di Lenin vs Trotskji -Interventi al CC del POSDR -Rapporto sulla guerra e sulla pace – Discorso di chiusura del dibattito sulla guerra e sulla pace – Sugli emendamenti di Trotskij alla risoluzione sulla guerra e sulla pace

 

Immagine

Interventi al CC del POSDR

Rapporto sulla guerra e sulla pace

Discorso di chiusura del dibattito sulla guerra e sulla pace

Sugli emendamenti di Trotskij alla risoluzione sulla guerra e sulla pace


Interventi al CC del POSDR

  

   [Dai verbali della seduta del CC del POSDR del 24 febbraio 1918. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 27.]

   1  Nei successivi interventi L.D. Trotskij dichiara che a Brest bisognerà soltanto firmare la pace e non ci sarà bisogno di A.A. Ioffe, poiché nella risposta dei tedeschi c’è la formulazione delle questioni più importanti.

Lenin ritiene che egli abbia torto, poiché indubbiamente al momento della firma del trattato occorrono degli specialisti, e noi non ne abbiamo, se non altro per il trattato commerciale. Sarebbe potuto andare Krasin, ma è partito per Stoccolma dove si tratterrà qualche tempo. Noi firmiamo il trattato a denti stretti, cosa che la delegazione dichiarerà, ma non conosciamo la situazione, non sappiamo che cosa potrà succedere al momento in cui la delegazione arriverà a Brest, e perciò Ioffe, come esperto, è necessario. In generale, bisogna tener presente che noi diamo alla delegazione l’incarico di iniziare le trattative, purché ve ne sia la minima possibilità.

 In seguito il CC discute le dimissioni presentate da Trotskij dall’incarico di commissario del popolo per gli affari esteri.Lenin afferma che ciò è inaccettabile, che un cambiamento di politica è la crisi. Un questionario sulla politica è stato inviato nelle province, e un po’ di polemica non è affatto dannosa. Avanza una proposta pratica: il CC prega il compagno Trotskij di rinviare le sue dimissioni alla successiva seduta del CC, fino a martedì. (Emendamento: fino al ritorno della delegazione da Brest).

  Lenin propone di mettere ai voti la seguente dichiarazione: il CC, non ritenendo possibile accettare in questo momento le dimissioni del compagno Trotskij, gli chiede di rinviare questa sua decisione fino al ritorno della delegazione da Brest o fino a un cambiamento della situazione di fatto. Approvato con tre astensioni.

    Dopo l’approvazione di questa proposta L.D. Trotskij dichiara che “ha presentato le sue dimissioni, che esse non sono state accettate e che perciò egli è costretto a evitare di comparire nelle istituzioni ufficiali”.

   Lenin propone di votare: il CC, udita la dichiarazione del compagno Trotskij, pur accettando pienamente che il compagno Trotskij resti assente dal consiglio dei commissari del popolo allorché si prendono decisioni di politica estera, chiede al compagno Trotskij di non assentarsi per le altre decisioni.

  

   Approvato.

  

  Rapporto sulla guerra e sulla pace

[Dal rapporto presentato al VII Congresso del Partito comunista (bolscevico) della Russia (marzo 1918). Cfr. Lenin, Opere complete, v. 27.]

Qui bisogna sapere ritirarsi. Non si può nascondere sotto una vuota frase la realtà, incredibilmente triste e amara; bisogna dire: voglia Iddio che ci si possa ritirare con un certo ordine, guadagnare anche il più piccolo intervallo di tempo, affinché la parte malata del nostro organismo si possa almeno un poco ristabilire. L’organismo nel suo complesso è sano: supererà la malattia. Ma non si può pretendere che la superi di colpo, da un momento all’altro, non si può arrestare un esercito in fuga. Quando ho detto a un nostro giovane amico, che voleva essere di sinistra: compagno, andate al fronte, guardate che cosa succede nell’esercito, la cosa fu presa come una proposta offensiva: “ci vogliono deportare, in modo che non possiamo agitare qui i grandi principi della guerra rivoluzionaria”. Proponendo questo, non intendevo, per la verità, mandare gli uomini della frazione avversaria alla deportazione: era semplicemente la proposta di andare a vedere la fuga irresistibile iniziata dall’esercito. No lo sapevamo anche prima, anche prima non si potevano chiudere gli occhi dinanzi al fatto che al fronte la disgregazione era giunta al punto da dar luogo a episodi inauditi, come la vendita di nostri cannoni ai tedeschi per pochi soldi. Noi questo lo sapevamo, come sappiamo che non è possibile trattenere l’esercito, e che la pretesa

che i tedeschi non avrebbero attaccato era una colossale avventura. Se la rivoluzione europea tarda a nascere, ci attendono durissime sconfitte, perché non abbiamo esercito, perché non abbiamo organizzazione, e perché non possiamo risolvere subito questi due problemi. Se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario, ma un chiaccherone; e se propongo di andare avanti così, non è perché questo mi piaccia, ma perché non c’è altra via, perché la storia non è stata così piacevole da far maturare la rivoluzione dappertutto allo stesso tempo.

  

   Le cose stanno così: la guerra civile è cominciata come un tentativo di scontro con l’imperialismo e ha dimostrato che l’imperialismo  è completamente marcio e che gli elementi proletari si sollevano in ogni esercito. Sì, noi vedremo la rivoluzione mondiale, ma per ora è solo una magnifica favola, una bellissimafavola; comprendo benissimo che ai bambini piacciono le belle favole, ma mi domando: è dato a un rivoluzionario serio credere nelle favole? In ogni favola vi sono elementi di realtà; se raccontaste ai bambini una favola in cui il gallo e il gatto non parlano una lingua umana, non suscitereste il loro interesse. Allo stesso modo, se dite al popolo che la guerra civile in Germania scoppierà, e al tempo stesso gli assicurate che, invece di un conflitto con l’imperialismo, avverrà sui campi di battaglia la rivoluzione internazionale, il popolo dirà che l’ingannate. Così voi solo nel vostro pensiero, nei vostri desideri superate le difficoltà che la storia ha fatto sorgere. Ottima cosa è se il proletariato tedesco sarà in condizione di insorgere. Ma voi l’avete già calcolato, avete scoperto uno strumento capace di indicare in anticipo il giorno preciso in cui nascerà la rivoluzione tedesca? No, questo non lo sapete, e nemmeno noi lo sappiamo. Voi puntate tutto su una carta. Se la rivoluzione nasce, tutto è salvo. Certamente! Ma se essa non si presenterà come noi desideriamo, se non vincerà domani, che faremo allora? Allora le masse vi diranno: vi siete comportati come avventurieri, avete puntato su un corso favorevole degli avvenimenti che non si è realizzato, non siete

  

stati all’altezza della situazione che si è venuta a creare, invece della rivoluzione internazionale, la quale inevitabilmente verrà, ma che oggi non è ancora matura. E’ cominciato un periodo di durissime sconfitte inferte dall’imperialismo armato fino ai denti a un paese che ha smobilitato il suo esercito, che ha dovuto smobilitare. Ciò che avevo predetto si è completamente realizzato: invece della pace di Brest, per colpa di coloro che non hanno voluto accettarla, abbiamo ottenuto una pace molto più umiliante. Noi sapevamo che per colpa dell’esercito dovevamo concludere la pace con l’imperialismo. Eravamo seduti al tavolo con Hoffmann, e non con Liebknecht: e anche così abbiamo aiutato la rivoluzione tedesca. Ma ora voi aiutate l’imperialismo tedesco, perché gli avete ceduto le vostre ricchezze a milioni (cannoni e munizioni), e questo avrebbe potuto prevederlo chiunque avesse visto lo stato incredibile fino allo strazio in cui era ridotto l’esercito. Alla minima offensiva dei tedeschi saremmo stati perduti inevitabilmente e immancabilmente: questo diceva ogni persona che veniva dal fronte. Siamo divenuti preda del nemico in pochi giorni.

Dopo aver avuto questa lezione, noi supereremo la nostra scissione, la nostra crisi, per quanto grave sia questa malattia, perché ci verrà in aiuto un alleato infinitamente più sicuro: la rivoluzione mondiale. Quando ci si chiede se si debba ratificare questa pace di Tilsit, questa pace inaudita, più umiliante e spoliatrice di quella di Brest, io rispondo: assolutamente sì. Dobbiamo farlo perché guardiamo le cose dal punto di vista delle masse. Il tentativo di trasferire la tattica, applicata in un paese in ottobre-novembre, periodo trionfale della rivoluzione, il tentativo di applicare questa tattica, con l’aiuto della fantasia, al corso degli avvenimenti della rivoluzione mondiale è un tentativo destinato all’insuccesso. Quando ci dicono che la tregua è una fantasia, quando un giornale chiamato Kommunist

  

   [Kommunist (Il comunista), quotidiano dei “comunisti di sinistra” pubblicato a Pietrogrado nel marzo 1918. Ne uscirono in tutto 11 numeri.]

  

, – a quanto pare dalla parola Comune, –quando questo giornale riempie una colonna dopo l’altra cercando di confutare la teoria della tregua, allora dico: mi è toccato di vivere molti conflitti di frazione, molte scissioni, sì che ne ho una grande pratica, ma devo dire che vedo chiaramente che non il vecchio metodo – quello delle scissioni frazioniste nel partito – potrà curare questa malattia, perché prima la curerà la vita stessa. La vita procede con grande rapidità. A questo riguardo essa opera in modo eccellente. La storia spinge a tale velocità la sua locomotiva che, prima ancora che la redazione del Kommunist abbia il tempo di far uscire il suo prossimo numero, la maggioranza degli operai di Pietrogrado comincerà a disilludersi delle sue idee, perché la vita dimostrerà che la tregua è un fatto. Ecco, noi ora firmiamo la pace, abbiamo una tregua, ne approfittiamo per difendere meglio la patria, perché, se avessimo la guerra, avremmo quell’esercito in fuga, in preda al panico, che bisognerebbe cercare di fermare e che i nostri compagni non possono e non hanno potuto fermare perché la guerra è più forte delle prediche, più forte di diecimila ragionamenti. Se essi non hanno compreso la situazione oggettiva, non possono fermare l’esercito e non avrebbero potuto fermarlo. Quest’esercito malato infettava tutto l’organismo, e noi abbiamo subito una nuova, tremenda sconfitta, un nuovo colpo inferto dall’imperialismo tedesco alla rivoluzione, un duro colpo, perché con grande leggerezza ci siamo esposti senz’armi ai colpi dell’imperialismo. Intanto approfitteremo di questa tregua per convincere il popolo a unirsi, a battersi, per dire agli operai, ai contadini russi: “Create un’autodisciplina, una disciplina severa, altrimenti dovrete giacere sotto il tallone tedesco, come vi accade ora, come inevitabilmente vi accadrà, finché il popolo non imparerà a lottare, a creare un esercito capace non di fuggire, ma di andare incontro a sofferenze inaudite”. Ciò è inevitabile perché la rivoluzione tedesca non è ancora avvenuta e non si può garantire che avverrà domani.    Ecco perché la teoria della tregua, che viene assolutamente negata dal fiume di articoli del Kommunist, è sostenuta dalla vita stessa. Ognuno vede che la tregua è un fatto, checiascuno ne approfitta. Avevamo previsto di perdere Pietrogrado in pochi giorni, quando le truppe tedesche avanzanti si trovavano a poche tappe di distanza da essa, e i migliori marinai e i migliori operai della officine Putilov, nonostante tutto il loro grande entusiasmo, si trovavano soli; quando si era creato un caos spaventoso e un tale panico che aveva costretto i nostri reparti a fuggire fino a Gatcina; quando eravamo arrivati arrivati al punto di riprendere una località che non si era mai arresa, e succedeva che un telegrafista arrivava a una stazione, si sedeva all’apparecchio e telegrafava: “Nessun tedesco. La stazione è in mano nostra”. Dopo poche ore mi giungeva una telefonata dal commissariato delle vie di comunicazione che mi annunciava: “Abbiamo occupato la stazione successiva, ci avviciniamo a Jamburg. Nessun tedesco. Il telegrafista è al suo posto”. Ecco a che cosa siamo arrivati. Ecco qual è la storia reale della guerra di undici giorni. Ce l’hanno descritta i marinai e gli operai delle officine Putilov, che bisogna far partecipare al congresso dei soviet. La raccontino loro la verità. E’ una verità terribilmente amara, dolorosa, straziante, umiliante, ma è cento volte più utile: essa è compresa dal popolo russo.

Ammetto che ci si possa lasciare attrarre dall’idea di una rivoluzione internazionale che si allargherà fino ai campi di battaglia, perché essa verrà. Tutto verrà a suo tempo, ma ora impegnatevi nel lavoro per creare l’autodisciplina, ubbidite ad ogni costo, affinché regni un ordine perfetto, affinché gli operai si istruiscano nel combattimento, anche per una sola ora al giorno. Questo è un po’ più difficile che scrivere la trama di una bella favola. Ma questa è la situazione ora, così voi aiutate la rivoluzione tedesca, la rivoluzione internazionale. Quanti giorni di tregua ci saranno dati, non sappiamo, ma la tregua ci è stata data. Bisogna smobilitare al più presto l’esercito, perché è un organo malato, e intanto aiuteremo la rivoluzione finlandese

Sì, certo, noi violiamo il trattato, l’abbiamo già violato trenta o quaranta volte. Solo dei bambini possono non capire   che in un’epoca simile, in cui comincia un lungo e doloroso periodo di liberazione, che ha appena cominciato a creare il potere dei soviet e l’ha elevato a tre gradini del suo sviluppo, solo dei bambini possono non capire che ora ci tocca condurre una lotta lunga e prudente. Un trattato di pace vergognoso suscita la rivolta, ma, quando i compagni del Kommunist ragionano sulla guerra, fanno appello al sentimento, dimenticando che la gente stringeva i pugni e aveva davanti agli occhi i bambini sanguinanti. Che cosa dicono? “Mai un rivoluzionario cosciente sopporterà questo, mai accetterà una simile vergogna.” Il loro giornale ha il titolo di Kommunist, ma dovrebbe invece chiamarsi Sljachtic poiché esso vede le cose allo stesso modo di quel nobile polacco che disse morendo in una bella posa, con la sciabola in pugno: “La pace è la vergogna, la guerra è l’onore”. Essi ragionano come il nobile polacco, e io come il contadino.

Se accetto la pace, mentre l’esercito è in fuga e non può non fuggire senza perdere migliaia di uomini, l’accetto perché non mi capiti di peggio. E’ vergognoso il trattato? Ma ogni contadino e operaio serio mi giustificherà, perché essi comprendono che la pace è un mezzo per raccogliere le forze. La storia sa – questo l’ho detto più d’una volta – come i tedeschi si siano liberati di Napoleone dopo la pace di Tilsit; io ho chiamato di proposito la pace attuale pace di Tilsit, anche se non abbiamo sottoscritto le stesse clausole: cioè l’impegno a fornire nostre truppe in appoggio all’invasore per l’asservimento di altri popoli. Eppure, la storia è arrivata fino a questo, e lo stesso capiterà anche a noi, se faremo affidamento solo sulla rivoluzione internazionale compiuta sul campo di battaglia. Badate che la storia non porti anche voi fino a questa forma di servitù militare. Fino a che la rivoluzione socialista non avrà vinto in tutti i paesi, la repubblica sovietica potrà cadere in servitù. Napoleone a Tilsit impose ai tedeschi condizioni di pace incredibilmente vergognose. E le cose allora andarono così che la pace fu conclusa più di una volta. L’Hoffmann di allora – Napoleone – coglieva i tedeschi in flagrante violazione della pace, e anche Hoffmann farà lo stesso con noi. Noi però faremo in modo di non farci cogliere tanto presto.

  L’ultima guerra ha dato al popolo russo una lezione amara, dolorosa, ma seria: esso deve organizzarsi, disciplinarsi, obbedire, creare una disciplina che sia esemplare. Imparate dai tedeschi la disciplina, altrimenti saremo un popolo perduto e cadremo eternamente in schiavitù.

   Così, e solo così, ha proceduto la storia. La storia suggerisce che la pace è una tregua per la guerra, e la guerra è un mezzo per ottenere una pace in qualche modo migliore o peggiore.. A Brest il rapporto di forze corrispondeva a una pace di vinti, ma non umiliante. A Pskov il rapporto di forze corrispondeva a una pace più vergognosa, più umiliante. Ma a Pietroburgo e a Mosca, nelle tappe successive, ci imporranno una pace quattro volte più umiliante. Noi non diremo che il potere sovietico è solo una forma, come ci hanno detto i giovani amici di Mosca  [Ossia l’ufficio regionale moscovita del partito, dominato in quel periodo dai “comunisti di sinistra”.], non diremo che per questo o quel principio rivoluzionario si può sacrificare il contenuto, ma diremo: comprenda il popolo russo che deve disciplinarsi, organizzarsi, e allora potrà sopportare tutte le paci di Tilsit di questo mondo! Tutta la storia delle guerre di liberazione ci mostra che, se queste guerre abbracciavano larghe masse, la liberazione era rapida. Noi diciamo: se la storia procederà così, dovremo porre fine alla pace, tornare alla guerra, e questo può anche toccarci tra pochi giorni. Ognuno deve essere preparato. Per me non c’è ombra di dubbio che i tedeschi si preparano oltre Narva, se è vero che non è stata presa, come dicono tutti i giornali; non a Narva, ma nei pressi di Narva; non a Pskov, ma nei pressi di Pskov i tedeschi radunano il loro esercito regolare, impiantano le loro strade ferrate per conquistare con un successivo balzo Pietrogrado. Questa belva sa fare bene i suoi balzi. L’ha già dimostrato. Ne farà ancora altri. Suquesto non c’è il minimo dubbio. Bisogna quindi essere preparati, bisogna saper non fare i fanfaroni, ma ottenere anche un sol giorno di tregua, perché anche un sol giorno può servire per evacuare Pietrogrado, la cui occupazione costerebbe sofferenze inaudite a centinaia di migliaia di nostri proletari. Dirò ancora una volta che sono pronto a firmare e mi riterrò obbligato a firmare venti volte, cento volte una pace più umiliante, se posso ottenere anche solo pochi giorni per evacuare Pietrogrado, perché così allevio le sofferenze degli operai che altrimenti possono cadere sotto il giogo dei tedeschi; così facilito il trasferimento da Pietrogrado di quei materiali, polvere da sparo, ecc. che ci sono necessari; perché io sono per la difesa della patria, sono per la preparazione di un esercito, sia pure nelle più lontane retrovie, dove si stanno ora curando le ferite dell’attuale esercito smobilitato, malato.

Non sappiamo quanto durerà la tregua, cercheremo di cogliere il momento buono. Forse la tregua sarà di più lunga durata, o forse durerà solo pochi giorni. Tutto può essere. Nessuno lo sa, né può saperlo, perché tutte le più grandi potenze sono legate, costrette, obbligate a lottare su vari fronti. La condotta di Hoffmann è determinata, da un lato, dalla necessità di annientare la repubblica sovietica, ma, dall’altro, dal fatto che egli deve condurre la guerra su tutta una serie di fronti, e che, in terzo luogo, in Germania la rivoluzione matura, avanza, e Hoffmann lo sa, e non può, come si afferma, da un momento all’altro prendere Pietrogrado, prendere Mosca. Ma potrà farlo domani; questo è assolutamente possibile. Ripeto che in questo momento, in cui è evidente che l’esercito è malato, in cui noi approfittiamo di qualsiasi istante, ad ogni costo, anche di un solo giorno di tregua, noi diciamo che ogni rivoluzionario serio, legato alle masse, che sa che cos’è la guerra, che cosa sono le masse, le deve disciplinare, le deve curare, cercando di sollevarle poi per una nuova guerra; ogni rivoluzionario serio ci darà ragione, riconoscerà giusto ogni trattato vergognoso, poiché è concluso nell’interesse della rivoluzione proletaria e del rinnovamento della Russia, per liberarla da un organo malato. Firmando questa pace, come può comprendere ogni persona di buon senso, noi non cessiamo la nostra rivoluzione operaia; ognuno comprende che, firmando la pace con i tedeschi, noi non cessiamo il nostro aiuto militare: noi mandiamo ai finlandesi armi; ma non truppe, che sono incapaci di combattere.

  Può darsi che accetteremo la guerra; forse domani cederemo anche Mosca; ma poi passeremo all’offensiva: lanceremo contro l’esercito nemico il nostro esercito, se nello stato d’animo popolare avverrà quella svolta che già va maturando, per la quale forse occorrerà molto tempo, ma che avverrà quando le larghe masse diranno ciò che oggi non dicono. Sono costretto ad accettare la pace anche se è durissima, perché oggi non posso dire a me stesso che il momento è venuto. Quando giungerà il tempo del rinnovamento, tutti lo sentiranno, vedranno che il russo non è uno sciocco; egli vede, capisce che bisogna controllarsi, che questa parola d’ordine dev’essere realizzata: questo è il compito principale del congresso del nostro partito e del congresso dei soviet.

Bisogna saper lavorare su una nuova strada. E’ infinitamente più duro, ma non è affatto impossibile. Il potere dei soviet non cadrà per questo, se noi stessi non lo faremo cadere con la più sciocca delle avventure. Verrà il tempo in cui il popolo dirà: non permetto che mi si tormenti più a lungo. Questo tuttavia potrà accadere, se non ci lanceremo in quest’avventura, ma sapremo lavorare in condizioni difficili, in presenza del trattato indicibilmente umiliante, che abbiamo firmato pochi giorni fa, giacché una tale crisi storica non si risolve né con una guerra né con un trattato di pace. Il popolo tedesco era legato dalla sua organizzazione monarchica nel 1807, quando firmò la sua pace di Tilsit, dopo alcune paci umilianti che si trasformarono in tregue per nuove umiliazioni e nuove violazioni. L’organizzazione sovietica delle masse faciliterà il nostro compito.

La nostra parola d’ordine dev’essere una sola: imparare seriamente a fare la guerra, mettere ordine nelle ferrovie.  

Senza le strade ferrate la guerra rivoluzionaria e socialista è il più dannoso dei tradimenti. Bisogna creare l’ordine e suscitare tutta l’energia, tutta la forza che darà vita a quanto c’è di meglio nella rivoluzione.

   Afferrate la tregua, anche solo di un’ora, poiché ve l’hanno data, per mantenere il contatto con le lontane retrovie, per crearvi nuovi eserciti. Abbandonate le illusioni, che la vita vi ha fatto già pagare e vi farà pagare ancora più caro. Davanti a noi si delinea un’epoca di durissime sconfitte, essa è già cominciata, bisogna saperne tener conto, bisogna esser pronti a un tenace lavoro in condizioni di illegalità, in condizioni di aperta schiavitù sotto i tedeschi: non c’è ragione di addolcire le cose: questa è una vera pace di Tilsit. Se sapremo agire in questo modo, allora noi, nonostante le sconfitte, possiamo dire con assoluta certezza che vinceremo.

  

Discorso di chiusura del dibattito sulla guerra e sulla pace

[Pronunciato l’8 marzo 1918 al VII congresso del partito. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 27.]

Compagni, permettetemi di cominciare con alcune osservazioni relativamente secondarie, dalla fine. Il compagno Bucharin, al termine del suo discorso, è arrivato a paragonarci a Petljura. Se ritiene che sia effettivamente così, come può restare nello stesso partito con noi? Non è la sua una frase vuota? Certo, se fosse realmente così, noi non saremmo nello stesso partito. Il fatto che lo siamo dimostra che siamo d’accordo per i nove decimi con Bucharin. E’ vero che egli ha aggiunto alcune frasi rivoluzionarie in cui dice che noi vorremmo tradire l’Ucraina. Sono convinto che non valga la pena di parlare di sciocchezze così evidenti. Torno al compagno Rjazanov e a questo proposito vorrei notare che, come una eccezione che accade una volta ogni dieci anni non fa che confermare la regola, così anche a lui è accaduto senza volerlo di dire una frase seria. Egli ha detto che Lenin cede spazio per guadagnare tempo. E’ quasi un giudizio filosofico. Ma questa volta è accaduto che al compagno Rjazanov è venuta fuori una frase, per la verità, assolutamente seria, il cui significato essenziale è tutto qui: io voglio cederespazio al reale vincitore, allo scopo di guadagnar tempo. In questo è tutta la sostanza, e solo in questo. Tutto il resto sono vuoti discorsi: la necessità della guerra rivoluzionaria, lo slancio dei contadini, ecc. Quando il compagno Bucharin presenta la cosa come se a proposito della possibilità della guerra non vi possano essere due opinioni e dice: “Chiedetelo a qualsiasi militare” (ho scritto le sue parole), io gli rispondo: questo qualsiasi militare è stato un ufficiale francese

[Lenin si riferisce a un colloquio avuto nel febbraio 1918 con il conte Lubersac, rappresentante della missione militare francese in Russia.]con il quale ho avuto l’occasione di parlare. Quest’ufficiale francese, guardandomi, naturalmente, con occhio ostile, – non avevo forse ceduto la Russia ai tedeschi? – mi diceva: “Io sono realista, sono fautore della monarchia anche in Francia, sono fautore della sconfitta della Germania, e non crediate che sia fautore del potere sovietico, – e come pensarlo, se era monarchico, – ma io ritenevo giusto che voi firmaste il trattato a Brest, perché ciò era indispensabile”. Ecco qua, “chiedete a qualsiasi militare”. Qualsiasi militare doveva dirvi quel che io vi ho detto: bisognava firmare il trattato a Brest. Se adesso dal discorso di Bucharin risulta che i nostri dissensi si sono molto attenuati, è perché i suoi partigiani hanno nascosto il punto principale di questi dissensi.

   Quando ora Bucharin tuona contro di noi dicendo che abbiamo demoralizzato le masse, ha perfettamente ragione; tuona però contro sé stesso e non contro di noi. Chi ha causato questa confusione nel Comitato centrale? Voi, compagno Bucharin. E, per quanto voi gridiate “no”, la verità avrà il sopravvento: noi nella nostra famiglia, tra compagni, al nostro congresso, non abbiamo nulla da nascondere, e dobbiamo dire la verità. E la verità è che nel CC c’erano tre tendenze. Il 17 febbraio Lomov e Bucharin non hanno votato. Io chiesi che i risultati di quella votazione venissero riprodotti in più copie e che ogni membro del partito andasse, se lo desiderava, alla segreteria e prendesse conoscenza della votazione, della storica votazione del 21 gennaio, la quale dimostra che sono stati loro ad esitare, mentre noi non abbiamo esitato affatto, noi abbiamo detto: “Accettiamo la pace di Brest, – non ne avrete una migliore, – per preparare la guerra rivoluzionaria”.

  

Adesso abbiamo già guadagnato cinque giorni per evacuare Pietrogrado. Adesso è stato pubblicato l’appello di Krylenko e di Podvojskij, che non figuravano tra i sinistri e che Bucharin aveva trattato dall’alto in basso, dicendo che “tiravamo fuori” Krylenko, come se avessimo inventato ciò che Krylenko ha riferito. Noi siamo perfettamente d’accordo con questo; ecco infatti come stanno le cose, ecco che i militari hanno dimostrato quello che io dicevo, mentre voi ve la cavate adducendo il pretesto che i tedeschi non attaccheranno. Si può forse confrontare la situazione attuale con quella dell’ottobre, quando non si trattava di questioni tecniche? No, se voi volete tener conto dei fatti, tenete conto che i dissensi riguardavano l’impossibilità di cominciare una guerra, quando questa era manifestamente svantaggiosa. Quando il compagno Bucharin ha cominciato il suo discorso conclusivo con la domanda minacciosa: “E’ possibile la guerra in un prossimo futuro?”, mi ha molto meravigliato. Rispondo senza esitazioni: è possibile, ma ora bisogna accettare la pace. E in questo non vi è alcuna contraddizione.

 Dopo queste brevi osservazioni, passo a rispondere nei particolari ai precedenti oratori. Devo fare un’eccezione per quanto riguarda Radek. Ma c’è stato un altro intervento, quello del compagno Uritskij. Che cosa conteneva, oltre a parole come Canossa, “tradimento”, “ritirata”, “accomodamento”? Ebbene, che roba è questa? La vostra critica non è forse presa dal giornale dei socialisti rivoluzionari di sinistra? Il compagno Bubnov ci ha letto una dichiarazione indirizzata al CC da alcuni suoi membri, che si considerano molto di sinistra e che hanno dato realmente l’esempio di una dimostrazione davanti a tutto il mondo: “La condotta del CC ha inferto un colpo al proletariato internazionale”. Ma non è questa una vuota frase? “Dimostrare impotenza davanti a tutto il mondo?”. Che cosa dimostriamo? Che abbiamo proposto la pace? Che l’esercito ha vinto? Non abbiamo forse dimostrato che iniziare la guerra contro la Germania ora, non accettando la pace di Brest, significa mostrare al mondo che il nostro esercito è malato e non vuole andare alla guerra? Bubnov fa un’affermazione assolutamente priva di senso quando dice che questa esitazione è stata creata completamente da noi: ciò è avvenuto perché il nostro esercito è malato. Prima o poi bisognava dargli un momento di respiro. Se avessimo seguito la strategia giusta, avremmo avuto un mese di tregua, ma, poiché abbiamo seguito una strategia sbagliata, abbiamo soltanto cinque giorni di tregua: ed è già qualcosa. La storia della guerra dimostra che per fermare un esercitoche fugge in preda al panico a volte bastano pochi giorni. Chi non accetta, chi non firma ora questa pace maledetta, è un uomo che si bea di frasi vuote, e che non ha una strategia. Ecco dov’è il male. Quando alcuni membri del CC mi scrivono: “dimostrazione di impotenza”, “tradimento”, questa è la più dannosa, la più vuota frase infantile. Noi abbiamo dimostrato impotenza tentando di combattere quando non si doveva farlo, quando era inevitabile che il nemico scatenasse l’offensiva contro di noi. Per quel che riguarda i contadini di Pskov, noi li condurremo al congresso dei soviet perché raccontino come li hanno trattati i tedeschi, perché creino quello stato d’animo in cui il soldato che fugge in preda al panico cominci a rinsavire e dica: “Sì, adesso ho capito che questa non è la guerra che i bolscevichi ci hanno promesso di far finire, questa è una nuova guerra che i tedeschi conducono contro il potere dei soviet”. Allora verrà il risanamento. Voi invece ponete una questione che non si può risolvere. Nessuno sa quanto durerà la tregua.

   Devo poi occuparmi della posizione del compagno Trotskij. Nella sua attività bisogna distinguere due aspetti: quando egli cominciò le trattative di Brest, sfruttandole magnificamente per l’agitazione, noi eravamo tutti d’accordo con il compagno Trotskij. Egli ha citato una parte di un colloquio avuto con me, ma io aggiungo che fra di noi era stato stabilito di tener duro fino all’ultimatum dei tedeschi e di cedere però dopo l’ultimatum. Il tedesco ci ha preso per la gola: di sette giorni ce ne ha rubati cinque. La tattica di Trotskij, fin tantoche portava a tirare in lungo le trattative, era giusta: essa è divenuta sbagliata quando si dichiarò cessato lo stato di guerra senza che la pace fosse stata firmata. Io proposi in modo assolutamente preciso di firmare la pace. Non potevamo ottenere una pace migliore di quella di Brest. Tutti capivano che la tregua sarebbe durata un mese, che noi non avremmo perduto. Poiché la storia ha rifiutato questa soluzione, non è il caso di ritornarci sopra, ma è ridicolo che Bucharin dica: “La vita mostrerà che avevamo ragione”. Io avevo ragione, perché avevo scritto a questo proposito fin dal 1915: “Bisogna prepararsi a fare la guerra, essa è inevitabile, essa viene, essa verrà”. Ma bisognava accettare la pace senza inutili fanfaronate. Bisognava accettarla tanto più che la guerra sarebbe venuta, ed ora noi, perlomeno, rendiamo più facile l’evacuazione di Pietrogrado, l’abbiamo resa più facile. Questo è un fatto. Quando il compagno Trotskij avanza nuove condizioni: “Promettete di non firmare la pace con Vinnicenko” io dico che in nessun caso mi assumerò questo impegno.[Il trattato di Brest-Litovsk imponeva alla repubblica sovietica di stipulare la pace con la Rada controrivoluzionaria ucraina, diretta da V. Vinnicenko.]

Se il congresso prendesse tale impegno, né io né nessun altro di quelli che la pensano come me ce ne assumeremmo la responsabilità. Ciò significherebbe, invece di tenere una chiara linea di manovra, – ritirandosi quando è possibile, a volte attaccando, – legarsi di nuovo con una decisione formale. E’ ridicolo non conoscere la storia militare, non sapere che un trattato è un mezzo per raccogliere le forze: ho già fatto l’esempio della storia prussiana. Alcuni ragionano proprio come i bambini: ho firmato un trattato, allora mi sono dato a Satana, andrò all’inferno. Questo è semplicemente ridicolo, allorché la storia militare ci dice, nel modo più chiaro, che firmare un trattato quando si è sconfitti è un mezzo per raccogliere le forze. Nella storia ci sono stati casi in cui le guerre si susseguivano l’una all’altra, e noi l’abbiamo dimenticato; vediamo che la vecchia guerra si trasforma in…[Mancano alcune parole nel resoconto stenografico.]

Se vi fa comodo, legatevi per sempre conconsiderazioni formali e date allora i posti di responsabilità ai socialisti-rivoluzionari di sinistra. Noi questa responsabilità non ce l’assumiamo. In questo non c’è neppure l’ombra di una volontà di scissione. Sono convinto che la vita vi educherà. Il 12 marzo – non è così lontano – riceverete un vasto materiale d’insegnamento.

  [Il 12 marzo si sarebbe tenuto il IV Congresso straordinario dei soviet di tutta la Russia per decidere sulla ratifica del trattato di pace con la Germania.]

  

   Il compagno Trotskij dice che questo è tradimento nel vero senso della parola. Io affermo che questa è un’opinione assolutamente sbagliata. Per dimostrarlo concretamente, farò un esempio: due uomini vanno per la loro strada, vengono assaliti da dieci uomini, uno si batte, l’altro scappa: questo è tradimento; ma, se ci sono due eserciti di centomila uomini ciascuno e contro di loro ci sono cinque eserciti, e un esercito è circondato da cinquecentomila uomini, e l’altro dovrebbere accorrere in suo aiuto, ma sapendo che vi sono trecentomila uomini disposti in modo da prenderlo in trappola, può accorrere in aiuto? No, non può. Questo non è tradimento, non è viltà: il semplice aumento di numero ha mutato tutti i concetti. Ogni militare lo sa. Qui non vale il concetto personale: agendo così io proteggo il mio esercito, prendano pure prigioniero quello, io rinnoverò il mio, ho degli alleati, aspetterò finché arrivino. Solo così si può ragionare; ma, quando alle considerazioni militari se ne mescolano altre, non si fanno altro che vuote frasi. Così non si può fare politica.

  

Noi abbiamo fatto tutto ciò che poteva esser fatto. Firmando il trattato, abbiamo salvato Pietrogrado, almeno per qualche giorno. (Che i segretai e gli stenografi non pensino di scrivere quel che ho detto.) Il trattato ci impone di ritirare le truppe dalla Finlandia, – truppe che non sono chiaramente in grado di combattere, – ma non ci è vietato di introdurre armi in Finlandia. Se Pietrograado fosse già caduta qualche giorno addietro, il panico sarebbe dilagato nella città, e noi non saremmo riusciti a evacuare nulla, mentre in questi cinque  giorni abbiamo aiutato i nostri compagni finlandesi, e non dirò quanto, perché essi lo sanno.

      Le chiacchere secondo cui noi avremmo tradito la Finlandia sono nient’altro che frasi vuote e puerili. Noi l’abbiamo aiutata proprio ritirandoci in tempo davanti ai tedeschi. La Russia non sarà affatto perduta anche se cadrà Pietrogrado, qui ha mille volte ragione il compagno Bucharin, ma, se si manovra alla Bucharin, si rischia di rovinare una buona rivoluzione.

  Noi non abbiamo tradito né la Finlandia né l’Ucraina. Non un solo operaio cosciente ci accuserà di questo. Noi le aiutiamo come possiamo. Noi non abbiamo tolto e non toglieremo alle nostre truppe un solo uomo capace di combattere. Se voi dite che Hoffmann ci sarà di nuovo addosso, certo, lo può fare, su questo non ho dubbi, ma né lui né nessun altro sa entro quanti giorni potrà farlo. Inoltre, queste vostre considerazioni, secondo cui egli ci sarà di nuovo addosso, sono considerazioni che riguardano il rapporto politico delle forze, di cui parlerò più avanti.

   Dopo aver spiegato perché non posso assolutamente accettare la proposta di Trotskij, – non si può fare così politica, – devo dire che l’esempio di quanto i nostri compagni al congresso si siano allontanati dalla frase vuota, che di fatto è rimasta una peculiarità di Uritskij, ce l’ha dato Radek. Non posso affatto rimproverarlo di essersi lasciato andare a frasi vuote nel suo intervento. Egli ha detto: “Non c’è ombra di tradimento, né di infamia, perché è chiaro che vi siete ritirati di fronte a una forza militare schiacciante”. Questo è un giudizio  che demolisce tutta la posizione di Trotskij. Quando Radek dice: “Bisogna stringere i denti e preparare le forze”, questo è vero, questo lo sottoscrivo pienamente: non fare smargiassate, ma stringere i denti e prepararsi.

 Stringere i denti, non fare smargiassate, ma raccogliere le forze. La guerra rivoluzionaria verrà, non c’è disaccordo tra noi su questo punto; i disaccordi riguardano la pace di Tilsit: bisogna firmarla? La cosa peggiore è un esercito malato; sì, perciò il CC deve avere una linea risoluta, e non devono esserci disaccordi o la linea di mezzo sostenuta dal compagno Bucharin. Non voglio far credere che la situazione sia rosea per quanto riguarda la tregua: nessuno sa quanto durerà, nemmeno io lo so. I tentativi di farmi dire quanto durerà la tregua sono ridicoli. Grazie alle principali vie di comunicazione che abbiamo conservato nelle nostre mani, diamo aiuto e all’Ucraina e alla Finlandia. Sfruttiamo la tregua manovrando, ritirandoci.

All’operaio tedesco non si può più raccontare che i russi sono lunatici, giacché ora è chiaro che l’imperialismo tedesco-nipponico avanza, e ciò sarà chiaro a tutti senza eccezione; oltre al desiderio di soffocare i bolscevichi, il tedesco ha anche il desiderio di soffocare l’occidente. Tutto si è imbrogliato, e in questa nuova guerra occorrerà manovrare e saper manovrare.

Riguardo al discorso del compagno Bucharin, devo notare che, quando non ha più argomenti, ne prende qualcuno in prestito da Uritskij e dice: “Il trattato ci disonora”. Qui non c’è bisogno di controbattere: se fossimo disonorati, avremmo dovuto raccogliere le nostre cose e fuggire, ma, anche se “disonorati”, non credo che le nostre posizioni siano state scosse. Il compagno Bucharin ha cercato veramente di analizzare il fondamento di classe delle nostre posizioni, ma invece di far questo ha raccontato un aneddoto su un economista moscovita defunto. Quando hanno voluto trovare nella nostra tattica un legame con il mercato nero (ridicolo!), si sono dimenticati che l’atteggiamento della classe nel suo insieme, – della classe, e non dei trafficanti del mercato nero, – ci dimostra che la borghesia russa e tutti i suoi tirapiedi – la gente del Delo naroda o della Novaja zizn[Delo naroda (La causa del popolo), organo del partito socialista rivoluzionario, pubblicato dal marzo 1917 al marzo 1919 a Pietrogrado e poi a  Samara e a Mosca. Novaja zizn (Vita nuova), organo di un gruppo menscevico internazionalista, pubblicato a Pietrogrado dall’aprile 1917 al 1918.]– cercano di spingerci in questa guerra con tutte le loro forze. Ma proprio questo che è un fatto di classe voi non lo mettete in rilievo: dichiarare ora guerra alla Germania significa cadere nella provocazione della borghesia russa. Questa non è una cosa nuova, perché è il mezzo più sicuro, – non dico: assolutamente sicuro, perché non c’è nulla di assolutamente sicuro, – il mezzo più sicuro per spazzarci via immediatamente. Quando il compagno Bucharin dice che la vita darà ragione a lui e ai suoi, che noi finiremo per ammettere la guerra rivoluzionaria, egli celebra una facile vittoria, poiché fin dal 1915 noi avevamo previsto l’inevitabilità della guerra rivoluzionaria. I nostri dissensi erano se il tedesco avrebbe attaccato o no; se dovevamo dichiarare cessato lo stato di guerra; se nell’interesse della guerra rivoluzionaria dovevamo ritirarci fisicamente, cedendo territorio per guadagnare tempo. La strategia e la politica ci impongono di firmare un trattato di pace per infame che esso sia. I nostri dissensi spariranno completamente, una volta che noi saremo d’accordo su questa tattica.

 

Sugli emendamenti di Trotskij alla risoluzione sulla guerra e sulla pace

   [Interventi presentati l’8 marzo 1918 al VII congresso del partito. Cfr. Lenin, Opere complete, v. 27.]

Compagni, ho già detto nel mio discorso che né io né quelli che la pensano come me riteniamo possibile accettare quell’emendamento[Trotskij e i “comunisti di sinistra” avevano proposto che si vietasse al governo sovietico di firmare la pace con la Rada ucraina e con il governo borghese della Finlandia.]

Noi non dobbiamo assolutamente legarci le mani con una sola linea strategica. Tutto dipende dal rapporto di forze e dal momento in cui questo o quel paese imperialistico scatenerà l’offensiva contro di noi, dal momento in cui il risanamento del nostro esercito, che è senza dubbio incominciato, giungerà al punto che noi riusciremo, e anzi saremo obbligati, non solo a rifiutarci di firmare la pace, ma anche a dichiarare la guerra. Acconsento ad accettare, invece degli emendamenti proposti dal compagno Trotskij, l’emendamento seguente:

   In primo luogo, dire – e insisterò senz’altro su questo – che la presente risoluzione non verrà pubblicata sulla stampa, ma verrà soltanto annunciata la ratifica del trattato.

   In secondo luogo, il CC si riserva il diritto di modificare le forme di pubblicazione e il contenuto in relazione con la possibile offensiva dei giapponesi.

   In terzo luogo, dire che il congresso autorizza il CC del partito sia a rompere ogni trattativa di pace, sia a dichiarare la guerra a qualsiasi potenza imperialistica e a tutto il mondo, quando il CC stesso riconosca che sia giunto il momento opportuno.

   Questa autorizzazione a rompere le trattative in qualsiasi momento dobbiamo darla al CC, ma ciò non significa affatto che dobbiamo rompere i negoziati ora, nella situazione oggi esistente. In questo momento non dobbiamo assolutamente legarci le mani. Le parole che il compagno Trotskij propone di introdurre raccoglieranno i voti di coloro che sono contro la ratifica in generale, i voti di coloro che sono favorevoli a una linea intermedia, che creerà di nuovo una situazione in cui nessun operaio, nessun soldato capirà nulla della nostra risoluzione.

  

   Noi ora stabiliremo la necessità di ratificare il trattato e daremo pieni poteri al comitato centrale di dichiarare la guerra in qualsiasi momento, perché l’attacco contro di noi si sta preparando, forse, da tre parti; l’Inghilterra o la Francia vogliono prenderci Arcangelo: questo è senz’altro possibbile, ma in ogni caso non dobbiamo impegnare rigidamente la nostra istanza centrale, né per quel che riguarda la rottura del trattato di pace, né per quel che riguarda la dichiarazione di guerra. Agli ucraini diamo un aiuto finanziario, li aiutiamo per quanto possiamo. In ogni caso non dobbiamo e non possiamo legarci le mani dichiarando che non firmeremo nessun trattato di pace. In un’epoca in cui le guerre si moltiplicano e si succedono l’una all’altra, nascono sempre nuove combinazioni. Il trattato di pace rappresenta un margine di manovra vitale: o noi difendiamo questo margine di manovra, o ci leghiamo formalmente le mani in precedenza, in modo da non poter più  muoverci: né pace, né guerra.

  

Mi sembra di aver già detto che non posso accettarlo. Questo emendamento esprime in modo allusivo ciò che vuol  dire il compagno Trotskij. Ma le allusioni non vanno messe in una risoluzione.

Il primo punto dice che noi accettiamo la ratifica del trattato, ritenendo necessario sfruttare qualsiasi anche minima possibilità di tregua prima che l’imperialismo attacchi la repubblica socialista sovietica. Parlando di tregua. Parlando di tregua, noi non dimentichiamo che l’offensiva contro la nostra repubblica continua. Ecco il mio pensiero, che ho sottolineato nel discorso di chiusura.

Advertisements

Informazioni su paginerosse-drapporosso

...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Questa voce è stata pubblicata in Lenin. Contrassegna il permalink.