione a sé, quella dei “vperiodisti”. La caratteristica del periodo di disgregazione si è manifestata nel fatto che in questa frazione si sono riuniti sia quei “machisti” che avevano introdotto nella loro piattaforma la lotta contro il marxismo (sotto l’insegna della difesa della “filosofia proletaria”), sia gli “ultimatisti”, questi “otzovisti” timidi, e i “socialdemocratici dei giorni della libertà”, i quali erano stati sedotti dalla “vivezza” delle parole d’ordine, le ripetevano a memoria, ma non capivano i principii del marxismo.

  

   Fra i menscevichi lo stesso processo di distacco dei “compagni di strada” piccolo-borghesi si espresse nella tendenza del liquidatorismo, che ha ora preso una forma pienamente determinata nella rivista del signor Potresov, Naša zarja, nel Vozrozdenie e nella Zizn,

  

   [Zizn (La vista), rivista legale dei menscevichi liquidatori, pubblicata a Mosca nell’agosto e nel settembre 1910.]

  

   nella posizione dei “16” e della “triade” (Michail, Roman e Jurij), al che si deve aggiungere che il Golos Sotsialdemokrata, pubblicato all’estero, ha assuntodi fatto la funzione di ausiliario dei liquidatori russi e di loro copertura diplomatica di fronte al pubblico del partito.

  

   Non avendo compreso il significato storico-economico di questa disgregazione nell’epoca della controrivoluzione, di questo distacco dal partito operaio socialdemocratico di elementi non socialdemocratici Trotskij parla ai lettori tedeschi della “disgregazionedi ambedue le frazioni, della “disgregazione del partito”, della “decomposizione” del partito.

  

   Questo è falso e con questa menzzogna Trotskij dimostra, in primo luogo, di non comprendere assolutamente il lato teo-

 

   [pagina 45]

 

rico della questione. Egli non ha assolutamente capito “perché la sessione plenaria definì sia il liquidatorismo che l’otzovismo manifestazioni d’influenza borghese sul proletariato”. Pensateci infatti: sono la disgregazione, la decomposizione del partito, o il suo rafforzamento e la sua epurazione, che si manifestano con il distacco delle tendenze condannate dal partito, espressioni dell’influenza borghese sul proletariato?

  

   In secondo luogo, con questa menzogna Trotskij dimostra praticamente di voler fare una “politica” reclamistica della sua frazione. Oggi, dopo che egli ha allontanato dalla Pravda il rappresentante del comitato centrale, non c’è nessuno che non veda che l’impresa di Trotskij è un tentativo di fondare una nuova frazione. Facendo la pubblicità alla sua frazione, Trotskij ha la sfacciataggine di raccontare ai tedeschi che il “partito” si disgrega, che ambedue le frazioni si disgregano, mentre lui, Trotskij, lui solo, salva tutto. Noi tutti vediamo ora infatti – e l’ultimissima risoluzione dei trotzkisti (a nome del circolo di Vienna, 26 novembre 1910) lo dimostra in modo particolarmente evidente – che Trotskij gode esclusivamente della fiducia dei liquidatori e dei “vperiodisti”.

  

   A qual punto di sfacciataggine arrivi inoltre Trotskij, svilendo il partito ed esaltando se stesso davanti ai tedeschi, lo dimostra, ad esempio, il seguente fatto. Egli scrive che le “masse operaie” in Russia considerano “il partito socialdemocratico come fuori [il corsivo è di Trotskij] del loro ambiente” e parla dei “socialdemocratici senza socialdemocrazia”.

  

   Come potrebbero il signor Potresov e i suoi amici non baciar Trotskij per queste parole?

  

   Queste parole però sono smentite non solo da tutta la storia della rivoluzione, ma anche dalle elezioni alla III Dume nella curia operaia.

  

   “Le frazioni menscevica e bolscevica – scrive Trotskij – si sono dimostrate, per la loro precedente formazione ideale e organizzativa, assolutamente incapaci” di lavorare nelle organizzazioni legali; lavoravano “singoli gruppi di socialdemo-

  

   [pagina 46]

  

cratici!

  

   Noi consideriamo ora Martov come uno dei capi del liquidatorismo, tanto più pericoloso quanto “più amabilmente” egli difende i liquidatori con parole pseudomarxiste. Ma Martov espone apertamente opinioni che hanno lasciato la loro impronta su intere tendenze del movimento operaio di massa dla 1903 al 1910. Trotskij invece rappresenta soltanto i suoi

  

   [pagina 47]

  

tentennamenti personali e null’altro. Nel 1903 egli era menscevico; si staccò dal menscevismo nel 1904; tornò ai menscevichi nel 1905 facendo unicamente sfoggio di frasi ultrarivoluzionarie; nel 1906 se ne allontanò di nuovo; alla fine del 1906 difendeva gli accordi elettorali con i cadetti (cioè, di fatto, era di nuovo con i menscevichi), ma nella primavera del 1907, al congresso di Londra, diceva che la differenza fra lui e Rosa Luxemburg era “piuttosto una differenza di sfumature individuali che di indirizzo politico”. Oggi Trotskij commette un plagio nei confronti del bagaglio ideologico di una delle due frazioni, domani nei confronti di quello dell’altra e perciò si dichiara al di sopra di esse. In teoria egli non è d’accordo in nulla coi liquidatori e con gli otzovisti ma in pratica è d’accordo in tutto con i seguaci del Golos e con i vperiodisti.

  

   Perciò, se Trotskij dice ai compagni tedeschi che egli rappresenta “la tendenza di tutto il partito”, devo dichiarare che Trotskij rappresenta solo la propria frazione e gode di una certa fiducia esclusivamente fra gli otzovisti e i liquidatori. Ecco i fatti i quali dimostrano che la mia dichiarazione è fondata. Nel gennaio del 1910 il Comitato centrale del nostro partito stabilì uno stretto legame con il giornale di Trotskij, la Pravda inviando un suo rappresentante nella redazione. In settembre l’organo centrale del partito pubblicò la notizia della rottura del rappresentante del Comitato centrale con Trotskij a causa della politica antipartito di quest’ultimo. A Copenhagen, Plechanov, come rappresentante dei menscevichi partitisti e delegato della redazione dell’organo centrale assieme con chi scrive queste righe, come rappresentante dei bolscevichi, e con un compagno polacco,

  

   [Cioè A. Varskij (A.S. Varšavskij).]

  

e levava una ferma protesta contro il modo con cui Trotskij presentava nella stampa tedesca i nostri affari di partito.

  

   Giudichino adesso i lettori se Trotskij rappresenta nella socialdemocrazia russa una tendenza che è quella “di tutto il partito” o che è invece “contro tutto il partito”.

  

   [pagina 48]

  

   Lettera al collegio russo del CC del POSDR

  

   [Scritta nel dicembre del 1910 il collegio russo del CC del POSDR era un organo composto di bolscevichi, menscevichi, socialdemocratici polacchi e lettoni e bundisti ed era noto anche come collegio del CC operante in Russia (esistette dal 1908 fino al 1910). Cfr. Lenin, Opere complete, v. 17.]

  

   Nellla vita all’estero del Partito operaio socialdemocratico di Russia si sono verificati in questi ultimissimi tempi fatti i quali attestano chiaramente che la “crisi di unificazione” del partito si approssima alla fine. Ritengo perciò mio dovere comunicarvi, a puro titolo di informazione quale importanza abbiano gli ultimi avvenimenti, quale debba essere (in base a tutto l’andamento delle cose) l’epilogo imminente e quale posizione occupino i bolscevichi ortodossi.

  

   Nel n. 23 del Golos Martov, nell’articolo Dove siamo giunti? si fa beffe della sessione plenaria, del fatto che il collegio russo del CC in un anno non s’è riunito una sola volta e che non è stato fatto nulla per attuare le decisioni prese. Egli “dimentica” di aggiungere, naturalmente, che è stato precisamente il gruppo liquidatore dei signori Potresov a sabotare il CC russo: il noto fatto del rifiuto di Michail, Romanov e Jurij e la loro dichiarazione che la stessa esistenza del CC sarebbe dannosa. Il CC in Russia è stato sabotato. Martov ne esulta. Che ne esultino pure i vperiodisti, non c’è neanche bisogno di dirlo (questa esultanza si avverte già nel n. 1 della raccolta del Vperiod) esultando, Martov si è troppo affrettato a chiaccherare. Nell’entusiasmo egli grida: “La loro

  

   [pagina 49]

  

legalità [quella dei bolscevichi o del “blocco bolscevico-polacco”] uccide”. Con ciò vuol dire che, grazie al sabotaggio del CC da parte dei liquidatori, una legale via d’uscita di partito dalla situazione che si è creata non esiste. E per i liquidatori, naturalmente, non c’è niente di più piacevole di una situazione in cui il partito non ha una via d’uscita.

  

   Martov si è troppo affrettato. I bolscevichi hanno ancora nelle loro mani un mezzo arcilegale appositamente previsto dalla sessione plenaria e pubblicato (a nome della sessione plenaria) nel n. 11 dell’organo centrale. Questo mezzo è la richiesta di restituzione del denaro, dato il palese mancato adempimento da parte dei sostenitori del Golos e dei vperiodisti, della condizione di sciogliere le frazioni e di lottare contro il liquidatorismo e l’otzovismo. Poiché è stato proprio a queste condizioni, chiaramente precisate, che i bolscevichi hanno consegnato il loro denaro al CC.

  

   E così il 5 dicembre (nuovo calendario) i bolscevichi, che alla sessione plenaria avevano sottoscritto le condizioni, hanno richiasto che venisse loro restituito il denaro. Legittimamente questa richiesta porterà alla convocazione della sessione plenaria. E se, dice la risoluzione della sessione plenaria, “non si riuscirà” (letteralmente!) a convocare la sessione plenaria nei tre mesi successivi al giorno della richiesta, verrà convocata una commissione di cinque membri del CC: tre fra i nazionali, un bolscevico e un menscevico.

  

   A questo punto i sostenitori del Golos si sono immediatamente traditi. Uno dei loro, Igor, membro dell’Ufficio estero del CC, cominciando a vederci chiaro nella politica dei liquidatori russi, ha dichiarato di essere contrario alla sessione plenaria. Egli, dice, è per la commissione. Qui la violazione della legalità da parte dei sostenitori del Golos è evidente, poiché la sessione plenaria si può convocare anche prima che siano trascorsi i tre mesi. Dopo la richiesta non si può nemmeno sollevare la questione della commissione.

  

   Il calcolo del liquidatore Igor, che rende un vero servigio ai traditori del partito, i signori Potresov e soci, è semplicis-

  

   [pagina 50]

  

simo: la sessione plenaria è sovrana e quindi la sua convocazione apre la possibilità di una via d’uscita da tutta la crisi del partito. La commissione invece non è sovrana, non ha alcun diritto, tranne quello di esaminare il reclamo (reclamo che verrà o meno soddisfatto dai tre tedeschi). Quindi, dopo aver sabotato il CC russo, i liquidatori (e i loro servi all’estero: i sostenitori del Golos) sabotano ora qualsiasi CC. Vedremo ancora se questo sabotaggio riuscirà loro. I polacchi in seno all’Ufficio estero del CC votano per la sessione plenaria. Ora tutto dipende dai lettoni e dai bundisti, che non hanno ancora risposto. Il nostro rappresentante nell’Ufficio

  

   [Il rappresentante dei bolscevichi era A.N. Semaško.]

  

ha presentato e distribuito una decisa protesta contro Igor (di cui, insieme alla dichiarazione di quest’ultimo, viene qui acclusa copia).

  

   La questione è ora chiara. La lotta per la sessione plenaria è lotta per la legalità, lotta per il partito. La lotta dei sostenitori del Golos contro la sessione plenaria è lotta contro una via d’uscita di partito dalla crisi, contro la legalità.

  

   Plechanov e i suoi amici, 

  

   [Ossia i cosiddetti menscevichi partitisti che in quel periodo collaborarono con i bolscevichi contro i liquidatori.]

  

che abbiamo informato di ogni passo, sono pienamente d’accordo con noi circa la necessità della sessione plenaria. Sono anch’essi per la sessione plenaria, il progetto di un nostro intervento comune in questo senso viene ora discusso, e nel prossimo futuro, o scenderemo in campo con una dichiarazione assieme coi plechanoviani, o apparirà un articolo sulla questione nell’organo centrale.

  

   Inoltre il 26 novembre (nuovo calendario) Trotskij ha fatto passare, nel cosiddetto club di partito viennese (circolo di trotzkisti, di emigrati: marionette nelle mani di Trotskij), una risoluzione che ha poi pubblicato anche in un foglio a parte. Ve lo accludo.

  

   Qui è stata dichiarata apertamente la guerra alla Rabocaja gazeta,

  

   [Rabocaja gazeta (giornale operaio), giornale popolare bolscevico pubblicato a Parigi tra il 1910 e il 1912.]

  

organo di stampa dei bolscevichi e dei plecha-

  

   [pagina 51]

  

noviani. Gli argomenti non sono nuovi. La dichiarazione, secondo cui oggi non esiste una “base di principio” per la lotta contro i sostenitori del Golos e i vperiodisti, è il nec plus ultra del comico e dell’ipocrisia. E’ a tutti noto che costoro non pensavano nemmeno di sciogliere le loro frazioni, che di fatto i seguaci del Golos appoggiano in tutto e per tutto i liquidatori, Potresov e soci, che i vperiodisti avevano organizzato (con mezzi di cui si conosce la provenienza) una scuola di frazione all’estero, nella quale si insegnava il machismo, si insegnava che l’otzovismo è una “sfumatura legittima” (letteralmente dalla loro piattaforma), ecc., ecc.

  

   L’invito di Trotskij a un lavoro “concorde” del partito con i sostenitori del Golos e i vperiodisti è un’ipocrisia ripugnante e una frase vuota. E’ a tutti noto che per un anno intero dopo la sessione plenaria costoro (col segreto appoggio di Trotskij) hanno lavorato “concordi” contro il partito. In realtà, per una nno intero hanno svolto insieme un lavoro di partito concorde solo i bolscevichi e i plechanoviani, e nell’organo centrale, e nella Rabocaja gazeta, e a Copenhagen, e nei giornali legali russi.

  

   Ma, se non sono nuove le sortite di Trotskij contro il blocco dei bolscevichi e dei plechanoviani, è nuova la conclusione della sua risoluzione: il club viennese (vale a dire Trotskij) ha organizzato “un fondo di tutto il partito per la preparazione e la convocazione di una conferenza del POSDR”.

  

   E questo è nuovo. E’ un passo verso la scissione. E’ un’aperta violazione della legalità del partito e l’inizio di un’avventura di Trotskij, che si romperà il collo. E’ evidente che si tratta di una scissione. Il passo di Trotskij, il “fondo” di Trotskij appoggiano esclusivamente i sostenitori del Golos e i vperiodisti. Di una partecipazione dei bolscevichi e dei plechanoviani non è neanche il caso di parlare. I liquidatori (del Golos) appoggiarono Trotskij già a Zurigo; ciò è comprensibile. E’ del tutto possibile e verosimile che Trotskij riecsa a impossessarsi dei “noti” “fondi” dei vperiodisti. Di conseguenza, voi lo capite, il carattere avventuristico della sua impresa non farà che accentuarsi

  

   [pagina 52]

  

   E’ chiaro che quest’impresa viola la legalità del partito, poiché del CC non si dice nemmeno una parola, e solo il Comitato centrale può convocare una conferenza. Ma non basta; Trotskij, che nell’agosto scacciava di sua testa il rappresentante del CC russo presso la Pravda, abbandonava così egli stesso ogni legalità, trasformando la Pravda da organo appoggiato da un rappresentante del CC in un organo puramente frazionistico.

  

   Conclusione: la questione si è delineata, la situazione si è chiarita. I vperiodisti hanno raccolto i “noti” “fondi” per la lotta contro il partito, per la difesa della “sfumatura legittima” (otzovismo). Nell’ultimo numero della Pravda (e nella sua relazione a Zurigo) Trotskij civetta a tutto spiano con i vperiodisti. I liquidatori in Russia hanno sabotato il CC russo. I liquidatori all’estero vogliono sabotare la sessione plenaria all’estero, cioè ogni CC. Giovandosi di questa “violazione della legalità”, Trotskij si appresta alla scissione organizzativa, creando il “suo” fondo per la “sua” conferenza.

  

   Le parti sono state distribuite. I sostenitori del Golos difendono Potresov e soci come “sfumatura legittima”. I vperiodisti difendono l’otzovismo come “sfumatura legittima”. Trotskij vuole difendere “in maniera popolare” gli uni e gli altri e convocare la sua conferenza (forse col denaro dei vperiodisti). Alleanza a tre (Potresov + Trotskij + Maksimov) contro l’alleanza a due (bolscevichi + plechanoviani). Lo schieramento è ultimato. La lotta è cominciata.

  

   Voi capite perché definisco il passo di Trotskij un’avventura. Esso è un’avventura in tutti i sensi.

  

   E’ un’avventura nel senso ideologico. Trotskij raggruppa tutti i nemici del marxismo, riunendo Potresov e Maksimov, che odiano il blocco “plechanoviano-leninista” (come essi amano esprimersi). Trotskij riunisce tutti coloroai quali è caro e fa piacere lo sfacelo ideologico; tutti coloro che non hanno niente a che vedere con la difesa del marxismo; tutti i filistei che non comprendono per che cosa si lotta e che non desiderano imparare, pensare, cercare di scoprire le radici ideologi-

  

   [pagina 53]

  

che del dissenso. In questi nostri tempi di scompiglio di sfacelo e di esitazioni, Trotskij può agevolmente essere l’”eroe di un’ora”, raccogliere attorno a sé tutto il bastardume. Ma il fallimentodi questo tentativo sarà tanto più grandioso quanto più apertamente sarà stato fatto.

  

   E’ un’avventura nel senso politico e di partito. Vi sono oggi tutti i segni che l’unificazione reale del partito socialdemocratico è possibile solo sul terreno di un sincero ed irrevocabile rifiuto del liquidatorismo e dell’otzovismo. E’ chiaro che Potresov (e i sostenitori del Golos) e i vperiodisti non hanno ripudiato né l’uno né l’altro. Trotskij li riunisce, ingannando fraudolentemente sé stesso, ingannando il partito, ingannando il proletariato. Di fatto Trotskij non conseguirà nient’altro che il rafforzamento dei gruppi antipartito di Potresov e Maksimov. Il fallimento di quest’avventura è inevitabile.

  

   Infine, è un’avventura organizzativa. Una conferenza col “fondo” di Trotskij e senza il CC è la scissione. L’iniziativa resti a Trotskij. La responsabilità ricada su di lui.

  

  

  

   Tre parole d’ordine esauriscono la sostanza dell’attuale situazione del partito:

  

   1) Rafforzamento e ogni sorta di appoggio all’unione e alla raccolta dei plechanoviani e dei bolscevichi per la difesa del marxismo, per la resistenza allo sfacelo ideologico, per la lotta contro il liquidatorismo e l’otzovismo.

  

   2) Lotta per la sessione plenaria: per una via d’uscita legale alla crisi del partito.

  

   3) Lotta contro l’avventura scissionistica e senza principii di Trotskij, che riunisce Potresov e Maksimov contro la socialdemocrazia.

  

   [pagina 54]

 

   La situazione nel partito

  

   [Dall’articolo con questo titolo pubblicato come estratto del Sotsialdemokrat nel gennaio 1911. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 17.]

  

   La questione della nostra crisi di partito viene di nuovo posta in primo piano dalla stampa socialdemocratica all’estero, provocando dicerie, malintesi e incertezze in vaste cerchie del partito. E’ perciò necessario che l’organo centrale del partito faccia piena luce su questa questione. L’articolo di Martov nel n. 23 del Golos e l’intervento di Trotskij, cui è stata data la forma di volantino a sé e in cui viene pubblicata la “risoluzione” del “club viennese” del 26 novembre 1910, pongono davanti ai lettori la questione della crisi, travisando completamente la sostanza della cosa.

  

   Dietro l’articolo di Martov e la risoluzione di Trotskij si celano altresì determinati atti pratici, diretti contro il partito. L’articolo di Martov non è che la forma letteraria con cui viene rivestita la campagna intrapresa dai sostenitori del Golos per sabotare il CC del nostro partito. La risoluzione di Trotskij, che invita le organizzazioni locali a preparare una “conferenza di tutto il partito” all’insaputa del CC e contro di esso, è l’espressione di ciò che costituisce lo scopo dei sostenitori del Golos: distruggere gli organismi centrali, invisi ai liquidatori, e, insieme ad essi, anche il partito come organizzazione. Non è sufficiente smascherarli questi atti antipartito, contro di essi bisogna lottare. I compagni che hanno a cuore il partito

  

   [pagina 55]

  

e l’opera volta a farlo rinascere devono pronunciarsi nel modo più risoluto contro tutti coloro che, per considerazioni e interessi meramente di frazione e di circolo, mirano a distruggere il partito. […]

  

  

  

   L’intervento di Trotskij, pur non avendo esteriormente niente a che vedere con l’irrisione martoviana degli insuccessi del partito, col sabotaggio del CC da parte di quelli del Golos, è di fatto associato all’una e all’altro da un legame indissolubile, da un legame d’”interesse”. Molti nel partito non comprendono ancora in che cosa consista questo legame. La risoluzione viennese del 26 novembre li aiuterà probabilmente a capire il fondo della questione.

  

   La risoluzione si compone di tre parti: 1) di una dichiarazione di guerra alla Rabocaja gazeta (appello ad “opporle una decisa resistenza”, come alle “nuove imprese frazionistiche di circolo”, secondo l’espressione di Trotskij); 2) diuna polemica contro la linea del “blocco” plechanoviano-bolscevico; 3) della proclamazione che l’”assemblea del club viennese [cioè Trotskij e il suo circolo] delibera di organizzare un fondo di tutto il partito per la preparazione e la convocazione di una conferenza del POSDR”.

  

   Non ci soffermeremo affatto sulla prima parte. Trotskij ha perfettamente ragione quando dice che la Rabocaja gazeta è un’”impresa privata” e che “non è autorizzata a parlare a nome del partito nel suo complesso”.

  

   Trotskij ha torto, però, di dimenticare che nemmeno lui e la sua Pravda ne sono autorizzati. Ha torto di eludere col silenzio – dicendo solo che la sessione plenaria ha riconosciuto utile il lavoro della Pravda – il fatto che la sessione plenaria ha designato un rappresentante del CC a far parte della redazione della Pravda. Il tacerlo, quando si fa menzione delle decisioni della sessione plenaria relativamente alla Pravda, non si può definire altrimenti che un inganno agli operai. E questo inganno è tanto più voluto in quanto nell’agosto

  

   [pagina 56]

  

Trotskij ha allontanato dalla Pravda il rappresentante del CC. Dopo quest’avvenimento, dopo la rottura dei rapporti tra la Pravda e il CC, il giornale di Trotskij altro non è che un’”impresa privata”, che per di più non ha saputo adempiere gli obblighi che si era assunti. Finché non si sarà nuovamente riunito il CC, nessuno, tranne il rappresentante del CC, che è stato designato dalla sessione plenaria e che ha dichiarato antipartito la condotta di Trotskij, potrà giudicare l’atteggiamento della Pravda verso il CC.

  

   Ecco che cosa scaturisce dalla questione, così opportunamente sollevata da Trotskij, di sapere chi “sia autorizzato a parlare a nome del partito nel suo complesso”.

  

   Ma c’è di più. Nella misura in cui (e finché) il CC estero viene sabotato dai sostenitori del Golos, l’unico organismo autorizzato a “parlare a nome del partito nel suo complesso” resta l’organo centrale.

  

   E a nome del partito nel suo complesso noi dichiariamo perciò che Trotskij conduce una politica antipartito; che egli infrange la legalità del partito, imbocca la via dell’avventura e della scissione quando nella sua risoluzione, senza dire una parola del CC (come se si fosse già accordato coi sostenitori del Golos per toglierlo di mezzo!), a nome di un gruppo estero proclama l’”organizzazione di un fondo per la convocazione di una conferenza del POSDR”. Se gli sforzi dei liquidatori per togliere di mezzo il CC fossero coronati da successo, allora noi, come unico organismo autorizzato a parlare a nome del partito nel suo complesso, proclameremmo immediatamente che non parteciperemo minimamente al “fondò e all’impresa di Trotskij e che considereremo di tutto il partito solo una conferenza convocata dall’organo centrale, e non dal circolo di Trotskij.

  

   [Che sia effettivamente necessaria al più presto possibile una conferenza di tutto il partito convocata da CC è cosa su cui non può esservi disaccordo (n.d.a.).]

  

   Ma, finché la questione del sabotaggio del CC non sarà

  

   [pagina 56]

  

stata definitivamente decisa dagli eventi, v’è motivo di sperare in un esito di partito pienamente legale.

  

   Chiamando i membri del partito a lottare risolutamente per questo esito legale di partito, passeremo a chiarire le “basi di principio” del dissenso, che i sostenitori del Golos e Trotskij si affrettano ad approfondire sino alla scissione: i primi sabotando il CC, i secondi ignorando quest’ultimo e “organizzando un fondo” per la convocazione di una “conferenza del POSDR” (pochi scherzi!) da parte del circolo di Trotskij.

  

   Nella sua risoluzione Trotskij scrive che la lotta combattuta da “leninisti e plechanoviani” (con questa sostituzione delle persone alle correnti del bolscevismo e del menscevismo partitista Trotskij vuole esprimere il suo disprezzo, ma esprime soltanto la sua incapacità di capire) “è attualmente priva di qualsiasi base di principio”.

  

   Ebbene, proprio al chiarimento di queste basi di principio l’organo centrale chiama i socialdemocratici di tutta la Russia: affronteremo proprio quest’interessante questione, finché sarà in corso la “non interessante” lotta per la convocazione della sessione plenaria!

  

   Trascriviamo integralmente i motivi per cui Trotskij proclama priva di qualsiasi base di principio la lotta dell’organo centrale:

  

   “… Fra tutte [il corsivo è di Trotskij] le correnti del partito si è saldamente radicata la convinzione che è necessario ricostruire l’organizzazione illegale, unificare il lavoro legale e illegale, attuare una tattica socialdemocratica coerente, e queste direttive fondamentali sono state unanimemente tracciate dall’ultima sessione plenaria.

  

   “La difficoltà consiste ora, a un anno dalla sessione plenaria, non nel proclamare queste verità ma nel tradurle in atto. E la via che porta a questo è il concorde lavoro in comune di tutte le parti del partito: “Golos”, “plechanoviani”, “vperiodisti” elementi non frazionisti, poiché il partito è ormai spiritualmente uscito dal periodo dell’infanzia, e per tutti i suoi membri è tempo di prendere coscienza di sé e di

  

   [pagina 58]

  

agire in qualità di socialdemocratici rivoluzionari, di patrioti del proprio partito, senza ulteriori denominazioni frazionistiche. E questa collaborazione deve effettuarsi nel quadro di tutto il partito, e non attorno ad organi di frazione”.

  

   Ecco un esempio di come le buone parole vengono degradate a vuota frase, mascherando la più grande menzogna, il più grande inganno sia degli stessi che si inebriano di frasi, sia di tutto il partito.

  

   Perché è appunto un’aperta e flagrante menzogna affermare che fra tutte le correnti del partito si sia saldamente radicata la convinzione che sia necessario ricostituire l’organizzazione illegale. Ogni numero del Golos attesta che i suoi sostenitori considerano il gruppo del signor Potresov e soci una corrente del partito e che essi non solo lo “considerano” tale, ma prendono anche sistematicamente parte al suo “lavoro”. Non è ridicolo, non è vergognoso, oggi, a un anno dalla sessione plenaria, giocare a rimpiattino, ingannare sé stessi e gli operai, cavarsela con scappatoie verbali, quando si tratta di “attuazione” e non di frasi?

  

   Sì o no? Considera o no Trotskij il signor Potresov e soci, chiaramente nominati nell’organo centrale, “una corrente del partito”? Questo è appunto il problema dell’”attuazione” delle decisioni della sessione plenaria, ed è già un anno che l’organo centrale ha posto questo problema chiaramente, recisamente, inequivocabilmente, in maniera tale che non siano possibili scappatoie di sorta!

  

   Trotskij cerca ancora una volta di cavarsela col silenzio o con la frase vuota, perché ha bisogno di nascondere ai lettori e al partito la verità, e cioè che i gruppi del signor Potresov, dei 16, ecc. sono assolutamente indipendenti dal partito, sono completamente isolati come frazione, e non solo non ricostituiscono l’organizzazione illegale, ma ne sabotano la ricostituzione, non atuano nessuna tattica socialdemocratica. Trotskij ha bisogno di nascondere al partito la verità: i sostenitori del Golos rappresentano una frazione estera, altrettanto isolata dal partito e che è di fatto al servizio dei liquidatori russi.

  

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   E i “vperiodisti”? Trotskij sa perfettamente che anche essi, dopo la sessione plenaria, hanno rafforzato e sviluppato la loro frazione con fondi non del partito, con una propria scuola di frazione, dove non si insegna affatto “una tattica socialdemocratica coerente”, ma si dice che “l’otzovismo è una sfumatura legittima”; dove si insegnano concezioni otzovistiche sulla funzione della III Duma, concezioni espresse nella piattaforma frazionistica del Vperiod.

  

   Trotskij tace quest’incontestabile verità perché  per gli scopi reali della sua politica la verità è insopportabile. E gli scopi reali si chiariscono sempre più e diventano evidenti anche per i membri del partito meno lungimiranti. Questi scopi reali sono il blocco antipartito tra i Potresov e i vperiodisti, blocco che Trotskij appoggia e organizza. L’approvazione delle risoluzioni di Trotskij (del genere di quella “viennese”) da parte dei vperiodisti, il civettare della Pravda con costoro, le chiacchere della Pravda secondo cui in Russia, alla base, opererebbero solo i vperiodisti e i trotskisti, la pubblicità della Pravda alla scuola di frazione dei vperiodisti, il diretto appoggio di Trotskij a questa scuola, tutti qquesti sono fatti che è impossibile nascondere a lungo. La verità è come l’olio: viene sempre a galla.

  

   Il contenuto dell politica di Trotskij è il “lavoro concorde” della Pravda con le frazioni dei signori Potresov e dei vperiodisti. In questo blocco le parti sono state chiaramente distrubuite: i signori Potresov continuano, al di fuori del partito, il loro lavoro legalitario, la loro demolizione della socialdemocrazia; “quelli del Golos” rappresentano la sezione estera di questa frazione, mentre Trotskij si assume la parte dell’avvocato che assicura al pubblico ingenuo che “fra tutte le correnti del partito si è saldamente radicata” “una tattica socialdemocratica coerente”. I vperiodisti accolgono quest’avvocato, che difende la libertà della loro scuola di frazione, dissimula la loro politica con frasi ipocrite, trite e ritrite. Il blocco appoggia naturalmente il “fondo” di Trotskij e la conferenza antipartito da lui convocata, perché sia i signori Potresov sia

  

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i vperiodisti ottengono ciò che loro occorre: la libertà della loro frazioni, la loro consacrazione, la dissimulazione della loro attività, la difesa avvocatesca di quest’ultima davanti agli operai.

  

   Ed ecco che,  proprio dal punto di vista delle “basi di principio”, non possiamo non definire questo blocco come avventurismo nel senso più preciso della parola. Trotskij non osa dire che vede i veri marxisti, e veri difensori della fedeltà ai principii della socialdemocrazia in Potresov, negli otzovisti. Proprio nel fatto che gli tocca permanentemente sgusciare sta la sostanza della posizione dell’avventuriero. Poiché tutti, nessuno escluso, vedono e sanno che i signori Potresov e gli otzovisti hanno sempre una propria linea (la linea antisocialdemocratica) e la attuano, mentre i diplomatici del Golos e del Vperiod servono solo di copertura.

  

   Il motivo più profondo per cui il nuovo blocco è condannato al fallimento, per quanto possa esser grande il suo successo davanti agli elementi filistei, per quanti “fondi” possa raccogliere Trotskij con l’aiuto delle “fonti” vperiodiste e potresoviane, sta nel fatto che questo blocco è senza principii. La teoria del marxismo, le “basi di principio” di tutta la nostra concezione del mondo, di tutto il nostro programma e di tutta la nostra tattica di partito hanno assunto non per caso ma inevitabilmente, un posto di primo piano nella vita del nostro partito. Non per caso, inevitabilmente, dopo l’insuccesso della rivoluzione, in tutte le classi della società, tra le più larghe masse popolari, si è destato nuovo interesse per le basi profonde ditutta la concezione del mondo, comprese le questioni religiose e filosofiche, compresi i principii della nostra dottrina, della dottrina marxista nel suo complesso. Non per caso, ma inevitabilmente, le masse, attratte dalla rivoluzione a un’aspra lotta per le questioni tattiche, vogliono, in un periodo in cui mancano azioni aperte, acquisire cognizioni teoriche generali. I principii del marxismo devono essere di nuovo spiegati a queste masse, la difesa della teoria del marxismo si pone  di nuovo all’ordine del giorno. Se Trotskij

  

   [pagina 61]

  

proclama “politicamente privo di senso” e “inconsistente” l’avvicinamento tra menscevichi partitisti e bolscevichi, ciò attesta soltanto la profondità della sua ignoranza, rivela soltanto la sua completa vacuità. Proprio i principii del marxismo hanno trionfato nella lotta dei bolscevichi contro le idee non socialdemocratiche “vperiodiste”, nella lotta dei menscevichi partitisti contro i signori Potresov e i sostenitori del Golos. Proprio questo avvicinamento nella questione dei principii del marxismo è stato la base reale del lavoro veramente concorde dei menscevichi partitisti coi bolscevichi per un anno intero dopo la sessione plenaria. Si tratta di un fatto, e non di parole, di promesse, di “risoluzioni benevole”. E quali che siano le divergenze tra menscevismo e bolscevismo nel passato e in futuro (solo degli avventurieri sono capaci di allettare la folla con promesse circa la scomparsa delle divergenze, la loro “liquidazione” con questa o quella risoluzione), questo fatto storico non si può cancellare. Solo lo sviluppo interno delle stesse frazioni più importanti, solo la loro evoluzione ideale può essere il pegno della eliminazione di fatto delle frazioni, mediante il loro avvicinamento, mediante la loro messa alla prova in un lavoro comune. E questo è cominciato dopo la sessione plenaria. Il lavoro concorde di Potresov con i vperiodisti e con Trotskij non l’abbiamo ancora visto; abbiamo visto soltanto la diplomazia di circolo, il giuoco con le parole, la solidarietà nelle scappatoie. Il lavoro concorde dei menscevichi partitisti coi bolscevichi il partito l’ha visto per un anno, e chiunque sia capace di apprezzare il marxismo, chiunque abbia a cuore le “basi di principio” della socialdemocrazia non dubiterà un solo istante che i nove decimi degli operai di entrambe le frazioni saranno per questo avvicinamento.

  

   Il blocco di Trotskij con Potresov e i vperiodisti è un’avventura proprio dal punto di vista delle “basi di principio”. Ciò non è meno vero dal punto di vista dei compiti politici di partito, compiti che sono stati effettivamnete indicati dalla sessione plenaria all’unanimità, ma che non si riducono affatto alla frase banale: unificare il lavoro legale e illegale (anche i

  

   [pagina 62]

  

cadetti, infatti, “unificano” la legale Rec e il CC “cadetto” illegale) che Trotskij sceglie appositamente per far piacere ai signori Potresov e ai vperiodisti, i quali non hanno niente contro le frasi vuote e le banalità.

  

   “La situazione storica del movimento socialdemocratico in un periodo di controrivoluzione – dice la risoluzione della sessione plenaria – genera inevitabilmente, come manifestazione dell’influenza borghese sul proletariato, da un lato, la negazione del partito socialdemocratico illegale, la degradazione della sua funzione e importanza, i tentativi di restringere i compiti programmatici e tattici e le parole d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria, ecc., e, dall’altro lato, la negazione del lavoro dei socialdemocratici alla Duma e l’utilizzazione delle possibilità legali, l’incapacità di capire tanto l’una che l’altra, l’incapacità di adattare la tattica socialdemocratica rivoluzionaria alle condizioni storiche particolari del momento attuale ecc.

  

   Dopo un’anno di esperienza non si può sfuggire dal dare una risposta diretta alla questione della reale importanza di queste indicazioni. Non si può dimenticare che alla sessione plenaria tutti i nazionali (ai quali si è associato allora Trotskij, che si associa perennemente a qualsiasi maggioranza di qualsiasi momento) hanno dichiarato per iscritto che “sarebbe sostanzialmente desiderabile chiamare liquidatorismo la corrente indicata nella risoluzione, contro la quale è necessario lottare”.

  

   Un anno di esperienza dopo la sessione plenaria ha mostrato nei fatti che proprio i gruppi di Potresov, proprio la frazione dei vperiodisti incarnano questa influenza borghese sul proletariato. L’illusione di questo fatto evidente è appunto avventurismo, perché nessuno si è ancora deciso a dire apertamente che quella dei Potresov e soci non è una linea del liquidatorismo, che il riconoscimento dell’otzovismo come “sfumatura legittima” corrisponde alla linea del partito. L’anno che ci separa dalla sessione plenaria non è per noi trascorso invano. La nostra esperienza si è arricchita. Abbiamo visto

  

   [pagina 63]

  

effettivamente il manifestarsi delle tendenze allora osservate. Abbiamo visto le frazioni che hanno incarnato queste tendenze, e con parole sul “lavoro concorde” di queste frazioni antipartito in un preteso spirito “di partito” non si possono oggi più ingannare strati di operai più o meno larghi.

  

   In terzo e ultimo luogo, la politica di Trotskij è un’avventura in senso organizzativo, giacché, come abbiamo già rilevato, essa infrange la legalità di partito e, organizzando una conferenza a nome di un solo gruppo estero (o a nome del blocco di due frazioni antipartito, i sostenitori del Golos e i vperiodisti),  imbocca direttamente la via della scissione. Autorizzati a parlare a nome del partito nel suo complesso, noi abbiamo il dovere di difendere sino in fondo la legalità di partito. Ma non vogliamo assolutamente che i membri del partito, per essere ligi alle forme della “legalità”, perdano di vista la sostanza della cosa. Al contrario, proprio sulla sostanza della cosa, che si riduce al blocco del Golos e dei vperiodisti, il quale salvaguarda la completa libertà dell’attività liquidatrice svolta dai signori Potresov, noi richiamiamo soprattutto l’attenzione dei socialdemocratici.

  

   Noi chiamiamo tutti i socialdemocratici a una lotta risoluta per la legalità di partito, alla lotta contro il blocco antipartito in nome delle basi di principio del marxismo e dell’epurazione della socialdemocrazia dal liberalismo e dall’anarchia.

  

   [pagina 64]

  

   Rossore di vergogna di Iuduška Trotskij

  

   [Scritto all’inizio del 1911. Trotskij venne detto Iuduška dal nome di Iuduška Golovlëv, personaggio dei Signori Golovlëv di Saltykov-Scedrin, che incarna la più abietta ipocrisia. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 17.]

  

   Alla sessione plenaria Iuduška Trotskij si faceva in quattro per combattere il liquidatorismo e l’otzovismo. Giurava e spergiurava di essere partitista. Ricevette un sussidio.

  

   Dopo la sessione plenaria il CC si è indebolito, i vperiodisti si sono rafforzati: si sono provveduti di denaro. Si sono consolidati i liquidatori, che nella Naša zarja, davanti a Stolypin, hano sputato in faccia al partito illegale.

  

   Iuduška ha allontanato dalla Pravda il rappresentante del CC e s’è messo a scrivere nel Vorwärts degli articoli liquidatori. Nonostante una precisa decisione della commissione per le scuole, nominata dalla sessione plenaria, che ha stabilito che nessun insegnante del partitodoveva andare alla scuola di frazione dei vperiodisti, Iuduška Trotskij c’è andato e ha esaminato insieme a costoro un piano di lezioni. Questo piano è stato ora pubblicato in volantino dal gruppo Vperiod.

  

   E questo Iuduška si batte il petto e proclama con alte grida il suo partitismo, assicurando che non ha affatto strisciato davanti ai vperiodisti e ai liquidatori.

  

   Questo il rossore di vergogna di Iuduška Trotskij.

  

   [pagina 65]

  

   Dal campo del partito “operaio” di Stolypin

  

   [Pubblicato nel Sotsialdemokrat, 1911, n. 23. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 17.]

  

   La corrispondenza del compagno K.

  

   [In questa corrispondenza (pubblicata nel n. 23, 1911 del Sotsialdemokrat) si comunicava che un menscevico di Pietroburgo aveva proposto di sostituire il partito con dei “gruppi d’iniziativa” per un’attività educativa legale.]

  

merita di essere considerata con la massima attenzione da tutti coloro che hanno caroil nostro partito. E’ difficile figurarsi un migliore smascheramento della politica dei sostenitori del Golos (e della loro diplomazia), una migliore confutazione delle concezioni e delle speranze dei nostri “pacificatori e conciliatori”.

  

   E’ un’eccezione il caso descritto dal compagno K.? No, è il caso tipico dei militanti del partito operaio di Stolypin, perché sappiamo benissimo che parecchi Letterati della Naša zarja, del Delo zizni,

 

   [Delo zizni (La causa della vita), rivista legale dei menscevichi liquidatori, pubblicata a Pietroburgo nel 1911.]

 

ecc. e non da un solo anno, diffondono sistematicamente proprio queste idee liquidatrici. Non sempre i liquidatori capitano tra operai fedeli al partito, rarissimamente il partito riceve, sui loro vergognosi interventi, le informazioni precise di cui dobbiamo essere grati al compagno K., ma la predicazione del gruppo dei legalitari indipendenti viene sempre e dappertutto svolta proprio in tale spirito. Impossibile dubitare di questo fatto, una volta che si abbiano sotto gli occhi riviste del tipo della Naša zarja e del Delo zizni.

  

   [pagina 66]

  

   Solo dei difensori particolarmente pusillanimi e particolarmente abietti hanno interesse ad occultarlo.

  

   Confrontate con esso i metodi impiegati da gente del tipo di Trotskij, la quale grida che vuole la “conciliazione” e si dichiara nemica del liquidatorismo. Gridare con una certa forza di non essere “né bolscevichi, né menscevichi, ma socialdemocratici rivoluzionari”, giurare e apergiurare di essere nemici del liquidatorismo, di difendere a spada tratta il POSDR illegale, inveire a più non posso contro coloro che smascherano i liquidatori signori Potresov e soci, dire che gli antiliquidatori “gonfiano” la questione, non dire una parola contro i ben noti liquidatori signori Potresov, Martov, Levitskij, Dan, Larin, ecc.: questi metodi sono conosciuti fin troppo bene.

  

   Il reale significato di simili metodi è evidente. La vuota frase serve a coprire i veri liquidatori e a imbastire ogni sorta di tentativi per intralciare il lavoro degli antiliquidatori. Una politica del tutto simile veniva seguita da quelli del Rabocee Delo,

  

   [Rabocee Delo (La causa operaia), rivista dei cosiddetti economisti, pubblicata a Ginevra dal 1899 al 1902.]

  

noti nella storia del POSDR per la loro mancanza di principii: essi giuravano e spergiuravano di non essere economisti, di essere in tutto e per tutto per la lotta politica, ma di fatto coprivano la Rabocaja mysl

  

   [Rabocaja mysl (Il pensiero operaio), giornale degli “economisti”, pubblicato prima in Russia e poi all’estero dal 1897 al 1902.]

  

e gli economisti, orientando tutta la loro lotta contro coloro che li smascheravano e confutavano.

  

   E’ chiaro quindi che Trotskij e i “trotskisti e i conciliatori” a lui simili sono più dannosi di qualsiasi liquidatore, poiché i liquidatori convinti espongono apertamente le loro concezioni, e gli operai possono agevolmente comprendere la loro erroneità, mentre i signori Trotskij ingannano gli operai, dissimulano il male, fanno sì che sia impossibile scoprirlo e guarirne. Chiunque appoggi il gruppetto di Trotskij appoggia la politica della menzogna e dell’inganno degli operai, la politica della dissimulazione del liquidatorismo. Completa libertà

  

   [pagina 67]

  

d’azione per il signor Potresov e soci in Russia, occultamento delle loro azioni con la vuota frase “rivoluzionaria” all’estero: ecco la sostanza della politica del “trotskismo”.

  

   E’ chiaro quindi che qualsiasi “conciliazione” con i sostenitori del Golos che eludesse la questione del centro liquidatore in Russia, cioè dei militanti della Naša zarja e del Delo zizni, altro non sarebbe che una continuazione dello stesso inganno degli operai, dello stesso occultamento del male. I sostenitori del Golos hanno pienamente dimostrato sin dal tempo della sessione plenaria del gennaio 1910 che possono “firmare” qualsiasi risoluzione senza che questo “limiti” minimamente la “libertà” della loro azione liquidatrice. All’estero si firmano risoluzioni le quali affermano che qualsiasi degradazione dell’importanza del partito illegale è una manifestazione dell’influenza borghese sul proletariato, mentre in Russia si aiutano i signori Potresov, Larin, Levitskij, che non solo non prendono parte al lavoro illegale, ma se ne fanno beffe e demoliscono il partito illegale.

  

   Oggi Trotskij, assieme coi bundisti del tipo del signor Liber (liquidatore estremista, che ha difeso il signor Potresov in pubbliche conferenze e che adesso, per nascondere questo fatto, fomenta intrighi e litigi), assieme coi lettoni del tipo di Schwarz, ecc., va precisamente architettando un simile “accordo” coi sostenitori del Golos. Nessuno dunque s’inganni a questo riguardo: illoro accordo sarà un accordo per coprire i liquidatori.

 

  

   P.S. Queste righe sono state già composte quando è apparsa sulla stampa la notizia di un “accordo” tra i sostenitori del Golos, Trotskij, il bundista e il liquidatore lettone. Le nostre parole sono state pienamente confermate: si tratta di un accordo per coprire i liquidatori in Russia, di un accordo tra i tirapiedi del signor Potresov e soci.

  

 

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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