V.I.L . Lenin – Sull’ imposta in natura – Op.Comp. Edizoni Editori Riuniti vol. 32 – pagg. 309 – 344

(estratto)

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V.I. LENIN  SULL’IMPOSTA IN NATURA

 

(Importanza della nuova politica e sue condizioni)

Opuscolo pubblicato nel maggio del 1921. Opere vol. 32 – pagg. 309 – 344

 

In luogo di prefazione

Il problema dell’imposta in natura richiama oggi un’attenzione particolarmente grande e suscita dibattiti e discussioni. Ciò è del tutto comprensibile poiché nelle condizioni attuali è realmente uno dei principali problemi politici.

Il dibattito ha un carattere alquanto disordinato. È questo un difetto di cui, per cause più che comprensibili, soffriamo tutti. Sarà perciò tanto più utile il tentativo di affrontare il problema non dal punto di vista della sua “attualità”, ma come una questione generale di principio. In altre parole: dobbiamo rivolgere il nostro sguardo allo sfondo generale, alla parte più importante di quel quadro su cui noi ora tracciamo le linee di determinati provvedimenti pratici della politica odierna.

Per fare questo tentativo mi permetto di citare un lungo brano del mio opuscolo Il compito principale dei nostri giorni. Sull’infantilismo “di sinistra” e sullo spirito piccolo-borghese [Lenin, Opere vol. 27 pagg. 293-322]. Questo opuscolo, pubblicato dal Soviet dei deputati di Pietrogrado nel maggio 1918, contiene: 1. un articolo sulla pace di Brest pubblicato l’11 marzo 1918; 2. una polemica col gruppo, allora esistente, dei comunisti di sinistra, del 5 maggio 1918. Quella polemica oggi è superflua e perciò la ometto. Lascio soltanto ciò che concerne la discussione sul “capitalismo di Stato” e sugli elementi fondamentali della nostra attuale economia di transizione dal capitalismo al socialismo [Lenin in questo opuscolo a ragion veduta non distingue tra socialismo e comunismo].

Ecco quello che scrivevo allora.

 

Sull’economia russa contemporanea (dall’opuscolo del maggio 1918)

(…) Il capitalismo di Stato rappresenterebbe un passo avanti rispetto allo stato attuale delle cose nella nostra repubblica sovietica. Se, per esempio, fra sei mesi si instaurasse da noi il capitalismo di Stato, ciò sarebbe un enorme successo e rappresenterebbe la più sicura garanzia che fra un anno il socialismo sarebbe da noi definitivamente consolidato e reso invincibile.

Mi immagino con quale nobile indignazione qualcuno respingerà queste parole. Come? Nella repubblica socialista sovietica il passaggio al capitalismo di Stato sarebbe un passo avanti?… Non è questo tradire il socialismo? (…)

È perciò proprio su questo punto che dobbiamo soffermarci in modo più particolareggiato.

In primo luogo, bisogna analizzare qual è esattamente la natura del passaggio dal capitalismo al socialismo che ci dà il diritto e il motivo di chiamarci repubblica socialista sovietica.

In secondo luogo, bisogna denunciare l’errore di coloro che non vedono le condizioni economiche piccolo-borghesi e l’elemento piccolo-borghese come il principale nemico del socialismo nel nostro paese.

In terzo luogo, bisogna ben comprendere il significato della differenza tra lo Stato sovietico e lo Stato borghese quanto all’economia.

Esaminiamo questi tre punti.

Non c’è stato ancora nessuno, a quanto mi pare, che, interrogato sull’economia della Russia, abbia negato il carattere transitorio di questa economia. Nessun comunista ha neppure negato, a quanto pare, che l’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosce come socialisti i nuovi ordinamenti economici.

Ma che cosa significa dunque la parola transizione? Non significa, quando la si applichi all’economia, che in quel determinato regime vi sono elementi, particelle, frammenti sia di capitalismo sia di socialismo? Chiunque deve ammettere che è così. Ma non tutti, pur ammettendolo, si domandano sempre quali siano precisamente gli elementi che rappresentano i diversi tipi economico-sociali che sono presenti in Russia. Ma è appunto qui che è il nodo della questione.

Enumeriamo questi elementi:

1. l’economia patriarcale, cioè in larga misura contadina naturale (cioè di autoconsumo);

2. la piccola produzione mercantile (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano);

3. il capitalismo privato (individuale);

4. il capitalismo di Stato;

5. il socialismo.

La Russia è così grande e così varia che tutti questi differenti tipi economico-sociali si intrecciano strettamente. E proprio in ciò sta il carattere originale della situazione.

Ma ci si domanda: quali sono gli elementi che predominano? È chiaro che in un paese di piccoli contadini predomina, e non può non predominare, l’elemento piccolo-borghese; la maggioranza, anzi, l’enorme maggioranza degli agricoltori sono piccoli produttori mercantili. L’involucro del capitalismo di Stato (il monopolio del grano, imprenditori e commercianti controllati, membri delle cooperative (cooperatori) borghesi) viene spezzato qua e là dagli speculatori, e l’oggetto principale della speculazione è il grano.

La lotta principale si svolge appunto in questo settore. Fra chi si svolge questa lotta, se parliamo in termini di categorie economiche, come il “capitalismo di Stato”? Fra la quarta o la quinta secondo l’ordine che abbiamo or ora indicato? Certamente no. Qui non è il capitalismo di Stato che lotta contro il socialismo, ma la piccola borghesia più il capitalismo privato che lottano insieme, come una cosa sola, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo. La piccola borghesia si oppone a qualsiasi intervento, inventario e controllo statale, sia dello Stato capitalista sia dello Stato socialista. Questo è un dato di fatto assolutamente inconfutabile e la radice di una lunga sequela di errori economici risiede appunto nell’incomprensione di questo fatto. Lo speculatore, il trafficante, il sabotatore del monopolio: ecco il nostro principale nemico “interno”, il nemico delle iniziative economiche del potere sovietico.

Se centoventicinque anni or sono si poteva ancora perdonare il piccolo borghese francese, che era il più accanito e sincero rivoluzionario ed era ancora scusabile quando voleva vincere gli speculatori mandandone al patibolo pochi “eletti” e lanciando dichiarazioni reboanti, oggi l’atteggiamento puramente “francese” che a questo proposito hanno certi socialisti-rivoluzionari di sinistra suscita in ogni rivoluzionario cosciente solo ripugnanza e disprezzo. Noi sappiamo benissimo che la base economica della speculazione è lo strato dei piccoli proprietari, straordinariamente esteso in Russia ed è il capitalismo privato che ha un suo agente in ogni piccolo borghese. Sappiamo che i milioni di tentacoli di quest’idra piccolo-borghese afferrano, qua e là, certe categorie di operai; che, invece del monopolio di Stato, è la speculazione che penetra in tutti i pori della nostra vita economico-sociale.

Chi non lo vede rivela, con la sua stessa cecità, di essere tuttora prigioniero dei pregiudizi piccolo-borghesi. (…)

Il piccolo borghese ha la sua riserva di soldarelli, qualche migliaia di rubli, accumulati durante la guerra con mezzi “leciti” e soprattutto illeciti. Questo è il tipo economico caratteristico che costituisce la base della speculazione e del capitalismo privato. Il denaro è un attestato per ottenere ricchezze sociali, e milioni e milioni di piccoli proprietari, tenendosi stretto questo attestato, lo nascondono allo “Stato”, non credendo a nessun socialismo o comunismo e “attendendo con pazienza che passi la bufera proletaria”.

O noi sottoponiamo al nostro controllo e inventario questo piccolo borghese (lo potremo fare se organizzeremo i poveri, cioè la maggioranza della popolazione, o i semiproletari, intorno all’avanguardia proletaria cosciente), o esso rovescerà inevitabilmente e immancabilmente il nostro potere operaio, come fecero per la rivoluzione in Francia i Bonaparte e i Cavaignac, sorti appunto su questo terreno piccolo-proprietario. Così stanno le cose, e soltanto così. (…)

Il piccolo borghese che tiene da parte il suo biglietto da mille rubli è nemico del capitalismo di Stato, e questo biglietto da mille egli intende realizzarlo assolutamente per sé, contro i poveri, contro qualsiasi controllo statale, e la somma di questi biglietti da mille offre una base di parecchi miliardi alla speculazione che mina la nostra edificazione socialista. Ammettiamo che un certo numero di operai produca in alcuni giorni una somma di valori espressa dalla cifra 1.000. Ammettiamo inoltre che 200 unità di questa somma si perdano da noi a causa della piccola speculazione, delle ruberie di ogni genere e della capacità dei piccoli proprietari di sfuggire ai decreti sovietici e alle disposizioni sovietiche. Ogni operaio cosciente dirà: se potessi dare 300 su 1.000 per creare un maggior ordine e una migliore organizzazione, produrrei volentieri 300 invece di 200, giacché sotto il potere sovietico sarà un compito facilissimo ridurre poi questo “tributo”, poniamo a 100 o a 50, una volta che saranno instaurati l’ordine e l’organizzazione, una volta che sarà definitivamente spezzato il sabotaggio dei piccoli proprietari contro qualsiasi monopolio di Stato.

Questo semplice esempio fatto di cifre – semplificato volutamente al massimo per esporre la cosa in forma popolare – spiega il rapporto che esiste attualmente tra capitalismo di Stato e socialismo. Gli operai hanno in mano il potere dello Stato; hanno la più completa possibilità giuridica di “prendere” tutto il migliaio di rubli, cioè di non lasciare nemmeno un copeco che non sia destinato a scopi socialisti. Questa possibilità giuridica, che si fonda sul passaggio effettivo del potere nelle mani degli operai, è un elemento del socialismo. Ma l’elemento piccolo-proprietario e il capitalismo privato annullano per mille vie questa situazione giuridica; introducono di nascosto la speculazione, ostacolano l’adempimento dei decreti sovietici. Il capitalismo di Stato rappresenterebbe un enorme passo avanti, anche se (e ho citato appositamente quell’esempio in cifre per mostrare la cosa in modo netto) noi pagassimo di più di quanto paghiamo ora, giacché vale la pena di pagare per “imparare”, giacché questo è utile agli operai, giacché la vittoria sul disordine, sullo sfacelo, sull’incuria è più importante di ogni altra cosa, giacché la continuazione dell’anarchia piccolo-proprietaria è il più grande e più grave pericolo, che (se non lo vinceremo) ci porterà sicuramente alla rovina, mentre il pagamento di un tributo maggiore al capitalismo di Stato, non solo non ci manderà in rovina, ma ci aprirà la via più sicura al socialismo. La classe operaia, una volta che abbia imparato a difendere l’ordine statale contro l’anarchismo piccolo-proprietario, una volta appreso a impostare la grande organizzazione della produzione su scala statale, sulle basi del capitalismo di Stato, avrà allora – permettetemi l’espressione – tutte le carte in mano, e il consolidamento del socialismo sarà assicurato.

Il capitalismo di Stato è, dal punto di vista economico, incomparabilmente superiore alla nostra economia attuale: questo in primo luogo.

E, in secondo luogo, in esso non vi è nulla di temibile per il potere sovietico, poiché lo Stato sovietico è uno Stato nel quale è assicurato il potere degli operai e dei contadini poveri. (…)

Per chiarire ancor meglio la questione, citiamo anzitutto un esempio estremamente concreto di capitalismo di Stato. Tutti sanno qual è questo esempio: la Germania. Qui abbiamo l’“ultima parola” della grande tecnica capitalista moderna e dell’organizzazione sistematica al servizio dell’imperialismo dei borghesi e degli junker. Cancellate le parole sottolineate, mettete al posto dello Stato militare, dello Stato degli junker, borghese e imperialista, un altro Stato, ma uno Stato di tipo sociale diverso, di diverso contenuto di classe, lo Stato sovietico, cioè proletario, e otterrete tutta la somma delle condizioni che dà il socialismo.

Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica del grande capitalismo, costruita secondo l’ultima parola della scienza moderna, senza una organizzazione statale pianificata, che subordina decine di milioni di persone all’osservanza più rigorosa di un’unica norma nella produzione e nella distribuzione dei prodotti. Noi marxisti questo lo abbiamo sempre detto; ma con gente che non ha capito neppure questo (gli anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra) è inutile perdere nemmeno due secondi a discutere.

Il socialismo è egualmente inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato: anche questo è elementare. E la storia (dalla quale nessuno, tranne forse gli alti papaveri menscevichi, si attendeva che senza intoppi, in tutta tranquillità, ci desse facilmente e semplicemente il socialismo “bell’e fatto”) ha seguito un cammino così originale che ha generato nel 1918 le due metà separate del socialismo, l’una accanto all’altra, proprio come due futuri pulcini sotto l’unica chioccia dell’imperialismo internazionale. La Germania e la Russia incarnano nel 1918, nel modo più evidente, la realizzazione materiale, da una parte, delle condizioni economiche, produttive e sociali, e dall’altra, delle condizioni politiche del socialismo.

Una rivoluzione proletaria vittoriosa in Germania spezzerebbe subito, con enorme facilità, il guscio dell’imperialismo (fatto, purtroppo, del migliore acciaio e perciò capace di resistere agli sforzi di un pulcino qualsiasi), assicurerebbe senz’altro, senza difficoltà oppure con difficoltà insignificanti, la vittoria del socialismo a livello mondiale, a condizione naturalmente che la misura delle “difficoltà” sia presa su scala storica mondiale e non secondo il criterio di un gruppetto di benpensanti.

Finché in Germania la rivoluzione ancora tarda a “nascere”, il nostro compito è di metterci alla scuola del capitalismo di Stato tedesco, di cercare di assimilarlo con tutte le forze, di non rinunciare ai metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione ancor più di quello che fece Pietro I per quanto riguarda i costumi occidentali, con la Russia barbara, senza fermarsi di fronte ai mezzi barbari di lotta contro la barbarie. Se tra gli anarchici e i socialisti-rivoluzionari di sinistra (mi sono ricordato senza volerlo dei discorsi pronunciati da Karelin e Ghe al CEC) vi sono uomini capaci di fare ragionamenti di tipo narcisistico, secondo cui non toccherebbe a noi, rivoluzionari, “imparare” dall’imperialismo tedesco, bisogna dire una cosa sola: una rivoluzione che prendesse sul serio uomini siffatti sarebbe condannata senza speranza (e del tutto meritatamente).

In Russia predomina attualmente il capitalismo piccolo-borghese, dal quale si diparte una sola ed unica via che porta sia al grande capitalismo di Stato, sia al socialismo, e questa via passa per la medesima tappa intermedia che si chiama “inventario e controllo sociale sulla produzione e la distribuzione dei prodotti”. Chi non capisce questo, commette un imperdonabile errore economico, sia ignorando i fatti della realtà, non vedendo ciò che esiste, non sapendo vedere la verità in faccia, sia limitandosi a contrapporre astrattamente “capitalismo” a “socialismo”, e non approfondendo i gradi reali e le forme concrete che questo passaggio assume oggi nel nostro paese.

Sia detto tra parentesi, questo è lo stesso errore teorico che ha fatto perdere la bussola ai migliori uomini del campo della Novaia Gizn e del Vperiod: i peggiori e i mediocri tra essi per la loro ottusità e mancanza di carattere si trascinano, spaventati, a rimorchio della borghesia; i migliori non hanno capito che i maestri del socialismo non hanno parlato invano di tutto un periodo di transizione dal capitalismo al socialismo e non invano hanno sottolineato i “lunghi travagli del parto” della nuova società [K. Marx, Critica al Programma di Gotha, 1875]; nuova società che tra l’altro è di nuovo un’astrazione, che non può incarnarsi nella realtà se non attraverso una serie di vari e imperfetti tentativi concreti di creare questo o quello Stato socialista.

Proprio perché è impossibile andare avanti, per uscire dalla attuale situazione economica della Russia, senza passare attraverso quello che è comune sia al capitalismo di Stato sia al socialismo (l’inventario e il controllo sociale), spaventare gli altri e se stessi con “l’evoluzione verso il capitalismo di Stato” è una pura assurdità teorica. Ciò significa precisamente far deviare il proprio pensiero “lontano” dal cammino reale dell’“evoluzione”, non comprendere qual è questo cammino; nella pratica poi ciò equivale a risospingerci indietro verso il capitalismo fondato sulla piccola proprietà.

Affinché il lettore possa convincersi che l’“alto” apprezzamento che ho dato del capitalismo di Stato non è soltanto di oggi, ma l’avevo dato anche prima della presa del potere da parte dei bolscevichi, mi permetto di fare la seguente citazione dal mio opuscolo: La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, scritto nel settembre 1917 [Lenin, Opere vol. 25 pag. 340-341] .

“(…) Ma provatevi un po’ a sostituire allo Stato degli junker e dei capitalisti, allo Stato dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, uno Stato democratico-rivoluzionario, uno Stato, cioè, che distrugga in modo rivoluzionario tutti i privilegi e non tema di attuare in modo rivoluzionario la democrazia più completa! Vedrete che il capitalismo monopolistico di Stato, in uno Stato veramente democratico-rivoluzionario, significa inevitabilmente e immancabilmente un passo, e anche più di un passo, verso il socialismo!

(…) Perché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato.

(…) Il capitalismo monopolistico di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo”.

 Notate che questo è stato scritto sotto Kerenski, che non si trattava qui di dittatura del proletariato, né di Stato socialista, ma di Stato “democratico-rivoluzionario”. Non è forse chiaro che quanto più noi ci siamo elevati al di sopra di questo gradino politico, quanto più pienamente siamo riusciti a incarnare nei soviet lo Stato socialista e la dittatura del proletariato, tanto meno ci è permesso di temere il “capitalismo di Stato”? Non è forse chiaro che in senso materiale, economico, produttivo noi siamo ancora nell’“anticamera” del socialismo, anzi ancora non vi siamo? E che non si può entrare nella porta del socialismo se non attraverso questa “anticamera” che noi non abbiamo ancora raggiunto? (…)

 

Ecco un altro fatto estremamente istruttivo.

Quando noi discutemmo al CEC con il compagno Bukharin, egli faceva notare tra l’altro: nella questione degli elevati stipendi dati agli specialisti “noi” (evidentemente: noi “comunisti di sinistra”) siamo “più a destra di Lenin”, giacché non vediamo, in questo caso, nessuna deviazione dai principi, ricordando le parole di Marx che in certe condizioni potrebbe essere più opportuno per la classe operaia “riscattarsi da questa banda” [F. Engels, La questione contadina in Francia e in Germania] (s’intende dalla banda dei capitalisti, cioè riscattare dalla borghesia la terra, le fabbriche, le officine e gli altri mezzi di produzione).

Questo è un rilievo estremamente interessante. (…)

In effetti, riflettete sul pensiero di Marx.

Si trattava dell’Inghilterra degli anni settanta del secolo scorso, del periodo culminante del capitalismo premonopolistico, del paese in cui allora c’era meno militarismo e burocrazia che in ogni altro, del paese in cui vi erano allora le maggiori possibilità di una vittoria “pacifica” del socialismo nel senso di un “riscatto” pagato alla borghesia da parte degli operai. E Marx diceva: in certe condizioni gli operai non si rifiuteranno di riscattarsi dalla borghesia. Marx non si era legato le mani – né le aveva legate ai futuri artefici della rivoluzione socialista – per quanto riguarda le forme, i procedimenti, i metodi della rivoluzione, comprendendo perfettamente che una gran quantità di nuovi problemi sarebbero allora sorti, che tutta la situazione sarebbe cambiata nel corso della rivoluzione e che essa sarebbe cambiata spesso e notevolmente nel corso della rivoluzione.

Ora non è forse evidente che nella Russia sovietica, dopo la presa del potere da parte del proletariato, dopo che la resistenza degli sfruttatori, opposta con le armi e con il sabotaggio, è stata schiacciata, si sono realizzate alcune condizioni del tipo di quelle che avrebbero potuto realizzarsi mezzo secolo fa in Inghilterra se essa avesse cominciato ad evolversi pacificamente verso il socialismo? Allora, in Inghilterra, la sottomissione del capitalismo agli operai avrebbe potuto essere assicurata dai seguenti fattori: 1. l’assoluta prevalenza degli operai, dei proletari, nella popolazione in seguito alla mancanza di contadini (nell’Inghilterra degli anni settanta certi indizi permettevano di sperare che il socialismo potesse mietere rapidi successi fra gli operai agricoli); 2. l’eccellente organizzazione del proletariato nei sindacati (l’Inghilterra era allora il primo paese del mondo sotto questo aspetto); 3. il livello culturale relativamente alto del proletariato, educato da un secolo di libertà politiche; 4. la vecchia abitudine dei capitalisti inglesi, mirabilmente organizzati – allora erano i capitalisti meglio organizzati di tutti i paesi del mondo (ora questo primato è passato alla Germania) – a risolvere con il compromesso le questioni politiche ed economiche. Ecco in virtù di quali circostanze poté allora affacciarsi l’idea della possibilità di una sottomissione pacifica dei capitalisti inglesi agli operai d’Inghilterra.

Da noi questa sottomissione è attualmente assicurata da certe premesse fondamentali (la vittoria d’ottobre e l’annientamento tra l’ottobre 1917 e il febbraio 1918 della resistenza dei capitalisti opposta con le armi e con il sabotaggio). Da noi, invece della assoluta prevalenza degli operai, dei proletari, nella popolazione, e del loro alto livello organizzativo, il fattore della vittoria è stato l’appoggio fornito ai proletari dai contadini poveri o che andavano rapidamente in rovina. Da noi, infine, non vi è né un livello culturale elevato, né l’abitudine al compromesso. Se si riflette a queste condizioni concrete, diverrà chiaro che possiamo e dobbiamo ora arrivare a combinare i metodi della repressione implacabile verso i capitalisti senza cultura, incapaci di muoversi verso un qualsiasi “capitalismo di Stato”, incapaci di pensare a qualsiasi compromesso, e che continuano a minare con la speculazione, la corruzione dei poveri, ecc. le iniziative sovietiche, con i metodi del compromesso o del riscatto verso i capitalisti progrediti che sono favorevoli al “capitalismo di Stato” e capaci di attuarlo, utili per il proletariato come intelligenti ed esperti organizzatori delle più grandi imprese, capaci di fornire effettivamente i prodotti a decine di milioni di persone.

Bukharin è un economista marxista dotato di un’eccellente cultura, perciò si è ricordato che Marx aveva profondamente ragione quando insegnava agli operai l’importanza di conservare l’organizzazione della grande produzione proprio al fine di rendere più facile il passaggio al socialismo; quando insegnava che era perfettamente ammissibile l’idea di pagar bene i capitalisti, di riscattarne i beni se (in via di eccezione: l’Inghilterra era allora un’eccezione) le circostanze sono tali da costringere i capitalisti a sottomettersi pacificamente e a passare al socialismo in modo civile e organizzato, sulla base del riscatto.

Ma Bukharin è caduto in errore, poiché non ha riflettuto alle concrete caratteristiche originali della situazione attuale in Russia – situazione appunto eccezionale – in cui, noi, proletariato di Russia, siamo più avanti di qualsiasi Inghilterra e di qualsiasi Germania per il nostro regime politico, per la forza del potere politico degli operai, e allo stesso tempo siamo più indietro del più arretrato degli Stati dell’Europa occidentale per l’organizzazione di un capitalismo di Stato ben ordinato, per il grado di cultura, per il livello di preparazione all’“instaurazione” del socialismo nel campo della produzione materiale. Non è chiaro che da questa situazione di tipo particolare deriva, in questo momento, appunto la necessità di un tipo particolare di “riscatto” che gli operai debbono proporre ai capitalisti più colti, più dotati, più capaci dal punto di vista organizzativo i quali siano pronti a mettersi al servizio del potere sovietico e ad aiutare onestamente a organizzare la grande e grandissima produzione “di Stato”? Non è chiaro che in questa particolare situazione noi dobbiamo cercare di evitare una duplice serie di errori che è, ciascuna a suo modo, di tipo piccolo-borghese?

Da un lato, sarebbe un errore irreparabile affermare che, una volta ammessa la sproporzione tra le nostre “forze” economiche e quelle politiche, “si deve dire” che non bisognava prendere il potere. Così ragionano gli “uomini nell’astuccio”, i quali dimenticano che una “giusta proporzione” non ci sarà mai, e non ci può mai essere nell’evoluzione della natura così come nell’evoluzione della società, e che solo attraverso una serie di tentativi – ciascuno dei quali a sé preso sarà unilaterale, soffrirà di una certa sproporzione – si creerà il socialismo completo, prodotto dalla collaborazione rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi.

Dall’altro lato, sarebbe un errore evidente dar mano libera ai fanfaroni e ai chiacchieroni, i quali si lasciano sedurre dal rivoluzionarismo “radioso”, ma che non sono capaci di un lavoro rivoluzionario tenace, ragionato, ponderato, che tenga conto anche dei momenti di transizione più difficili.

Fortunatamente la storia dello sviluppo dei partiti rivoluzionari e della lotta che il bolscevismo ha condotto contro di essi ci ha lasciato in eredità alcuni tipi nettamente delineati, tra i quali i socialisti-rivoluzionari di sinistra e gli anarchici rappresentano abbastanza chiaramente il tipo dei cattivi rivoluzionari. Essi levano ora alte grida, giungendo fino all’isterismo, contro il “conciliatorismo” dei “bolscevichi di destra”. Ma essi non sanno perché fosse un male il “conciliatorismo” e perché sia stato giustamente condannato dalla storia e da tutto il corso della rivoluzione.

Il conciliatorismo dell’epoca di Kerenski consegnava il potere alla borghesia imperialista, mentre la questione del potere è la questione fondamentale di ogni rivoluzione. Il conciliatorismo di una parte dei bolscevichi nell’ottobre-novembre 1917 o temeva la presa del potere da parte del proletariato, o voleva dividere il potere a metà non solo con “compagni di strada malsicuri”, come i socialisti-rivoluzionari di sinistra, ma anche con i nemici, i seguaci di Cernov, i menscevichi, che inevitabilmente ci avrebbero ostacolato nei nostri compiti fondamentali: nello scioglimento dell’Assemblea costituente, nell’annientamento implacabile dei Bogaievski, nella piena affermazione degli istituti sovietici, in ogni azione di confisca.

Ora il potere è stato conquistato, mantenuto, rafforzato nelle mani di un solo partito, del partito del proletariato, senza nemmeno “compagni di strada malsicuri”. Parlare ora di conciliatorismo quando non si parla né si può nemmeno parlare di divisione del potere, di rinuncia alla dittatura del proletariato contro la borghesia, significa semplicemente ripetere come un pappagallo parole imparate a memoria ma non comprese. Parlare di “conciliatorismo” perché noi, trovandoci in una posizione in cui possiamo e dobbiamo dirigere il paese, ci sforziamo di attirare a noi, senza risparmiare denaro, gli elementi più colti tra quelli istruiti dal capitalismo, di prenderli al nostro servizio per lottare contro la disgregazione piccolo-proprietaria, questo significa non riuscire ad’ avere alcuna idea dei compiti economici che presenta la costruzione del socialismo”. [fine della citazione dall’opuscolo del maggio 1918]

 

L’imposta in natura, la libertà di commercio, le concessioni

Nei ragionamenti del 1918 fin qui citati ci sono parecchi errori circa i periodi di tempo, che sono risultati più lunghi di quanto pensassimo allora. Ciò non sorprende. Ma gli elementi fondamentali della nostra economia sono rimasti gli stessi. I contadini poveri (proletari e semiproletari) si sono trasformati, in moltissimi casi, in contadini medi. L’“elemento” piccolo-proprietario, piccolo-borghese, si è quindi rafforzato. D’altra parte la guerra civile del 1918-1920 ha estremamente aggravato la rovina del paese, ha ritardato la ricostituzione delle sue forze produttive, ha dissanguato più di tutti per l’appunto il proletariato. A ciò si è aggiunto il cattivo raccolto del 1920, la mancanza di foraggio, la moria del bestiame, che hanno ancora più fortemente ritardato la riattivazione dei trasporti e dell’industria e si sono ripercossi, per esempio, sui trasporti a trazione animale della legna, nostro principale combustibile.

Insomma, nella primavera del 1921 si è creata una situazione politica tale che è divenuto assolutamente necessario prendere provvedimenti immediati, decisivi, urgenti, per migliorare le condizioni dei contadini e suscitare una ripresa delle loro forze produttive.

Perché proprio dei contadini e non degli operai?

Perché per migliorare le condizioni degli operai c’è bisogno di pane e di combustibile. E ora è proprio in questo che – dal punto di vista di tutta l’economia statale – siamo “in ritardo”. D’altra parte non si possono aumentare la produzione e l’ammasso del grano, l’ammasso e il trasporto del combustibile se non migliorando le condizioni dei contadini, accrescendo le loro forze produttive. Bisogna incominciare dai contadini. Chi non lo comprende, chi è propenso a credere che ponendo in primo piano i contadini si “rinuncia” o si dà l’impressione di rinunciare alla dittatura del proletariato, semplicemente non riflette sui fatti e cade in balia della vuota frase.

La dittatura del proletariato è la direzione politica del proletariato. Il proletariato, come classe dirigente, dominante, deve saper orientare la politica in modo da risolvere per primo il compito più urgente, più “nevralgico”. Oggi la cosa più urgente è costituita dai provvedimenti che possono aumentare immediatamente le forze produttive dell’economia contadina. Soltanto con questo mezzo si può riuscire sia a migliorare le condizioni degli operai, sia a rafforzare l’alleanza degli operai coi contadini, a rafforzare la dittatura del proletariato. Quel proletario, o rappresentante del proletariato, che volesse giungere a migliorare le condizioni degli operai senza questo mezzo sarebbe di fatto un complice delle guardie bianche e dei capitalisti. Perché non usare questo mezzo significa porre gli interessi corporativi degli operai al di sopra degli interessi di classe; significa sacrificare gli interessi di tutta la classe operaia agli interessi del vantaggio immediato, temporaneo, parziale degli operai, sacrificare la loro dittatura, l’alleanza con i contadini contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, la funzione dirigente della classe operaia nella lotta per la liberazione del lavoro dal giogo del capitale.

Dunque: sono innanzi tutto necessari provvedimenti immediati e seri per aumentare le forze produttive dell’economia contadina.

E questo aumento non è possibile senza cambiamenti profondi nella politica degli approvvigionamenti. Uno di questi cambiamenti è stata la sostituzione dei prelevamenti con l’imposta in natura, connessa alla libertà di commercio, permessa, dopo il pagamento dell’imposta, almeno su scala locale.

In che cosa consiste la sostituzione del prelevamento con l’imposta in natura?

A questo riguardo sono molto diffuse idee sbagliate. Ciò è dovuto per lo più al fatto che non si cerca di penetrare nel senso di questo passaggio, non ci si domanda perché lo si fa e dove esso conduce. Si pensa che dal comunismo in generale si passi al sistema borghese in generale. Per combattere questo errore bisogna assolutamente richiamarsi a ciò di cui si parlò nel maggio del 1918.

L’imposta in natura è una delle forme transitorie da un particolare “comunismo di guerra”, che era necessario a causa dell’estremo bisogno, della rovina e della guerra, allo scambio socialista dei prodotti. E quest’ultimo, a sua volta, è una delle forme di passaggio dal socialismo, con le particolarità dovute alla preponderanza nella popolazione dei piccoli contadini, al comunismo.

Il “comunismo di guerra”, che era una forma tutta particolare, consisteva di fatto nel togliere ai contadini tutte le derrate eccedenti, e talvolta addirittura non soltanto quelle eccedenti ma anche quelle necessarie, per coprire le spese dell’esercito e per nutrire gli operai. Per lo più prendevamo il grano a credito, pagando con carta moneta. Altrimenti non avremmo potuto vincere i grandi proprietari fondiari e i capitalisti in un paese rovinato, a piccola economia contadina. E il fatto che abbiamo vinto (nonostante l’appoggio dato dai più potenti Stati del mondo ai nostri sfruttatori) dimostra non soltanto che gli operai e i contadini sono capaci di compiere miracoli di eroismo nella lotta per la propria liberazione; dimostra anche che di fatto i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, Kautsky e soci si erano assunti la funzione di lacchè della borghesia quando consideravano questo “comunismo di guerra” come una nostra colpa. Esso deve essere considerato come un nostro merito.

Ma è non meno indispensabile conoscere le proporzioni reali di questo merito. La guerra e la rovina ci hanno imposto il “comunismo di guerra”. Esso non era e non poteva essere una politica rispondente ai compiti economici del proletariato. Fu una misura temporanea. La giusta politica del proletariato, che esercita la propria dittatura in un paese di piccoli contadini, è lo scambio del grano coi prodotti dell’industria, indispensabili ai contadini. Soltanto questa politica degli approvvigionamenti risponde ai compiti del proletariato, solo essa è capace di rafforzare le fondamenta del socialismo e di portare alla sua completa vittoria.

L’imposta in natura è il passaggio a questa politica. Siamo ancora talmente rovinati, talmente oppressi dal peso della guerra (che c’è stata ieri e che potrebbe scoppiare domani a causa dell’avidità e della rabbia dei capitalisti), che non possiamo dare al contadino prodotti industriali in cambio di tutto il grano di cui abbiamo bisogno. Sapendolo, introduciamo l’imposta in natura, prendiamo cioè come imposta la quantità minima di grano che ci è necessaria (per l’esercito e per gli operai); il resto lo scambieremo coi prodotti industriali.

Non bisogna tuttavia dimenticare quanto segue. La miseria e la rovina sono tali che non possiamo subito riattivare la grande produzione, quella di fabbrica, la produzione di Stato, socialista. Per fare questo sono necessarie grandi riserve di grano e di combustibili nei grandi centri industriali, è necessario sostituire le vecchie macchine con delle nuove, ecc. L’esperienza ci ha convinti che non è possibile farlo subito, e sappiamo che dopo la rovinosa guerra imperialista perfino i paesi più ricchi e progrediti riusciranno a risolvere questo problema soltanto in un periodo di tempo piuttosto lungo. Ciò significa che è necessario favorire in una certa misura la restaurazione della piccola industria, che non ha bisogno di macchine, non ha bisogno di riserve di materie prime, di combustibile, di derrate, né grandi, né su scala statale, e che può subito dare un certo aiuto all’economia contadina ed aumentarne le forze produttive.

Che cosa ne consegue?

Ne consegue che, sulla base di una certa libertà di commercio (sia pure soltanto locale), risorgeranno la piccola borghesia e il capitalismo. Ciò è indubbio. È ridicolo non volerlo vedere.

Ci si chiede: è ciò indispensabile? È giustificabile? Non è pericoloso?

Vengono poste molte domande di questo genere, che nella maggioranza dei casi rivelano soltanto l’ingenuità (per non dire di peggio) di chi le pone.

Guardate come nel maggio del 1918 definivo l’esistenza, nella nostra economia, degli elementi (parti costitutive) dei diversi sistemi economico-sociali. Nessuno potrà contestare l’esistenza di tutte queste cinque fasi (o parti costitutive), di tutte queste cinque forme, dalla patriarcale cioè semibarbara, alla socialista. È ovvio che in un paese di piccoli contadini predomina la “forma” della piccola economia contadina, cioè in parte patriarcale, in parte piccolo-borghese. Lo sviluppo della piccola economia è uno sviluppo piccolo-borghese, è uno sviluppo capitalista, giacché si ha lo scambio; questa è una verità inconfutabile, una verità elementare dell’economia politica, confermata inoltre dall’esperienza e dalle osservazioni quotidiane, sia pure banali.

Quale politica può dunque condurre il proletariato di fronte a questa realtà economica? Dare al piccolo contadino tutti i prodotti della produzione della grande industria socialista, di cui ha bisogno, in cambio del grano e delle materie prime? Questa sarebbe la politica più desiderabile, più “giusta”; e noi l’abbiamo appunto iniziata. Ma non possiamo dare tutti i prodotti, non lo possiamo assolutamente e non lo potremo tanto presto, non lo potremo almeno fino a quando non porteremo a termine almeno la prima fase dei lavori per l’elettrificazione di tutto il paese. Che fare dunque?

O tentare di proibire, di impedire ad ogni costo ogni sviluppo dello scambio privato, non statale, cioè del commercio, del capitalismo, inevitabile quando esistono milioni di piccoli produttori. Questa sarebbe una politica sciocca e costituirebbe un suicidio per il partito che la tentasse. Una politica sciocca poiché i partiti che tentano una politica simile subiscono un fallimento inevitabile. Non v’é alcuna ragione di nascondere gli errori; alcuni comunisti hanno sbagliato “col pensiero, con la parola e con l’azione”, cadendo proprio in questa politica. Cerchiamo di correggerci di questi errori. Bisogna assolutamente correggerci, altrimenti le cose andranno veramente male.

Oppure (è l’altra politica possibile e la sola sensata) non tentare di proibire o di bloccare lo sviluppo del capitalismo, ma sforzarsi di incanalarlo nell’alveo del capitalismo di Stato. Ciò è economicamente possibile, poiché il capitalismo di Stato esiste – in questa o quella forma, in questo o quel grado – ovunque vi sono elementi di libero commercio e di capitalismo in generale.

È possibile la combinazione, l’unione, la coesistenza dello Stato sovietico, della dittatura del proletariato, col capitalismo di Stato?

Naturalmente, è possibile. Appunto ciò mi proponevo di dimostrare nel maggio 1918. Appunto questo spero di aver dimostrato nel maggio del 1918. Inoltre, allora ho anche dimostrato che il capitalismo di Stato è un passo avanti in confronto all’elemento piccolo-proprietario (piccolo-patriarcale e piccolo-borghese). Commettono una infinità di errori coloro che raffrontano e contrappongono il capitalismo di Stato soltanto al socialismo, mentre nell’attuale situazione politica ed economica bisogna contrapporlo anche alla produzione piccolo-borghese.

Tutto il problema, sia teorico che pratico, consiste nel trovare i metodi giusti appunto per incanalare lo sviluppo inevitabile (fino ad un certo punto e per un certo periodo) del capitalismo nell’alveo del capitalismo di Stato, nel trovare le condizioni che garantiscano questo sviluppo e assicurino in un futuro non lontano la trasformazione del capitalismo di Stato in socialismo.

Per avvicinarsi alla soluzione di questo problema, bisogna anzitutto rappresentarsi nel modo più chiaro possibile che cosa praticamente sarà e potrà essere il capitalismo di Stato all’interno del nostro sistema sovietico, nel quadro del nostro Stato sovietico.

 

Il caso, o esempio, più semplice di come il potere sovietico incanali lo sviluppo del capitalismo nell’alveo del capitalismo di Stato, di come esso “impianti” il capitalismo di Stato, è quello delle concessioni [contratti con grandi capitalisti stranieri che avrebbero impiantato industrie o aperto miniere in Russia]. Ora nel nostro paese tutti riconoscono che le concessioni sono necessarie, ma non tutti riflettono sulla loro funzione. Che cosa sono le concessioni nel sistema sovietico, dal punto di vista delle forme economiche e sociali e dei rapporti che tra esse intercorrono? Si tratta di un contratto, di un blocco, di un’alleanza del potere statale sovietico, cioè proletario, col capitalismo di Stato, contro l’elemento piccolo-proprietario (patriarcale e piccolo-borghese). Il concessionario è un capitalista. Egli fa gli affari da capitalista, per avere dei profitti: egli accetta di concludere un contratto col potere sovietico per ottenere un profitto eccezionale, maggiore del consueto, o per avere delle materie prime che non può procurarsi o gli è estremamente difficile procurarsi in altri modi. Il potere sovietico ne trae vantaggio: le forze produttive si sviluppano, la quantità di prodotti aumenta immediatamente o nel termina più breve. Noi abbiamo, diciamo, un centinaio di industrie, di miniere, di boschi. Non possiamo sfruttarli tutti: non abbiamo macchine, viveri, trasporti a sufficienza. Per le stesse ragioni sfruttiamo male i rimanenti settori. Dal cattivo e insufficiente sfruttamento delle grandi imprese consegue un rafforzamento dell’elemento piccolo-proprietario in tutte le sue manifestazioni: l’indebolimento dell’economia contadina dei dintorni (e in seguito di tutta l’economia contadina), l’indebolimento delle sue forze produttive, la diminuzione della sua fiducia verso il potere sovietico, l’appropriazione indebita e la piccola (e più pericolosa) speculazione in massa, ecc. “Impiantando” il capitalismo di Stato sotto forma di concessioni, il potere sovietico rafforza la grande produzione contro la piccola, la progredita contro l’arretrata, la produzione a macchina contro quella a mano, aumenta la quantità dei prodotti della grande industria (la sua quota parte), rafforza i rapporti economici regolati dallo Stato contro quelli anarchici piccolo-borghesi. La politica delle concessioni, condotta con moderazione e ponderatezza, ci aiuterà senz’alcun dubbio a migliorare ben presto (in una certa misura, poco elevata) lo stato dell’industria, le condizioni degli operai e dei contadini, naturalmente a prezzo di determinati sacrifici, della consegna ai capitalisti di decine e decine di migliaia di tonnellate di prodotti preziosissimi.

In quale misura e in quale condizione le concessioni sono vantaggiose e non pericolose per noi? Ciò dipende dal rapporto delle forze, ed è la lotta che lo decide, poiché anche la concessione è un aspetto della lotta, la continuazione della lotta di classe sotto un’altra forma, e non è affatto la sostituzione della lotta di classe con la pace tra le classi. I metodi di lotta ce li mostrerà la pratica.

Il capitalismo di Stato sotto forma di concessioni è forse, in confronto alle altre forme di capitalismo di Stato all’interno del sistema sovietico, la forma più semplice, più netta, più chiara, meglio delineata. Abbiamo qui un contratto scritto del tutto formale col capitalismo più colto, più progredito, quello dell’Europa occidentale. Noi conosciamo esattamente i nostri guadagni e le nostre perdite, i nostri diritti e i nostri doveri; conosciamo esattamente la data in cui scade la concessione, conosciamo le condizioni per un riscatto anticipato, se il contratto lo prevede. Noi paghiamo un certo “tributo” al capitalismo mondiale, sotto certi aspetti ci “riscattiamo” da esso ottenendo immediatamente, in una determinata misura, il rafforzamento della situazione del potere sovietico e il miglioramento delle condizioni della nostra economia. Per le concessioni tutta la difficoltà sta nel prevedere e soppesare ogni cosa al momento di concludere il contratto e, in seguito, nel saperne controllare l’esecuzione. Vi sono, senza dubbio, delle difficoltà, e nei primi tempi si commetteranno probabilmente errori inevitabili; ma queste difficoltà sono minime in confronto agli altri problemi della rivoluzione sociale e, particolarmente, in confronto alle altre forme di sviluppo, di ammissione, di impianto del capitalismo di Stato.

Il compito più importante di tutti i quadri del partito e degli organismi sovietici, in relazione all’introduzione dell’imposta in natura, è di saper applicare i principi, le basi, i concetti della politica “concessionista” (cioè simile al capitalismo di Stato “concessionista”) alle altre forme di capitalismo, di libero commercio, di scambio locale, ecc.

 

Prendiamo la cooperative. Non per nulla il decreto sull’imposta in natura ha provocato l’immediata revisione del regolamento delle cooperative e un determinato allargamento delle loro “libertà” e dei loro diritti. La cooperazione è anch’essa un aspetto del capitalismo di Stato, ma meno semplice, non così chiaramente delineato, più intricato, e pone quindi di fronte al nostro potere, in pratica, difficoltà ancora maggiori. Le cooperative dei piccoli produttori di merci (di questi stiamo parlando, poiché sono cooperative di lavoratori) genera inevitabilmente rapporti capitalisti piccolo-borghesi, concorre al loro sviluppo, pone in primo piano i piccoli capitalisti, procura loro il maggiore vantaggio. E non può essere altrimenti, dato che i piccoli proprietari predominano e v’é la possibilità, e anche la necessità, dello scambio. Libertà e diritti per le cooperative, nelle condizioni attuali della Russia, significano libertà e diritti per il capitalismo. Non voler vedere questa lampante verità sarebbe una sciocchezza e un delitto.

Ma il capitalismo “cooperativistico”, a differenza del capitalismo privato, in regime sovietico è una varietà del capitalismo di Stato e come tale ci è ora vantaggioso ed utile, in una certa misura s’intende. Dato che l’imposta in natura significa libertà di vendita delle derrate eccedenti (non prelevate sotto forma d’imposta), è necessario fare di tutto affinché questo sviluppo del capitalismo – poiché libertà di vendita e libertà di commercio sono sviluppo del capitalismo – venga incanalato nell’alveo del capitalismo cooperativistico. Il capitalismo cooperativistico rassomiglia a quello di Stato in quanto facilita l’inventario, il controllo, la sorveglianza, i rapporti contrattuali fra lo Stato (sovietico nel caso nostro) e il capitalista. Le cooperative, come forma di commercio, sono più vantaggiose e più utili del commercio privato non solo per le cause sopra esposte, ma anche perché facilitano l’unione, l’organizzazione di milioni di abitanti, e poi di tutti gli abitanti senza eccezione, e questa circostanza, a sua volta, offre un immenso vantaggio dal punto di vista dell’ulteriore passaggio dal capitalismo di Stato al socialismo.

Paragoniamo le concessioni e le cooperative come due forme del capitalismo di Stato.

Le concessioni si basano sulla grande industria meccanica; le cooperative su quella piccola, a mano, in parte perfino patriarcale. Le concessioni, in ogni singolo contratto, riguardano un solo capitalista o una sola ditta, un solo consorzio, cartello, trust. Le cooperative abbracciano molte migliaia, perfino milioni di piccoli proprietari. Le concessioni ammettono, anzi presuppongono, un contratto preciso e una scadenza precisa. Le cooperative non ammettono né un contratto del tutto preciso, né una scadenza ben precisa. Abrogare la legge sulle cooperative è molto più difficile che rompere un contratto di concessione. Inoltre, mentre la rottura di un contratto significa di fatto la subitanea, semplice, immediata rottura dei rapporti di alleanza economica o di “convivenza” economica col capitalista, non solo nessuna abrogazione della legge sulle cooperative e nessuna legge in generale può rompere subito di fatto la “convivenza” del potere sovietico con i piccoli capitalisti, ma non può neanche, rompere in generale gli attuali rapporti economici. È facile “sorvegliare” il concessionario: sorvegliare i cooperatori è difficile. Passare dalle concessioni al socialismo significa passare da una forma di grande produzione a un’altra forma di grande produzione. Passare dalle cooperative dei piccoli produttori al socialismo significa passare dalla piccola produzione alla grande, significa cioè compiere un passaggio più complesso, che però, in caso di successo, è in grado di abbracciare una massa più grande di popolazione, è in grado di strappare le radici più profonde e più resistenti dei vecchi rapporti presocialisti e perfino precapitalisti, che si oppongono con maggior pervicacia a qualsiasi “innovazione”. La politica delle concessioni ci darà, in caso di successo, un certo numero di grandi imprese modello, se comparate alle nostre, che potranno reggere il confronto con quelle del capitalismo moderno progredito; fra qualche decina d’anni queste imprese passeranno interamente a noi. La politica cooperativistica ci darà, in caso di successo, una ripresa della piccola economia e faciliterà il passaggio di quest’ultima, in un periodo indeterminato, alla grande produzione basata sui principi dell’associazione volontaria.

 

Prendiamo ora una terza forma del capitalismo di Stato. Lo Stato assume il capitalista in qualità di commerciante, pagandogli una determinata percentuale come commissione per la vendita dei prodotti dello Stato e la compera dei prodotti del piccolo produttore. Consideriamo anche una quarta forma: lo Stato dà in appalto all’imprenditore capitalista russo uno stabilimento, un’industria, o un bosco, un appezzamento di terra, ecc. appartenente allo Stato e il contratto assomiglia per lo più a un contratto di concessione. Di queste due ultime forme di capitalismo di Stato da noi non si parla affatto, ad esse non si pensa nemmeno, non vengono affatto prese in considerazione. Ma ciò avviene non perché siamo forti e intelligenti, ma perché siamo deboli e sciocchi. Abbiamo paura di guardare in faccia la “bassa verità” e troppo spesso cadiamo in balia dell’“illusione che ci eleva” [dal poema di Pusckin, L’eroe]. Ripetiamo sempre che “noi” stiamo passando dal capitalismo al socialismo, dimenticando di raffigurarci in modo chiaro e preciso chi sono questi “noi “. È necessario avere dinanzi agli occhi l’elenco di tutte – tutte immancabilmente, senza eccezione – le parti costitutive, di tutte le diverse forme sociali della nostra economia, che ho enumerato nell’articolo del maggio 1918, per non dimenticare questo quadro chiaro e preciso. “Noi”, avanguardia, reparto avanzato del proletariato, stiamo passando direttamente al socialismo, ma l’avanguardia è soltanto una piccola parte di tutta la massa della popolazione. E affinché “noi” possiamo risolvere con successo il compito del nostro passaggio immediato al socialismo, è necessario comprendere quali vie, metodi, mezzi, modi di procedere intermedi sono necessari per passare dai rapporti precapitalisti al socialismo. In ciò sta il nocciolo della questione.

Date uno sguardo alla carta della Repubblica federale russa. A nord di Vologdà, a sud-ovest di Rostov sul Don e di Saratov, a sud di Orenburg e di Omsk, a nord di Tomsk si estendono territori immensi, sui quali troverebbero posto decine di immensi Stati civili. E in tutti questi territori regnano il sistema patriarcale, la semibarbarie e la barbarie vera e propria. E nelle campagne sperdute del resto della Russia? Dovunque decine di chilometri di strade vicinali – più esattamente: decine di chilometri senza strade – separano il villaggio dalla ferrovia, cioè dal legame materiale con la civiltà, col capitalismo, con la grande industria, con le grandi città. Non predomina forse dovunque anche in questi luoghi il sistema patriarcale, l’oblomovismo [da Oblomov, personaggio dell’omonimo romanzo di Goncarov (1812-1891), sinonimo di fatalismo e abitudinarismo], la semibarbarie?

Si può concepire il passaggio immediato da queste condizioni predominanti in Russia al socialismo? Si può fino ad un certo punto, ma soltanto a una condizione, che ora conosciamo esattamente grazie all’enorme lavoro scientifico che abbiamo compiuto. Questa condizione è l’elettrificazione. Se costruiremo decine di centrali elettriche nei distretti (adesso sappiamo dove e come si possono e si devono costruire), se porteremo l’energia elettrica in ogni villaggio, se ci procureremo una quantità sufficiente di motori elettrici e di altre macchine, allora non vi sarà bisogno, o quasi non vi sarà bisogno di fasi intermedie, di anelli transitori fra il sistema patriarcale e il socialismo. Ma noi sappiamo benissimo che per avere anche questa “sola” condizione impiegheremo per lo meno dieci anni soltanto per i lavori più urgenti, e che, a sua volta, si può pensare a impiegarne di meno soltanto nel caso in cui la rivoluzione proletaria riporti la vittoria in paesi come l’Inghilterra, la Germania, l’America.

Nell’immediato futuro dobbiamo invece imparare a pensare agli anelli intermedi che possono facilitare il passaggio dal sistema patriarcale, dalla piccola produzione, al socialismo. “Noi” spesso facciamo oggi ancora il seguente ragionamento: “Il capitalismo è un male, il socialismo è un bene”. Ma questo ragionamento è sbagliato, poiché non tiene conto dell’insieme di tutte le forme economiche e sociali esistenti, e ne considera soltanto due.

Il capitalismo è un male in confronto al socialismo. Il capitalismo è un bene in confronto al periodo medioevale, in confronto alla piccola produzione, in confronto al burocratismo che è connesso alla dispersione dei piccoli produttori. Poiché non abbiamo ancora la forza di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è, in una certa misura, inevitabile, come prodotto spontaneo della piccola produzione e dello scambio; e noi dobbiamo quindi utilizzare il capitalismo (soprattutto incanalandolo nell’alveo del capitalismo di Stato) come anello intermedio tra la piccola produzione e il socialismo, come un mezzo, una via, un modo, un metodo per aumentare le forze produttive.

 

Prendete la questione del burocratismo ed esaminatela dal punto di vista economico. Nel maggio 1918 il burocratismo non ci interessava. Sei mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre, dopo aver abbattuto il vecchio apparato burocratico dall’alto in basso, non avvertivamo ancora questo male.

Passa un altro anno. All’VIII Congresso del PCR, tenutosi dal 18 al 23 marzo 1919, viene approvato il nuovo programma del partito, e in questo programma parliamo apertamente – senza paura di riconoscere che il male esiste, ma desiderando denunciarlo, smascherarlo, metterlo alla gogna, destare il pensiero e la volontà, l’energia, l’azione per combatterlo – “del risorgere parziale del burocratismo nel sistema sovietico”.

Passano altri due anni. Nella primavera del 1921, dopo l’VIII Congresso dei soviet che discusse (dicembre 1920) il problema del burocratismo, dopo il X Congresso del Partito comunista russo (marzo 1921) che riassunse le controversie strettamente connesse con l’analisi del burocratismo, vediamo davanti a noi questo male in modo ancor più chiaro, ancor più netto, ancor più minaccioso.

Quali sono le radici economiche del burocratismo? Due sono le radici principali: da una parte la borghesia progredita ha bisogno di un apparato burocratico, anzitutto militare, anche giudiziario, ecc. per servirsene proprio contro il movimento rivoluzionario degli operai (e in parte dei contadini). Questo nel nostro paese non esiste. I nostri tribunali sono tribunali di classe, contro la borghesia. Il nostro esercito è un esercito di classe, contro la borghesia. Il burocratismo non è nell’esercito, ma negli organismi che lo riforniscono.

La radice economica del nostro burocratismo è diversa: il frazionamento, la dispersione del piccolo produttore, la sua miseria, la sua incultura, l’insufficienza di strade, l’ignoranza, la mancanza di scambi fra l’agricoltura e l’industria, l’assenza di legami e contatti fra di esse. Ciò è in grandissima misura un risultato della guerra civile. Quando ci bloccarono, ci assediarono da ogni parte, ci tagliarono da tutto il mondo e poi anche dal sud ricco di grano, dalla Siberia, dal carbone, noi non potevamo ricostruire l’industria. Non esitammo a introdurre il “comunismo di guerra”, non ci spaventammo davanti alle condizioni più disperate: sopporteremo un’esistenza di semiaffamati e peggio ancora, ma difenderemo ad ogni costo, nonostante la più inaudita rovina e l’assenza di scambi, il potere operaio e contadino. E non ci siamo lasciati intimorire da quel che ha spaventato i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi (che di fatto seguirono la borghesia soprattutto perché avevano paura, erano spaventati).

Ma ciò che in un paese bloccato, in una fortezza assediata, era la condizione della vittoria, rivelò il suo lato negativo proprio nella primavera del 1921, quando le ultime truppe delle guardie bianche furono definitivamente scacciate dal territorio della Repubblica federale russa. In una fortezza assediata è possibile ed è necessario “chiudere” ogni scambio; è cosa che si può sopportare per tre anni, se le masse sono particolarmente eroiche. Dopo di ciò, la rovina del piccolo produttore si aggravò ancor più, la ricostruzione della grande industria venne ancora posposta, rimandata. Il burocratismo come eredità dello “stato d’assedio”, come sovrastruttura della piccola produzione frazionata e prostrata, si palesò interamente.

Bisogna saper riconoscere senza paura il male per combatterlo con maggior fermezza, per ricominciare ancora e ancora daccapo: saremo costretti ancora molte volte, in tutti i campi della nostra edificazione, a ricominciare daccapo, correggendo ciò che è imperfetto, scegliendo vie diverse per affrontare il compito. Si è visto che la ricostruzione della grande industria doveva essere rinviata, che la “chiusura” degli scambi fra l’industria e l’agricoltura non poteva continuare. Bisognava dunque puntare su ciò che era più accessibile: la ricostruzione della piccola industria; bisognava portare aiuto alla causa da questo lato, puntellare questo muro dell’edificio semirovinato dalla guerra e dal blocco. In tutti i modi e ad ogni costo bisognava sviluppare lo scambio senza aver paura del capitalismo, perché i limiti che gli abbiamo posto (espropriazione dei grandi proprietari fondiari e della borghesia in economia, potere operaio e contadino in politica) sono abbastanza angusti, abbastanza “moderati”. Questa è l’idea fondamentale dell’imposta in natura, questo è il suo significato economico.

Tutti i quadri del partito e dei soviet devono concentrare tutti i loro sforzi, tutta la loro attenzione al fine di creare, di suscitare una grande iniziativa locale nell’edificazione economica – nei governatorati, e ancor più nei distretti, e ancor più nei comuni e nei villaggi – precisamente con l’obiettivo di sollevare immediatamente, sia pure con “piccoli” mezzi, su scala ridotta, l’economia contadina, di aiutarla sviluppando la piccola industria locale. Il piano economico statale unico esige che proprio su ciò si concentrino la nostra attenzione e le nostre cure, che ciò diventi il centro dei lavori “urgenti”. Se otterremo un certo miglioramento in questo campo più vicino alle più larghe e più profonde “fondamenta”, ciò ci permetterà di passare nel minor tempo possibile, con più energia e un miglior esito, alla ricostruzione della grande industria.

L’addetto agli approvvigionamenti finora conosceva una sola direttiva fondamentale: raggiungere il 100% nei prelevamenti. Ora la direttiva è un’altra: riscuotere l’imposta nel più breve tempo possibile al 100 per cento, poi riscuotere ancora il 100 per cento con lo scambio dei prodotti della grande e della piccola industria. Chi raggiungerà il. 75 per cento dell’imposta e il 75 per cento (del secondo centinaio) per mezzo dello scambio dei prodotti della grande e della piccola industria, farà cosa più utile allo Stato di colui che raggiungerà il 100 per cento dell’imposta e il 55 per cento (del secondo centinaio) mediante lo scambio. Il compito dell’addetto agli approvvigionamenti diventa più complesso. Da un lato diventa un compito fiscale. Riscuoti l’imposta nel più breve tempo possibile, nel modo più razionale. Dall’altro lato, diventa un compito economico generale. Sforzati di dirigere le cooperative, di aiutare la piccola industria, di sviluppare l’iniziativa locale in modo che lo scambio fra l’agricoltura e l’industria venga a aumentare e a rafforzarsi. Noi facciamo ciò ancora molto male, malissimo; il burocratismo ne è la prova. Non dobbiamo aver paura di riconoscere che in questo settore si può e si deve ancora imparare molto dal capitalista. Compariamo i risultati dell’esperienza pratica per governatorato, per distretto, per comune, per villaggio: in quel tal posto i capitalisti e i piccoli capitalisti privati sono riusciti a raggiungere qualcosa. Il loro profitto è all’incirca di tanto. Questo è il tributo, il prezzo che abbiamo pagato per la “lezione” impartitaci. Non rincresce pagare una lezione, purché la lezione sia proficua. Ma in un posto vicino, con il metodo cooperativistico si sono avuti questi o quei risultati. Il profitto delle cooperative è di tanto. E in un terzo posto ancora, col metodo puramente statale, puramente comunista, si è raggiunto qualcos’altro ancora (oggi questo terzo caso è una rara eccezione).

Il compito deve consistere nel far sì che ogni centro economico regionale, ogni consiglio economico provinciale presso il comitato esecutivo ponga immediatamente all’ordine del giorno, come cosa di primaria importanza, l’organizzazione immediata di diversi generi di esperimenti o di sistemi di “scambio” per le eccedenze che rimangono dopo il pagamento dell’imposta in natura. Fra alcuni mesi si devono avere risultati pratici per poterli comparare e studiare. Il sale locale o trasportato da altre località, il petrolio del centro, l’industria artigianale della lavorazione del legno, l’artigianato che utilizza le materie prime locali e fornisce alcuni prodotti sia pure non molto importanti ma necessari ed utili al contadino, il “carbone bianco” (utilizzazione delle forze idriche d’importanza locale per l’elettrificazione) ecc., tutto dev’essere impiegato per stimolare a ogni costo lo scambio fra l’industria e l’agricoltura. Chi raggiungerà in questo campo i maggiori risultati, sia pure per mezzo del capitalismo privato, sia pure senza la cooperazione, senza la diretta trasformazione di questo capitalismo in capitalismo di Stato, recherà maggior utilità alla causa dell’edificazione socialista di tutta la Russia di chi “penserà” alla purezza del comunismo, scriverà regolamenti, norme, istruzioni per il capitalismo di Stato e per la cooperazione, ma non farà progredire praticamente lo scambio.

Ciò può sembrare un paradosso: il capitalismo privato nella funzione di collaboratore del socialismo?

Eppure non è affatto un paradosso, ma un fatto assolutamente indiscutibile dal punto di vista economico. Poiché abbiamo a che fare con un paese di piccoli contadini, con trasporti estremamente rovinati, appena uscito dalla guerra e dal blocco, diretto politicamente dal proletariato, che ha nelle sue mani i trasporti e la grande industria. Da queste premesse consegue in maniera assolutamente inevitabile anzitutto l’importanza primaria, nel momento attuale, dello scambio locale e, in secondo luogo, la possibilità di far progredire il socialismo per mezzo del capitalismo privato (senza parlare poi di quello di Stato).

Meno discussioni sui termini. Da questo lato pecchiamo tuttora oltre misura. Maggiore varietà nell’esperienza pratica e uno studio più profondo di questa esperienza. Esistono condizioni in cui un’organizzazione esemplare del lavoro locale, perfino su scala minima, ha un’importanza nazionale maggiore di molti rami del lavoro statale centrale. E nel nostro paese, proprio in questo momento, per l’economia contadina in generale e lo scambio delle eccedenze dell’economia agricola in particolare, esistono appunto queste condizioni. Un’organizzazione esemplare di questo lavoro, sia pure in un solo comune, ha maggiore importanza nazionale dell’“esemplare” miglioramento dell’apparato centrale di questo o quel commissariato del popolo. Infatti il nostro apparato centrale si è, durante tre anni e mezzo, talmente “organizzato” da aver acquistato una certa inerzia nociva; noi non possiamo migliorarlo notevolmente e in breve tempo: non sappiamo come fare. L’aiuto per migliorarlo radicalmente, per farvi affluire nuove forze fresche, per lottare con successo contro il burocratismo, per superare questa inerzia nociva, deve venire dalle organizzazioni locali, dalla base, dall’organizzazione esemplare di un piccolo “tutto”, ma di un vero “tutto”, cioè non di una sola azienda, non di un solo ramo dell’economia, non di una sola impresa, bensì della somma di tutti i rapporti economici, della somma di tutti gli scambi, non fosse che di una piccola località.

Quelli di noi che sono condannati a rimanere a lavorare al centro continueranno a migliorare l’apparato e a epurarlo dal burocratismo, sia pure in misura modesta ma oggi possibile. Ma l’aiuto principale a questo riguardo viene e verrà dalla provincia. Ivi, in generale, le cose vanno meglio che al centro, per quanto mi è dato vedere, e ciò è comprensibile, poiché il male del burocratismo si concentra naturalmente al centro. Mosca non può non essere a questo riguardo la peggiore città e in generale la peggiore “località” della repubblica. In provincia si devia dalla via di mezzo in due sensi, e si devia verso il peggio più raramente di quanto si vada verso il meglio. Le deviazioni verso il peggio sono gli abusi dei vecchi funzionari, dei grandi proprietari fondiari, dei borghesi e simile canagliume, che si sono accodati ai comunisti e che a volte commettono abusi e atti ignobili e oltraggiano i contadini. Qui occorre un’epurazione terroristica: processo sul posto e condanna irrevocabile alla fucilazione. I Martov, i Cernov e i benpensanti senza partito loro simili, si battano pure il petto ed esclamino “Dio sia lodato, io non rassomiglio a “loro”, io non ho ammesso e non ammetto il terrore”. Questi sciocchi “non ammettono il terrore” perché si sono scelti la funzione di complici servili delle guardie bianche per ingannare gli operai e i contadini. I socialisti-rivoluzionari e i menscevichi “non ammettono il terrore” perché, coprendosi con la bandiera del “socialismo”, si sono assunti il compito di portare le masse sotto il terrore delle guardie bianche. Lo hanno dimostrato il regime di Kerenski e di Kornilov in Russia, il regime di Kolciak in Siberia, il menscevismo in Georgia, lo dimostrano gli eroi della II Internazionale e dell’Internazionale “due e mezzo” [organizzazione fondata a Vienna nel febbraio 1921 da partiti e gruppi centristi che sotto la pressione delle masse avevano abbandonato la II Internazionale: tornarono a fondersi con essa nel 1923] in Finlandia, in Ungheria, in Austria, in Germania, in Italia, in Inghilterra, ecc. Lodino pure se stessi i complici servili del terrore bianco per aver respinto qualsiasi forma di terrore. Ma noi diremo una verità dura, ma indubbia: nei paesi che attraversano una crisi inaudita, ove i vecchi rapporti si sono disgregati e la lotta di classe si è esacerbata dopo la guerra imperialista del 1914-1918 – e tali sono tutti i paesi del mondo – non si può fare a meno del terrore, per quanto dicano gli ipocriti e i fraseggiatori. O il terrore delle guardie bianche, il terrore borghese americano, inglese (in Irlanda), italiano (i fascisti), tedesco, ungherese e d’altro tipo, o il terrore rosso, proletario. Non c’è via di mezzo, non c’è e non ci può essere una “terza” via.

Le deviazioni verso il meglio sono: la lotta vittoriosa contro il burocratismo, la massima sollecitudine verso i bisogni degli operai e dei contadini, la massima cura nel risollevare l’economia, l’aumento della produttività del lavoro, lo sviluppo dello scambio locale fra l’agricoltura e l’industria. Queste deviazioni dalla via di mezzo verso il meglio, sebbene più frequenti di quelle verso il peggio, sono tuttavia rare. Però esistono. Dunque, in provincia si formano forze comuniste nuove, giovani, fresche, temprate dalla guerra civile e dalle privazioni. Noi facciamo ancora poco, troppo poco, per spingere sistematicamente e costantemente queste forze dal basso in alto. È possibile e necessario farlo con maggiore ampiezza e perseveranza. Alcuni funzionari possono e devono essere tolti dal lavoro centrale e trasferiti in provincia: come dirigenti di distretti e di comuni essi organizzeranno in modo esemplare tutto il lavoro economico nel suo complesso, recheranno un’utilità immensa e compiranno un’opera molto più importante per lo Stato di quella che potrebbero compiere lavorando al centro. Poiché organizzando in modo esemplare il lavoro si crea un vivaio di nuovi quadri e si fornisce un esempio da imitare, che sarà poi relativamente facile da seguire; e noi sapremo dal centro porgere un aiuto affinché l’“imitazione” di questo modello si diffonda largamente dovunque e divenga obbligatoria.

Lo sviluppo dello “scambio” fra l’agricoltura e l’industria – scambio delle eccedenze di prodotti rimaste al contadino dopo il pagamento dell’imposta in natura contro i prodotti della piccola industria, e in primo luogo di quella artigiana – esige per la sua stessa natura, uniniziativa locale autonoma, competente, intelligente; e perciò l’organizzazione esemplare del lavoro nei distretti e nei comuni acquista, nel momento attuale, un’importanza assolutamente eccezionale per l’insieme dello Stato. Nel settore militare, per esempio, al tempo dell’ultima guerra di Polonia, non abbiamo esitato a “retrocedere” qualcuno, a trasferire dei membri del Consiglio militare rivoluzionario della repubblica (pur lasciando loro quest’alta carica centrale) a posti inferiori. Perché non trasferire ora alcuni membri del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia, o alcuni membri dei collegi, o altri compagni altolocati, e mandarli a svolgere un lavoro sia pure nei distretti e perfino nei comuni? Non siamo ancora, infatti, tanto “burocratizzati” da “turbarci” per questo. E si troveranno da noi decine di quadri dell’apparato centrale che vi acconsentiranno volentieri. E la causa dell’edificazione economica di tutta la repubblica ne guadagnerà straordinariamente, e i comuni o i distretti modello avranno una funzione non solo grande, ma veramente decisiva, veramente storica.

A proposito, bisogna notare una particolarità piccola, ma anch’essa importante: è necessario cambiare l’impostazione di principio del problema della lotta contro la speculazione. Il commercio “regolare”, che non si sottrae al controllo statale, dev’essere da noi sostenuto; ci è utile svilupparlo. Ma non si può distinguere la speculazione dal commercio “regolare” se la speculazione viene considerata nel senso economico-politico. La libertà di commercio è capitalismo, il capitalismo è speculazione; è ridicolo non volerlo vedere.

Come fare? Dichiarare che la speculazione non è punibile?

No, bisogna rivedere e rielaborare tutte le leggi sulla speculazione dichiarando punibile (e perseguendo di fatto con severità tre volte maggiore della precedente) ogni appropriazione indebita e ogni elusione diretta o indiretta, aperta o nascosta, del controllo statale, dell’ispezione, dell’inventario. Impostando il problema appunto in questo modo (nel Consiglio dei commissari del popolo si è già iniziato il lavoro; il Consiglio dei commissari del popolo ha cioè già ordinato di iniziare la revisione delle leggi sulla speculazione) riusciremo a incanalare lo sviluppo, in una certa misura inevitabile e a noi necessario, del capitalismo nell’alveo del capitalismo di Stato.

 

Bilancio e conclusioni politiche

Mi rimane ancora da esaminare, sia pure brevemente, la situazione politica, come essa si è creata e si è mutata in connessione a quella economica suesposta.

È stato già detto che i tratti caratteristici e fondamentali della nostra economia nel 1921 sono gli stessi del 1918. La primavera del 1921 ci ha apportato, principalmente a causa del cattivo raccolto e della moria del bestiame, un estremo aggravamento delle condizioni dei contadini, che erano già state rese estremamente penose dalla guerra e dal blocco. Risultato di questo aggravamento sono state le oscillazioni politiche che costituiscono, in generale, la “natura” stessa del piccolo produttore. La più chiara espressione di queste oscillazioni fu la sommossa di Kronstadt.

Negli avvenimenti di Kronstadt quel che è più caratteristico sono appunto le oscillazioni dell’elemento piccolo borghese. Molto poco di concreto, di chiaro, di definito. Parole d’ordine vaghe: “libertà”, “libertà di commercio”, “liberazione dalla servitù”, “i soviet senza i bolscevichi”, o rielezioni dei soviet, o soppressione della “dittatura di partito”, ecc. ecc. Tanto i menscevichi quanto i socialisti-rivoluzionari dichiarano che il movimento di Kronstadt è un “loro” movimento. Viktor Cernov invia una staffetta a Kronstadt; per la “Costituente” vota a Kronstadt, su proposta di questa staffetta, il menscevico Valk, uno dei caporioni di Kronstadt.

Tutte le guardie bianche si mobilitano istantaneamente “per Kronstadt” con una rapidità, si può dire, radiotelegrafica. Gli specialisti militari bianchi di Kronstadt, parecchi specialisti e non solo Kozlovski, elaborano un piano di sbarco ad Oranienbaum, piano che ha spaventato le masse esitanti dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari e dei senza partito. Più di una cinquantina di giornali russi delle guardie bianche all’estero svolgono con rabbiosa energia una campagna “per Kronstadt”. Le guardie bianche, tutte le forze del capitale finanziario indicono una sottoscrizione per aiutare Kronstadt. L’intelligente capo della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, il cadetto Miliukov, spiega pazientemente e direttamente a quello sciocco di Viktor Cernov (e indirettamente ai menscevichi Dan e Rozkov che si trovano nella prigione di Pietrogrado per i loro legami coi menscevichi di Kronstadt) che non è necessario affrettarsi per la Costituente, che ci si può e ci si deve pronunciare in favore del potere dei soviet, ma senza bolscevichi.

Certo, non è difficile essere più intelligenti degli sciocchi infatuati di se stessi quali Cernov, eroe della frase piccolo-borghese, o Martov, paladino del riformismo piccolo-borghese camuffato da “marxismo”. In realtà non si tratta del fatto che Miliukov, come individuo, sia più intelligente, ma del fatto che il capo del partito della grande borghesia, grazie alla sua posizione di classe, vede più chiaramente e comprende meglio la natura di classe delle cose e i rapporti politici di quel che non vedano e comprendano i capi della piccola borghesia: i Cernov e i Martov. Poiché la borghesia è effettivamente una forza di classe, la quale in regime capitalista domina inevitabilmente, sia nelle monarchie, sia nelle repubbliche più democratiche, servendosi altrettanto inevitabilmente dell’appoggio della borghesia mondiale. E la piccola borghesia, cioè tutti gli eroi della II Internazionale e dell’Internazionale “due e mezzo”, non può essere, per la sua posizione economica, che l’espressione dell’impotenza di classe, donde le sue esitazioni, le sue vuote frasi, la sua incapacità. Nel 1789 i piccoli borghesi potevano ancora essere dei grandi rivoluzionari; nel 1848 erano ridicoli e meschini; negli anni 1917-1921 sono dei ripugnanti complici della reazione, i suoi veri lacchè per la reale funzione che adempiono, si chiamino essi Cernov, Martov, o Kautsky, MacDonald, ecc. ecc.

Quando Martov, nella sua rivista berlinese, dichiara che Kronstadt non solo ha difeso le parole d’ordine mensceviche, ma ha anche fornito la dimostrazione che è possibile un movimento antibolscevico non completamente al servizio delle guardie bianche, dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari, dimostra per l’appunto di essere un esemplare del Narciso piccolo-borghese innamorato di se stesso: chiudiamo dunque semplicemente gli occhi sul fatto che tutte le guardie bianche hanno inneggiato ai rivoltosi di Kronstadt e hanno raccolto fondi attraverso le banche per aiutare Kronstadt! Miliukov ha ragione contro i Cernov e i Martov, poiché egli rivela la vera tattica della vera forza delle guardie bianche, la forza dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari: appoggiamo chiunque, perfino gli anarchici, qualsiasi potere dei soviet, pur di rovesciare i bolscevichi, pur di realizzare uno spostamento del potere! A destra o a sinistra, verso i menscevichi o verso gli anarchici, è tutt’uno, purché si tolga il potere ai bolscevichi; e in quanto a tutto il resto, “noi” Miliukov, “noi” capitalisti e grandi proprietari fondiari, lo faremo “noi stessi”; gli anarcoidi, i Cernov, i Martov li cacceremo via a calci, come abbiamo fatto in Siberia con Cernov e con Maiski, come abbiamo fatto in Germania con Kautsky, come abbiamo fatto in Ungheria coi Cernov e i Martov ungheresi, a Vienna con F. Adler e soci. La vera borghesia, che sa il fatto suo, ne ha messi alla berlina e cacciati via a centinaia in tutte le rivoluzioni, decine di volte in tutti i paesi, di questi Narcisi piccolo-borghesi: menscevichi, socialisti-rivoluzionari, senza partito. La storia l’ha dimostrato. I fatti l’hanno provato. I Narcisi faranno delle chiacchiere. I Miliukov e le guardie bianche faranno i fatti loro.

“Purché il potere si sposti dai bolscevichi, non importa se un po’ a destra o un po’ a sinistra, il resto verrà da sé”: in ciò Miliukov ha completamente ragione. È questa una verità di classe confermata da tutta la storia delle rivoluzioni di tutti i paesi, da tutta la multisecolare storia dell’epoca moderna dopo il medioevo. I piccoli produttori dispersi, i contadini, vengono economicamente e politicamente uniti o dalla borghesia (così è sempre stato in regime capitalista in tutti i paesi, in tutte le rivoluzioni dell’era moderna e così sarà sempre in regime capitalista) o dal proletariato (così avvenne, in forma embrionale, nella fase suprema dello sviluppo di alcune delle più grandi rivoluzioni della storia moderna, per un periodo brevissimo; ciò è avvenuto in Russia negli anni 1917-1921 in forma più evoluta). Soltanto i Narcisi innamorati di se stessi possono chiacchierare e sognare una “terza” via, una “terza forza”.

I bolscevichi, con un lavoro immenso, con una lotta accanita, sono riusciti a formare un’avanguardia proletaria capace di dirigere, hanno creato e difeso la dittatura del proletariato. Dopo la prova del fuoco di un’esperienza e di una pratica di quattro anni, i rapporti di forza tra le classi in Russia sono divenuti chiari come la luce del sole: un’avanguardia ferrea e ben temprata dell’unica classe rivoluzionaria; un elemento piccolo-borghese esitante; i Miliukov, i capitalisti e i grandi proprietari fondiari appostati all’estero e sostenuti dalla borghesia mondiale. La cosa è più chiara della luce del sole. Soltanto gli ultimi utilizzerebbero e potrebbero utilizzare qualsiasi “spostamento del potere”.

Nell’opuscolo sopra citato del 1918 è detto chiaramente che: il “nemico principale” è “l’elemento piccolo-borghese”. “O noi sottoponiamo al nostro controllo e inventario questo piccolo borghese… o esso rovescerà inevitabilmente e immancabilmente il nostro potere operaio, come fecero per la rivoluzione in Francia i Napoleoni e i Cavaignac, sorti appunto su questo terreno piccolo-proprietario. Così stanno le cose, e soltanto così”.

La nostra forza consiste nella completa chiarezza e nella sobrietà con la quale valutiamo tutte le forze delle classi esistenti, sia russe che internazionali, e poi nella ferrea energia, nella fermezza, nella risoluzione, nell’abnegazione nella lotta che derivano da questa chiarezza e sobrietà di valutazione. Noi abbiamo molti nemici, ma essi sono disuniti o non sanno quel che vogliono (come tutti i piccoli borghesi, tutti i Martov e i Cernov, tutti i senza partito, tutti gli anarchici). Noi, al contrario, siamo uniti direttamente fra di noi e indirettamente coi proletari di tutti i paesi; noi sappiamo quello che vogliamo. E perciò siamo invincibili su scala mondiale, sebbene tuttavia non sia affatto da escludere la possibilità della sconfitta di singole rivoluzioni proletarie in questo o in quel periodo.

Non per nulla parliamo genericamente di elemento piccolo-borghese; infatti esso è realmente un qualcosa di particolarmente amorfo, indeterminato, incosciente. I Narcisi della piccola borghesia credono che il “suffragio universale” distrugga la natura del piccolo produttore in regime capitalista; ma di fatto, il suffragio universale aiuta la borghesia; con l’appoggio della Chiesa, della stampa, della scuola, della polizia, del militarismo, dell’oppressione economica l’aiuta, in mille forme, a sottomettere i piccoli produttori dispersi. La rovina, il bisogno, le gravi condizioni di esistenza suscitano le esitazioni: oggi per la borghesia, domani per il proletariato. Soltanto l’avanguardia temprata del proletariato è capace di resistere e di opporsi alle esitazioni.

Gli avvenimenti della primavera del 1921 hanno dimostrato ancora una volta qual è la funzione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi: essi aiutano l’elemento piccolo-borghese esitante a staccarsi dai bolscevichi, a compiere uno “spostamento del potere” a favore dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari hanno imparato ora a camuffarsi da “ senza partito”. Ciò è stato pienamente dimostrato. E soltanto gli stupidi oggi possono non accorgersene e non comprendere che non dobbiamo lasciarci ingannare. Le conferenze dei senza partito non sono un feticcio. Esse sono utili se ci si può accostare alle masse non ancora toccate da noi, a strati di milioni di lavoratori che stanno fuori della politica, ma sono nocive se i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari camuffati da “senza partito” se ne servono quale tribuna. Costoro aiutano le rivolte, aiutano le guardie bianche. Il loro posto è la prigione (o la redazione dei giornali all’estero, insieme alle guardie bianche; noi abbiamo permesso ben volentieri a Martov di andarsene) e non le conferenze dei senza partito. Si possono e si devono trovare altri mezzi per sapere qual è lo stato d’animo delle masse, per avvicinarle. Se ne vada pure all’estero chi desidera giocare al parlamentarismo, alla Costituente, alla conferenza dei senza partito; raggiungete Martov, fate pure, provate le delizie della “democrazia”, interrogate i soldati di Wrangel su queste delizie, ve ne preghiamo. Noi abbiamo altro da fare che giocare all’“opposizione” nelle “conferenze”. Noi siamo accerchiati dalla borghesia mondiale che attende ogni istante di esitazione per far tornare i “suoi”: i grandi proprietari fondiari e la borghesia. Noi continueremo a tenere in prigione i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, sia aperti che camuffati da “senza partito”.

Per allacciare più stretti legami con le masse dei lavoratori non ancora toccate dalla politica, impiegheremo tutti i mezzi, eccetto quelli che lasciano campo libero ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari e alle esitazioni utili a Miliukov. Con speciale sollecitudine metteremo al lavoro dei soviet, e innanzi tutto al lavoro economico, centinaia e centinaia di senza partito, dei veri senza partito provenienti dalle masse, semplici operai e contadini, e non coloro che si sono “camuffati” da senza partito per ripetere pappagallescamente le istruzioni dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, così utili a Miliukov. Con noi lavorano centinaia e migliaia di senza partito, decine di essi a posti importantissimi e di responsabilità. Maggior controllo del loro lavoro. Far avanzare ancor più, per una nuova valutazione, migliaia e migliaia di semplici lavoratori, metterli alla prova, promuovere sistematicamente e immancabilmente ai posti più importanti centinaia di quelli che avranno sostenuto la prova.

Finora i nostri comunisti non hanno ancora ben compreso il loro vero compito di dirigenti: non cercare di fare “tutto da sé”, affaticandosi invano, iniziando venti cose senza portarne a termine neanche una, ma controllare il lavoro di decine e centinaia di collaboratori, organizzare il controllo del lavoro dal basso, cioè da parte delle vere masse, dirigere il lavoro e imparare da coloro che hanno le cognizioni necessarie (gli specialisti) e l’esperienza dell’organizzazione di grandi aziende (i capitalisti). Un comunista intelligente non teme di mettersi alla scuola di uno specialista militare, sebbene fra essi i nove decimi siano capaci di tradire alla prima occasione che si presenti loro. Un comunista intelligente non teme di mettersi alla scuola di un capitalista (sia esso un grande capitalista concessionario, o un commerciante mediatore, o un piccolo capitalista cooperatore, ecc.), sebbene il capitalista non sia migliore dello specialista militare. Si è ben imparato nell’esercito rosso a scoprire gli specialisti militari traditori, a discernere quelli onesti e coscienziosi, a utilizzare in complesso migliaia e decine di migliaia di specialisti militari. Stiamo imparando a fare altrettanto (in una forma particolare) con gli ingegneri e coi maestri, sebbene lo facciamo molto peggio di come s’è fatto nell’esercito rosso (Denikin e Kolciak ci hanno bene stimolati, ci hanno costretto a imparare più presto, con maggior impegno, con più intelligenza). Impareremo a far lo stesso (e anche questa volta in forma particolare) coi commercianti mediatori, coi grossisti che lavorano per lo Stato, coi piccoli capitalisti cooperatori, con gli imprenditori concessionari, ecc.

La massa degli operai e dei contadini ha bisogno di migliorare subito le proprie condizioni. E riusciremo a migliorarle mettendo a un lavoro utile forze nuove, e fra di esse i senza partito. L’imposta in natura e una serie di provvedimenti ad essa connessi ci aiuteranno. Taglieremo così le radici economiche che provocano inevitabilmente le esitazioni del piccolo produttore. E combatteremo implacabilmente contro le esitazioni politiche, utili soltanto a Miliukov. Gli esitanti sono molti. Noi siamo pochi. Gli esitanti sono disuniti. Noi siamo uniti. Gli esitanti non sono autonomi dal punto di vista economico. Il proletariato lo è. Gli esitanti non sanno che cosa vogliono: vorrebbero, ma è difficile… e poi Miliukov non vuole. Noi invece sappiamo quello che vogliamo.

E perciò vinceremo.

 

Conclusione

Riassumiamo.

L’imposta in natura è il passaggio dal comunismo di guerra al regolare scambio socialista dei prodotti.

L’estrema rovina, aggravata dal cattivo raccolto del 1920, ha fatto sì che questo passaggio sia improrogabile, necessario, data l’impossibilità di ricostruire la grande industria in breve tempo.

Quindi: migliorare anzitutto le condizioni dei contadini. Mezzo: imposta in natura, sviluppo dello scambio tra l’agricoltura e l’industria, sviluppo della piccola industria.

Lo scambio è la libertà di commercio, è il capitalismo. Esso ci è utile nella misura in cui ci aiuta a combattere la dispersione dei piccoli produttori e, fino a un certo punto, il burocratismo. I limiti saranno stabiliti dalla pratica, dall’esperienza. Qui non v’è nulla di terribile per il potere proletario finché il proletario tiene fermamente il potere nelle sue mani, tiene fermamente nelle sue mani i trasporti e la grande industria.

La lotta contro la speculazione dev’essere trasformata in lotta contro l’appropriazione indebita e contro chi tenta di sottrarsi all’ispezione, all’inventario, al controllo statale. Questo controllo ci permette di incanalare il capitalismo, inevitabile in una certa misura e a noi necessario, nell’alveo del capitalismo di Stato.

Per incoraggiare lo scambio fra l’agricoltura e l’industria è a ogni costo necessario lo sviluppo molteplice, su vasta scala, dell’iniziativa, dell’azione autonoma delle organizzazioni locali. Studiare l’esperienza pratica in questo campo. Sia essa la più varia possibile.

Aiutare la piccola industria, che rifornisce le aziende contadine e le aiuta a sollevarsi; aiutarla, fino a un certo punto, anche mediante la distribuzione di materie prime dello Stato. Il maggior delitto è di tenere le materie prime inutilizzate.

I comunisti non devono temere di “mettersi alla scuola” degli specialisti borghesi, compresi i commercianti, i cooperatori capitalisti e i capitalisti. Imparare da essi in una forma diversa, ma in sostanza nello stesso modo in cui abbiamo studiato e imparato dagli specialisti militari. I risultati di questo “studio” dovranno essere misurati col metro dell’esperienza pratica: far meglio di quanto hanno fatto accanto a te gli specialisti borghesi; riuscire a ottenere in un modo o nell’altro il miglioramento dell’agricoltura, il miglioramento dell’industria, lo sviluppo dello scambio fra l’agricoltura e l’industria. Non lesinare quando si tratta di pagare “per lo studio”, non c’è da rimpiangere se si paga caro, purché giovi.

Aiutare in tutti i modi le masse dei lavoratori, avvicinarsi a loro, scegliere fra di essi centinaia e migliaia di quadri senza partito per il lavoro economico. Quanto ai “senza partito”, che di fatto non sono altro che dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari travestiti nel costume di moda dei senza partito di Kronstadt, li terremo prudentemente in prigione o li manderemo a Berlino da Martov, affinché usufruiscano liberamente di tutte le delizie della democrazia pura e possano scambiare liberamente le loro idee con Cernov, Miliukov e i menscevichi georgiani.

 

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...."L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente...." Lenin -Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa-Pubblicato sul Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
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